L’intervista in volo di Papa Francesco

Scritto per la rivista bimestrale NON CREDO

Papa Francesco, dal punto di vita laico, è liberissimo di sostenere quello che crede in tema di religiosità. Proprio per questo, le parole dette ai giornalisti in aereo tornando a metà settembre dal viaggio a Budapest e a Bratislava, richiedono una forte risposta dalla cultura laica almeno sui due temi toccati  che entrano direttamente in aspetti politici del convivere.

A proposito dell’Unione Europea ha sostenuto che “non è una riunione per fare le cose, c’è uno spirito alla base della Ue che hanno sognato Schumann, Adenauer, De Gasperi”. Cominciamo dal dire che, sotto il profilo del sogno, l’Europa viene dal sogno laico già negli anni venti e trenta dei laici liberali e socialisti quali Luigi Einaudi e Giuseppe Modigliani e poi negli anni quaranta dei laici del Manifesto di Ventotene,  Colorni, Rossi e Spinelli. Insomma, l’Europa non è stata affatto un sogno dei cattolici, come fanno intendere i tre nomi citati da Francesco. A parte questo, il punto è che quel sogno sfociò nel tentativo di una Comunità Europea di Difesa  naufragato nel 1954. La questione essenziale sta qui. Il sogno era fondato sull’idea di fare dell’Europa una sorta di alleanza tradizionale tra gli stati e appunto per questo naufragò. L’Europa fu concepita davvero  per l’iniziativa presa dal Ministro degli Esteri, il liberale Gaetano Martino, che riunì altri cinque colleghi (Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda) nella Conferenza di Messina a giugno 1955. Là fu mutato l’approccio per costruire l’Europa nata con i Trattati del ‘57. Invece che sull’alleanza tradizionale tra gli Stati, si scelse di puntare sulla collaborazione economica a passo a passo  che si focalizza sui cittadini di ogni paese innescandone la partecipazione diretta.

Da questi rapidi cenni, già si coglie il perché le parole di Francesco sono ingannevoli dal punto di vista civile. L’UE è stata concepita proprio per fare le cose collaborando quotidianamente tra i cittadini. Quindi, non si tratta come afferma il Papa di “ andare alla mistica, cercare le radici dell’Europa e portarle avanti” . Sarebbe un tipico disegno nella logica dell’autorità che indica cosa fare. Mentre lo spirito che ha fatto nascere l’Europa è stato quello del fondarsi sull’attività autonoma dei cittadini , non su quella degli Stati. Nessuna mistica del dover essere. Né radici impositive. Le radici dell’UE sono il libero relazionarsi e il confrontarsi  dei cittadini. Che nelle materie di competenza UE sono sempre chiamati a scegliere cosa vogliono fare. Ad esempio, ad oggi la questione della difesa comune che tanti riterrebbero utile nella nuova situazione mondiale, deve essere discussa prima dai cittadini dell’UE, poiché al momento il tema non rientra tra le competenze dell’Unione. In sintesi, qualsiasi siano i tentativi di Francesco di far apparire il contrario, l’UE è una tipica costruzione concepita al di fuori del recinto religioso e affidata ai cittadini, i quali ne sono l’unico principio e valore di fondo.

Nell’intervista del Papa sull’aereo, c’è poi un altro passaggio che tocca una questione civile e va confutato dalla  cultura laica. Quando ha affermato che i vescovi agiscono non come teologi ma come pastori, dato che “tutti sono figli di Dio e hanno bisogno della nostra vicinanza pastorale, poi il pastore risolve le cose come lo Spirito gli indica”. Qui il dato chiave è l’amissione che il cosiddetto pastore agisce secondo le indicazioni dello Spirito Santo, dunque applica la fede religiosa, in pratica l’indicazione teologica. Ma la fede religiosa ha pieno diritto di cittadinanza ma senza fingere di essere altra cosa da quello che è. Quelli che il Papa chiama atti pastorali sono atti di un credo religioso (le indicazioni dello Spirito Santo) e come tali dimostratisi nei secoli sperimentalmente del tutto inadatti a trattare argomenti della vita civile ed istituzionale. Francesco afferma che “ogni volta che i vescovi hanno gestito non come pastori un problema si sono schierati sul versante politico”. Ma è una pura foglia di fico. I vescovi si schierano sul versante politico ogni volta che intervengono con atti pastorali, cioè religiosi, in questioni attinenti la vita quotidiana . Pretendendo di indicare precetti di vita civile mediante la religione, che non è per natura in grado di darli.

In conclusione, la cultura laica riconosce piena libertà di espressione alla religione cattolica, ma  deve di continuo spingere ogni cittadino, in primo luogo quelli laici, a far funzionare il proprio spirito critico non assoggettandosi al credo.

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La sentenza della Cassazione sul Crocifisso

Scritto per la rivista bimestrale NON CREDO

Una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni riunite nella prima metà di settembre,  è per un primo aspetto innovativa e per un secondo evasiva (o meglio opportunistica). Giudicando su una controversia tra una scuola pubblica di Terni che ha imposto di appendere il Crocifisso in un’aula ed un insegnante che non voleva far lezione con quell’arredo, la Corte ha stabilito che non è obbligatorio esporre il Crocifisso in un’aula della scuola pubblica e che  “in ogni caso va ricercato un ragionevole accomodamento tra posizioni difformi”. Infatti la norma richiamata dalla dirigenza scolastica nella circolare che disponeva l’esposizione del crocifisso,  era non “conforme al metodo di una comunità scolastica dialogante che ricerca una soluzione condivisa nel rispetto delle diverse sensibilità”. Questo perché il regolamento di un secolo fa – la sola norma esistente in materia –  va interpretato secondo la Costituzione. E la Costituzione  prescrive che ogni cittadino sia eguale dinanzi alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Questa decisione ­– che dopo più di dieci anni ha tolto le sanzioni allora erogate al docente –  fa compiere un grosso passo avanti  a quei principi di convivenza laica fondata sul cittadino, che la parte clericale del mondo cattolico  è sempre pronta ad aggirare anteponendo l’autorità.  Ma al tempo stesso è una riprova di come sia irrinunciabile un continuo impegno dei cittadini liberi perché  la concezione dello Stato laico non è pacificamente attuata nella nostra Repubblica, tuttora pervasa di conformismo clericale

Questo per il primo aspetto. Poi c’è il secondo. Anche questa sentenza della Corte di Cassazione  non ha effettivamente risolto il problema dell’esposizione del Crocifisso nelle Aule scolastiche. Perché non definisce cosa succede quando c’è la materiale imposizione del  Crocifisso da parte di uno zelante dirigente scolastico clericale, nonostante non esistano le norme per farlo e in barba all’indirizzo della Corte. In pratica, la Corte di Cassazione nulla prescrive circa la procedura per realizzare quel ragionevole accomodamento previsto nella sua stessa sentenza. Che è una procedura opportuna nella convivenza plurale. Ma  che non si può fingere venga davvero applicata. Una fetta importante della burocrazia scolastica, a parole accetta che l’esposizione del crocifisso non debba essere impositiva, ma poi  pretende di esporlo in nome di una presunta tradizione italiana anche quando non l’accettano tutti nella classe, il professore o alcuni degli studenti. In questo modo, i clericali alimentano la diffusione dell’idea conformista secondo cui esisterebbe ancora la religione di tutta l’Italia.

