1. Il terreno esaminato – La Cronologia essenziale del Liberalismo che sto ultimando, mette in evidenza un dato di fatto. I movimenti politici che hanno rappresentato il liberalismo negli ultimi quattro secoli, nelle varie epoche e in luoghi disparati, hanno in sostanza seguito la medesima linea. Quella, rapportata alle condizioni esistenti all’epoca, del far maturare la cultura e la pratica volte ad edificare istituzioni di libera convivenza. Lo hanno fatto affidandosi alle osservazioni, alle iniziative e alle scelte dei singoli cittadini nel quadro di una conflittualità secondo le regole. Tali iniziative e scelte si sono fondate sulla metodologia individuale del valutare quanto avviene, di volta in volta hanno privilegiato i risultati delle iniziative prese e non hanno applicato pregiudizi aprioristici su quale sarà il futuro.
Va inoltre aggiunto il dato essenziale. In base all’esperienza, il metodo politico del liberalismo appena descritto, retrospettivamente risulta in ogni epoca quello assai più capace di indicare le scelte da compiere al momento, in quanto più adatte, mediante lo sviluppare il più possibile la diversificata libertà individuale dei cittadini conviventi, a migliorare le condizioni del vivere insieme.
Riconosco che, nel descrivere la cronologia essenziale del liberalismo, ho trattato soprattutto delle sue vicende nei territori retti da governi democratici cosiddetti occidentali (con l’aggiunta di Israele) e solo marginalmente, ed in misura diversa tra loro, in quelli dell’Oriente (comprendendo nel termine, l’Asia, l’URSS europea e i suoi satelliti), dell’America Latina, di quella del Sud, e dell’Africa. Ritengo tuttavia che tale valutazione corrisponda all’effettiva realtà. Vale a dire che nella politica in Oriente , in quella parte delle Americhe, nell’Africa, il liberalismo è stato meno visibile ed incisivo. Anche se in Oriente, principalmente, è stato altissimo il livello delle culture e vi sono esistite personalità particolarmente dotate sotto il profilo liberale. Certo. non è da escludere in via assoluta che la mia valutazione possa dipendere da un mio limite conoscitivo e che il liberalismo abbia avuto molto più rilievo anche nelle regioni messe in secondo piano. Però, anche se un maggior rilievo ci fosse stato, non ha inciso in modo forte sulle specifiche caratteristiche del liberalismo maturate nei territori analizzati nella mia Cronologia.
Basti pensare, ad esempio, alla Cina dei decenni più recenti, il cui sviluppo è tanto celebrato in Occidente da coloro che vivono in Occidente pur non accettandone veramente i liberi principi (ne siano o no consapevoli). Ebbene, in Cina lo sviluppo attualmente c’è e si è realizzato in modo impetuoso in pochi decenni. Senza dubbio, peraltro, è uno sviluppo dovuto allo Stato che assiste l’imprenditorialità e la incanala verso le scelte ritenute strategiche. Lo spirito della libertà dei cittadini resta imprigionato. La prigione è ancora una volta costituita dalla speranza che esista qualche umano (singolo o gruppo) in grado di stabilire il futuro al di là delle costanti regolarità dell’universo. Le chiavi di questa prigione sono in mano al partito comunista cinese, il quale, con l’antico atteggiamento del tenere un costante basso profilo, fa intendere di essere lui quell’umano, poiché guida un sistema politico superiore alla democrazia, superiore in via di principio e negli atti concreti , e pertanto è in grado di condurre davvero al futuro.
Alla prova dei fatti, quelle del partito comunista cinese sono parole senza contenuto. Finora quel sistema continua ad avere pretese incompatibili con una libertà civica diffusa tra i suoi cittadini individui e assai meno produttrici alla lunga di prosperità nel disporre degli indispensabili mezzi vitali. Si verifica oggi ed è successo nelle epoche precedenti. Anche se oggi, quasi per supplire all’arretratezza interna, i dirigenti cinesi hanno verso l’Occidente un’aggressività imperialistica nel distribuire i loro prodotti frutto dello statalismo.
Insomma, l’esperienza storica ha provato che la tipologia delle istituzioni umane è fondamentale per i cittadini quando affrontano l’evolversi della vita. Al riguardo l’approccio dell’attuale comunismo cinese resta arretrato e non fornisce risultati comparabili con quelli del sistema Occidentale , che sono invece fondati sul realizzare il più possibile la diversificata libertà individuale dei cittadini conviventi. Sono queste le ragioni per cui la Cronologia del Liberalismo si impernia sul mondo Occidentale. Il quale ha una sua specifica identità fisiologica, che in ogni tempo ingloba, come è ovvio, anche le influenze del mondo orientale.
2. Il rapporto tra scienza e liberalismo – Dal periodo inizio ‘600 in cui cominciò a manifestarsi, la cultura liberale è costantemente innovativa in relazione all’epoca in cui agisce. Innovativa non per le parole usate nell’esprimersi bensì per i concetti proposti e per i comportamenti tenuti. Tale capacità liberale nel modo di affrontare il mondo, non fu un’esclusiva. Il metodo operativo adoperato era analogo a quello usato dalla scienza, che nel medesimo periodo stava mettendo a punto il suo sistema per approfondire a passo a passo la conoscenza della Terra e del Cielo. Le rispettive forti somiglianze metodologiche sono evidenti. L’osservare con i sensi e con la mente il mondo circostante, lo stare alla concretezza di ciò che avviene, l’affidarsi alle iniziative proposte dai singoli per ricercare ipotesi in grado di far crescere la conoscenza delle cose, il sottoporre quelle proposte al giudizio degli altri in base ai risultati indotti dall’adottarle, il continuare nel tempo ad applicare questi stessi criteri operativi. Mantenendo di continuo la consapevolezza decisiva che il liberale Popper ha descritto con queste parole “La vera ignoranza non è non conoscere; è rifiutare di conoscere”.
Tuttavia, al di là di tali somiglianze metodologiche, balzano all’occhio anche le enormi differenze che, da allora ad oggi, hanno segnato i due sviluppi, del liberalismo e della scienza. Esse non sono dovute alla casualità o ai meriti personali di chi nel tempo ha operato in nome di ciascuno dei due soggetti. Riguardano soprattutto il terreno e gli argomenti su cui scienza e liberalismo si sono impegnati e continuano ad impegnarsi.
La scienza si occupa di tutto quanto esiste materialmente, sia esso vivente oppure no, sforzandosi di capirne la consistenza, il funzionamento e l’interagire. Lo fa mediante il continuo sperimentare , il costante provare e riprovare ipotesi esplicative dei risultati sperimentali e il verificarle. Finché la verifica sperimentale conferma un’ipotesi, resta valida la teoria corrispondente all’ipotesi; quando la verifica sperimentale non conferma l’ipotesi, rimane valido solo il risultato sperimentale.
Il liberalismo si propone uno scopo molto più circoscritto rispetto alla scienza, anche se comunque molto ampio. Quello di trovare in ogni momento e in ogni ambito il percorso più adatto per dare al convivere degli umani strutture e regole tali da rendere più libere le relazioni tra i conviventi e più dignitosa la loro esistenza. Lo fa massimizzando la libertà di ognuno di disporre delle proprie risorse vitali, di manifestare il proprio modo d’essere e di determinare le proprie scelte di vita. Insomma, il liberalismo si rifà al dinamismo del reale nella sua evidenza (un insieme di soggetti umani conviventi sulla Terra, cioè entità individuali fisico chimiche delimitate, autonome, comunicanti con scambio di informazioni, capaci di evolvere al passar del tempo) e si impegna ad individuare i fattori che innescano cambiamenti nelle regole del convivere finalizzati a migliorare in modo costante la condizione civile dei cittadini conviventi. Il liberalismo si propone di essere l’agente storico dei cambiamenti consapevoli.
Dunque, la scienza e il liberalismo operano in campi ben distinti. Il campo della scienza è la materialità fisica della Terra, della sua atmosfera e degli esseri viventi che la popolano. Il campo del liberalismo sono gli umani di cui promuove la libertà individuale ritenendola, in base all’esperienza, lo strumento principe per migliorare le condizioni di vita dei cittadini nei vari luoghi. In massima parte i due campi non si intersecano. Tuttavia esistono anche chiari punti di contatto.
Sono punti di contatto gli umani, visto che la scienza è fatta da umani operanti sull’intero universo circostante e che il liberalismo è fatto da umani operanti sulle relazioni tra gli umani. Sono punti di contatto, seppure minore, la Terra e la sua atmosfera, visto che sono il campo d’azione della scienza ma di cui anche il liberalismo finisce per tener conto nel proprio campo, alla luce degli stretti legami intercorrenti con le esigenze dell’esistenza umana. E poi sono un punto di contatto gli esseri viventi non umani, dato che il liberalismo al passar del tempo ha valutato sempre più necessario occuparsi del livello delle loro condizioni mentre vivono. Infine un punto di contatto è l’impegno connaturato al liberalismo per garantire la completa libertà dell’esercizio scientifico e la totale salvaguardia di qualsiasi risultato conoscitivo produca la scienza.
Da sottolineare che i punti di contatto nelle procedure non si traducono in automatico impegno degli scienziati nel liberalismo e dei liberali nella scienza. Del resto sarebbe impossibile. Non soltanto perché i campi di impegno sono distanti, ma principalmente perché richiedono attitudini diverse in chi opera. Lo scienziato cerca di capire il funzionamento dell’universo materiale nelle sue varie parti, il liberale cerca di capire quali rapporti civili tra i cittadini individui servano per costruire istituzioni più adatte a migliorare la convivenza. Lo scienziato può operare senza pensare alla libertà dei viventi, il liberale può non pensare all’intera materialità dell’universo in cui viviamo. E infine, mentre lo scienziato, restando scienziato, può contribuire alla libertà votando liberale e sostenendo principi liberali, il liberale, restando impegnato nel suo campo, può contribuire a diffondere la natura delle procedure scientifiche nel tessuto civile, ma non può fare davvero scienza siccome non ne ha il tempo occorrente e soprattutto perché non deve prescindere dall’impegnarsi sulla libertà quale valore prioritario .
Detto delle grandi differenze e dei punti di contatto, vanno delineate le ragioni per cui scienza e liberalismo abbiano avuto un ritmo di crescita esponenzialmente differente sotto il profilo della percezione umana.
Prima di tutto, va considerata la minore resistenza che gli oggetti osservati frappongono alla scienza nel suo campo d’azione. Quasi sempre tali oggetti non reagiscono all’essere osservati e quindi la raccolta dei dati non è contestata per principio. Nel fare scienza, la cosa non agevole è elaborare i dati raccolti e dedurne le possibili correlazioni certe tra gli oggetti osservati. Anche quando si individuano correlazioni stabili. La fase dell’elaborazione porta ad un serrato confronto tra i vari scienziati – attori nella ricerca specifica o valutatori esterni – confronto però che, in tempi più o meno brevi, viene composto dal prevalere di quanto emerge dai dati raccolti, che resta l’incontestabile metro di paragone Solo un esempio celebre. Quando Hubble, quasi novanta anni fa, trovò le prove dopo un decennio di ricerca che l’universo è in continua espansione, gli altri scienziati abbandonarono la radicata concezione millenaria dell’universo immobile. Insomma, nella scienza domina la realtà sperimentale.
Viceversa il liberalismo opera nel campo delle relazioni tra umani. Qui, per il liberalismo, esistono ostacoli strutturali. Innanzitutto, in questo campo non domina la realtà sperimentale, ma piuttosto il culto delle pratiche abituali e della mentalità umana forgiata da tali pratiche nei secoli. Che in origine corrispondevano alle pratiche utili per una sopravvivenza immediata. Dunque, una mentalità che si basa sul presente, che privilegia l’emozionarsi quale importante aiuto nel perseguire l’obbiettivo scelto e lo sperare nelle promesse rassicuranti sul raggiungerlo.
Il fulcro di una proposta liberale si sforza di essere adeguato alla realtà, che è in continua evoluzione. Perciò il fulcro di tale proposta è prima di tutto la possibilità di evolvere e quindi ad essa va garantita, per consentirle di adeguarsi, la possibilità di cambiare e con periodicità reiterata. Allora, siccome i liberali, coerenti, hanno sempre lottato perché le scelte per stabilire le regole del convivere siano fatte dai cittadini con il libero loro voto individuale segreto, ne consegue che la proposta liberale di garantire i cambiamenti cozza contro quella radicata mentalità di fissarsi sul presente, di emozionarsi e di sperare (in particolare, nei paesi ove la mentalità si è più radicata). In più trova tante contrarietà pregiudiziali d’altra natura. Nel complesso, dal punto di vista della condivisione e del votare, tutte queste contrarietà confinano la proposta liberale in una posizione più o meno minoritaria.
Per questi motivi, la posizione liberale è sottovalutata, prima e dopo le elezioni. Lo è soprattutto nei paesi contraddistinti dalla mentalità che fa prevalere in ogni momento la tradizione (illudendosi che ciò non sia immobilismo, cioè qualcosa destinato a venire accantonato dal ritmo stesso della vita). Il punto è che per il liberalismo la tradizione, qualora lo meriti, può essere qualcosa di cui andare fieri in quanto fondamento della identità storica, ma da non confondere mai con la realtà in cui si vive oggi e si potrà vivere un domani. Tanto meno se l’identità storica volesse sovrapporsi alla realtà. Perché i punti di riferimento imprescindibili del liberalismo sono le condizioni di vita odierne e quelle future.
Il liberalismo ha inoltre un altro grosso ostacolo nel campo umano in cui agisce. Il metodo liberale si basa sulla libertà, sulla responsabilità individuale, sulla curiosità di trovare strade nuove. Applicarlo, implica il fisiologico crearsi di conflitti secondo le regole tra i diversi punti di vista e le diverse iniziative. Quindi le convivenze umane libere hanno la caratteristica dell’essere percorse dai conflitti. La mentalità di chi è fautore della tradizione ne approfitta per scandalizzarsi e per proporre soluzioni che evitino il conflitto. Tali soluzioni (in testa quella dell’uguaglianza indifferenziata dei cittadini) non di rado in apparenza sono nuove e promettono varie speranze salvifiche, ma in sostanza, messe alla prova, sono al contempo impositive e disattente allo sciogliere i nodi concreti, spesso neppure in grado di riuscirci.
Da questi due tipi di ostacoli, consegue che per il metodo liberale, neanche nelle democrazie libere può esistere il clima culturale e politico pienamente adatto ad esplicare in tempi stretti la sua sperimentata efficacia. Perché il metodo liberale sconfigga la mentalità conservatrice ostile per natura ai cambiamenti – nelle sue versioni ideologiche e religiose, di destra e di sinistra, in particolare di quelle burocratiche – è indispensabile un periodo non breve, alle volte lungo, talvolta lunghissimo, in cui nella mentalità dei cittadini (oltretutto non sempre gli stessi, visto il loro variare al succedersi delle singole esistenze terrene) possa maturare la consapevolezza di quanto sia indispensabile utilizzare i servigi della società libera (che potenzia la capacità di stare al mondo senza eliminare mai le differenze). E’ un processo strutturale che si ripropone sempre. Avviene nello specifico rapporto civile su cui la consapevolezza è maturata. Per gli altri rapporti, permane l’ostilità al ritenere essenziale il metodo liberale dello stare ai fatti e dello spirito critico piuttosto che al tradizionale libro sacro, perciò si ripropone anche in questi rapporti l’esigenza del tempo di maturazione.
La scienza invece non ha affatto bisogno di una tempistica simile, dato che una cosa conosciuta in quanto confermata più volte in via sperimentale, permane conosciuta per tutti, nel quadro delle medesime condizioni. Realizzata una conoscenza, la scienza può dedicarsi a fare altre conoscenze o ad approfondire quelle raggiunte in precedenza, sempre reiterando lo sperimentare. Sotto questo profilo, l’evidenza del metodo via sperimentale condiviso non è scalfita dalla diversità degli umani quando non trova riscontri. Dunque la scienza nel complesso ha tempi molto più rapidi rispetto alla maturazione necessaria per accettare il metodo liberale.
Da qui la maggior incomparabile velocità nello svilupparsi evolvendo dimostrata negli ultimi quattro secoli dalla scienza rispetto al liberalismo. Nonostante la cultura politica del liberalismo abbia un dinamismo conoscitivo di una dimensione molto superiore alle altre culture politiche oggi esistenti.
3. Le caratteristiche del liberalismo – Negli anni recentissimi, dopo quasi un secolo di scontri tra gli scienziati, anche i più alti livelli accademici hanno riconosciuto la piena validità delle conferme sperimentali della meccanica quantistica. Al momento della presente Cronologia, la teoria generale della fisica più completa, verificata, di maggior successo, è la meccanica quantistica e non la meccanica classica. In parole semplici, al riguardo aveva ragione Niels Bohr, non Albert Einstein. Dunque l’energia è discontinua, la meccanica quantistica della equazione di Schroedinger è completa e, nel tempo in avanzamento, mostra una realtà probabilistica nel profondo (non deterministica), come aveva colto Boltzmann un trentennio prima come comprese Bohr e al contrario di quanto pensava lo stesso autore dell’equazione. Con l’ equazione è possibile indicare la probabilità dei singoli avvenimenti ma non fare in alcun modo previsioni precise su quali saranno. Perciò, dopo ogni azione reale, è decisivo verificarne i risultati.
Per millenni si era pensato che conoscere fosse individuare la realtà eterna del mondo disposta dalla divinità creatrice. Di conseguenza i rapporti con il mondo venivano pensati come il proporsi l’obiettivo statico della conferma del disegno eterno. Tuttavia il frutto di tale convinzione, sviluppandosi nella meccanica classica, ha finito col mostrarne i limiti soprattutto a livello delle relazioni atomiche. Così si è arrivati alla meccanica quantistica: la seconda trasformazione epocale dopo quella di Copernico di metà ‘500. Quel Copernico, che, andando oltre le apparenze che consideravano la Terra al centro dell’Universo, aveva originato nel secolo seguente la meccanica classica di Newton, con la quale restava comunque l’obiettivo statico come esito finale dei rapporti umani con il mondo.
La trasformazione quantistica colse una realtà sperimentale più profonda. La meccanica quantistica era molto innovativa e , si capì subito, la sola funzionante a livello microscopico. La sua equazione ha sempre due soluzioni alternative. Fatto che riflette il dualismo onda particella della materia – intesa proprio a livello di singolo fotone, il quanto di luce – dualismo risolubile solo con la misurazione non contestuale di posizione e velocità. Al giorno d’oggi, è sperimentalmente accertato che la meccanica quantistica non costituisce un fenomeno derivante da eventi del passato per i quali operano norme tipo la conservazione dell’energia. La meccanica quantistica indica una proprietà intrinseca della realtà, di cui è indispensabile tener conto per continuare a conoscerne i meccanismi.
