4.7 – Il dibattito in Occidente. a) Lo slittare verso il socialismo. Nelle democrazie occidentali, l’epoca degli anni ’60 fu caratterizzata da una tendenza politico culturale: tendevano a prevalere – pur con modalità e intensità differenti – concezioni o direttamente socialiste o nella sostanza ispirate al socialismo. Da tale propensione sostanziale derivò che, persino movimenti favorevoli ai cambiamenti ispirati alla libertà dei singoli, vennero usati a sostegno di una cultura socialista; sorvolando sulla contraddizione intrinseca, visto che la cultura socialista si caratterizza per anteporre le visioni collettive alla metodologia individuale.
In Italia, il governo Moro I – al di là , nei mesi della sua nascita, dei mormorii favoleggiati circa un piano preparato dal Generale dei Carabinieri De Lorenzo perché la sola Arma fosse pronta ad impedire il prevalere dei comunisti quando si fosse insediato il centro sinistra – fu un chiaro esempio di come la Repubblica avesse lo spirito capitalista, ma non lo spirito di società aperta, liberale. Infatti, nella predominante concezione sociale, la Repubblica era paternalista e per di più pervasa dall’inclinazione alla lotta di classe che generava ed accentuava le divisioni. Il Governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, a febbraio ’64 affermò che il miracolo economico era un ricordo, poiché si stava inceppando il meccanismo produttivo del sistema. Mancava una politica di governo lungimirante, che affrontasse in concreto gli squilibri della società italiana e avesse programmi non limitati ai miraggi.
In Austria, dopo le elezioni della fine ’62 in cui i Cristiano Democratici avevano tolto qualche seggio ai Socialisti, stabili i liberali, continuò a governare la grande coalizione tra Cristiano Democratici e Socialisti con Cancelliere Gorbach. Tuttavia nel ’63 il Cancelliere non riuscì a farsi eleggere Presidente della Repubblica , e così pochi mesi dopo, alla fine del febbraio 1964 venne sopraffatto dalle tensioni nella coalizione e rassegnò le dimissioni. Venne eletto Cancelliere, sempre con la medesima coalizione. Fu sostituito da Josef Klaus dell’ala riformista dei Cristiano Democratici appoggiato dalla solita coalizione.
In Italia,La dichiarata prudenza di Moro per rendere possibile l’alleanza DC PSI (avversata duramente dall’ala sinistra PSI, che si scisse a gennaio ‘64 formando il PSIUP), adoperava lo strumento dell’ammorbidire e del dilazionare. In ogni caso dava l’assoluta priorità alle esigenze dei rapporti numerici (e dunque a quella di far sopravvivere la formula di centro sinistra) rispetto alla necessità di risolvere certi nodi esistenti nella convivenza. In pratica favoriva sia l’aggravarsi dei problemi sia la possibilità che le faticose mediazioni divenissero occasione per l’inserirsi dell’anima profonda dei cattolici, sempre incline al prevalere da sola. Come avvenne con il tentativo del finanziamento alla scuola media non statale attraverso aumenti furtivi nel bilancio dello Stato di due capitoli ad essa dedicati. Il tentativo non riuscì per le astensioni dei partiti al governo e il no dei liberali e delle altre opposizioni di sinistra e di destra. Due giorni dopo Moro si dimise. In un mese fu varato il Moro II, di nuovo di centro sinistra, in cui non entrarono i fanfaniani nella DC e i lombardiani nel PSI, poiché la formula di governo aveva perso carica innovativa.
L’apporto del PLI era respinto ancor prima di esaminarne i contenuti (siccome il PLI, per antonomasia, era presentato come conservazione). Respingerlo serviva ai partiti più piccoli come prova dell’essere progressisti e alla DC come dimostrazione della volontà di soddisfarli al fine di formare il governo. Proprio da tale comportamento iniziava il prevalere della tendenza al socialismo, specie nella DC. Respingere il PLI senza neppure valutarne il programma, ammiccava al filo socialismo di principio. Di fatti, nel merito delle cose, la DC era in ampia maggioranza contraria alle richieste PSI sulla riforma urbanistica, sul tipo di regioni e delle loro future maggioranze, sulla scuola non statale. Però sosteneva l’assoluta necessità di mantenere la disponibilità dei socialisti ad allearsi.
In Danimarca , da molti anni, le elezioni venivano vinte dal Partito Social Democratico con il doppio dei voti all’incirca dei Liberali. Però non con la maggioranza assoluta, e quindi il governo era di minoranza socialista con l’appoggio dei piccoli partiti di volta in volta, comunque nel quadro di un’amplissima condivisione della prospettiva di ingresso del Paese nella CEE. In Inghilterra i laburisti di Harold Wilson vinsero le elezioni della fine autunno 1964 dopo un quindicennio. Fu una vittoria di stretto margine, nonostante la leggerissima perdita di voti, dovuta essenzialmente al calo di sei punti dei Conservatori di Douglas-Home, un fatto che nel sistema elettorale inglese muta il risultato in tanti collegi (alla fine 317 eletti a 304). I Liberali di Jo Grimond – il leader che negli anni ’50 li aveva salvati – raddoppiarono i loro voti e arrivarono a 9 eletti. Fu la sola volta che non ci furono eletti di altri partiti. Nel complesso il nuovo Governo Wilson aveva una maggioranza di quattro voti. Era evidente che l’ambizioso programma dei Laburisti (iniziando dal nazionalizzare la siderurgia) dipendeva dalle decisioni di due soli eletti.
In Olanda, dalle elezioni del 1959 aveva governato una coalizione di cinque partiti, quello più votato dei Cattolici, due più di destra (uno dell’area cristiana della Chiesa Riformata l’altro dell’area cristiana storica), uno liberale e uno socialista, e dopo le elezioni del 1963 fu sostituita da una coalizione a quattro con l’uscita dei socialisti. Durante il 1964, i socialisti dall’opposizione causarono l’aumento dell’instabilità politica. Ne derivarono tensioni sociali, specie per i diritti civili. Il risultato fu che ad aprile 1965 tale coalizione venne sostituita da un’altra di cui facevano parte il partito Cattolico, quello della Chiesa Riformata e quello Socialista del Lavoro, con il nuovo Premier Jo Cals. I liberali, in dissenso sul programma di pianificazione economica, restarono fuori.
4.7 b) la novità olandese – L’onda delle tensioni civili innescate dai socialisti all’opposizione, fu pure all’ origine di un particolare fenomeno innovativo. Quello dei provocatori, proletari disinteressati alla cultura e alla politica, che rifiutavano il lavoro e si mantenevano con il sussidio di disoccupazione. Furono chiamati i provos. Concentrati ad Amsterdam furono una sorta di repubblica anarchica dedita alla provocazione per sensibilizzare l’opinione pubblica. A differenza dei socialisti, i Provos già allora (diversamente dalla maggior parte dei socialisti) non erano marxisti, dimostravano contro il conformismo remissivo della borghesia. Non furono un fenomeno di lunga durata, ma costituirono una delle radici, insieme ai figli dei fiori statunitensi, di quel più ampio fenomeno che sarà nella seconda parte degli anni ‘60 la contestazione giovanile a livello mondiale, infatuata dalla protesta anarcoide priva di concreta progettualità. Quella contestazione muoveva dal riferirsi alle istanze individuali , che è la caratteristica del liberalismo. Ma, a differenza di esso, si guardò bene dall’applicarne il metodo nel fondarsi sui fatti quali sono e nel conoscere in base ai risultati delle iniziative assunte.
In Belgio, il Governo Lefèvre proseguiva a governare con il sostegno della grande coalizione cattolici socialisti. Nel 1964 restò coinvolto ancora una volta nelle vicende del Congo, peraltro riconosciuto indipendente già da anni, con un governo centrale sostenuto da mercenari europei contro i tentativi secessionisti. A settembre ’64, i ribelli Simba istituirono un governo separatista a Stanleyville, catturarono migliaia di stranieri, in specie belgi, usandoli quali ostaggi nei confronti delle forze governative. Per salvare gli ostaggi, a fine novembre, varie centinaia di paracadutisti belgi, usando aerei statunitensi, atterrarono a Stanleyville. Immediatamente i Simba avviarono il massacro degli ostaggi ma i belgi riuscirono a salvare oltre duemila ostaggi.
Questo intervento, pur conclusosi con un sostanziale successo, in Belgio lasciò tensioni verso il Governo Lefevre, che si manifestarono il maggio seguente alle elezioni. Il Partito Cattolico e quello Socialista persero ciascuno 20 eletti, mentre dall’opposizione i liberali raddoppiano in voti e passarono da 20 a 48 parlamentari. Così a luglio 1965 , nacque il nuovo Governo del giurista cattolico Pierre Harmel, sostenuto da una ampia formula con l’aggiunta dei liberali. Il nuovo Primo Ministro Harmel era un esperto dei rapporti etnolinguistici che avevano sempre più rilievo nel paese diviso tra fiamminghi e valloni. Gli stessi rapporti tra fiamminghi e valloni stavano scavando solchi sempre profondi tra le rispettive due ali del Partito Liberale. In ogni caso, le forti tensioni tra socialisti e liberali all’interno del Governo lo rendevano instabile.
