Abbiamo dimenticato l’eredità risorgimentale

Scritto per il bimestrale NON CREDO

Celebrare il Risorgimento e i suoi comportamenti nel rapporto tra nascente Stato italiano e Chiesa Romana, non basta certo a dirsi risorgimentale e laico. Per dirlo è necessario comportarsi oggi in un modo analogo a quello coerente e deciso di allora,  così da confermare la laica separazione Stato Chiesa e l’esclusiva competenza dello Stato nel governo civile. E’ una questione essenziale, che non si risolve con le parole.

A metà ottocento,  il motto di Cavour “libera Chiesa in libero Stato” costituì il rilevante strumento operativo della politica del Regno del Piemonte prima e del Regno d’Italia poi, che servì ad iniziare il  percorso lungo cui costruire la faticosa supremazia dello stato laico. Furono fatti e non parole. Oggi non basta richiamare quel motto. Occorre realizzarlo applicandolo senza sconti ai problemi attuali.  E impegnarsi a fondo contro chi continua a lavorare in vario modo per impedirne l’attuazione.

Prendiamo un esempio degli ultimissimi giorni. Per circa tre giorni dal 6 marzo, praticamente tutte le testate italiane hanno manipolato a fondo la notizia che il Presidente Biden  sospendeva i brevetti farmaceutici per dare ai paesi poveri l’accesso gratuito ai vaccini. Seguita a ruota da un intervento di Papa Francesco che enfatizzava la necessità di un internazionalismo dei vaccini. Con il motivo che, parole sue,  proteggere la proprietà intellettuale è il virus dell’individualismo e che le leggi di mercato o di proprietà intellettuale non devono stare sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità. Parole conformi alla solita dottrina cattolica. Fingendo di fare il bene dei cittadini, li ingannano negando loro di conoscere i fatti del mondo e allontanandoli dall’impegno nella ricerca sui  farmaci.

Ebbene, è ovvio che i laici riconoscono anche al Papa il pieno diritto di esercitare la propria libertà di culto. Solo che le testate italiane hanno diffuso la proposta Biden inquadrata nella tesi papista, in un’ottica opposta al separatismo risorgimentale. Urge che i laici lottino contro quest’opera di disinformazione civile. Per tre giorni le testate italiane hanno asserito che la dichiarazione di Biden era condivisa da Macron e dalla Von der Leyen nonché dal Papa. Due inesattezze. Una è il dato di fatto che la Von de Leyen non ha detto di essere d’accordo ma solo di essere disposta a discutere l’idea di Biden. Dunque è stata propalata una notizia falsa, pur di suonare la grancassa. La seconda è che la notizia sui brevetti è stata data  con un taglio del tutto fuorviante per l’opinione pubblica.

L’intero arco dei  mezzi di comunicazione italiani ha definito la proposta Biden come una grande novità capace di risolvere i problemi dei più deboli attraverso il restringere i diritti di proprietà. Ciò  è falso sia rispetto alla realtà della campagna Biden (non una novità ideologica ma una mossa di politica internazionale, in sé ignorata apposta in Italia), sia  rispetto a cosa significhi sospendere i brevetti (equivale a ridurre le risorse per la ricerca dei nuovi farmaci, cosa che indebolisce le cure e la salute).

La prima falsità serve a nascondere che gli Usa puntano a contrastare l’espansione cinese e russa (che offre vaccini gratis in cambio di peso locale), imitandola. Ai Paesi poveri non basta avere le formule dei vaccini, dovranno rivolgersi alle multinazionali del farmaco per ricevere sostegno tecnico. In altre parole, la mossa Biden non intende seguire la tesi papista, vuol fornire accesso al brevetto per difendere  meglio gli interessi americani delle case farmaceutiche. La seconda falsità serve a propagandare in Italia la concezione religiosa secondo cui la sola strada concreta per combattere la pandemia è interessarsi al bene comune sulla salute tralasciando di interessarsi ai diritti della ricerca e della proprietà intellettuale sulle terapie. Anche qui, la realtà è assai diversa. Da un lato, i dati dei numeri dimostrano anno dopo anno che i paesi ove è maggiormente tutelata la proprietà intellettuale,  innovano e crescono economicamente più degli altri. Dall’altro lato, è un dato della vita che la cura della pandemia sono le medicine e non le litanie religiose. Non a caso la narrazione clericale sviluppata in Italia dai mass media è alla fine miseramente crollata dopo la risposta venuta dalla riunione dell’UE.  Che ha sconfessato la linea adulatrice e che ha richiesto polemicamente a Biden di togliere il blocco alle esportazioni dei vaccini in Europa.

Insomma, le testate italiane hanno calpestato l’idea di autonoma separazione istituzionale (quindi  lo spirito risorgimentale proteso a realizzarla).  I laici non possono evocare il Risorgimento  se non combattendo  contro chi non svolge oggi la sua professione di giornalista e così non informa. Il cuore dello spirito risorgimentale chiede di mantenere funzionante  il meccanismo dell’informare il cittadino, la base del giudizio elettorale autonomo e non conformista.

I laici non  possono  avere indugi nel condurre una critica serrata contro il modo di agire dei mezzi di comunicazione, i quali si preoccupano a tutti i costi di blandire il consenso del potente clericalismo italiano (utile per le inserzioni pubblicitarie e le vendite), dimenticando la propria funzione precipua che è essenziale per  la libertà del cittadino. La smemoratezza è confermata dal fatto che, sull’argomento, nessuna testata italiana ha riportato  una notizia significativa. La proposta della Germania e dei Paesi nordici di potenziare subito il già esistente programma volontario non centralizzato, Covax. Che si propone di aiutare i paesi a più basso reddito perché possano vaccinare una quota consistente dei loro cittadini. In questo modo, attivano comportamenti in via autonoma (tipici dello spirito risorgimentale), resi possibili dal disporre materialmente delle dosi vaccinali contro la pandemia esistente. Dunque una collaborazione che fa fronte alla pandemia, senza perdere di vista che vanno curati i singoli   e senza cadere nel bene comune mondialista che non vuole i comportamenti individuali.

La disputa dei brevetti è un esempio concreto su un problema vivo della necessità di mantenere lo spirito risorgimentale. Dimenticare il Risorgimento  non è uno sbaglio storico, è un errore politico attuale funzionale  al  dare via libera alle ricette clericali che , un volta di più, soffocano l’autonomia degli individui nelle istituzioni.

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Una lettera di Conte e il gruppo liberale UE (a Guy Verhofstadt)

Caro Presidente,

qualora non avesse avuto modo di approfondire la cosa, Le segnaliamo la lettera del prof. Giuseppe Conte apparsa sabato (8 Maggio) sul Corriere (per semplicità l’alleghiamo in calce) in cui esprime cinque punti cardine della politica del M5S nella UE.

Questi cinque punti ci paiono non distanti dall’impostazione liberale (almeno da quella a noi nota). E ci pare potrebbero consigliare una nuova valutazione del rapporto con i deputati italiani di quel gruppo, che, respinto due anni fa dai liberali, è ora assai tentato dall’accordo con i Socialisti.

