Un nodo da sciogliere

Ogni giorno, la vicenda Presidenza del COPASIR ci pone un quesito. La vita istituzionale è regolata dalla legge oppure dalle interpretazioni di legulei in nome di amicizie di potere senza riscontri legali? L’interrogativo non è nuovo (celebre l’ ironico aforisma del grande liberale Giolitti, “per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano”) ma, dopo oltre un secolo, speravamo non si riproponesse per un organo di garanzia.

I fatti. In questa legislatura, all’epoca del Conte I il Presidente COPASIR era del PD all’opposizione. In seguito, all’epoca del Conte 2 (ottobre ‘19), essendo il PD entrato al governo e la Lega passata all’opposizione, il Presidente è divenuto Volpi, Lega, ex sottosegretario alla Difesa. Oggi Volpi, di nuovo in maggioranza, non si dimette adducendo un presunto precedente. Quello di D’Alema alla fine del 2011 con il governo Monti.

La scusa per il rifiuto è insussistente. Perché, D’Alema si dimise da Presidente Copasir, essendo il Pd entrato in maggioranza. Ma il Popolo della Libertà convinse la Lega (smentendo il suo capogruppo), che, eleggendo Maroni alla Presidenza Copasir, avrebbe dovuto rinunciare a Giorgetti Presidente della commissione Bilancio. E così, mancando alternative, restò D’Alema. Ma, a parte la scusa insussistente, la pretesa del leghista Volpi viola platealmente la legge 124 del 2007.

L’art.30 istituisce il COPASIR quale garanzia. Perciò il comma 1 stabilisce che è “composto da cinque deputati e cinque senatori, nominati entro venti giorni dall’inizio di ogni legislatura dai Presidenti dei due rami del Parlamento in proporzione al numero dei componenti dei gruppi parlamentari, garantendo comunque la rappresentanza paritaria della maggioranza e delle opposizioni” . Dopo vengono i commi 2 e 2bis nei quali si specificano i compiti del Comitato. Segue il comma 3 sull’Ufficio di Presidenza, che al secondo periodo impone: “Il presidente è eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione”. Dunque è fuor di dubbio che la Presidenza del COPASIR spetti all’opposizione non in base al galateo parlamentare bensì per legge.

Ora è già censurabile che un deputato violi le garanzie (ancor più con l’ avallo del suo Segretario, che definisce la cosa beghe di poltrone e afferma di esser disposto a cederle, senza però farlo). Ma è gravissimo che i due Presidenti delle Camere, cui si è rivolta l’unica opposizione al governo Draghi, scrivano una lettera elusiva della legge in più passaggi. Usiamo il plurale perché le firme sono due. Ma Fico , laureato in Scienze delle Comunicazioni, ha la sola colpa di aver assentito. La responsabile della lettera è la Casellati, avvocato, parlamentare di lungo corso, al CSM per oltre tre anni. Dunque espertissima.

Ebbene, nella lettera è scritto che “i presidenti degli organi parlamentari non possono essere oggetto di revoca” e che ” non sussistono i presupposti giuridici per un intervento di tipo autoritativo delle presidenze delle camere”; e che “allo stato attuale il comitato può operare nella pienezza delle sue funzioni”. La giustificazione di tale assurdità sarebbe che il requisito per cui “il presidente del comitato va eletto tra i gruppi di opposizione, è collocato al momento della formazione del comitato” e che non c’è “alcuna ipotesi di decadenza dalla carica del presidente”. Insomma, il criterio garantista della legge non varrebbe per l’intera legislatura ed un’ampia maggioranza potrebbe agire come vuole. Però lo dice la Casellati nell’interesse del centro destra, perché per il Segretario PD “le regole, soprattutto quelle di garanzia, vanno rispettate”.

Auspichiamo che la questione si risolva in base alla legge e non secondo i sofismi di chi pratica l’ironico aforisma di Giolitti. Intanto la Presidente Casellati ha dimostrato ancora ­– dopo l’inerzia verso il lobbismo estero del sen. Renzi – di non avere la mentalità equilibrata e rigorosa necessaria per aspirare alla Presidenza della Repubblica.

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Per eliminare la distribuzione dell’inoptato

Si è costituito il Comitato “Via le mani dall’inoptato”. E’ formato da  associazioni di ispirazione laica, quali ArciAtea, Campagne Liberali,  Critica Liberale, ItaliaLaica.it. , Laici.it, LaicItalia, MontesarchioLib, MovLib, Non Credo e ha 19 portavoce di  tutto il paese, Mauro Antonetti, Paolo Bancale, Mario Bolli, Antonio Colantuoni , Carla  Corsetti, Edoardo Croci , Giulio  Ercolessi ,  Giacomo  Grippa, Vittorio Lussana, Enzo Marzo,  Riccardo Mastrorillo , Raffaello Morelli, Pietro Paganini, Michael Pintauro , Valerio Pocar, Francesco Primiceri, Mirella Sartori, Carmela Sturmann, Ciro Verrati. Il neo nato Comitato ha il solo scopo  di eliminare l’ultimo  periodo  dell’art. 47 c. 3 della legge 222/1985 che  riguarda la distribuzione  dell’8xmille inoptato della dichiarazione IRPEF.

Cos’è l’inoptato? Ogni anno i contribuenti italiani possono versare l’otto per mille della propria imposta alle tredici confessioni religiose che hanno stabilito un’intesa con lo Stato.  Però questa scelta la fanno appena più del 40% dei contribuenti. Quasi il 60% non opta , e quindi intende lasciare all’Erario la propria imposta. Appunto l’inoptato.

Dove è il raggiro democratico? Quel rigo della 222/1985  distribuisce l’inoptato secondo la proporzione delle scelte fatte.  La conseguenza è che, le scelte  di poco più dei due quinti dei contribuenti, vengono imposte a poco meno dei tre quinti che hanno lasciato l’imposta all’Erario. Quindi il contribuente viene raggirato dalla riga della legge, che distribuisce le somme diversamente da come lui ha deciso nella dichiarazione IRPEF .

Non è solo una questione di rappresentanza. E’ anche un trucco  finanziario. Perché  distribuendo in proporzione l’inoptato,  la Chiesa cattolica riscuote intorno a 700 milioni all’anno in più di quanto le spetta in base alle scelte fatte davvero a suo favore (e aggiungendo le altre confessioni, l’Erario perde circa un miliardo l’anno).

Il Comitato , che sta costruendo il suo sito , invita i cittadini e formazioni politiche che si pongono questo scopo a prendere contatti alla mail info@vialemanidallinoptato.it  o chiamando il 340-5804747.