4.7 c) La Presidenza Johnson – Lyndon Johnson, dopo essere divenuto Presidente USA in circostanze tanto drammatiche, non mutò essenzialmente la squadra presidenziale. E trovandosi in una situazione economica fiorente, accelerò i progetti in corso a partire dalla lotta alla segregazione razziale e alla relativa discriminazione nei luoghi pubblici, nel lavoro e nell’istruzione. Opera che culminò nel successivo luglio 1964 con l’emanazione da parte sua del fondamentale Civil Rights Act. Sempre nel quadro di un ambizioso programma di riforme sociali, furono varati l’assistenza sanitaria per gli anziani e per la famiglie a basso reddito.
Nel complesso il Presidente Johnson preparò al meglio la sua campagna per il rinnovo, sempre quale candidato del Partito Democratico, alle elezioni presidenziali del novembre 1964. Tanto che ebbe un successo trionfale sul repubblicano Barry Goldwater (il quale aveva posizioni estremiste contro l’URSS), conquistando l’intero Nord degli Stati Uniti e numerosissimi Stati repubblicani da sempre. Johnson stabilì il record nel voto popolare (il 61,1 %) e il record di elettori nel Collegio Elettorale (486 mentre Roosevelt nel 1932 ne aveva ottenuti 472). Da allora nessun democratico vincerà, come fece lui, in determinati dieci stati.
In ogni caso, circa tre mesi prima del voto di novembre, attacchi di cannoniere nordvietnamite nel Golfo del Tonchino senza preavviso, avevano indotto il Congresso ad approvare a larga maggioranza il mandato al Presidente di assumere “tutte le misure necessarie per respingere qualsiasi attacco armato contro le forze degli Stati e per prevenire ulteriori aggressioni”. In campagna Johnson si impegnò a non allargare l’intervento militare americano in Vietnam, ma poi, nel febbraio 1965, dopo un attacco guerriglieri in una base militare statunitense, Johnson ordinò una serie di massicci bombardamenti sul Vietnam del Nord per tagliare i rifornimenti ai Viet Cong nel Sud e inviò 3.500 marines per proteggere il confine. A questi seguiranno a luglio altri cinquantamila soldati, divenuti alla fine dell’anno già 180.000 e continuati a crescere da allora. In breve tempo iniziò ad offuscarsi la luna di miele del Presidente con il paese.
4.7 d) Due Presidenti della Repubblica – In Italia, poche settimane dopo l’insediamento del Governo Moro II, i primi di agosto il Presidente Segni convocò a Quirinale il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri (Saragat) per trattare temi internazionali. L’incontro, riservatissimo, ebbe però un esito drammatico, dato che , durante il colloquio, Segni fu colpito da trombosi cerebrale. Qualche anno dopo venne sostenuto che si trattava di un malore indotto da una vera e propria lite concernente un precedente incontro di metà luglio, sempre al Quirinale con tema i rischi per l’ordine pubblico, del Presidente Segni con il Capo di Stato Maggiore, Rossi, e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, il generale De Lorenzo; le voci furono che fosse stata la preparazione di un colpo di stato, ma successive e approfondite inchieste lo esclusero del tutto. Oltretutto si trattava di un incontro rientrante nelle autonome prerogative di un Presidente della Repubblica (a conferma sta il fatto che diverso tempo dopo la trombosi, il generale De Lorenzo venne promosso Capo di Stato Maggiore). Tornando al malore, i medici diagnosticarono un impedimento temporaneo e le funzioni presidenziali vennero perciò svolte da Merzagora Presidente del Senato.
A metà settembre, il Congresso DC confermò la collaborazione con il PSI respingendo le sue principali richieste (nazionalizzazioni, riforma urbanistica, Regioni). Su questa linea ambigua, Moro e il Segretario Rumor vinsero il Congresso, in un quadro di frammentazione correntizia. Qualche settimana dopo i liberali Malagodi e Bozzi, confermato il rifiuto della grande destra, denunciarono alla TV l’incapacità del centro sinistra di governare, provocata dal farsi penetrare dal veleno del PCI tramite le pretese classiste del PSI (l’unico socialismo internazionale non ancora distaccatosi dal marxismo).
Quando i primi di dicembre il Presidente Segni si dimise perché chiaramente non più in grado di adempiere al ruolo, vennero indette le votazioni parlamentari per il nuovo Presidente della Repubblica. E si manifestò la forte divisione interna nella DC. Una larga maggioranza candidava Giovanni Leone, che ottenne oltre il 41% dei voti alla prima votazione, ma i dissidenti fanfaniani impedirono la crescita, mentre PSI e PSDI erano concentrati sul nome di Saragat. Alla tredicesima votazione Leone si ritirò. Alla fine, alla ventiduesima votazione, Saragat venne eletto con i voti del centro sinistra e del PCI (il 67%).
Per molte settimane all’inizio 1965, le divisioni interne DC furono al centro del dibattito e si placarono solo con la nomina di Fanfani agli Esteri i primi di marzo. Su altri scenari, si moltiplicarono gli scioperi studenteschi in diversi Atenei avverso il progetto riforma universitari del Ministro Gui (ritenuto una riforma finta) e si infittirono le tensioni relative alla progettata unificazione PSI PSDI. Ad aprile la sentenza della Corte Costituzionale – che dichiarò illegittima la legge 167 del 1962, Piani per l’Edilizia Economica e Popolare, sul come quantificava gli indennizzi per gli espropri delle aree – dette ulteriore riprova degli intenti del centro sinistra non poco restrittivi dei diritti di libertà dei cittadini.
4.7 e) Tensioni in Grecia e nella CEE – Nel periodo estivo 1965, non vanno trascurate in Grecia neppure le avvisaglie politiche di una deriva fortemente conservatrice quale reazione al propendere a sinistra del mondo socialista anche democratico, il quale da mesi ostacolava pure il piano USA (condiviso dal Re Costantino) per una soluzione di compromesso della crisi greco turca su Cipro. Il Primo Ministro Georgios Papandreu epurò nell’esercito gli ufficiali di estrema destra con l’intento – affermavano dei ministri del suo stesso governo – di agevolare la richiesta dei quadri militari filo comunisti di far uscire la Grecia dalla Nato. La questione provocò la reazione del Re Costantino, il quale nominò nuovo Capo del Governo il Presidente della Camera, decisione contrastata da forti manifestazioni popolari in piazza. Lo stesso Papandreu attivò a lungo nel periodo seguente una serie di comizi contro la Corona, innescando una instabilità crescente.
A luglio ‘65, il giorno prima dell’inizio del semestre della Presidenza italiana della CEE, si aprì la crisi innescata dal rifiuto francese delle proposte della Commissione per una maggiore integrazione europea: in particolare la riforma della Politica Agricola Comune e il voto nel Consiglio dei Ministri CEE a maggioranza qualificata invece che all’unanimità. La Francia non partecipò più alle riunioni del Consiglio dei Ministri e quindi, e vigendo ancora il voto all’unanimità, la maggior parte delle attività della CEE venne bloccata fino al 30 gennaio 1966. Fino a quando, cioè, la mediazione italiana riuscì a varare una formula a tutela di tutti gli Stati nel caso di voti a maggioranza qualificata (“Quando, nel caso di decisioni assoggettate alla maggioranza su proposta della Commissione, sono in gioco importanti interessi di uno o più Stati membri, i membri del Consiglio si impegneranno a raggiungere entro tempi ragionevoli soluzioni che potrebbero essere adottate da tutti i membri del Consiglio nel rispetto dei reciproci interessi e di quelli della Comunità, ai sensi dell’articolo 2 del trattato“). Così, anche se mancava il voto unanime, la CEE non diveniva un super stato.
4.7 f) Il pacchetto del PLI – Nell’ultimo semestre 1965 , in Italia proseguì il processo unificatore tra PSI e PSDI, spinto principalmente da Nenni , il quale aveva ormai imboccato con decisione la strada del distacco dai comunisti. Su questa linea Nenni vinse in modo ampio il Congresso Nazionale PSI e si avviò rapidamente alla conclusione del processo. Intanto venne varata la nuova legge sull’edilizia resa indispensabile dalla sentenza della Corte Costituzionale. Votò a favore il centro sinistra e il PLI che ne condivideva la sostanza.
Tra l’altro perché, in vista del Congresso, il PLI stava preparando un importante pacchetto di quattro riforme. Un disegno centrale per lo sviluppo economico e sociale equilibrato nel tempo (che prima producesse e poi redistribuisse); la riforma in materia urbanistica, visto che sul territorio mancavano ancora gli strumenti urbanistici dalla legge del 1942 (tecnicamente una legge ben fatta) ispirandola ad aumentare la libertà del cittadino, da realizzarsi sotto il controllo democratico, per utilizzare al meglio le risorse spirituali del paese; la riforma ospedaliera trasformare gli Enti Ospedalieri da istituzione di beneficenza a pubblico servizio, funzionante secondo criteri analoghi ovunque in modo da assicurare uguaglianza di trattamento e sostenibilità della gestione (secondo criteri diversi da quelli del governo, che voleva statizzazione la medicina con l’obiettivo di sopprimere l’iniziativa privata e che voleva limitazione dell’autonomia di ogni ospedale, innescando una accentuata politicizzazione degli Enti Ospedalieri nonché il riconoscimento come categoria a sé stante degli ospedali degli enti ecclesiastici e l’inquadramento nel personale dei sacerdoti cattolici addetti al servizio religioso negli ospedali civili); la lotta alla povertà, riordinando la sicurezza sociale, col distinguere l’assistenza a totale carico dello Stato, dalla previdenza affidata ad enti mutualistici strettamente coordinati e controllati.
4.7 g) Fine 1965 inizio 1966 – A fine ottobre, in Austria il Governo di Josef Klaus venne squassato da forti polemiche sul come gestire il bilancio tra cristiano popolari e socialisti per cui si dimise. Vennero indette elezioni anticipate per il primi di marzo.
