Sui difetti della democrazia diretta (a Piùdemocraziaitalia)

Caro Leonello Zaquini, cari amici di Piùdemocraziaitalia,

ho piacere di aver suscitato la Vostra attenzione circa il mio ampio articolo su  “Democrazia Rappresentativa non rigida”  di alcuni mesi fa (NdR, vedi 18 agosto 2020 su queta biblioteca), trasmesso a Nicola Ragno dopo un colloquio telefonico. E non ho difficoltà  a confermare le ragioni di cultura politica, di fatto e di logica per cui ho scritto “Nessuno di questi articoli, e modifiche in corso appartiene alla logica della democrazia diretta”.

Parto dal dire che non ha fondamento definire  quelle ragioni una divergenza linguistica con Voi. Una differenza rilevante esiste. E sta nel fatto che io mi riferisco ai dati sperimentali secolari circa i rapporti reali tra i conviventi mentre la mail di Zaquini si riferisce ad alcuni autori (ed anche alle Vostre convinzioni) che, per il governo della convivenza, adottano il sistema antico secondo cui il futuro sta nello sbandierare un modello teorico sognato.

La mia sintetica frase non viene infatti scalfita né dal richiamo al Vostro primo obiettivo né dal citare il prof. Auer. Infatti il Vostro primo obiettivo esprime l’esigenza  di perseguire la democrazia diretta (citata senza definire cosa sia davvero) e la partecipazione (obiettivo condivisibile,  che di per sè non è distintivo della democrazia diretta, dato che concerne anche quella rappresentativa). E i due brani citatl del prof. Auer  non provano che la democrazia diretta è contrapposta alla democrazia rappresentativa, anzi. Di fatti il primo brano descrive la democrazia diretta come la situazione in cui “il popolo …esercita, oltre alle competenze elettorali classiche, delle attribuzioni specifiche in materia costituzionale, convenzionale, legislativa o amministrativa” .
E tutte quelle attribuzioni specifiche rientrano in pieno nelle regole della democrazia rappresentativa. 
Poche righe sotto, il secondo brano precisa che la Democrazia diretta è indipendente “quando il momento ed il tema sul quale il popolo interviene non dipende che dalla volontà di quest’ultimo, o da un criterio oggettivo sul quale gli altri organi dello Stato non hanno influenza”.

Anche qui, non si dice nulla in contrasto  con la democrazia  rappresentativa, dal momento che il “criterio oggettivo” sono semplicemente il complesso delle regole rappresentative per convivere.

In seguito,  Leonello Zaquini cita gli incontri “con le migliaia di attivisti, provenienti dal mondo intero” e afferma che  “ quando il sistema rappresentativo non e’ l’unico detentore del potere legislativo ma anche il popolo può legiferare…., quella è democrazia diretta” . Però anche questa affermazione fonda il suo distinguo sul concetto che ci sia o meno il potere legislativo del popolo, ma sorvola sul dato decisivo che questo potere vien dato al popolo proprio dalla democrazia rappresentativa e dalle sue regole.  E infine Zaquini mi invita a fare il possibile per adeguami al linguaggio usato in tutto il mondo. Ma non posso adeguarmi ad un linguaggio che, intanto è sbagliato ed incoerente (per i motivi sopraesposti) ma che per di più (ed è la cosa più negativa) perpetua l’idea che sia possibile governare non sull’osservare i fatti  ma con i sogni suscitati dai grandi manifesti utopici costruiti sulle speranze a tavolino al posto della realtà degli umani.

Perché il nodo sta in quello che ho scritto nel secondo capoverso sopra a proposito della divergenza.  Oltretutto, prescindere dalla democrazia rappresentativa (e contrappore ad essa la democrazia diretta) equivale a chiudere gli occhi sull’elemento determinante della vita umana, cioè del passar del tempo. Le particolarissime condizioni esistenti (appena)  nelle piazze dell’antica Atene, da allora sono un ricordo impalpabile; anzi sussistono sempre meno per il moltiplicarsi enorme del numero dei cittadini conviventi nei diversi ambiti civili. Per questo la cura della democrazia rappresentativa è sempre più importante. Deve di continuo funzionare al meglio. Voi stessi, osserva Zaquini, usate dire “democrazia diretta moderna” per distinguerla da quando e da dove esistono gli organi legislativi. Appunto. La democrazia è in marcia e non deve cristallizzarsi (ecco perché la chiamo “democrazia rappresentativa non rigida”) , però resta sempre  una democrazia rappresentativa, che è il sistema formato nei secoli dagli umani per far funzionare al meglio le relazioni tra cittadini diversi.  E’ un aspetto centrale. La democrazia rappresentativa si evolve nel tempo secondo le scelte fatte dai cittadini elettori di nuove norme (che è poi il senso aggiornato dello spirito del SPQR) . Pensare di cristallizzarla è una pretesta elitaria lontana dai cittadini.

Osservo inoltre  che nelle citazioni di Zaquini  domina l’uso del termine “popolo”.  Mentre la questione dirimente nel maturare della democrazia rappresentativa, è il rapporto con i cittadini individui, che sono la vera realtà del termine popolo. Non va scordato che, in inglese, popolo è una parola plurale, cioè palesemente include gli individui, mentre in italiano è singolare, cioè implicitamente esclude gli individui. Perché in Italia si considerano gli individui un pericoloso attentato alla regola fondante dell’unità collettiva (ideologica e religiosa) che non va scalfita.

Dunque, il concetto di democrazia diretta è – a parte le intenzioni emotive dei suoi adoratori – un concetto pericoloso (e perfino un aiuto ai fautori della democrazia rappresentativa rigida)   sia perché va contro l’esperienza civile secolare sul come poter convivere al meglio , sia perché fa balenare l’illusione che la convivenza possa migliorare  senza istituzioni o comunque con meno istituzioni. Ed invece lo sperimentare dei fatti dimostra che la convivenza migliora  creando istituzioni che la regolino con norme decise dai cittadini. Ed adeguandole di continuo. Quindi il nodo è la scelta e poi seguire l’evolversi.

Sperando di aver chiarito  i motivi della mia frase, resto a Vostra disposizione qualora desideriate ulteriori mie precisazioni.

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8×1000, che fine fa il contributo quando non si sceglie

C’è chi sceglie di devolvere l’8×1000 e chi no. I cittadini che non vogliono destinare il proprio 8×1000 però, non sanno che quel contributo finisce comunque ad una confessione religiosa, e cioè, principalmente alla Chiesa Cattolica.    È un sostanziale raggiro ai danni della volontà del cittadino.

Lo Stato attribuisce alle confessioni religiose quello che i cittadini non hanno voluto dare; e ancora più grave, lo Stato tradisce i principi laici. Noi contribuenti italiani possiamo attribuire – Legge 222/1985 dal titolo Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi – l’8×1000 di quanto dichiariamo ad una confessione religiosa (ne sono previste 12)  o a specifiche attività dello Stato.  In linea di principio, sarebbe un disposto coerente da parte dello Stato Liberale per favorire la libertà di culto.   

Solo 17 milioni dei 41 milioni e 372 mila contribuenti (2018) scelgono come destinare L’8×1000.    Gli altri 24 milioni e 372 mila optano per non attribuire alcun 8×1000. Tutto quello che contribuiscono dovrebbe quindi andare nel bilancio generale dello Stato.   