Insomma, la più piccola componente fisica non è statica nella sua essenza e si può coglierne la realtà in un dato momento solo con il sottoporre il comportamento della particella alla valutazione pubblica dall’esterno (ciò significa che è una pura astrazione mentale supporre possa essere ipotizzata una traiettoria univoca quale descrizione del moto reale di una particella; la traiettoria effettiva viene costruita solo dalle misurazioni dall’esterno, le quali però sono necessariamente discontinue). Quindi, il significato dell’equazione della meccanica quantistica esclude il determinismo – cioè la vita prestabilita integralmente con un obiettivo statico – e coglie la probabilità di ciò che sta avvenendo. Perciò l’equazione di Schroedinger nella forma fa uso dei rapporti fisici abituali, nella sostanza descrive una realtà assai diversa da quella abituale. Una struttura siffatta implica l’irreversibilità del tempo e l’indefinibilità del futuro nei suoi aspetti particolari. Con la meccanica quantistica non sussiste più l’obiettivo statico come esito finale dei rapporti umani con il mondo.
Adottando come criterio classificatorio l’analogia, quanto al tema metodo sperimentale, del liberalismo con la scienza e ancor più con le scoperte della meccanica quantistica, è possibile elencare in sintesi le principali caratteristiche del liberalismo come maturato negli ultimi quattro secoli.
3.a– La prima caratteristica del liberalismo è fondare la conoscenza sui fatti concreti, su quanto osservabile con i sensi e con la mente , e abbandonare la secolare pratica di usare quale bussola politica in tema di convivenza, le teorie dei libri sacri delle religioni e dei miti oppure le concezioni ideologiche oppure la creatività dei romanzieri. Sono tutti sistemi che prescindono dai fatti reali per affidarsi a supposizioni mentali ritenute prevalenti. Teorie, miti, fedi, ideologie, spettacoli,
sogni, romanzi immaginifici, tracciano prospettive non legate alla realtà, creano illusioni, portano i cittadini a schiavitù più o meno esplicite e più o meno rapide. Il liberalismo si fonda invece sulla convinzione che ad accomunare i conviventi e a costituire per chiunque nel profondo il medesimo metro, sono i fatti , i soggetti e gli oggetti con cui si interagisce, le azioni compiute, le indicazioni di come realizzare un intento.
Di conseguenza, il primo passo del liberalismo diviene accettare che la concreta realtà fisica non è compatta né è contenuta in qualche disegno elaborato dalla mente, anche se in forme affascinanti. Fare tale accettazione, a livello macroscopico, inizia dalla parte energia della persona umana e dei viventi in genere. L’energia dei viventi, avendo durata inesorabilmente limitata sotto l’aspetto del tempo in quanto legata al funzionamento dei meccanismi corporei, ha bisogno di continuo rifornimento quotidiano, non può evitare di esaurirsi con la morte dei singoli soggetti e, per mantenere un’esistenza, richiede il ricrearsi di una nuova vita.
Dopodiché, l’accettare lo stare ai fatti concreti implica che l’esser consapevoli di quanto la nostra esistenza dipenda da quanto avviene nell’ambiente fisico attorno a noi. Il diretto uso delle svariate risorse ambientali nei diversi settori, così come la produttività frutto dell’attività umana esercitata nell’ambiente (agricoltura, caccia e pesca tradizionali, con l’odierna aggiunta delle strutture eoliche e dei pannelli solari) e pure la navigazione fluviale, marittima e lacustre nonché lo svolgimento delle pratiche turistiche di campagna, di mare o di montagna, oltre il forte impatto degli insediamenti abitativi, industriali e delle infrastrutture territoriali – tutti fattori spesso indispensabili per la vita umana – debbono essere svolti assicurando l’attenta valutazione delle modifiche che lo svolgerli apporta alle condizioni naturali dell’ambiente originario. Lo impone lo stare ai fatti dell’esperienza storica. Perché l’esperienza storica ha dimostrato che ambiente e territorio non sono risorse immutate ed illimitate che gli umani possono sfruttare senza problemi. Mutare in modo frenetico le condizioni ambientali e territoriali, può causare danni gravissimi agli umani.
Il liberalismo è ben cosciente che la realtà effettiva sia così. Di conseguenza, la libera attività umana, per i liberali , ha con l’ambiente e il territorio un rapporto di iniziativa attiva ma insieme attento in maniera realistica alle condizioni derivate da quello stesso rapporto. Nessuna preclusione irrigidita da un catastrofismo ecologista (figlio di una ideologia statica ed impositiva). Bensì, una indispensabile valutazione continua delle concrete condizioni che servono agli umani per vivere e dunque dell’agire in modo da mantenerle.
Infine, appunto perché per il liberalismo è prioritario stare ai fatti, diviene essenziale conoscere il più possibile i fatti che sono avvenuti. Pertanto per i liberali è inaccettabile che episodi di massa – quali ad esempio, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la pratica in Dalmazia, da parte dell’esercito marxista del Maresciallo Tito, delle foibe contro i cittadini italiani – vengano in prevalenza tenuti celati agli altri abitanti, come per decenni è avvenuto in Italia, attuando una sorta di rimozione conformistica finalizzata a nascondere, in nome di presunte opportunità di cautela diplomatica, le responsabilità di alcune culture politiche nell’uso di metodi dittatoriali violenti. Ciò che avviene non va mai cancellato, perché è un dato sperimentale imprescindibile per conoscere e decidere come comportarsi.
3.b – La seconda caratteristica del liberalismo frutto dell’esperienza storica (di recente confermata dalla meccanica quantistica), è accettare senza titubanze che la realtà è dominata dalla probabilità e non dal determinismo. Ciò vuol dire che, per governare il convivere, il solo criterio adatto (appunto perché non è deterministico, al pari del mondo reale) è il criterio dell’affidare le scelte del convivere a tutti i cittadini individualmente conviventi e quindi dell’imperniare le relazioni pubbliche sulla libertà tra i cittadini. E’ decisivo ricordare, ovviamente, che per i liberali i cittadini sono chiamati a scegliere le regole pubbliche prima dell’applicarle. Imbastire giudizi legali non rispettando questa ovvietà è un tipico regresso a quando il diritto non era fatto dai cittadini bensì dai vincitori delle guerre e dai potenti. Del resto, la scienza ha provato che l’insufficiente variabilità genetica causa l’indebolimento di una specie; allo stesso modo, per governare una convivenza al meglio irrobustendola, occorre sempre disporre di apporti individuali diversificati.
Essendo ogni cittadino diverso dall’altro (invariabilmente) , il criterio della libertà è l’unico che consente ai cittadini diversi l’esprimersi autonomo nel rispettivo spirito critico individuale che osserva e che prende iniziative. Dunque, affidarsi all’individuo non significa promuovere la separatezza o l’isolamento di ognuno, bensì aver colto che la metodologia individuale, in quanto valorizza le differenze ed i talenti personali, è il principale motore del convivere, del conoscere e dello sperimentare. Nella società liberale , ogni individuo è differente ma non separato né isolato. Anzi esiste come cittadino proprio perché riconosce l’esistenza degli altri cittadini. L’emancipazione umana non sarebbe tale se non si proponesse di valere per chiunque.
Questo è un passaggio decisivo. Perché indica una questione essenziale del metodo liberale. E’ un fatto sperimentato a lungo che le società funzionanti con il sistema di libero mercato, oltre a fornire migliori condizioni di vita ai loro cittadini, producono più tipi di merci a minor prezzo e qualità superiore. In più, secondo il metodo liberale, le medesime società non possono approfittarsene e distorcere il commercio internazionale (commercio che pare una competizione ed in realtà è una collaborazione per fornire al meglio i cittadini) invadendo senza freni le facili prede che sono i paesi estranei al libero mercato incapaci di produrre quelle merci. Facendolo diverrebbero complici nell’aiutare paesi ove i cittadini non godono della situazione di libertà (mentre i liberali non intendono mai aiutare le dittature e le autocrazie).
Perciò, i liberali stanno bene attenti a far sì che le società con il sistema di libero mercato abbiano un florido sviluppo dei loro consumi nazionali. In tal modo, mantenendo sostenuta la domanda interna, tali società raggiungono due obiettivi. L’equilibrio economico complessivo interno di quella specifica società, e l’evitare un eccesso delle esportazioni, che in pratica, con il rendere disponibili merci che alcuni paesi non hanno, avvantaggerebbe quelli dittatoriali e autocratici o comunque meno capaci di produrre. Quindi l’emancipazione liberale implica tenere comportamenti coerenti.
Ancora. Il medesimo criterio dell’emancipazione valida per chiunque induce un altro comportamento che un’istituzione liberale deve praticare in ambito internazionale: proporsi anche a questo livello di allargare ove possibile l’utilizzo della libertà individuale nel convivere. Quindi, evitare nettamente di sfruttare le risorse e le tecniche possedute per instaurare con altri paesi rapporti di tipo coloniale cercando di acquisire nei loro confronti una posizione dominante. Ed evitare di seguire quello che di recente è divenuto il modello cinese, vale a dire l’invadere altri paesi mediante la fornitura di strutture logistiche e di mezzi tecnologici avanzati, con lo scopo di poterli in prospettiva assoggettare sul piano operativo.
Inoltre, la circostanza dell’emancipazione valida per chiunque, è essenziale per penetrare la differenza incolmabile tra il liberalismo e le concezioni che tentano di escludere il valore degli apporti individuali senza dirlo apertamente. E’ il caso di quanti danno al concetto di olistico un’interpretazione impropria quale visione unificata del mondo, parecchio disattenta all’individualità se non sua negatrice. Viceversa olistico rappresenta il concetto di collegamento generale. In tal senso il concetto olistico è corretto e non paralizza né assorbe l’iniziativa dell’individuo. Interpretato correttamente, però, non può essere usato per nascondere che il motore vitale del convivere è l’individuo (entro regole che legano sotto vari aspetti le relazioni intercorrenti del convivere tra individui). In altre parole, il termine olistico non può in alcun modo essere confuso con un’esigenza di unità indistinta e stabile nel tempo.
Affidarsi all’individuo significa anche escludere una società della promessa. Per affrontare i problemi dell’umano insiti nella sua finitezza e caducità – problemi che sono la povertà, i bisogni naturali, quelli sociali indotti, la sofferenza della vita nel viverla – la società liberale non lancia una promessa, che sia per l’oggi o per il domani, terrena o ultraterrena, ma comunque sempre di tipo fideistico. La società liberale affronta i problemi dell’umano affidandosi all’umano e ai risultati materiali ottenuti un pò alla volta con le proprie iniziative. Lo strumento principe della società liberale è l’istituzione pubblica libero Stato garante con le sue regole e le sue funzioni civili.
Adottare la libertà civile, comporta l’esser consapevoli che tale scelta colloca la religiosità al solo livello di convinzione personale e rifiuta la pretesa di ogni sistema religioso di governare la realtà mediante la fede, proprio perché la speranza non indica in concreto come affrontare l’ignoto. Al contrario. La speranza spinge a supporre l’impossibile, cioè che il vivere possa svolgersi in tranquillità senza tensioni particolari . Chi adotta la libertà civile è un laico che non discrimina, che non privilegia e che non strumentalizza.
In più, sempre l’esperienza storica mostra che il liberalismo è di gran lunga il metodo più efficace anche perché non vuol essere un sistema definitivo , estraneo a continui riscontri sperimentali (per questo il liberalismo non può fondarsi sulle elites, che presuppongono strutturalmente il proprio ruolo di governo, inarrivabile dai cittadini comuni). Un simile motivo rende il liberalismo corrispondente al voler promuovere i cambiamenti, che è il dato pervasivo della realtà vivente e che nel suo aspetto contingente non è mai riducibile ad essere il significato di essa, appunto per la sua variabilità strutturale.
Dal criterio della libertà deriva che per i liberali è fisiologico opporsi al conformismo delle tesi diffuse dai gestori del potere (fatalmente funzionali solo ai loro interessi) e non confondere mai la libertà individuale con teorie che cancellino gli apporti individuali, tipo il riferirsi a masse indistinte o a classi .
Le considerazioni ora svolte fanno anche capire il motivo per cui il liberalismo politico abbia in sostanza preso le mosse dall’economia. Perché l’economia è la materia più vicina alla realtà del vivere e ai singoli cittadini. Nella quotidianità del vivere da cui non si può prescindere, i diversi individui si confrontano esprimendosi in ogni modo con le loro preferenze, le loro abitudini , le loro iniziative, i loro bisogni, le loro risorse. Lo fanno nei più vari settori commerciali, produttivi, ludici ed interloquendo con una miriade di operatori, di negozianti e di intrattenitori. Tutto ciò crea una selva di scambi e di rapporti corrispondenti agli interessi anche occasionali dei soggetti coinvolti. Appunto il mondo reale, multiforme e variegato. Che vive nel quadro dell’istituzione pubblica, finanziata tramite le imposte stabilite dalle norme , che sono la base del suo esistere quale erogatrice dei servizi comuni a favore dei cittadini.
E’ significativo che il medesimo punto di partenza, l’economia, sia stato prescelto anche per stipulare nel 1957 i Trattati di Roma con la regia non per caso di un liberale.
3.c – La terza caratteristica del liberalismo è analoga ad un’altra concezione della meccanica quantistica. In essa ogni onda esiste solo in quanto insieme di soggetti diversi uno dall’altro, i quali, al contempo, manifestano andamenti simili mantenendo la propria diversità. In più, ciò avviene in una struttura della materia che – era già noto prima – presenta periodicità di caratteri molto radicate ma in un insieme non rigido e non stabilito una volta per tutte.
Nella convivenza umana, ciò porta alla necessità di abbandonare – perché irreale – ogni progetto politico fondato su masse indistinte invece che fondarsi sui cittadini individui. Od anche fondato su concetti ambigui, tipo il termine persona, che, fingendo di valorizzare i caratteri identitari del soggetto, è spesso un accorgimento usato da chi vuol eluderne la funzione civile individuale e far prevalere l’esser parte di una comunità religiosa guidata dai suoi preposti. Oppure tipo il termine coscienza, che, privilegiando la consapevolezza di sé caratterizzata dal decidere in base al supposto criterio del bene comune, elude l’interazione del proprio spirito critico con gli altri, questione cardine dei liberali e della democrazia civile . In poche parole, il fatto che esistano sensibilità inclini all’uso di tali termini nella convivenza in un insieme di soggetti diversi, non intacca il principio che la propulsione all’agire risiede nelle scelte dei singoli soggetti diversi. Scelte, ricordiamo, probabilistiche non deterministiche. Certi fattori umani sono fissati per sempre ma l’insieme di quei fattori non è affatto fissato per sempre né ci sono condizioni per pensare che possa divenirlo nel tempo.
Pertanto il convivere non è governabile presupponendo una completa uguaglianza degli individui, che non esiste al di fuori dei diritti legali e dei punti di partenza. Facendo bene attenzione ad un aspetto determinante, cioè a quale sia il significato di punto di partenza per il liberalismo. Ovviamente il liberalismo riferisce tale termine agli anni nei quali inizia l’educazione individuale e la costruzione dell’identità. Peraltro lo riferisce anche ad ogni periodo della vita in cui il singolo cittadino, dopo aver avuto una gravissima crisi per qualunque causa, economica o medica o altro, ha l’assoluta necessità di ricominciare la propria vita attiva.
Si tratta di una caratteristica importante del liberalismo. La libertà dei liberali si fonda sulla diversità di ogni individuo (caratteristica emersa in natura e all’origine dell’escludere la purezza indistinta che produrrebbe debolezza e vulnerabilità), diversità che ciascuno deve poter esercitare nel convivere (così fornendo al convivere un contributo imprevisto e insostituibile). In una simile impostazione, l’evento che ha provocato la grave crisi dell’interessato, non deve riuscire ad inibire il suo manifestarsi (porterebbe a rinunciare al suo contributo potenziale) ma esser seguito da un suo nuovo inizio, nello stesso o in un altro campo (ad esempio, la selezione di un grave insuccesso economico non deve risultare conclusiva, bensì spingere alla ripartenza). Appunto un nuovo punto di partenza, indispensabile per chiunque abbia avuto un episodio distruttivo. A quel punto l’individuo, per potersi esprimere, ancora una volta necessita di uguali punti di partenza, che l’istituzione gli deve assicurare aggiornandone la formazione.
In un simile meccanismo di natura liberale, il ruolo della pubblica istituzione non è quello statalista. L’istituzione non indica all’interessato cosa deve fare, come agire e in quale settore, lo mette solo in condizione di poter di nuovo esprimere le iniziative che sceglie, lo assiste perché viva la sua individualità irripetibile. Niente conformismo statalista. L’istituzione pubblica, per adottare i criteri liberali di gestione, si impegna a creare le condizioni perché i cittadini creino ricchezza mediante le loro iniziative , singole od associate, ed evita di trasferire ricchezza tra i cittadini. Un trasferimento simile porterebbe ad una convivenza avente nel suo insieme disponibilità di risorse calanti di continuo e ad un sistema di relazioni dominato dalle corporazioni e dai rapporti amicali . Dunque porterebbe a condizioni di convivenza peggiorate nel complesso.
Insomma, quando si adotta il sistema degli individui formati con uguali punti di partenza, è indispensabile prendere atto che in seguito i cittadini si esprimono disponendo ognuno di un uguale diritto legale nelle relazioni del convivere ma per il resto manifestano scelte diverse in un ampio arco di possibilità secondo le attitudini di ciascuno. Quindi, con il sistema dei punti partenza inteso in senso ampio, si crea un sistema di protezione sociale funzionante (provato anche da studi accurati) e assai più efficace di quello dirigista, seppure usando modi felpati.
La caratteristica ora descritta rende il liberalismo indifferente al considerare la solidarietà una questione a parte. Non per caso, il cittadino liberale è fisiologicamente consapevole della necessità che ogni altro cittadino goda dello stesso diritto di vivere e di uguali diritti legali nel convivere. Di conseguenza il liberale si interessa affinché ogni altro umano sia messo in condizione di godere effettivamente di tali diritti tramite la propria attività. In altre parole, chi tra le questioni politiche annovera la solidarietà in via autonoma, esprime il suo non essere liberale.