A dicembre , De Gaulle, venne rieletto al secondo turno per un nuovo settennato, su un programma di energica indipendenza e di un ruolo forte in politica estera. Dunque opposizione alla Gran Bretagna nella CEE e ad ogni modello di Europa sovranazionale. E una decisa critica all’intervento militare USA in Vietnam, giudicato (pesava l’esperienza algerina) un’interferenza nella sovranità locale.
In Italia, metà gennaio ‘66 nel corso della discussione del disegno di legge presentato dal governo per istituire le scuole materne statali (uno dei punti chiave del programma concordato con il PSI) il liberale Salvatore Valitutti presentò un ordine del giorno di non passaggio all’esame degli articoli. Al momento la questione venne risolta dal governo ponendo la fiducia, che ottenne. Però il giorno successivo, nel voto a scrutinio segreto, il disegno di legge non fu approvato. E Moro si dimise.
Pochissimi giorni dopo, mentre fervevano le trattative per il nuovo incarico, si tenne il X Congresso Nazionale PLI. Vinto quasi all’unanimità da Malagodi, che confermò tutte le cariche dopo aver ribadito la linea dell’alternativa, con una certa insistenza sulla scuola e sulle tematiche sociali al fine di sviluppare le capacità individuali ed eliminare le sacche di arretratezza e di miseria. Tuttavia, non venne affrontato l’aspetto decisivo: quali alleanze erano necessarie per realizzare quelle quattro riforme liberali.
Questo aspetto lo affrontò invece una nuova mozione di minoranza, Responsabilità Liberale, presentata dal prof. Pompeo Biondi e dall’on. Valitutti, sostenuta dal grosso dell’associazionismo universitario liberale e dalla minoranza dei Giovani Liberali. Responsabilità sottolineò le incongruenze e le carenze nel condurre l’alternativa liberale , mettendo in primo piano due questioni, il dibattito in corso nella sinistra e i rapporti con la DC . Pompeo Biondi analizzò in modo approfondito il senso della divisione tra Russia e Cina e disse di credere che “il discorso di Nenni al Congresso dello PSI sia la definitiva rottura con i comunisti”. Valitutti affermò che non porsi il problema di altre collaborazioni all’infuori di quella con la DC, comportava per il PLI la sostanziale rinuncia all’autonomia. La mozione Responsabilità Liberale ebbe un esito limitato (anche compressa dal sistema elettorale vigente). Però lasciò il segno, avendo iniziato una riflessione che nel triennio successivo provocherà marcate novità interne.
Ovviamente, nella crisi di governo il centro sinistra continuò a non prenderlo in considerazione il PLI. Nel giro di due settimane furono confermati Moro, Nenni ed una squadra di ministri rappresentativa di tutte le componenti dei vari partiti, più un accordo ampio di conferma della politica estera, di istituire le regioni, di fare una legge urbanistica e piani quinquennali per la scuola e per l’economia. La posizione del PLI ebbe un aspetto positivo. Introdusse nel dibattito politico italiano un aspetto di gran rilievo e non praticato almeno da mezzo secolo: il concetto che in democrazia l’opposizione svolge un ruolo determinante, al punto dal doversi considerare un’effettiva influenza sul modo di governare. Fare questo è stato un merito importante di Malagodi e un suo lascito alla democrazia italiana.
4.7 h) Nel 1966 – In Belgio, dopo le elezioni del 1965, il Governo Harmel tra Social Cristiani e Socialisti presto si indebolì molto per le forti tensioni sociali circa la chiusura delle miniere di carbone e i ticket in materia sanitaria. A marzo 1966, la crisi portò ad un governo più rispettoso dei risultati elettorali, il Governo del Social Cristiano Boeynants I con il liberale Willy De Clercq vice, formato da due partiti bilingui, il Sociale Cristiano e il Partito della Libertà e del Progresso, senza i socialisti. In politica interna, il nuovo governo si sforzò di mettere in frigorifero le numerose questioni create dal bilinguismo tra fiamminghi e valloni. Pertanto a inizio estate formò una commissione permanente sulle relazioni tra le due comunità, che avrebbe dedicato particolare cura alla questione nella metropoli di Bruxelles. In politica estera, il Governo si occupò molto delle vicende sui rapporti nella CEE e del problema della sede del Comando centrale NATO che De Gaulle, recedendo dal Comando Integrato di quella organizzazione, non voleva più ospitare a Parigi.
Intanto, in Austria i primi di marzo si erano tenute le elezioni anticipate. Tutti i partiti mantennero sostanzialmente i voti che già avevano, ma i piccoli cambiamenti bastarono a dare una svolta al numero degli eletti. I cristiano popolari dell’ OVP guadagnarono quattro eletti, mentre i socialisti del. SPO e i liberali del FPO ne persero due ciascuno. La conseguenza fu che i conservatori dell’OVP ebbero la maggioranza assoluta degli eletti per la prima volta nel dopoguerra e furono in grado di varare un governo monocolore con Klaus Canccelliere superando la grande coalizione che aveva governato fino ad allora. Il nuovo Governo mantenne la stabilità precedente, anzi fu più incisivo proprio perché non furono più necessari i negoziati tra alleati. Una delle prime conseguenze fu che una decina di settimane dopo il Cancelliere Klaus pose termine ad un lungo. contenzioso legale, consentendo al dare il passaporto austriaco al discendente degli Asburgo esiliati dalla fine della Prima Guerra Mondiale.
A metà ottobre, in Olanda, un gruppo di membri del Partito della Libertà unendosi ad altri di varie provenienze e guidati da giovani accademici, fondò i Democratici ’66 (anche in vista delle elezioni del febbraio successivo). Fu subito un altro partito di cultura liberale, su posizioni tradizionali in campo economico ed europeista, ma decisamente più impegnato sui diversi aspetti dei diritti civili. Anch’esso divenne parte degli organismi del liberalismo internazionale.
Durante quel 1966, il Presidente Johnson proseguì nella politica di sostegno ai diritti civili (in particolare quelli razziali) e di contrasto alla povertà. In ogni caso, l’impegno prevalente era l’intensificarsi della guerra americana in Vietnam, nonostante in patria fosse un tema assai controverso. Fece diminuire rapidamente il sostegno pubblico e crescere le proteste degli studenti. Le vittime americane stavano aumentando gradualmente, ma ogni settimana erano largamente oltre le cento. Il costo finanziario molto elevato (miliardi di dollari) era un ostacolo insuperabile per i programmi la Great Society di Johnson. Finì che nelle elezioni di metà mandato l’opposizione repubblicana progredì e mise in difficoltà il Presidente.
Nella Germania Occidentale, dopo un periodo lunghissimo di crescita economica molto solida (che l’aveva resa il terzo paese al mondo nel commercio internazionale e ai primissimi posti come potenza industriale), almeno dall’inizio 1965 si profilò un forte rallentamento, che si tradusse, alle elezioni del novembre di quell’anno, in un calo dei vari partiti della coalizione del Governo Erhard e un aumento dell’opposizione socialdemocratica, SPD. Venne comunque confermato il Governo.
In Gran Bretagna , pochi mesi dopo a marzo ’66, il Premier Harold Wilson , che aveva una maggioranza striminzita di qualche unità, decise di andare ad elezioni anticipate. I suoi laburisti si confermarono ampiamente il partito più votato, pur ottenendo circa 700 mila meno suffragi della somma di quelli dei conservatori e dei liberali. Però Wilson vinse ampiamente negli eletti con un margine di cento parlamentari (i liberali di Grimond ne guadagnarono quattro). E poté iniziare a governare con tranquillità.
Nel frattempo, in Germania, si arrivò alla recessione , con azzeramento della crescita ed aumento ulteriore dei disoccupati E su questo tema il governo Erhard, CDU/CSU e FDP, si divise. Era necessario affrontare, oltre che la recessione, il gonfiarsi del deficit , ma non c’era accordo sul come farlo. Il cancelliere Erhard intendeva introdurre classiche politiche di austerità e diffusi tagli alla spesa, ma la FDP non condivideva tale impostazione rigida e ritirò i suoi Ministri, portando alla caduta del Governo.
I socialdemocratici, vedendo “la Germania alla vigilia di una catastrofe di bilancio”, chiesero nuove elezioni ma non le ottennero. Allora si manifestarono favorevoli ad una coalizione con i due partiti CDU/CSU , ai quali proposero un progetto unanime per “sanare le finanze statali e per una sicura crescita della nostra economia” . Così, a fine novembre 1966, seppure tra forti divisioni sia nell’Unione tra CDU e CSU sia tra i maggiorenti del Paese, venne scelto come nuovo Cancelliere Kurt Kiesinger, allora primo ministro del Baden-Württemberg, a capo di una coalizione con la SPD, il Partito Socialdemocratico, fino ad allora il principale partito di opposizione. Il numero uno della SPD, Willy Brandt, era il Vicecancelliere e il Ministro degli Esteri.
Solo per memoria, sottolineo qualcosa che il lettore avrà rilevato da solo. Nella Cronologia non tratto da molto le vicende della Spagna e del Portogallo. E’ perché tutti e due i paesi stavano invariabilmente continuando, come stavano facendo da un trentennio, ad essere governati dai regimi dittatoriali del Generale Franco e di Salazar. Regimi duramente conservatori , che , al di là della collocazione geografica, dell’Occidente non condividevano la cultura politica nel complesso disponibile ad aprirsi alla progressiva crescita della libertà dei cittadini. Il loro maggior punto di contatto con il modo d’essere occidentale, era stato il non farsi coinvolgere nel delirio hitleriano e in quello mussoliniano, e dunque l’aver mantenuto la Spagna e il Portogallo rigorosamente neutrali durante la seconda guerra mondiale. Per il resto, nulla.
