Cronologia del Liberalismo fino a 4.12 c)

4.11 – Un anno di assestamenti – Durante la prima metà di gennaio ‘75, in Danimarca si tennero le elezioni anticipate, a seguito dell’insufficiente appoggio parlamentare al precedente Governo monocolore liberale di minoranza del Primo Ministro Poul Hartling , in carica da circa un anno. Il Venstre guadagnò voti ma non abbastanza Anche il Partito Socialista aumentò quanto bastò per rieleggere Primo Ministro Jørgensen, il quale per la seconda volta capeggiò un Governo di minoranza. Anker Jørgensen si impegnò principalmente sul conservare le condizioni dello stato sociale danese e lo fece anche negli anni seguenti attraverso altri gabinetti.

Negli Stati Uniti, il Congresso aveva una maggioranza democratica dovuta al netto successo ottenuto alle elezioni di mezzo termine del novembre precedente. Una maggioranza repubblicana che faceva resistenza all’intenzione del Presidente di proseguire  la distensione con l’URSS. Durante il ‘75  iniziò la ripresa economica dopo due anni di forte recessione. A fine primavera Ford visitò Roma, incontrando Moro.  Il clima politico  americano restava molto teso, tanto che durante la tarda estate il Presidente Ford scampò a ben due attentati.

Durante l’inverno ‘75, il dibattito politico italiano era ormai cristallizzato sulla formula di governo di centrosinistra (priva di sbocchi  davvero funzionanti) e su due temi specifici, sui quali il Governo era spaccato nella sostanza. Uno era il tema della riforma radiotelevisiva , che i dirigenti RAI capitanati dal direttore Bernabei ed appoggiati dalle strutture  dei Ministeri delle Poste e degli Interni, volevano conservare sotto il primato pubblico. Il PLI proponeva  la liberalizzazione. Il Governo e l’opposizione di sinistra ne  diffidavano inclinando alla lottizzazione, e ottenendo in Parlamento una fiducia su un decreto poi ritirato. Fu fatto un nuovo disegno di legge, per ridiscutere questioni cardine per i liberali, come il diritto di accesso e di rettifica; tuttavia un  disegno di legge che dava per scontata la conferma del monopolio RAI, ammesso dalla Corte Costituzionale in base a dati tecnici  non veri (tra le proteste del PLI).

L’altro tema al centro del dibattito, era la questione dell’interruzione volontaria della gravidanza. Tra i partiti, i laici  erano per introdurla (molto determinato il PLI delle minoranze e della maggioranza di Libertà Nuova), la sinistra era più titubante, mentre la DC e le destre erano contrarie. A metà febbraio ‘75, il PLI si schierò ufficialmente per la legalizzazione dell’aborto in casi prestabiliti e venne criticato da Brosio. Il dibattito in Consiglio si concentrò soprattutto sulla “legalizzazione dell’aborto entro 90 giorni dalla data di concepimento quando esso sia motivato da ragioni di necessità grave ed obiettiva”. Tesi approvata con ampio margine, confermando ancora una volta che il PLI era all’avanguardia rispetto ai partiti storici senza però essere capace di dare a tale visione una dimensione di alleanze conseguenti. Questione indispensabile nel nuovo quadro complessivo che, nella sinistra extraparlamentare, vedeva il  PCI apertamente accusato di connivenza con l’apparato repressivo statale e di concepire il compromesso storico quale ordine antioperaio.

Da parte sua la DC, rispose al nuovo clima post referendario accettando riforme strutturali fino ad allora impensabili, che introducevano una concezione più libera dei rapporti interpersonali. Significativo il varo del nuovo diritto di famiglia che sancì la parità giuridica dei due coniugi , introdusse la comunione dei beni, abrogò la separazione per colpa e la distinzione tra figli legittimi e naturali. Tuttavia un’apertura timida, che infatti i liberali chiesero invano di allargare , tanto da non essere del tutto soddisfatti proprio per la sua limitatezza.

In Gran Bretagna , il Premier Wilson, subito dopo le elezioni di ottobre, si trovò alle prese con la notevole contrarietà, all’interno dei Laburisti (l’ala sinistra) e anche dello stesso Governo, all’ingresso del paese nella CEE, soprattutto temendo di perdere sovranità e di venire colpiti dagli aumenti dei prezzi. Wilson reagì con determinazione, decidendo di indire i primi di giugno del ’75 un referendum sull’ingresso nella CEE della Gran Bretagna, che da un decennio costituiva un punto chiave del suo programma. Wilson  riportò un successo clamoroso, con due terzi di voti a favore del restare nella CEE. Contemporaneamente, tuttavia, permaneva la crisi economica, con disoccupazione, scioperi e un’alta inflazione.

In Germania, il Governo Schmidt Genscher dovette ancora affrontare la crisi energetica,  fronteggiare il terrorismo della Rote Armee Fraktion (processata a fine maggio) , attuare aperture nella Guerra Fredda, concretizzare la partecipazione alla CEE voluta da Socialdemocratici e Liberali e osteggiata dai Comunisti e dai Popolar Socialisti. In Danimarca, il Governo socialista di minoranza era impegnato sul come sostenere il sistema sociale pubblico in un periodo di crisi economica ed in più iniziava a dibattere il problema ambientale, anche in connessione all’indipendenza energetica. Il tutto nel quadro di forti tensioni tra i lavoratori ed accaniti confronti sui diritti civili, sul ruolo della famiglia e sui rapporti maschi femmine.

Alla metà marzo, si svolse a Salsomaggiore il Congresso Nazionale della Gioventù Liberale Italiana presente l’intero stato maggiore del Partito. Un Congresso da ricordare poiché avviò il processo di cambio di maggioranza nel PLI. Nella sostanza, avvenne che la spaccatura tra i delegati rese necessario affidare la Presidenza Provvisoria del Congresso allo stesso Bignardi per procedere alla elezione delle cariche congressuali. Il voto a scrutinio segreto dette 96 voti al candidato della lista delle opposizioni,  95 voti alla lista di Libertà Nuova  e 1 contestata in quanto riportava il voto “LN”. La scheda contestata era decisiva perché, a parità di voti, sarebbe prevalsa l’anzianità del candidato di Libertà Nuova. Bignardi soppesò molto a lungo la questione e concluse che la sigla LN poteva sia indicare qualsiasi cosa  sia essere un segno di riconoscimento convenuto, e dunque che la scheda doveva essere annullata. La decisione di Bignardi fu considerata al tempo stesso una prova di onestà intellettuale e il rifiuto di avallare ancora i metodi della destra giovanile, ormai dedita più al palazzo che ad una effettiva presenza tra i giovani, nelle scuole e nelle università.

Il Congresso proseguì con il dibattito e alla fine vennero presentate due liste per gli organi da eleggere. Al momento della lettura in aula del verbale della Commissione Verifica poteri, la destra guidata dal Vice Segretario uscente,  tentava di impedirla e di stracciarne i fogli, facendo scoppiare tumulti sedati dall’intervento dei carabinieri.   Dopo qualche ora , il Congresso riprese e  i giovani della destra  cercarono di rovesciare il tavolo della Presidenza. Constatata la situazione, Bignardi sciolse il Congresso, preferendo non vincerlo al rischiare di perderlo. Nei giorni successivi, la Direzione Centrale del PLI  nominò Bignardi Commissario straordinario  e dichiarò decaduti i consiglieri nazionali PLI della destra eletti a Taranto ‘72. Salsomaggiore costituì il tentativo di Bignardi di assumere il piglio del leader politico realistico che  decide di fronte alle deviazioni totali dalla propria linea. Però non sarà risolutivo.

Nelle medesime settimane, a livello del Parlamento italiano, vi erano frequenti diatribe tra i laici . che poi rafforzavano la supremazia da parte della DC e del PCI, cioè il bipolarismo imperfetto. Da qui venne una delle maggiori riforme del centro sinistra. La RAI passò non dal monopolio al pluralismo dell’informazione, ma dal monopolio monocolore al monopolio lottizzato. Invece di confermare il ruolo del servizio pubblico e aprire ai privati per gli altri aspetti, si dette il nome concorrenza alla rivalità tra le tre reti RAI, ciascuna con propria struttura, propri dirigenti, proprio ruolo e proprio telegiornale. Ogni rete venne affidata alla rigida influenza di uno dei tre principali partiti, DC, PSI e PCI, e, per vigilare sul rispetto di questo accordo, venne istituita la Commissione Parlamentare di Vigilanza. Prima della riforma il problema della RAI-TV era il perbenismo tradizionalista della DC, dopo divenne quello della spartizione consociativa seguita da una feroce partigianeria interna, con buona pace dell’obiettività e della completezza dell’informazione.

Da rilevare che, eccetto le critiche del PLI alla conferma del monopolio, gli altri laici, in particolare i repubblicani con Bogi e i socialisti, gioirono festanti nella convinzione di avere creato un sistema alternativo allo strapotere DC e in più di aver obbligato il PCI a riconoscere l’importante novità. La realtà era un’altra. La DC aveva gattopardescamente consolidato il suo potere, dandone un po’ a socialisti e laici minori e un altro pò al PCI. Di nuovo veniva applicato l’insegnamento di Moro: l’importante era guadagnare tempo.

In Portogallo arrivarono a compimento  gli sviluppi della Rivoluzione dei Garofani dell’anno prima attuata dal Movimento das Forcas Armadas, MFA,  seppur politicamente diviso al proprio interno sulle prospettive. A fine aprile ‘75, per la prima volta dopo cinquanta anni, ci furono le elezioni dell’Assemblea Costituente e vinsero i socialisti di Mario Soares sfiorando il 38%, battendo  il Partito Popolare Democratico di Sa Carneiro  al 26,5%, rappresentante dei moderati e liberali, ed anche il Partito Comunista di  Alvaro Cunhal al 12,5% , che aveva forti legami con il Movimento delle Forze Armate. Venne formato un governo di coalizione con un largo appoggio, il quale tuttavia si trovò a dover fronteggiare tensioni sempre più diffuse, quando tentò le nazionalizzazioni e la riforma agraria. Con scarso successo ma almeno si era consolidata la libertà civile.

In Belgio, era in carica dall’anno precedente il Governo Tindemans I, di ampia coalizione dedito principalmente  ad affrontare gli effetti della crisi economica internazionale e in ambito interno le crescenti richieste autonomistiche dei fiamminghi e dei valloni. Difatti quel periodo fu determinante per la progressiva trasformazione del Belgio da Stato unitario a  Stato federale sotto il Regno di Re Baldovino.

In Olanda il Governo Den Uyl continuava a contribuire allo sviluppo della CEE mentre proseguiva negli ultimi passi del suo processo di decolonizzazione . Il clima del dibattito politico era aperto e venivano trattate a livello normativo diverse tematiche all’epoca d’avanguardia , quali l’eutanasia, il sesso a pagamento, le  droghe leggere, l’interruzione volontaria di gravidanza. Ma era in corso anche l’impegno per affrontare tematiche sempre incombenti. Come una riforma sanitaria per rendere le cure più efficaci, più attente alle esigenze civili e meno soffocate dalle burocrazie pubbliche. Oppure come dipanare il problema dell’aumento dell’immigrazione musulmana, che si profilava pressante.

Il confronto politico in Italia non individuava composizioni. In particolare il mondo laico era  freddo sull’ipotesi del raccordo tra i partiti laici e nel PLI la Segreteria non si staccava dall’idea di anteporre a tutto la lotta al comunismo internazionale, trascurando  una caratteristica di fondo del liberalismo, l’adeguarsi alle peculiarità del paese in cui si opera. Atteggiamento non casuale, perché la maggioranza di Libertà Nuova era ormai possibile solo con il voto della destra e  Brosio dichiarava “inaccettabile una accentuazione in senso antidemocristiano del patto laico, in quanto un attacco a fondo contro la DC precluderebbe la sola alternativa oggi possibile”. Pertanto il dissenso di Bozzi (“bisogna condizionare la DC senza agitare unicamente lo spettro dell’avanzata comunista – di cui la DC è la causa principale – offrendo agli elettori il senso dello Stato contro i centri di potere”) era significativo ma non riusciva ad incidere.

Nell’arco dei partiti le regionali dettero un risultato diverso dal solito. La DC calò del 2,5%, il PCI guadagnò quasi il 6% arrivando nella sua scia a meno 2,8%, il PSI. attestandosi al 12%. guadagnò un 1,5 (perso dal PSDI), Democrazia Proletaria e Unità Proletaria ottennero insieme un 1,35%, stabile il PRI, lieve aumento del MSI. nuovo dimezzamento del PLI. La politica seguita fino a lì da Libertà Nuova era insostenibile. Finalmente cominciarono davvero ad agitarsi le acque interne del PLI.

Sempre a giugno entrò in vigore in Grecia la nuova Costituzione. Stabilì una forma di stato parlamentare , con un Primo Ministro ed un esecutivo, e al vertice un Presidente di garanzia. Prevedeva robusti diritti civili e politici, e tutelava  le libertà fondamentali garantendole dagli autoritarismi. Tanto che qualche mese dopo venne di nuovo legalizzata l’esistenza del Partito Comunista.

Nei mesi seguenti vi furono novità di rilievo in Francia, in Portogallo, in Spagna ed anche in Italia.  In Francia , a novembre il Presidente Giscard, insieme al tedesco Schmidt, convocò un vertice a Rambouillet il primo vertice dei paesi più industrializzati (Francia, Germania Ovest, Giappone, Italia, Regno Unito, USA, cui più tardi si  unirà il Canadà) per affrontare la crisi economica globale causata dalla non convertibilità del dollaro e dalle vicende del petrolio.  In Portogallo il Movimento delle Forze Armate si spaccò tra l’ala moderata e quella filocomunista e quando, verso fine novembre, si verificò un tentativo di colpo di Stato da parte dell’estrema sinistra, venne represso dai militari moderati , che cacciarono dall’MFA i gruppi più radicali. In Spagna, dopo una lunga malattia morì il generale Francisco Franco , che esercitava la dittatura dal 1939. Applicando la legge da lui fatta anni prima, divenne Re Juan Carlos I e si avviò il percorso di rinascita della democrazia.

In Italia dopo i risultati delle regionali e  l’avanzata del PCI , la DC sfiduciò il Segretario Fanfani e lo sostituì con Zaccagnini , affidandosi alla piccola corrente morotea. In autunno il Presidente Moro insisteva, vista anche la pressione socialista, di avere un confronto non superficiale con il PCI. E il PCI  valorizzò il successo elettorale e insistette sulla prospettiva dell’intesa tra le forze democratiche nel quadro del compromesso storico. Un’insistenza, però, criticata dal PSI, ma anche dal grosso della DC, che si dimostrò poco concorde sulla linea del governo Moro, in specie sul rapporto da tenere con l’opposizione PCI.

Nel PLI , dall’estate c’erano state varie riunioni di Direzione e del Consiglio Nazionale, ove Libertà Nuova era sì riuscita rieleggere ad ottobre Bignardi  con l’aiuto di Sogno, ma la cosa non aveva né risolto il rapporto con le minoranze né la continua fuoriuscita da Libertà Nuova. Anzi. Aveva indotto le due correnti di minoranza a sviluppare l’accordo dei gruppi giovanili un anno prima e a fondersi nella nuova corrente . Democrazia Liberale, su una precisa linea alternativa alla Segreteria. Di conseguenza,  siccome Malagodi e Bignardi comprendevano che andare avanti avrebbe reso indispensabile stringere una stretta alleanza con l’estrema destra mentre loro avevano una costante e coerente avversione alla prospettiva della “Grande Destra”, alla vigilia di Natale indissero a Milano una riunione insieme a Democrazia Liberale, nella quale comunicarono la rinuncia alla Segreteria e di voler porre le basi per un accordo da formalizzare al Consiglio Nazionale a fine gennaio e poi da sancire al Congresso Nazionale ad inizio  primavera.

Intanto nelle recenti settimane, alle commissioni riunite sanità e giustizia della Camera era iniziata la discussione sulla proposta di legge per la depenalizzazione dell’aborto. Una proposta cui si dichiararono contrari solo DC e MSI. Lo schieramento abortista concorda sulla libera scelta della donna nei primi tre mesi della gravidanza.  Il Presidente  Moro si appellò al senso di responsabilità delle forze politiche, e sul punto trovò l’appoggio del PCI.  Si formò un asse DC-PCI contro l’aborto libero, che divenne il fulcro del rifiutare  molte proposte dei gruppi laici. Poi esisteva una parte del PSI, che, quando la Consulta dette il via libera al referendum per abolire le norme allora vigenti nella materia aborto, sollecitò le elezioni anticipate per rinviarlo di un anno.  I sindacati erano contrari all’anticipo.

I primi di dicembre, il 2,  si verificò un grave episodio terroristico in Olanda. Alcuni giovani molucchesi – in lotta per sostenere   quegli abitanti delle Molucche  che  in patria, oltre venti anni prima,  erano stati dalla parte degli olandesi in nome della comune fede cristiana  combattendo gli indipendentisti indonesiani, e che, dopo la fine del colonialismo, non volendo restare sotto gli indonesiani, erano stati fatti venire in Olanda , senza però venire integrati ed anzi  emarginati e  confinati  in specie di campi  di concentramento – sequestrarono un treno diretto a Groninga con 50 passeggeri  uccidendone tre per sollecitare le  richieste sui diritti dei connazionali emarginati . Il Governo olandese trattò per due giorni, furono uccisi altri due ostaggi,  finché  Il 4 dicembre un altro gruppo di molucchesi assalì il consolato indonesiano ad Amsterdam.  Allora il governo decise di passare all’opzione violenza.

Nella CEE il fine anno ebbe un particolare rilievo. L’allora Primo Ministro belga Leo Tindemans presentò al Consiglio europeo (29 dicembre) il Rapporto  commissionatogli un anno prima. Un testo lungo, dettagliato, non banale, scritto da un assertore dell’unità dell’Europa certamente convinto, il quale però, altrettanto di certo,  non  dava alla CEE un ruolo rientrante davvero nell’ambito del percorso iniziato dai Trattati di Roma nel 1957.  I Trattati di Roma avevano espresso la volontà tra i sei paesi firmatari   di andare oltre gli Stati tradizionali di potere fondati sulle elites e di affidarsi piuttosto alle attività quotidiane delle relazioni tra i cittadini europei. Ovviamente un percorso da far maturare. Il Rapporto Tindemans, viceversa, si ispirava alla tradizionale concezione degli Stati di potere e vagheggiava una CEE imperniata sulle decisioni degli Stati, non tanto dei cittadini.

Nel suo lungo testo, evocava quali obiettivi soprattutto la solidarietà concreta, fondata sull’impegno politico degli Stati, il trasferimento di competenze ad organi comuni, il Consiglio d’Europa quale centro di decisione unico che determina l’orientamento generale. In un testo di ottantamila battute (oltre gli spazi), il termine libertà è usato una sola volta, per di più riferito alla libertà dell’organizzare il lavoro, non dei rapporti tra cittadini che esprimono le rispettive iniziative. Insomma un Rapporto assai diverso dallo spirito del liberalismo che aveva creato la CEE.

In Italia, sempre a fine anno, il socialista De Martino dichiarò ormai esaurito il centro sinistra e indicò la necessità di realizzare gli equilibri più avanzati coinvolgendo il PCI nel governo. Però Moro insisteva nel dire di non voler e di non poter andare oltre nell’apertura a sinistra. Allora, il PSI ritirò l’appoggio al DC-PRI. Il Governo Moro IV si dimise a Befana.

4.12   Gli anni del compromesso storico italiano –  a) L’anno 1976 – Il gennaio fu segnato dalle intricate vicende della crisi di governo in Italia, con numerosi cambi di indirizzo. Poi la questione più destabilizzante cominciò a svilupparsi negli Stati Uniti. Indiscrezioni giornalistiche di grande rilievo, diffusero la notizia che la CIA, su incarico del Presidente,  aveva erogato sei milioni di dollari alla DC, al PRI e al PSDI. Seguirono tante smentite e polemiche, e pochi giorni dopo anche il veto di Ford alla pubblicazione del rapporto del congresso sui finanziamenti ai partiti italiani anticomunisti erogati dalla CIA alle elezioni del 1972. Intanto, sul mercato dei cambi, la lira perse intorno al 5% sul dollaro.Verso fine mese, negli Stati Uniti, altre indiscrezioni stampa e stavolta pure TV, divulgarono parti di un rapporto di una commissione d’inchiesta. Alle regionali di sei mesi  prima in Italia, la CIA  aveva versato almeno sette miliardi di lire ad una ventina di parlamentari, in  prevalenza DC e PSDI.

Il Consiglio Nazionale PLI del 1 febbraio , sancì gli accordi presi a Milano alla vigilia di Natale. Una mozione unitaria Liberali Uniti, primi firmatari Malagodi, Bignardi e Zanone , votata dal 62,3% dei Consiglieri, relegò all’opposizione una minoranza di Destra guidata da Edgardo Sogno, Manlio Brosio e Giuseppe Alpino. Zanone venne eletto Segretario, Bignardi Presidente e Malagodi Presidente d’onore. Vice Presidenti Bonaldi (confermato) e Papa (Democrazia Liberale), Vice Segretari Altissimo e Biondi per Democrazia Liberale con Compasso (confermato) e Capelli per Libertà Nuova. Da rimarcare il pessimo risultato di Malagodi che ottenne 82 voti con 38 bianche e 21 disperse mentre Bignardi 110 voti, 29 bianche e 2 disperse , a riprova che la destra incolpava Malagodi di cedimento a sinistra. La linea della mozione “Liberali Uniti”, insieme “alla netta chiusura verso il Movimento Sociale e il Partito Comunista e ad una forte critica verso la Democrazia Cristiana”, riconosceva la “funzione che il Socialismo poteva svolgere per lo sviluppo dell’ordinamento democratico nel quadro di una Società e di uno Stato libero” , ed auspicava “l’evolversi del PSI verso la completa autonomia quale esponente democratico della Sinistra Italiana”. Era stata sbloccata la lunga  strada per andare oltre la schizofrenia del PLI nel rapporto con la DC.

Nei medesimi giorni, si allargava negli Stati Uniti  lo scandalo dei finanziamenti della CIA e ne spuntò un secondo, quello dei finanziamenti della Lockheed,  grande impresa produttrice di aerei. Nel primo vennero fatti i nomi del Ministro DC Gui e del leader PSDI Tanassi nonché messi a disposizione dell’Ambasciata d’Italia documenti al riguardo. Nel secondo vennero indicati quali intermediari gli avvocati romani fratelli Lefebvre. Quasi contemporaneamente,  Moro sciolse la riserva per costituire il Governo monocolore Moro V (in cui non confermò il Ministro Gui) e la procura di Roma inviò una comunicazione giudiziaria agli avvocati Lefebvre. Inoltre, nella DC Arnaldo Forlani si candidò in vista del Congresso Nazionale che ci sarebbe stato a breve ed attaccò la segreteria di Zaccagnini chiudendo al PCI e diffidando del PSI.

Il monocolore Moro V ottenne la fiducia usufruendo dell’astensione iniziale del PSI (il PLI rimase all’opposizione). Dai primi di marzo, in poco più di un mese, ci furono i Congressi Nazionali. Cominciò il Congresso PSI, con la conferma di De Martino sulla linea dell’alternativa a sinistra segretario Dopo il Congresso DC confermò Zaccagnini in volata e con forti dissensi, cosicché il governo navigava in acque sempre più agitate.  

Intanto, nella Spagna del nuovo Re Juan Carlos, all’inizio di marzo avvenne nei Paesi Baschi un grave fatto di sangue. La polizia , intervenendo con modi avventati ad un’assemblea di scioperanti, sparò causando 5 morti e oltre cento feriti. A parte la risposta  terroristica dei separatisti dell’ETA (sigla che in basco significa “Paese Basco e Libertà”) che entro poche ore uccise due poliziotti,  fu un riprova evidente dell’urgenza di una sollecita modifica nelle forme di governo del paese.

A metà marzo  in Gran Bretagna ci furono le improvvise dimissioni del Premier Harold Wilson, che, guidando da neppure un anno e mezzo un Governo di minoranza parlamentare, ritenne non esistessero più le condizioni per continuare. Nelle settimane seguenti il Partito Laburista elesse suo leader James Callaghan con posizioni centriste e attento ai rapporti coni sindacati. Callaghan divenne Primo Ministro il 5 aprile e continuò la linea  precedente dovendo affrontare una crisi con l’inflazione a più del 15%  e un alto livello  di disoccupazione (circostanza che nei mesi porterà a diverse tensioni all’interno della compagine governativa).

In Italia, verso metà di aprile.  si concluse la  stagione dei Congressi Nazionali con quello a Napoli del PLI  preparato sulla linea politica di Liberali Uniti. Nella maggioranza non ci furono particolari problemi, ma siccome  la destra di Alternativa Liberale esercitava, contro quella che chiamava lo slittamento a sinistra, una forte pressione su Libertà Nuova, Bignardi propose, a conferma dell’accordo unitario, che alla fine si votassero le  distinte liste politiche esistenti in Liberali Uniti ma che poi Democrazia Liberale e Libertà Nuova si dividessero alla pari i Consiglieri Nazionali complessivamente eletti. La proposta di Bignardi suscitò un deciso contrasto in Democrazia Liberale durato due giorni.  Zanone voleva accettarla, ma una notevole maggioranza dei delegati decise di rispettare il voto della periferia, che aveva dato  almeno il 50%   a Democrazia Liberale. Così con Libertà Nuova venne stabilito di rispettare le percentuali del voto congressuale alle liste però con una modalità di assegnazione degli eletti diversa da quella stabilita al momento. Cioè gli eletti sarebbero stati suddivisi proporzionalmente ai voti avuti,  non ci sarebbe stato il premio di maggioranza, e la seconda lista avrebbe avuto 5 eletti in meno da decidere concordemente dalla prima e dalla seconda lista. Una procedura strana che pure risulterà decisiva oltre un anno dopo.

La nuova immagine del PLI fu riassunta dalla mozione di maggioranza in quattro punti: solidarietà democratica,  rifiuto del governo di grande coalizione, prospettiva dell’alleanza laica, alternativa al comunismo. Il Congresso dette il 51,4% a Democrazia Liberale. il 40,9% a Libertà Nuova , il 7,7% ad Alternativa. Di conseguenza DL ebbe 84 consiglieri, LN 63, AL 13 e 5 da indica dall’accordo DL-LN. Dunque Democrazia Liberale aveva la maggioranza pure da sola negli organi di vertice. Era una novità significativa. In più avvenne un episodio  illuminante.  Il capo della Segreteria pese l’iniziativa di emanare  un comunicato in cui era scritto “il PLI si colloca alla sinistra della DC ed a destra del PCI”. Divenne il logo durante la Segreteria Zanone.

Nelle medesime settimane, in Portogallo, pur restando forte  l’influenza politica dei militari, venne votata una nuova Costituzione che sanciva il pluralismo. Poi a giugno nelle elezioni del Presidente della Repubblica.  sarà eletto il generale Antonio Eanes.

A fine aprile, in Italia,  il Governo Moro si dimise a seguito di un articolo del PSI a favore dell’apertura a sinistra  e il Presidente Leone convocò le elezioni anticipate a metà giugno. Quelle sette settimane furono costellate da atti di violenza pubblica con morti e da fortissime tensioni nel mondo cattolico. Il PCI premeva fortissimo alla base dei cattolici riuscendo ad insinuarsi abbastanza, mentre le alte gerarchie facevano richiami sempre più netti al pericolo strutturale comunista per la democrazia. Così, un noto giornalista cattolico, con trascorsi al vertice DC, Raniero La Valle, si candidò al Senato nel PCI  sostenendo  che non è una contraddizione essere cristiani e al tempo stesso marxisti. E perfino tra i vescovi dell’Assemblea della CEI riunita negli stessi giorni serpeggiava in modo palese l’incertezza. Incertezza che peraltro venne messa da parte, su indicazione del Papa e dei vertici CEI, dal documento finale (approvato con una astensione larghissima) che ribadì l’incompatibilità tra cattolicesimo e marxismo ed invitò a votare solo DC.

Era un divaricarsi, non raro nei cattolici, tra chi privilegia il diffondere la propensione religiosa presso i fedeli senza preoccuparsi del quadro istituzionale in cui si trovano e chi invece privilegia la necessità che il quadro istituzionale consenta la libera espressione del credo religioso e dunque da importanza all’assetto civile. In ogni caso, nel clima di estrema tensione, avvenne anche un fatto nuovo. Berlinguer, pochi giorni prima delle elezioni, cercò di rendere credibile il PCI sostenendo che l’Italia doveva restare nella NATO, perché l’Alleanza Atlantica era una garanzia per costruire il socialismo nella libertà. Quella svolta fu utile al PCI, più che sul voto, per il dopo elezioni.

Nelle urne ci fu  la piena tenuta della DC sulle politiche del 1972 (sfiorò il 39% ricuperando oltre tre punti sull’anno prima), il massimo storico del PCI che arrivò al 34,47%  (con un guadagno consistente di parlamentari), il regresso del PSI sulle regionali ritornando al 1972,  e la sconfitta del MSI (sul ’72 perse il 2,57% e una trentina di parlamentari). Dei laici minori il PRI fu stabile, il PSDI perse circa il 2% , il PLI (che non aveva avuto il tempo per diffondere la nuova linea) si salvò a stento con l‘1,31% (perdendo ottocentomila voti sul  ’72)  facendo eleggere cinque deputati (quindici in meno) e tre senatori (oltre un senatore su una lista dei tre laici minori a Firenze). Non si realizzò la speranza di Berlinguer di riuscire a sorpassare la DC e di essere determinante per governare. In più Democrazia Proletaria rientrò alla Camera con sei parlamentari e vi fecero ingresso per la prima volta i Radicali con quattro .

Nel frattempo, nel mese di maggio, il  Re spagnolo  Juan Carlos aveva prima  indotto il Governo ancora in carica dall’epoca franchista, a legalizzare il diritto di associazione, e poi, all’inizio luglio,   lo aveva sostituito con un Governo più aperto presieduto da Alfonso Suarez,  con il programma di preparare in tempi rapidi una riforma istituzionale.

In Israele , c’era da poco più di un anno il Governo del laburista  Rabin (il primo con un Primo Ministro nato in una città divenuta nei decenni parte di Israele) quando a livello internazionale si verificò un episodio gravissimo dal punto di vista della cultura liberale.  A metà novembre l’Assemblea dell’ONU votò , con il 50,7% di favorevoli (il blocco sovietico e i paesi arabi), la mozione  3379  in cui era scritto  “il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale”.  Una mozione che, nel suo discorso l’Ambasciatore israeliano, definì priva di ogni valore morale o giuridico (per fortuna l’Italia , il Ministro degli Esteri era Nenni, votò contro). Fu la riprova che l’ONU stava divenendo un coacervo di Stati disposti a scelte illiberali per interessi di sopraffare gli altri in quanto diversi   e che di conseguenza fossero sempre meno credibili i gruppi impegnati a fare dell’ONU una sorta di governo mondiale. Per di più non tenendo conto del fatto che lo Stato di Israele era il solo in tutto il Medio Oriente a praticare in piena coerenza nel convivere la democrazia liberale.

La mozione 3379 dell’ONU, oltre a creare un clima di tensione e di isolamento attorno ad Israele, ne influenzò il clima interno. Si intensificarono i movimenti di fedeli ebrei che volevano fondare  insediamenti in Cisgiordania. Ma anche quelli degli ebrei che volevano edificare dall’altra parte del fiume, in Galilea, espropriando gli arabi del luogo. in Galilea a fine marzo ’76 ci fu uno sciopero generale dei cittadini arabi e scontri con la polizia che fecero morti. Inoltre, in Israele crebbero gli episodi di terrorismo. Il più noto a livello internazionale fu la cattura di ostaggi israeliani da parte di terroristi palestinesi dirottando a fine giugno il volo Tel Aviv-Parigi  portato a Entebbe, Uganda. Qui,  i dirottatori furono aiutati dal dittatore locale, però il governo Rabin decise un blitz a sorpresa delle forze speciali israeliane, effettuato nella notte tra il 3 e il 4 luglio. Tutti gli ostaggi vennero liberati incolumi.

In Gran Bretagna stava iniziando un’estate torrida che portò ad una siccità eccezionale e addirittura alla nomina di un Ministro in materia. Il Governo di Callaghan, essendo minoritario, aveva molta difficoltà  a governare  e così ricercò l’appoggio esterno del Liberal Party che negli stessi giorni elesse leader David Steeel. Dopo nove mesi verrà raggiunto l’accordo Lib Lab.   Mentre in Italia , a metà luglio , ci fu una novità nella posizione politica del PSI dopo le dimissioni di De Martino, gravemente sconfitto sulla prospettiva dell’apertura al PCI. Arrivò alla Segreteria l’on. Craxi con il voto di tutti salvo i demartiniani astenuti. Ancora giovane e nenniano, sul subito non fu considerato una svolta particolare. E l’Unità lo dileggiò scrivendo “Craxi è il nulla”. Negli Stati Uniti si andavano sviluppando le Convenzioni in vista delle Presidenziali. Il Presidente uscente ottenne la ricandidatura dopo aver superato lo sfidante  ex Governatore della California Ronald Reagan e costretto ad accettando un programma conservatore per lui insolito. Tra i Democratici, dati favoriti scontati a seguito delle vicende di Nixon, emerse a sorpresa l’ex Governatore della Georgia, Jimmy Carter, mai coinvolto in scandali.

In Portogallo, il capo del Partito Socialista Soares divenne Primo Ministro con un governo minoritario su una linea interna di stabilizzazione democratica (riuscendo a gestire i notevoli tumulti del periodo) e in campo europeo di avvicinamento alla CEE.

In Italia, il dopo elezioni venne caratterizzato daIl’attivismo del PCI convinto di determinare gli indirizzi del paese ed imporre la fine della preclusione anticomunista. In quanto secondo partito ottenne  il Presidente della Camera. Per il resto la regia di Moro propose un monocolore DC presieduto da Andreotti (minoranza interna) puntando esplicitamente ad ottenere la fiducia attraverso la non sfiducia di molti gruppi parlamentari. Così Andreotti ottenne la fiducia per il suo terzo governo l’ 11 agosto, con i voti della DC e l’astensione di PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI, indipendenti di sinistra (il PLI si astenne perché, disse Bozzi, “c’è anche una prospettiva verso un’alternativa che riteniamo auspicabile, ieri abbiamo avuto qualche apertura in questo senso nei discorsi dell’onorevole Craxi e dell’onorevole Zaccagnini”).

Poco prima della fine di agosto, in Francia, si concluse la tesa coabitazione tra il Presidente Giscard d’Estaing liberale ed il Primo Ministro  Chirac pompidouiano di matrice socialista. I dissensi erano stati vari – Chirac aveva anche chiesto elezioni anticipate non concesse da Giscard –  ma il principale  era sul come concepire la Presidenza. Alla fine Chirac ritenne di non s poter più proseguire e di dimise. Subito sostituito da Raymond Barre, un economista di scuola liberale, non parlamentare.

Pochi giorni dopo la metà settembre, il 20, il Consiglio CEE prese una storica decisione per far compiere un ulteriore decisivo passo avanti ai Trattati di Roma. Venne stabilito che nel 1979 si sarebbe tenuta la prima elezione per eleggere il Parlamento CEE. L’Atto relativo all’elezione emanava le classiche norme atte a coinvolgere i cittadini europei nella scelta essenziale. L’elezione si sarebbe svolta a suffragio universale diretto, libero e segreto,  a scrutinio di lista o uninominale preferenziale con riporto di voti di tipo proporzionale. I singoli Stati membri stabilivano le modalità del voto di preferenza nonché le circoscrizioni elettorali senza pregiudicare complessivamente il carattere proporzionale del voto. Potevano anche indicare una soglia minima per l’attribuzione dei seggi, purché  non oltre il 5 % dei suffragi espressi. L’articolo 6 stabiliva che I membri del Parlamento europeo votano individualmente e personalmente: non possono essere vincolati da istruzioni né ricevere mandato imperativo. Inoltre venivano fissate le incompatibilità con la carica di membro del Parlamento europeo. Ciascuno Stato membro aveva facoltà di varare disposizioni nazionali per il voto del Parlamento CEE purché nel complesso non pregiudichino il carattere proporzionale del voto.