Ma l’art.47, comma 3 della Legge (222/1985) si afferma che “in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”. Tradotto, l’8×1000 si applica a tutti i contribuenti, anche alla maggioranza (24 milioni) che ha scelto di non devolvere nulla alle confessioni religiose o alle particolari attività dello Stato.    Questa norma favorisce i privilegi di pochi contro la Libertà dei cittadini: 

  • lo Stato ci illude affermando una Libertà che poi nega a nostra insaputa;
  • lo Stato devolve (coercitivamente) alle confessioni religiose risorse che i cittadini hanno voluto affidare al bilancio generale del paese.

Con questo meccanismo truffaldino, il contributo di 24 milioni e 372 mila italiani (cioè tutti contribuenti meno i 17 milioni che hanno scelto) finisce comunque, ad una confessione religiosa o alle altre opzioni offerte dallo Stato. Il contributo forzato e illiberale dei 24 milioni di ignari contribuenti è ripartito proporzionalmente secondo le scelte dei 17 milioni che hanno optato per l’8×1000.    13.156.156 (il 78% di 17 milioni) di contribuenti hanno optato per la Chiesa Cattolica. Questo 78% viene applicato agli altri 24 milioni. Così, in un anno la Chiesa Cattolica riceve quasi 700 milioni in più delle specifiche scelte avute. Mentre le altre confessioni ed opzioni si spartiscono il restante 22% .   

Lo Stato si priva di una cifra dell’ordine di grandezza di 1 miliardo che potrebbe spendere o investire diversamente, per esempio, in sanità.    Una sentenza della Corte dei Conti (2015) stigmatizzò la gestione del meccanismo del’8×1000 e prescrisse (senza esito effettivo, allora c’era il governo Renzi) una serie di adempimenti da assumere in tempi definiti. Per garantire la libertà dei cittadini che la legge vorrebbe promuovere ma di fatto inibisce, è necessario eliminare l’ultimo periodo del terzo comma dell’art 47 della legge 222/1985.    Per difendere la Libertà di scelta dei cittadini e garantire la laicità dello Stato è urgente rivedere questa norma per rimuovere uno specifico privilegio confessionale e per  far crescere le entrate dello Stato a parità di tassazione (nel complesso circa un miliardo l’anno, che non è  poco specie in epoca di pandemia).

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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La campagna sull’ 8×1000

Sul tema dell’inoptato fiscale IRPEF dovrebbe esserci un’azione incisiva del mondo liberale e laico, finalizzata a restituire al cittadino un ruolo attivo nella procedura tributaria. Ruolo attivo eliminato dal disposto dell’ultimo periodo del terzo comma dell’art.47 della legge 222/1985 (dal titolo Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi), la quale regola così la questione dell’otto per mille dell’imposta sui redditi :“In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”.

Tale norma opera all’interno del disposto più ampio per cui il denaro derivante dalla dichiarazione dei redditi dei cittadini – che, facendo la dichiarazione, diviene di proprietà dello Stato ­– il cittadino può attribuirlo, limitatamente all’otto per mille, o ad una delle religioni comprese in un elenco ufficiale ora di 12 oppure a specifiche attività dello Stato. E fin qui è un disposto coerente al voler favorire la libertà di culto, un intento del tutto liberale. Però la norma stabilita dal periodo sopra riportato, distribuisce la quota dell’imposta su cui il cittadino non ha scelto una destinazione diversa dalla erariale ordinaria, ripartendola viceversa in proporzione alle scelte effettive dell’otto per mille espresse da tutti gli altri cittadini. Così diviene un sostanziale raggiro ai danni della volontà del cittadino. E già sarebbe grave. In più è un raggiro concepito per affossare i principi laici sfruttando una precisa circostanza pratica attinente al come sono composte le scelte dell’otto per mille.

Infatti, dei circa 41 milioni e 372 mila contribuenti (anno 2018) , assai meno della metà di loro sceglie come destinare l’otto per mille (appena sopra i 17 milioni e in costante leggero calo); tra questi la Chiesa Cattolica è sempre la struttura più scelta (circa il 78% delle opzioni). Con il meccanismo qui richiamato, la scelta materialmente compiuta da 13.156.156 cittadini (pari al 32,14% di tutti i contribuenti) viene usata come se fatta dall’intera platea dei dichiaranti IRPEF. Alla fine, la maggioranza dei contribuenti – per l’esattezza 24.327.626 (numero ricavato togliendo dal totale dei contribuenti, quelli che hanno fatto una delle scelte possibili), vale a dire i cittadini che non hanno optato – si vedono attribuita una scelta dell’otto per mille che non hanno fatto.

Con questo meccanismo artificioso, la somma assegnata alla Chiesa Cattolica nella distribuzione dei fondi inoptati dell’otto per mille, è una somma importante. Attribuendo non il 32,14% del gettito dell’otto per mille cumulato dagli optanti bensì il 78% del gettito di tutti i contribuenti , la maggior somma attribuita alla Chiesa Cattolica è di quasi 700 milioni di euro all’anno. Soldi che vengono sottratti al gettito fiscale che dovrebbe andare all’erario, nonostante la maggioranza dei cittadini, con il non esercitare l’opzione, abbia mostrato di volere che all’erario restassero.

Sei anni fa una sentenza della Corte dei Conti stigmatizzò perfino la gestione del meccanismo dell’otto per mille e prescrisse (senza esito effettivo, allora c’era il governo Renzi) una serie di adempimenti da assumere in tempi definiti. Dunque è comprovata sperimentalmente l’impossibilità di circoscrivere i danni, fino a che vige l’ultimo periodo del terzo comma dell’art 47 della legge 222/1985.

Per restituire un ruolo attivo ai cittadini, è ormai imprescindibile promuovere una vasta campagna di sensibilizzazione dei credenti e dei non credenti, che serva a creare le condizioni per arrivare ad abrogare l’ultimo periodo del comma 3° dell’articolo 47 della legge 222/1985. E’ una campagna alla portata dell’impegno civile del mondo laico, che servirebbe da un lato a rimuovere uno specifico privilegio confessionale e dall’altro a far crescere le entrate dello Stato a parità di tassazione (nel complesso, comprendendo tutti i soggetti tra cui attribuire l’8×1000, si arriva ad un miliardo all’anno, che non è poco specie in epoca di pandemia).

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A proposito della provvisorietà umana

Siamo consapevoli della possibilità che prima o poi l’umanità è destinata a estinguersi. Le cause della possibile scomparsa sono molteplici, almeno tra quelle che possiamo prevedere in questo momento. Alcune sono apocalittiche e distopiche e quindi inverosimili, altre sono più probabili: un meteorite come quello che avrebbe colpito i dinosauri, cambiamenti climatici radicali troppo rapidi (collegati all’opera dell’uomo o alla natura, come all’evoluzione del sole), e una guerra globale con armi potentissime. Come abbiamo appena imparato, potrebbe anche essere un microrganismo come un virus a causare la nostra estinzione.

Vi è un’altra ipotesi: la scomparsa degli spermatozoi. Il numero degli spermatozoi sta infatti, diminuendo per cause molteplici, ma soprattutto per la presenza in natura di sostanze chimiche che danneggiano il sistema ormonale, rallentando o addirittura inibendo la produzione di spermatozoi.

PERCHÈ È IMPORTANTE? La capacità di riprodursi è fondamentale per la sopravvivenza di qualsiasi essere vivente. Se il grado di fertilità diminuisce radicalmente come stiamo registrando, allora la specie umana è potenzialmente in pericolo.

