Errori attribuiti impropriamente ai liberali

Il Corriere della Sera pubblica un ampio articolo della Fondazione Einaudi intitolandolo “il ruolo e le idee dei liberali italiani”. Solo che elude il punto centrale per una effettiva politica liberale: che non sono tanto le idee, quanto i comportamenti con esse coerenti che diano un ruolo operativo conseguente alle idee. Anzi. Si fa credere che i liberali si debbano misurare sull’andare oltre il 30% ottenuto lo scorso settembre dagli oppositori della riduzione del numero dei parlamentari. Il che è errato due volte. Primo perché le idee liberali non si prefiggono di essere una maggioranza (una pura illusione vietata dalla realistica consapevolezza del conformismo del paese per il potere), bensì di tessere alleanze su temi influenti per arrivare in Parlamento alla maggioranza. Secondo perché giudicare il taglio dei Parlamentari uno scempio di democrazia, è una contraddizione evidente dal punto di vista liberale. Un liberale non può concepire le Camere come un club di privilegiati da tutelare, dal momento che la rappresentanza è un meccanismo di scelta con le redini sempre nelle mani dei cittadini. Per questo, l’ossessiva opposizione al referendum di settembre, nell’illusione quantitativa di cavalcare un’onda inesistente, non è un seme che darà i suoi frutti, proprio per la sua sterilità in chiave liberale.

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Scalfari: il falso storico sul Risorgimento

L’articolo di Eugenio Scalfari uscito il 27 giugno su Repubblica prende spunto dall’attualità (“in questi giorni si è fatto un gran parlare dello Stato italiano e Draghi ha ribadito che siamo uno Stato laico”), per riproporre un altro  articolo dello stesso autore  scritto all’epoca del 150°  dell’Unità, nel quale ricorda i momenti definiti più affascinanti del nostro Risorgimento. Motivando “per non dimenticare da dove veniamo”. La frase è come minimo molto ambigua, dato che la ricostruzione del Risorgimento fatta  nell’articolo non consente di ricordare da dove veniamo, siccome del Risorgimento Scalfari omette il senso politico effettivo,  elencandone solo i passaggi di cronaca nel quadro di una sottesa ed anacronistica prospettiva consociativa.

Per fare questo, Scalfari intanto tarpa la frase di Draghi nell’aula del Senato, che , intera, dice “il nostro è uno Stato laico, non confessionale “. Dunque toglie “non confessionale”, il che gli permette di non trattare nell’articolo la principale questione politico civile sottostante, derubricandola ad ostilità al Risorgimento del Vaticano e dei cattolici, che contribuiva ad aggravare le altre mancanze del Regno d’Italia su cui invece si sofferma (e tornerò in seguito su questo artificio funzionale).

Poi, Scalfari avvia la sua ricostruzione del Risorgimento fondandola  sull’ interpretare strumentalmente un brano della scrittrice Ingeborg Bachmann “in ogni testa c’è un mondo e ci sono delle aspirazioni che escludono qualsiasi altro mondo e qualsiasi altra aspirazione. Eppure noi tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri se vogliamo che qualcosa vada a buon fine“. Il brano  letteralmente esprime la necessità che ogni convinzione individuale, pur diversa, sia consapevole di doversi rapportare agli altri  per avere efficacia (quindi  è un’osservazione realistica delle relazioni tra i conviventi nella diversità, condivisa in pieno dall’intera cultura laica). Scalfari, invece, la interpreta contrapponendo in modo esplicito i due periodi.  

Il primo significherebbe  che si sta “svolgendo da anni una lotta di tutti contro tutti per la conquista dell’egemonia e del potere, il suo rafforzamento e la sua estensione, senza più alcun disegno del bene comune “. E specifica che un simile atteggiamento è dominante nella scena della politica, dell’economia e del sociale, come le condizioni italiane odierne dimostrano inequivocabilmente. Solo che esprimere concezioni di questo tipo, equivale a rifiutare la realtà del mondo. Perché nel mondo  reale domina il conflitto tra individui conviventi e la sfida politica vera è , in ogni epoca, trovare il sistema di farlo svolgere secondo norme sempre più maturate ed espresse per via democratica., cioè dagli stessi cittadini Quanto al secondo periodo del brano, significherebbe che la soluzione alle lotte del tutti contro tutti indicate nel primo, starebbe nel disporre di un disegno di bene comune. Peccato, secondo Scalfari,  che tale soluzione “è stata del tutto cancellata dallo spirito della nazione”.  Solo che questa tesi del bene comune contraddice l’esperienza storica. Il bene comune non è mai scelto dai cittadini e in democrazia non può venire imposto. Invece fanno la differenza  e fanno   progredire, i risultati tangibili delle iniziative assunte dai cittadini nel quadro delle condizioni rese possibili dalle istituzioni.

Tale impostazione irrealistica, non è fortuita. Consente a Scalfari di evitare il metodo sperimentale dell’osservare i fatti come  all’epoca avvenuti nel tempo. E in conseguenza di non far cenno al disegno politico culturale del Risorgimento che ne ha determinato il successo. La ricostruzione di Scalfari diluisce nei decenni e  affastella  a mò di cronaca i fatti, senza mai evidenziare quelli determinanti nel concretizzare  il disegno unitario. Perché voleva sorvolare su questa cosa. Lui non cerca di illustrare il Risorgimento. Ma di far sembrare che il Risorgimento sia stato un episodio (neppure riuscito bene, fa intendere) da ricordare solo per i principi (i tre della rivoluzione francese) e per il tricolore (della repubblica Cisalpina), dato che, parole di Scalfari, la bandiera dei tre colori è l’icona della continuità ideale tra l’unità del Paese e i valori culturali della modernità. Eppure va rilevato che questi due fattori sono ambedue antecedenti al Risorgimento maturo di oltre mezzo secolo e non sono certo  frutto del Risorgimento.

Scalfari scrive che il Risorgimento fu un esempio della collaborazione degli uni con gli altri affinché qualcosa andasse a buon fine. Queste parole paiono un’ovvietà, ma la sua evidente intenzione è riferirle ad un’epoca di collaborazione intesa come assenza  di contrasti, accantonati in virtù di un disegno di bene comune. Che sarebbe il logo del Risorgimento. Questa fantasiosa visione idilliaca  non può venir disturbata  dall’approfondire lo storico contrasto con il Vaticano, che sarebbe emerso se, nel riferimento a Draghi, avesse mantenuto il non essere l’Italia un paese confessionale. Peraltro quel contrasto non solo fu così forte da perdurare immutato nella sua dura preclusione antirisorgimentale per quasi settanta anni e da allora fino ad oggi con nuove modalità seppure meno eclatanti,  ma principalmente  costituì un aspetto caratterizzante l’intera chiave di volta del successo del Risorgimento nel puntare all’Unità dell’Italia. Del tutto difforme da quel disegno di bene comune cui vorrebbe far credere Scalfari.

