Su un dibattito circa la Magnifica Humanitas (ad Andrea Rittatore Vonwiller)

Da Andrea Rittatore Vonwiller a Raffaello Morelli, martedì 7 luglio 2026

Gentile Dott. Morelli,

La prego di scusarmi per il ritardo con cui rispondo alla Sua cortese nota del 30 giugno scorso.

Desidero anzitutto ringraziarLa per averci fatto pervenire la rivista Non Mollare, che ho letto con vivo interesse e che ho particolarmente apprezzato per la qualità e lo spessore dei contenuti.

Venendo alle Sue osservazioni, comprendo la considerazione secondo cui la relazione di Monsignor Paglia, chiamata a esprimere il punto di vista della Chiesa sull’intelligenza artificiale, possa apparire inevitabilmente parziale.

 Tuttavia, la finalità della nostra Associazione è quella di promuovere conoscenza e consapevolezza, nella convinzione che tali obiettivi si perseguano anche attraverso il confronto con prospettive differenti, talvolta persino divergenti. 

Riteniamo, inoltre, che il livello culturale e lo spirito critico dei partecipanti ai nostri incontri costituiscano la migliore garanzia di una valutazione autonoma e consapevole degli argomenti proposti dai relatori.

Il tema dell’intelligenza artificiale, per sua natura in continua evoluzione, è da tempo oggetto della nostra attenzione. Negli anni abbiamo avuto l’onore di ospitare studiosi e protagonisti di assoluto rilievo, tra i quali il fisico Mario Rasetti e Marco Landi, già Presidente di Apple nel periodo precedente al ritorno di Steve Jobs, entrambi portatori di una visione profondamente laica dell’innovazione scientifica e tecnologica.

Anche in futuro la nostra Associazione continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, promuovendo occasioni di approfondimento che consentano ai nostri associati di comprenderne le implicazioni e di affrontarne le trasformazioni con consapevolezza, da protagonisti e non da semplici spettatori; e’ l’ambizione di questa  Associazione e non solo riguardo al tema dell’AI. 

Mi auguro di poterLa incontrare nuovamente nei nostri appuntamenti su Zoom. Il Suo contributo e il Suo punto di vista rappresentano per noi un valore autentico e saranno sempre accolti con grande attenzione ed interesse.

Con i più cordiali saluti,

Da Raffaello Morrelli a Andrea Rittatore Von Willer , martedì 30 giugno 2026

Egregio Avvocato Rittatore,

ieri  pomeriggio ho preso parte integralmente al webinar «Magnifica Humanitas» con Monsignor Paglia.  Sono state poco meno di due ore di alto livello intellettuale  e assai coinvolgenti, come sempre nei dibattiti da Voi organizzati. Perciò desidero ringraziarVi per la Vostra attività, che con il suo spessore concretizza l’intento di contribuire fattivamente   al nostro convivere. 

Peraltro , proprio tenendo conto di tale  intento, non posso non rilevare che la tesi di fondo del webinar, a cominciare da quella di Monsignor Paglia, è stata in prevalenza non poco disattenta alle valutazioni critiche della «Magnifica Humanitas» espresse dalla cultura liberale e laica. Al fine di contribuire ad ovviare a tale disattenzione, Le allego quale esempio un mio saggio pubblicato in questi giorni da Critica Liberale, «Magnifica Humanitas e la laicità».

Ritengo infatti che un’attività così impegnata come la Vostra, non possa confondersi con letture esclusive come quelle proposte da Monsignor Paglia, emerse in particolare   in due episodi del webinar. La replica stizzita (e contraddittoria) a chi nel dibattito aveva ricordato come la Chiesa abbia impiegato quattro secoli a riconoscere la ragione di Galileo;  l’insistito asserire che la linea della mela,  I Mac, I Phone, I Pad  etc valorizza l’Io e sé stesso discriminando il Noi , un’asserzione che contraddice l’esperienza scientifica almeno dal ‘600 in poi con tutti i suoi crescenti successi sperimentali.

La ringrazio per l’attenzione e Le invio i migliori saluti

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Un’informazione tendenziosa

Nel recente fine settimana, l’anniversario della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti e il collegamento da remoto di Leone XIV con il National Constitution Center di Filadelfia per il prestigioso premio assegnatogli, hanno fornito l’occasione ad importanti quotidiani italiani per dare molto rilievo alle parole del Papa. Hanno sottolineato che sono state una chiara contrapposizione a Trump (pur non nominato) in tema di libertà e di immigrazione. Non vi è dubbio che l’intento di Leone XIV fosse questo. Tuttavia è un modo di informare tendenzioso. 

Trattandosi di argomento decisivo nel rapporto Stato religioni, un giornale non dovrebbe sorvolare sulla sostanza complessiva del dibattito. Facendolo privilegia sotto il profilo civile  – anche senza averne il fine – la posizione clericale . In sintesi, questi importanti quotidiani hanno condiviso la lettura della Dichiarazione di Indipendenza del 1776 fatta dal Papa. Che è stata una lettura corrispondente alle esigenze della Chiesa ma non al testo e neppure agli avvenimenti da allora.

Leone XIV ha concentrato il valore della Dichiarazione di Indipendenza in tre parole-chiave. Il diritto alla vita («la vitalità di un Paese è profondamente legata al valore che esso attribuisce alla vita umana in ogni sua forma e condizione»), la libertà  (intesa come «la capacità della persona umana di conoscere la verità e di aderire al bene»), l’unità («I principi che hanno ispirato i fondatori dell’America, li hanno uniti in un sogno comune. L’unità ha dato forza a quel sogno, dando origine, sotto lo sguardo di Dio, agli Stati Uniti d’America»). Questa sintesi di tre parole è una lettura della Dichiarazione del 1776 volutamente parziale e quindi inesatta.

Prima di tutto Leone XIV non dice che il cardine essenziale dello spirito del 1776 fu gestire la convivenza terrena separando il Divino dall’umano: un Dio esiste ma fuori dalle decisioni in campo istituzionale. E’ il cardine da cui deriva la libertà religiosa espressa anni dopo nel Primo Emendamento alla Costituzione, “Il Congresso non potrà emanare alcuna legge che stabilisca una religione o ne proibisca il libero esercizio; o che limiti la libertà di parola o di stampa”. Poi Leone XIV non dice che altri cardini furono il non prendere le decisioni se non dopo aver osservato gli eventi e abbandonato l’idea del progetto eterno; che il governo spetta agli umani con voto periodico, a tutti non a pochi; che si decide col metodo della libertà avendo l’obiettivo di far felice il popolo; che nel gestire lo Stato non tutto è nelle mani di chi governa. Leone XIV non dice neppure che il secondo emendamento tutela il diritto dei cittadini di possedere e portare armi. Insomma, la sua è una lettura inesatta in aspetti chiave.   il motore della Dichiarazione di Indipendenza è la libertà del cittadino individuo non eterodiretta, irripetibile nella diversità umana di ciascuno ed uguale solo nei diritti dei singoli.

Non basta. Altre ambiguità consistenti stanno nell’affermazione di Leone XIV che gli Stati Uniti hanno aperto le porte ad ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di contribuire a plasmare il futuro della nazione, senza ricordare contestualmente che le migrazioni non erano un diritto umanitario mondialista, bensì venivano ammesse dai singoli stati in base alle effettive condizioni territoriali di ogni stato. Un’ulteriore ambiguità sta nel riferimento di Leone XIV alla tradizione americana di «favorire il dialogo interconfessionale e la cooperazione interreligiosa nella promozione del bene comune e nell’arricchimento dei dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche». In realtà il favorire dialogo e cooperazione è sempre stato non un intento primario  (non si trova nella Dichiarazione) ma esclusivamente la conseguenza del principio di libertà religiosa fondato sul non far intervenire Dio nelle decisioni istituzionali degli Stati Uniti.

Il modo di informare di questi importanti quotidiani è perciò tendenzioso perché elusivo. In pratica nasconde ai lettori il dato di fatto che la Chiesa Cattolica adotta  un esprimersi più flessibile per continuare a comportarsi in modo sostanzialmente impositivo (Giovanni Paolo II attribuiva alla società americana una visione puramente materialista e senz’anima, mentre Francesco lanciava anatemi contro la cecità materialista del modello occidentale).  Un comportamento del tutto legittimo in ambito religioso, che però sotto il profilo civile deve essere fronteggiato in un’ottica di separazione Stato Chiesa tipo quella adottata negli Stati Uniti da 250 anni. Un’ottica che in Italia incontra difficoltà quotidiane insidiata dai clericali, infiltrati nei gangli della mentalità civile quale retaggio di circa due millenni di predominio della Chiesa.  Forse questi importanti quotidiani si illudono di divenire – con il modo di informare tendenzioso – più graditi presso chi accusa gli Stati Uniti di essere un inferno di diseguaglianza e di razzismo e Trump di essere solo un pericoloso tribuno. Ma la loro è un’operazione commerciale incapace di cogliere i ritmi del conoscere l’effettiva realtà civile nel mondo e dell’irrobustire la coscienza separatista frutto sperimentato dell’esperienza. Quindi un’operazione asfittica quanto a laicità liberale e servizievole ausilio dei clericali.

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Dichiarazione Indipendenza USA: 250° in salute

La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti (4 luglio 1776) formulò in base all’esperienza i cardini della libertà imperniata sul cittadino e non   eterodiretta.

I suoi cardini sono cinque. Il primo fu gestire la convivenza terrena separando il Divino dall’umano. Un Dio esiste ma fuori dalle decisioni in campo istituzionale. Il secondo fu legare le scelte allo sperimentare. Si decide dopo aver osservato gli eventi e abbandonato l’idea del progetto eterno. Il terzo fu stabilire che il governo spetta agli umani, a tutti non a pochi, con voto periodico. Il quarto fu valutare senza preconcetti, così che l’attività sperimentale porti a decidere col metodo della libertà per far felice il popolo. Il quinto introdusse il principio della divisione dei poteri nel gestire lo Stato. Non tutto è nelle mani di chi governa.

Stessi cardini nella Costituzione federale, 1788. Da allora, si sono aggiunti 27 emendamenti sui diritti non violabili dal Governo. Sempre nel solco dell’illuminismo all’inglese attento ai dati sperimentali. Invece, l’illuminismo dell’Europa continentale usava la ragione trascurando i risultati dell’applicarla.  Da qui il differente influire sulle cose delle rivoluzioni americana e francese. 

Nella Rivoluzione francese, l’Assemblea Nazionale approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sancendo concetti di pura ragione. Gli uomini rimangono liberi ed uguali, la Nazione è sovrana e sopra i cittadini, la legge non ha il diritto di nuocere alla società ed esprime la volontà generale, estranea allo sperimentare e sovrastante chi convive. Sono tesi di Rousseau, antiscientifiche ed anti individualiste. La ragione deterministica danneggia l’autonomia umana.

In seguito, nel 1792, i sanculotti radicali vararono una Costituzione che antepose l’eguaglianza a libertà, sicurezza e proprietà, adottando norme prescrittive del dover essere. Quando finì il dominio giacobino, ci fu una nuova Costituzione, che stabilì “la legge è uguale per tutti”, dispose la durata triennale del corpo legislativo e il rispettare doveri e autorità.  Negli anni dopo, gli esiti furono vari. Prima il Consolato di Napoleone, poi un’ulteriore Costituzione, dopo la formazione dell’Impero e poi le guerre in Europa, fino alla restaurazione.

Non fu colta la forte attitudine evolutiva dell’illuminismo. Anzi, il mito libertario della Rivoluzione francese sempre innovativa, dilagò con effetti negativi permanenti. La sola ragione non evita che il governo trascuri i cittadini e segua il dover essere elitario. 

Così, mentre l’amalgama dei cinque cardini 1776, superando prove dure tipo lo schiavismo, ancora governa i conflitti di libertà, la linea della Rivoluzione francese è stata instabile e spesso illusione pura. Lo confermano, oltre decenni di fatti, la storia recente dell’UE e oggi il reagire dissennato in Occidente.

Nel 1948, Einaudi ammonì che l’Europa doveva “imitare l’esempio della costituzione americana del 1788”. Qualche anno dopo, l’altro liberale Gaetano Martino convinse i colleghi della CECA ad indicare un’Europa dei cittadini fondata sulla vita economica quotidiana. Fu la linea dei Trattati di Roma della Comunità Economica Europea (1957).

Innescò meccanismi di libera circolazione potenziando le relazioni tra cittadini e dando loro tempo per assuefarsi ai cambiamenti. Per un ventennio, il PCI attaccò furioso in Parlamento i Trattati di Roma. La CEE si sviluppò per 35 anni fino al Trattato di Maastricht (1992) dando centralità ai cittadini in spirito 1776.

A Maastricht, i paesi membri – inebriati dal crollo della Russia – modificarono i Trattati istituendo la cittadinanza europea e varando l’unione economico monetaria. Lo fecero potenziando la struttura burocratico istituzionale invece che dando spazio, nello spirito 1776, al ruolo e al peso dei cittadini. 

Tutti gli organismi dipendono dalle nomine dei tavoli interstatali, dalle scelte politico diplomatiche della Commissione e gestionali dei funzionari a Bruxelles. Il solo organo votato dai cittadini è il Parlamento, che non governa. L’Euro, il traguardo da raggiungere creato a Maastricht, non ha una struttura fiscale comune e neppure un mercato dei capitali. La struttura fiscale europea non c’è tuttora e solo i ¾ dei membri UE aderiscono all’Euro.

Il Trattato successivo (Lisbona 2009) valorizzò il Consiglio Europeo con due indirizzi che non coinvolgono i cittadini. Poi l’UE ricorse all’austerità per i bilanci in disordine. Eppure restringere la libertà economica non risolve il problema, lo peggiora. Finché il sistema BCE tornò a contrastare l’austerità con realismo più aperto limitando le gravi gelate civili. All’epoca COVID, la Commissione accantonò l’austerità e adottò i fondi europei comuni d’aiuto a tutti i membri UE.

Oggi dell’austerità resta l’ente  Meccanismo Europeo di Stabilità. Nel negoziare prestiti, talvolta si affida ad un organo a tre (Commissione UE, BCE e Fondo Monetario) ove la BCE non è una struttura UE e il FMI è fuori dall’UE. Perciò il MES è lontano dai cittadini e dallo spirito del 1776. Per questo è inadeguata la riforma in corso del MES che a ragione l’Italia non vuole approvare senza che il MES sia modificato.  

E’ difforme dallo spirito 1776 anche la recente politica NATO. Richiamando il passato, ha indotto gli ucraini avversari della Russia a non rispettare il Trattato di Minsk2 (da loro firmato con Russia, Francia e Germania, 2015), che impegnava l’Ucraina ad una riforma costituzionale per rendere autonome le regioni orientali.  Putin rispose autorizzando una missione per garantirle e furono occupati Donbass e Lugansk. Da qui, quattro anni di scontri armati. Determinante il sostegno economico militare alla volontà di indipendenza dell’Ucraina da parte NATO, UE, Inghilterra, Canadà e Stati Uniti. Le sanzioni alla Russia non hanno funzionato, perché non condivise da oltre i 3/5 dei paesi del mondo.

L’incoerenza dell’Occidente (rispetto lo spirito 1776) è averle agevolate. Per gli autocrati, che a casa usano l’illibertà, è fisiologico contrastare gli Stati liberi. Invece l’Occidente deve essere consapevole che cercare di eliminare le autocrazie non pericolose a breve, trasforma la libertà degli scambi in una libertà imperiale, che della libertà nega l’essenza. 

Il tentativo, sostenuto dai media, di imporre la libertà imperiale guidata da élites ha causato in Occidente una reazione in chiave populista, cioè opposta alla Dichiarazione di Indipendenza. Opposta come la moda razionalista di attribuire all’Occidente ogni colpa del passato.

Diverso è l’esito della reazione che ha eletto Trump nel 2024. Il Presidente ha il carattere mutevole dell’immobiliarista da affari plurimiliardari, mutevole nello scegliere il partito, con il vizio esasperato di scenate per sgretolare le ritrosie dell’interlocutore, talvolta oltre il buon gusto. Inoltre terremota il quieto vivere abituale. E sostiene la pena di morte.

Tutto ciò spinge i dem Usa al socialismo (critico della celebrazione ufficiale del 250°) e indispettisce i dirigenti UE illusi di dettare le regole. Attaccano Trump su tutto (lui in cambio piccona l’UE). Sperano di celare che i loro legami amicali ossequienti al potere – oltre a non introdurre la Difesa nei Trattati UE e lasciar guadagnare terreno ad autocrazie e al terrorismo – vengono battuti, pur appoggiati dai media, dalle reazioni populiste.

Eppure, in campo internazionale Trump segue (a modo suo, trattando) lo spirito  1776.  E’ molto attento a scuotere gli ostacoli, anche occidentali, alla fluidità e al dinamismo commerciali. Ancor più a colpire chi minaccia gli scambi (vedi Hormuz), si mostra debole col terrorismo, consente che l’Iran detenga l’uranio e insidi Israele.

Trump è riuscito a portare, prima i paesi musulmani del medio oriente al condannare nel voto all’ONU gli attacchi militari dell’Iran, e poi alla rottura del monopolio OPEC dei produttori petroliferi del Golfo. Finora attua lo spirito del 1776, sia nel verificare i risultati dei rapporti internazionali sia nel non usare la libertà imperiale nei paesi alleggeriti dalle dittature. Una volta alleggerito, ognuno è autonomo nel governarsi.  

Anche con l’intemperante Trump, la Dichiarazione di Indipendenza festeggia in salute il 250° compleanno. Non è affatto in crisi, come dicono sondaggi strumentali. Conserva solidi i pilastri del libero convivere pure nell’epoca populista. Che sono il pluralismo nella diversità dei cittadini, la libertà di esprimersi, la legittimità di opporsi e l’aggiustare continuo. Non lo sterile conformismo

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Magnifica Humanitas e la laicità

Stabiliti tali cardini (di stretto carattere religioso), la Magnifica Humanitas illustra puntualmente lo sviluppo del magistero sociale da Leone XIII ad oggi.Sottolineando che la Rerum Novarum ne è stata  la sua pietra miliare e precisando in particolare il motivo che “difende la proprietà privata insieme alla sua imprescindibile funzione sociale”. Della Rerum Novarum, scrive l’enciclica, “restano di grande attualità almeno due acquisizioni: il primato del lavoro umano su ogni logica puramente produttiva o finanziaria, … e il nesso inscindibile tra annuncio evangelico e ricerca di un ordine sociale più giusto”. Prosegue illustrando uno alla volta i successivi insegnamenti dei vari documenti ed encicliche emanati nel corso dei decenni. Richiamando “tre orientamenti importanti per leggere le dinamiche della globalizzazione e per promuovere un ordine internazionale più giusto e pacifico: l’esigenza che il diritto preceda l’interesse, la consapevolezza che le disparità economiche sono terreno fertile per tensioni e violenze, e il valore di un tessuto associativo capace di mediare tra individuo e Stato”.

L’esame che l’enciclica fa degli anni del Concilio Vaticano II e dei documenti pubblicati dai diversi Pontefici è puntuale, espressivo e con un costante riferimento al Vangelo, “che non è un messaggio superato, ma una visione della persona umana, delle relazioni, dell’autorità e del bene comune capace di orientare anche oggi le scelte economiche, politiche e culturali”. In questo quadro l’enciclica rievoca i documenti di Giovanni Paolo II e le innovative riflessioni sui caratteri del lavoro umano e sulla piaga del sottosviluppo.

La Magnifica Humanitas ricorda poi l’enciclica del 1991, la Centesimus annus. “Offre un discernimento sul crollo del sistema sovietico e sull’affermarsi della democrazia e dell’economia di mercato… E rilancia il messaggio di Papa Pio XII secondo cui la Chiesa può apprezzare la democrazia nella misura in cui garantisce la partecipazione effettiva dei cittadini… e impedisce che il potere sia monopolizzato da élite ristrette mosse da interessi particolari o ideologici. Allo stesso modo riconosce il potenziale positivo del mercato e dell’iniziativa privata solo se restano subordinati alla legge morale e orientati dal principio di solidarietà, senza sacrificare i più deboli alla logica del profitto”.

Qui è opportuno un rilievo. La Centesimus annus già celebrava il passato perenne della Rerum Novarum e la Dottrina sociale come evangelizzazione nel segno della tradizione della Chiesa. Il tutto usando  un linguaggio scevro da toni profetici e avvolto in un’atmosfera di innegabile ragionevolezza. Peraltro, anche allora, erano novità solo in relazione alle posizioni tradizionali della Chiesa, non a quelle dei più evoluti filoni culturali del mondo laico occidentale. La Centesimus annus arrivava a riconoscere  che libertà, democrazia, concorrenza secondo le regole sono uno strumento potente di cresciuta umana, il più potente inventato dall’uomo. Ma la diffidenza religiosa rispetto ai cambiamenti innovativi sulle questioni terrene, aveva già provocato un grave ritardo nell’arrivare a capirlo. E soprattutto non ne garantiva una comprensione piena. Così, la Centesimus annus attribuiva alla rivalutazione dell’economia libera motivi e finalità in parte con essa incoerenti. Quali, il pensare la proprietà  giusta e legittima,  solo se serve ad un lavoro utile alla destinazione universale dei beni. Oppure ritenere l’illuminismo e il razionalismo capitalistico gravi errori da aborrire. Oppure essere convinti che l’uomo può donare sé stesso salvo chead un progetto solo umano della realtà. Oppure sostenere che non va commesso l’errore  di dimenticare la trascendenza della persona umana (visto che senza capacità di trascendenza, l’uomo si preoccuperebbe prevalentemente del possesso e del godimento e dunque non potrebbe essere libero, siccome l’obbedienza alla verità su Dio e sull’uomo è la condizione prima della libertà).

Di certo simili asserzioni sono una questione di fede del tutto estranea al problema della ricerca attuata nella dimensione umana. Eppure è proprio con la ricerca nella dimensione solamente umana che la società civile ha accresciuto nel tempo le sue conoscenze e le potenzialità di ciascun cittadino, tanto che la stessa Centesimus annus dava atto come gli spazi a disposizione dell’uomo fossero divenuti sempre più grandi.

Ritornando alla  Magnifica Humanitas e passando al periodo seguente , l’enciclica mette in evidenza che Benedetto XVI ha spiegato che la carità è  la via maestra della Dottrina sociale della Chiesa, purché sia sempre unita alla verità. E ha rilevato  “ con preoccupazione che proprio nei campi sociale, giuridico, politico ed economico si tende a dichiarare l’irrilevanza morale della carità”. La Magnifica Humanitasrimarca che la novità del contributo di Benedetto XVI consiste appunto“nel mostrare che sviluppo, giustizia, istituzioni e mercato non sono realtà neutre, ma luoghi in cui la carità nella verità deve prendere forma storica”.

Il Pontefice successore , Francesco, invita a “guardare la storia a partire dalle ferite e dalle speranze delle persone e a metterle in dialogo con il Vangelo”. Nella sua enciclica  Evangeli Gaudium scrive “l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale” e invoca “una Chiesa capace di ascoltare il grido dei poveri, dei migranti e delle vittime delle nuove schiavitù”. Lungo una tale linea Francesco insiste “su una Chiesa che cerca di leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo e si lascia evangelizzare dai poveri con cui condivide la storia”. Più oltre, la Magnifica Humanitas ricorda che Francesco, nella Laudato sì, ”offre la prima grande elaborazione sistematica della crisi ambientale in una Enciclica sociale, mostrando che essa non è una questione settoriale, ma l’aspetto ecologico della crisi socio-economica contemporanea…. siccome tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri non possono essere separati. In questa luce, tornano in primo piano la destinazione universale dei beni, la critica a un paradigma tecnocratico che pretende di ridurre tutto a oggetto di dominio, la difesa del lavoro umano minacciato dalla logica dello scarto, l’esigenza di una giustizia tra le generazioni e il richiamo a un dialogo vero tra politica ed economia, perché nessuna delle due si chiuda nella propria autoreferenzialità”. Inoltre la Magnifica Humanitas ricorda che Francesco “rilancia in Fratelli tutti  il sogno di un’umanità che sappia scegliere l’amicizia sociale e la fraternità universale”.

L’enciclica di Leone XIV ha così concluso “una lettura della storia alla luce della fede” mostrando come
”la Dottrina sociale della Chiesa non sia il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice – insieme al Concilio Vaticano II – ha offerto un contributo originale alla luce delle cose nuove del proprio tempo”.

Capitolo secondo – Siamo così arrivati al Secondo Capitolo della Magnifica Humanitas, intitolato “Fondamenti e principi della Dottrina Sociale della Chiesa”, suddiviso in 44 commi.   

Leone XIV inizia con una dichiarazione illuminante. “Ritengo che, per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale. Sono convinto che il rapporto armonioso tra questi principi richieda che essi siano considerati congiuntamente, affinché risalti con chiarezza come si richiamano e si illuminano reciprocamente”. Aggiungendo subito dopo di voler “aiutare i fedeli laici e tutte le donne e gli uomini di buona volontà a riscoprire il proprio compito di portare nel quotidiano… i principi che mi accingo a richiamare, lasciandosi animare dall’intento di incarnare l’amore di Dio nella trama concreta della storia”. Va preso pertanto nota che il fine operativo dell’enciclica è dichiarato. Ognuno deve dare concretezza “al cammino pastorale della Chiesa” . Insomma, non c’è quanto chiede la laicità, il manifestare le proprie convinzioni.

La Magnifica Humanitas prosegue descrivendo i fondamenti della Dottrina sociale. Iniziando da”l’essere umano immagine del Dio trinitario”, lungo una serie di sei commi approfondisce descrivendoli gli aspetti principali della dignità umana e della fede religiosa che si manifesta  nella comunione con il Divino. Ciascuna persona ha una dignità che “non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno… la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita”.

La dignità è la base dei Diritti Umani. Tanto che “la Chiesa riconosce con gratitudine che il movimento verso la proclamazione dei diritti dell’uomo è uno dei più rilevanti sforzi per rispondere efficacemente alle esigenze imprescindibili della dignità umana”. Non per caso l’enciclica ricorda come “la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, è una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità”. Naturalmente l’enciclica precisa subito che “sarebbe vano proclamare i diritti umani se allo stesso tempo non si mettesse in pratica tutto il necessario per garantire il dovere di rispettarli, da parte di tutti, ovunque e per tutti. Tra questi, il primo diritto umano è il diritto alla vita, dal concepimento alla sua conclusione naturale,  senza il quale è impossibile esercitare qualsiasi altro diritto”.

E’ un passaggio emblematico del modo di comportarsi tortuoso della Chiesa. Infatti, il Vaticano ad oggi non ha ancora sottoscritto quella Dichiarazione Universale dei Diritti che esalta. Ciò perché sottoscriverla significherebbe accettare che un’istituzione terrena possa stabilire diritti umani definibili, per la Chiesa, solo dalla Divinità. E inoltre perché la Dichiarazione Universale non fa riferimento ai doveri verso la comunità,  accetta il mutare religione, ha un impianto individualistico modellato su scelte di vita laiche. Un comportamento così prova l’attitudine della Chiesa a leggere i documenti non per quel che sono, bensì per quanta conferma danno o possono dare al  credo cattolico. Dunque un comportamento assai tortuoso.

Proseguendo nell’esaminare il testo dell’enciclica, si trova poi l’esortazione a non rinunciare mai “alla ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi” insieme a quella di riconoscere i diritti delle minoranze,  cominciando da quelli delle donne “ che sono doppiamente povere…. perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti”.

In generale, l’enciclica ammonisce che “non basta esaltare la libertà individuale o l’iniziativa privata, se poi si accetta che una moltitudine di persone continui a vivere senza un lavoro dignitoso, senza tutele, senza accesso ai beni fondamentali”. Di conseguenza “chiede di plasmare il modo in cui viviamo insieme, le nostre scelte economiche e politiche, il volto concreto delle nostre città”. E sottolinea che il bene comune è il primo grande principio della Dottrina Sociale della Chiesa. “il bene comune non si lascia ridurre a un semplice elenco di condizioni o di istituzioni. Non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli… è un bene più grande….che solo insieme si può costruire, accrescere e custodire… Se si sommassero semplicemente i beni individuali, non si potrebbe spiegare l’esistenza del plus risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca, che li supera e allo stesso tempo li arricchisce… Lavorare insieme alla ricerca del bene di tutti significa avere un progetto condiviso”.

Sono parole non soltanto religiose, ma schiettamente politiche. Tanto che a questo punto, la Magnifica Humanitas rileva che “il potere pubblico ha il compito delicato di armonizzare con giustizia i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli”. E rileva anche che lo stesso vale per la politica internazionale. “Invito tutti a pensare forme di cooperazione e di istituzioni internazionali capaci di custodire il bene comune globale senza annullare la legittima pluralità dei popoli e degli Stati”.

“Tra le molteplici implicazioni del bene comune, immediato rilievo assume il principio della destinazione universale dei beni… che non riguarda soltanto i beni materiali, ma anche i beni immateriali e culturali.
 Esiste un diritto alla proprietà privata che ha il suo senso e la sua funzione propria, ma sempre subordinato alla destinazione universale dei beni…. Tale subordinazione è la regola d’oro del comportamento sociale e il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale. La tradizione della Chiesa ha visto nella proprietà un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune”.

Qui la Magnifica Humanitas compie un passo ulteriore nella direzione politica. “Oggi, tra i beni che sono destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. Quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni”. E prosegue. “La Dottrina sociale della Chiesa chiama sussidiarietà il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori…. La sussidiarietà non giustifica il disimpegno dello Stato, ma ne orienta l’azione: l’intervento pubblico è richiesto proprio per permettere a tutti i soggetti sociali di svolgere la loro missione senza essere schiacciati…. Il principio di sussidiarietà vale in modo particolare nel contesto della rivoluzione digitale. Qui il livello superiore non è lo Stato, ma ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune… Nelle scelte che riguardano i flussi economici e le piattaforme digitali, nel governo dei dati e degli algoritmi, non si può lasciare che pochi attori orientino da soli i processi, ma è necessario costruire forme di cooperazione che rispettino i diversi livelli della comunità mondiale e li rendano corresponsabili del bene comune. …..  Appare così evidente lo stretto legame tra sussidiarietà e solidarietà…la solidarietà è un modo di fare la storia che costruisce popoli e non semplici masse di individui… La solidarietà chiede che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno”.

La Magnifica Humanitas evidenzia che “la giustizia nasce e si compie nella fraternità, perché il modo in cui ci accostiamo agli ultimi e ci relazioniamo a loro diventa la misura del nostro rapporto con Dio e con i fratelli. La giustizia però non riguarda soltanto i comportamenti dei singoli, ma anche il modo in cui sono pensate e organizzate le strutture della convivenza…Il Magistero recente ha insistito sul fatto che la giustizia sociale esige uno sguardo che parta dagli ultimi…. di una opzione preferenziale per i poveri che deve segnare le scelte personali e sociali”. Tali argomenti esigono una nota. Partire non dall’azione individuale ma dal come agire per soddisfare il bene comune, fa necessariamente prevalere il preconcetto di bene comune e non l’osservazione sperimentale che innova.

Al di là della nota, riprendiamo l’esame testuale della Magnifica Humanitas . Essa prosegue con “la giustizia assume anche una dimensione riparativa… Ciò può significare … sostenere chi porta ancora oggi le conseguenze di torti subiti in passato…. Un ordine sociale giusto nel tempo del digitale è quello che garantisce a tutti un accesso equo alle opportunità… sottopone a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, così che il criterio non sia il solo profitto ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli… Un banco di prova decisivo per la giustizia sociale oggi è rappresentato dalla condizione dei migranti, dei rifugiati e di quanti sono costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali… Il modo in cui una società li tratta mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità… Lo   sviluppo è autentico solo se è integrale, vale a dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”.

“Nei decenni successivi, la Dottrina sociale della Chiesa ha ripreso e approfondito questa espressione per indicare il modo concreto in cui i grandi principi … trovano attuazione nella storia.   …. Lo sviluppo è umano quando mette al centro le persone e non l’accumulazione di beni, e quando riguarda anche i popoli, non solo gli individui.  … Lo sviluppo è integrale quando non si riduce all’ambito economico, ma promuove la qualità della vita nelle sue dimensioni spirituali, culturali, morali e relazionali, nel rispetto della Casa comune, della diversità dei popoli e dei loro modi di vivere”… L’enciclica rileva infine che”le innovazioni tecnologiche – compresa l’intelligenza artificiale – non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione”. E nel seguito la Magnifica Humanitas insiste nell’affermare che simili questi principi siano  da applicare innanzitutto all’interno della Chiesa. 

Capitolo terzo. Questo capitolo della Magnifica Humanitas, che comprende 51 commi, si intitola “Tecnica e dominio: la grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA”.

Parte con richiamo ancestrale poi ricorrente nel capitolo. “L’immagine biblica di una costruzione: da un lato la torre di Babele, dove l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare; dall’altro le rovine di Gerusalemme, che vengono ricostruite pezzo per pezzo, come opera di responsabilità condivisa”. Il richiamo introduce una constatazione. ”L’Enciclica Laudato Sì denunciava la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato: la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche…..Le innovazioni … possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico”. Tuttavia lamenta Leone XIV, “in molti casi nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione”. E continua “Non è mia intenzione offrire qui una trattazione sull’intelligenza artificiale…mi limito a richiamare alcuni elementi essenziali per un discernimento morale e sociale che custodisca il primato della persona…Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”.

Il commento dell’enciclica è ”Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati:….. La velocità e la semplicità .. semplificano le nostre vite, ma possono anche abituarci a delegare troppo e a cercare risposte pronte, indebolendo il giudizio personale e la creatività……I vantaggi in termini di efficienza e le potenzialità di miglioramento di alcuni servizi sono evidenti; tuttavia, un’adozione rapida e acritica ci espone a diversi rischi, tra cui quello di sottovalutarne l’impatto ambientale”.

Vengono fatti esempi. ”Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane….il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”. Da qui diviene necessaria “la possibilità di identificare chi deve rendere conto delle decisioni…e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano…..esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti…servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito”. 

Il rischio del non farlo è che  “ il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo…..Non possiamo limitarci a invocare il cosiddetto allineamento dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi.…Inoltre, la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata” .

Questo passaggio argomenta in modo chiaro ma il contenuto è destabilizzante, tanto da richiedere una confutazione immediata da parte laica. Perché, adottando un simile tipo di logica, si mina alla radice non soltanto l’IA ma la metodologia di ricerca in sè. Sotto due profili. Uno.  Ricercare è osservare il mondo cercando di capire come funziona. Frapporre un codice etico (prescrivendo il codice etico da usare) limita l’osservare e quindi la ricerca. Due, siccome l’IA effettua i calcoli ad una velocità enormemente superiore e investe masse di dati enormemente più ampie, il  prestabilire chi può utilizzare l’IA e chi no, viola il basilare principio degli uguali diritti per ogni umano. La questione da affrontare è un’altra, la brevettabilità della scoperta.  

Tornando all’esame del testo, la Magnifica Humanitas auspica che l’IA venga disarmata. Vale a dire “ sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva…Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano.…Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione”. E specifica che “l’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione”.

Poi l’enciclica aggiunge che la tecnologia deve evitare sia di puntare  al transumanesimo(“immaginando di incrementare prestazioni e capacità”) sia al postumanesimo (“prospettando una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente,… entrando in un nuovo stadio evolutivo”). Ed in generale che “tutto ciò che appare come limite… tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione”. Invece “è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, .. l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio…La finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro”.  

In seguito la Magnifica Humanitas espone una fitta serie di esempi di istituzioni, di associazioni e di fatti che nel corso degli ultimi 170 anni sono stati realizzati all’insegna del risolvere il problema dello stare insieme e del come meglio affrontare i pericoli , spesso pure  dovendo sconfiggere resistenze e contrasti. Al riguardo, l’enciclica osserva concludendo che  “la fede cristiana risponde indicando un compimento che non deriva da una divinizzazione tecnologica, ma da quella operata dalla grazia di Dio ricevuta in Cristo….Qui si trova la differenza radicale rispetto ai sogni prometeici: ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma…L’IA può rendere la vita umana sulla terra più umana … in un cammino di ricostruzione paziente e condivisa, sul modello della rinascita di Gerusalemme. Se invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si spezzano, allora siamo davanti a una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa, ma disumana” 

 Capitolo quarto – Il quarto capitolo della Magnifica Humanitas  comprende 50 commi fino al 181 ed è intitolato “Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà”. 


Il testo prende avvio con l’osservazione che ”l’uso delle piattaforme digitali e dei sistemi di IA accelera i profondi cambiamenti nella comunicazione pubblica e politica… La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente” E formula un auspicio:” un’informazione veritiera non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato…. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti può fondare una comunicazione giusta”. Per arrivarci va presa coscienza del fatto che “l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso e della società…Una società è rispettabile anche perché coltiva la ricerca della verità e per il suo attaccamento alle verità fondamentali”.

Quando “prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare efficace, la vita democratica si indebolisce” e l’enciclica cita il detto della filosofa Hannah Arendt (tacendo il suo essere liberale), secondo cui “per i totalitari  i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più”.

Con questa modo di vedere le cose, l’enciclica avverte “chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede una notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà. È un potere che chiede di essere continuamente illuminato dalla ricerca della verità e dal rispetto della dignità umana, perché la cultura che si genera nella rete non diventi strumento di eccessiva distrazione, di omologazione e di dominio… la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”.

Per tale ragione la Magnifica Humanitas spiega la necessità di  “un’ecologia della comunicazione: …ciò significa stabilire norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali;… implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata; …la maturazione dell’esigenza di una nuova consapevolezza educativa e la formazione all’utilizzo corretto e critico degli strumenti digitali, dell’IA; … la grande sfida dell’integrazione dei saperi, allenando sia alla capacità di collegare le conoscenze per leggere la complessità, sia alle tecniche per la verifica dei fatti”.

A questo punto, l’enciclica siriferisce in termini  chiari ai gravi mali che in materia si sono verificati nelle comunità ecclesiali per lunghissimi secoli. Dopo, osserva che “la pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza, che alimenta apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità.
.. I processi educativi, invece, hanno bisogno di tempi di maturazione…. Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta”.

Poi, nel comma 141, esamina limiti e difetti comprovati dei social e delle loro conseguenze, specie quando usati troppo precocemente… “Occorre opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme – concentrate in poche mani – quando esso contrasta con il bene dei minori”. Dopoal comma 
143ci ricorda che “la scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità” ed evoca  il pericolo delle scuole private che discriminano sulle disponibilità economiche, sottolineando l’eccezione delle scuole cattoliche che evitano tale discriminazione. Inoltre richiama la necessità di adeguare di continuo la pedagogia.  La ragione è che “non può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità”.

Nei commi successivi, l’enciclica formula un appello. “La Dottrina sociale della Chiesa invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a un’alleanza educativa rinnovata… educare alla sobrietà e al senso del limite… il Magistero ha riconosciuto nel lavoro la chiave essenziale per comprendere l’intera questione sociale… In quest’ottica, gli aiuti economici ai poveri restano talvolta necessari nelle emergenze, ma non possono diventare l’unica risposta, perché l’obiettivo è mettere ciascuno nelle condizioni di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro”.

All’insegna di questo appello, viene osservato che “contrariamente ai benefici dell’IA che vengono pubblicizzati, gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive…. Per evitare questa deriva, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione.
…. la persona umana è fine e non mezzo, e l’ordine economico deve rimanere sottoposto alla sua dignità e al bene comune”.

Quanto alla transizione tecnologica, avverte l’enciclica, “non esiste un modello di cambiamento unico, né una soluzione globale: esistono territori e storie che chiedono risposte diverse…In quelle parti del mondo in cui il lavoro tende a ridursi o a mutare radicalmente, per effetto di processi tecnologici e organizzativi che sfuggono al controllo democratico, è necessario ripensare il lavoro stesso e il suo rapporto con la cittadinanza, perché l’assenza di occupazione non pregiudichi la partecipazione sociale…. È necessario un nuovo sforzo convergente di responsabili politici, organizzazioni dei lavoratori, mondo imprenditoriale e comunità scientifica per elaborare in tempi rapidi regole e tutele adeguate e condivise, anche a livello internazionale”.