L’Atto del 20 settembre 1976 finalmente, dopo quasi un ventennio, applicò in concreto lo spirito dei Trattati di Roma. Fu un testo che esprimeva al tempo stesso la volontà di avere per la CEE un Parlamento eletto dai suoi cittadini in contemporanea e con una sola finalità, ma con modalità tali da permettere il sopravvivere delle diversità degli Stati membri.

In quegli stessi giorni, il Governo inglese , messo alle strette da una grave crisi  valutaria che aveva portato ad un consistente ribasso della sterlina, avanzò richiesta al Fondo Monetario Internazionale di un prestito assai consistente per fronteggiare le necessità finanziarie . La richiesta venne accolta prima di Natale.

In quel periodo l’attesa per le elezioni Presidenziali USA non era spasmodica dato che tutti ritenevano che il democratico Carter avrebbe  vinto facilmente. Nelle urne Carter effettivamente prevalse ma di pochissimo: si pensi che per far vincere il Presidente uscente Ford sarebbe bastato che meno di diecimila elettori tra Ohio ed Hawaii  avessero votato differentemente. Nei numeri,  Carter vinse in ventitre Stati e nel Distretto di Columbia e Ford prevalse in ventisette Stati. Solo che gli Stati vinti da Carter eleggevano più Grandi Elettori (297)  di quelli vinti da Ford (240). Così, con il nuovo Presidente Carter, gli Stati Uniti scelsero di un soffio la ricerca di rinnovamento politico dopo il Watergate e il Vietnam.

Le linee economiche dell’ Andreotti III , detto delle astensioni, a metà autunno vennero di nuovo  approvate con la non sfiducia (più  astenuti che voti favorevoli). Nell’ambito dello scandalo Lockheed  vennero incriminati Rumor, Gui e Tanassi. E poi a metà dicembre in Parlamento iniziò il dibattito  sull’interruzione di gravidanza. Il clima politico era dominato dallo scalpitare del PCI per realizzare il compromesso a tappe. Nel PSI c’era chi concordava, mentre Craxi per il momento si adeguava, pur non condividendo l’indirizzo. Negli USA, il Presidente Carter iniziò il mandato  graziando  chi aveva eluso la leva militare in Vietnam.  In Spagna , a metà novembre, il Parlamento approvò la riforma istituzionale, ponendo fine alla stagione della dittatura e aprendo la strada all’esercizio della democrazia. Il testo della riforma, un mese dopo, venne approvato da un referendum  con un alto numero di votanti e con oltre il 90% dei voti favorevoli. Subito dopo furono convocate le elezioni politiche.

A metà dicembre, in Germania il Governo della coalizione tra  Socialisti e Liberali vinse le elezioni  e proseguì nel suo lavoro. Dunque politica di attenzione ad Est e fermezza nel contrastare gli attacchi all’interno del terrorismo rosso.

4.12  b) L’anno 1977 – A febbraio, Berlinguer propose ripetutamente la politica dell’austerità, cercando di connettere le necessità economiche del governo Andreotti (una stretta sulle rivendicazioni) con un nuovo modo di concepire i valori politici. Convinse il PRI che tentò di fare un vertice dei partiti dell’arco costituzionale nella prospettiva di un governo di emergenza, PCI incluso. Ma venne bloccato da DC e PSDI. Tra l’altro, la DC non si faceva travolgere dalle continue polemiche contro di lei, agitate dagli universitari, dal mondo sindacale, dalle sinistre di base, che la incolpavano per il modo non corretto di governare (mediante la grancassa dei movimenti giovanili e dei giornali di cultura comunista). Alla Camera, Moro affermò il concetto che la DC non accettava di farsi processare, difendendo apertamente gli inquisiti per il caso Lockheed. Mentre nel mondo giovanile  soffiava un vento anticomunista (a Lama impedirono di parlare all’Università di Roma).

In Olanda cadde a marzo il Governo Den Uyl in carica dal ’73. La ragione fu il dissenso tra i due maggiori partiti,  i socialisti e i cristiano-democratici circa la nuova legislazione sull’uso del suolo, cosa che fece dimettere i ministri dei secondi. Vennero convocate elezioni anticipate per il 25 maggio.

In Francia , a marzo si tennero le elezioni amministrative, in generale con un discreto successo di socialisti e comunisti, ma a Parigi – dove si tornava ad eleggere il Sindaco dopo quasi un secolo –  venne eletto Chirac, leader dei neogollisti e assai critico verso la Presidenza Giscard. Il quale Giscard proseguiva nella sua politica di riforme ispirate alla libertà (diritti femminili, no alla pena di morte, allargamento dell’istruzione mista) collegata a rafforzare la CEE e  in campo internazionale ad irrobustire il ruolo della Francia attraverso  stretti contatti con la Germania di Helmut Schmidt. Al contempo il Primo Ministro Barre svolgeva una politica di rigore economico, austerità e lotta all’inflazione, al fine di  riattivare l’economia francese impigliata  dai lacci delle proteste  sindacali .

Verso la metà di aprile si tennero nuove elezioni parlamentari in Belgio. Il  Primo Ministro uscente riportò un buon successo, nonostante la caduta del suo primo Governo, e  mantenne l’incarico varando una nuova coalizione dei partiti cristiani, i nazionalisti fiamminghi e, questa volta i socialisti, raggiungendo tra gli eletti una maggioranza sicura, stando ai numeri. Tuttavia , poco più di un mese dopo, il nuovo Governo, attuando l’accordo con i socialisti , varò un Patto  firmato nel Palazzo Egmont di Bruxelles. Patto che prevedeva molte fusioni tra Comuni riducendone molto il numero, una consistente autonomia per le comunità fiamminga e vallone, in sostanza rendeva il Belgio una federazione.  Questo Patto sollevò gravi critiche, secondo una parte consistente dei fiamminghi, per il nuovo status di Bruxelles e per essere troppo favorevole ai francofoni.  In poco tempo si innescarono forti divisioni anche fra gli eletti fiamminghi.

A maggio, la Corte di Assise di Torino non riuscì, a causa di un diluvio di rinunce, a comporre una giuria di cittadini per giudicare nove brigatisi rossi. Venivano vietate molte manifestazioni e, quando il divieto era violato, la polizia usava metodi spicci. A Roma, provocarono la morte di una studentessa, Giorgiana Masi. Il PCI esprimeva dubbi che la CIA spingesse la sinistra armata. In quello stesso periodo, le Brigate Rosse misero in atto una campagna gambizzando diversi giornalisti accusati di esercitare una funzione controrivoluzionaria. Nel frattempo la Camera aveva approvato la legge sull’Interruzione volontaria della Gravidanza, contrari DC e MSI. Ma quando il testo passò al Senato, la DC riuscì a prevalere di un soffio in una votazione pregiudiziale e quindi la bloccò. I partiti che appoggiavano la proposta di legge la ripresentarono immediatamente alla Camera. 

In Olanda, due giorni prima delle elezioni, i molucchesi in lotta sequestrarono ancora  un altro treno e, lo stesso giorno, persino una scuola. Il Governo scelse di iniziare le trattative e le elezioni si svolsero lo stesso. Crebbero moltissimo  i Cristiano Democratici ( veleggiando verso i raddoppio) e di qualche punto sia il Partito del Lavoro che quello Per la Libertà e la Democrazia , che era all’opposizione. Mentre si avviavano i colloqui per il nuovo Governo, quello uscente proseguì le trattative con i disperati terroristi molucchesi, ottenendo risultati marginali. Tanto che dopo due settimane divenne necessario far intervenire i reparti speciali. Il sequestro fu risolto e morirono sei attentatori e due ostaggi. Il Governo Den Uyl restò ancora in carica.

In Italia, nelle settimane seguenti, fino a metà luglio ’77, fu concordata dai partiti dell’astensione – poi votato –   un testo sui provvedimenti necessari per affrontare la grave situazione del Paese, che impegnava il Governo in uno specifico programma. Dunque qualcosa di più del governo della non sfiducia.

Il voto provocò, all’interno del PLI,  la sollevazione di Libertà Nuova che si opponeva all’intesa di programma dell’arco costituzionale. Così al Consiglio Nazionale PLI della successiva seconda quindicina di luglio, venne presentato un documento firmato da Malagodi, Bignardi, Costa, Quilleri che ritirava la fiducia a Zanone. Nei tre giorni il dibattito fu acceso ma Zanone e Bozzi furono fermi nel sostenere che il PLI aveva solo scelto di non isolarsi, siccome non si fa politica liberale se non si incontra anche il PCI. Il voto finale dei consiglieri di Democrazia Liberale, compattissimi, bocciò quel documento. In 89 votarono contro, 68 a favore e 4 astenuti. Malagodi, Bignardi, Bonaldi, Compasso rassegnarono le dimissioni. Ci si accordò per rinnovare le cariche ad ottobre. Era risultato determinante il metodo di ripartizione per eleggere i Consiglieri Nazionali al Congresso di Napoli voluto da Democrazia Liberale contro la proposta Bignardi inizialmente accettata da Zanone (ma pure la scelta della maggioranza all’ultimo Congresso GLI, seppur di nuovo non gradita al partito, di conquistare tutti i nove Consiglieri Nazionali). Nei giorni successivi, Libertà Nuova realizzò che era finita la sua epoca di dominio nel PLI. E in poche settimane tornò sui propri passi, ritirando le dimissioni al consiglio Nazionale dei primi ottobre. Zanone sancì che “il PLI conserva autonomia verso il governo e gli altri partiti, siccome l’accordo non è una confraternita”.

Nella Germania Ovest la coalizione dei Socialisti con i Liberali guidata dal Cancelliere Schimdt e dal Ministro degli Esrteri Genscher, stava proseguendo in una politica economica di stabilità e gestendo le conseguenze della crisi energetica, e in politica estera, continuava nella apertura verso l’Est. Peraltro, a settembre e ad ottobre, scoppiò la crisi del terrorismo , prima con il rapimento del Presidente degli Industriali e poi con il dirottamento di un volo Lufhansa da  Majorca, atti compiuti dalla Rote Armee Fraction, RAF, con l’obiettivo di ottenere il rilascio dei tre loro massimi esponenti detenuti da cinque anni e da tre mesi condannati all’ergastolo.   Nel primo atto venne massacrata la scorta e in seguito ucciso il rapito, nel secondo il volo dirottato  girovagò dopo l’uccisione del pilota  finendo a Mogadiscio, ove i passeggeri furono tutti liberati da un’azione dell’antiterrorismo tedesco. Pochissimi giorni dopo, i capi reclusi della RAF rinunciarono alla lotta e furono trovati morti nel carcere ove erano detenuti.

In Grecia, il governo Karamanlis, di fronte a crescenti difficoltà economiche e malcontento sociale, indisse elezioni anticipate nel novembre per rafforzare la propria posizione. Le elezioni confermarono Nuova Democrazia, il partito di Karamanlis (anche se un po’ indebolita) che prevalse sui socialisti. Karamanlis proseguì in una politica estera per mantenere il paese sempre  più collegato all’Occidente  a livello internazionale e a risolvere per via diplomatica le tensioni con la Turchia e la questione Cipro. Insieme riuscì a  mantenere stabile il quadro politico interno.

Negli ultimi  sei mesi, in Israele si erano verificate varie importanti novità. A cominciare dalle elezioni politiche a metà maggio,  nelle quali, per la prima volta, i laburisti del Mapai vennero sconfitti dalla destra del Likud, che ebbe la maggioranza relativa, a causa degli scandali, della crisi economica e dell’insoddisfazione dei settori ebraici non di origine europea. Un mese dopo, nella seconda metà di giugno, venne eletto il Governo di  Menachem Begin, una coalizione di destra con il Partito Nazionale Religioso e il neonato Movimento per il Cambiamento.

Il Governo Begin restò fermo sul favorire la costruzione di nuovi insediamenti, ma cambiò radicalmente i rapporti internazionali. A ottobre liberalizzò il mercato valutario e svalutò la moneta israeliana. Nella seconda metà di  novembre accolse la visita concordata del presidente egiziano Sadat, che fu il primo leader arabo a visitare ufficialmente Israele e a chiedere la pace in un discorso alla Knesset. I capisaldi della pace erano la fine dell’occupazione dei territori arabi conquistati da Israele nel 1967; autodeterminazione del popolo palestinese, che includesse la possibilità di fondare un proprio stato; diritto di tutti gli stati dell’area a vivere in pace e in sicurezza entro i propri confini. L’evento ebbe conseguenze allora impensabili.

Intanto in Italia si stava svolgendo un evento della vita culturale –  la Biennale di Venezia dedicata al dissenso d’oltrecortina – che acquisì un rilievo politico fuori del comune.  All’inizio il Direttivo della Biennale aveva unanimemente approvato la scelta del tema proposta dal Direttore Carlo Ripa di Meana. Però l’annuncio provocò l’esplicita reazione negativa dell’URSS (l’ambasciatore protestò con il nostro Ministro degli Esteri), e in modo fulmineo trovò l’appoggio di molti grandi industriali con interessi in Russia (capofila furono Agnelli , la Snia Viscosa, l’Olivetti capeggiata dal repubblicano Visentin). Tutta la numerosa parte del Direttivo sensibile ai desideri del PCI invertì la propria posizione. Però non riuscì a smuovere il Direttore, che trovò il pieno appoggio di Craxi e del PSI. Il mese della Biennale, da metà novembre a metà dicembre, riportò un enorme successo di pubblico affollatosi nelle sale, di gran attenzione dei media e del mondo della cultura.

La Biennale  imperniata sul celebrare il partito dei dissidenti, comebaluardo della difesa della libertà e della democrazia, acuì parecchio la divisione tra PCI e PSI.  Perché il PCI veniva messo di fronte più che al perdurante legame con i sovietici, principalmente alla  concreta incapacità di scrollarsi di dosso l’impostazione oppressiva del  comunismo (il che metteva in dubbio il poter guidare la lotta democratica del movimento operaio). Il PSI di Craxi ne ricavò molto rilievo nella prospettiva del governare l’Italia. Anche se, a ben vedere, si sarebbe potuto rilevare che il PSI pareva limitarsi  al problema di come meglio emergere nella sola sinistra, trascurando quello, più  produttivo in termini del far maturare il pluralismo civile,  del confrontarsi sulle cose con la cultura liberale.In Canadà, il Premier Trudeau – che nella seconda metà del ’73 aveva ritirato il suo paese dalla Commissione di Controllo per la Pace in Vietnam – a primavera dell’anno seguente, dopo una sconfitta in Parlamento, ricorse , in una difficile congiuntura economica, a nuove elezioni anticipate (primi di luglio). Il Partito Liberale riportò il  54% degli eletti. Il Governo Trudeau si impegnò per molti mesi nella lotta contro l’inflazione e al tempo stesso appoggiò con forza gli interventi nel settore energetico, specie nei territori occidentali del paese (in particolare con l’ingresso pubblico nella società canadese del petrolio che si trovava in condizioni precarie a seguito della crisi energetica globale). Durante il ’75, visto che l’inflazione era qualche punto sopra il 10%, Trudeau stabilì dei limiti percentuali agli aumenti dei salari per le grandi aziende e i dipendenti pubblici e nell’autunno dette notizia di una apposita legge anti-inflazione pure sui prezzi. Provvedimenti che causarono tensioni consistenti e prolungatesi per oltre un anno. Tanto che a metà autunno del ’76 vi fu un grande sciopero contro i controlli anti inflazione. Praticamente nei medesimi lunghi mesi, il Governo lavorò su una legge in materia di immigrazione, che, riconosceva la categoria dei rifugiati, promuoveva il ricongiungimento familiare, attribuiva uguali diritti a tutti i cittadini naturalizzati e tramite un sistema di punteggi, stabiliva linee di programmazione in materia coinvolgendo anche le provincie. Questa normativa, divenuta legge nel ’77 , contribuì non poco a mutare la demografia canadese. In tale quadro , la vittoria alle provinciali del Partito Quebecois separatista (il quale stabilì per legge che il francese era nella provincia la sola lingua ufficiale) , riportò al centro il confronto sull’unità nazionale, agevolato anche dal fatto che la TV iniziò a trasmettere i dibattiti parlamentari. Merita di venir segnate anche due novità di quell’anno. La fine della discriminazione degli omosessuali decisa nel Quebec e l’avvio nell’intero Canadà della conversione dei segnali stradali al sistema metrico decimale.

In Olanda, dopo sette mesi di trattative post elettorali, il Governo Den Uyl venne del tutto  sostituito da una nuova coalizione, di diversa composizione tra il Partito Cristiano Democratico e quello Per la Libertà e la Democrazia, presieduto da Dries van Agt con un orientamento assai meno socialista (il motivo delle elezioni anticipate erano stati i forti dissensi tra Den Uyl ed il Ministro van Agt). Negli Stati Uniti , durante l’anno 1977, il nuovo Presidente Carter seguì una line politica concentrata sulle questioni energetiche (creando nell’estate il Dipartimento dell’Energia), sui diritti umani e in campo internazionale sui principi e sulla distensione (relazioni diplomatiche con Cuba). Nel medesimo anno, in Portogallo, proseguì con fermezza la transizione democratica. Il Governo Soares seguì una linea di austerità  riuscendo a controllare le proteste sindacali, mentre il Presidente della Repubblica era impegnato a comprimere il tasso di politicizzazione delle forze armate. Inoltre, il Governo compì passi concreti di avvicinamento all’aderire alla CEE.

4.12  c)  L’anno 1978 – Quanto alla situazione italiana, va innanzitutto tenuto presente che  la linea del PCI era parte integrante della concezione detta eurocomunismo, una linea mal vista a livello internazionale. Dagli americani perché, assumendo un aspetto meno aggressivo, accresceva il pericolo dell’entrata del PCI al governo, aborrita da molti ambienti USA; e dai russi perché contrastava con la dottrina della sovranità limitata seguita dal Cremlino.  Linea mal vista anche a livello nazionale , dato che  una parte la riteneva una studiata dissimulazione della natura comunista e dall’altra l’essere funzionale agli interessi di controllo del capitalismo.

In ogni caso, stante la linea del PCI, Moro proseguì nel suo guadagnare tempo. Così, a fine febbraio, parlò ai gruppi Parlamentari spiegando che non si doveva acuire la contrapposizione tra i due partiti vincitori delle elezioni ma assai differenti. Il solo modo era fare un passo avanti per arrivare ad un nuovo governo, sempre monocolore DC, che però fosse votato anche dal PCI e dunque avesse una vera fiducia parlamentare piena. Un distinguo molto sofisticato, che nella forma manteneva il principio che la composizione del governo fosse omogenea sui criteri democratici, nella sostanza presentava il fatto nuovo del voto positivo del PCI. Il che era un’assoluta novità dopo trenta anni, descrivibile tra l’altro, come affermava il PCI,  quale progresso verso una vera e propria unità di compromesso. Su questa linea si arrivò alla formazione del nuovo monocolore DC Andreotti IV (marzo 1978), però senza indipendenti per sottolinearne la natura straordinaria. Nel PLI, anche Democrazia Liberale giudicò l’operazione un preoccupante cedimento sui principi. Di conseguenza, il PLI passò all’opposizione.

Negli stessi giorni del dibattito sulla fiducia Andreotti IV, reagendo ad un attacco terroristico palestinese che aveva fatto oltre trenta morti, Israele invase il sud del Libano in profondità distruggendo le basi dell’OLP. Però il Governo Begin proseguì il rapporto costruttivo con l’Egitto. Con la mediazione del Presidente USA Carter.

Con il giorno del dibattito sulla fiducia al Governo Andreotti IV, in Italia iniziò un semestre in cui  la politica italiana venne costellata da eventi di rilievo storico, in ambito interno e pure internazionale.  Quel giorno, il primo evento del semestre – e di maggior impatto – fu che Aldo Moro venne rapito, e gli uomini della scorta massacrati, da un commando terrorista in piena Roma. Il dibattito  si tenne in termini stringati. Con efficacia Zanone disse “I partiti solidali con la causa democratica non possono accettare che le proprie posizioni si spostino sotto la pressione psicologica del terrorismo. …… Non saremmo coerenti con noi stessi se dessimo al nuovo Governo una fiducia politica che sentiamo di non potergli accordare. Il nostro dovere è di contribuire dall’opposizione, all’impegno comune di tutti i democratici perché l’eversione non prevalga”.

Non entreremo nei dettagli labirintici degli eventi che ne seguirono e che da allora sono rimasti senza una ricostruzione certa in aspetti importanti. In ogni caso, va richiamato  lo scontro dichiarato e durissimo tra i fautori della linea della fermezza e quelli della trattativa. Prevalsero i primi, guidati dal PCI, dal PRI, dalla DC, dai non saragattiani del PSDI, da Repubblica e un pò meno dal Corriere e dalla Stampa. La linea della trattativa comprendeva, in ordine sparso, il PSI di Craxi, i gruppi di estrema sinistra, i saragattiani del PSDI, il Presidente della Repubblica Leone, il Presidente del Senato Fanfani, e, fuori dell’area politico istituzionale, molto cautamente il Vaticano. La linea della fermezza si fondava sull’assunto che lo Stato non doveva trattare in alcun modo perché farlo significava riconoscere il terrorismo. Tuttavia un simile assunto veniva maneggiato con rigidità, ipocrisia e demagogia. La rigidità era tipica nel PCI della cultura d’origine marxista di per sé impositiva, nel PRI della malintesa cultura del dovere civico e nella DC della cultura episodica di un partito che, nella prassi di governo, era poco rispettoso del senso dello Stato. L’ipocrisia era del mondo democristiano di voler mostrare una dirittura comportamentale non praticata davvero. La demagogia era di alcune testate che ritenevano il giornalismo un puro meccanismo commerciale da usare impressionando i lettori con notizie clamorose ad ogni costo. In più, affermava il PLI, l’opportuna fermezza DC operava con riunioni di gruppi ristretti. Sul tema della liberazione di Moro non ci fu mai una riunione del Parlamento oppure del Consiglio Nazionale DC.

La linea della trattativa ebbe come massimo esponente visibile il PSI di Craxi che in quei giorni tenne ugualmente il Congresso nazionale avviando la nuova forma del disegno dell’autonomia del PSI dal PCI e in tema di rapimento sostenendo “non si salva la Repubblica lasciando uccidere Moro…… Noi respingiamo le assurde richieste dei terroristi, ma anche la linea del rifiuto pregiudiziale ad esplorare altre vie….Lo Stato deve restare estraneo, non indifferente”. Il difetto principale di questa linea fu che mentre in quanto principio venne formulata subito, i suoi sostenitori attesero qualche iniziativa dalla DC o dallo stesso governo, in concreto restarono immobili e finirono per attivarsi troppo tardi. Il Presidente Leone (in contrasto con Zaccagnini) avviò la procedura per concedere  la grazia presidenziale ad un BR carcerato non per reati di sangue. Fanfani , prima della riunione della Direzione DC nelle ultime ore, avvisò molti che, pur confermando l’appoggio alla fermezza, avrebbe assunto un’iniziativa umanitaria. Craxi disse “non voglio andare a un altro funerale . Ma c’è chi ha già a portata di mano il vestito nero”, Peraltro era chiaro – come dichiarò decenni dopo Zanone in un’intervista – che  “la liberazione di Aldo Moro non era l’obiettivo che interessava perseguire in quel momento alle istituzioni repubblicane”.

Bastano questi cenni ai risvolti pubblici della tragedia Moro per mostrare due fatti. Uno, l’allora sperimentata capacità di influenza del PCI sulla DC di Zaccagnini rafforzava una concezione formalmente rigida della fermezza pubblica, determinando un ostacolo nel dibattito politico. Due, l’allora incapacità della politica italiana, con gradi e responsabilità assai differenziati, di agire in concreto (di fatti  Cossiga, il Ministro dell’Interno, si dimise).

Nello stesso periodo del rapimento Moro, in  Francia la Presidenza Giscard si preparò alle   elezioni politiche creando la federazione per i centristi liberali, l’Unione per la Democrazia Francese, UDF, che aveva il duplice fine di opporsi alle sinistre e distinguersi  dalla destra gollista del RPR di  Chirac. Nelle urne, deludendo le speranze delle sinistre, la maggioranza presidenziale ottenne il 59% degli eletti (tra loro alcuni di più i gollisti) e confermò il Governo Barre. Il Governo proseguì nella politica austera di risanamento pubblico, mentre Giscard lavorava per l’integrazione della CEE , preparando il Sistema Monetario Europeo.

Dopo il ritrovamento del corpo di Moro, rimasero tre gli argomenti politici più dibattuti. Uno era il disegno di legge sull’interruzione volontaria di gravidanza predisposto combinando i testi favorevoli, dal PCI al PLI, approvato alla Camera in una seduta fiume nel mezzo del rapimento con il voto contrario dei radicali. Il secondo era la campagna per il voto a giugno sui referendum abrogativi promossi dai radicali (appoggiati da Repubblica e dall’Espresso) sulla tutela dell’ordine pubblico (legge Reale) e sul finanziamento pubblico dei partiti, con l’obiettivo di attivare una politica alternativa basata sul contestare le leggi del parlamento sfruttando la predisposizione ad accusare politica e dirigenti pubblici. Il voto bocciò l’abrogazione, con gran distacco quella sull’ordine pubblico e con distacco solo netto quella sul finanziamento dei partiti. Il terzo era una campagna stampa in corso da tempo contro il Presidente Leone alimentata dai Radicali e dall’Espresso con gli articoli della Cederna (che pubblicò un libro di grande successo presso Feltrinelli) e dall’assenso sempre più esplicito del PCI.

Le accuse erano variegate ma generiche di essere coinvolto in vari scandali, costruite  sulle voci non sulle prove. Solo che da maggio in poi, la DC smise di difenderlo e, quando la Direzione del PCI chiese espressamente che si dimettesse, Leone decise improvvisamente di lasciare la Quirinale in anticipo di sei mesi, con un messaggio alla nazione (in cui protestava la propria innocenza) e querelando l’Espresso e la Cederna. Per meglio cogliere il senso politico della vicenda, va ricordato  che nel tempo Leone fu riconosciuto innocente come da lui dichiarato. La Corte Costituzionale stabilì che il Presidente del Consiglio dell’ affare Lockheed era stato Rumor e il Tribunale condannò Espresso e Cederna a risarcire Leone con una somma enorme. Inoltre vent’anni dopo, Pannella e Bonino scrissero queste parole a Leone: “Poté accaderci di eccedere. Non ne siamo convinti. Ma se, nell’una occasione o nell’altra, questo fosse accaduto, e non fosse stato pertinente attribuire al Capo di quello Stato corresponsabilità politico istituzionali per azioni altrui, la pregheremmo, Signor Presidente, di accogliere l’espressione sincera del nostro rammarico e le nostre scuse”.  Insomma, un ulteriore esempio di quello che nei decenni dilagherà. Da una parte il giornalismo commerciale ridotto a cassa di risonanza che ipnotizza i cittadini con romanzi immaginari senza fornire descrizione e commento professionale di ciò che è avvenuto. Dall’altra parte i partiti politici assai disattenti all’osservare i fatti insieme al dibattito sulle idee e dediti a rincorrere i consensi ad ogni costo.

I primi di luglio, nelle procedure per eleggere il successore  di Leone quale Presidente , Craxi propose tre nomi tra i quali Sandro Pertini, che la DC accettò costringendo il PCI a cedere. Pertini fu eletto con il massimo dei voti di sempre e quale suo primo atto respinse le dimissioni di rito di Andreotti, consentendo di proseguire al governo del compromesso storico.

In Spagna, mentre le Cortes proseguivano nell’elaborare la nuova Costituzione, l’ETA allungava la scia di sangue della sua attività, prima attaccando maggio la Guardia Civil con bombe ed altre armi che fecero varie vittime e poi a luglio compiendo un attentato a Madrid con l’uccisione di due soldati. Al tempo stesso il Governo Suarez aveva ripristinato istituti pre-autonomici, quale la Generalitat in Catalogna. 

A fine agosto, in Italia, Craxi fece un passo di rilievo verso l’autonomia socialista indicando, invece del compromesso storico, la linea dell’alternanza fra Dc e PSI. Intendeva trasformare l’asse del PSI portandolo ad un maggior legame coi i socialisti e i socialdemocratici del resto d’Europa, già distaccati dal filone marxista comunista. Sull’Espresso a fine agosto pubblicò con il titolo “il vangelo socialista”, un saggio su Proudhon , il filosofo francese che si era scontrato quasi nell’immediato con il Capitale di Marx, per opporsi con chiarezza alla versione marxista storicamente realizzatasi in seguito con il leninismo. “La contrapposizione tra socialismo e comunismo è molto profonda. Il comunismo leninista ha mire palingenetiche: è una religione travestita da scienza che pretende di aver trovato una risposta a tutti i problemi della vita umana. E’ in una parola totalitario…. Rispetto all’ortodossia comunista il socialismo è democratico, laico e pluralista”. E prosegue asserendo che , con il Que faire, Lenin fa divenire “il socialismo da compito storico della classe operaia qualcosa che deve essere pensato, costruito e diretto da una élite selezionata di individui posti al di sopra della massa”. In sostanza, Lenin “subordinava la classe operaia alla direzione paternalistica dell’élite cosciente ed attiva” . E ancora “Fra comunismo leninista e socialismo esiste una incompatibilità sostanziale che può essere sintetizzata nella contrapposizione tra collettivismo e pluralismo. Il leninismo è dominato dall’ideale della società omogenea, compatta, indifferenziata…..il socialismo non intende porsi come surrogato, ideale e reale, delle religioni positive……. Lo Stato comunista opera per raggiungere la completa spersonalizzazione dell’individuo, delle nazioni e anche dei propri appartenenti. Aspira a trasformare la società intera in una società di funzionari…… La democrazia (liberale o socialista) presuppone l’esistenza di una pluralità di centri di poteri (economici, politici, religiosi, etc.) in concorrenza fra di loro, la cui dialettica impedisce il formarsi di un potere assorbente e totalitario”. Il saggio di Craxi fu un atto importante ma ancora non completamente innovativo, visto che non metteva a fuoco il rilievo dell’area laica  e che apriva al rapporto con il PLI ma lo manteneva assai complicato.

Proprio negli stessi giorni della pubblicazione di questo saggio, in Danimarca ci fu la grande novità del mutamento di Governo onde avere in Parlamento una maggioranza effettiva, che lo mettesse in condizione di affrontare la crisi economica e l’alta disoccupazione. Pertanto nacque il Governo Jørgensen III tra i  Socialisti e i liberali del Venstre , nel quale i liberali ebbero Ministeri di livello elevato, Esteri, Economia, Giustizia, Interno, Commercio.

Intanto negli Stati Uniti, sempre con il Presidente Carter mediatore, erano andati l’israeliano Begin e l’egiziano Sadat , i quali, pur senza mai incontrarsi di persona, svolsero quasi due settimane di negoziati riservatissimi. Alla fine, il 17 settembre, Israele ed Egitto sottoscrissero alla Casa Bianca l’Accordo di Camp David con la firma di Begin e di Sadat. Era composto da due documenti quadro: quello Per la pace in Medio Oriente e quello Per la conclusione di un trattato di pace tra Egitto ed Israele. Il primo restò un documento d’intenti, seppur consentendo di fare passi avanti sulla lunga strada dell’Autorità Palestinese, il secondo andò in porto con fatica sei mesi dopo. Egitto e Israele misero in sicurezza i propri confini, le truppe israeliane si ritirarono dal Sinai conquistato un decennio prima e posero fine allo stato di guerra. L’Egitto divenne il primo stato arabo a riconoscere Israele, rompendo il fronte del rifiuto ed isolandosi dalla Lega Araba.

In ogni modo il saggio di Craxi ebbe in Italia l’effetto di destabilizzare le prospettive del compromesso storico volute dal PCI. Nei quattro mesi successivi, il governo, su pressione della DC e del PRI, confermò la decisione della CEE di introdurre dal ’79 il Sistema Monetario Europeo (SME). In Parlamento votarono a favore DC, PSDI, PRI, PLI (siccome il giudizio del PLI era sulle scelte e non sulle formule), astenuto PSI, contro il PCI che vedeva allontanarsi la logica dell’eurocomunismo e con essa quella del considerare essenziale il PCI in Italia.

Intanto ad ottobre 1978, le nette divisioni seguite al Patto Egmont di qualche mese prima sulla prospettiva federale e sulle questioni linguistiche, portarono alla caduta del Governo Tindemans II. Da qui derivarono innanzitutto il nuovo Governo Boeynants II (una coalizione di sei gruppi,  Cristiano Sociali e Socialisti sia fiamminghi che valloni, più i Democratici valloni e la Volksunie  fiamminga) , poi una scissione nel partito della destra nazionalista Volksunie (l’ala più radicale considerava inaccettabili le concessioni federaliste del Patto) e inoltre alle elezioni anticipate convocate  a dicembre. In queste elezioni restarono stabili  i Cristiano Sociali , guadagnarono intorno ai cinque punti percentuali i vari partiti della Libertà, fiamminghi e valloni, mentre persero qualche punto i Socialisti. Per molte settimane rimase il dimissionario Governo Boeynants II.

Nel frattempo per  il clamore dei loro sforzi che parevano decisivi nel raggiungere un accordo in Medio Oriente, a Begin e Sadat era stato conferito a fine ottobre  il Premio Nobel per la Pace .

Nelle medesime settimane , tra le proteste dei nostalgici franchisti  ostili al processo democratico e le vittime in diversi attentati dell’ETA, il Parlamento spagnolo votò la nuova Costituzione  , poi definitivamente approvata i primi di dicembre da un apposito referendum con più del 90% dei suffragi favorevoli. Il Capo dello Stato era il Re, il potere legislativo era dei cittadini e del Parlamento da loro eletto. Era garantita la libertà di ciascuno e il pluralismo dei partiti, tutti legalizzati. La Costituzione accolse le aspirazioni dei Paesi Baschi e della Catalogna stabilendo il principio delle Comunità Autonome. Fu un indubbio successo del Primo Ministro Suarez e della sua Unione di Centro Democratico , che erano stati decisivi nel creare le condizioni per tale risultato. 

In Austria proseguiva  l’era Kreisky, il Cancelliere socialista in carica ormai da molti anni: era stato confermato alle elezioni del 1975, ancora con 93 eletti. Nello stesso ’75 aveva varato una epocale riforma del diritto di famiglia  basa sulla parità tra i coniugi, aveva legalizzato l’aborto tra le fortissime proteste del mondo cattolico ed aveva portato l’Austria a contribuire alla conclusione positiva della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa  a Helsinki. L’Austria divenne un riconosciuto mediatore internazionale e attivo sostenitore della causa palestinese. In campo energetico, il Governo Kreisky aveva puntato con decisione sullo sviluppo dell’energia nucleare.

Per lunghissimo tempo, vari anni,  Kreisky venne coinvolto in aspre polemiche con Kurt Waldheim, Segretario dell’ONU . Waldheim intendeva perseguire degli ex nazisti presenti nella politica austriaca, e Kreisky, di origini ebraiche, le qualificava come  una caccia alle streghe.  L’anno prima il Governo era stato toccato dallo scandalo per l’accusa di aver fornito armi alla Siria  in base all’eccessivo allineamento con gli   arabi. Aveva però superato lo scandalo.

La grande sicurezza nel governare  portò Kreisky a sottovalutare le posizioni dei cittadini austriaci. Tanto che , dopo aver sviluppato per anni la politica nucleare e ultimata  la costruzione della centrale di Zwentendorf  (una cinquantina di chilometri da Vienna), decise di convocare per i primi del novembre ’78 un referendum vincolante  per mettere in funzione questa centrale. Sicuro di vincerlo. Siccome la nuova energia a basso costo  sarebbe stato un fattore di progresso e di sviluppo economico. E dato anche che Kreisky aveva l’appoggio di tutte le parti sociali, mentre gli oppositori erano solo gli ambientalisti aiutati dai liberali e dai cristiano democratici, contrari al nucleare considerato una minaccia per la salute dell’uomo e per l’ambiente.

Inaspettatamente prevalsero i No, seppure di non molto. La centrale appena costruita non entrò in funzione. Allora Kreisky, incredulo,  tentò di far approvare una legge costituzionale per indire un nuovo referendum ma non ottenne in Parlamento la necessaria maggioranza dei due terzi.  Kreisky prima del referendum aveva minacciato di dimettersi se sconfitto, ma non lo fece e proseguì a governare.