Nel lungo periodo del  Risorgimento progressivamente si radicò l’idea dell’Italia.  Ma non ha senso elencare tutte le posizioni senza mettere in rilievo il valore politico chiave  che consentì di arrivare alla meta. Addirittura omettendolo. Il valore politico chiave fu l’incrollabile impegno di Cavour nel costruire con paziente determinazione in ambito europeo le condizioni politiche adatte a consentire l’Unità dell’Italia; e con altrettanta cura, in ambito interno italiano, le condizioni per  introdurre via via di più nella vita pubblica l’esercizio della libertà del cittadino: a livello dei vari stati, restando fermo sul percorso dei molti plebisciti per le annessioni al Regno di Sardegna e , a livello dello stesso Regno di Sardegna, per praticare il principio (già consolidato in Inghilterra) che i governi dipendono dalla volontà del Parlamento e non da quella del Re. Proprio questo impegno sull’estendere la libertà dei cittadini, ha determinato la formula Libera Chiesa in Libero Stato, intorno  cui è sorto il contrasto con il Vaticano (Scalfari non ne fa cenno) ed è la radice della feconda pratica del separatismo Stato religioni (il cui simbolo è la presa di Porta Pia, qui ignorata da Scalfari), che nell’ultimo trentennio è stata riconosciuta come principio di fondo anche dalla Corte Costituzionale.

Questa caratteristica, l’allora Presidente Napolitano la riassunse così. “La grandezza del moto unitario sta precisamente nella ricchezza e molteplicità delle sue ispirazioni e delle sue componenti, la grandezza di Cavour sta nell’aver saputo governare quella dialettica di posizioni e di spinte, nell’aver saputo padroneggiare quel processo fino a condurlo al suo sbocco più avanzato”. Richiamando ulteriormente  “il carattere aperto e dinamico del disegno cavourriano, che non abbracciò immediatamente la ricerca dell’intera unità d’Italia, ma si allargò via via in modo da comprendere e cogliere tutte le esigenze che emergevano dallo sviluppo stesso dell’impresa originaria e dall’evolversi dello scacchiere europeo.”

Il punto è che nella vita reale il conflitto democratico è sempre presente e la sfida è incanalarlo per raggiungere il risultato voluto. La guida di Cavour fece centrare l’obiettivo al Risorgimento organizzando il convergere dei diversi. E consiste esattamente in questo impegno alla costruzione delle istituzioni democratiche aggiornandole, che sta l’effettiva  icona della continuità ideale tra l’unità del Paese e i valori culturali della modernità (riprendendo le parole usate da Scalfari). Che è poi la sostanza di quanto detto da Napolitano nel testo sopra. Scalfari sorvola su tutto ciò e distorce l’idea di laicità del Risorgimento  cui l’articolo è intitolato. Tanto che deve  prendere le distanze anche da Napolitano. Del quale richiama il giudizio secondo cui il moto risorgimentale sboccato nell’Unità ha di gran lunga migliorato le condizioni non solo del Nord ma anche del Sud.  Annotando però  “è certamente così in termini assoluti, ma non lo è in termini relativi”,  subito dopo citando le criticità dei giorni nostri, in specie dei giovani. Perché la stella polare di Scalfari è la concezione totalizzante del disegno di un bene comune definito una volta per tutte. E questo non è laicità. E’ il suo opposto. Il consociativismo.

Trattare il Risorgimento in modo distorto serve a Scalfari per innescare una  ricostruzione sbagliata del da dove veniamo. Vuole che gli italiani si riconoscano in una patria come luogo in cui opera il bene comune di un’identità dedita al conformismo ossequioso del potere, a qualunque livello, non al conoscere e al misurarsi nel conflitto. In questa maniera, vuol rafforzare l’inclinazione a vivere secondo la prospettiva consociativa dell’incontro tra l’ideologia e la religione, dal quale viene soffocato il più possibile l’apporto dell’individuo, che, in quanto tale, costituisce il nemico da battere, perché emblema del disordine della diversità e del rifiuto dell’unità sul vero utopico.

Con tale obiettivo, Scalfari definisce laicità del Risorgimento idee e comportamenti che non sono né laici né risorgimentali. Perché laicità e Risorgimento hanno avviato – in un paese con la radicata tradizione culturale dell’inquisizione e della rigidità cattolica – un processo del tutto contrastante con la logica del bene comune e del conformismo. Il processo che consiste nell’impegnarsi a costruire le condizioni dello  stato dei diritti di cittadinanza piuttosto che dell’assistenzialismo, e a diffonderne il senso di appartenenza civile da adeguare nel tempo.

Il volontario depistaggio consociativo rispolverato da Scalfari con questo articolo è un vergognoso falso storico di cui Non Credo intende segnalare la pericolosità nel formare le nuove generazioni. In chiave laica, certo, ma pure sotto il profilo più genericamente civile.  Sono falsi di questo tipo che aiutano le manovre serpeggianti di permanente avversione allo Stato “nemico”, promosse da chi si ostina a non riconoscere che la nostra libertà di cittadini non si potrebbe realizzare senza uno Stato fondato sulle nostre decisioni. Come fanno le istituzioni laiche.

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Irricevibile la nota di Monsignor Gallagher

Il mondo laico dovrebbe non mostrarsi rassegnato sulle due vicende della nota verbale di monsignor Gallagher a nome dello Stato del Vaticano e della discussione in corso al Senato sul ddl Zan. Può risolvere in coerenza la prima e rendere  di conseguenza  autonoma la seconda.

Il  rimedio della prima vicenda è reso agevole dalle dichiarazioni fatte, nell’ordine di tempo,  dal Presidente della Camera (“il Parlamento è sovrano”) e dal Presidente del Consiglio ( “il nostro è uno Stato laico, non confessionale”). E al tempo stesso, è un rimedio  reso indispensabile da una questione di principio (la laicità istituzionale) e da  un dato di fatto (nessuno è in grado oggi  di prevedere le conclusioni del dibattito sul del Zan). Oltretutto accompagnati da una chiara consapevolezza.  Che, se la nota verbale del Vaticano sarà sul tavolo del Ministro degli Esteri quando il Senato prenderà la sua decisione, di qualunque tenore sia, ne deriveranno accuse alla Repubblica Italiana. Si scateneranno le polemiche contro il Parlamento che avalla l’anticlericalismo sorvolando sui difetti della formulazione Zan rispetto alla libertà di pensiero, nel caso il Senato approvi il ddl Zan nel testo attuale; mentre si scateneranno le polemiche  contro il Parlamento  succube delle indicazioni della Chiesa, nel caso il Senato apporti delle modifiche con ciò rinviando il ddl Zan alla Camera. Dunque il rimedio consiste nell’evitare che la nota verbale del Vaticano resti pendente sulla testa del Governo.