Non è una teoria troppo balzana sebbene Però faccia sorridere e quindi, anche per pudore, viene costantemente ignorata e reclusa all’ambito medico.

Una serie di studi dimostra che il numero degli spermatozoi sta radicalmente diminuendo: tra il 1973 e il 2011 il numero degli spermatozoi nella popolazione umana è diminuito del 59%. Se questa tendenza continuasse alla medesima velocità, nel 2045 raggiungeremmo gli zero spermatozoi. Significa che mediamente un uomo umano non avrebbe spermatozoi per riprodursi.

La fertilità globale – il numero di nascite per donna – è crollato dal 5.06 del 1964 al 2.4 del 2018.
Il livello di testosterone sta scendendo; cresce l’incidenza del cancro ai testicoli; aumenta la disfunzione erettile; si traduce nel 1% di aumento di danni avversi per la riproduzione

In Europa come negli Stati Uniti e in quasi metà dei paesi del mondo, il tasso di fertilità è inferiore al livello di rinnovamento demografico del 2 a 1 per donna.
Le cause del crollo della fertilità sono molte e non strettamente collegate alla diminuzione degli spermatozoi. Tra le cause del declino delle nascite si possono trovare l’utilizzo di strumenti e politiche per il controllo delle nascite; l’urbanizzazione globale e l’economia dei servizi avanzati; la preferenza per nuclei familiari più contenuti; l’innalzamento dell’età di maternità; i costi e le difficoltà maggiori nella crescita dei figli.

Resta, come dimostrano alcune statistiche, il gap tra il numero dei figli che si vorrebbero e il numero reale, che dimostra che una parte del calo della fertilità non è strettamente volontario, ma può essere ricercato nella crisi degli spermatozoi.
Il tasso di gravidanze andate male e la compromissione della fecondità anche tra le fasce giovani sono ulteriori segnali che ai fattori socioeconomici della riduzione delle nascite si devono considerare anche le cause biologiche.

Si registra un aumento nei ragazzi con evidenti anomalie genitali, così come una diminuzione della distanza anogenitale nei neonati maschi e la comparsa precoce di segni di pubertà tra le ragazze.

Queste disfunzioni sarebbero imputabili a sostanze chimiche presenti nell’ambiente a causa dell’uomo: ftalati e bisfenolo-A, prodotti ubiqui perché sono presenti in cose come plastica, pesticidi, cosmetici, etc. Per altri studi non vi è alcuna correlazione tra le sostanze chimiche presenti nell’ambiente e il sistema endocrino.

Insomma, sull’argomento riduzione degli spermatozoi , e in specie circa cause, andamento e possibili terapie, non sappiamo ancora abbastanza. Non è il caso di farne un dramma. Si deve solo constatare, che pure in questo settore del vivere non ha alcun spazio la cultura della certezza e della natura immutabile. Anche la nostra fisiologia umana, come quella di tutti gli esseri viventi, al passar del tempo è soggetta a trasformazioni. Diverse per ogni individuo ma con una tendenza costante rispetto alle ragioni conosciute o no che la determinano. Le trasformazioni sono dovute anche al caso o a motivi ambientali ma di certo non vanno trascurate quelle indotte dal nostro stile alimentare e dal nostri comportamenti.

Con l’osservazione e la ricerca dobbiamo sforzarci di comprendere sperimentalmente il meccanismo di tali trasformazioni per divenire in grado di conviverci per quanto possibile. In ogni caso occorre essere consapevoli che la nostra profonda natura di individui è l’esser provvisori. E che dunque potrebbe divenirlo anche la capacità di contribuire al rinnovarsi del meccanismo vitale, che del resto, già ora, non tutti vogliono o possono esercitare.

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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Una riflessione sull’inoptato dell’otto per mille

Webinar sul tema “il mondo laico agisce” tenuta sulla piattaforma di ArciAtea il 25 febbraio sera

Ringrazio ArciAtea per aver attivato questo incontro da remoto, con il quale conto di illustrare in breve motivi per cui, al momento attuale, l’azione operativa dei laici dovrebbe centrarsi sul tema del cambiare la destinazione della quota inoptata dell’IRPEF.

Comincio dal  precisare il senso della foto in locandina di stasera, che riprende la firma dei Patti Lateranensi del 1929. E’  un richiamo per inquadrare la logica dell’azione operativa trattata stasera – che manifesta l’opporsi all’attuazione clericale del concordato – senza però voler entrare direttamente nella questione del superamento del Concordato del 1984. Un tema quest’ultimo assai più ampio, su cui penso  qui siamo tutti concordi. Ma altrettanto assai più arduo da affrontare perché, in una società di cittadini diversi e con la tradizione come la nostra, è un tema che suscita grandi resistenze, a cominciare da quelle conformistiche (e che dunque oggi impegnerebbe le non  enormi risorse concrete di cui può disporre il mondo laico), senza peraltro che vi sia una effettiva possibilità di riuscita.

Allora, lasciando per ora sullo sfondo la questione di creare le condizioni adatte alla battaglia per superare il Concordato, quale è la battaglia che i laici possono fare per abbassare comunque il livello di clericalismo esistente nel paese? Una questione ormai matura esiste.  E’ la questione dell’inoptato fiscale. Una questione che è alla portata della possibilità di agire di noi laici  ed al tempo stesso è anch’essa assai importante in materia di rapporti civili. Innanzitutto perché la norma di cui parlerò, pur non facendo parte del Concordato 1984, ne è stata di fatto l’anno successivo la prima applicazione riferita agli Enti Ecclesiastici civilmente riconosciuti . E poi per il motivo  che i laici – in coerenza con il loro metodo fondato sull’osservare e sullo sperimentare di ciascuno per conoscere – sono sempre dediti, non a discettare sui libri sacri  del passato come fa la cultura sacerdotale, bensì ad agire riguardo ai rapporti reali nella direzione del conoscere meglio, impegnandosi di continuo a rimuovere gli ostacoli , iniziando da quelli istituzionali, che frenano quell’autonoma possibilità di iniziativa dei cittadini che è alla base.

Quale è dunque l’attuale stato delle cose? In Italia, la laicità è un principio presente  nella Costituzione. Almeno in linea di massima.  Tuttavia  – anche a seguito di incoerenze nei testi della Costituzione – esistono poi normative ordinarie che  contrastano la laicità, consentendo l’utilizzo strumentale del quadro concordatario per favorire  una confessione rispetto alle altre.

Al giorno d’oggi – in specie per le gravi difficoltà socio economiche provocate dalla pandemia – il meccanismo più negativo per i cittadini è l’ultimo periodo del terzo comma dell’art.47  della legge  222/1985, la quale regola  la questione dell’otto per mille dell’imposta sui redditi (all’interno della legge intitolata Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi). Tale periodo recita: “In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”. Questo periodo, innocuo in apparenza,  in realtà costituisce un attentato  alla sovranità contributiva del cittadino.

Di fatti,  il denaro derivante dalla dichiarazione dei redditi dei cittadini , dal momento in cui viene spedita la dichiarazione, è  proprietà dell’istituzione Stato che  rappresenta il cittadino secondo le procedure di legge. Nell’intento di favorire la libertà di culto e la partecipazione – che di per sé esprimono un’idea di stampo laico – la legge  riconosce al cittadino la facoltà di destinare l’otto per mille della sua imposta sui redditi o ad una delle religioni comprese in un elenco ufficiale ora di 12 oppure a specifiche attività dello Stato. L’attentato avviene nella disposizione  che regola cosa succede quando il cittadino non esercita tale facoltà.