Questa sentenza della Cassazione è l’ennesima riprova di due dati politici distinti che comportano ambedue un forte impegno civile dei laici. Il primo è che la libertà di autodeterminazione del cittadino richiede un continuo forte impegno civile dei laici per far sì che i principi della laicità istituzionale vengano davvero  attuati nella convivenza,   al tipico fine  di migliorare le condizioni di vita del cittadino nel tempo che scorre, prima  di pensare agli interessi del proprio gruppo. Il secondo dato politico è che nella vicenda dell’esposizione del Crocifisso nelle Aule scolastiche, il nemico della laicità è la mentalltà clericale insediata delle scuole italiane (non la Chiesa come istituto). I clericali della scuola utilizzano la disputa sull’esporre il Crocifisso per far valere in due sensi il privilegio di stabilire l’arredo dell’istituto pubblico. Una volta per esibire il dominante potere impositivo della mentalità del proprio clan nell’organizzare la didattica. L’altra volta per diffondere nel paese la pratica conformista    di ossequiare il simbolo della religione cattolica discriminando quelli delle altre religioni.

L’esame della problematica che si apre con questa sentenza della Cassazione a sezioni Unite, costituisce un’ulteriore prova di come non si possa mai considerare acquisito definitivamente il rispetto dei principi laici e occorra un impegno continuo nella vita quotidiana.   Il conformismo clericale, se non ostacolato di continuo, finirebbe per dilagare.

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IL TAGLIANDO ALLA RIVISTA NON CREDO

Sollecitato dal Direttore e letta l‘interessante riflessione su “Forme e Limiti della  Non Credenza” di Giancarlo Straini, non potendo intervenire all’incontro Vi invio questo schema  di mia riflessione circa il rivisitare  NON CREDO auspicato dal Direttore. Anche, devo dire, se non ne ho ben colto le ragioni, a parte quella ovvia del rinnovare ogni intrapresa dopo qualche tempo.

Inizio dall’osservare che la stessa periodicità bimestrale consiglia di mantenere l’anima della rivista. Anima che, a mio parere, consiste nel diffondere i principi sperimentali dell’impegno laico civile e della relativa consapevolezza (da far maturare il più possibile), che sono alla base dell’evolversi positivo della convivenza tra individui diversi, laici (moltissimi seppur minoritari) e non laici (la maggioranza).  

I principi sperimentali laici emersi nei secoli fino al 2021, sono lo strumento migliore perché si realizzi  la convivenza tra diversi più adatta a consentire che ognuno possa esprimersi e vivere come ritiene opportuno nel rispetto delle norme che nel tempo i cittadini diversi hanno scelto. Quelle norme che tanto più funzionano quanto più corrispondono all’esigenza di applicarsi alle diversità e di farle evolvere pacificamente  in libertà conservando le specificità che ognuno esprime.

Ne consegue che NON CREDO dovrebbe focalizzarsi sul cogliere negli avvenimenti del mondo (anche quelli passati ma con particolare attenzione a quelli attuali) le indicazioni atte a rafforzare nei lettori il volere norme e il praticare comportamenti diretti ad aumentare il tasso di laicità delle istituzioni, nella struttura e nel funzionamento effettivi.  Così assicurando che sia la diversità del cittadino l’anima vera e il motore della nostra Repubblica.  L’obiettivo di NON CREDO è dunque opposto all’intento di formare un cittadino modellato su una laicità ideale predefinita, uniforme e fuori del tempo, che non può esistere se non contraddicendosi. L’uguaglianza si limita ai diritti giuridici di ogni cittadino, non comprende la pretesa di rendere uguale l’esercizio che ciascuno fa delle proprie libertà. 

Da questo punto di vista, può essere esaminata l’eventualità  di una modifica del titolo della rivista. Di fatti il nome NON CREDO può anche venir inteso come un obbligo a non credere in campo civile.  Il che non è sempre detto, in quanto i laici riconoscono che le religioni, inadatte sperimentatamente nella storia a regolare la convivenza tra diversi, è fisiologico abbiano dei cultori riguardo ad aspetti della vita ancora non conosciuti, ovviamente restando separate dal lavoro  istituzionale indispensabile per convivere. Pertanto, considerato che l’esercizio dello spirito critico di ognuno in qualsiasi occasione  è la caratteristica precipua della laicità, potrebbe essere presa in esame una testata  denominata “SPIRITO CRITICO”, con sottotitolo “Nuova Serie della rivista NON CREDO di Religion’s Free”.

In ogni caso, la testata dovrebbe potenziare intanto l’uso del mezzo informatico e studiare la convenienza dell’adoperare il formato ebook  parziale od esclusivo, che potrebbe essere più veloce nei tempi di stampa e diffusione nonché mano oneroso. Quanto ai contenuti , sarebbe normale accentuare una ragionata attenzione ai fatti concreti – del passato (senza eccedere) e del presente (con frequenza più ampia) – lasciando alle questioni spirituali soprattutto , ma anche a quelle più strettamente filosofiche, solo lo spazio da dedicare agli aspetti culturali di opportuno contorno ai messaggi di realismo operativo che costituiscono il compito editoriale dalla rivista. Un’impostazione di questo tipo mantiene al riparo  dall’azione corrosiva che al giorno d’oggi stanno esercitando i social e  i tantissimi giornalisti al loro seguito, nel rilanciare di continuo una sostanziale disinformazione, sostituendo i fatti con i miti della notorietà e con il politicamente corretto voluto dai proprietari degli stessi social e delle testate giornalistiche, d’ogni tipo. 

Quest’azione corrosiva distorce la realtà. Che non è determinabile a tavolino e  che si svolge su un’ampia base di criteri probabilistici, i quali, ignorati, sono il motivo dei fallimenti della staticità e del determinismo.  La realtà dominata dall’incertezza probabilistica è la radice della laicità tra diversi quale motore dell’evolversi istituzionale,  un meccanismo da manutenere di continuo. Sono queste le ragioni di fondo per cui la rivista NON CREDO (o come si chiamerà) deve persistere nell’evitare la ricerca di un consenso acritico ed emotivo, che contraddice la natura della laicità  e ne vanifica l’azione. Il gradimento della rivista non deve mai disgiungersi dalla valutazione critica dei suoi contenuti, maturata in chiave bilaterale tra corpo redazionale e lettori.

La laicità rifugge concetti d’origine religiosa (nonostante vengano fatti passare oggi come di sinistra) quali la speranza nel futuro e nel sociale. Perché  non ha senso sperare nel futuro, visto che  in nessun caso sarà quanto scritto in qualche libro sacro e che sarà in larga parte  ciò che verrà costruito oggi dalle scelte di tutti i conviventi senza affidarsi alle illusioni (perciò è importante far pesare il più possibile i suggerimenti dello spirito critico). E perché il sociale è una teorizzazione concettuale, di nuovo di origine religiosa (nonostante venga fatta passare come il massimo di consapevolezza civica responsabile), concepita per nascondere la realtà della miriade di relazioni interpersonali dell’individualismo  metodologico tra un enorme numero di cittadini in carne ed ossa. Una teorizzazione utile nei fatti a chi intende sovrapporsi con un’autorità al cittadino che si autodetermina.