Alla luce delle dichiarazioni  di Fico e di Draghi, tale rimedio sta dunque nella mani del Ministro degli Esteri Di Maio (oltretutto  confortato dal fatto che il M5S si esprime da giorni contro l’ingerenza della Chiesa). Sarebbe perciò opportuno che il Ministro degli Esteri  comunicasse presto al Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, che la nota verbale da lui trasmessa è irricevibile. Lo è in quanto argomentando  “alcuni contenuti della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato“, non è un semplice giudizio negativo (del tutto legittimo) sulla formulazione del ddl Zan ma esprime la pretesa vaticana che il Concordato sia parte inaggirabile del processo legislativo italiano. Tanto è vero che dalle preoccupazioni ripetutamente espresse dalla CEI nell’ambito del dibattito politico culturale, il Vaticano è passato al piano  internazionale e al citare il Concordato, pensato impropriamente come un vincolo.

Sta appunto qui la questione per cui l’Italia dichiara irricevibile la nota verbale di Gallagher. Che l’Italia, in quanto paese laico, pratica il principio di separazione Stato Chiesa. E dunque intende garantire le condizioni perché i suoi organi – in questo caso il Senato – siano liberi di effettuare le scelte ritenute opportune senza ingerenze di organismi religiosi. Risolta la questione della nota verbale Gallagher, il Senato potrà scegliere in piena autonomia in merito al ddl Zan.

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Stati generali del liberalismo

Seconda edizione sul tema IL PARTITO CHE NON C’E’ del 14 luglio 2021 . Introduzione di Enzo Marzo, Lectio Magistralis di Piero Ignazi , discussants Francesca Cucchiara, Vincenzo Ferrari, Riccaro Mastrorillo, Raffaello Morelli, Giovanni Vetritto. Convegno nell’ambito del Premio Critica liberale sulla Libertà attribuito all’ “Ossigeno per l’Informazione” ritirato dal Presidente Alberto Spampinato.

Intervento di Raffaello Morelli

Il mio contributo accenna alle ragioni del declino dei partiti in Italia,  e, in ottica liberale, riflette sul come andare oltre. Muovo da un dato preliminare, solo enunciato ma decisivo. Dall’empirismo scozzese nel ‘600, l’esperienza ha reso sempre più chiaro  che la convivenza si fonda sul crescere della conoscenza tratto dall’osservare i meccanismi del mondo con il rigore sperimentale; ed insieme che tale crescita avviene su impulso delle ipotesi pensate dagli individui e sottoposte al valutare i risultati prodotti. Si scopre e si utilizza la scoperta, non conta immaginare quel che non è. Nei decenni più vicini, poi, ci si è resi conto di un aspetto chiave, vecchissimo ma trascurato. La convivenza si inquadra nel procedere del tempo fisico. E’ la realtà dominante, però finora misteriosa nella  struttura e e negletta fin dall’antichità dalla cultura religiosa e non solo. Nel fare politica è un dato inaggirabile. Qui sta la svolta profonda. Ineludibile per un partito.

Tale dato sperimentale, rafforza l’esigenza che la libertà del metodo individuale debba poter operare nel processo conoscitivo.Cioè il liberalismo è indispensabile (più ancora del partito). In Italia nel trentennio recente, non è avvenuta né l’una né l’altra cosa. Caduto il mito comunista, non è sparito il sistema ideologico (presperimentale) né  è  evolvuto il parlamentarismo dei rappresentanti. Confondere responsabilità penali e responsabilità di gestione politica, ha indotto   un altro tipo di ideologia – l’illusoria palingenesi dell’affidarsi ai pm – dando  colpa delle arretratezze civili agli esponenti del pentapartito, in specie ai partiti  piccoli. Si finse che non ci fossero altre cause del mal funzionamento istituzionale e della corruzione endemica. A cominciare dal consociativismo del potere amicale ad ogni livello.

Da allora, è ulteriormente crollato il dibattito politico culturale e con esso il ruolo del cittadino. Un ruolo sempre esaltato a parole, ma in sostanza sacrificato all’accrescere l’importanza dei partiti, intesi la guida al dover essere. Essendo il dibattito già scarso all’epoca, i cittadini non colsero la differenza abissale tra le indicazioni del referendum elettorale ad aprile ’93 (che abrogando la legge per il Senato  spingeva al maggioritario uninominale a turno unico in cui pesavano le scelte dei cittadini unite al nesso candidati territorio) e la nuova legge di mezza estate, il mattarellum.

Il mattarellum  ribaltò la sostanza del voto di aprile. Riportò al proporzionale, dissimulato con il fine di privilegiare le scelte dei partiti e dei loro dirigenti al posto di  quelle dei cittadini. Venne detta legge maggioritaria che rendeva possibile conoscere la sera del voto la coalizione vincente. Così fu duplice l’imbroglio.  Uno era che non esisteva regola che esplicitasse un quadro maggioritario (c’era il parlamentarismo monco delle scelte personali dei candidati da parte degli elettori., cioè più partitocratico). Due era che  il complicato sistema misto tra uninominale e lista proporzionale con scorporo riduceva il rapporto tra territorio ed eletti, complicando il controllo dei cittadini sui comportamenti dei rappresentanti.

Fino ad oggi gli aggiustamenti della legge elettorale sono stati di rilievo nella forma. Ma fermi al non estendere il collegio uninominale (pur concetto già votato dalla Costituente) e nel dare più potere ai dirigenti dei partiti. E ciò, in mancanza di un approfondito dibattito politico culturale fondato sui progetti, ha finito anche per stravolgere il senso del parlamentarismo, ridotto ad una contrapposizione per bande.

Una simile propensione, al fondo elitaria, scalpita per imporsi. Ci sono tre riprove negli ultimi 15 anni. Le due proposte oligarchiche di riforma costituzionale 2006 e ’16, volute dai governi, passate alle Camere e bocciate dai cittadini nei referendum; e poi, le assurde argomentazioni lanciate per mesi dai mezzi di comunicazione  che i fautori dei progetti oligarchici hanno usato per evitare di ridurre il numero dei parlamentari, inventandosi l’attentato alla democrazia e alla rappresentanza. Meno male che sono state travolte dal voto.

Questa carrellata sul trentennio  di assenza in Italia di un effettivo confronto politico su cultura e progetti (non si parli poi del conflitto democratico), rende chiara la spinta – dalle radici antiche – di chi propone di risolvere i problemi della convivenza democratica con la scorciatoia dei competenti. Nonostante che – nel 2021 va di certo detto – sia un sistema fallito nella secolare esperienza storica.