In tal caso, la quota di otto per    mille  inoptata  dovrebbe logicamente restare nelle casse dell’erario. Invece, il periodo dell’art.47  letto sopra  opera un raggiro. E così la legge si contraddice. Distribuisce tale quota dell’imposta – su cui il cittadino  interessato non ha scelto una  destinazione diversa da quella erariale ordinaria – e la ripartisce in proporzione alle scelte  dell’otto per mille   espresso dagli altri cittadini. E’ un raggiro  ai danni della volontà del cittadino. Un raggiro non  casuale, concepito per affossare  i  principi laici  sfruttando una precisa circostanza pratica. Che si riferisce al come sono composte le scelte dell’otto per mille.

Tra le scelte espresse per destinare l’otto per mille (fatte nel 2018 dal 41,2% dei contribuenti), d’abitudine la Chiesa Cattolica è la struttura  più scelta  (circa il 78% delle opzioni). Introducendo il furbo artificio qui richiamato,  la scelta compiuta da 13.156.156 cittadini (cioè il 32,14% dei contribuenti) viene attribuita complessivamente a tutti i contribuenti, che, sempre nel 2018, erano grosso modo 41.372.851. Alla fine, la maggioranza dei contribuenti – per l’esattezza 24.327.626 (numero che si ricava togliendo dal numero totale dei contribuenti, cioè 41.372.851 , quelli che hanno fatto un’opzione), dunque 24.327.626  vale a dire i cittadini che non hanno optato – si vedono attribuita una scelta  dell’otto per mille che non hanno fatto. Con questo artificio sui fondi dell’otto per mille,  la somma  assegnata alla Chiesa Cattolica è una somma importante.   Attribuendo non il 32,14% del gettito dell’otto per mille legittimamente spettante bensì il 78% , la maggior somma attribuita alla Chiesa Cattolica è dell’ordine di 685 milioni di  euro all’anno. Soldi che vengono sottratti al gettito fiscale che va all’erario, nonostante  la maggioranza dei cittadini voglia il contrario (manifestato dal non avere optato).

Tale raggiro è aggravato dal clima  circostante che c’è nel paese. Non solo i  finanziamenti italiani agli enti ecclesiastici  sono quelli assai più alti che in Europa , ma non è stata mai rispettata la dura sentenza di sei anni fa della Corte dei Conti. La quale stigmatizzò perfino la gestione del meccanismo dell’otto per mille ed impose (senza esito effettivo, allora c’era il governo Renzi) una serie di adempimenti da assumere in tempi definiti. Dunque è comprovata sperimentalmente l’impossibilità di circoscrivere i danni, fino a che vige l’ultimo periodo del terzo comma dell’art 47 della legge 222/1985. Per i liberi cittadini italiani è ormai imprescindibile  eliminare l’attentato alla sovranità civile compiuto da quel periodo fonte di privilegi confessionali.

Per far uscire dalla gabbia il    cittadino, è urgente che il mondo laico faccia convergere la maggior parte delle organizzazioni che sostengono il principio di separazione Stato Religioni e la neutralità istituzionale. L’obiettivo è promuovere una vasta campagna di sensibilizzazione di tutti i cittadini, credenti e non credenti, che serva a creare le condizioni per arrivare, coinvolgendo i parlamentari, ad abrogare l’ultimo periodo del comma 3° dell’articolo 47 della legge 222/1985, o mediante una legge di iniziativa popolare o mediante un disegno di legge o mediante un referendum, o comunque con un’azione capace di togliere dal nostro ordinamento  la distribuzione furbastra dell’8 per mille. La procedura esatta la stabiliremo più avanti.  Comunque è una campagna alla portata dell’impegno civile del mondo laico per rimuovere uno specifico privilegio confessionale e far crescere le entrate dello Stato a parità di tassazione. In pratica, la finalità della campagna è introdurre  una norma del genere “è abrogato l’ultimo periodo nel testo vigente del comma 3° della legge 222/1985 e ogni sua conseguenza giuridico finanziaria” .

Il momento è adatto, siccome la particolare crisi economica indotta da un anno di pandemia,  ha reso il cittadino assai  sensibile ai problemi di denaro. Inoltre, il successo di questa campagna non sarà solo una semplice soddisfazione formale. Già rimarrebbe impressa la riduzione del finanziamento alla Chiesa cattolica, perché quasi 700 milioni in meno ogni anno non sono uno scherzo neppure per le finanze vaticane. Ma la cosa di maggior rilievo, dal punto di vista dei rapporti civili, sarebbe che l’abrogazione di quella riga della legge farebbe calare lo spessore della cappa  di controllo clericale  nei rapporti pubblici.

Il che è molto importante, perché spezza l’intento di fondo della Chiesa.  L’intento di far prevalere la fede divina con lo stabilire autoritativamente le regole di vita  dei fedeli (e che con la norma da abrogare coinvolge anche tutti gli altri), senza lasciar loro spazi e ruoli nel decidere quale possa essere il loro genere di vita che da quelle regole deriva. Intento perseguito in ogni modo. Un caso è che da qualche anno la Chiesa cerca perfino, in maniera felpata, di valorizzare il dialogo multireligioso, così da diffondere l’idea che le religioni come tali siano le più attrezzate per risolvere le problematiche civili del convivere.

Un altro caso, a tutti noto, è che dal sistema concordatario discende il privilegio all’insegnamento della religione cattolica, per cui nella scuola pubblica,  sono presenti intorno a 30.000 insegnanti di religione scelti dal vescovo e pagati dallo Stato.

Naturalmente per riuscire a svolgere  con efficacia questa campagna che porti ad abrogare la riga di quella legge, è indispensabile  organizzarsi in modo capillare, facendo convergere il più possibile delle organizzazioni del mondo laico, in modo che ognuna possa contribuire con i mezzi di cui dispone e senza che appaia un capofila che, è ovvio, potrebbe far nascere  un’immagine distorta negli osservatori esterni. E in modo soprattutto da decidere insieme quale dovrà essere il meccanismo tecnico abrogativo che converrà adottare al momento dell’effettivo lancio della campagna. Un lancio, la cui data dovrà anch’essa essere decisa. Ma che ad ora si può perfino azzardare possa anche essere quella  del 20 maggio, vale a dire il 36° anniversario del varo della legge 222/1985 istitutiva di quella riga oggetto dell’ iniziativa laica di abrogazione.Quell’iniziativa che ho qui esposto e che caldeggio calorosamente.

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Chiesa, scienza e vita

Scritto per il bimestrale NON CREDO

1- Un approccio contrapposto. Le due foto in copertina di questo numero di Non Credo,  riprendono l’attualità ma non sono contingenti:  danno l’immagine plastica del contrapposto approccio ai problemi del vivere, che da secoli distingue la Chiesa e la Scienza.  L’una si prostra in preghiera per affidarsi alla fede in Dio (in cui ripone ogni speranza), l’altra usa l’ingegno umano per conoscere sperimentalmente i meccanismi del vivere e con ciò per cercare terapie funzionali alla vita (oggi  sono  i vaccini antiCovid19). 