Ovviamente il compito di un bimestrale di cultura laica coerente, consiste nell’impegnarsi costantemente ad indicare ai lettori le fasi della continua sfida in corso nel paese tra autorità e libera autodeterminazione. Una sfida che è sempre cangiante nei duellanti e nei temi. Quanto ai duellanti, è importante non far mai dimenticare ai lettori che oggi il nemico della laicità  non è solo la Chiesa cattolica , dal momento che vi sono altri centri di attacco all’autonomia del cittadino. Al punto che talvolta non è neppure il nemico principale. Quanto ai temi è importante non far mai dimenticare ai lettori che non esiste solo il pericolo derivante da un’autorità religiosa che attenta alle libertà del cittadino, ma che non di rado c’è anche quello derivante da altre forme di rigidità nei rapporti civili in vari campi che si frappongono al libero esercizio delle libertà di ciascuno. A cominciare dalla disattenzione alle condizioni economiche di ciascuno (che non riguardano solo l’interessato) od anche da quel conformismo che omette le scelte del cittadino. Per esempio, la recente sentenza della Cassazione sul Crocifisso nelle aule, ha sancito il principio del non obbligo dell’esporlo ma non ha detto come potrà realizzarsi il ragionevole accomodamento previsto in sentenza quando non troverà la disponibilità di zelanti dirigenti scolastici  clericali (esterni alla Chiesa).

In  poche parole, un bimestrale di cultura laica  deve esser sempre schierato a sostenere in maniera motivata l’evolversi della convivenza tra cittadini diversi contro qualsiasi tentativo di imbrigliarlo per impedirlo e quindi per mantenere rigidi sia le istituzioni che gli usi pubblici. Deve  indicare la maggiore efficacia del metodo di agire per singoli punti e gradi  al fine di realizzare una riforma di libertà, senza trasformare chi adotta questo sistema monotematico in una classe privilegiata.  Deve  mostrare ai cittadini l’importanza laica di raggrupparsi con altri dotati delle proprie stesse caratteristiche di questo o quel genere , senza trasformare il gruppo in sigle  di presunta superiorità o valore mediatico. Deve illustrare come sia decisivo per i laici sciogliere i nodi  che limitano la libertà nel convivere, non limitandosi ad enunciare manifesti dichiarativi, bensì promuovendo norme  redatte in coerenza con le regole generali di libertà già esistenti  (impostazione di rado seguita, vedi l’attuale caso del ddl Zan).

Insomma. un bimestrale di cultura laica  deve tener presente in ogni momento che la laicità non può esser mai impositiva di un dover essere. Ed avere consapevolezza che la logica universalistica dei buoni contro i cattivi e dell’utopia, è antilaica nel profondo, perché implica un mondo perfetto di uguali mentre in ogni tempo esisteranno nel mondo vero coloro che, in ossequio alla diversità, NON sono laici

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Esporre il Crocifisso nelle aule non è obbligatorio

A metà settimana, la Corte di Cassazione a Sezioni riunite ha emesso una sentenza di ampia portata sulla nostra convivenza. Giudicando su una controversia tra una scuola pubblica di Terni che ha imposto di appendere il Crocifisso in un’aula ed un insegnante che non voleva far lezione con quell’arredo, la Corte ha stabilito che non è obbligatorio esporre il Crocifisso in un’aula della scuola pubblica e che  “in ogni caso va ricercato un ragionevole accomodamento tra posizioni difformi”. Infatti la norma richiamata dalla dirigenza scolastica nella circolare che disponeva l’esposizione del crocifisso,  era non “conforme al metodo di una comunità scolastica dialogante che ricerca una soluzione condivisa nel rispetto delle diverse sensibilità”. Questo perché il regolamento di un secolo fa – la sola norma esistente in materia –  va interpretato secondo la Costituzione. E la Costituzione all’art.3 prescrive che ogni cittadino sia eguale dinanzi alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Questa decisione ­– che dopo più di dieci anni ha tolto le sanzioni allora erogate al docente –  fa compiere un grosso passo avanti  a quei principi di convivenza laica fondata sul cittadino, che la parte clericale del mondo cattolico  è sempre pronta ad aggirare anteponendo l’autorità.  Ma al tempo stesso è una riprova di come sia irrinunciabile un continuo impegno dei cittadini liberi perché  la concezione dello Stato laico non è pacificamente attuata nella nostra Repubblica, tuttora pervasa di conformismo clericale

Di fatti, anche questa sentenza della Corte di Cassazione  non ha effettivamente risolta la questione in esame. Non definisce cosa avviene quando si verifica la materiale imposizione del  Crocifisso da parte di uno zelante dirigente scolastico clericale, nonostante non esistano le norme per farlo e senza applicare l’indirizzo della Corte. In pratica, resta indefinita  la procedura di quel ragionevole accomodamento previsto nella sentenza. Che è una procedura di sicuro opportuna nella convivenza plurale. Ma  che di sicuro non si può fingere venga davvero applicata. Una larga fetta della burocrazia scolastica, a parole afferma che l’esposizione del crocifisso non è impositiva, ma poi la pretende anche quando alcuni degli astanti non l’accettano. Così i clericali alimentano la diffusione dell’idea conformista secondo cui esisterebbe ancora la religione di tutta l’Italia.

Questa sentenza della Cassazione è l’ennesima riprova che la libertà di autodeterminazione del cittadino richiede un continuo forte impegno civile dei laici per far sì che vengano davvero  attuati nella convivenza i principi della laicità istituzionale,   al tipico fine  di migliorare le condizioni di vita nel tempo che scorre.

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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Recensione de “Il filo delle Libertà”

Due anni e qualche mese dopo il libro “Pietre” di cui feci con piacere la prefazione, Antonio Pileggi ha pubblicato un secondo libro, “Il filo delle libertà”, sempre edito da Rubbettino ,  di formato inferiore, di una novantina di pagine, che riproduce tre suoi scritti sull’intreccio tra politica e potere in materia di libertà di insegnamento nella scuola, di libertà religiosa e di  libertà politiche. E’  un nuovo contributo significativo alla sua concezione liberale di fondo, che in realtà riguarda tutti. Essere liberale in politica significa curare giorno per giorno le regole della convivenza al fine di renderla il più possibile aperta alle interrelazioni tra i cittadini e alle loro scelte.

Nell’introduzione l’autore sintetizza la funzione e il funzionamento delle libertà. Le quali sono il principio che il liberale mette prima di tutto al fine di organizzare il convivere tra cittadini diversi. Il punto è che le tre libertà di cui tratta questo libro, necessitano sempre di manutenzione e di vigilanza , perché  le libertà non si conquistano mai in modo definitivo. Da qui,  la crisi politico sociale  dell’Italia. E’ frutto dell’insufficiente presidio delle libertà dell’individuo di fronte al potere arbitrario dei potentati di ogni genere e di ogni generazione. Un’insufficienza di varia origine.  Le formazioni politiche non improntate al metodo democratico e rimpiazzate da partiti personali e padronali, le leggi elettorali riconosciute incostituzionali, la violazione sistematica  dell’obbligo costituzionale per chi esercita  funzioni pubbliche di adempierle con disciplina ed onore.