In Italia, in tutto questo periodo, i rapporti civili restarono molto tesi. Imperversavano le Brigate Rosse che a Genova uccisero l’operaio della CGIL Guido Rossa per punirlo di averle denunciate perché distribuivano volantini all’Italsider. Nell’ultima parte del  gennaio ’79, Berlinguer, ormai convinto che per far funzionare meglio le cose bisognava premere, fece votare alla Direzione PCI (pur divisa) di ottenere l’entrata nel governo a costo di uscire dal governo Andreotti IV. Così, alla riunione dei Partiti astensionisti decisivi per il Governo, Berlinguer comunicò che il PCI sarebbe passato all’opposizione se non avesse prima ottenuto la nomina di alcuni Ministri- Il Governo Andreotti IV reagì rassegnando le dimissioni. Così ebbe termine il compromesso storico quale formula di governo.  

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Ancora sul Sì al referendum (a Riccardo Mastrorillo e Critica Liberale)

Caro Riccardo, cari amici di Critica Liberale,

sono stato incerto se rispondere alla Tua di domenica 8 inasprendo il dibattito. Sono però giunto a concludere che,nonostante il rischio, rispondere fosse indispensabile. Oltre gli aspetti particolari non condivisibili, ma in fin dei conti di minor rilievo, la tua mail si fonda su alcune  asserzioni che esigono una replica in quanto contraddicono  principi cardine del liberalismo.

La mail inizia non a caso con il tuo pregiudizio riguardo l’intento della riforma, che sarebbe “ridurre il potere della magistratura per sottometterlo al potere politico”. Però sul tema –  peraltro estraneo alla materialità delle modifiche costituzionali – non adduci alcuna prova di merito, salvo ricorrere ad attribuire alla magistratura un ruolo che non è il suo e ancor meno quello attribuitole dalla Costituzione.  

Tu parti da alcune mie parole per asserire che avrei preso un abbaglio perché i Costituenti non hanno distinto tra i tre poteri di Montesquieu. Le parole  da me usate possono non essere state perfette, ma lo è il concetto espresso. La Costituzione non mette affatto  sullo stesso piano Parlamento, Governo e Magistratura, tanto che definisce ordine solo la Magistratura. Non per caso. Perché mentre Parlamento e Governo esercitano il potere derivante dall’agire in base agli indirizzi espressi dai cittadini e perciò formulano le leggi che regolano la convivenza, la Magistratura ha la funzione – importantissima ma successiva all’attività del Parlamento e del Governo – di valutare l’applicazione delle leggi esistenti nella convivenza. Sottolineo, leggi che già esistono prima del momento in cui la Magistratura può intervenire. Questo è il punto essenziale. Indica il perché la Magistratura è un ordine, a differenza del Parlamento e del Governo. Insomma la Costituzione corrisponde strettamente a quanto scriveva Montesquieu, tenendo conto anche delle maturazioni successive.

La tua mail prosegue disquisendo sul modo di formazione del CSM attuale, per sostenere che il sorteggio renderebbe superflua l’elezione dei membri laici. Secondo me è una disquisizione illogica (il sorteggio concerne lo scegliere tra i magistrati evitando il formarsi delle cordate di potere che ne contraddicono il ruolo, mentre eleggere i membri laici serve a contenere possibili corporativismi dei magistrati rispetto alla cittadinanza)  ma qui non approfondisco la cosa perché devierei dal filone principale della presente replica.

Filone principale che attiene al  prendere atto che Tu , prima citando Montesquieu e in seguito riportando i  due lunghi passi  di Aldo Bozzi, non contesti nel merito le tesi da me espresse nel precedente intervento e ti affidi invece alle citazioni provenienti dal passato (quasi tre secoli l’uno, quasi ottanta anni il secondo). Far ciò – a parte il valutare l’effettiva pertinenza delle citazioni al tema discusso – significa in pratica non tener conto volutamente del tempo intercorso. Ciò è grave. I liberali non possono adottare un simile percorso, che contraddice nel profondo il loro modo di essere. Perché il liberalismo non si basa sugli scritti del passato, ma soprattutto sui risultati emersi dalla loro applicazione nel convivere, vale a dire sull’esperienza al passar del tempo. Questo è  il carattere determinante, che rende il metodo liberale unico ed efficace. Che ha portato oggi nelle Corti di Assise di moltissimi paesi  a coinvolgere i cittadini comuni – talvolta  perfino in via esclusiva oppure nella parte numericamente predominante di organi a composizione mista con i magistrati dello specifico processo – nel prendere le decisioni finali per dare la sentenza.

Un tale fattore liberale imperniato sui cittadini è tanto più determinante quanto più la citazione del passato è utilizzata a piacimento. Ad esempio, esaminando le citazioni di Aldo Bozzi da Te fatte, salta subito all’occhio (e non deve essere trascurato) che lui stava trattando non le tematiche del nostro disaccordo, bensì un altro aspetto, quello sì centrale per i liberali: l’importanza di una Magistratura autonoma ed indipendente. Principio che viene confermato anche nella riforma della Costituzione che voteremo il 22 marzo. Riforma che  lascia inalterata l’importante funzione della Magistratura eliminandone le distorsioni di casta.

In più Aldo Bozzi, nella citazione che hai fatto,  ha descritto con chiare parole il problema essenziale (da allora in continua crescita): sono spesso dichiarazioni degli stessi componenti della Magistratura a sollevare le critiche contro la Magistratura. Non solo. Al passar degli anni, Aldo Bozzi,  sempre attentissimo alle cose della vita, non perdeva occasione per ammonire che il giudice, prima ancora di essere indipendente ed imparziale, deve esser considerato tale dai cittadini e che le sue interpretazioni attengono alle fattispecie della circostanza cui sta applicando la legge e non possono stravolgere il testo della legge, in sostanza riformulandola. Perché i Magistrati non fanno la legge in alcun modo.

La riforma su cui voteremo il 22 marzo rappresenta un sistema per rafforzare la Magistratura correggendo le gravi e pesanti storture che si sono manifestate fino ad oggi nel suo corpo. Dal punto di vista liberale, non può certo bastare limitarsi ad affermare (inizio della tua mail) “non siamo affatto soddisfatti delle modalità con cui alcuni magistrati interpretano il loro ruolo”. Perché difendendo con le unghie e con i denti il loro correntismo e il loro poter sottrarsi alle critiche (perfino compiendo atti irrispettosi della  legge), non pochi Magistrati (sempre troppi) manifestano alla luce del sole l’aspirare ad essere una sorta di terza Camera attribuendosi compiti parlamentari ma nello stesso momento rifiutando di essere giudicati se non da loro stessi.  Questo è stato  finora il problema reale.

Ne è una riprova inconfutabile un recente collegio giudicante in materia referendaria, che comprendeva un giudice  ex parlamentare del PD, un altro che, prima di Natale, ha scritto un libro a favore del voto NO e un terzo che nei convegni sostiene il voto NO. Richiamandosi alle continue dichiarazioni di Aldo Bozzi sopra citate, Il metodo liberale – connesso per natura al proporsi di risolvere i problemi civili che emergono e non al quieto vivere facendo finta di niente – non può e non deve consentire simili storture una volta percepite, dovendo per fisiologia impegnarsi a correggerle. Sul punto specifico, ben venga il fare modifiche manutentive alla Costituzione e l’istituire l’Alta Corte disciplinare, che porrà termine all’attuale giustizia interna della Magistratura in cui vige il perdonismo di favore.

Temo che tu, nel sottovalutare l’importanza dell’imperniarsi sul cittadino, sia vittima delle frequentazioni professionali in Parlamento. Ti mettono in contatto continuo con quell’opposizione che fornisce aiuti quotidiani  al governo Meloni, attaccandolo su tutto a prescindere ma rimanendo inconsistente quanto a progetto alternativo per il paese. Un comportamento opposto a quello di un’opposizione di cultura liberale.  

Non è un caso se, a parte la Vostra eccezione di cultori dichiarati del liberalismo, il No sia sostenuto in prima linea  dai settori più corporativi della Magistratura e da quelli dell’alta borghesia, anbedue alla ricerca  del consenso presso gli ambienti fautori del non manutenere la Costituzione presunta intoccabile e dell’imporre ai cittadini il politicamente corretto di una élite al comando. Persone cioè che, ovunque si collochino nell’arco politico, esprimono nel nocciolo una cultura non liberale, come ad esempio Travaglio, una cultura che guarda solo al passato.

Non so se Tu e Critica Liberale deciderete di pubblicare o meno la tua mail di domenica su un Vostro periodico. Qualora la pubblicaste, ritengo ovviamente che pubblicherete anche questa mia.

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Per i Magistrati necessaria la prova psico attitudinale durante l’intera carriera

Il procuratore della Repubblica, Nicola Gratteri, in un’intervista video di giovedì al Corriere della Calabria, riferendosi al Referendum del 22 marzo ha dichiarato “per il No voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Ovviamente il video è dilagato sui social. 

La dichiarazione prova l’urgenza di  fare il contrario di quanto fa intendere. Vanno introdotte norme più efficaci per garantire che la Magistratura svolga la sua importantissima funzione civile senza cadere nelle sempre più frequenti degenerazioni di alcuni suoi membri, che mettono in pericolo la libertà dei rapporti tra i cittadini.

Di fatti, il Procuratore Gratteri, con le sue parole , ha compiuto due violazioni gravissime delle leggi esistenti e un’altra di un principio basilare. Innanzitutto ha violato il suo compito professionale sancito da norme che lo obbligano ad operare per garantire la massima imparzialità, senza pregiudizi, valutando i fatti con rigore  e nel rispetto della dignità di ciascuno. Poi ha violato il principio Costituzionale che prevede la garanzia del libero voto a tutti i cittadini non condannati (tra cui gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere) quale meccanismo fondamentale della libertà civile.

Infine il Procuratore Gratteri ha violato il principio cardine che regola il modo di essere di un magistrato. Il giudice, prima ancora di essere indipendente ed imparziale, deve esser considerato tale dai cittadini e le sue interpretazioni attengono alle fattispecie della circostanza cui sta applicando la legge mentre non possono stravolgere il testo della legge, in sostanza riformulandola.

Non basta. Il  Procuratore Gratteri , nel tentativo di smentire la dichiarazione, la ha ribadita: “non ho detto, come strumentalmente vogliono far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di potere”.  Confermando quindi che per lui diverse categorie di cittadini non ancora condannati,  non vogliono una giustizia efficiente. Quindi il  Procuratore Gratteri fa intendere che la scelta dei cittadini del 22 marzo è inficiata in radice, visto che  il Sì parte avvantaggiato dal voto di indagati, imputati, massoneria deviata e  centri di potere. Senza rispettare il lavoro delle Procure. In pratica, per il Procuratore  tale lavoro è la sentenza nonostante la Costituzione stabilisca  che la condanna non può essere preventiva.  

Di sicuro  questi fatti non vengono  cancellati da quei giornali  che definiscono “canea della destra” le critiche rivolte a Gratteri.  Una  formula che danneggia prima di tutto la sinistra di cui dicono di far parte. Semmai, mostrano  l’urgenza che l’esame psico-attitudinale introdotto nel 2024 per i magistrati all’inizio della carriera, venga previsto anche per la fine della carriera.

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Cronologia del liberalismo, da 4.10 a tutto 4.10 f)

4.10   Gli anni dopo il picco della contestazione – a) Secondo semestre ’68 ed inizio ’69 – Questo periodo, nei principali paesi dell’Occidente, fu segnato dal persistere, seppure calante, delle richieste da parte del mondo giovanile di ottenere subito libertà d’agire in piena autonomia, svincolandosi dalle regole di chi governava la società. Dunque richieste che partivano da un’esigenza di tipo liberale ma che, non cogliendo il legame ineludibile tra libertà e regole, tra quanto è immutabile e quanto muta nel tempo che passa, finivano per concretizzarsi in fenomenologie non liberali se non apertamente illiberali. La scadenza di maggior rilievo di quel periodo fu l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti. La campagna relativa mise in luce proprio la presa insufficiente dei movimenti giovanili sull’elettorato complessivo.

In Canadà , dopo aver iniziato a governare nell’estate del ’63, il Primo Ministro Pearson pur essendo rimasto sempre a capo di Governi di minoranza, aveva dimostrato una notevole capacità  realizzativa. Era riuscito, pur nel mezzo di continue robuste tensioni politiche, ad attuare  importanti riforme di struttura che portarono il Canadà ad essere uno Stato tra i più moderni. In coerenza con ii suo essere un Nobel per la pace,  Pearson cominciò mantenendo il  paese non impegnato nella guerra in Vietnam. Poi introdusse  un programma di assistenza finanziaria agli studenti per facilitare l’accesso all’istruzione superiore mediante la garantendo di prestiti erogati da istituti bancari privati. Istituì un Piano Pensionistico per garantire sicurezza economica agli anziani. Allo stesso tempo tenne salde le redini di un  dibattito parlamentare durato mesi su un problema caratteristico delle Istituzioni canadesi: l’adottare per la prima volta una bandiera nazionale. Dalla metà del ‘500 quando venne scoperto, ne aveva cambiate diverse. Dalla seconda metà del ‘700 , divenuto colonia inglese, il Canadà aveva quale simbolo la bandiera della Gran Bretagna e un secolo dopo, essendosi costituita la Confederazione Canadese, passò ad uno stendardo che richiamasse il legame tra Gran Bretagna e Canadà (un grande sfondo rosso con la bandiera inglese nel quarto superiore e nella parte destra uno scudo con lo stemma canadese). Tuttavia non era la bandiera ufficiale, tanto che nelle due Guerre Mondiali le truppe canadesi combatterono sotto la bandiera inglese. Poi , nella campagna elettorale del ’63, Pearson aveva dichiarato subito di voler arrivare alla scelta di una bandiera propria. Così alla fine gennaio del ’65 con l’approvazione ufficiale della regina Elisabetta II (il Canada è parte del Commonwealth) divenne la bandiera del Canadà quella attuale, due bande rosse verticali ai due lati e in mezzo una parte bianca con al centro la grande foglia di acero sempre in rosso. 

A novembre 1965 Pearson indisse elezioni anticipate, guadagnò qualche eletto ma non ottenne ancora la maggioranza assoluta. Perciò varò un altro Governo di minoranza e proseguì  con le riforme già avviate, soprattutto due. Un grosso accordo con gli Stati Uniti n campo commerciale, abolendo  i dazi per quasi l’intero settore dell’interscambio automobilistico (origine di enormi investimenti produttivi in Canada ,  con conseguenti migliaia di muovi posti di lavoro). E inoltre l’introduzione del Servizio Sanitario Pubblico universale, che dette copertura pubblica anche alle visite mediche fuori ospedali. Subito dopo, il Governo Pearson varò il Codice del Lavoro canadese, che riordinò le norme esistenti stabilendo livelli minimi di orario, retribuzione e sicurezza, dette regole per i contratti collettivi,   le registrazioni dei sindacati, lo svolgersi degli scioperi e delle serrate, il rispetto dei diritti sanitari, le assicurazioni sugli incidenti, il tempo di lavoro settimanale (40 ore per cinque giorni)  e feriale. Inoltre istituì la Commissione Reale sul Bilinguismo  ufficiale in risposta alle richieste del Québec (e alla crisi diplomatica con la Francia dopo la dichiarazione “Vive le Québec libre” fatta da De Gaulle) che produsse i suoi effetti negli anni successivi. Infine preparò l’unificazione delle. varie  forze armate canadesi.

James Pearson annunciò l’intenzione di ritirarsi dalla politica a metà dicemrmbre ’67, restando incarica per il tempo necessario alla scelta del successore nel Partito Liberale.  Ci vollero quattro mesi per scegliere Pierre Trudeau , il quale fu scelto quale leder dei liberali e divenne Primo Ministro nell’aprile ’68.  Immediatamente sciolse le camere e a fine giugno ottenne il 60% degli eletti. Alla fine i Liberali erano riusciti ad avere un Governo con la maggioranza parlamentare. 

All’interno della CEE, con il 1 luglio ci fu un evento importante. Terminò il periodo di transizione durante il quale vennero eliminati  i confini doganali tra i Paesi membri. Dunque il disegno iniziato con la Conferenza di Messina e i Trattati di Roma stava rispettando le tappe e, seppure tra le difficoltà, stava irrobustendosi.

I Democratici USA, indeboliti dalla rinuncia alla candidatura di Johnson e soprattutto dalle fortissime tensioni sulla guerra in Vietnam ed i suoi incertissimi esiti, scelsero quale concorrente alla Casa Bianca il Vice uscente, Humphrey , dell’ala più moderata, favorevole al conflitto asiatico, contestatissimo dai pacifisti (che, alla Convenzione di agosto, ebbero duri scontri con la polizia). In più, oltre che sul tema  Vietnam, i Democratici erano divisi anche sul segregazionismo razziale ancora vigente nel Sud governato dalla loro ala conservatrice. In tale situazione, il più importante esponente del Sud, George Wallace, fortissimo ex Governatore dell’Alabama, capace anche di far eleggere la moglie Governatrice e battuto da Johnson alla Convenzione Nazionale precedente,  preferì far nascere un terzo partito che lo candidasse. Nel frattempo, tra i Repubblicani fu scelto il redivivo Nixon, sconfitto anni prima da Kennedy e nel ‘62 battuto al voto per il Governatorato della California. La linea di Nixon era promettere legge e ordine, concludere con onore la guerra in Vietnam, dar voce alla maggioranza silenziosa  dei milioni di cittadini che non urlano e non dimostrano, ma che esigono il rispetto dei loro diritti.

Ad agosto ’68 l’URSS invase la Cecoslovacchia colpevole di aver cercato nei mesi precedenti un assetto più democratico pur senza rinnegare il comunismo. E il fatto portò a  congelare i rapporti est-ovest ed  il cammino verso la distensione in Europa. A settembre, in Portogallo il dittatore Salazar ebbe un’emorragia cerebrale provocata da una fortuita caduta casalinga e restò completamente impedito. Venne sostituito nella funzione di Primo Ministro da Marcelo Caetano, teorico del regime, che proseguì nella dittatura, pur consentendo una limitata opposizione .

Nella parte finale dell’anno, in Italia il centro sinistra aveva temperato il riformismo radicale dei suoi inizi. Quando si dimise Leone, che aveva guidato il secondo Governo balneare, in tre settimane fu varato il Governo Rumor I da una maggioranza organica DC, PSI dei socialisti unificati, e PRI.

Nelle università del paese proseguivano le agitazioni, allargate agli studenti delle medie superiori,  con il crescente consenso dei lavoratori e l’acuirsi  di vari  episodi del dissenso cattolico. La novità di maggior spessore politico avvenne nel PLI, nelle province e durante il Congresso nella prima metà di gennaio ’69. Secondo un gruppo non irrilevante, chiamato Presenza Liberale, il PLI non doveva continuare a dipingere il PSI come quinta colonna dei comunisti e doveva confrontarsi con la DC in merito alla sua incapacità riformatrice: l’immagine di sopravvissuto del centrismo era da buttare. Il documento di questo gruppo, “ 43 tesi per una presenza liberale” fu la proposta che, quasi quindici anni dopo la scissione di Villabruna e della sinistra lberale, affrontò con decisione il nodo politico.

Presenza Liberale sosteneva che “l’anticomunismo non è una componente del liberalismo, ne è una conseguenza” e che “la democrazia minacciata è il grande tema delle continue involuzioni e strozzature presenti nella società in sviluppo”. Pertanto la proposta di Presenza era : “la sola ipotesi efficace e realizzabile a medio termine è quella di un governo in cui la DC sia strettamente condizionata dalla solidarietà preferenziale dei partiti di democrazia laica”. Naturalmente Malagodi ottenne una larga conferma con la sua Libertà Nuova sostenitrice del liberalismo aperto al nuovo, ma anche Presenza ebbe un buon successo di rappresentanza negli organi interni (una ventina di Consiglieri Nazionali e tre in Direzione, Ennio Bonea, Raffaello Morelli e Sergio Trauner). Peraltro divenne chiaro che il problema politico della Segreteria Generale PLI non era per nulla il moderatismo, come martellavano in modo ossessivo la sinistra e più velatamente il mondo democristiano. Era la palese incoerenza tra i principi politici – di cui Malagodi era un cultore di alto livello e molto fermo nel rifiutare la grande destra conservatrice,  tendenza che riemergeva di continuo ma non era miscibile con il liberalismo, di cui avversava l’intento dinamico –  e le strategie attuative coerenti con i principi. Una carenza non da poco per la natura stessa del liberalismo.

Negli Stati Uniti, a novembre del ’68, il voto degli americani dette la misura del malcontento , principalmente a livello degli Stati. Infatti su base nazionale Nixon batté  Humphrey di appena cinquecentomila voti, con Wallace che ne ottenne dieci milioni. Invece, quanto a Grandi Elettori, Nixon ne conquistò 301, Humphrey 191 e Wallace 46 (vincendo in cinque Stati del Sud).  Nella sostanza le richieste dei giovani contestatori vennero nettamente sconfitte.

In Francia, la parte finale dell’anno venne caratterizzata dall’elaborazione della riforma messa in cantiere dal Presidente De Gaulle dopo il successo elettorale del giugno precedente. Pensava che la contestazione culminata a maggio,  inizialmente non aveva trovato  una replica adeguata, tanto che era stata poi fermata solo dai cittadini, prima con la loro manifestazione pubblica e poi con il voto.  Dunque ritenne opportuno  preparare una riforma che rafforzasse  le istituzioni francesi.

4.10   b) Riassetti vari  fino a metà del  ’70 – Il 1969 iniziò in un clima attento alla materia delle armi a livello  internazionale. Dal luglio precedente erano iniziate da Gran Bretagna, URSS ed USA le sottoscrizioni del Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleati, e dopo sei mesi avevano firmato una novantina di governi, alcuni anche ratificato. Le ratifiche avevano in seguito superato le venti ed era prevista l’ entrata in vigore del Trattato all’arrivo a  40 ratifiche.  Una settimana dopo l’entrata in carica, Nixon si disse favorevole a colloqui con l’URSS per  limitare gli armamenti strategici {il Salt , Strategie Arms Limitation Talks). Dunque diveniva sempre più evidente che, per correre meno pericoli, era importante avere contatti diretti.

Intanto il Presidente De Gaulle aveva completato il Progetto di Riforma Costituzionale. In poche parole, prevedeva di decentralizzare lo Stato centrale, faceva divenire il Senato una sorta di Camera delle nuove Regioni potenziate, e , quanto al metodo del voto al referendum, stabiliva che il complesso di queste riforme poteva essere solo accettato o respinto.  In Italia, invece, nella seconda metà di febbraio, Moro propose di praticare la “strategia dell’attenzione” verso il  Pci che si era rinnovato al suo Congresso  e verso il mondo della contestazione giovanile (dichiarò che “la strategia dell’attenzione è la rinuncia alla pura e semplice difesa del potere, è la prontezza a cogliere i segni dei tempi”). Qualche tempo dopo Malagodi replicò “è un trucco verbale che si risolve in una strategia dell’attenzione verso le istanze comuniste e in una strategia della disattenzione verso quelle liberali”.

A fine aprile il Progetto di Riforma Costituzionale di De Gaulle venne respinto (contrari il 54,4% degli elettori). De Gaulle ne prese atto , lo giudicò un voto di sfiducia alla sua Presidenza e, secondo il suo stile abituale, si dimise il 29 aprile. Alla consultazione Presidenziale di giugno, venne eletto quale successore George Pompidou, un collaboratore di lungo corso di De Gaulle, che dopo il rinnovo dell’Assemblea Nazionale l’anno prima aveva dovuto lasciare la carica di Primo Ministro per un intrigo di alcuni ambienti gollisti aiutati dai servizi segreti. Pompidou  sconfisse in due turni il Presidente del Senato Alain Poher, centrista.  Il suo primo atto fu nominare capo del Governo Jacques Chaban-Delmas,  gollista riformista, per allontanarsi dai gollisti autoritari.  Il suo alleato più importante, a parte il suo partito, fu il movimento liberale di Valéry Giscard d’Estaing.  

Nel mondo, le cose stavano proseguendo   lungo i medesimi indirizzi del precedente ‘68, salvo l’acuirsi dell’annosa controversia tra Cina e Russia relativa ai quasi settemila chilometri di frontiera tra loro. In Occidente proseguivano le proteste per la guerra degli americani in Vietnam, però stavano perdendo di credibilità. Si era capito che sul campo, nelle offensive fatte nei primi mesi dell’anno prima, i nord vietnamiti avevano riportato perdite colossali e così erano costretti a rallentare parecchio la loro penetrazione al sud. L’insieme degli avvenimenti induceva i Governi a concentrarsi sulle questioni interne.

In Danimarca il Governo Baunsgaard  era sicuro di avvicinarsi all’ingresso nella CEE  e di migliorare le condizioni di  mercato In Belgio proseguiva il Governo Eyskens impegnato nel dopo il caso Università di Lovanio. In Olanda il Governo De Jong ,   che sarebbe durato ancora a lungo, si concentrava sulla spinta per la CEE  e affrontava le dispute conseguenti alla pubblicazione di un documento sulle atrocità militari commesse in Indonesia. In Gran Bretagna Wilson  era molto attivo nei tentativi di entrare nella CEE, dunque fu soddisfatto per le dimissioni di De Gaulle e avviò rapporti con il nuovo Presidente Pompidou che  in sostanza era favorevole all’accettare l’ingresso inglese.

In Italia Malagodi  al Consiglio Nazionale PLI sottolineò che “è stata valida la decisione del XI Congresso di ritenere pericolosa la definizione di una nostra solidarietà preferenziale verso l’una piuttosto che verso l’altra delle forze democratiche”. Non cogliendo , tuttavia, che proprio il puntellare il sistema nel complesso richiedeva la solidarietà preferenziale auspicata da Presenza Liberale. Nel frattempo, non per caso, il dibattito politico complessivo era non poco influenzato dal progressivo scivolare della cultura cattolica  verso l’assecondare anche le richieste del PCI, e questo scivolamento influiva pure sulle contrapposizioni tra i socialisti . L’unificazione socialista voluta da Nenni e Saragat si sgretolò di settimana in settimana, nel mentre crescevano i sintomi di insofferenza dichiarata della destra per la democrazia (da tempo c’erano frequenti contatti internazionali con i regimi di destra, soprattutto dei colonnelli greci).

Nella prima metà luglio ‘69 , Il Consiglio Nazionale socialista respinse con un certo margine l’ordine del giorno di Nenni per mantenere l’unità. In rapida successione, la componente socialdemocratica si ricostituì in partito con Ferri Segretario e Cariglia vice mentre De Martino divenne segretario del PSI con Mancini vice. La maggioranza PLI sperò in una sorta di un nuovo Palazzo Barberini che riaprisse la strada ad un neocentrismo.

Pochi giorni dopo si tenne una direzione PLI molto eccitata che dava per certa la svolta negli schieramenti, prefigurando anche il ricorso alle urne. La minoranza di Presenza, viceversa,  giudicava la scissione una interruzione negativa del processo autonomistico dei socialisti essenziale per l’Italia e affermava che la drammatizzazione delle divergenze sui rapporti con il PCI era la copertura alle malcelate illusioni di risolvere i problemi del paese con un blocco d’ordine. Un blocco d’ordine articolato lungo due direttrici: l’emarginazione dall’area democratica del PSI tacciato di filocomunismo e il rilancio del vecchio centrismo come ridotto alla difesa della cittadella democratica al di là degli effettivi problemi reali del paese.

Va segnalato che in quella settimane di  luglio , in Spagna,  le Cortes, in sessione plenaria, approvarono una legge secondo cui, qualora Franco non fosse più capo dello Stato, l’allora trentunenne Juan Carlos di Borbone avrebbe  assunto il titolo di principe di Spagna e sarebbe divenuto il sovrano del Paese.

Le speranze della maggioranza PLI durarono pochi giorni, perché il governo Rumor I, sostenuto da DC, PSI, PRI, venne sostituito i primi di agosto – dopo un mese di trattative tese che il Quirinale aveva voluto come al solito “nell’ambito del centro sinistra” – da un monocolore DC formato da Rumor, con l’appoggio di tutte le correnti DC e degli altri tre partiti di centro sinistra, nell’attesa che maturassero il ritorno al centro sinistra organico. Di prospettive neo centriste, nessuna traccia. Il PLI dovette constatare che in Italia non stava passando l’agognata linea di una nuova strategia democratica modellata, anche sulla politica interna,  sulla contrapposizione dell’Occidente contro i paesi satelliti della Russia.

Una conferma venne poche settimane dopo, a fine settembre , con le elezioni in Germania. Kiesinger  con le sue CDU e CSU arrivò in testa, ma la novità fu che la liberale FDP di Scheel  risultò determinante nel coalizzarsi con i socialdemocratici di Brandt e questa inedita coalizione superò i cattolici di quasi venti eletti. La coalizione fu possibile perché i socialdemocratici  avevano rotto con il comunismo fin dal 1959. Ma anche perché tra i neo eletti deputati liberali c’era Ralph Dahrendorf. Era un ancor giovane sociologo presidente della Società Tedesca di Sociologia, con un passato nella SPD, autore un decennio prima di un classico volume sulle Classi e il conflitto di Classe, che si era progressivamente staccato dall’impostazione socialista proprio sull’affermare che le classi non si fondano sulla proprietà bensì sulle idee prevalenti (un tipico approccio liberale).     E nel ‘69  SPD e FDP attivarono una linea che, oltre ad rinnovamento all’interno, puntava a migliorare i rapporti con gli stati dell’Europa orientale.

Contemporaneamente  il Presidente Nixon riduceva la presenza militare in Vietnam di oltre centomila soldati, visto che Hanoi aveva da parte sua abbandonato la piena aggressività e adottato la strategia delia guerra prolungata.  Negli USA proseguivano le protese giovanili ma con sempre minore presa. Inoltre, i primi di agosto, il Presidente andò in Romania ove incontrò il leader Ceausescu.  Nella medesima ottica di abbassamento delle tensioni militari, anche il Canadà governato dal liberale Trudeau ritirò buona parte delle truppe Canadesi di stanza in Europa.

In totale controtendenza era il conflitto arabo israeliano, che in quell’anno si era perfino  intensificato, in specie per l’azione di Arafat, che era divenuto il nuovo capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, OLP, e che ne aveva trasferito la sede dalla Giordania in Egitto. Arafat, in modo spasmodico, intendeva trasformare l’approccio per risolvere quel conflitto usato dall’Occidente anche con la risoluzione del Consiglio di sicurezza ONU a novembre 1967. Non si sarebbero più dovuti fare piani (lo aveva detto a fine marzo anche Nasser , il Presidente della Repubblica Araba Unita, che gli arabi non avrebbero acconsentito a nessuna sistemazione imposta) , si sarebbe dovuto riconoscere ai problemi palestinesi una ribalta internazionale. Anche qui , una giusta impostazione di autonomia liberale, usata nei fatti con metodi illiberali.

In un quadro simile, la maggioranza governativa italiana  continuava a seguire, così come  faceva da circa  un decennio, una linea particolare. Non si prefiggeva di sciogliere i nodi del problemi, ma piuttosto di darsi una posizione di schieramento escludendo i conservatori (per definizione i liberali) in modo da poter coinvolgere i socialisti progressisti senza sottoporli a grosse reazioni del PCI, ritenuto il riferimento indiscusso dei progressisti. Il PLI , quale unica opposizione democratica, non era capace di una proposta attraente. Manifestava una linea schizofrenica.

Di fatti , la strategia dell’alternativa liberale da un lato si avvinghiava alla speranza di un cambio di maggioranza nella DC che imponesse l’accordo quadripartito centrista DC-PLI-PSDI-PRI (per poi procedere all’allargamento ad un PSI divenuto coerentemente democratico); dall’altro lato portava il PLI a sostenere una serie di posizioni – sul divorzio, sulle ingerenze della Segreteria di Stato del Vaticano, sullo statuto dei lavoratori, sull’obiezione di coscienza, sul voto ai diciottenni, sulla partecipazione dei lavoratori agli utili e al capitale delle aziende – che trovavano la DC assai recalcitrante, se non apertamente contraria.  

Dunque il PLI , proponendo programmi del tutto coerenti con il liberalismo internazionale (indubbiamente lontani dalla conservazione), rendeva inattuabile la speranza di cambio di maggioranza nella DC. Perché la DC  puntava più al mantenere il potere della sua centralità che non alle posizioni politiche delle idee sostenute o che avrebbe potuto sostenere in quanto utili alla società italiana. Era la tipica mentalità di chi antepone alla realtà la fede in suo mondo  considerato eterno e prevalente. In conclusione, gli strali del PLI non avrebbero dovuto  bersagliare le gravi arretratezze del PSI , bensì il ben più grave passatismo del partito più forte del Paese. Quella  DC  che non si applicava alla realtà quale era e che  utilizzava la realtà solo per definire gli equilibri  dei suoi rapporti interni.  

Il Governo Rumor II dimostrò di essere fragile strutturalmente. Attentati su treni e sedi ferroviarie, scioperi in tutto il paese, guidati dai metalmeccanici delle aziende pubbliche e private. Poi altre manifestazioni studentesche, altri disordini e scontri con la polizia (a Pisa ci scappò un morto), altri attentati minori, la richiesta del sindacalista cattolico Macario, leader dei metalmeccanici CISL, di trattare i salari quale variabile indipendente dei fattori della produzione. Furono le tensioni fortissime dell’autunno caldo. In un clima siffatto dominato dalle proteste, non venivano avanzate proposte praticabili per risolvere le varie questioni. Prevaleva l’eccitarsi convinto che il rifiuto della realtà fosse l’atto supremo per modificarla. Apparteneva a questo modo allucinato di fare politica, il chiedere i salari quale variabile indipendente dei fattori della produzione.

A settembre , in un Convegno a San Ginesio, i quarantenni DC, guidati da Forlani e De Mita stipularono un patto per produrre una svolta nella gestione DC, liberandosi dalla morsa del doroteismo. La manovra riuscì e i primi di novembre Forlani divenne il nuovo Segretario DC. Alla fine di quel mese, la Camera votò per la prima volta su un progetto di legge strutturato per il divorzio. La DC si impegnò a fondo e indusse anche il monocolore Rumor II a non restare neutrale e a schierarsi contro. Ma venne battuta poiché , dopo le politiche di un anno e mezzo prima, al PLI si erano aggiunti anche tutti gli altri  partiti laici , inclusi PCI e PSIUP. La Fortuna-Baslini fu approvata in prima lettura.

Invadendo la Cecoslovacchia ad agosto ’68, il Patto di Varsavia  aveva preoccupato molto l’Austria che si trovò in emergenza umanitaria, in quanto principale punto di passaggio per i cecoslovacchi in fuga verso Occidente. Il Cancellieri Klaus ottenne garanzie circa il rispetto del Trattato del 1955 sull’indipendenza austriaca e poté continuare a dedicarsi alla politica interna, principalmente alle proteste studentesche in specie all’Università e alle trattative con l’Italia per il Pacchetto sull’Alto Adige. Per il resto, anche nel ’69,  l’Austria lavorò per raggiungere ad accordi economici con la CEE  superando  la contrarietà dell’URSS.  A novembre , dopo che il testo era stato approvato dalla Sudtiroler Volkspartei italiana, venne firmato il Pacchetto di misure per le minoranze linguistiche altoatesine e  chiuso il contenzioso con l’Italia.  Alle elezioni locali tenutesi in Austria  quell’anno si andava profilando la crescita dell’opposizione socialista.

In ogni caso, il clima italiano in qualche modo strideva con gli sforzi che nello stesso periodo venivano fatti a livello della CEE per risolvere in concreto le divergenze e compiere passi avanti . Il 2 dicembre si tenne all’Aia un vertice dei Capi di Stato e di Governo, che si concluse decidendo di approfondire l’integrazione prevista dai Trattati di Roma e di avviare negoziati sulle richieste di adesione fatte da Danimarca, Gran Bretagna, Irlanda e Norvegia.

Nonostante la parentesi europea e il traballare  del Rumor II, sulla politica italiana aleggiavano foschi presagi.  Avvalorati da innegabili manovre di svariati gruppi benpensanti, i quali , alla via del confronto anche acceso tra culture contrapposte, preferivano  senza dirlo quella dello scontro di forza. Andava preparato creandone le condizioni e rendendolo uno sbocco obbligato. Non dovrà mai essere dimenticato – nonostante l’oblio sceso da allora – l’editoriale dell’importante  settimanale Epoca, della Mondadori, largamente diffuso da un ventennio, uscito alla vigilia del 12 dicembre: “Se la confusione diventasse drammatica e se, nella ipotesi di nuove elezioni, la sinistra non accettasse il risultato delle urne, le Forze Armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana. Questo non sarebbe un colpo di Stato, ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia.. Tuttavia, il ristabilimento manu militari della legalità repubblicana, possibile nel giro di mezza giornata, potrebbe non essere sufficiente. Questa Repubblica, così  com’è, funziona ancora?… Perché non ci poniamo seriamente il problema della Repubblica presidenziale, l’unica capace di dare forza e stabilità al potere esecutivo?”.