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Sul Comitato Via le mani dall’inoptato

Scritto per NON CREDO rivista bimestrale

Dopo tre riunioni da remoto in cui sono stati discussi l’Atto Costitutivo e lo Statuto, si è giunti a definire i documenti istitutivi  del Comitato “Via le mani dall’Inoptato”.  La loro registrazione è avvenuta presso l’Agenzia delle Entrate e così è nata l’associazione laica con l’unico scopo di eliminare dalla legislazione l’ultimo  periodo  dell’art. 47 c. 3 della legge 222/1985 che, riguardo l’8xmille della dichiarazione IRPEF, recita “In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”.

Da Portavoce del Comitato, aperto ad ulteriori inserimenti, funge l’organismo di 19 cittadini di tutta Italia: Mauro Antonetti, Paolo Bancale, Mario Bolli, Antonio Colantuoni , Carla  Corsetti, Edoardo Croci , Giulio  Ercolessi ,  Giacomo  Grippa, Vittorio Lussana, Enzo Marzo,  Riccardo Mastrorillo , Raffaello Morelli, Pietro Paganini, Michael Pintauro , Valerio Pocar, Francesco Primiceri, Mirella Sartori, Carmela Sturmann, Ciro Verrati .  Il primo atto è stato il sito www.vialemanidallinoptato.it (in funzione da metà aprile) che riporta i principali dati in materia e  costituisce  lo strumento per tessere la tela dei rappresentanti nelle varie zone. Sia l’argomento dello scopo del Comitato sia la sua unicità, sono aspetti di rilievo.

L’argomento attiene al rapporto di chiarezza tra lo Stato e il cittadino. Il Comitato vuol ripristinare il rapporto oggi compromesso dalla norma da rimuovere.  Infatti, mentre nella libera convivenza tra diversi il mondo laico può accettare che lo Stato rinunci ad una parte di quanto ad esso spettante per legge al fine di far scegliere con l’8xmille la destinazione di tale somma ad ogni cittadino coinvolto, è scorretto che lo Stato gestisca la parte delle scelte non fatte dai cittadini (quasi il 60%) distribuendola in  proporzione alle scelte fatte. Perché il cittadino che non vuol dare alla sua imposta una destinazione diversa dall’Erario, viene raggirato da una legge che non rispetta la sua volontà distribuendo le somme diversamente da come lui ha deciso nella dichiarazione IRPEF.  

L’unicità del tema è altrettanto importante. Concentra l’attenzione dei cittadini su un dato inaccettabile in democrazia e cui ben pochi acconsentono: utilizzare la legge per ingannare meglio i cittadini. Non introdurre altre questioni – magari  importanti, ma che dividono le opinioni – aumenta la forza dell’agire del movimento contro il distribuire l’inoptato.   Ed inoltre corrisponde ad una logica tipicamente laica. L’impegno ad aggiornare di continuo le leggi, dato che la democrazia rappresentativa non può funzionare con leggi inadeguate e che farla funzionare è invece determinante per chi, come i laici, è  convinto in base alla storia  che essa è il sistema migliore per convivere tra diversi.

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La nostaglia per l’inceneritore non ha senso

Di recente i “nostalgici” dell’inceneritore al Picchianti hanno pubblicato un articolo di Enrico Dello Sbarba presidente del circolo culturale “il Centro” a Livorno. Un’esposizione dettagliata di tecnicalità che auspica il ripristino del pieno funzionamento dell’inceneritore dopo la scadenza dell’attuale autorizzazione integrata ambientale (2023). Tesi che rientra in una logica “restaurativa” della città che ovviamente non può dimenticare il buon vecchio inceneritore di Aamps (del 1973).

Con i sogni di restaurazione, però, non si governa perché non si può vivere. Oggi, per vivere, è indispensabile guardare oltre al mero incenerimento dei rifiuti, che provoca non pochi danni alle persone. Oggi abbiamo a disposizione nuove tecnologie che possono ridurre quasi del 85% i materiali da incenerire e quindi essere assai meno inquinanti. Perciò Livorno non ha bisogno di un inceneritore in centro città e soprattutto di un inceneritore che con l’ammodernanento auspicato dai restauratori dovrebbe servire da riferimento per tutto l’ambito costa. Livorno ha invece bisogno di un impianto che soddisfi sicuramente le esigenze della città e la provincia (lasciando un minimo spazio ad eventuali provenienze d’ambito), riduca al minimo i materiali da incenerire e costituisca vere occasioni di lavoro attraverso l’effettiva valorizzazione dei rifiuti (oltretutto con un minore impatto ambientale).

Il Comitato Oltre l’Inceneritore ha presentato due anni fa esatti un quesito per un referendum propositivo che chieda al Consiglio Comunale di creare subito una attività di trattamento meccanico e biologico dei rifiuti urbani, di nuova generazione che non preveda incenerimento e che dunque proceda nella direzione appunto necessaria a Livorno (avviando da ottobre 2022 la chiusura dell’inceneritore al Picchianti). Non per caso la procedura di questo nostro quesito è stata molto osteggiata da diversi burocrati comunali che ne hanno ritardato scientemente il percorso, al fine di evitare che fosse dichiarato ammissibile. Non ci sono riusciti e il Collegio di Garanzia, superati numerosi ostacoli sollevati apposta, ha dato il via libera. Dopo che, lasciata alle spalle la zona rossa, il Comitato Oltre l’Inceneritore avrà ricevuto la relativa notifica, dovranno essere raccolte le firme per giungere ad effettuare il vero e proprio referendum.

Un referendum propositivo che – in perfetta continuità con il suo inserimento quale istituto nello statuto comunale da parte della precedente amministrazione condiviso da tutte le forze politiche allora presenti in consiglio comunale – sarà anche per l’attuale amministrazione l’evento storico del far scegliere direttamente ai cittadini l’indicazione da sottoporre al Consiglio circa le modalità anche tecnologiche per affrontare il rapporto della città con il suo ambiente reale, senza promesse roboanti e senza arretratezze restauratrici.

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Sull’afflato progressista della Costituzione (a Ernesto Galli Della Loggia)

Lunedì 30 marzo ore 08:42 da Raffaello Morelli a Ernesto Galli della Loggia a

Caro Professore,

La ringrazio per la Sua replica, anche se per confermare il Suo punto di vista. Però, proprio a partire dall’affermazione che l’antifascismo non c’entra, mi pare non Le sia chiara la ragione per cui c’entra. L’antifascismo c’entra in quanto norma di chiusura, per sostenere (rispetto alla tesi del Suo articolo) che, visto l’antifascismo di Malagodi, il nodo delle dispute sulla Costituzione non è l’ ’“afflato progressista” bensì la distorta interpretazione che ne è stata data da decenni . Questa distorta interpretazione è all’origine dei ritardi su norme non in linea con quell’afflato progressista (vedi quelle sui sindacati o sui partiti o sulla definizione della magistratura quale ordine e non quale potere) nonché di quello statalismo che non è figlio dello spirito complessivo della carta. Il presunto afflato progressista deriva dalla convergente volontà del mondo marxista e di quello cattolico sociale sul ritenere che la democrazia venga prima della libertà.