In generale ci pare che del resto, in Renew Europe, già sia stato fatto un accordo con Macron la cui anima liberale è assai volatile (come ha dimostrato con l’incredibile avvallo della furbesca proposta USA di sospendere il diritto di proprietà dei brevetti, per fortuna poi ridimensionata dall’UE), In particolare, rafforzare il rapporto dei liberali con il gruppo M5S italiano sarebbe utile per riequilibrare le politiche dei gruppi che in Italia, nel recente referendum del settembre 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari, hanno assunto posizioni assai poco collegate ai principi del liberalismo e assai attente ai propri interessi di bottega.

Restando a Sua disposizione se volesse chiarimenti, porgiamo i migliori auguri di buon lavoro

Raffaello Morelli Pietro Paganini

Lettera di Giuseppe Conte al Corriere della Sera | 08 maggio 2021

Una proposta articolata su salute, lavoro, economia, multilateralismo e democrazia partecipativa

Quest’oggi avrà inizio, ufficialmente, la Conferenza sul Futuro dell’Europa. È un’occasione straordinaria per programmare il nuovo corso dell’Unione Europea, rendendo più forti e trasparenti le sue strutture democratiche, più efficaci e partecipati i suoi processi decisionali, ancora più ambiziosi i suoi pilastri programmatici. Veniamo da lustri segnati da molteplici crisi economiche, sociali, sanitarie, che hanno messo a nudo tutte le fragilità della nostra casa comune. Ora, a distanza di quasi 14 anni dalla firma del Trattato di Lisbona, siamo chiamati a compiere un risoluto passo avanti, in direzione di un Umanesimo europeo, che abbia al centro la dignità della persona, e ci restituisca il senso di un progetto comune, che non sia solo uno spazio economico condiviso, ma una ricca e articolata comunità di valori, con chiari e ambiziosi obiettivi comuni.

L’esperienza di governo sin qui maturata e il lavoro svolto dal Movimento 5 Stelle a Bruxelles mi spingono a formulare una proposta articolata su cinque punti, «cinque stelle europee»: salute, lavoro, economia, multilateralismo, democrazia partecipativa.

  1. Un’Europa della salute per curare chi soffre e prevenire le minacce future. Dobbiamo rafforzare le competenze e gli strumenti dell’Ue in ambito sanitario. È interessante, ad esempio, il progetto di una nuova Agenzia europea per la ricerca biomedica avanzata, ma bisogna puntare più decisamente agli investimenti comuni e alla cooperazione nell’ambito della ricerca scientifica, anche in vista di una maggiore sicurezza alimentare, allargando le frontiere dell’innovazione, della telemedicina, della prevenzione. La salute deve essere tutelata nello stesso modo in ogni angolo dei nostri territori.

Il 21 maggio 2021, si svolgerà, a Roma, nell’ambito del G20, il Vertice mondiale della Salute: una iniziativa, che, insieme alla presidente von der Leyen, abbiamo fortemente voluto per rimettere al centro di qualsiasi iniziativa il paziente e valorizzare le straordinarie professionalità del personale sanitario italiano ed europeo.

  1. Un’Europa sociale per rafforzare i diritti e sconfiggere le diseguaglianze. In Europa lo sfruttamento dei lavoratori più deboli, con taglio dei diritti e dei salari al fine di guadagnare competitività, è ancora una pratica molto diffusa. Nell’ultimo decennio i lavoratori sotto la soglia di povertà sono aumentati del 12% in Europa, e tale tendenza sta subendo una vertiginosa accelerazione a causa della pandemia. L’istituzione di un salario minimo europeo è solo il primo passo fondamentale per restituire dignità alle lavoratrici e ai lavoratori: puntiamo a realizzare un vero pilastro sociale europeo, ambizioso e vincolante, che renda strutturale il sostegno agli ammortizzatori sociali nazionali, sulla scorta di quanto realizzato con lo strumento Sure, al fine di riconciliare il diritto al lavoro con la tutela della qualità della vita.
  2. Un’economia eco-sociale al servizio delle persone e dell’ambiente. L’Italia è stata protagonista della promozione del programma Next Generation Eu, fondato sull’emissione di debito comune. Questo programma va adesso incorporato, in modo strutturale e permanente, nell’architettura istituzionale europea. Dobbiamo superare le rigide regole del Fiscal Compact, introducendo lo scorporo degli investimenti nel green, nella ricerca, nell’istruzione e nella cultura dal pareggio di bilancio.

Voltiamo pagina anche sul voto all’unanimità nelle politiche fiscali, in modo da pervenire a un bilancio pluriennale europeo all’altezza delle nostre ambizioni e a una fiscalità europea equa e giusta, che possa sanare le attuali asimmetrie che generano indebiti vantaggi competitivi. Solo così potremo riconciliare definitivamente economia ed ecologia.

  1. Un’Europa multilaterale per proteggere le persone e promuovere i diritti fondamentali. L’Unione Europea deve dotarsi di strumenti più efficaci e assumere maggiori responsabilità nella politica estera, di sicurezza e di difesa comune per contribuire alla protezione dei diritti fondamentali, al mantenimento della pace e alla stabilità internazionale. Deve privilegiare l’azione multilaterale e la cooperazione euro-atlantica, ma deve essere in grado di poter agire, quando necessario, anche in via autonoma.

Grazie a una efficace azione esterna e a un rinnovato slancio cooperativo, l’Europa deve poter affrontare e rimuovere le cause profonde che generano i fenomeni migratori nei Paesi di origine e di transito, dotandosi di un sistema di asilo comune, in modo da superare i meccanismi del regolamento di Dublino in senso genuinamente solidale. Vogliamo un’Europa protagonista di una stagione di riforme anche nella governance globale in sede Onu e Omc.

  1. Un’Europa partecipata per un futuro trasparente e inclusivo. L’Europa deve rimettere al centro il concetto di cittadinanza attiva, aumentando le possibilità e l’incisività della partecipazione diretta nei propri processi decisionali. Vogliamo maggiore trasparenza nel procedimento legislativo e il potenziamento dell’attuale Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice), in modo da trasformarla in una vera iniziativa legislativa europea popolare, con la quale i cittadini potranno avanzare proposte da calendarizzare obbligatoriamente in discussione per una prima lettura al Parlamento europeo. Dobbiamo realizzare le condizioni, infine, per introdurre un referendum pan-europeo, una sfida tanto complessa quando affascinante.

Al Parlamento europeo vanno riconosciuti un vero diritto di iniziativa legislativa e poteri di controllo nei confronti della Commissione. Va rivitalizzato anche il processo elettorale europeo, rivedendo in profondità il sistema del cosiddetto «Spitzenkandidat». Valutiamo insieme la possibilità di ancorarlo all’introduzione di liste transnazionali e piattaforme programmatiche pre-elettorali comuni, al fine di rendere le elezioni europee un vero appuntamento democratico pan-europeo. Il futuro di un’Europa unita, democratica e solidale può e deve essere nelle nostre menti e nei nostri cuori. Dobbiamo costruirlo insieme.