E’ arduo suppore che fu una coincidenza del tutto casuale quanto avvenne, a metà pomeriggio del 12 dicembre ’69,  a Milano. Scoppiò una bomba dentro la Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, provocando 16 morti e una novantina di feriti. In aggiunta, poco dopo venne sventato per caso un altro attentato in piazza della Scala – venne certificato che erano ordigni altamente professionali preparati con materiali analoghi – e in contemporanea altre tre bombe scoppiarono a Roma, in luoghi significativi. L’autunno caldo si era incrociato con l’avvio di quella che sarà la lunghissima stagione delle stragi imperniata sulla destra serpeggiante sottobanco.

Un volume sulla Cronologia del Liberalismo non è il posto per entrare nei particolari delle reazioni pubbliche agli attentati di allora. In questa sede, basta ricordare che il  PLI non assecondò neppure per un attimo le striscianti inclinazioni per scorciatoie incompatibili con la democrazia. Non per caso, sia l’intero centro sinistra che la sinistra vera e propria, PCI e PSIUP, ne riconoscevano la totale affidabilità politico costituzionale. Eppure, paradossalmente, dopo Piazza Fontana, proprio questa correttezza democratica ed istituzionale spiazzò ancor di più il PLI.

Sotto il profilo del voto , dopo Piazza Fontana la schizofrenia del PLI sulla DC divenne esiziale. Poiché i benpensanti toccavano con mano che il centro sinistra era di fatto la sola alternativa praticabile alle agitazioni dei rossi e alle bombe di ogni colore. E poiché gli ambienti più preoccupati di fermare il disordine che di far vivere la democrazia, si ritrovavano nella nuova destra, rispettosa delle istituzioni nella forma ma non aliena dalle maniere forti. Nessuno dei due gruppi si riconosceva nel PLI. Il primo non riusciva a ragionare in termini di prospettiva, restando inchiodato all’immobile contingenza del presente; il secondo non condivideva i meccanismi della libertà, consapevolmente oppure no. Essendo questo lo stato delle cose, per il liberalismo il dopo Piazza Fontana non poteva che essere ancora più difficile. Nel prosieguo  lo divenne.

Negli altri paesi del Continente retti da regime democratico, i liberali  fossero al governo oppure no, in quel periodo la vita pubblica si sviluppò senza particolari tensioni. Il giorno 1 marzo si svolsero le elezioni anticipate in Austria. I Socialisti  guadagnarono in voti e sette eletti , arrivando ad 81. I Cristiano Democratici persero in voti ed eletti che furono solo 78. I LIberali stabili in voti ed eletti, sei. Dunque i socialisti erano in testa ma senza la maggioranza assoluta. La novità derivò dalla decisione dei liberali di appoggiare un governo minoritario dei Socialisti  in cambio di una sostanziale riforma del sistema elettorale. Così iniziò il periodo dei Governi  con  Kreisky Cancelliere, che proseguiranno per molti anni.

In Belgio il  Governo Boeynants stava procedendo verso un federalismo accentuato, in Olanda e in Danimarca i Governi De Jong e Biesheuvel facevano le riforme necessarie, in Germania il Governo Brandt Scheel  marcava la sua nuova linea (a metà marzo ci fu nella DDR l’incontro di Erfurt tra Brandt e il Capo della stessa DDR). Quanto alla CEE, a fine aprile del ’70 venne stipulato il Trattato di Lussemburgoche fu una tappa significativa nel cammino di maturazione della Comunità. Soprattutto su due punti da rendere vigenti dal 1 gennaio successivo.  Le risorse proprie (dazi e IVA)  al posto dei contributi nazionali con  un bilancio unico CEE, e  assegnazione per la prima volta al Parlamento   di funzioni decisionali e di controllo. inoltre si confermò che dal successivo luglio sarebbe stata varata la prima Commissione della CEE iniziando il lavoro insieme (uno dei membri della Commissione sarà per la Germania il liberale Dahrendorf).

Nelle medesime settimane, negli Stati Uniti si rinverdirono le manifestazioni di protesta perché era divenuto noto che il PresidenteNixon aveva esteso in via riservata e tattica le operazioni militari alla Cambogia. Poi, a fine maggio, il Presidente Pompidou  si recò a Mosca per circa due settimane – ricevendo grandi accoglienze –, ripetendo il viaggio di De Gaulle quattro anni prima in un’ottica di distensione e valorizzando il ruolo dell’Europa , pur sempre conservando l’autonomia francese tipica del gollismo.

In Italia la tragedia del Banca dell’Agricoltura aveva dato il via ad indagini frenetiche, all’inizio sulla pista anarchica (anche con episodi tragici), che si rivelarono non solide in chiave processuale e che alla fine non portarono mai a ricostruzioni sicure. In ogni caso non si verificò l’indubbio intento destabilizzante degli svariati ordigni disseminati in quei giorni. Le Istituzioni reagirono con fermezza e calma   e il dibattito politico  tornò a concentrarsi sulla necessità di superare la formula del monocolore. Ci fu un confronto molto intenso specialmente nella DC  e verso fine marzo  Rumor formò il suo terzo Governo, con la formula del centro sinistra organico,  su un programma  che comprendeva il cosiddetto preambolo Forlani (felpata versione della centralità DC), la elezioni regionali ed amministrative a giugno, l’amnistia, e un compromesso procedurale sul divorzio.

Durante la crisi, il PLI era stato consultato con tutti i crismi ma delle sue proposte non si teneva alcun conto. Va detto che il PLI ci metteva del suo, perché non sottolineava che il problema vero era l’incapacità di decidere della DC e del PSI. Incapacità di decidere talvolta per la pratica volontà di non farlo e assecondare un più largo consenso di potere (era l’eredità dorotea); e talvolta per un malinteso spirito protestatario e libertario connesso ad un individualismo sognante (implicito nell’utopismo socialista). In ambedue casi, incapacità di decidere derivante dall’insufficiente consapevolezza che governare significa prima di tutto fare scelte e attuare programmi di sostegno alla crescita civile e sociale.

I liberali non riuscivano a far divenire tale punto il fulcro essenziale  del dibattito politico. Il PLI esprimeva il rigoroso rifiuto delle proposte antisistema, a sinistra o a destra, assai opportuno visto il loro dilagare avvalendosi anche di un frequentissimo ricorso alla violenza (in quella primavera anche il MSI di Almirante teorizzava apertamente questo atteggiamento come un riequilibrio politico indispensabile).  Ma non aveva la forza di mobilitare i cittadini a sostegno delle riforme liberali necessarie  ad infrangere l’indecisionismo della DC e dei socialisti. Soprattutto perché le loro ragioni, liberali e propositive, venivano oscurate dal basare solo la propaganda imperniata sul rifiuto (per lo più) del comunismo. Il ritornello anticomunista finiva per sovrapporsi alle battaglie liberali, sacrosante per più aspetti, snaturandole. Senza  neppure dare la capacità di far breccia sull’elettorato conservatore di destra, che restava attratto dal ricorso alla forza, non capendone la natura illiberale.

Un chiaro esempio di ciò fu, in quei mesi, il modo di opporsi alle Regioni. L’opposizione all’introdurre le regioni a statuto ordinario venne svolta in chiave di pericolo comunista e privilegiando argomenti obiettivamente lontani dallo spirito del liberalismo internazionale sul decentramento e sulla partecipazione. L’errore fu tanto più rilevante poiché esistevano motivazioni forti per attaccare il centro sinistra nell’ambito di una visione liberale del problema regioni.

A sessanta giorni delle prime elezioni delle Regioni a statuto ordinario (fissate il 7 giugno del ’70), non erano ancora state varate le leggi relative ai poteri effettivi delle Regioni, ai loro rapporti con lo Stato ed Enti Locali, al loro costo aggiuntivo per l’Erario, ai caratteri dello loro politica economico finanziaria. Il che costituiva una palese violazione logica e metodologica della Costituzione e del buon senso. Addirittura, quando a venti giorni dalle elezioni venne varata la legge sulle finanze regionali, non erano ancora pronti i progetti di legge quadro relativi a come inserire le Regioni nel complessivo edificio pubblico, leggi quadro che vennero poi varate pezzo a pezzo a distanza anche di anni.

Le Regioni furono una costruzione disorganica e improvvisata. Nessuno aveva preparato un progetto specifico (a riprova che mancava una cultura riformatrice). Un dato di fatto che dava ai liberali un enorme spazio potenziale. Viceversa, combattere le regioni in chiave di pericolo comunista e privilegiando argomenti lontani dallo spirito del liberalismo internazionale sul decentramento, servì ad avvalorare la comoda tesi della DC e dei socialisti  che i liberali erano conservatori del vecchio e contrari al mutamento.

In aggiunta, contemporaneamente all’errore nella campagna contro le Regioni, il PLI fece un errore analogo su un’altra questione, meno propagandata ma di grande importanza sotto il profilo istituzionale. Il PLI si oppose alla legge sul referendum abrogativo previsto dall’art.75 della Costituzione (fino ad allora inattuato), di cui l’Azione Cattolica aveva chiesto la messa in vigore paventando fosse approvata la legge sul divorzio.  Questa scelta, oltre a togliere la possibilità di influire sui meccanismi della norma (tipo l’obbligo di sperimentare una legge per un po’ prima di sottoporla a referendum abrogativo), fu la conferma indiscutibile che la preoccupazione prioritaria di combattere il PCI faceva talvolta velo alla coerenza dei comportamenti. Infatti, da un lato era una netta contraddizione votare pro divorzio insieme al PCI e poi sostenere che il referendum era uno strumento utile alla politica conciliare del PCI , dall’altro era miope sacrificare lo spirito del liberalismo fautore della partecipazione del cittadino alla convivenza, sull’altare dell’ossessiva paura della pressione politica del PCI.  All’epoca, simili impostazioni contraddittorie nel combattere le regioni e  il referendum, determinarono l’immagine del PLI come partito fuori dai giochi. Al punto dal far passare sotto silenzio il fatto, assai rilevante per gli italiani, che nel medesimo periodo la mitica legge sullo Statuto dei Lavoratori venne votata dal centro sinistra e dal PLI ma non dal PCI.

Insomma la Libertà Nuova del PLI rimase in mezzo al guado delle proprie contraddizioni e alle regionali l’arretramento fu di nuovo significativo. Il PLI dal 5,8% delle politiche scese ad un 4,7% ,  ribadito pure nelle contemporanee  amministrative.

4.10   c) In Italia passa la legge sul divorzio – Esattamente nelle medesime settimane delle Regionali in Italia, in Gran Bretagna  si tennero le legislative  che furono. vinte per circa un milione di voti dal Conservatore Edward Heath (il Liberal Party di Jeremy Thorpe   tennero un po’ più di 2,1 milioni di voti ma vennero penalizzati negli eletti dal sistema uninominale). Fu subito curioso constatare che il Premier Heath, nonostante nel corso della campagna elettorale non avesse trattato la questione dell’ingresso nella CEE, lo riteneva un passo fondamentale e quindi iniziò immediatamente a tastare il terreno a Bruxelles. E venne fuori che stavolta aveva il favore della Francia. Il Presidente Pompidou, pur non dimenticando le obiezioni di principio di De Gaulle, riteneva che un ingresso inglese nella CEE, qualora ne fossero state chiarite le condizioni strutturali ed economiche, era possibile perché non foriero ad un super stato e perché del resto avrebbe portato notevoli vantaggi economici ai francesi. Perciò furono ripresi i negoziati per l’ingresso nella CEE della Gran Bretagna.

In Italia, il risultato elettorale con la perdita di due milioni di voti della DC,  con il lieve calo dei partiti socialisti nonostante le liste separate (ma anche le sinistre erano arretrate intorno al milione e mezzo) e le accese discussioni che ne erano seguite, avevano messo in crisi il centro sinistra. Nella prima settimana di luglio, scoppiò la crisi del Governo  Rumor III , che si  dimise ritenendo troppo pericoloso  per il centro sinistra restare immobile di fronte ad un grande sciopero nei giorni seguenti sulla scia di proteste da mesi (ma anche nel tentativo di dilazionare il varo definitivo del divorzio, come richiesto in via riservata da mons. Casaroli per conto del Vaticano). Le trattative per il nuovo centro sinistra durarono un mese. I primi di agosto il DC Emilio Colombo varò il Governo a quattro cui presero parte i principali esponenti dei vari partiti. Peraltro si vide presto che permanevano le tensioni.

Nei primi giorni dell’autunno , Nixon venne a Roma ed incontrò il Presidente Saragat, nel mezzo di manifestazioni protesta per il Vietnam e subito dopo si recò nella comunista Jugoslavia, nell’ottica di favorire la distensione per quanto possibile.

La situazione italiana restava instabile. Aveva contribuito ad agitarla una rivolta a Reggio Calabria egemonizzata dal MSI che durante diverse settimane ebbe livelli insurrezionali. Iniziò la stagione degli attentati, delle organizzazioni armate estremistiche in connessione tra loro e, i primi di dicembre, si materializzò lo spettro del golpe del principe Borghese, fondatore del Fronte Nazionale, che all’ultimo passo (per ragioni mai emerse) rinunciò ad agire. In parallelo vi furono le azioni, sempre più fitte e clamorose, dei nuovi gruppi di estrema sinistra, che praticavano la guerriglia urbana. Ed per la prima volta apparve  la sigla Brigate Rosse.

L’avvenimento più rilevante della fine del ’70,  resta peraltro l’accanito dibattito sulla legge del divorzio. Legge che il 9 ottobre, superando il forte tentativo di rinvio tentato dagli antidivorzisti, passò al Senato per la fase finale. I divorzisti saltarono anche gli ulteriori ostacoli e alla fine, nella notte del 1 dicembre 1970, la Fortuna-Baslini divenne legge .

A parte la testimonianza che i liberali, reciso il vincolo DC, riuscivano a stare alla testa del movimento riformatore, la vicenda della legge sul divorzio costituì l’avvio di un confronto politico di nuovo tipo che si dipanerà negli anni non seguendo per lo più il cammino delle iniziative laiche di tutela dell’individuo e delle istituzioni modellate sulla laicità. Perché di fronte all’immediata reazione degli antidivorzisti – all’indomani della Fortuna- Baslini, i cattolici più conservatori annunciarono il referendum abrogativo –  l’atteggiamento dei  partiti divorzisti fu timoroso e di conseguenza al ribasso. La linea seguita fu distinguere ad ogni costo, e in modo irrealistico, tra la DC e i promotori del referendum nonché perfino il definire il divorzio una mina vagante da disinnescare (parole dell’alto dirigente PSI, Ballardini).  Il vicesegretario  PCI Berlinguer scrisse sull’Unità che non seguire la via dell’accordo con la Chiesa avrebbe rotto il quadro democratico e impedito la politica di unità proletaria. Il direttore della stessa Unità, Tortorella, chiarì che i divorzisti ostacolavano il dialogo con i cattolici. Baslini commentò beffardo “siamo nella fase delle scuse che alla DC e al mondo cattolico. Si cercherà di impedire che dalla fase delle scuse si passi a quella dell’intesa”. Un tentativo che purtroppo  riuscirà solo in tema divorzio.

4.10   d) Il periodo ’71 inizio ’72 – Verso metà gennaio ’71 , nel mondo liberale ci fu la novità del Congresso Nazionale PLI con il distacco da Libertà Nuova della corrente di Rinnovamento, capeggiata da Zanone, che imputava a Libertà Nuova di non cogliere le tensioni innovative del Segretario e di svolgere un’azione per il popolo senza preoccuparsi di mobilitare il popolo.  Rinnovamento sosteneva che “iI PLI deve evitare ogni esclusione pregiudiziale (anche verso il PSI) e ogni patto preferenziale (anche verso la DC)”. Malagodi conservò quasi due terzi dei voti e tra le due minoranze prevalse di poco Rinnovamento su Presenza. La posizione complessiva non mutò.

Come non cambiò l’ incredulità dei quattro partiti laici per il successo  sul divorzio, cui non riuscirono a dare seguito.  Né il comportarsi del PCI  secondo  la sua direttrice vera, seppur dissimulata, che era l’incontro con i cattolici. La DC  rispondeva a suo modo privilegiando in ogni occasione il rapporto con il nemico comunista., anche al prezzo di concedere molto sul piano delle idee Attitudine confermata a febbraio, quando i capogruppo DC e PCI introdussero nel Regolamento della Camera norme  consociative . In caso di votazioni importanti, era reso indispensabile il voto dei due gruppi grossi e, con il togliere l’obbligo del dibattito parlamentare sulle dimissioni dei governi, veniva accresciuto il potere dei partiti a scapito della trasparenza verso i cittadini.

Mentre la politica era stagnante in superfice e consociativa sotto traccia,  il 1 marzo 1971 la Corte Costituzionale sancì la prevalenza della Costituzione sui Patti Lateranensi, spazzando la tesi clericale secondo cui l’art 7 significava la costituzionalizzazione delle norme concordatarie. La sentenza turbò il quadro e indusse DC e PCI a convincere anche i tre laici del centro sinistra ad approvare alla Camera un ordine del giorno in cui si invitava il Governo a promuovere il negoziato con il Vaticano, secondo le indicazioni date dal Presidente del Consiglio Colombo (assai generiche e reticenti su tutti i punti di rilievo posti dalla Fortuna Baslini e dalla sentenza costituzionale), riferendo alle Camere prima di un’eventuale stipula della revisione e contattando le forze parlamentari. Non venne però accolta la mozione liberale (perciò il PLI si astenne ) che indicava una revisione senza pregiudizi dei diversi aspetti dei Patti Lateranensi alla luce del garantire la libertà e proponeva la costituzione di una Commissione interparlamentare che svolgesse una funzione stabile di consulenza al Governo unico responsabile della trattativa internazionale. Dunque un’ulteriore conferma del sostanziale lavorio ad una concezione istituzionale  poco rispettosa dei principi liberali. Nelle alte sfere italiane permaneva un dibattito politico nebbioso, al fondo ostile alla Fortuna-Baslini.

In Olanda, si svolgeva in quei mesi un fitto confronto sulla riforma del welfare, in particolare sulla sostenibilità delle spese sociali e dei servizi, e sulla necessità di adattare il modello di welfare universale alle nuove sfide della società in evoluzione. Le proposte di ricorrere all’austerità non erano approvate dai sindacati e dalla sinistra. Ad aprile ci furono elezioni anticipate, in cui i partiti di Governo persero dei seggi (in specie il Partito Popolare Cattolico ne perse sette, quello di Libertà e Democrazia due, mentre l’Antirivoluzionari aumentò di due) ma restò il Premier De Jong.

A maggio si erano incontrati a Parigi  Pompidou ed Heath.  Il primo cercava un appoggio alla sua proposta di creare una moneta unica, il secondo cercava un aiuto perché fosse finalmente accettata la richiesta di entrare nella CEE. L’accordo fu raggiunto. Per il peso di Pompidou, da quel momento iniziarono a Bruxelles i negoziati effettivi, incentrati in particolare sul come  mantenere i rapporti commerciali con il Commonwealth. Peraltro emerse subito che entrare  nella CEE comportava per la Gran Bretagna dei costi molto elevati. Cosa che susciterà il malcontento degli inglesi.

In Olanda, i primi di luglio il Premier De Jong  fu sostituito da Biesheuvel, degli Antirivoluzionari,  sorretto da una coalizione dei tre partiti già a Governo cui si aggiunsero il secondo partito liberale, D’66, e gli altri protestanti dell’Unione Cristiana Protestante.   

Ad agosto, il Presidente Nixon arrivò alla conclusione che le necessità finanziare del Vietnam e della spesa sociale avevano portato gli Stati Uniti a  stampare troppi dollari. Di conseguenza avevano superato le loro riserve auree e le loro  riserve erano state  destabilizzate dalla richiesta di molti paesi di convertire in oro i dollari USA da loro detenuti. Perciò Nixon decise per conto suo di sospendere la convertibilità in oro del dollaro. In più, con lo scopo di proteggere le industrie americane, introdusse anche una tassa del 10% sulle importazioni. Ciò pose termine agli accordi di Bretton Woods  e dette inizio al periodo delle valute non più legate all’oro e dei tassi di cambio flessibili, cioè basati sulla fiducia del governo emittente.

Tale avvenimento fu la riprova sperimentale , un quarto di secolo dopo Bretton Woods, che in quella sede il liberale Keynes aveva visto giusto. Il sistema dei cambi fissi e la convertibilità del dollaro in oro decisi a quell’epoca costituivano sì un passo avanti verso la stabilità, ma non risolvevano affatto i problemi dei pagamenti internazionali.  Occorreva un piano di aggiustamento  delle bilance commerciali tra paesi in attivo e quelli in disavanzo, evitando che questi ultimi fossero i soli a dover farsi carico del riequilibrio. Siccome il riequilibrio interessava tutti i conviventi, non poteva che essere una responsabilità condivisa. Per cui i paesi in attivo avrebbero dovuto usare i loro margini in eccesso al fine di favorire la ripresa di quelli in deficit. Una realistica concretezza tipica della previdente mentalità liberale, non seguita a Bretton Woods.


In Austria l’anno ’71 vide una consistente crescita economica che superò la media dell’Europa. In tale contesto, anche dopo che in base agli accordi era stata modificata la legge elettorale, aumentando il numero dei seggi da 165 a 183 e irrobustendo il sistema proporzionale.  si tennero il 10 ottobre  le elezioni anticipate. I Socialisti del Cancelliere uscente Kreisky guadagnarono  non molto  in voti ma abbastanza da ottenere la maggioranza degli eletti , 93, mentre xi fu una lieve flessione dei Cristiaao Democratici e la stabilità della FPO liberale che però guadagnò due eletti. Ovviamene Kreisky venne confermato.

Sempre ad ottobre, il governo di Edward Heath, in Gran Bretagna, approvò una legge fondamentale, l’Immigration Act, che introdusse un solo sistema di controllo imperniato sul diritto di residenza e non dava il diritto automatico di ingresso per i cittadini del Commonwealth che  nel Regno Unito non avessero già  legami di famiglia o di lavoro. Nel medesimo periodo, in Danimarca, il Governo Baunsgaard  cadde dopo le elezioni  anticipate del settembre   (soprattutto i conservatori persero poco meno di un quinto dei voti  e sei eletti, ma anche il liberali del Venstre arretrarono  intorno al 15% dei voti, mentre andarono piuttosto bene  i Radikale Venstre, il secondo partito membro di Liberal International). Subentrò da metà ottobre 1971, il nuovo governo  di minoranza guidato da leader dei socialdemocratici, Jens Otto Krag, che si impegnò subito nel proseguire il processo di integrazione della CEE.

Il dibattito politico italiano si andava nel frattempo sempre più concentrando sulle trattative più o meno riservate in tema legge sul divorzio e sulla scadenza dell’elezione del Presidente della Repubblica a fine anno.  Circa le trattative per rivedere la legge sul divorzio, derivavano più da iniziative di alcuni ambienti divorzisti che non da ambienti DC che anzi negavano di voler fare passi per bloccare i referendum. E Baslini disapprovò apertamente le trattative in corso per sostituire la legge sul divorzio con un’altra legge che evitasse il referendum.

Quanto all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, quando a fine  novembre arrivò il tempo, la sinistra ritenne maturo il momento per gli equilibri più avanzati proposti da De Martino (del resto CGIL, CISL e UIL dichiararono che l’unità sindacale organica ci sarebbe stata entro pochi mesi). Così candidò lo stesso De Martino. La DC di Forlani aveva il solo obiettivo di scegliere il DC che poteva essere eletto. Quando si iniziò a votare, per giorni De Martino ottenne intorno a 400 voti, mentre Fanfani rimaneva al di sotto non ricevendo suffragi extra DC e c’erano i nomi di bandiera. Poi, in diverse votazioni, DC, PSDI, PRI, PLI non presero parte al voto, arrivando con le destre ad oltre 540 grandi elettori non partecipanti ai singoli voti. Dopo circa due settimane, l’assemblea dei grandi elettori DC scelse Leone che batté Moro (correnti di sinistra e andreottiani). Allora il PSI ripropose il medesimo schieramento PSI-PCI sul nome di Nenni  , confidando di avere il consenso di PRI, PSDI e dei franchi tiratori delle sinistre DC. La Malfa, Bozzi e il PSDI dichiararono che la candidatura Nenni esprimeva lo stesso contesto di prima. Così venne raggiunto l’accordo a quattro, DC, PLI, PSDI, PRI sul nome di Leone. Nel successivo scrutinio, il ventiduesimo, Leone mancò l’elezione per un solo voto. Ma al successivo ottenne 518 voti (centodieci più di Nenni) e fu eletto senza i voti delle destre.

Nella vicenda Leone il centro sinistra si era dissolto. In più il PSI (salvo gli autonomisti) non se ne era accorto e insisteva in modo accanito sugli equilibri più avanzati. Addirittura chiese “delle garanzie contro il referendum, che sarebbe la spaccatura radicale del paese, il risorgere degli storici steccati”. Era piena la sua sudditanza psicologica al PCI. Baslini chiarì con precisione realistica: ”La DC resta tenacemente contraria al divorzio perché intende arrivare al doppio regime (nda, cioè la proposta di Andreotti, capogruppo DC da un triennio, fondata sulla distinzione dei matrimoni concordatari da quelli civili), che il PCI accetterebbe come ha già detto la Jotti. Sarebbe inconcepibile che lo Stato rinunciasse a legiferare in materia di divorzio mentre la Santa Sede è sempre libera in base al Concordato di modificare il Diritto canonico. In caso di referendum si conteranno i cittadini italiani e i sudditi del papa”.

Quale conseguenza del dissolvimento, a metà gennaio ’72 il PRI uscì dal Governo e Colombo si dimise. In alcune settimane, il Presidente Leone in base a quanto emerso dalle consultazioni, incaricò di varare un governo possibile, Andreotti , Capogruppo DC  alla Camera, dimostratosi un anno prima, in materia di Regolamento, non chiuso alle istanze consociative.

Intanto. nei giorni di fine gennaio, a Bruxelles era stato sottoscritto l’importante Trattato di adesione alla CEE  di Danimarca, Gran Bretagna , Irlanda,  basato sul principio che entrando ogni paese accettava i preesistenti Trattati CEE e l’ordinamento introdotto dalla CEE in seguito. L’adesione venne firmata anche dalla Norvegia, che però da allora non la perfezionò perché , poche settimane dopo, fu  rifiutata da un  apposito  referendum.  

4.10   e) – Dal Governo Andreotti  I alla fine ’73 –In Italia, il Presidente incaricato Andreotti riuscì a formare un monocolore DC, che però non ebbe la fiducia. Allora, a fine febbraio,  il Presidente Leone indisse il referendum sul divorzio, sciolse le Camere (prima interruzione di una legislatura)  convocando le elezioni il 7 maggio, e , some previsto dalla legge, rinviò immediatamente il referendum appena convocato. Con tale procedura, veniva soddisfatto chi intendeva prendere tempo per far sì che il referendum non spaccasse le grandi masse. In conclusione, non si parlava più,  di apertura a sinistra ma il disegno  consociativo era salvo  .

La DC si era mossa con abilità. Usufruendo in particolare della fragilità della concorrenza politica liberale. Di fatti, in un sistema proporzionale , arrivare alle elezioni politiche dando il messaggio che il problema numero uno è battere il PCI e che il voto al PLI può al massimo cambiare il tipo di influenza sulla DC ma per il resto non è condizionante, equivaleva ad indirizzare l’elettore ad una sola scelta: votare direttamente la DC se preferiva l’esigenza diga al PCI, oppure a votare la destra  se preferiva non fidarsi dell’anticomunismo DC e non escludeva di ricorrere a soluzioni di forza contro il comunismo.

Oltretutto, negli stessi giorni si era verificato uno straordinario evento diplomatico.  Nell’ultima settimana di febbraio, il Presidente Nixon, accompagnato dal Segretario Kissinger, si era recato in Cina, a Pechino, nella visita ufficiale ad un regime comunista rigido ed isolato, con cui gli USA non intrattenevano rapporti diplomatici. Accolti con grandi onori dal primo ministro Chou Enlai. Nixon incontrò anche il mitico Mao Tse-tung ormai anziano. La visita avviò la progressiva integrazione della Cina nel sistema commerciale, in cui diverrà una grande potenza mondiale.  Fu un evento realizzato da due americani esponenti della cultura conservatrice democratica. I quali, tuttavia, ritennero opportuno nell’occasione applicare i metodi della società aperta di spirito liberale fondati sul confronto delle idee e dei progetti. Un atteggiamento che non trovava riscontri effettivi all’interno del dibattito italiano.

Alla fine  marzo in Gran Bretagna, Il governo conservatore di Heath, di fronte alle crescenti violenze in Irlanda tra unionisti e nazionalisti,  sciolse l’Assemblea Nord Irlandese e introdusse il Northern Ireland Act  che stabilì il governo diretto di Westminster sull’Irlanda del Nord.  Il Liberal Party  era generalmente unionista ma non nazionalista. Pertanto era favorevole  all’Irlanda del Nord come parte del Regno, ma, come l’Ulster Liberal Party, cercava soluzioni che includessero le istanze della comunità unionista e di quella nazionalista. Di conseguenza erano contrari  all’unificazione con la Repubblica d’Irlanda, a meno che non fosse chiaramente espressa dalla maggioranza degli abitanti dell’Irlanda del Nord.

Ad aprile , la CEE, rispondendo alla decisione di Nixon presa nell’agosto precedente sulla non convertibilità, fece ancora un passo avanti  nella sua integrazione. Venne istituito  il cosiddetto serpente monetario europeo, vale a dire un margine di fluttuazione massima del 2,25% tra le monete CEE e al contempo un margine di oscillazione del 4,5%  delle stesse rispetto al dollaro USA. L’obiettivo era indurre la stabilità monetaria.

Da noi in Italia, due mesi dopo che Berlinguer era divenuto Segretario del PCI, al voto di maggio, il risultato elettorale vide progressi di DC e PRI, tenuta faticosa di PCI e PSI, pareggio del PSDI, scomparsa del PSIUP, del Manifesto e Movimento dei Lavoratori (che insieme disperdevano un milione di voti della sinistra), notevole successo del doppiopetto missino. Come previsto il PLI perse rispetto al ‘68 un terzo dei parlamentari (da rilevare che a Torino elesse al Senato Manlio Brosio, già esponente di spicco nel dopoguerra e di recente Segretario della NATO per sette anni fino all’ottobre 71, indicato da Zanone) , anche se ricuperò rispetto al giugno precedente. Il PSI imperterrito persisteva negli equilibri più avanzati e si esprimeva contro il coinvolgere il PLI nelle trattative per il governo.  

La situazione politica si spostò verso formule di governo diverse dal centro sinistra, pur con la conferma del socialista Pertini a Presidente della Camera (Fanfani al Senato).  Così a metà giugno nacque il governo Andreotti 2 con PSDI, PLI e l’appoggio esterno PRI. I liberali ebbero quattro Ministri (Malagodi al Tesoro, Bozzi ai Trasporti, Badini al Turismo, Bergamasco ai Rapporti con il Parlamento). Per la DC, fu un atto di realismo seguito allo sfascio del centro sinistra e non una svolta verso le idee liberali (verso cui aveva una diffidenza strutturale, tanto che nei mesi seguenti si limitò ad attendere maturassero di nuovo le condizioni per il centro sinistra). Mentre il PLI, dopo 15 anni, tornava al governo (con parlamentari di cui uno solo degli otto sottosegretari, Valitutti, non era organico a Libertà Nuova) con l’accordo fra i gruppi interni ma con motivazioni assai divaricate tra loro, come si vide al Consiglio Nazionale del luglio.

Nel medesimo periodo di fine giugno, negli Stati Uniti, mentre stava entrando nel vivo la campagna per le Presidenziali, si verificò un episodio in apparenza minore. Nella sede del Comitato Nazionale del Partito Democratico, sita a Washington nel complesso del Watergate, la polizia arrestò cinque uomini equipaggiati con molti apparecchi elettronici (i quali però dichiararono di essere degli idraulici). Ben presto si capì che miravano ad installare  microspie per spionaggio. Sembrava una banalità, ma, come si vedrà, non lo fu per niente.

La parte più conservatrice di Libertà Nuova volle  vedere nella nuova formula di Governo la conferma della linea centrista; la mozione malagodiana sostenne il Governo “nel suo grande compito etico-politico di allargare la democrazia”; Rinnovamento adottò questa stessa formula , aggiungendo “compito dei liberali è anche quello di promuovere costanti rapporti di collaborazione con le forze politiche di tradizione laica”; Presenza affermò “Compito del PLI nell’attuale governo è assumere il ruolo di forza motrice del laicismo democratico e riformatore: è un’occasione che non può essere perduta perché difficilmente si ripresenterebbe”.

Una posizione, questa, che un Consigliere di Presenza, Prosperi, riassunse in valutazioni profetiche : “Oggi al paese può essere utile che il PLI mandi avanti un governo conservatore ma democratico, capace , nella chiusura alle estreme, di rilanciare il meccanismo economico…. Purtroppo gli inizi non sembrano lasciar bene sperare. Il Partito del Buongoverno inaugura il suo rientro alla responsabilità governativa con una compagine di ben 58 sottosegretari; l’incarico di Scalfaro alla Pubblica Istruzione fa pensare che per il nuovo Governo la gravissima crisi in cui si dibatte la scuola sia solo un problema di ordine pubblico; il Governo ha inaugurato la sua attività con un provvedimento che aumenta le retribuzioni degli alti gradi della pubblica amministrazione”.

Oltre alla questione Governo, il Consiglio Nazionale decise il nuovo assetto al vertice PLI. Malagodi Presidente e Bignardi Segretario. L’incarico di Presidente  era strategico per Malagodi, che voleva un rapporto preferenziale con la DC insieme al rigido controllo sul Partito. Insomma Malagodi intendeva svolgere una politica liberale aperta, come l’Internazionale Liberale, facendosi però appoggiare dai liberali più conservatori . E’ evidente che era consapevole delle differenze di cultura politica tra lui e Bignardi e che il passaggio di Bignardi da Vice Segretario a Segretario spostava a destra il PLI .  Anche nell’occasione della nomina, Bignardi disse infatti che “la speranza della maturazione del PSI non può ipotecare in eterno la politica italiana. Se viene, tanto meglio; se non viene, l’Italia deve essere governata senza i socialisti”.  Chiara la differenza con la realistica mozione di Presenza nell’indicare l’obiettivo del Partito: “si deve preparare una situazione che permetta la costituzione di un Governo organico con la partecipazione sia dei socialisti che dei liberali”.   

Pochi giorni dopo, il 22 luglio, venne stipulato un significativo   accordo tra la CEE e l’Associazione Europea di Libero Scambio, EFTA (comprendente Austria, Finlandia, Islanda, Norvegia, Portogallo, Svezia e Svizzera) allo scopo di favorire i reciproci scambi commerciali, almeno per alcuni prodotti industriali. Fu un passo ulteriore  nel dar concretezza ai principi liberali di apertura tra gli Stati,  eliminando o riducendo le tariffe doganali ed altre restrizioni al commercio.

Negli Stati Uniti, in quegli stessi giorni, mentre  entrava nel vivo la campagna per le presidenziali del novembre, il giornale Washington Post pubblicò uno scoop. La vicenda degli arresti fatti a giugno al Watergate, non era una cosa minore: coinvolgeva ex-funzionari di intelligence al servizio del Comitato per la rielezione di Richard Nixon. La notizia colpì ma, in termini politici, non troppo. Del resto, fin dall’inizio  era chiaro che i democratici restavano fermi alla logica del sostenere tutti movimenti, dai pacifisti, alle femministe, all’ambientalisti, agli antimilitaristi,  senza preoccuparsi di indicare nel complesso soluzioni operative. Quella democratica era una proposta politica parecchio debole, che si tradusse in una sconfitta annunciata , Massiccia nelle dimensioni. Nixon ottenne più del 60% dei voti (contro poco oltre un terzo) e 520 Grandi Elettori contro 17.  

