Referendum Propositivo. Dopo 2 anni di ostacoli all’ammissibilità, ora non si ostacoli la raccolta delle firme

E’ iniziata da  pochi  giorni la raccolta delle firme per indire il Referendum propositivo della costruzione di un impianto alternativo all’attuale inceneritore e , a livello politico-istituzionale, stanno già emergendo discrasie. 

Emergono nonostante che questo Referendum sia la tipica espressione di un Comitato spontaneo di cittadini, senza bandiere di partito, che intendono utilizzare per la prima volta il nuovo strumento del Comune con il fine di coinvolgere i livornesi nelle procedure per definire un progetto industriale  alternativo  nella tecnologia (non ricorre all’incenerimento) e nella  capacità tanto maggiore di rispettare l’ambiente e di essere remunerativo. Le discrasie stanno nel tentativo dei soliti restauratori di trasformare la raccolta firme in un dibattito anticipato nel merito del quesito. A  farlo sono la stessa corrente politica  e la stessa burocrazia cittadina che hanno ostacolato per 25 mesi l’avvio della procedura referendaria (prevista dallo Statuto in 30 giorni) e che ora , attraverso i propri “bracci armati”, insistono,  sbraitando sul merito del quesito, con l’obiettivo di non arrivare a far esprimere i cittadini  . 

Non siamo in campagna elettorale. Non  è questo il momento del dibattere il merito del quesito. Questo è il  momento  di  dare la possibilità ai cittadini di esprimersi apertamente   su una questione molto importante per la nostra città. Questa è la fase della raccolta delle firme.  E siccome il Comitato OLTRE L’INCENERITORE è un gruppo di 53 cittadini ordinari e non di plutocrati, per autenticare le firme da raccogliere senza spese o quasi, ha bisogno di disporre del massimo numero di persone con la facoltà di autenticare, e cioè di Consiglieri Comunali e Provinciali o  di funzionari incaricati dal Sindaco o di funzionari incaricati  dal Presidente della Provincia.

Il Comitato OLTRE L’INCENERITORE  invita  tutti i rappresentanti eletti dei cittadini ad essere responsabili e a dare una mano nella procedura di raccolta delle firme (più ardua in epoca di pandemia) per le strade con i passanti o nelle abitazioni su appuntamento. Il Comitato OLTRE L’INCENERITORE è convinto che  i livornesi  non vorranno farsi “tappare la bocca”  prima di aver detto la loro sulla questione, ma per arrivare a  consultarli occorre prima raccogliere le firme e per le firme occorrono gli autenticatori gratuiti.

Intanto, per eventuali ulteriori informazioni e aggiornamenti potete scriverci a oltreinceneritore@gmail.com, vi daremo tutte le spiegazioni necessarie inerenti la raccolta della firme.  ( inserirei anche la pagina Facebook)

Comitato OLTRE L’INCENERITORE

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La SuperLega, il calcio e l’oligarchia