Con la più viva cordialità

Lunedì 29 marzo ore 11:35 da Ernesto Galli della Loggia a Raffaello Morelli

caro Morelli,

l’antifascismo non c’entra nulla. E’ ovvio che Malagodi come tutti i liberali era antifascista e quindi non poteva e non volerva allearsi con il Msi di Michelini e Almirante. Il problema è che fino a prova contaria liberali e democratici non sono la stessa cosa: una diversità sulla quale, per colpa soprattutto dei primi, troppo spesso si sorvola. Malagodi era un liberale vero: non vedo come avrebbe potuto andare d’accordo con l’acceso, convinto, statalismo che come lei sa pervade inevece tutta la prima parte della Costituzione ne rappresenta un “valore” essenziale, un autentico pilastro insieme all’intento “sociale” al quale molti diritti sono espressamente subordinati . In tutto questo consiste per l’appunto “l’afflato progresssta” della Costituzione di cui ho parlato e che è di ispirazione schiettamente democratica, ma che con l’antifascismo non ha nulla a che vedere. Non le pare? Con la più viva cordialità,

Ernesto Galli della Loggia

Lunedì 29 marzo ore 09:55 da Raffaello Morelli a Ernesto Galli della Loggia

Caro Professore,

proprio perché Lei è persona attenta ai dati di fatto, per mentalità e professione, Le faccio rilevare una sonora stecca a proposito della posizione di Malagodi citata nel Suo articolo di stamani. Lei scrive che Malagodi non condivideva il pervasivo afflato progressista della Costituzione. Queste parole non sono esatte in sé e lo sono ancor meno se riferite ai principi.

Quanto all’esattezza, Malagodi non ha mai eccepito sul pervasivo afflato progressista della Costituzione. Infatti fin dal ’57 ha rifiutato con durezza (voto del Consiglio Nazionale nei primi anni di Segreteria) la prospettiva della grande destra, per le quali ebbe fortissime pressioni per un quindicennio almeno. Per questo è stato sempre incluso nel novero degli antifascisti anche all’epoca, quando il PCI non era certo tenero nel riconoscere questo tipo di carattere politico, specie agli avversari.

Quanto ai principi, il problema di tutti i liberali, non solo di Malagodi, è che, a causa di un testo per più aspetti non felicissimo, la Costituzione consente interpretazioni incoerenti, dimentiche che il fulcro della convivenza sono i cittadini individui nella loro quotidianità, non il modo di vita conformistico imposto da qualche autorità o classe. Un esempio indubbio è l’art.1 c. 1, che recita “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro “ , un testo passato battendo nel voto quello presentato da Gaetano Martino e Ugo La Malfa, “l’Italia è una repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro”. In pratica si vollero declamare speranze senza indicare la strada per costruire le relazioni aperte nella convivenza.

Però avanzare richieste simili non è disconoscere la Costituzione, bensì battersi di continuo per applicane lo spirito.

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Ricordiamo Einaudi per fare le politiche di oggi

Confidiamo   sia ormai un dato acquisito che celebrare la ricorrenza di uno statista, ha senso solo se, invece di descrivere quanto ha fatto da vivo, ci si sforza di applicare i suoi principi nella realtà di oggi. Noi liberali intendiamo farlo con Einaudi

Einaudi, scomparso a fine ottobre del ’61 all’età di 87 anni e mezzo, è stato un uomo di altissimo rilievo in vari campi,  studi economici, cariche istituzionali, informazione. Con un unico filo conduttore: che il fulcro della vita di uno Stato è la libertà del cittadino, principalmente come indipendenza attiva nell’operare. Convinti di tale metodo, ricordiamo cosa fece Einaudi prima di essere eletto Presidente della Repubblica.

L’essenza della sua linea economica si ricava dal testo che predispose per il quarto comma dell’art. 81 della Costituzione: “Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.  Con queste poche parole espresse il tipico concetto liberale che le questioni economiche  richiedono rigore  nel  compiere gli atti dinamici, che attengono al futuro. E sono parole e concetto opposti a quelle della riforma del pareggio di bilancio introdotte  nel 2012 , all’epoca del governo Monti, in succube ossequio alla rigida politica dell’austerità inefficace e pericolosa per la democrazia.  Quando subito dopo divenne Ministro del Bilancio, Einaudi fu coerente e applicò la propria convinzione sperimentale secondo cui la funzione delle istituzioni non può svolgersi mediante il protezionismo, perché non attiva la diffusa  libera iniziativa individuale nei rapporti economici. Nei mesi precedenti, al fine di ripristinare il mercato, aveva liberalizzato l’impiego in Italia della valuta ottenuta dagli esportatori con le vendite all’estero. E nel settembre 1947 (quando era da poco più di tre mesi Vice Presidente del Consiglio, Ministro del Bilancio) applicò subito la sua convinzione in una serie di atti di intervento della mano pubblica dello Stato per bloccare l’inflazione che era divenuta galoppante. Queste scelte avviarono in pochi mesi il risanamento indispensabile per porre il mercato in grado di utilizzare gli aiuti del piano Marshall. In pratica era la fornitura gratuita da parte USA (400 miliardi di lire dell’epoca) di frumento, di carbone, di combustibili liquidi e di quelle altre materie prime necessarie che l’Italia non era in grado di pagare con le sue esportazioni.

In questo modo, Einaudi e il governo  scelsero due linee precise. La linea di confermare l’adesione al modello di vita occidentale fautore della libertà del cittadino di esprimersi, di consumare, di accedere ai beni. E l’altra linea di mettere in moto l’economia, modernizzandola. In un’intervista Einaudi disse che l’utilizzo dei contributi lo deciderà “il popolo italiano, ma esso dovrà necessariamente servire a opere di ricostruzione, ripristino delle ferrovie, dei porti, continuazione delle bonifiche delle strade, potenziamento e rinnovamento degli impianti industriali”. Einaudi effettuò così un tipico intervento pubblico non liberista, fondato su una cornice istituzionale adeguata ad utilizzare gli spiriti imprenditoriali dei liberi cittadini nel rispetto del Parlamento rappresentativo. Dal ’47 al ’53 la crescita  del reddito nazionale fu del 58%, ossia del 9,6 all’anno. Una crescita del genere, spalmata nei singoli anni e con bassa inflazione, è un primato tuttora esistente e non solo per l’Italia.

Al giorno d’oggi, in altre condizioni storiche, andrebbe seguito a Roma e a Bruxelles, un metodo analogo per gestire il Recovery  Plan attivato dall’UE . A Roma, invece, ogni giorno è più chiaro che, al di là del metodo di rigore unito alla politica aperta che  pratica il Presidente del Consiglio, la struttura burocratica del paese non ha una mentalità dinamica capace di eseguire i propri compiti con professionalità nell’obiettivo di suscitare l’intraprendere dei cittadini.