Intanto, in Italia , sempre nel ’66, mentre il PLI non riusciva a superare il pregiudizio secondo cui il centrosinistra era progressista e chi lo avversava un conservatore, nel maggio precedente il PSI era stato riammesso nell’Internazionale Socialista (chiusa alle suggestioni comuniste) e in ottobre si era concluso il processo di unificazione dei socialisti e dei socialdemocratici nel nuovo Partito Socialista Unificato. Qualcosa di importante iniziò ad avvenire anche nel PLI, ove Baslini ed un pugno di Consiglieri Nazionali sollevarono il tema di una legge sul divorzio, aprendo la strada ad un’azione concreta dei liberali. Per il resto, il PLI non riusciva ad inserirsi nelle divaricazioni palesi nei centro sinistra (a dicembre di quell’anno il PSU pose quali priorità la riforma ospedaliera, la legge urbanistica, la riforma previdenziale e quella tributaria, ma non le regioni, materia su cui Moro aveva appena detto di voler far votare la legge elettorale). Invece la scelta per il divorzio si dimostrò presto importante, oltre che coerente con il liberalismo. Perché a febbraio ’67 nella Commissione Affari Costituzionali, il PLI fu determinante contro DC e destre, per decidere che il divorzio avrebbe potuto essere introdotto in Italia con una legge ordinaria, non essendo in contrasto con la Costituzione (l’Osservatore Romano si scandalizzò ).
Nello stesso periodo negli Stati Uniti, continuavano a crescere le proteste contro la guerra in Vietnam e le richieste di una soluzione negoziata. Il Presidente Johnson si trovava di fronte a manifestazioni quasi ovunque andasse e la sua popolarità diminuiva (nonostante fosse forte l’impatto positivo delle politiche per i diritti civili e per la lotta alla povertà). Al punto che, per evitare le contestazioni, ridusse drasticamente i suoi viaggi nel paese.
4.7. k) La visione De Gaulle della CEE – In Francia, il Presidente De Gaulle, dopo la rielezione, allentò i rapporti con gli Stati Uniti , ritirò la Francia dal Comando NATO, lo ho già scritto, e continuò ad opporsi all’ingresso inglese nella CEE, ribadendo al tempo stesso la linea di non farne un super stato. All’epoca, questa posizione di De Gaulle continuava ad esser criticata con forza ed insistenza dagli altri membri della Comunità. Secondo De Gaulle, le incontestabili peculiarità comunitarie non cancellavano il dato di fatto che solo i singoli Stati esprimevano il sentire nazionale cui aderivano i cittadini. E perciò solo i vari Stati potevano essere il fondamento della CEE. L’idea non era spiegata nei suoi effettivi contenuti, ma faceva emergere un punto rilevante. La Francia interpretava la CEE come un’aggregazione funzionale tra Stati, mentre gli altri membri inclinavano ad interpretare la CCE come ordinamento autonomo sovranazionale. Il fatto è che ambedue le interpretazioni tendevano a non seguire davvero lo spirito dei Trattati di Roma. Perché questo spirito aveva introdotto con morbida chiarezza il ruolo dei cittadini. Mettendo al centro la loro vita economica quotidiana, aveva avviato un effettivo processo di integrazione europea un po’ alla volta, focalizzato sui rapporti quotidiani tra i cittadini, quelli economici.
Invece le due interpretazioni sorvolavano sullo spirito dei Trattati di Roma. Per De Gaulle in ambito comunitario, tramite la regola dell’unanimità, erano preminenti gli Stati che rappresentavano in ogni settore i propri cittadini; per gli altri in ambito comunitario dovevano prevalere gli organi CEE. Ecco perché c’era stata la crisi del semestre in cui la Francia aveva lasciato vuota la propria sedia non partecipando alle riunioni CEE. Perché erano state avanzate proposte che avrebbero rafforzato i poteri delle istituzioni comunitarie. Ma il problema vero è che quelle proposte non rafforzavano il ruolo dei cittadini. E neppure lo rafforzava il compromesso in seguito trovato circa la tutela degli Stati in caso di voto a maggioranza (risolveva solo il non assoggettare gli Stati ad un sovranazionalismo).
In tema di politica interna, De Gaulle confermò la sua linea favorevole ad uno statalismo morbido, aperto alla cauta partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale. Tuttavia poco più di un anno dopo, a marzo del ’67, i gollisti persero terreno nelle politiche mentre l’opposizione cresceva ma restava assai divisa. Tra i cittadini, ma soprattutto tra i giovani, iniziavano ad emergere i sintomi di un malessere serpeggiante , analogo a quello che si poteva cogliere anche in altri paesi come gli Stati Uniti e l’Olanda, un miscuglio di pulsioni critiche del capitalismo basate su vari temi, dalla guerra in Vietnam all’insufficiente capacità di dare una vera libertà segnatamente ai più giovani.
4.7 i) I colonnelli in Grecia – Ad inizio primavera ’67, in Grecia si erano molto aggravate le tensioni, nate circa diciotto mesi prima, tra il Re e i social democratici di Papandreu. Quest’ultimo accusava la monarchia di falsare la vita politica (tra l’altro i governi cambiavano molto spesso). In più c’erano la potente Chiesa greca divisa all’interno e la quotidianità segnata dalla crisi economica, dalle proteste sindacali per la disoccupazione, dalle difficili condizioni di vita. Insomma l’instabilità era tangibile. Ciò preoccupava molto l’ambiente militare, in specie tenendo conto che a fine maggio il Re aveva imposto all’effimero Governo del momento la convocazione delle elezioni. Tra l’altro i militari erano convinti che fossero forti gli intrighi della Russia per spingere i comunisti, pur essendo il loro partito fuorilegge in Grecia da qualche anno, a fare azioni di tipo rivoluzionario. Un gruppo di colonnelli, tra cui il capo Papadopoulos, nella notte tra il 20 e il 21 di aprile pose fine agli indugi. Alla testa di truppe appoggiate da carri armati, assunsero il controllo del Palazzo Reale, del Parlamento, dei principali centri di comunicazione e arrestarono molte migliaia di persone tra cui il Primo Ministro.
Alla radio Papadopoulos, l’uomo forte del regime, disse che “i greci si stavano aspramente contrapponendo gli uni agli altri. Le forze armate del paese erano l’unica forza neutrale che poteva scendere in campo, sentendosi in dovere di fermare la corsa del Paese verso il precipizio.” Il Re Costantino sul subito venne costretto a coprire il colpo di stato, ma la convivenza si rivelò presto impossibile. Così sei mesi dopo andò in esilio volontario per un quarantennio. I colonnelli greci furono un ulteriore episodio di risposta illiberale a situazioni molto difficili. Riprendeva l’antico sistema delle soluzioni di forza che incancrenivano i problemi senza risolverli.
4.7 l) La contestazione giovanile – Nella prima metà di giugno scoppiò la “guerra dei sei giorni” di Israele contro Egitto, Siria e Giordania. De Gaulle, che durante il conflitto aveva fornito aerei a Israele, per mantenere buoni rapporti con gli arabi, i primi di luglio ordinò l’embargo di aerei e di mezzi corazzati verso Israele. Però non accennò ai mezzi navali, visto che nel porto di Cherbourg stavano lavorando su alcune motocannoniere israeliane.
Nel frattempo, oltre che in Francia, anche negli Stati Uniti , in Gran Bretagna, in Olanda ed in Italia si andavano ingrossando sempre più la rivolta giovanile, soprattutto delle assemblee universitarie, innescate dal celebrare la resistenza dei vietnamiti alla potenza americana, con raduni, proteste ai consolati USA e roghi delle bandiere a strisce. La protesta si mischiava anche ad altri temi di rilievo nei rispettivi paesi, iniziando da quello per i diritti civili e dal fascino di un modo di vita alternativo.
In Olanda, alle elezioni di metà febbraio ’67, questo nuovo clima portò ad eleggere 7 parlamentari della neo nata D’66 , che si collocò all’opposizione del nuovo governo di Piot De Jong , cattolico, appoggiato dai cattolici (che erano un po’ arretrati), dal Partito della Libertà e della Democrazia (un eletto in più) e degli AntiRivoluzionari (due eletti in più).
In un’atmosfera simile, negli Stati Uniti, a primavera del 1967, ci furono manifestazioni oceaniche sulle due coste, a San Francisco e a New York, e sei mesi un’altra al Pentagono. Si mobilitarono studenti, cittadini comuni e l’intero movimento degli hippies , fautore della non violenza, dei diritti civili, del libero amore, del misticismo orientale, che faceva largo uso di un allucinogeno, l’LSD, convinti che espandesse le capacità mentali. Nell’insieme, in tutti quei paesi e non solo, maturò la contestazione dei giovani, mossa da svariati spunti – oltre il Vietnam anche il cattolicesimo post conciliare e stili di vita alternativi – ovunque tendente a confluire nell’obiezione di coscienza militare e principalmente nello schierarsi contro il potere costituito. Il nocciolo della contestazione giovanile di allora fu una speranzosa emotività che la loro protesta bastasse a cambiare il mondo.