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Il Comitato sulla distribuzione dell’inoptato e la laicità

Scritto per la rivista bimestrale Non Credo

La nascita in queste settimane del Comitato “Via le mani dall’inoptato” rappresenta  una buona notizia per la laicità nel convivere. Non perché si occupi superficialmentte di tradizionali argomenti laici, ma perché ha un obiettivo unico che collima nel profondo con la mentalità laica. Quello di togliere dalla legge italiana una norma che raggira il cittadino.

Come si legge sul sito www.vialemanidallinoptato.it,   il Comitato ha il solo scopo di far maturare la consapevolezza della necessità  di eliminare l’ultimo  periodo  dell’art. 47 c. 3 della legge 222/1985 che riguarda la distribuzione  dell’8xmille inoptato della dichiarazione IRPEF.

Si sa che ogni anno i contribuenti italiani possono versare l’otto per mille della propria imposta alle dodici confessioni religiose che hanno stabilito un’intesa con lo Stato.  Però questa scelta la fanno appena più del 40% dei contribuenti. Quasi il 60% non opta , e quindi intende lasciare all’Erario la propria imposta. Appunto l’inoptato. Quel rigo della 222/1985, invece, distribuisce l’inoptato secondo la proporzione delle scelte fatte da tutti i contribuenti.  La conseguenza è che, le scelte  di appena più dei due quinti dei contribuenti, vengono imposte ad appena meno dei tre quinti che hanno lasciato l’imposta all’Erario. Quindi il contribuente che non ha scelto come destinare l’8×1000 , viene raggirato dalla riga della legge, che distribuisce le somme diversamente da come lui ha deciso con la  sua dichiarazione IRPEF .

E’ un vero e proprio raggiro democratico. Non è solo una questione di rappresentanza. E’ anche un trucco  finanziario. Perché  distribuendo in proporzione l’inoptato ­–  oltre che far perdere all’Erario circa un miliardo l’anno di imposte inoptate e distribuite nel complesso tra le confessioni (per l’esattezza tra le dieci che accettano questa distribuzione) – la Chiesa cattolica riscuote intorno a 700 milioni all’anno in più di quanto le spetta in base alle scelte a suo favore fatte in concreto.

Questo unico scopo del Comitato ­– impegnarsi per creare le condizioni necessarie ad eliminare quella riga dalla legge 222/85 –  è una scelta assai significativa, che da una dimensione concreta ad una battaglia laica. Rende chiaro che il reale avversario della laicità e della neutralità istituzionale, non è più, come ai tempi di Cavour, la Chiesa Romana, bensì la mentalità e i comportamenti diffusi in Italia con cui si opprime il cittadino individuo che vorrebbe esercitare lo spirito critico e  lo sperimentare, soffocandolo sotto il presunto bene comune del conformismo civile. Un’attitudine oppressiva che ha trovato in questa norma un’applicazione perfetta, appunto manifestandosi nel raggiro ai danni del cittadino. Si è finto di voler introdurre  un  criterio di apertura tributaria ai desideri dei cittadini espressi nelle loro scelte IRPEF (la parte della legge che regola l’8×1000). Ma subito dopo nello stesso capoverso della legge, si è innescata una manovra tecnica conformista che obbliga tutti quei contribuenti che non hanno optato (così scegliendo l’Erario) a  subire una scelta opposta a quella da loro espressa.

Perciò, porsi come obiettivo l’impegno a compiere un atto di bonifica legislativa a favore del cittadino,  è un importante passo fatto dal Comitato sulla strada del far crescere la laicità civile. Da l’esempio di un modo di agire affidato non alle proteste, alle speranze e alle bandiere ma ai comportamenti concreti. Il che è il cuore della vera partecipazione  di ognuno alle vicende del vivere insieme. Appunto come esige la laicità. Lungo tale strada, il prossimo passo consisterà verosimilmente nel diffondere sull’intero territorio italiano la presenza del Comitato Via Le Mani dall’Inoptato. E alla fine verrà la scelta di quale procedura giuridica adottare per dare corso all’obiettivo sociale, sopprimere la norma della legge 222/85.

In proposito, oggi, oltre a ciò che  esiste al momento, va considerata anche la possibilità che al Senato venga accelerato l’esame della modifica già approvata dalla Camera due anni fa concernente la normativa sull’iniziativa popolare. Se ciò avvenisse, il Comitato potrebbe avere una ulteriore possibilità di scelta, tra l’altro più incisiva. Si deve comunque osservare che il Comitato ha imboccato l’indirizzo , l’intervento legislativo ordinario, che è il più coerente con la sua impostazione. Siccome di fatto la stortura della distribuzione dell’8xmille non è di tipo costituzionale e pertanto non richiede una modifica della Costituzione.  

Nel complesso l’obiettivo che si è posto il Comitato  Via Le Mani dall’Inoptato non è facile. Senza dubbio . Ma è un obiettivo laico parecchio importante. La figura umana del cittadino  vi svolge il suo ruolo funzionale nell’essere impegnata a migliorare le condizioni del modo di relazionarsi di continuo nel convivere. E ciò è davvero utile a chi lo fa e agli altri, perché migliora le relazioni. Non a parole o inoculando sperare future.

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Non sospendere i brevetti, sì al programma COVAX

Il Governo Usa vorrebbe appoggiare la proposta di sospendere i brevetti sui vaccini per aiutare i Paesi poveri o in via di sviluppo a velocizzare la vaccinazione e quindi raggiungere l’immunità di gregge globale.

Sostegno al Presidente Biden è subito arrivato con esaltata eccitazione da quasi tutti i mass media, da molti intellettuali italiani (con il codazzo di troppi politici in cerca di citazioni ad ogni costo) per i quali le difficoltà per le popolazioni di accesso ai farmaci sono da imputare ai brevetti. Ma non è così, si sbagliano, e cascano nella trappola americana.

Il commercio dei farmaci è regolato dai Trade Related Intellectual Property Rights (Trips), un accordo tra i 167 membri dell’organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), che prevede la tutela dei brevetti. L’art. 31 dei Trips prevede la possibilità di sospensione (istituendo delle licenze obbligatorie) in casi eccezionali. Con la sospensione ciascun Paese sarà libero di replicare i vaccini senza renderne conto ai proprietari del brevetto, superando anche le complicazioni burocratiche dell’art. 31.

SERVE A VELOCIZZARE LA SOMMINISTRAZIONE DEI VACCINI? NO

Esattamente al contrario di quanto vuol fa credere la mossa di Biden e le grida festose dei mass media italiani.

I brevetti sono una delle tante ragioni per cui è difficile accedere ai farmaci nei Paesi poveri e in via di sviluppo. Ma di sicuro non la sola e tanto meno quella risolutiva.

  • Le cause principali vanno ricercate altrove, a cominciare dalla scarsa capacità produttiva e logistica. Come ha detto Guido Rasi, l’italiano ex direttore dell’Agenzia europea per i medicinali, “la produzione di un vaccino non significa solo cedere un brevetto, è trasferire una conoscenza ma trasferirla per davvero, cioè mettere un nuovo stabilimento in un Paese che non è attrezzato in condizione di fare questo tipo di vaccino, è un’operazione di sei-sette mesi. Non è la ricetta della torta della nonna. Significa produrre milioni di dosi tutte della qualità del lotto sperimentale”.