Per la Magnifica Humanitas, la stessa transizione del lavoro ha la conseguenza di attivare nuovi spazi di attività e perciò esige nuove iniziative di lavoro. Perciò “occorre governare in anticipo la trasformazione. Una via praticabile consiste anzitutto nel fissare criteri sociali per l’innovazione… la libertà economica non è assoluta e va sempre misurata sul bene comune e sulla dignità di ogni persona. L’iniziativa imprenditoriale può essere una vera vocazione, capace di generare ricchezza e migliorare la vita di tutti, a condizione che riconosca la creazione di lavoro dignitoso e di valore come parte essenziale del proprio servizio alla società e non come variabile dipendente dal solo profitto”.


Non può sfuggire l’ambiguità del concetto insito nelle ultime parole. L’imprenditoria dipende dal profitto creato realizzandosi nell’ambito delle norme vigenti. Ed anche il migliorare le condizioni di lavoro è finalizzato a aumentare la produzione ed il profitto. Chi accetta davvero tale principio, non deve sminuire il profitto imprenditoriale in nessun modo e tanto meno demonizzarlo. Ed è pure ambiguo, sotto diversi aspetti, anche il concetto espresso dall’enciclica pochi periodi dopo. “Una società giusta richiede uno Stato presente e istituzioni civili capaci di superare la sola logica dell’efficienza, orientando esplicitamente risorse, creatività e norme a favore dei più vulnerabili”. Dal punto di vista laico, per funzionare al meglio, lo Stato e l‘istituzione pubblica devono sempre proporsi di essere efficienti al massimo delle loro possibilità. E’ l’essenza del loro contributo al corretto funzionamento del convivere.

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La Magnifica Humanitas prosegue consigliando di andare oltre l’uso esclusivo del PIL nelle statistiche e facendo considerazioni sulla finanza che non deve pensare solo a sé stessa e sul risparmio. “La funzione sociale del credito rimane insostituibile. La finanza per la finanza è cosa ben diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la creazione e l’evoluzione del lavoro….  Pensare che le nuove tecnologie porteranno automaticamente beneficio a tutti significa ignorare un’evidenza.. La giustizia oggi passa anche attraverso l’accesso ai benefici dell’innovazione…Ma non bisogna considerare la ricerca della giustizia sociale un tema separato e successivo alla produzione di ricchezza, come se l’economia dovesse semplicemente creare valore e la politica intervenire solo dopo per distribuirlo… la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione. Poiché molte decisioni economiche superano i confini degli Stati, è necessaria anche una cooperazione internazionale capace di definire strategie comuni”. Di nuovo concetti ambigui sui compiti della politica. Espressi così non escludono il dirigismo ideologico o religioso. 

L’enciclica prosegue scrivendo “la famiglia è la cellula fondamentale e insostituibile di ogni organizzazione comunitaria…. È noto l’impatto devastante della disoccupazione e della precarietà sul tessuto familiare. Nel breve periodo può sembrare vantaggioso ridurre il costo del lavoro o massimizzare l’efficienza finanziaria, ma nel lungo periodo ciò mina le basi stesse della convivenza”. Passaggio pericoloso. Alla lettera vuol dire che le basi della convivenza sono mantenere alto il costo del lavoro e non al massimo l’efficienza finanziaria. Concetti contrapposti ai dati dell’esperienza storica.

Poco dopo, l’enciclica richiama il fatto che “la necessità di cambiare occupazione più volte nel corso della vita richiede percorsi di riqualificazione permanente, che rendano le nuove generazioni capaci di assumere, con competenza e autonomia, i rischi di un contesto economico mutevole e spesso imprevedibile… in una stagione di profonde trasformazioni tecnologiche, occorre una creatività politica a favore del lavoro che metta al centro la famiglia e le nuove generazioni, se non vogliamo che i progressi economici si traducano in nuove forme di insicurezza e di esclusione… è decisivo investire su formazione e riqualificazione accessibili, perché la mobilità professionale richiesta dall’economia digitale non diventi una selezione crudele tra chi può aggiornarsi e chi no… Un ulteriore rischio è quello del controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Quando ogni gesto lascia tracce… si crea un potere nuovo: quello di profilare, prevedere e orientare i comportamenti… Se questi dati vengono usati per prendere decisioni che incidono su opportunità concrete … si rischia di ledere la libertà e discriminare i più vulnerabili. Inoltre, il controllo non passa solo da divieti espliciti, ma dall’architettura della visibilità: si finisce per modellare opinioni e scelte, generando conformismo e autocensura. Per questo la libertà, nell’era digitale, non è soltanto un fatto interiore: è anche una questione pubblica, che domanda regole chiare, trasparenza, possibilità di ricorso e limiti proporzionati all’uso di tecnologie invasive, affinché la tecnica resti al servizio della persona e non diventi una forma di dominio delle coscienze”.

E ammonisce sugli effetti negativi di “una mentalità tecnocratica e postumanista, che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile, eliminando tutto ciò che pone limiti alla massimizzazione del profitto: ciò che conta è l’efficienza, non il rispetto della libertà e della dignità umana… Se una tecnologia promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignità della persona.
.. Senza questa riflessione etica e umanizzante, il potere crescente dei sistemi digitali rischia di condurci verso atrocità nuove”.

La Magnifica Humanitas non fa discorsi simili per autocelebrare la Chiesa. Anzi, afferma che “non possiamo negare o minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù… Si tratta di una ferita nella memoria cristiana a cui non possiamo considerarci estranei… Il colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili… Altrimenti, l’era digitale non sarà post-coloniale, ma coloniale sotto altra forma… la Dottrina sociale della Chiesa propone una responsabilità condivisa. Chiede che questi processi siano governati con lungimiranza da istituzioni … da imprese … da corpi intermedi e comunità educative … da cittadini”

Capitolo quinto. L’ultimo Capitolo della Magnifica Humanitas si intitola “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore” e comprende 47 commi.

La parte inziale è netta. “In un mondo sempre più interdipendente, la pace  è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli”. Netti lo sono pure i concetti successivi. “La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti. Alla guerra visibile si affiancano attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche. L’IA entra in questi processi come fattore di accelerazione, in un quadro in cui molte tecnologie sono intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all’offesa, e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare”.

“Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti…È, inoltre, la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo… E tuttavia, accanto a questa deriva, intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace. … è una costruzione più lenta, meno visibile…È a questo orizzonte di impegno, a questo cantiere di speranza, che diamo il nome di civiltà dell’amore” espressione introdotta da  Paolo VI.

 “La Chiesa immagina un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale”. L’enciclica Fratelli Tutti ha ricordato che “solo questo amore sociale può generare un ordine internazionale stabile, trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino.
.. Le reti digitali, l’economia globalizzata e lo sviluppo dell’IA creano legami sempre più fitti, collegando in tempo reale decisioni prese in un luogo agli effetti che esse producono altrove…Il bene comune assume sempre più una dimensione universale, con diritti e doveri che riguardano l’intera famiglia umana”.

“Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza…che penetra nella società, modifica comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, .. alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono… Anche durante la Guerra fredda permaneva la consapevolezza che occorresse evitare a ogni costo un nuovo conflitto mondiale. Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale”…

“A tutto ciò si aggiunge un elemento nuovo e decisivo: la dimensione mediatica e digitale. Le reti di comunicazione, gli ambienti informativi frammentati e gli algoritmi che premiano lo scontro possono amplificare polarizzazione e risentimento, accelerare la propaganda e rendere più difficile un discernimento comune…È in questo clima che l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza.. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della guerra giusta.. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono”….

“Un elemento decisivo del panorama attuale è la crescita dell’industria bellica, divenuta settore chiave nell’economia di alcuni Paesi.. In tale contesto, l’entrata in vigore nel 2021 del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, rappresenta un segno importante, ma rischia di restare in gran parte simbolico, poiché le principali potenze atomiche non vi aderiscono. Si è diffusa così la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza, con il risultato di alimentare una nuova e poco controllabile corsa agli armamenti….La scena è resa ancora più instabile dalla presenza di nuovi attori armati – gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali – che segnano la fine del monopolio statale della forza”…

“A questo scenario si collega lo sviluppo incessante dei sistemi d’arma, e in particolare delle armi legate all’IA…Lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici, nel rispetto della dignità umana e della sacralità della vita…Non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale”.

Pertanto “occorre indicare puntuali criteri di discernimento. Il primo riguarda la responsabilità personale. Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili”. “Da questi criteri derivano alcune esigenze irrinunciabili. Anzitutto, per ogni sistema impiegato in ambito bellico, devono essere garantite tracciabilità e possibilità di ricostruire le decisioni.. In secondo luogo, la scelta di impiegare la forza letale … deve restare sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile. Infine, è necessario stabilire regole condivise, anche a livello internazionale”.

L’enciclica osserva poi. “La cultura della potenza scaturisce anche dalla crisi del sistema multilaterale…Invece di progredire, stiamo retrocedendo rispetto alla svolta storica del Novecento. Dopo il 1989,… si è affidata quasi ciecamente ai mercati la capacità di produrre benessere, democrazia e stabilità, … la globalizzazione… ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche. La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso diritto del più forte, e i suoi strumenti – dai tribunali competenti sui crimini di guerra alle corti chiamate a dirimere le controversie tra Stati – vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza… Così si indeboliscono anche le conquiste del diritto umanitario”…

 “Viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale… Sembra tornare a imporsi la logica dell’equilibrio armato e della deterrenza. Ma, contrariamente allo scenario bipolare della Guerra fredda, oggi il moltiplicarsi degli attori e dei fronti di conflitto rende questa logica sempre più fragile….A monte di tutto ciò sta un falso realismo, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana…Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità”…

La Magnifica Humanitas tira la conclusione che “questo è terreno fertile per nuove guerre, forse ancor più pericolose di quelle passate perché tendono a smarrire ogni limite etico…Le decisioni sembrano ora essere guidate quasi esclusivamente da calcoli economici, difesi attraverso illusioni mediatiche, euforie artificiali e “sogni” che inevitabilmente si infrangono, generando frustrazione e nuova violenza… Quando una cultura giustifica il conflitto, si apre una deriva pericolosa: ciò che oggi appare impensabile può diventare domani accettabile in base a calcoli di utilità o di sicurezza… Quando ci si limita a guardare solo al proprio settore, ci si illude di svolgere un compito moralmente neutro e si evitano le domande sugli scopi ultimi che orientano determinate sperimentazioni: così si rischia di cooperare, magari senza volerlo, a progetti oscuri che alimentano nuove forme di violenza, manipolazione e dominio”.

Costruire la civiltà dell’amore. “La prospettiva cristiana non si esaurisce nel denunciare il male…    I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce…non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà…Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione”. Leone XIV ci dice “propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo”.

Ne consegue che “dobbiamo dire no alla guerra delle parole e delle immagini… quella vera pace che nasce dalla giustizia… dobbiamo toccare la carne di chi soffre, guardare i volti.. Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti l’idealismo politico… Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo, .. non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza…Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo…A livello politico, è urgente passare dalla cultura della potenza a un’autentica cultura del negoziato”.

Lo stesso Leone XIV ripete “i popoli vogliono la pace”. E l’enciclica sottolinea che “nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo… chi usa nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto”. Del resto “nelle relazioni internazionali, il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia. Anche lo spazio cibernetico è diventato terreno di confronto…occorre una diplomazia capace di operare anche in questo nuovo ambiente, negoziando regole condivise sull’uso delle tecnologie digitali”.

“Nel contesto internazionale, la diplomazia della Santa Sede assume il principio evangelico della misericordia come criterio concreto dell’agire politico…contribuisce alla costruzione di una civiltà dell’amore in cui anche le nuove tecnologie siano orientate al bene comune…Non stanchiamoci di pregare per la pace e di impegnarci per realizzarla nelle nostre relazioni e nella società”.

La conclusione della Magnifica Humanitas comprende 16 commi. Leone XIV premette “al termine di questo percorso, desidero consegnarvi un itinerario di vita cristiana con cui abitare questo cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo”. Dopodiché proclama che “la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono.. diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale”. E traccia il disegno religioso. “Al centro sta il mistero dell’Incarnazione: il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi… attraverso questa vicinanza il dono della pace entra nel mondo in modo paradossale come potere di diventare figli di Dio…. Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù … Ciò che salva l’uomo è l’amore divino che scende fino al punto più fragile della sua storia e la rigenera dal profondo.
.. come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA… Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia” (da questo punto, l’elegante periodare religioso è il paravento di una forte contraddizione in termini terreni di cui parlerò nella valutazione conclusiva).

Leone XIV prosegue la narrazione religiosa affermando che “la spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore… L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone… La verità che non dobbiamo perdere è quella su Dio e sull’essere umano, così come Cristo ce li ha rivelati”.

“Occorre abbandonare una visione dell’uomo individualista e tecnica, come se la realtà fosse pura materia da modellare in base a interessi egoistici, sia individuali che di gruppo…  Dobbiamo educarci a considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare, che richiede missionari generosi e maturi nella fede… Le stesse tecnologie che facilitano la comunicazione e l’accesso alle risorse possono sostenere modelli che sfruttano i più vulnerabili, alimentano nuove schiavitù, trasformano il conflitto in occasione di profitto… chi crede si impegna perché.. invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace… Il quarto punto di questo programma di vita cristiana, dopo la fede che contempla il disegno di amore del Padre, la carità che ci unisce in un unico corpo ecclesiale, la speranza che sostiene il nostro agire nel mondo, è la preghiera…  insieme con la Vergine Maria… Il Verbo si è fatto carne…. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione”

Leone XIV si avvia a concludere con una serie di considerazioni strettamente religiose imperniate per alcuni commi  sul concetto del “Dio vivente che scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza”. “Come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità”, affermazione  mistica dato che nella realtà l’uomo non è uno spettatore rassegnato dei processi tecnologici bensì la loro fonte e il loro utente felice di esserlo.

Leone XIV poi asserisce “nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. È il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra….abbiamo bisogno è di una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore”.

Nella prospettiva di tale obiettivo Leone XIV , negli ultimi commi dell’enciclica, disserta su questioni religiose approfondendo volta volta alcune esortazioni “Restiamo fedeli alla verità.. Investiamo nell’educazione.. Curiamo le relazioni.. . Amiamo la giustizia e la pace..Non dimentichiamo che ogni scelta tecnica o economica si trasforma in luogo di discernimento spirituale”… e infine richiamando le vicende della ricostruzione con il popolo delle mura di Gerusalemmee terminando la Magnifica Humanitas con l’auspicio “Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo”-

Valutazione della Magnifica Humanitas in termini laici. a) criterio valutativo – Per evitare ogni equivoco, va ribadito che la Chiesa cattolica  ha ogni diritto, come tutte le altre religioni, di elaborare e diffondere i suoi documenti dottrinali. Perciò la presente valutazione attiene solamente ai suoi contenuti (che  pone quali meri suggerimenti) rispetto ai temi del come organizzare la convivenza.

b) Portata del riferirsi all’IA. La prima osservazione è che anche questa volta, nonostante la differente origine del Papa autore e certi parziali progressi interni, nell’enciclica permane il ritardo strutturale della Chiesa sul conciliare la fede e l’osservare i fatti terreni. Tale ritardo strutturale è presumibile sia il motivo per cui l’enciclica fa esplicito riferimento all’IA, mentre la sua sostanza è imperniata nella Dottrina Sociale della Chiesa avviata dalla Rerum Novarum (1891) e sviluppatasi da allora nel segno della fede.

Oltretutto, il richiamo all’IA, pur in un evidente sforzo di coglierne diversi aspetti concettuali ed operativi, non arriva a definirne con esattezza l’effettivo significato. L’IA è un codice creato da specialisti che – purché disponga di grandissime quantità sia di energia che di acqua – è capace di effettuare calcoli a velocità irraggiungibili dagli umani , trattando al contempo una mole enorme di dati, o ad esso forniti o cui è in grado di accedere. Il che accelera il lavoro da compiere per conoscere e amplia i settori interessati. Peraltro l’IA non è un meccanismo del tutto autonomo da chi lo ha programmato, nel senso che è in grado di operare solo sviluppando quello che ha ricevuto , magari anche effettuando esperienze ulteriori, ma senza compiere atti inventivi e sperimentali caratteristici della mente umana.  Al più l’IA può  aiutare i programmatori nello svolgere un quattro quinti del loro lavoro, ma non è in grado di sostituirsi ai suoi creatori.

La Magnifica Humanitas , però, attribuisce all’IA capacità più larghe di quella che ha. Comunque da per scontato che essa sia saldamente nelle mani di operatori non trasparenti e perciò costituisca con le sue potenzialità un forte pericolo per la convivenza democratica degli umani.

La Chiesa è legittimata a pensarla così, come è ovvio. Peraltro è del tutto evidente – ripercorrendo il testo dell’enciclica in dettaglio – che il vero obiettivo dell’enciclica è diffondere il messaggio religioso della fede e renderla il più possibile capace di influire sulla gestione istituzionale, esercitando una forma di controllo sulle procedure della conoscenza terrena.

c) intendere la  fede come coprotagonista istituzionale. L’esame del testo fatto fin qui rende evidente   che   ,  sulla scia delle precedenti, anche l’enciclica Magnifica Humanitas inquadra la storia e la cronaca nella cornice del millenarismo della verità, del buono e del giusto. Nonostante scriva anche di autonomia della politica, la Magnifica Humanitas manifesta la convinzione che sia possibile rendere la fede cattolica coprotagonista del conoscere e delle scelte istituzionali. Cosa impossibile, siccome, per esperienza secolare, la fede – in quanto strumento messianico –  non consente tempestivi progressi nella conoscenza terrena. Infatti la fede assorbe la storia presupponendo di affidarsi alla rivelazione divina, non alle osservazioni degli uomini, alle loro scoperte e alle loro scelte su come organizzare la convivenza.

Questo voler essere coprotagonista del conoscere e delle scelte istituzionali, porta al redigere il passaggio dell’enciclica in cui è scritto “nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale”. Un passaggio per far credere che la laicità  voglia discriminare la Chiesa. Ma è un’idea strutturalmente insussistente, dato che la diversità dei laici significa diritto di ciascuno a manifestare le proprie idee e le proprie fedi, senza pretendere di imporle. Viceversa, appunto l’imporre il proprio modo d’essere nella convivenza è stato per secoli l’intento esplicito della cultura cattolica, persistente ancor oggi  – l’enciclica ne è la riprova – nella forma affievolita del sostenere che il messaggio religioso del Vangelo è ineludibile per il conoscere umano.  

d) l’inclinazione impositiva . Il felpato ma ossessivo voler imporsi è alla base del dirsi minacciati oggi da “coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla” oppure “la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamenta”. Solo che il conoscere ed i suoi prodotti non possono essere mai minacciosi per la libertà dei conviventi, di cui anzi sono il presupposto. Si sente minacciato solo chi vuol evitare che vengano illuminati gli oscuri misteri da lui praticati e  custoditi. Magari per questo motivo, il sedicente minacciato  grida al lupo al lupo. Attivando un allarme, si prefigge di scongiurare il concreto pericolo che il conoscere progredisca mediante l’agire delle potenzialità individuali di ciascuno. E dalla permanente  diffidenza della Chiesa per il privato, deriva   la sua netta preferenza per strutture collettive lontane da quella brulicante dinamicità individuale degli umani conviventi , che viceversa è il marchio del progresso conoscitivo della scienza e della laicità. Lo conferma il fatto che Leone XIV, nonostante la sua maggior ponderazione rispetto al predecessore, continua a disconoscere la necessità del mercato, concepito e strutturato per favorire gli scambi che arricchiscono chi li fa e l’ambiente ove si opera.

e) lontana da scienza e laicità . Seppure con toni più maturi, la Magnifica Humanitas continua a percorrere la strada delle encicliche che l’hanno preceduta, quella segnata della Dottrina Sociale, la quale a sua volta segue la via maestra della carità sempre unita alla verità.  L’enciclica afferma appunto che la vicinanza della Chiesa ai cittadini non deriva dall’intento di supplire alle istituzioni, deriva “dalla carità evangelica che la spinge ad accostarsi alle ferite dell’umanità nei momenti in cui esse si manifestano con maggiore gravità”. Però un simile accostarsi equivale al prescindere dalla centralità del produrre nell’esistenza umana, nel presupposto che i beni necessari siano sempre abbondanti e che si tratti solo di distribuirli. Tanto da sottovalutare l’importanza degli interessi e volere che il diritto li preceda, mentre nella realtà democratica il diritto nasce dopo il manifestarsi  degli interessi per regolarne i rapporti.

 Si tratta di un percorso che non rispetta i capisaldi della laicità e della scienza. Di fatti per l’enciclica, la proprietà  è giusta e legittima  solo se serve ad un lavoro utile alla destinazione universale dei beni. Un cittadino può donare sé stesso salvo chead un progetto solo umano della realtà. Non va dimenticata la trascendenza di ogni umano. Occorre sempre anteporre  il grido dei poveri, dei migranti e delle vittime delle nuove schiavitù. Privilegiare la destinazione universale dei beni, la critica a un paradigma tecnocratico supposto voler dominare ogni cosa, la difesa del lavoro umano minacciato dalla cosiddetta logica dello scarto (mentre quasi sempre tale logica è la selezione secondo le rispettive capacità).

Non termina qui la distanza dalla laicità. Innanzitutto, il rifiuto del riconoscere i diritti del cittadino relativi al suo vivere, dall’inizio della vita, dall’interruzione di gravidanza , al decidere il fine vita. Inoltre, la Magnifica Humanitas proclama che “la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita”, ma sorvola sui grandi risultati dei comportamenti tramite cui si esercita la libertà individuale. Anche qui prescinde dalla effettiva realtà nel tempo. Di passaggi del genere, la Magnifica Humanitas è costellata.

Qualche cenno. “Non basta esaltare la libertà individuale o l’iniziativa privata, se poi si accetta che una moltitudine di persone continui a vivere senza un lavoro dignitoso” oppure “il bene comune non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli”.Nel complesso una martellante repulsa  della concreta realtà costituita dai singoli, costruita sul non tener conto dell’esperienza. Tra l’altro non spiegando mai davvero cosa sia un bene comune diverso dalla somma dei vantaggi dei singoli. Queste sono asserzioni legittime come espressione del pensiero della Chiesa, ma del tutto al di fuori della realistica impostazione laica e quindi estranee pure a quel progetto condiviso che l’enciclica scrive di auspicare.

f) l’errore sui brevetti. In seguito la Magnifica Humanitas afferma che tra i beni destinati a tutti, ci sono  “le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati”. Qui compie un grosso errore, mescolando impropriamente brevetti ed algoritmi con altre forme di proprietà. Già oggi, non tutte le novità nel campo della conoscenza e della  scienza sono brevettabili. I principi fisici, i fenomeni naturali, le sostanze esistenti (quali molecole o geni), le loro teorie esplicative, i modelli matematici (compresi algoritmi tipo i programmi per i computer) non sono brevettabili in quanto tali, siccome sono oggetti appartenenti alla realtà del mondo oppure relativi al generale comprenderlo. Di fatto, anche con il compiere un errore simile, l’enciclica conferma l’intento della Chiesa di mantenere un’estrema prudenza circa la proprietà, diffidando dei suoi effetti principali, agevolare la libertà umana e proteggere i suoi effetti. La medesima mentalità emerge da diversi passaggi, come quando , in nome della solidarietà, chiede “di tener conto in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale …non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno”. Adottando questo atteggiamento – agire non partendo dall’azione individuale ma dal come soddisfare il bene comune – necessariamente prevale il preconcetto di bene comune (attitudine al conservare l’esistente) rispetto all’osservazione sperimentale che innova (attitudine al cambiamento).

g) cautele sul cambiare. L’enciclica sottolinea  inoltre “la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche” e avverte che“le innovazioni siccome  possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico, perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico”. In sostanza è il timore religioso  di non controllare il cambiamento. Timore presente pure nella riflessione “l’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione”. Frase che non spiega l’effettiva misura dell’assolutizzata, e quindi restringe il campo operativo dell’intelligenza limitando lo svilupparsi del conoscere laico. Restrizione confermata anche  da un’altra frase dell’enciclica “ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una comunione che trasforma”. Insomma, una concezione tesa a circoscrivere il manifestarsi individuale, tanto da affermare “lo sviluppo è umano quando mette al centro le persone e non l’accumulazione di beni, e quando riguarda anche i popoli, non solo gli individui”. Ma distinguere tra popoli e individui caratterizza i totalitarismi.

h) principi senza indicazioni attuative. Già questa serie di concetti chiariscono che la distanza della Magnifica Humanitas dalla laicità è assai marcata e che è predominante l’inclinazione della Magnifica Humanitas a voler essere nella sostanza, al di là del pacato argomentare, impositiva in ambito della costruzione.. istituzionale.   Ce ne sono passaggi ulteriori. “Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta” od anche “gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori. Per evitarlo, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione.
…. la persona umana è fine e non mezzo”.

Tra l’altro, l’inclinazione intimamente impositiva dell’enciclica, si traduce in dichiarazioni di principio prive di precise indicazioni sul come attuarsi. “ Fissare criteri sociali per l’innovazione… la libertà economica non è assoluta e va sempre misurata sul bene comune e sulla dignità di ogni persona. L’iniziativa imprenditoriale può essere una vera vocazione..a condizione che riconosca la creazione di lavoro dignitoso e di valore.. e non come variabile dipendente dal solo profitto”. Intenti enunciati senza un disegno per realizzarli. Così si riducono al mettere a fuoco  la volontà di privilegiare gli ultimi muovendo dal non incentivare le capacità individuali e le condizioni produttive per generare profitto (di cui, alla fine, fruiscono tutti i conviventi). Mentre già sopra ho rimarcato che l’imprenditoria dipende proprio  dal profitto realizzato nell’ambito delle regole e che il migliorare le condizioni di lavoro è un mezzo per aumentare la produzione ed il profitto.

i)distacco dall’efficienza. Inoltre gli intenti enunciati senza un disegno per realizzarli, nell’enciclica si accompagnano pure al richiedere “istituzioni civili capaci di superare la sola logica dell’efficienza, orientando esplicitamente risorse, creatività e norme a favore dei più vulnerabili”. In proposito, ho già scritto sopra che, dal punto di vista laico, l’essenza del   contributo  delle istituzioni pubbliche al corretto funzionamento del convivere è. l’essere efficienti al massimo delle loro possibilità. Una volta che lo Stato è efficiente, sarà in grado di affrontare le molteplici questioni quotidianamente sussistenti.

Verificare che vi siano risorse sufficienti per i conviventi. Verificare che l’impianto normativo sia adeguato nel far esprimere le diversità individuali dei cittadini e nel consentire il loro libero interagire fonte della produttività. Verificare che  i livelli di povertà siano ai minimi e che la materiale assistenza ai bisognosi funzioni. In ogni caso occupandosi di tutti i cittadini, non di una sola parte di loro. Perché l’accettare la diversità e rispettare i suoi differenti risultati è un irrinunciabile caposaldo della conoscenza e della democrazia libere, cui non si deve rinunciare sognando per motivi religiosi un’uguaglianza inesistente al di fuori dei diritti. Per tutto ciò, la logica dell’assistenza non va affatto superata.

l) l’individuo poco considerato. La vera questione in ballo è che l’inclinazione impositiva della Magnifica Humanitas, nel solco della tradizione della Chiesa cattolica,  riflette in realtà una considerazione molto scarsa per le capacità degli individui. Sono ritenuti incapaci di gestire la propria vita,  se non assistiti dalla direzione del Dio. Ora, l’esistere del Dio, è questione controversa, superabile solo attraverso la fede.  In ogni caso, anche accettandola, siccome la presenza del Dio non è comunque un dato materiale, è indispensabile ammettere che essa si manifesti attraverso dei rappresentanti terreni. In quanto tali, i rappresentanti sono titolari di fatto  delle prerogative divine, gestite sulla base di scritture dichiarate espressione del Dio . L’insieme delle scritture e dei rappresentanti  si sovrappone ai credenti guidando il loro modo di essere e riducendo la loro  partecipazione ad un’accettazione supina priva di possibilità decisionali in merito alla vita religiosa nei suoi vari aspetti. Essendo questa la natura della struttura ecclesiale, verrebbe replicata nelle istituzioni civili qualora esse fossero in mano alla Chiesa.

m) compito primario dei laici . Stando così le cose, il dichiarare, come nella Magnifica Humanitas, l’autonomia della politica è di sicuro positivo per il convivere democratico nel segno della laicità. Ma non è risolutivo. Perché l’inclinazione impositiva della Chiesa permane e porta ad insistere per evangelizzare il mondo secondo il proprio disegno divino. Se riuscisse, attuerebbe  una istituzione a simiglianza religiosa, la quale avrebbe tutti i limiti sopra rilevati nel circoscrivere la libertà dei conviventi. Pertanto, la laicità deve sempre garantire ai cattolici, come alle altre religioni, il diritto di vivere il proprio credo nel rispetto della legge e di manifestarlo liberamente. Al contempo deve far sì che non prevalga l’inclinazione impositiva della Chiesa. con la sua ossessione per la verità fuori del tempo, perché in pratica corrosiva dei liberi rapporti civili e delle condizioni produttive dell’economia aperta.    

n) i colloqui interreligiosi . Questa ossessione per la verità fuori del tempo, inoltre, è corrosiva pure sotto un altro aspetto assai rilevante del convivere. Sulla Magnifica Humanitas si trova “chi usa nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra… colpisce la religione stessa”.  A conferma – e nell’ottica di far emergere come le religioni propendano alla pace, a differenza dalla politica civile – la Chiesa ha tentato il dialogo tra le religioni, che hanno credi distinti non connettibili. In pratica il dialogo produce colloqui tra bene intenzionati  pieni di speranzoso ottimismo, che però sono colloqui impossibilitati a risolvere i contrasti e forieri di ulteriori confusioni nel merito reale dei problemi. Per celare l’insuccesso reale, terrorismo, violenza o guerra vengono attribuiti a soggetti imprecisati contro i quali è impossibile agire ma solo pregare. Più in generale, del resto, nell’enciclica non è mai descritta l’origine delle guerre, così che non ci si cura dei comportamenti di chi le ha scatenate e dell’effettiva materia del contendere. La pace è vista come un dovere morale, non come conseguenza del rispetto di regole condivise nella libertà.  In tal modo la linea della Chiesa corrode il concreto realismo laico dei cittadini che cerca di conoscere gli avvenimenti in sé per capirli e sforzarsi di modificarli davvero.

o) contraddizioni operative della Chiesa. Va inoltre osservato che  questo modo di operare della Chiesa, resta chiaramente contraddittorio nelle cose. Di fatti, l’enciclica afferma che “il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia”. Tuttavia , come si è visto, in ogni occasione questo volto non gode di una effettiva autonomia ma deve seguire il disegno divino. Il che, anche se conseguente dal punto di vista religioso, dal punto di vista del convivere reale contrasta l’intento civile di essere il protagonista dell’evolversi della storia. La Chiesa afferma che il volto umano è la pienezza verso sui cammina la storia, ma agisce perché non lo sia. Lo accetta solo dopo che è avvenuto nella vita reale.

Sul punto la contraddizione non è solo questa. Nel finale la Magnifica Humanitas scrive che il cittadino è lo “spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità”. Ma prima aveva sostenuto che il volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. Dunque  parlare di rassegnazione pare solo funzionale a diffondere la paura dei processi tecnologici onde provocare la reazione. Solo che il rilevo delle questioni richiede coerente chiarezza e non furbi tatticismi.

p) giudizio complessivo dell’enciclica. Nel complesso, la Magnifica Humanitas contiene alcune innovazioni ma non certo tali da far sì che la cultura laica possa ragionatamente darne una valutazione in termini positivi. E’ anch’essa un’enciclica tradizionale che rimane nella tradizione della Dottrina Sociale di 135 anni fa, e che, anche ricorrendo a nuovi argomenti, persiste nell’aspirare all’evangelizzazione del mondo con la verità cattolica, perché , “la Dottrina Sociale nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia”.

q) costante impegno dei laici. Limitarsi a questa affermazione per concludere il giudizio sulla Magnifica Humanitas, non corrisponderebbe agli insegnamenti della cultura laica. La quale predica la necessità di sostenere senza soste, nel costruire le istituzioni,  quanto è emerso nei decenni dall’esperienza storica. Vale a dire che il metodo sperimentale della laicità liberale ha un’efficacia molto più ampia e anche più rapida nel riuscire a conoscere un po’ alla volta il modo di costruire regole per migliorare le condizioni di vita degli umani e della loro libera convivenza.   Perciò, la laicità deve sempre garantire a tutte le religioni il diritto di vivere il proprio credo nel rispetto della legge e di manifestarlo liberamente. Al tempo stesso – specie in Italia – deve  evitare il prevalere di qualunque inclinazione impositiva. Siccome è conclamata l’ossessione della Chiesa cattolica di evangelizzare  la verità della propria fede, è indispensabile che la cultura laica si impegni sempre per impedire sul campo il prevalere di questa ossessione che finirebbe per  affossare i liberi rapporti civili e le condizioni produttive dell’economia aperta.           

Un impegno del genere rende necessaria una presenza attiva, vigile e costante ad ogni livello della vita civile per diffondere la cultura laica e le sue proposte applicative concernenti i problemi civili sul tappeto. Sono indispensabili concretezza, insistenza, determinazione ed evitare di cadere in pratiche anticlericali, che sono estranee alla laicità.

r) due questioni prioritarie nell’azione laica: 1) l’inoptato. Il tema di maggior rilievo è quello di battersi per eliminare un rigo della legge 222/1985 che distribuisce l’inoptato dell’otto per mille secondo la proporzione delle scelte fatte dal contribuente nella dichiarazione fiscale circa la destinazione dell’otto per mille.

Questo rigo della 222/1985 è un raggiro democratico. Al contribuente,  in apparenza viene data la scelta di destinare il suo 8 x mille (che in via ordinaria spetterebbe all’Erario)  ad un soggetto religioso, mentre nella sostanza, qualora non ne faccia uso, è obbligato a destinarlo in proporzione alle scelte espresse dall’insieme dei contribuenti. Da qui due conseguenze. Prima, i singoli cittadini che non scelgono l’8xmille (poco meno dei tre quinti), vengono assoggettati alle scelte di chi le ha fatte (poco più dei due quinti). Seconda l’Erario rinuncia interamente ai soldi che gli spetterebbero in caso di mancata scelta.

Oltretutto, assegnare così l’inoptato non è solo una questione di rappresentanza. E’ anche un marchingegno finanziario. Perché, nel periodo di imposta 2023,  distribuendo in proporzione l’inoptato,  la Chiesa cattolica riscuote intorno a 700 milioni all’anno in più di quanto le spetta in base alle scelte fatte davvero a suo favore dal contribuente (cioè, visto che la Chiesa ha incassato in tutto  1 miliardo e 87 mila euro, l’inoptato le ha fatto avere circa il 65% in più).

Abrogare la procedura dell’inoptato sarebbe un passo significativo  per sconfiggere l’ipocrita concezione della democrazia civile. In uno stato laico, finanziare le  confessioni religiose può essere deciso solamente mediante un regolare atto pubblico sottoposto al giudizio dei cittadini e non con un marchingegno oscuro che inganna il contribuente.

2) la gestione dell’IA italiana in mano ad un francescano. Una seconda questione di rilievo da risolvere è che un Padre Francescano, Paolo Benanti, docente alla Pontificia Università Gregoriana, esperto di etico delle tecnologie, dal novembre 2023 è l’italiano nel Board ONU di studio sull’IA e dal gennaio 2024 anche  Presidente della Commissione IA presso la Presidenza del Consiglio a Roma. Qui non è in ballo la competenza professionale dell’interessato, bensì l’avere affidato un ruolo così importante ad una persona legatissima al Vaticano, e dunque soggetta alle sue impostazioni culturali , che erano anche all’epoca quelle che abbiamo visto prima nella Magnifica Humanitas.

Va detto che i due incarichi sono stati frutto di procedure particolari. Nell’incarico dell’ONU, attribuito dal Segretario Generale  costituendo il Board , la rappresentanza italiana è più sfumata visto il ruolo del Vaticano di osservatore ONU. Nell’incarico presso la Presidenza del Consiglio, la nomina avvenne in sostituzione di Giuliano Amato , che era alla Presidenza (su indicazione del sottosegretario Barachini, FI) dalla costituzione del Comitato ad ottobre e che era dimesso a seguito di alcune  sue dichiarazioni negative sull’esecutivo apertamente contestate dalla Meloni nella conferenza stampa di fine anno (l’indicazione di Padre Benanti fu di nuovo fatta dal sottosegretario Barachini).

Comunque, queste particolarità non risolvono certo la questione, specie nel caso dell’incarico presso la Presidenza del Consiglio. I già noti rapporti del sottosegretario Barachini con la CEI e con l’editoria cattolica, semmai forniscono al mondo laico ulteriori argomenti di preoccupazione per una nomina che rappresenti davvero una linea d’informazione IA corrispondente ai contributi aperti ed autonomi  nel rapporto con i cittadini (ho ampiamente trattato dell’inclinazione impositiva della cultura vaticana). Alla Meloni resta un’oggettiva responsabilità politica per questa pericolosa deriva. Latitante la sedicente opposizione.

Il mondo laico deve con forza chiedere conto del permanere in tale ruolo di Padre Benanti, che nei fatti è una sorta di cinghia di trasmissione del Vaticano a danno dei cittadini italiani.

s) lotta ai clericali. Nel loro impegno continuo per diffondere il principio del costruire la convivenza sulla libertà di ciascuno, i laici devono essere ben consapevoli   che a voler imporre la fede quale fonte legislativa della convivenza, sono non soltanto i facenti parte di organi religiosi  ma anche (e per certi versi soprattutto) gli ambienti clericali. I clericali, al fine di assicurarsi fitte relazioni di potere, operano quotidianamente per riconoscere alle proposte di stampo  fideistico di ogni origine, uno status privilegiato nella formazione delle leggi su materie decisive per le libertà civili. Smascherare le trame clericali è in testa agli impegni dei laici.

t) la cura ad informare sugli avvenimenti. I laici sono cultori dell’individualitàma insieme sono ben conscidella necessità di impegnarsi  in una costante azione civile per contrastare a passo a passo le insistite propagande della Chiesa, le quali, come si  legge nella Magnifica Humanitas, vogliono far  “considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare”. Rilanciare l’uso diffuso dello spirito critico individuale come motore di una convivenza democratica  non soffocata  da conformismi religiosi, richiede uno scontro  quotidiano. Il punto odierno di maggior difficoltà è quello del funzionamento dei mezzi di comunicazione.

Immersi in un clima di malintese necessità editoriali (soprattutto a seguito del crollo delle vendite cartacee e delle esigenze publicitarie), i mezzi di comunicazione curano pochissimo , se non dimenticano, di pubblicare imparzialmente gran parte delle notizie e di verificarne in precedenza le fonti. Un simile atteggiamento  discrimina oggettivamente nel poter far conoscere le proprie idee, appunto i cittadini individui che non facciano parte di associazioni ed organizzazioni note per altro verso. Appunto il caso degli appartenenti al mondo laico. Dunque è assolutamente necessario che tutti i laici, ognuno con le sue iniziative ed i propri contatti nazionali o locali, diffondano ogni giorno commenti e notizie improntati alle attività dei gruppi e dei soggetti di cultura laica nelle varie città italiane. Il risveglio laico è un passo rilevante per l’equilibrio del nostro convivere. Per il dato sperimentale che nel convivere la laicità è insostituibile, dato misconosciuto dal bipolarismo attualmente in auge.