In Italia, nella fase centrale dell’autunno, stavano emergendo i nodi stretti dall’attività di governo attorno alle posizioni liberali. Intanto su due punti. Una politica sul diritto allo studio che il sottosegretario all’Istruzione Valitutti definì pensato quale giacobino e incostituzionale . Richiedendo che il PLI “non deve divenire la foglia di fico di politiche contraddittorie. Perciò è necessario che il Partito svolga una sua attività autonoma distinta dal Governo “.  E poi il disegno di legge sul fermo di polizia. Una distorta applicazione dell’art. 13, terzo comma della Costituzione (“ in casi eccezionali di necessità e di urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori…”) decisa nella seduta del Consiglio dei Ministri in cui si erano approvate nuove norme sulla carcerazione preventiva che avrebbero consentito l’uscita di prigione dell’anarchico Valpreda, in carcere da tre anni. Il proponente era stato il Ministro degli Interni, Rumor, all’insaputa degli altri ministri e dei segretari dei partiti minori. Presenza presentò in Direzione una mozione in cui si rilevava come il ddl non indicasse i casi di applicazione previsti nella Costituzione , non garantisse il diritto alla difesa e limitasse la libertà fuori dal circuito giudiziario. Le perplessità erano così evidenti (e Malagodi voleva salvare la faccia) che alla fine la Direzione optò per un’ulteriore riflessione e non votò.

Il ddl sul fermo provocò uno scandalo. Partì subito la campagna secondo cui per battere il fermo bisognava battere il Governo Andreotti e per battere il Governo, caratterizzato dalla presenza del PLI, occorreva estromettere il PLI. L’argomento era di per sé ridicolo. Oltretutto il fermo non era un’invenzione del governo Andreotti, bensì un’iniziativa di sei anni prima del Ministro degli interni Taviani, con il plauso parlamentare del PSI e con le critiche dell’opposizione liberale. Restava il fatto che il ddl mostrava una concezione istituzionale lontana dal liberalismo ed insieme aveva la pretesa di usare il PLI per  farlo passare quale provvedimento necessario per l’ordine. Liberando Valpreda per mancanza di prove certe, si pensava di riequilibrare dando più potere alla polizia, più mano libera negli interrogatori e nelle indagini. Per i liberali era inaccettabile. Al solito, le battaglie di libertà andavano fatte, se non contro la DC, malgrado la DC.

In Olanda il Governo Biesheuvel si trovò di fronte ad un’inflazione galoppante ma era diviso sull’imporre misure di austerità. La bocciatura di una norma pro compagnie petrolifere, portò a novembre ad elezioni anticipate. Il Partito del Lavoro arrivò di nuovo primo e guadagnò il 3%, il Partito della Libertà guadagnò il 4%, il Partito Radicale circa il 3%, mentre quello Cattolico perse il 4%, D’66  perse altri due punti e il Partito AntiRivoluzionario restò stabile. Il Governo Biesheuvel entrò rapidamente in crisi e , dopo mesi di contrasti, la primavera successiva subentrò il Governo presieduto da Joop den Uyl, capo del Partito del Lavoro, sostenuto dal Partito Cattolico , dagli AntiRivoluzionari, dai Radicali e dai liberali di D’66. Il Partito della Libertà e della Democrazia , il maggiore dei due liberali, preferì l’opposizione. Il Governo di Joop Den Uyl si propose di ridurre le disuguaglianze mediante investimenti pubblici ed espansione dei servizi sociali.

Negli Stati Uniti, nell’ultima parte dell’anno, oltretutto in modo crescente nel periodo post elettorale, il dibattito pubblico sul caso Watergate era cresciuto non poco, arrivando anche ad avviare un’indagine del Senato e lambendo ambienti al vertice del Partito Repubblicano. Poi, l’8 gennaio 1973, ebbe inizio il processo ai cinque responsabili dell’irruzione arrestati il giugno precedente.  

Verso metà febbraio  si svolse il Congresso Nazionale del PLI, cui presero parte Jeremy Thorpe, il leader dei liberali inglesi e Werner Maihofer, della FdP in Germania  (ove socialisti e liberali collaboravano al governo) e Ministro dell’Interno. Un Congresso che segnò l’apice delle speranze di Libertà Nuova di realizzare una politica liberale di respiro internazionale eludendo il problema rapporto con la DC.

La relazione di Bignardi fu di buon livello culturale e piena di richiami alla lotta per le riforme liberali. Peraltro priva di prospettive politiche che non fossero l’ancoraggio alla centralità forlaniana, a livello quasi fideistico, al punto da rendere incoerente la stessa relazione. Bignardi si richiamò al compito malagodiano di espandere l’area democratica e in essa di quella liberale certo che “ogni epoca deve riconquistare la libertà”. In particolare sottolineò di “non considerare l’idea del centro sinistra in sé non apprezzabile” ma che “il senso dell’operazione, che era di strappare i socialisti dall’abbraccio comunista, è svanito e si è verificato l’opposto….un’operazione definita alle origini come giolittiana e liberale, fu concepita e condotta in chiave di antiliberalismo, emarginando, esorcizzando il liberalismo e i liberali”.

Per Bignardi, “va rimeditato tutto il rapporto Stato-cittadini… concentrare l’impegno pubblico nel triplice compito di provvedere le necessarie infrastrutture e i servizi pubblici essenziali, di garantire una efficiente sicurezza sociale e di stabilire una sicura cornice istituzionale di tutta l’attività economica…una riforma del settore assistenziale previdenziale che renda più efficiente e pronta la tutela delle obiettive ragioni dei lavoratori, mirando ad equilibrare oneri sociali e prestazioni e a ridurre i pesanti deficit in atto…la regolamentazione positiva del diritto di sciopero specie negli essenziali servizi pubblici…”.

Arrivato al nodo del rapporto con la DC, Bignardi affermò: “nella DC vigoreggiano due sentimenti antitetici:, una filosofia politica che àncora la città terrena al razionalismo e un’altra filosofia politica che vorrebbe destituire la politica in favore della teologia, sconfiggere l’economia in nome dello spirito di carità. Queste contraddizioni si valgono di un robusto egoismo di partito, che è la forza vera della DC: la sconfitta del centro sinistra poteva travolgere la DC, il sacro egoismo di partito l’ha invece portata a scoprire la politica della centralità. Non siamo di fronte ad un espediente momentaneo: è un’àncora di salvezza che la DC ha trovato per sé stessa (e anche per il Paese) e non ne potrà prescindere né tanto facilmente né tanto presto. Andreotti è stato l’uomo giusto al momento giusto per la DC e per l’Italia…”.

Le minoranze furono assai critiche, con prospettive tra loro non contrastanti eppure non coincidenti. Rinnovamento contestò che “l’ingresso dei liberali nel Governo non è stato avvertito dall’opinione pubblica come una svolta nella conduzione del paese. Il divario tra il tono dell’opposizione liberale al centro sinistra e il comportamento attuale dei liberali nel governo è facilmente avvertibile; resta dunque da chiedersi se fu l’opposizione di allora ad essere troppo caustica e intransigente o se è la collaborazione di oggi ad essere troppo compiacente e possibilista”. Baslini sottolineò l’assurdità “che non si ponga nemmeno il discorso della gestione unitaria” quando occorrerebbe “l’apporto di tutti per dare significato all’essere al governo”. Del resto la proposta di fondo di Rinnovamento era rilanciare “la grande ipotesi non sviluppata della alternativa liberale, su nuove basi verso nuove prospettive”.

Presenza criticava anch’essa la linea Malagodi-Bignardi, ma in un ambito più ampio che chiedeva cambiamenti più profondi. A cominciare dall’impostazione culturale che Bignardi attribuiva al liberalismo. Nell’intervento illustrativo della mozione, Morelli argomentò che “il liberalismo non è una concezione per l’individuo, è un metodo che ha l’individuo come punto di riferimento obbligato… Il liberalismo non può né proporsi né essere il partito della cosiddetta classe generale, che, se esistesse, implicherebbe l’interesse generale.. Ma l’unico interesse generale che i liberali ammettono è quello dell’esistenza e del confronto degli interessi particolari che attraverso il regolato conflitto selettivo giungono alla scelta tra le diverse soluzioni possibili…Il liberalismo non prescinde dalle classi ma non le eternizza nella loro staticità. E’ a fianco di coloro che nel momento dell’azione politica sono disponibili a fare le battaglie di innovazione e di mutamento”. Il ruolo del liberalismo indicato da Presenza, quello di agente storico del mutamento sociale, “ammette soluzione solo attraverso il rilancio di una proposta politica imperniata sulla importanza delle forze laiche e della loro cultura più secolarizzata. L’alternativa liberale non serve perché si fonda sulla logica dei grossi partiti che possono realmente imporre le scelte: per noi liberali si riduce ad una libidine di gigantismo intrinsecamente contraddittoria con il discorso laico, perché l’alternanza può essere solo tra laici”.  

Bonea specificò “il socialismo è una categoria dello spirito; i liberali non possono non dare il loro attivo contributo perché coloro in cui questa categoria alberga si sveglino alle istanze profonde della libertà per cui non vi è spazio nell’area comunista”. Marzo chiese che il PLI “ rinunciasse all’illusoria pretesa di contare sulla DC per un’azione politica riformatrice”.

Effettivamente il discorso di Maihofer era stato chiarissimo nel riproporre le tesi di Friburgo dell’autunno ‘71 incentrate sui diritti sociali irrinunciabili della partecipazione e della cogestione (con dettagliate proposte operative per un maggior coinvolgimento dell’individuo in tutti i campi, dall’economia, alla scuola, all’Università). E altrettanto era stato chiaro nel distinguere i liberali dai partiti conservatori di ispirazione cristiano-democratica e dai partiti socialisti marxisti, ambedue non in grado di proporre concetti costruttivi per la soluzione dei problemi della società moderna.

Insomma, Presenza poneva apertamente la questione che ad alcuni di Libertà Nuova appariva sacrilego sollevare in un congresso concepito come celebrativo: “Occorre proporsi il problema di superare il governo Andreotti in termini politici mirando ad una alternativa politica alla gestione democristiana del potere. In questa prospettiva va valutata l’ipotesi di una collaborazione governativa pentapartitica.. L’attuazione di una simile politica creerebbe i presupposti per affrontare tutto il complesso problema dei rapporti con il comunismo in termini non di contrapposizione isterica ma di confronto dialettico..”.

Il risultato del Congresso PLI fu la conferma che si dibattevano parecchio le idee, ma che la maggioranza non si sforzava di considerare le proposte delle minoranze. Queste, pur nelle differenze, prendevano ambedue  atto della realtà come era davvero, e non come sognavano i conservatori  di Libertà Nuova. Puntualmente, pochi giorni il Congresso PLI, De Mita si dimise da Vice Segretario DC chiedendo un governo a tre senza il PLI e con l’appoggio esterno del PSI. Bignardi rispose con la sua teoria del “o centralità o elezioni”. Nel complesso Libertà Nuova non capiva quali fossero le intenzioni effettive dei quadri DC: mentre era chiaro che loro, per opporsi al nemico comunista, ritenevano fosse indispensabile seguirne l’agenda in versione socialista (certo non quella liberale). Fu vano l’ammonimento di  Bonea “ la teoria Bignardi è una neo irreversibilità con cui il PLI si brucia tutti i vascelli alle spalle”.  

Al  Congresso era stato evidente che su una serie di importanti problemi di attualità – il progetto liberale per abolire la censura cinematografica preventiva, la questione  fermo di polizia, la bocciatura della mozione di Presenza che spingeva alla regolamentazione dell’aborto, il non voler affrontare il rinnovo del sistema elettorale del CSM, l’insabbiare la liberalizzazione delle trasmissioni radiotelevisive, il non adottare la linea per l’abrogazione del Concordato –, il distorto rapporto con la DC vanificava la possibilità di un chiaro e tempestivo impegno in chiave liberale. Era il più grande favore al comunismo, perché gli dava l’etichetta di unico cambiamento possibile rispetto all’esistente.

Negli  USA il processo sul Watergate faceva passi avanti di rilievo, dato che uno degli imputati   testimoniò sull’esserci state pressioni politiche  e fece anche nomi importanti dell’Amministrazione, sostenendo che, oltre  a sapere dell’operazione, l’avessero preparata. Rivelazione che indusse Nixon, a fine aprile, a licenziare due tra i suoi principali consiglieri e l’assistente legale.

In Italia, gli avvenimenti del trimestre seguente dettero conferma sia della fallace linea Bignardi all’origine dell’immobilismo  PLI a difesa del Governo Andreotti, sia degli intenti DC di tornare al centro sinistra. Il Ministro Bozzi scrisse a Bignardi “PLI, se ci sei batti un colpo”. Il settimanale Il Mondo pubblicò “nessuno ha chiesto ai liberali di essere così scoloriti, deboli, rinunciatari”. Nella DC, Fanfani, dopo 14 anni, fu rieletto Segretario Nazionale della DC su una piattaforma unanime (per acclamazione) a favore del centro sinistra e anche di sottile fastidio nei confronti del PLI. Il Governo Andreotti si dimise e i primi di luglio si formò il Rumor IV di centro sinistra a quattro.

L’illusione conservatrice si era frantumata, ma il Segretario PLI rimase immobile e continuò a ripetere la tesi per cui “verso il PSI né chiusure preconcette né cieche ed imprudenti aperture….. un quadripartito con il PSI è un errore, ipotizzare il pentapartito coi liberali è oggi come oggi un salto in avanti, una pura fantasia”. L’opposto della realistica mozione di Presenza: “ la collocazione politica del PLI sia dichiaratamente a sinistra della DC”. Bignardi era irremovibile  nella sua convinta miopia politica. Per il liberalismo italiano si andavano preparando tempi procellosi. Il vero punto di dissenso era sul come agire.  Enunciare i principi liberali non preoccupandosi del loro rimanere inattuati e senza incisività oppure compiere una scelta di schieramento innovativa per restare in concreto coerenti ai principi liberali e per  attuarli?  

Il dilemma politico risultava ineludibile. Tra l’altro perché i movimenti di destra, anche in Italia, stavano mettendo in atto iniziative che rendevano inevitabile esprimersi. In più, sempre in quella estate, sul piano internazionale la politica americana sosteneva la lotta anticomunista condotta con ogni mezzo nei paesi ove sussisteva il pericolo del prevalere di una sinistra di obbedienza moscovita.  In tale quadro, l’11 settembre 1973, in Cile, avvenne il cruento colpo di stato del generale Pinochet contro il governo socialista di Allende.  Progrediva la politica illiberale del contrapporsi tra due blocchi, quello dell’Occidente e quello dell’URSS.

Nella politica italiana, la vicenda cilena provocò il contraccolpo di tre articoli  di Berlinguer su Rinascita, tra fine settembre e metà ottobre. Formularono la teoria del compromesso storico. Concepita per arrivare al potere, evitando gli ostacoli manifestatisi a livello globale.  Il compromesso storico non era più la strategia della trasformazione dello stato in senso marxista. Era il disegno di mutare la dialettica democratica della società occidentale mettendo le briglie al conflitto politico sociale. Il mezzo per farlo diveniva l’intesa tra le forze popolari di ispirazione social comunista e democristian-cattolica. Il presupposto di tale intesa era il rifiuto dell’idea – centrale per la liberal democrazia – che le scelte le fanno i cittadini a maggioranza e che le possono rivedere. Per Berlinguer, con il 51% per cento non è possibile governare e perciò si deve ricorrere al compromesso tra le grandi forze popolari che assicuri ampissime maggioranze ed ammortizzi il conflitto in un dirigismo morbido e pervasivo. Insomma, il compromesso storico teorizzava una condizione di staticità sul conformismo del dover essere.  Con l’offerta del compromesso storico, al pendolarismo della DC tra i vari laici si sostituiva il fluttuare all’interno del rapporto tra le grandi forze popolari. Chi non fosse stato nel compromesso storico sarebbe stato tagliato fuori dal potere politico.  

Una scossa fortissima all’incentrarsi sul contrapporsi occidente oriente, venne i primi ottobre del ‘73, i giorni della festività ebraica dello Yom Kippur, dall’attacco di Egitto e Siria ad  Israele per riconquistare il Sinai e le alture del Golan, persi nella Guerra dei sei giorni (1967). Nelle settimane seguenti, Re Faysal d’Arabia, d’accordo con il Presidente dell’Egitto, spinse l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, OPEC, ad usare il petrolio come arma, riducendo la produzione di petrolio e  aumentandone il prezzo, al fine di  minare in Occidente il sostegno a Israele. Questa mossa non impedì ad Israele di  attraversare il canale di Suez  intrappolando gli egiziani nel deserto del Sinai. Solo le pressioni di USA ed URSS riuscirono a fermare le ostilità. Tuttavia gli aumenti del prezzo del barile per finanziare Egitto e Siria nonché l’embargo verso i paesi filoisraeliani, originarono una notevole crisi petrolifera che nel mondo ebbe notevoli ripercussioni sulla vita di ogni giorno lungo diversi anni.

Il primo Governo Trudeau , in Canadà, fin dal suo primo anno, il ’69,  aveva compiuto interventi legislativi di rilievo. Introdusse il bilinguismo, francese e inglese,  in ambito federale così da agevolare l’uguaglianza dei francofoni. Varò una legge per liberalizzare  il codice penale (più facili le procedure del divorzio, dell’acquisto di contraccettivi, nonché la depenalizzazione del rapporto omosessuale tra adulti consenzienti). Inoltre aveva tentato, pur senza riuscirvi, di eliminare le distinzioni tra i cittadini canadesi e i popoli indigeni. Il Governo Trudeau dovette fronteggiare gli atti violenti  dei separatisti del Fronte di Liberazione del Quebec che nell’autunno ’70 rapirono un diplomatico britannico  e il ministro regionale Laporte. Ad una simile minaccia, il Governo ricorse a misure di guerra, che non riuscirono a salvare il Ministro ma catturarono  i violenti separatisti e in pratica determinarono il definitivo declino della loro organizzazione . Dopo il  consenso iniziale, l’aver adottato misure di guerra creò preoccupazioni per le libertà civili, questione che dette ampio spazio al Partito del Quebec, l’ala democratica del nazionalismo del Quebec. Quanto alla politica estera, Trudeau ridusse  il contingente militare canadese in Europa all’interno della NATO, e, tra i primi paesi occidentali, stabilì relazioni diplomatiche con la  Cina.

Dal 1971 il Governo Trudeau annunciò una politica imperniata sul multiculturalismo in un quadro bilingue , accogliendo  le raccomandazioni della Commissione Reale sul Bilinguismo al lavoro da qualche anno, a tutela della libertà culturale degli individui e del contributo delle comunità etniche. L’anno seguente la crisi economica derivante dalla sospensione della convertibilità del dollaro USA investì anche il Canadà , creando alta inflazione e disoccupazione.  A metà autunno del ’72, le elezioni in un clima economico difficile registrarono un consistente calo di voti ai Liberali, che mantennero il primo posto con uno scarto minimo. Per questo, Trudeau restò Premier di un Governo di minoranza appoggiato dal piccolo Nuovo Partito Democratico, NDP. Il secondo Governo Trudeau abbassò a 18 anni l’età per votare , irrobustì la legislazione sugli omosessuali e sull’aborto, aumentò le pensioni indicizzando anche  le prestazioni sociali, creò una Agenzia di Controllo sugli  investimenti esteri in modo da ridurre il peso straniero sull’economia. In linea generale il rapporto con il NDP indusse Trudeau ad impostazioni più socialdemocratiche, tra cui il creare una compagnia petrolifera nazionale. Nel medesimo periodo, il Canadà lanciò anche il satellite Telesat2 per fornire servizi TV in voce e dati, restato per decenni in funzione.

A fine ’73, il cuore del dibattito politico italiano era ormai il referendum abrogativo della legge sul divorzio. I democristiani di Fanfani volevano che si tenesse quale occasione di rilancio della DC ed il PCI si arrovellò fino all’ultimo per evitarlo e non destabilizzare il compromesso storico.  Il PLI  era favorevole al far decidere gli italiani. Per il resto, pure la sua maggioranza si era convinta ad accettare la richiesta delle due minoranze di tenere un Congresso straordinario che affrontasse, dal punto di vista liberale, il continuo profondo cambiamento dall’inizio dell’anno. In quelle settimane erano tra l’altro in corso i primi arresti della Rosa dei Venti – un’organizzazione di destra nell’orbita dei servizi segreti – e c’era stata la strage all’aeroporto di Fiumicino fatta da un commando arabo.

4.10    f)  Un periodo di non pochi cambiamenti repentini. 1. il primo trimestre ’74 – In Danimarca, il Governo minoritario di centrosinistra del socialdemocratico Jørgensen cadde per la mancata approvazione del bilancio. A dicembre ’73 inoltrato, le elezioni anticipate  provocarono un terremoto. Fu un voto dominato dai desideri degli elettori piuttosto dalle loro scelte partitiche.  Persero voti e seggi tutti i partiti fino allora in parlamento. Furono votati cinque partiti prima senza rappresentanza.  Il maggiore  (ottenne il  16% dei voti) fu il Partito del Progresso, che aveva  il programma di abolire le tasse e che, ritenuto irresponsabile, venne tenuto fuori dal governo.

Durante le feste di fine anno, il Parlamento danese riportò le scelte alle culture politiche. E ritenne che fosse opportuno prendere le distanze da quella socialista. Così i liberali del Venstre, che avevano 22 seggi (sui 175 eletti nella penisola, i 2 in Groenlandia e i 2 nelle Faroer), formarono un monocolore di minoranza Presieduto da Poul Hartling, sostenuto da tutti gli altri partiti non-socialisti. Il Governo Hartling, concentrandosi sulla gestione del difficile periodo di crisi economica, governerà fino a quando il Parlamento, più di un anno dopo,  decise di nuovo ricorso agli elettori.

Qualche settimana dopo, a febbraio, i paesi della CEE riuniti a Parigi, decisero di tenere periodici incontri dei capi di Stato o di governo, definiti “Consiglio europeo”, per esaminare  lo stato raggiunto dallo sviluppo della Comunità e le sue prospettive. A fine febbraio si tennero le elezioni inglesi. Il Partito conservatore di Heath prevalse di oltre duecentomila voti sui Laburisti di Wilson, però, con il sistema dei collegi uninominali, ottenne quattro deputati in meno. Così Wilson divenne Primo Ministro con una maggioranza molto piccola. Per qualche tempo tentò di stringere un accordo con i Liberali di Jeremy Thorpe, che rappresentavano  quasi un quinto dei voti. Però non ci riuscì e potette governare con molta fatica.

In Italia, i primi di marzo, il PRI in polemica soprattutto con il PSI uscì dal governo portando alle dimissioni del Rumor IV. Nel giro di qualche settimana si formò il governo Rumor V , centro sinistra a tre DC-PSI-PSDI con appoggio esterno del PRl. Il PLI continuava a non avere voce in capitolo, ma anche il centro sinistra non era più una scelta strategica ma era una continua corsa al rappezzo .

In Belgio, alle elezioni del 10 marzo, vi fu un’affermazione netta dei partiti cristiano-sociali rispetto ai socialisti e alle formazioni linguistiche: Ne scaturì un governo di Centrodestra presieduto dal cristiano-sociale Leo Tindemans, con Willy de Clerq. vice primo ministro e ministro delle Finanze

Negli Stati Uniti. sotto la continua spinta dell’inchiesta condotta dai giornalisti del Washington Post – i quali, come emerse, si avvalevano da mesi della continua assistenza di una misteriosa Gola Profonda interna all’Amministrazione che li orientava nello scandalo– stava crescendo il sospetto circa il coinvolgimento della Presidenza. Nella Commissione del Senato che indagava in tema Watergate, gli stessi repubblicani si chiedevano apertamente, “Cosa sapeva il Presidente, e quando ne è venuto a conoscenza?” . Ormai, divenne pressante anche il Procuratore Speciale Jaworski, nominato da pochi mesi dallo stesso Nixon con l’incarico di indagare sul Watergate per conto del governo.

4.10. f) 2 – Il secondo trimestre ’74 –  Il 2 aprile  morì Georges Pompidou per una grave malattia del sangue di cui soffriva (malattia in teoria gestibile, ma comunque non guaribile), di cui sapevano esclusivamente la moglie e un cerchio familiare ristrettissimo. Perciò una morte improvvisa solo in quanto notizia. Ovviamente si mise subito in moto il procedimento per la nuova elezione Presidenziale.

Il 18 aprile iniziò il Congresso PLI con un appello di due deputati fino ad allora in Libertà Nuova per la collaborazione di tutte le componenti del PLI in una rinnovata gestione. Non colsero il clima. La destra di Edgardo  Sogno avanzò una proposta oltranzista, definita da  Valitutti “conservatorismo tradizionale, avventurismo costituzionale e gollismo all’italiana”. Il gruppo dirigente perenne del PLI voleva conservarne il controllo, emarginando la dissidenza e lasciando inalterata la propria impostazione politico gestionale, nonostante la lunga catena di insuccessi elettorali e politici.  Secondo Bignardi l’anticipo del Congresso era dovuto solo ad opportunità temporali. Il distacco da Libertà Nuova si ampliava – il Ministro Bozzi disse che la Segreteria Bignardi avrebbe trasformato il partito in un club meramente culturale e Cottone rilevò come “di fronte al compromesso storico, non è possibile rispondere che i liberali non debbano far nulla e restare fermi all’opposizione” – mentre il sottosegretario Valitutti chiosò che “la maggioranza intende il centro in senso sostanzialmente apolitico. Il loro è il centro dell’assenteismo”. Rinnovamento e Presenza, le minoranze sul fianco sinistro di Libertà Nuova, collaboravano più strettamente (tanto che i responsabili giovanili delle due correnti, Patuelli e Anselmi, editavano in modo congiunto il periodico Risposta). Ma la Segreteria non accennava a ripensamenti di linea politica. Anzi nel corso dai lavori, emersero sintomi che in Libertà Nuova si preparasse qualche manovra sottobanco da parte dei gruppi più a destra.

Presenza ne era così convinta che Morelli, nell’illustrare la mozione a nome della corrente prima del voto finale, fece precisi addebiti a Libertà Nuova. In primo luogo quello di aver fatto vincere la linea di Brosio, dell’affiancarsi alla DC; in secondo luogo quello di aver aperta una breccia al pericolo delle tentazioni a destra. “Vi è infatti il pericolo che questo Congresso – con una maggioranza spostata a destra per le posizioni del sen. Brosio – segni una svolta storica per il PLI, capovolgendo la linea politica che Malagodi ha impostato e portato avanti da venti anni a questa parte. Auspico che i risultati definitivi del Congresso possano smentire tali previsioni e mostrare che nel PLI non c’è posto per linee politiche che sono estranee al pensiero liberale e alla sua azione”.

I risultati del voto palese sulle mozioni politiche rispettarono la consistenza delle forze in campo ( Libertà Nuova 64,00%, Rinnovamento 15,72, Presenza 10,42%, gli astenuti di Papa e Gerolimetto 5,46%, Italia Liberale  e Incontro Democratico 4,4%) facendo apparire esagerato il discorso di Presenza. Poi vi fu il voto a scrutinio segreto per decidere l’attribuzione dei consiglieri nazionali e dei posti in direzione. E si scoprì che il discorso di Presenza era stato un modo diplomatico di dire “ce lo aspettiamo”.

Libertà Nuova crollò del 18% (conservando una percentuale che col maggioritario non implicava meno consiglieri),  Italia Liberale Incontro Democratico sfiorò un guadagno del 15% balzando a poco meno del 19%, incuneandosi quale terzo gruppo tra Rinnovamento e Presenza e togliendo per Statuto a quest’ultima 13 consiglieri nazionali e i tre membri di Direzione Centrale. In sostanza, Libertà Nuova, con una regia preordinata, aveva approfittato delle sue evidenti divisioni e del sistema elettorale esistente.  La differenza tra i risultati del voto politico palese e di quello a scrutinio segreto, era la prova che una parte consistente di Libertà Nuova non aveva votato per Libertà Nuova (perché tanto, finché la lista restava prima, i posti in Consiglio Nazionale e in Direzione sarebbero stati gli stessi) e aveva cercato di far arrivare seconda la lista dell’intesa a destra. Manovra riuscita solo in parte con l’indebolire Presenza in Consiglio Nazionale e con l’estrometterla dalla Direzione. Ma ne  uscì compromessa la trasparenza delle posizioni politiche vanto del liberalismo.

Al Consiglio Nazionale, rinviato al pomeriggio del giorno dopo per dar tempo a Libertà Nuova di riaversi, Sogno, parlando a nome della destra, disse che il suo successo era una risposta alla crisi del partito. Morelli, a nome di Presenza, dichiarò che oramai per il PLI era divenuta ineludibile scegliere, o un accordo tra tutte le forze di destra o un accordo tra tutte le forze laiche intermedie. Zanone parlò esplicitamente di atto di frode politica e invitò a gran voce Malagodi e Libertà Nuova ad avere il coraggio di dire chi fossero i mandanti della destra notturna. Badini Confalonieri ribadì a nome di Libertà Nuova che il PLI era come sempre impegnato in una politica di lotta contro la grande destra. Tutti sapevano che la destra notturna erano i delegati del sen. Brosio.

Negli USA, il Procuratore Jaworski ottenne un mandato di comparizione, che ordinava al Presidente  di produrre entro fine maggio alcune registrazioni e documenti relativi alle vicende del Watergate . Si pensava che quei nastri potessero contenere prove essenziali.

In Portogallo. quelle medesime settimane videro i militari effettuare con successo, dopo un’accurata preparazione, la Rivoluzione dei Garofani (cosiddetta perché una fioraia offrì  ai soldati garofani da infilare nelle canne dei fucili), un incruento colpo di Stato che cacciò Caetano dopo decenni di dittatura iniziata con Salazar. I militari, nonostante la loro radio chiedesse di restare in casa, vennero subito appoggiati della popolazione. Da quel momento iniziò la transizione  verso la democrazia, che dopo un anno esatto portò alle elezioni.

In quei medesimi giorni, in Germania era scoppiato il clamoroso scandalo Guillaume, con l’arresto di Günter Guillaume,   il più stretto collaboratore  del Cancelliere Brandt, a seguito della scoperta che era  una spia dei Servizi Segreti della DDR, la Germania Est. Il Governo Brandt II in carica era solido ed era caratterizzato dalla politica di riavvicinamento tra le due Germanie e dell’apertura ai paesi dell’Est, anche se negli ultimi mesi  stava concentrato  sulla crisi petrolifera in atto. Le dimensioni dello scandalo, alcuni aspetti più delicati della sua  vita personale,  nonché la necessità di non compromettere il partito socialista,  convinsero Brandt che era indispensabile rassegnare le dimissioni (senza abbandonare la politica). Le dette il 7 maggio. Per  una decina di giorni governò il vice liberale Scheel e in seguito si insediò il nuovo Cancelliere Helmut Schmidt,  ancora sostenuto da una coalizione tra Socialisti e Liberali, che mantenevano il vice cancelliere ora con  Hans- Dietrich Genscher.

Due giorni prima, il 5 maggio , si svolse in Francia il primo turno delle Presidenziali per eleggere il successore di Pompidou. Ebbe il tasso di astensione più basso di sempre. Prevalse nettamente Mitterrand, socialista candidato da tutta la sinistra, su Giscard d’Estaing, liberale, con un ampio margine non troppo inferiore ai tre milioni di voti. Quindi i gollisti furono esclusi dal secondo turno che si sarebbe svolto il 19 maggio.

In Italia, tra i liberali, il contraccolpo positivo del disastroso esito del Congresso PLI,  fu un  deciso impegno nella campagna per il NO nel referendum abrogativo del 12 maggio. Oltre a Baslini e a coloro già  attivi su questo fronte , si impegnarono molto tutti i massimi dirigenti PLI e la quasi totalità dei dirigenti centrali e periferici. La principale caratteristica della campagna complessiva fu la scarsa partecipazione alle riunioni pubbliche, in specie agli appuntamenti per il NO e soprattutto nell’intera fascia delle regioni rosse. Si pensava potesse pesare negativamente sul mobilitare gli elettori, dato che i partiti laici avevano limitate possibilità di penetrazione organizzata e che il PCI, tentennante fino all’ultimo, non aveva attivato per intero la sua macchina abituale. Per contro , i Comitati per il SI, oltre la DC di Fanfani e il MSI di Almirante (personalmente un divorziato) sciorinavano una presenza martellante che, per non toccare temi religiosi, batteva su concezioni arcaiche della società e del costume.

La gran massa dei dirigenti del PCI, che avevano resistito per quattro anni alla prospettiva di fare un referendum sul divorzio convinti di andare incontro ad una catastrofe elettorale e politica (non a caso erano intrisi della cultura delle masse che si incontrano), visse la campagna nel più grande timore rilevando, con crescente disperazione, la scarsa affluenza ai comizi in giro per il paese.

 Il senso della battaglia comune tra partiti diversi fu dato nel comizio conclusivo a Roma, a Piazza del Popolo. E questo comizio, nella composizione del palco degli oratori, divenne poco meno di un evento storico, Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Pietro Nenni, Ferruccio Parri,  Giuseppe Saragat. Per la prima volta il mondo politico laico aveva trovato il coraggio di accordarsi per una battaglia civile e per riportare il paese nel novero delle nazioni progredite (Nenni, quasi stupito, disse a Malagodi “ci voleva il divorzio per farci incontrare e parlare dalla stessa tribuna”). In questa occasione, il tabù delle reciproche esclusioni venne accantonato e il PCI , nella disperazione e per non fornire argomenti agli avversari antidivorzisti, si era fatto rappresentare dall’azionista Parri, limitandosi a tenere il giorno prima a Piazza San Giovanni il proprio ultimo comizio , tecnicamente riuscito ma su cui aleggiava uno spesso pessimismo funereo.

In barba alle previsioni, i risultati dettero ragione all’Italia laica e a tutti coloro che avevano creduto nella maturità del paese e delle donne. Dei due gruppi più organizzati , né la DC (e il mondo delle parrocchie) né il PCI avevano capito la voglia di autonomia privata dei cittadini e soprattutto delle donne. La DC aveva rifiutato di accettare la sconfitta parlamentare e aveva tentato una rivincita per ricuperare la signoria in materia di costume, il PCI non sapeva immaginare una fuoriuscita dalle secolari regole della tradizione. Ambedue non avevano inteso il messaggio che veniva forte dagli altri paesi civili e dal mondo femminile italiano. Un mondo ben consapevole dei problemi della vita a due e ben deciso a scegliere la propria autodeterminazione senza bisogno di andare ai comizi degli uomini.

I risultati del NO superarono ogni ottimistica previsione, il 59,3%, oltretutto con una distribuzione geografica in sostanza uniforme (il NO prevalse in 13 regioni, incluse Sicilia e Sardegna e dove perse, perse di poco, eccetto in Molise). Solo l’Avvenire scrisse subito “dobbiamo prendere coscienza che si è dinanzi a un mutamento di costume e di cultura”. Nella pratica politica, non fecero altrettanto tutti i laici. Gioia e soddisfazione furono fortissimi. Però l’insegnamento di quanto accaduto non venne percepito nelle implicazioni politiche profonde. Che non concernevano solo i diritti civili e che non erano un sobbalzo anticlericale a sostegno di una sorta di fondamentalismo laico. Purtroppo tale percezione politica non vi fù.

Il 19  maggio, si tenne in Francia il secondo turno delle Presidenziali per eleggere il successore di Pompidou.  Nei giorni precedenti si era svolto il primo dibattito alla TV tra i due candidati ammessi al secondo turno, Mitterand e Giscard. Ambedue i candidati furono efficaci, ma soprattutto lo fu Giscard. Inoltre aveva  dieci anni di meno e principalmente riuscì convincente presso gli elettori che non lo avevano ancora votato (a partire dai gollisti). Fatto sta che al secondo turno Giscard d’Estaing  sfiorò i 13,4 milioni di voti (ne guadagnò cinque milioni rispetto al primo turno) superando Mitterrand (che pure ne guadagnò quasi due milioni)  di poco più di quattrocentomila suffragi. Così venne eletto il Presidente della Repubblica più giovane di sempre con un ristretto margine.

Negli Stati Uniti, il Presidente Nixon produsse moltissimi dei documenti richiestigli ma non tutti, richiamandosi al privilegio esecutivo. Confidava nella soddisfazione dell’opinione pubblica e di Jaworski. Non bastò. Il Procuratore ricorse alla Corte Suprema i primi di giugno , portando Nixon ad opporsi.