La  cultura è quella del distribuire assistenza e del confondere il fine delle regole (il convivere tra diversi) con l’imporre stili di vita ai cittadini e con privilegiare l’impiego pubblico anche quando non ne esiste il motivo. Da qui la scarsa capacità ed i ritardi nell’affrontare le condizioni eccezionali in cui il Covid19 stringe l’Italia da un anno abbondante. In generale, il problema è l’esser restii ad accettare la necessità di adattare la vita quotidiana alle indicazioni dei dati rilevati dalla scienza nell’andamento pandemico. Oppure il non saper distinguere il ruolo delle autonomie (essenziale in tempi ordinari) dal riconoscere l’irrinunciabile ruolo del Governo nazionale nel dirigere le questioni generali della Sanità e della salute degli italiani, in epoca di pandemia, e  nel fissare livelli minimi di efficienza della sanità pubblica con cui curare il cittadino. Oppure l’incapacità di accettare che gli assembramenti non stanno nella didattica in presenza nelle aule delle elementari , bensì nel complesso di atti necessari per fare arrivare gli studenti nelle aule (ma gli Enti Locali e delle Regioni, per proteggere le proprie reti abituali, non hanno voluto far pieno ricorso ai mezzi di trasporto turistico inutilizzati dai privati). Oppure, l’incapacità di abbandonare i ritmi di lavoro ordinario e quindi non capire come, nella lotta al Covid19, fosse ineludibile predisporre con urgenza il Piano Sanitario Nazionale che invece non c’è ancora oggi.

Questo a Roma: nel complesso latita la cultura liberale einaudiana, che occorre rapidamente riscoprire. Peraltro Bruxelles non sta molto meglio. Più precisamente, l’anno del Covid19  ha posto in rilievo due aspetti tra loro assai contraddittori.

Il primo è stato molto positivo nel campo del costruire l’UE. Abbandonando  il principio dell’austerità – che non poteva funzionare e non ha funzionato, in quanto trascura l’intraprendere dei cittadini – l’UE ha ripreso il criterio dell’origine  di focalizzarsi sulla vita quotidiana degli europei , decidendo pertanto di creare un fondo molto consistente per fronteggiare la pandemia sanitaria mettendo a disposizione ad ogni membro quantità finanziarie adeguate (il Recovery Plan). E’ stato, in uno spirito einaudiano, un chiaro passo avanti nel processo di costruzione dell’UE, che  per natura richiede tempo. Tale decisione non era scontata ed è stata un successo della Presidente Von der Leyen,  voluta nell’estate ’19 da  popolari, socialisti , liberali e in più dai 14 voti determinanti del gruppo M5S. Per di più,  una decisione che ha imboccato di fatto la via di procedere all’emissione di euro bond garantiti direttamente dall’Europa.                 

Il secondo aspetto , invece, è sotto gli occhi di tutti e prova che nella UE ci sono cure da fare alla svelta. Parliamo della vicenda dei ritardi e degli errori negli approvvigionamenti dei vaccini. E’ vero che la sanità non rientra nelle competenze dei Trattati UE. Ma è evidente che, avendo deciso il Recovery Plan sotto il profilo economico, si apriva il capitolo della competenza della Commissione sulla sanità (del resto espressamente accettata dagli Stati membri negli ultimi mesi). In questo contesto,  va allora rilevato che gli sbagli nelle trattative con le case farmaceutiche, in specie AstraZeneca, non sono un mero errore di tecnica giuridica, bensì esprimono una grave mancanza di prospettiva politica e culturale.

In atre parole, le strutture UE, reimmergendosi nella logica dell’austerità, si sono focalizzate solo sullo spuntare per le forniture dei vaccini il prezzo più basso possibile (oltretutto senza effettuare ordini precisi e dunque esponendosi a  farsi soffiare il posto da altri, ad esempio il Cile);  e , di fronte al dilagante Covid19, non si sono poste il problema ben più essenziale, quello di effettuare investimenti per non dipendere dall’India (che produce ingredienti chiave per i vaccini e li blocca a piacere) e di innovare per avere un vaccino del tutto europeo. Cosa possibile stanti le dimensioni delle industrie farmaceutiche UE, sulle quali però l’UE non ha investito (come hanno fatto la Gran Bretagna non più UE e i tre grandi Cina, Usa e Russia ). Del resto non è un caso se non c’è un’azienda UE fra le prime diciotto imprese tecnologiche per fatturato.

Insomma, l’UE ha per struttura bisogno di tempo per maturare. Ma la pandemia ha reso molto più rapido il ritmo degli avvenimenti. E dunque oggi l’UE e i suoi cittadini devono sempre più rifarsi all’insegnamento di Einaudi operando veloci per modernizzare l’attività economica collaborando all’insegna della ricerca e della diversità delle proprie culture. Negare la realtà e il continuo cambiamento che induce, deve restare una tipologia nazinalistica estranea al mondo dell’UE.

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Commento ad un articolo su Repubblica circa l’esigenza di un’iniziativa liberale

Lettera a Maurizio Molinari e per conoscenza ad Alessandro De Nicola

Buongiorno Direttore,

il commento/appello dell’Avv. De Nicola su La Repubblica di sabato per l’unità dei Liberali giunge più che opportuno.
Parte della debolezza della Liberaldemocrazia italiana va ricercata nell’assenza di una formazione Liberale capace di rispondere al cambiamento e più in generale ai bisogni dei cittadini (non solo delle élite). Le organizzazioni che si definiscono Liberali sono molte di più di quelle menzionate (comprendiamo che lo spazio per citarle tutte fosse limitato). Ma quasi tutte quelle elencate sono significative perché sono composte da soggetti sedicenti Liberali ma che nell’ultimo ventennio hanno zigzagato da un partito all’altro. Il caso di molti dei componenti di Più Europa è quantomeno bizzarro.

Ovvio che i Liberali non devono dividersi più su R. Dahrendorf, J. M. Keynes (finalmente si riconosce che era Liberale, come lui stesso ha sempre dichiarato) e F. Hayek, o altri. Ma ricordiamo pure che proprio quest’ultimo, fece un’appendice apposta al suo importante libro per dichiarare di non essere un Conservatore; e si riferì all’intenzione di ciascun pensatore Liberale di risolvere i problemi dei cittadini cercando di creare le condizioni per consentire loro di esprimerne le aspettative e le potenzialità. Perciò, oltre a ciò su cui non dividersi, sarebbe opportuno discutere su come lavorare insieme nell’interesse degli individui cittadini.