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Tuttora in salute lo spirito del 1776

L’OCCIDENTE e il 250° ANNIVERSARIO

1 – Un auspicio – Negli Stati Uniti la ricorrenza annuale del 4 luglio è festa nazionale, a ricordo  della firma della Dichiarazione di Indipendenza dalla Corona Britannica (1776). Ebbene, è auspicabile richiamarla anche in Italia. Perché è un documento assai attuale sia per il processo di redazione che per l’originalità dei contenuti. Soprattutto con lo sguardo rivolto al futuro.

2 – Il testo della Dichiarazione di Indipendenza – All’epoca 13 colonie, tutte nella costa est del nord America e nei territori contigui, si sollevarono contro la Corona inglese, rivendicando che i tributi pagati avrebbero dovuto  esser legati al poter avere rappresentanza parlamentare in madre patria , mentre non l’avevano. Di conseguenza, le 13 Colonie iniziarono la Dichiarazione facendo una constatazione fondamentale, da leggere alla luce dello spirito inequivoco che la percorre. “Tutti gli uomini sono creati eguali; essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità”. Dunque, affermano le Colonie, il Creatore è il presupposto, ma la vita umana si basa sulle relazioni, improntate all’uguaglianza nei diritti legali individuali ed  esercitati nel segno della libertà di ciascuno finalizzata alla di lui Felicità.

La Dichiarazione prosegue con un altro punto fondamentale. “Per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”. Dunque il governo ed il potere derivante non emanano dalla divinità, bensì dai cittadini. Poi la Dichiarazione fa una precisazione decisiva: “ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”. Parole di limpida specifica delle circostanze in cui il popolo dei governati può procedere a mutare il governo e sostituirlo con uno più attento alla sua sicurezza e alla sua felicità.

 Infine la Dichiarazione contiene un ulteriore gruppo di valutazioni che inquadra con precisione quali comportamenti tenere, come tenerli e le relative tempistiche.  “Certamente, prudenza vorrà che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni futili e peregrine; e in conseguenza l’esperienza di sempre ha dimostrato che gli uomini sono disposti a sopportare gli effetti d’un malgoverno finché  siano sopportabili, piuttosto che farsi giustizia abolendo le forme cui sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire. Tale è stata la paziente sopportazione delle Colonie e tale è ora la necessità che le costringe a mutare quello che è stato finora il loro ordinamento di governo”.

Qui va rilevato innanzitutto l’affermazione che le valutazioni sui governi si basano sull’esperienza. E poi che esse non si formano sui capricci, bensì  sul reiterarsi al passar del tempo di atti tesi all’assolutismo (dimentichi del buongoverno). Dunque, si sancisce che le valutazioni devono essere frutto di maturazioni alla prova degli avvenimenti, e non stabilite in base alla lettura di libri religiosi o ideologici.   

Proseguendo sulla linea della concretezza delle cose, la Dichiarazione elenca in dettaglio la storia “di ripetuti torti ed usurpazioni dell’attuale re di Gran Bretagna, tutti diretti a fondare un’assoluta tirannia su questi Stati”. Sono citate con precisione tredici gravi iniziative o mancanze giurisdizionali tese a quel fine, vale a dire rendere più difficile od impedire l’equo esercizio dei diritti nei confronti dei cittadini e da parte loro. Tra l’altro, “assoggettando le Colonie ad una giurisdizione estranea alle  leggi, acquartierare nelle Colonie grandi corpi di truppe armate, interrompere il commercio delle Colonie con tutte le parti del mondo, imporre tasse senza il consenso delle Colonie, sopprimere le carte statutarie, abolire le validissime leggi, mutare dalle fondamenta le forme di governi, sospendere i corpi legislativi, e legiferare in ogni e qualsiasi caso”.

In aggiunta, la Dichiarazione formula precise accuse nei confronti del Re inglese. Ad esempio. “Egli sta trasportando vasti eserciti di mercenari stranieri per completare l’opera di morte e di tirannia già iniziata con particolari casi di crudeltà che sono del tutto indegni del capo di una nazione civile…..Un principe, il cui carattere si distingue così non è adatto a governare un popolo libero”.

Dopo aver pure citato l’inutilità dei tentativi di un rapporto di amicizia con i fratelli britannici,  dimostratisi sordi alla voce della giustizia e del sangue comune, alla fine la Dichiarazione enuncia la decisione conclusiva: “Noi, Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell’Universo per la rettitudine delle nostre intenzioni, nel nome e per l’autorità del buon popolo di queste Colonie, solennemente rendiamo di pubblica ragione e dichiariamo: che queste Colonie Unite sono, e per diritto devono essere, stati liberi e indipendenti; che esse sono sciolte da ogni sudditanza alla Corona britannica, e che ogni legame politico tra esse e lo Stato di Gran Bretagna è, e deve essere, del tutto sciolto; e che, come Stati liberi e indipendenti, essi hanno pieno potere di far guerra, concludere pace, contrarre alleanze, stabilire commercio e compilare tutti gli altri atti e le cose che gli stati indipendenti possono a buon diritto fare. E in appoggio a questa dichiarazione, con salda fede nella protezione della Divina Provvidenza, reciprocamente impegnamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore”. La Dichiarazione venne firmata dai 56 delegati delle 13 Colonie. 

3 – La svolta impressa dalla Dichiarazione – Ho ripercorso il testo della Dichiarazione a passo a passo, dato che questo mio articolo non ha lo scopo di celebrarla, si prefigge di  approfondirla al fine di comprenderne appieno la svolta che ha rappresentato (e la sua validità odierna). Fino ad allora, in Inghilterra a partire dalla Magna Carta Libertatum (1215)  era cresciuto il ruolo del Consiglio del Regno, una sorta di Parlamento, e si era sviluppata la democrazia rappresentativa, nella quale l’elezione dei rappresentanti dava più spazio ai cittadini (sempre con lentezza, con fatica e con scontri armati, tra i contrapposti forti interessi della Casa regnante, dei nobili, del clero, del ceto borghese con più numeri e con risorse economiche più ampie).

Poi , dopo la gloriosa rivoluzione svoltasi senza spargimento di sangue, il Re sottoscrisse la Dichiarazione dei Diritti (1689), che stabilì il carattere contrattuale del potere della Corona e avviò la supremazia del Parlamento rappresentativo eletto su base territoriale da cavalieri e cittadini. Durante il secolo successivo, le idee favorevoli al Parlamento circolarono e si diffusero   anche   altrove. Tuttavia era un concetto relativo a Stati e popoli esistenti da secoli, di cui si proponeva di mutare gli assetti istituzionali. Viceversa, le 13 Colonie affrontarono per la prima volta la questione a livello assai più ampio. Partirono dal sostenere che fosse indispensabile riconoscere la rappresentanza parlamentare nella madre patria ai coloni che ad essa pagavano tributi. E per affrontare lo scontro, finirono per estendere il criterio parlamentare alla federazione di stati che dettero vita agli Stati Uniti d’America.

Nel complesso, prima della Dichiarazione di Indipendenza non si era mai arrivati ad una formulazione tanto organica e in sostanza puntuale dei caratteri distintivi della libertà nel convivere innestata sui cittadini. All’epoca proseguiva a diffondersi il portato di una scoperta frutto del vivere nei secoli. Quella che il governare la convivenza funziona meglio quando viene affidato al popolo degli umani e non è più eterodiretto, né da qualche libro sacro né da qualche potente per tradizione (in origine arrivato a prevalere tramite la forza fisica, economica o militare) oppure per conquista con mezzi possenti. Ebbene, le 13 Colonie americane fissarono tale scoperta, estendendola al di là della capillare casistica della legislazione in Inghilterra  ed inquadrandone i nuovi meccanismi cardine di principio nella Dichiarazione di Indipendenza.

Il primo cardine  fu il separare il Divino dall’umano nella gestione della convivenza terrena. L’esistenza di un Dio era confermata con fermezza ma con altrettanta fermezza non era legata alle decisioni umane in materia di vita insieme nelle istituzioni. In pratica era la linea del deismo inglese, secondo cui la fede in Dio dipende dall’istinto di tutti gli uomini e può non contraddire la ragione e la libertà di coscienza. In sostanza il deismo è contro l’idea di rivelazione o i misteri connessi, critica le chiese tradizionali ma non è contro la religiosità in sé. In sintesi, la separazione insita nella Dichiarazione equivaleva a confinare il Divino nel settore (amplissimo) di quanto gli umani al momento non conoscono, senza farlo interferire con le scelte normative ed operative riguardo i rapporti interpersonali e con il giudicare gli atti di governo. Una affermazione chiave, favorita da due circostanze. Una, la fortissima impronta protestante tra i coloni, che già aveva smosso le acque del clericalismo accrescendo il ruolo autonomo di ogni persona nel disporre le proprie capacità di natura. L’altra, un periodo dopo l’arrivo di Cristoforo Colombo troppo breve, perché nel mondo delle Colonie vi fosse una penetrazione diffusa e radicata di istituzioni religiose cattoliche (che, quali   rappresentanti in terra del Dio, propendono  al propagandare la verità di fede e così a rafforzare il conformismo civile).

Il secondo cardine fu legare le scelte del vivere in società allo sperimentare. In altre parole il decidere segue l’osservare gli accadimenti, abbandonando la logica del progetto eterno da attuare ad ogni costo. Comportamento indispensabile per poter conoscere di più il mondo, gli altri, sé stessi e per raggiungere meglio la propria felicità, specie essendo consapevoli dell’enorme numero di cittadini diversi di cui è formato il popolo.  Questo secondo cardine fu anch’esso una novità, seppure non totale. Di fatti, da un lato richiamava lo spirito della commow law inglese  assai vicino alle tradizioni di vita quotidiane  e al loro filo  interpretativo affidato al lavoro dei giudici  e degli avvocati, dall’altro innovava  ponendo l’esigenza di inquadrare le scelte da fare non solo nella tradizione ma piuttosto in normative  di volta in volta votate in parlamento.

Il terzo cardine fu specificare che il governo sulla terra spettava agli umani, in linea di principio nella loro interezza e non ristretti a qualcuno di loro. L’attenzione perciò era posta sulle procedure adatte a svolgere questo compito, mantenendo l’idea secondo cui l’intera materia era di per sé cangiante e che dunque necessitava l’autodeterminazione tramite valutazioni e controlli ripetuti in base ai fatti, ai luoghi, al momento e alle persone coinvolte. Peraltro rispettando sempre il principio che il corrispondere tributi era inseparabile dall’avere rappresentanza parlamentare.

Il quarto cardine fu il sottolineare la necessità di effettuare tali valutazioni e controlli con animo paziente e libero da preconcetti, in modo che l’attività sperimentale svolga i suoi effetti senza farsi sviare dall’ansia del trovare i risultati preferiti e che di conseguenza i dati sperimentali portino a decisioni adatte rispettare il criterio della libertà e, attraverso di essa, quello della felicità del popolo.

Il quinto cardine fu  introdurre per la prima volta il principio della divisione dei poteri nella gestione dello Stato, individuato  pochi decenni prima da Montesqieu. Un’ulteriore conferma del riconoscere  l’insussistenza dell’antica teoria   secondo cui   le strutture dello Stato avrebbero dovuto essere un blocco unitario nelle mani di chi detiene il potere.

4 – Gli Stati Uniti d’America – La Dichiarazione del 1776 formò un amalgama  dei cinque cardini considerandolo applicabile non solo in un singolo stato ma in ambito federale di più stati, anche senza cancellare le rispettive specificità. Un amalgama che operò con successo nella successiva guerra di Indipendenza dal Re d’Inghilterra e nella vita ordinaria dei vari Stati già Colonie. Negli anni seguenti tra i 13 Stati maturò la convinzione della necessità di formulare le strutture fondamentali delle loro istituzioni.  

Così undici anni  dopo (1787) venne promulgata la Costituzione federale  degli Stati Uniti  d’America, nella quale i principi della Dichiarazione sono tradotti in un complesso di leggi e di istituti coerenti alle  indicazioni in essa contenute. Un ramo esecutivo – il Presidente con poteri ben definiti –, un ramo legislativo composto da due assemblee, il Senato formato da due rappresentanti per Stato e la Camera con un numero di rappresentanti proporzionato agli abitanti, un ramo giudiziario diffuso ai vari livelli delle istituzioni e con al vertice la Corte Suprema; i componenti di ogni ramo eletti al rispettivo livello con incarico a tempo, eccetto l’incarico della Corte Suprema attribuito dal Presidente ad ogni singolo componente e mantenuto dal nominato per tutta la sua  buona condotta.

Inoltre, venne introdotto per la prima volta il principio secondo cui le norme della Costituzione appartenevano ad un ordine superiore rispetto a quello delle leggi ordinarie (dunque valevano per ogni Stato federato).

Nel periodo immediatamente successivo – esattamente dal 1789 al 1791 –, nella Costituzione vennero aggiunti dieci emendamenti per specificare diritti fondamentali nella vita del popolo che  il Governo non poteva violare. Due in particolare sono assai significativi. Il IX  stabilisce che un diritto del popolo  può sussistere anche se non è enumerato nella Costituzione (il che significa che la  Costituzione non è la sola fonte del diritto). Il X stabilisce che I poteri che la costituzione non attribuisce agli Stati Uniti né inibisce agli Stati, sono riservati ai singoli Stati o al popolo (il che specifica ulteriormente la natura federale degli Stati Uniti, ove i diritti costituzionali si applicano in tutti gli Stati, ma vi sono poi i diritti di ciascun Stato). Restando inalterato l’indirizzo delle norme costituzionali allora in essere, sono stati poi apportati, nei quasi duecentoquarantanni trascorsi dopo, degli aggiustamenti maturati nel frattempo. Peraltro è stata sempre mantenuta la responsabile prudenza di valutazione prevista nella Dichiarazione di Indipendenza, tanto che ad oggi gli emendamenti alla Costituzione sono  27  in totale.

5 – Gli sviluppi istituzionali diversi nell’Europa continentale –

 5.1L’illuminismo negli Stati Uniti. La Dichiarazione di Indipendenza prima e la Costituzione degli Stati Uniti d’America poi, sono un prodotto palese dei principi dell’illuminismo, ma lo sono nell’accezione inglese che accentua il campo civile e perciò è attenta all’esercizio delle libertà. Non a caso negli Stati Uniti l’illuminismo rispettava il criterio dell’accorta e continua valutazione dei dati sperimentali.  Per contro, l’illuminismo continentale si impegnava  innanzitutto a valorizzare le conoscenze sempre più vaste e a svolgere un ruolo di alta consulenza sui principi per mezzo della ragione (così da renderli il più possibile conosciuti) ma focalizzandosi innanzitutto sulla ragione stessa piuttosto che sui risultati dell’applicarla.  

Per questo motivo, pur rientrando le vicende delle 13 Colonie nel movimento europeo di trasformazione politico istituzionale degli Stati (anche nell’aspirazione ad essere un esempio per il resto del mondo), lo svilupparsi della lotta politica in Francia fece venire a galla la differente natura dell’illuminismo continentale. E di conseguenza la differente influenza delle due Rivoluzioni americana e francese  sugli avvenimenti svoltisi da allora nel mondo intero. 

5.2 L’arrivo alla Rivoluzione francese – Verso la fine degli anni ottanta del ‘700, in Francia il regime di  monarchia assoluta ebbe una massiccia crisi economica che provocò diffusissime condizioni di miseria. In larga misura la causa era che da tempo il Regno  spendeva parecchio di più delle entrate (la sola Corte costava il 6% delle uscite) e che i tentativi di vari ministri delle Finanze di aumentare l’imposizione fiscale distribuendola soprattutto su nobiltà e clero, non vennero mai approvati per la decisa opposizione di quei due stessi stati.

Così, a  maggio 1789, per la prima volta dopo 170 anni, il Re convocò gli Stati Generali di una società suddivisa in tre stati, nobiltà, clero e terzo stato (cui appartenevano i 9/10 della popolazione). I rappresentanti di ogni Stato venivano eletti da chi ne faceva parte localmente ma poi, negli Stati Generali, ogni Stato aveva un solo voto deciso dai rispettivi rappresentanti. Quindi permaneva il dominio stabile del duo nobiltà e  clero, cosa in contrasto evidente con le idee maturate nell’ultimo secolo sul ruolo degli individui. Nel giro di poche settimane, venne accettata la richiesta di voto singolo di ogni eletto avanzata dal terzo Stato, ma ormai si era innescato un movimento  di grandi proteste che in breve posero le premesse per una epocale rivoluzione civile, la presa della Bastiglia, avvenuta il 14 luglio 1789.

Durante quell’agosto, l’Assemblea abolì tutti i privilegi feudali avviando una società autonoma di cittadini, e, alla fine del mese, su un testo preparato dal marchese  di La Fayette (che aveva preso parte alla guerra per l’Indipendenza degli Stati Uniti ed era anche cittadino americano), la stessa assemblea approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che da allora sarà un riferimento per molte costituzioni europee moderne.

5.3 La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo – La Dichiarazione inizia con le parole “i rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale”, parole che trasformano una società di corporazioni e di ordini, in una  di cittadini riuniti in un solo popolo. Dopodiché l’art. 1 sancisce che “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”, l’art. 2 che “Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione”, l’art.3 che “Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione”,  l’art.4 che  “La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla Legge”, l’art. 5che – “La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società”.,  l’art. 6 che “La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla formazione della Legge. Essa deve essere uguale per tutti. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti”, l’art.10 che “nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose”, l’art.17 che “la proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta indennità”.

In generale, è un testo che somiglia non poco alla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti di tredici anni prima. Però che contiene anche disposizioni discordanti, riferibili al modo continentale di intendere l’illuminismo. Alcune di queste saranno all’origine dei mutamenti strutturali intervenuti pochissimi anni dopo in Francia e alla base di un percorso politico culturale del tutto diverso in Europa rispetto a quello negli Stati Uniti.

Esemplifico. Per prima cosa, lo strumento francese, la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, era riferito non solo al popolo come nella Dichiarazione di Indipendenza, bensì all’intera umanità (in altre parole non si focalizzava sull’essere cittadini di uno Stato).  Poi l’art. 1 introduce il presupposto che gli uomini “rimangono” liberi ed uguali nei diritti (un tipico concetto prodotto dalla ragione), sorvolando sul fatto  che tale effetto non è affatto scontato nella realtà ma dipende dal quadro normativo che governa le relazioni interpersonali. L’art. 3 colloca la sovranità nella Nazione senza definire esattamente la Nazione stessa (di nuovo un concetto prodotto dalla ragione, al di là di costruirlo in concreto) ma facendo intendere che la Nazione sia al di sopra dei suoi cittadini.  L’art. 5 prevede che la legge non abbia il diritto di nuocere alla società, senza specificare cosa intende con la frase nuocere alla società (ancora un concetto fondato sulla ragione quale origine del dover essere). L’art. 6 definisce la legge espressione della volontà generale, senza chiarire cosa sia precisamente la volontà generale salvo darle il carattere di entità preordinata agli umani conviventi (in sostanza fa derivare la volontà generale dalla ragione che la determina a tavolino, a scapito dell’autonomia agli umani).

La lettura della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo fa constatare che già nel ’89 era radicato il pensiero del filosofo Jean Jacques Rousseau (morto già nel 1778) che a parole predicava il nuovo (egli sosteneva perfino che un futuro migliore richiedeva il distruggere il passato) ma nel concreto faceva  rivivere, dando loro un nuovo aspetto, molte concezioni del passato intrinsecamente antiscientifiche ed antiindividualiste. A cominciare dall’eterno ritorno dell’utopia quale ideale di vita, in radicale contrasto con la fecondità del conoscere illuminista poco incline a voli utopici. Da cui nacque l’idea di volontà generale , tipica espressione di una ragione teorica estranea allo sperimentare davvero la realtà.

5.4  Cambi di idee nella  Rivoluzione, primo quinquennio – Il Re controfirmò la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma continuò ad esercitare il suo ruolo abituale. Sul subito principalmente attraverso  il suo diritto di veto nei confronti dell’Assemblea Nazionale e in seguito tessendo trame restauratrici, soprattutto circoscritte ai palazzi. Nell’estate del 1790 l’Assemblea fece un ulteriore passo di distinzione rispetto alle strutture degli Stati Uniti,  adottando la Costituzione civile del Clero, con cui la Chiesa cattolica divenne un’istituzione al servizio della nazione, anche se la sola autorizzata a celebrare pubblicamente feste e cerimonie. Il clero dedito ad attività assistenziali e sociali, divenne un corpo di funzionari dello Stato, stipendiato e tenuto a giurare fedeltà alla Costituzione. Inoltre erano soppressi i privilegi  degli ordini religiosi e si stabiliva che i vescovi e  i parroci fossero eletti nelle loro zone dai politici e autorizzò  solo la religione cattolica .

Al passar dei mesi, il Re si sentiva sempre più insicuro nel nuovo clima politico ormai consolidatosi ma che lui non condivideva. Così nel giugno del 1791  fuggì da Parigi tentando di raggiungere una piazzaforte al confine con il Belgio, dalla quale lanciare un’offensiva dei suoi fedeli. Venne ripreso quasi subito nelle Argonne dalla Guardia Nazionale comandata da La Fayette e riportato a Parigi, con una sorveglianza più stretta nonché sospeso temporaneamente dalle sue funzioni (provvedimento che rientrò dopo poche settimane per le dichiarazioni d’alto là fatte da diverse potenze europee). In quell’ottobre 1791 venne varata la prima  Costituzione della Rivoluzione Francese, che aveva come preambolo la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e conservava la forma monarchica, tuttavia  accentuando le caratteristiche innovative dell’impianto fondato sulla ragione teorica.

Così ribadiva il concetto  della sovranità che appartiene alla nazione (“dalla quale emanano unicamente tutti i poteri”) e lo espandeva stabilendo che “nessuna sezione del popolo, né alcun individuo può attribuirsene l’esercizio”. Inoltre affermando che “il Corpo legislativo non potrà essere sciolto dal re” faceva dell’Assemblea l’effettivo fulcro decisionale della Francia. Nel complesso, con la prima Costituzione della Rivoluzione stava proseguendo la divaricazione tra le due culture dei documenti fondanti degli Stati Uniti e di quelli francesi.

E non era finita. Il clima politico in Francia volgeva al peggio, risultando molto più teso all’esterno e all’interno. All’esterno venne dichiarata guerra all’Austria perché aiutava i ribelli monarchici e all’interno  la tentata fuga del Re aveva accentuato il discredito per l’istituto monarchico.  In tale quadro, il nuovo ruolo  assegnato all’Assemblea senza contrappesi  e l’irrobustirsi della tesi di  arrivare presto alla Repubblica, portarono alla scissione  tra i deputati girondini di orientamento moderato (primavera 1792) e determinarono il completo prevalere dei sanculotti radicali. Ciò innescò l’esaltazione egualitaria del popolo indistinto al posto del cittadino. Man mano che acquisivano potere i giacobini fanatici delle idee di Rousseau, tra i francesi aumentava sempre più il ricorso all’esercizio della forza (che si accompagnava al razionalismo deterministico) mentre si lasciava in disparte l’effettivo dibattito delle idee e si trascurava molto la maturazione  civile.

Tutto questo  prese corpo negli avvenimenti del 10  agosto , quando, sotto la guida della Comune di Parigi in mano ai giacobini, la folla insieme a molti militari repubblicani assaltarono il Palazzo delle Tuileries dove il Re e la sua corte risiedevano da un triennio. Il Re si rifugiò nell’attiguo palazzo dell’Assemblea Legislativa ma i rivoltosi ebbero la meglio quasi subito massacrando diverse centinaia di guardie svizzere del Re.  Subito dopo anche l’Assemblea Legislativa accettò  la richiesta giacobina,  sostituendo il Re con un Consiglio Esecutivo e convocando le elezioni generali a suffragio universale maschile per la nuova Assemblea. L’esaltazione giacobina giunse poi all’apice dopo l’inattesa vittoria a Valmy dell’esercito pur raccogliticcio (20 settembre) contro la larga coalizione degli Stati europei che intendevano combattere la rivoluzione antimonarchica.

Nei giorni successivi, l’Assemblea Legislativa – chiamata ora Convenzione Nazionale – accentuò l’intenzione di costruire una nuova Francia in grande discontinuità con la precedente. Proclamò la Repubblica al posto del Regno, decretò l’inizio di una nuova era storica nel conteggio degli anni (ripartendo dall’anno I della Repubblica) e avviò la redazione di una seconda Costituzione francese. In quelle settimane venne deciso l’arresto del Re  e in seguito il suo processo , che si concluse con la condanna alla ghigliottina (gennaio 1793). Nel frattempo vennero conclusi i lavori per la Seconda Costituzione molto diversa da quella precedente.

Già il  preambolo riprendeva nella sostanza le idee rousseauiane attualizzate (seppure insieme ad altri aspetti  volti all’attenzione a problemi di libertà civile). Si inizia sostituendo la sovranità nazionale con la sovranità popolare espressa a suffragio universale. Si prosegue eliminando il principio della separazione dei poteri e attribuendo alla Convenzione Nazionale, siccome esprime la volontà del popolo, sia il potere esecutivo che il potere legislativo. In seguito si definiscono tutti gli uomini eguali per natura (concetto puramente teorico estraneo al mondo reale)  e  poi si antepone l’eguaglianza a libertà, sicurezza e proprietà. Inoltre si adottano norme prescrittive del dover essere Ideale (senza preoccuparsi di definire chi lo stabilisce). Ad esempio si sanciva cha la legge non poteva ordinare se non ciò che è giusto e utile alla società; e che non può vietare se non ciò che le è nocivo. E si proclamava  pure che quando il Governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri. Insomma, un modo di concepire la realtà in toni aulici e netti, senza dare  spazio a sfumature nelle regole e nei comportamenti. Qualcosa cioè che rientra più in quadro stereotipato lontano dal vero e piuttosto espressione della pretesa di imporre la propria volontà agli altri.

Nel mese di aprile 1793, il potere esecutivo venne affidato, oltre che al Consiglio dei Ministri, ad un nuovo organo, il Comitato di Salute Pubblica, con effettivi ampi poteri. Sempre in quelle settimane, la Seconda Costituzione  venne presentata e anche largamente approvata in un referendum. Però non venne davvero mai applicata, visto che tre mesi dopo la composizione del Comitato di Salute Pubblica venne modificata (entrandovi quale presidente Robespierre), siccome non riteneva la Costituzione abbastanza incline alla Rivoluzione. Quindi venne deciso che il governo sarebbe stato “rivoluzionario fino alla pace“.  

Con tali modalità si giunse presto al periodo del Terrore con il Triumvirato di Robespierre, che visse nel sangue all’insegna della più roboante demagogia egualitaria (furono centinaia di migliaia gli arrestati per attività controrivoluzionaria; di cui oltre 16.000 ghigliottinati e decine di migliaia morirono  mentre altre decine di migliaia morirono in prigione. L’ossessione di Robespierre era la minaccia dei nemici interni. Alcuni membri ella Convenzione Nazionale, preoccupati di  essere le  prossime vittime,  denunciarono preventivamente Robespierre a fine luglio 1974. Lo arrestarono con l’aiuto delle truppe della Convenzione e subito dopo ghigliottinarono lui e diversi suoi amici.  La morte di Robespierre pose fine alla dominazione giacobina e dette inizio alla cosiddetta reazione termidoriana (termidoro, nel calendario rivoluzionario dell’epoca, era il nome del periodo tra il 17 luglio e il 18 agosto).

I Termidoriani avevano,   riguardo all’evolversi delle passate fasi della Rivoluzione e ai progetti per il futuro, una composizione moltissimo variegata sia quanto a provenienza che a formazione. Realisticamente avevano colto che la massa dei cittadini rifiutava la concezione rivoluzionaria giacobina e pertanto proponevano il ritorno ad un governo stabile  nonché rispettoso delle regole e della libertà economica.

A tal fine, eliminarono il più possibile l’impronta giacobina nelle istituzioni a Parigi e nella provincia francese, negli aspetti giuridici (abrogando la legge sui sospetti e sulla carcerazione prima del processo)  , nelle esecuzioni ( nel mese di agosto i ghigliottinati furono 6 contro i 343 di luglio) e in quelli umani (eliminando, pure fisicamente non di rado, o comunque trattando  con dileggio,  chi era stato giacobino). Al tempo stesso, il clima politico assai meno giacobino indusse al rientro in patria molti seguaci del Re che avevano trovato rifugio all’estero.

Nella medesima ottica antigiacobina,  nel febbraio 1795 i termidoriani dichiararono  la libertà di culto, ponendo fine alla Chiesa Costituzionale e separando Stato e Chiesa per la prima volta in Francia. Questa libertà di culto venne estesa pure ai ribelli della Vandea, che si erano rivoltati a causa della repressione rivoluzionaria del cattolicesimo. Tuttavia, nell’inverno ’94-95 le condizioni socioeconomiche non potevano raddrizzarsi d’un colpo, e quindi persisteva abbastanza malcontento da consentire ai restanti ambienti  giacobini di tentare un colpo di coda. Una loro sollevazione a Parigi del 1° di pratile (20 maggio) chiese alla Convenzione la distribuzione del pane e l’entrata in vigore della Costituzione del 1793. La sollevazione parigina aveva l’appoggio della Guardia Nazionale, ma venne repressa alla svelta dalle truppe della Convenzione e finì nel trimestre successivo con accese rappresaglie in tutto il paese contro i restanti giacobini.

I Termidoriani, non avendo intenzione di far entrare in vigore la Costituzione giacobina del 1793, ne redassero una nuova (agosto 1795) , prefiggendosi di evitare l’onnipotenza dell’Assemblea o di un suo esponente. Perciò la nuova Costituzione, stabilito all’inizio che “la legge è uguale per tutti”, affiancò una dichiarazione dei doveri (che includeva il rispetto dell’autorità) a quella dei diritti. E cambiò gli organi dello Stato. Il legislativo venne composto da due camere, i Cinquecento che formulavano le proposte e gli Anziani che quelle proposte potevano solo o approvare o bocciare. L’Esecutivo era un Direttorio  composto da 5 membri non sfiduciabili, scelti dagli Anziani in una rosa di 50 nomi formata dai Cinquecento. Ogni anno un membro del Direttorio decadeva a rotazione. Inoltre vi era una Tesoreria dello Stato nominata dai Cinquecento Il corpo legislativo veniva eletto ogni tre anni in due fasi dai cittadini contribuenti (come nella Costituzione del 1791).   Le varie Assemblee avrebbero eletto i magistrati nei rispettivi territori. Da ricordare che questa Costituzione fu il modello che i francesi imposero negli anni seguenti alle varie repubbliche italiane.

5.5 Cambi di idee nella Rivoluzione, prosecuzione – Negli anni successivi al 1795, le  idee sul come costruire le istituzioni francesi continuarono a marciare lungo la linea della Terza Costituzione e ancora una volta non ebbero uno sviluppo univoco. Non per caso produssero prima il Consolato di Napoleone, poi un’ulteriore Costituzione nel 1799, dopo sfociarono nella formazione dell’Impero e ancora dopo nelle guerre europee, che si conclusero con la restaurazione.

Queste  vicende storiche sono talmente note nei loro dati effettivi, da non richiedere in questa sede ulteriori specificazioni al fine di approfondire aspetti del filone politico culturale seguito in Francia: nel percorso per arrivare prima alla Rivoluzione e in seguito per definire la struttura delle Istituzioni, il ruolo del cittadino, il peso della violenza nelle relazioni pubbliche. Risulta di una evidenza innegabile che quel filone si dipanò all’interno dell’illuminismo. Però intese l’illuminismo in un’accezione rattrappita, ben poco attenta a quanto significasse nella sua parte evolutiva.

L’illuminismo, nell’occuparsi delle cose del mondo, venne ridotto al valorizzare il ruolo della ragione  umana, solo al fine di meglio consentire al potere della maggioranza esistente al momento di applicare la tradizionali consuetudini del gestire la convivenza. Non ne venne colta la forte attitudine evolutiva. Non si cercò mai di aprirsi al confronto sperimentale delle idee e dei progetti individuali in un clima di maggiore libertà nelle relazioni umane, anche a livello istituzionale. La riprova più esplicita si trova forse nel totale cambiamento nel campo del diritto.

Venne rimossa integralmente ogni fonte di diritto consuetudinaria o locale o d’esperienza professionale o di giurisprudenza (costituenti una prassi  di raccordo con la vita quotidiana) per essere sostituite dalla sola normativa della legge votata dall’Assemblea valida per tutti e in ogni momento (che unificava il diritto ma insieme lo cristallizzava favorendone l’applicazione preferita dai gestori del potere ed inibendone l’adeguarsi al tempo).    Da tale chiusura al confrontarsi sperimentale sulla realtà, ebbero origine le continue svolte politico culturali, ciascuna all’insegna della ragione al momento prevalente nell’Assemblea ed accompagnate dal progressivo ricorso alla violenza fisica pressoché esclusivo – divenuto perfino, ad un certo punto, parossistico e disumano –  per dirimere i conflitti di idee e di progetti.

Ciononostante, il mito libertario secondo cui la Rivoluzione francese di fine ‘700 avrebbe impresso una spinta innovativa,  per decenni dilagò al di là dei confini della Francia, arrivando in tutta Europa e insediandosi stabilmente. Peraltro  restò privo della capacità di riflettere sui limiti gravi, le contraddizioni e le arretratezze che pure aveva introdotto nella vita istituzionale e nella storia della libertà civile in Europa. Al punto che gli effetti negativi di questo mito libertario rimangono tutt’oggi. Di quell’epoca molti insistono ancora oggi nel valorizzare gli aspetti peggiori: voler governare la convivenza in termini illiberali trascurando i cittadini a favore (di fatto) delle élites e del dover essere. 

6.  La capacità di rinnovarsi di continuo stando ai fatti –

 6.1 La caratteristica degli Stati Uniti. Nel descrivere quanto avvenuto nel primo quinquennio della Rivoluzione francese, ho messo in evidenza i punti in cui sono nette le distanze dall’esperienza degli Stati Uniti nel campo del far maturare la legislazione per convivere. Come ho già sottolineato, in Francia non venne colto il profondo meccanismo politico culturale espresso dalla Dichiarazione d’Indipendenza. Principalmente non fu colto il significato di cosa comportasse l’amalgama dei cinque principi da essa introdotti.

Da allora l’amalgama di quei principi è riuscito ad evitare che gli Stati Uniti, nonostante le difficoltà umane del convivere, cadessero in contraddizioni istituzionali irrimediabili sotto il profilo della libertà dei loro cittadini. E la Costituzione degli Stati Uniti – con i soli 27 emendamenti apportati dal 1787 ad oggi attraverso la meditata valutazione sperimentale degli avvenimenti –,  mantiene un funzionamento eccellente, mostrandosi ancora in grado  di governare  tensioni civili che finora rientrano nei conflitti domestici tra diversi, fisiologici  all’esercitare la libertà.

La stessa cosa non è avvenuta con i nipotini della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, fin da subito assai ondivaga negli effetti. E, nei due secoli da allora, neppure  è avvenuta a livello mondiale con le svariate altre proposte politiche avanzate nello stesso periodo. Proposte mosse da ambizioni epocali tra loro differenti, anzi contrapposte quanto ad impostazione ideale. Però tutte intente a disegnare criteri politico istituzionali con due caratteristiche.

La prima essere atti a strutturare una società umana, di livello maturo nel relazionarsi e dotata di un minimo di risorse. La seconda l’essere criteri improntati all’inimicizia più o meno esplicita verso la libertà individuale, verso la diversità di ciascuno, verso l’autonomia di ogni cittadino, verso il libero mercato.

Ebbene,  tutti questi criteri  alla prova della storia, in tempi più o meno lunghi e con percorsi più o meno tragici, sono completamente naufragati  nelle promesse e pure nelle illusioni. Inoltre va detto che sono criteri palesatisi del tutto  incapaci di stare al passo con i continui avanzamenti della scienza nel conoscere di più il mondo.   

Non azzardando bensì applicando il metodo sperimentale, si può fare una solida supposizione. Il motivo per gli esiti fallimentari dei criteri tanto difformi da quelli dei documenti costitutivi degli Stati Uniti, consiste nella loro più o meno totale disattenzione alla libertà politica, al cambiare  senza radicalismi e al ruolo del cittadino individuo nel valutare spesso, mediante il voto, i risultati ottenuti da chi li governa nonché le proposte sul tavolo riguardanti il futuro.  Tale supposizione non solo trova pieno riscontro in quanto avvenuto da fine ‘700 in poi, ma è pure confermata, meno direttamente ma sempre in pieno, prima dalla nascita della Comunità Europea nel 1957 e attualmente dalla natura della minaccia che incombe sull’Occidente.

6.2 – La Comunità Economica Europea e l’UE. Per inquadrare meglio la nascita della Comunità Europea, va ricordato che in Italia, già nel primo decennio del ‘900,    la questione  Europa era posta da un  liberale, Einaudi (futuro Presidente della Repubblica), e da un socialista non marxista di rilievo, G.E. Modigliani (esecrato da Lenin già a quell’epoca, e dagli anni ‘40 messo all’indice dai comunisti). Poi, nel 1941 a Ventotene tre confinati oppositori del fascismo, Colorni, Rossi e Spinelli, redassero in forma organica un Manifesto per sostenere l’unificazione federale dell’Europa. In particolare

illustrando il perché in futuro   “la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cadrà non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, ma lungo la nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta, le forme del potere politico nazionale e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale come strumento per realizzare l’unità internazionale”.   

Finita la Guerra, l’idea di fare l’Europa crebbe,  ma il Manifesto di Ventotene restò lettera morta. In Italia Einaudi scrisse nella primavera 1948 che “il solo mezzo per sopprimere le guerre entro il territorio dell’Europa è di imitare l’esempio della costituzione americana del 1788, rinunciando totalmente alle sovranità militari, al diritto di rappresentanza verso l’estero ed a parte della sovranità finanziaria”. Lungimirante ma allora solitario.

Nel maggio 1950,  il tema  venne rilanciato dal  Ministro degli Esteri francese Schuman, cattolico, che propose di integrare le industrie del carbone e dell’acciaio. Un’impostazione tradizionale, anche se nel testo illustrativo aperta  alla convinzione che ” l’Europa non sarà costruita tutta insieme;  sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto“.

In ogni modo, l’anno successivo sei stati (Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia , Lussemburgo, Olanda) realizzarono questa proposta (CECA). Però nei quattro anni seguenti, non si sviluppò la convinzione espressa nel piano. Non solo la CECA rimase settoriale ma in più venne perseguita la strada  tradizionale di dar vita alla Comunità Europea di Difesa, CED, ancor più legata agli Stati esistenti (nonostante De Gasperi  tentasse di allargarne struttura e compiti). CECA e CED si richiamavano alle pratiche istituzionali decise dalle diplomazie che disponevano sul modo d’essere dei contraenti, e restavano al di fuori dalle scelte dei cittadini seppur  introducendo embrioni di organi sovranazionali. Dunque assai distanti dal federalismo americano esistente da  170 anni. Nel 1954 il tentativo della CED fallì perché il suo  statuto non fu ratificato dalla Francia e di conseguenza dall’Italia.  

La costruzione dell’Europa odierna iniziò con il Ministro degli Esteri liberale Gaetano Martino che  riunì la Conferenza di Messina con gli altri cinque Ministri degli Esteri della CECA ( giugno 1955) e dopo tre giorni di confronti tesi, ottenne una dichiarazione improntata ad una logica differente da quella federalista usuale, perché indicava un’Europa dei cittadini che iniziava dalla vita economica quotidiana. Questa linea portò nel 1957 ai Trattati di Roma della Comunità Economica Europea (firmatari i sei paesi della CECA) e in parallelo dell’Euratom, con un’impostazione che richiamava l’esperienza della Dichiarazione di Indipendenza del 1776, addirittura  usando quanto di consapevole era maturato nel frattempo: il procedere a passo a passo sulla strada della libertà dei cittadini europei (la disposizione specifica per l’elezione diretta dell’Assemblea Parlamentare venne realizzata vari anni dopo, nel 1979).