Il primo scritto riportato approfondisce la funzione della scuola e della cultura quale cuore pulsante  di un paese e del suo livello di libertà. La scuola ha il compito di trasmettere la cultura autonoma che alimenta la ricerca della conoscenza e lo spirito critico di ognuno. Per sottolineare tale ruolo, l’Autore richiama la Costituzione e le Carte internazionali che prescrivono di mettere al centro della scuola lo studente, e in specie il fanciullo, da farlo divenire capace di affrontare i problemi della vita. Per questo motivo in Italia, intorno  al duemila, venne pure introdotta nel Ministero una Direzione per lo Studente, rimasta però  al palo per carenza di risorse.

L’anima della scuola è la libertà d’insegnamento, che appartiene non ai soli docenti bensì all’intera scuola, purché realizzi quel dialogo educativo che è condizione di sviluppo dello spirito critico degli studenti e il vero interesse pubblico. La libertà di insegnamento è il risultato della collaborazione di fatto delle svariate professionalità che gravitano nel mondo della scuola, comprese quelle delle Regioni e degli Enti Locali. E che dovrebbe far conservare per i docenti una considerazione purtroppo assai affievolitasi nell’ultimo trentennio, anche a seguito del minor peso attribuito alla scuola.

La libertà di insegnamento implica l’evitare di maneggiare l’intero percorso professionale dei docenti – a partire dall’assumerli,  dal retribuirli, dall’aggiornarli – usando in modo arbitrario il potere e  trascurando le regole certe e i metodi trasparenti. Ciò perché la libertà di insegnamento svolge il suo fondamentale ruolo mediante il libero rapporto  dello studente con il docente e non potrebbe farlo con gli abusi e senza regole certe, che seminerebbero incertezze culturali e disattenzione per la ricerca della conoscenza.

Tutte queste specificità dell’insegnamento, spiegano l’importanza dell’annotazione che fa l’autore. La scuola non può essere considerata alla stregua di un’azienda o di una struttura sottoposta ad una catena di comando oppure venir frantumata da un’autonomia regionale differenziata, che di fatto rimette in discussione i meccanismi della libertà d’insegnamento. E neppure essere sottoposta alla politica dei tagli economici inaugurata venti anni fa, che ha lasciato in coda la ricerca educativa e il problema dell’affollamento delle classi, impoverendo la scuola già solo con questo. Il Covid19 ha posto ancor più in evidenza i limiti della scuola, con l’indurre la didattica a distanza intesa come emergenza. Che non è il male assoluto ma non può essere ridotta ad occasione per piazzare svariati pacchetti informatici inadeguati alla didattica. Per di più non ponendosi la questione essenziale  delle  numerose famiglie prive di computer  per le quali sorge ineludibile la questione einaudiana dell’uguaglianza dei punti di partenza.

Il secondo scritto riportato affronta la questione della libertà religiosa nella convivenza, vale a dire l’importanza del principio di separazione tra  Stato e Chiesa introdotto da Cavour. Nel pubblicarne i discorsi nel centenario della Breccia di Porta Pia , Valitutti scrisse che allora ebbe inizio una nuova fase tra i due Enti che è tuttora aperta. Esatto. Cavour  indicò la strada non tanto del superamento del temporalismo da parte della Chiesa (che è sempre un affare interno della religione), quanto della separazione di ruolo tra Stato e Chiesa sul terreno del normare i rapporti  fra i cittadini. E la questione resterà aperta – anche se il Concilio Vaticano II ha indotto il Vaticano a compiere importanti passi avanti – fino a che la stessa Chiesa non ammetterà che la libertà di manifestare la religione in pubblico, non è il diritto per essa di partecipare al decidere quali norme scegliere per le istituzioni del convivere e per la cura del mondo. Il motivo di ciò è che quella piena libertà pubblica di religione non cambia il carattere privato della religiosità individuale, che essenzialmente riguarda il vasto mondo sconosciuto e non le relazioni civili.  

L’autore fa una considerazione significativa. La valutazione sul bene e sul male non può essere un atto di fede. La Chiesa ne prende appunto atto, con la sua tempistica. Una riprova significativa è che, poco dopo l’uscita de “Il filo delle libertà” , un Motu Proprio di Francesco ha tolto ai cardinali il privilegio di essere processati solo dal altri cardinali e non dal Tribunale ordinario del Vaticano. Un atto nello stile di Francesco, che applica la dottrina costruendo ponti. Cosa che non arriva a riconoscere il funzionamento del mondo esterno, ma che lo riprende  cautamente nella sostanza. In questo senso il problema separatista tra Stato e Chiesa è tuttora aperto, come scrisse Valitutti.

Il terzo scritto riportato tratta del liberalismo come organizzazione. Ed inizia con due citazioni , di Einstein e di  Stuart Mill, sullo scopo della scuola. Concordano nell’affermare che l’obiettivo è educare, così da far maturare  individui che agiscano e pensino indipendentemente. Perché la libertà non si può mai applicare ad una società fatta di uomini che non abbiano ancora imparato a migliorarsi attraverso una discussione libera e alla pari. Ne consegue che vanno formati cittadini che non siano militanti bensì partecipanti  alla politica con metodo democratico, cioè indirizzato a conoscere, discutere e deliberare sulle osservazioni della realtà interpretate senza pregiudizi teorici. E’ il diritto chiave della convivenza sancito dall’art.49 della Costituzione. L’ associarsi liberamente nei partiti e concorrere a determinare la politica con metodo democratico.

A questo punto, l’autore fa un sintetico elenco di sette anomalie attuali che affliggono la  politica in Italia. Il più grosso partito costituito da chi si astiene dal voto  oppure sostiene partiti non  liberali; la tendenza a considerare il fine dell’attività politica l’occupazione del potere; i partiti personali o padronali; l’esistenza del M5S che ha raccolto notevoli consensi per reazione alla non credibilità altrui e che è organizzato mediante una piattaforma informatica per nulla trasparente da esportare nella società al posto della democrazia rappresentativa; l’esistenza del PD che, unico al mondo, usa le primarie selvagge per far eleggere  il proprio segretario anche dai cittadini non iscritti; l’esistenza di leggi elettorali illiberali e perfino incostituzionali; la tendenza a demolire quattro prodotti della cultura liberale, l’unità italiana, la libertà dell’individuo, la centralità del Parlamento, la divisione dei poteri.