Inoltre, quanto illustrato fin qui, fa capire perché il liberalismo non sia universalista. Per esserlo, dovrebbe fare l’ipotesi fantasiosa che esista un governo mondiale, nonostante nessun cittadino l’abbia scelto e rinunciando pure alla necessità dei cambiamenti. In altre parole, l’universalismo è un concetto istituzionale al di fuori del modo di esistere del mondo reale.
Tanto che gli universalisti arrivano perfino al dare per scontata l’esistenza di un presunto diritto internazionale. Un diritto internazionale di cui non c’è traccia e che per i liberali non ci può essere finché non ci saranno norme internazionali votate da tutti i cittadini del mondo (l’opposto della nota tesi assolutista “i patti senza la spada sono solo parole”). Nella nostra epoca, esistono solo specifici trattati circoscritti , ognuno dei quali firmato da un diverso gruppo di Stati, trattati che, quando ratificati dal rispettivo Parlamento di ciascun firmatario, obbligano i paesi sottoscrittori e nessuno degli altri. Questi specifici trattati ratificati rientrano nella categoria delle procedure liberali in cui sono coinvolti i cittadini. Ma sono delimitati quanto alla materia e quanto ai firmatari. Per il resto, latita il fantomatico diritto internazionale che tocchi ogni materia e coinvolga tutti i paesi.
Il continuo rifarsi a un simile inesistente diritto internazionale è la tattica adottata dai fautori del potere affidato ai soli clan elitari che lo esercitano secondo le proprie convenienze e senza rispondere a nessuna procedura democratica, tanto meno liberale. Il continuo richiamarsi a un simile inesistente diritto internazionale manifesta una evidente aspirazione totalitaria ovviamente illiberale, che vorrebbe inculcare un dover essere.
Inoltre, va rilevata un’ultima questione. Il non inseguire il mito uguaglianza al di fuori dei punti partenza dei giovani oppure quando si è fuori dall’ambito diritti legali uguali per tutti, si accompagna per forza ad un altro fattore positivo: l’abbandonare la pretesa di voler educare il popolo imponendogli qualcosa, piuttosto che ascoltandolo e poi farlo decidere. E si accompagna inoltre al praticare sempre la verifica dei risultati delle azioni compiute, nella certezza che l’agire, anche quando non punta ad imporre, comunque apporta un cambiamento diffuso. Perciò è indispensabile verificare cosa implichi tale cambiamento e quali riflessi abbia sulla libertà dei conviventi nei vari suoi aspetti e condizioni. Proprio perché i fatti reali osservabili (o più esattamente “con i quali interagiamo”) prevalgono sui fini perseguiti e sulle intenzioni.
Insomma, la società liberale costruisce necessariamente una società aperta, che non è anarchica, che ha delle regole tali da rendere possibile a individui e a gruppi, la pratica, al contempo, della cooperazione e del conflitto non violento. Le regole degli individui sono il civile comportamento ispirato al dialogo. Le regole dello Stato sono le leggi prodotte dalle secolari battaglie di libertà ma sottoposte dai conviventi ad un continuo giudizio critico per impedire che, nel tempo, diverse condizioni storiche le trasformino in ostacolo alla società aperta. Perché l’anima della società aperta non sta nelle precauzioni delle leggi, bensì nella responsabilità operativa dei suoi cittadini.
In una società aperta, la funzione di governo non è quella di imporre obiettivi e stili di vita. E’ quella di assecondare la trasformazione mantenendo compatibili le libertà dei cittadini individuo (iniziando dal poter ciascuno mantenere la sua vita autonoma e difendere la sua proprietà, una delle condizioni irrinunciabili perché esista la libertà individuale) ed evitando l’interrompersi della circolarità del circuito sociale (siccome ogni diverso convivente ha gli stessi diritti legali). Ciò è possibile garantendo a tutti gli individui la possibilità di conoscere, il che significa adottare il criterio del dubbio rispetto alle convinzioni acquisite, non facendosi irragionevolmente bloccare dal timore del nuovo.
In coerenza con il progetto di imperniare il convivere sulle valutazioni dello spirito critico di ciascuno e sulle iniziative individuali dei diversi cittadini, la terza delle caratteristiche del liberalismo politico include pertanto l’attitudine di ogni suo assertore, ben cosciente della miriade di posizioni civili esistenti, non solo di essere tollerante verso tutte queste posizioni (e pertanto di battersi contro tutti i comportamenti fondati sul discriminare e sull’odiare i diversi, i cultori di religioni, i popoli specifici, a partire perciò dal battersi contro le pratiche antisemite) ma di comunicare le sue idee e proposte innanzitutto nel confrontarsi con gli altri colleghi liberali. Questa attitudine ha lo scopo di dare la possibilità di mettere a fuoco ogni volta la posizione propositiva del liberalismo politico in quanto formazione organizzata, in modo da aumentarne la capacità di influire nell’organizzare la convivenza.
3.d – La quarta caratteristica del liberalismo è la convinzione sperimentata che enunciare un progetto non è sufficiente a realizzarlo. Perciò serve la consapevolezza che ogni progetto si realizza nel concreto a passo a passo, mediante le idee ed il lavoro politico dei liberali singoli ed associati, e che non esiste progetto senza verificarne i risultati con il metro della vita quotidiana e delle relazioni interpersonali. Consapevolezza che riguarda l’oggi e la prospettiva futura, perché anche i cittadini del domani avranno bisogno di risorse per nutrirsi e di libertà per esprimersi. Per la libertà enunciata, ciò implica che ogni esecutore materiale abbia un ruolo specifico, resti autonomo pur all’interno di una rete di relazioni e partecipi al convivere esprimendo sé stesso in modo propositivo, senza limitarsi al dissenso. Perché il dissenso è un aspetto irrinunciabile della libertà ma non è un valore propositivo a prescindere dai contenuti che ha. Le proposte avanzate dal dissenso vanno confrontate con le altre e non debbono godere di mezzi preferenziali nel fornire informazione.
Ecco perché il liberalismo non deve stare ad aspettare di avere il vento nelle vele e deve soprattutto contare sul proprio impegno, rendendo ciascun liberale consapevole che non agire in ogni occasione a sostegno del praticare la libertà, danneggia innanzitutto la propria. Per svolgere questo impegno il liberalismo non adopera il mobilitare in piazza le persone a favore di certe idee – un mezzo espressivo del tutto libero e praticato da secoli, che è legittimo in pieno finché non sfocia in violenze per natura inaccettabili – poiché il mobilitare in piazza serve ad impressionare, a tentare di indurre l’appoggiare quelle idee, ma si fonda sul semplicismo emozionale ed emulativo, vale a dire su mezzi parecchio inefficaci per risolvere davvero i problemi in ballo (che invece è un obbligo cardine per i liberali). Oltretutto, va tenuto presente che, una volta partita la manifestazione in piazza autorizzata, le sue indubbie intenzioni pacifiche non possono essere controllate tanto da impedire l’infiltrarsi (talvolta certo) di violenti. Questo è un dato di fatto che spinge a non trattare con leggerezza il ricorrere al chiamare in piazza.
Insomma, la quarta caratteristica dei liberali presta molta attenzione ai comportamenti nel convivere, non per diffondere uno stampino conformista (la conseguenza dell’emozionare e l’emulare), bensì per tener viva al massimo la forza dei contributi individuali (l’esprimersi e il cercare di continuo la conoscenza) allo scopo di proporre sui problemi delle soluzioni funzionanti. Invece la piazza non costituisce uno strumento attivo per produrre soluzioni di libertà. Anzi, di frequente si trasforma e mette perfino in luce l‘intrinseco propendere ad imporre la modifica sostenuta piuttosto che al confronto per giungervi.
3.e – La quinta caratteristica del liberalismo ènon smettere, al passar del tempo, di voler conoscere attraverso il lavoro ciò che ci circonda. Con un duplice obiettivo.
Prima di tutto, per riuscire a mettere i conviventi in grado di ricavare le risorse ed i mezzi di sussistenza di cui ciascuno ha bisogno per vivere. La via è innescare di continuo i cambiamenti produttivi e utilizzare ogni genere di ritrovati tecnologici. Consapevoli che non rientra in tali ritrovati dare all’istituzione pubblica il compito di usare la fiscalità per distribuire le risorse da chi ne ha verso chi non ne ha. Sia perché è un criterio improduttivo, siccome le risorse vengono solo dal proprio esprimersi attivo, mentre la pubblica distribuzione delle risorse create da altri e incassate tramite i prelievi fiscali, è mera assistenza, oltretutto, come si è visto, foriera non di rado del far nascere relazioni corruttive; sia perché è un criterio figlio di una concezione ugualitaria irrispettosa della realtà e quindi inefficace, in quanto introduce privilegi pubblici incontrollabili.
Viceversa è del tutto legittimo se dei privati, singoli o associazioni, decidono di distribuire mediante loro organizzazioni parte delle loro risorse a chi non ne ha, compiendo così un atto civile volontario di aiuto alla sussistenza altrui. Usare il gettito fiscale relativo alle risorse prodotte da tutti i cittadini, non per svolgere i servizi pubblici bensì per incrementare il reddito di alcuni, esula del tutto da un’impostazione liberale dello Stato.
In secondo luogo, in aggiunta all’obiettivo di lavorare per produrre i mezzi di sussistenza, c’è quello di conoscere più a fondo ciò che ci circonda. Di nuovo, per il liberalismo è molto importante innescare di continuo i cambiamenti conoscitivi ed arrivare a comprendere altri aspetti fin qui ignoti dei meccanismi della realtà in cui siamo immersi e a derivarne ogni genere di strumenti per migliorare le nostre condizioni di vita .
II liberalismo insegna a non indulgere nel sognare un mondo irreale marchiato dallo statico perfettismo; a non cedere alla propaganda avversa basata sulla paura del nuovo e sull’intento di prorogare per forza la tradizione (in testa nel farlo ci sono clericali e conservatori); ad evitare che gli istituti sociali nati per combattere povertà, malattia, ignoranza, disoccupazione e squallore abitativo, divengano a loro volta seri fattori di rischio nel creare le piaghe che si vorrebbero eliminare (in testa ci sono le tendenze a trasformare quegli istituti in strutture burocratiche anteposte alla realtà ed inefficienti). Solo il cambiare costituisce l’argine contro tali pericolose involuzioni: sia sul versante dell’innovazione produttiva che fa crescere le risorse anche fiscalmente assoggettabili, sia sul versante del migliorare il funzionamento della struttura istituzionale pubblica, diminuendone i costi e liberando fondi da destinare ai servizi pubblici al cittadino.
In più, l’aver riconosciuto il probabilismo, per i liberali comporta che il cambiare è ineluttabile e insieme impone l’adottare quale fattore chiave il tempo che scorre. Uno scorrere che richiede di continuo nuove energie e risorse per alimentare i meccanismi vitali delle specie viventi, e dunque soddisfare tali richieste costituisce un obiettivo prioritario del liberalismo politico . Inoltre, l’innovazione tecnologica ormai permanente produce pure una tendenza a ridurre in rapida progressione le tradizionali distanze spaziali. E anche questo, già oggi, porta notevoli innovazioni nel comunicare e nel rifornirsi di beni, innovazioni che mutano il vivere quotidiano. Pure simili innovazioni richiedono un attento e sollecito impegno del liberalismo politico al fine di mantenere aperto il circuito interpersonale.
Il cardine del ricercare nuove energie è il contributo dei cittadini individui in competizione tra loro. E la quinta caratteristica del liberalismo include la piena consapevolezza che tale contributo esclude l’identificare successo e merito o comunque misurare il merito con lo stesso metro del successo. Farlo rischia di eliminare i più deboli e i meno fortunati a prescindere dai valori umani e professionali. Contrariamente all’obiettivo liberale, si riproporrebbe un meccanismo deterministico per cui alcuni individui sarebbero socialmente utili e altri inutili. Predestinazione fuori della realtà. Perciò estranea al liberalismo.
3.f – La sesta caratteristica del liberalismo è accettare che ogni umano lascia una traccia nel mondo solo con i suoi comportamenti e il suo manifestarsi pubblico , con la sua persona o le sue opere. E’ un criterio, va rilevato, che nella meccanica quantistica trova riscontro nella necessità di una misura esterna per poter conoscere al contempo posizione e velocità di una particella oppure quale ne sia lo spin. Tale aspetto quantistico si ritrova in due concetti chiave per i liberali.
Un concetto è che di quello che si trova attorno a noi possiamo conoscere solo ciò che emerge dalle interazioni effettate, vale a dire dagli esperimenti. E’ un tentativo vano cercare di trarre, dai risultati di tali interazioni, delle teorie sul come è fatto e funziona l’universo vivente o meno, pensando che queste teorie descrivano la realtà circostante a prescindere dalla necessità di dover eseguire le interazioni sperimentali. Di per sé non è vietato provare ad elaborare teorie con questo sistema. Rimane però un vincolo. Restare saldamente consapevoli, come lo sono i liberali, che simili teorie possono considerarsi attendibili solo supponendo in permanenza che esse trovino esatta conferma nelle successive interazioni sperimentali quando si faranno. Supposizione che distingue lo sperimentare dal creare artistico.
L’altro concetto è quello di escludere che i liberali possano fare a meno di un’istituzione che regoli i rapporti dei cittadini nell’effettuare le loro iniziative sperimentali, in sostanza di un’istituzione dedita al formare le regole del convivere tra cittadini diversi. Questo concetto spiega perché i liberali si battano contro la ricorrente suggestione – in particolare dei libertari, ingrossatasi nei secoli insieme al regredire sulla libertà civile – che vorrebbe abbandonare lo stato istituzione. Il liberalismo si riconosce in pieno nel detto di Popper (“Abbiamo bisogno della libertà per evitare gli abusi del potere dello Stato e abbiamo bisogno dello Stato per evitare l’abuso della libertà”) così come nel detto di Einaudi (“dobbiamo garantire la persona umana contro l’onnipotenza dello Stato”) . Sono la tipica impostazione liberale per cui la libertà ed i suoi strumenti costitutivi risultano irrinunciabili, fermo restando però che né la libertà né questi strumenti cercano mai di prendere il sopravvento su qualche umano.
Queste considerazioni attivano subito almeno due altre importanti riflessioni. La prima riflessione è che per il liberalismo l’istituzione avente la funzione chiave di giudicare sul rispetto delle norme di esercizio della libertà dei cittadini (mai deterministiche), cioè la magistratura, non può in nessun caso trasformare tale funzione giudicante – magari nel nome di un malinteso diritto di interpretazione personale o professionale, che ad esempio arriva a sorvolare su illegalità come le occupazioni immobiliari abusive oppure il violare perfino a scopo criminale una proprietà privata – nell’attribuirsi il ruolo di decidere il tenore delle norme rispetto cui giudicare. Per il liberalismo è irrinunciabile che le norme siano costruite con il voto dei cittadini e non da dittatori o da gruppi elitari, invasati dai loro interessi. Attenzione. Con il voto – non solo con la mera partecipazione al dibattito in materia – espresso da ognuno in modo segreto, perché deve esprimere la scelta intima di ciascuno al riguardo, senza alcuna influenza al di fuori delle sue valutazioni complessive.
Invece, le interpretazioni di un Giudice esercitate al di fuori delle leggi come sono state scritte dal Parlamento mediante il voto palese degli eletti (palese perché i comportamenti degli eletti devono potere essere giudicati dai cittadini di cui sono rappresentanti), violano tale principio liberale e pongono quel Giudice sullo stesso piano di un rappresentante in una Camera legislativa. Perché le interpretazioni attengono alle fattispecie fattuale cui il Giudice sta applicando la legge mentre il Giudice non può stravolgere il testo della legge riformulandola tramite l’interpretarla. Siccome la Camera legislativa è sottoposta al giudizio e al voto dei cittadini, mentre il Giudice non è sottoposto a nulla salvo che alla giustizia domestica.
Oltretutto, vi sono alcuni magistrati che neppure interpretano sulla base dei fatti bensì partono dalla propria ipotesi leggendo i fatti in modo da farli divenire una prova. In tal modo ribaltano la realtà e creano teoremi. Imboccando questa via, quei magistrati divengono una corporazione, tolgono all’istituzione una funzione importante ed anzi, attraverso il sottrarre la funzione legislativa ai cittadini, ne ostacolano il funzionamento previsto. Perciò la sesta caratteristica del liberalismo include una magistratura che non fuoriesce dalla propria funzione, che ancor meno tenta di farlo e che non prende mai parte al dibattito politico.
La seconda delle due riflessioni successive all’aver affermato che nessun strumento della libertà deve prendere il sopravvento sugli umani, riguarda i limiti naturali del brevettare. Il brevetto realizza la tipica esigenza umana e liberale di lasciar traccia con il proprio lavoro e di garantirsi una ricompensa per l’attività svolta (che a depositarlo siano individui o aziende). Perciò è un istituto chiave della società libera. Tuttavia, proprio per lo stesso motivo, il brevetto non deve avere il sopravvento sugli umani. Dunque, per i liberali ci sono materie in cui non è praticabile il sistema del brevetto.
Di fatti, siccome la conoscenza scientifica – nella fase di tutti i suoi originari passi in avanti della scoperta, che nel tempo fanno comprendere i meccanismi generali del mondo – va costituendo il fondamento delle nostre vite, una simile conoscenza scientifica di base non può essere soggetta a brevetto (la vita appartiene solo al suo titolare umano, per i liberali non può avere altri padroni). Viceversa, sono brevettabili gli accorgimenti strumentali di vario genere che rendono operativi particolari aspetti desunti dalla conoscenza scientifica. Tali accorgimenti sono frutto di apposite ricerche e per fare queste ricerche occorrono finanziamenti da retribuire (tipici esempi sono i farmaci inventati per terapie specifiche).
Al riguardo, i non liberali fanno una confusione retrograda. Nel 2021, all’inizio della pandemia Covid, Papa Francesco enfatizzò l’internazionalismo vaccinale, dicendo che proteggere la proprietà intellettuale è il virus dell’individualismo e che le leggi di proprietà intellettuale non devono stare sopra le leggi della salute. Tipica distorsione da pregiudizio religioso. Non c’era nessun virus individuale. Anche sul Covid, la cura della pandemia furono le medicine (inventate dalla ricerca) e non le litanie religiose. Tanto che il sistema liberale adottò una soluzione coerente con la libertà: aiutare i paesi a più basso reddito perché potessero vaccinare una quota consistente dei loro cittadini.