Il fallimento precoce della Super Lega europea (di calcio) dimostra l’urgenza di riformare il sistema europeo del calcio per riaffermare l’etica sportiva e la pratica atletica, e promuovere il potenziale commerciale attraverso l’affermazione dell’individuo e della libera iniziativa. Ecco una diagnosi controtendenza con una proposta molto semplice.
Il calcio europeo è finanziariamente inefficiente (in bancarotta), moralmente debole, atleticamente stremato. La pandemia ha peggiorato una situazione già grave le cui cause devono essere ricercate nell’incapacità dei campionati nazionali e della Uefa di riconoscere il problema e cambiare.
Per riformare il calcio serve cedere potere politico e finanziario. Ma Uefa e associazioni nazionali non sembrano interessate o capaci di produrre alcuna riforma. Spetterebbe proprio a loro visto che rappresentano gli interessi dei cittadini europei oltre che dei tesserati. Si lascia così, spazio ai proprietari delle squadre che hanno strumenti e risorse di intervenire secondo, e non può essere altrimenti, i propri interessi e logiche. Ma anche tra i proprietari risposti a rischiare , ci sono gli oligarchi a cui al rischio preferiscono tramare con le elite.
Il calcio europeo deve essere riformato. I fatti recenti dimostrano la confusione e non hanno risolto il problema. La Super Lega e i campionati nazionali possono coesistere, ma si collocano su piani diversi.
È stata sufficiente la promessa di un finanziamento più corposo alla prossima Champions League, infatti, di quanto offrisse una banca d’affari americana (JP Morgan) perché la progettata Super Lega europea di calcio si sciogliesse. Sono stati gli stessi fondatori a fare fallire il progetto. La pressione dei tifosi (lobby dal basso come viene definita) e le minacce delle varie federazioni nazionali e internazionali (minacciate a loro volta dall’uscita dei grandi club) lasciano il tempo che trovano.
La Super Lega  può essere un’operazione commerciale che persegua un nuovo modello di business con finalità di profitto, che comportano dei rischi. Non tutti però, sono pronti a prenderseli. La Super Lega può essere un’operazione strategica per valorizzare dei brand attraverso un modello di business nuovo per l’Europa (non per gli Usa): vendere il calcio a 7.6 miliardi di persone (10 miliardi nel 2050), servendosi di regole commerciali più avanzate rispetto ai campionati nazionali e internazionali attuali.
Le competizioni tradizionali ora sono obbligate a fare una scelta. Non potranno continuare a campare su un modello di business vetusto, commercialmente e finanziariamente inefficiente. Un modello che negli ultimi anni è riuscito a sopravvivere attraverso la commistione di interessi geopolitici e  finanziari, come i mondiali in Qatar, o l’ingresso in Europa di gruppi mediorientali che in cambio di riconoscimenti politici e reputazioni finanziano il calcio aspirante commerciale (fallito) europeo.
Gli attuali campionati nazionali vanno ripensati rendendoli più sostenibili, e forse più aderenti ai così detti valori dello sport che il calcio moderno ha abbandonato da tempo (bisogna esserne consapevoli). Continuando così, i campionati nazionali restano nel limbo dei debiti, governati da molti speculatori (proprietari), burocrati (federazioni), e atleti strapagati rispetto alle possibilità dei club e quindi obbligati ad una programmazione sportiva e televisiva inefficiente.
Nel mezzo di questo scontro tra poteri di oligarchi plutocrati da una parte, e i burocrati delle federazioni dall’altra, alleati con i proprietari di club  tenuti in vita dagli espedienti pubblici e privati che il calcio di oggi offre, i tifosi sono restati a guardare, prigionieri di un’informazione che, ormai non solo in questo caso, neppure è capace di informare sui fatti evitando di far cascare nelle trappole ideologiche e di valutazioni emotive senza razionalità.
Il Calcio è la metafora della vita scriveva G.Brera. La vicenda Super Lega è la metafora di questa Europa. Siamo incapaci di accettare il cambiamento e ancor meno di progettarlo. Continuiamo a proiettare nel presente e nel futuro il passato idealizzandolo, senza riconoscere che le cose possono cambiare ma cominciando dal capire come farlo e con quali obiettivi.
I club inglesi hanno aderito alla Super Lega per uscirvi immediatamente con il contentino di una promessa economica che consenta loro di campare ancora per qualche tempo nonostante il sistema in cui operano sia sostanzialmente inceppato.
Club, media, tifosi italiani hanno denunciato il colpo di stato ma non hanno ancora analizzato razionalmente le opportunità di innovare il percorso dei campionati tradizionali.  Hanno agito di pancia, con le stesse modalità con cui in Europa affrontiamo i temi sociali, dell’ambiente, dell’economia.
Così i tifosi hanno evitato il golpe oligarchico ma si ritrovano un calcio finanziariamente in pessime acque.
Piuttosto, scopriamo che le nuove generazioni, per fortuna, si affacciano ad altri sport più che per praticarli, per farne consumo su tv e social. Guarda caso, tra questi ci sono le grandi Super Leghe americane.
Si sostiene, a priori, che l’Europa non è l’America. Sarà forse vero, ma senza provare come si fa? Sicuramente l’Europa non guarda avanti come l’America, continua a vivere nel passato che non c’è più. Insegue un mondo perfetto che non esiste. Per andare avanti bisogna avere il coraggio di sbagliare. Quello che ci manca. Ovviamente stando sempre attenti a non cadere nelle trappole delle soluzioni oligarchiche ed ad attuare davvero quello che insegna da decenni il metodo sperimentale liberale fondato sul cittadini.

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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Cosa fu Giovanni Malagodi

Intervento nella Commemorazione del trentennale della morte celebrato on line dalla Fondazione Einaudi di Roma

Per oltre un decennio, fui nel PLI oppositore di Malagodi. Dal ’62 eletto dai Giovani in consiglio nazionale PLI, poi nel ‘69 in Direzione Centrale per la minoranza e fino a dopo il ’76 quando portammo alla Segreteria Zanone. Ecco, quale oppositore sul campo, sono credibile nel dire che Malagodi ha  numerosi meriti verso gli italiani e i liberali.

Gli italiani gli devono l’essere stato uomo di parte, da buon liberale. Che ha mostrato il valore dell’opposizione interna alla democrazia in un’Italia spaccata da decenni tra il governo-stato e le opposizioni-antistato.

Gli italiani gli devono l’aver respinto insistenti pressioni per fare del PLI il fulcro di una grande destra. Con questo rifiuto, Malagodi ha aiutato il paese a non ripetere le esperienze devastanti del ventennio, sostenute da chi nel nome  dell’occidente sognava colpi di stato.

Gli devono l’aver ritardato il dilagare del populismo statalista.  Ha avversato la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la pianificazione economica contro il libero mercato, la frettolosa creazione delle Regioni senza definirne funzioni e circuito economico, il monopolio dell’informazione radiotv. Nel lungo periodo, queste battaglie  hanno avuto tutte il conforto della storia. Nell’immediato, hanno attivato la resistenza culturale quando DC e PSI sostenevano lo statalismo ritenendo vincente il PCI.

Gli italiani gli devono lo schierare il PLI a favore del divorzio progettato da Baslini, allora unico tra i partiti. La presenza liberale fu decisiva contro  confessionali e conservatori. E al referendum provò che il NO modernizzava i rapporti civili e non apriva ai valori socialcomunisti come sosteneva la DC sulle piazze.