Il Presidente Giscard d’Estaing  nominò Primo Ministro un giovani gollista, Jacques Chirac,  volendo dare un segno di rinnovamento,
 e con un governo composto da più centristi che gollisti . Inoltre il Presidente avviò riforme quali la maggiore età a 18 anni e confermò le sue convinzioni europee lavorando alle prospettive di integrazione. Quanto all’economia , nonostante la crisi petrolifera in corso, cercò di mantenere, da liberale,  un equilibrio tra stabilità e crescita. Nel complesso Giscard attuava una politica presidenziale, nonostante Chirac non la condividesse.  

4.10. f) 3 – Il terzo trimestre ’74.  I primi di luglio   la Corte Costituzionale italiana , con uno storico intervento, smantellò l’impalcatura legislativa che consentiva il monopolio pubblico radiotelevisivo via antenna e via cavo e in generale la ferrea presa pubblica sulle trasmissioni via etere. Nei mesi successivi le TV libere cominciarono a crescere come funghi con un ampio utilizzo delle frequenze radio.

Il 17 luglio il Parlamento inglese sciolse L’Assemblea dell’Irlando del Nord  trasferendone i poteri legislativi alla  Regina. Si trattava di una norma temporanea La legge era intesa come una misura temporanea, tuttavia prorogabile. Resterà in vigore per oltre due decenni.

La settimana successiva, nell’ambito dell’ennesima crisi tra Grecia e Turchia a proposito di Cipro, i Colonnelli  al potere in Grecia organizzarono un colpo di Stato contro il Presidente di Cipro Makarios, che fallì anche per l’aiuto americano ai turchi (aiuto che indusse la Grecia ad uscire dalla NATO). Il regime dei Colonnelli  non sopportò  il colpo e si sciolse.  Ripresero il sopravvento la politica democratica con le libertà politiche e civili. Divenne Primo Ministro Kostantinos Karamanlis, che lo era già stato a lungo già dagli anni cinquanta.

Negli Stati Uniti la Corte Suprema  decise unanimemente il 24 luglio che nessuno è sopra la legge. Pertanto il privilegio  esecutivo non consentiva al Presidente di  sottrarsi all’obbligo di produrre in un procedimento penale delle prove a garanzia di  un giusto processo. Il Presidente Nixon venne quindi costretto a  consegnare i nastri delle registrazioni che provarono il suo coinvolgimento  nella vicenda Watergate. Oramai era prossimo il voto sull’ impeachment.  Richard Nixon rassegnò le dimissioni il 9 agosto 1974, atto che nessuno prima di lui aveva compiuto. Al suo posto subentrò il suo vice Gerald Ford, un repubblicano da lui nominato circa nove mesi prima a seguito delle dimissioni di Agnew, il vice eletto dalla Convenzione. Il nuovo Presidente Ford tra i primi atti confermò la carica di Henry Kissinger  quale Segretario di Stato e graziò Nixon per estinguere il processo.

In Italia il confronto politico era orami dominato dal dover far fronte , oltre che a continue proteste e cortei, anche a veri e propri attentati con bombe e vittime. A Brescia, alla grande manifestazione di protesta per le vittime di Piazza della Loggia, in testa al corteo c’era anche Malagodi. La presenza  dei liberali non era approvata dal mondo della destra italiano, che continuava a vagheggiare lo scontro fisico e contribuiva al comportarsi inconcludente della burocrazia pubblica. Purtroppo una maniera d’essere del tutto tollerata dal Governo di centro sinistra organico in carica, il Rumor  V, che peraltro venne descritto dal suo stesso Ministro della Difesa, Andreotti, con le parole “queste non sono coalizioni, sono comitati di gestione di una salma”.  

La vita interna del PLI continuò ad essere caratterizzata   da un Segretario non in grado di trasformare i principi liberali in efficaci politiche operative. Di conseguenza, era messo sempre più in difficoltà dal dilagare della destra di Sogno , il quale, in parallelo alle manovre sotto copertura attivate nel paese da non pochi ambienti conservatori e godendo dell’appoggio del versante destro di Libertà Nuova facente capo a Brosio e Alpino, manifestava sempre più apertamente di voler ricorrere alle maniere forti. Al Consiglio Nazionale PLI, esaltò la funzione dei golpe militari in Portogallo, in Grecia e nell’Argentina di Peron perché erano serviti alla lunga a riportare alla democrazia e affermò che “tali questioni non si possono risolvere con i sacri testi o con l’ortodossia delle dichiarazioni di Oxford”. La posizione di Sogno indusse la Direzione Centrale, il 31 luglio, a  sancire esplicitamente che “il PLI può esistere ed operare solo nella legalità democratica”.

Nel frattempo il Ministro della Difesa aveva diffuso notizie circa una possibile iniziativa eversiva. intorno a ferragosto. Il 5 agosto avvenne un cruento attentato alla stazione di San Benedetto Val di Sambro, con una bomba sull’espresso Roma-Brennero, rivendicato da Ordine nero. Due  editoriali del Corriere della Sera e de La Stampa, denunciarono apertamente le responsabilità degli apparati. “Lo Stato esita a colpire e punire i servitori infedeli, i capi intriganti e gli organismi malati I nodi delle trame terroristiche debbano essere spezzati cercando complici e mandanti prima di tutto in Italia, anche all’interno dell’amministrazione pubblica e tagliando in patria fili che legano personaggi forse insospettati alle centrali straniere“. Negli stessi giorni , si è visto sopra, piombarono le dimissioni di Nixon. Un atto che mutò il quadro  anche in Italia.


In Austria, da circa due anni stavano edificando la cosiddetta “era Kreisly” il positivo andamento della situazione economica con un alto PIL (nonostante la crisi petrolifera) , le riforme sociali incisive (a partire dalla sanità, dalla scuola, dal diritto di famiglia, dalla riduzione dell’orario di lavoro), il soddisfacente evolversi dei rapporti con l’Italia circa la gestione dell’accordo sull’Alto Adige. Certo, c’erano stati anche degli intoppi. Ad esempio, le polemiche esasperate dei nazionalisti che riardavano l’installare i cartelli bilingui in Carinzia, od anche le forti tensioni con Israele per la  chiusura del campo di transito profughi  di Schönau dopo il rapimento di immigrati ebrei russi fatto da terroristi siriani. Ma l’Austria andava oltre, esibendo una crescita superiore alla media europea, la capacità di controllare l inflazione  e un ruolo attivo a livelli internazionale sia nella distensione che nella Conferenza Europea per la Sicurezza. Al tempo stesso Kreisky dette prova della sostanziale ambiguità dei socialisti sul tema del costruire la libertà, , caratterizzando il ruolo diplomatico con il riconoscere l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sempre tenendo in disparte il tema dell’esistere dello Stato ebraico.

In Italia, alla fine di agosto, proprio la posizione della Direzione  PLI su Sogno – un chiaro giudizio, però  privo di sanzione politica – dette la stura ad una polemica incandescente dentro il partito poi durata a lungo. La Direzione Regionale Toscana, PLI  vista la delibera della Direzione Centrale del 31 luglio e in presenza dei sicuri collegamenti con l’operazione destra pulita, denunciò Edgardo Sogno ai Probi Viri Nazionali perché ne fosse sancita l’estraneità al PLI, chiedendone l’immediata sospensione preventiva dall’attività di Partito. Nelle stesse ore, il magistrato Violante effettuava una perquisizione a casa di Sogno a Torino. La contemporaneità, fece sì che all’ora di cena il Telegiornale RAI trattò in modo esteso anche della denuncia ai Probiviri contro Sogno decisa dal Comitato Regionale Toscano PLI. Non si doveva pensare più a lui come eroe della Resistenza che era stato bensì per quello che lui stesso diceva di essere, cioè uno che reclamava apertamente un intervento di forza che immolasse al momento la libertà.. In più  Sogno venne  denunciato ai Probi Viri anche dai giovani del periodico Risposta.        

4.10 f) 4. L’ultimo trimestre ’74 – In Gran Bretagna, il Governo Wilson , che come abbiamo visto era un Governo di minoranza, durante l’anno si trovò in un periodo di inflazione e di  disoccupazione elevate, insieme a forti tensioni sociali. Quindi a metà ottobre convocò nuove elezioni e questa volta prevalse di un milione di voti, ottenendo un margine di eletti più consistente, fino a sfiorare la maggioranza in Parlamento. Così Wilson fu in grado di proseguire nella procedura di adesione alla CEE avviata dal precedente Governo Heath.  

In Germania, il Governo Schmidt tra socialisti e liberali proseguì la Ostpolitik di Brandt, tenendo peraltro conto della crisi petrolifera  e perciò con un approccio più attento alla razionalità economica. Quindi, stabilità dei prezzi, riduzione del deficit pubblico, maggior cautela nella spesa dopo gli anni di  Brandt. Nel complesso il Governo Schmidt fu più pragmatico e si focalizzò sul risolvere i problemi concreti più che sull’ annunciare traguardi da raggiungere               s. .

Va inoltre rilevato che durante il 1974 aumentò il ruolo internazionale della CEE. Furono individuati i suoi temi specifici, in particolare nel corso dell’elaborazione del sistema di cooperazione di Lomé e nei negoziati sull’ordine economico. All’epoca, tra l’altro, la CEE cominciò ad essere accettata quale attore politico da molti paesi, pure a livello Onu. Fu utile il definitivo rafforzarsi a fine anno  dell’organo  Consiglio Europeo, che di sicuro accrebbe la coerenza CEE. A tale organo fu conferito un ruolo di promotore politico, sia nel settore comunitario sia nella cooperazione politica verso il resto del mondo (in pratica significava la persa d’atto realistica di una maturazione della CEE ancora indietro). Accompagnati dai ministri degli Affari esteri, i capi di Stato o di governo si sarebbero riuniti “tre volte all’anno e ogniqualvolta ciò risulterà necessario”. Al tempo stesso, peraltro, il nuovo ruolo del Consiglio avviò una sorta di controtendenza, rispetto alle intenzioni CEE originarie, in quanto  i singoli governi iniziarono a  riprendersi  nella sostanza  un ruolo che avrebbe dovuto essere delle sole istituzioni comunitarie.

Infine ai primi di ottobre, in Italia, per evitare un ulteriore deterioramento  del quadro, si dimise il governo Rumor, prima che ci fosse un’alternativa matura, tanto che la crisi si protrarrà per quasi due mesi. Come d’abitudine, il dibattito sulla nuova formula di Governo fu solo tra i partiti del centro sinistra. Intanto, nel PLI, dopo discussioni molto accese, Malagodi e Bignardi (Brosio astenuto) trasmisero il ricorso della Giunta Toscana contro Sogno. I Probiviri in due settimane emisero un provvedimento di sospensione per sei mesi da ogni attività di partito.

Quanto alla crisi di Governo, a. metà novembre  fu chiara l’impossibilità del centro sinistra organico. L’incarico fu dato a Moro il quale prima puntò ad un monocolore DC (chiedendo invano anche ai liberali di votarlo con  “un gesto di audacia intellettuale”)  e poi varò un bicolore DC-PRI, con La Malfa vice e l’appoggio esterno di PSI e PSDI. In pratica  una formula di centralità DC pur consentendo le interpretazioni più gradite. Nel PLI, la maggioranza di Libertà Nuova decise di astenersi  in base ad una speranza più che ad un disegno politico praticabile.  Oltretutto, il solo annuncio dell’astensione del PLI  attirò le critiche della sinistra DC e dei socialisti.

Il fatto era che il vertice del PLI non era capace del gesto di audacia intellettuale, per sciogliere i termini di un problema politico ormai chiaro . Di fronte alle forti pressioni del PCI per inserirsi sempre più a fondo nelle maggioranze parlamentari , esistevano solo tre strade possibili per chi giudicava controproducenti le proposte programmatiche del PCI.  Una era ricorrere alla forza attuando un colpo di stato comunque configurato, l’altra era procrastinare il più possibile la presa del potere da parte del PCI, la terza era attuare una politica di riforme commisurata ai bisogni della gente che soffocasse l’afflusso di consensi al PCI.

Delle tre, la prima strada era la strada illiberale della strategia della tensione seguita da chi non voleva capire che la capacità di penetrazione del PCI non derivava da complotti antidemocratici quanto dalla speranza che il PCI sapeva suscitare di fronte alla insoddisfacente situazione in atto. Il malgoverno era dovuto alla degenerazione del sistema di potere democristiano.

La seconda strada era quella teorizzata riservatamente da Moro a Malagodi e da quest’ultimo riferita subito in dettaglio ai massimi dirigenti del PLI , di Libertà Nuova e delle due minoranze. Secondo Moro, al momento non era arrestabile la spinta propulsiva dei comunisti italiani che nel medio periodo erano destinati a prevalere. L’unica strategia praticabile per preservare la fonte dei valori democratici – e secondo Moro per legittimare il potere della DC – era una politica di morbido ma accanito contenimento dell’arrivo del PCI al potere. Una politica che, adottando un po’ alla volta artifici ed equilibri atti a dialogare con il PCI e al tempo stesso a rendere il dialogo equivalente al rinvio, dilazionasse il più possibile la vittoria solitaria del PCI e desse tempo al tempo in attesa di qualche imprevedibile novità favorevole alla democrazia.

La terza strada era la sola davvero liberale che passava dal superare la centralità DC e dal formarsi di un movimento alternativo alle degenerazioni del potere oligarchico in modo da strappare al PCI il monopolio della speranza di cambiamento, mostrandone l’inaffidabilità in tema di libertà e le contraddizioni programmatiche.

Invece l’astensione sul bicolore DC PRI a prescindere dalla scelta di questa terza strada, equivaleva per il PLI a perpetuare la sudditanza alla centralità della DC subendo in pratica la seconda strada, cioè la linea morotea. Si badi bene. Quella morotea era una linea che, nelle sue felpate sfaccettature, ufficialmente rifiutava la  strategia della tensione, eppure  non operava tagli netti verso di essa. Nella pratica  agevolavala strategia della tensione.

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I liberali votano SI al referendum (a Critica Liberale)

Cari amici di Critica Liberale,

vi scrivo riguardo la risposta che avete dato alle precise osservazioni di merito fatte dall’avv. Brenelli – Presidente del Comitato “Giustizia SI” in vista del  Referendum del 22 marzo – sulla Vostra scelta di votare NO al medesimo referendum. 

Nella risposta di un firmatario dell’appello di Critica per il NO , il Vostro fiduciario, e comune amico Riccardo Mastrorillo, usa parole cortesi e piene di comprensione, ma, per motivare il Vostro dissenso, utilizza argomenti  non in grado di scalfire il merito liberale illustrato da Brenelli e , nel complesso, più imbarazzati che convincenti. 

In termini liberali, il fulcro politico della questione sta nell’argomento per cui Critica si schiera “contro il tentativo di minare l’equilibrio tra i poteri o, se si preferisce, tra gli ordini, che, in quanto tali, costituiscono comunque un potere”. Ritengo riconosciate sia indiscutibile che con questa affermazione tentate di mettere la magistratura sul medesimo piano del Parlamento e del Governo. Un tentativo vano, stando alla Costituzione, in cui  Parlamento e  Governo sono definiti poteri e Magistratura ordine. Sostenere, come fate nella frase appena riportata, che l’ordine costituisce un potere, non ha fondamento giuridico (altrimenti la Costituzione non avrebbe adoperato due termini distinti) ma  neppure liberale. 

Di fatti, il fulcro della progettualità liberale per dar concretezza alle libertà di convivenza, è affidare ai cittadini gli indirizzi politici mediante l’elezione del Parlamento che a sua volta decide il Governo, organi i quali poi attraverso le leggi stabiliscono le regole delle relazioni del convivere. Per i liberali la Magistratura ha un ruolo importantissimo, quello di giudicare se gli svariati comportamenti rispettano quelle leggi nonché di emanare, nei casi in cui non le rispettano, le sanzioni previste dalle leggi civili o penali. Per i liberali, l’importantissimo ruolo di giudicare il rispetto delle leggi è insostituibile ma non può mai divenire titolare del fare le leggi. Per il semplice motivo  che la Magistratura è estranea al voto dei cittadini e dunque non può assumersi un compito legislativo. 

Ora, specie nell’ultimo trentennio, la Magistratura ha spesso utilizzato la scusa dell’interpretare per arrivare a farsi corpo legislativo. E sulla via dell’interpretare  ha escogitato pure le correnti le quali, al fine di autogiustificarsi, esaltano quella scusa. Solo che l’interpretare non è consentibile quando entra nel territorio del contrastare il testo della legge, tenuto anche conto del  quadro normativo nel complesso. Perciò i liberali, coerenti con il loro modo d’essere fermi assertori della libertà imperniata sui cittadini tramite la legge, hanno ritenuto da anni che un simile andazzo dovesse essere bloccato. La riforma Nordio non fa altro che questo, spazzando via il sistema delle correnti con tutte le loro storture.

Pertanto non ha fondamento dire nella Vostra risposta che la riforma sarebbe “un tentativo di ripicca atto a ridimensionare la Magistratura”. Addirittura aggiungendo “con il disdicevole intento di schiacciare la sua autorevolezza allo stesso livello di quella della politica”. Un tipico concetto espressivo di una presunta effettiva superiorità della Magistratura sulla politica, il quale, a parte a non corrispondere alla realtà, di sicuro, seppur non volendolo, non appartiene alla cultura liberale. Per di più non è il solo passaggio che finisce per non appartenere alla cultura liberale. Perché poi , nel condivisibile parlare contro ogni comportamento assolutistico, di nuovo la Vostra risposta afferma “è una rassicurazione liberale il fatto che esiste un’Istituzione in grado di contenere l’assolutismo”. Ed è di nuovo un indebito riconoscimento a chi ritiene che sia possibile contenere l’assolutismo senza imperniarsi sul voto dei cittadini ma ricorrendo ad una corporazione. Anche questo non è il terreno dei liberali. 

Sta qui il nucleo culturale della risposta che non può essere condiviso. E ci sarebbero pure altri punti. Ad esempio, affermate “l’esercizio dell’azione penale non può direttamente o indirettamente essere controllato da uno degli altri due ordini”. Ma nessun punto della Riforna Nordio né dell’intervento dell’avv. Brenelli, neanche ipotizza che l’azione penale non debba restare sotto il controllo dalla Magistratura. Quindi tale affermazione fatta senza causa è una difesa a priori  di qualcosa ritenuto tanto intoccabile da non poterne neppure parlare . 

Oppure altro esempio. Nella Vostra risposta osservate  che “nessuna revisione costituzionale sottoposta a Referendum è stata mai approvata dagli elettori”. A parte che nel 2001 gli elettori approvarono la riforma voluta dal centro destra fatta dal centro sinistra e che nel 2020 gli elettori hanno  approvato la riforma voluta dai grillini fatta dal governo Conte sulla riduzione dei parlamentari, nel 2006 e nel 2016 gli elettori hanno effettivamente  bocciato (decisioni corrette) riforme ritenute non rispettose del ruolo dei cittadini. Quindi, visti i precedenti, l’esito del Referendum di marzo non può essere affatto considerato negativo in partenza (personalmente non credo accadrà). In ogni caso, qualora dovesse essere negativo, vorrebbe dire che i cittadini preferirebbero che la Magistratura svolga il ruolo non liberale di controllore supremo. Una valutazione da rispettare come liberali  ma  parecchio sbagliata in merito alle conseguenze disastrose  sulla libera democrazia.   

Sui temi della duplicazione del CSM e del sorteggio, non credo occorrano aggiunte alle tesi esaustive espresse al riguardo dall’avv. Brenelli. Desidero concludere facendo un’osservazione circa l’ossessivo riferirsi della Vostra risposta ai pericoli rappresentati dall’attuale maggioranza di Governo. Rischia di cadere nel fuggire dai metodi liberali. Infatti, non essere sostenitori del Governo in carica – come attualmente è il caso – non permette  ai liberali di affidare il contenere la prospettiva dell’esercizio dei pieni poteri da  parte di qualcuno e in genere la difesa delle libertà , all’Istituzione Magistratura mai scelta dai cittadini né da loro votata, che interpretando legifera , in più pavoneggiandosi sui giornali. Un affidamento del genere equivarrebbe a scivolare verso istituzioni elitarie e politiche  impositive, cose tra le più distanti dal liberalismo.

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Tajani e il giustizialismo

In merito alla scarcerazione su cauzione del proprietario del locale di Crans Montana dove è avvenuta la tragedia di Capodanno, il Vice Presidente del  Consiglio Tajani ha rilasciato ampie dichiarazioni. Esprimono  una concezione del diritto assai distante da quella liberaldemocratica. Concezione viceversa spiegata dallo stesso  Tribunale di Sion  che ha deciso la scarcerazione: “il principio cardine della procedura penale svizzera è che l’imputato rimanga in libertà fino al suo giudizio, potendo la detenzione provvisoria essere ordinata solo in casi eccezionali, a titolo di ultima ratio”.

Tajani ha infatti dichiarato “qui c’è poco da dire, i responsabili sono i proprietari del locale”, precisando pure che “una proposta potrebbe essere quella di togliere l’inchiesta al cantone e di affidarlo alla magistratura in maniera straordinaria di un altro cantone”. E ha dato mandato all’Ambasciatore italiano di fare le rimostranze alla Procuratrice del Canton Vallese.  In pratica, secondo Tajani, il carcere dovrebbe essere obbligatorio per il proprietario del locale della tragedia e il  processo non servirebbe, poiché sarebbe già tutto evidente. Un’idea opposta a quella liberaldemocratica, per la quale è solo il processo, attraverso il confronto tra accusa e difesa, a vagliare le prove e ad emettere il giudizio finale in base alle prove accertate e non alle emozioni.

Ora Tajani è stato della destra conservatrice fin dai tempi in cui faceva il giovane inviato per il Giornale di Montanelli. Ma con le dichiarazioni attuali tocca questioni che coinvolgono la nostra immagine nazionale. Tanto che il presidente della Confederazione Elvetica, coinvolta in modo improprio, gli ha fatto osservare, in termini diplomatici,  che “in Svizzera vige la separazione dei poteri e questa deve essere rispettata. La politica non può interferire”.  

La questione processo non è una formalità procedurale. Come ho già scritto su Il Tirreno, qualunque siano la gravità e la tipologia del reato perseguito, la colpevolezza di qualcuno non può venir stabilita fuori dal processo fatto secondo le regole. Il diritto e la giustizia si fondano su dati di fatto accertati. Dati di fatto, che non sono sostituibili con le emozioni suscitate nell’immediato dalle tragedie della vita e le loro inevitabili impressioni superficiali. Questi sono i principi del garantismo.

Al riguardo, è singolare che Tajani abbia tentato di qualificare le sue dichiarazioni affermando “lo dice uno iper garantista“. Perché quanto da lui dichiarato sulla scarcerazione di Sion, è tutto meno che garantismo, addirittura iper secondo lui.  Le dichiarazioni di Tajani sono una tipica manifestazione del giustizialismo praticato non di rado nell’ultimo trentennio, che lui ha sempre criticato salvo adottarlo oggi. Eppure dovrebbe sapere che il giustizialismo, mentre non allevia le tremende sofferenze dei familiari delle vittime e non fa giustizia, invece avvelena la convivenza. Almeno nelle società  civili.

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Una sentenza esemplare

Come cittadino – prima e non soltanto come liberale di lunghissimo corso – sono convinto che, ai fini di educare alla civiltà giuridica, sarebbe importantissimo dare grande rilievo in Italia alle parole usate lunedì 12 dalla sentenza del Tribunale di Sion, nella convalida per tre mesi dell’arresto cautelare del titolare del bar in cui a  Capodanno c’è stato il rogo dei 40 morti. 

Il comunicato diffuso dalla sezione per le misure preliminari afferma che “la custodia cautelare in carcere è una misura procedurale volta esclusivamente a garantire il corretto svolgimento delle indagini. Non è pertanto intesa a punire l’imputato, che è presunto innocente fino a quando una sentenza di condanna definitiva non diventi giuridicamente vincolante. Detto questo, il principio fondamentale è che l’imputato rimanga libero fino al processo; la custodia cautelare in carcere può essere disposta solo in circostanze eccezionali come ultima risorsa”.  Infatti, la procura aveva sollevato “l’esistenza di un pericolo di fuga” a carico dell’imputato.

Inoltre la sezione per le misure preliminari  precisa “Il tribunale ha informato l’imputato che sarebbe tuttavia disposto a revocare la custodia cautelare, subordinatamente a diverse misure alternative richieste dalla Procura della Repubblica, tra cui il pagamento di una cauzione, in quanto tali misure appaiono idonee a contrastare il rischio di fuga. Poiché la determinazione della cauzione richiede un’indagine accurata, la privazione della libertà personale deve prevalere nel frattempo”.

A queste parole occorre dare il massimo rilievo perché illustrano un principio cardine della democrazia libera. In ogni occasione, qualunque siano la gravità e la tipologia del reato perseguito, né dal punto di vista dell’istituzione Stato né da quello degli imputati, si può concepire che la colpevolezza di qualcuno venga stabilita fuori dal processo fatto secondo le regole.

Non si tratta di un formalismo. Si tratta di rendere concreti il diritto e la giustizia fondati su dati di fatto accertati. Quindi mai sostituibili con le emozioni suscitate nell’immediato dalle tragedie della vita e le loro inevitabili impressioni superficiali. E’ una regola tanto più cogente quanto maggiore è la tragedia causata dal reato. Da metà ‘600 la convivenza umana ha migliorato parecchio le sue condizioni appunto facendo maturare la tolleranza civile. Intesa quale l’opposto del buonismo e dell’imporre.  Perciò costruita un pò alla volta attraverso istituzioni definite da regole, talvolta severissime, eppure che erogano la pena dopo (e non prima) aver accertato quanto avvenuto   solo attraverso un  pubblico processo in cui accusa e difesa si confrontano sui dati, senza basarsi sulle emozioni.    

La sentenza del Tribunale di Sion descrive il punto con una precisione esemplare. In Italia, l’importanza di studiare la sentenza di Sion perché divenga l’anima effettiva della giustizia praticata, ce la ricordano  le vicende dell’ultimo trentennio.

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Sempre sull’UE e su Trump (a Danilo Taino)

Da Danilo Taino a Raffaello Morelli, giovedì 8 gennaio ore 12,40

Mi pare perfetto quello che scrive, caro Morelli. Lo condivido pienamente. Forse con un dubbio sul fisco: ma è una questione che necessiterebbe di approfondimento. 

Grazie del messaggio e degli stimoli. 

Danilo Taino

Da Raffaello Morelli a Danilo Taino, giovedì 8 gennaio ore 10,50

Caro Taino,

ieri non potevo rispondere subito al Suo cortese riscontro alla mia precedente mail con gli auguri di Natale. Retrospettivamente, tuttavia, è stato bene, perché il Suo articolo di stamani mi consente una incisività maggiore.

Allora. Come ha scritto, non c’è dubbio che Trump abbia un piano. Nel documento sulla Strategia Nazionale di Sicurezza, il primo obiettivo è il ristabilimento del controllo sull’intero continente americano. E’ un fatto. Peraltro ritengo che ciò consegua dal vero intento della mentalità di  Trump: non fermarsi mai alla situazione del momento e pensare piuttosto a quanto essa non corrisponda alle sue preferenze, soprattutto in prospettiva. Questo è il nodo che fa impazzire – in Europa ma non solo – tutti quelli che si esaltano ossequiando le gerarchie di potere esistenti, ritenute l’unico punto riferimento da condividere (il che è un esercizio di puro conformismo). Non per caso, nel suo articolo odierno, Lei commenta  “l’UE si è fissata a lungo sulla punta delle proprie scarpe”.  Insomma, è chiaro il perché Trump sia nei fatti più efficace. Perché non si ferma al conformismo bensì pratica il realismo.

Sempre nel Suo articolo di stamani, la frase chiave è “L’Europa paga l’idea di avere creduto per decenni che il suo modello politico — la fine progressiva degli Stati nazionali — sarebbe stato adottato dal resto del mondo… L’UE ha trascurato la sicurezza e l’ha demandata agli Stati Uniti“. Giustamente nella Sua mail di ieri aveva infatti richiamato quale causa “l’illusione coltivata nei decenni più recenti che l’intero mondo sarebbe andato verso l’indebolimento degli Stati nazionali? Processo che, come si vede oggi, non è affatto avvenuto”.

 Questo dato sperimentale, conferma la perplessità che avevo espressa nella mia prima mail. Nel recente trentennio la politica UE è stata l’epitaffio della grande novità del costruite  una nuova tipologia politica di uno Stato imperniato davvero sui cittadini. Perché quella nuova tipologia non poteva ridursi ad un federalismo che indebolisse gli stati nazionali. La nuova tipologia dei Trattati di Roma puntava sul costruire una Comunità che non indebolisse gli Stati Nazionali costruendo un superstato, bensì che si imperniasse sulle scelte dei cittadini individuo attraverso un progressivo processo di loro maturazione  civile in termini  di reciproche libere relazioni.

Il fine della CEE non era costruire una nuova entità sovranazionale. Era costruire una istituzione che affiancasse gli Stati esistenti dotandoli – mediante le decisioni prese dai cittadini UE e non dalle burocrazie dedite ad imporre  indirizzi irrealistici –  di una superiore capacità operativa in un mondo in continuo cambiamento. Un’istituzione che non si guardasse la punta delle scarpe e non demonizzasse i Trump di turno dediti a scompaginare il conformismo di una realtà sorpassata ed immobile.

Secondo me, l’UE dovrà prima possibile rinunciare ad ogni pratica da tradizionale Stato di potere, applicarsi a fondo nel lavoro politico e diplomatico indispensabile per ampliare  le  proprie competenze  aggiungendo il  fisco e la difesa, potenziare ancora il giudizio elettorale riconosciuto agli europei. 

Altrimenti attendiamoci che prevalgano i realisti alla Trump.

Vive cordialità

Da Danilo Taino a Raffaello Morelli, mercoled’ 7 gennaio ore 16,45

Caro presidente, innanzitutto buon anno. Mi perdoni per il ritardo nella risposta, sono stato parecchio impegnato di recente.
 
Non so. Sono certamente d’accordo con lei sulla non esistenza di un’Europa democratica dei cittadini.
Mi domando però se, di fronte agli sconvolgimenti in corso, non sia necessario riflettere sull’intera storia dell’Europa post bellica.
L’idea federale è straordinariamente bella e importante: perché è di fatto fallita? Certamente per la mancanza di democrazia e per le scelte dei cerchi concentrici o sovrapponibili che dir si voglia.
Ma non c’è forse anche altro? Per esempio, l’illusione coltivata nei decenni più recenti che l’intero mondo sarebbe andato verso l’indebolimento degli Stati nazionali? Processo che, come si vede oggi, non è affatto avvenuto.
Poteva, date le caratteristiche dei Paesi europei, la Ue diventare modello più o meno planetario, anche se fosse stata una democrazia dei cittadini? O ci siamo illusi, così come ci siamo illusi che il pianeta fosse diventato piatto, senza più confini? Oggi ce lo dobbiamo forse domandare.
Come dobbiamo domandarci, credo, come ricostruire un’identità e una politica dell’Europa, non più burocratica e quindi antidemocratica, e capace di fare politica al di là dei formalismi in un quadro mondiale sempre più difficile.
Il timore è che il ritorno delle politiche di potenza riverberi sull’Europa e annulli ottant’anni di storia, tra buone idee ed errori.
Non è che tutto questo mi sia chiaro, mi pongo degli interrogativi, più che altro.
 
Un caro saluto
dt

La mail di Raffaello Morelli a Danilo Taino si trova alla data del 18docembre 2025

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Cronologia del liberalismo, da 4.7 a 4.9

4.7 –  Il dibattito in Occidente. a) Lo slittare verso il socialismo. Nelle democrazie occidentali, l’epoca degli anni ’60 fu caratterizzata da una tendenza politico culturale:  tendevano a prevalere – pur con modalità e intensità differenti –  concezioni  o direttamente socialiste o nella sostanza ispirate al socialismo. Da tale propensione sostanziale derivò che, persino movimenti  favorevoli ai cambiamenti ispirati alla libertà dei singoli, vennero usati a sostegno di una cultura socialista; sorvolando sulla contraddizione intrinseca, visto che la cultura socialista si caratterizza per anteporre le visioni collettive alla metodologia individuale.

In Italia, il governo Moro I – al di là , nei mesi della sua nascita, dei mormorii favoleggiati circa un piano preparato dal Generale dei Carabinieri De Lorenzo perché la sola Arma fosse pronta ad impedire il prevalere dei comunisti quando si fosse insediato il centro sinistra –   fu  un chiaro esempio di come la Repubblica avesse lo spirito capitalista, ma non lo spirito di società aperta, liberale. Infatti, nella  predominante concezione sociale, la Repubblica era paternalista e per di più pervasa dall’inclinazione alla lotta di classe che generava ed accentuava le divisioni. Il Governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, a febbraio ’64 affermò che  il miracolo economico era un ricordo, poiché si stava inceppando il meccanismo produttivo del sistema. Mancava una politica di governo lungimirante, che affrontasse in concreto gli squilibri della società italiana e avesse programmi non limitati ai miraggi.

In Austria, dopo le elezioni della fine ’62 in cui i Cristiano Democratici avevano tolto qualche seggio ai Socialisti, stabili i liberali, continuò a governare la grande coalizione tra Cristiano Democratici e Socialisti con Cancelliere Gorbach. Tuttavia nel ’63 il Cancelliere non  riuscì a farsi eleggere Presidente della Repubblica , e così pochi mesi dopo, alla fine del febbraio 1964 venne sopraffatto dalle tensioni nella coalizione e rassegnò le dimissioni.  Venne eletto Cancelliere, sempre con la medesima coalizione. Fu sostituito da  Josef Klaus dell’ala riformista dei Cristiano Democratici appoggiato dalla solita coalizione.

In Italia,La dichiarata prudenza di Moro per rendere possibile l’alleanza DC PSI  (avversata duramente dall’ala sinistra PSI, che si scisse a gennaio ‘64 formando il PSIUP), adoperava lo strumento dell’ammorbidire e del dilazionare. In ogni caso dava l’assoluta priorità alle esigenze dei rapporti numerici (e dunque a quella di far sopravvivere la formula di centro sinistra) rispetto alla necessità di risolvere certi nodi esistenti nella convivenza. In pratica favoriva sia l’aggravarsi dei problemi sia la possibilità che le faticose mediazioni divenissero occasione per l’inserirsi dell’anima profonda dei cattolici, sempre incline al prevalere da sola. Come avvenne con il tentativo  del finanziamento alla scuola media non statale attraverso aumenti furtivi nel bilancio dello Stato di due capitoli ad essa dedicati. Il tentativo non riuscì per le astensioni dei partiti al governo e il no dei liberali e delle altre opposizioni di sinistra e di destra. Due giorni dopo Moro si dimise. In un mese fu varato il Moro II, di nuovo di centro sinistra, in cui non entrarono i fanfaniani nella DC e i lombardiani nel PSI, poiché la formula di governo aveva perso carica innovativa.

L’apporto del PLI era respinto ancor prima di esaminarne i contenuti (siccome il PLI, per antonomasia, era presentato come conservazione). Respingerlo serviva ai partiti più piccoli come prova dell’essere progressisti e alla DC come dimostrazione della volontà di soddisfarli al fine di formare il governo. Proprio da tale comportamento iniziava il prevalere della tendenza al socialismo, specie nella DC. Respingere il PLI senza neppure valutarne il programma, ammiccava al filo socialismo di principio. Di fatti, nel merito delle cose, la DC era in ampia maggioranza contraria alle richieste PSI sulla riforma urbanistica, sul tipo di regioni e delle loro future maggioranze, sulla scuola non statale. Però sosteneva l’assoluta necessità di mantenere la disponibilità dei socialisti ad allearsi. 