3.g – La settima caratteristica del liberalismo è comprendere quanto pesi sulle modalità dell’umana convivenza l’espandersi mondiale della connessione elettronica, che colma distanze enormi, collegando sistemi politici opposti e ponendosi al di là delle condizioni socio economiche dei vari territori.
Nell’ultimo mezzo secolo, il connettersi di terminali e computer via reti diverse e poi, da più di trenta anni, via World Wide Web, cellulari e GPS, si sono differenziati sempre più dal modo di telecomunicare preesistente. L’assai diffusa interconnessione è capace di offrire servizi informativi e lavoro intellettuale a distanza, in tempi pressoché istantanei. E’ evidente che ciò implica la necessità, nel settore della comunicazione, di aumentare il ruolo e il peso dei cittadini individui. Da ciò conseguono le problematiche del dover integrare le norme del convivere, a cominciare dall’ambito dell’UE, sempre respingendo ogni tentazione di usarle per nuove imposizioni alla libera innovazione conoscitiva degli umani, della scienza e della tecnica. Soprattutto qualora acquisissero delle applicazioni in strumenti funzionanti nella quotidianità alcuni aspetti, al momento confinati nel mondo quantistico delle particelle tra loro intricate.
Oltre ai risvolti legislativi che l’evolversi tecnologico rende indispensabile affrontare, nel settore tecnologico il liberalismo pone specifica attenzione anche all’aspetto educativo. Vale a dire stabilire da quale età umana sia opportuno mettere in contatto i giovanissimi con i prodotti tecnologici. Ciò perché, per rendere più completa la formazione dei bambini e poi dei giovani, è indispensabile iniziare dal dare loro l’esperienza della realtà naturale (e delle connesse pratiche usuali) prima di farli entrare in contatto con i prodotti tecnologici, che conseguono a quella realtà e che non possono mai nasconderla o sostituirla. L’educare al formarsi dello spirito critico individuale che osserva ed all’usarlo quale strumento centrale del convivere, è una funzione che non deve essere elusa da un utilizzo dei social precoce ed incosciente.
A fine 2025 l’Australia ha fatto una legge in materia e altri paesi ci stanno lavorando, Italia inclusa. Peraltro, oltre gli interessi contrari dei grandi gruppi sul web, sono d’ostacolo un grosso problema tecnico e i fautori della libertà digitale. Il problema tecnico è come verificare l’età dell’utente on line, cosa che crea la necessità di disporre dei dati sensibili dell’utente. Quanto al fautori della libertà digitale, le preoccupazioni sono che Internet si trasformi in un luogo di perenne sorveglianza. Dal punto di vista liberale, sono ostacoli superabili in pieno.
Disporre dei dati sensibili dell’utente non va considerato un passo pericoloso per la libertà, visto che l’utente ha scelto di avere un servizio di collegamento agli altri conviventi (internet non è fuori dal mondo) e perciò non deve nascondere la sua identità. Inoltre già esistono le norme per assicurare che i detentori di quei dati sensibili non li usino arbitrariamente. Quanto ad internet, non può essere davvero libero se non ha regole e se fa credere ad ogni utente di osservare gli altri senza essere osservato. La vera questione è che trattano di temi di libertà – i dati sensibili e la sorveglianza su internet – soggetti i quali non condividono davvero il portato politico della libertà e si limitano a scimmiottare il liberalismo senza essere liberali. Appunto a costo, perfino, di ostacolare il rimedio ad un pericolo grave ed urgente, come quello del precoce accesso dei minori ai social.
Tornando all’educare, deve sempre insistere sulla necessità che l’alunno maturi a fondo la consapevolezza di come la possibilità di interconnettersi agli altri – enormemente superiore rispetto alle epoche precedenti – non debba mai essere scambiata come una via per confondersi agli altri: sarebbe ribaltare la funzione dello spirito critico individuale. Interconnettersi con gli altri non significa affatto confondersi in una mostruosa e statica unicità indistinta (incline a pericolose derive emotive di entusiasmo, di indignazione, di panico) , bensì avere a disposizione un potente nuovo strumento per scambiarsi informazioni esercitando lo spirito critico di ciascuno.
Ovviamente, i liberali daranno altrettanta cura normativa alle conseguenze dello studio e dell’uso dell’ Intelligenza Artificiale. Essa costituisce un potente strumento integrativo dell’attività umana costruito dagli umani , di cui potranno aver timore solo coloro che rifiutano i cambiamenti. In ogni caso la IA avrà grandi conseguenze nel modo di lavorare e di organizzare il lavoro fin qui praticati. Peraltro, gli umani dovranno conservare un accorto controllo operativo dell’ Intelligenza Artificiale, nella consapevolezza di aver creato una forma di intelligenza distaccata dalla loro, che lavora sulla base di dati da noi inseriti ma che opera con parametri e tempistiche differenti da quelli biologici, debolezze differenti dalle nostre fragilità, limiti differenti dalla nostra finitezza. I cittadini dovranno abituarsi ad una convivenza di nuovo genere.
Inoltre non dovranno mai dimenticare che per costruzione l’ Intelligenza Artificiale – salvo una sua costante capacità di lavoro molto più efficace nonché permanente rispetto alla pigrizia umana e salvo una sua velocità di elaborazione enormemente superiore a quella umana (salvo unici casi circoscritti) – non è in grado né di superare ognuno dei limiti nell’operare propri di noi umani né di soppiantare tutte le nostre caratteristiche vitali. Di ciò ne esistono già diverse riprove. Ad esempio, nonostante i tentativi compiuti, al momento la versione attuale dell’IA non è capace di curare i tumori (a causa delle grande variabilità delle cartelle mediche che non consente statistiche affidabili), non è capace di realizzare la guida automatica di auto (a causa di meteo atmosferici e di comportamenti umani imprevedibili), non è capace di sostituire il servizio cassa nelle attività commerciali (non riesce a svolgere il complesso delle attività di controllo indispensabili). Perciò, la cura umana nel varare delle norme in materia di intelligenza artificiale, non avrà preoccupazioni difensive, ma dovrà verificare che quanto prodotto dall’Intelligenza Artificiale rispetti le regole della società fissate dai conviventi.
Tutte queste problematiche non esauriscono neppure la questione. In generale, dall’ambito della meccanica quantistica è emerso che, in alcune condizioni, non sussiste la stretta connessione spazio tempo teorizzata da Einstein. Da qui l’importante conseguenza che il criterio di distanza nello spazio potrà non restare sempre funzionante nei termini conosciuti finora, e perciò sussiste la concreta possibilità di importanti novità nella vita umana quotidiana. Novità che il liberalismo è pronto per natura ad affrontare. Sapendo tuttavia che affrontarle porrà di certo nuove problematiche.
3.h – L’ottava caratteristica del liberalismo è che le scelte compiute dalla maggioranza tramite il voto dei cittadini, non fanno prevalere stabilmente chi le ha proposte, come gruppo o coalizione. Vale a dire, il sistema della maggioranza consegue gli uguali diritti individuali per far sì che ciascuno contribuisca al decidere. Però non assicura affatto che ogni decisione a maggioranza sia la migliore né individua un decisore fisso. Serve a garantire che permanga il confronto elettorale tra differenti progetti, sottoposti alla scelta della maggioranza e poi messi alla prova (perché appunto il vero obiettivo del confronto è sempre trovare il meccanismo che funzioni).
La maggioranza pertanto si forma sulle idee, sui progetti, sui comportamenti di chi rappresenta (pertanto è necessario che le leggi elettorali abbiano un meccanismo – o con il collegio uninominale o con le preferenze – che lo consenta davvero) e sulla valutazione dei loro risultati. La stabilità sta in questo meccanismo. Invece la mancanza di confronto e di scelte, è la strada autoritaria. In un’ottica più ampia, di livello internazionale, la libertà del convivere si basa sull’estendere la pratica della libertà di scelta. E’ indebito, viceversa, che faccia uso distorto della parola libertà chi intende realizzare la cosiddetta libertà imperiale. Quest’ultima non si fonda sulla effettiva libertà dei cittadini neppure quando si vanta di combattere le autocrazie.
La libertà del convivere porta ai cambiamenti, non alla rivoluzione. Sono due logiche differenti. La logica della rivoluzione è il rimuovere ogni tanto il potere in carica e dunque una logica della cosa da fare in quel momento, legata allo schema del libro sacro, anche quando viene riscritto ad ogni rivoluzione. La logica del cambiamento è quella del continuo conflitto democratico tra i cittadini individui che opera nel quotidiano e apporta man mano aggiustamenti. La rivoluzione è la logica di chi si ritiene portatore della verità, il cambiare la logica del liberalismo che sperimenta l’attuazione delle decisioni umane.
3.i– La nona caratteristica del liberalismo è l’attenzione continua, conseguente il suo imperniarsi sull’individuo, al far rispettare nei progetti politici liberali le tempistiche dei rapporti interpersonali esistenti nella convivenza reale. Quindi a rifuggire l’arbitrio del presupporre che sia possibile invertire l’ordine di come funzionano tali rapporti senza mutare il risultato da essi prodotto. Con terminologia tecnica, per i liberali l’ordine temporale in cui si tengono i concreti rapporti interpersonali non è commutativo in modo automatico.
E’ un aspetto del tutto trascurato – non per caso – da chi, avversando il ruolo degli individui, massifica la cittadinanza e, nel formulare i suoi programmi politici sulla convivenza, non tiene abbastanza conto dei singoli comportamenti effettivi dei conviventi e perciò rende quei programmi disattenti all’ordine in cui si svolgono i particolari passaggi. In una società libera, a nessun cittadino può essere imposto uno stile di vita prestabilito e indistinto nelle procedure.
Nel loro complesso, le nove caratteristiche appena elencate, mettono in luce lo stretto legame del liberalismo con la vita umana e con la realtà del mondo. E fanno capire il perché esista la robusta analogia tra liberalismo e scienza, ancor più con la meccanica quantistica. Non guardano alla vita e al mondo reale per spiegarne la creazione, ma solo per capirne i meccanismi quali emergono nel tempo senza volerli giudicare. Lo fanno affidandosi agli umani e limitandosi alla conoscenza umana raggiunta un po’ alla volta. Non confondono la conoscenza umana con il non conosciuto finora. Perché sono consapevoli che il non conosciuto non può essere conosciuto attraverso la fede in qualche illusorio oggetto umano, ideologia o libro sacro che sia. In questa consapevolezza consiste il cambiamento epocale in via di maturazione negli ultimi secoli rispetto alla tradizione millenaria fondata sull’illudersi che, per riuscire a conoscere il tuttora ignoto, basti abbracciare una credenza fideistica che descrive il mondo.
Dopodiché il liberalismo, una volta chiarito che la fede, data la sua natura, non può essere un metodo utile per conoscere, è ben consapevole del fatto che non di rado il credente ricorre alla fede quale bisogno umano del mettersi in condizione di affrontare l’ignoto pur senza conoscerlo al fine di scongiurare l’antica paura verso di esso. Dal punto di vista civile, l’importante è che il ricorso alla fede non inibisca lo sforzo di conoscere oltre e non invada il rapporto con quanto già noto. Perciò le istituzioni liberali danno piena libertà alla Chiesa di svolgere il magistero ma non possono accettare la sua pretesa di subordinare al proprio magistero la crescita dell’iniziativa umana.
4. Il liberalismo nella quotidianità attuale – Il liberalismo praticato nell’azione politica nel convivere, non si occupa di scoprire come è nato il mondo, perché è qualcosa fuori dell’esperienza. In relazione agli avvenimenti del passato si limita, sulla scorta dei dati ricuperati e mediante l’ampio uso delle ipotesi, a ricostruirne gli aspetti principali. Il liberalismo si impegna invece molto nel conoscere i fatti, che vanno accadendo e con cui interagiamo. In sintesi tutto ciò che costituisce oggi l’evolversi del mondo e la miriade di interrelazioni che vi si verificano in ogni istante. Inoltre completa tale suo impegno esercitandolo di continuo. Perché i liberali sono impegnati a conoscere la cornice entro cui si svolge la vita umana e che la vincola in modo stringente. Il fine è capire come migliorare a passo a passo le condizioni umane del convivere.
4.a Il campo liberale, l’individualità – Il campo del liberalismo sono la convivenza umana e le modalità con cui gli umani hanno relazioni nel vivere quotidiano. Con l’utilizzo delle proprie caratteristiche, il liberalismo non si propone di evangelizzare e tanto meno di colonizzare le aggregazioni umane. Si propone di diffondere metodi e procedure al fine che la società , in ogni data condizione storica, sia capace di governarsi consentendo a ciascun individuo umano il massimo dispiegarsi della propria individualità. E’ la grande visione liberale della società aperta che si poggia su regole, vagliate in un continuo giudizio critico dei conviventi, che siano in grado di dare la possibilità agli individui e ai loro aggregati di costruire un sistema caratterizzato, al contempo, da ogni tipo di cooperazione e dall’onnipresente conflitto non violento.
Si è visto che il liberalismo è molto più lento nel riuscire ad espandersi rispetto alla scienza. E si è delineato il motivo di quella lentezza. Peraltro, approfondire tale punto aiuta anche a cogliere altri aspetti di rilievo del liberalismo. In estrema sintesi, le sue caratteristiche primigene sono che ciascun individuo sta ai fatti e usa lo spirito critico. Lo stare ai fatti è lo spunto per fare ipotesi e il metro del risultato, lo spirito critico è lo strumento di ricerca e di proposta. Una siffatta caratteristica si applica a tutti i conviventi senza eccezione. L’origine della maggior lentezza rispetto alla scienza sta nella mole di conflitti che si creano a seguito dell’agire di ciascun individuo (una mole che consegue in modo fisiologico alla diversità di pensiero, di iniziativa e di interessi).
Non dimenticando, peraltro, che questa lentezza non riguarda solo il liberalismo. Riguarda l’intera questione del come organizzare la convivenza umana. Qui , nonostante l’esperienza storica mostri l’ineguagliata capacità della cultura liberale di indicare di volta in volta le scelte potenzialmente migliori, il liberalismo, pur non avendo alcun intento né di evangelizzare né di colonizzare, non viene mai facilmente accettato dalle altre culture politiche umane. Queste lo ritengono una tremenda minaccia alle loro radici che in un modo o nell’altro il liberalismo ha sempre corroso e seccato appunto perché non vuol mai ricorrere al loro libro sacro e comunque ad una linea predefinita del cosa fare. Ciò rende chiaro come sia essenziale la presenza politica di una formazione rappresentativa della cultura liberale. Il suo compito, nella convivenza tra diversi, è battersi in ogni momento con determinazione sostenendo i progetti politici adatti a modellare le regole istituzionali sulle esigenze degli individui, adeguando di continuo il filone della loro libertà.
Chi si oppone all’individualismo e lo accusa di promuovere l’egoismo, non coglie il punto e dissimula il mero intento conservatore del restare fermi alla tradizione del passato. Il pensare individuale ai propri interessi praticato dai liberali, non è mero egoismo perché un simile pensare individuale significa mettere in gioco le qualità migliori che ciascuno ha. Adottare il pensiero individuale guarito dalle sterili abitudini ereditate dal passato è il mezzo per ottenere i risultati più positivi prodotti nel convivere e quindi un mezzo che migliora il risultato prodotto a disposizione di tutti i conviventi.
4.b Il confliggere liberale – Il diffondersi della individualità ha un complemento inseparabile, la complessità. Alla complessità si accompagnano i meccanismi di libertà connessi al suo esistere. Il centro motore della vita sociale non sono più la comunità dei conviventi o l’istituzione in cui si convive. La comunità o le sue istituzioni non sono gli arbitri del buono e del giusto. Servono solo a garantire il rispetto delle regole nelle relazioni interpersonali e delle condizioni di equilibrio diffuso atte a mantenere la società aperta e mobile. Il pernio vitale è soprattutto il dinamismo della società civile dei cittadini individui. Ecco perché la società aperta è una società di conflitti regolati tra i suoi conviventi.
Tali conflitti si esprimono in un dibattito tra i conviventi che verte necessariamente su quattro temi. Sulle regole atte a far coesistere i differenti interessi, sul come definire i programmi dell’agire (che non sono le tavole della legge bensì il metro degli esperimenti e dei cambiamenti), sui risultati ottenuti dalle soluzioni scelte e sulle alternative di volta in volta proponibili. Su questi quattro temi , si svolge di continuo il contrapporsi tra le proposte liberali e quelle delle altre culture con i loro interessi connessi. Il liberalismo risulta svantaggiato in partenza in tale contrapporsi. Il motivo è chiaro. Il dibattito viene sciolto dal voto dei cittadini e la proposta dei liberali , essendo fondata sull’esperienza nonché sulla metodica ragionata della libertà e dei risultati, richiede maggior tempo per maturare e per acquisire una accettazione diffusa.
Seppure nel quadro di un simile svantaggio, il liberalismo, siccome punta sulla libertà, ha una logica che rientra nel riconoscimento e nella relazione, e non rientra nel ricorso alla forza; una logica che rientra nel confrontarsi e nel cooperare, e non rientra nella ricerca del dominare. Ciò tanto nei rapporti fra le persone quanto in quelli fra gli Stati, tanto nel diritto interno di ciascun Paese quanto nel diritto degli accordi internazionali. Dunque il liberalismo attraverso la libertà costruisce la pace. Però non è pacifista. Della guerra diffida nel profondo e non la persegue. E’ però consapevole che enunciare la pace non basta, è indispensabile costruirla. Perché il liberalismo non scorda che fare la guerra è un antico retaggio radicato nell’umanità per dirimere i contrasti.
Questo retaggio non si potrà abbandonare con le esortazioni pacifiste. Perché sono improntate ad un moralismo teorico o religioso fondato sull’unità indistinta e sull’uguaglianza degli umani in quanto viventi, vale a dire su concetti opposti alla libertà reale. Si potrà abbandonare questo retaggio un po’ alla volta solo educando i cittadini alla libertà praticata, nel tempo e in territori sempre più vasti della terra. E’ sterile voler indottrinare alla pace. Occorre piuttosto far maturare nei cittadini la consapevolezza che i loro fisiologici conflitti secondo le regole danno risultati più positivi per tutti, quando rifuggono la guerra e adottano quale metro risolutivo il metro della libertà vissuta. Che mette in prima linea i risultati ottenuti da ciascuno con le rispettive iniziative.