2- Un po’ alla volta la scienza. Al passare dei decenni, cresce il numero dei cittadini  che apprezzano il metodo scientifico e vi si riconoscono vedendone la maggiore efficacia. Ovviamente tra questi stanno i laici. Eppure i laici, fisiologici assertori della diversità individuale, non  fanno del metodo scientifico una questione di saggezza superiore. Constatano che il metodo della scienza è più efficace nel convivere (perché sviluppa la comprensione delle cose, attiva i rapporti liberi tra gli individui, opera sull’onda del tempo) e si impegnano a diffondere tale constatazione.  Ma ciò senza mai pretendere che se  ne convincano tutti i cittadini e che in conseguenza taglino i ponti con quell’approccio religioso, che oltretutto, per millenni, è stato la tradizione pervasiva in quanto rassicurante in superficie e il rifugio istintivo.

Per essere coerenti, i laici hanno solo l’obbligo di  insistere  nel formare negli altri cittadini la coscienza, personale e civile, che la scelta religiosa ha una specificità che ne è pure il limite ineludibile. Al credente riempie la vita dandogli le certezze interiori cui lui aspira (anche se restano fuori delle circostanze reali), tuttavia quelle certezze per loro stessa natura prescindono dal conoscere di più il mondo (perché si fondano sulla fede nel Dio come inizio e fine di tutto, e misurano la libertà sul capire la verità della fede eterna). Di conseguenza, la scelta religiosa fa parte dell’esperienza umana ed è essenziale venga vissuta in libertà da chi vuole abbracciarla; però non può essere ­– siccome è priva del requisito cardine di fondarsi sul conoscere umano – un sistema con cui governare la convivenza tra cittadini individui diversi.

3- L’approccio religioso. Sviluppandosi attorno alla verità della fede divina, i caratteri dell’approccio religioso non possono che imperniarsi sull’autorità di chi rappresenta in terra quella fede (i libri sacri insieme ai custodi dei culti)  e non sono connessi  al diretto esercizio del senso critico individuale del cittadino. Quindi tali caratteri, in coerenza con il proprio modo di essere, sono adatti ad operare o nell’ambito delle cose immerse nel tempo ma ancora non conosciute in termini scientifici oppure nell’ambito dei sogni collocati fuori del tempo. Vale a dire, due ambiti in cui è possibile applicare – senza avere i vincoli sperimentali – il criterio  di immaginare le spiegazioni dell’oggi e del domani  che ciascuno trova più accattivanti. E farlo a prescindere da quel che accade davvero.

Un esempio tipico di tali ambiti è l’insondabile mistero su ciò che avviene allo spirito dell’individuo dopo il suo atto di morte fisica. Al riguardo l’analisi religiosa può farla da padrona ed evocare certezze di fede senza  preoccuparsi di riscontri. Dunque, sintetizzando, i caratteri dell’approccio religioso consistono nella disponibilità a preferire la sicurezza della tesi di fede ipotizzata valida ovunque e in ogni tempo, mettendola al posto della probabilistica conoscenza scientifica delle cose materiali ed umane valida in certe condizioni di persone , di luogo e di tempo.  Uno scambio cui i laici non sono disponibili, e di certo mai fino in fondo.

4- Il caso della religione secondo la Chiesa. Queste considerazioni valgono sull’approccio religioso in genere. Esiste poi il caso della Chiesa cattolica. Qui l’approccio religioso assume, specie in Italia, un carattere assai più drastico nei confronti della vita civile. Adotta la pretesa, appena dissimulata, di porsi anche quale strumento che detta precetti di vita alla convivenza quotidiana. Lo fa dando ai libri sacri un rilievo che li rende sovrastanti l’esperienza del passar delle generazioni, e dando al corpo gerarchico dei sacerdoti un ruolo di guida assoluto che di fatto concepisce i fedeli quali sudditi. E lo fa costantemente, in ogni occasione, pratica e concettuale. In un recente numero di Non Credo, ne ho mostrato il manifestarsi, commentando la struttura di Fratelli Tutti, l’ultima Enciclica, ove si percorre apertamente la strada dell’interferenza con le istituzioni pubbliche predicando comportamenti da tenersi nella convivenza italiana. Al prezzo di violare l’ art.7, comma 1 della Costituzione (che è riprodotto dall’art.1 del Concordato), l’Enciclica esprime un progetto politico istituzionale e non di evangelizzazione religiosa. Ed è correndo lungo i fili di tale progetto che la Chiesa rivendica il suo ruolo primario fra gli umani e pratica il potere terreno.

Il mondo laico deve reagire perché il problema è molto serio. In questo caso non basta più limitarsi ad insistere per formare nei cittadini  la coscienza di quanto sia specifica la scelta religiosa. Occorre impegnarsi nel confutare con precisa determinazione  il senso profondo dell’interferenza esercitata. Travalica la libertà di religione e minaccia quella maturazione dei liberi rapporti civili che è l’effettivo presupposto della capacità di conoscere alla base del migliorare la qualità della vita. Di fatto vorrebbe accantonare il principio di separazione Stato e  Chiesa. Quel criterio che si è sviluppato con fatica da metà ottocento, che è stato gravemente insidiato dal Concordato del 1929, poi non agevolato da quello dell’84 e oggi messo sotto pressione dal fiorire delle scelte dottrinali che, nella sostanza, tutti i tipi di Pontefice vanno confermando.

5- L’autorità della fede marginalizza i fedeli. La dottrina cattolica, seppure nella varietà delle applicazioni  e dei settori, continua a valorizzare il prevalere della fede divina nello stabilire autoritativamente le regole di vita  dei fedeli, senza lasciar loro spazi e ruoli nel decidere quale possa essere il loro genere di vita che da quelle regole deriva (sotto questo profilo, il libero arbitrio è una scappatoia che non a caso attiene   al mero rapporto tra il privato e il Dio, senza effetti sul valore prescrittivo terreno delle regole emanate dall’autorità della Chiesa) .  

Per esempio, un siffatto modo d’essere della dottrina cattolica si manifesta lungo due direttrici. In campo internazionale, propende ad estendere il concetto di proselitismo  evangelico verso tutta l’umanità col sostenere l’idea mondialista. La quale punta dichiaratamente a creare un governo mondiale affidato ad istituti sovranazionali anche con scarsissimo controllo da parte dei cittadini , se non addirittura privi di controllo. In campo italiano, la reiterata pressione per incrementare   organismi pubblici  fondati sul dialogo multireligioso, così da diffondere l’idea che le religioni come tali siano le più attrezzate per risolvere le problematiche civili del convivere. Serve a rendere il dialogo multireligioso, intanto un momento integrativo e in prospettiva un momento alternativo  ai canali istituzionali. La dottrina cattolica del far prevalere la fede non  si manifesta solo su queste due direttrici. Ma anche in un ambito a cavallo tra di esse, quello dei flussi migratori. Qui la dottrina cattolica fa un’opera serrata di indottrinamento su una idea precisa. L’aiuto al migrante va considerato un diritto umano, a prescindere dalla causa d’origine, dalla dimensione quantitativa del fenomeno e dal tener conto dai caratteri fisicoeconomici del territorio d’arrivo. Il motto è “Dio lo vuole”. Un tipico richiamo al principio di autorità assoluta.