L’art. 2 del Trattato scriveva “La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 4, uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, la parità tra uomini e donne,……”. 

Insomma, i Trattati di Roma sono una cosa ben diversa dal Manifesto di Ventotene. Soprattutto nel metodo dell’operare politico. Non arrivarono a porsi  il problema della rinuncia immediata alle sovranità da parte dei contraenti ma innescarono meccanismi di libera circolazione che potenziassero al massimo le relazioni tra cittadini, non solamente economiche, e nella sostanza introdussero la necessità del tempo per consentire ai cittadini di assuefarsi ai cambiamenti . Il procedere appunto a passo a passo sulla strada della libertà dei cittadini europei.

Viceversa l’Europa sognata a Ventotene era in chiave socialista nella convinzione passatista  che la “rivoluzione europea dovrà essere socialista” e che “la metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria….. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia”. 

Non a caso , prima e dopo i Trattati di Roma, il PCI attaccò in Parlamento in modo furibondo la prospettiva dell’Europa e lo fece per un ventennio. Finché il successo del costruire la Comunità, in termini economici e politici nel coinvolgere i cittadini, indusse i comunisti a mutare posizione e a iniziare il diffondere l’abbaglio dell’Europa nata a Ventotene. Nonostante  la storia vera fosse un’altra.

I problemi per lo sviluppo coerente dei Trattati di Roma sono iniziati dopo la caduta del muro di Berlino (novembre 1989) e si sono manifestati dal Trattato di Maastricht (febbraio 1992) in poi. I paesi membri – inebriati come gli altri in Occidente per la sconfitta dell’ Impero Russo –  in superfice fecero passi avanti apportando ai Trattati le modifiche indispensabili per cambiare il nome da CCE in Unione Europea, per Istituire la cittadinanza europea, per rafforzare il Parlamento europeo, per varare l’unione economica e monetaria, premessa della moneta unica, per  avviare il Sistema europeo di banche centrali e per mantenere l’obiettivo di  “un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa”.  Tuttavia lo fecero potenziando la struttura burocratico istituzionale a livello europeo piuttosto che allargando il ruolo e il peso dei cittadini europei, come era avvenuto negli Stati Uniti. 

Il  trattato di Maastricht si basò su un quadro istituzionale unico, composto dal Consiglio degli Stati membri, dal Parlamento, dalla Commissione, dalla Corte di giustizia e dalla Corte dei conti. Inoltre istituì anche un Comitato economico e sociale e un Comitato delle regioni, ambedue con funzioni consultive. Accennò pure al bisogno di svolgere una politica estera e di sicurezza comune , così come una cooperazione in materia di giustizia e affari interni. Peraltro tutti gli organismi e le intenzioni non dipendevano  dal voto dei cittadini europei  ma dagli accordi e dalle nomine  dei tavoli interstatali nonché dalle scelte politico diplomatiche  della Commissione e dalla scelte gestionale dei funzionari di Bruxelles.

Progressivamente si consolidò  la tendenza a costruire un’UE sul modello  tradizionale degli Stati di potere di una volta, restii a valorizzare i giudizi e gli indirizzi dei cittadini (infatti, nella UE,  il solo organo votato dai cittadini è il Parlamento, al quale tuttavia furono assegnati poteri assai limitati e non di governo). Rapidamente si abbandonò la rotta tracciata dalla Dichiarazione di Indipendenza e dalla Costituzione degli Stati Uniti. In linea con tale abbandono, una dozzina di anni dopo Maastricht,  erano già almeno tre i punti di regresso in rapporto al peso della cittadinanza europea (e quindi di allontanamento dalla rotta della Dichiarazione di Indipendenza).

La corsa a far entrare nuovi membri nell’UE, che dai dodici di Maastricht erano divenuti il doppio esatto (negli Stati Uniti occorsero 47 anni per raddoppiare, da tredici e ventisei, i membri federati), il che era frutto della frenesia di mostrarsi capaci di attrarre (e quindi potenti), anche senza valutare prima a fondo la situazione politico istituzionale del richiedente. 

Una moneta, l’Euro, introdotta nel Trattato di Maastricht quale traguardo da raggiungere nel rispetto di Criteri di Convergenza previsti nello stesso Trattato. Il traguardo non era posto come obbligatorio (di fatti la Danimarca si chiamò subito fuori) perché si affidava alle cooperazioni rafforzate, una procedura in cui il criterio dell’unanimità è rispettato anche limitandosi a non porre il veto. La stortura consiste nel fatto che i Criteri non indicano alcuna procedura  per dotarsi  di una  medesima struttura fiscale e neppure per creare un mercato europeo dei capitali.  Senza una struttura fiscale, la moneta unica è una costruzione artificiale senza anima di libertà civile. E purtroppo ancor oggi, la struttura fiscale europea non c’è e i membri UE aderenti all’Euro sono solo i tre quarti di tutti gli aderenti. 

Tuttavia  l’UE e le grandi catene di comunicazione    si atteggiano come se l’UE fosse già uno Stato sovranazionale, mentre non lo  è sotto più aspetti. Anzi, la mentalità derivata da un simile atteggiarsi ha fatto danni anche a livello della politica nazionale, siccome ha indotto nei rispettivi cittadini una sensazione di intenti oppressivi da parte delle strutture dirigenti l’UE.

Questi tre punti di regresso non si sono poi affievoliti . Prevalse l’approccio legato alle cancellerie degli Stati membri e delle burocrazie di Bruxelles, che tentò senza riuscirvi  di fare modifiche ai Trattati  con una nuova Costituzione UE in linea con gli indirizzi di Maastricht. Questo approccio venne sconfitto in due referendum in Francia e in Olanda. Allora, si ripiegò su un nuovo Trattato a Lisbona (entrato in vigore a novembre 2009) ,  nel quale restarono due indirizzi di Maastricht disattenti al coinvolgere i cittadini. Uno, l’estensione del ricorso alla votazione a maggioranza qualificata in seno al Consiglio Europeo. E due, far divenire il Consiglio europeo un’istituzione a pieno titolo con un proprio presidente. In pratica, un abbandono sempre più chiaro dell’UE dei cittadini per rafforzare quella degli degli accordi tra gli Stati membri.

Di fatto, lo sviluppo dell’UE proseguì nel frenare ,  volgendo al ribasso, e oggi, anche se si tenta invano di negarlo, il declino dell’UE è comprovato dai numeri. E’ una conferma che non potenziare il ruolo dei cittadini e la loro autonomia, fa  diminuire  i risultati assicurati dall’adottare la libertà dei cittadini avviata dalle istituzioni degli Stati Uniti a partire dal 1776. Ed insieme è una chiara riprova della forza della libertà espressa in modo coerente.

6.3. La libertà imperiale estranea allo spirito del 1776. Relativamente alla seconda conferma della supposizione espressa alla fine del paragrafo 6.1. circa il ruolo essenziale della libertà dei cittadini nel governare, è bene riflettere sul fatto che, nell’ultimo quindicennio, la linea politica seguita sia nell’UE sia nel prevalente approccio adottato nei dell’occidente, non ha rispettato i  fondamentali caratteri delle loro rispettive istituzioni.

6.3. a Il mancato rispetto nell’UE – Per quanto attiene all’UE, oltre al fattore negativo dell’ampio disinteresse fino ad oggi verso il dare davvero più peso ai cittadini nella presentazione delle liste elettorali europee e nella rappresentanza Parlamentare –  già questonon è poco – nei primi due terzi di questo periodo, le strutture europee sono state prese dall’urgenza ossessiva di somministrare la ricetta dell’austerità nei casi di bilanci in disordine. Una ricetta sbagliata, che ha preteso di risolvere il problema, restringendo la libertà economica del paese interessato. In pratica peggiorando la condizione economica. In effetti, i conti in ordine sono necessari in una convivenza. Ma non per imporli a un certo Stato, bensì per attivare in quello Stato il dinamismo economico degli scambi slegato da lacci impropri.

Invece l’austerità proseguiva sulla linea iniziata a Maastricht, la rigidità delle cose da fare prescritta da chi stava più in alto nell’Unione, con il forte rischio di essere stupida nel concreto. Un atteggiamento che finisce per essere incompatibile con l’innovazione sul campo frutto dei liberi confronti tra una varietà di proposte sul libero mercato e dell’applicazione di una fiscalità flessibile in ambito UE. Nonostante la proterva sicurezza degli alti gradi, l’austerità ha prodotto risultati restrittivi in campo economico, oltretutto con riflessi frequenti (talvolta pesanti) nelle relazioni democratiche.

Da un certo momento, l’austerità è stata  fronteggiata con il sostegno, fino a quando e per quanto fosse necessario, del sistema della BCE, la quale nella gestione dei fondi introdusse il realismo aperto in grado di evitare le peggiori gelate nelle relazioni civili indotte dall’austerità. E negli ultimi anni, in occasione della pandemia COVID, la nuova Presidente della Commissione ha messo da parte l’austerità e adottato la politica  dei fondi europei comuni per aiutare tutti i membri UE di fronte  all’emergenza sanitaria. Una svolta nell’ottica di riallinearsi alle finalità di un’Europa attenta ai cittadini.

Tuttavia, l’epoca dell’austerità ha lasciato una sua traccia permanente in un  organismo quale il Meccanismo Europeo di Stabilità, MES, estraneo per natura al diritto UE. Di fatti, in certe particolari condizioni di bisogno, un ruolo di assoluto rilievo nel negoziare i prestiti è affidato un organo a tre, la Commissione UE, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale, dei quali già la BCE non è un organo interno dell’UE  e il FMI è addirittura fuori dall’Europa. Perciò il MES  è nella sua struttura, senza dubbio, un organo  assai lontano dai cittadini.

Il fatto stesso che il MES, nell’epoca d’oro dell’austerità, sia stato approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Europeo, conferma la forte disattenzione esistente  al tema spirito del 1776. Inoltre fa capire la sostanziale inadeguatezza   della attuale riforma del MES in corso e che l’Italia non vuole approvare senza che il MES sia modificato.

Oltretutto la disattenzione allo spirito del 1776 non si limita neppure al MES. Perché senza dubbio negli anni recenti è stato dato un ruolo più incisivo al Parlamento UE, che costituisce la sola espressione diretta dei cittadini. Tuttavia è  pure vero che il sistema UE include la possibilità che il Consiglio d’Europa partecipi all’elezione del Presidente della Commissione UE. Il che è un’ulteriore contraddizione potenziale con il criterio di far compiere le scelte UE ai cittadini invece che alle burocrazie europee   autoreferenziali.

6.3. b Il mancato rispetto da parte di grandi attori – La mancanza di rispetto ai  fondamentali caratteri delle libere istituzioni edificati con lo spirito del 1776, emerge chiara anche dall’esame della politica seguita nell’ultimo quindicennio da attori di gran rilievo in occidente, quali la NATO e diversi paesi protagonisti dell’agire politico.

Già nel periodo dopo Maastricht era venuta fuori la tendenza della NATO a marciare in proprio (mentre nei giorni di Maastricht ci furono varie testimonianze dei leader  degli Stati, secondo cui allo scioglimento nel 1991 del Patto di Varsavia, l’Occidente aveva promesso  che la NATO, anche se fosse restata in vita, non si sarebbe mai più  espansa né avrebbe cercato di farlo).

Negli anni, la marcia della NATO  in proprio si è  irrobustita  nel sottofondo, fino alla svolta con la segreteria Stoltenberg (2014). Non solo la NATO si è espansa verso l’est Europa, ma in Ucraina si è impegnata sempre più nel sostegno agli ucraini avversari della Russia, contribuendo a far sì che non rispettassero il Trattato di Minsk2 (da loro firmato  ad inizio 2015 insieme a  Russia, Francia e Germania), il cui punto centrale era l’obbligo per l’Ucraina di fare una riforma costituzionale che concedesse l’autonomia alle sue regioni orientali (i separatisti del Donbass e del Lugansk).

La NATO  soffiò sul fuoco perché ciò non avvenisse, riuscendo nell’intento. Tanto che, quando l’Ucraina cambiò la Costituzione, non adempì all’obbligo. Intanto, gli stessi ambienti appoggiarono la candidatura dell’attore Zelensky (divenuto noto dopo il 2015  per una serie TV  in cui faceva la parte di Presidente dell’Ucraina, serie poi premiata negli USA e in Germania). Con una campagna di quattro mesi, la candidatura di Zelensky  ebbe successo nell’aprile 2019 (il suo nuovo gruppo sfiorò la metà dei voti) e subito il neo eletto sciolse il Parlamento .

Il neo Presidente  intensificò ancora i rapporti con gli Stati Uniti ed irrobustì la richiesta di fare ingresso nella NATO. Poco prima di Natale del 2021, Zelensky accusò un oligarca ucraino di aver pianificato , con l’appoggio di Putin, un colpo di Stato contro di lui; gli accusati lo smentirono duramente, controaccusandolo di preparare un attacco alle regioni orientali del paese, russofone, e di coltivare in patria metodi neonazisti.

Le continue tensioni proseguirono all’inizio 2022 , nella convinzione di Zelensky  che fosse un’isteria di massa pensare ad un’invasione russa. Però il 21 febbraio Putin riconobbe l’indipendenza dei territori separatisti (quelli ai quali l’Ucraina avrebbe dovuto dare l’autonomia in base al Minsk2) e  autorizzò una missione in quei territori per garantire le popolazioni russofone. Il 22 febbraio, le truppe russe occuparono i territori indipendenti. Due giorni dopo, Zelensky invitò i cittadini russi a dissentire apertamente contro la missione di Putin (non è chiaro chi ebbe l’idea di tentare la sollevazione dei russi). Da allora gli scontri armati tra russi ed ucraini, parzialmente estesi al territorio ucraino, sono proseguiti senza tregua.

Oggettivamente ciò è stato possibile solo per l’enorme impegno della NATO, dell’UE (spinta dagli Stati baltici conoscitori del significato di subire il “pacifico” dominio dell’autocrazia russa), degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, del Canadà nel dare sostegno militare ed economico alla indubbia forte volontà di indipendenza dell’ Ucraina (a parte le regioni separatiste)  e alla politica del Presidente Zelensky (che sfrutta quella volontà).

Non solo. Questo enorme impegno, mediante le note sanzioni alla Russia, ha anche tentato di isolare la Russia e di metterne sia in difficoltà l’economia che la capacità in campo militare. Passati quattro anni, va definito un tentativo in sostanza non riuscito. Da una parte la Russia resta fra le prime economie al mondo quanto a parità di potere d’acquisto, dall’altra la pressione dell’Occidente ha indotto la Russia a stipulare grossi accordi internazionali per forniture di armamenti e anche a stringere patti di reciproca  difesa con altre autocrazie (innanzitutto dalla Cina, dall’Iran  e, come non avveniva da due decenni, dalla Corea del Nord). Per di più la politica delle sanzioni alla Russia non è stata condivisa da oltre i 3/5 dei paesi del mondo e di fatto ha mostrato il sostanziale isolamento dell’Occidente nel lanciare fulmini contro la Russia motivati sull’essere un’autocrazia che invade.

In aggiunta, purtroppo, i mezzi di comunicazione sguazzano nell’evocare i complotti dei nemici, raccontando di Zelensky che afferma che il Trattato di Minsk2 fu una pausa voluta da Putin per preparare l’invasione del 2022. Insomma,  la politica NATO non ha centrato gli obiettivi e i mezzi di comunicazione lo nascondono. Così come nascondono i rapporti politici interni all’Ucraina improntati ad una insufficiente libertà civile (cosa tanto effettiva che è la vera radice delle diffuse contrarietà all’ingresso, al momento attuale, dell’Ucraina nella UE), nonostante i grandi innovativi progressi dell’Ucraina nella strategia militare dei droni.

Aver contribuito al verificarsi di un simile stato di cose, contrasta in radice con lo spirito del 1776 e la sua capacità di agire sperimentata in quasi due secoli e mezzo. E si badi bene. Di questo stato di cose non si può farne una colpa agli Stati governati da un’autocrazia, nel senso che per loro – abituati all’interno ad esercitare il potere in modo illiberale e non di rado disumano –  è fisiologico contrastare ovunque gli Stati liberi,  con il sistematico ricorso alla voluta disinformazione dei cittadini e talvolta alla forza militare .

Il vero problema è costituito dai comportamenti incoerenti dell’Occidente. Il fattore distintivo dell’Occidente è porre prima di tutto la libertà del cittadino individuo , ciascuno diverso seppure con gli stessi diritti legali, che esercita di continuo il proprio spirito critico per aumentare la conoscenza. Di conseguenza, la libertà occidentale è fondata sui continui scambi di idee e di iniziative tra cittadini diversi.  Tale  concezione della libertà aperta, nulla ha a che vedere con la concezione alternativa della libertà di tipo imperiale, che vuole l’unità del potere e rifugge la diversità del vivere.

La libertà dell’Occidente è consapevole che esistono ed esisteranno autocrazie dedite a bandire la libertà dei cittadini dalle proprie istituzioni e dai propri coportamenti. Ma dovrebbe essere altrettanto consapevole che la pretesa di eliminare quelle autocrazie sul piano militare trasformerebbe la libertà degli scambi in una libertà imperiale, che rinnega la sua stessa essenza. La libertà fondata sugli scambi è connessa strettamente al praticare il sistema della concorrenza garantendolo in ogni occasione.

Ne consegue che nei paesi occidentali, e in specie nell’UE nata sul ruolo affidato al cittadino, gli interventi istituzionali vanno concepiti come un correttivo – soggetto alla valutazione elettorale – quando si formano nodi provocati dall’insufficiente funzionamento del criterio scambi così come del criterio concorrenza nel meccanismo della libertà tra i cittadini individui (nodi che, se non corretti, porterebbero ad un insufficiente grado di libertà per il cittadino, fisica e spirituale).

Allora è una grave contraddizione con lo spirito del 1776, violare apposta il criterio degli scambi in nome di principi che privilegiano un’imposizione ideologica piuttosto che il realizzarsi degli scambi.  Ad esempio, è stato un errore grave la propensione espansiva della NATO acutizzatasi nell’ultimo decennio e focalizzatasi nella presenza in Ucraina volta a sollecitare le tensioni con la Russia (pericolose proprio perché paese autarchico). E ora sarebbe molto sbagliato non rispettare i tempi previsti per l’ingresso nell’UE in modo da potere accelerare l’ingresso dell’Ucraina (un paese discusso quanto all’effettiva pratica nelle relazioni interne della libertà nei termini UE).

7 . L’insegnamento permanente della Dichiarazione di Indipendenza  – E’ opportuno ripensare spesso alla Dichiarazione di Indipendenza. Ha dato per prima solide indicazioni, organiche e concrete, per sviluppare l’utilizzo della libertà del popolo, estendendolo dal livello del singolo cittadino – dove già si era insediata con il ‘600 inglese e con l’illuminismo anglosassone – ad istituzioni composte o solo da molti cittadini nello stesso territorio oppure da una federazione di altre istituzioni di cittadini ciascuna in territori più limitati e contigui, dotate di un ordinamento omologo.

In questo articolo ho indicato via via i punti essenziali di tali indicazioni. I  cinque cardini della Dichiarazione di Indipendenza che ho descritto al paragrafo 3, indicano il fulcro del meccanismo (da aggiornare in modo costante) per poter convivere in condizioni aperte e reciprocamente rispettose. L’esperienza sul campo fatta  fin dall’origine e ripetuta attualmente, prova che lo sono ancor oggi in misura certo non inferiore. Ecco perché sono preoccupanti i numerosi sintomi di indebolimento di importanti istituzioni messi in evidenza e che coinvolgono l’intero clima politico culturale, non solo i meccanismi istituzionali.

L’involversi del clima politico è stato innescato, nel periodo recente, dalla reazione alle sbagliate modalità di governare in varie zone Occidentali. Una reazione che si manifesta nel minaccioso contrapporsi  gli uni agli altri in termini fideistici, che non accetta la diversità tra i cittadini conviventi, che   ammette solo lo stare a Destra oppure a Sinistra, che  riduce tutto alla lotta del bene contro il male ed inclina alla pratica della violenza di per sé inaccettabile.

Tale reazione punta a prevalere, non a migliorare la convivenza. Ed essendo disattenta al procurarsi le risorse , non affronta i disagi e le miserie presenti sui territori e pensa di  annullare  le diversità   intruppandole nella visione distorta  di un conformismo ossequioso del potere,  chiuso alla dinamicità dei rapporti interpersonali, estraneo  alla varietà dei bisogni del vivere ed incapace di agire in base ai risultati  delle  iniziative prese dalle istituzioni e dai cittadini. 

Nel complesso si è determinata in larga parte dell’Occidente una spinta populista in risposta a chi ha tentato di trasformare l’impegno per la libertà nei rapporti civili, in lotta per imporre il criterio della libertà imperiale messa in mano a gruppi autoreferenziali.

Nel settore del clima politico culturale, il sintomo di indebolimento più inquietante  è l’attitudine di gran parte dei mezzi di comunicazione. Invece di  svolgere la loro funzione di fornire ai cittadini notizie verificate, sono dominati dall’ossessione di anticipare le notizie anticipando il loro verificarsi. Con tale vincolo, esercitano un mestiere non loro. Trascurano i fatti per sostituirli con previsioni costruite solo sulla propaganda di moda al momento e sugli interessi dell’editore.

Comportarsi così, in una democrazia imperniata sulla libertà individuale,  arreca un danno assai forte ai meccanismi del libero convivere. Perché il libero convivere si fonda sulle contrapposte valutazioni fatte dalla miriade di individui tra loro differenti in base alla realtà così come osservata. E simili valutazioni vengono distorte in modo duro quando, dai mezzi di comunicazione, non emerge la realtà quale è. Insomma quando, invece della realtà, si mostra ai cittadini un palcoscenico dove ogni cosa è un artificio.

Una messa in scena che esprime una precisa ideologia, quella che suppone una vita immobile sui modelli di qualcuno o di qualcosa (va aggiunto che il sacrosanto uso dell’Intelligenza Artificiale accresce tale propensione, e perciò rende ancor più necessarie ulteriori attente riflessioni).  In ogni caso una simile ideologia è irreale e opposta a quanto ha insegnato la Dichiarazione di Indipendenza.

I sintomi di indebolimento nel settore dei meccanismi istituzionali sono vari. La devastante accresciuta attenzione per la libertà imperiale al posto della libertà degli scambi; la pretesa, secondo le circostanze, di ridurre la democrazia libera, che è indivisibile, soltanto alla politica oppure soltanto all’economia; l’ancor vasto propendere ad affrontare i problemi della democrazia in termini di  valori emotivi e non di conflitto nelle regole tra progetti espressione della libertà dei conviventi; l’ignobile esaltazione antiisraele radicata pressoché ovunque, anche ai vertici dell’ambiguo ONU, che aiuta chi vuol eliminare quello Stato violando i principi di rispetto per gli altri umani (tipo impedire agli ebrei la presenza al Gay Pride 2024 fingendo di non sapere che i gay dalla Palestina si rifugiano in Israele); la “cancel culture” dilagante in paesi importanti,  che rifiuta nel profondo la natura delle cose per celebrare il ritorno alla tradizione del libro sacro e per non tener conto del tempo che passa; l’insistenza nello scegliere sistemi di etichettatura alimentare a semaforo per dare presunte indicazioni salutiste sul cosa mangiare, procedura che equivale al premere per l’abbandono del criterio usato da ogni cittadino sulla base di consolidatissime tradizioni culturali e locali;  il demagogico diffondere il principio dell’uguaglianza degli esseri umani non circoscritta ai diritti legali individuali, creando così una luminosa speranza che nega la realtà e che pratica l’assistenzialismo prodromico all’ appiattire invece dell’aiutare i più deboli che assicura la possibilità di esprimere il proprio contributo individuale.

Sono tutti sintomi di indebolimento del richiamo agli insegnamenti dei documenti fondativi gli Stati Uniti. Che si è tradotto nel relegare assai indietro il tema del mantenere  libero il complesso  delle relazioni nei rapporti tra i cittadini conviventi. Dato da cui nell’UE – già predisposta per un retaggio tradizionale e variegato nelle radici – è derivato il sostanziale insabbiarsi della produttività in senso lato, culturale ed economico. Perché la produttività è principalmente spinta dalla libertà attiva tra i cittadini che punta ad ampliare la conoscenza in territori inesplorati. Una libertà attiva che per esprimersi davvero ha bisogno di un ordine del convivere organizzato con il fine della libertà mediante i confronti tra i progetti individuali e non con il fine di ingabbiarla nell’illusoria certezza di parole d’ordine da perseguire.

Ebbene, tale insabbiamento è pernicioso. Fin dall’epoca iniziale del Medioevo con il rattrappirsi della circolazione dei traffici nel Mediterraneo e l’affermarsi della guerra santa islamica, è sempre accaduto che il contrarsi del relazionarsi inibisce la crescita successiva e favorisce progettualità alternative di altri.

Ora il concetto stesso di libertà imperiale è una contraddizione in sé. La libertà indica  l’imperniarsi sui liberi contributi diffusi per conoscere di più, per produrre e creare nuovi equilibri complessivi nel tempo, mentre invece la libertà imperiale indica la precisa volontà, quasi che il tempo non esistesse, di proseguire l’esercizio del potere esistente, ritenuto un ordine saggio in mano ad alcuni gruppi supposti  affidabili, invece che affidarlo  alla libertà dei cittadini.

Insomma, l’inclinazione alla libertà imperiale è stata in sé  una malattia grave in quanto ha messo da parte lo spirito del 1776. Con  una conseguenza ancora più grave, anche se scontata. La pratica della libertà imperiale non è stata in grado di far espandere l’Occidente, di fatto rinchiudendolo nei suoi confini in relazione  al resto del mondo.

Non è finita qui, peraltro. In questi anni, e in specie di recente,  il resto del mondo non è rimasto a guardare stando fermo. Soprattutto le autocrazie più grandi  non hanno usato per affermarsi il loro status politico, hanno preso iniziative concrete in molte zone della terra (di tipo economico e di tipo militare) e hanno dedicato risorse nonché cervelli alle nuove tecnologie, in aspetti strumentali essenziali per   l’innovazione (quali i semiconduttori). Per loro è agevole comportarsi così, appunto perché, essendo autarchie, non hanno il problema ( né se lo pongono) di rapportarsi con i loro cittadini autonomi, siccome il gruppo dirigente decide tutto e ritiene di esserne in grado.

Inoltre tra i paesi Occidentali sussiste una differenza. Che nella loro storia gli Stati Uniti, proprio perché seguaci dei loro documenti costitutivi, sono stati finora capaci, anche dopo aver commesso moltissimi errori, di fare la cosa giusta (al sodo loro sono allineati davvero sullo spirito libero del 1776), mentre l’UE non ha espresso la stessa caratteristica.

Quasi dimentica delle proprie origini, l’UE si  mostra oggi indebolita, fragile, di fatto stagnante ed incline ad essere un subsistema americano contrapposto all’autocrazia territorialmente vicina. Così l’UE, in diversi settori economici, è in ritardo sia rispetto agli Stati Uniti predominanti sia rispetto all’attivismo propulsivo delle autocrazie. Il modo che ha scelto per reagire al problema –strategie difensive e meramente protezioniste –  è inadatto per natura a vincere. L’UE deve piuttosto adottare lo spirito libero del 1776, aprendo alle idee innovative e coinvolgendo i cittadini su norme adatte alle aziende tecnologiche e al loro espandersi, anche attraverso adeguati partenariati di livello internazionale.

In ogni caso, non solo l’UE in parte traballa circa lo spirito del 1776. Non tutti i paesi Occidentali stanno percorrendo la strada di quello spirito. Anzi, sussiste la tendenza a procedere al contrario. Dal 2017 agli anni recenti,  in Occidente l’intervento dello Stato per indirizzare l’economia è cresciuto di sette volte  e così ha raggiunto un livello statalista perfino assai più alto di quello nelle altre aree mondiali (una grandezza da 11 a 60 volte  secondo il paragone fatto). Siccome l’intervento dello Stato distorce la concorrenza a livello internazionale danneggiando gli Stati con bilanci meno robusti, ciò chiarisce il motivo per cui l’Occidente  è in forte difficoltà nello stringere amicizie con Paesi del cosiddetto Sud.

I paesi Occidentali dovrebbero sempre privilegiare gli scambi, non le barriere, dato che la libertà punta al multilateralismo tra i singoli soggetti e non alle dogane. L’Occidente dovrebbe sempre privilegiare anche l’altro più nascosto aspetto costitutivo del 1776, il tempo reale che passa. Anche se per la ragione opposta a quella di allora. Allora, prima della Dichiarazione di Indipendenza, la cultura prevalente tendeva a non considerare il tempo congelandolo nell’eterno. Oggi, al contrario, ci si illude che la vita acceleri e che i fatti siano più veloci, ragion per cui si crede che il tempo aumenti il suo ritmo. Discende da qui l’accettazione passiva dell’informazione inflazionata e l’abitudine ai frettolosi giudizi estremizzati.

Però si tratta di una mera illusione.  Nella concretezza del corpo umano, i ritmi del tempo sono immutati. Il fondamentale esercizio dello spirito critico individuale non è accelerabile (al di là delle differenze funzionali tra gli individui). Ugualmente non è accelerabile il tempo di modifica delle caratteristiche della struttura umana. Che, si badi, richiede una fase più lunga rispetto al tempo  di aggiornamento delle istituzioni del convivere (un riscontro è che l’istinto alla violenza nelle persone umane resta radicato quale residuo di comportamenti ancestrali, mentre nelle istituzioni è nel complesso in fase di avanzata riduzione).

Siccome in apparenza sembra il contrario – cioè che il cambiamento umano sia più rapido di quello istituzionale –, l’ampia corrente di chi non apprezza i documenti costitutivi statunitensi, pensa sia possibile mutare a piacimento  le istituzioni secondo il volere dei potenti e non secondo  le scelte maturate dai cittadini. Ma l’esperienza  non funziona così.  

Pertanto, per non cadere nella trappola illusoria dello statalismo retrogrado e imposto ai cittadini, lo spirito del 1776 non va celebrato, bensì seguito senza deviazioni continuando in ogni momento a  guardare avanti.

8. Il 250° anniversario della Dichiarazione – Siamo arrivati  ad inizio primavera 2026 e lo spirito della Dichiarazione di Indipendenza continua a costituire l’indirizzo di fondo dei comportamenti politici degli Stati Uniti. Ne è l’ennesima riprova quanto sta avvenendo (stando ai fatti, non alle suggestioni mitiche dei sondaggi) con la seconda Presidenza di Donald Trump.

Un Presidente che ha il carattere mutevole dell’immobiliarista aduso alle trattative pluri miliardarie,  mutevole a cominciare dalle preferenze di partito – democratico alle origini, poi seguace del Reform Party di Ross Perot, ora  repubblicano –, mutevole anche nell’annunciare le intenzioni di sconvolgere i rapporti esistenti, e sprovvisto, prima di divenire presidente, di qualsiasi esperienza elettiva. Dell’immobiliarista ha pure il vizio, in versione esasperata, di fare sceneggiate  davanti all’interlocutore al fine di smantellarne le ritrosie (“prima provocare la controparte” ha scritto), talvolta oltrepassando i limiti del buon gusto.

Trump non ha davvero l’animo di chi si prefigge, mediante un preciso progetto politico, di far maturare la consapevolezza pubblica nel comportarsi. Così – invece di spingere al far comprendere una procedura politica generale che del resto non ha intende formulare – Trump terremota di continuo il quieto vivere tradizionale, in specie quello non  interessato a verificare se le strutture in atto siano adeguate costantemente (lo fa in patria per corrispondere alla voglia di un cambiamento diffusa nell’elettorato evangelico, e lo fa all’estero quale arma negoziale presa dalle aggressive esperienze commerciali ,  anche andando oltre le competenze, come ha da poco sentenziato la Corte Suprema USA in materia di imposizione di dazi permanenti).

Oltre al terremotare il quieto vivere, c’è poi il fatto che Trump è un convinto sostenitore della pena di morte (che metà degli Stati applicano), sulla quale è intervenuto negli ultimi sei mesi del primo mandato e all’inizio del suo secondo. Negli Stati Uniti, a livello statale, la pena di morte non è stata mai interrotta, ma dal 2003 le esecuzioni erano state sospese. Trump le riprese, poi Biden ristabilì una moratoria limitata alle esecuzioni. Al rientro in carica, Trump ha reintrodotto la pena di morte per l’uccisione di un agente di polizia e per i reati capitali commessi da immigrati illegali. Il criterio del terremotare  il quieto viveree la pena di morte sono le cause, insieme ai modi comunicativi, della diffusa incomprensione degli europei verso Trump.

Eppure, nonostante le diversità caratteriali, di curriculum ed operative dai Presidenti precedenti, Trump al fondo – negli atti, visto che non segue un complessivo progetto politico propriamente detto –  sta continuando lo spirito del 1776  nella sua politica internazionale.  E’  molto attento (naturalmente iniziando da ciò che danneggia gli USA) a scuotere le incrostazioni formatesi negli assetti mondiali che sono un vero ostacolo per la fluidità commerciale tra le democrazie. Ancor più attento a colpire i potenti autocrati, quelli che minacciano le strutture  degli scambi  con gli aiuti al terrorismo e  mostrandosi deboli verso di esso (dato che oggi sono molto vicino ad avere il nucleare), qualunque sia il motivo, civile o religioso.

Scelte  del genere Trump le ha fatte in varie occasioni. Nello scorso giugno contro il nucleare iraniano, poi nel rimuovere il dittatore venezuelano Maduro con i suoi traffici petroliferi ed infine con la nuova azione per decapitare  in maniera drastica il nucleo fondamentalista dell’Iran di Kamenei. Azioni circoscritte e rapide il possibile, per migliorare le condizioni degli scambi, un fattore  essenziale per la libertà dei cittadini. L’ultima azione in corso, quasi  scongiura il forte  pericolo nucleare, l’incubo missilistico  e i finanziamenti alle tre milizie  terroriste, Hamas, Hezbollah, Houthi, guidate nei loro dna e nei loro atti costitutivi  dall’intento di eliminare Israele. Ed ha portato, prima al voto all’ONU di tutti i paesi musulmani del medio oriente a favore del condannare gli attacchi militari dell’Iran, e poi alla rottura del monopolistico cartello OPEC dei produttori petroliferi del Golfo.

Tutte azioni che finora attuano lo spirito del 1776 sia nel concentrarsi sul verificare i risultati  prodotti dalle pratiche internazionali ora in essere sia nell’ aspetto chiave del non praticare una libertà imperiale a carico dei paesi alleggeriti dalle dittature. Una volta alleggerito, ognuno diviene autonomo nel governarsi.  

Naturalmente la presenza di Trump indispettisce tutti coloro, singoli e soprattutto partiti, che sono soliti  non apprezzare i documenti costitutivi degli Stati Uniti  . Non li apprezzano poiché loro – in vari modi ma ciascuno  nel segno di un ideologismo di sinistra o di un conservatorismo immobile oppure di una religiosità temporale – esercitano il potere tessendo rapporti istituzionali tra potenti piuttosto che con i liberi cittadini e non curandosi molto dei risultati effettivi sul campo. Cioè sistemi distanti dallo spirito del 1776. Ed è appunto il fatto che Trump pratichi la sostanza dello spirito  fondativo degli Stati Uniti – con l’aggiunta del tema pena di morte – , ad indispettire i suoi avversari europei.

Sono indispettiti poiché l’esperienza dimostra ancora una volta che le loro scelte impositive nella politica interna, corrispondono all’impotenza a livello internazionale.  A tale livello, siccome privilegiano i rapporti tra le rispettive élites  governanti, non sono interessati a creare  e a preservare  piene condizioni di libertà civica, e al contempo permettono alle autocrazie e al terrorismo di guadagnare terreno. Si comportano così  perché pensano solo a comandare,  e relegano all’ultimo posto gli effetti sui cittadini.

Sono indispettiti perché avvertono che il loro sistema del privilegiare i forti legami amicali (costruito sull’aderire a idee prestabilite dall’ambiente dei potenti) viene messo da parte dal rafforzarsi nel mondo della libera diversità degli individui. Circostanza che non a caso si manifesta nelle ripetute sconfitte elettorali negli Stati dove le elites adottano i loro sistemi di governo amicali e praticano il richiedere il consenso, al contempo trascurando gli interessi dei cittadini e le continue sfide di una realtà cangiante ed imponderabile in grande misura .  

Attualmente, tutti questi soggetti indispettiti che non apprezzano lo spirito del 1776, si eccitano nel dar per scontato che Trump sarà sconfitto alle elezioni di midterm il prossimo novembre. Però, paiono non rendersi conto che, verificandosi, un simile risultato costituirà un indirizzo politico importante ma (nei 250 anni  è già avvenuto  tante volte) non al punto, in virtù dello spirito del 1776, da imporre un cambiamento di strategia al Presidente Trump. Il cambio effettivo potranno farlo solo le Presidenziali del 2028 (alle quali Trump sarà incandidabile) ammesso che siano vinte da un avversario di Trump (al momento un’ipotesi tutt’altro che certa).

Una procedura del genere è tipica dello spirito del 1776. Attento ad evitare qualunque forma di potere privo di contrappesi, però garantendo che nessun soggetto, neppure il contrappeso, divenga in un istante il plenipotenziario al di là delle specifiche funzioni a lui attribuite. Così il Presidente, finché lo è, conserva le sue prerogative, e conserva le sue il Parlamento, modificato  con un ritmo diverso da quello presidenziale. Insomma, lo spirito del 1776 esprime una configurazione flessibile in base ad intervalli di tempo e non secondo disegni razionalistici tracciati senza tregua a tavolino da elites sulla testa dei cittadini puntando a rendere certo il futuro.

Per tutto ciò, la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti festeggia il suo 250° compleanno in ottima salute, proseguendo il ruolo di meccanismo capace di mantenere solidi i pilastri cruciali nel convivere umano. Che sono il pluralismo nella diversità dei cittadini, la libertà di espressione e la legittimità di opporsi.

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Riesumare la Comunità Europea di Difesa ? No grazie

Il giurista prof. Fabbrini, cattedratico internazionale, ha pubblicato con Il Mulino L’esercito europeo. Difesa e pace nell’era Trump, recensito il 23 aprile in un’ampia intervista sul Corriere della Sera. Un’opera che merita un’attenta riflessione per due motivi. Uno perché solleva un tema centrale. Due perché avanza al riguardo la tipica soluzione elitaria che ricorre agli specialisti e non ai cittadini.

Il tema è l’urgente necessità che l’UE abbia un  sistema di Difesa, cioè un suo esercito. A tal fine, è inutile tergiversare – come fece il piano ReArm Europe un anno fa – coordinando i membri  UE nel rafforzare gli eserciti nazionali e nell’ammodernare le rispettive dotazioni belliche. E’ necessario decidere di introdurre l’esercito comune nel Trattato UE. Purtroppo, però, non è ancora in agenda l’avvio del dibattito  indispensabile per decidere.

La soluzione del prof. Fabbrini è una tesi semplice ma retrograda.  Secondo lui, per realizzare lo strumento difesa europea basta che Francia ed Italia ratifichino il Trattato della Comunità Europea di Difesa, CED, firmato  nella primavera 1952 da Belgio, Francia, Germania Ovest, Italia, Lussemburgo, Olanda, con lo scopo  di integrare la difesa europea nel quadro della Guerra Fredda. Questo Trattato non entrò mai in vigore, perché ad agosto 1954  non fu ratificato dall’Assemblea francese e di conseguenza dall’Italia, che rinunciò alla ratifica.  Da ricordare che, su spinta di De Gasperi, il Trattato CED comprendeva il progetto di Comunità Politica Europea concepita quale autorità sovranazionale. Questa divenne la ragione della mancata ratifica francese due anni dopo.  