In  Danimarca ,  da molti anni, le elezioni venivano vinte dal Partito Social Democratico con il doppio dei voti all’incirca dei Liberali. Però non con la maggioranza assoluta, e quindi il governo era di  minoranza socialista con l’appoggio dei piccoli partiti di volta in volta, comunque nel quadro di un’amplissima condivisione della prospettiva di ingresso del Paese nella CEE. In Inghilterra i laburisti di Harold Wilson vinsero le elezioni della fine autunno 1964 dopo un quindicennio. Fu una vittoria di stretto margine, nonostante la leggerissima perdita di voti,  dovuta essenzialmente al calo di sei punti dei Conservatori di Douglas-Home, un fatto che nel sistema elettorale inglese muta il risultato in tanti collegi (alla fine 317 eletti a 304). I Liberali di Jo Grimond – il leader che negli anni ’50 li aveva salvati – raddoppiarono i loro voti e arrivarono a 9 eletti. Fu la sola volta che non ci furono eletti di altri partiti. Nel complesso il nuovo Governo Wilson aveva una maggioranza di quattro voti.   Era evidente che l’ambizioso programma dei Laburisti (iniziando dal nazionalizzare la siderurgia) dipendeva dalle decisioni di due soli eletti. 

In Olanda, dalle elezioni del 1959 aveva governato una coalizione di cinque partiti, quello più votato dei Cattolici, due più di destra (uno dell’area cristiana della Chiesa Riformata l’altro dell’area cristiana storica), uno liberale e uno socialista, e dopo le elezioni del 1963 fu sostituita da una coalizione  a quattro con l’uscita dei socialisti. Durante il 1964, i socialisti dall’opposizione causarono l’aumento dell’instabilità politica. Ne derivarono tensioni sociali, specie per i diritti civili.  Il risultato fu che ad aprile 1965 tale coalizione venne sostituita da un’altra di cui facevano parte il partito Cattolico, quello della Chiesa Riformata e quello Socialista del Lavoro, con il nuovo Premier Jo Cals. I liberali, in dissenso sul programma di pianificazione economica, restarono fuori. 

4.7 b) la novità olandese – L’onda delle tensioni civili innescate dai socialisti all’opposizione, fu pure all’ origine di un particolare fenomeno innovativo. Quello  dei provocatori, proletari disinteressati alla cultura e alla politica, che rifiutavano il lavoro e si mantenevano con il sussidio di disoccupazione.  Furono chiamati i provos.  Concentrati ad Amsterdam  furono una sorta di repubblica anarchica dedita alla provocazione per sensibilizzare l’opinione pubblica. A differenza dei socialisti, i Provos già allora (diversamente dalla maggior parte dei socialisti) non erano marxisti, dimostravano contro il conformismo remissivo della borghesia. Non furono un fenomeno di lunga durata, ma  costituirono una delle radici, insieme ai figli dei fiori  statunitensi, di quel più ampio fenomeno che sarà nella seconda parte degli anni ‘60 la contestazione giovanile a livello mondiale, infatuata dalla protesta anarcoide priva di concreta progettualità. Quella contestazione  muoveva dal riferirsi alle istanze individuali , che è la caratteristica del liberalismo. Ma, a differenza di esso, si guardò bene dall’applicarne il metodo nel fondarsi sui fatti quali sono e nel conoscere in base ai risultati delle iniziative assunte.  

In Belgio, il Governo Lefèvre proseguiva a governare con il sostegno della grande coalizione cattolici socialisti. Nel 1964 restò coinvolto ancora una volta nelle vicende del Congo, peraltro riconosciuto  indipendente già da anni, con un governo centrale sostenuto da mercenari europei contro i tentativi secessionisti. A settembre ’64,  i ribelli Simba istituirono un governo separatista a Stanleyville, catturarono migliaia di stranieri, in specie belgi,  usandoli quali ostaggi nei confronti delle forze governative. Per salvare gli ostaggi, a fine novembre, varie centinaia di paracadutisti belgi, usando aerei statunitensi, atterrarono a Stanleyville. Immediatamente i Simba avviarono il massacro degli ostaggi ma i belgi riuscirono a salvare oltre duemila ostaggi.

Questo intervento, pur conclusosi con un sostanziale successo, in Belgio lasciò tensioni verso il Governo Lefevre, che si manifestarono il maggio seguente alle elezioni. Il Partito Cattolico e quello Socialista persero ciascuno 20 eletti, mentre dall’opposizione i liberali raddoppiano in voti e passarono da 20 a 48 parlamentari.   Così a luglio 1965 , nacque il nuovo Governo del giurista  cattolico Pierre Harmel, sostenuto da una ampia formula  con l’aggiunta dei liberali. Il nuovo Primo Ministro Harmel era un esperto dei rapporti etnolinguistici che avevano sempre più rilievo nel paese diviso tra fiamminghi e valloni. Gli stessi rapporti tra fiamminghi e valloni stavano scavando solchi sempre profondi tra le rispettive due ali del Partito Liberale. In ogni caso, le forti  tensioni tra socialisti e liberali all’interno del Governo lo rendevano instabile. 

4.7 c) La Presidenza Johnson – Lyndon Johnson, dopo essere divenuto Presidente USA in circostanze tanto drammatiche, non mutò essenzialmente  la squadra presidenziale. E trovandosi in una situazione economica fiorente, accelerò i progetti in corso a partire dalla lotta alla segregazione razziale e alla relativa discriminazione nei luoghi pubblici, nel lavoro e nell’istruzione. Opera che culminò nel successivo luglio 1964 con l’emanazione da parte sua  del fondamentale Civil Rights Act. Sempre nel quadro di un ambizioso programma di riforme sociali, furono varati l’assistenza sanitaria per gli anziani e per la famiglie a basso reddito. 

Nel complesso il Presidente Johnson preparò al meglio la sua campagna per il rinnovo, sempre quale candidato del Partito Democratico,  alle elezioni presidenziali del novembre  1964. Tanto che ebbe un successo trionfale sul repubblicano Barry Goldwater (il quale aveva posizioni estremiste contro l’URSS), conquistando l’intero Nord degli Stati Uniti e numerosissimi Stati repubblicani da sempre. Johnson  stabilì il record nel voto popolare (il 61,1 %) e il record di elettori nel Collegio Elettorale (486 mentre  Roosevelt nel 1932 ne aveva ottenuti 472). Da allora nessun democratico vincerà, come fece lui, in determinati dieci  stati.

In ogni caso, circa tre mesi prima del voto di novembre, attacchi di cannoniere nordvietnamite  nel Golfo del Tonchino senza preavviso, avevano indotto il Congresso ad approvare a larga maggioranza il mandato al Presidente di assumere  “tutte le misure necessarie per respingere qualsiasi attacco armato contro le forze degli Stati e per prevenire ulteriori aggressioni”. In campagna Johnson si impegnò a non allargare l’intervento militare americano in Vietnam, ma poi, nel febbraio 1965, dopo un attacco guerriglieri in una base militare statunitense, Johnson ordinò una serie di massicci bombardamenti sul Vietnam del Nord per tagliare i rifornimenti ai Viet Cong nel Sud e inviò 3.500 marines per proteggere il confine. A questi seguiranno a luglio altri cinquantamila soldati, divenuti alla fine dell’anno già 180.000 e continuati a crescere da allora. In breve tempo iniziò ad offuscarsi la luna di miele del Presidente con il paese. 

4.7  d) Due Presidenti della Repubblica – In Italia, poche settimane dopo l’insediamento del Governo Moro II, i primi di agosto il Presidente Segni convocò a Quirinale il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri (Saragat) per trattare temi internazionali. L’incontro, riservatissimo, ebbe però un esito drammatico, dato che , durante il colloquio, Segni fu colpito da trombosi cerebrale. Qualche anno dopo venne sostenuto che si trattava di un malore indotto da una vera e propria lite concernente un precedente incontro di metà luglio, sempre al Quirinale con tema i rischi per l’ordine pubblico, del Presidente Segni con il Capo di Stato Maggiore, Rossi, e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, il generale De Lorenzo; le voci furono che fosse stata la preparazione di un colpo di stato, ma successive e approfondite inchieste lo esclusero del tutto. Oltretutto si trattava di un incontro rientrante nelle autonome prerogative di un Presidente della Repubblica (a conferma sta il fatto che diverso tempo dopo la trombosi, il generale De Lorenzo venne promosso Capo di Stato Maggiore). Tornando al malore, i medici diagnosticarono un impedimento temporaneo e le funzioni presidenziali vennero perciò svolte da Merzagora Presidente del Senato.

A metà settembre, il Congresso DC confermò la collaborazione con il PSI respingendo le sue principali richieste (nazionalizzazioni, riforma urbanistica, Regioni). Su questa linea ambigua, Moro e il Segretario Rumor vinsero il Congresso, in un quadro di frammentazione correntizia.  Qualche settimana dopo i liberali Malagodi e Bozzi, confermato il rifiuto della grande destra, denunciarono alla TV l’incapacità del centro sinistra di governare, provocata dal farsi  penetrare dal veleno del PCI tramite le pretese classiste del PSI (l’unico socialismo internazionale  non  ancora distaccatosi dal marxismo). 

Quando i primi di dicembre il Presidente Segni si dimise perché chiaramente non più in grado di adempiere al ruolo, vennero indette le votazioni parlamentari per il nuovo Presidente della Repubblica. E si manifestò la forte divisione interna nella DC. Una larga maggioranza candidava Giovanni Leone, che ottenne oltre il 41% dei voti alla prima votazione, ma  i dissidenti fanfaniani impedirono la crescita, mentre PSI e PSDI erano concentrati sul nome di Saragat. Alla tredicesima votazione Leone si ritirò. Alla fine, alla ventiduesima votazione, Saragat venne eletto con i voti del centro sinistra e del PCI (il 67%).  

Per molte settimane all’inizio 1965, le divisioni interne DC furono al centro del dibattito e si placarono solo con la nomina di Fanfani agli Esteri i primi di marzo. Su altri scenari, si moltiplicarono  gli scioperi studenteschi in diversi Atenei avverso il progetto riforma universitari del Ministro Gui (ritenuto una riforma finta) e si infittirono le tensioni relative alla progettata unificazione  PSI PSDI. Ad aprile la sentenza della Corte Costituzionale – che dichiarò illegittima la legge 167 del 1962, Piani per l’Edilizia Economica e Popolare, sul come quantificava gli indennizzi per gli espropri delle aree – dette ulteriore riprova degli intenti del centro sinistra non poco restrittivi dei diritti di libertà dei cittadini.

 

4.7 e) Tensioni in Grecia e nella CEE – Nel periodo estivo 1965, non vanno trascurate in Grecia neppure le avvisaglie politiche di una deriva fortemente conservatrice quale reazione al propendere a sinistra del mondo socialista anche democratico, il quale da mesi ostacolava pure il piano USA (condiviso dal Re Costantino) per una soluzione di compromesso della crisi greco turca su Cipro. Il Primo Ministro Georgios Papandreu epurò nell’esercito gli ufficiali di estrema destra con l’intento – affermavano dei ministri del suo stesso governo – di agevolare la richiesta dei quadri militari filo comunisti di far uscire la Grecia dalla Nato.  La questione provocò la reazione del Re Costantino, il quale nominò nuovo Capo del Governo il Presidente della Camera, decisione contrastata da forti manifestazioni popolari in piazza. Lo stesso Papandreu  attivò a lungo nel periodo seguente una serie di comizi contro la Corona, innescando una instabilità crescente.  

A luglio ‘65, il giorno prima dell’inizio del semestre della Presidenza italiana della CEE, si aprì  la crisi  innescata dal rifiuto francese delle proposte della Commissione per una maggiore integrazione europea: in particolare la riforma della Politica Agricola Comune e il voto nel Consiglio dei Ministri CEE a maggioranza qualificata invece che all’unanimità. La Francia non partecipò più alle riunioni del Consiglio dei Ministri e quindi, e vigendo ancora  il voto all’unanimità, la maggior parte delle attività della CEE venne bloccata fino al 30 gennaio 1966. Fino a quando, cioè,  la mediazione italiana riuscì a varare una formula a tutela di tutti gli Stati nel caso di voti a maggioranza qualificata (“Quando, nel caso di decisioni assoggettate alla maggioranza su proposta della Commissione, sono in gioco importanti interessi di uno o più Stati membri, i membri del Consiglio si impegneranno a raggiungere entro tempi ragionevoli soluzioni che potrebbero essere adottate da tutti i membri del Consiglio nel rispetto dei reciproci interessi e di quelli della Comunità, ai sensi dell’articolo 2 del trattato“). Così, anche se mancava il voto unanime, la CEE non diveniva un super stato.

4.7 f) Il pacchetto del PLI – Nell’ultimo semestre 1965 , in Italia proseguì il processo unificatore tra PSI e  PSDI, spinto principalmente da Nenni , il quale aveva ormai imboccato con decisione la  strada del distacco dai comunisti.  Su questa linea Nenni vinse in modo ampio il Congresso Nazionale PSI e si avviò rapidamente alla conclusione del processo. Intanto venne varata la nuova legge sull’edilizia resa indispensabile dalla sentenza della Corte Costituzionale. Votò a favore il centro sinistra e il PLI che ne condivideva la sostanza.

Tra l’altro perché, in vista del Congresso,  il PLI stava preparando un importante pacchetto di quattro riforme. Un disegno centrale per lo sviluppo economico e sociale equilibrato nel tempo (che prima producesse e poi redistribuisse); la riforma in materia urbanistica, visto che sul territorio mancavano ancora gli strumenti urbanistici dalla legge del 1942 (tecnicamente una legge ben fatta) ispirandola ad aumentare la libertà del cittadino, da realizzarsi sotto il controllo democratico, per utilizzare al meglio le risorse spirituali del paese; la riforma ospedaliera trasformare gli Enti Ospedalieri da istituzione di beneficenza a pubblico servizio, funzionante secondo criteri analoghi  ovunque in modo da assicurare uguaglianza di trattamento e sostenibilità della gestione (secondo criteri diversi da quelli del governo, che voleva statizzazione la medicina con l’obiettivo di sopprimere l’iniziativa privata e che voleva limitazione dell’autonomia di ogni ospedale, innescando una accentuata politicizzazione degli Enti Ospedalieri nonché il riconoscimento come categoria a sé stante degli ospedali degli enti ecclesiastici e l’inquadramento nel personale dei sacerdoti cattolici addetti al servizio religioso negli ospedali civili); la lotta alla povertà, riordinando la sicurezza sociale, col distinguere l’assistenza a totale carico dello Stato, dalla previdenza affidata ad enti mutualistici strettamente coordinati e controllati.

4.7  g) Fine 1965 inizio 1966 – A fine ottobre, in Austria il Governo di Josef Klaus venne squassato da forti polemiche sul come gestire il bilancio tra cristiano popolari e socialisti per cui si dimise.  Vennero indette elezioni anticipate per il primi di marzo.

A dicembre , De Gaulle, venne rieletto al secondo turno per un nuovo settennato, su un programma  di energica  indipendenza e di un ruolo forte in politica estera. Dunque opposizione alla Gran Bretagna nella CEE e ad ogni modello di Europa sovranazionale. E una decisa critica all’intervento militare USA in Vietnam, giudicato (pesava l’esperienza algerina) un’interferenza nella sovranità locale.

In Italia, metà gennaio ‘66 nel corso della discussione del disegno di legge presentato dal governo per istituire le scuole materne statali (uno dei punti chiave del programma concordato con il PSI)  il liberale Salvatore Valitutti presentò un ordine del giorno di non passaggio all’esame degli articoli. Al momento la questione venne risolta dal governo ponendo la fiducia, che ottenne. Però il giorno successivo, nel voto a scrutinio segreto, il disegno di legge non fu approvato. E Moro si dimise.

Pochissimi giorni dopo, mentre fervevano le trattative per il nuovo incarico, si tenne il X Congresso Nazionale PLI. Vinto quasi all’unanimità da Malagodi, che confermò tutte le cariche  dopo aver ribadito la linea dell’alternativa, con una certa insistenza sulla scuola e sulle tematiche sociali al fine di sviluppare le capacità individuali ed eliminare le sacche di arretratezza e di miseria. Tuttavia, non venne affrontato l’aspetto decisivo: quali alleanze erano necessarie per realizzare quelle quattro riforme liberali.

Questo aspetto lo affrontò invece una nuova mozione di minoranza, Responsabilità Liberale, presentata dal prof. Pompeo Biondi e dall’on. Valitutti,  sostenuta dal grosso dell’associazionismo universitario liberale e dalla minoranza dei Giovani Liberali.  Responsabilità  sottolineò le incongruenze e le carenze nel condurre l’alternativa liberale , mettendo in primo piano due questioni, il dibattito in corso nella sinistra e i rapporti con la DC .  Pompeo Biondi analizzò in modo approfondito il senso della divisione tra Russia e Cina e disse di  credere che “il discorso di Nenni al Congresso dello PSI sia la definitiva rottura con i comunisti”. Valitutti affermò che non porsi il problema di altre collaborazioni all’infuori di quella con la DC, comportava per il PLI la sostanziale rinuncia all’autonomia. La mozione Responsabilità Liberale ebbe un esito limitato (anche compressa dal sistema elettorale vigente). Però lasciò il segno, avendo iniziato una riflessione che nel triennio successivo provocherà marcate novità interne.

Ovviamente, nella crisi di governo il centro sinistra continuò a non prenderlo in considerazione il PLI. Nel giro di due settimane furono confermati Moro,  Nenni ed una squadra di ministri rappresentativa di tutte le componenti dei vari partiti, più un accordo ampio  di conferma della politica estera, di istituire le regioni, di fare una legge urbanistica e piani quinquennali per la scuola e per l’economia. La posizione del PLI ebbe un aspetto positivo. Introdusse nel dibattito politico italiano un aspetto di gran rilievo e non praticato almeno da mezzo secolo: il concetto che in democrazia l’opposizione svolge un ruolo determinante, al punto dal doversi considerare un’effettiva influenza sul modo di governare. Fare questo è stato un merito importante di Malagodi e un suo lascito alla democrazia italiana.

 

4.7 h) Nel 1966 – In Belgio, dopo le elezioni del 1965, il Governo Harmel tra Social Cristiani e Socialisti presto si indebolì molto per le forti tensioni sociali circa la chiusura delle miniere di carbone e i ticket in materia sanitaria.  A marzo 1966, la crisi  portò  ad un governo più rispettoso dei risultati elettorali, il Governo del Social Cristiano Boeynants I con il liberale  Willy De Clercq vice, formato da due partiti bilingui, il Sociale Cristiano e il Partito della Libertà e del Progresso,  senza i socialisti.  In politica interna, il nuovo governo si sforzò di mettere in frigorifero le numerose questioni create dal bilinguismo tra fiamminghi e valloni. Pertanto a inizio estate formò una commissione permanente sulle relazioni tra le due comunità, che avrebbe dedicato particolare cura alla questione nella metropoli di Bruxelles. In politica estera, il Governo si occupò molto delle vicende sui rapporti nella CEE e del problema della sede del Comando centrale NATO che De Gaulle, recedendo dal Comando Integrato di quella organizzazione, non voleva più ospitare a Parigi.

Intanto, in Austria i primi di marzo si erano tenute le elezioni anticipate. Tutti i partiti mantennero sostanzialmente i voti che già avevano, ma i piccoli cambiamenti bastarono  a dare una svolta al numero degli eletti. I cristiano popolari dell’ OVP guadagnarono  quattro eletti, mentre i socialisti del. SPO e i liberali del FPO ne persero due ciascuno. La conseguenza fu che i conservatori dell’OVP ebbero la maggioranza assoluta degli eletti per la prima volta nel dopoguerra e furono in grado di varare un governo monocolore con Klaus Canccelliere superando la grande coalizione che aveva governato fino ad allora. Il nuovo Governo mantenne la stabilità precedente, anzi fu più incisivo proprio perché non furono più necessari i negoziati tra alleati. Una delle prime conseguenze fu che una decina di settimane dopo  il Cancelliere Klaus pose termine ad un lungo. contenzioso legale, consentendo al dare il passaporto austriaco al discendente degli Asburgo esiliati dalla fine della Prima Guerra Mondiale.

A metà ottobre, in Olanda, un gruppo di membri del Partito della Libertà unendosi ad altri di varie provenienze e guidati da giovani accademici, fondò i Democratici ’66 (anche in vista delle elezioni del febbraio successivo). Fu subito un altro partito di cultura liberale, su posizioni tradizionali in campo economico ed europeista, ma decisamente più impegnato sui diversi aspetti dei diritti civili. Anch’esso divenne parte degli organismi del liberalismo internazionale.

Durante quel 1966, il Presidente Johnson proseguì nella politica di sostegno ai diritti civili (in particolare quelli razziali) e di  contrasto alla povertà. In ogni caso, l’impegno prevalente era l’intensificarsi della guerra americana in Vietnam, nonostante in patria fosse un tema  assai  controverso. Fece diminuire rapidamente il sostegno pubblico e crescere le proteste degli studenti. Le vittime americane stavano aumentando  gradualmente, ma ogni settimana erano largamente oltre le cento. Il costo finanziario molto elevato (miliardi di dollari) era un ostacolo insuperabile per i programmi la Great Society di Johnson. Finì che nelle elezioni di metà mandato l’opposizione repubblicana progredì e mise  in difficoltà il Presidente. 

Nella Germania Occidentale, dopo un periodo lunghissimo di crescita economica molto solida (che l’aveva resa il terzo paese al mondo  nel commercio internazionale e ai primissimi posti come potenza industriale), almeno dall’inizio 1965 si profilò un forte rallentamento, che si tradusse, alle elezioni del novembre di quell’anno, in un calo dei vari partiti della coalizione del Governo Erhard e un aumento dell’opposizione socialdemocratica, SPD. Venne comunque confermato il Governo.

In Gran Bretagna , pochi mesi dopo a marzo ’66, il Premier Harold Wilson , che aveva una maggioranza striminzita di qualche unità, decise di andare ad elezioni anticipate. I suoi laburisti si confermarono ampiamente il partito più votato, pur ottenendo circa 700 mila meno suffragi della somma di quelli dei conservatori e dei liberali. Però Wilson  vinse ampiamente negli eletti  con un margine di cento parlamentari (i liberali di Grimond ne guadagnarono quattro). E poté iniziare a governare con tranquillità.

 Nel frattempo, in Germania,  si arrivò alla recessione , con azzeramento  della crescita ed aumento ulteriore dei disoccupati E su questo tema  il governo Erhard, CDU/CSU e FDP, si divise. Era necessario affrontare, oltre che la recessione, il gonfiarsi del deficit , ma non c’era accordo sul come farlo. Il cancelliere Erhard  intendeva introdurre classiche  politiche di austerità e diffusi tagli alla spesa, ma la FDP non condivideva tale impostazione rigida e ritirò i suoi Ministri,  portando alla caduta del Governo.

 I socialdemocratici, vedendo “la Germania alla vigilia di una catastrofe di bilancio”, chiesero nuove elezioni ma non le ottennero. Allora si manifestarono favorevoli ad una coalizione con i due partiti CDU/CSU , ai quali proposero un progetto unanime per “sanare le finanze statali e per una sicura crescita della nostra economia” . Così, a fine  novembre 1966, seppure tra forti divisioni sia nell’Unione tra CDU e CSU sia tra i maggiorenti del Paese, venne scelto come nuovo Cancelliere Kurt Kiesinger, allora primo ministro del Baden-Württemberg, a capo di una coalizione con la SPD, il Partito Socialdemocratico, fino ad allora il principale partito di opposizione. Il numero uno della SPD, Willy Brandt, era il Vicecancelliere e il Ministro degli Esteri. 

Solo per memoria, sottolineo qualcosa che il lettore avrà rilevato da solo. Nella Cronologia non tratto da molto le vicende della Spagna e del Portogallo. E’ perché tutti e due i paesi stavano invariabilmente continuando, come stavano facendo da un trentennio, ad essere governati dai regimi dittatoriali del Generale Franco e di  Salazar. Regimi duramente conservatori , che , al di là della collocazione geografica, dell’Occidente non condividevano la cultura politica nel complesso disponibile ad aprirsi alla progressiva crescita della libertà dei cittadini. Il loro maggior punto di contatto con il modo d’essere occidentale,  era stato il non farsi coinvolgere nel delirio hitleriano e in quello mussoliniano, e dunque l’aver mantenuto la Spagna e il Portogallo rigorosamente neutrali durante la seconda guerra mondiale. Per il resto, nulla.

Intanto, in Italia , sempre nel ’66, mentre il PLI non riusciva a superare il pregiudizio secondo cui il centrosinistra era progressista e chi lo avversava un conservatore, nel maggio precedente il PSI era stato riammesso nell’Internazionale Socialista (chiusa alle suggestioni comuniste) e in ottobre si era concluso il processo di unificazione dei socialisti e dei socialdemocratici nel nuovo Partito Socialista Unificato. Qualcosa di importante iniziò ad avvenire anche nel PLI, ove Baslini ed un pugno di Consiglieri Nazionali sollevarono il tema di una legge sul divorzio, aprendo la strada ad un’azione concreta dei liberali. Per il resto, il PLI non riusciva ad inserirsi nelle divaricazioni palesi nei centro sinistra (a dicembre di quell’anno il PSU pose quali priorità  la riforma ospedaliera, la legge urbanistica, la riforma previdenziale e quella tributaria, ma non le regioni, materia su cui Moro aveva appena detto di voler far votare la legge elettorale). Invece la scelta per il divorzio si dimostrò presto importante, oltre che coerente con il liberalismo. Perché a febbraio ’67 nella Commissione Affari Costituzionali, il PLI  fu determinante contro DC e destre, per  decidere  che il divorzio avrebbe potuto essere introdotto in Italia con una legge ordinaria, non essendo in contrasto con la Costituzione (l’Osservatore Romano si  scandalizzò ).

Nello stesso periodo negli Stati Uniti, continuavano a crescere le proteste contro la guerra in Vietnam e le richieste di una soluzione negoziata. Il Presidente Johnson si trovava di fronte a manifestazioni quasi ovunque andasse e la sua popolarità diminuiva (nonostante fosse forte l’impatto positivo delle politiche per i diritti civili e per la lotta alla povertà). Al punto che, per evitare le contestazioni, ridusse drasticamente i suoi viaggi nel paese. 

4.7. k) La visione De Gaulle della CEE – In Francia, il Presidente De Gaulle, dopo la rielezione, allentò i rapporti con gli Stati Uniti , ritirò la Francia dal Comando NATO, lo ho già scritto, e continuò ad opporsi all’ingresso inglese nella CEE, ribadendo al tempo stesso la linea  di non farne un super stato. All’epoca, questa posizione di De Gaulle continuava ad esser criticata con forza ed insistenza dagli altri membri della Comunità. Secondo De Gaulle, le incontestabili peculiarità comunitarie non cancellavano il dato di fatto che solo i singoli Stati esprimevano il sentire nazionale cui aderivano i cittadini. E perciò solo i vari Stati potevano essere il fondamento della CEE. L’idea non era spiegata nei suoi effettivi contenuti, ma  faceva emergere un punto rilevante. La Francia interpretava la CEE come un’aggregazione funzionale tra Stati, mentre gli altri membri inclinavano ad interpretare la CCE come ordinamento autonomo sovranazionale. Il fatto è che ambedue le interpretazioni tendevano a non seguire davvero lo spirito dei Trattati di Roma. Perché questo spirito aveva introdotto con morbida chiarezza il ruolo dei cittadini. Mettendo al centro la loro vita economica quotidiana, aveva avviato un effettivo  processo di integrazione europea un po’ alla volta, focalizzato sui rapporti quotidiani tra i cittadini, quelli economici.

Invece le due interpretazioni sorvolavano sullo spirito dei Trattati di Roma. Per  De Gaulle in ambito comunitario, tramite la regola dell’unanimità, erano preminenti gli Stati che rappresentavano in ogni settore i propri cittadini; per gli altri in ambito comunitario dovevano prevalere gli organi CEE.  Ecco perché c’era stata la crisi del semestre in cui la Francia aveva lasciato vuota la propria sedia non partecipando alle riunioni CEE. Perché erano state avanzate proposte che avrebbero rafforzato i poteri delle istituzioni comunitarie.  Ma il problema vero è che quelle proposte non rafforzavano il ruolo dei cittadini. E neppure lo rafforzava il compromesso in seguito trovato circa la tutela degli Stati in caso di voto a maggioranza (risolveva solo il non assoggettare gli Stati ad un sovranazionalismo).

In tema di politica interna, De Gaulle confermò la sua linea favorevole ad uno statalismo morbido, aperto alla cauta partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale.  Tuttavia poco più di un anno dopo, a marzo del ’67,  i gollisti persero terreno nelle politiche mentre l’opposizione cresceva ma restava assai divisa. Tra i cittadini, ma soprattutto tra i giovani, iniziavano ad emergere  i sintomi di un malessere serpeggiante , analogo a quello che si poteva cogliere anche in altri paesi come gli Stati Uniti e l’Olanda, un miscuglio di pulsioni critiche del capitalismo basate su vari temi, dalla guerra in Vietnam all’insufficiente capacità di dare una vera libertà segnatamente ai più giovani.

4.7 i) I colonnelli in Grecia – Ad inizio primavera ’67, in Grecia si erano molto aggravate le tensioni, nate circa diciotto mesi prima, tra il Re e i social democratici di Papandreu. Quest’ultimo accusava la monarchia di falsare la vita politica (tra l’altro i governi cambiavano molto spesso). In più c’erano la potente Chiesa greca  divisa all’interno e la quotidianità segnata dalla crisi economica, dalle proteste sindacali per la disoccupazione, dalle difficili condizioni di vita. Insomma l’instabilità era tangibile. Ciò preoccupava molto l’ambiente militare, in specie tenendo conto che a fine maggio il Re aveva imposto all’effimero Governo del momento la convocazione delle elezioni. Tra l’altro i militari erano convinti che fossero forti gli intrighi della Russia per spingere i comunisti, pur essendo il loro partito fuorilegge in Grecia da qualche anno, a fare azioni di tipo rivoluzionario. Un gruppo di colonnelli, tra cui il capo Papadopoulos, nella notte tra il 20 e il 21 di aprile  pose fine agli indugi. Alla testa di truppe appoggiate da carri armati, assunsero il controllo del Palazzo Reale, del Parlamento, dei principali centri di  comunicazione e arrestarono molte migliaia di persone tra cui il Primo Ministro.

Alla radio Papadopoulos, l’uomo forte del regime, disse che “i greci si stavano aspramente contrapponendo gli uni agli altri.  Le forze armate del paese erano l’unica forza neutrale che poteva scendere in campo, sentendosi in dovere di fermare la corsa del Paese verso il precipizio.” Il Re Costantino sul subito venne costretto a coprire il colpo di stato, ma la convivenza si rivelò presto impossibile. Così sei mesi dopo andò in esilio volontario per un quarantennio.  I colonnelli greci furono un ulteriore episodio di risposta illiberale a situazioni molto difficili. Riprendeva l’antico sistema delle soluzioni di forza che incancrenivano i problemi senza risolverli.

4.7 l) La contestazione giovanile – Nella prima metà di giugno scoppiò la “guerra dei sei giorni” di Israele contro Egitto, Siria e Giordania. De Gaulle, che durante il conflitto  aveva fornito aerei a Israele, per mantenere buoni rapporti con gli arabi,  i primi di luglio ordinò l’embargo di aerei e di mezzi corazzati verso Israele. Però non accennò ai mezzi navali, visto che nel porto di Cherbourg stavano lavorando su alcune motocannoniere israeliane.

Nel frattempo, oltre che in Francia, anche negli Stati Uniti , in Gran Bretagna, in Olanda ed in Italia  si andavano ingrossando sempre  più la rivolta giovanile, soprattutto delle assemblee universitarie, innescate dal celebrare la resistenza dei vietnamiti alla potenza americana,  con raduni, proteste ai consolati USA e roghi delle bandiere a strisce.  La protesta si mischiava anche ad altri temi di rilievo nei rispettivi paesi, iniziando da quello per i diritti civili e dal fascino di un modo di vita alternativo.

In Olanda, alle elezioni di metà febbraio ’67, questo nuovo clima portò ad eleggere 7 parlamentari della neo nata D’66 , che si collocò all’opposizione del nuovo governo di Piot De Jong , cattolico, appoggiato dai cattolici (che erano un po’ arretrati), dal Partito della Libertà e della Democrazia (un eletto in più) e degli AntiRivoluzionari (due eletti in più).

In un’atmosfera  simile, negli Stati Uniti, a primavera del 1967, ci furono manifestazioni oceaniche sulle due coste, a San Francisco e a New York, e sei mesi un’altra  al Pentagono. Si mobilitarono studenti, cittadini comuni e l’intero movimento degli hippies , fautore della non violenza, dei diritti civili, del libero amore, del misticismo orientale, che faceva largo uso di un allucinogeno, l’LSD, convinti che espandesse le capacità mentali.  Nell’insieme, in tutti quei paesi e non solo, maturò la contestazione dei giovani, mossa da svariati spunti – oltre il Vietnam anche il cattolicesimo post conciliare e stili di vita alternativi – ovunque tendente a confluire nell’obiezione di coscienza militare e principalmente nello schierarsi contro il potere costituito. Il nocciolo della contestazione  giovanile di allora fu una speranzosa emotività che la loro protesta bastasse a cambiare il mondo.

In tale quadro, l’atmosfera politico civile in Italia aveva caratteristiche analoghe, anche se meno clamorose. Andavano dilagando le occupazioni universitarie di rottura delle concezioni statiche dell’università e dei rapporti civili. Il personaggio di riferimento era il filosofo Marcuse, e il suo bisogno di liberarsi dalla “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà della civiltà industriale avanzata”, che asserviva la tecnica ai consumi e al potere del capitalismo e del socialismo reale.

Si aggiunse poi l’acuirsi delle tensioni con l’Austria per la questione altoatesina.  Si verificò la tragedia di un attentato dinamitardo attuato dai Gruppi terroristi  Sudtirolesi  che miravano all’autodeterminazione e all’annessione all’Austria. A fine giugno venne compiuta la strage  di Cima Vallona in cui morirono dei militari italiani, che complicò non poco i negoziati in corso tra Italia e Austria, per trovare una soluzione diplomatica , dato che secondo l’Austria l’Italia l’Accordo De Gasperi-Gruber non era applicato correttamente riguardo alle autonomie della provincia di Bolzano, richieste della Südtiroler Volkspartei italiana.

Quanto ai liberali, i primi di luglio Malagodi dette senso dell’alternativa liberale portando lui stesso – che nell’ottobre prima aveva bloccato la mozione Baslini a favore di una legge sul divorzio – a schierare il PLI a favore del divorzio (con un ordine del giorno al Consiglio Nazionale votato per appello nominale, a larga maggioranza, non mancando ovviamente forti difficoltà interne (tipo buona parte dei parlamentari e il fatto che i contrari appartenevano alla maggioranza congressuale del ’66). All’esterno, quel voto fece clamore. Il PLI fu l’unico dei partiti laici di rango parlamentare a fare una scelta ufficiale di partito a favore della legge sul divorzio e fu il solo ad averla fatta, fino all’autunno dell’anno successivo.

Nel frattempo, in quasi tutti gli atenei si infittivano le agitazioni degli studenti universitari per manifestare contro la riforma Gui. Era sul tavolo da anni, visto che, per non scontentare nessuno, non si decideva mai nulla. Gli universitari liberali dell’AGI avevano capito fin dal ’64 che tra gli studenti c’erano gruppi prima di tutto contrari alla democrazia rappresentativa e al ruolo del PCI. Distinguevano con chiarezza tra le motivazioni di fondo del movimento, dotate di una loro positività in chiave liberale, e alcune scelte negative (il rifiuto della democrazia rappresentativa in nome dell’assemblearismo, gli eccessi operati). Soprattutto, gli universitari liberali coglievano la spaccatura di quei gruppi rispetto l’impostazione PCI, di cui mettevano in luce le contraddizioni.

Di conseguenza, in quegli anni, l’intero PLI – di cui gli universitari erano una minoranza quanto meno ascoltata – non cavalcò la drammatizzazione delle agitazioni (praticata dalla destra e dal mondo tradizionalista conservatore collegato con il Ministro Gui e con il doroteismo) perché discuteva le radici del potere da loro gestito.  Il PLI  tenne questa linea corretta, però non colse che il nodo della contestazione stava appunto sul voler cambiare il potere nel tempo. Per mia diretta esperienza, gli universitari liberali erano già consapevoli della necessità, per i liberali, di sostenere che il potere va cambiato di continuo. Eppure criticavano la linea della contestazione, proprio perché pretendeva di sostituire il potere cui erano estranei con un altro che li coinvolgesse, conservando tuttavia il medesimo difetto di non volere che fosse  alternato e di concepirlo  immobile.