I brevetti sono il motore dell’innovazione. Una loro sospensione, seppure temporanea e limitata ai vaccini anti covid-19 è inutile e illusoria. Serve solo a emozionare e produrre speranza.

  • I dati dell’Intellectual Property Rights Index, infatti, dimostrano anno dopo anno che i paesi che maggiormente tutelano la proprietà intellettuale innovano e crescono economicamente più degli altri.

1. Per di più va sottolineato che la scelta di Biden non è ideologica, ma risponde ad una strategia geopolitica di cui in Italia non sembra essersi accorto nessuno.

  • Gli Usa hanno finanziato la ricerca sui vaccini con miliardi di dollari. Ma le condizioni sui brevetti e i prezzi andavano caso mai poste allora in fase negoziale. In ogni caso, la pretesa oggi esaltata ai mezzi di comunicazione italiani (togliere i brevetti sarebbe la soluzione) e seguita acriticamente dai politicanti è puro frutto della ideologia, del populismo e della ricerca a tutti i costi del consenso nella pubblicità, nelle vendite od elettorale. Nella realtà l’iniziativa di Biden ha un motivo ed un significato del tutto diversi.
  • Le aziende farmaceutiche (Big Pharma) hanno già raggiunto i punti di pareggio economico previsti e quindi non subiranno alcun danno in relazione agli investimenti futuri né a quelli passati.

Gli Usa intendono contrastare l’espansione economica di Pechino e di Mosca che stanno offrendo i loro vaccini a paesi – poveri o in via di sviluppo – che hanno un peso strategico specifico. La Cina, per esempio, ha “donato” vaccini all’Algeria, paese nell’orbita geopolitica sia della Francia che dell’Italia. Eppure il nostro governo e la nostra comunicazione non sembrano essersene accorti.

La scelta di Biden sembra andare nella stessa direzione della Cina conquistare potere negoziale e influenza contro gli avversari.

2. I Paesi poveri o in via di sviluppo possono fare poco con le formule dei vaccini. Spesso non hanno gli strumenti per produrli e distribuirli. La replica di un farmaco necessità di competenze e infrastrutture e richiede molto tempo. La produzione e la distribuzione di vaccini generici non saranno quindi immediate.

  • Big Pharma-I Paesi poveri dovranno perciò, sempre rivolgersi alle multinazionali del farmaco per ricevere sostegno tecnico. Senza possono fare poco. Qui sta tutta la furbizia americana: ti tendo la mano fornendoti accesso al brevetto ma per avere il farmaco devi rivolgerti a me (che sono anche gli interessi americani di Big Phama).

Germania e Paesi nordici, solitamente attenti ai Paesi poveri, non sono caduti nella trappola di Biden e hanno proposto immediatamente di investire e potenziare seriamente il già esistente programma Covax. Sono i primi Paesi per innovazione e quindi tutela della proprietà.

Dovremmo infatti, donare dosi e impegnarci a facilitarne la produzione e la distribuzione.

3. Il governo, i gruppi politici e gli intellettuali italiani restano al rimorchio dei mezzi di comunicazione e ultimamente brillano meno del solito (perfino Draghi ha parlato a sproposito di “vaccini bene comune globale” confondendosi sull’urgenza di disporre di vaccini ovunque riducendola al dichiarare il principio senza indicare come fare).

  • Sono così caduti nella trappola di Biden pensando di conquistare il consenso dei cittadini con la solita ideologia mondialista che contrappone le ciniche multinazionali farmaceutiche ai poveri di tutto il mondo che non riescono ad accedere ai costosi farmaci.

Come sempre ignorano la realtà del presente, cioè i fatti. I farmaci costano per una ragione molto semplice: investimenti sontuosi, tempi di ricerca lunghissimi, possibilità di successo bassissime. I prezzi sono calmierati dagli Stati e il settore è fortemente regolato.

La richiesta di sospendere i brevetti vaccinali manda un messaggio molto sbagliato alle tante aziende farmaceutiche che in Italia investono e fanno ricerca. Sarebbe l’ennesimo segnale di umiliazione, di svilimento della ricerca e dell’imprenditorialità.

Più utile sarebbe chiedersi come mai qui un farmaco arriva a scaffale in più di 402 giorni dal suo lancio, mentre in Germania ci mette 119.

Chiediamo ai mezzi di comunicazione, a politici e intellettuali del nostro Paese di finirla con la politica emozionale del libro dei sogni e di seguire l’esempio di altri Paesi nel sostenere seriamente il programma Covax.

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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L’innovazione che non cambia la tradizione

Scritto per la rivista bimestale NON CREDO , rubrica Franciscus dixit

Il Motu Proprio pubblicato da Francesco il 29  aprile ha abrogato la norma della giustizia vaticana secondo cui i cardinali e i vescovi sono  processabili solo dalla Cassazione vaticana imperniata su tre cardinali. D’ora in poi,  anche i cardinali e i vescovi , quando rinviati a processo, saranno giudicati dal Tribunale ordinario del Vaticano. I mass media hanno dato rilievo a questa notizia solo perché sono enfatici per mentalità, visto che il Motu Proprio in sé rientra nel solito sistema vaticano. Scimmiottare con gran ritardo (il secolo ne è il metro) l’impostazione del mondo  esterno, senza mai riprodurla davvero, perché del mondo civile non vuol riconoscere  la logica di funzionamento.  

Sta appunto qui il nodo. Dal punto di vista della Chiesa si ritiene che scimmiottare avvicini alla modernità del presente. Ma dal punto di vista laico che sta ai fatti, non realizza davvero quello che Francesco vuol far credere di aver realizzato. Infatti non ha  fondamento il richiamo nel Motu Proprio alla Lumen Gentium, secondo cui deve “vigere tra tutti una vera eguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il Corpo di Cristo”. Non soltanto perché il rinvio a giudizio è possibile solo quando il Papa lo ritiene necessario e perché, anche dopo il Motu Proprio, il Papa conserva il diritto esclusivo di giudicare le “cose spirituali e annesse alle spirituali” e “la violazione delle leggi ecclesiastiche e tutto ciò in cui vi è ragione di peccato”; ma soprattutto perché è un artificio verbale affermare che tutti hanno uguale dignità nell’edificare la Chiesa. La Chiesa è concepita quale struttura fondata sull’Autorità del Papa e tale vuole restare in ogni momento. I credenti hanno la sola libertà di credere nella verità della fede. E questa è una libertà monca.

Nel Motu Proprio Francesco esorta giustamente ad unire alla solidità di fede e di comportamenti, anche l’esemplarità di contegno ed azioni. Ma dice una cosa non vera quando aggiunge che le attuali modifiche “assicurano a tutti un giudizio in linea con le dinamiche seguite dalle più avanzate esperienze giuridiche a livello internazionale”.  E’ pura propaganda equiparare il sistema giuridico imperniato sulle decisioni dell’autorità senza vincoli del Pontefice, con il sistema vigente negli stati democratici fondato sulla regola della legge, la stessa per ogni cittadino. Dunque , anche il motu proprio non è affatto in linea con le esperienze giuridiche avanzate.