Per esempio, a differenza di chi scrive, molti dei sedicenti Liberali citati dall’Avv. De Nicola, si sono espressi vivacemente per il No al recente referendum costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari, nonostante in molte altre occasioni passate si fossero espressi a favore del taglio. Certo, avrebbero voluto una riforma più ampia del quadro istituzionale, ma con il No (anti grillino) hanno rinunciato al cambiamento. Non possono poi però, lamentarsi se sono percepiti come élite dai cittadini che invece vorrebbero essere rappresentati da chi cerca di confrontarsi per migliorare le regole della convivenza.

Ecco, sono proprio le regole della convivenza che fanno il quadro per lasciar liberi i cittadini di maturare la propria responsabilità individuale, di ampliare le proprie libertà, e di agire per prosperare. Il Liberalismo crede e si affida ai cittadini, e rifugge dagli abbagli di chi, per qualche ragione anche solida, si dichiara più competente, illuminato, appropriato per guidare il mondo dettando i comportamenti agli altri.

L’Avv. De Nicola ha ragione nell’auspicio, ma deve anche ricordare che i Liberali, affidandosi ad un metodo sperimentale, più che ad un’ideologia, si valutano sui fatti.

Confidiamo nell’interesse nelle nostre parole per la pubblicazione così da ampliare il dibattito intorno all’opportuno appello dell’Avv. De Nicola.

Cordiali saluti,

Raffaello Morelli
Pietro Paganini

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Anniversario di Giulio Giorello

Scritto per la rivista LIBRO APERTO

Ricordare Giulio Giorello ad un anno dalla scomparsa (15 giugno 2020) è fisiologico per una rivista liberale. Di sicuro per quello che è stato, ma anche per quello che non è stato.

Per richiamare il modo di essere di Giulio Giorello, bisogna partire dal come iniziò. Nei tardi anni del miracolo economico, Giorello fu l’emblema del cittadino che, riflettendo sui fatti, è capace di liberarsi dalle suggestioni imperanti, specie tra gli intellettuali,  in tema di conformismo alle mode prevalenti: quelle dell’imprigionare l’individuo, con utopie dissimulate, in percorsi mentali  di rifiuto dei fatti concreti, imbrigliandone così la spinta al  conoscere il mondo.   

Lo dimostra il percorso accademico di Giorello che è iniziato distante dal terreno delle libertà. Il suo maestro era Geymonat. Un pensatore e matematico marxista, partigiano, partito dal neo positivismo, appassionato di scienza, impegnato nell’introdurla nella cultura universitaria e non, quale segno di un importante impegno politico. Giorello, avendo un rapporto stretto con Geymonat,  prese le mosse dall’occuparsi di materialismo dialettico. Da lì  si rese conto che il motore del mondo e delle relazioni umane, non era il marxismo: era la libertà di ogni individuo congiunta alla diversità di ciascuno. Una concezione distante dalla cultura italiana dominante di allora (e del resto ancora oggi, se al posto del marxismo si  mette il volere una società statica).

Non a caso Giorello amava l’aforisma di Popper, “se non vi fosse una Torre di Babele, bisognerebbe inventarla”. Tanto più che, nella Bibbia, la Torre di Babele è una punizione per  chi vuole innalzarsi al cielo: quella di farlo cadere nella confusione di lingue diverse. Giorello era invece certo che le discussioni sono più feconde proprio se le opinioni sono contrastanti e non si hanno punti in comune. Perciò la Torre di Babele si sarebbe dovuta inventare, perché la diversità è creatrice di conoscenza ed è il tesoro dell’umanità. Non a caso Giorello era contento quando constatava che altri la pensavano differentemente da lui, siccome considerava la diversità e la tolleranza gli essenziali criteri dinamici della convivenza libera.

Per Giorello il fulcro della libertà è cercare di continuo di comprendere il mondo in modo da poter di continuo allargare le libere relazioni dei suoi abitanti. Nella certezza che questa maniera di essere liberi è in sostanza sempre provvisoria, ma non per questo meno decisiva. Perché la libertà non può essere un sistema statico, che illustra un libro scritto una volta e basta. E’ la possibilità di scegliere cosa fare. La libertà, proprio perché vive nel tempo e nella diversità, deve essere sempre attiva, nei modi più disparati. Giorello era cultore della Gloriosa Rivoluzione inglese ma anche sostenitore dell’Esercito repubblicano irlandese provvisorio oppure della resistenza del popolo Uyghuro in Cina oppure della lotta del popolo basco in Spagna. E ogni volta lo era perché li considerava movimenti  di aspirazione alla libertà civile, seppure con modalità innovative rispetto ai precedenti modelli di libertà. Cosa ovvia, per lui, dato appunto che la libertà non può avere un modello rigido nel tempo e nei luoghi.

Tale concetto è il punto chiave d’avvio nell’analisi sulla libertà dell’individuo. Giorello lo evocava  citando il poeta MiIton di metà ‘600 agli albori del liberalismo : la libertà è unirsi contro la testarda smania di proibire. E’ il nucleo della convivenza libera tra individui diversi che si autodeterminano. E aggiungeva un’altra notazione illuminante. Che in inglese  la parola popolo è una parola plurale, cioè palesemente include gli individui, mentre in italiano è singolare, cioè implicitamente esclude gli individui. Perché in Italia la cultura concepisce gli individui un pericoloso attentato alla regola fondante dell’unità collettiva che non va scalfita.  

Battersi contro la smania di proibire  l’autodeterminazione individuale, è dunque per Giorello il fulcro delle idee e dei comportamenti. Da qui la svolta importante che lui ha  impresso nella cultura italiana. La quale, per responsabilità di tanti, dall’idealismo tedesco, alla vulgata marxista, alla dottrina religiosa romana, è sempre impigliata in qualche forma di dover essere. Da secoli si  predica la ripulsa delle azioni strane e avverse alla tradizione promosse dai cittadini individualmente non conformisti e che addirittura hanno la pretesa di decidere cosa fare della propria vita. Quando invece, da metà del ‘600, quasi di pari passo all’allargarsi della pratica scientifica, sono andati crescendo anche i cambiamenti radicali nel modo di vivere fondandosi sempre più sulla maggior libertà di espressione riconosciuta al cittadino e alle sue iniziative. Con enormi risultati positivi.

In tante battaglie a favore del continuo svilupparsi della libertà individuale in svariati settori, Giorello è sempre stato in prima fila, intellettuale e politica. Ogni volta richiamando che l’importante non è la protesta in sé e l’emozione che origina, ma la spinta ad una definizione, nuova e più libera, di cosa viene accettato nella convivenza nell’ambito di regole espresse dalle norme. Giorello diceva che non si deve rinviare l’impegno delle lotte in tema di libertà. Il futuro è adesso. Le battaglie vanno condotte fin da subito in uno spirito costruttivo di cambiare verso la direzione ritenuta più adatta a irrobustire le relazioni di libertà.