In tale quadro, l’atmosfera politico civile in Italia aveva caratteristiche analoghe, anche se meno clamorose. Andavano dilagando le occupazioni universitarie di rottura delle concezioni statiche dell’università e dei rapporti civili. Il personaggio di riferimento era il filosofo Marcuse, e il suo bisogno di liberarsi dalla “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà della civiltà industriale avanzata”, che asserviva la tecnica ai consumi e al potere del capitalismo e del socialismo reale.
Si aggiunse poi l’acuirsi delle tensioni con l’Austria per la questione altoatesina. Si verificò la tragedia di un attentato dinamitardo attuato dai Gruppi terroristi Sudtirolesi che miravano all’autodeterminazione e all’annessione all’Austria. A fine giugno venne compiuta la strage di Cima Vallona in cui morirono dei militari italiani, che complicò non poco i negoziati in corso tra Italia e Austria, per trovare una soluzione diplomatica , dato che secondo l’Austria l’Italia l’Accordo De Gasperi-Gruber non era applicato correttamente riguardo alle autonomie della provincia di Bolzano, richieste della Südtiroler Volkspartei italiana.
Quanto ai liberali, i primi di luglio Malagodi dette senso dell’alternativa liberale portando lui stesso – che nell’ottobre prima aveva bloccato la mozione Baslini a favore di una legge sul divorzio – a schierare il PLI a favore del divorzio (con un ordine del giorno al Consiglio Nazionale votato per appello nominale, a larga maggioranza, non mancando ovviamente forti difficoltà interne (tipo buona parte dei parlamentari e il fatto che i contrari appartenevano alla maggioranza congressuale del ’66). All’esterno, quel voto fece clamore. Il PLI fu l’unico dei partiti laici di rango parlamentare a fare una scelta ufficiale di partito a favore della legge sul divorzio e fu il solo ad averla fatta, fino all’autunno dell’anno successivo.
Nel frattempo, in quasi tutti gli atenei si infittivano le agitazioni degli studenti universitari per manifestare contro la riforma Gui. Era sul tavolo da anni, visto che, per non scontentare nessuno, non si decideva mai nulla. Gli universitari liberali dell’AGI avevano capito fin dal ’64 che tra gli studenti c’erano gruppi prima di tutto contrari alla democrazia rappresentativa e al ruolo del PCI. Distinguevano con chiarezza tra le motivazioni di fondo del movimento, dotate di una loro positività in chiave liberale, e alcune scelte negative (il rifiuto della democrazia rappresentativa in nome dell’assemblearismo, gli eccessi operati). Soprattutto, gli universitari liberali coglievano la spaccatura di quei gruppi rispetto l’impostazione PCI, di cui mettevano in luce le contraddizioni.
Di conseguenza, in quegli anni, l’intero PLI – di cui gli universitari erano una minoranza quanto meno ascoltata – non cavalcò la drammatizzazione delle agitazioni (praticata dalla destra e dal mondo tradizionalista conservatore collegato con il Ministro Gui e con il doroteismo) perché discuteva le radici del potere da loro gestito. Il PLI tenne questa linea corretta, però non colse che il nodo della contestazione stava appunto sul voler cambiare il potere nel tempo. Per mia diretta esperienza, gli universitari liberali erano già consapevoli della necessità, per i liberali, di sostenere che il potere va cambiato di continuo. Eppure criticavano la linea della contestazione, proprio perché pretendeva di sostituire il potere cui erano estranei con un altro che li coinvolgesse, conservando tuttavia il medesimo difetto di non volere che fosse alternato e di concepirlo immobile.
In Gran Bretagna, erano in crescendo le manifestazioni universitarie , il cui epicentro era la London School of Economics, prestigioso ateneo di indirizzo progressista vicino ai laburisti. Nella seconda metà di luglio, si tenne a Londra il grande Convegno mondiale intitolato Dialettiche della Liberazione, cui presero parte esponenti di molti paese delle culture critiche, terzomondiste e contestatrici.
4.7 m) Il Manifesto di Oxford 1967 – Liberal International celebrò il suo ventesimo anniversario presentando a Oxford , a fine estate del ’67, il suo nuovo Manifesto politico. Era stato preparato sotto la supervisione del Presidente Malagodi che aveva ricoperto l’incarico per otto anni fino ad un semestre prima. Ancora una volta, si trattò di un documento di tipo assai dinamico, che illustrava con efficace sinteticità i cambiamenti, sempre più accelerati, che stavano toccando il corso delle cose umane. Semmai una stranezza era che, per indicarli, utilizzava impropriamente il termine rivoluzione, un termine appartenente alla millenaria logica della certezza immobile e non allo spirito liberale. A parte ciò, iniziava con il richiamare quanto fossero importanti “il ritmo sempre più celere dei mutamenti scientifici e tecnici, la cibernetica e l’automazione; l’energia nucleare per la pace o per la guerra; i mezzi di comunicazione di massa” ; l’esplosione demografica” e ricordava come “in un mondo dove si approfondisce il divario fra i paesi del benessere e i paesi tormentati dalla fame e dalla povertà, e dove troppo sovente la libertà è soffocata ed infieriscono la discriminazione e il nazionalismo aggressivo, essi spingono verso concentrazioni del potere, favoriscono forme di oppressione”. Sottolineava che “le società libere possono essere create e mantenute soltanto con una devozione attiva ed instancabile ai principi del liberalismo”.
Proseguiva dettagliando i rapporti tra decentramento e libertà nei loro svariati rapporti , anche nel tutelare il diritto all’informazione del cittadino sulle materie di interesse pubblico e il diritto delle minoranze di godere delle libertà essenziali. Sottolineava poi che “la programmazione non deve essere usata per soffocare l’autonomia del settore privato dell’economia, la libera concorrenza e il meccanismo dei prezzi sul libero mercato, condizioni fondamentali per assicurare lo sviluppo economico, per portare al più alto livello la produzione e i consumi e quindi per provvedere i beni e i servizi necessari per il progresso sociale….. Nei rapporti economici internazionali sono necessari il libero movimento degli uomini, dei beni, dei capitali e dei servizi. “
Proseguiva chiarendo che “una parte importante delle maggiori ricchezze disponibili deve essere usata per promuovere l’eguaglianza nei punti di partenza. Per l’individuo, l’eguaglianza nei punti di partenza richiede
– la sicurezza dai rischi di malattia, disoccupazione, inabilità al lavoro e vecchiaia, e la disponibilità di un’abitazione adeguata,
– la migliore organizzazione scolastica possibile, indipendentemente dalla nascita e dai mezzi, per l’educazione e l’istruzione di ciascuno, tanto fisica quanto intellettuale, tanto umanistica quanto tecnica,
– la più ampia varietà e scelta di sistemi educativi, a condizione che ogni scuola sia in grado di formare cittadini liberi e responsabili,
– il diritto dei lavoratori di partecipare nell’andamento e di contribuire alla stabilità e allo sviluppo delle aziende in cui lavorano.”
Sottolineata la necessità “di facilitare la regolazione delle nascite, nel pieno rispetto della responsabilità e della libertà di scelta delle singole coppie“, nella parte finale, il Manifesto di Oxford 1967 trattava di pace e libertà. Auspicava “l’appoggio alle Nazioni Unite, nonostante le loro manchevolezze attuali, allo scopo di farne un’autorità mondiale effettiva, con funzioni chiaramente definite e con reali poteri” e ribadiva il credere che “i regimi ed i governi conformi ai principi della democrazia liberale servano meglio di ogni altro gli interessi di tutti i popoli, compresi quelli degli Stati che solo oggi vanno prendendo il loro posto nella civiltà tecnologica.” Così come ribadiva la convinzione “che solo la libertà può assicurare una pace duratura e che una politica estera liberale deve mirare in primo luogo all’ampliamento dell’area totale della libertà in ogni parte del mondo…..Per quanto grandi siano le difficoltà, è necessario perseguire l’obiettivo di una riduzione equilibrata, controllata ed effettiva di tutti gli armamenti. Finché un tale obiettivo non sarà raggiunto, le nazioni libere devono cooperare al fine di provvedere una salda protezione contro l’aggressione nucleare o convenzionale……….gli Europei hanno il dovere imperioso di realizzare un’Europa unita, aperta a tutte le nazioni democratiche del Continente.”
Il Manifesto di Oxford 1967 si chiudeva affermando che “il compito di indirizzare a vantaggio dell’uomo la rivoluzione che investe oggi tutto il mondo, è un compito liberale. Esso esige tolleranza e collaborazione nella libertà. Esige concetti liberali, iniziative liberali, partiti liberali capaci di esercitare una influenza determinante sulla politica dei loro paesi.”
Nel complesso, dunque, emergeva il chiaro riferimento ad un liberalismo dinamico, naturalmente coerente con il suo spirito profondo. Questo Manifesto fu un’ulteriore smentita di chi, in Italia, etichettava il liberalismo quale conservatore. Era un’etichettatura non tanto errata, quanto funzionale, da parte DC a difendere dalle critiche liberali la propria gestione del potere, oppure da parte PCI al mettere al riparo dalla consapevolezza liberale le proposte marxiste e pseudo tali pericolose per la libertà dei cittadini.
4.7 n) In tema di decentramento – Nel mese d’ottobre, iniziò in Italia il dibattito parlamentare sulla legge elettorale per le Regioni a statuto ordinario (non ancora istituite), che durò cinque mesi. I liberali fecero ostruzionismo in chiave ideologico centralistica, che strideva con il valore delle autonomie locali (tipica tesi einaudiana), e lasciava in secondo piano le critiche, fondate, sulle storture strutturali delle nuove Regioni (negli anni puntualmente confermate dalla realtà storica).