Per raggiungere lo scopo, i seguaci di tale indirizzo  oscillano tra due opzioni.  I più reazionari, confondendo la libertà con gli istituti storici in cui si è via via incarnata, tentano di continuo di cristallizzare il sistema lasciando il massimo del potere alle tradizionali strutture burocratiche ormai dominanti in Italia, al di fuori dei partiti. I più giacobini tentano di cogliere ogni occasione per  sminuire la capacità del cittadino di incidere nelle scelte delle istituzioni su questioni pubbliche della convivenza. E toglierebbero i partiti.

Nel complesso, l’ultimo trentennio è stata la saga dell’antiliberalismo. Sceso al livello sotto a quello ideologico, e più pericoloso, di adottare strumenti di gestione della cosa pubblica non liberali. Tipica è la loro  insistenza per dare più potere ai competenti contrapponendoli alla politica (cioè alle scelte dei cittadini), laddove i liberali hanno sempre sostenuto e praticato che chi fa politica deve essere  anche competente (cioè la capacità politica premiata dalla preferenza).

Insomma , è pratica diffusa di chi non  è liberale scimmiottare argomenti  liberali e distorcerli. Esser competenti in qualcosa non è di per sé una categoria politica. Per i liberali, tutti i cittadini hanno diritto di avere idee e di scegliere i rappresentanti preferiti, di cui si metterà alla prova la competenza. Invece gli antiliberali propugnano la competenza al posto della politica di governo, ma nei fatti  celebrano i fasti del paese dei balocchi, in cui sono sempre più rari i competenti davvero. Fanno così perché chi sta nel paese dei balocchi è troppo preso dai giochi per disturbare chi governa.   

Ho svolto queste considerazioni sull’ultimo trentennio, per far  vedere come i faticosi sforzi di rinnovamento dei partiti siano fondati sul non accettare l’esperienza storica e come il partito che non c’è  sia frutto di un clima culturale antiliberale. Non parlo per i non liberali. Ma quanto ai liberali, dico che non hanno saputo combattere con lucida coerenza e con la decisione dovuta. Intanto troppi liberali hanno pensato di rimettere in piedi un partito vero e proprio, facendo rivivere il PLI. Un errore. Il PLI venne sciolto nel febbraio ’94 dai delegati al Congresso per evitare le conseguenze dei debiti lasciati l’anno prima dalla Segreteria Altissimo e i liberali, coerenti con il proprio metodo, non fanno rivivere una cosa che non esiste più. Poi, oltre ai nominalismi, l’errore vero sta nel fare negli anni 2000 un partito per organizzare la presenza politica liberale. Oggi è una contraddizione.

Pensare alla struttura Partito Liberale aveva un senso nel 1955 quando Malagodi comprese, a differenza degli scissionisti, che già allora non bastava una rete di notabili. Non aveva invece senso come agì, organizzando il PLI alla stregua di partito delle cellule e delle parrocchie, rigido ed accentrato, per diffondere la verità dei capi. Contrastava con il metodo del liberalismo internazionale e faceva danno alla credibilità ed efficacia dell’azione. Figuriamoci dopo la fine dei blocchi ideologici e in più con l’ aumentata evidenza che si governa meglio la convivenza affidando il più possibile ai cittadini tra loro diversi il processo di sviluppo in base al riscontro dei fatti. Democrazia rappresentativa e parlamento funzionano imperniando le istituzioni sulla centralità del cittadino.

Proprio perché i liberali  sono i più convinti assertori del praticare tale metodo sperimentato, è inconcepibile che si raccordino in una forma partito che di fatto vuol portare alla sua certezza.  L’organizzarsi liberale è necessario, però mai  rinunciando alla metodica duttile ed aperta della libertà che osserva, valuta e si batte per mantenere aperto il circuito civile che evolve e quindi per  rimuovere i privilegi, che si riproducono sempre, oppressivi dell’individuo. Un partito più è strutturato, meno può farlo. Vale per tutti, ma per i liberali è dirimente.

Ci vuole la Formazione delle Libertà (FdL), fluida, che rifugga il predicare l’utopia di un libro sacro e rafforzi l’uso dei risultati sperimentali per affrontare i nodi del convivere che al momento riducono l’esercizio della libertà del cittadino (incluso quello del rapporto con l’ambiente). La FdL raccorda i liberali singoli ma, diversamente dal partito, non li fa sparire, e attiva comuni indicazioni operative attente al dissolvere  i nodi. Di oggi e di qui, non teorici che potrebbero esserci sempre e dovunque. Siccome sta ai fatti sperimentali, non è fondato ritenere il liberalismo un’idea prepolitica e la formazione liberale una sorta di prepartito.  Il liberalismo è il metodo tratto dal ritmo storico del convivere e la formazione liberale è lo strumento flessibile per  fare scelte politiche che massimizzino la libertà materiale del cittadino.

In tale ottica, accenno ad alcune indicazioni operative che, in base all’esperienza, per la Formazione delle Libertà sono prioritarie nel periodo odierno . Comincio dalla indispensabile consapevolezza che il liberismo non va confuso con il liberalismo e tanto meno considerato un suo sostituto.  Come teoria economica autonoma, il liberismo è di per sé una teoria talmente disattenta al parametro libertà del cittadino, dal finire per non tenerne affatto conto; e dunque è un progetto  illiberale (specie se sogna lo stato residuale). Come applicazione della libertà nell’attività economica, il liberismo è solo un derivato del liberalismo, e perciò non può mai prescindere dal rapporto determinante con il parametro libertà del cittadino. Nella vita, l’economia non sta a sé e dipende  dagli impulsi di libertà emessi dall’iniziativa di ciascun cittadino. Fornire la garanzia che l’iniziativa economica privata sia libera (rendendo possibili  quegli impulsi di libertà) è tra le funzioni più importanti  e insostituibili delle istituzioni liberali.

In generale, la FdL rifugge i  progetti definitivi e chiusi in sé, i sistemi fondati sull’autorità di singoli, di gruppi o di classi, le promesse che parlano di speranza senza costruire le soluzioni alle sfide incombenti, l’aggregare con proposte  zeppe di utopie, di sogni, di emotività. E’ impegnata per natura a separare Stato e religioni per tener  libero il cittadino dal conformismo su scelte da lui non fatte. Salvo le valutazioni al passar del tempo e al variare delle cose, la FdL ha di massima 5 punti cardine. La scuola che insegni l’esercizio dello spirito critico e sviluppi le attitudini individuali, predisponendo al cambiamento (oggi l’informatica) e ad affrontare davvero i problemi della vita reale. Cioè l’opposto elle pratiche dei social, che rifuggono il conoscere riflettendo.