Lui si è dedicato a farle. Per ricordarne qualcuna, l’insistere nel sostenere la necessità del voto agli immigrati che hanno una posizione stabile di lavoro e pagano le tasse,  oppure di norme a protezione degli esseri viventi non umani , magari vegetali inclusi. E poi il grande tema della libertà religiosa, che considerava la questione centrale del paese per sbloccarne l’effettiva crescita verso l’autodeterminazione individuale. La libertà del laico è il poter essere di nessuna Chiesa, scrisse. Dal dare a ciascuno  l’effettiva possibilità di essere o no credente (e consentire, a chi voglia farlo di costruire ogni tipo di luogo di culto) al togliere agli italiani i lacci soffocanti delle norme dell’art.7 della Costituzione.  Che non si limitano a far danni in teoria ma che si diffondono tentacolari nella quotidianità.

Contro uno di questi tentacoli, a metà autunno 2012, Giorello accettò di scrivere una lettera – con me ed una trentina di notissimi docenti universitari e massimi esponenti della laicità italiana – una lettera al Presidente del Consiglio (era il sen.Monti), per invitarlo a non presentare ricorso avverso una Sentenza della Corte di Strasburgo  di condanna all’Italia in merito alla legge sulla procreazione assistita. Un ricorso  che avrebbe fatto  credere che in Italia non si possono effettuare  le diagnosi preimpianto. Che avrebbe confermato la contraddizione evidenziata dalla stessa Corte tra il disposto della legge sull’interruzione di gravidanza e quello sulla procreazione assistita e quindi volto a negare l’autodeterminazione delle scelte individuali.

Gli scriventi facevano  appello a non presentare il ricorso e a affrontare il problema delle indagini genetiche con incontri di esperti veri, a prescindere dalle convinzioni etiche. Dopo due mesi di contatti nebbiosi, il ricorso venne fatto l’ultimo giorno e naturalmente venne in seguito rigettato,  esponendo il paese ad una meschina figura. Che era prevedibile ma che venne rischiata pur di soddisfare le burocrazie ministeriali dominate dai cattolici chiusi (mettendo in luce l’inconsistenza politico culturale in tema di libertà degli allora responsabili del governo).

La lettera che inviammo servì a non accettare passivamente il supposto buon senso civile dettato dal conformismo prevalente. Il buon senso pare l’essenza della saggezza ed è l’orlo del baratro immobilista. Come insegna la conoscenza scientifica, in ogni momento occorre porsi il problema di cosa può funzionare in altro modo e dell’efficacia di questo nuovo modo. Poi sperimentare la proposta e valutare i risultati. In ciò stanno il ruolo e l’importanza della libertà  e del cittadino individuo che la pratica. Giorello ammoniva che occorre applicarsi ad infrangere ogni barriera (intellettuale e operativa, non mischiando giudizi politici e rapporti commerciali tra grandi Stati) . Un ammonimento da non intendersi come sorta di furia iconoclasta, bensì come spirito critico applicato di continuo per cogliere la prospettiva del tempo che passa e in ogni campo (vedi il suo libro su Topolino) per  rimarcare la diversità degli interessi viventi.

La ragione è che il concetto di autodeterminazione individuale si interseca indissolubile (se ne abbia o no coscienza) al concetto del tempo che passa (quindi guarda avanti, mai indietro, come invece sognano i movimenti totalitari che vogliono distruggere i monumenti del passato). E poi si interseca anche al principio popperiano per cui la scienza è tale solo se è falsificabile, concetto chiave del principio di conoscenza sperimentale provvisoria. Insomma, un impianto concettuale così esige di affrontare cambiamenti di ogni tipo, di continuo.

Perciò Giorello era particolarmente attento al grande filosofo austriaco Feyerabend, che sosteneva il valore anche delle contraddizioni e argomentava contro il metodo. Non per rinnegare lo stare ai fatti e lo sperimentare, ma per esprimere l’esigenza che la ricerca non si blocchi al sorgere di contraddizioni e che il metodo si ampli senza fossilizzarsi nel ripetere sé stesso. Sono criteri attuativi della libertà, da applicare sempre nell’autodeterminarsi  individuale.

Giorello è stato un autore assai pubblicato e un direttore editoriale di gran rilievo. Una persona dal rigore matematico e dalla curiosità insaziabile, che  esprime ininterrotta voglia di conoscere.  Però non ha avuto l’ascolto e la diffusione dovuti. Trattato sovente dal mondo mass mediatico alla stregua di oggetto curioso  da esibire in salotto sotto la campana di vetro ma da tenere a rispettosa distanza (un necrologio di un quotidiano di sinistra, pur assai positivo, ha scritto di non capire come Giorello potesse mettere insieme liberali ed Esercito Repubblicano Irlandese).

Un trattamento dovuto in parte alla scarsa professionalità di giornalisti mai alla ricerca di presentare ai lettori il dibattito sulle idee preferendo il ruolo di fare previsioni su ciò che avverrà, come si fosse a teatro o all’ippodromo. Ma un trattamento dovuto anche ad una  società ingessata nell’ossequio al potere esistente e nelle ritualità ideologico religiose. E che ha costituito un errore imperdonabile, perché Giulio Giorello in Italia è stato un gigante  della filosofia delle libertà e delle sue applicazioni.

Naturalmente, per essere coerente con il suo insegnamento e al suo desiderio di differenze, ricordo un aspetto che invece Giorello ha trascurato  nel complesso del suo pensiero. Giorello  ha sempre dato per scontato che bastasse impegnarsi per far crescere  in ciascun cittadino la passione per le idee di libertà. Secondo me, è necessario ma non sufficiente. A parte la forte compressione della cultura liberale fatta dai suoi nemici, è questo impegno circoscritto a causare la debolezza politica liberale in Italia.

Basta fare un sintetico ragionamento illustrativo. Gli individui convivono tra loro e sono diversi. La storia ha mostrato che la convivenza migliora non senza istituzioni (altrimenti domina la forza fisica) ma creando istituzioni che la regolino  con norme scelte dai cittadini. Ed adeguandole di continuo. Quindi il nodo è la scelta e poi il seguire l’evolvere delle vicende. Peraltro, essendo i cittadini diversi, non tutti vogliono la libertà, in particolare quella dinamica, e anche chi la vuole, può prendere iniziative differenti. Dunque è determinante il come si arriva ogni volta a compiere la scelta con il voto segreto. Fin qui concordo con Giorello.

Per me è irrealistico supporre che cittadini diversi abbiano uguale consapevolezza nello scegliere (che è il punto per cui la libertà implica la democrazia ma non viceversa). Quindi è cruciale  che ciascuno abbia analoga informazione ed analogo quadro emotivo. Per rendere più probabile tale risultato, quanti concorrono devono aver analoghe capacità di attirare l’attenzione sul rispettivo prodotto. A tal fine, devono avere  un minino di consistenza quantitativa (e di risorse adatte, che però la libertà individuale da sola non accumula), una consistenza che renda credibile ai mezzi di comunicazione l’aspirare al potere del progetto e renda credibile agli elettori l’essere un progetto politico su cui puntare.