Anche i liberali devono molto a Malagodi. L’idea che pure l’associazione politica sostenitrice dell’individuo,  va organizzata. Per consentire la capillare diffusione delle sue tesi, che, non essendoci, porta alla  carenza liberale nel dibattito e da spazio ai tentativi di snaturare il liberalismo. Perché in Italia, il clima  è ostile verso i liberali.  

I liberali gli devono  il concetto che l’agire del Partito si concreta nel riflettere sulle idee e sulle cose. E che i problemi italiani e i temi internazionali non vanno confusi ma sono sempre connessi. Così affiancò e continuò l’opera di Gaetano Martino, decisivo protagonista nell’avviare la Comunità Europea a passo a passo come nuova dimensione di più ampia libertà. Da qui la cura di Malagodi per l’ Internazionale Liberale, di cui è stato Presidente a più riprese per sedici anni, e poi per il Gruppo Liberale nell’ Europa che  fondò.

Restano patrimonio dell’Italia tutta, le parole di Malagodi per motivare l’astensione del PLI sul nuovo Concordato, solo a farlo. Disse che “ tutto quello che di progresso si è riscontrato nella struttura e nello spirito del nostro Stato e nello spirito stesso della Chiesa cattolica , avrebbe dovuto portarci al superamento totale della forma concordata­ria, che è una forma di privilegio. E il Concordato continua a limitare il   confronto civile  e a mantenere la Chiesa disallineata dalla libertà  dell’occidente.

Malagodi era un liberale arcigno e martellante sempre aperto al nuovo. Lo provano  il suo distacco da reaganismo e tatcherismo, la sua capacità di cogliere le grandi questioni di libertà, come, fin dai primi anni ‘80,  la sfida multirazziale.

Nell’89, al Sindaco di Parigi Chirac, replicò “voi conservatori, noi liberali”. Una differenza mentale tuttora, trascurata dal clericalismo religioso ed ideologico, che a parole parla di libertà del cittadino ma che nei fatti non vuole farla  praticare.

La ripresa della Commemorazione svolta da Raffaello Morelli

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Un nodo da sciogliere

Ogni giorno, la vicenda Presidenza del COPASIR ci pone un quesito. La vita istituzionale è regolata dalla legge oppure dalle interpretazioni di legulei in nome di amicizie di potere senza riscontri legali? L’interrogativo non è nuovo (celebre l’ ironico aforisma del grande liberale Giolitti, “per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano”) ma, dopo oltre un secolo, speravamo non si riproponesse per un organo di garanzia.

I fatti. In questa legislatura, all’epoca del Conte I il Presidente COPASIR era del PD all’opposizione. In seguito, all’epoca del Conte 2 (ottobre ‘19), essendo il PD entrato al governo e la Lega passata all’opposizione, il Presidente è divenuto Volpi, Lega, ex sottosegretario alla Difesa. Oggi Volpi, di nuovo in maggioranza, non si dimette adducendo un presunto precedente. Quello di D’Alema alla fine del 2011 con il governo Monti.

La scusa per il rifiuto è insussistente. Perché, D’Alema si dimise da Presidente Copasir, essendo il Pd entrato in maggioranza. Ma il Popolo della Libertà convinse la Lega (smentendo il suo capogruppo), che, eleggendo Maroni alla Presidenza Copasir, avrebbe dovuto rinunciare a Giorgetti Presidente della commissione Bilancio. E così, mancando alternative, restò D’Alema. Ma, a parte la scusa insussistente, la pretesa del leghista Volpi viola platealmente la legge 124 del 2007.

L’art.30 istituisce il COPASIR quale garanzia. Perciò il comma 1 stabilisce che è “composto da cinque deputati e cinque senatori, nominati entro venti giorni dall’inizio di ogni legislatura dai Presidenti dei due rami del Parlamento in proporzione al numero dei componenti dei gruppi parlamentari, garantendo comunque la rappresentanza paritaria della maggioranza e delle opposizioni” . Dopo vengono i commi 2 e 2bis nei quali si specificano i compiti del Comitato. Segue il comma 3 sull’Ufficio di Presidenza, che al secondo periodo impone: “Il presidente è eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione”. Dunque è fuor di dubbio che la Presidenza del COPASIR spetti all’opposizione non in base al galateo parlamentare bensì per legge.

Ora è già censurabile che un deputato violi le garanzie (ancor più con l’ avallo del suo Segretario, che definisce la cosa beghe di poltrone e afferma di esser disposto a cederle, senza però farlo). Ma è gravissimo che i due Presidenti delle Camere, cui si è rivolta l’unica opposizione al governo Draghi, scrivano una lettera elusiva della legge in più passaggi. Usiamo il plurale perché le firme sono due. Ma Fico , laureato in Scienze delle Comunicazioni, ha la sola colpa di aver assentito. La responsabile della lettera è la Casellati, avvocato, parlamentare di lungo corso, al CSM per oltre tre anni. Dunque espertissima.