Dopo anni di tensioni sempre più manifeste, in Belgio, all’inizio novembre ‘67, la questione linguistica tra fiamminghi e valloni divenne una problema politico nazionale. Qualche decina di migliaia di fiamminghi e tre decine di deputati dei Social Cristiani, partito del Governo Boeynants, sfilarono ad Anversa a sostegno del monolinguismo nella Regione. Sostenevano che gli studenti francofoni dovessero lasciare l’Università di Lovanio per rendere più semplice la convivenza nell’Ateneo e in città. Nel periodo successivo anche gli studenti fiamminghi tennero cortei con slogan ostili ai valloni. Così innescando cortei di reazione da parte francofona. rimarcando l’assurdità di dividere l’Università. Sul subito il Governo lasciò la grana nelle mani dell’Università auspicando una soluzione di compromesso.
A fine anno ’67, i seri problemi economici che affliggevano da circa un triennio la Gran Bretagna, costrinsero Harold Wilson a svalutare la sterlina, una decisione impopolare, ma risultata utile a raddrizzare nei mesi successivi la situazione economica, anche se all’origine dell’inflazione. Nel primo periodo dell’anno entrante, si infittirono le proteste degli studenti anche in Gran Bretagna (a metà maggio alla London School si costituì la Federazione Rivoluzionaria degli studenti contro il capitalismo e l’imperialismo), entrò in vigore la legalizzazione dell’aborto, fu abolita la censura teatrale. Per il resto Wilson mantenne la neutralità sul tema Vietnam (riducendo pure i poteri dei Lords che avevano bocciato le sanzioni contro la Rodesia razzista) e l’intento di aderire alla CEE superando la contrarietà francese.
Poco prima, all’inizio di febbraio 1968, si verificarono significativi cambiamenti di Governo in Danimarca e in Belgio, In Danimarca, ebbe fine il quindicennio di governi socialisti e venne il Ministero Baunsgaard , formato dal liberali del Venstre, dai social liberali dei Radikal Venstre (ambedue partiti membri di Liberal International) e dai Conservatori, con un programma a favore dell’integrazione europea e dell’economia di mercato.
in Belgio, a seguito di polemiche parlamentari in tema di bilinguismo, si dimise il Primo Ministro e vennero convocate elezioni anticipate a fine marzo. Il partito più grosso, quello Social Cristiano, diviso tra fiamminghi e valloni, perse otto seggi . Il secondo , quello Socialista, perse cinque seggi, il Partito della Libertà ne perse uno, mentre i due partiti partiti valloni ne guadagnarono in tutto sette e quello fiammingo otto. Il successivo Governo, il quinto di Eyskens, fu fatto tra Social Cristiani e Socialisti (maggioranza del 60% esatto). Trasformò il paese in senso federale, riconoscendo la separazione in tre Regioni , Bruxelles-Capitale, Fiandre e Vallonia. Applicando questa linea, a fine giugno Eyskens dette l’annuncio del dividersi in due dell’Università Cattolica di Lovanio. La parte fiamminga avrebbe pagato ai valloni le spese di trasferimento delle attività in lingua francese nella nuova sede di Ottignies , una cittadina nel Brabante Vallone ad una trentina di chilometri a sud della città d’origine.
4.7.o) La primavera cruciale del ‘68 –Nella stessa data delle elezioni belghe, negli Stati Uniti il Presidente Johnson, in un discorso alla TV, fece due annunci clamorosi. Lui non avrebbe cercato, né accettato, la nomina per un altro mandato presidenziale alle elezioni di fine anno. Ed erano sospesi i bombardamenti in Vietnam. Il primo annuncio lasciava campo libero al fratello di JFK , Robert Kennedy, che si era candidato alla Presidenza da due settimane. Il secondo apriva di fatto i negoziati pace. Tuttavia i due annunci non mutarono la tensione dell’atmosfera politica. La mobilitazione degli studenti universitari assunse nelle settimane successive nuovo vigore, si irrobustirono le polemiche sulle spese militari e vi furono episodi di violenza omicida di livello nazionale.
Robert Kennedy godeva di notevole sostegno soprattutto tra i giovani, e in sostanza adottava temi che ripercorrevano l’impostazione di propaganda già adottata dal fratello. Ebbe risultati positivi nella prima dozzina di primarie, ad inizio giugno vinse (non di molto) le primarie in California. Poi il 5 giugno venne assassinato in un albergo di Los Angeles fra decine di persone, da un giovane arabo reo confesso. A parte la rapida condanna, le indagini furono tantissime, allora e da allora. In sostanza, peraltro, si è ripetuto quanto avvenuto per l’assassinio del fratello. Restano moltissimi punti mai chiariti davvero.
Nel frattempo, si stavano verificando eventi di rilievo in Europa. Verso metà aprile, in Germania, Rudi Dutschke – che da un triennio guidava gli studenti socialisti in chiave indipendente dal Partito su una linea di sinistra marxista antiautoritaria, per la pace, per la cultura e l’informazione libere – nel mezzo di una campagna del giornale popolare Bild condotta da mesi contro i “rossi” da eliminare, subì un attentato gravissimo. Gli furono sparati tre colpi di pistola alla testa, cui sopravvisse, però con danni permanenti.
Ne seguirono scontri durissimi tra manifestanti e polizia in poco meno di trenta città della Germania Ovest (centinaia di feriti e due vittime a Monaco) . L’oggetto dei cosiddetti disordini di Pasqua furono soprattutto le sedi del gruppo editoriale ritenuto responsabile del clima d’odio. Gli scontri violenti proseguirono a maggio contro legislazione d’emergenza (inasprimento dei fermi di polizia, prolungamento della custodia cautelare, restrizione delle forme associative). La legislazione venne approvata nella sostanza ma la violenza fu tale che si deteriorò il rapporto tra gli studenti e i sindacati. Nei mesi seguenti, si verificò un rapido processo di smobilitazione.
All’inizio di maggio, in Francia gli universitari occuparono la Sorbona e Nanterre,gridando famosi slogans concepiti in un’ottica marcusiana. Erano slogans che, per sottolineare la necessità di anticipare le cose indipendentemente dai dati di fatto, reclamavano “l’immaginazione al potere” e scandivano “non è che l’inizio“, “vietato vietare” , “siate realisti, chiedete l’impossibile“. Era palese la loro sostanziale estraneità alle masse lavoratrici e alla lotta di classe , cioè ai totem dei comunisti e della sinistra tradizionale. Le occupazioni degli studenti diedero il via a massicci scioperi degli operai e alla paralisi del paese, che fecero traballare il gaullismo, il suo Presidente e il Governo Pompidou. Pareva una situazione senza sbocco.
Tuttavia De Gaulle, il 24 maggio, fece un appello ai francesi annunciando un referendum dirimente. Nei giorni seguenti, su iniziativa gollista, vennero mobilitati direttamente i cittadini e il 30 maggio a Parigi si svolse un corteo di oltre 600 mila persone contro le manifestazioni studentesche. Allora De Gaulle rinunciò al referendum, sciolse l’Assemblea Nazionale in carica da un anno e convocò le elezioni sul tema di dover evitare il totalitarismo comunista. Le elezioni furono un trionfo: i due partiti della coalizione gaullista ottennero 354 eletti, i due della sinistra 101 (crollo dei socialisti), i centristi arrivarono a 33.
Nella seconda metà di maggio, in Italia ci furono le politiche. Alle quali si arrivò sull’onda della politica dei rinvii del Governo Moro, cui si contrapponeva la tattica dei foschi vaticini di Malagodi. Una tattica, però, che non chiariva come realizzare quell’alternativa liberale respinta dal centro sinistra in linea di principio. Nelle urne, crebbero di qualcosa la DC, il PRI, il PCI, stabili il PSI-PSDI e il PSIUP se raffrontati al dopo scissione, calo delle destre. il PLI perse nei voti (alla Camera meno 1,2%, al Senato meno 0,7%), e negli eletti (alla Camera 31 invece di 39 e al Senato 16 invece di 19); il declino non era catastrofico ma indubbio. Malagodi sintetizzò: ” c’è stato uno spostamento generale verso sinistra. L’area che si può chiamare grosso modo di centro, PLI-DC-PRI-PSU perde il 1,5%”. Una sintesi singolare. Per la prima volta inserì il PSU nel centro, seppure grosso modo. Ma se Malagodi la pensava così, perché continuava ad insistere nell’opporsi alla formula di centro sinistra in quanto tale?
In ogni modo, all’indomani delle elezioni, fu varato il secondo governo balneare di Leone con un nuovo monocolore DC, per dar qualche mese di tempo al chiarimento tra gli ex alleati di governo. Nel paese si andavano contemporaneamente infittendo gli episodi della contestazione universitaria ed operaia.
Già dai brevi cenni sommari fatti in questa Cronologia, si evince che la contestazione giovanile è stato un fenomeno di vasta portata internazionale (Hanna Harent scrisse che la contestazione ebbe un carattere mondiale) , protrattosi ancora qualche anno seppur affievolito. Ebbe una natura variegata. A grandi linee , però, può essere descritto come un’aspirazione giovanile indotta da un desiderio di libertà. Tuttavia questo desiderio di libertà non diviene qualcosa di liberale perché pretende di realizzarsi subito e perché non si pone il problema di come realizzarsi (mentre tener conto del tempo fisico e del come concretizzare un’idea, sono due presupposti ineludibili del liberalismo) e così imbocca la via di un sinistrismo di per sé fermo al passato, dato che non si pone neanche il problema né del tempo né del come realizzarsi.