Tale minima consistenza è impossibile raggiungerla tramite individui slegati tra loro, pur se convergenti sulla libertà. Perché contano molto il clima e le attese diffuse nella convivenza ( si pensi a come agisce chi avversa la libertà contrapponendole l’utopia e le sue fulgide certezze, cioè cose molto più accattivanti nell’immediato). Occorre una formazione politica  che  colleghi i fautori delle libertà in base ad un progetto espressione dei loro principi.  E che alle elezioni possa ricevere il suffragio dei cittadini che scelgono le libertà. Sennò prevarranno le voci ideologiche e quelle emotive (non si dimentichi che le emozioni attengono ai rapporti quotidiani ma ostacolano  i cangianti progetti innovativi per risolvere le sfide).

Giorello non ha fatto questo passaggio della formazione di collegamento. Continuava a sperare che la forza della libertà individuale finisse per prevalere. Ma senza formazione di collegamento, il percorso della libertà nelle relazioni civili è di gran lunga più accidentato  e più lento (nel migliore dei casi). Il che si traduce in un peso opprimente a carico della cittadinanza.

Giorello preferiva sperare che ciò potesse comunque accadere. La trovo una speranza parecchio ardua (e infatti  finora i risultati sono molto ridotti e dilazionati). Oltretutto perché negli ultimi decenni è cresciuta la complessità del mondo (uno stato sfruttabile per escludere la strada della libertà individuale; basta pensare a chi lavora al governo mondiale). In ogni caso è un dato di fatto che Giorello sperava  bastasse la maturazione liberale dei singoli individui, soprattutto  perché diffidava dei partiti ritenendoli corpi intermedi inclini all’irrigidimento gerarchico e  inadatti a mantenere l’irrinunciabile dinamica nella ricerca della libertà.

La sua diffidenza per i partiti (oggettivamente assai motivata)  peraltro  non basta a motivare ciò che Giorello non è stato. In Italia lui è il massimo esempio dell’epoca recente del come, per essere progressisti davvero, si debba prima essere liberali e basarsi sull’individuo. Tuttavia non si è spinto a spiegare a chi neppure cerca di  capirlo (la sinistra marrxista e quella cattolica), come e perché si possano mettere insieme liberali ed Esercito Repubblicano Irlandese (per usare l’immagine del quotidiano sopra ripresa). In altre parole, lo spiegarlo è una coerente necessità per concretizzare una convivenza libera. Va stabilito un collegamento materiale tra coloro che vogliano realizzare le battaglie di libertà su cui Giorello, lungimirante, si è sempre impegnato. In sintesi, Giorello che ho definito un gigante della filosofia delle libertà, è passato per essere poco liberale o al massimo un’icona dei liberali rinunciatari.  Il motivo è non aver approfondito il tema di come costruire di continuo la libertà in un paese già inserito in un regime che dice di applicarla abbastanza.

In Italia, per sollevare il liberalismo dall’irrilevanza politica attuale, occorre  impegnarsi nel costruire le condizioni perché si possa davvero realizzare nelle istituzioni la metodologia politica liberale fondata sul cittadino individuo.  Una costruzione che non può affidarsi ad un partito (al più di liberale ha il nome, non il comportamento coerente fino in fondo) ma che necessita di una formazione delle libertà, la quale, duttile e  propulsiva, attivi quel minimo di consistenza quantitativa che la renda tessuto connettivo tramite le idee di libertà ed i progetti specifici del tempo e del luogo.

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Crescono i prezzi delle materie prime alimentari

Durante la pandemia il prezzo delle materie prime per uso alimentare è cresciuto pericolosamente. Il prezzo dei beni alimentari aumenta da molti mesi mettendo pressione sulle fasce più povere – almeno 705 milioni di persone sono sotto la soglia di povertà (1,67 € giornalieri).

Nel passato, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari ha coinciso con periodi di disordini sociali. Un continuo aumento dei prezzi potrebbe scatenare rivolte sociali nei Paesi più poveri ed economicamente e politicamente meno stabili, scatenando un effetto a catena che potrebbe coinvolgere anche le regioni in cui la pandemia sta creando tensioni politiche e difficoltà economiche.

L’aumento dei prezzi in economie interconnesse rischia di generare un nuovo protezionismo. E questo colpirebbe i Paesi meno autosufficienti e con uno scarso potere negoziale.

  • I Paesi del Medio Oriente per esempio, non sono autosufficienti ma hanno risorse finanziarie e forza politica per fare scorte sufficienti indebolendo Paesi ricchi di materie prime ma deboli politicamente e finanziariamente.

I governi dovrebbero fare molta attenzione perché questo aumento costante rischia di durare ben oltre le previsioni di inizio 2021.

  • Gli incrementi del 2008 hanno infiammato l’instabilità in tutto il Sud più povero del mondo, mentre i picchi del 2010/2011 che hanno seguito il divieto di esportazione del grano russo hanno contribuito ad alimentare le cosiddette Primavere Arabe.

La Fao ha elaborato un indice di rischio (Food Systems Risk) che monitora la dipendenza di un’economia dall’importazione di materie prime alimentari.

  • I Paesi più a rischio sono quelli del MedioOriente e dell’Africa Settentrionale e parte di quella Centrale. Ma la minaccia, seppure meno elevata, riguarda paesi come la Cina, l’India, e soprattutto l’Italia, la Germania e la Spagna (non la Francia). I grandi paesi esportatori sono nelle fasce climatiche temperate, Canada, Russia, USA, ma anche in Europa dell’Est.

I prezzi crescono consecutivamente da 9 mesi (superando il + 20% mese su mese) secondo la Fao (Food Price Index); solo nel mese di Febbraio l’aumento è stato del 2,4% sul mese precedente (2% Gennaio su Dicembre). Si è superato il livello raggiunto nel Luglio del 2014.

  • In Europa i prezzi sono aumentati mediamente del 2,1% nella Ue; negli Stati Uniti del 3%; è quasi il doppio del tasso di inflazione. In Italia questo aumento investe i più poveri che spendono più di un terzo del loro reddito in cibo.

Con la pandemia (Febbraio 2020) sono crollati violentemente tradendo le aspettative che prevedevano un aumento drastico dell’inflazione dovuto alle difficoltà del sistema logistico (che in realtà si è dimostrato molto più solido e ha continuato ad operare efficientemente). Piuttosto, è esplosa la deflazione legata alla chiusura generalizzata e scomposta delle diverse economie. La discesa del prezzo del petrolio ha cancellato la domanda delle alternative vegetali, spingendo i prezzi in basso.

Il trend discendente si è rapidamente invertito con le riaperture estive (Giugno 2020).