Tutte queste anomalie sostanziano una crisi convergente dei partiti, delle istituzioni e della rappresentanza. Questa crisi in pratica esprime la voglia di appropriazione di tipo feudale delle istituzioni, reclamata anche  con lo slogan della democrazia decidente e con la ricerca di dar rilievo proritario all’uomo solo al comando, sia il Sindaco in Comune, il governatore in Regione o il Premier assoluto a Roma. A quella voglia si accompagna, nell’ultimo quarto di secolo, l’affievolirsi della normativa concernente il sistema dei controlli sulla gestione amministrativa e politica della cosa pubblica ad ogni livello. Che va di pari passo all’estendersi del conferire onerose consulenze ad estranei alla Pubblica Amministrazione e del nominare i vertici di quest’ultima a piacimento, mettendo in forse i principi del buon andamento e dell’imparzialità al servizio esclusivo della Nazione.

L’autore tratteggia con rapide citazioni di parecchi articoli della Costituzione le chiare ed incisive indicazioni sull’importanza della partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica e dei partiti, attraverso l’utilizzo del metodo democratico. Sono indicazioni che delineano sistemi ben diversi dai partiti personali o padronali, ma anche dalla partecipazione limitata agli aspetti economici e ancor più a quella di assistere senza scegliere.  Nella quotidianità, tutti questi modi di agire politico sono peraltro più enunciati che davvero praticati. Perfino quando su punti specifici – ad esempio il finanziamento dei partiti –  è stata varata una legge apposita, che ne “Il filo delle libertà” viene esaminata al volo per constatare che i suoi contenuti sono scarsamente  osservati per la parte economica normata e assai generici  e non cogenti per la parte inerente l’intervento attivo dei cittadini.

Nella conclusione, l’autore ricorda che l’azione politica non è la comunicazione del capo. In un partito liberale non dovrebbero esistere una catena di comando e atti di imperio. Un partito liberale deve essere capace di pensare ed agire dal basso verso l’alto della propria rappresentanza. Utilizzando la comunicazione interattiva foriera di crescita della partecipazione democratica, ma guardandosi bene dai pericoli di manipolazione connaturati all’uso della rete, per struttura in mano a pochi. L’idea forza dovrebbe prevedere un partito aperto e non chiuso in un recinto di tesserati.

Con questo libro Pileggi richiama l’attenzione, con efficacia, sul fatto che la politica deve incessantemente riferirsi al cittadino, nella concretezza delle  esigenze di vita e delle   iniziative da lui espresse. E che, per poterlo fare in modo costruttivo, deve iniziare dal curare a fondo gli aspetti cornice del convivere che sono trattati ne “Il filo delle libertà”. E’ un libro da leggere perché illustra questioni su cui è opportuno riflettano spesso i cittadini e necessariamente quelli che  intendono comportarsi da liberali.

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Osservazioni su un articolo (a Danilo Taino)

Caro Taino,

essendo un costante ed affezionato lettore dei Suoi articoli che trovo sempre puntuali a cominciare dall’esprimere il classico metodo liberale del ragionare sui fatti, mi permetto un’osservazione sul Suo articolo di stamani, “la via tortuosa del taglio delle emissioni”.

Anche questo segue il metodo abituale, dal momento che in ogni caso sarà indispensabile proporsi di perseguire l’obiettivo deciso sia mediante il continuo esame sperimentale dei risultati sia in riferimento alle problematiche civili indotte da una trasformazione rapida e robusta. Peraltro sono perplesso sull’argomento delle intenzioni contrarie dei grandi paesi inquinatori. Non solo perché intanto è positivo per l’UE ridurre il proprio inquinamento (la distribuzione dell’atmosfera dei fumi di importazione non è istantanea e qualche effetto in zona lo ha) ma soprattutto perché non trovo sia applicabile in automatico la tesi che il sistema UE sarebbe protezionistico ed economicamente destinato all’inefficacia. Non è protezionistico perché le imposte non vengono poste su prodotti uguali provenienti dall’estero, bensì su prodotti diversi (appunto con emissioni più alte) che è dimostrato scientificamente hanno un impatto negativo sui cittadini. E in modo analogo, il sistema UE non è , con certezza, economicamente destinato all’inefficacia , proprio perché la logica profonda dei mercato è confrontare i prodotti, che sono diversi, e far scegliere nel tempo ai cittadini consumatori (alla base del piano UE c’è la convinzione provata che tagliare le emissioni migliora il prodotto e il clima).

Ne consegue che l’industria non può mai riconoscersi in un’impostazione produttiva statica , e neppure porsi il problema del modificare il meccanismo di produzione esistente al momento. Comportarsi in tale maniere corrisponde al voler influenzare il mercato con operazioni forzate a sottocosto (già precisamente pretendendo di non calcolare il costo dell’inquinamento).
Su questo punto, in Italia, c’è una riprova nell’atteggiamento del colosso ENI . Nel nostro paese l’ENI insiste nella politica degli inceneritori (che trattano il 60% dei rifiuti urbani) ed evita altre tecnologie (che riducono al 10-15%il trattamento dei rifiuti urbani e quindi limitano drasticamente la CO2); in altri Paesi, come Austria, Svezia, Svizzera, l’ENI è già stata obbligata dai governi del posto ad utilizzare quelle procedure tecnologicamente innovative.

In base a questo ragionamento, trovo quanto da Lei riferito alla fine dell’articolo – inizia a circolare l’idea che sia necessario trovare alternative alla strada del taglio delle emissioni, costosa ed enormemente impervia – sia esatto ma lasci spazio all’interpretazione preferita dall’immobilismo industriale che ho descritto sopra. Conserviamo l’esistente com’è finora. Il che, da un punto di vista liberale, non funzionerà come non ha mai funzionato nella storia.

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La falsa libertà degli illiberali

Con la pandemia è emersa la profonda cultura illiberale radicata in Italia. Si tratta della cultura di chi opera contro le condizioni su cu si fonda la libertà. Il dibattito sul green pass ci consente di distinguere la falsa libertà degli illiberali dalla libertà dei liberali.

Il green pass è, al pari delle terapie mediche, uno strumento per tutelare le nostre libertà nel momento in cui sono minacciate e limitate dalla pandemia. Chi lo rifiuta dimostra di avere un’idea distorta della libertà. Si ritiene che la sua imposizione per legge sia un limite alla libertà individuale, e lo si paragona ai comportamenti dei peggiori regimi dispotici.

Chi lo sostiene, in un quadro equo di regole e di opportunità (accesso alla doppia dose di vaccino, per esempio), è convinto che sia uno strumento necessario, al pari di terapie e distanziamento sociale, per garantire le libertà dei cittadini.

Per i liberali la libertà è il diritto (soggettivo) che ciascuno ha di dire e fare qualcosa ma è anche, il diritto (oggettivo) che ciascuno ha da (non subire) qualcosa che pertiene alla libertà degli altri. La libertà infatti, non è mai un diritto assoluto ma è mediato dalla legge che lo Stato stabilisce (attraverso le sue forme istituzionali) per garantire la convivenza tra i cittadini, cioè le loro libertà di e da.

– Libertà è plurale perché esprime le differenti libertà di cittadini diversi. Chi la usa singolarmente riferisce unicamente alla propria libertà (singolare) di, senza riconoscere le libertà (plurale) altrui.