Ebbene, nella lettera è scritto che “i presidenti degli organi parlamentari non possono essere oggetto di revoca” e che ” non sussistono i presupposti giuridici per un intervento di tipo autoritativo delle presidenze delle camere”; e che “allo stato attuale il comitato può operare nella pienezza delle sue funzioni”. La giustificazione di tale assurdità sarebbe che il requisito per cui “il presidente del comitato va eletto tra i gruppi di opposizione, è collocato al momento della formazione del comitato” e che non c’è “alcuna ipotesi di decadenza dalla carica del presidente”. Insomma, il criterio garantista della legge non varrebbe per l’intera legislatura ed un’ampia maggioranza potrebbe agire come vuole. Però lo dice la Casellati nell’interesse del centro destra, perché per il Segretario PD “le regole, soprattutto quelle di garanzia, vanno rispettate”.

Auspichiamo che la questione si risolva in base alla legge e non secondo i sofismi di chi pratica l’ironico aforisma di Giolitti. Intanto la Presidente Casellati ha dimostrato ancora ­– dopo l’inerzia verso il lobbismo estero del sen. Renzi – di non avere la mentalità equilibrata e rigorosa necessaria per aspirare alla Presidenza della Repubblica.

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Per eliminare la distribuzione dell’inoptato

Si è costituito il Comitato “Via le mani dall’inoptato”. E’ formato da  associazioni di ispirazione laica, quali ArciAtea, Campagne Liberali,  Critica Liberale, ItaliaLaica.it. , Laici.it, LaicItalia, MontesarchioLib, MovLib, Non Credo e ha 19 portavoce di  tutto il paese, Mauro Antonetti, Paolo Bancale, Mario Bolli, Antonio Colantuoni , Carla  Corsetti, Edoardo Croci , Giulio  Ercolessi ,  Giacomo  Grippa, Vittorio Lussana, Enzo Marzo,  Riccardo Mastrorillo , Raffaello Morelli, Pietro Paganini, Michael Pintauro , Valerio Pocar, Francesco Primiceri, Mirella Sartori, Carmela Sturmann, Ciro Verrati. Il neo nato Comitato ha il solo scopo  di eliminare l’ultimo  periodo  dell’art. 47 c. 3 della legge 222/1985 che  riguarda la distribuzione  dell’8xmille inoptato della dichiarazione IRPEF.

Cos’è l’inoptato? Ogni anno i contribuenti italiani possono versare l’otto per mille della propria imposta alle tredici confessioni religiose che hanno stabilito un’intesa con lo Stato.  Però questa scelta la fanno appena più del 40% dei contribuenti. Quasi il 60% non opta , e quindi intende lasciare all’Erario la propria imposta. Appunto l’inoptato.

Dove è il raggiro democratico? Quel rigo della 222/1985  distribuisce l’inoptato secondo la proporzione delle scelte fatte.  La conseguenza è che, le scelte  di poco più dei due quinti dei contribuenti, vengono imposte a poco meno dei tre quinti che hanno lasciato l’imposta all’Erario. Quindi il contribuente viene raggirato dalla riga della legge, che distribuisce le somme diversamente da come lui ha deciso nella dichiarazione IRPEF .

Non è solo una questione di rappresentanza. E’ anche un trucco  finanziario. Perché  distribuendo in proporzione l’inoptato,  la Chiesa cattolica riscuote intorno a 700 milioni all’anno in più di quanto le spetta in base alle scelte fatte davvero a suo favore (e aggiungendo le altre confessioni, l’Erario perde circa un miliardo l’anno).

Il Comitato , che sta costruendo il suo sito , invita i cittadini e formazioni politiche che si pongono questo scopo a prendere contatti alla mail info@vialemanidallinoptato.it  o chiamando il 340-5804747.

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Sul Comitato Via le mani dall’inoptato

Scritto per NON CREDO rivista bimestrale

Dopo tre riunioni da remoto in cui sono stati discussi l’Atto Costitutivo e lo Statuto, si è giunti a definire i documenti istitutivi  del Comitato “Via le mani dall’Inoptato”.  La loro registrazione è avvenuta presso l’Agenzia delle Entrate e così è nata l’associazione laica con l’unico scopo di eliminare dalla legislazione l’ultimo  periodo  dell’art. 47 c. 3 della legge 222/1985 che, riguardo l’8xmille della dichiarazione IRPEF, recita “In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”.

Da Portavoce del Comitato, aperto ad ulteriori inserimenti, funge l’organismo di 19 cittadini di tutta Italia: Mauro Antonetti, Paolo Bancale, Mario Bolli, Antonio Colantuoni , Carla  Corsetti, Edoardo Croci , Giulio  Ercolessi ,  Giacomo  Grippa, Vittorio Lussana, Enzo Marzo,  Riccardo Mastrorillo , Raffaello Morelli, Pietro Paganini, Michael Pintauro , Valerio Pocar, Francesco Primiceri, Mirella Sartori, Carmela Sturmann, Ciro Verrati .  Il primo atto è stato il sito www.vialemanidallinoptato.it (in funzione da metà aprile) che riporta i principali dati in materia e  costituisce  lo strumento per tessere la tela dei rappresentanti nelle varie zone. Sia l’argomento dello scopo del Comitato sia la sua unicità, sono aspetti di rilievo.