La spinta principale è data dalla crescita dei prezzi degli oli vegetali (tra cui l’olio di palma) e dei cereali, mentre appare più contenuto l’incremento dei prezzi dello zucchero e dei prodotti caseari.

Le ragioni di questo aumento sono tante: il clima e i cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo la produzione di beni primari: periodi lunghi di siccità, che hanno colpito il Sud America, il fenomeno della Niña, le tempeste in Texas, e gli incendi in varie regioni del mondo; le difficoltà logistiche del Covid-19, la corsa agli approvvigionamenti di tutte le materie prime alimentari da parte dei mega paesi, come Cina, India e Brasile, ma anche dei Paesi medio-orientali che non hanno produzione interna.

L’esperienza della pandemia sta stimolando un atteggiamento prudenziale da parte dei Paesi, come la Cina, spingendoli, chi può farlo, ad approvvigionarsi degli ingredienti fondamentali per la nutrizione.

  • Si confermerebbe così che l’aumento non è la semplice conseguenza del rimbalzo dei prezzi che ha seguito il loro calo di inizio pandemia (nel periodo Febbraio – Maggio 2020) ma vada ricercato in un cambio di strategie e politiche da parte dei Paesi e degli operatori, e di abitudini da parte dei consumatori.

L’aumento dei prezzi aggrava la condizione delle famiglie già affaticate dal peso della pandemia sollecitando maggiori aspettative verso i governi i cui strumenti a disposizione sono molto pochi, soprattutto quando le filiere alimentari sono lunghe e globali.

  • Tra i Paesi che soffrono maggiormente ci sono il Brasile; l’India che nonostante il tentativo del Governo di controllare i prezzi con i sussidi è travolta dalle proteste dei contadini; in Kashmir l’aumento dei prezzi ha scatenato proteste violente; la Nigeria in cui gli attacchi ai contadini e il cattivo funzionamento della distribuzione hanno spinto i prezzi verso l’alto; in Sudan l’inflazione è a tre cifre e il prezzo del pane è più che raddoppiato scatenando le proteste dei contadini contro il governo militare-civile.

L’Italia è un produttore di beni alimentari, ma importa la maggior parte delle materie prime, incluso il grano. Abbiamo interesse ad approvvigionarci di materie prime e a basso costo. Un aumento dei prezzi come quello in corso graverebbe molto sulle fasce più deboli, ma non solo.

  • Anche l’instabilità in Medio Oriente avrebbe un impatto devastante sulla nostra economia generando anche confusione sociale a causa dei fenomeni migratori di cui abbiamo esperienza.

Sarebbe opportuno attivare massicci interventi economici a livello Ue al fine di calmierare i prezzi dei beni alimentari nel mondo, e così evitare il protrarsi del fenomeno del loro aumento, che attiva una spirale di comportamenti negativi per tutti.

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Un richiamo utile nel quadro politico

Da quando venerdì Enrico Letta ha sciolto la riserva dicendo  di non perseguire l’unanimismo, i mass media denunciano le colpe dell’unanimismo nel privilegiare gli accordi di potere. Però il concetto di Enrico Letta era un altro. Era  ricercare la verità nei rapporti tra i dirigenti del PD e non l’unanimità. A parte la discutibile scelta del termine “verità” (proprio della sua tradizione cattolica), il senso della frase non si centra sull’unanimismo. Si centra sull’intento di sviscerare i rapporti reali tra i dirigenti PD.

Enrico Letta vuole sollevare il sipario  sul cosa si pensi circa i nodi della vita reale e  far sì che la politica si focalizzi sulle proposte per scioglierli. Insomma un ritorno alla politica delle idee e dell’applicarsi ai fatti, abbandonando i meri esercizi della politica di potere. Non è un esercizio formale. E’ una  esigenza del convivere in una società che adotta istituzioni di tipo liberaldemocratico. Qui il confronto politico serve a presentare ai cittadini progetti alternativi su cui loro possano scegliere e non ad impacchettare soluzioni preconfezionate da imporre ai sudditi, spingendoli al conformismo.  Le istituzioni liberaldemocratiche non concepiscono che i cittadini abbiano il dovere  di vivere in un dato modo. Al contrario, esse operano  per valorizzare l’iniziativa del cittadino, nella convinzione comprovata dalla storia, che sia il modo più efficace e più rapido per sciogliere di volta in volta, attraverso il confronto, i nodi della vita reale.

Il ritorno alla politica delle idee e dei fatti, implica delle conseguenze. Innanzitutto quella di dare al PD  un’identità politico culturale inconfondibile, ma che tenga conto della realtà fatta da una miriade di cittadini diversi. E dunque essere un’identità in grado di avere punti di contatto per stringere alleanze con altre identità (in ogni caso, anche in quello di sistemi elettorali uninominali, quando si cerca il voto di cittadini con gusti non del tutto coincidenti). Il PD dovrà guarire dalla perniciosa utopia dell’origine di voler essere un partito a vocazione maggioritaria. Perché ciò contraddice l’anima aperta dell’identità (tende a formare i cittadini con lo stampino)  ed è perfino ridicolo quando il bacino elettorale supera appena il 20%.

Come seconda cosa, la politica delle idee e dei fatti implica,  oggi, rifuggire il distacco dal governo Draghi. Perché ha un Presidente che è in assoluto una delle personalità più attrezzate per cultura e per esperienze (non solo in Italia) nel gestire il nostro rapporto con l’UE e il Recovery Plan. Perché svolge con le nuove personalità coinvolte un’azione di continuità politico culturale  con il Conte2 , che significa proseguire nella prospettiva di superare  il modo di governare disattento per principio ai cittadini e ossequioso verso le burocrazie, pubbliche e private. Perché nei fatti ha già mostrato l’attitudine a prender cura dell’attuare le decisioni prese, a frenare con forza il cicaleccio delle notizie al posto del render noti i fatti e a bacchettare l’inutile uso di parole inglesi al posto di quelle italiane.

Come terza cosa, la politica delle idee e dei fatti implica che le ovvie distinzioni tra PD e M5S  non  divengano l’odio dei restauratori verso i grillini. Per il motivo che  il M5S, dal marzo ‘18 e ancor oggi , dispone dei gruppi parlamentari più numerosi ed imprescindibili per un assetto politico che non sia la restaurazione del passato. Perché, stante la legge elettorale vigente per le politiche, qualora il PD non abbia un rapporto costruttivo con il M5S, sarebbe assai arduo evitare il successo della coalizione Lega, FdI, FI . Oltretutto tenuto conto che l’ispirazione del M5S è a favore del cambiamento politico (seppur in modo confuso), infatti nella UE i grillini sono stati determinanti nell’eleggere la Von der Leyen (che ha abbandonato l’austerità).

Pertanto, il richiamo di Enrico Letta a idee e ai fatti è una questione seria e va auspicato che la Sua segreteria abbia successo. Per il quadro politico nel suo insieme.

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