Ragion per cui è un ossimoro parlare di pacifismo liberale. Perché il pacifismo non si fonda né sulla libertà né sull’individuo bensì sul voler imporre a qualunque costo il modo di comportarsi a tutti ovunque vivano, facendo come se non esistessero le culture che, non distinguendo il temporale dallo spirituale, minacciano nel concreto la libera cittadinanza concependola quale totalità assorbente, impenetrabile dall’individualità e dalla libertà. Appartiene invece al liberalismo promuovere il neutralismo, come in Occidente fanno la Svizzera da secoli e negli ultimi decenni anche le Costituzioni dell’Austria e di Malta. Perché in questi Stati , al fine di meglio consentire ai cittadini la pratica della libertà nei luoghi ove vivono, i cittadini stessi hanno deciso che il proprio Stato resti rigorosamente neutrale tra i paesi in guerra tra loro. Così il neutralismo attua il confronto interno e favorisce quello internazionale senza contraddire i principi liberali.
Naturalmente i liberali non confondono l’essere a favore del neutralismo con il rifiutare le armi. Non solo perché le armi sono in sé qualcosa prodotto dagli umani fin dalla notte dei tempi e che di per sé non attiva gli atti di violenza perpetrati in continuazione. Ma perché armare il proprio esercito è un atto di profondo realismo utile a mantenere alte le difese del proprio paese contro aggressioni in teoria sempre possibili.
Non è finita. Si presentano casi in cui sono i cittadini di altri Stati a battersi con disperazione (a rischio della loro vita) per liberarsi da una dittatura che li opprime. Qui il liberalismo non sta a guardare e dunque si impegna a fondo nell’aiutare materialmente i cittadini che si battono contro quella dittatura. Lo ritiene un impegno ineludibile, da attuare peraltro con cautela estrema. Perché esiste il rischio di una scintilla che inneschi la reazione della dittatura e provochi la guerra vera e propria, mai cercata dai liberali. Perciò il liberalismo attua il suo ineludibile impegno e si sforza allo stremo di non creare le condizioni di una guerra, specie se potenzialmente duratura.
Non nascondendosi che talvolta, come successe con i nazifascisti e i nipponici all’inizio del secondo conflitto mondiale, i comportamenti delle dittature, interrompendo l’esercizio del metodo della libertà, tramutano purtroppo il rischio in tragica realtà (lo stesso è avvenuto ai giorni d’oggi con il terrorismo islamico ispirato dall’Iran di Khamenei, il quale definiva il sionismo “un cancro maligno da sradicare” ). Vale a dire provocano un regresso dal punto di vista dei liberali. Ne consegue che si pone la questione dell’intervento chirurgico rapido e circoscritto per decapitare le dittature terroristiche da parte di chi ha i mezzi e la capacità di farlo. Intervento che si limiti a ripristinare l’evolversi della convivenza democratica e a lasciarla immediatamente libera di svolgere il suo corso autonomo, in termini comunque meno distanti dall’esercitare la libertà senza vincoli.
A parte tale circostanza, in tempi normali una società liberale costruita dal liberalismo è essenzialmente una società della crisi e dell’incertezza. Eppure, l’esperienza della storia prova che la società della crisi e dell’incertezza si è finora dimostrata quella più creativa di stabilità. Nel senso che , per ogni data epoca, ha consentito a ciascun individuo il massimo dispiegarsi della propria individualità fisica, spirituale e di relazione. In una società aperta o comunque già abbastanza tale – come lo sono quelle promosse dal liberalismo in Occidente – , ove i valori dei grandi obiettivi sono un patrimonio comune, tutti possono concorrere a definire la propria felicità, le proprie libertà e infine a costruirle. Non smettendo in seguito di adeguarle un po’ alla volta mediante quel conflitto regolato che è un fattore ineludibile del liberalismo per raggiungere la prosperità.
Nella società liberale, nonostante nelle circostanze della vita sia ricorrente la violenza fisica, d’abitudine il conflitto rifugge da episodi violenti. Quando tali episodi violenti si verificano, i responsabili vanno puniti senza alcuna eccezione applicando in un processo le pene fissate dalla legge. Pene che, in modo proporzionato alla gravità della violenza perpetrata, sanzionino il non aver rispettato la pratica delle relazioni interpersonali nella libertà. Pene che per i liberali non devono dipendere dal pentimento. Il pentimento non modifica il reato (fonte della pena) ma, equivalendo ad una sorta di riconoscimento della validità del sistema sanzionatorio, nel calcolare la pena finisce per dare un rilievo eccessivo al pentimento stesso, focalizzando l’attenzione giuridica su di esso e deviandola dal valutare il reato in sé.
4.c Promuovere il cambiare – L’ortodossia liberale è utilizzare lo spirito critico nella convinzione sperimentata che al passare del tempo i cambiamenti nel convivere, qualunque cosa abbiano fatto quei cittadini, finiranno per manifestarsi comunque. Ciòè una conseguenza inaggirabile della vita in un mondo probabilistico. Nel caso non venga utilizzato lo spirito critico, il cambiamento si manifesterà magari in modo parecchio lento, farraginoso e non necessariamente innescando soluzioni avanzate. Nel caso si utilizzi , il cambiamento si manifesterà più rapidamente, in modo organico e innescando soluzioni prodromiche a strutture più avanzate.
Il manifestarsi del cambiamento con l’utilizzo dello spirito critico è avvenuto, finora, lungo due filoni principali. Il filone della simbiosi, quando due soggetti, anche di tipo differente, talvolta anche nella dimensione, giungono consensualmente a compenetrare le rispettive iniziative o i propri modi di essere, dando vita ad una nuova realtà unica, ritenuta più funzionale al vivere pratico. E il filone della concorrenza, quando, tra più idee o più progetti proponenti soluzioni operative distinte nello stesso settore o nell’aprire ad innovazioni di prodotto, si verifica attraverso l’esame dei risultati conseguenti al fine di stabilire quale sia la soluzione più efficace nello sciogliere i nodi preesistenti e nel migliorare le condizioni del convivere (perciò la soluzione da preferire).
Il primo filone è volontario, il secondo è nel quadro delle leggi. In ambedue i casi, il liberalismo – siccome si fonda non su libri e testi statici prefissati bensì sulla diversità e sulla libertà del cambiare (intesa quale ragione che non si stanca di combattere) – va almeno parzialmente adottato dato che la sua metodologia è indispensabile per garantire che il cambiamento, qualunque forma adotti, non venga MAI ostacolato, preferibilmente venga promosso e, ancor meglio, abbastanza accelerato quando produce risultati funzionanti. L’ostacolare il cambiamento porta ad un fatale declino. E’ avvenuto anche in civiltà molto avanzate. Ad esempio è il caso dei mandarini cinesi, i quali avevano sì compreso la centralità del conoscere ma non quella del suo ineludibile evolvere per ampliarsi (perché la cultura cinese è centrata strettamente sulle comunità permanenti e sul predominio di una élite stabile, non sull’individuo).
Di certo, insomma, il liberalismo non è separabile dal promuovere con costanza i cambiamenti e dal contrastare, in ogni maniera e con durezza, chi punta all’immobilismo e ne è causa. In Italia, un esempio di scuola è il fatto che, dopo un ventennio dalla sua entrata in vigore, la famosa direttiva UE del liberale Bolkestein – che stabilisce la concorrenza per le pubbliche concessioni dei litorali acquatici – è ancora oggi inattuata, restando finora insuperabile lo scoglio del privilegiare le condizioni monopolistiche delle annose concessioni preesistenti. Sempre in Italia, un secondo esempio di scuola sono le norme penali ordinarie non applicate ai cittadini sotto i 18 anni. La pigrizia conservatrice dei gruppi dirigenti non si rende conto del come, nell’epoca dei social, consapevolezza e responsabilità degli atti compiuti da ciascuno arrivino molto prima dei 18 anni. Di conseguenza definire i non ancora diciottenni, quando commettono reati , non processabili in via ordinaria e perfino impunibili, significa illudersi di essere nel mondo di una volta e di poter riservare a quei colpevoli minorenni un trattamento agevolato (il che è una situazione gradita alle organizzazioni criminali ma una fonte di insicurezza inaccettabile per i cittadini).
Va sottolineato che i nuovi meccanismi di libertà via via proposti sono riferiti alle questioni del momento, però devono valere anche in prospettiva, tenendo conto pure di chi verrà dopo. Simili proposte non hanno perciò la pretesa di restare valide , nel senso che nel tempo i nodi sciolti e le condizioni subentrate potrebbero avere assunto aspetti differenti non più governabili con le medesime proposte oppure potrebbero essere sorti nuovi nodi e nuove esigenze. Il cambiare frequente ed ampio nonché l’intersecarsi polimorfo, per i liberali sono la normalità, considerato che, fuori dell’ambito dei punti di partenza e dei diritti legali, l’uguaglianza non esiste compiutamente neppure tra generazioni successive.
Del resto, la metafora dei cambiamenti necessari sta nell’inarrestabile succedersi delle stagioni della vita, che si concludono con la scomparsa di ogni individuo e che si trasmettono mediante il procreare altri individui. Ciascuno lascia, oltre al ricordo dell’essere esistito, quanto di nuovo – c’è sempre qualcosa , poco o tanto che sia stato – lui ha prodotto nella conoscenza avviata nel campo in cui si è espresso. Una conoscenza che resta patrimonio dell’umanità. Perciò ogni nuovo nato umano dispone di una conoscenza più ampia rispetto alla generazione precedente.
Il conflitto liberale attribuisce una primaria importanza al conoscere i fatti osservabili interagendo con persone o cose. E vuole per natura costruire le istituzioni del convivere libere invece di celebrare sé stesso e i propri seguaci. Per tali motivi, il liberalismo riconosce alla libertà di esprimersi – e quindi alla libertà di stampa mediante qualunque mezzo adoperato – un ruolo essenziale. Ciascun cittadino la adopera per diffondere il proprio insindacabile pensiero riguardo quanto a lui esterno, ogni umano, ogni cosa, ogni avvenimento. Inoltre, la medesima primaria importanza di conoscere i fatti osservabili con l’interagire, affida alla libertà di stampa esercitata dai mezzi di comunicazione e dai loro operatori, un ruolo centrale per far conoscere ai cittadini tutto quello su cui sono chiamati ad esprimere il loro decisivo giudizio con il voto.
E’ perciò un fattore chiave che il giornalista svolga con cura professionale la sua funzione di informare, il che significa non mischiandola affatto con il proprio diritto personale ad esprimersi a piacimento (di cui usufruisce solo quando non esercita la professione). Lo svolgere in modo professionale la propria funzione, impone quindi ad ogni giornalista di evitare sia di diffondere notizie non confermate sia di voler indottrinare i lettori. Negli ultimi anni, purtroppo, tale ruolo non è svolto in maniera adeguata (di certo non lo è in Italia), al punto che , come è stato detto, talvolta non ci sia libertà dalla stampa.
Troppi giornalisti si fanno dominare dalle preferenze personali. Propendono in modo frenetico al fare previsioni (convinti che il futuro sia prestabilito, idea non corrispondente alla realtà che, quando praticata da un giornalista, finisce per portare illibertà); propendono a commentare gli avvenimenti con i loro giudizi personali prima ancora di darne notizia ; propendono a privilegiare invece dei singoli cittadini le persone già note (a livello internazionale pure terroristi), quelle appartenenti a gruppi formali, quali i sindacali o gli enti cooperanti, ed anche a privilegiare le manifestazioni di piazza su quelle culturali, anteponendo pressoché in ogni occasione lo spettacolo al ragionare; propendono a stupire i lettori per attirarli (con l’obiettivo di vendere più copie), dimenticando che il compito professionale è informarli. Nell’insieme troppi giornalisti non stanno attenti a verificare con cura che le notizie da loro date si fondino sugli avvenimenti. Troppo di frequente , citandosi tra colleghi, convalidano le notizie, a livello interno ed internazionale. Invece una verifica è indispensabile per descrivere i fatti osservabili così come sono (altrimenti le conseguenze sono drammatiche).
Mentre un giornalista esercita la sua funzione, non gli è consentito dare notizie manipolando a piacimento avvenimenti, cose materiali o umani coinvolti. In generale, un giornalista non può dare un’informazione faziosa e incompetente, applicando il grave pregiudizio dello scegliere quali notizie raccontare e quali no. La funzione di giornalista non è come fare il tifo per la squadra preferita. Fare il tifo costituisce per il giornalista una violazione grave delle regole liberali, le uniche che rendono possibile convivere in libertà. In più, al giorno d’oggi, un atteggiamento simile dei giornalisti li rende incapaci di collaborare al come reagire alla gravissima crisi della carta stampata, in termini economici e di diffusione (dovuta al crollo della pubblicità, al proliferare di fonti di informazione alternative, a scelte dei lettori più inclini al volere informazioni esatte e specializzate), una crisi che certo non lascia tranquilli i liberali in tema di informazione diffusa.
4.d Anzitutto gli investimenti – Tutti coloro che forniscono ai cittadini gli indispensabili beni di sussistenza, danno parecchio rilievo al tema dell’economia dei consumi. Peraltro il liberalismo invita a fare molta attenzione. Il criterio di puntare sull’economia dei consumi non deve essere prioritario rispetto alla persistente necessità economica di investire (una necessità distinta dal risparmiare, un’abitudine molto saggia ma non automaticamente connessa all’investire). Perché i consumi riguardano solo l’immediato di chi vive, ma , se uno è vivo, gli investimenti sul futuro sono indispensabili. Insomma, gli investimenti riguardano il futuro di chi è già in vita e di chi non lo è ancora. In sostanza, allargano gli orizzonti.
Sintetizzando, i consumi, oltre a ridurre le risorse disponibili, appartengono, quando vanno oltre i minimi vitali, ad una logica esistenziale ferma in un presente disinteressato al domani. Gli investimenti, viceversa, rappresentano la prospettiva dinamica di cambiamento (che è quella di cui tratta il liberalismo). La medesima prospettiva viene adottata dal risparmiatore che, oggi forse ancor più di ieri, usa i suoi risparmi anche per investire, ritenendola una scelta di vita saggia e lungimirante. Per tutto ciò, il liberalismo ha un legame profondo con l’investire, premessa indispensabile del crescere.
Un simile legame spiega il perché, al di là di ciò che può servire nelle diverse circostanze, un sistema sicuro per promuovere le condizioni della libertà è riuscire a trovare risorse che permettano di realizzare consistenti investimenti nella ricerca avanzata (siccome sperimentalmente questa raccolta di risorse riesce meglio a chi è razionale, competente e giudizioso nelle decisioni economiche, nelle epoche di una volta la percentuale dei liberali cresceva di frequente in simili ambienti). Non è indispensabile che il settore della ricerca sia nuovo. Deve essere nuovo qualche aspetto significativo dell’innovazione trovata con la ricerca, in modo che si espandano l’area della conoscenza e della tecnologia conseguenti. Espandendosi quest’area, possono allargarsi le tipologie degli strumenti e dei prodotti d’ogni genere – alimentari, medici, di supporto funzionale – di cui gli umani disporranno da allora. E’ fondamentale, perché il conoscere i meccanismi utilizzabili e nuove tecnologie strumentali per il vivere quotidiano, è sempre il primo passo per promuovere un cambiamento. Si comprende pertanto che il cambiamento non lo promuove il consumismo.
Fare questa constatazione suscita inoltre una riflessione ulteriore e sollecita almeno due sottolineature. La riflessione riguarda la provata necessità di investire molto nella ricerca, se si vuole restare aperti al futuro. Essa richiama un aspetto del liberalismo spesso saltato: il suo essere difficile a livello intrinseco. Essere liberali, diffonderne i principi e trarne le applicazioni più adatte al momento, non è qualcosa di agevole da prendere sotto gamba. Richiede senza sosta approfondimenti rigorosi, basati sull’esperienza, capaci di piena coerenza con i principi nel comportarsi.
Quella liberale è un’attitudine poliedrica. Coinvolgente e mai totalizzante, tollerante e mai bonaria, paziente e mai pigra, spalancata a nuove esperienze e mai disposta alle falsità. Sono tutte qualità non comuni negli umani, specie se in un solo soggetto. Eppure sono qualità da perseguire con equilibrato realismo, sforzandosi di essere consapevoli dei propri limiti. Il motivo è semplice e consiste in quanto insegna l’esperienza storica. L’adozione del sistema di far votare ogni convivente per scegliere e il reiterare periodicamente il voto, riesce a far emergere la scelta più corretta per convivere.
Attenzione. Dato che il motivo profondo del sistema liberale del far votare i cittadini sta nell’affidarsi alla libertà di decidere di ciascuno di loro, il non andare al seggio o l’astenersi nell’urna rientrano pienamente in quella autonoma decisione. Per cui la validità della scelta finale non è minimamente intaccata dalla percentuale dei votanti rispetto agli aventi diritto (solo negli illiberali sistemi plebiscitari esiste la pretesa che la percentuale dei votanti sia la più alta possibile, appunto perché il fine non è far esprimere i singoli cittadini bensì manifestare la compattezza unitaria del popolo massa).
La questione del livello di tale percentuale richiede attenzione per un motivo diverso. Non andare al seggio o l’astenersi nell’urna segnalano che i cittadini all’origine di siffatto modo di esprimersi non si riconoscono in nessuna offerta politica di qualcuno dei partiti sulla scheda. Vale a dire, sono un’indicazione elettorale seppure indiretta e priva di effetti immediati, anche non andare al seggio o l’astenersi nell’urna. Dunque il risultato della votazione resta pienamente valido, però il sistema dei partiti esistenti deve interrogarsi a fondo sul fatto che la minor partecipazione al voto indica una insoddisfacente offerta politica, il che significa che il programma di governo non è, per come si è formato, in grado di affrontare il complesso dei bisogni dei conviventi. Un simile dato di fatto è di per sé un evidente richiamo alla necessità di cambiamento.
Quindi, il sistema liberale del voto dei cittadini non è esaustivo, ma fa parte di un complessivo cammino lungo la linea del cambiare a poco a poco nel tempo che passa. In ogni caso lo fa meglio degli altri sistemi inventati finora. Affidarsi alle scelte dei cittadini è la conquista assicurata dalla presenza nel dibattito politico di una formazione liberale influente.