L’argomento attiene al rapporto di chiarezza tra lo Stato e il cittadino. Il Comitato vuol ripristinare il rapporto oggi compromesso dalla norma da rimuovere.  Infatti, mentre nella libera convivenza tra diversi il mondo laico può accettare che lo Stato rinunci ad una parte di quanto ad esso spettante per legge al fine di far scegliere con l’8xmille la destinazione di tale somma ad ogni cittadino coinvolto, è scorretto che lo Stato gestisca la parte delle scelte non fatte dai cittadini (quasi il 60%) distribuendola in  proporzione alle scelte fatte. Perché il cittadino che non vuol dare alla sua imposta una destinazione diversa dall’Erario, viene raggirato da una legge che non rispetta la sua volontà distribuendo le somme diversamente da come lui ha deciso nella dichiarazione IRPEF.  

L’unicità del tema è altrettanto importante. Concentra l’attenzione dei cittadini su un dato inaccettabile in democrazia e cui ben pochi acconsentono: utilizzare la legge per ingannare meglio i cittadini. Non introdurre altre questioni – magari  importanti, ma che dividono le opinioni – aumenta la forza dell’agire del movimento contro il distribuire l’inoptato.   Ed inoltre corrisponde ad una logica tipicamente laica. L’impegno ad aggiornare di continuo le leggi, dato che la democrazia rappresentativa non può funzionare con leggi inadeguate e che farla funzionare è invece determinante per chi, come i laici, è  convinto in base alla storia  che essa è il sistema migliore per convivere tra diversi.

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La nostaglia per l’inceneritore non ha senso

Di recente i “nostalgici” dell’inceneritore al Picchianti hanno pubblicato un articolo di Enrico Dello Sbarba presidente del circolo culturale “il Centro” a Livorno. Un’esposizione dettagliata di tecnicalità che auspica il ripristino del pieno funzionamento dell’inceneritore dopo la scadenza dell’attuale autorizzazione integrata ambientale (2023). Tesi che rientra in una logica “restaurativa” della città che ovviamente non può dimenticare il buon vecchio inceneritore di Aamps (del 1973).

Con i sogni di restaurazione, però, non si governa perché non si può vivere. Oggi, per vivere, è indispensabile guardare oltre al mero incenerimento dei rifiuti, che provoca non pochi danni alle persone. Oggi abbiamo a disposizione nuove tecnologie che possono ridurre quasi del 85% i materiali da incenerire e quindi essere assai meno inquinanti. Perciò Livorno non ha bisogno di un inceneritore in centro città e soprattutto di un inceneritore che con l’ammodernanento auspicato dai restauratori dovrebbe servire da riferimento per tutto l’ambito costa. Livorno ha invece bisogno di un impianto che soddisfi sicuramente le esigenze della città e la provincia (lasciando un minimo spazio ad eventuali provenienze d’ambito), riduca al minimo i materiali da incenerire e costituisca vere occasioni di lavoro attraverso l’effettiva valorizzazione dei rifiuti (oltretutto con un minore impatto ambientale).

Il Comitato Oltre l’Inceneritore ha presentato due anni fa esatti un quesito per un referendum propositivo che chieda al Consiglio Comunale di creare subito una attività di trattamento meccanico e biologico dei rifiuti urbani, di nuova generazione che non preveda incenerimento e che dunque proceda nella direzione appunto necessaria a Livorno (avviando da ottobre 2022 la chiusura dell’inceneritore al Picchianti). Non per caso la procedura di questo nostro quesito è stata molto osteggiata da diversi burocrati comunali che ne hanno ritardato scientemente il percorso, al fine di evitare che fosse dichiarato ammissibile. Non ci sono riusciti e il Collegio di Garanzia, superati numerosi ostacoli sollevati apposta, ha dato il via libera. Dopo che, lasciata alle spalle la zona rossa, il Comitato Oltre l’Inceneritore avrà ricevuto la relativa notifica, dovranno essere raccolte le firme per giungere ad effettuare il vero e proprio referendum.

Un referendum propositivo che – in perfetta continuità con il suo inserimento quale istituto nello statuto comunale da parte della precedente amministrazione condiviso da tutte le forze politiche allora presenti in consiglio comunale – sarà anche per l’attuale amministrazione l’evento storico del far scegliere direttamente ai cittadini l’indicazione da sottoporre al Consiglio circa le modalità anche tecnologiche per affrontare il rapporto della città con il suo ambiente reale, senza promesse roboanti e senza arretratezze restauratrici.

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Sull’afflato progressista della Costituzione (a Ernesto Galli Della Loggia)

Lunedì 30 marzo ore 08:42 da Raffaello Morelli a Ernesto Galli della Loggia a

Caro Professore,

La ringrazio per la Sua replica, anche se per confermare il Suo punto di vista. Però, proprio a partire dall’affermazione che l’antifascismo non c’entra, mi pare non Le sia chiara la ragione per cui c’entra. L’antifascismo c’entra in quanto norma di chiusura, per sostenere (rispetto alla tesi del Suo articolo) che, visto l’antifascismo di Malagodi, il nodo delle dispute sulla Costituzione non è l’ ’“afflato progressista” bensì la distorta interpretazione che ne è stata data da decenni . Questa distorta interpretazione è all’origine dei ritardi su norme non in linea con quell’afflato progressista (vedi quelle sui sindacati o sui partiti o sulla definizione della magistratura quale ordine e non quale potere) nonché di quello statalismo che non è figlio dello spirito complessivo della carta. Il presunto afflato progressista deriva dalla convergente volontà del mondo marxista e di quello cattolico sociale sul ritenere che la democrazia venga prima della libertà.