6- Il contrapposto modo di conoscere. Tutto ciò è un’evidente riprova del fermo disegno di imporre il proprio schema ideale alla concreta realtà delle cose e dei viventi. Schema che è appunto quello di far prevalere, in ogni branca dell’attività umana, la fede sui fatti e sullo spirito critico individuale. Cominciando dai diversi sistemi con cui Chiesa e scienza  ritengono di poter conoscere meglio. Per la dottrina della Chiesa, leggendo e riflettendo sui vari libri  sacri e sui documenti del magistero ecclesiale, intesi come frutto dell’eterna verità del Dio e dell’autorità che la rappresenta in terra (verità che va sempre approfondita per meglio rispettarla), al punto che l’applicare quegli scritti, negli ultimi sette secoli, è divenuto progressivamente più pressante, rispetto alle esperienze del mondo. Per il metodo della scienza, si conosce meglio osservando il mondo delle cose e delle persone, facendo ipotesi critiche circa il rispettivo funzionare ed interagire, formulando teorie e strumentazioni di intervento nei meccanismi fisici e mentali del mondo circostante inorganico e vivente, sperimentando l’efficacia  di quelle teorie e di quegli strumenti, applicando quanto verificato nei dati sperimentali. Il tutto senza mai venir meno al metodo di ricercare il conoscere ancora di più in ogni direzione. Nella consapevolezza che la conoscenza dipende da varie condizioni mutevoli e non vale per sempre. Perché ogni cosa  è provvisoria  e l’incertezza pervade il mondo (come ci ha ricordato la pandemia).

Va sottolineato un aspetto. Il modo di agire scientifico sul conoscere, ha potenziato lo sviluppo della libertà individuale nel ricercare e nel convivere, appunto perché la libertà dei diversi individui è il sistema più confacente  per attuare, nella pratica della vita e sulla scala più ampia possibile, il metodo scientifico dello sperimentare e del confrontare. E ha potenziato in modo analogo il sistema istituzionale liberaldemocratico, dato che il meccanismo della democrazia rappresentativa opera tanto meglio quanto più si avvale in continuazione delle iniziative e delle scelte dei cittadini che lo compongono.  

7- La bonifica dalle norme inquinanti. Queste considerazioni  mostrano quanto siano robuste le radici del ruolo dei laici nella vita pubblica: esse sono l’impegnarsi nel fare funzionare  con regolarità il meccanismo critico della metodologia individuale dei cittadini. Il che significa eliminare, e in ogni caso ridurre il più possibile, le norme che costituiscono la fitta rete, talvolta perfino concepita apposta, che avvolge il cittadino nella logica, estranea alle relazioni civili, del favorire la Chiesa (oppure una determinata ispirazione ideologica) e del poterlo imbrigliare e frenarne l’autonomia nell’agire e nello scegliere. Eliminare o ridurre quelle norme, richiede vari tipi di azioni con un grado diverso di complessità operativa. Ma siccome per la libera convivenza è essenziale riuscire a bonificare le istituzioni dalle regole inquinanti, il mondo laico dovrà svolgere il proprio ruolo con realismo e con fermezza.  

Potenzialmente le bonifiche da fare non sono poche. Il mondo laico deve scegliere come procedere, tenuto conto di quanto sia rilevante ogni inquinamento e di quanto sia probabile la riuscita della bonifica. Alcuni temi  richiedono una estrema attenzione da parte laica da rinnovarsi di continuo. Ad esempio, uno degli aspetti più qualificanti  della laicità è tenere la fede fuori del confronto politico, dato che la libertà di culto è una precondizione del convivere. Allora, nella scelta dei rappresentanti, il tema del credere o no, ed eventualmente cosa, di per sé non deve contare. Mentre conta il modo di comportarsi  del candidato  nel far sì che la politica delle istituzioni vada  nella medesima direzione di neutralità. Quindi è importante che i laici vigilino affinché i rappresentanti che siano credenti non agiscano, sotto l’influenza del propendere impositivo della dottrina cattolica, in modo  da favorire quella Chiesa. Peraltro, un atteggiamento siffatto deve esser tenuto dai laici sempre nel corso della vita. Perché è una conseguenza inevitabile  dalla diversità dei cittadini. E quindi il controllare la coerenza dei comportamenti dei rappresentanti credenti, è un comportamento primario per i laici, che però non rientra tra le bonifiche vere e proprie che i laici devono compiere.

8- Partire dalla norma sull’inoptato. Viceversa , certe reti  di regole inquinanti sono oggi un pericolo forte senza che ne sia inevitabile l’esistenza. In questi casi, adoperando la tenacia, è possibile riuscire ad eliminarle. In particolare c’è una rete matura per essere eliminata. E’ la norma fiscale che stabilisce come distribuire  la quota dell’otto per mille dell’imposta sui redditi (che apparterrebbe all’erario) per cui il contribuente non ha scelto a chi destinarla. La particolare crisi economica indotta da un anno di pandemia, rende il cittadino particolarmente sensibile alle questioni di denaro.

Tale norma è il tipico artificio concepito per  privilegiare  il finanziamento alla Chiesa cattolica. Di fatti, con una riga la norma stabilisce che ogni quota di imposta dei redditi inoptata non spetti all’erario (pur se, in quanto inoptata, è ormai  sua proprietà), bensì venga distribuita tra i culti aventi un’intesa con lo Stato nella stessa percentuale delle opzioni compiute dai contribuenti che le hanno esercitate. E siccome le opzioni vengono fatte solo da circa  il 40% dei contribuenti fonte del gettito complessivo e tra le opzioni la Chiesa cattolica è indicata intorno all’80% , la riga in questione regala alla Chiesa ogni anno  una cifra  poco sotto i 700 milioni di euro. In altre parole, circa 700 milioni all’anno  passano dalle casse dello Stato a quelle Vaticane senza che i cittadini interessati abbiano deciso di fare questa donazione.

In un colpo sono centrati due obiettivi clericali chiave. Viene sancito che l’autorità della Chiesa viene prima delle decisioni del cittadino. E vengono foraggiate le casse Vaticane a scapito di quelle della Repubblica. Ritengo che su ciò sia maturata nella cittadinanza una consapevolezza sufficiente a rendere fattibile con successo  la battaglia per cancellare quella riga della legge.

8. Conclusione. Non è un pregiudizio settario l’impegnarsi dei laici per diffondere il formarsi  tra i cittadini di una coscienza precisa: l’essenziale importanza di comportarsi secondo il metodo individuale dell’uso dello spirito critico e dell’osservare i fatti al fine di conoscere di continuo quanto ci circonda. In base all’esperienza storica, questo è il sistema più adatto per  sciogliere i rapporti interpersonali dai vincoli della staticità religiosa e per migliorare in via sperimentale le condizioni di convivenza tra individui ciascuno diverso.

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L’inceneritore è il passato

Riguardo l’articolo “Inceneritore, un errore chiuderlo” di Luigi Cocchella pubblicato mercoledì, innanzitutto siamo molto stupiti che l’Associazione per la Rinascita di Livorno voglia rilanciare la città con un’iniziativa semplicemente restauratrice di Livorno e dell’AAMPS come erano una volta (l’inceneritore è del 1973). E’ indubbio che la zona nord di Livorno presenta molteplici criticità dal punto di vista epidemiologico, sicuramente non da addebitare unicamente all’inceneritore ma certamente è la somma di tanti fattori tra cui è presente anche l’inceneritore.

Nel merito della questione, già il 10 aprile 2019, noi abbiamo presentato in Comune un quesito per svolgere per la prima volta un Referendum Propositivo (introdotto un mese e mezzo prima dal Consiglio Comunale unanime) nel quale in sintesi si chiede ai cittadini “Volete che il Consiglio Comunale decida l’immediata creazione di nuove attività di trattamento meccanico e biologico dei rifiuti urbani ambientalmente sostenibili che trasformano i rifiuti in risorse permettendo la riduzione delle tariffe pubbliche, attività vincolate allo spegnimento dell’inceneritore?” . Ad oggi questo referendum non si è potuto svolgere, perché le alte burocrazie comunali frapposero subito una serie di ostacoli procedurali, che, seppure giuridicamente infondati, fino a non molto tempo fa hanno bloccato il regolare lavoro del Collegio di Garanzia. Solo da non molte settimane, il Collegio di Garanzia ha potuto sancire in via definitiva l’ammissibilità del quesito e confidiamo che entro metà aprile sarà possibile iniziare la raccolta delle firme per arrivare a svolgerlo in autunno.