I liberali – a differenza degli illiberali – si affidano al metodo sperimentale dell’osservazione dei fatti, da cui astrarre ipotesi conoscitive sottoposte poi a verifica. Il metodo sperimentale dei liberali serve a produrre la conoscenza necessaria a conoscere il mondo e a risolvere i problemi che come umanità affrontiamo per vivere meglio insieme.

– Tra questi problemi vi è appunto, la necessità di garantire le libertà dei cittadini, attraverso la legge. E attraverso il confronto critico della sperimentazione che le istituzioni promulgano le leggi per tutelare le libertà.

L’efficacia di tali procedure sperimentali, dipende dall’essere portate avanti dall’iniziativa individuale che si confronta con le iniziative degli altri individui e, in base all’esperienza, giunge ad individuare le scoperte e le soluzioni più feconde. Il liberale si confronta per trovare un bilanciamento tra le diverse libertà dei cittadini, e lo fa attraverso le istituzioni di cui ha dotato lo Stato (che è un’invenzione liberale).

– Occorre che lo Stato ci sia, per favorire le norme di convivenza decise dai cittadini e per impegnarsi a sciogliere i nodi che si formano nella vita e, restringendo la libertà, frenano l’attività motrice. In generale e nello specifico della salute nel convivere.

Le regole della convivenza cambiano nel tempo perché mutano le circostanze in cui gli individui si trovano ad operare. Così evolve anche la conoscenza, fornendo agli individui nuovi problemi ma anche nuove soluzioni. Si spiega quindi la voglia dei cittadini di ampliare le proprie libertà ma anche di modificare la legge al fine di regolare la convivenza fra queste libertà.

– Una simile prospettiva atterrisce i non liberali (cioè coloro che non mettono la libertà al primo posto del convivere), perché affida le scelte ai cittadini diversi, marginalizzando chi invece, vorrebbe scegliere al posto dei cittadini.

Per gli illiberali non esistono le libertà (plurali) ma solo una libertà (singolare) di dire e fare che non riconosce le libertà altrui. Di conseguenza non c’è alcuna necessità di espandere la conoscenza cogliendo nuovi problemi e trovando attraverso il metodo critico altre soluzioni che tutelino le libertà (plurale) per ampliarle. Esiste una sola libertà, che in quanto tale è totalitaria, cioè non sono le libertà che intendono i liberali.

La libertà degli illiberali è ideologica, non evolve nel tempo, ma resta immobile. È ideologica o religiosa.
Per gli illiberali il green pass creerebbe cittadini di serie A e di serie B. Una semplice assurdità. La tessera verde interviene a seguito della scelta di non rendere obbligatori i vaccini, fatta appunto per restare coerenti con il permettere la libera decisione di ciascuno sulla propria salute.

– Al momento ci sono solo tre strumenti esterni efficaci per proteggerci dal virus (il distanziamento, il disinfettante e le mascherine). La terapia interna più efficace è il vaccino (altre terapie sono utili, preventive, ma meno efficaci). Emerge quindi, la necessità di proteggere i vaccinati da tutti coloro che non hanno ritenuto di corazzarsi con il vaccino. Segue che per tutelare dal virus decine di milioni di cittadini il green pass sia uno strumento efficace che non ha alternative valide.

– È una protezione di tipo statistico, che non discrimina i cittadini ma prende atto delle scelte sanitarie che ognuno di loro ha fatto ed evita che quelle scelte possano attentare alla salute di altri individui conviventi. La libertà nel convivere intesa in modo coerente (cioè dando a ciascuno uguali diritti legali), non può imporre a qualcun altro le proprie decisioni.

Per gli illiberali il documento vaccinale è paragonabile ai passaporti interni obbligatori per i cittadini Urss oppure alla Cina che intende continuare i controlli anche passata la pandemia oppure alla stella gialla imposta agli ebrei dal nazismo. Riscoprono Marcuse un cinquantennio dopo e paventano la deriva di una società del “sorvegliare e punire”. Ma una cosa sono i controlli di origine sanitaria, una cosa tutta diversa i controlli politici. È la stessa libertà che promuove i primi mentre avverte e si attiva per evitare i secondi. La tessera verde non è qualcosa che oscura le minoranze. Al contrario, ne accetta l’esistenza e insieme si prefigge di tutelare le maggioranze dalla pandemia.

– Il mondo degli illiberali sta chiuso nella certezza sul dover essere della loro verità e aborre la variabilità sperimentale della scienza. Al punto da considerare una contraddizione il fatto che gli stessi vaccini riportino l’inesistenza di condizioni sperimentali di lunga durata e addirittura un limite della scienza il non aver finora brillato per unanimismo (ignorando il concetto cardine comprovato, la scienza come falsificazione del finora conosciuto). Il mondo degli illiberali è impermeabile all’idea di probabilità e a quella del passar del tempo.

Gran parte di questa confusione va attribuita ai media. Sostengono i vaccini ma lo fanno con le modalità proprie della propaganda totalitaria. Così anche molti rappresentanti del governo e della società civile, illiberali come i nemici dei vaccini. Da questo loro atteggiamento derivano gli argomenti degli illiberali che si oppongono al green pass.

Il sostegno al vaccinarsi dovrebbe improntarsi al diffondere lo spirito critico e antidogmatico della libertà individuale. Per cui dovrebbe evitare di predicare il dovere morale e civico del vaccinarsi, che è un’espressione religiosa lontana dal metodo della libertà che esprime le proprie diversità per migliorare la convivenza e tutelare la salute.

Raffaello Morelli Piettro Paganini

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Liberali, illiberali, non liberali e pandemia

Puntualmente, con la pandemia, sta emergendo la (purtroppo) profonda cultura illiberale radicata in Italia, vale a dire la cultura che opera contro le condizioni della libertà. Le cure della pandemia, come il green pass (nel prosieguo indicate con “tessera verde”), sono trattate non per quello che sono – delle terapie molto utili nel vivere – bensì per i limiti che imporrebbero alla libertà individuale. Perciò, gli illiberali si stracciano le vesti e si scagliano contro la tessera verde paragonata ai comportamenti dei peggiori regimi dispotici. Qui si vuol ricordare agli illiberali – i quali non a caso riscoprono solo ora il concetto di libertà ostacolato in decenni – che cosa la libertà significhi per i liberali e quale ruolo costruttivo abbia in una società democratica.

Gli umani vivono nella realtà del mondo e, per viverla meglio, cercano da sempre di conoscerne di più il funzionamento. Dunque il primo punto liberale è che la conoscenza serve a capire il mondo, e che non sovrappone al mondo il prodotto delle scoperte fatte conoscendo. In questo quadro, i liberali usano il metodo sperimentale dell’osservazione dei fatti, da cui astrarre ipotesi conoscitive sottoposte poi a verifica. E hanno innanzitutto capito che l’efficacia di tali procedure dipende dall’essere portate avanti dall’iniziativa individuale che si confronta con le iniziative degli altri individui e, in base all’esperienza, giunge ad individuare le scoperte più feconde. Dunque, altri due punti liberali sono il metodo sperimentale e la metodologia individuale.