Da rilevare inoltre che, a parte i persistenti aspetti culturali, la contestazione giovanile incise nei rapporti civili dei principali paesi dell’Occidente. In particolare negli Stati Uniti, in Francia, in Inghilterra, in Olanda, in Germania, in Italia . Peraltro, negli altri paesi, si trattò in genere di una influenza più circoscritta negli ambienti coinvolti e più limitata nel tempo, rispetto agli esiti materializzatisi nella situazione italiana. In questo caso, l’esistenza nella società di profonde radici avversarie del metodo liberale in quanto vero nemico dell’ordine naturale, lasciarono campo libero al diffondersi della contestazione giovanile quale sinistrismo refrattario al porsi il problema dei tempi e dei modi per realizzare quanto propone. Una sorta di infezione propagatasi da allora per decenni e pressoché incurabile nei suoi negativi effetti sul libero convivere.
4.8 La scienza nei tre decenni dal 1940 al 1970 – La scienza proseguì, o meglio accelerò, i suoi ritmi conoscitivi , resi già più intensi dalle vicende belliche combattute ed in prospettiva. Ho già accennato a lavori, ad esempio il radar , i missili o la produzione della bomba atomica, magari iniziati in anni precedenti e applicati in concreto dall’inizio anni quaranta.
Riprendo ora un esame rapido del settore per gli altri aspetti, solo per tratteggiare quelli di maggior rilievo quanto al profilo delle analogie con la cultura liberale. Di fatti, va considerato che lo sviluppo scientifico è stato talmente enorme in quantità e in velocità, da escluderne una descrizione completa in un volume sulla Cronologia del Liberalismo.
In tale logica e richiamando solo per memoria i tanti e importanti progressi fatti in campo matematico, parto dal ricordare, scegliendo da un vasto mazzo, la realizzazione in America dello spettrofotometro, in Germania dei poliuretani (in seguito diffusissimi), la scoperta di un nuovo poliestere poi usato per produrre tessuti comunissimi e imballaggi, la sintesi del metadone, l’avvio dell’uso della penicillina, in seguito anche sintetizzata e compresa nella struttura fondamentale, la scoperta del plutonio, l’aver capito la biosintesi del colesterolo e il come si forma nel corpo umano, l’aver rilevato gli effetti dell’LSD, il completamento da parte dell’inglese Huxley della teoria evolutiva con le sopravvenute conoscenze della genetica, la teoria dei giochi di Von Neumann e Morgstern, la produzione dei siliconi, il ruolo del DNA, la scoperta degli antistaminici, l’introduzione della risonanza magnetica nucleare, la costruzione del primo computer elettronico, l’ENIAC, la sintesi del cortisone, la datazione dei reperti archeologici con il carbonio radioattivo, l’interagire tra specie di virus, l’effetto transistor (una tra le prime grandi innovazioni dell’applicare i principi della quantistica ), l’elettrodinamica quantistica (cioè l’interazione tra luce e materia), l’aver compreso la struttura reticolare del cervello umano, la conferma della deriva dei continenti, l’evoluzione applicata alla botanica. Tutto ciò solo nel primo decennio degli anni ’40.
Quanto al decennio successivo – sempre con il criterio di ricordare solo per memoria i tanti e importanti progressi fatti in campo matematico nonché con il criterio di una sommaria scelta nel vasto mazzo – cito il primo sistema di televisione a colori, il primo grande computer commerciale , l’UNIVAC, l’entrata in funzione del primo radar meteorologico, l’aver svelata la struttura delle proteine, l’aver trovato il progesterone sintetico per uso contraccettivo, la registrazione dell’attività elettrica delle sinapsi e la definizione del loro funzionamento, la prima esplosione termonucleare (potenza cinquecento volte Hiroshima), la scoperta di nuovi elementi chimici, l’aver effettuata la prima clonazione, l’introduzione dei vaccini per la poliomielite, l’aver creato la plastica Moplen per cui fu dato il Nobel all’italiano Natta e fabbricato il polipropilene, l’aver individuata la struttura a doppia cellula del DNA, l’aver eseguito un intervento a cuore aperto, l’aver provato che la forma di una proteina è quella più stabile in termini termodinamici, la scoperta dell’antiprotone, l’aver definita la struttura dell’insulina e quella della cellula, la struttura vitamina B12, il lancio da parte URSS dello Sputnik satellite artificiale, l’aver individuato l’interferone, costruito un circuito integrato su una sola lastrina di silicio, realizzato il diodo tunnel quantistico, trovato un farmaco antirigetto, dato il nome di “buco nero” al fenomeno di una stella collassata dotata di un campo gravitazionale intensissimo che trattiene energia, introdotto il dispositivo luce laser, eseguita la sintesi della clorofilla. Tutto questi progressi nel decennio degli anni ’50.
Per il decennio degli anni ’60 – sempre con gli stessi criteri, quello di ricordare solo per memoria i tanti e importanti progressi fatti in campo matematico nonché quello di una sommaria scelta nel vasto mazzo – ricordo alcuni importanti avanzamenti nel conoscere verificatisi in questo periodo. Parto dal decifrare il codice genetico avviato allora, e proseguo con la scoperta che i due emisferi celebrali elaborano ciascuno indipendentemente dall’altro, con l’invio delle sonde planetarie Mariner, con la scoperta che tra due superconduttori debolmente accoppiati passa una corrente continua senza applicare tensione, con la tecnologia per arrivare a temperature assai prossime allo zero assoluto, con l’aver ottenuto il propanolo farmaco decisivo nelle terapie cardiovascolari, con l’avvio di studi sul caos deterministico riprendendo i fondamentali contributi di Poincaré a inizio secolo, con il rilevare i quasar vale a dire nuclei luminosissimi di galassie in estrema lontananza alimentati da un buco nero al centro, con lo svilupparsi del Modello Standard, una teoria fondamentale che descrive le particelle elementari della materia e le forze alla base delle loro interazioni eccetto la gravità, con il lancio di un satellite sincronizzato con la rotazione della Terra, con il trovare una tecnica di fecondazione in vitro, con il prevedere l’esistenza del Bosone di Higgs (particella elementare importante per il Modello Standard) e dei quark (costituenti dei protoni e dei neutroni), con l’individuare altri elementi chimici, con la sintesi di composti biochimici, con il primo modello per costruire gli alberi filogenetici umani basati che fu una svolta cruciale negli studi sull’evoluzione, con l’aver rilevato la radiazione di fondo cosmologica, con il riconoscere le faglie trasformi una nuova tipologia evolutiva in ambito geologico, con il conoscere i meccanismi della trasmissione sinaptica, con l’introdurre la computer graphics per studiare le strutture chimiche complesse e le interazioni tra gli atomi, con la scoperta di radiosorgenti stellari che pulsano molto regolarmente, le “pulsar”, con l’entrata in funzione in paesi diversi di acceleratori o di particelle o di elettroni o di protoni, con la nascita in Italia della teoria delle stringhe un modello per la diffusione di particelle, con i primi interventi per rimuovere ostruzioni dei vasi sanguigni, con l’introduzione della Tomografia Assiale Computerizzata fatta da un tubo a raggi X ruotante attorno al paziente, riprendendo numerose immagini ricostruite tridimensionalmente da un elaboratore elettronico, con lo sbarco umano sulla Luna, con il frequente lancio di stazioni e sonde spaziali nonché di satelliti, con l’entrata in funzione di nuovi grandi telescopi in giro per il mondo, con la capillare diffusione delle fibre ottiche, con il consistente sviluppo della tecnologia laser, con il capire che il RNA non sia un portatore d’informazioni genetiche ma anche un loro elaboratore.
Faccio infine un’eccezione citando il matematico americano Nash che, per i suoi lavori sulla teoria dei giochi (in specie l’ottimizzazione di sistemi in competizione). avrà in seguito, decenni dopo, il Nobel per l’Economia. Soprattutto faccio un’altra eccezione, a metà tra la scienza e la tecnologia, che ha avviato in tutto il mondo un cambiamento epocale permanente nella vita quotidiana degli umani, in specie su quelli di sesso femminile. Nel decennio del ’50, negli Stati Uniti venne introdotta in base a studi decennali, la pillola ormonale, poi approvata ufficialmente nel 1960. Dopo millenni in cui la separazione tra sessualità e riproduzione dipendeva essenzialmente dal caso, dopo che negli ultimi decenni la contraccezione disponeva solo di strumenti di barriera ancora problematici, quali i profilattici e i diaframmi, la pillola orale costituì una svolta molto profonda nei costumi, aprendo la strada all’emancipazione femminile in questo settore chiave e alla possibilità di decidere quando far crescere la famiglia.
In questo decennio un passo scientifico molto significativo furono i lavori nel 1964 dell’importante fisico inglese John Bell. Si pose il problema di trovare le condizioni per cui la meccanica quantistica fosse incompleta. Era la tesi del paradosso elaborato nel 1935 da Einstein-Podolsky-Rosen , per la quale la meccanica quantistica non può soddisfare insieme a tre criteri: di realtà, di località e di completezza. Di conseguenza, devono esistere dei gradi di libertà addizionali rispetto a quelli considerati dalla quantistica, che la rendano deterministica anch’essa. In altre parole, la quantistica è incompleta siccome manca di ulteriori variabili ancora ignote, in pratica idee preesistenti alle indispensabili misurazioni.