Con la più viva cordialità

Lunedì 29 marzo ore 11:35 da Ernesto Galli della Loggia a Raffaello Morelli

caro Morelli,

l’antifascismo non c’entra nulla. E’ ovvio che Malagodi come tutti i liberali era antifascista e quindi non poteva e non volerva allearsi con il Msi di Michelini e Almirante. Il problema è che fino a prova contaria liberali e democratici non sono la stessa cosa: una diversità sulla quale, per colpa soprattutto dei primi, troppo spesso si sorvola. Malagodi era un liberale vero: non vedo come avrebbe potuto andare d’accordo con l’acceso, convinto, statalismo che come lei sa pervade inevece tutta la prima parte della Costituzione ne rappresenta un “valore” essenziale, un autentico pilastro insieme all’intento “sociale” al quale molti diritti sono espressamente subordinati . In tutto questo consiste per l’appunto “l’afflato progresssta” della Costituzione di cui ho parlato e che è di ispirazione schiettamente democratica, ma che con l’antifascismo non ha nulla a che vedere. Non le pare? Con la più viva cordialità,

Ernesto Galli della Loggia

Lunedì 29 marzo ore 09:55 da Raffaello Morelli a Ernesto Galli della Loggia

Caro Professore,

proprio perché Lei è persona attenta ai dati di fatto, per mentalità e professione, Le faccio rilevare una sonora stecca a proposito della posizione di Malagodi citata nel Suo articolo di stamani. Lei scrive che Malagodi non condivideva il pervasivo afflato progressista della Costituzione. Queste parole non sono esatte in sé e lo sono ancor meno se riferite ai principi.

Quanto all’esattezza, Malagodi non ha mai eccepito sul pervasivo afflato progressista della Costituzione. Infatti fin dal ’57 ha rifiutato con durezza (voto del Consiglio Nazionale nei primi anni di Segreteria) la prospettiva della grande destra, per le quali ebbe fortissime pressioni per un quindicennio almeno. Per questo è stato sempre incluso nel novero degli antifascisti anche all’epoca, quando il PCI non era certo tenero nel riconoscere questo tipo di carattere politico, specie agli avversari.

Quanto ai principi, il problema di tutti i liberali, non solo di Malagodi, è che, a causa di un testo per più aspetti non felicissimo, la Costituzione consente interpretazioni incoerenti, dimentiche che il fulcro della convivenza sono i cittadini individui nella loro quotidianità, non il modo di vita conformistico imposto da qualche autorità o classe. Un esempio indubbio è l’art.1 c. 1, che recita “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro “ , un testo passato battendo nel voto quello presentato da Gaetano Martino e Ugo La Malfa, “l’Italia è una repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro”. In pratica si vollero declamare speranze senza indicare la strada per costruire le relazioni aperte nella convivenza.

Però avanzare richieste simili non è disconoscere la Costituzione, bensì battersi di continuo per applicane lo spirito.

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Ricordiamo Einaudi per fare le politiche di oggi

Confidiamo   sia ormai un dato acquisito che celebrare la ricorrenza di uno statista, ha senso solo se, invece di descrivere quanto ha fatto da vivo, ci si sforza di applicare i suoi principi nella realtà di oggi. Noi liberali intendiamo farlo con Einaudi

Einaudi, scomparso a fine ottobre del ’61 all’età di 87 anni e mezzo, è stato un uomo di altissimo rilievo in vari campi,  studi economici, cariche istituzionali, informazione. Con un unico filo conduttore: che il fulcro della vita di uno Stato è la libertà del cittadino, principalmente come indipendenza attiva nell’operare. Convinti di tale metodo, ricordiamo cosa fece Einaudi prima di essere eletto Presidente della Repubblica.

L’essenza della sua linea economica si ricava dal testo che predispose per il quarto comma dell’art. 81 della Costituzione: “Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.  Con queste poche parole espresse il tipico concetto liberale che le questioni economiche  richiedono rigore  nel  compiere gli atti dinamici, che attengono al futuro. E sono parole e concetto opposti a quelle della riforma del pareggio di bilancio introdotte  nel 2012 , all’epoca del governo Monti, in succube ossequio alla rigida politica dell’austerità inefficace e pericolosa per la democrazia.  Quando subito dopo divenne Ministro del Bilancio, Einaudi fu coerente e applicò la propria convinzione sperimentale secondo cui la funzione delle istituzioni non può svolgersi mediante il protezionismo, perché non attiva la diffusa  libera iniziativa individuale nei rapporti economici. Nei mesi precedenti, al fine di ripristinare il mercato, aveva liberalizzato l’impiego in Italia della valuta ottenuta dagli esportatori con le vendite all’estero. E nel settembre 1947 (quando era da poco più di tre mesi Vice Presidente del Consiglio, Ministro del Bilancio) applicò subito la sua convinzione in una serie di atti di intervento della mano pubblica dello Stato per bloccare l’inflazione che era divenuta galoppante. Queste scelte avviarono in pochi mesi il risanamento indispensabile per porre il mercato in grado di utilizzare gli aiuti del piano Marshall. In pratica era la fornitura gratuita da parte USA (400 miliardi di lire dell’epoca) di frumento, di carbone, di combustibili liquidi e di quelle altre materie prime necessarie che l’Italia non era in grado di pagare con le sue esportazioni.