Inquadrata la questione nei suoi esatti termini, se è vero che ad oggi le amministrazioni hanno colpevolmente nicchiato sul trovare “alternative” all’incenerimento e che ad oggi spengere l’inceneritore potrebbe apparire un salto nel buio, è peraltro certo che gli impianti di trattamento meccanici e biologici di ultima generazione (fabbriche di materiali) sono il tipo d’impianto che più si avvicina al “rifiuto zero”, e che oltretutto consente di recuperare e valorizzare fino al 90% dei rifiuti trattati e non più inceneriti ma ancor più hanno un innegabile minore impatto ambientale rispetto ad un inceneritore.

Di conseguenza, qualora nelle prossime settimane parta la accolta delle firme per il nostro referendum propositivo, è auspicabile che questa amministrazione faccia chiarezza sugli indirizzi proposti con il referendum e quindi sulle decisioni da prendere rispetto alla proposta referendaria di una nuova attività impiantistica. Da tener presente che il referendum propositivo è non solo un importante esercizio di democrazia ma può essere una grandissima opportunità per la nostra città e per chi la amministra, visto che la volontà dei cittadini può anche “scardinare” logiche d’ambito e regionali che spesso hanno penalizzato la zona di Livorno. Senza pretese di restaurazione.


Comitato OLTRE L’INCENERITORE

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Sull’intervista della Vice Presidente Commissione UE

Nel numero d’avvio di Voci dall’Europa, la nuova newsletter dell’Espresso, è riportato il contenuto di  una video intervista alla vicePresidente liberale della Commissione UE  , Margrethe Vestager, che verte sulla materia di cui ha la delega, il digitale. E che svolge considerazioni quanto mai attuali, specie se rapportate alla situazione italiana.

La vice Presidente della Commissione inizia con l’affermare che c’è stata una rivoluzione tecnologica ma che la democrazia europea sembra non essersene accorta. E la questione è diventata urgente. L’UE era stata sollecita nel 2018 varando la legislazione sulla privacy che ha fatto da apripista ed è il punto di riferimento a livello internazionale. Ma non è stata altrettanto sollecita sui provvedimenti a tutela della democrazia dei cittadini di fronte all’espandersi delle grandi imprese digitali. La vice Presidente  ha ricordato che, in ogni caso, la Commissione al momento ha presentato due proposte in corso di esame in Parlamento per salvaguardare la fluidità dell’esprimersi nelle relazioni democratiche. La prima (Digital Service Act) consentirà di rimuovere i contenuti illegali online.  La seconda (Digital market act) punta ad evitare il realizzarsi del dominio assoluto di pochi operatori con lo sfruttare i dati dei loro clienti.

Dunque, la vice Presidente Verstager ritiene che  l’attenzione primaria dell’istituzione UE debba cogliere quali sono i nodi che si vanno formando ogni giorno nei meccanismi della società (oggi quelli conseguenti alla innovazione digitale) e si impegni a scioglierli al fine di  mantenere ed anche di accrescere la libera iniziativa  dei cittadini (appunto attraverso il loro utilizzo). Questa è una tipica metodologia liberale che concepisce le istituzioni non sovrapposte alla realtà bensì funzionali ad agevolare che nella realtà le interrelazioni tra i cittadini siano il più libere possibile. E quindi, al giorno d’oggi, deve innanzitutto curare che lo spazio del mercato digitale sia aperto, mentre attualmente è ancora toppo chiuso alla possibilità che molti vi entrino, soprattutto  a causa dell’eccessiva attività di lobby che favorisce troppo le grandi impese a danno delle altre. Un indirizzo, questo, che la Verstager persegue da anni e che la portò, a febbraio di due anni fa , a bloccare, con grande scandalo dei salotti buoni, la fusione di due colossi  Siemens (tedesco) e Alstom (francese) che avrebbe prodotto, nel campo tecnologico della mobilità e dei servizi, in specie ferroviari,  prezzi più alti, minore gamma di scelte e minore innovazione, cioè un monopolio UE a danno della concorrenza.

L’intervista della vice Presidente Verstager su Voci dall’Europa, è un richiamo deciso ad una politica che segua il fluire del tempo e che perciò attui le riforme appena se ne presenta la necessità. Lo stesso concetto espresso dal Presidente Draghi nel suo discorso per la fiducia, quando ha citato le parole di Cavour, e cioè che le riforme tempestive rafforzano chi le fa.  E naturalmente  la Verstager  , per fare  nella UE una politica del genere, sottolinea anche la necessità che ogni stato a livello nazionale potenzi il proprio sistema educativo e colleghi tutte le università europee. Soprattutto perché la digitalizzazione lo rende più facile e perfino ora, in piena emergenza, esistono centinaia di migliaia di lavori disponibili per chi sa utilizzare il digitale. La Verstager auspica quindi che, nell’uso del Recovery Fund, l’Italia si concentri sul ridurre il divario digitale tra chi è connesso e chi no, dato che ciò mette in grado di svolgere un mestiere, per di più indipendentemente dall’età. Il settore pubblico dovrebbe essere il motore di questo progetto da utilizzare come spunto per il rilancio delle piccole e medie imprese   Ed anche su questo concetto esiste un robusto parallelismo di fondo con il  forte rilievo dato da Draghi  alla transizione digitale per riattivare  la capacità produttiva italiana.

Infine , la vice Presidente  Verstager  ha sottolineato un altro aspetto politico culturale tipico della cultura liberale, per natura attenta ai fatti. Ha affrontato il tema delle conseguenze della pandemia. E ha espresso concetti di rilievo. Innazitutto, l’aver appreso dal verificarsi della pandemia che si può essere produttivi anche lavorando da casa. E poi  l’aver capito che la nuova cultura lavorativa sarà ibrida (lavoro da remoto e lavoro in presenza per scambiarci conoscenze e impressioni). Inquadrandoli in una osservazione chiarificante: è un cambiamento per cui senza pandemia ci sarebbero voluti anni.

Su questo punto,  tra la Verstager e Draghi è evidente un approccio diverso. Draghi, anche per il suo specifico ruolo, ha dato la precisa indicazione di un fermo impegno per contrastare il pericolo della pandemia. E questo  è un atto di realismo che soddisfa in pieno tutta la cultura  liberale.  La differenza sorge dal come Draghi ha inquadrato il rapporto con la pandemia. All’improvviso ha ripreso le parole del papa, “le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento……… Siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore”.  Ora, è comprensibile  che la pensi così Draghi, il quale, pur fautore dell’impostazione economica del liberale Keynes, si è formato in un liceo dei gesuiti.  Quindi nessuno scandalo. Ciò non toglie che  la cultura liberale sia del tutto estranea (per l’esattezza contraria) all’intendere la pandemia in chiave religiosa. L’agire degli umani non rovina l’opera del Signore (che oltretutto non è statica). Attua quello che consiglia l’esercizio dello spirito critico individuale in base all’applicare il patrimonio di conoscenza acquisito dall’umanità  nel tempo. E le pandemie non nascono da questa attività (eccetto gli errori). Soprattutto, peraltro, la pandemia, nonostante le tragedie provocate, ha anche indotto negli umani dei riflessi di cui il realismo liberale non può che pendere atto con piacere. Perché sono atteggiamenti utili a restare sempre legati all’osservare i fatti concreti, a sperimentare e a non fissarsi sulla convinzione che tutto sia già scritto.