Questo , secondo il principio einsteiniano di realismo locale, perché una misurazione rivela una proprietà preesistente nella realtà fisica (realismo) e perché una relazione di causa-effetto tra due eventi, è possibile solo se sono connessi da una catena di eventi che si propagano ad una velocità non superiore a quella della luce nel vuoto (località), che è un limite teorico invalicabile per la relatività. Bell individuò in dettaglio alcune leggi fisico-matematiche, note come disuguaglianze di Bell, che costituiscono le condizioni da rispettare dalle misurazioni nel caso il realismo locale sia valido. Al momento, tali disuguaglianza parevano avvalorare il paradosso del 1935 che definiva incompleta la meccanica quantistica. Tanto che lo stesso Bell si pose per scritto una serie di interrogativi di tono dissacrante relativi alla prescrizione quantistica che, per conoscere la realtà, impone l’esistenza di un osservatore che misura.
In ogni caso, è bene rilevare che in tutto il trentennio qui preso in esame, la meccanica quantistica restava una teoria ancora molto controversa, eppure le sue indicazioni operative erano molto seguite già all’epoca. Tanto che è un dato di fatto che tutte le maggiori scoperte del trentennio, comprese molte di quelle sopra richiamate, sono frutto dell’applicare la meccanica quantistica. E che l’applicare la meccanica quantistica ha spinto a ricercare e a trovare conferme alle previsioni fatte (tipo il bosone di Higgs mezzo secolo dopo). Già allora la meccanica quantistica funzionava in pieno.
In generale, ho ritenuto necessario soffermarmi, sia pur brevemente, anche sui progressi scientifici del trentennio dal 1940 al 1970, per dare una volta di più l’idea dell’enorme differenza tra i ritmi conoscitivi della scienza rispetto a quelli delle vicende politiche del convivere (compreso quando è in ballo il liberalismo , che pure è di gran lunga più dinamico nel confronto con le altre culture politiche). Siccome si tratta di un argomento importante, lo approfondisco nel capitolo finale di riflessione complessiva sulla Cronologia.
4.9 La particolarità delle istituzioni svizzere – Nella mia Cronologia Essenziale del Liberalismo, che ovviamente si focalizza sull’Occidente, desidero inserire un rapido cenno anche ad uno Stato geograficamente al centro dell’Europa, con strutture simili al tipico modello occidentale, certo non sorde ai principi di libertà, ma anche legate ad abitudini antiche e dotate di specifiche singolarità. E’ la Svizzera, che da diversi secoli ha delle istituzioni costruite combinando ispirazioni e culture politiche differenti.
All’origine della Svizzera, c’è il Patto del 1291 tra i tre Cantoni primitivi per aiutarsi contro le aggressioni esterne e garantire la pace interna insieme ai propri diritti. Nei secoli, si aggiunsero altri cantoni fino a formare la Confederazione, che nel 1848 divenne lo stato federale moderno (sempre più popolato, dai due milioni 392 mila del censimento del 1850 ai cinque milioni 530 mila di quello del 1960, mentre negli stessi due censimenti gli stranieri passarono dal 2,9% al 10,8 %).
La Svizzera ha una lunga tradizione di multilinguismo. Nel periodo qui considerato, quattro lingue ufficiali insegnate a scuola con un diverso peso di utilizzo (parlano il tedesco un po’ oltre i tre quinti degli svizzeri, il francese tra un quinto e un quarto, l’italiano sul dieci per cento, il romancio nemmeno l’un per cento) e molti plurilingui. Negli anni ’60, la Confederazione comprendeva 22 Cantoni, ciascuno con varia densità di popolazione (da poco oltre dieci mila a più di un milione) e con propri organi dirigenti. A livello nazionale è guidata dal Parlamento composto dal Consiglio nazionale rappresentativo dei cittadini e dal Consiglio degli Stati rappresentativo dei Cantoni. Ambedue sono eletti ogni quattro anni, il primo scegliendo in ciascun Cantone con metodo proporzionale i delegati ad esso attributi in base alla popolazione, e il secondo scegliendo in ciascun Cantone con metodo maggioritario i due delegati di quel Cantone (oppure l’unico delegato in sei Cantoni più piccoli), fermo restando che tutti questi delegati non ricevono indicazioni dai Governi o dai Parlamenti dei rispettivi Cantoni .
I due Consigli hanno pari poteri e struttura analoga. Approvano le leggi separatamente e si riuniscono in periodi diversi, salvo quando si riuniscono in Assemblea plenaria per le decisioni importanti. La loro attività prevede ogni anno quattro sessioni ordinarie, pubbliche, ciascuna delle quali dura tre settimane. Sono titolari della direzione e delle questioni concernenti l’organizzazione e la procedura dei rispettivi Consigli, l’Ufficio del Consiglio nazionale e quello del Consiglio degli Stati. Le sessioni dei Consigli sono precedute dai lavori delle Commissioni (lavori confidenziali per agevolare l’elaborazione di soluzioni pragmatiche e largamente condivise) e dei Gruppi parlamentari (dello stesso partito o di partiti di analogo orientamento politico).
In particolare, il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati si riuniscono insieme in seduta plenaria per eleggere il Consiglio Federale di sette membri, che ha la durata di quattro anni. Ogni candidato deve ottenere la maggioranza dei voti validi e se eletto potrà essere rieletto. I sette membri eleggono il loro Presidente ogni anno a rotazione. Il Presidente esercita mere funzioni di rappresentanza e non ha più potere degli altri sei del Collegio.
In Svizzera sono attribuite forti autonomie ai cittadini. Sia con frequenti referendum per materia (circa tre volte l’anno) sia con ampie competenze ed autonomie riconosciute ai Cantoni e ai Comuni. Ogni Cantone ha una Costituzione, un Parlamento, un Governo e suoi Tribunali. Le più numerose competenze sono attribuite al Comune , e solo se necessario le competenze sono delegate ai livelli superiori, cioè ai Cantoni e alla Confederazione. Una curiosità. In due piccoli Cantoni (Appenzello Interno e Glarona), le votazioni e le elezioni cantonali avvengono ancora per alzata di mano sulla piazza del capoluogo.
Quanto al confronto politico, in Svizzera, dall’inizio ‘800 il liberalismo si è avvalso della capacità di far emergere gli aspetti positivi della Rivoluzione francese soffocati dal Terrore. All’epoca inoltre fruì dell’apporto dei molti fuggitivi dalla Germania, in cui contro i liberali c’era una decisa repressione. Ben presto si staccò dal movimento liberale l’ala sinistra, i Radicali, più legati alle necessità dei Cantoni rispetto all’unità istituzionale ed influenzati dai nascenti gruppi democratici e socialisti. Lungo il secolo con il sistema maggioritario i Radicali, sporadicamente anche in accordo con i liberali più tradizionali, risultarono i più forti e si impegnarono essenzialmente contro i conservatori cattolici, i quali, oltre ai forti dissensi di origine religiosa, erano al fondo ostili a cambiamenti consistenti nella gestione politico istituzionale. All’inizio del ‘900, si costituì , a destra del PRD, il Partito Liberale Svizzero più attento ai temi economici e più vicino alle elites. All’indomani della Prima Guerra Mondiale, venne introdotto il proporzionale e i Radicali persero l’egemonia anche se andavano riscoprendo l’antica anima delle libertà individuali, del sistema economico libero , dell’intervento dello Stato ridotto. I rapporti con il PLS si irrobustirono. La prevalenza dei radicali liberali finì con il maturare nel 1959 del nuovo assetto politico che, al fine di potenziare la spinta al comporre le scelte politiche, creò la cosiddetta “formula magica” nel Consiglio federale. Da allora il Consiglio federale è composto da due PLD, due PDC, due socialisti e un agrario. Il PLR e il PLS hanno mantenuto nel complesso una forza elettorale significativa e stabile ( da un sesto ad un quarto), confermando la loro importanza ai fini del sistema di concordanza vigente. I partiti liberali svizzeri hanno sempre avuto una consistente rappresentanza nell’Internazionale Liberale.
Da quanto esposto sopra, si vede che la struttura istituzionale della Svizzera rientra a pieno titolo nell’Occidente e nello spirito della libertà. Anzi sotto diversi aspetti mostra di adottare metodi liberali, il che è poi la ragione della sua capacità di mantenere una tradizione secolare e insieme di stare al passo all’evolversi dei tempi quanto a crescita economica, a sviluppo civile e a progresso tecnologico. Sono almeno cinque i metodi liberali adottati. Le istituzioni basate sul voto dei cittadini (con le legislative e con i referendum) al posto dei gruppi dirigenti al potere; gli eletti, anche quelli al vertice nel Collegio dei sette, impossibilitati ad assumere una posizione di primato personale incontrollabile; la presenza dei Cantoni con la loro ampia autonomia , un vaccino contro l’accentrarsi del Governo federale: l’impegno per trovare soluzioni equilibrate e concordate ai nodi del convivere insorti nel tempo ; la capacità, mediante l’uso della libertà civile interna in termini federalisti, di mantenersi estranei alle guerre (salvo quella civile di tre settimane nel novembre 1847 per impedire la secessione di alcuni Cantoni cattolici) e di costruire la propria neutralità internazionale nel mezzo degli scontri bellici. Nel complesso è evidente che la caratterizza essenziale del sistema svizzero sta nel seguire l’affidarsi alle scelte dei cittadini, appunto il cuore del sistema liberale. L’influenza di questo sistema consente alla Svizzera di sviluppare al passar del tempo migliori condizioni di vita nella libertà del convivere.