Il lavoro in forma intellettuale o materiale, che è il contributo economico di ognuno  alla convivenza. Perciò occorre mantenere condizioni sempre adeguate per promuovere la concorrenza,  per assicurare compensi adeguati ai dipendenti, per sostenere il pieno utilizzo dei soggetti produttivi, umani e no. E battersi perché la globalizzazione sia  solo un mezzo per consentire le relazioni tra gli individui, ad ogni distanza e ad una grande velocità, e mai divenga strumento nelle mani dei più potenti. Occorre  che le istituzioni diano priorità al ridurre la povertà, la quale ostacola l’ uguaglianza nei diritti di ogni cittadino. E che  promuovano la ricerca di  nuove risorse in qualità e quantità, invece che distribuire l’esistente, o con le amicizie o con l’appartenenza associativa, come se non contassero l’iniziativa e la capacità professionali.

Il terzo punto cardine della FdL è far sì che i mezzi di comunicazione diffondano la cultura e le idee circolanti senza discriminazioni (sul tema i libri di Enzo Marzo), condizione  imprescindibile della informazione  e presupposto delle  scelte elettorali. Inoltre vanno eliminati i colossali vantaggi dei motori di ricerca sul web, che influenzano troppo la scelta delle notizie da dare e dispongono a piacimento dei dati personali dei clienti  raccolti alle loro spalle.  In sostanza eliminare il capitalismo della sorveglianza sul cittadino, che lo trasforma in suddito.

Il quarto cardine della FdL  è riportare la giustizia al fine costituzionale, che è applicare le regole vigenti per agevolare la convivenza aperta nella legge, e non per sovrastarla  mediante concezioni elitarie non scelte dai cittadini, quali i pm missionari del contropotere. Via la fuga di notizie sulle indagini in corso, che è la piaga della democrazia nel vanificare il processo in aula. Tali modifiche maturano anche con i referendum, ma non possono eludere il confronto parlamentare.

Il quinto punto cardine è contribuire a far sì che l’UE riprenda il cammino a passo a passo,  che portò sei paesi a collaborare  muovendo non da una identità inesistente ma dallo scambio tra i cittadini per produrre insieme. In seguito all’89, anche l‘Europa  è involuta tornando alla tradizionale politica di potenza e all’economia attenta più alla finanza che al produrre. La nomina Von der Leyen fatta dal Parlamento in disaccordo con il Consiglio degli Stati, ha preso a ricuperare lo spirito delle origini, rispetto a quello posteriore attento alla burocrazia. Ha puntato alla doppia trasformazione dell’economia verso la sostenibilità ambientale e verso la digitalizzazione. Poi nel 2020 è arrivata la fine dell’ austerità e l’inizio dall’assunzione dei rischi finanziari per aiutare i paesi membri colpiti dalla pandemia (esempio delle alleanze liberali). La FdL dovrà insistere perché l’UE dia più spazio alle scelte elettorali dei suoi organi, riduca il peso dei Governi degli Stati membri,  riporti le burocrazie al loro ruolo, prosegua nella politica contro il formarsi di oligopoli digitali che concentrano risorse informatiche svincolate dai cittadini. E non ceda alle lusinghe di chi  vorrebbe un super stato sovrastante e incontrollato. L’UE può essere solo un processo civico che matura nel tempo.

Il dna della FdL è incarnare il metodo di proporre in Italia le soluzioni dei problemi in quel momento, tenendo conto del quadro internazionale senza manie. E’ sul tema del proporre, che sorge la divergenza con la concezione dei progressisti , basata sull’imporre a ciascuno, pur con modi democratici, la propria impostazione livellatrice di eguaglianza non circoscritta ai diritti legali. Ed anche con la concezione dei conservatori, che si prefigge  di esaltare la tradizione e non antepone  lo sciogliere i nodi di arretratezza dei cittadini  annidiati nella quotidianità.

La stessa cultura liberale implica che il rapporto con queste due concezioni sia pragmatico. Mai rinunciatario e mai mischiato (tanto meno ridotto ad un aggettivo). La FdL opera, come i liberali UE, con alleanze su temi che attuino un progetto di libertà; visto che privo di progetti di libertà,  il governo non può realizzare la miglior convivenza civile. Protraendosi il Governo delle due concezioni progressista e conservatrice, tende a marginalizzare i cittadini e a vanificare ogni traccia di politiche della libertà. Così presto o tardi si innesca una sorta di rigetto, come nel marzo ’18. Voto che ha scompigliato l’establishment, cui sono crollati  i riferimenti consolidati e le reti d’influenza sugli eletti. Ancor oggi, il risultato non è digerito. Contro l’usurpatore M5S, si accaniscono i restauratori sospinti dai media orfani delle relazioni privilegiate.  Solo che, a parte il merito certo di aver fatto  argine all’inquinamento ed evitato la risposta di destra, il M5S non ha avuto né la cultura né l’esperienza né il progetto per formulare proposte utili a raddrizzare le storture dei governi dei progressisti e dei conservatori.

La FdL per esistere non deve avere le fisime del Partito tradizionale che sogna l’autosufficienza alternativa. E non deve cercare l’aumento dei propri suffragi oltre una soglia minima. Il meccanismo rappresentativo non può eliminare le diversità  e consente di convergere solo su alcuni temi, non su tutti. Di qui l’importanza della fermezza sui punti cardine e dell’allearsi via via per realizzarne una parte. L’astro dei liberali è il cittadino che esprime il suo spirito critico sui fatti reali, senza mischiarli alle teorie immaginate, che, nel conoscere il mondo e in politica,  fanno solo danni e gravi. Per raccordare questi cittadini, la FdL dovrebbe partire dal dotarsi di una  Piattaforma da remoto, che ha un costo abbordabile e potenzia il confronto delle idee, immediato e al riparo degli eccessi emotivi che la presenza fisica gonfia.

Il fine FdL è contribuire a mutare nel profondo i valori della società attuale, che si bea di essere  società dello spettacolo e del potere senza visione. Per i liberali i soli influencer possibili sono il metodo sperimentale e lo spirito critico. Che, conoscendo, si adatta alla realtà (mai la pensa fragile) e non rincorre architetture che risolvano i rischi della vita in eterno. Le sfide della natura, oggi il Covid19, continueranno. Per vivere non serve fotografare l’oggi. Perché le fotografie non hanno la dimensione tempo. E senza tempo non esiste vita. Il liberalismo politico è l’unico che non prescinde da questa realtà. Perciò i liberali si possono raccordare solo con una formazione fluida. Che trae dai fatti le indicazioni sui nodi da sciogliere e con l’esperienza della libertà elabora le proposte su come farlo.