In questo modo, Einaudi e il governo  scelsero due linee precise. La linea di confermare l’adesione al modello di vita occidentale fautore della libertà del cittadino di esprimersi, di consumare, di accedere ai beni. E l’altra linea di mettere in moto l’economia, modernizzandola. In un’intervista Einaudi disse che l’utilizzo dei contributi lo deciderà “il popolo italiano, ma esso dovrà necessariamente servire a opere di ricostruzione, ripristino delle ferrovie, dei porti, continuazione delle bonifiche delle strade, potenziamento e rinnovamento degli impianti industriali”. Einaudi effettuò così un tipico intervento pubblico non liberista, fondato su una cornice istituzionale adeguata ad utilizzare gli spiriti imprenditoriali dei liberi cittadini nel rispetto del Parlamento rappresentativo. Dal ’47 al ’53 la crescita  del reddito nazionale fu del 58%, ossia del 9,6 all’anno. Una crescita del genere, spalmata nei singoli anni e con bassa inflazione, è un primato tuttora esistente e non solo per l’Italia.

Al giorno d’oggi, in altre condizioni storiche, andrebbe seguito a Roma e a Bruxelles, un metodo analogo per gestire il Recovery  Plan attivato dall’UE . A Roma, invece, ogni giorno è più chiaro che, al di là del metodo di rigore unito alla politica aperta che  pratica il Presidente del Consiglio, la struttura burocratica del paese non ha una mentalità dinamica capace di eseguire i propri compiti con professionalità nell’obiettivo di suscitare l’intraprendere dei cittadini.

La  cultura è quella del distribuire assistenza e del confondere il fine delle regole (il convivere tra diversi) con l’imporre stili di vita ai cittadini e con privilegiare l’impiego pubblico anche quando non ne esiste il motivo. Da qui la scarsa capacità ed i ritardi nell’affrontare le condizioni eccezionali in cui il Covid19 stringe l’Italia da un anno abbondante. In generale, il problema è l’esser restii ad accettare la necessità di adattare la vita quotidiana alle indicazioni dei dati rilevati dalla scienza nell’andamento pandemico. Oppure il non saper distinguere il ruolo delle autonomie (essenziale in tempi ordinari) dal riconoscere l’irrinunciabile ruolo del Governo nazionale nel dirigere le questioni generali della Sanità e della salute degli italiani, in epoca di pandemia, e  nel fissare livelli minimi di efficienza della sanità pubblica con cui curare il cittadino. Oppure l’incapacità di accettare che gli assembramenti non stanno nella didattica in presenza nelle aule delle elementari , bensì nel complesso di atti necessari per fare arrivare gli studenti nelle aule (ma gli Enti Locali e delle Regioni, per proteggere le proprie reti abituali, non hanno voluto far pieno ricorso ai mezzi di trasporto turistico inutilizzati dai privati). Oppure, l’incapacità di abbandonare i ritmi di lavoro ordinario e quindi non capire come, nella lotta al Covid19, fosse ineludibile predisporre con urgenza il Piano Sanitario Nazionale che invece non c’è ancora oggi.

Questo a Roma: nel complesso latita la cultura liberale einaudiana, che occorre rapidamente riscoprire. Peraltro Bruxelles non sta molto meglio. Più precisamente, l’anno del Covid19  ha posto in rilievo due aspetti tra loro assai contraddittori.

Il primo è stato molto positivo nel campo del costruire l’UE. Abbandonando  il principio dell’austerità – che non poteva funzionare e non ha funzionato, in quanto trascura l’intraprendere dei cittadini – l’UE ha ripreso il criterio dell’origine  di focalizzarsi sulla vita quotidiana degli europei , decidendo pertanto di creare un fondo molto consistente per fronteggiare la pandemia sanitaria mettendo a disposizione ad ogni membro quantità finanziarie adeguate (il Recovery Plan). E’ stato, in uno spirito einaudiano, un chiaro passo avanti nel processo di costruzione dell’UE, che  per natura richiede tempo. Tale decisione non era scontata ed è stata un successo della Presidente Von der Leyen,  voluta nell’estate ’19 da  popolari, socialisti , liberali e in più dai 14 voti determinanti del gruppo M5S. Per di più,  una decisione che ha imboccato di fatto la via di procedere all’emissione di euro bond garantiti direttamente dall’Europa.                 