Quest’ultima metodologia è stata (ed è) sempre snobbata dai non liberali (cioè coloro che non mettono la libertà al primo posto del convivere). In superficie dicono che è una manifestazione di egoismo. Nella sostanza, perché essa – che è il nucleo del convivere liberale – inibisce ogni concezione che voglia imporre la visione della convivenza fideistica e totalizzante (religiosa od ideologica). Una simile prospettiva atterrisce i non liberali, perché affida le scelte ai cittadini diversi, marginalizzando la finta partecipazione dei cittadini che li relega ad essere spettatori senza poter scegliere.

Oggi sono invece in auge gli illiberali, i quali vanno oltre. Utilizzano strumentalmente la metodologia individuale dei liberali, richiamandone soprattutto la parola libertà senza coglierne il suo significato in chiave liberale. Fanno un uso improprio del termine “libertà” perché, volendo stare come sempre dalla parte dei gruppi vincenti al momento e percependo che attualmente tutti vorrebbero essere liberi (a prescindere dalle condizioni per l’esserlo), evocano questo termine e il presunto stupro fattone dalla tessera verde, al fine di essere credibili presso i cittadini adusi alla protesta senza curare i meccanismi che la risolvano.

Un simile modo di agire viola in pieno i tre punti sopra (conoscenza, sperimentazione, metodo individuale) e quindi non rientra nell’ottica liberale. Secondo l’ottica liberale, la libertà individuale non rende il cittadino privo di relazioni con gli altri, ma anzi le presuppone e le regola. Perché tutti diano il contributo motore alla convivenza. E quindi occorre che lo stato ci sia. Per favorire le norme di convivenza decise dai cittadini e per impegnarsi a sciogliere i nodi che si formano nella vita e, restringendo la libertà, frenano l’attività motrice. In generale e nello specifico della salute nel convivere.

In più è essenziale mantenere di continuo la consapevolezza che le vicende e le sfide della vita sono dominanti rispetto agli strumenti istituzionali con cui si affrontano. Pertanto, molto giuste e descrittive le parole del Presidente Mattarella, il virus (la realtà vivente) limita la libertà (la costruzione umana per viver meglio). La quale però resta attiva. E tramite la conoscenza scientifica, reagisce all’insidia naturale e sperimentalmente adotta la strategia del vaccinare il massimo numero possibile dei singoli cittadini. Il che non da certezze assolute (concetto estraneo alla cultura liberale) ma, sulla scorta dell’esperienza, crea difese d’importante efficacia verso l’estendersi del contagio e verso la gravità del singolo decorso del virus.

Il mondo degli illiberali non si è mai speso a favore del costruire la libertà, e ora usa questa parola quale emblema del rifiuto della realtà che sostituiscono col mondo utopico vagheggiato. Agli illiberali non interessano i fatti (come quello che in questo 2021 il 99% dei deceduti per Covid19 non era vaccinato). Sono gratificati dal lanciare anatemi irrazionali, come fanno anche illiberali colti, quali Cacciari, Agamben e Freccero, riuscendo in questo modo a mantenere il proscenio.

Un primo loro anatema è che la tessera verde creerebbe cittadini di serie A e di serie B. Una semplice assurdità. La tessera verde interviene a seguito della scelta di non rendere obbligatori i vaccini, fatta appunto per restare coerenti con il permettere la libera decisione di ciascuno sulla propria salute. E siccome gli individui sono (in Italia) decine di milioni mentre le terapie esterne abbastanza funzionanti ad oggi sono solo due (il distanziamento individuale e le mascherine) e quella interna più efficace è il vaccino, emerge la necessità di proteggere i vaccinati da tutti coloro che non hanno ritenuto di corazzarsi con il vaccino. Da qui la tessera verde per entrare in certi luoghi. Una protezione di tipo statistico, che non discrimina i cittadini ma prende atto delle scelte sanitarie che ognuno di loro ha fatto ed evita che quelle scelte possano attentare alla salute di altri individui conviventi. La libertà nel convivere intesa in modo coerente (cioè dando a ciascuno uguali diritti legali), non può imporre a qualcun altro le proprie decisioni.

Ed invece gli attuali illiberali, oltre al primo anatema, paragonano la tessera verde ai passaporti interni una volta obbligatori per i cittadini URSS oppure alla Cina che intende continuare i controlli anche passata la pandemia oppure alla stella gialla imposta agli ebrei dal nazismo. Il motivo sta nella loro mentalità contrastante la logica della libertà. Riscoprono Marcuse un cinquantennio dopo e paventano la deriva di una società del “sorvegliare e punire”. Ma una cosa sono i controlli di origine sanitaria, una cosa tutta diversa i controlli politici. E’ la stessa libertà che promuove i primi mentre avverte e si attiva per evitare i secondi. La tessera verde non è qualcosa che oscura le minoranze. Al contrario, ne accetta l’esistenza e insieme si prefigge di tutelare le maggioranze dalla pandemia.

Il mondo degli illiberali sta chiuso nella certezza sul dover essere della loro verità e aborre la variabilità sperimentale della scienza. Al punto da considerare una contraddizione il fatto che gli stessi vaccini riportino l’inesistenza di condizioni sperimentali di lunga durata e addirittura un limite della scienza il non aver finora brillato per unanimismo (ignorando il concetto cardine comprovato, la scienza come falsificazione del finora conosciuto). Il mondo degli illiberali è impermeabile all’idea di probabilità e a quella del passar del tempo. Ed è semmai ben rappresentato dalla caricatura fattane mediante il gruppo NO-SEM , che unisce coloro che sentono la propria libertà di movimento minacciata dallo stop ai semafori.

Oggi, aderire ai tre punti espressi all’inizio (la conoscenza, lo sperimentare, l’individuo) comporta invece un altro tipo di riflessione su quanto sta accadendo. Vale a dire sull’incoerenza profonda con la logica della libertà individuale, che viene mostrata dal sostegno al vaccinarsi fatto sui mass media con modalità proprie dei sistemi della propaganda totalitaria di massa. Il sostegno al vaccinarsi dovrebbe improntarsi al diffondere lo spirito critico e antidogmatico della libertà individuale. Per cui dovrebbe evitare di predicare il dovere morale e critico del vaccinarsi, che è un’espressione religiosa lontana dal metodo della libertà che esprime le proprie diversità per migliorare la convivenza e tutelare la salute.

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Richiesta di referendum propositivo a Livorno

COMITATO OLTRE L’INCENERITORE

Via Don David Albertario 35

LIVORNO

Mail : oltreinceneritore@gmail.com

                                                                                                                     Livorno 27 luglio 2021

                                                                                                         Al SINDACO di

                                                                                                         LIVORNO

                                                                                                         Piazza del Municipio

Egregio Signor Sindaco,

prediamo atto che la Sua lettera prot. n. 89989/2021 datata 22 luglio trasmessaci il 23 a metà pomeriggio (seguita mezz’ora dopo dall’allegato n. 88933/2021) e concernente la richiesta dello scorso 2 luglio,  si caratterizza per il  compiacimento da  Lei espresso riguardo la nostra volontà di rendere operante  l’istituto del referendum propositivo (contenuti sui quali Lei aveva fatto una anticipata e  dettagliata comunicazione al Consiglio Comunale). Un clima che ci fa piacere e che ci auguriamo  possa ampliarsi e protrarsi.