In Gran Bretagna,  erano in crescendo le manifestazioni universitarie , il cui epicentro era la London School of Economics,  prestigioso ateneo di indirizzo progressista vicino ai laburisti. Nella seconda metà di luglio, si tenne a Londra il grande Convegno mondiale intitolato Dialettiche della Liberazione, cui presero parte  esponenti di molti paese delle culture critiche, terzomondiste e contestatrici.

 

4.7 m)  Il Manifesto di Oxford 1967 –  Liberal International  celebrò il suo ventesimo anniversario presentando a Oxford , a fine estate del ’67, il suo nuovo Manifesto politico. Era stato preparato sotto la supervisione del Presidente Malagodi che aveva ricoperto l’incarico per otto anni fino ad un semestre prima.  Ancora una volta, si trattò di un documento di tipo assai dinamico, che illustrava con efficace sinteticità i cambiamenti, sempre più accelerati, che stavano toccando il corso delle cose umane. Semmai  una stranezza era che, per indicarli, utilizzava impropriamente il termine rivoluzione, un termine appartenente alla millenaria logica della certezza immobile e non allo spirito liberale. A parte ciò, iniziava con il richiamare quanto fossero importanti “il ritmo sempre più celere dei mutamenti scientifici e tecnici, la cibernetica e l’automazione; l’energia nucleare per la pace o per la guerra; i mezzi di comunicazione di massa” ; l’esplosione demografica” e ricordava come “in un mondo dove si approfondisce il divario fra i paesi del benessere e i paesi tormentati dalla fame e dalla povertà, e dove troppo sovente la libertà è soffocata ed infieriscono la discriminazione e il nazionalismo aggressivo, essi spingono verso concentrazioni del potere, favoriscono forme di oppressione”. Sottolineava che “le società libere possono essere create e mantenute soltanto con una devozione attiva ed instancabile ai principi del liberalismo”.

Proseguiva dettagliando i rapporti tra decentramento e libertà nei loro svariati rapporti , anche nel tutelare il diritto all’informazione del cittadino sulle materie di interesse pubblico e il diritto delle minoranze di godere delle libertà essenziali. Sottolineava poi che “la programmazione non deve essere usata per soffocare l’autonomia del settore privato dell’economia, la libera concorrenza e il meccanismo dei prezzi sul libero mercato,  condizioni fondamentali per assicurare lo sviluppo economico, per portare al più alto livello la produzione e i consumi e quindi per provvedere i beni e i servizi necessari per il progresso sociale….. Nei rapporti economici internazionali sono necessari il libero movimento degli uomini, dei beni, dei capitali e dei servizi. “

Proseguiva chiarendo che “una parte importante delle maggiori ricchezze disponibili deve essere usata per promuovere l’eguaglianza nei punti di partenza.  Per l’individuo, l’eguaglianza nei punti di partenza richiede

–      la sicurezza dai rischi di malattia, disoccupazione, inabilità al lavoro e vecchiaia, e la disponibilità di un’abitazione adeguata,

–      la migliore organizzazione scolastica possibile, indipendentemente dalla nascita e dai mezzi,  per l’educazione e l’istruzione di ciascuno, tanto fisica quanto intellettuale, tanto umanistica quanto tecnica,

–      la più ampia varietà e scelta di sistemi educativi, a condizione che ogni scuola sia in grado di formare cittadini liberi e responsabili,

–      il diritto dei lavoratori di partecipare nell’andamento e di contribuire alla stabilità e allo sviluppo delle aziende in cui lavorano.”

Sottolineata la necessità “di facilitare la regolazione delle nascite, nel pieno rispetto della responsabilità e della libertà di scelta delle singole coppie“, nella parte finale, il Manifesto di Oxford 1967 trattava di  pace e libertà. Auspicava “l’appoggio alle Nazioni Unite, nonostante le loro manchevolezze attuali,  allo scopo di farne un’autorità mondiale effettiva, con funzioni chiaramente definite e con reali poteri” e ribadiva il credere che “i regimi ed i governi conformi ai principi della democrazia liberale servano meglio di ogni altro gli interessi di tutti i popoli, compresi quelli degli Stati che solo oggi vanno prendendo il loro posto nella civiltà tecnologica.” Così come ribadiva  la convinzione “che solo la libertà può assicurare una pace duratura e che una politica estera liberale deve mirare in primo luogo all’ampliamento dell’area totale della libertà in ogni parte del mondo…..Per quanto grandi siano le difficoltà, è necessario perseguire l’obiettivo di una riduzione equilibrata, controllata ed effettiva di tutti gli armamenti. Finché un tale obiettivo non sarà raggiunto, le nazioni libere devono cooperare al fine di provvedere una salda protezione contro l’aggressione nucleare o convenzionale……….gli Europei hanno il dovere imperioso di realizzare un’Europa unita, aperta a tutte le nazioni democratiche del Continente.”

Il Manifesto di Oxford 1967 si chiudeva  affermando che “il compito di indirizzare a vantaggio dell’uomo la rivoluzione che investe oggi tutto il mondo, è un compito liberale. Esso esige tolleranza e collaborazione nella libertà. Esige concetti liberali, iniziative liberali, partiti liberali capaci di esercitare una influenza determinante sulla politica dei loro paesi.”

Nel complesso, dunque, emergeva il chiaro riferimento ad un liberalismo dinamico, naturalmente coerente con il suo spirito profondo. Questo Manifesto fu un’ulteriore smentita di chi, in Italia, etichettava il liberalismo quale conservatore. Era un’etichettatura non tanto errata, quanto funzionale, da  parte DC a difendere dalle critiche liberali la propria gestione del potere, oppure da parte PCI  al mettere al riparo dalla consapevolezza liberale le proposte marxiste e pseudo tali pericolose per la libertà dei cittadini. 

4.7 n) In tema di decentramento – Nel mese d’ottobre, iniziò in Italia il dibattito parlamentare sulla legge elettorale per le Regioni a statuto ordinario (non ancora istituite), che durò cinque mesi. I liberali fecero ostruzionismo in chiave ideologico centralistica,  che strideva con il valore delle autonomie locali (tipica tesi einaudiana), e lasciava in secondo piano le critiche, fondate, sulle storture strutturali delle nuove Regioni (negli anni puntualmente confermate dalla realtà storica).

Dopo anni di tensioni sempre più manifeste, in Belgio, all’inizio novembre ‘67, la questione linguistica tra fiamminghi e valloni divenne una problema politico nazionale. Qualche decina di migliaia di fiamminghi e tre decine di deputati dei Social Cristiani, partito del Governo Boeynants,  sfilarono ad Anversa a sostegno del monolinguismo nella Regione. Sostenevano che gli studenti francofoni dovessero lasciare l’Università di Lovanio per rendere più semplice la convivenza nell’Ateneo e in città. Nel periodo successivo anche gli studenti fiamminghi tennero cortei con slogan ostili ai valloni. Così innescando cortei di reazione  da parte francofona. rimarcando l’assurdità di dividere l’Università. Sul subito il Governo lasciò la grana nelle mani dell’Università auspicando una soluzione di compromesso.

A fine anno ’67, i seri problemi economici che affliggevano da circa un triennio la Gran Bretagna, costrinsero Harold Wilson a svalutare la sterlina, una decisione impopolare, ma risultata utile a raddrizzare nei mesi successivi la situazione economica, anche se all’origine dell’inflazione.  Nel primo periodo dell’anno entrante, si infittirono le proteste degli studenti anche in Gran Bretagna (a metà maggio alla London School si costituì la Federazione Rivoluzionaria degli studenti contro il capitalismo e l’imperialismo), entrò in vigore  la legalizzazione dell’aborto, fu abolita  la censura teatrale. Per il resto Wilson mantenne la neutralità  sul tema Vietnam (riducendo pure i poteri dei Lords che avevano bocciato le sanzioni contro la Rodesia razzista) e l’intento di aderire alla CEE superando la contrarietà francese.  

Poco prima, all’inizio di febbraio 1968, si verificarono significativi cambiamenti  di Governo in Danimarca e in Belgio, In Danimarca, ebbe fine il quindicennio di governi socialisti e venne il Ministero Baunsgaard , formato dal liberali del Venstre, dai social liberali dei Radikal Venstre (ambedue partiti membri di Liberal International) e dai Conservatori, con un programma a favore dell’integrazione europea e dell’economia di mercato.

in Belgio, a seguito di polemiche parlamentari in tema di bilinguismo, si dimise il Primo Ministro e vennero convocate elezioni anticipate a fine marzo. Il partito più grosso, quello Social Cristiano, diviso tra fiamminghi e valloni,  perse otto seggi . Il secondo , quello Socialista, perse cinque seggi, il Partito della Libertà ne perse uno, mentre i due partiti partiti valloni ne guadagnarono in tutto sette  e quello fiammingo otto. Il successivo Governo, il quinto di Eyskens, fu fatto tra Social Cristiani e Socialisti (maggioranza del 60% esatto). Trasformò il paese in senso federale, riconoscendo la separazione in tre Regioni , Bruxelles-Capitale, Fiandre e Vallonia. Applicando questa linea, a fine giugno Eyskens dette l’annuncio del dividersi in due dell’Università Cattolica di Lovanio. La parte fiamminga avrebbe pagato ai valloni le spese di trasferimento delle attività in lingua francese nella nuova sede di Ottignies , una cittadina nel Brabante Vallone ad una trentina di chilometri a sud della città d’origine. 

4.7.o) La primavera cruciale del ‘68 –Nella stessa data delle elezioni belghe, negli Stati Uniti il Presidente Johnson, in un discorso alla TV, fece due annunci clamorosi. Lui  non avrebbe cercato, né accettato, la nomina per un altro mandato presidenziale alle elezioni di fine anno. Ed erano sospesi i bombardamenti in Vietnam. Il primo annuncio lasciava campo libero al fratello di JFK , Robert Kennedy, che si era candidato alla Presidenza da due settimane. Il secondo apriva di fatto i negoziati pace. Tuttavia i due annunci non mutarono la tensione dell’atmosfera politica. La mobilitazione degli studenti universitari assunse nelle settimane successive nuovo vigore, si irrobustirono le polemiche sulle spese militari e vi furono episodi di violenza omicida di livello nazionale.

Robert Kennedy godeva di notevole sostegno soprattutto tra i giovani, e in sostanza adottava temi che ripercorrevano l’impostazione di propaganda già adottata dal fratello. Ebbe risultati positivi nella prima dozzina di primarie, ad inizio giugno vinse (non di molto)  le primarie in California. Poi il 5 giugno venne assassinato in un albergo di Los Angeles fra decine di persone, da un giovane arabo reo confesso. A parte la rapida condanna, le indagini furono tantissime, allora e da allora. In sostanza, peraltro, si è ripetuto quanto avvenuto per l’assassinio del fratello. Restano moltissimi punti mai chiariti  davvero.    

Nel frattempo, si stavano  verificando eventi di rilievo in Europa.  Verso metà aprile, in Germania, Rudi Dutschke – che da un triennio guidava gli studenti socialisti in chiave indipendente dal Partito su una linea  di sinistra marxista antiautoritaria, per la pace, per la cultura e l’informazione libere – nel mezzo di una campagna del giornale popolare Bild condotta da mesi contro i “rossi” da eliminare, subì un attentato gravissimo. Gli furono sparati  tre colpi di pistola alla testa, cui  sopravvisse, però con danni permanenti.

Ne seguirono scontri durissimi tra manifestanti e polizia in poco meno di trenta città della Germania Ovest (centinaia di feriti e due vittime a Monaco) . L’oggetto dei cosiddetti disordini di Pasqua furono soprattutto le sedi del gruppo editoriale ritenuto responsabile del clima d’odio. Gli scontri violenti proseguirono a maggio contro legislazione d’emergenza (inasprimento dei fermi di polizia, prolungamento della custodia cautelare, restrizione delle forme associative). La legislazione venne  approvata nella sostanza ma la violenza fu tale che si deteriorò il rapporto tra gli studenti e i sindacati. Nei mesi seguenti, si verificò un rapido processo di smobilitazione.

All’inizio di maggio, in Francia gli universitari occuparono la Sorbona e Nanterre,gridando famosi slogans concepiti in un’ottica marcusiana.  Erano slogans che, per sottolineare la necessità di anticipare le cose indipendentemente dai dati di fatto, reclamavano “l’immaginazione al potere” e scandivano “non è che l’inizio“, “vietato vietare” , “siate realisti, chiedete l’impossibile“. Era palese la loro sostanziale estraneità alle masse lavoratrici e alla lotta di classe , cioè ai totem dei comunisti e della sinistra tradizionale. Le occupazioni degli studenti diedero il via a massicci scioperi degli operai e alla paralisi del paese, che fecero traballare il gaullismo, il suo Presidente e il Governo Pompidou. Pareva una situazione senza sbocco.

Tuttavia De Gaulle, il 24 maggio, fece un appello ai francesi annunciando un referendum dirimente. Nei giorni seguenti, su iniziativa gollista, vennero mobilitati direttamente i cittadini e il 30 maggio a Parigi si svolse un corteo di oltre 600 mila persone contro le manifestazioni studentesche. Allora De Gaulle rinunciò al referendum,  sciolse l’Assemblea Nazionale in carica da un anno  e convocò le elezioni sul tema di dover evitare il totalitarismo comunista. Le elezioni furono un trionfo: i due partiti della coalizione gaullista ottennero 354 eletti, i due della sinistra 101 (crollo dei socialisti), i centristi arrivarono a 33.

Nella seconda metà di maggio, in Italia ci furono le politiche. Alle quali si arrivò sull’onda della politica dei rinvii del Governo Moro, cui si contrapponeva la tattica dei foschi vaticini di Malagodi. Una tattica, però, che non chiariva come realizzare quell’alternativa liberale respinta dal centro sinistra in linea di principio. Nelle urne, crebbero di qualcosa la DC, il PRI, il PCI, stabili il PSI-PSDI e il PSIUP se raffrontati al dopo scissione, calo delle destre. il PLI perse nei voti (alla Camera meno 1,2%, al Senato meno 0,7%), e negli eletti (alla Camera 31 invece di 39 e al Senato 16 invece di 19); il declino non era catastrofico ma indubbio. Malagodi sintetizzò: ” c’è stato uno spostamento generale verso sinistra. L’area che si può chiamare grosso modo di centro, PLI-DC-PRI-PSU perde il 1,5%”. Una sintesi singolare. Per la prima volta inserì il PSU nel centro, seppure grosso modo. Ma se Malagodi la pensava così, perché continuava ad insistere nell’opporsi alla formula di centro sinistra in quanto tale?  

In ogni modo, all’indomani delle elezioni, fu varato il secondo governo balneare di Leone con un nuovo monocolore DC, per dar qualche mese di tempo al chiarimento tra gli ex alleati di governo. Nel paese si andavano contemporaneamente infittendo gli episodi della contestazione universitaria ed operaia.

Già dai brevi cenni sommari fatti in questa Cronologia, si evince che la contestazione giovanile è stato un fenomeno di vasta portata internazionale (Hanna Harent scrisse che la contestazione ebbe un carattere mondiale) , protrattosi ancora qualche anno seppur affievolito. Ebbe una natura variegata. A grandi linee , però, può essere descritto come un’aspirazione giovanile indotta da un desiderio di libertà. Tuttavia questo desiderio di libertà non diviene qualcosa di liberale perché pretende di realizzarsi subito e perché non si pone il problema di come realizzarsi (mentre tener conto del tempo fisico e del come concretizzare un’idea, sono due presupposti ineludibili del liberalismo) e così imbocca la via di un sinistrismo di per sé fermo al passato, dato che non si  pone  neanche il problema né del tempo né del come realizzarsi.

Da rilevare inoltre che, a parte i persistenti aspetti culturali, la contestazione giovanile incise nei rapporti civili dei principali paesi dell’Occidente. In particolare negli Stati Uniti, in Francia, in Inghilterra, in Olanda, in Germania, in Italia . Peraltro, negli altri paesi,  si trattò in genere di una influenza più circoscritta negli ambienti coinvolti e più limitata nel tempo, rispetto agli esiti materializzatisi nella situazione italiana. In questo caso, l’esistenza  nella società di profonde radici avversarie del metodo liberale in quanto vero nemico dell’ordine naturale, lasciarono campo libero  al diffondersi della contestazione giovanile quale sinistrismo refrattario al porsi il problema dei tempi e dei modi per realizzare quanto propone. Una sorta di infezione propagatasi da allora per decenni e pressoché incurabile nei suoi negativi effetti sul libero convivere. 

4.8  La scienza nei tre decenni dal 1940 al 1970 –  La scienza proseguì, o meglio accelerò, i suoi ritmi conoscitivi ,  resi già più intensi dalle vicende belliche combattute ed in prospettiva. Ho già accennato a lavori, ad esempio il radar , i missili o la produzione della bomba atomica, magari iniziati in anni precedenti e applicati in concreto dall’inizio anni quaranta.

Riprendo ora un esame rapido del settore per gli altri aspetti, solo per tratteggiare quelli di maggior rilievo quanto al profilo delle analogie con la cultura liberale. Di fatti, va considerato che lo sviluppo scientifico è stato talmente enorme in quantità e in velocità, da escluderne una descrizione completa in un volume sulla Cronologia del Liberalismo.

In tale logica e richiamando solo per memoria i tanti e importanti progressi fatti in campo matematico, parto dal ricordare, scegliendo da  un vasto mazzo, la realizzazione in America dello spettrofotometro, in Germania dei poliuretani (in seguito diffusissimi), la scoperta di un nuovo poliestere poi usato per produrre tessuti comunissimi e imballaggi, la sintesi del metadone, l’avvio dell’uso della penicillina, in seguito anche sintetizzata e compresa nella struttura fondamentale,  la scoperta del plutonio, l’aver capito la biosintesi del colesterolo e il come si forma nel corpo umano, l’aver rilevato gli effetti dell’LSD, il completamento da parte dell’inglese Huxley   della teoria evolutiva con le sopravvenute conoscenze della genetica, la teoria dei giochi di Von Neumann e Morgstern, la produzione dei siliconi, il ruolo del DNA, la scoperta degli antistaminici, l’introduzione della risonanza magnetica nucleare, la costruzione del primo computer  elettronico, l’ENIAC, la sintesi del cortisone, la datazione dei reperti archeologici con il carbonio radioattivo, l’interagire tra specie di virus, l’effetto transistor (una tra le prime grandi innovazioni dell’applicare i principi della quantistica ), l’elettrodinamica quantistica (cioè l’interazione tra luce e materia), l’aver compreso la struttura reticolare del cervello umano, la conferma della deriva dei continenti, l’evoluzione applicata alla botanica. Tutto ciò solo nel primo decennio degli anni ’40.

Quanto al decennio successivo – sempre con il criterio di ricordare solo per memoria i tanti e importanti progressi fatti in campo matematico nonché  con il criterio di una sommaria scelta nel vasto mazzo – cito il primo sistema di televisione a colori, il primo grande computer commerciale , l’UNIVAC, l’entrata in funzione del primo radar meteorologico, l’aver svelata la struttura delle proteine, l’aver trovato il progesterone sintetico per uso contraccettivo, la registrazione dell’attività elettrica delle sinapsi e la definizione del loro funzionamento, la prima esplosione termonucleare (potenza cinquecento volte Hiroshima), la scoperta di nuovi elementi chimici, l’aver effettuata la prima clonazione, l’introduzione  dei vaccini per la poliomielite, l’aver creato la plastica Moplen per cui fu dato il Nobel  all’italiano Natta e fabbricato il polipropilene, l’aver individuata la struttura a doppia cellula del DNA, l’aver eseguito un intervento a cuore aperto, l’aver provato che la forma di una proteina è quella più stabile in termini termodinamici,  la scoperta dell’antiprotone, l’aver definita la struttura dell’insulina e quella della cellula, la struttura vitamina B12, il lancio da parte URSS dello Sputnik satellite artificiale, l’aver individuato l’interferone, costruito un circuito integrato su una sola lastrina di silicio, realizzato il diodo tunnel quantistico, trovato un farmaco antirigetto, dato il nome di “buco nero” al fenomeno di una  stella collassata dotata di un campo gravitazionale intensissimo che trattiene energia, introdotto il dispositivo luce laser,  eseguita la sintesi della clorofilla.  Tutto questi progressi nel  decennio degli anni ’50.

Per il decennio degli anni ’60 – sempre con gli stessi criteri, quello di ricordare solo per memoria i tanti e importanti progressi fatti in campo matematico nonché  quello di una sommaria scelta nel vasto mazzo – ricordo alcuni importanti avanzamenti nel conoscere verificatisi in questo periodo.   Parto dal decifrare il codice genetico avviato allora, e proseguo con la scoperta che i due emisferi celebrali elaborano ciascuno indipendentemente dall’altro,  con l’invio delle sonde planetarie Mariner, con la scoperta che tra due superconduttori debolmente accoppiati passa una corrente continua senza applicare tensione, con la tecnologia per arrivare a temperature assai prossime allo zero assoluto, con l’aver ottenuto il propanolo farmaco decisivo nelle terapie cardiovascolari, con l’avvio di studi sul caos deterministico riprendendo i fondamentali contributi di Poincaré a inizio secolo, con il rilevare i quasar  vale a dire nuclei luminosissimi di galassie in estrema lontananza alimentati da un buco nero al centro, con lo svilupparsi del Modello Standard, una  teoria fondamentale che descrive le particelle elementari della materia e le forze alla base delle loro interazioni eccetto la gravità, con il lancio di un satellite sincronizzato con la rotazione della Terra, con il trovare una tecnica di fecondazione in vitro, con il prevedere l’esistenza del Bosone di Higgs (particella elementare importante per il Modello Standard) e dei quark (costituenti dei protoni e dei neutroni), con l’individuare altri elementi chimici, con la sintesi di composti biochimici, con il primo modello per  costruire gli alberi filogenetici umani basati che fu una svolta cruciale negli studi sull’evoluzione, con l’aver rilevato la radiazione di fondo cosmologica,  con il riconoscere le faglie trasformi una nuova tipologia evolutiva in ambito geologico, con il conoscere i meccanismi della trasmissione sinaptica, con l’introdurre la computer graphics per studiare le strutture chimiche complesse e le interazioni tra gli atomi, con la scoperta di radiosorgenti  stellari che pulsano molto regolarmente, le  “pulsar”, con l’entrata in funzione  in paesi  diversi di acceleratori o di particelle o di elettroni o di protoni, con la nascita in Italia della teoria delle stringhe un modello per la diffusione di particelle, con i primi interventi per rimuovere ostruzioni dei vasi sanguigni, con l’introduzione della Tomografia Assiale Computerizzata fatta da un tubo a raggi X ruotante attorno al paziente, riprendendo numerose immagini ricostruite tridimensionalmente da un elaboratore elettronico, con lo sbarco umano sulla Luna, con il frequente lancio di stazioni e sonde spaziali nonché di satelliti, con l’entrata in funzione di nuovi grandi telescopi in giro per il mondo, con la capillare diffusione delle fibre ottiche, con il consistente sviluppo della tecnologia laser, con il capire che il RNA non  sia un portatore d’informazioni genetiche ma anche un loro elaboratore.

Faccio infine un’eccezione citando il matematico americano Nash che, per i suoi lavori sulla teoria dei giochi (in specie l’ottimizzazione di sistemi in competizione). avrà in seguito, decenni dopo, il Nobel per l’Economia. Soprattutto faccio un’altra eccezione, a metà tra la scienza e la tecnologia, che ha avviato in tutto il mondo un cambiamento epocale permanente nella vita quotidiana degli umani, in specie su quelli di sesso femminile.  Nel decennio del ’50, negli Stati Uniti venne introdotta in base a studi decennali,  la pillola ormonale, poi approvata ufficialmente nel 1960. Dopo millenni in cui la separazione tra sessualità e riproduzione dipendeva essenzialmente dal caso, dopo che negli ultimi decenni la contraccezione disponeva solo di strumenti di barriera ancora problematici, quali i profilattici e i diaframmi, la pillola orale  costituì una svolta molto profonda nei costumi, aprendo la strada all’emancipazione femminile in questo settore chiave e alla possibilità di decidere quando far  crescere la famiglia.

In questo decennio  un passo scientifico molto significativo furono i lavori nel 1964 dell’importante fisico inglese John Bell. Si pose il problema di trovare le condizioni per cui la meccanica quantistica fosse incompleta. Era la tesi del paradosso elaborato nel 1935 da Einstein-Podolsky-Rosen  , per la quale la meccanica quantistica non può soddisfare insieme  a tre criteri: di realtà, di località e di completezza. Di conseguenza, devono esistere dei gradi di libertà addizionali rispetto a quelli considerati dalla quantistica, che la rendano  deterministica anch’essa. In altre parole, la quantistica è incompleta siccome manca di ulteriori variabili ancora ignote, in pratica idee preesistenti alle indispensabili misurazioni.

Questo , secondo il principio einsteiniano di realismo locale, perché una misurazione rivela una proprietà preesistente nella realtà fisica (realismo) e perché una relazione di causa-effetto tra due eventi, è possibile solo se sono connessi da una catena di eventi che si propagano ad una velocità non superiore a quella della luce nel vuoto (località), che è un limite teorico  invalicabile per la relatività.  Bell individuò in dettaglio alcune leggi fisico-matematiche,  note come disuguaglianze di Bell,  che costituiscono le condizioni da rispettare dalle misurazioni nel caso il realismo locale sia valido. Al momento, tali disuguaglianza parevano avvalorare il paradosso del 1935 che definiva incompleta la meccanica quantistica. Tanto che lo stesso Bell si pose per scritto una serie di interrogativi di tono dissacrante relativi alla prescrizione  quantistica che, per conoscere la realtà, impone l’esistenza di un osservatore che misura.

In ogni caso, è bene rilevare che in tutto il trentennio qui preso in esame, la meccanica quantistica restava una teoria ancora molto controversa, eppure le sue indicazioni operative  erano molto seguite già all’epoca. Tanto che è un dato di fatto che tutte le maggiori scoperte del trentennio, comprese molte di quelle sopra richiamate, sono frutto dell’applicare la meccanica quantistica. E che l’applicare la meccanica quantistica ha spinto a ricercare e a trovare conferme alle previsioni fatte (tipo il bosone di Higgs mezzo secolo dopo). Già allora la meccanica quantistica funzionava in pieno.

In generale, ho ritenuto necessario soffermarmi, sia pur brevemente, anche sui progressi scientifici del trentennio dal 1940 al 1970, per  dare una volta di più l’idea  dell’enorme differenza tra i ritmi conoscitivi della scienza rispetto a quelli delle vicende politiche del convivere (compreso quando è in ballo il liberalismo , che pure è di gran lunga  più dinamico nel confronto con le altre culture politiche). Siccome si tratta di un argomento importante, lo approfondisco nel capitolo  finale di riflessione  complessiva sulla Cronologia.  

4.9  La  particolarità delle istituzioni svizzere –  Nella mia Cronologia Essenziale del Liberalismo, che ovviamente si focalizza sull’Occidente, desidero inserire un rapido cenno anche ad uno Stato geograficamente al centro dell’Europa, con strutture simili al tipico modello occidentale, certo non sorde ai principi di libertà, ma anche legate ad abitudini antiche e dotate di specifiche singolarità. E’ la Svizzera, che da diversi secoli ha delle istituzioni costruite combinando ispirazioni e culture politiche differenti.

All’origine della Svizzera,  c’è il Patto del 1291  tra i tre Cantoni primitivi per aiutarsi contro le aggressioni esterne e garantire la pace interna insieme ai propri diritti. Nei secoli, si aggiunsero altri cantoni fino a formare la Confederazione, che nel 1848 divenne lo stato federale moderno (sempre più popolato, dai due milioni 392 mila del censimento del 1850 ai cinque milioni 530 mila di quello del 1960, mentre negli stessi due censimenti gli stranieri passarono dal 2,9% al 10,8 %).

La Svizzera ha una lunga tradizione di multilinguismo. Nel periodo qui considerato, quattro lingue ufficiali insegnate a scuola con un diverso peso di utilizzo (parlano il tedesco un po’ oltre i tre quinti degli svizzeri, il francese tra un quinto e un quarto, l’italiano sul dieci per cento, il romancio nemmeno l’un per cento) e molti plurilingui. Negli anni ’60, la Confederazione comprendeva 22 Cantoni, ciascuno con varia densità di popolazione (da poco oltre dieci mila a più di un milione) e con propri organi dirigenti. A livello nazionale è guidata dal Parlamento composto dal Consiglio nazionale rappresentativo dei cittadini e dal Consiglio degli Stati rappresentativo dei Cantoni. Ambedue sono eletti ogni quattro anni, il primo scegliendo in ciascun Cantone con metodo proporzionale i delegati ad esso attributi in base alla popolazione, e il secondo scegliendo in ciascun Cantone con metodo maggioritario i due delegati di quel Cantone (oppure l’unico delegato in sei Cantoni più piccoli), fermo restando che tutti questi delegati non ricevono indicazioni dai Governi o dai Parlamenti dei rispettivi Cantoni .

I due Consigli hanno pari poteri e struttura analoga. Approvano le leggi separatamente e si riuniscono in periodi diversi, salvo quando si riuniscono in Assemblea plenaria per le decisioni importanti. La loro attività prevede ogni anno quattro sessioni ordinarie, pubbliche,  ciascuna delle quali dura tre settimane. Sono titolari della direzione e delle questioni concernenti l’organizzazione e la procedura dei rispettivi Consigli, l’Ufficio del Consiglio nazionale e quello del Consiglio degli Stati.  Le sessioni dei Consigli sono precedute dai lavori delle Commissioni (lavori confidenziali per agevolare l’elaborazione di soluzioni pragmatiche e largamente condivise)  e dei Gruppi parlamentari (dello stesso partito o di partiti di analogo orientamento politico).

In particolare, il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati si riuniscono insieme in seduta plenaria per eleggere il Consiglio Federale di sette membri, che ha la durata di quattro anni. Ogni candidato deve ottenere la maggioranza dei voti validi e se eletto potrà essere rieletto. I sette membri eleggono il loro Presidente ogni anno a rotazione. Il Presidente esercita mere funzioni di rappresentanza e non ha più potere degli altri sei del Collegio.

In Svizzera sono attribuite forti autonomie ai cittadini. Sia  con frequenti referendum per materia (circa tre volte l’anno) sia con ampie competenze ed autonomie riconosciute ai Cantoni e ai Comuni. Ogni Cantone ha una Costituzione, un Parlamento, un Governo e suoi Tribunali. Le più numerose competenze sono attribuite al Comune , e solo se necessario le competenze sono delegate ai livelli superiori, cioè ai Cantoni e alla Confederazione. Una curiosità. In due piccoli Cantoni (Appenzello Interno e Glarona), le votazioni e le elezioni cantonali avvengono ancora per alzata di mano sulla piazza del capoluogo.

Quanto al confronto politico, in Svizzera, dall’inizio ‘800 il liberalismo si è avvalso della capacità  di far emergere gli aspetti positivi della Rivoluzione francese soffocati dal Terrore. All’epoca inoltre fruì dell’apporto dei molti fuggitivi dalla Germania, in cui  contro i liberali c’era una decisa repressione. Ben presto si staccò dal movimento liberale l’ala sinistra, i Radicali, più legati alle necessità dei Cantoni rispetto all’unità istituzionale ed influenzati dai nascenti gruppi democratici e socialisti. Lungo il secolo con il  sistema maggioritario i Radicali, sporadicamente anche in accordo con i liberali più tradizionali, risultarono i più forti e si impegnarono essenzialmente contro i conservatori cattolici, i quali, oltre ai forti dissensi di origine religiosa, erano al fondo ostili a cambiamenti consistenti nella gestione politico istituzionale. All’inizio del ‘900, si costituì , a destra del PRD, il Partito Liberale Svizzero più attento ai temi economici e più vicino alle elites. All’indomani della Prima Guerra Mondiale, venne introdotto il proporzionale e i Radicali persero l’egemonia  anche se andavano riscoprendo l’antica anima delle libertà individuali, del sistema economico libero , dell’intervento dello Stato ridotto. I rapporti con il PLS si irrobustirono. La prevalenza dei radicali liberali finì con il maturare nel 1959 del nuovo assetto politico  che, al fine di potenziare la spinta al comporre le scelte politiche, creò la cosiddetta “formula magica” nel Consiglio federale. Da allora il Consiglio federale è composto da due PLD, due PDC, due socialisti e un agrario. Il PLR e il PLS hanno mantenuto  nel complesso una forza elettorale significativa e stabile ( da un sesto ad un quarto), confermando la loro importanza ai fini del sistema di concordanza vigente.  I partiti liberali svizzeri hanno sempre avuto una consistente rappresentanza nell’Internazionale Liberale.

Da quanto esposto sopra, si vede che la struttura istituzionale della Svizzera rientra a pieno titolo nell’Occidente e nello spirito della libertà. Anzi sotto diversi aspetti mostra di adottare metodi liberali, il che è poi la ragione della sua capacità di mantenere una tradizione  secolare e insieme di stare al passo all’evolversi dei tempi quanto a crescita economica, a sviluppo civile e a progresso tecnologico. Sono almeno cinque i metodi liberali adottati. Le istituzioni  basate sul voto dei cittadini (con le legislative e con i referendum) al posto dei gruppi dirigenti al potere; gli eletti, anche quelli al vertice nel Collegio dei sette,  impossibilitati ad assumere una posizione di primato personale incontrollabile; la presenza dei Cantoni con la loro ampia autonomia , un vaccino contro l’accentrarsi del Governo federale: l’impegno per trovare soluzioni equilibrate  e concordate ai nodi del convivere insorti nel tempo ;  la capacità, mediante l’uso della libertà civile interna in termini federalisti, di mantenersi estranei  alle guerre (salvo quella civile di tre settimane nel novembre 1847  per impedire la secessione di alcuni Cantoni cattolici) e di costruire la propria neutralità internazionale nel mezzo degli scontri bellici. Nel complesso è evidente che la caratterizza essenziale del sistema svizzero sta nel seguire l’affidarsi alle scelte dei cittadini, appunto il cuore del sistema liberale. L’influenza di questo sistema  consente alla Svizzera di sviluppare al passar del tempo migliori condizioni di vita nella libertà del convivere.       

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Il senso dell’unanimità UE (a Danilo Taino)

CaroTaino,

come sa, sono un Suo lettore fisso e quasi sempre consenziente. Il pezzo di stamani sul totem bugiardo dell’unanimità UE, mi lascia invece assai perplesso. 

Scrive che “l’unanimità è destinata al cestino di una realtà passata, quella della costruzione europea senza scosse”. Ora è esatto l’evocare una realtà passata. Però questa realtà era lo spirito dei Trattati di Roma. Il quale, volendo costruire a passo a passo una Comunità fondata sui cittadini (per questo partì dalla quotidianità dell’economia) e non sui tradizionali Stati di potere, aveva posto la regola dell’unanimità quale sintomo di una avvenuto maturazione. Irraggiungibile senza scosse. 

Viceversa dopo Maastricht si è voluti tornare agli Stati di potere in espansione. Così  l’unanimità imbarazzava, e fu escogitato l’artificio delle due velocità. Un simile artificio contraddice lo spirito del Trattati di Roma, perché si fonda sui nuclei duri e predestinati  mettendo da parte la maturazione. L’esempio più clamoroso è il caso Euro, decisione avente spessore di per sé. ma  accolta solo da 3/4 dei membri UE. Quindi che ha messo da parte la costruzione dell’Europa dei cittadini e ha esaltato quella degli Stati tradizionali, dimenticando le mancanze strutturali dell’iniziativa (a partire dall’assenza della politica fiscale)  venute presto a galla.

 Non a caso, ancora realisticamente, l’articolo conclude “Oggi l’Unione europea va verso politiche alle quali si aggregano volta per volta alcuni Paesi mentre altri restano fuori. Addirittura allargata a membri non Ue”. Però è  l’epitaffio della grande novità del costruite  una nuova tipologia politica di uno Stato imperniato davvero sui cittadini. Oltretutto non c’è da stare tranquilli, dato che ormai tutti, anche gli amici da ottanta anni, si stanno accorgendo del dominio a Bruxelles delle elites burocratiche disattente ad un coerente spirito costruttivo della libertà dei cittadini. E l’UE sa rispondere alle loro critiche solo rivendicando il proprio diritto di autonomia, senza accompagnarlo con  atti di concreto cambiamento operativo per sciogliere i nodi in cui si è avviluppata.

I migliori auguri di Buone Feste e vive cordialità

Raffaello Morelli

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