Ritorno alle due sottolineature annunciate sopra. La prima è ricordare come il liberale Keynes abbia sostenuto la necessità di mantenere alta la domanda globale per far funzionare bene l’economia (è una considerazione oggettiva di realismo). Per questa tesi, i non liberali hanno tentato di interpretare Keynes quale fautore del consumismo. Un tentativo insussistente. Perché Keynes usa la domanda globale come l’indicatore di cui lo Stato deve tener conto nel valutare l’andamento economico del momento, così da riuscire a mantenere un livello adeguato di investimenti, che è un fattore indispensabile per costruire il domani e dare un obiettivo all’oggi. I non liberali invece fanno del consumismo il solo obiettivo di vita , anche per poterlo utilizzare quale mezzo di scambio per guadagnare il consenso. In sostanza, con la loro visione statica, vorrebbero eternizzare il presente ed escludere dalla vita il suo fisiologico cambiare.
La seconda sottolineatura. Nel sessantennio più recente, gli avvenimenti reali fanno vedere che non è più vero il dato segnalato sopra, secondo cui la raccolta di risorse a favore dei liberali cresce di frequente negli ambienti di chi è razionale, competente e giudizioso nelle decisioni economiche. Oggi, le categorie tipo industriali e commercianti oppure la borghesia benestante se non ricca, non mostrano particolare interesse, tanto meno si impegnano, verso le formazioni politiche che praticano il liberalismo in modo coerente. Una tendenza del genere non fa affluire risorse sul liberalismo e così indebolisce parecchio la possibilità della presenza liberale in politica. E’ un dato serpeggiante nei principali paesi occidentali e ormai scontato in Italia.
In pratica, impera l’idea che, per creare una società aperta, basti sconfiggere le sinistre ideologiche e religiose del dover essere impositivo. Non è affatto così. Ho ricordato sopra come l’esperienza storica dimostri che il liberalismo necessiti di risorse consistenti per poter realizzare le sue potenzialità. Se tali risorse non arrivano ai liberali ed invece vengono finanziati conservatori ed elitari (di ogni schieramento) ritenuti un investire più immediato e solido, la convivenza involve. Perché la conservazione e l’élite non producono né libertà civile né dinamismo economico. Le società occidentali, se divengono chiuse alla dinamica della libertà e si fanno invadere da pregiudizi statici ideologico religiosi, smarriscono la ragion d’essere. Arriva la stagnazione quando la paura dell’altro prevale sulla curiosità liberale dell’innovare. E porta l’Italia nel ristretto gruppo mondiale dei paesi che da lungo tempo crescono meno.
Del resto, il creare una società aperta non ha il solo nemico delle sinistre ideologiche. I nemici sono tanti. Ad esempio, tutti coloro che sostengono una visione del futuro definita dalle élite al potere e pensano di poterla imporre quale automatica soluzione definitiva, liberandosi del tempo e del cambiare. Oppure tutti coloro che sostengono il creazionismo o l’antropocentrismo.
Oppure – al momento attuale addirittura principalmente – l’assai frequente atteggiamento mentale di tanti operatori nel campo della scienza e della ricerca, i quali, concentrati sullo spasmodico (seppur legittimo da parte loro) obbiettivo di definire quale sia stata l’origine del mondo e della nostra specie, paiono non accorgersi di commettere così almeno tre errori strutturali.
Uno è che compiono una ricerca fondata più sulle proprie ipotesi che sugli esperimenti e non corredata dell’esame sui risultati di verifica delle ipotesi. Due è che il voler cercare un’origine ad ogni costo equivale in sostanza al presupporre un ipotetico momento di creazione. Tre è che la frenesia di trovare l’origine del mondo e della nostra specie, corrisponde al ritenere che trovare l’origine agevoli molto il comprendere lo sviluppo successivo di una struttura del mondo e della specie non soggetta a cambiamenti sostanziali (insomma una versione più cauta dell’eterno).
Nel complesso, i portatori di tale mentalità, non accettano che sia l’individuo il motore della vita in cambiamento e che lo sia ancora oggi. Quindi, nel tentativo di contrastare l’importanza della vita individuale, sostengono che, siccome abbiamo tutti un antenato comune – LUCA, last universal common ancestor – siamo tutti un qualcosa di unico, perciò fondamentalmente eterno o comunque creato nel segno dell’eternità. E quando trattano l’argomento dei tre comprovati flussi fondamentali tipici dell’universo – materia, energia, informazione – persistono nel chiedersi in quale momento si siano potuti combinare, così restando in pratica sempre alla ricerca dell’unicità, quasi per trovare una prova di quella effettiva staticità di fondo cui dimostrano di non poter rinunciare.
Tutti questi operatori nemici del liberalismo, non riescono proprio a rendersi conto che gli stessi fattori da cui partono, quali l’antenato comune e i flussi fondamentali, vanno considerati, come sono, un manifestarsi di episodi di quel cambiamento caratteristico della vita che è stato in atto fin qui e che lo è tuttora.
Pertanto il liberale deve essere attivo di continuo con paziente determinazione per supportare la società aperta e difenderla dai variegati attacchi continui dei suoi nemici.
4.e La conquista della libertà non è per sempre – Per chi è liberale, ogni individuo non liberale ed ogni paese privo di istituzioni liberali, non sono necessariamente dei nemici. Dal punto di vista del liberalismo, sono innanzitutto portatori di un progetto alternativo con cui confrontarsi sul metro dei risultati. Ne consegue che, in questo reciproco interagire, non è opportuno stabilire delle graduatorie assolute, che risospingerebbero verso scale di valori rigide tipiche dei fondamentalismi ed esiziali nella convivenza libera.
I liberali sono pienamente consapevoli che la libertà non è mai una conquista definitiva. Per sua natura, la libertà è inseparabile dalla diversità e dalla responsabilità umane nonché è connessa in modo inestricabile al tempo che passa. Perciò si trova ad applicarsi a situazioni differenti, e comunque in evoluzione, nelle quali i meccanismi di libertà esistenti ora, un attimo dopo possono divenire inadeguati almeno in parte.
Ciò non significa che la libertà si perda dall’oggi al domani. Ma è certo che ha bisogno di manutenzione continua, e va completata dalla tolleranza verso gli altri. Perciò è decisivo l’atteggiamento tenuto da ciascun cittadino. Tale carattere rende indispensabile sollecitare il cittadino ad interessarsi il più possibile al manutenere la libertà sulla terra su cui viviamo. Non è altrettanto urgente come negli ultimi decenni vien fatto crescentemente – pur senza essere contrapposto in via di principio – l’impegnarsi nell’andare nei deserti spazi inesplorati dell’universo nell’intento di ampliare i territori vitali. Di fatto, tale impegno può nascondere lo sprecare risorse inseguendo l’ obiettivo sperimentalmente impossibile di riuscire a provare un atto creativo.
La libertà viene di sicuro messa in pericolo , viceversa, quando i cittadini liberi, per quieto vivere o per timore, rinunciano volontariamente ai loro diritti e divengono docili verso il potere dominante. Ancor più è messa in grave pericolo quando, come in anni recenti, si forma una perversa alleanza su tesi illiberali tra minoranze in cerca di riconoscimento (sono tante, femministe, omosessuali, persone non bianche, attivisti transgender) e settori cruciali quali gli intellettuali, gli insegnanti, il giornalismo e il mondo dello spettacolo (alleanze quasi sempre per pura pavidità ed ossequiente conformismo). Alleanze su tesi illiberali tipo la contrarietà a personaggi o eventi di epoche passate, i quali, avendo avuto la colpa di avere valori non corrispondenti agli odierni valori delle minoranze ora citate, vengono bollati di essere colpevoli di atti malevoli, sessisti, oppressivi o razzisti.
In generale, la libertà è di continuo messa in pericolo dal costante e diffuso ricercare alternative alla ricetta liberale, nonostante che l’esperienza storica fornisca prove consolidate della superiore efficacia di questa ricetta nel promuovere la libertà. Al fondo, di tale prospettiva del ritenere pericoloso il liberalismo, è responsabile la cultura delle religiosità temporali e dell’ideologismo di origine marxista, dedite a predicare in vario modo il mito di un mondo perfetto da perseguire ad ogni costo. Un mondo perfetto intanto non lo ha mai visto nessuno durante i secoli, ma neppure potrebbe esistere. Poiché la perfezione è statica per natura mentre il mondo fisico è pervaso dalla vita legata al tempo che scorre e il tutto è in evoluzione permanente. Sognare un mondo perfetto è una forma di rifiuto della realtà.
4.f Il partito di massa non è liberale – I valori liberali sono in radice non compatibili con quelli di un partito di massa. Perché la massa porta al degenerarsi irrazionale nel populismo. E perché l’individuo non è una parte indifferenziata del tutto, non è una comparsa. In più l’agire liberale non si limita al proprio immediato particolare – diversamente dal partito di massa – perché i suoi progetti toccano esigenze reali della società, con tempi di realizzazione definiti e modificati in base ai risultati avuti, così da poter scegliere se proseguire, se modificarli o se rinunciare. In aggiunta, una volta il partito di massa ed il suo grande apparato venivano giustificati con la necessità di ottenere un più vasto consenso; attualmente, invece, per ottenere un più vasto consenso non occorre essere un partito di massa. I nuovi mass-media hanno fatto cadere il bisogno di grandi apparati come veicolo di informazione.
Emerge dalla presente Cronologia che, purtroppo, anche nelle attuali società occidentali (in genere e mediamente, seppur con tratti assai diversi) il tasso di liberalismo può essere molto basso. Il nodo di questa tendenza al ribasso sta nel fatto che, in riferimento non alle parole talvolta pronunziate bensì ai comportamenti tenuti, vengono trascurati di frequente i principi cardine del liberalismo: il basarsi sui fatti con cui interagiamo, la centralità dell’individuo, la pervasiva diversità dei cittadini e il far sempre prevalere lo spirito critico sull’emotività.
Una simile trascuratezza non è nuova. E’ un retaggio ancestrale. La pulsione emotiva è insita nell’umano, al pari di altre a cominciare da quella sessuale. Però la maggior parte delle pulsioni ancestrali si sono evolute nei secoli in base all’esperienza, all’aumento della conoscenza e allo sviluppo tecnologico. Viceversa la pulsione emotività è rimasta largamente refrattaria all’essere arginata dall’esercizio dello spirito critico e dalla conoscenza allargata. In più, l’enorme ampliarsi del poter comunicare con svariati mezzi sempre più pervasivi, ha avuto l’effetto di incrementare il diffondersi di posizioni emotive, che di per sé distorcono l’informazione in ballo.
In ulteriore aggiunta, i cosiddetti social dilagati sull’onda dei cellulari, hanno contribuito moltissimo ad allontanare i singoli utenti dall’utilizzo dello spirito critico. Una conferma si è avuta nella catastrofe di Crans Montana a Capodanno 2026. Quando le prime scintille hanno attaccato le pareti del sotterraneo, troppi ragazzi hanno reagito dandosi al riprendere la scena al cellulare invece di allontanarsi dal pericolo. Nella mentalità dei giovani di oggi, si sono ribaltate le priorità: le riprese social con il loro bisogno virale di mostrarsi precedono perfino l’istinto di conservazione.
Inoltre, come se non bastasse, il dilagare dei social si è verificato nel quadro di un forte calo dei livelli di formazione nelle università, divenute un sistema standardizzato di rilascio di diplomi e guidate in eccesso da burocrazie che privilegiano il conformismo al posto della rimessa in discussione e della critica. Università più accessibili sì, ma sempre meno luogo di pluralismo. Accettano l’abbassarsi del grado di maturazione culturale pur di soddisfare la richiesta di un titolo. Vengono trascurati gli obiettivi della formazione intellettuale e del rendere capaci dell’esercizio dello spirito critico nell’interagire con il mondo reale.
Tenuto conto di tale stato di cose, la proposta politica dei liberali deve non solo avere l’obiettivo di soddisfare le esigenze dei cittadini e le loro richieste (quindi puntando sul dibattito tra le forze politiche a cominciare da quelle parlamentari), ma avere anche l’obiettivo di far capire meglio ai cittadini il senso, i meccanismi e l’importanza della stessa proposta del restare al concreto e non affidarsi del tutto all’emotività (puntando sul cuore delle scelte elettorali, che della libertà sono l’anima). E fare quest’ultima cosa tenendosi ben lontani dall’ingannare i cittadini cercando il consenso. Se ingannati, i cittadini non saranno lucidi nella loro scelta elettorale. Dunque i liberali stanno ai fatti e cercano soluzioni rinnovando di continuo l’applicazione del metodo della libertà. La stabilità liberale è questa. Non è la conservazione statica dello status quo. Non è la fuga dal mondo reale.
Ne consegue che la proposta politica dei liberali ha per forza bisogno di accompagnarsi ad una qualche struttura istituzionale con precise caratteristiche. Che attui la sostanza di tale proposta assicurando il rispettare i principi informativi delle regole di convivenza al momento vigenti, che sia capace di garantirne ogni giorno l’effettiva applicazione materiale in tutte le attività, che rifugga l’essere impositiva e che includa tra le proprie strutture un ordine deputato a giudicare se gli atti privati e pubblici compiuti, abbiano rispettato nel momento del loro verificarsi, l’applicare le norme in essere. Per i liberali, nel convivere, le regole non sono il freno ma il volante.
L’iniziativa privata non può adempiere da sola a tutti questi compiti decisivi nell’accompagnare la proposta politica dei liberali. La ragione è quella già segnalata: non appena l’iniziativa privata entra in funzione, insorge il conflitto democratico tra i privati coinvolti, e diviene indispensabile impedire le violenze e i soprusi che altrimenti sarebbero inevitabili e addirittura finirebbero per favorire il monopolio. Perciò non può esistere una politica liberale non accompagnata da una struttura istituzionale del tipo indicato sopra. Pensare possibile il fare a meno di una simile struttura istituzionale, è una teoria del tutto irrealistica e perciò stesso pericolosa per la libertà civile di ciascun convivente. Per i liberali, la libertà individuale non può mai chiudersi in un proprio mondo esclusivo, ove agire a piacimento e ove non curarsi di precisare come rendere concreto ciò che si vuole. Questo genere di mondo può far parte di un romanzo oppure di un sogno eccitato dal drogarsi. Non rientra nel mondo reale. Specie in quello del liberalismo.
4.g – Il progetto UE, la maturazione è in stallo. 1) I decenni recenti fino ad oggi – La parabola percorsa negli anni dalla UE è un chiaro esempio – lo ho già scritto al termine del precedente punto 4.d – di politiche di conservazione e di élite che non producono né libertà civile né dinamismo economico. Il progetto dei Trattati di Roma poneva le basi di un nuovo modello istituzionale. Non più quello del potere che guida sudditi sottomessi ed ossequiosi. Quello di avviare, attraverso la Comunità Economica, la maturazione nel tempo di una istituzione diversa che affida il suo modo di essere principalmente alle scelte dei suoi cittadini nel convivere quotidiano e alle loro libere interrelazioni. Una maturazione avviata col fondamentale interscambio in campo economico. Insomma un progetto dal precipuo tasso liberale.
Un simile progetto è maturato crescendo per trentacinque anni con ragionevole successo progressivo. Dopo Maastricht, il blocco progressivo. Da allora, sbagliando nel profondo circa il valutare il significato del crollo sovietico, i dirigenti UE ritennero che la storia fosse finita con la vittoria della libertà una volta per tutte e riesumarono l’antica tipologia degli stati di potere, dominati dall’ansia di esibire allargandosi la propria forza indiscussa. Progressivamente l’ascoltare i cittadini passò in secondo piano. In un quindicennio l’UE si è involuta, ha creato una zona monetaria di cui fanno parte solo tre quarti dei suoi membri, ha subito due gravi sconfitte in referendum costituzionali, non è più riuscita a svolgere una politica coerente con il suo progetto originario, ha posto le premesse per subire iniziative politiche altrui. Hanno prevalso le élites europee e la maturazione del progetto si è bloccata. C’è stato il regresso all’antica idea di dare importanza alla pubblica istituzione in sé, non alla volontà dei suoi cittadini che la guidano.
L’effettiva politica UE è stata elaborata poco dalla Commissione ed influenzata parecchio dalle burocrazie interne. Le quali, nell’ultimo decennio, hanno dato alla politica UE – specie tramite un ambientalismo contrapposto al produrre – un’impronta di statalismo impositivo difforme dal clima aperto e liberale di una volta. In più, un clima divenuto propenso ad assecondare l’Alleanza del Nord Atlantico, impegnata nel medesimo periodo – in contrasto con la propria missione militare difensiva – a stuzzicare sulla questione ucraina l’autocrazia russa, già di per sé sognante i vecchi zar, inducendola all’aggressione (con gravi riflessi su diverse questioni essenziali per il futuro stesso dell’UE, partendo dallo spazio così apertosi per i fautori della libertà imperiale, per chi non vuol vedere i fatti e per chi pensa l’Occidente vitale solo perché antimarxista). Oltretutto, nell’ultimo quinquennio, questi nuovi indirizzi UE sono stati all’origine di un aumento consistente, tra gli abitanti dei suoi paesi membri, del peso della destra conservatrice e del relativo sovranismo nazionale.
Destra e sovranismo sono agevolati dal clima statalista impositivo proveniente da Bruxelles e dallo sterile annaspare della burocrazia, che, incredula per la sua netta perdita di potere, è stata incapace di assumere iniziative dinamiche. Non sono bastati a smuoverla neppure i campanelli di allarme dei rapporti chiesti dalla Presidente della Commissione a due importanti personaggi italiani. I quali, riscuotendosi dai loro precedenti torpori, hanno argomentato in dettaglio l’urgenza di un cambio di passo nell’indirizzo e nella pratica delle scelte politiche UE. Le burocrazie imperanti a Bruxelles non si rendono insomma conto che, nel suo complesso, la UE è declinata non poco nel creare quell’area di libero scambio che resterebbe la sua missione principale.Mentre la Commissione, per lo più, rimane ferma.
Stando così le cose, l’UE deve riprendere presto la maturazione del suo modo d’essere originario. Negli ultimi decenni l’UE è tornata alla mania delle regole modellate sulla vecchia tradizione del libro sacro impositivo, tralasciando parecchio le regole liberali dei cittadini che stabiliscono delle norme in collegamento con la realtà e dunque mobili e temporanee. Sotto questo profilo, la cultura in Europa ha appreso poco o nulla dallo spirito della frontiera e dei maverick americani, oppure dalla capacità di studio unita alla disciplina confuciana dei cinesi e poi completata dalla scopertadell’individualità in aggiunta alla comunità. Occorre con urgenza un cambio di rotta, che riporti l’UE ad essere un protagonista della libertà interna ed internazionale non soltanto in termini verbali.