Il secondo aspetto , invece, è sotto gli occhi di tutti e prova che nella UE ci sono cure da fare alla svelta. Parliamo della vicenda dei ritardi e degli errori negli approvvigionamenti dei vaccini. E’ vero che la sanità non rientra nelle competenze dei Trattati UE. Ma è evidente che, avendo deciso il Recovery Plan sotto il profilo economico, si apriva il capitolo della competenza della Commissione sulla sanità (del resto espressamente accettata dagli Stati membri negli ultimi mesi). In questo contesto,  va allora rilevato che gli sbagli nelle trattative con le case farmaceutiche, in specie AstraZeneca, non sono un mero errore di tecnica giuridica, bensì esprimono una grave mancanza di prospettiva politica e culturale.

In atre parole, le strutture UE, reimmergendosi nella logica dell’austerità, si sono focalizzate solo sullo spuntare per le forniture dei vaccini il prezzo più basso possibile (oltretutto senza effettuare ordini precisi e dunque esponendosi a  farsi soffiare il posto da altri, ad esempio il Cile);  e , di fronte al dilagante Covid19, non si sono poste il problema ben più essenziale, quello di effettuare investimenti per non dipendere dall’India (che produce ingredienti chiave per i vaccini e li blocca a piacere) e di innovare per avere un vaccino del tutto europeo. Cosa possibile stanti le dimensioni delle industrie farmaceutiche UE, sulle quali però l’UE non ha investito (come hanno fatto la Gran Bretagna non più UE e i tre grandi Cina, Usa e Russia ). Del resto non è un caso se non c’è un’azienda UE fra le prime diciotto imprese tecnologiche per fatturato.

Insomma, l’UE ha per struttura bisogno di tempo per maturare. Ma la pandemia ha reso molto più rapido il ritmo degli avvenimenti. E dunque oggi l’UE e i suoi cittadini devono sempre più rifarsi all’insegnamento di Einaudi operando veloci per modernizzare l’attività economica collaborando all’insegna della ricerca e della diversità delle proprie culture. Negare la realtà e il continuo cambiamento che induce, deve restare una tipologia nazinalistica estranea al mondo dell’UE.

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Commento ad un articolo su Repubblica circa l’esigenza di un’iniziativa liberale

Lettera a Maurizio Molinari e per conoscenza ad Alessandro De Nicola

Buongiorno Direttore,

il commento/appello dell’Avv. De Nicola su La Repubblica di sabato per l’unità dei Liberali giunge più che opportuno.
Parte della debolezza della Liberaldemocrazia italiana va ricercata nell’assenza di una formazione Liberale capace di rispondere al cambiamento e più in generale ai bisogni dei cittadini (non solo delle élite). Le organizzazioni che si definiscono Liberali sono molte di più di quelle menzionate (comprendiamo che lo spazio per citarle tutte fosse limitato). Ma quasi tutte quelle elencate sono significative perché sono composte da soggetti sedicenti Liberali ma che nell’ultimo ventennio hanno zigzagato da un partito all’altro. Il caso di molti dei componenti di Più Europa è quantomeno bizzarro.

Ovvio che i Liberali non devono dividersi più su R. Dahrendorf, J. M. Keynes (finalmente si riconosce che era Liberale, come lui stesso ha sempre dichiarato) e F. Hayek, o altri. Ma ricordiamo pure che proprio quest’ultimo, fece un’appendice apposta al suo importante libro per dichiarare di non essere un Conservatore; e si riferì all’intenzione di ciascun pensatore Liberale di risolvere i problemi dei cittadini cercando di creare le condizioni per consentire loro di esprimerne le aspettative e le potenzialità. Perciò, oltre a ciò su cui non dividersi, sarebbe opportuno discutere su come lavorare insieme nell’interesse degli individui cittadini.

Per esempio, a differenza di chi scrive, molti dei sedicenti Liberali citati dall’Avv. De Nicola, si sono espressi vivacemente per il No al recente referendum costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari, nonostante in molte altre occasioni passate si fossero espressi a favore del taglio. Certo, avrebbero voluto una riforma più ampia del quadro istituzionale, ma con il No (anti grillino) hanno rinunciato al cambiamento. Non possono poi però, lamentarsi se sono percepiti come élite dai cittadini che invece vorrebbero essere rappresentati da chi cerca di confrontarsi per migliorare le regole della convivenza.

Ecco, sono proprio le regole della convivenza che fanno il quadro per lasciar liberi i cittadini di maturare la propria responsabilità individuale, di ampliare le proprie libertà, e di agire per prosperare. Il Liberalismo crede e si affida ai cittadini, e rifugge dagli abbagli di chi, per qualche ragione anche solida, si dichiara più competente, illuminato, appropriato per guidare il mondo dettando i comportamenti agli altri.

L’Avv. De Nicola ha ragione nell’auspicio, ma deve anche ricordare che i Liberali, affidandosi ad un metodo sperimentale, più che ad un’ideologia, si valutano sui fatti.

Confidiamo nell’interesse nelle nostre parole per la pubblicazione così da ampliare il dibattito intorno all’opportuno appello dell’Avv. De Nicola.

Cordiali saluti,

Raffaello Morelli
Pietro Paganini

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