La tesi del prof. Fabbrini è la tipica soluzione elitaria che prescinde dalla realtà. A cominciare da quanto è avvenuto dopo il blocco della CED. Il Ministro degli Esteri italiano, il liberale Gaetano Martino,  mutò del tutto indirizzo e costruì  un’Istituzione nuova, l’Europa fondata sulla quotidianità economica dei cittadini e non degli Stati (a primavera 1957, vennero firmati a Roma i Trattati costitutivi CEE).  Da allora, con questa nuova impostazione, la CEE è cresciuta per 35 anni quale soggetto politico innovativo, arrivando a  12 membri. In seguito, con il Trattato di Maastricht, la UE ha progressivamente mutato rotta, tornando a privilegiare concezioni da stati di potere e diminuendo la capacità d’agire (salvo l’improprio mischiarsi alla alleanza militare NATO). E’ incompiuta ma resta un’istituzione  innovativa.

Per agevolare l’esercito europeo,  la proposta Fabbrini, invece di rilanciare il ruolo di tutti i cittadini UE nel confrontarsi e nel decidere, resuscita l’accordo CED. Così moltiplica i problemi. Crea un groviglio giuridico. Ha davvero poche  possibilità di esser realizzato (la Francia è immersa nel confuso ultimo anno della Presidenza Macron, in Italia sono a favore i Renziani e forse settori PD e  FI). Non tiene conto degli sviluppi UE nel settantennio e della maturazione dei cittadini dei paesi membri (ad esempio l’accordo CED non chiedeva il pareggio di bilancio, invece oggi vigente). Soprattutto, attirando in due paesi l’attenzione su di sé, ostacola l’avvio in tutta la UE del dibattito chiave per includere la Difesa nei Trattati, un’urgenza nell’epoca trumpiana. La proposta Fabbrini è una strada elitaria distante dai cittadini, tanto più in una materia come la Difesa che tocca da vicino la vita di ciascuno.

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Risultato da accettare ma non condividere

I liberali accettano il risultato referendario perché fautori del metodo introdotto nel 1600  dalla cultura liberale e convalidato dall’esperienza nei secoli. Il metodo migliore per governare il convivere è far scegliere i cittadini con il voto ripetuto nel tempo.

L’effetto dell’ultimo voto però i liberali non lo condividono. Ha confermato il sistema giudiziario fascista del ‘41, che non attua del tutto l’art. 111 della Costituzione  (il processo dovrebbe svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti al giudice terzo e imparziale).  Anche i fautori del SI hanno avuto colpe nell’impostare il referendum come  scontro tra politica e magistratura.  Tale assurdità ha fatto sì che il referendum non sia stato  su una riforma Costituzionale per attuare un indirizzo già vigente e garantire in pieno il cittadino. E’ stato l’occasione per esprimere valutazioni politiche estranee al tema giustizia. Così il sistema giustizia resta in attesa dei correttivi indispensabili mentre quelle valutazioni restano manifestazioni fuori tema.

Vediamolo seguendo  quattro rilievi degli specialisti sul voto. Uno. I No hanno rifiutato la pratica autoritaria nel dibattito parlamentare e verso l’Associazione Magistrati. Ma il sistema consociativo dell’accordo di  tutti in Parlamento è fuori dello spirito della Carta per i dibattiti alle Camere. Nè si pone la questione del confronto politica con  ANM, siccome l’ANM non dovrebbe essere né un partito né un sindacato ma solo un organo associativo di un ordine  chiave della Repubblica.

Due. I No hanno respinto il sorteggio dei membri del CSM e la creazione di un’Alta Corte. Ma il sorteggio avrebbe eliminato le evidenti storture  correntizie  e l’Alta Corte avrebbe reso serio e credibile l’esame delle infrazioni disciplinari interne.

Tre. I No hanno espresso la paura per le prospettive di lavoro. Ma ora l’ordinamento fascista rimane e il Governo è immutato.

Quattro. I No , in specie giovanili, sono contro la condiscendenza del governo verso Trump e Israele. Io sono attento ai giovani da una vita (sono stato eletto per la prima volta al Comune di Livorno 62 anni fa), però il giudizio è avventato perché disinformato. Nei giorni scorsi i media non hanno parlato, salvo Rampini,  della mozione all’Assemblea ONU (70% dei membri, astenute Cina e Russia) scritta dal Bahrein a nome di tutti  gli Stati arabi, che  condanna il regime dell’Iran, i suoi attacchi militari e il suo attentato al navigare a Hormuz. Hanno invece parlato della preferenza No della Conferenza Episcopale in mano all’amato terzetto di cardinali papabili sconfitto al Conclave (per fortuna dei credenti e non solo, Leone XIV ha una linea diversa dal clericalismo ostile ai cittadini).

La cultura liberale si impegnerà  perché i cittadini maturino la consapevolezza che al Referendum non hanno vinto né Costituzione né Resistenza. Chi canta bella ciao pensa solo ai propri privilegi.  Resta un sistema giustizia non del tutto rispettoso della Carta, con l’ANM che, pur non eletta, ha perfino proclamato di aver ricevuto la fiducia e che spinge i giudici ad opporsi a maggioranze elettorali sgradite. Da oggi, per i liberali l’obiettivo è arginare il connubio tra certe procure e informazione, che, attraverso sentenze mediatiche anticipatrici del diritto, vanifica le scelte fatte dal Parlamento. Un connubio che fa i cittadini meno garantiti e meno liberi.

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Cosa fa intendere la cronologia  liberale. LA SCIENZA E’ RAPIDA, LA SEGUE  IL LIBERALISMO

1. Il terreno esaminato – La  Cronologia essenziale del Liberalismo che sto ultimando, mette in evidenza un dato di fatto. I movimenti politici che  hanno rappresentato il liberalismo negli ultimi quattro secoli, nelle varie epoche e in luoghi disparati, hanno in sostanza seguito la medesima linea. Quella, rapportata alle condizioni esistenti all’epoca, del far maturare la cultura e la pratica volte ad edificare  istituzioni di libera convivenza. Lo hanno fatto affidandosi alle osservazioni, alle iniziative e alle scelte dei singoli cittadini nel quadro di una conflittualità secondo le regole. Tali iniziative e  scelte si sono fondate sulla metodologia individuale del valutare quanto avviene, di volta in volta hanno privilegiato i risultati delle iniziative prese e non hanno applicato pregiudizi aprioristici su quale sarà il futuro.

Va inoltre aggiunto il dato essenziale. In base all’esperienza, il metodo politico del liberalismo appena descritto, retrospettivamente risulta in ogni epoca quello assai più capace di indicare le scelte da compiere al momento, in quanto più adatte, mediante lo sviluppare il più possibile la diversificata libertà individuale dei cittadini conviventi, a migliorare le condizioni del vivere insieme.   

Riconosco che, nel descrivere la cronologia essenziale del liberalismo, ho trattato soprattutto delle sue vicende nei territori retti da governi democratici cosiddetti occidentali (con l’aggiunta di Israele)  e solo marginalmente, ed in misura diversa tra loro, in quelli dell’Oriente (comprendendo nel termine, l’Asia,  l’URSS europea e i suoi satelliti), dell’America Latina, di quella del Sud, e dell’Africa. Ritengo tuttavia che tale valutazione corrisponda  all’effettiva realtà. Vale a dire che nella politica in Oriente , in quella parte delle Americhe, nell’Africa, il liberalismo è stato meno visibile ed incisivo. Anche se in Oriente, principalmente,  è stato  altissimo il livello delle culture e vi sono esistite personalità particolarmente dotate sotto il profilo liberale. Certo. non è da escludere in via assoluta che la mia valutazione possa dipendere da un mio limite conoscitivo e che il liberalismo abbia avuto molto più rilievo anche nelle regioni messe in secondo piano.  Però, anche se un maggior rilievo ci fosse stato, non ha inciso in modo forte  sulle specifiche caratteristiche del liberalismo maturate nei territori analizzati nella mia Cronologia.

Basti pensare, ad esempio, alla Cina dei decenni più recenti, il cui sviluppo è tanto celebrato in Occidente da coloro che vivono  in Occidente pur non accettandone veramente i liberi principi (ne siano o no consapevoli). Ebbene, in Cina lo sviluppo attualmente c’è e si è realizzato in modo impetuoso in pochi decenni. Senza dubbio, peraltro, è uno sviluppo dovuto allo Stato che assiste l’imprenditorialità e la incanala verso le scelte  ritenute strategiche. Lo spirito della libertà dei cittadini resta imprigionato. La prigione è ancora una volta costituita dalla speranza che esista qualche umano (singolo o gruppo) in grado di stabilire il futuro al di là delle costanti regolarità dell’universo. Le chiavi di questa prigione sono in mano al partito comunista cinese, il quale, con l’antico atteggiamento del tenere un costante basso profilo, fa intendere di essere lui quell’umano, poiché guida un sistema politico superiore alla democrazia, superiore in via di principio e negli atti concreti , e pertanto  è in grado di condurre   davvero  al futuro.

Alla prova dei fatti, quelle del partito comunista cinese sono parole senza contenuto. Finora quel sistema continua ad avere pretese  incompatibili con una libertà civica  diffusa tra i suoi cittadini individui e assai meno produttrici alla lunga di prosperità nel disporre degli indispensabili mezzi vitali. Si verifica oggi ed è successo nelle epoche precedenti. Anche se oggi, quasi per supplire all’arretratezza interna, i dirigenti cinesi hanno verso l’Occidente un’aggressività imperialistica nel distribuire i loro prodotti  frutto dello statalismo.

Insomma, l’esperienza storica ha provato che la tipologia delle istituzioni umane è fondamentale per i cittadini quando affrontano l’evolversi della vita. Al riguardo l’approccio dell’attuale comunismo cinese resta arretrato e non fornisce risultati comparabili con quelli del sistema Occidentale , che sono invece fondati sul  realizzare il più possibile la diversificata libertà individuale dei cittadini conviventi. Sono queste le ragioni per cui la Cronologia del Liberalismo si impernia sul mondo Occidentale. Il quale ha una sua specifica identità fisiologica, che in ogni tempo ingloba, come è ovvio, anche le influenze del mondo orientale.

2.  Il rapporto tra scienza e liberalismo – Dal periodo inizio ‘600 in cui cominciò a manifestarsi, la cultura liberale è costantemente innovativa in relazione all’epoca in cui agisce. Innovativa non per le parole usate nell’esprimersi bensì per i concetti proposti e per i comportamenti tenuti. Tale capacità liberale nel modo di affrontare il mondo, non fu un’esclusiva. Il  metodo operativo adoperato era analogo a quello usato dalla scienza, che nel medesimo periodo stava mettendo a punto il suo sistema per approfondire a passo a passo la conoscenza della Terra e del Cielo.  Le rispettive forti somiglianze metodologiche sono evidenti. L’osservare con i sensi e con la mente il mondo circostante, lo stare alla concretezza di ciò che avviene, l’affidarsi alle iniziative proposte dai singoli per ricercare ipotesi in grado di far crescere la conoscenza delle cose, il sottoporre quelle proposte al giudizio degli altri in base ai risultati indotti dall’adottarle, il continuare nel tempo ad applicare questi stessi criteri operativi. Mantenendo di continuo la consapevolezza decisiva che il liberale Popper ha descritto con queste parole “La vera ignoranza non è non conoscere; è rifiutare di conoscere”.

Tuttavia, al di là di tali somiglianze metodologiche, balzano all’occhio anche le enormi differenze che, da allora ad oggi, hanno segnato i due sviluppi,  del liberalismo e della scienza. Esse non sono dovute alla casualità o ai meriti personali di chi nel tempo ha operato in nome di ciascuno dei due soggetti. Riguardano soprattutto il terreno e gli argomenti su cui scienza e liberalismo si sono impegnati e continuano ad impegnarsi.

La scienza si occupa di tutto quanto esiste materialmente, sia esso  vivente oppure no, sforzandosi  di capirne la consistenza, il funzionamento e l’interagire. Lo fa mediante il continuo sperimentare , il costante provare e riprovare ipotesi esplicative dei risultati sperimentali e il verificarle. Finché la verifica sperimentale  conferma un’ipotesi,  resta valida la teoria corrispondente all’ipotesi; quando la verifica sperimentale non  conferma l’ipotesi, rimane valido solo il risultato sperimentale.

Il liberalismo si propone uno scopo molto più circoscritto rispetto alla scienza, anche se comunque molto ampio. Quello  di trovare in ogni momento e in ogni ambito il percorso più adatto  per dare al convivere degli umani  strutture e  regole tali da rendere più libere le relazioni tra i conviventi e più dignitosa la loro esistenza. Lo fa massimizzando la libertà di ognuno  di disporre delle proprie risorse vitali, di manifestare il proprio modo d’essere e di determinare le proprie scelte di vita. Insomma, il liberalismo si rifà al dinamismo del reale  nella sua evidenza (un insieme di soggetti umani conviventi sulla Terra,  cioè entità individuali fisico chimiche delimitate, autonome, comunicanti con scambio di informazioni, capaci di evolvere al passar del tempo) e  si impegna ad individuare i fattori che innescano  cambiamenti nelle regole del convivere finalizzati a migliorare in modo costante la condizione civile dei cittadini conviventi. Il liberalismo si propone di essere l’agente storico dei cambiamenti consapevoli.

Dunque, la scienza e il liberalismo operano in campi ben distinti. Il campo della scienza è la materialità fisica della Terra, della sua atmosfera e degli esseri viventi che la popolano. Il campo del liberalismo sono gli umani di cui promuove la libertà individuale ritenendola, in base all’esperienza, lo strumento principe per migliorare le condizioni di vita dei cittadini nei vari luoghi. In massima parte i due  campi  non si intersecano. Tuttavia esistono anche chiari punti di contatto.

Sono punti di contatto gli umani, visto che la scienza è fatta da umani operanti sull’intero universo circostante e che il liberalismo è fatto da umani operanti sulle relazioni tra gli umani.  Sono punti di contatto, seppure minore, la Terra e la sua atmosfera, visto  che sono il campo d’azione della scienza ma di cui anche il liberalismo finisce per tener conto nel proprio campo,  alla luce degli stretti legami intercorrenti con le esigenze dell’esistenza umana. E poi  sono un punto di contatto gli esseri viventi non umani, dato che il liberalismo al passar del tempo ha  valutato sempre più necessario occuparsi del livello delle loro condizioni mentre vivono. Infine  un punto di contatto è l’impegno connaturato al liberalismo per garantire la completa libertà dell’esercizio scientifico e la totale salvaguardia di qualsiasi risultato conoscitivo produca la scienza.  

Da sottolineare che i punti di contatto nelle procedure non si traducono in automatico impegno degli scienziati nel liberalismo e dei liberali nella scienza. Del resto sarebbe impossibile. Non soltanto perché i campi di impegno sono distanti, ma principalmente perché richiedono attitudini diverse in chi opera. Lo scienziato cerca di capire il funzionamento dell’universo materiale nelle sue varie parti, il liberale  cerca di capire quali rapporti civili tra i cittadini individui servano per costruire istituzioni più adatte a migliorare la convivenza. Lo scienziato può  operare senza pensare alla libertà dei viventi, il liberale può non pensare all’intera materialità dell’universo  in cui viviamo. E infine, mentre lo scienziato, restando scienziato, può contribuire alla libertà votando liberale e sostenendo principi liberali, il liberale, restando impegnato nel suo campo, può contribuire a diffondere la natura delle procedure scientifiche nel tessuto civile, ma non può fare davvero scienza siccome non ne ha il tempo occorrente e soprattutto perché non deve prescindere dall’impegnarsi sulla libertà quale valore prioritario .

Detto delle grandi differenze e dei punti di contatto, vanno delineate le ragioni per cui scienza e liberalismo abbiano avuto un ritmo di crescita esponenzialmente differente  sotto il profilo della percezione umana. 

Prima di tutto, va considerata  la minore resistenza che gli oggetti osservati frappongono alla scienza nel suo campo d’azione.  Quasi sempre tali oggetti non reagiscono all’essere osservati e quindi la raccolta dei dati non è contestata per principio. Nel fare scienza, la cosa non agevole è elaborare i dati raccolti  e dedurne le possibili correlazioni certe tra gli oggetti osservati. Anche quando si individuano correlazioni stabili. La fase dell’elaborazione porta ad un serrato confronto tra i vari scienziati – attori nella ricerca specifica o valutatori esterni  – confronto però che, in tempi più o meno brevi, viene composto dal prevalere di quanto emerge dai dati raccolti, che resta l’incontestabile metro di paragone Solo un esempio celebre. Quando Hubble, quasi novanta anni fa, trovò le prove dopo un decennio di ricerca   che l’universo è in continua espansione, gli altri scienziati abbandonarono la  radicata concezione millenaria dell’universo immobile. Insomma, nella scienza domina la realtà sperimentale.

Viceversa il liberalismo opera nel campo delle relazioni tra umani. Qui, per il liberalismo, esistono ostacoli strutturali. Innanzitutto, in questo campo non domina la realtà sperimentale, ma piuttosto il culto delle pratiche abituali e della  mentalità umana forgiata da tali pratiche nei secoli. Che in origine corrispondevano alle pratiche utili per una sopravvivenza immediata. Dunque, una mentalità che si basa sul presente, che privilegia l’emozionarsi quale importante aiuto nel perseguire l’obbiettivo scelto e lo sperare nelle promesse rassicuranti sul raggiungerlo.

Il fulcro di una proposta liberale si sforza di essere adeguato alla realtà, che è in continua evoluzione. Perciò il fulcro di tale proposta è prima di tutto la possibilità di evolvere e quindi ad essa va garantita, per consentirle di adeguarsi, la possibilità di cambiare  e con periodicità reiterata.  Allora, siccome i liberali, coerenti, hanno sempre lottato perché le scelte per stabilire le regole del convivere siano fatte dai cittadini con il libero loro voto individuale segreto, ne consegue che la proposta liberale di garantire i cambiamenti cozza contro quella radicata mentalità di fissarsi sul presente, di emozionarsi e di sperare  (in particolare, nei paesi ove la mentalità si è più radicata). In più trova tante contrarietà pregiudiziali d’altra natura. Nel complesso, dal punto di vista della condivisione e del votare, tutte queste contrarietà confinano la proposta liberale in una posizione più o meno minoritaria.

Per questi motivi, la posizione liberale è  sottovalutata, prima e dopo le elezioni. Lo è soprattutto nei paesi  contraddistinti dalla mentalità che fa prevalere in ogni momento la tradizione (illudendosi che ciò non sia immobilismo, cioè qualcosa destinato a venire accantonato dal ritmo stesso della vita). Il punto è che per il liberalismo la tradizione, qualora lo meriti, può essere qualcosa di cui andare fieri in quanto fondamento della  identità storica, ma da non confondere mai con la realtà in cui si vive oggi e si potrà vivere un domani. Tanto meno  se l’identità storica volesse sovrapporsi alla  realtà. Perché i punti di riferimento imprescindibili del liberalismo sono le condizioni di vita odierne e quelle future.

Il liberalismo ha inoltre un altro grosso ostacolo nel campo umano in cui agisce. Il metodo liberale si basa sulla libertà, sulla responsabilità individuale, sulla curiosità di trovare strade nuove. Applicarlo, implica il fisiologico crearsi di conflitti secondo le regole tra i diversi punti di vista e le diverse iniziative. Quindi le convivenze umane libere hanno la caratteristica dell’essere percorse dai conflitti. La  mentalità di chi è fautore della tradizione ne approfitta per scandalizzarsi e per proporre soluzioni che evitino il conflitto. Tali soluzioni (in testa quella dell’uguaglianza indifferenziata dei cittadini) non di rado in apparenza sono nuove e promettono varie speranze salvifiche,  ma  in sostanza, messe alla prova, sono al contempo  impositive e disattente allo sciogliere i nodi concreti,   spesso neppure in grado di  riuscirci.

Da questi due tipi di ostacoli, consegue che per il metodo liberale, neanche nelle democrazie libere  può esistere il clima culturale e politico pienamente adatto ad esplicare in tempi stretti la sua sperimentata efficacia. Perché  il metodo liberale sconfigga la mentalità conservatrice ostile per natura ai cambiamenti – nelle sue versioni ideologiche e religiose, di destra e di  sinistra, in particolare di quelle burocratiche – è indispensabile un periodo non breve, alle volte lungo, talvolta lunghissimo, in cui nella mentalità dei cittadini (oltretutto non sempre gli stessi, visto  il loro variare  al succedersi delle singole esistenze terrene) possa maturare la consapevolezza di quanto sia indispensabile utilizzare i servigi della società libera (che potenzia la capacità di stare al mondo senza  eliminare mai le differenze). E’ un processo strutturale che si ripropone sempre. Avviene nello specifico rapporto civile su cui la consapevolezza è maturata. Per gli altri rapporti, permane l’ostilità al ritenere essenziale il metodo liberale dello stare ai fatti e dello spirito critico piuttosto che al tradizionale libro sacro,  perciò si ripropone anche in questi rapporti  l’esigenza del tempo di maturazione.  

La scienza invece non ha affatto bisogno di una tempistica simile, dato che una cosa conosciuta in quanto confermata più volte  in via sperimentale, permane conosciuta per tutti, nel quadro delle medesime condizioni. Realizzata una conoscenza, la scienza può dedicarsi a fare altre conoscenze o ad approfondire quelle raggiunte in precedenza, sempre reiterando lo sperimentare. Sotto questo profilo, l’evidenza del metodo via sperimentale condiviso non è scalfita dalla diversità degli umani quando non trova riscontri. Dunque la scienza nel complesso ha tempi molto più rapidi rispetto alla maturazione necessaria per accettare il metodo liberale.

Da qui la maggior incomparabile velocità  nello svilupparsi evolvendo dimostrata negli ultimi quattro secoli dalla scienza rispetto al liberalismo. Nonostante la cultura politica del liberalismo abbia un dinamismo conoscitivo di una dimensione molto superiore alle altre culture politiche oggi esistenti.  

3. Le caratteristiche del liberalismo – Negli anni recentissimi, dopo quasi un secolo di scontri tra gli scienziati,  anche i più alti livelli accademici hanno riconosciuto  la piena  validità delle conferme sperimentali della meccanica quantistica. Al momento della presente Cronologia,  la teoria generale della fisica più completa, verificata, di maggior successo, è la meccanica quantistica e non la meccanica classica. In parole semplici, al riguardo  aveva ragione Niels Bohr, non Albert Einstein. Dunque l’energia è discontinua, la meccanica quantistica della equazione di Schroedinger  è completa e, nel tempo   in avanzamento, mostra una realtà probabilistica nel profondo (non deterministica), come aveva colto Boltzmann un trentennio prima come comprese Bohr e al contrario di quanto pensava lo stesso autore dell’equazione. Con l’ equazione è possibile indicare la probabilità dei singoli avvenimenti ma non  fare in alcun modo previsioni precise su quali saranno.  Perciò, dopo ogni azione reale, è decisivo verificarne i risultati.

Per millenni si era pensato che  conoscere fosse individuare la realtà eterna del mondo disposta dalla divinità creatrice. Di conseguenza i rapporti con il mondo venivano pensati  come il proporsi l’obiettivo statico della conferma del disegno eterno. Tuttavia il frutto di tale convinzione, sviluppandosi nella meccanica classica, ha finito col mostrarne i limiti soprattutto  a livello delle relazioni atomiche. Così si è arrivati alla meccanica quantistica: la seconda trasformazione epocale dopo quella di Copernico di metà ‘500. Quel Copernico, che, andando oltre le apparenze che  consideravano la Terra al centro dell’Universo, aveva originato nel secolo seguente la meccanica classica di Newton, con la quale restava comunque l’obiettivo statico come esito finale dei rapporti umani con il mondo.  

La trasformazione quantistica colse una realtà sperimentale  più profonda. La meccanica quantistica era molto  innovativa e , si capì subito, la sola funzionante a livello microscopico. La sua equazione ha sempre due soluzioni alternative. Fatto che riflette il dualismo onda particella della materia – intesa proprio a livello di singolo fotone, il quanto di luce – dualismo  risolubile solo con la misurazione non contestuale di posizione e velocità. Al giorno d’oggi, è sperimentalmente accertato che la meccanica quantistica non costituisce un fenomeno derivante da eventi del passato per i quali operano norme tipo la conservazione dell’energia.  La meccanica quantistica indica una proprietà intrinseca della realtà, di cui è indispensabile tener conto per continuare a conoscerne i meccanismi.

Insomma, la più piccola componente  fisica non è statica nella sua essenza e si può coglierne la realtà in un dato momento solo con il sottoporre il comportamento della particella alla valutazione pubblica dall’esterno (ciò significa che è una pura astrazione mentale supporre possa essere ipotizzata una traiettoria univoca quale descrizione del moto reale di una particella; la traiettoria effettiva viene costruita solo dalle misurazioni dall’esterno, le quali però sono necessariamente discontinue). Quindi, il significato dell’equazione della meccanica quantistica esclude il determinismo – cioè la vita prestabilita integralmente con un obiettivo statico – e coglie  la probabilità  di ciò che sta avvenendo. Perciò l’equazione di Schroedinger  nella forma fa uso dei rapporti  fisici abituali, nella sostanza descrive una realtà assai diversa da quella abituale. Una struttura siffatta implica l’irreversibilità del tempo e l’indefinibilità del futuro nei suoi aspetti particolari. Con la meccanica quantistica non sussiste più l’obiettivo statico come esito finale dei rapporti umani con il mondo.

Adottando come criterio classificatorio l’analogia, quanto al tema metodo sperimentale, del liberalismo con la scienza  e ancor più con le  scoperte della meccanica quantistica,  è possibile elencare in sintesi le principali caratteristiche del liberalismo come maturato negli ultimi quattro secoli.

3.a– La prima caratteristica del liberalismo è fondare la conoscenza sui fatti concreti, su quanto osservabile con i sensi e con la mente , e abbandonare la secolare pratica di usare quale bussola politica in tema di convivenza, le teorie dei libri sacri delle religioni  e dei miti oppure le concezioni ideologiche oppure la creatività dei romanzieri. Sono tutti sistemi che prescindono dai fatti reali per affidarsi a supposizioni mentali ritenute prevalenti. Teorie, miti, fedi, ideologie, spettacoli,

sogni, romanzi immaginifici, tracciano prospettive non legate alla realtà, creano illusioni,  portano i cittadini a schiavitù più o meno esplicite e più o meno rapide. Il liberalismo si fonda invece sulla convinzione che ad accomunare i conviventi e a costituire per chiunque nel profondo il medesimo metro, sono i fatti , i soggetti e gli oggetti con cui si interagisce, le azioni compiute, le indicazioni di come realizzare un intento.

Di conseguenza, il primo passo del liberalismo diviene accettare che la concreta realtà fisica non è compatta né è contenuta in qualche disegno elaborato dalla mente, anche se in forme affascinanti. Fare tale accettazione, a livello macroscopico, inizia dalla parte energia della persona umana e dei viventi in genere. L’energia dei viventi, avendo durata inesorabilmente limitata sotto l’aspetto del tempo in quanto legata al  funzionamento dei meccanismi corporei, ha bisogno di continuo rifornimento quotidiano, non può evitare di esaurirsi con la morte dei singoli soggetti e, per mantenere un’esistenza, richiede il  ricrearsi di  una nuova vita.

Dopodiché, l’accettare lo stare ai fatti  concreti implica che l’esser consapevoli di quanto la nostra esistenza dipenda da quanto avviene nell’ambiente fisico attorno a noi.  Il diretto uso delle svariate risorse ambientali nei diversi settori, così come la produttività frutto dell’attività umana esercitata nell’ambiente (agricoltura, caccia e pesca tradizionali, con l’odierna aggiunta delle strutture eoliche e dei pannelli solari) e pure la navigazione fluviale, marittima e lacustre nonché lo svolgimento delle pratiche turistiche di campagna, di mare o di montagna, oltre il forte impatto degli insediamenti abitativi, industriali e delle infrastrutture territoriali  – tutti fattori spesso indispensabili per la vita umana – debbono essere svolti assicurando l’attenta valutazione delle modifiche che lo svolgerli apporta alle condizioni naturali dell’ambiente originario. Lo impone lo stare ai fatti dell’esperienza storica. Perché l’esperienza storica ha dimostrato che ambiente e territorio non sono risorse immutate ed illimitate che gli umani possono sfruttare senza problemi. Mutare in modo frenetico le condizioni ambientali e territoriali, può causare danni gravissimi agli umani.

Il liberalismo è ben cosciente che  la realtà effettiva sia così. Di conseguenza, la libera attività umana, per i liberali , ha con l’ambiente e  il territorio un rapporto di iniziativa attiva ma insieme attento in maniera realistica alle condizioni derivate da quello stesso  rapporto.  Nessuna preclusione  irrigidita da un catastrofismo ecologista (figlio di una ideologia statica ed impositiva). Bensì, una indispensabile valutazione continua delle concrete condizioni che servono agli umani per vivere e dunque dell’agire in modo da mantenerle.

Infine, appunto perché per il liberalismo è prioritario stare ai fatti, diviene essenziale conoscere il più possibile i fatti che sono avvenuti. Pertanto per i liberali è inaccettabile che episodi di massa – quali ad esempio,  alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la pratica in Dalmazia, da parte dell’esercito marxista del Maresciallo Tito, delle foibe contro i cittadini italiani –  vengano in prevalenza tenuti celati agli altri abitanti, come per decenni è avvenuto in Italia, attuando una sorta di rimozione conformistica finalizzata a nascondere, in nome di presunte opportunità di cautela diplomatica, le responsabilità di alcune culture politiche nell’uso di metodi dittatoriali violenti. Ciò che avviene non va mai cancellato, perché è un dato sperimentale imprescindibile per conoscere e decidere come comportarsi.

3.b – La seconda caratteristica del liberalismo frutto dell’esperienza storica (di recente confermata dalla meccanica quantistica),  è accettare senza titubanze che la realtà è dominata dalla probabilità e non dal determinismo.  Ciò vuol dire che, per governare il convivere, il solo criterio adatto (appunto perché non è deterministico,  al pari del mondo reale) è il criterio dell’affidare le scelte del convivere a tutti i cittadini individualmente conviventi e quindi dell’imperniare le relazioni pubbliche sulla libertà tra i cittadini. E’ decisivo ricordare, ovviamente, che per i liberali  i cittadini sono chiamati a scegliere le regole pubbliche prima dell’applicarle. Imbastire giudizi legali non rispettando questa ovvietà è un tipico regresso a quando il diritto non era fatto dai cittadini bensì dai vincitori delle guerre  e dai potenti. Del resto, la scienza ha provato che l’insufficiente variabilità genetica causa l’indebolimento di una specie;  allo stesso modo, per governare una convivenza al meglio irrobustendola, occorre sempre disporre di apporti individuali diversificati.

Essendo ogni cittadino diverso dall’altro (invariabilmente) , il criterio della libertà è l’unico che consente ai cittadini diversi l’esprimersi autonomo nel rispettivo spirito critico  individuale che osserva e che prende iniziative. Dunque, affidarsi all’individuo non significa  promuovere  la separatezza o l’isolamento di ognuno, bensì aver colto che la metodologia individuale, in quanto valorizza le differenze ed i talenti personali, è il principale motore del convivere, del conoscere e dello sperimentare. Nella società liberale , ogni individuo è differente ma non separato né isolato. Anzi esiste come cittadino proprio perché riconosce l’esistenza degli altri cittadini. L’emancipazione umana non sarebbe tale se non si proponesse di valere per chiunque.

Questo è un passaggio decisivo. Perché indica una questione essenziale  del metodo liberale. E’ un fatto sperimentato a lungo che le società funzionanti con il sistema di  libero mercato, oltre a fornire migliori condizioni di vita ai loro cittadini, producono più tipi di merci a minor prezzo e qualità superiore. In più, secondo il metodo liberale, le medesime società non possono approfittarsene e distorcere il commercio internazionale (commercio che pare una competizione ed in realtà è una collaborazione per fornire al meglio i cittadini) invadendo senza freni le facili prede che sono i paesi estranei al libero mercato incapaci di produrre quelle merci. Facendolo diverrebbero complici nell’aiutare paesi ove i cittadini non godono della situazione di libertà (mentre i liberali non intendono  mai aiutare le dittature e le autocrazie). 

Perciò, i liberali stanno bene attenti a far sì che le società con il sistema di  libero mercato abbiano un florido sviluppo dei loro consumi nazionali. In tal modo, mantenendo sostenuta la domanda interna, tali società raggiungono due obiettivi. L’equilibrio economico complessivo interno di quella specifica società, e l’evitare un eccesso delle esportazioni, che in pratica, con il rendere disponibili merci che alcuni paesi non hanno,  avvantaggerebbe quelli dittatoriali e autocratici o comunque meno capaci di produrre. Quindi l’emancipazione liberale implica tenere comportamenti coerenti.

Ancora. Il medesimo criterio dell’emancipazione valida per chiunque induce un altro comportamento che un’istituzione liberale deve praticare in ambito internazionale: proporsi anche a questo livello di allargare ove possibile l’utilizzo della libertà individuale nel convivere. Quindi, evitare nettamente di sfruttare le risorse e le tecniche possedute per instaurare con altri paesi  rapporti di tipo coloniale cercando di acquisire nei loro confronti una posizione dominante. Ed evitare di seguire quello che di recente è divenuto il modello cinese, vale a dire l’invadere altri paesi mediante la fornitura di strutture logistiche e di mezzi tecnologici avanzati, con lo scopo di poterli in prospettiva assoggettare sul piano operativo.

Inoltre, la circostanza dell’emancipazione valida per chiunque, è essenziale per penetrare la differenza incolmabile tra il liberalismo e le concezioni che tentano di escludere il valore degli apporti individuali senza dirlo apertamente. E’ il caso di quanti danno al concetto di olistico un’interpretazione impropria quale visione unificata del mondo, parecchio disattenta all’individualità se non sua negatrice. Viceversa olistico rappresenta il concetto di collegamento generale. In tal senso il concetto olistico è corretto e non paralizza né assorbe l’iniziativa dell’individuo.  Interpretato correttamente, però, non può essere usato per nascondere che il motore vitale del convivere è l’individuo (entro regole che legano sotto vari aspetti le relazioni intercorrenti del convivere tra individui). In altre parole, il termine olistico non può in alcun modo essere confuso con un’esigenza di unità indistinta e stabile nel tempo.

Affidarsi all’individuo significa anche escludere una società della promessa. Per affrontare i problemi dell’umano insiti nella sua finitezza e caducità – problemi che sono la povertà, i bisogni naturali, quelli sociali indotti, la sofferenza della vita nel viverla – la società liberale non lancia una promessa, che sia per l’oggi o per il domani, terrena o ultraterrena, ma comunque sempre di tipo fideistico. La società liberale affronta i problemi dell’umano affidandosi all’umano e ai risultati materiali ottenuti un pò alla volta con le proprie iniziative. Lo strumento principe della società liberale è l’istituzione pubblica libero Stato  garante con le sue regole e le sue funzioni civili.

Adottare la libertà civile, comporta l’esser consapevoli che tale scelta colloca la religiosità al solo livello di convinzione personale e rifiuta la pretesa di ogni sistema religioso di governare la realtà mediante la fede, proprio perché la speranza non indica in concreto come affrontare l’ignoto. Al contrario. La speranza spinge a supporre l’impossibile, cioè che il vivere possa svolgersi in tranquillità senza tensioni  particolari . Chi adotta la libertà civile è un laico che non discrimina, che non privilegia e che non strumentalizza. 

In più, sempre l’esperienza storica mostra che il liberalismo è di gran lunga il metodo più efficace anche perché non vuol essere un sistema definitivo , estraneo a continui riscontri sperimentali (per questo il liberalismo non può fondarsi sulle elites, che presuppongono strutturalmente il proprio ruolo di governo, inarrivabile dai cittadini comuni). Un simile motivo rende il liberalismo corrispondente al voler promuovere i cambiamenti, che è il dato pervasivo della realtà vivente e che nel suo aspetto contingente non è mai riducibile ad essere il significato di essa, appunto per la sua variabilità strutturale.

Dal criterio della libertà deriva che per i liberali è fisiologico opporsi al conformismo   delle tesi diffuse dai gestori del potere (fatalmente funzionali solo ai loro interessi) e non confondere mai la libertà individuale con teorie che cancellino gli apporti individuali,  tipo il riferirsi a masse indistinte o a classi .

Le considerazioni ora svolte fanno anche capire il motivo per cui il liberalismo politico abbia in sostanza preso le mosse dall’economia. Perché l’economia è la materia più vicina alla realtà del vivere e ai singoli cittadini. Nella  quotidianità del vivere da cui non si può prescindere, i diversi individui si confrontano esprimendosi in ogni modo con le loro preferenze, le loro abitudini , le loro iniziative, i loro bisogni,  le loro risorse. Lo fanno nei più vari settori commerciali, produttivi, ludici ed interloquendo con una miriade di operatori, di negozianti e di intrattenitori. Tutto ciò   crea una selva di scambi e di rapporti corrispondenti agli interessi anche occasionali dei soggetti coinvolti. Appunto il mondo reale, multiforme e variegato. Che vive  nel quadro dell’istituzione pubblica, finanziata tramite le imposte stabilite dalle norme , che sono la base del suo esistere quale erogatrice dei servizi comuni a favore dei cittadini.

E’ significativo  che  il medesimo punto di partenza, l’economia, sia stato prescelto anche per stipulare nel 1957  i Trattati di Roma  con la regia non per caso  di un liberale.

3.c – La terza caratteristica del liberalismo è analoga ad un’altra concezione della meccanica quantistica. In essa ogni onda esiste solo in quanto insieme di soggetti diversi uno dall’altro, i quali, al contempo, manifestano andamenti simili mantenendo la propria diversità. In più, ciò avviene in una struttura della materia che – era già noto prima – presenta periodicità di caratteri molto radicate ma in un insieme non rigido e non stabilito una volta per tutte.

Nella convivenza umana,  ciò porta alla necessità di abbandonare – perché irreale – ogni progetto politico fondato su masse indistinte invece che fondarsi sui cittadini individui. Od anche fondato su concetti ambigui, tipo il termine persona, che, fingendo di valorizzare i caratteri identitari del soggetto, è spesso un accorgimento usato da chi vuol  eluderne la funzione civile individuale e far prevalere l’esser parte di una comunità religiosa guidata dai suoi preposti. Oppure tipo il termine coscienza, che, privilegiando la consapevolezza di sé caratterizzata dal decidere in base al supposto criterio del bene comune, elude  l’interazione del proprio spirito critico con gli altri, questione cardine  dei liberali e della democrazia civile . In poche parole, il fatto che esistano sensibilità inclini all’uso di tali termini nella convivenza     in un insieme di  soggetti diversi, non intacca il principio che la propulsione all’agire risiede nelle scelte dei singoli soggetti diversi. Scelte, ricordiamo, probabilistiche non deterministiche. Certi fattori umani sono fissati per sempre ma  l’insieme di quei fattori non  è affatto fissato per sempre né ci sono condizioni per pensare che possa divenirlo nel tempo.  

Pertanto il convivere non è governabile presupponendo una completa uguaglianza degli individui, che non esiste al di fuori dei diritti legali e dei punti di partenza. Facendo bene attenzione ad un aspetto determinante, cioè a quale sia il significato di punto di partenza per il liberalismo. Ovviamente il liberalismo riferisce tale termine agli anni nei quali inizia l’educazione individuale e la costruzione dell’identità. Peraltro lo riferisce anche ad ogni periodo della vita in cui il singolo cittadino, dopo aver avuto una gravissima crisi per qualunque causa, economica o medica o altro, ha l’assoluta necessità di ricominciare la propria vita attiva.