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La tesi corrente e sbagliata sul privato

Il problema c’è da anni ma  due articoli lo stesso giorno nella pagina del commenti  del Tirreno – provenienti da due parti politiche contrapposte e su un tema importante per la convivenza –  esigono una puntualizzazione chiara. I Progressisti in Cammino danno per certo che la gestione del sistema idrico sia un assetto misto privatizzato (auspicandone la ripubblicizzazione) mentre  la Lega del Consiglio Regionale  annuncia che la raffineria di Stagno è di proprietà dell’ENI, cioè di un privato, il quale illude sulla bioraffineria e non segue gli indirizzi UE. Non è vera nessuna delle due asserzioni che definiscono private gestioni che non lo sono. La gestione del sistema idrico, fin dai tempi del referendum sull’acqua nel 2011, è per oltre il 90% di varie società partecipate a larghissima maggioranza pubblica; mentre l’ENI è del 30,33% dello Stato e del 48,29% di Investitori Istituzionali, cioè, come tutti riconoscono, il Ministero dell’Economia e delle Finanze  ha il controllo della gestione.

L’errore odierno dei Progressisti in Cammino e della Lega non è peraltro isolato (affermano lo stesso praticamente tutti i gruppi politici)  ed esprime la mentalità corrente nel paese, distorta nel profondo. Secondo cui, solo la parte pubblica, sarebbe in grado di assicurare gestioni  più efficienti e più eque di beni pubblici, come l’acqua o come il trattamento dei rifiuti. Tesi smentita dai fatti reali. Nel settore acqua le tariffe sono alte e gli acquedotti presentano disfunzioni molto gravi; mentre nel settore dei rifiuti sono alti i livelli di inquinamento e l’ENI recalcitra (producendo CO2 dagli inceneritori di vecchia tecnologia)  sulla linea verde imposta dall’UE da un biennio (e oggi condizione per avere i soldi UE del PNRR). Eppure in tutti e due i casi, la proprietà rientra nel pubblico, che per di più non esercita i controlli sulla gestione e i suoi risultati. Tuttavia la tesi errata viene usata lo stesso perché rassicura i cittadini sventolando la speranza che, se lo Stato non funziona, è colpa del partito che non lo fa funzionare (e così il dibattito verte solo su di chi sia la colpa).

E’ ora che gli italiani  smettano di affidarsi all’emotività delle favole loro propinate e riflettano sui dati reali. Il settore  dell’acqua potabile, quello del trattamento rifiuti  e in generale l’intera macchina pubblica, non sono teoria bensì meccanismi reali, il cui funzionare dipende da una serie di fattori noti, che devono svolgersi con precisione  e con professionalità. Chi sia il proprietario, conta solo nella misura della sua capacità di far ruotare efficacemente il meccanismo. Mentre è decisivo che la pubblica istituzione svolga il compito principale (specie nel caso di impianti di servizi civici), che è quello di controllare che gli impianti funzionino correttamente.

Nei casi in esame, le istituzioni non svolgono bene né il ruolo dell’esser proprietari (come sono) né, ed è ancor più grave, i controlli sul come funzionano gli impianti. Il tutto con costi enormi di tipo sociale (i disservizi subiti dal cittadino) e di tipo democratico (perché i costi dei disservizi e dell’opaco sistema degli utili filtrati dai burocrati delle concessionarie e dell’ENI, sono a carico dei contribuenti).

E’ indispensabile ed urgente che i cittadini divengano consapevoli che svolgere bene il loro ruolo è la sola strada efficace. E perciò concentrino l’attenzione sul  funzionamento effettivo degli strumenti utilizzati per i servizi pubblici, fondando il proprio giudizio di elettori su questo aspetto , non su promesse utopiche e ancor meno sulle amicizie.

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Con quali inceneritori trattare i rifiuti

C’è un altro argomento assai di rilievo per l’Italia, che i giornalisti delle testate più grosse seguono poco e male. La vicenda del trattamento dei rifiuti  e dell’azione del Ministro Cingolani al riguardo. Il motivo essenziale sta nel fatto che da un dozzina d’anni il dibattito sull’ambiente nel nostro paese viene esposto secondo le tesi di Zero Waste Italia, un’associazione ambientalista sostenitrice che si deve arrivare ad avere zero rifiuti. Si tratta del tipico sogno ambientalista irrealizzabile oggi e per moltissimi anni, che con il proprio massimalismo è utile all’ENI (che è di gran lunga la maggior impresa nel settore della trasformazione) per fare scena e non pensare davvero a cambiamenti virtuosi in chiave ambientale.

Di fatti, a grandi linee la situazione è questa. I rifiuti urbani sono circa il 70%  del complesso dei rifiuti, quelli industriali un 25%, quelli ospedalieri un 5%. Ora come ora, viene riutilizzato circa il 40% dei rifiuti urbani (e il 50% degli industriali)  e il restante 60% (l’altro 50% degli industriali) viene immesso in impianti di incenerimento o avviato in discarica. Tutti i rifiuti ospedalieri vanno in  impianti di incenerimento. Ovviamente,  gli impianti di incenerimento e le discariche producono inquinamento in maniera rilevante, seppure in modo differente.    

Essendo questi i grandi numeri del settore rifiuti, il problema non può essere – come grida Zero Waste con toni apocalittici – quello di  avere zero rifiuti inquinanti, bensì quello realistico di introdurre nel trattamento dei rifiuti urbani (che sono quasi 3/4 del totale) una tecnologia di impianti che riduca al massimo  la quota di rifiuti da incenerire. Oltretutto la martellante propaganda per i rifiuti zero (al momento pura utopia), è utilizzata, come detto prima, dai grossi titolari del trattamento, che si servono dell’impossibilità di azzerare i rifiuti urbani da incenerire o avviare in discarica, per non studiare il modo  di ridurre fortemente la loro quantità  e quindi il corrispondente inquinamento. Tra l’altro cosa possibile, perché oggi esistono particolari impiantistiche tecnologiche in grado di far scendere la quota di rifiuti urbani da incenerire o inviare in discarica da quel 60% al 15%  (ad esempio, un trattamento meccanico biologico evoluto). A tale proposito va segnalato il  dato clamoroso dell’ENI che in altri paesi punta su tecnologie a minor impatto ambientale, ma che in Italia persiste nell’uso di inceneritori, limitandosi a dissimulare la propria scelta industriale denominandoli in vari modi che non mutano il loro essere inceneritori.  

Di fronte ai mezzi di comunicazione che danno grande spazio alle grida rifiuti zero, il Ministro Cingolani – il quale tra l’altro è un esperto del settore  e sa benissimo quale sia lo stato dell’arte sotto il profilo tecnico – pronuncia discorsi più inclini a lisciare il pelo a Zero Waste che a spiegare ai cittadini quale comportamento intenda tenere. Ma il PNRR e la Commissione UE stanno facendo venire il nodo al pettine. Non basta più che Cingolani dica che  l’inceneritore è intanto  meglio di camion pieni di nettezza che percorrono centinaia di chilometri. Perché il problema non è quello di eliminare gli inceneritori (come vorrebbe far credere Zero Waste Italia), è quale tipo di inceneritore sia oggi sostenibile. Vanno rispettati sei parametri UE che individuano il danno non significativo, tra cui ci sono  l’economia circolare e le emissioni di sostanze inquinanti. E i progetti dell’ENI non li rispettano (vedi il nuovo progetto per trasformare l’impianto di Stagno, Livorno, in cosiddetta bioraffineria, che lascia di fatto immutata la quota del 60% )  eppure vorrebbero essere finanziati dal PNRR. Mentre l’obiettivo dell’economia circolare è agevolmente raggiungibile, adottando il sistema di trattamento meccanico biologico , che innesca una vera e propria fabbrica dei materiali fornendo grandi possibilità di riutilizzo.