In questo stesso clima, desideriamo peraltro farLe rilevare che Lei ci fa una richiesta – nel testo della lettera così come nella comunicazione al Consiglio Comunale – che applica la tesi espressa  dal Segretario Generale nell’allegato, tesi da noi ritenuta  infondata. Di fatti, tale tesi sorvola in toto sul disposto dell’art.67 comma 1 dello Statuto del Comune (che non impone ad un Comitato regolarmente composto da almeno 50 cittadini  di non poter avanzare più di una richiesta) e , avvalendosi di questa omissione, distorce il senso dell’art.3 comma 2 del Regolamento per i referendum comunali confondendo lo specificare le generalità dei proponenti (previsione da noi rispettata appunto tramite l’allegato n.1 alla richiesta del 2 luglio)  con il dover ogni volta ricostituire il Comitato dei Promotori, una ricostituzione non prevista  dallo Statuto né dal Regolamento per i Referendum Comunali.

In ogni caso, a norma dello Statuto, il solo organo competente per il giudizio di ammissibilità su richieste di referendum è il Collegio di Garanzia. Quindi solo ad esso spetta sollevare eventualmente il problema della ricostituzione del Comitato promotore da Lei posto nella Sua datata 22 luglio. Per parte nostra, non intendiamo avallare (tanto più visto che dell’argomento è stato messo al corrente il Consiglio) le indicazioni dei Segretari Generali in materie non rientranti nei loro compiti.

Per queste ragioni, quale Comitato  regolarmente costituito nell’aprile 2019 ai fini dell’art.67, comma 1 dello Statuto, come all’epoca sancito,  siamo rammaricati di non poter accogliere il Suo invito e – anche per scongiurare il riprodursi degli annosi ritardi verificatisi dopo lo stesso aprile 2019 – confidiamo anzi che Lei faccia trasmettere subito la nostra seconda richiesta di referendum al Collegio di Garanzia perché possa nei termini previsti adempiere ai compiti ad esso riservati ai sensi dell’art.67, comma 2 dello Statuto.

Distinti saluti

p. Comitato OLTRE  L’INCENERITORE 

Tiziana DE MEMME  F: FANTAPPIE’  R.  MORELLI  S. NATALI  E.SANTANIELLO  M. CANNITO

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La freddezza delle grandi testate sul Fit for 55

Gli italiani dovrebbero riflettere attenti sulla freddezza con cui le grandi testate, cartacee, social e tv, hanno trattato la notizia (14 luglio) del lancio da parte della Commissione UE del programma Fit for 55, che ha l’obiettivo di ridurre le emissioni nette a zero nel 2050 passando, entro il 2030, a livelli non superiori al 55% di quelli del 1990.

Una freddezza ben strana, se paragonata all’eccitazione con cui, nella stessa materia di inquinamento ambientale, sono stati esaltati per mesi i proclami della stella mediatica Greta. Oltretutto visto che la Commissione UE aveva da tempo annunciato un lancio del genere. E inoltre visto che sarà esaminata dal Parlamento Europeo questa proposta, che ridisegna il mercato delle emissioni, la tassa sul carbonio alla frontiera (Cbam), le direttive su energia, trasporti, tasse, insomma il funzionamento dell’economia. Anche con l‘obiettivo dell’indipendenza energetica europea.

Tra l’altro, le medesime grandi testate, hanno già iniziato ad ospitare le reazioni critiche all’iniziativa espresse da associazioni di Confindustria ed anche dal Ministro Cingolani, tutte in vario modo preoccupate dei costi dell’operazione destinati a cadere sulla competitività di ogni azienda toccata e quindi sugli italiani.

La riflessioni su questa strana freddezza dovrebbero partire dal considerare che Fit for 55 è una sorta di cornice per ottenere i soldi del PNNR e dunque cui l’Italia deve adempiere solo per questo. Oltre tale aspetto di metodo ( già determinante di per sé), c’è quello del merito ( altrettanto cogente). Se gli impianti operativi in Italia producono un eccesso di CO2 rispetto ai parametri stabiliti dalla Commissione UE, questo eccesso va ridotto per farlo rientrare nei limiti, senza tergiversare e senza ipocrite furbizie tecniche. Farlo non è avallare il presunto dirigismo UE, significa seguire i classici principi della libera conoscenza del mondo.

L’inquinamento da CO2 è pericoloso per la salute dei cittadini e provoca i forti costi delle cure rese necessarie. Né ha senso invocare dati veri (tipo che a livello mondiale l’UE contribuisce all’inquinamento CO2 per una quota intorno al 16/17% ) ma non affrontare la sfida. Intanto perché la salute dei cittadini è soprattutto insidiata dalla CO2 prodotta nelle nostre zone, e in ogni caso perché l’UE con il Fit for 55 punta a trainare gli USA e i due insieme finiranno per trainare anche i grandi inquinatori, Russia, Cina e India. Staremo tutti meglio applicando la conoscenza, non arrampicandoci sugli specchi per inquinare più degli altri.

Porsi l’obiettivo di ridurre l’inquinamento, comporta accelerare sulla decarbonizzazione. Dunque, secondo il Fit for 55, fare una riduzione del 4,2% all’anno e un taglio netto alle quote di inquinamento finora “a titolo gratuito” (per mantenere la competitività delle industrie europee). Appunto per questo dal 2026 ci sarà il Cbam, per far pagare agli importatori il carbonio prodotto oltre la frontiera. E, cosa decisiva, per accelerare sulla decarbonizzazione, ci sarà anche (oltre a vari accorgimenti) un fondo sociale per otto anni (2025-2032) intorno ai 72 miliardi € per ammortizzare i nuovi costi. Ciò finalizzato ad attivare la transizione, mettendo al riparo, nel farla, le fasce più deboli dei cittadini.

Come si vede, non hanno molto senso la fredda ritrosia e le critiche alla proposta Fit for 55. Specie se sono indotte – qui sta il nodo della riflessione – non da valutazioni circa la natura della proposta, ma piuttosto dal tentativo di sfuggire al dover mutare abitudini consolidate (e relativi privilegi) nella tipologia degli impianti adoperati in Italia. Al momento tali impianti – siano le raffinerie ENI o quelli di trattamento rifiuti appartenenti a varie imprese – rilasciano in atmosfera un forte miscuglio di CO2 e di gas tossici. Ed è evidente che ridurre tali emissioni non si ottiene con artifici elusivi della sostanza tecnologica del problema (quali voler catturare in via stabile le emissioni inquinanti, che restano).

Il Fit for 55 spinge a rinnovare, in modo drastico e prima possibile, la tecnologia così da produrre una minor quantità di emissioni inquinanti. Non vanno gonfiate le ritrosie e le critiche di chi vuol conservare le vecchie abitudini e privilegi. Utilizzando gli strumenti già previsti dall’UE, il Ministro alla Transizione Ecologica deve impegnarsi a spezzare le resistenze ad innovare la tecnologia degli impianti e la mentalità delle burocrazie, che rimangono il freno alla ripresa italiana.

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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