Il fatto è che la propaganda del Papa incontra grande successo perché  trova in ogni occasione l‘appoggio istintivo dei mass media. Nel trattare della Santa Sede loro sorvolano sempre sulla circostanza che  la Chiesa cattolica è un credo basato sull’Autorità  del Papa quale rappresentante del Dio in terra. Così nascondono che la dottrina cattolica è per struttura incapace di affrontare i nodi della convivenza  civile adoperando un meccanismo fondato sull’affidarsi al giudizio e alle scelte di quella pluralità di  individui diversi  che compongono una società. I mass  media fanno prevalere la fama e il prestigio papale per maneggiarla nel garantire la dottrina, e senza motivo la collocano sul medesimo piano del meccanismo dei cittadini che giudicano e scelgono in base ai risultati delle idee e dei progetti.

Il mondo laico deve reagire a questo andazzo. Perché nella quotidianità della vita civile è decisivo rispettare  quel meccanismo democratico. Il Motu Proprio sottolinea la modernità dell’abrogazione compiuta, ma tale abrogazione può essere definita moderna solo nell’ambito vaticano. Nella realtà delle cose, la modernità non è l’antico sistema dell’autorità. Modernità è sperimentare i risultati delle iniziative che gli umani assumono tutti i giorni e, sulla base dei risultati,  prendere le decisioni necessarie per apportare le correzioni e le innovazioni utili. Non è lo scimmiottare la forma degli istituti civili respingendone contestualmente la sostanza.

Per Francesco il Motu Proprio corrisponde alla “prioritaria esigenza che nel sistema processuale emerga la uguaglianza tra tutti i membri della Chiesa e la loro pari dignità e posizione,senza privilegi risalenti nel tempo e non più consoni alle responsabilità che a ciascuno competono nella aedificatio Ecclesiae”. Ebbene, è compito dei laici denunciare senza tregua che si tratta di una uguaglianza e di una pari dignità alla superfice di una Autorità che  rende impossibile realizzarle davvero. Perché l’uguaglianza dei laici nel mondo reale è l’uguaglianza nei diritti tra i diversi cittadini individui. Lo stesso per la pari dignità. Mentre la verità della fede impone che uno, il Pontefice, sia più uguale degli altri e che ciò si rifletta a cascata giù per i rami della Chiesa. Ciò riduce la tanto esaltata partecipazione dei fedeli allo stare  a guardare senza poter incidere mai. L’Autorità droga il meccanismo del convivere inoculando speranze illusorie. Per migliorare le relazioni dei cittadini, va sostituita con il libero confronto, immerso nel passar del tempo, tra gli esseri umani che osservano i fatti e sulla loro base trovano soluzioni sempre nuove ai problemi della vita. Con il libero confronto, il filo che accomuna non è osservare la dottrina ma lo spirito critico individuale che valuta gli avvenimenti.

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Su patrimoniale e sospensione dei brevetti

Come scrissi sul Tirreno all’inizio primavera 2020, la pandemia ha obbligato tutti, soprattutto in politica, a rivedere molte usanze tanto diffuse quanto infondate alla prova dei fatti. Oggi, a metà primavera 2021, sta crescendo la discussione in tema di patrimoniale e di sospensione dei brevetti farmaceutici. Solo che si continua ad inquadrarle nell’accezione del ‘900. Deve prevalere l’intervento dello Stato oppure l’iniziativa privata? Ma il nodo non è questo. Il nodo reale è convincersi che ciò che avviene prevale su ciò che ci piace e su ciò che affermano le ideologie o lo spirito religioso.

L’esperienza storica ha provato che la migliore convivenza tra cittadini tutti diversi, si realizza al passar del tempo lasciando libertà di iniziativa ai cittadini conviventi. E dando all’istituzione il compito di garantire, tramite il voto democratico, la scelta pubblica di regole nel cui quadro si svolga quella libertà di iniziativa. Garantendo altresì il continuo adeguamento di tali regole ai problemi che via via si manifestano. La contrapposizione tra Stato ed iniziativa privata appartiene alla stagione delle ideologie, che volevano sovrapporsi al mondo. La libertà di iniziativa individuale è indispensabile, e per farla funzionare davvero occorre che le regole siano date da un’istituzione fondata sui cittadini.

Adottando un simile criterio, la questione della patrimoniale è obsoleta se concepita sul metro della gara sinistra destra. Quando in Italia verrà fatta, sarà perché riallineare le finanze statali è atto di realismo in un paese euro con un debito accumulato tanto alto. Adottare un simile criterio è forse ancor più significativo circa la proposta di sospendere i brevetti farmaceutici. Che pare una grande novità (il capitalismo che diviene fautore del bene comune, come sognato dall’ideologia marxista e dalla dottrina cattolica) e invece non lo è.

Il commercio dei farmaci prevede che i brevetti possano essere sospesi in via eccezionale. La proposta di Biden in Italia viene fatta passare come ideologica ma in realtà risponde ad una strategia geopolitica. Le aziende farmaceutiche USA hanno già raggiunto i punti di pareggio economico previsti e quindi non subiranno danni. Lo scopo di Biden è contrastare l’espansione economica cinese e russa che offrono i loro vaccini ai paesi poveri (la Cina, ad esempio, ha donato vaccini all’Algeria). Biden li imita al fine di conquistare potere negoziale e influenza contro gli avversari. Ma il problema resta immutato. Ai paesi poveri le formule dei vaccini servono a poco. Spesso non hanno né competenze né infrastrutture per produrli e distribuirli. Specie nell’immediato. Perciò questi paesi dovranno sempre rivolgersi alle multinazionali del farmaco per ricevere aiuto. In sostanza qui sta la furbizia americana: ti tendo la mano fornendoti accesso al brevetto ma per avere il farmaco devi rivolgerti a me.

Di tutto ciò in Italia non si parla e si contraddice nel profondo l’insegnamento realistico della pandemia sostenendo la convinzione ideologico religiosa per cui le difficoltà dei poveri deriverebbero dalla proprietà intellettuale dei brevetti e non dalla loro scarsa capacità produttiva e logistica. Per produrre un vaccino, ha detto Guido Rasi, l’ ex direttore dell’Agenzia europea per i medicinali, non basta la ricetta della torta della nonna. Questa idea ideologico religiosa , trascura che i brevetti sono il motore dell’innovazione. Anno dopo anno, i dati provano che l’economia dei paesi che tutelano la proprietà intellettuale innova e cresce più delle altre.

L’Italia deve essere realista non confondendo l’urgenza di disporre di vaccini nel mondo col dichiarare il principio senza indicare come fare. Perché i sogni non fanno da terapia quando bussano le pandemie. Ciò che avviene prevale su ciò che ci piace e su ciò che affermano le ideologie o lo spirito religioso.