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Sul nuovo governo: come ci si è giunti, come è composto, quanto potrà durare

Il  Governo Draghi ha giurato e quindi si può dare un giudizio sul come ci si è arrivati e sulla sua composizione  nonché  riflettere sulla sua presumibile durata.

Al Governo Draghi si è arrivati con un percorso assai rispettoso  delle procedure della Costituzione. E’ bene che siano state sconfitte le manovre al di sopra del Parlamento avallate per troppo tempo dai mezzi di comunicazione. Il Governo Draghi è nato dalle dimissioni del Governo Conte2  (tuttora con la fiducia delle Camere), in base alle sagge indicazioni del Presidente Mattarella nel  pieno esercizio del suo ruolo,  ed ha poi preso forma nello stile dell’ex Presidente Bce che predilige l’agire al fare discorsi roboanti. Così la sua vasta esperienza tecnica congiunta ad una dimostrata sensibilità nel valutare gli impatti sui cittadino delle scelte economiche – comprovata nel salvataggio dell’euro all’insegna dell’impostazione più coerente dei valori UE, che ha sconfitto l’austerità – è riuscita  a dar vita ad un governo in piena continuità politico culturale con il precedente (l’on. Meloni ha già constatato che nel governo Draghi c’è più di mezzo governo Conte2) .

Al giudizio sulla composizione del Governo Draghi, occorre  una premessa. Il valore effettivo lo darà la sua effettiva capacità d’essere squadra. Lo sguardo ai nomi dei ministri,  consente però alcune valutazioni. Intanto, smentendo i fautori della discontinuità, è un governo con più ministri politici (15) che tecnici (8) ed  un minor peso delle donne rispetto al Conte2  (il genere va  coniugato con la competenza e non è un valore in sé).  Inoltre ci sono due consistenti e caratterizzanti impegni politici. Un rinnovato ruolo al Ministero per la Transizione ecologica (cioè impresa e  cantieri devono aver consapevolezza dei riflessi ambientali) e la volontà di realizzare la transizione digitale nella Pubblica Amministrazione e nella struttura imprenditoriale. Impegni affidati a due tecnici di rilievo, il fisico Cingolani suggerito da Grillo e il manager Colao già utilizzato  da Conte nella tarda primavera 2020  (per preparare il piano di rilancio economico, poi non attuato per le resistenze burocratiche).

Comunque il fatto più significativo nel Governo Draghi è l’assenza di incarichi in tema UE. Il che significa che della materia si occuperà il Presidente del Consiglio. In prima persona – visto che lui è un convinto assertore dei valori del progetto civile UE, parte della ristrettissima schiera di esperti dei suoi meccanismi – e con la collaborazione dei ministri economici, persone a lui molto legate già prima. Non è insignificante anche la scelta di ministri politici, rivali sì ma tutti personalità che nei rispettivi gruppi (anche quello sovranista) svolgono l’attività politica in un quadro moderato ed europeista.

Infine c’è la riflessione sulla presumibile durata. Non se ne parla (nell’illusione che le novità siano eterne). Ma è il vero convitato di pietra, anche perché la durata si interseca con la scadenza di Mattarella tra neppure un anno. Da una parte, l’interrogativo è sulle tensioni per le insoddisfazioni politiche (come reagirà la sinistra barricadiera? peseranno i protestatari del M5S gonfiati dai media contro Grillo? come motiverà il Salvini a spasso la radicale svolta della Lega?). Dall’altra parte , è verosimile che il Governo durerà finché Draghi avrà materia per svolgere il suo compito nell’agevolare il Recovery Plan  mediante programmi italiani  adeguati a finanziare la transizione all’economia ambientale e l’innovazione digitale. Sulla durata, insomma, più che i numeri precisi, penso valga il criterio usato nelle ricette di cucina. Durerà quanto basta.

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Discontinuità e continuità

Nei commenti di vari grossi mezzi di comunicazione sul lavoro del Presidente incaricato Draghi, viene sempre più a galla il disappunto perché il dato distintivo di questo lavoro è la continuità politico culturale e non la discontinuità che quei mezzi vogliono da molti mesi. La discontinuità servirebbe a seppellire la scelta elettorale nel marzo ’18, che ha dato al M5S un’ampia maggioranza relativa in Parlamento e ha portato ad estromettere le precedenti consorterie burocratico finanziarie. Con la discontinuità non peserebbe più il ruolo parlamentare, perché si sarebbe dato di nuovo mano libera ai competenti a partire dal Presidente della Repubblica, cui è attribuito un ruolo che non gli spetta e che lui non cerca.

Con gran disappunto di quegli ambienti, Draghi ha riconosciuto fin dall’inizio la priorità del Parlamento e delle sue scelte. E ha proseguito intessendo incontri con i partiti e con i gruppi parlamentari , cominciando dall’ascoltare le loro indicazioni. Subito i mezzi di comunicazione hanno scritto che attorno a Draghi c’era la ressa (ma era solo disponibilità al confronto, non rinuncia alle rispettive posizioni). Poi, Draghi ha fatto filtrare i punti fondamentali del proprio programma di governo da sottoporre al voto in Parlamento per la fiducia (in primo piano l’europeismo e l’alleanza atlantica, l’uso propulsivo dei fondi Recovery, il vincolo ambientale, il reddito di cittadinanza meglio strutturato, l’attenzione alla struttura produttiva del paese, in specie informatica, decisiva per il futuro). Ma sempre battendo sulla richiesta del venir accettato nel voto in Parlamento. E allora i grossi mezzi di comunicazione hanno cominciato a denunciare il deciso dibattito in corso in partiti di rilievo (tipo M5S, Lega, PD) quasi fosse uno sfregio alla concezione elitaria che Draghi va accettato e basta.

Il colmo è stato raggiunto nei giornali di martedì 9. Attacchi tanto furiosi quanto inconsistenti al M5S , reo di sottoporre il progetto del governo Draghi al giudizio dei suoi iscritti tramite la piattaforma Rousseau. Sul Corriere è scritto che questo giudizio è una liturgia che conta più di un governo di salvezza nazionale, è una messinscena per far decidere a qualche decina di migliaia di persone una questione dell’intero paese; su Repubblica è scritto che incredibilmente il M5S ha fissato addirittura due giorni di conta on line per stabilire se aderire al nuovo esecutivo Draghi. Sono tipiche manifestazioni di una mentalità chiusa ai cittadini, sempre propensa a sostenere gli interessi degli ambienti bene (da appoggiare senza discutere perché loro sanno cosa fare) e non a ragionare sul confronto tra i progetti in tema di come convivere in base ai fatti.

Se Draghi otterrà la fiducia in Parlamento (e noi auspichiamo di sì) , sarà perché il suo è un governo nuovo nelle persone che lo compongono, con un Presidente di comprovata grande esperienza economica (salvo che nella banca ordinaria) e capacità operative in Europa (il che è particolarmente importante) ma in specie perché è un governo di continuità politico culturale (la riprova è la svolta della Lega) fondata sulla continua attenzione alle decisioni degli attori della democrazia rappresentativa.

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