4.g 2) Una prospettiva coerente per l’UE – L’UE deve riportare al primo posto del suo agire l’attenzione ai cittadini europei e alle loro necessità. A tal fine, dovrà riformare i suoi Trattati (dunque avviare tra i suoi cittadini il dibattito a tal fine) per fare scelte diverse rispetto agli ultimi anni. Scelte di nuovo ispirate al liberalismo. Restituire la guida istituzionale ai propri organi politici ridimensionando in modo drastico l’invadenza burocratica , rinunciare ad ogni pratica da vecchio Stato di potere, applicarsi a fondo nel lavoro politico e diplomatico indispensabile per ampliare le competenze UE aggiungendo il fisco e la difesa, potenziare ancora il giudizio elettorale riconosciuto agli europei, invertire quanto prima la stagnazione del proprio mercato interno, smetterla con l’agevolare le campagne nutrizionali fatte di standards irrispettosi delle diversità alimentari individuali degli europei (e incapaci di affrontare il tema del come garantire loro nel lungo periodo le calorie indispensabili per vivere), emanare solo norme che creino davvero il mercato unico UE, che non impongano alle piccole imprese blocchi all’ingresso, che accrescano il produrre energia con mezzi propri liberandosi dall’imporre le costosissime energie rinnovabili (che restano una sorta di miraggio, essendo le energie fossili nel 2024 ancora l’87% dei consumi energetici e che sono fisiologicamente insufficienti , come comprovato a fine 2025 anche dall’Agenzia dell’Energia nel documento Prospettive Energetiche Mondiali 2050, il quale rileva che l’apporto dell’eolico e del solare si limiterà rispettivamente al 12% e al 16%) e che non ritardino lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale UE nel confronto con gli altri soggetti mondiali.
Infine, siccome il ricupero dell’attenzione ai cittadini europei e ai loro bisogni, non è il chiudersi nella propria dimensione bensì al contrario il prepararsi ad interagire al meglio con il mondo intero, è necessario che l’UE abbandoni gli stereotipati pregiudizi sull’Africa. Oggi, l’Africa non è un continente di povertà endemica e di malgoverno diffuso che provoca imponenti flussi migratori nei territori europei. Simili fattori esistono ma non sono l’aspetto principale della realtà africana attuale. Anzi. La frastagliata realtà dei 54 Stati in Africa muove sì dalla storica condizione arretrata ma è caratterizzata soprattutto da classi giovanili svincolate dai conformismi ideologico religiosi, focalizzate sull’agire qui ed oggi, attentissime all’uso della tecnologia moderna più dinamica. L’UE dovrà interloquire con tale realtà africana proiettata al futuro e perciò dovrà adeguare ad essa i propri interventi economici e culturali. Mantenendoli, è ovvio, lontani da logiche opposte a quelle del mercato aperto. Pertanto, l’UE dovrà indirizzare in questa direzione le iniziative in corso in Africa. Comprendendo anche quella più recente dell’Italia, salvo liberarsi della infelice denominazione datale. Il nome Piano Mattei richiama un personaggio molto noto nel primo quindicennio postbellico per la sua intraprendenza, però lungo una linea molto disattenta all’imperniarsi sui cittadini (cioè del tutto non liberale), quello che invece deve essere l’obbiettivo dell’UE.
Per l’UE una simile ampia consapevolezza è indispensabile. C’è l’urgenza di ricuperare la natura originaria di Istituzione innovativa, imperniata sui cittadini conviventi nel segno della libertà individuale, dell’aprirsi alle reciproche interazioni e dell’abbattere le barriere. Una UE con uno spirito liberale, altrimenti, mantenendo il ruolo odierno di tradizionale stato di potere, l’UE non avrebbe senso in quanto dello stato di potere conserverebbe i limiti e resterebbe frammentata negli stati nazione. E pure una UE rigorosa nel pretendere che lo stesso spirito abbiano i paesi aspiranti a divenirne membri. Tale urgenza non è surrogabile con il seguire l’indirizzo di recente proposto a Davos dal Canadà , il pragmatismo basato su principi, costituito da più stretti rapporti tra le medie potenze . Perché la proposta canadese non affronta (perciò non risolverebbe) il nodo dell’attuale blocco politico culturale dell’UE in quanto istituzione , nodo che, se sciolto, consentirebbe alla stessa UE di disporre di risorse materiali e politiche ai massimi livelli mondiali.
Naturalmente, l’impegno liberale per far sì che l’UE ricuperi la sua natura originaria quale Istituzione di nuovo tipo, non deve disgiungersi dal coltivare il rapporto preferenziale con gli Stati Uniti. Tale prospettiva indispettisce i gestori della UE allontanatasi negli ultimi decenni dalla sua natura originaria. Li indispettisce foss’altro perché il Presidente degli Stati Uniti è attualmente quel Trump i cui comportamenti pirotecnici da spregiudicato uomo di affari immobiliari, terremotano senza sosta le usuali pratiche conformistiche di potere dei burocrati insediati nei gangli UE. Peraltro, il modo pirotecnico di Trump – checché ne dicano le burocrazie UE e nonostante l’intensa opposizione dei Democratici USA – non elude i problemi reali sul tappeto internazionale ed è pure riuscito in Medio Oriente a raccogliere il tendenziale sostegno di un non piccolo gruppo di nazioni arabe, rompendo il fronte del fondamentalismo musulmano.
Nel complesso, il ruolo degli Stati Uniti resta per l’UE una relazione imprescindibile. Perché gli Stati Uniti – pur avendo una struttura istituzionale non coincidente con quella originaria UE – costituiscono con la loro esperienza civile durante un quarto di millennio, con le loro relazioni pubbliche interne aperte, con la loro ricchezza finanziaria, con il loro essere tutt’oggi il più grande mercato di consumo mondiale per i prodotti di altri paesi e con la loro disponibilità di risorse naturali nei propri vasti territori, lo Stato di maggior rilievo dell’Occidente. E l’Occidente, nel suo insieme, è la sola area del mondo in cui si pratica il metodo della libertà civile nelle sue tante sfaccettature.
4.h – La presa del liberalismo al giorno d’oggi – La realistica riflessione svolta in questo volume circa lo stato del liberalismo, non può che mettere in luce un preciso dato di fatto. Per lo più, il metodo liberale è sovente – e specie al giorno d’oggi – utilizzato molto poco nelle scelte politiche del convivere. Oggi, ciò dipende da un esercizio totalmente distorto dei ritrovati della scienza e della tecnica, che la cultura dominante interpreta esattamente all’opposto della natura che quei ritrovati hanno e che è alla base del loro esistere.
La cultura dominante li interpreta come se fossero portatori dei valori antichissimi che, fin dalle epoche di nascita, ignoravano la pratica del metodo sperimentale, riducevano il convivere all’applicare modi d’essere prestabiliti, anteponevano ad ogni scelta di vita l’emozionarsi speranzoso e celebravano il trionfo di un presente eternizzato. Insomma concezioni assai distanti dagli insegnamenti dell’esperienza. Appunto modi d’essere assai distanti dai principi del liberalismo. Quanto accaduto finora, continua ad accadere non meno oggi.
Vi sono sì dei casi più virtuosi. Tipo l’evolvere dei rapporti economici – specie nei paesi avanzati come gli Stati Uniti – che sta cogliendo il senso dei ritrovati della scienza e della tecnica. Si distacca nettamente dalla tradizionale e dominante cultura ostile al metodo sperimentale. Oggi, nella pratica le nuove risorse generate vanno ai profitti maggiormente che ai salari, sono attribuite ai dividendi azionari più che alle retribuzioni. In sintesi, nei rapporti economici che vanno emergendo, il tradizionale lavoro fisico pesa meno di prima e il lavoro della mente pesa più di prima. In altre parole, il ruolo del conoscere basato sull’impegno individuale tende a crescere (basti solo pensare alla recente importantissima scoperta tecnologica del come manipolare il DNA di un umano vivente, rimuovendo, inserendo, sostituendo e modificando una o più delle sue parti). Ragion per cui il metodo liberale nel convivere aumenta di importanza. Tuttavia, salvo casi più virtuosi, questo dato di fatto sperimentale non fa parte della realtà narrata correntemente da chi avrebbe la funzione di farlo.
Attualmente, a tenere il liberalismo nascosto nella narrazione della realtà, concorrono essenzialmente due fenomeni: le campagne di disinformazione (principalmente in ambito internazionale) e la cultura diffusa tramite i mezzi di informazione nazionali. Il primo fenomeno corrisponde al disegno intenzionale del diffondere notizie false sui fatti che stanno avvenendo (per ragioni politiche od obiettivi economici). Il contrasto più efficace per questo disegno, al di là degli interventi assumibili a livello normativo, sta nell’effettuare confronti con le notizie provenienti dagli altri canali di informazione, vale a dire nell’usare il tipico corretto esercizio della valutazione mediante lo spirito critico dell’utente. Il secondo fenomeno non è intenzionale ma più pericoloso. E’ costituito dalla cultura diffusa dai mezzi di comunicazione immersi in uno stato permanente di esaltazione missionaria: che è diffondere il bene comune da loro preferito, spesso per immediata convenienza. Una simile cultura (e i suoi miopi sostenitori), oltre che essere erronea nelle radici interpretative (con conseguenze molto negative nel gestire la convivenza umana, quotidiana e prospettica), pare non accorgersi del come nei millenni sia stato invece prevalente – di sicuro anche se per ragioni ignote agli umani – l’incessante progressivo profondo cambiare evolutivo dei rapporti intercorrenti tra ciò che si trova nell’universo, vivente od inanimato che sia. Un cambiare evolutivo naturalmente in funzione anche al momento attuale. Perciò non si deve prescindere dal metodo liberale, la sola cultura adeguata ad avvertire e a praticare i meccanismi dei cambiamenti.
Per tutti questi motivi, la cultura dei mezzi di informazione di cui sto parlando, persiste in un errore di impostazione. Intanto, nell’immediato, non consente di migliorare i modi di governare il convivere; in generale, non realizza neppure le proprie pretese impositive, che intenderebbero applicare gli scenari prestabiliti dei sogni, di teorie del dover essere, di uguaglianze contrarie all’umanità esistente, di un bene comune definito a tavolino, tutte cose all’insegna di irrealistiche certezze e sicurezze nel vivere. Dunque un errore disastroso.
Prima gli umani sapranno allontanarsi da una simile cultura distorta dei mezzi di informazione, e meglio sarà per la loro libera convivenza. Non perché il liberalismo sia l’ombelico del mondo e di per sé risolva i problemi di scelte relazionali che nascono durante la vita; ma poiché per risolverli occorre per prima cosa il fattivo contributo del metodo liberale della libertà individuale. L’allontanarsi da quella cultura dei mezzi di informazione è l’auspicio dei liberali al fine di restituire all’Occidente lo strumento cardine per svolgere la sua funzione precipua. Auspicio senza dubbio ostico, ma non inarrivabile tramite il lavoro politico permanente.
4.i – Sul domandarsi “dove andremo a finire?” – Vistoche il volume che sto scrivendo si basa sui risultati dell’esperienza da cui nasce il metodo liberale per affrontare i rapporti del convivere, non avrebbe senso affrontare la domanda posta nel presente titolo prescindendo dai risultati dell’esperienza finora. Viceversa, la domanda qui riportata fa proprio questo. Non tiene conto dell’esperienza e formula il quesito continuando a far uso della teoria che sia possibile definire con certezza modi e tempi di quali saranno gli esiti della vita umana sulla terra. Dunque, per poterla affrontare senza partire da un’impostazione errata, la domanda va riformulata nell’ambito della logica della realtà (propria del liberalismo). Va perciò completata aggiungendo il circoscriverla all’esperienza: “dove andremo a finire fino a quando potremo sperimentare ciò che avviene?”.
Completata così la domanda, diviene subito chiaro che anche l’eventuale risposta va cercata nell’ambito sperimentale. Quindi niente sogni, speranze e simili, che sono il pane quotidiano delle ideologie e delle religioni. Peraltro va pure tenuto conto che le propensioni essenziali dell’animo umano relative ai modi di convivere sono quella conservatrice, diffidente del cambiare e in fondo abbarbicata al ripetere in modo ossessivo le pratiche della tradizione e della consuetudine, quella socialista, secondo cui il controllo di tutto è lo sperare in un mondo buono e nell’uguaglianza di ogni umano, ragion per cui il male delle difficoltà deriverebbe essenzialmente dalla prepotenza di chi vuol sopraffare gli altri e dal non accettare l’uguaglianza, quella religiosa, si riconosce in una fede e , in alcuni casi, muove da una rivelazione rappresentata da un’organizzazione terrena del Dio considerata la guida naturale anche sotto il profilo temporale, mentre in altri casi ha un libro sacro che da l’indirizzo del modo di vivere umano dei fedeli stabilendo di combattere gli infedeli fino a distruggerli ed in altri casi ancora ha un libro sacro quale punto di riferimento per ogni umano il quale, interpretandolo, ne ricava ispirazione per modalità di vita rispettose della volontà divina, quella marxista, si riconosce nella ideologia prefissata del primato proletario, che emerge, specie nella versione di Lenin, dal partito comunista nella veste di coscienza operativa; quella laica, che può limitarsi al rifiuto della scelta religiosa in chiave anticlericale – in tal caso assoggettandosi all’influenza più o meno forte della propensione socialista democratica – oppure che può approdare alla propensione liberale in pratica mischiandosi ad essa; quella liberale, fondata sullo stare ai fatti e sull’osservare gli avvenimenti sperimentalmente usando lo spirito critico individuale in un quadro di libertà nelle relazioni umane definito da regole stabilite dai cittadini in base ai risultati aggiornati di continuo.
Allora, saldi nell’ambito sperimentale e vaccinati rispetto alle prediche dei catastrofisti, ha senso esaminare le tesi in ballo da un quarantennio. Secondo queste tesi, gli umani, distruggendo gli ecosistemi, pongono le premesse per l’estinzione di massa della biodiversità. Una estinzione che, si argomenta, derivada sei fattori e dal loro intersecarsi. La deforestazione che riduce e frammenta gli habitat; il riscaldamento globale con la selva di conseguenze; la pratica di introdurre nei territori nuove specie pericolose per quelle locali; l’inquinamento chimico; l’insostenibile aumento della popolazione umana; la caccia e la pesca intensive, in generale l’eccessivo sfruttamento delle risorse biologiche.
I fattori ora citati esprimono rilievi in sostanza fondati. Così come è fondata la principale conseguenza: un calo medio di quasi un terzo nelle popolazioni in un certo numero di specie viventi. Tali rilievi sono dati da non trascurare affatto, visto che la biodiversità determina molti servizi chiave per la vita umana. Tuttavia, su importanti problematiche di questo tipo, si scontrano ancora le due solite maniere di vedere le cose, quella del libro sacro statico e quella del cambiamento incessante. I fautori del libro sacro statico assumono un piglio catastrofista, paventando la prossima fine del mondo e proponendo per evitarlo il blocco delle tipiche attività delle società moderne con il ritorno ai ritmi del passato. Coloro che hanno capito il cambiare connaturato al vivere (a cominciare dai liberali), agiscono nella logica del cambiamento ingegnandosi in ciascuna fattispecie per trovare soluzioni ai problemi segnalati da quei fattori. Soluzioni capaci di contenere le derive negative dei nuovi equilibri creatisi e che dunque apportino ai nuovi stili di vita le correzioni opportune, senza rinnegare gli avanzamenti fatti finora e senza restaurare ciò che non c’è più. Perché la vera estinzione concreta del progredire umano, sarebbe rinnegare il cambiare e restaurare il passato.
Oltre al tema della salvaguardia degli ecosistemi, c’è poi un altro tema su cui si presenta un tipo di scontro simile tra queste due maniere di vedere le cose. E’ il tema delle previsioni circa gli sviluppi del rapporto tra gli esseri umani e l’Intelligenza Artificiale. In questo caso si tratta di ricercatori in centri prestigiosi, i quali, elaborando i termini del rapporto, muovono (senza dichiararlo) dall’idea che l’IA sia in potenza un essere umano ancora immaturo. Inoltre, gli stessi ricercatori, dopo aver fatto una serie di proiezioni sulle modalità di progressivo apprendimento dell’IA, concludono vi sia la concreta possibilità del formarsi di una IA talmente autonoma ed innovativa da configurarsi quale vera e propria individualità affiancata a quella umana. Qui, al posto del catastrofismo ma a somiglianza stretta con i fautori del libro sacro statico, quei ricercatori danno per certa la prospettiva in cui lo sviluppo obbligato dell’attività dell’IA, sarebbe la fine del mondo umano o comunque centrato sugli umani. Come dire, bisognerebbe smetterla con le scoperte moderne che stanno mettendo in pericolo la nostra specie.
Del tutto diverso l’approccio di chi (a cominciare dai liberali), essendo consapevole dei cambiamenti connaturati al vivere, agisce nella logica del cambiare e nella fattispecie si ingegna a trovare soluzioni capaci di evitare un distorto funzionamento dei nuovi strumenti oggi disponibili (tipo sostituirsi ai suoi creatori) e che dunque, senza rinnegare i decisivi avanzamenti fati finora, facciano crescere la IA mantenendola nel suo ruolo di potente strumento d’aiuto. Perché il mondo umano finirebbe veramente se non si avvalesse dei cambiamenti e restasse alle procedure di una tradizione arretrata.
Stando così le cose, una Istituzione modellata su regole di libertà è necessaria ma non ancora sufficiente. Per i liberali, la tipologia istituzionale è molto importante ma la cosa determinante è che i cittadini sappiano impegnarsi di frequente per trovare soluzioni atte a favorire il realizzarsi dei cambiamenti. Insomma gli individui, non solo dovranno mantenere la distinzione fra realtà e finzione al fine di opporsi al processo totalitario, come scrisse Hannah Arendt. Per contribuire ad evitare l’attuale deriva d’estinzione e comunque a mantenere la IA nel suo ruolo di strumento, gli individui dovranno pure avere chiara la decisiva importanza dello stare ai fatti , dello sperimentare e dell’esercitare il proprio spirito critico. Vale per tutti. Solo con questo diffuso comportamento di stile liberale, si potrà dare un fattivo aiuto alla ricerca di come correggere gli errori compiuti dalle moderne attività ai danni delle nostre condizioni strutturali di vita oppure di come correggere le distorsioni dei grandi contributi dell’IA atte a danneggiare l’ esercizio di quello spirito critico individuale ancora insostituibile nell’innovazione creativa. Correzioni che limitino le derive erosive dell’ecosistema, che evitino un’applicazione sbagliata dell’IA, e che conservino i notevoli miglioramenti raggiunti nel convivere avendo gli umani a disposizione il grande potenziamento da essa fornito.