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SULLA CONDIZIONE DEL DIRITTO AL PRIVATO IN ITALIA

Negli anni è andata sempre più distorcendosi l’applicazione del principio di rispetto della libertà privata di ogni cittadino. Oggi si sta sfiorando l’assurdo nei campi più vari. Non è un caso. Il rispetto della libertà privata è un tipico principio liberale, che però viene gestito, sia quando si sono redatte le norme quadro sia quando si attuano, da persone assai lontane dalla cultura liberale se non addirittura antiliberali. E che perciò le interpretano in una maniera dannosa (sotto più versi) per la libertà individuale e per il corretto rapporto tra il singolo cittadino e le Istituzioni. Basta esaminare alcune tipologie concrete.

Cominciamo da un caso in cui si usa una distorta idea di privacy  per esercitare il potere. I  gruppi dirigenti di certe associazioni  si rifiutano di rendere noti ad ogni loro socio i nominativi ed  il recapito degli altri soci perché sarebbero dati protetti dalla rispettiva privacy. Solo che quando fa parte di un gruppo di conviventi (a qualsiasi livello, dalla cittadinanza ad una associazione) il cittadino individuo non è configurabile come un mondo  completamente isolato, perché la sua libertà è definita e protetta dalla legge. Dunque il suo vivere e i suoi dati di relazione ordinaria (tipo cognome, nome, sesso, età, residenza) sono costituzionalmente pubblici, cioè conoscibili da ogni individuo cittadino. Nel caso di un’associazione, ogni socio ha diritto di sapere chi sono gli altri soci (specie in periodi di elezioni interne)  ed è un comportamento contrario alla libertà costituzionale di associazione (oltre che senza senso) usare la privacy come scusa per nascondere i dati inerenti le normali relazioni di vita. In realtà, nascondere quei dati è un trucco per privare ogni socio richiedente di notizie a lui dovute e ciò al fine di impedire la libera discussione e il libero confronto tra gli iscritti (così favorendo il potere del gruppo dirigente).

Prendiamo poi un caso in cui la privacy viene evocata a sproposito. Quello del velo integrale in uso tra le donne musulmane. Dal punto di vista della libertà delle donne e dei cittadini in genere, i veli si dividono in due grandi categorie: la categoria di quelli che non consentono di vedere la faccia (Burqa) oppure fanno vedere solo gli occhi attraverso un pertugio (Niqab), e la categoria di quelli che coprono più o meno il corpo ma che non coprono il volto (Chador e Hjiab). La prima categoria viola un principio base della convivenza libera, la riconoscibilità di ciascuno nei luoghi pubblici. Quindi la prima categoria non è ammissibile in pubblico e non è accettabile pretendere che sia ammessa adducendo la libertà di religione privata della donna: in uno stato liberaldemocratico la libertà di religione è sacra ma solo nell’ambito di una convivenza rispettosa delle leggi, non quando vorrebbe imporsi sulle leggi (rendendo irriconoscibile  un cittadino). Invece la seconda categoria di velo rientra nella libertà privata di vestirsi come si crede e non deve essere considerata un abbigliamento scandaloso per il comune sentire. Da sottolineare che quanti vorrebbero permettere in pubblico il primo tipo di velo islamico, affermano di voler favorire lo spirito privato individuale, ma in realtà sono contro a questo spirito. Sono pericolosi fautori di una concezione del convivere fondata sui gruppi e sulle comunità che soffoca la libertà delle relazioni individuali tra tutti i cittadini fuori e dentro quel gruppo o  comunità. Perciò, evocare la privacy a sproposito cela il desiderio di affossarla.

C’è inoltre il caso in cui il diritto ad uno spazio privato si maneggia in modo da far crescere le zone di influenza dei controlli burocratici  e da  imbrigliare le libere relazioni aperte. L’esempio viene dalle dicerie sull’invio di mail di gruppo. Si dice che l’invio di mail a più persone deve essere preventivamente autorizzato da ciascuna delle persone destinatarie. Qui si fa una indebita confusione tra il diritto di informazione politico culturale e il diritto  di propaganda commerciale.  Non è necessaria alcuna autorizzazione preventiva per informare  a proposito di iniziative e tesi politico culturali. La ragione è che la libertà di esprimersi e di comunicare questa espressione, è stabilita dalla Costituzione (al più si può discutere sull’opportunità di inviare nuove mail informative ad una persona che in precedenza ha già detto al mittente di non essere interessata a riceverne). Viceversa è concepibile chiedere un’autorizzazione preventiva per inviare mail commerciali a più persone, siccome la propaganda commerciale non è un diritto costituzionalmente protetto fuori dell’ambito pubblico (e previa autorizzazione).

Ci sono poi i casi in cui si nega il diritto al privato, dissimulandolo dietro l’annunciare in pompa magna che negarlo garantisce la trasparenza pubblica. Succede quando si vuole che una persona eletta nelle istituzioni sia obbligata a dichiarare le associazioni cui è iscritta e in particolare l’iscrizione alla massoneria. Sarebbe come imporre di dichiarare le proprie preferenze sessuali  o le tipologie dei propri rapporti intimi. Una cosa esclusa dal principio di diritto all’avere una vita privata, che è parte della diversità individuale. Si dice che è giusto far conoscere ai cittadini elettori  ogni specifica caratteristica di una persona impegnata in cariche pubbliche. Non è così. E’ un grave errore dimenticare che, come afferma l’art.3 della Costituzione, “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Dunque non si può chiedere ad un eletto o a chi aspira ad esserlo, di fare dichiarazioni inerenti aspetti di vita privati di per sé estranei alla propria attività politica. Se si pensa necessario che l’elettore venga rassicurato in generale circa le attività di chi si candida od è stato eletto a cariche rappresentative, si può al massimo esigere da lui una esplicita dichiarazione che tra le attività private da lui svolte non ce ne è alcuna  rientrante nella fattispecie di società segrete dì ogni tipo. Perché una società segreta è cosa del tutto differente dalla fisiologica riservatezza della vita privata (tra cui l’iscrizione alla massoneria). In ogni caso è lui a valutarlo, non i terzi elettori. Se in seguito un processo provasse  che la dichiarazione  sulla società segreta è mendace,  saranno   ovvie le conseguenze penali (quando ci sono) e di giudizio degli elettori.

Infine va osservato che l’intero settore del diritto al privato è affidato al Garante della Privacy, il quale controlla l’applicazione delle norme del ramo da parte delle varie branche istituzionali. Il Garante è abbastanza presente (anche nell’esigere la richiesta del previsto parere obbligatorio), seppure tenda a darne un’interpretazione di tipo formale. Cioè il rispetto del diritto al privato in termini giuridici piuttosto che di comportamento culturale (che è assai più penetrante). Comportamenti adeguati sono indispensabili specie in epoca di pandemia, quando vi è stretta connessione tra il privato di tutti i vari conviventi e il privato singolo ( ad esempio l’eccesso di rilievi sull’app di Stato Immuni ha finito per contribuire all’insuccesso presso i cittadini). E quanto al processo di approvazione del certificato verde di movimento nella UE da parte del parlamento europeo, ci auguriamo non si determinino cortocircuiti  burocratici tra la funzione politica decisionale e le strutture di garanzia .