Si tratta di una caratteristica importante del liberalismo. La libertà dei liberali si fonda sulla diversità di ogni individuo (caratteristica emersa in natura e all’origine dell’escludere la purezza indistinta che produrrebbe debolezza e vulnerabilità), diversità che ciascuno deve poter esercitare nel convivere (così fornendo al convivere un contributo imprevisto e insostituibile). In una simile impostazione, l’evento  che ha provocato la grave crisi dell’interessato, non deve riuscire ad inibire il suo manifestarsi (porterebbe a rinunciare al suo contributo potenziale) ma esser seguito da un suo nuovo inizio, nello stesso o in un altro campo (ad esempio, la selezione di un grave insuccesso economico non deve risultare conclusiva, bensì spingere alla ripartenza). Appunto un nuovo punto di partenza, indispensabile per chiunque abbia avuto un episodio distruttivo.  A quel punto l’individuo, per potersi esprimere, ancora una volta necessita di uguali punti di partenza, che l’istituzione gli deve assicurare aggiornandone la formazione.

In un simile meccanismo di natura liberale, il ruolo della pubblica istituzione non è quello statalista. L’istituzione non indica all’interessato cosa deve fare, come agire e in quale settore, lo mette solo in condizione di poter di nuovo esprimere le iniziative che sceglie, lo assiste perché viva la sua individualità irripetibile. Niente conformismo statalista. L’istituzione pubblica, per adottare i criteri liberali di gestione, si impegna a creare le condizioni perché i cittadini creino ricchezza mediante le loro iniziative , singole od associate, ed evita di trasferire ricchezza tra i cittadini. Un trasferimento simile porterebbe ad una convivenza avente nel suo insieme disponibilità di  risorse calanti di continuo  e ad un sistema di relazioni dominato dalle corporazioni e dai rapporti amicali . Dunque porterebbe a condizioni di convivenza peggiorate nel complesso.

Insomma, quando si adotta il sistema degli individui  formati con uguali punti di partenza, è indispensabile prendere atto che in seguito i cittadini si esprimono disponendo ognuno di un uguale diritto legale nelle relazioni del convivere ma per il resto manifestano scelte diverse in un ampio arco di possibilità secondo le attitudini di ciascuno. Quindi, con il sistema dei punti partenza  inteso in senso ampio,  si crea un sistema di protezione sociale funzionante (provato anche da studi accurati) e assai più efficace di quello dirigista, seppure usando modi felpati.

La caratteristica ora descritta rende il liberalismo indifferente al considerare la solidarietà una questione a parte. Non per caso, il cittadino liberale è fisiologicamente consapevole della necessità che ogni altro cittadino goda dello stesso diritto di  vivere e  di uguali diritti legali nel convivere. Di conseguenza il liberale  si interessa affinché ogni altro umano sia messo in condizione di godere effettivamente  di tali diritti tramite la propria attività. In altre parole, chi tra le questioni politiche annovera la solidarietà in via autonoma, esprime il suo non essere  liberale.

Inoltre, quanto illustrato fin qui, fa capire perché il liberalismo non sia universalista. Per esserlo, dovrebbe fare l’ipotesi fantasiosa che esista un governo mondiale, nonostante nessun cittadino l’abbia scelto e rinunciando pure alla necessità dei  cambiamenti. In altre parole, l’universalismo è un concetto istituzionale al di fuori del modo di esistere del mondo reale.

Tanto che gli universalisti arrivano perfino al dare per scontata l’esistenza di un presunto diritto internazionale. Un diritto internazionale di cui non c’è traccia e che per i liberali non ci può essere finché non ci saranno norme internazionali votate da tutti i cittadini del mondo (l’opposto della nota tesi assolutista “i patti senza la spada sono solo parole”).  Nella nostra epoca, esistono solo specifici trattati circoscritti , ognuno dei quali firmato da un diverso gruppo di Stati, trattati che, quando ratificati dal rispettivo Parlamento di ciascun firmatario, obbligano i paesi sottoscrittori e nessuno degli altri. Questi specifici trattati ratificati rientrano nella categoria delle procedure liberali in cui sono coinvolti i cittadini. Ma sono delimitati quanto alla materia e quanto ai firmatari. Per il resto, latita il fantomatico diritto internazionale che tocchi ogni materia e coinvolga tutti i paesi.  

Il continuo rifarsi a un simile inesistente diritto internazionale è la tattica adottata dai fautori del potere affidato ai soli clan elitari che lo esercitano secondo le proprie convenienze e senza rispondere a nessuna procedura democratica, tanto meno liberale. Il continuo richiamarsi  a un simile inesistente diritto internazionale manifesta una evidente aspirazione totalitaria  ovviamente illiberale, che vorrebbe inculcare un dover essere.

Inoltre, va rilevata un’ultima questione. Il non inseguire il mito uguaglianza al di fuori dei punti partenza dei giovani oppure quando si è fuori dall’ambito diritti legali uguali per tutti, si accompagna per forza ad un altro fattore positivo: l’abbandonare la pretesa di voler educare  il popolo imponendogli qualcosa, piuttosto che ascoltandolo e poi farlo decidere. E si accompagna inoltre al praticare sempre la verifica dei risultati delle azioni compiute, nella certezza che l’agire, anche quando non punta ad imporre, comunque apporta un cambiamento diffuso. Perciò è indispensabile verificare cosa implichi tale cambiamento e quali riflessi abbia sulla libertà dei conviventi nei vari suoi aspetti e condizioni. Proprio perché i fatti reali osservabili (o più esattamente “con i quali interagiamo”) prevalgono sui fini perseguiti e sulle intenzioni.

Insomma, la società liberale costruisce necessariamente una società aperta,  che non è anarchica, che ha delle regole tali da rendere possibile a individui e a gruppi, la pratica, al contempo, della cooperazione e del conflitto non violento. Le regole degli individui sono il civile comportamento ispirato al dialogo. Le regole dello Stato sono le leggi prodotte dalle secolari battaglie di libertà ma sottoposte dai conviventi ad un continuo giudizio critico per impedire che, nel tempo, diverse condizioni storiche le trasformino in ostacolo alla società aperta. Perché l’anima della società aperta non sta nelle precauzioni delle leggi, bensì nella responsabilità operativa dei suoi cittadini.

In una società aperta, la funzione di governo non è quella di imporre obiettivi e stili di vita. E’ quella di assecondare la trasformazione mantenendo compatibili le libertà dei cittadini individuo  (iniziando dal poter ciascuno mantenere la sua vita autonoma e difendere la sua proprietà, una delle condizioni irrinunciabili perché esista la libertà individuale) ed evitando l’interrompersi della circolarità del circuito sociale (siccome ogni diverso convivente ha gli stessi diritti legali).  Ciò è possibile garantendo a tutti gli individui  la possibilità di conoscere, il che significa  adottare il criterio del dubbio rispetto alle convinzioni acquisite, non facendosi irragionevolmente bloccare dal timore del nuovo.

In coerenza con il progetto di imperniare il convivere sulle valutazioni dello spirito critico di ciascuno e sulle iniziative individuali dei diversi cittadini, la terza delle caratteristiche del liberalismo politico include pertanto l’attitudine di ogni suo assertore, ben cosciente della miriade di posizioni civili esistenti, non solo di essere tollerante verso tutte queste posizioni (e pertanto di battersi contro tutti i comportamenti fondati sul discriminare e sull’odiare i diversi, i cultori di religioni, i popoli specifici, a partire perciò dal battersi contro le pratiche antisemite) ma di comunicare le sue idee e proposte innanzitutto nel confrontarsi con gli altri colleghi liberali. Questa attitudine ha lo scopo di dare la possibilità di  mettere a fuoco ogni volta la posizione propositiva del liberalismo politico in quanto formazione organizzata, in modo da aumentarne la capacità di influire nell’organizzare la convivenza.

3.d  – La quarta caratteristica del liberalismo  è la convinzione sperimentata che enunciare un progetto non è sufficiente a realizzarlo. Perciò serve la consapevolezza che ogni progetto si realizza  nel concreto a passo a passo, mediante le idee ed il lavoro politico dei liberali singoli ed associati, e che non esiste progetto senza  verificarne i risultati con il metro della vita quotidiana e delle relazioni interpersonali. Consapevolezza che riguarda l’oggi e la prospettiva futura, perché anche i cittadini del domani avranno bisogno di risorse per nutrirsi e di libertà per esprimersi. Per la libertà enunciata, ciò implica che ogni  esecutore materiale abbia un  ruolo specifico, resti autonomo pur all’interno di una rete di relazioni e partecipi  al convivere esprimendo sé stesso in modo propositivo, senza limitarsi al dissenso. Perché il dissenso è un aspetto irrinunciabile della libertà ma non è un valore propositivo a prescindere dai contenuti che ha. Le proposte avanzate dal dissenso vanno confrontate con le altre e non debbono godere di mezzi preferenziali nel fornire informazione.

Ecco perché il liberalismo non deve stare ad aspettare di avere il vento nelle vele e deve soprattutto contare sul proprio impegno, rendendo ciascun liberale consapevole che non agire in ogni occasione a sostegno del praticare la libertà, danneggia innanzitutto la propria. Per svolgere questo impegno il liberalismo non adopera il mobilitare in piazza le persone a favore di certe idee  – un mezzo espressivo del tutto libero e praticato da secoli, che è legittimo in pieno finché non sfocia in violenze per natura inaccettabili – poiché il mobilitare in piazza serve ad impressionare, a tentare di indurre l’appoggiare quelle idee, ma si fonda  sul semplicismo emozionale ed emulativo, vale a dire su mezzi parecchio inefficaci per risolvere davvero i problemi in ballo (che invece è un obbligo cardine per i liberali). Oltretutto, va tenuto presente che, una volta partita la manifestazione in piazza autorizzata, le sue indubbie intenzioni pacifiche non possono essere controllate tanto da impedire l’infiltrarsi (talvolta certo) di violenti. Questo è un dato di fatto che spinge a non trattare con leggerezza il ricorrere al chiamare in piazza.

Insomma, la quarta caratteristica dei liberali presta molta attenzione ai comportamenti nel convivere, non per diffondere uno stampino conformista (la conseguenza dell’emozionare e l’emulare), bensì per tener viva al massimo la forza dei contributi individuali (l’esprimersi e il cercare di continuo la conoscenza) allo scopo di proporre sui problemi delle soluzioni  funzionanti.  Invece la piazza non costituisce uno strumento attivo per produrre  soluzioni di libertà. Anzi, di frequente si trasforma e mette perfino in luce  l‘intrinseco propendere ad imporre la modifica sostenuta piuttosto che al confronto per giungervi.

3.e – La quinta caratteristica del liberalismo ènon smettere, al passar del tempo, di voler conoscere attraverso il lavoro ciò che ci circonda. Con un duplice obiettivo.

Prima di tutto, per riuscire a mettere i conviventi in grado di ricavare le risorse ed i mezzi di sussistenza di cui  ciascuno ha bisogno per vivere. La via è innescare di continuo i cambiamenti produttivi e utilizzare ogni genere di ritrovati tecnologici. Consapevoli che non rientra in tali ritrovati dare all’istituzione pubblica il compito di usare la fiscalità per distribuire  le risorse da chi ne ha verso chi non ne ha. Sia perché è un criterio improduttivo, siccome le risorse vengono solo dal proprio esprimersi attivo,  mentre la pubblica distribuzione delle risorse create da altri e incassate tramite i prelievi fiscali, è mera assistenza, oltretutto, come si è visto, foriera non di rado del far nascere relazioni corruttive;  sia perché è un criterio figlio di una concezione ugualitaria irrispettosa della realtà e quindi inefficace, in quanto introduce  privilegi pubblici incontrollabili.

Viceversa è del tutto legittimo se dei  privati, singoli o associazioni, decidono di  distribuire mediante loro organizzazioni parte delle loro risorse a chi non ne ha, compiendo così un atto civile volontario  di  aiuto alla sussistenza altrui. Usare il gettito fiscale relativo alle risorse prodotte da tutti i cittadini, non per svolgere i servizi pubblici bensì per incrementare il reddito di alcuni, esula del tutto da un’impostazione liberale dello Stato.

In secondo luogo, in aggiunta all’obiettivo di lavorare per produrre i mezzi di sussistenza, c’è quello  di conoscere più  a fondo ciò che ci circonda. Di nuovo, per il liberalismo è molto importante innescare di continuo i cambiamenti conoscitivi ed arrivare a comprendere altri aspetti fin qui ignoti dei meccanismi della realtà in cui siamo immersi e a derivarne ogni genere di strumenti per migliorare le nostre condizioni di vita .

II liberalismo insegna a non indulgere nel sognare un mondo irreale marchiato dallo statico perfettismo; a non cedere alla propaganda avversa basata sulla paura del nuovo e sull’intento di prorogare per forza la tradizione (in testa nel farlo ci sono  clericali e conservatori); ad evitare che  gli istituti sociali nati per combattere povertà, malattia, ignoranza, disoccupazione e squallore abitativo, divengano a loro volta seri fattori di rischio nel creare le piaghe che si vorrebbero eliminare (in testa ci sono le tendenze a trasformare quegli istituti in  strutture burocratiche anteposte alla realtà ed inefficienti). Solo il cambiare costituisce l’argine contro tali pericolose involuzioni: sia sul versante dell’innovazione produttiva che fa crescere le risorse anche fiscalmente assoggettabili, sia sul versante del migliorare il funzionamento della struttura istituzionale pubblica, diminuendone i costi  e liberando fondi da destinare ai servizi pubblici al cittadino.

In più, l’aver riconosciuto il probabilismo, per i liberali comporta  che il cambiare è ineluttabile e insieme impone l’adottare quale fattore chiave il  tempo che scorre. Uno scorrere che richiede di continuo nuove energie e risorse per alimentare i meccanismi vitali delle specie viventi, e dunque soddisfare tali richieste costituisce un obiettivo prioritario del liberalismo politico . Inoltre, l’innovazione tecnologica ormai  permanente produce pure una tendenza a ridurre in rapida progressione le tradizionali distanze spaziali. E anche questo, già oggi, porta notevoli innovazioni nel comunicare e nel rifornirsi di beni, innovazioni che mutano il vivere quotidiano. Pure simili innovazioni richiedono un attento e sollecito impegno del liberalismo politico al fine di mantenere aperto il circuito interpersonale.

Il cardine del ricercare nuove energie  è il contributo dei cittadini individui in competizione tra loro. E la quinta caratteristica del liberalismo include la piena consapevolezza che tale contributo esclude  l’identificare successo e merito o comunque misurare il merito con lo stesso metro del successo. Farlo rischia di eliminare i più deboli e i meno fortunati a prescindere dai valori umani e professionali. Contrariamente all’obiettivo liberale, si riproporrebbe un meccanismo deterministico per cui alcuni individui sarebbero socialmente utili e altri inutili. Predestinazione  fuori della realtà. Perciò estranea al liberalismo.

3.f –  La sesta caratteristica del liberalismo è accettare che ogni umano lascia una traccia nel mondo solo con i suoi comportamenti e il suo manifestarsi pubblico , con la sua persona o le sue opere. E’ un criterio, va rilevato, che nella meccanica quantistica  trova riscontro nella necessità  di una misura esterna per poter conoscere al  contempo posizione e velocità di una particella oppure  quale ne sia lo spin. Tale aspetto quantistico  si ritrova in due concetti chiave per i liberali.

Un concetto è che di quello che si trova attorno a noi possiamo conoscere solo ciò che emerge dalle interazioni effettate, vale a dire dagli esperimenti. E’ un tentativo vano cercare di trarre, dai risultati di tali interazioni, delle teorie sul come è fatto e funziona l’universo vivente o meno, pensando che queste teorie descrivano la realtà circostante a prescindere dalla necessità di dover eseguire le interazioni sperimentali.  Di per sé non è vietato provare ad elaborare teorie con questo sistema. Rimane però un vincolo. Restare saldamente  consapevoli, come lo sono i liberali, che simili teorie possono considerarsi attendibili solo supponendo in permanenza che esse trovino esatta conferma nelle successive interazioni sperimentali quando si  faranno. Supposizione che distingue lo sperimentare dal  creare artistico.

L’altro concetto è  quello di escludere che i liberali possano fare a meno di un’istituzione che regoli i rapporti dei cittadini nell’effettuare le loro iniziative sperimentali, in sostanza di un’istituzione dedita al formare le regole del convivere tra cittadini diversi. Questo concetto spiega perché i liberali si battano contro la ricorrente suggestione – in particolare dei libertari,  ingrossatasi nei secoli insieme al regredire sulla libertà civile – che vorrebbe abbandonare lo stato istituzione. Il liberalismo si riconosce in pieno nel detto di Popper (“Abbiamo bisogno della libertà per evitare gli abusi del potere dello Stato e abbiamo bisogno dello Stato per evitare  l’abuso della libertà”) così come nel detto di Einaudi (“dobbiamo garantire la persona umana contro l’onnipotenza dello Stato”) . Sono la tipica impostazione liberale per cui la libertà ed i suoi strumenti costitutivi risultano irrinunciabili, fermo restando però che né la libertà né questi strumenti  cercano mai di prendere il sopravvento su qualche  umano.

Queste considerazioni attivano subito almeno due altre importanti riflessioni. La prima riflessione è che per il liberalismo l’istituzione avente la funzione chiave  di giudicare sul rispetto delle norme di esercizio della libertà dei cittadini (mai deterministiche), cioè la magistratura, non può in nessun caso trasformare tale funzione giudicante – magari nel nome di un malinteso diritto di interpretazione personale o professionale, che  ad esempio arriva a sorvolare su illegalità come le occupazioni immobiliari abusive oppure il violare perfino a scopo criminale una proprietà privata –  nell’attribuirsi il ruolo di decidere il tenore delle norme rispetto cui giudicare. Per il liberalismo è irrinunciabile che le norme siano costruite con il voto dei cittadini e non da dittatori o da gruppi elitari, invasati dai loro interessi. Attenzione. Con il voto – non solo  con la mera partecipazione al dibattito in materia – espresso da ognuno in modo segreto, perché deve esprimere la scelta intima di ciascuno al riguardo, senza alcuna influenza al di fuori delle sue valutazioni complessive.

Invece,  le interpretazioni di un Giudice esercitate al di fuori delle leggi come sono state scritte dal Parlamento mediante il voto palese degli eletti (palese perché i comportamenti degli eletti devono potere essere giudicati dai cittadini di cui sono rappresentanti), violano tale principio liberale e pongono quel Giudice  sullo stesso piano di un rappresentante in una Camera legislativa. Perché le interpretazioni attengono alle fattispecie fattuale cui il Giudice sta applicando la legge mentre il Giudice non può stravolgere il testo della legge riformulandola tramite l’interpretarla. Siccome la Camera legislativa è sottoposta al giudizio e al voto dei cittadini, mentre il Giudice non è sottoposto a nulla salvo che alla giustizia domestica.

Oltretutto, vi sono alcuni magistrati che neppure interpretano sulla base dei fatti bensì partono dalla propria ipotesi leggendo i fatti in modo da farli divenire una prova. In tal modo ribaltano la realtà e creano teoremi. Imboccando questa via, quei magistrati divengono una corporazione, tolgono all’istituzione una funzione importante ed anzi, attraverso il sottrarre la funzione legislativa ai cittadini, ne ostacolano il  funzionamento previsto. Perciò la sesta caratteristica del liberalismo include una magistratura che non fuoriesce dalla propria funzione,  che ancor meno tenta di farlo e che non prende mai parte al dibattito politico.

La seconda delle due riflessioni successive all’aver affermato che nessun  strumento della libertà deve prendere il sopravvento sugli  umani, riguarda i limiti naturali del brevettare.  Il brevetto realizza la tipica esigenza umana e liberale di lasciar traccia con il proprio lavoro e di garantirsi una ricompensa per l’attività svolta (che a depositarlo siano individui o aziende). Perciò è un istituto chiave della società libera.  Tuttavia, proprio per lo stesso motivo, il brevetto non deve avere il sopravvento sugli umani. Dunque, per i liberali ci sono materie in cui non è praticabile il sistema del brevetto.

Di fatti, siccome la conoscenza scientifica – nella fase di tutti i suoi originari passi in avanti della scoperta, che nel tempo fanno comprendere i meccanismi generali del mondo – va costituendo il fondamento delle nostre vite, una simile conoscenza scientifica di base non può essere soggetta a brevetto (la vita appartiene solo al suo titolare umano,  per i liberali non può avere altri padroni). Viceversa, sono brevettabili gli accorgimenti strumentali di vario genere che rendono operativi particolari aspetti  desunti dalla conoscenza scientifica. Tali accorgimenti sono frutto di apposite  ricerche e per fare queste ricerche occorrono finanziamenti da retribuire (tipici esempi sono i farmaci inventati per terapie specifiche).  

Al riguardo, i non liberali fanno una confusione retrograda. Nel 2021, all’inizio della pandemia Covid, Papa Francesco enfatizzò l’internazionalismo vaccinale, dicendo che  proteggere la proprietà intellettuale è il virus dell’individualismo e che le leggi di proprietà intellettuale non devono stare sopra le leggi della salute. Tipica distorsione da pregiudizio religioso. Non c’era nessun virus individuale. Anche sul Covid, la cura della pandemia furono le medicine (inventate dalla ricerca) e non le litanie religiose. Tanto che il sistema liberale adottò una soluzione coerente con la libertà: aiutare i paesi a più basso reddito perché potessero vaccinare una quota consistente dei loro cittadini.

3.g –  La settima caratteristica del liberalismo è comprendere quanto pesi sulle modalità dell’umana convivenza l’espandersi mondiale della connessione elettronica, che colma distanze enormi, collegando sistemi politici opposti e ponendosi al di là delle condizioni socio economiche dei vari territori.

Nell’ultimo mezzo secolo, il connettersi di terminali e computer via reti diverse e poi, da più di trenta anni, via World Wide Web, cellulari e GPS, si sono differenziati sempre più dal modo di telecomunicare preesistente. L’assai diffusa interconnessione è capace di offrire servizi informativi e lavoro intellettuale a distanza, in tempi pressoché istantanei.  E’ evidente che ciò implica la necessità, nel settore della comunicazione, di aumentare il ruolo e il peso dei cittadini individui. Da ciò  conseguono le problematiche del dover integrare le  norme del convivere, a cominciare dall’ambito dell’UE, sempre respingendo ogni tentazione di usarle per nuove imposizioni alla libera innovazione conoscitiva degli umani,  della scienza e della tecnica. Soprattutto qualora acquisissero delle applicazioni in strumenti funzionanti nella quotidianità alcuni aspetti, al momento confinati nel mondo quantistico delle particelle tra loro intricate.

Oltre ai risvolti legislativi che l’evolversi tecnologico rende indispensabile affrontare, nel settore tecnologico il liberalismo pone specifica attenzione anche all’aspetto educativo. Vale a dire stabilire  da quale età umana sia opportuno mettere in contatto i giovanissimi con i prodotti tecnologici. Ciò perché, per rendere più completa la formazione dei bambini e poi dei giovani, è indispensabile iniziare dal dare loro l’esperienza della realtà naturale (e delle connesse pratiche usuali) prima di farli entrare in contatto con i prodotti tecnologici, che conseguono a quella realtà e che non possono mai nasconderla o sostituirla. L’educare al formarsi dello spirito critico individuale che osserva ed all’usarlo quale strumento centrale del convivere, è una funzione che non deve essere elusa da un utilizzo dei social precoce ed incosciente.

A fine 2025 l’Australia ha fatto una legge in materia e altri paesi ci stanno lavorando, Italia inclusa. Peraltro, oltre gli interessi contrari dei grandi gruppi sul web, sono d’ostacolo un grosso problema tecnico e i fautori della libertà digitale. Il problema tecnico è come verificare l’età dell’utente on line, cosa che  crea la necessità di disporre dei dati sensibili dell’utente. Quanto al fautori della libertà digitale, le preoccupazioni sono  che Internet si trasformi in un luogo di perenne sorveglianza. Dal punto di vista liberale, sono ostacoli superabili in pieno.

Disporre dei dati sensibili dell’utente non va considerato un passo pericoloso per la libertà, visto che l’utente ha scelto di avere un servizio di collegamento agli altri conviventi (internet non è fuori dal mondo) e perciò non deve nascondere la sua identità. Inoltre già esistono le norme per  assicurare che i detentori di quei dati sensibili non li usino arbitrariamente. Quanto ad  internet, non può essere  davvero libero  se non ha regole e  se fa  credere ad ogni utente di osservare gli altri senza  essere osservato. La vera questione è che trattano di temi di libertà – i dati sensibili e la sorveglianza su internet – soggetti i quali non condividono davvero il portato politico della libertà e si limitano a scimmiottare il liberalismo senza essere liberali. Appunto a costo, perfino, di ostacolare il rimedio ad un pericolo grave ed urgente, come quello del  precoce accesso dei minori ai social.

Tornando all’educare, deve sempre insistere sulla necessità che  l’alunno maturi a fondo  la consapevolezza di come la possibilità di interconnettersi agli altri – enormemente superiore rispetto alle epoche precedenti – non debba mai  essere scambiata come una via per confondersi agli altri: sarebbe ribaltare la funzione dello spirito critico individuale.  Interconnettersi con gli altri non significa affatto confondersi in una mostruosa e statica unicità indistinta (incline a pericolose derive emotive di entusiasmo, di indignazione, di panico) , bensì avere a disposizione un potente nuovo strumento per scambiarsi informazioni esercitando lo spirito critico di ciascuno.

Ovviamente, i liberali daranno altrettanta cura  normativa alle conseguenze dello studio e dell’uso dell’ Intelligenza Artificiale. Essa costituisce un potente strumento integrativo dell’attività umana costruito dagli umani , di cui potranno aver timore solo coloro che rifiutano i cambiamenti. In ogni caso la IA avrà grandi conseguenze nel modo di lavorare e di organizzare il lavoro fin qui praticati. Peraltro, gli umani dovranno conservare un accorto  controllo operativo dell’ Intelligenza Artificiale,  nella consapevolezza di aver creato una forma di intelligenza distaccata dalla loro, che lavora sulla base di dati da noi inseriti ma che opera con parametri e tempistiche differenti da quelli biologici, debolezze differenti dalle nostre fragilità, limiti differenti dalla nostra finitezza. I cittadini dovranno abituarsi ad una convivenza di nuovo genere.

Inoltre non dovranno mai dimenticare che  per costruzione l’ Intelligenza Artificiale – salvo una sua costante capacità di lavoro molto più efficace nonché permanente rispetto alla pigrizia umana e salvo una sua velocità di elaborazione enormemente superiore a quella umana (salvo unici casi circoscritti) – non è in grado né di superare ognuno dei limiti  nell’operare propri di noi umani  né di soppiantare tutte le nostre caratteristiche vitali. Di ciò ne  esistono già diverse riprove. Ad esempio, nonostante i tentativi compiuti, al momento la versione attuale dell’IA non è capace di curare i tumori (a causa delle grande variabilità delle cartelle mediche che non consente statistiche affidabili), non è capace di realizzare la guida automatica di auto (a causa di  meteo atmosferici e di comportamenti umani imprevedibili), non è capace di sostituire il servizio cassa nelle attività commerciali (non riesce a svolgere il complesso delle attività di controllo indispensabili). Perciò, la cura umana nel varare delle norme in materia di intelligenza artificiale, non avrà preoccupazioni difensive, ma dovrà verificare che quanto prodotto dall’Intelligenza Artificiale rispetti le regole della società fissate dai conviventi.

Tutte queste problematiche non esauriscono neppure la questione. In generale, dall’ambito della meccanica quantistica  è emerso che, in alcune condizioni, non sussiste la stretta connessione spazio tempo teorizzata da Einstein. Da qui l’importante conseguenza che il criterio di distanza nello spazio potrà non restare sempre funzionante nei termini conosciuti finora, e perciò sussiste la concreta possibilità di importanti novità nella vita umana quotidiana. Novità che il liberalismo è pronto per natura ad affrontare. Sapendo tuttavia che affrontarle porrà di certo nuove problematiche.

3.h –  L’ottava caratteristica del liberalismo è che le scelte compiute dalla maggioranza tramite il voto dei cittadini, non fanno prevalere stabilmente chi le ha proposte, come gruppo o coalizione. Vale a dire, il sistema della maggioranza consegue gli uguali diritti individuali per far sì che ciascuno contribuisca al decidere. Però non assicura affatto che ogni decisione a maggioranza sia la migliore né individua un decisore fisso. Serve a garantire che permanga il confronto elettorale tra differenti progetti, sottoposti alla scelta della maggioranza e poi messi alla prova (perché appunto il vero obiettivo del confronto è sempre trovare il meccanismo che funzioni).

La maggioranza pertanto si forma sulle idee, sui progetti, sui comportamenti di chi rappresenta (pertanto è necessario che le leggi elettorali abbiano un meccanismo – o con il collegio uninominale o con le preferenze – che lo consenta davvero) e sulla valutazione dei loro risultati. La stabilità sta in questo meccanismo. Invece la mancanza di confronto e di scelte, è la strada autoritaria. In un’ottica più ampia, di livello internazionale, la  libertà del convivere si basa sull’estendere la pratica della libertà di scelta. E’ indebito, viceversa,  che faccia uso distorto della parola libertà chi intende realizzare la cosiddetta libertà  imperiale. Quest’ultima  non si fonda sulla effettiva libertà dei cittadini neppure quando si vanta di combattere le autocrazie.

La libertà del convivere porta ai cambiamenti,  non alla rivoluzione. Sono due  logiche differenti. La logica della rivoluzione è il rimuovere ogni tanto il potere in carica e dunque una logica della cosa da fare in quel momento, legata allo schema del libro sacro, anche quando viene riscritto ad ogni rivoluzione. La logica del cambiamento è quella del continuo conflitto democratico tra i cittadini individui che opera nel quotidiano e apporta man mano aggiustamenti. La rivoluzione è la logica di chi si ritiene portatore della verità, il cambiare la logica del  liberalismo che sperimenta l’attuazione delle decisioni umane.

3.i–  La nona caratteristica del liberalismo è l’attenzione continua, conseguente il suo imperniarsi sull’individuo, al far rispettare nei progetti politici liberali le tempistiche dei rapporti interpersonali esistenti nella convivenza reale. Quindi a  rifuggire l’arbitrio del presupporre che  sia possibile invertire l’ordine di come funzionano tali rapporti senza mutare il  risultato da essi prodotto.  Con terminologia tecnica, per i liberali l’ordine temporale in cui si tengono i concreti rapporti interpersonali non è commutativo in modo automatico.

E’ un aspetto del tutto trascurato – non per caso –  da chi, avversando il ruolo degli individui, massifica la cittadinanza  e, nel formulare i suoi programmi politici sulla convivenza, non tiene abbastanza conto dei singoli comportamenti effettivi dei conviventi e perciò rende quei programmi disattenti all’ordine in cui si svolgono i particolari passaggi.  In una società libera, a nessun cittadino può essere imposto uno stile di vita prestabilito e indistinto nelle procedure.

Nel loro complesso, le nove caratteristiche appena elencate, mettono in luce lo stretto legame del liberalismo con la vita umana e con la realtà del mondo. E fanno capire  il perché esista la robusta analogia tra liberalismo e scienza, ancor più con la meccanica quantistica. Non guardano alla vita e al mondo reale per spiegarne la creazione, ma solo per capirne i meccanismi quali emergono nel tempo senza volerli giudicare. Lo fanno affidandosi agli umani e limitandosi alla conoscenza umana raggiunta un po’ alla volta. Non confondono la conoscenza umana con il non conosciuto finora.  Perché sono consapevoli che il non conosciuto non può essere conosciuto attraverso la fede in qualche illusorio oggetto umano, ideologia o  libro sacro che sia.  In questa consapevolezza consiste il cambiamento epocale in via di maturazione negli ultimi secoli rispetto alla tradizione millenaria fondata sull’illudersi che, per riuscire a conoscere il tuttora ignoto, basti abbracciare una credenza fideistica che descrive il mondo.

Dopodiché il liberalismo, una volta chiarito che la fede, data la sua natura,  non può essere un metodo utile  per conoscere, è ben consapevole del fatto che non di rado  il credente ricorre alla fede quale bisogno umano del mettersi in condizione di  affrontare l’ignoto pur senza conoscerlo al fine di scongiurare l’antica paura verso di esso. Dal punto di vista civile, l’importante è che il ricorso alla fede non inibisca lo sforzo di conoscere oltre e non invada il rapporto con quanto già noto. Perciò le istituzioni liberali danno piena libertà alla Chiesa di svolgere il magistero ma non possono accettare la sua pretesa di subordinare al proprio magistero la crescita dell’iniziativa umana.

4. Il liberalismo nella quotidianità  attuale – Il liberalismo praticato nell’azione politica nel convivere,  non si occupa di scoprire come è nato il mondo, perché è qualcosa fuori dell’esperienza. In relazione agli avvenimenti del passato si limita, sulla scorta dei dati ricuperati e mediante l’ampio uso delle ipotesi, a ricostruirne gli aspetti principali.  Il liberalismo si impegna invece molto nel conoscere i fatti,  che vanno accadendo e con cui interagiamo. In sintesi tutto ciò che costituisce oggi l’evolversi del mondo e la miriade di interrelazioni che vi si verificano in ogni istante. Inoltre  completa tale suo impegno esercitandolo di continuo. Perché  i liberali  sono impegnati a conoscere la cornice entro cui si svolge la vita umana e che la vincola in modo stringente. Il fine è capire come migliorare a passo a passo le condizioni umane del convivere.

4.a  Il campo liberale, l’individualità –  Il campo del liberalismo sono la convivenza umana e le modalità con cui gli umani hanno relazioni nel vivere quotidiano. Con l’utilizzo delle proprie caratteristiche, il liberalismo non si propone di evangelizzare e tanto meno di colonizzare le aggregazioni umane. Si propone di diffondere metodi e procedure al fine che la società , in ogni data condizione storica, sia capace di governarsi consentendo  a ciascun individuo umano il massimo dispiegarsi della propria individualità. E’ la grande visione liberale della società aperta che si poggia su regole, vagliate in un continuo giudizio critico dei conviventi, che siano in grado di dare la possibilità agli individui e ai loro aggregati di costruire un sistema caratterizzato, al contempo, da ogni tipo di  cooperazione e dall’onnipresente conflitto non violento.

Si è visto che il liberalismo è molto più lento nel riuscire ad espandersi rispetto alla scienza. E si è delineato il motivo di quella lentezza.  Peraltro, approfondire tale punto aiuta anche a cogliere altri aspetti di rilievo del liberalismo. In estrema sintesi,  le sue caratteristiche primigene sono che ciascun individuo  sta ai fatti e usa lo spirito critico. Lo stare ai fatti è lo spunto per fare ipotesi e il metro del risultato, lo spirito critico è lo strumento di ricerca e di proposta.  Una siffatta caratteristica  si applica a tutti i conviventi senza eccezione. L’origine della maggior lentezza rispetto alla scienza sta nella mole di conflitti  che si creano a seguito dell’agire di ciascun individuo (una mole che consegue in modo fisiologico alla diversità di pensiero, di iniziativa e di interessi).

Non dimenticando, peraltro, che questa lentezza non  riguarda solo il liberalismo. Riguarda l’intera questione del come organizzare la convivenza umana. Qui , nonostante l’esperienza storica mostri  l’ineguagliata capacità della cultura liberale di indicare di volta in volta le scelte potenzialmente migliori, il liberalismo, pur non avendo alcun intento né di evangelizzare né di colonizzare, non viene mai facilmente accettato dalle altre culture politiche umane. Queste  lo ritengono una tremenda minaccia alle loro radici che in un modo o nell’altro il liberalismo ha sempre corroso e seccato appunto perché non vuol mai ricorrere al loro libro sacro e comunque ad una linea predefinita del cosa fare. Ciò rende chiaro come sia  essenziale la presenza politica di una formazione rappresentativa della cultura liberale. Il suo compito, nella convivenza tra diversi, è  battersi in ogni momento con determinazione sostenendo i progetti politici adatti a modellare le regole istituzionali sulle esigenze degli individui, adeguando  di continuo il filone della loro libertà.

Chi si oppone all’individualismo e lo accusa di promuovere l’egoismo, non coglie il punto e dissimula il mero intento conservatore del restare fermi alla tradizione del passato.  Il pensare individuale ai propri interessi praticato dai liberali, non è mero egoismo perché un simile pensare individuale significa mettere in gioco le qualità migliori che ciascuno ha. Adottare il pensiero individuale guarito dalle sterili abitudini ereditate dal passato è il mezzo per ottenere i risultati più positivi prodotti nel convivere e quindi un mezzo che migliora il risultato prodotto a disposizione di tutti i conviventi.

4.b Il confliggere liberale – Il diffondersi della individualità ha un complemento inseparabile, la complessità. Alla complessità si accompagnano i meccanismi di libertà connessi al  suo esistere. Il centro motore della vita sociale non sono più la comunità dei conviventi o l’istituzione in cui si convive. La comunità o le sue istituzioni non sono gli arbitri del buono e del giusto. Servono solo a garantire il rispetto delle regole nelle relazioni interpersonali e delle condizioni di equilibrio diffuso atte a mantenere la società aperta e mobile. Il pernio vitale è soprattutto il dinamismo della società civile dei cittadini individui. Ecco perché la società aperta è una società di conflitti regolati tra i suoi conviventi.

Tali conflitti si esprimono in un dibattito tra i conviventi che verte necessariamente su quattro temi.  Sulle regole atte a far coesistere i differenti interessi, sul come definire i programmi dell’agire (che non sono le tavole della legge bensì il metro degli esperimenti e dei cambiamenti), sui risultati ottenuti dalle soluzioni scelte e sulle alternative di volta in volta proponibili. Su questi quattro temi , si svolge di continuo il contrapporsi tra le proposte liberali e quelle delle altre culture con i loro interessi connessi. Il liberalismo risulta svantaggiato in partenza in tale contrapporsi. Il motivo è chiaro. Il dibattito viene sciolto dal voto dei cittadini e la proposta dei liberali , essendo fondata sull’esperienza nonché sulla metodica ragionata della libertà e dei risultati, richiede maggior tempo per maturare e per acquisire una accettazione diffusa.

Seppure nel quadro di un simile svantaggio, il liberalismo, siccome punta sulla libertà,  ha una logica che rientra nel riconoscimento e nella relazione, e non rientra nel ricorso alla forza; una logica che rientra nel confrontarsi e nel cooperare, e non rientra nella ricerca del dominare. Ciò tanto nei rapporti fra le persone quanto in quelli fra gli Stati, tanto nel diritto interno di ciascun Paese quanto nel diritto degli accordi internazionali. Dunque il liberalismo attraverso la libertà costruisce la pace. Però  non è pacifista. Della guerra diffida nel profondo e non la persegue. E’ però consapevole che  enunciare la pace  non basta, è indispensabile costruirla. Perché il liberalismo  non scorda  che fare la guerra è un antico retaggio radicato nell’umanità per dirimere i contrasti.

Questo retaggio  non si potrà abbandonare con le esortazioni pacifiste. Perché sono improntate ad un moralismo teorico o religioso fondato sull’unità indistinta e sull’uguaglianza degli umani in quanto viventi, vale a dire su concetti opposti alla libertà reale. Si potrà abbandonare questo retaggio un po’ alla volta solo educando i cittadini alla libertà praticata, nel tempo e in territori sempre più vasti della terra. E’ sterile voler indottrinare alla pace. Occorre  piuttosto far maturare nei cittadini la consapevolezza che i loro fisiologici conflitti  secondo le regole danno risultati più positivi per tutti, quando rifuggono la guerra e adottano quale metro risolutivo il metro della libertà vissuta. Che mette in prima linea i risultati ottenuti da ciascuno con le rispettive iniziative.

Ragion per cui  è un ossimoro parlare di pacifismo liberale. Perché il pacifismo non si fonda né sulla libertà né sull’individuo bensì sul voler imporre a qualunque costo il modo di comportarsi a tutti ovunque  vivano, facendo come se non esistessero le culture che,  non distinguendo il temporale dallo spirituale, minacciano nel concreto la libera cittadinanza  concependola quale totalità assorbente, impenetrabile dall’individualità e dalla libertà. Appartiene invece al liberalismo promuovere il neutralismo, come in Occidente fanno  la Svizzera da secoli e negli ultimi decenni anche le Costituzioni dell’Austria e di Malta. Perché in questi Stati , al fine di  meglio consentire ai cittadini la pratica della libertà nei luoghi ove vivono, i cittadini stessi hanno deciso che il proprio Stato resti rigorosamente neutrale tra i paesi in guerra tra loro.  Così il neutralismo attua il confronto interno e favorisce quello internazionale senza contraddire i principi liberali.