Infine, gli individui dovranno essere sempre più consapevoli che sia un profondo errore affidare al diritto e alla giustizia il modo di sapere la verità sul mondo circostante. Innanzitutto perché diritto e giustizia sono strumenti per regolare i rapporti interpersonali scongiurando il ricorso alla violenza fisica e non possono essere considerati una prescrizione impositiva univoca delle scelte di vita e degli atti relativi. E, in ogni caso, perché è impossibile comprendere la realtà del mondo nei termini statici del diritto e della giustizia.
Poi si pone l’importante tema della disinformazione, che nel mondo attuale si realizza in nuove forme. Nell’ultimo trentennio si è imposto il grande aumento della velocità delle trasformazioni nei mezzi di comunicazione, soprattutto i cosiddetti social. Pertanto, oggi è sempre meno scontato che l’origine della disinformazione sia frutto della propaganda distorta delle istituzioni politiche autocratiche. Una propaganda del genere esiste, ma è sempre più chiaro che non ha origine solo nelle autocrazie. Emerge che anche i gruppi politico economici di origine occidentale interessati ad una gestione pubblica non lasciata all’affidarsi alle scelte dei cittadini, usano una serie di accorgimenti di vario genere abituali in Occidente – dalle campagne di disinformazione sugli avvenimenti politici nazionali e mondiali, a quelle sugli spettacoli e sulle mode culturali, fino a quelle sui consumi alimentari oppure della metodica falsificazione dei fatti storici e dei comportamenti di notissimi personaggi di una volta valutati a prescindere dal loro contesto di vita – per imporre una visione del mondo esaltata e spinta non soltanto a non privilegiare i fatti reali ma perfino a non utilizzare il personale spirito critico di valutazione.
Una simile disinformazione è fuori dalla contrapposizione tra chi pratica gli antichi sistemi autocratici statici nel loro fondo ispiratore e chi invece adotta quelli più moderni ed innovativi della libertà individuale in continua trasformazione. In questo tipo di disinformazione, i gruppi politico economici interessati ad una gestione pubblica distaccata dai cittadini conviventi, adoperano, parecchio e con modalità disinvolte, le medesime metodologie tecnologiche usate dai fautori della libertà. Di conseguenza, nei suoi passaggi, lo scontro è assai più cruento e pericoloso e in radice non consente più di distinguere con sicurezza la soggettualità di chi ne è all’origine, sia in tema del privilegiare i fatti reali sia del non utilizzare il personale spirito critico di valutazione esterna.
I gruppi che pur essendo occidentali non rispettano i criteri cardinali della cultura civile occidentale , adottano sistemi di propaganda falsa in un duplice senso. Non trasmettono notizie dei fatti e fanno sì che chi è raggiunto dalla loro propaganda non metta in funzione il personale spirito critico nel valutare le notizie ricevute.
Un ruolo determinante nel diffondere tali sistemi di falsa propaganda è svolto dal sistema televisivo. Esistono i casi di chi lo fa per una precisa scelta di interesse. Però sono molto frequenti i casi di un equivoco concettuale assai diffuso. La disinformazione dei telegiornali (oggi soprattutto quelli italiani) sta nell’equivocare sul senso del concetto di imparzialità. Essere imparziali nel dare notizie è cosa coerente e giusta solo quando il confronto è tra due fautori della libertà, non lo è quando il dare notizie concerne parti contrapposte sulla libertà. In questo secondo caso, applicando il criterio dell’imparzialità, l’emittente vien meno ai principi della cultura occidentale , poiché tradisce quello decisivo dello stare ai fatti sperimentali e ai risultati espressi. Questi risultati comprovano da secoli che il metodo della libertà (di cui senza dubbio fa parte l’informare corretto circa gli avvenimenti) è sempre di gran lunga il più efficace nell’individuare le scelte più adatte per migliorare la convivenza. Dare un’informazione scorretta comporta necessariamente che i cittadini, al momento dell’esprimere il loro voto elettorale, facciano una scelta disinformata.
Rendersi conto di un aspetto simile, porta ad una seconda considerazione essenziale. La chiave dell’esercitare l’informazione in maniera corretta – vale a dire nel pieno rispetto degli sperimentati criteri occidentali della cultura liberale, stare ai fatti e utilizzare lo spirito critico – sta nelle mani del giornalista responsabile materiale del dare la notizia e del direttore della testata che controlla il lavoro della redazione.
Pertanto, il giornalista titolare del servizio e il suo direttore esercitano una funzione decisiva nell’informare i cittadini su quanto accade. Il non rispettare l’implicito criterio professionale di tale funzione – specie se a bella posta per interesse finanziario o ideologico, ma anche per semplice incapacità – non solo è un’indegnità morale, ma, effetto ancor più grave, implica un danno rilevante per l’intera convivenza che è messa in condizione di agire disinformata.
Ne conseguono quattro fatti. Uno, gli effetti di una notizia falsa sono analoghi a quelli della propaganda fondata su valori (emozionarsi, sperare, promettere) molto lontani da quelli dell’informare occidentale. Due, il principio di imparzialità nei servizi giornalistici effettuati dai mezzi di informazione, va usato esclusivamente nel caso che nel servizio trasmesso la notizia riguardi due parti fautrici del metodo della libertà nel regolare i rapporti interpersonali tra i cittadini conviventi. Tre, il secondo fatto non può essere surrogato in alcun modo mediante il mostrare che la proprietà del mezzo che fornisce la notizia e i suoi giornalisti si mantengono estranei al fare politica (ciò perché, nella dimensione liberale, ciascun cittadino fa parte della politica senza eccezioni possibili). Quattro, sempre il secondo fatto non può essere surrogato esibendo soltanto la tipologia occidentale della testata, dato che l’imparzialità viene impedita per natura dalla presenza dominante nei suoi conti economici di finanziamenti di provenienza non chiaramente definita. Insomma, adoperare il criterio dell’imparzialità mettendo sul medesimo piano le notizie provenienti dai fautori della libertà e quelle provenienti dai fautori delle autocrazie oppure dal terrorismo internazionale oppure da ignoti benefattori, non attua davvero il criterio previsto dal vocabolo imparzialità, perché nel concreto fa dimenticare agli utenti la portata effettiva degli avvenimenti.
Riassumendo, compito decisivo della professionalità giornalistica è valutare se ogni specifico argomento presenti condizioni adatte per applicare l’imparzialità nel dare la notizia senza dover chiarire la sua provenienza. L’indebolirsi di tale professionalità mina in modo oggettivo il fondamento delle istituzioni liberali.
In conclusione, per rispondere alla domanda “dove andremo a finire fino a quando potremo sperimentare ciò che avviene?”, occorre essere convinti prima di tutto – come lo sono i liberali – che, trovandoci in un mondo reale probabilistico, sarà probabilistica anche la risposta derivante dai dati forniti dalle sperimentazioni d’ora in avanti. Perciò non esiste una risposta certa. Non esiste una destinazione esattamente definita e stabile nel tempo. Nella materia del dove andremo a finire, la sola evidenza è che un contributo pesante verrà dalle nostre scelte e dai nostri comportamenti, purché rispettosi di questo dato di fatto acquisito e confermato sperimentalmente. E’ inutile arrovellarsi nella speranza di riuscire ad eludere l’esperienza e a proporre una soluzione risolutiva ed eterna del come convivere. Sarebbe voler continuare una tradizione sorpassata, quella di risolvere i contrasti senza valutare quali risultati diano le proposte in contrasto bensì imponendo la soluzione voluta dai potenti detta bene comune
Gli umani hanno una sola certezza fornita dai secolari esperimenti fatti. Il passare del tempo si accompagna al crescente smantellarsi delle forme vitali dell’universo e al contestuale diffondersi probabilistico del distribuirsi energetico in singole individualità . Ebbene, una simile certezza conferma quanto abbia rilievo il metodo liberale , nonostante la sua attuale marginalità. Purtroppo di tale conferma non c’è adeguata consapevolezza tra i cittadini.
5. La principale sfida attuale: l’interagire tra la velocità dei calcoli e lo stare ai fatti – L’argomento della principale sfida di oggi nella politica della convivenza, riguarda appunto il campo del rapporto tra gli umani e l’Intelligenza Artificiale. Le radici di questa interazione tra velocità del calcolare e stare ai fatti, esistevano di già. Però, dagli anni a cavallo del 2000, è venuta alla ribalta la necessità di capire cosa potrà significare tale interazione in prospettiva e quali potranno essere le sue conseguenze sulla cultura politica liberale dei cambiamenti.In sostanza siamo nella situazione preconizzata da Leibniz, “verrà un tempo in cui, invece di discutere, diremo: calcoliamo”.
Ora, visto che, nello stesso periodo di anni, l’enorme moltiplicarsi della potenza di calcolo dei computer quantici (valutabile in un ordine di grandezza intorno ai 900 anni di lavoro di un computer ordinario) è stato la base del decisivo sviluppo della sperimentazione quantistica, mi propongo – trattandosi di una questione decisiva per il liberalismo – di riflettere un attimo in via analogica su cosa può comportare l’enorme moltiplicarsi della potenza di calcolo disponibile, nel campo del divenire consapevoli del dover stare ai fatti.
La prima riflessione deriva dal come creare le condizioni per poter arrivare a disporre della moltiplicata potenza di calcolo. E’ accertato che l’esercizio della potenza di calcolo richiede una grandissima quantità di energia (siccome è diretto e proporzionale il rapporto tra la potenza di calcolo e il consumo energetico). Da ciò deriva che è indispensabile disporre di una enorme quantità di energia per poter esercitare l’enorme potenza di calcolo. Dunque si aggiunge un ulteriore tassello che ci impone di non trattare la questione energia come se fosse un’avversaria pericolosa, sempre e comunque. L’ambientalismo ideologico viene smentito ancora una volta. L’eolico ed il solare sono sì tecnologie da sviluppare (specie in Italia ove vengono promosse troppo poco dai singoli cittadini); però è palese che possono essere solo un contributo aggiuntivo alle altre fonti energetiche, quali i fossili, il gas, il petrolio e pure il nucleare , in Italia addirittura abbandonato un quarantennio or sono a seguito di una decisione popolare gravemente errata (oggi stiamo cercando di reinserirci ma siamo indietro un decennio come minimo). L’energia non è nemica della vita, ne è la chiave. I liberali lo affermano con insistenza.
La seconda riflessione è che l’Intelligenza Artificiale non va considerata alla stregua di un potenziale concorrente per gli umani. Non tanto perché l’IA l’hanno inventata gli umani, quanto (e soprattutto) perché l’IA manca di alcune caratteristiche umane. L’IA non è un’entità individuale chimica delimitata (di fatti ha una struttura indistinta pervasiva, non funziona mediante processi chimici, non ha delimitazione propria) e non possiede un meccanismo di nascita (in sostanza non ha un suo meccanismo autonomo per rifornirsi di energia, ed ha bisogno di grande cura ed attenzione da parte degli umani adulti) . Il che è il fattore decisivo. In più anche la sua capacità di evolvere al passar del tempo – nonostante il fortissimo ritmo di crescita operativa – appare al momento attuale più ridotta e circoscritta nel ricorrere a nuove strutture vere e proprie. Pertanto, mancando di alcune caratteristiche degli umani, non potrà mai sostituirli in pieno. Anche se in molte attività umane, ripeto, risulta già oggi – e probabilmente nel prossimo futuro ancora di più – assai più rapida ed efficace degli stessi umani.
La terza riflessione è ricordare che il dover stare ai fatti è il comportamento cardine richiesto dai liberali ad ogni cittadino. Insieme è richiesto a tutti loro anche di prendere parte ai confronti e alle decisioni da assumere nel pubblico convivere. Tale richiesta tocca grandi numeri di cittadini. Al giorno d’oggi, in Italia convivono circa 59 milioni di individui, e nel mondo circa 8,2 miliardi. Tenuto conto dei minorenni e di chi per stato di salute non è in condizione di prendere parte alle scelte, questi numeri si possono ridurre di un 30%, quindi le persone su cui ragionare divengono 41,3 milioni in Italia e 5,74 miliardi nel mondo. Dunque, i numeri delle persone coinvolte nelle scelte politiche – e dunque chiamate dai liberali a dover stare ai fatti nel comportarsi e nel giudicare – sono già di per sé molto grandi. In più sono resi ancor più grandi dal frenetico intrecciarsi reciproco della vitalità dei singoli conviventi nel loro esser diversi ed irripetibili.
Essendo queste le dimensioni numeriche in gioco, è subito chiaro che – almeno finché arriveranno a realizzarsi metodologie politiche parecchio innovative (il loro rapido realizzarsi sarebbe una sorpresa positiva) – non è pensabile anche solo avvicinare ai ritmi della conoscenza scientifica, quelli del penetrare tra i cittadini della richiesta liberale dello stare ai fatti (mi limito al liberalismo che delle culture politiche è quella che con la scienza condivide importanti analogie di metodo). Ciò perché – seppure sia prevedibile che, nel giro di relativamente poco tempo, i super computer quantistici con le loro enormi velocità di calcolo (una volta risolto il problema dell’energia necessaria) saranno disponibili anche per i cittadini che vogliano usarli (purché naturalmente alfabetizzati nel frattempo in modo adeguato) – il colossale moltiplicarsi delle quantità di valutazioni da fare tutti i giorni raffrontato con il numero ristretto di chi, cercando di stare ai fatti, azionerebbe i computer quantistici, da la certezza che, quanto meno per un primo (lungo) periodo, permarrà intatto nella sostanza l’attuale tendere dei cittadini a ragionare sui problemi del convivere senza partire dallo stare ai fatti.
Nell’opinione pubblica, nello scegliere quale politica fare, resterà perciò dominante la tendenza di molti cittadini ad affidarsi alle emozioni e alle speranze suscitate in quel dato momento, come succede da tempi immemorabili, oppure a quanto indicato in testi scritti in precedenza. Il presupposto di un simile comportamento è quello solito voluto dalle elites. Un cittadino deve essere solamente un povero suddito, incapace di poter vivere in autonomia ed obbligato per sopravvivere ad applicare le indicazioni avute dai clan che affermano di conoscere il mondo e di governarlo.
Inoltre non basta dichiarare di essere favorevoli alla capacità scientifica di conoscere. Occorre praticarla davvero. Cosa che richiede di seguire minuziosamente il criterio di osservare di continuo e di prendere davvero atto dei risultati sperimentali. Invece, al giorno d’oggi capita perfino che esperti dei meccanismi della scienza (pertanto con piena conoscenza di quali siano realmente simili meccanismi), propagandino i potenziali sviluppi della scienza e della tecnica continuando ad attribuir loro il sogno (senza neppure accennare al come farebbero) che gli umani arrivino a disporre di energia pulita senza limiti di alcun genere. Eppure, fare tale sogno senza neanche accennare al come raggiungerlo, contrasta con la logica della scienza sperimentale, nel profondo e sotto vari aspetti essenziali.
Un simile stato di cose, rende indispensabile che il liberalismo continui a battersi, con paziente ma incrollabile determinazione, contro il dominio nell’opinione pubblica di una tendenza culturale del genere. L’obiettivo dei liberali è far maturare prima possibile la cultura dello stare ai fatti quale premessa alle scelte politico elettorali, e dell’abbandonare al contempo la strada plurisecolare di tipo deterministico, dell’emozionarsi, dello sperare, del promettere, del preferire i sudditi ai cittadini. Tanto più che, nel momento presente, è in continuo aumento non solo la velocità di calcolo dell’IA ma pure la rapidità del modo di interagire nelle quotidiane relazioni interpersonali.
Porsi il precedente obiettivo è una battaglia decisiva per migliorare la convivenza e le condizioni umane, tenendo attive le relazioni democratiche e la capacità di confrontarsi sui problemi veri del vivere . Occorre riuscire a raggiungerlo, alla svelta il più possibile. Una volta adottato il criterio dello stare ai fatti, le successive decisioni politiche conserveranno il marchio delle diverse convinzioni di ciascun elettore e insieme diverranno sempre più adatte ad essere valutate sulla base dei rispettivi risultati effettivi, indotti ogni volta dall’uso dello spirito critico individuale nel prendere iniziative. Ciò sarà un passo avanti di rilievo nel costruire, tramite la conoscenza, il percorso di maturazione di libere istituzioni preposte al convivere. E pertanto impegnate con insistita continuità al costante aggiornamento delle norme legali e delle condizioni strutturali della libertà tra i conviventi. In ogni caso ben consapevoli che occorre rifuggire il pretendere – e anche solo lo sperare – di conoscere in anticipo i particolari del futuro.
Certo, questo percorso all’insegna dell’inseguire una maturazione virtuosa – percorso dovuto non solo all’ attuale impossibilità umana di utilizzare un’enorme capacità di calcolo nell’elaborare i dati dell’esperienza in materia del convivere, ma anche ai limiti fisiologici umani – non ha quelle caratteristiche di velocità e di potenza presenti nell’aumento della capacità di calcolo decisive nella sperimentazione quantistica. E’ il solo mezzo – ancora oggi –di cui disponiamo noi umani, ammaestrati dall’esperienza, è questo: il percorso della consapevolezza liberale di stare ai fatti e dello spirito critico individuale (consapevolezza unita allo sforzo di non ricadere nel millenario illudersi di ricorrere a istruzioni prestabilite per conoscere il mondo concreto). E’ il solo mezzo – ancora oggi – di cui disponiamo come umani per poter progredire in modo serrato, anche se pieno di incertezze, nell’edificare istituzioni più aperte , le sole adatte ad agevolare il nostro convivere. E’ un aspetto decisivo. E’ il marchio dei liberali nel mondo attuale: essere visti quale soggetti di secondo piano pur essendo l’avanguardia comprovata nell’indicare la direzione delle scelte da compiere ad ogni momento in tema di libertà. E’ un aspetto decisivo di cui i conviventi dovrebbero divenire consapevoli in tempi stretti.
Ricordiamo cosa scrisse Stuart Mill da liberale: “il valore che ogni periodo storico ha acquisito tra i posteri è direttamente proporzionale alla libertà che sotto questo aspetto ha concesso a chi vi è vissuto”. Fino ai giorni nostri questo principio ha mostrato di avere piena validità. Perciò i liberali lo prendono come obiettivo guida, per confermare che la cultura e le iniziative del mondo occidentale sono state sempre l’origine dei progressi umani.