Tutti gli esempi ora fatti su concezioni ed uso distorti che più o meno non rispettano la libertà privata individuale, segnalano la diffusa propensione nella società italiana a rifiutare l’importanza delle relazioni tra i singoli cittadini nel far evolvere la convivenza. In Italia, purtroppo, è via via dilagata la moda del pensare che i problemi della vita si affrontano tanto meglio quanto più si riesce  a diffondere il bene comune che qualcuno stabilisce quale sia e che i cittadini devono applicare come soldatini ubbidienti. E’ un puro mito. La realtà sperimentata delle cose che avvengono nel mondo, dimostra l’esatto  contrario. I problemi si affrontano al meglio affidandosi alla libertà dei cittadini diversi che si esprimono nel rispetto della legge da loro scelta secondo le procedure rappresentative. Per questo, è essenziale avere un’idea chiara e coerente  dell’importanza del principio di rispetto del diritto al privato di ciascun cittadino.

Tale rispetto, in particolare, deve averlo il giornalista professionista. Spesso è alle prese con personaggi di ogni campo, che fanno di tutto al fine di essere citati e di apparire. Ebbene, anche in questi casi è opportuno che il giornalista non cada nella trappola del pensare che quel personaggio se la è cercata. Il giornalista, che per professione è tenuto a far conoscere le notizie, nel fornirle  deve essere il più geloso custode del confine tra l’aspetto pubblico e l’aspetto privato di quello che fa una persona. Ciascuno, da chi fa politica a chi lavora nello spettacolo, maschi e femmine, in qualsiasi attività svolta, ha il diritto di conservare la dimensione privata, che costituisce la misura  reale di quanto sia effettivamente matura una convivenza. Far mancare il privato è  l’avvio dell’avventura totalitaria comunque mascherata. 

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Referendum Propositivo. Dopo 2 anni di ostacoli all’ammissibilità, ora non si ostacoli la raccolta delle firme

E’ iniziata da  pochi  giorni la raccolta delle firme per indire il Referendum propositivo della costruzione di un impianto alternativo all’attuale inceneritore e , a livello politico-istituzionale, stanno già emergendo discrasie. 

Emergono nonostante che questo Referendum sia la tipica espressione di un Comitato spontaneo di cittadini, senza bandiere di partito, che intendono utilizzare per la prima volta il nuovo strumento del Comune con il fine di coinvolgere i livornesi nelle procedure per definire un progetto industriale  alternativo  nella tecnologia (non ricorre all’incenerimento) e nella  capacità tanto maggiore di rispettare l’ambiente e di essere remunerativo. Le discrasie stanno nel tentativo dei soliti restauratori di trasformare la raccolta firme in un dibattito anticipato nel merito del quesito. A  farlo sono la stessa corrente politica  e la stessa burocrazia cittadina che hanno ostacolato per 25 mesi l’avvio della procedura referendaria (prevista dallo Statuto in 30 giorni) e che ora , attraverso i propri “bracci armati”, insistono,  sbraitando sul merito del quesito, con l’obiettivo di non arrivare a far esprimere i cittadini  . 

Non siamo in campagna elettorale. Non  è questo il momento del dibattere il merito del quesito. Questo è il  momento  di  dare la possibilità ai cittadini di esprimersi apertamente   su una questione molto importante per la nostra città. Questa è la fase della raccolta delle firme.  E siccome il Comitato OLTRE L’INCENERITORE è un gruppo di 53 cittadini ordinari e non di plutocrati, per autenticare le firme da raccogliere senza spese o quasi, ha bisogno di disporre del massimo numero di persone con la facoltà di autenticare, e cioè di Consiglieri Comunali e Provinciali o  di funzionari incaricati dal Sindaco o di funzionari incaricati  dal Presidente della Provincia.

Il Comitato OLTRE L’INCENERITORE  invita  tutti i rappresentanti eletti dei cittadini ad essere responsabili e a dare una mano nella procedura di raccolta delle firme (più ardua in epoca di pandemia) per le strade con i passanti o nelle abitazioni su appuntamento. Il Comitato OLTRE L’INCENERITORE è convinto che  i livornesi  non vorranno farsi “tappare la bocca”  prima di aver detto la loro sulla questione, ma per arrivare a  consultarli occorre prima raccogliere le firme e per le firme occorrono gli autenticatori gratuiti.

Intanto, per eventuali ulteriori informazioni e aggiornamenti potete scriverci a oltreinceneritore@gmail.com, vi daremo tutte le spiegazioni necessarie inerenti la raccolta della firme.  ( inserirei anche la pagina Facebook)

Comitato OLTRE L’INCENERITORE

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La SuperLega, il calcio e l’oligarchia