Naturalmente i liberali non confondono l’essere a favore del neutralismo con il rifiutare le armi. Non solo perché  le armi sono in sé qualcosa prodotto dagli umani  fin dalla notte dei tempi  e che di per sé non attiva gli atti di violenza perpetrati in continuazione.  Ma perché armare il proprio esercito è un atto di profondo realismo utile a mantenere alte le difese del proprio paese contro aggressioni in teoria sempre possibili.

Non è finita. Si presentano casi in cui sono i cittadini di altri Stati a battersi con disperazione (a rischio della loro vita) per liberarsi da una dittatura che li opprime. Qui il liberalismo non sta a guardare e dunque si impegna a fondo nell’aiutare materialmente i cittadini che si battono contro quella dittatura. Lo ritiene un impegno ineludibile, da attuare peraltro con cautela estrema. Perché esiste il rischio di una scintilla che inneschi la reazione della dittatura e provochi la guerra vera e propria, mai cercata dai liberali. Perciò il liberalismo attua il suo ineludibile impegno e si sforza allo stremo di non creare le condizioni di una guerra, specie se potenzialmente duratura.

Non nascondendosi che  talvolta, come successe con i nazifascisti e i nipponici all’inizio del secondo conflitto mondiale,  i comportamenti  delle dittature, interrompendo l’esercizio del metodo della libertà, tramutano purtroppo  il rischio in tragica realtà (lo stesso è avvenuto ai giorni d’oggi con il terrorismo islamico ispirato dall’Iran di Khamenei, il quale definiva il sionismo “un cancro maligno da sradicare”  ). Vale a dire provocano un regresso dal punto di vista  dei liberali. Ne consegue che si pone la questione dell’intervento chirurgico rapido e circoscritto per decapitare le dittature terroristiche da parte di chi ha i mezzi e la capacità di farlo. Intervento che si limiti a ripristinare l’evolversi della convivenza democratica e  a lasciarla immediatamente libera di svolgere il suo corso autonomo, in termini comunque meno distanti dall’esercitare la libertà senza vincoli.

A parte tale circostanza, in tempi normali  una società liberale costruita dal liberalismo è essenzialmente una società della crisi e dell’incertezza. Eppure, l’esperienza della storia prova che la società della crisi e dell’incertezza si è finora dimostrata quella più creativa di stabilità. Nel senso che , per ogni data epoca, ha consentito a ciascun individuo il massimo dispiegarsi della propria individualità fisica, spirituale e di relazione. In una società aperta o comunque già abbastanza tale –  come lo sono quelle promosse dal liberalismo in Occidente – , ove i valori dei grandi obiettivi sono un patrimonio comune, tutti possono concorrere a definire la propria felicità, le proprie libertà e infine a costruirle. Non smettendo  in seguito di adeguarle un po’ alla volta mediante quel conflitto regolato che è un fattore ineludibile del liberalismo per raggiungere la prosperità.

Nella società liberale, nonostante nelle circostanze della vita sia ricorrente la violenza fisica, d’abitudine  il conflitto rifugge da episodi violenti. Quando tali episodi violenti si verificano,  i responsabili  vanno puniti  senza alcuna eccezione applicando in un processo le pene fissate dalla legge. Pene che, in modo proporzionato alla gravità della violenza perpetrata, sanzionino il non aver rispettato la pratica delle relazioni interpersonali nella libertà. Pene che per i liberali non devono dipendere dal pentimento. Il pentimento non modifica il reato (fonte della pena) ma, equivalendo ad una sorta di riconoscimento della validità del sistema sanzionatorio, nel calcolare la pena  finisce per dare un rilievo eccessivo al pentimento stesso, focalizzando l’attenzione giuridica su di esso e deviandola dal  valutare il reato in sé. 

4.c  Promuovere il cambiare –  L’ortodossia liberale è utilizzare lo spirito critico nella  convinzione sperimentata che al passare del tempo i cambiamenti nel convivere, qualunque cosa abbiano fatto quei cittadini, finiranno per manifestarsi comunque. Ciòè una conseguenza inaggirabile della vita in un mondo probabilistico. Nel caso non venga utilizzato lo spirito critico, il cambiamento si manifesterà magari in modo parecchio lento, farraginoso e non necessariamente innescando soluzioni avanzate.  Nel caso si utilizzi , il cambiamento si manifesterà più rapidamente, in modo organico e innescando soluzioni prodromiche a strutture più avanzate.

Il manifestarsi del cambiamento con l’utilizzo dello spirito critico è avvenuto, finora,  lungo due filoni principali. Il filone della simbiosi, quando due soggetti, anche di tipo differente, talvolta anche nella dimensione, giungono consensualmente a compenetrare le rispettive iniziative o i propri modi di essere, dando vita ad una nuova realtà unica, ritenuta più funzionale al vivere pratico. E il filone della concorrenza, quando, tra più idee o più progetti proponenti soluzioni operative distinte nello stesso settore o nell’aprire ad innovazioni di prodotto, si verifica attraverso l’esame dei risultati conseguenti al fine di stabilire quale sia  la soluzione più efficace nello sciogliere i nodi preesistenti e nel migliorare le condizioni del convivere (perciò la soluzione da preferire).

Il primo filone è volontario, il secondo è nel quadro delle leggi. In ambedue i casi,  il liberalismo – siccome si fonda non su libri e testi statici prefissati bensì sulla diversità e sulla libertà del cambiare (intesa quale ragione che non si stanca di combattere) – va almeno parzialmente adottato dato che la sua  metodologia è indispensabile per garantire che il cambiamento, qualunque forma adotti, non venga MAI ostacolato, preferibilmente venga promosso e, ancor meglio, abbastanza accelerato quando produce risultati funzionanti. L’ostacolare il cambiamento porta ad un fatale declino. E’ avvenuto anche in civiltà molto avanzate. Ad esempio è il caso dei mandarini cinesi, i quali avevano sì compreso la centralità del conoscere ma non quella del suo ineludibile evolvere per ampliarsi (perché la cultura cinese è centrata strettamente sulle comunità permanenti e sul predominio di una élite stabile, non sull’individuo).

Di certo, insomma, il liberalismo non è separabile dal promuovere con costanza i cambiamenti e dal contrastare, in ogni maniera e con durezza, chi punta all’immobilismo e ne è causa. In Italia, un esempio di scuola è il fatto che, dopo un ventennio dalla sua entrata in vigore, la famosa direttiva UE del liberale Bolkestein – che stabilisce  la concorrenza per le pubbliche concessioni dei litorali acquatici – è ancora oggi inattuata, restando finora insuperabile lo scoglio del privilegiare le condizioni monopolistiche delle annose concessioni preesistenti. Sempre in Italia, un secondo esempio di scuola sono le norme penali ordinarie non applicate ai cittadini sotto i 18 anni. La pigrizia conservatrice dei gruppi dirigenti non si rende conto  del come, nell’epoca dei social, consapevolezza e  responsabilità degli atti compiuti da ciascuno  arrivino molto prima dei 18 anni. Di conseguenza definire i non ancora diciottenni,  quando commettono reati , non processabili in via ordinaria e perfino impunibili, significa illudersi di essere nel mondo di una volta e di poter riservare a quei colpevoli minorenni un trattamento  agevolato (il che è una situazione gradita alle organizzazioni criminali ma una  fonte di insicurezza inaccettabile per  i cittadini).

Va sottolineato che i nuovi meccanismi di libertà via via proposti sono riferiti alle questioni del momento, però devono valere anche in prospettiva, tenendo conto pure di chi verrà dopo. Simili proposte non hanno perciò la pretesa di restare valide , nel senso che nel tempo i nodi sciolti e le condizioni subentrate potrebbero avere assunto aspetti differenti non più governabili con le medesime proposte oppure  potrebbero essere sorti  nuovi nodi e nuove esigenze. Il cambiare frequente ed ampio nonché l’intersecarsi polimorfo, per i liberali sono la normalità, considerato che, fuori dell’ambito dei punti di partenza e dei diritti legali,  l’uguaglianza non esiste compiutamente neppure tra generazioni successive.

Del resto, la metafora dei cambiamenti necessari sta nell’inarrestabile succedersi delle stagioni della vita, che si concludono con la scomparsa di ogni individuo e che si trasmettono mediante il procreare altri individui. Ciascuno lascia, oltre al ricordo dell’essere esistito, quanto di nuovo – c’è sempre qualcosa , poco o tanto che sia stato – lui ha prodotto nella conoscenza avviata nel  campo in cui si è espresso. Una conoscenza che resta patrimonio dell’umanità. Perciò ogni nuovo nato umano dispone di una conoscenza più ampia rispetto alla generazione precedente.

Il conflitto liberale attribuisce una primaria importanza al conoscere i fatti osservabili interagendo con persone o cose. E vuole per natura costruire le istituzioni del convivere libere invece di celebrare sé stesso e i propri seguaci. Per tali motivi, il liberalismo riconosce alla libertà di esprimersi – e quindi alla libertà di stampa mediante qualunque mezzo adoperato – un ruolo  essenziale. Ciascun cittadino la adopera per diffondere il proprio insindacabile pensiero riguardo quanto a lui esterno,   ogni umano, ogni cosa, ogni avvenimento.  Inoltre, la medesima  primaria importanza di conoscere i fatti osservabili con l’interagire, affida alla libertà di stampa esercitata dai mezzi di comunicazione e dai loro operatori, un ruolo centrale per far conoscere  ai cittadini tutto quello su cui sono chiamati ad esprimere il loro decisivo giudizio con il voto.

E’ perciò un fattore chiave  che  il giornalista svolga con cura professionale la sua funzione di informare, il che significa non mischiandola affatto con il proprio diritto personale ad esprimersi a piacimento (di cui usufruisce solo quando non esercita la professione).  Lo svolgere in modo professionale la propria  funzione, impone  quindi ad ogni giornalista di evitare sia di diffondere notizie non confermate sia di voler  indottrinare i lettori.  Negli ultimi anni, purtroppo, tale ruolo  non è svolto in maniera adeguata (di certo non lo è in Italia), al punto che , come è stato detto, talvolta non ci sia  libertà dalla stampa.

Troppi giornalisti si fanno dominare dalle preferenze personali. Propendono in modo frenetico al fare previsioni (convinti che il futuro sia prestabilito, idea non corrispondente alla realtà che, quando praticata da un giornalista, finisce per portare illibertà); propendono a commentare gli avvenimenti con i loro giudizi personali prima ancora di darne notizia ; propendono a privilegiare invece dei singoli cittadini le persone già note (a livello internazionale pure terroristi), quelle appartenenti a gruppi formali, quali i  sindacali o gli enti cooperanti,  ed anche a privilegiare le manifestazioni di piazza su quelle culturali, anteponendo pressoché in ogni occasione lo spettacolo al ragionare; propendono a stupire i lettori per attirarli (con l’obiettivo di vendere più copie), dimenticando che il compito professionale è informarli. Nell’insieme troppi giornalisti  non stanno attenti a  verificare con cura che le notizie da loro date si fondino sugli avvenimenti. Troppo di frequente , citandosi  tra colleghi, convalidano le notizie, a livello interno ed internazionale. Invece una verifica è indispensabile per descrivere i fatti osservabili così come sono (altrimenti le conseguenze sono drammatiche).

Mentre un giornalista esercita la sua funzione,  non gli è consentito dare notizie manipolando a piacimento avvenimenti, cose materiali o umani coinvolti. In generale, un giornalista non può dare un’informazione faziosa e incompetente, applicando il grave pregiudizio dello scegliere quali notizie raccontare e quali no. La funzione di giornalista non è come fare il tifo per la squadra preferita. Fare il tifo costituisce per il giornalista una violazione grave delle regole liberali, le uniche che rendono possibile convivere in libertà. In più, al giorno d’oggi, un atteggiamento simile dei giornalisti li rende incapaci di collaborare al come reagire alla gravissima crisi della carta stampata,  in termini economici e di diffusione (dovuta al crollo della pubblicità, al proliferare di fonti di informazione alternative,  a scelte dei lettori più inclini al volere informazioni esatte e  specializzate), una crisi che certo non lascia tranquilli i liberali in tema di informazione diffusa.

4.d Anzitutto gli investimenti – Tutti coloro che forniscono ai cittadini gli indispensabili beni di sussistenza, danno parecchio  rilievo al tema dell’economia dei consumi. Peraltro il liberalismo invita a fare molta attenzione. Il criterio di puntare sull’economia dei consumi non deve essere prioritario rispetto alla persistente necessità economica di investire (una necessità distinta dal risparmiare, un’abitudine molto saggia ma non automaticamente connessa  all’investire). Perché i consumi riguardano solo l’immediato di chi vive, ma , se uno è vivo, gli investimenti sul futuro sono indispensabili. Insomma, gli investimenti riguardano il futuro di chi è già in vita  e di chi non lo è ancora. In sostanza,  allargano gli orizzonti. 

Sintetizzando, i consumi, oltre a ridurre le risorse disponibili, appartengono, quando vanno oltre i minimi vitali, ad una logica esistenziale ferma in un presente disinteressato al domani. Gli investimenti, viceversa, rappresentano la prospettiva dinamica di cambiamento (che è quella di cui tratta il liberalismo). La medesima prospettiva viene adottata dal risparmiatore che, oggi forse ancor più di ieri, usa i suoi risparmi anche per investire, ritenendola una scelta di  vita saggia e lungimirante. Per tutto ciò, il liberalismo ha un legame profondo con l’investire, premessa indispensabile del crescere.

Un simile legame spiega il perché, al di là di ciò che può servire nelle diverse circostanze, un sistema sicuro per promuovere le condizioni della libertà è riuscire a trovare  risorse che permettano di realizzare consistenti investimenti nella ricerca avanzata (siccome sperimentalmente questa raccolta di risorse  riesce meglio a chi è razionale,  competente e giudizioso nelle decisioni economiche, nelle epoche di una volta la percentuale dei liberali cresceva di frequente in simili ambienti). Non è indispensabile che il settore della ricerca sia nuovo. Deve essere nuovo qualche aspetto significativo dell’innovazione trovata con la ricerca, in modo che si espandano l’area della conoscenza e della tecnologia conseguenti. Espandendosi quest’area, possono allargarsi le tipologie degli strumenti e dei prodotti d’ogni genere – alimentari, medici, di supporto funzionale – di cui gli umani disporranno da allora.  E’ fondamentale, perché il conoscere i meccanismi utilizzabili e nuove tecnologie strumentali per  il vivere quotidiano, è sempre il primo passo per promuovere un cambiamento.  Si comprende pertanto che il cambiamento non lo promuove il consumismo.

Fare questa constatazione suscita inoltre una riflessione ulteriore e sollecita almeno due sottolineature.   La riflessione riguarda  la provata necessità di investire molto nella ricerca, se si vuole restare aperti al futuro. Essa richiama un aspetto del liberalismo spesso saltato: il suo essere difficile a livello  intrinseco. Essere liberali, diffonderne i principi e trarne le applicazioni più adatte al momento, non è qualcosa di agevole da prendere sotto gamba. Richiede senza sosta approfondimenti rigorosi, basati sull’esperienza, capaci di  piena coerenza con i principi nel comportarsi.

Quella liberale è un’attitudine poliedrica.  Coinvolgente e mai totalizzante, tollerante e mai bonaria, paziente e mai pigra, spalancata a nuove esperienze e mai disposta alle falsità.  Sono tutte qualità non comuni negli umani, specie se in un solo soggetto. Eppure sono qualità da perseguire con equilibrato realismo, sforzandosi di essere consapevoli dei propri  limiti. Il motivo è semplice e consiste in quanto insegna l’esperienza storica.  L’adozione del sistema di far votare ogni convivente per scegliere e il reiterare periodicamente il voto, riesce a far emergere la scelta più corretta per convivere.

Attenzione. Dato che il motivo profondo del sistema liberale del far votare i cittadini sta nell’affidarsi alla libertà di decidere di ciascuno di loro, il non andare al seggio o l’astenersi nell’urna rientrano pienamente in quella autonoma decisione. Per cui la validità della scelta finale non è minimamente  intaccata dalla percentuale dei votanti rispetto agli aventi diritto (solo negli illiberali sistemi plebiscitari esiste la pretesa che la percentuale dei votanti sia la più alta possibile, appunto perché il fine non è far esprimere i singoli cittadini bensì manifestare la compattezza unitaria del popolo massa).

La questione del livello di tale percentuale richiede attenzione per un motivo diverso. Non andare al seggio o l’astenersi nell’urna segnalano  che i cittadini all’origine di siffatto modo di esprimersi non si riconoscono in nessuna offerta politica di qualcuno dei partiti sulla scheda. Vale a dire, sono un’indicazione elettorale seppure indiretta e priva di effetti immediati, anche non andare al seggio o l’astenersi nell’urna. Dunque il risultato della votazione resta pienamente valido, però il sistema dei partiti esistenti deve interrogarsi a fondo sul fatto che la minor partecipazione al voto indica una insoddisfacente offerta politica, il che significa che il programma di governo non è, per come si è formato, in grado di affrontare il complesso dei bisogni dei conviventi. Un simile dato di fatto è di per sé un evidente richiamo alla necessità di cambiamento.

Quindi, il sistema liberale del voto dei cittadini non è esaustivo, ma fa parte di un complessivo cammino lungo la linea del cambiare a poco a poco nel tempo che passa. In ogni caso lo fa meglio degli altri sistemi inventati finora.  Affidarsi alle scelte dei cittadini è la conquista assicurata  dalla presenza nel dibattito politico di una formazione liberale  influente.

Ritorno alle due sottolineature annunciate sopra. La prima  è ricordare come il liberale Keynes abbia sostenuto la necessità di mantenere alta la domanda globale  per far funzionare bene l’economia (è una considerazione oggettiva di realismo). Per questa tesi, i non liberali hanno tentato di interpretare Keynes quale fautore del consumismo. Un tentativo insussistente. Perché Keynes usa la domanda globale come l’indicatore di cui lo Stato deve tener conto nel valutare l’andamento economico del momento, così da riuscire a mantenere  un livello adeguato di investimenti, che è un fattore indispensabile per costruire il domani e dare un obiettivo all’oggi. I non liberali  invece fanno del consumismo il solo obiettivo di vita , anche per poterlo utilizzare quale mezzo di scambio per guadagnare il consenso. In sostanza, con la loro visione statica, vorrebbero eternizzare il presente ed escludere dalla vita il suo fisiologico cambiare.

La seconda sottolineatura. Nel sessantennio più recente, gli avvenimenti reali fanno vedere che non è più vero il dato  segnalato sopra, secondo cui la raccolta di risorse a favore dei liberali cresce di frequente negli ambienti di chi è razionale,   competente e giudizioso nelle decisioni economiche. Oggi, le categorie tipo industriali e commercianti oppure la borghesia benestante se non ricca, non mostrano particolare interesse, tanto meno si impegnano, verso le formazioni politiche che praticano il liberalismo in modo coerente. Una tendenza del genere non fa affluire risorse sul liberalismo e così  indebolisce parecchio la possibilità della presenza liberale in politica. E’ un dato serpeggiante nei principali paesi occidentali e ormai scontato in Italia.

In pratica, impera l’idea che, per creare una società aperta, basti sconfiggere le sinistre ideologiche e religiose del dover essere impositivo. Non è affatto così. Ho ricordato sopra come l’esperienza storica dimostri che il liberalismo necessiti di risorse consistenti per poter realizzare le sue potenzialità. Se tali risorse non arrivano ai liberali ed invece vengono finanziati conservatori  ed elitari (di ogni schieramento) ritenuti un investire più immediato e solido, la convivenza involve. Perché la conservazione e l’élite non producono né libertà civile né dinamismo economico. Le società occidentali, se divengono chiuse alla dinamica della libertà e si fanno invadere da pregiudizi statici ideologico religiosi, smarriscono la ragion d’essere. Arriva la stagnazione quando la paura dell’altro prevale sulla curiosità liberale dell’innovare. E porta l’Italia nel ristretto gruppo mondiale dei paesi che da lungo tempo crescono meno.

Del resto, il creare una società aperta non ha il solo nemico delle sinistre ideologiche. I nemici sono tanti. Ad esempio, tutti coloro che sostengono una visione del futuro definita dalle élite al potere e pensano di poterla  imporre quale automatica  soluzione definitiva, liberandosi del tempo e del cambiare. Oppure tutti coloro che sostengono il  creazionismo o l’antropocentrismo.

Oppure – al momento attuale addirittura principalmente – l’assai frequente atteggiamento mentale di tanti operatori nel campo della scienza e della ricerca, i quali, concentrati sullo spasmodico  (seppur legittimo da parte loro)    obbiettivo  di definire quale sia stata l’origine del mondo e della nostra specie, paiono non accorgersi di commettere così almeno tre errori strutturali.

Uno è che compiono una ricerca fondata più sulle proprie ipotesi che sugli esperimenti e non corredata dell’esame sui risultati di verifica delle ipotesi.  Due è che il voler cercare un’origine ad ogni costo equivale in sostanza al presupporre un ipotetico momento di creazione. Tre è che la frenesia di trovare l’origine del mondo e della nostra specie, corrisponde al ritenere che trovare l’origine agevoli  molto il  comprendere lo sviluppo  successivo di una struttura del mondo e della specie non soggetta a cambiamenti sostanziali (insomma una versione più cauta dell’eterno).

Nel complesso, i portatori di tale mentalità, non accettano che sia l’individuo il motore della vita in cambiamento e che lo sia ancora oggi. Quindi, nel tentativo di contrastare l’importanza della vita individuale, sostengono che, siccome abbiamo tutti un antenato comune – LUCA, last universal common ancestor – siamo tutti un qualcosa di unico,  perciò fondamentalmente  eterno o comunque creato nel segno dell’eternità. E quando trattano l’argomento dei tre comprovati flussi fondamentali tipici dell’universo – materia,  energia,  informazione – persistono nel chiedersi in quale momento si siano potuti combinare,  così restando in pratica sempre alla  ricerca dell’unicità, quasi per  trovare una prova di quella effettiva staticità di fondo  cui dimostrano di non poter rinunciare.

Tutti questi operatori nemici del liberalismo, non riescono proprio a rendersi conto che gli stessi fattori da cui partono, quali l’antenato comune e i flussi fondamentali, vanno considerati, come sono, un manifestarsi di episodi di quel cambiamento caratteristico della vita che è stato in atto fin qui e che  lo è tuttora.

Pertanto il liberale deve essere attivo di continuo con paziente determinazione per supportare la società aperta e difenderla dai variegati attacchi continui dei suoi nemici.

4.e La conquista della libertà non è per sempre – Per chi è liberale, ogni individuo non liberale ed ogni paese privo di istituzioni liberali, non sono necessariamente dei nemici. Dal punto di vista del liberalismo, sono innanzitutto portatori di un progetto alternativo con cui confrontarsi sul metro dei risultati. Ne consegue che, in questo reciproco interagire, non è opportuno stabilire delle graduatorie assolute, che risospingerebbero verso scale di valori rigide tipiche dei fondamentalismi ed esiziali nella convivenza libera.

I liberali sono pienamente  consapevoli che la libertà non è mai una conquista definitiva. Per sua natura, la libertà è inseparabile dalla diversità e dalla responsabilità umane nonché è connessa in modo inestricabile al tempo che passa. Perciò si trova ad applicarsi a situazioni differenti, e comunque in evoluzione, nelle quali i meccanismi di libertà esistenti ora, un attimo dopo possono divenire inadeguati  almeno in parte. 

Ciò non significa che la libertà si perda dall’oggi al domani. Ma è certo che ha bisogno di manutenzione continua, e va completata dalla tolleranza verso gli altri. Perciò è decisivo l’atteggiamento tenuto da ciascun cittadino. Tale carattere rende indispensabile  sollecitare il cittadino ad  interessarsi il più possibile  al manutenere la libertà sulla terra su cui viviamo. Non è altrettanto urgente come  negli ultimi decenni vien fatto crescentemente – pur senza essere contrapposto in via di principio – l’impegnarsi nell’andare nei deserti spazi inesplorati dell’universo nell’intento di ampliare i territori vitali.  Di fatto, tale impegno può nascondere lo sprecare risorse inseguendo l’ obiettivo sperimentalmente  impossibile di riuscire a provare un atto creativo.  

La libertà viene di sicuro messa in pericolo , viceversa,  quando i cittadini liberi, per quieto vivere o per timore, rinunciano volontariamente ai loro diritti e divengono docili verso il potere dominante. Ancor più è messa in grave pericolo  quando, come in anni recenti, si forma una perversa alleanza su tesi illiberali tra minoranze in cerca di riconoscimento (sono tante, femministe, omosessuali, persone non bianche, attivisti transgender) e settori cruciali quali gli intellettuali, gli insegnanti, il giornalismo e il mondo dello spettacolo (alleanze quasi sempre  per pura pavidità ed ossequiente conformismo). Alleanze su tesi illiberali tipo  la contrarietà a personaggi o eventi di epoche passate, i quali, avendo avuto la colpa di avere valori non corrispondenti agli odierni valori delle minoranze ora citate, vengono bollati  di essere colpevoli di atti malevoli, sessisti, oppressivi o razzisti. 

In generale, la libertà è di continuo messa in pericolo  dal costante e diffuso ricercare alternative alla ricetta liberale, nonostante che l’esperienza storica fornisca prove consolidate della superiore efficacia di questa ricetta nel promuovere la libertà. Al fondo, di tale prospettiva del ritenere pericoloso il liberalismo, è responsabile la cultura delle religiosità temporali e dell’ideologismo di origine marxista, dedite  a predicare in vario modo  il mito di un mondo perfetto da perseguire ad ogni costo. Un mondo perfetto intanto non lo ha mai visto nessuno durante i secoli, ma  neppure potrebbe esistere. Poiché la perfezione è statica per natura mentre il mondo fisico è pervaso dalla vita  legata al tempo che scorre e il tutto è in evoluzione permanente. Sognare un mondo perfetto è una forma di rifiuto della realtà.

4.f Il partito di massa non è liberale – I valori liberali sono in radice   non compatibili con quelli di un partito di massa. Perché la massa porta al degenerarsi irrazionale nel populismo. E perché l’individuo non è una parte indifferenziata del tutto, non è una comparsa. In più l’agire liberale  non si limita al proprio immediato  particolare – diversamente dal partito di massa –  perché i suoi progetti toccano esigenze reali della società, con tempi di realizzazione definiti e modificati in base ai risultati avuti, così da poter scegliere se proseguire, se modificarli o se rinunciare. In aggiunta, una volta il partito di massa ed il suo grande apparato venivano giustificati con la necessità  di ottenere un più vasto consenso; attualmente, invece,   per ottenere un più vasto consenso non occorre essere un partito di massa. I nuovi mass-media hanno fatto cadere il bisogno di grandi apparati come veicolo di informazione.

Emerge dalla presente Cronologia che, purtroppo, anche nelle attuali società occidentali (in genere e mediamente, seppur con tratti assai diversi) il tasso di liberalismo può essere molto basso. Il nodo di questa tendenza al ribasso sta nel fatto che, in riferimento non alle parole talvolta pronunziate bensì ai comportamenti tenuti, vengono trascurati  di frequente i principi cardine del liberalismo: il basarsi sui fatti con cui interagiamo, la centralità dell’individuo, la pervasiva diversità dei cittadini e il far sempre prevalere lo spirito critico sull’emotività.

Una simile  trascuratezza non è nuova. E’ un retaggio ancestrale. La pulsione emotiva è insita nell’umano, al pari di altre a cominciare da quella sessuale. Però la maggior parte delle pulsioni ancestrali si sono evolute nei secoli in base all’esperienza, all’aumento della conoscenza e allo sviluppo tecnologico. Viceversa la pulsione emotività è rimasta largamente refrattaria  all’essere arginata dall’esercizio dello spirito critico e dalla conoscenza allargata. In più, l’enorme ampliarsi del poter comunicare con svariati mezzi sempre più pervasivi, ha avuto  l’effetto di incrementare il diffondersi di posizioni emotive, che di per sé distorcono l’informazione in ballo.

In  ulteriore aggiunta,  i cosiddetti social dilagati sull’onda dei cellulari, hanno contribuito moltissimo ad allontanare i singoli utenti dall’utilizzo dello spirito critico. Una conferma si è avuta nella catastrofe di Crans Montana a Capodanno 2026.  Quando le prime scintille hanno attaccato le pareti del sotterraneo, troppi ragazzi  hanno  reagito dandosi al riprendere la scena al  cellulare invece di allontanarsi dal pericolo. Nella mentalità dei giovani di oggi, si sono ribaltate le priorità: le riprese social con il loro bisogno virale di mostrarsi precedono perfino l’istinto di conservazione.

Inoltre, come se non bastasse, il dilagare dei social si è verificato nel quadro di un forte calo dei livelli di formazione nelle università, divenute un sistema standardizzato di rilascio di diplomi e guidate in eccesso da burocrazie che privilegiano il conformismo al posto della rimessa in discussione e della critica. Università più accessibili sì, ma sempre meno luogo di pluralismo. Accettano l’abbassarsi del grado di maturazione culturale pur di soddisfare la richiesta di un titolo. Vengono trascurati gli obiettivi della formazione intellettuale e del rendere capaci dell’esercizio dello spirito critico nell’interagire con il mondo reale.

Tenuto conto di tale stato di cose, la proposta politica dei liberali deve non solo avere l’obiettivo di soddisfare le esigenze dei cittadini e le loro richieste (quindi puntando sul dibattito tra le forze politiche a cominciare da quelle parlamentari), ma avere anche l’obiettivo di far capire meglio ai cittadini il senso, i meccanismi e l’importanza della stessa proposta del restare al concreto e non affidarsi del tutto all’emotività (puntando sul cuore delle scelte elettorali, che della libertà sono l’anima). E fare quest’ultima cosa tenendosi ben lontani dall’ingannare i cittadini cercando il consenso. Se ingannati,  i cittadini  non saranno lucidi nella loro scelta elettorale. Dunque i liberali stanno ai fatti e cercano soluzioni rinnovando di continuo l’applicazione del metodo della libertà.  La stabilità liberale è questa. Non è la conservazione statica dello status quo. Non è  la fuga dal mondo reale.

Ne consegue che la proposta politica dei liberali ha per forza bisogno di accompagnarsi ad una qualche struttura istituzionale con precise caratteristiche. Che attui la sostanza di tale proposta  assicurando il rispettare i principi informativi delle regole di convivenza al momento vigenti, che sia capace di garantirne ogni  giorno l’effettiva applicazione materiale in tutte le attività, che rifugga l’essere impositiva e che includa tra le proprie strutture un ordine deputato a giudicare  se gli atti privati e pubblici compiuti, abbiano rispettato nel momento del loro verificarsi, l’applicare le norme in essere. Per i liberali, nel convivere, le regole non sono il freno ma il volante.

L’iniziativa privata non può adempiere da sola a tutti questi compiti decisivi nell’accompagnare la proposta politica dei liberali. La ragione è quella già segnalata: non appena l’iniziativa privata entra in funzione, insorge il conflitto democratico tra i privati coinvolti, e diviene indispensabile impedire le violenze e i soprusi che altrimenti sarebbero inevitabili e addirittura finirebbero per favorire il monopolio. Perciò  non può esistere una politica liberale  non accompagnata da una struttura istituzionale del tipo indicato sopra. Pensare possibile  il fare a meno di una simile struttura istituzionale, è una teoria del tutto irrealistica  e perciò stesso pericolosa per la libertà civile di ciascun convivente. Per i liberali, la libertà individuale non può mai chiudersi in un proprio mondo esclusivo, ove agire a piacimento e ove non curarsi di precisare come rendere concreto ciò che si vuole. Questo genere di mondo può far parte di un romanzo oppure di un sogno eccitato dal drogarsi. Non rientra nel mondo reale. Specie in quello del  liberalismo.

4.g –  Il progetto UE, la maturazione è in stallo. 1) I decenni recenti fino ad oggi – La parabola percorsa negli anni dalla UE è un chiaro esempio  – lo ho già scritto al termine del precedente punto 4.d – di politiche di conservazione e di élite che non producono né libertà civile né dinamismo economico. Il progetto dei Trattati di Roma poneva le basi di un nuovo modello istituzionale. Non più quello del potere che guida sudditi sottomessi ed ossequiosi. Quello di avviare, attraverso la Comunità Economica, la maturazione nel tempo di una istituzione diversa che affida il suo modo di essere  principalmente alle scelte dei suoi cittadini nel convivere quotidiano e alle loro libere interrelazioni. Una maturazione avviata col fondamentale interscambio in campo economico.  Insomma un progetto  dal precipuo tasso liberale.

Un simile progetto è maturato crescendo per trentacinque anni con ragionevole successo progressivo. Dopo Maastricht, il blocco progressivo. Da allora, sbagliando nel profondo circa il valutare il significato del crollo sovietico, i dirigenti UE ritennero che la storia fosse finita con la vittoria della libertà una volta per tutte e riesumarono l’antica tipologia degli stati di potere, dominati dall’ansia di esibire allargandosi la propria forza indiscussa.  Progressivamente l’ascoltare i cittadini  passò in secondo piano. In un quindicennio l’UE si è involuta, ha creato una zona monetaria di cui fanno parte solo tre quarti dei suoi membri, ha subito due gravi sconfitte in referendum costituzionali, non è più riuscita a svolgere una politica coerente con il suo progetto originario, ha posto le premesse per subire iniziative politiche altrui. Hanno prevalso le élites europee e la maturazione del progetto si è bloccata. C’è stato il regresso all’antica idea di dare importanza alla pubblica istituzione in sé, non alla volontà dei suoi cittadini che la guidano.

L’effettiva politica UE è stata elaborata poco dalla Commissione ed influenzata parecchio dalle burocrazie interne. Le quali, nell’ultimo decennio, hanno dato alla politica UE – specie tramite un ambientalismo contrapposto al produrre – un’impronta di statalismo impositivo difforme dal clima aperto e liberale di una volta. In più, un clima divenuto  propenso ad assecondare l’Alleanza del Nord Atlantico, impegnata nel medesimo periodo – in contrasto con la propria missione militare difensiva – a stuzzicare sulla questione ucraina l’autocrazia russa, già di per sé sognante i vecchi zar, inducendola all’aggressione (con gravi riflessi su diverse questioni essenziali per il futuro stesso dell’UE, partendo dallo spazio  così apertosi per i fautori della libertà imperiale, per chi non vuol vedere i fatti e per chi pensa  l’Occidente vitale solo  perché  antimarxista). Oltretutto, nell’ultimo quinquennio, questi nuovi indirizzi UE sono stati all’origine di un aumento consistente, tra gli abitanti dei suoi paesi membri, del peso della  destra conservatrice e del relativo sovranismo nazionale.

Destra e sovranismo sono agevolati dal clima statalista impositivo proveniente da Bruxelles e dallo sterile annaspare della burocrazia, che, incredula per la sua netta perdita di potere, è stata incapace di assumere iniziative dinamiche. Non sono bastati a smuoverla neppure i campanelli di allarme dei rapporti chiesti dalla Presidente della Commissione a due importanti personaggi italiani. I quali, riscuotendosi dai loro precedenti torpori, hanno argomentato in dettaglio l’urgenza di un cambio di passo nell’indirizzo e nella pratica delle scelte politiche UE. Le burocrazie imperanti a Bruxelles non si rendono  insomma conto che, nel suo complesso, la UE è declinata non poco  nel  creare quell’area di libero scambio che resterebbe la sua missione principale.Mentre la Commissione, per lo più, rimane ferma.

Stando così le cose, l’UE deve riprendere presto la maturazione del suo modo d’essere originario. Negli ultimi decenni l’UE è tornata alla mania delle regole modellate sulla vecchia tradizione del libro sacro impositivo, tralasciando parecchio le regole liberali dei cittadini che stabiliscono delle norme in collegamento con la realtà e dunque mobili e temporanee. Sotto questo profilo, la cultura in Europa  ha appreso poco o nulla  dallo spirito della frontiera e dei maverick americani, oppure dalla capacità di studio unita alla disciplina confuciana dei cinesi  e poi completata dalla scopertadell’individualità in aggiunta alla comunità. Occorre con urgenza un cambio di rotta, che riporti l’UE ad essere un protagonista della libertà interna ed internazionale non soltanto in termini verbali.

4.g   2) Una prospettiva coerente  per l’UE – L’UE deve riportare al primo posto del suo agire l’attenzione ai cittadini europei e alle loro necessità.  A tal fine, dovrà riformare i suoi Trattati (dunque avviare tra i suoi cittadini il dibattito a tal fine) per fare scelte diverse rispetto agli ultimi anni. Scelte di nuovo ispirate al liberalismo. Restituire la guida istituzionale ai propri organi politici ridimensionando in modo drastico l’invadenza burocratica , rinunciare ad ogni pratica da vecchio Stato di potere, applicarsi a fondo nel lavoro politico e diplomatico indispensabile per ampliare  le competenze UE  aggiungendo il  fisco e la difesa, potenziare ancora il giudizio elettorale riconosciuto agli europei, invertire quanto prima la stagnazione del proprio mercato interno, smetterla con l’agevolare le campagne nutrizionali fatte  di  standards irrispettosi delle diversità alimentari individuali degli europei (e incapaci di affrontare il tema del come garantire loro nel lungo periodo le calorie indispensabili per vivere), emanare solo norme che creino davvero il mercato unico UE, che non impongano alle piccole imprese   blocchi all’ingresso, che accrescano il produrre energia con mezzi propri  liberandosi dall’imporre le costosissime energie rinnovabili (che restano una sorta di miraggio, essendo le energie fossili nel 2024  ancora l’87% dei consumi energetici e che sono fisiologicamente insufficienti , come comprovato a fine 2025 anche dall’Agenzia dell’Energia  nel documento Prospettive Energetiche Mondiali  2050, il quale rileva che l’apporto dell’eolico e del solare  si limiterà  rispettivamente al 12% e al 16%) e che non ritardino lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale UE nel confronto con gli altri soggetti mondiali.

Infine, siccome il ricupero dell’attenzione ai cittadini europei e ai loro bisogni, non è il chiudersi nella propria dimensione bensì al contrario il prepararsi ad interagire al meglio con il mondo intero, è necessario che l’UE abbandoni gli stereotipati pregiudizi sull’Africa. Oggi, l’Africa non è un continente di povertà endemica e di malgoverno diffuso che provoca imponenti flussi migratori nei territori europei. Simili fattori esistono ma non sono l’aspetto principale della realtà africana attuale. Anzi. La frastagliata realtà dei 54 Stati in Africa muove sì dalla storica condizione  arretrata ma è caratterizzata soprattutto da classi  giovanili svincolate dai conformismi ideologico religiosi, focalizzate sull’agire qui ed oggi, attentissime all’uso della tecnologia moderna più dinamica. L’UE dovrà interloquire con tale realtà africana proiettata al futuro e perciò dovrà adeguare ad essa i propri interventi economici e culturali. Mantenendoli, è ovvio, lontani da logiche opposte a quelle del mercato aperto. Pertanto, l’UE dovrà indirizzare in questa direzione le iniziative in corso in Africa.  Comprendendo anche quella più recente dell’Italia, salvo liberarsi della infelice denominazione datale. Il nome Piano Mattei richiama un personaggio molto noto nel primo quindicennio postbellico per la sua intraprendenza, però lungo una linea molto disattenta all’imperniarsi sui cittadini (cioè del tutto non liberale), quello che invece deve essere l’obbiettivo dell’UE.