Il Ministro Cingolani, invece che semplificare le procedure di impianti che usano combustibile solido secondario e fanghi, dovrebbe attivarsi senza incertezze per indurre l’ENI – non solo con i fondi PNRR ma anche con quelli propri – a seguire una strada che produca quantità ridottissime di CO2 rientranti negli indirizzi UE. In questi giorni l’ENI ha invece detto che stoccherà la CO2 prodotta in miniere o in aree sottomarine, artifici che non possono rientrare nella politica di transizione ecologica e di economia circolare di cui parla il Ministro Cingolani. 

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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Peccare in opere ed omissioni (a Stefano Folli)

Caro Folli,

il Suo articolo di stamani su Repubblica espone con chiarezza lo stato dell’arte della discussione sul ddl Zan al Senato, ma lo fa omettendo completamente  il quadro più complessivo  della vicenda. Da circa due settimane, il merito del ddl Zan non può essere separato dalla vicenda della nota verbale del Vaticano che ha eccepito una violazione del Concordato.

Questa nota verbale non è aggiungibile ai legittimi interventi della CEI che da tempo , nell’ambito del dibattito culturale italiano, hanno espresso la contrarietà della Chiesa al riguardo. La nota verbale ha fatto volutamente un salto d’ambito politico istituzionale affermando che “alcuni contenuti della proposta legislativa riducono la libertà garantita alla Chiesa cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato“. Di questo salto gli italiani e le istituzioni non possono non tenere conto. E ancor meno può farlo un giornalista che fotografa la situazione.

Se il Senato prenderà la sua decisione (qualsiasi essa sia) senza che l’Italia non abbia replicato formalmente alla nota verbale, ciò innescherà un dibattito politico assai distorto. Se saranno sconfitti i fautori di un testo immodificato, diranno che il Parlamento si è piegato alla volontà clericale della Chiesa. Se invece saranno sconfitti i fautori del modificare il testo Zan, diranno che il Parlamento ha rispolverato l’anticlericalismo anche a costo di violare rilevanti aspetti della libertà di pensiero. In ambo i casi, il dibattito su ddl Zan sarà portato impropriamente  sul tema della separazione stato religioni, diversamente aborrito nella sostanza da tutte e due le parti ma che continua a manifestare il suo realismo saggio e ineludibile nella convivenza.

Oltretutto, questa pessima prospettiva di lasciare incombente sul Senato la nota verbale, potrebbe essere sventata con un comportamento politico coerente. Siccome, il Presidente della Camera ha detto “il Parlamento è sovrano” e il Presidente del Consiglio ha ribadito in Aula  “il nostro è uno Stato laico, non confessionale”. Allora, perché queste dichiarazioni non siano parole al vento, sarebbe conseguente che il ministro degli Esteri comunicasse alla controparte vaticana la “irricevibilità” della nota verbale prima della decisione del Senato. E’ l’unica strada che mette al riparo l’autonomia del Senato , garantendo che , come si conviene ad uno stato laico, il dibattito e le  decisioni vengano assunte senza ingerenze di organismi religiosi. Il Tevere non può restringersi, anzi  va allargato, se si vogliono proficui rapporti tra l’Italia e il Vaticano.

Ritengo che esporre lo stato dell’arte della discussione sul ddl Zan al Senato non possa omettere queste considerazioni.

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Irricevibile (2)

Due settimane dopo il commento “irricevibile” fatto a caldo sulla nota verbale del Vaticano, la novità degli ultimissimi giorni è la quasi certezza che al Senato il ddl Zan non ha i voti per essere approvato nel medesimo testo giunto dalla Camera (Italia Viva vuol modificare due articoli). Quindi il ddl Zan ritornerà a Montecitorio. Il che significa il naufragio della campagna  per imporne  l’approvazione  a prescindere dai limiti del suo testo attuale. E’ una novità che aggrava il problema sorto nelle relazioni Italia Vaticano. Non perché il ddl Zan vada approvato  così com’è a tutti i costi. Ma appunto perché  il Senato prenderebbe una decisione mentre incombe la nota verbale del Vaticano.

Dopo che la notizia della nota verbale è divenuta pubblica, prima  il Presidente della Camera ha detto “il Parlamento è sovrano” e poi il Presidente del Consiglio ha ribadito in Aula  “il nostro è uno Stato laico, non confessionale”. Dichiarazioni inequivoche, cui deve  seguire un comportamento altrettanto inequivoco. Quello del Ministro degli Esteri che sancisca come per l’Italia quella nota verbale sia irricevibile. Il motivo evidente sta nella stessa argomentazione che essa adopera. Asserire “alcuni contenuti della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato“, ha un solo significato:  la pretesa vaticana che il Concordato sia parte inaggirabile del processo legislativo italiano e dunque che la Chiesa abbia titolo per intervenire nelle scelte del nostro paese.  Ne è una conferma il fatto che la nota verbale del Vaticano viene dopo le ripetute contrarietà espresse legittimamente dalla CEI nell’ambito del dibattito culturale nazionale. Non essendo state sufficienti, il Vaticano è passato al diritto internazionale e al Concordato. E questa pretesa interpretativa del Concordato è inaccettabile per uno stato laico.

Non è una disquisizione formale. Se la dichiarazione di “irricevibilità” non arrivasse in tempo, la decisione del Senato innescherà un dibattito politico assai distorto. Nel caso si realizzi la novità sopra illustrata, gli sconfitti fautori di un testo immodificato, diranno che la maggioranza si è piegata alla volontà della Chiesa. E così depisteranno il dibattito sulla necessità di modificare un ddl Zan troppo impositivo , portandolo impropriamente  sul tema della separazione stato religioni, di cui gli sconfitti non sono davvero sostenitori. Cosa analoga (seppure all’opposto)  avverrebbe nel caso la novità sopra illustrata non fosse confermata dal voto. Perché allora gli sconfitti fautori del modificare il testo del ddl Zan diranno che la maggioranza ha rispolverato l’anticlericalismo anche a costo di violare rilevanti aspetti della libertà di pensiero. Di nuovo un modo distorto di affrontare  il tema della separazione stato religioni, di cui le destre sconfitte non sono davvero sostenitrici. La laicità istituzionale deve impegnarsi  per evitare polemiche strumentali causate dall’inerzia del governo in una materia delicatissima .