Il fallimento precoce della Super Lega europea (di calcio) dimostra l’urgenza di riformare il sistema europeo del calcio per riaffermare l’etica sportiva e la pratica atletica, e promuovere il potenziale commerciale attraverso l’affermazione dell’individuo e della libera iniziativa. Ecco una diagnosi controtendenza con una proposta molto semplice.
Il calcio europeo è finanziariamente inefficiente (in bancarotta), moralmente debole, atleticamente stremato. La pandemia ha peggiorato una situazione già grave le cui cause devono essere ricercate nell’incapacità dei campionati nazionali e della Uefa di riconoscere il problema e cambiare.
Per riformare il calcio serve cedere potere politico e finanziario. Ma Uefa e associazioni nazionali non sembrano interessate o capaci di produrre alcuna riforma. Spetterebbe proprio a loro visto che rappresentano gli interessi dei cittadini europei oltre che dei tesserati. Si lascia così, spazio ai proprietari delle squadre che hanno strumenti e risorse di intervenire secondo, e non può essere altrimenti, i propri interessi e logiche. Ma anche tra i proprietari risposti a rischiare , ci sono gli oligarchi a cui al rischio preferiscono tramare con le elite.
Il calcio europeo deve essere riformato. I fatti recenti dimostrano la confusione e non hanno risolto il problema. La Super Lega e i campionati nazionali possono coesistere, ma si collocano su piani diversi.
È stata sufficiente la promessa di un finanziamento più corposo alla prossima Champions League, infatti, di quanto offrisse una banca d’affari americana (JP Morgan) perché la progettata Super Lega europea di calcio si sciogliesse. Sono stati gli stessi fondatori a fare fallire il progetto. La pressione dei tifosi (lobby dal basso come viene definita) e le minacce delle varie federazioni nazionali e internazionali (minacciate a loro volta dall’uscita dei grandi club) lasciano il tempo che trovano.
La Super Lega  può essere un’operazione commerciale che persegua un nuovo modello di business con finalità di profitto, che comportano dei rischi. Non tutti però, sono pronti a prenderseli. La Super Lega può essere un’operazione strategica per valorizzare dei brand attraverso un modello di business nuovo per l’Europa (non per gli Usa): vendere il calcio a 7.6 miliardi di persone (10 miliardi nel 2050), servendosi di regole commerciali più avanzate rispetto ai campionati nazionali e internazionali attuali.
Le competizioni tradizionali ora sono obbligate a fare una scelta. Non potranno continuare a campare su un modello di business vetusto, commercialmente e finanziariamente inefficiente. Un modello che negli ultimi anni è riuscito a sopravvivere attraverso la commistione di interessi geopolitici e  finanziari, come i mondiali in Qatar, o l’ingresso in Europa di gruppi mediorientali che in cambio di riconoscimenti politici e reputazioni finanziano il calcio aspirante commerciale (fallito) europeo.
Gli attuali campionati nazionali vanno ripensati rendendoli più sostenibili, e forse più aderenti ai così detti valori dello sport che il calcio moderno ha abbandonato da tempo (bisogna esserne consapevoli). Continuando così, i campionati nazionali restano nel limbo dei debiti, governati da molti speculatori (proprietari), burocrati (federazioni), e atleti strapagati rispetto alle possibilità dei club e quindi obbligati ad una programmazione sportiva e televisiva inefficiente.
Nel mezzo di questo scontro tra poteri di oligarchi plutocrati da una parte, e i burocrati delle federazioni dall’altra, alleati con i proprietari di club  tenuti in vita dagli espedienti pubblici e privati che il calcio di oggi offre, i tifosi sono restati a guardare, prigionieri di un’informazione che, ormai non solo in questo caso, neppure è capace di informare sui fatti evitando di far cascare nelle trappole ideologiche e di valutazioni emotive senza razionalità.
Il Calcio è la metafora della vita scriveva G.Brera. La vicenda Super Lega è la metafora di questa Europa. Siamo incapaci di accettare il cambiamento e ancor meno di progettarlo. Continuiamo a proiettare nel presente e nel futuro il passato idealizzandolo, senza riconoscere che le cose possono cambiare ma cominciando dal capire come farlo e con quali obiettivi.
I club inglesi hanno aderito alla Super Lega per uscirvi immediatamente con il contentino di una promessa economica che consenta loro di campare ancora per qualche tempo nonostante il sistema in cui operano sia sostanzialmente inceppato.
Club, media, tifosi italiani hanno denunciato il colpo di stato ma non hanno ancora analizzato razionalmente le opportunità di innovare il percorso dei campionati tradizionali.  Hanno agito di pancia, con le stesse modalità con cui in Europa affrontiamo i temi sociali, dell’ambiente, dell’economia.
Così i tifosi hanno evitato il golpe oligarchico ma si ritrovano un calcio finanziariamente in pessime acque.
Piuttosto, scopriamo che le nuove generazioni, per fortuna, si affacciano ad altri sport più che per praticarli, per farne consumo su tv e social. Guarda caso, tra questi ci sono le grandi Super Leghe americane.
Si sostiene, a priori, che l’Europa non è l’America. Sarà forse vero, ma senza provare come si fa? Sicuramente l’Europa non guarda avanti come l’America, continua a vivere nel passato che non c’è più. Insegue un mondo perfetto che non esiste. Per andare avanti bisogna avere il coraggio di sbagliare. Quello che ci manca. Ovviamente stando sempre attenti a non cadere nelle trappole delle soluzioni oligarchiche ed ad attuare davvero quello che insegna da decenni il metodo sperimentale liberale fondato sul cittadini.

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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Cosa fu Giovanni Malagodi

Intervento nella Commemorazione del trentennale della morte celebrato on line dalla Fondazione Einaudi di Roma

Per oltre un decennio, fui nel PLI oppositore di Malagodi. Dal ’62 eletto dai Giovani in consiglio nazionale PLI, poi nel ‘69 in Direzione Centrale per la minoranza e fino a dopo il ’76 quando portammo alla Segreteria Zanone. Ecco, quale oppositore sul campo, sono credibile nel dire che Malagodi ha  numerosi meriti verso gli italiani e i liberali.

Gli italiani gli devono l’essere stato uomo di parte, da buon liberale. Che ha mostrato il valore dell’opposizione interna alla democrazia in un’Italia spaccata da decenni tra il governo-stato e le opposizioni-antistato.

Gli italiani gli devono l’aver respinto insistenti pressioni per fare del PLI il fulcro di una grande destra. Con questo rifiuto, Malagodi ha aiutato il paese a non ripetere le esperienze devastanti del ventennio, sostenute da chi nel nome  dell’occidente sognava colpi di stato.

Gli devono l’aver ritardato il dilagare del populismo statalista.  Ha avversato la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la pianificazione economica contro il libero mercato, la frettolosa creazione delle Regioni senza definirne funzioni e circuito economico, il monopolio dell’informazione radiotv. Nel lungo periodo, queste battaglie  hanno avuto tutte il conforto della storia. Nell’immediato, hanno attivato la resistenza culturale quando DC e PSI sostenevano lo statalismo ritenendo vincente il PCI.

Gli italiani gli devono lo schierare il PLI a favore del divorzio progettato da Baslini, allora unico tra i partiti. La presenza liberale fu decisiva contro  confessionali e conservatori. E al referendum provò che il NO modernizzava i rapporti civili e non apriva ai valori socialcomunisti come sosteneva la DC sulle piazze.

Anche i liberali devono molto a Malagodi. L’idea che pure l’associazione politica sostenitrice dell’individuo,  va organizzata. Per consentire la capillare diffusione delle sue tesi, che, non essendoci, porta alla  carenza liberale nel dibattito e da spazio ai tentativi di snaturare il liberalismo. Perché in Italia, il clima  è ostile verso i liberali.  

I liberali gli devono  il concetto che l’agire del Partito si concreta nel riflettere sulle idee e sulle cose. E che i problemi italiani e i temi internazionali non vanno confusi ma sono sempre connessi. Così affiancò e continuò l’opera di Gaetano Martino, decisivo protagonista nell’avviare la Comunità Europea a passo a passo come nuova dimensione di più ampia libertà. Da qui la cura di Malagodi per l’ Internazionale Liberale, di cui è stato Presidente a più riprese per sedici anni, e poi per il Gruppo Liberale nell’ Europa che  fondò.

Restano patrimonio dell’Italia tutta, le parole di Malagodi per motivare l’astensione del PLI sul nuovo Concordato, solo a farlo. Disse che “ tutto quello che di progresso si è riscontrato nella struttura e nello spirito del nostro Stato e nello spirito stesso della Chiesa cattolica , avrebbe dovuto portarci al superamento totale della forma concordata­ria, che è una forma di privilegio. E il Concordato continua a limitare il   confronto civile  e a mantenere la Chiesa disallineata dalla libertà  dell’occidente.

Malagodi era un liberale arcigno e martellante sempre aperto al nuovo. Lo provano  il suo distacco da reaganismo e tatcherismo, la sua capacità di cogliere le grandi questioni di libertà, come, fin dai primi anni ‘80,  la sfida multirazziale.

Nell’89, al Sindaco di Parigi Chirac, replicò “voi conservatori, noi liberali”. Una differenza mentale tuttora, trascurata dal clericalismo religioso ed ideologico, che a parole parla di libertà del cittadino ma che nei fatti non vuole farla  praticare.

La ripresa della Commemorazione svolta da Raffaello Morelli

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