Per l’UE una simile ampia  consapevolezza è indispensabile. C’è l’urgenza di ricuperare la natura originaria di Istituzione innovativa, imperniata sui cittadini conviventi nel segno della libertà individuale, dell’aprirsi alle reciproche interazioni e dell’abbattere le barriere. Una UE con uno spirito liberale, altrimenti, mantenendo il ruolo odierno di tradizionale stato di potere, l’UE non avrebbe senso in quanto dello  stato di potere conserverebbe i limiti e  resterebbe frammentata negli stati nazione.  E pure una UE rigorosa nel pretendere che lo stesso spirito abbiano i paesi aspiranti a divenirne membri.  Tale urgenza  non è surrogabile con il seguire l’indirizzo di recente proposto a Davos dal Canadà  , il pragmatismo basato su principi, costituito  da più stretti rapporti tra le medie potenze  . Perché la proposta canadese non affronta (perciò non risolverebbe) il nodo dell’attuale blocco politico culturale dell’UE in quanto istituzione , nodo che, se sciolto, consentirebbe alla stessa UE di disporre di risorse materiali e politiche ai massimi livelli mondiali.

Naturalmente, l’impegno liberale per far sì che l’UE ricuperi la sua natura originaria quale Istituzione di nuovo tipo, non deve disgiungersi dal coltivare il rapporto preferenziale con gli Stati Uniti. Tale prospettiva indispettisce  i gestori della UE allontanatasi negli ultimi decenni dalla sua natura originaria. Li indispettisce foss’altro perché il Presidente  degli Stati Uniti è attualmente quel Trump i cui comportamenti pirotecnici da spregiudicato uomo di affari immobiliari, terremotano senza sosta le usuali pratiche conformistiche di potere dei burocrati insediati  nei gangli UE. Peraltro, il modo pirotecnico di Trump – checché ne dicano le burocrazie UE e nonostante l’intensa opposizione dei Democratici USA – non elude i problemi reali sul tappeto internazionale ed è pure riuscito in Medio Oriente a raccogliere il tendenziale sostegno di un non piccolo gruppo di nazioni arabe, rompendo il fronte del fondamentalismo musulmano.

Nel complesso, il ruolo degli Stati Uniti resta per l’UE una relazione imprescindibile. Perché gli Stati Uniti – pur avendo una struttura istituzionale non coincidente con quella originaria UE – costituiscono con la loro esperienza civile durante un quarto di millennio, con le loro relazioni pubbliche interne aperte, con la loro ricchezza finanziaria, con il loro essere tutt’oggi il più grande mercato di consumo mondiale per i prodotti di altri paesi e con la loro disponibilità di risorse naturali nei propri vasti territori,  lo Stato di maggior rilievo dell’Occidente. E l’Occidente, nel suo insieme, è la sola area del mondo in cui si  pratica il metodo della libertà civile nelle sue tante sfaccettature.

4.h – La presa del liberalismo al giorno d’oggi –  La realistica riflessione svolta in questo volume circa lo stato del liberalismo, non può che mettere in luce un preciso dato di fatto.  Per lo più, il metodo liberale è sovente – e specie al giorno d’oggi – utilizzato molto poco nelle scelte politiche del convivere. Oggi, ciò dipende da un esercizio  totalmente distorto dei ritrovati della scienza e della tecnica, che la cultura dominante interpreta esattamente all’opposto della natura che quei ritrovati hanno e che è alla base del loro esistere.

La cultura dominante li interpreta come se fossero portatori dei valori antichissimi che,  fin dalle  epoche di nascita, ignoravano la pratica del metodo sperimentale,  riducevano il convivere all’applicare  modi d’essere prestabiliti, anteponevano ad ogni scelta di vita l’emozionarsi speranzoso e celebravano il trionfo di un presente eternizzato. Insomma concezioni assai  distanti dagli insegnamenti dell’esperienza. Appunto modi d’essere assai distanti dai principi del liberalismo. Quanto accaduto  finora, continua ad accadere non meno oggi.

Vi sono sì dei casi più virtuosi. Tipo l’evolvere dei rapporti economici  – specie nei paesi avanzati come gli Stati Uniti – che sta cogliendo il senso  dei ritrovati della scienza e della tecnica.  Si distacca nettamente dalla tradizionale e dominante cultura ostile al metodo sperimentale.  Oggi, nella pratica le nuove risorse  generate vanno ai profitti maggiormente che ai salari, sono attribuite ai dividendi azionari  più che alle retribuzioni. In sintesi, nei rapporti economici che vanno emergendo, il tradizionale lavoro fisico pesa meno di prima e il lavoro della mente pesa più di prima. In altre parole,  il ruolo del conoscere basato sull’impegno individuale tende a crescere (basti solo pensare alla recente importantissima scoperta tecnologica  del come manipolare il DNA di un umano vivente, rimuovendo, inserendo, sostituendo e modificando una o più delle sue parti). Ragion per cui il metodo liberale nel convivere aumenta di importanza. Tuttavia, salvo  casi più virtuosi, questo dato di fatto sperimentale non fa parte della realtà narrata correntemente da chi avrebbe la funzione di farlo.

Attualmente, a tenere il liberalismo nascosto nella narrazione della realtà, concorrono essenzialmente due fenomeni: le campagne di disinformazione (principalmente in ambito internazionale) e la cultura diffusa tramite i mezzi di informazione nazionali. Il primo fenomeno corrisponde al disegno intenzionale del diffondere notizie false sui fatti che stanno avvenendo (per ragioni politiche od obiettivi economici). Il contrasto più efficace per questo disegno, al di là degli interventi assumibili a livello normativo, sta nell’effettuare confronti  con le notizie provenienti dagli altri canali di informazione, vale a dire nell’usare il tipico corretto esercizio della valutazione mediante lo spirito critico dell’utente. Il secondo fenomeno non è intenzionale ma più pericoloso. E’ costituito dalla cultura diffusa dai mezzi di comunicazione immersi in uno stato permanente di esaltazione missionaria: che è diffondere il bene comune da loro preferito, spesso per immediata convenienza.  Una simile cultura (e i suoi miopi sostenitori), oltre che essere erronea nelle radici interpretative (con conseguenze molto negative nel gestire la convivenza umana, quotidiana e prospettica), pare non accorgersi del come nei millenni sia stato invece prevalente –  di sicuro anche se per ragioni ignote agli umani –  l’incessante progressivo profondo cambiare evolutivo dei rapporti intercorrenti tra ciò che si trova nell’universo, vivente od inanimato che sia. Un cambiare evolutivo naturalmente in funzione anche al momento attuale. Perciò non si deve prescindere dal metodo liberale, la sola cultura adeguata ad avvertire e a praticare i meccanismi dei cambiamenti.

Per tutti questi motivi, la cultura dei mezzi di informazione di cui sto parlando, persiste in un errore di impostazione. Intanto, nell’immediato, non consente di migliorare i modi di governare il convivere;   in generale, non realizza neppure le proprie pretese impositive, che intenderebbero applicare gli scenari prestabiliti dei sogni, di teorie del dover essere, di uguaglianze contrarie all’umanità esistente, di un bene comune definito a tavolino, tutte cose all’insegna di irrealistiche  certezze e sicurezze nel vivere. Dunque un errore disastroso.

Prima gli umani sapranno allontanarsi da una simile cultura distorta  dei mezzi di informazione, e meglio sarà per la loro libera convivenza. Non perché il liberalismo sia l’ombelico del mondo e di per sé risolva i problemi di scelte relazionali che nascono durante la vita; ma poiché per risolverli occorre per prima cosa il fattivo contributo del metodo liberale della libertà individuale.  L’allontanarsi da quella cultura dei mezzi di informazione è l’auspicio dei liberali al fine di restituire all’Occidente lo strumento cardine per svolgere la sua funzione precipua. Auspicio senza dubbio ostico, ma non inarrivabile tramite il lavoro politico permanente.

4.i – Sul domandarsi “dove andremo a finire?” – Vistoche il volume che sto scrivendo si basa sui risultati dell’esperienza da cui nasce il metodo liberale per affrontare i rapporti del convivere, non avrebbe senso  affrontare la domanda posta nel presente titolo prescindendo dai risultati dell’esperienza finora. Viceversa, la domanda qui riportata fa proprio questo. Non tiene conto dell’esperienza e formula il quesito continuando a far uso della teoria che sia possibile definire con certezza modi e tempi di quali saranno gli esiti della vita umana sulla terra. Dunque, per poterla affrontare senza partire da un’impostazione errata,  la domanda va riformulata  nell’ambito della logica della realtà (propria del liberalismo). Va perciò completata aggiungendo il circoscriverla all’esperienza: “dove andremo a finire fino a quando potremo sperimentare ciò che avviene?”.

Completata così la domanda, diviene subito chiaro che anche l’eventuale risposta va cercata nell’ambito sperimentale. Quindi niente sogni, speranze e simili, che sono il pane quotidiano delle ideologie e delle religioni. Peraltro va pure tenuto conto che le propensioni essenziali dell’animo umano relative ai modi di convivere sono quella conservatrice, diffidente del cambiare e in fondo abbarbicata al ripetere in modo ossessivo le pratiche della tradizione e della consuetudine, quella socialista, secondo cui il controllo di tutto è lo sperare in un mondo  buono e nell’uguaglianza di ogni umano, ragion per cui il male delle difficoltà deriverebbe essenzialmente dalla prepotenza di chi vuol sopraffare gli altri e dal non accettare  l’uguaglianza, quella religiosa, si riconosce in una fede e , in alcuni casi, muove da una rivelazione rappresentata da un’organizzazione terrena del Dio considerata la guida naturale anche sotto il profilo temporale, mentre in altri casi ha un libro sacro che da l’indirizzo del modo di vivere umano dei fedeli stabilendo di combattere gli infedeli fino a distruggerli ed in altri casi ancora ha un  libro sacro quale punto di riferimento per ogni umano il quale, interpretandolo, ne ricava ispirazione per modalità di vita rispettose della volontà divina, quella marxista, si riconosce nella ideologia prefissata del primato proletario, che emerge, specie nella versione di Lenin, dal partito comunista nella veste di coscienza operativa; quella laica, che può limitarsi al rifiuto della scelta religiosa in chiave anticlericale – in tal caso assoggettandosi all’influenza più o meno forte della propensione socialista democratica – oppure che può approdare alla propensione liberale in pratica mischiandosi ad essa; quella liberale, fondata sullo stare ai fatti e sull’osservare gli avvenimenti sperimentalmente usando lo spirito critico individuale in un quadro di libertà nelle relazioni umane definito da regole stabilite dai cittadini in base ai risultati aggiornati di continuo.

Allora, saldi nell’ambito sperimentale e vaccinati rispetto alle prediche dei catastrofisti, ha senso esaminare le tesi in ballo da un quarantennio.  Secondo queste tesi, gli umani, distruggendo gli ecosistemi, pongono le premesse per l’estinzione di massa della biodiversità. Una estinzione che, si argomenta, derivada sei fattori e dal loro intersecarsi.  La deforestazione che riduce e frammenta gli habitat; il riscaldamento globale con la selva di conseguenze; la pratica di introdurre nei territori nuove specie pericolose per quelle locali; l’inquinamento chimico; l’insostenibile aumento della popolazione umana; la caccia e la pesca intensive, in generale l’eccessivo sfruttamento delle risorse biologiche.

I fattori ora citati esprimono rilievi in sostanza fondati. Così come è fondata la principale conseguenza: un calo medio di quasi un terzo nelle popolazioni in un certo numero di specie viventi. Tali rilievi sono  dati da non trascurare affatto, visto che la biodiversità determina molti servizi chiave per la vita umana. Tuttavia, su importanti problematiche di questo tipo, si scontrano ancora le due solite maniere di vedere le cose, quella del libro sacro statico e quella del cambiamento incessante. I fautori del libro sacro statico assumono un piglio catastrofista, paventando la prossima fine del mondo e proponendo per evitarlo il blocco delle tipiche attività delle società moderne con il ritorno ai ritmi del passato. Coloro che hanno capito il cambiare connaturato al vivere (a cominciare dai liberali), agiscono nella  logica del cambiamento ingegnandosi in ciascuna fattispecie per trovare soluzioni ai problemi segnalati da quei fattori. Soluzioni capaci di contenere le derive negative dei nuovi equilibri creatisi e che dunque apportino ai nuovi stili di vita le correzioni opportune, senza rinnegare gli avanzamenti fatti finora e senza restaurare ciò che non c’è più. Perché la vera estinzione concreta del progredire umano, sarebbe rinnegare il cambiare e restaurare il passato.

Oltre al tema della salvaguardia degli ecosistemi, c’è poi un altro tema su cui si presenta un tipo di scontro simile tra queste due maniere di vedere le cose. E’ il tema delle previsioni circa gli sviluppi del rapporto tra gli esseri umani e l’Intelligenza Artificiale. In questo caso si tratta di ricercatori in centri prestigiosi, i quali, elaborando i termini del rapporto, muovono (senza dichiararlo) dall’idea che l’IA sia in potenza un essere umano ancora immaturo. Inoltre, gli stessi ricercatori, dopo aver fatto una serie di proiezioni sulle modalità di progressivo apprendimento dell’IA, concludono vi sia la concreta possibilità del formarsi di una IA talmente autonoma ed innovativa da configurarsi quale vera e propria individualità affiancata a quella umana. Qui, al posto del  catastrofismo ma a somiglianza stretta con i fautori del libro sacro statico, quei ricercatori danno per certa la prospettiva in cui lo sviluppo obbligato dell’attività dell’IA, sarebbe la fine del mondo umano o comunque centrato sugli umani. Come dire, bisognerebbe smetterla con le scoperte moderne che stanno mettendo in pericolo la nostra specie.

Del tutto diverso l’approccio di chi (a cominciare dai liberali), essendo consapevole dei cambiamenti connaturati al vivere,  agisce nella  logica del cambiare e nella fattispecie si ingegna  a trovare soluzioni capaci di evitare un distorto funzionamento dei nuovi strumenti oggi disponibili (tipo sostituirsi ai suoi creatori) e che dunque, senza rinnegare i  decisivi avanzamenti fati finora, facciano crescere la IA mantenendola nel suo ruolo di potente strumento d’aiuto. Perché il mondo umano finirebbe veramente se non si avvalesse dei cambiamenti e restasse alle procedure di una tradizione arretrata.

Stando così le cose, una Istituzione modellata su regole di libertà è necessaria ma non ancora sufficiente. Per i liberali, la tipologia istituzionale è molto importante ma la cosa determinante è che  i cittadini sappiano impegnarsi di frequente per trovare soluzioni atte  a favorire il realizzarsi dei cambiamenti. Insomma gli individui, non solo dovranno mantenere la distinzione fra realtà e finzione al fine di opporsi al processo totalitario, come scrisse Hannah Arendt. Per contribuire ad evitare l’attuale deriva d’estinzione e comunque a mantenere la IA nel suo ruolo di strumento, gli individui dovranno pure avere chiara la decisiva importanza  dello stare ai fatti , dello sperimentare e dell’esercitare il proprio spirito critico. Vale per tutti. Solo con questo diffuso comportamento di stile liberale, si potrà dare un fattivo aiuto alla ricerca di  come correggere gli errori compiuti dalle moderne attività ai danni delle nostre condizioni strutturali di vita oppure di come correggere le distorsioni dei grandi contributi dell’IA atte a danneggiare l’ esercizio di quello spirito critico individuale ancora insostituibile nell’innovazione creativa.  Correzioni che limitino le derive erosive dell’ecosistema, che evitino un’applicazione sbagliata dell’IA, e che conservino i notevoli miglioramenti   raggiunti nel convivere avendo gli umani a disposizione il grande potenziamento da essa fornito.

Infine, gli individui dovranno essere sempre più consapevoli che sia un profondo errore affidare al diritto e alla giustizia il modo di sapere la verità sul mondo circostante. Innanzitutto perché diritto e giustizia sono strumenti per regolare i rapporti interpersonali scongiurando il ricorso alla violenza fisica e non possono essere considerati una prescrizione impositiva univoca delle scelte di vita e degli atti relativi. E, in ogni caso, perché è impossibile comprendere la realtà del mondo nei termini  statici del diritto e della  giustizia.

Poi si pone l’importante tema della disinformazione, che nel mondo attuale si realizza in nuove forme. Nell’ultimo trentennio  si è imposto il grande aumento della velocità delle trasformazioni nei mezzi di comunicazione, soprattutto i cosiddetti social. Pertanto, oggi è sempre meno scontato che l’origine della disinformazione sia frutto della propaganda distorta delle istituzioni politiche autocratiche. Una propaganda del genere esiste, ma è sempre più chiaro che non ha origine solo nelle autocrazie. Emerge che anche i gruppi politico economici di origine occidentale interessati ad una gestione pubblica non lasciata all’affidarsi alle scelte dei cittadini, usano una serie di accorgimenti di vario genere abituali in Occidente – dalle campagne di disinformazione sugli avvenimenti politici nazionali e mondiali, a quelle sugli spettacoli e sulle mode culturali, fino a quelle sui consumi alimentari oppure della metodica falsificazione dei fatti storici e dei comportamenti di notissimi personaggi di una volta valutati a prescindere dal loro contesto di vita – per imporre una visione del mondo esaltata e spinta non soltanto a non privilegiare i fatti reali ma perfino a non utilizzare il personale spirito critico di valutazione.
 
Una simile disinformazione è fuori dalla contrapposizione tra chi pratica gli antichi sistemi autocratici statici nel loro fondo ispiratore e chi invece adotta quelli più moderni ed innovativi della libertà individuale in continua trasformazione. In questo tipo di disinformazione, i gruppi politico economici interessati ad una gestione pubblica distaccata dai cittadini conviventi,  adoperano, parecchio e con modalità disinvolte, le medesime metodologie tecnologiche usate dai fautori della libertà. Di conseguenza, nei suoi passaggi, lo scontro è assai più cruento e pericoloso e in radice non consente più di distinguere con sicurezza la soggettualità di chi ne è all’origine, sia in tema del privilegiare i fatti reali sia del non utilizzare il personale spirito critico di valutazione esterna.
 
I gruppi che pur essendo occidentali non rispettano i criteri cardinali della cultura civile occidentale , adottano sistemi di propaganda falsa in un duplice senso. Non trasmettono notizie dei fatti e fanno sì che chi è raggiunto dalla loro propaganda non metta in funzione il personale spirito critico nel valutare le notizie ricevute.
 
Un ruolo determinante nel diffondere tali sistemi di falsa propaganda è svolto dal sistema televisivo. Esistono i casi di chi lo fa per una precisa scelta di interesse. Però sono molto frequenti i casi di un equivoco concettuale assai diffuso.  La disinformazione dei telegiornali (oggi soprattutto quelli italiani) sta nell’equivocare sul senso del concetto di imparzialità. Essere imparziali nel dare notizie  è cosa coerente e giusta solo quando il confronto è tra due fautori della libertà, non lo è quando il dare notizie concerne parti contrapposte sulla libertà. In questo secondo caso, applicando il criterio dell’imparzialità, l’emittente vien meno ai principi della cultura occidentale , poiché tradisce quello decisivo dello stare ai fatti sperimentali e ai risultati espressi. Questi risultati comprovano  da secoli che il metodo della libertà (di cui senza dubbio fa parte l’informare corretto circa gli avvenimenti) è sempre di gran lunga il più efficace nell’individuare le scelte più adatte per migliorare la convivenza. Dare un’informazione scorretta comporta necessariamente che i cittadini, al momento dell’esprimere il loro  voto elettorale, facciano una scelta disinformata.
 
Rendersi conto di un aspetto simile, porta ad una seconda considerazione essenziale. La  chiave dell’esercitare l’informazione in maniera corretta – vale a dire nel pieno rispetto degli sperimentati criteri occidentali della cultura liberale, stare ai fatti e utilizzare lo spirito critico – sta nelle mani del giornalista responsabile materiale del dare la notizia e del direttore della testata che controlla il lavoro della redazione.
 
Pertanto, il giornalista titolare del servizio e il suo direttore esercitano una funzione decisiva nell’informare i cittadini su quanto accade. Il non rispettare l’implicito criterio professionale di tale funzione – specie se a bella posta per interesse finanziario o ideologico, ma anche per semplice incapacità – non solo è un’indegnità  morale, ma, effetto ancor più grave, implica un danno rilevante per l’intera convivenza che è messa in condizione di agire disinformata.
 
Ne conseguono quattro fatti.  Uno, gli effetti di una notizia falsa sono analoghi a quelli della propaganda fondata su valori (emozionarsi, sperare, promettere) molto lontani da quelli dell’informare occidentale. Due, il principio di imparzialità nei servizi giornalistici effettuati dai mezzi di informazione, va usato esclusivamente nel caso che nel servizio trasmesso la notizia riguardi due parti fautrici del metodo della libertà nel regolare i rapporti interpersonali tra i cittadini conviventi. Tre, il secondo fatto non può essere surrogato in alcun modo mediante il mostrare che la proprietà del mezzo che fornisce la notizia e i suoi giornalisti si mantengono estranei al fare politica (ciò perché, nella dimensione liberale, ciascun cittadino fa parte della politica senza eccezioni possibili). Quattro, sempre il secondo fatto non può essere surrogato esibendo soltanto la tipologia occidentale della testata, dato che l’imparzialità viene impedita per natura dalla presenza dominante nei suoi  conti economici di finanziamenti di provenienza non chiaramente definita. Insomma, adoperare il criterio dell’imparzialità mettendo sul medesimo piano le notizie provenienti dai fautori della libertà e quelle provenienti dai fautori delle autocrazie oppure dal terrorismo internazionale oppure da ignoti benefattori, non attua davvero il criterio previsto dal vocabolo imparzialità, perché nel concreto fa dimenticare agli utenti  la portata effettiva degli avvenimenti.
 
Riassumendo, compito decisivo della professionalità giornalistica è valutare se ogni specifico argomento  presenti condizioni adatte per applicare l’imparzialità nel dare la notizia senza dover chiarire la sua provenienza. L’indebolirsi di tale professionalità mina in modo oggettivo il fondamento delle istituzioni liberali.

In conclusione, per rispondere alla domanda “dove andremo a finire fino a quando potremo sperimentare ciò che avviene?”, occorre essere convinti  prima di tutto  –  come lo sono i liberali – che, trovandoci in un mondo reale probabilistico, sarà probabilistica  anche la risposta derivante dai dati forniti dalle sperimentazioni d’ora in avanti. Perciò non esiste una risposta  certa. Non esiste  una destinazione esattamente definita e stabile nel tempo. Nella materia  del dove andremo a finire, la sola evidenza è che un contributo pesante verrà dalle nostre scelte e dai nostri comportamenti, purché rispettosi di questo dato di fatto acquisito e confermato sperimentalmente. E’ inutile arrovellarsi nella speranza di riuscire ad eludere l’esperienza e a proporre una soluzione risolutiva ed eterna del come convivere. Sarebbe voler continuare una tradizione sorpassata, quella di risolvere i contrasti senza valutare quali  risultati diano le proposte in contrasto bensì imponendo la soluzione voluta  dai potenti detta bene comune 

Gli umani hanno una sola certezza fornita dai secolari esperimenti fatti. Il passare del tempo si accompagna al crescente smantellarsi delle forme vitali dell’universo e al contestuale diffondersi probabilistico del distribuirsi energetico in singole individualità .  Ebbene, una simile certezza conferma quanto abbia rilievo il metodo liberale , nonostante la sua attuale marginalità. Purtroppo di tale conferma non c’è adeguata consapevolezza tra i cittadini.

5. La principale sfida attuale: l’interagire tra la velocità dei calcoli e lo stare ai fatti – L’argomento della principale sfida di oggi nella politica della convivenza,  riguarda appunto il campo del rapporto tra gli umani e l’Intelligenza Artificiale.  Le radici di questa interazione tra velocità del calcolare e stare ai fatti,  esistevano di già. Però, dagli anni a cavallo del 2000, è venuta alla ribalta la necessità di capire cosa potrà significare tale interazione in prospettiva e quali potranno essere le sue conseguenze sulla cultura politica liberale dei cambiamenti.In sostanza siamo nella situazione preconizzata da Leibniz, “verrà un tempo in cui, invece di discutere, diremo: calcoliamo”.

Ora, visto che, nello stesso periodo di anni, l’enorme moltiplicarsi della potenza di calcolo dei computer quantici (valutabile in un ordine di grandezza intorno ai 900 anni  di lavoro di un computer ordinario) è stato la base del decisivo sviluppo  della sperimentazione quantistica, mi propongo – trattandosi di una questione decisiva per il liberalismo  – di  riflettere un attimo in via analogica su cosa può comportare  l’enorme moltiplicarsi della potenza di calcolo disponibile, nel campo del divenire consapevoli del dover stare ai fatti.

La prima riflessione deriva dal come creare le condizioni per poter arrivare a disporre della moltiplicata potenza di calcolo. E’ accertato che l’esercizio della potenza di calcolo richiede una grandissima quantità di energia (siccome è diretto e proporzionale il rapporto tra la potenza di calcolo e il consumo energetico). Da ciò deriva che è indispensabile disporre di una enorme quantità di energia per poter esercitare l’enorme potenza di calcolo. Dunque  si aggiunge un ulteriore tassello  che ci impone di non trattare la questione energia come se fosse un’avversaria pericolosa, sempre e comunque. L’ambientalismo ideologico viene smentito ancora una volta. L’eolico ed il solare sono sì tecnologie da sviluppare (specie in Italia ove vengono promosse troppo poco dai singoli cittadini); però è palese che possono essere solo un contributo aggiuntivo alle altre fonti energetiche, quali i fossili, il gas, il petrolio e pure il nucleare , in  Italia addirittura abbandonato un quarantennio or sono a seguito di una decisione popolare gravemente errata (oggi stiamo cercando di reinserirci ma siamo indietro un decennio come minimo). L’energia non è nemica della vita, ne è la chiave. I liberali lo affermano con insistenza.  

La seconda riflessione è  che l’Intelligenza Artificiale non va considerata alla stregua di un potenziale concorrente per gli umani. Non tanto perché l’IA l’hanno inventata gli umani, quanto (e soprattutto) perché l’IA manca di alcune caratteristiche umane. L’IA non è un’entità individuale chimica delimitata  (di fatti ha una struttura indistinta pervasiva, non funziona mediante processi chimici, non ha delimitazione propria) e non  possiede un meccanismo di nascita (in sostanza non ha un suo meccanismo autonomo per rifornirsi di energia, ed ha bisogno di grande cura ed attenzione da parte degli umani adulti) . Il che è  il fattore decisivo. In più anche la sua capacità di evolvere al passar del tempo – nonostante il fortissimo ritmo di crescita operativa – appare al momento attuale più ridotta e circoscritta nel ricorrere a nuove strutture vere e proprie. Pertanto, mancando di alcune caratteristiche degli umani, non potrà mai sostituirli in pieno.  Anche se in molte attività umane, ripeto, risulta già oggi – e probabilmente nel prossimo futuro ancora di più – assai più rapida ed efficace degli stessi umani.

La terza riflessione è ricordare che il dover stare ai fatti è il comportamento cardine richiesto dai liberali  ad ogni cittadino. Insieme è richiesto a tutti loro anche di prendere parte ai confronti e alle decisioni da assumere nel pubblico convivere. Tale richiesta tocca grandi numeri di cittadini. Al giorno d’oggi, in Italia convivono circa 59 milioni di individui, e nel mondo circa 8,2 miliardi. Tenuto conto dei minorenni e di chi per stato di salute  non è in condizione di prendere parte alle scelte, questi numeri si possono ridurre di un 30%, quindi le persone su cui ragionare divengono 41,3 milioni in Italia e 5,74 miliardi nel mondo. Dunque, i numeri delle persone coinvolte  nelle scelte politiche – e dunque chiamate dai liberali a dover stare ai fatti nel comportarsi e nel giudicare – sono già  di per sé molto grandi. In più sono resi ancor più grandi dal frenetico intrecciarsi reciproco della vitalità dei singoli conviventi nel loro esser diversi ed irripetibili.

Essendo queste le dimensioni  numeriche in gioco, è subito chiaro che – almeno finché arriveranno a realizzarsi metodologie  politiche  parecchio innovative (il loro rapido realizzarsi  sarebbe una sorpresa positiva) – non è  pensabile anche solo avvicinare ai ritmi della conoscenza scientifica, quelli del penetrare tra i cittadini della richiesta liberale dello stare ai fatti (mi limito al liberalismo che delle culture politiche è quella che con la scienza condivide importanti analogie di metodo).  Ciò perché – seppure sia prevedibile che, nel giro di relativamente poco tempo, i super computer quantistici con le loro enormi velocità di calcolo (una volta risolto il problema dell’energia necessaria) saranno disponibili  anche per i cittadini che vogliano usarli (purché naturalmente alfabetizzati nel frattempo in modo adeguato) – il colossale moltiplicarsi delle quantità di valutazioni da fare tutti i giorni raffrontato con il numero ristretto di chi, cercando di stare ai fatti, azionerebbe i computer quantistici, da la certezza che, quanto meno per un primo (lungo) periodo,   permarrà intatto nella sostanza l’attuale tendere dei cittadini a ragionare sui problemi del convivere senza partire dallo stare ai fatti.

Nell’opinione pubblica, nello scegliere quale politica  fare, resterà perciò dominante la tendenza di molti cittadini  ad affidarsi alle emozioni e alle speranze suscitate in quel dato momento, come succede da tempi immemorabili,  oppure a quanto indicato in testi  scritti in precedenza. Il presupposto  di un simile comportamento è quello solito voluto dalle elites. Un cittadino deve essere solamente un povero suddito,  incapace di poter vivere in autonomia ed obbligato per sopravvivere ad applicare le indicazioni avute dai clan che affermano di conoscere il mondo e di governarlo.

Inoltre  non basta dichiarare di essere favorevoli alla capacità scientifica di conoscere. Occorre praticarla davvero. Cosa che richiede di  seguire minuziosamente il criterio di osservare di continuo e di prendere davvero atto dei risultati sperimentali. Invece, al giorno d’oggi capita perfino che esperti dei meccanismi della scienza (pertanto con piena conoscenza di quali siano realmente simili meccanismi), propagandino i potenziali sviluppi della scienza e della tecnica continuando ad attribuir loro il sogno (senza neppure accennare al come farebbero) che gli umani arrivino a disporre di energia pulita senza limiti di alcun genere. Eppure, fare tale sogno  senza neanche accennare al come raggiungerlo, contrasta con la logica della scienza sperimentale, nel profondo e sotto vari aspetti essenziali.

Un simile stato di cose, rende indispensabile che il liberalismo continui a battersi, con paziente ma incrollabile determinazione, contro il dominio nell’opinione pubblica di una tendenza culturale del genere. L’obiettivo dei liberali è far maturare prima possibile la cultura dello stare ai fatti quale premessa alle scelte politico elettorali, e dell’abbandonare al contempo la strada plurisecolare di tipo deterministico, dell’emozionarsi, dello sperare,  del promettere, del preferire i sudditi ai cittadini. Tanto più che, nel momento presente, è in continuo aumento non solo la velocità di calcolo dell’IA ma pure la rapidità del modo di interagire nelle quotidiane relazioni interpersonali.

Porsi il precedente obiettivo  è una battaglia decisiva per migliorare la convivenza e le condizioni umane, tenendo attive le relazioni democratiche e la capacità di confrontarsi sui problemi veri del vivere . Occorre  riuscire a raggiungerlo, alla svelta il più possibile. Una volta adottato il criterio dello stare ai fatti, le successive decisioni politiche conserveranno il marchio delle diverse convinzioni di  ciascun elettore e insieme diverranno sempre più adatte ad essere valutate sulla base dei rispettivi risultati effettivi, indotti ogni volta dall’uso dello spirito critico individuale nel prendere iniziative. Ciò sarà un passo avanti di rilievo nel  costruire, tramite la conoscenza, il percorso di maturazione di libere istituzioni preposte al convivere. E pertanto impegnate con insistita continuità al costante aggiornamento delle norme legali e delle condizioni strutturali della libertà tra i conviventi. In ogni caso ben consapevoli che occorre rifuggire il pretendere –  e  anche solo lo sperare – di conoscere in anticipo i particolari del futuro.

Certo, questo percorso all’insegna dell’inseguire una maturazione virtuosa – percorso dovuto non solo all’ attuale impossibilità umana di utilizzare un’enorme capacità di calcolo nell’elaborare i dati dell’esperienza in materia del convivere, ma anche ai limiti fisiologici umani – non ha quelle caratteristiche di velocità e di potenza presenti nell’aumento della capacità di calcolo decisive nella sperimentazione quantistica. E’ il solo mezzo – ancora oggi –di cui disponiamo noi umani, ammaestrati dall’esperienza, è questo: il percorso della consapevolezza liberale di stare ai fatti e dello spirito critico individuale (consapevolezza unita allo sforzo di non ricadere nel millenario illudersi di ricorrere a istruzioni prestabilite per conoscere il mondo concreto). E’ il solo mezzo – ancora oggi – di cui disponiamo come umani  per poter progredire in modo serrato, anche se pieno di incertezze, nell’edificare istituzioni più aperte , le sole adatte ad agevolare il nostro  convivere. E’ un aspetto decisivo. E’ il marchio dei liberali nel mondo attuale: essere visti  quale  soggetti di secondo piano pur essendo l’avanguardia comprovata nell’indicare la direzione delle scelte da compiere ad ogni momento in tema di libertà. E’ un aspetto decisivo di cui i conviventi dovrebbero divenire consapevoli in tempi stretti.

Ricordiamo cosa scrisse Stuart Mill da liberale: “il valore che ogni periodo storico ha acquisito tra i posteri è direttamente proporzionale alla libertà che sotto questo aspetto ha concesso a chi vi è vissuto”. Fino ai giorni nostri questo principio   ha mostrato di avere piena validità. Perciò i liberali lo prendono come obiettivo guida, per confermare che la cultura e le iniziative del mondo occidentale sono state sempre l’origine dei progressi  umani. 

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La cultura liberale vota SI

Al Referendum del 22 e del 23 prossimi, la cultura liberale vota SI senza incertezze.

Il quesito verte su una riforma  limitata della Costituzione che attua un’altra importante norma vigente da oltre 25 anni (l’art. 111 allora riscritto integralmente, prevede che il processo si svolga nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti al giudice terzo e imparziale) ma non ancora attuata in pieno (a causa delle commistioni tra magistratura giudicante e referente che intaccano la terzietà, del correntismo interno alla Magistratura che inquina le scelte e le nomine, del sistema di giustizia disciplinare tra i  Magistrati che è talmente benevolo da risultare imbarazzante).   .

L’attuale limitata  riforma della Costituzione è stata imposta dalla necessità di attuare  davvero le  norme  già vigenti. Perciò è imperniata sulla separazione carriere tra magistrati giudicanti e referenti che evita pericolose commistioni e che di conseguenza sdoppia il Consiglio Superiore, sul sorteggio dei membri del CSM che elimina le storture del correntismo e dell’influenza partitica, sulla creazione di un’Alta Corte che rende seria e credibile l’esame delle infrazioni disciplinari interne.

Attuare davvero le norme  costituzionali già vigenti non è solo  una necessità tecnica ma soprattutto è  una necessità civile essenziale. Il cittadino deve essere garantito nel processo dalla parità tra accusa e difesa nonché dalla imparziale terzietà del giudice. Al contempo, protetto dalle ossessive campagne di stampa innescate di fatto a suo danno dalle procure, prima e al di fuori del processo, così frequenti e tanto dannose per la vita democratica nell’ultimo quarantennio.

La scelta effettiva del referendum è questa. Non viene minimamente scalfita dalle continue mistificazioni dei sostenitori del No. I quali svolgono nel merito argomentazioni capziose ed inconcludenti, e principalmente si stracciano le vesti inventandosi pericoli democratici quando, dopo la vittoria del SI, saranno decise le leggi attuative delle novità introdotte. Simili mistificazioni mostrano che il vero scopo dei sostenitori del No è conservare gli attuali privilegi di potere. Vorrebbero premiare le élites formate da quei Magistrati autonominatisi la vera classe dirigente del paese, una terza Camera che, interpretando le leggi al di fuori dei testi, si arroga il diritto di legiferare. Ma quei Magistrati non sono mai stati eletti in libere elezioni dai cittadini. Quindi non hanno il privilegio di legiferare.

In conclusione, la riforma soggetta a Referendum sana alcune storture dell’ordinamento istituzionale, irrobustisce le garanzie per i cittadini e libera la maggioranza dei Magistrati dai condizionamenti dei colleghi che mistificano la realtà per non perdere i propri privilegi. Dunque è una riforma positiva, che non ha risvolti partitici, che non fa valutazioni sul governo e che avvia ulteriori sviluppi per una giustizia più efficace secondo leggi votate dai cittadini. Tutte queste solide ragioni basate su dati di fatto, portano la cultura liberale a votare coerentemente  SI senza incertezze.

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Una dichiarazione attuale (paragrafo finale)

Ultimo paragrafo da aggiungere all’articolo “Una dichiarazione sempre attuale” inserito in questa biblioteca in data 28 giugno 2024

8. Il 250° anniversario della Dichiarazione – Siamo arrivati  al marzo 2026 e lo spirito della Dichiarazione di Indipendenza continua a costituire l’indirizzo di fondo dei comportamenti politici degli Stati Uniti. Ne è l’ennesima riprova quanto sta avvenendo con la seconda Presidenza di Donald Trump. 

Il Presidente ha il carattere mutevole dell’immobiliarista aduso alle trattative miliardarie,  mutevole anche nelle preferenze di partito –democratico alle origini , ora  repubblicano –, mutevole perfino nell’annunciare le intenzioni di sconvolgere i rapporti esistenti. Eppure, nonostante le diversità caratteriali ed operative dai predecessori, nei mesi recenti  Trump sta continuando lo spirito del 1776  nella sostanza della sua politica internazionale.  E’  molto attento a preservare le condizioni degli scambi (a cominciare da quelli con il suo paese) e perciò a scuotere le incrostazioni formatesi ma principalmente a colpire i potenti autocrati che degli scambi minacciano la struttura. Quest’ultima scelta l’ha fatta nello scorso giugno contro il nucleare iraniano, poi nel rimuovere il dittatore venezuelano Maduro con i suoi traffici petroliferi ed infine con la nuova azione per decapitare  in maniera drastica il nucleo fondamentalista dell’Iran di Kamenei. Azioni circoscritte e rapide il possibile, per ristabilire le condizioni degli scambi (l’ultima azione in corso  scongiura il forte  pericolo nucleare, l’incubo missilistico  e il dare soldi alle tre milizie  terroriste, Hamas, Hezbollah, Houthi, titolari dell’intento scritto di eliminare Israele), un fattore  essenziale per la libertà dei cittadini. Azioni che finora attuano un aspetto chiave dello spirito del 1776, cioè non  praticano una libertà imperiale a carico dei paesi alleggeriti dalle dittature. Una volta alleggerito, ognuno diviene autonomo nel governarsi.   

Naturalmente ciò indispettisce tutti coloro, singoli e soprattutto partiti, che sono soliti  non apprezzare i documenti costitutivi degli Stati Uniti  e che   di fatto , nel segno di un ideologismo di sinistra o di una religiosità temporale, d’abitudine  esercitano il potere tessendo rapporti istituzionali tra potenti piuttosto che con i liberi cittadini. Sono indispettiti poiché l’esperienza dimostra ancora una volta che le loro scelte impositive nella politica interna, a livello internazionale corrispondono all’impotenza.  A tale livello, siccome privilegiano i rapporti tra le élites  governanti, non sono interessati a creare  e a preservare  piene condizioni di libertà civica, mentre al contempo permettono alle autocrazie e al terrorismo di guadagnare terreno. Si comportano così  perché pensano solo a comandare,  e, quanto agli effetti sui cittadini, li relegano all’ultimo posto. Sono indispettiti perché avvertono che i loro forti legami amicali vengono messi da parte dal rafforzarsi nel mondo libero della diversità degli individui.

Per tutto ciò, la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti festeggia il suo 250° compleanno in ottima salute.

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