Il mondo liberale e laico si augura che il Ministro degli Esteri comunichi la “irricevibilità” della nota verbale prima della decisione del Senato. E’ l’unica strada che mette al riparo l’autonomia del Senato , rendendo così concrete le dichiarazioni di Fico e di Draghi e garantendo che , come si conviene ad uno stato laico, il dibattito e le  decisioni vengano assunte senza ingerenze di organismi religiosi.. Il Tevere non può restringersi, anzi  va allargato, se si vogliono proficui rapporti tra l’Italia e il Vaticano.

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Una proposta sbagliata contro il trasformismo in Parlamento

Il Partito democratico vuole inibire il trasformismo parlamentare, cioè il cambio di gruppo di appartenenza di ciascun rappresentante eletto. Per farlo, all’interno della proposta di riforma dei regolamenti parlamentari di per sé lodevole, ha introdotto una norma per disincentivare il passaggio da un gruppo all’altro. Chi abbandona il gruppo con cui è stato eletto perde qualsiasi diritto di appartenenza ad altro schieramento, compreso il Misto. Sarebbe un eletto senza gruppo e quindi senza i non trascurabili benefici che quest’apparenza comporta.

È una norma pericolosa e liberticida che finisce per illudere e confondere i cittadini. I parlamentari devono avere il diritto di cambiare gruppo di appartenenza in rappresentanza nell’interesse dei cittadini che li hanno votati. Le furbizie e i calcoli personali di alcuni parlamentari (dovessero essere anche tanti) non possono essere impediti per legge bloccando le scelte genuine di altri eletti nell’interesse dei cittadini. Devono essere i cittadini a punire o premiare quella scelta attraverso il voto e quindi una legge elettorale consona.

Il Partito democratico ha il merito, finalmente, di voler (provare) a riformare i regolamenti parlamentari per rendere più efficienti le attività di Camera e Senato in rappresentanza dei cittadini. È un atto dovuto quanto urgente dopo il successo del referendum e quindi della riforma per la riduzione dei parlamentari a 600.

In questo contesto il trasformismo parlamentare non ha alcun rilievo, cioè non causa alcuna frenata delle attività istituzionali. Non è nemmeno un pericolo per la democrazia parlamentare.

Un parlamentare dovrebbe poter essere libero di abbandonare una forza parlamentare che non rappresenta più i cittadini che lo hanno eletto e trovare un’altra collocazione che meglio gli consenta di perseguire gli interessi della comunità.

Il Partito democratico ha colto che i numeri sono importanti per conservare l’idea che, una volta compiuta la scelta elettorale, i gruppi parlamentari siano i soli referenti dei confronti nelle Camere. Di conseguenza soffiano sull’emotività e sullo sdegno dei cittadini verso il parlamentarismo. La pratica del trasformismo è stata crescente. In tre anni si sono registrati 259 cambi di casacca: 138 deputati hanno cambiato gruppo per 171 volte; 65 senatori hanno cambiato casacca 88 volte; un Parlamentare ha cambiato cinque gruppi; in otto lo hanno cambiato tre volte.

Con questa legge il Partito democratico pensa di conquistare voti tarpando le ali a chi vorrebbe cambiare gruppo nell’interesse dei cittadini. Chi cambia è un trasformista che tradisce il mandato parlamentare. Ma non è sempre così. E con questa proposta di legge il Partito democratico arreca in pratica un danno al parlamentarismo.

Il problema, invece, è nel processo di selezione dei candidati al Parlamento, e quindi nei processi interni ai partiti, e nella legge elettorale.

Vi è anche un problema di comunicazione tra candidati, eletti, e cittadini. Così come funzionano oggi processi di selezione, legge elettorale e responsabilità dei parlamentari eletti (accountability), i cittadini hanno poco o addirittura per nulla controllo dell’operato degli eletti nel proprio collegio.

Non possono – o lo potrebbero fare con molta fatica e impegno temporale (in questo i media non aiutano) – monitorare il comportamento dei propri eletti, e quindi decidere se un’eventuale cambio di gruppo sia stato necessario e benefico.

Introducendo più trasparenza sarebbero i cittadini a scegliere. Il Partito democratico invece, alla ricerca ideologica di una legge perfetta che decida per i cittadini, vuole limitare la libertà di iniziativa politica. In realtà, così facendo, conferisce ancor meno potere agli elettori (attraverso il voto) assegnandone ancora di più ai partiti e ai capo partito che fanno le liste elettorali. Fidelizza ancor di più gli eletti al capo, distogliendoli dal vero obiettivo che non è rappresentare il partito e i suoi capi, ma i desideri dei cittadini.

Il Partito democratico dimostra di volere un parlamentarismo snaturato in partitocrazia (allineandosi, una quindicina di anni dopo, alla proposta di Silvio Berlusconi di far votare solo i capigruppo, dando a ciascuno di loro tanti voi quanto erano i deputati del rispettivo gruppo).

Il Partito democratico dovrebbe impegnarsi a sbloccare le liste in una nuova legge elettorale (o collegi uninominali o proporzionale con preferenze), spingere per un voto sui progetti alternativi più che sui simboli, favorire la trasparenza circa i comportamenti politici, avvicinare gli eletti ai propri colleghi e stimolare il potere decisionale (e quindi l’interesse) dei cittadini. In altre parole, si dovrebbe preoccupare di come riattivare la partecipazione civile, non l’ubbidienza agli ordini di partito. Ed anche capire che la scarsa affluenza al voto è sintomatica di tutto questo impegno a sminuire il parlamentarismo.

Raffaello Morelli Pietro Paganini


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Referendum propositivo su trattamento rifiuti

Il COMITATO OLTRE L’INCENERITORE , dpo la richiesta di Referendum Propositivo del 10 aprile 2019  dichiarata ammissibile il 26 aprile 2021, la cui raccolta di firme è stata chiusa il 3 giugno 2021, ha avanzato nuova richiesta di Referendum Propositivo sul seguente quesito:

Volete che il Consiglio Comunale di Livorno   – contestualmente  all’impegno  di impedire la costruzione di nuovi impianti di incenerimento e/o gassificazione e/o di riciclo chimico in città e di operare per alleggerire l’attuale pesante stato di inquinamento dell’area labronica – decida l’immediata creazione di nuove attività di trattamento meccanico e biologico di tutti i rifiuti urbani che, con almeno l’80% dei rifiuti immessi negli impianti, producano materiali e/o manufatti e/o prodotti comunque riutilizzabili e/o riciclabili da reimmettere sul mercato, in sostituzione dell’impianto di incenerimento dei rifiuti oggi esistente che dovrà essere spento entro il 31/03/2023??

Hanno sottoscritto Tiziana De Memme, Franco Fantappiè, Raffaello Morelli, Simona Natali, Enea Santaniello, Marco Cannito

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