Riforme a conferma

Scritto per la rivista NON CREDO rubrica Franciscus dixit

Papa Francesco prosegue nella sua opera di trasformazione di non pochi strumenti dell’organizzazione della Chiesa. I mezzi di informazione, nel loro tipico clima di conformismo acritico, lo  seguono con l’abituale interesse enfatico verso le vicende della Chiesa e in più con i toni ammirati per  quello che definiscono l’indirizzo innovatore di Francesco.  Peraltro, guardando a  ciò che avviene in Vaticano dall’esterno del mondo religioso, va detto che il conformismo acritico non permette una valutazione realistica dei fatti.

Prendiamo le novità annunciate i primi di giugno: la modifica del Diritto Canonico nella parte  delle sanzioni penali. Intanto, i delitti di abuso sessuale su minorenni o adulti vulnerabili e di pedopornografia divengono “delitti contro la vita, la dignità e la libertà dell’uomo”. Per la Chiesa è una novità, ma nel mondo dei laici è un adeguamento molto tardivo, che ancora una volta conferma la grande lentezza con cui in Vaticano si affrontano i problemi reali del convivere umano. Inoltre, per gli stessi  delitti saranno perseguibili pure “i fedeli laici che godono di una dignità o svolgono un ufficio o una funzione nella Chiesa”.   Anche qui, è un provvedimento che in qualche modo allinea il Vaticano alle norme ordinarie nelle democrazie, tagliando commistioni e privilegi prima esistenti nei corridoi vaticani. Meglio tardi che mai.

Poi c’è l’inserimento nel Codice di Diritto Canonico, tra i delitti contro i sacramenti, del reato di ordinazione sacerdotale di una donna. Un reato che viene punito con la scomunicaautomaticadi chi ha effettuato l’ordinazione e di chi l’ha accettata. Questa scelta  è una conferma inequivoca della struttura tradizionale della Chiesa. Costruita intorno a figure maschili, alla donna riconosce solo il ruolo di madre. Un ruolo che valorizza nella sua specificità e anche sotto gli aspetti affettivi ed educativi, che però non è mai sufficiente  per riconoscere che l’essere di sesso femminile è pari a quello di sesso maschile nel poter svolgere tutti gli ordinari  compiti nella comunità ecclesiale e nell’aspirare in essa ad incarichi del più alto livello. Una simile concezione è legittima per chi, credente, la condivide. Però non si può affermare in alcun modo che corrisponda alla realtà emersa progressivamente nei secoli. Il fattore che fa evolvere il  mondo  al passar del tempo non è la forza fisica bensì la capacità intellettuale di conoscenza  dei meccanismi della vita umana e ambientale in maniera sempre più vasta e approfondita. E su tale capacità intellettuale, femmine e maschi si equivalgono. Come in svariati aspetti della vita quotidiana.

Va per di più osservato che ribadire tale struttura tradizionale è un modo perfino brusco di chiudere il discorso per richiamare all’ordine i non pochi movimenti cattolici che sostengono il sacerdozio delle donne in tutta Europa. Questo modo brusco fa riflettere anche su un altro aspetto importante. La procedura usata per inserire il reato di ordinazione sacerdotale di una donna, è una riprova ulteriore di come sia completamente differente, per i cattolici e per i laici, il senso del termine partecipazione. Per i cattolici partecipare significa riconoscersi nelle riunioni della comunità al fine di  meglio celebrare le indicazioni del pastore, che vanno seguite e basta. Per i laici  partecipare  significa riconoscersi nelle riunioni con gli altri cittadini per discutere  e per scegliere tra le varie proposte secondo le regole vigenti. Perciò, partecipare per i cattolici è seguire l’autorità del Dio e dei suoi rappresentati in Terra, per i laici è promuovere il confronto tra quanto propongono i diversi individui conviventi e scegliere in base ai risultati, reiterando le scelte e l’esame dei fatti.

Il concetto di partecipazione intesa quale strumento per ubbidire meglio all’autorità, lo ha ribadito Francesco in persona nel promulgare la Costituzione Apostolica di modifica del Codice Canonico. Infatti, Francesco ha scritto che “è stato seguito il principio di ridurre i casi nei quali l’imposizione di una sanzione è lasciata alla discrezione dell’autorità, così da favorire nell’applicazione delle pene l’unità ecclesiale, specie per delitti che maggiore danno e scandalo provocano nella comunità”. Parole esplicite che sottolineano la concezione tradizionale della Chiesa accentrata (“l’unità ecclesiale”), che  ha l’intenzione di ridurre sempre più i margini discrezionali perfino  all’interno della gerarchia. Principio opposto al metodo della partecipazione laica.

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I Livornesi sui rifiuti devono sapere come stanno le cose

Su Facebook in un pezzo lungo, l’on. Stefano Buffagni (M5S) ha voluto spiegare cos’è la transizione ecologica. Però non l’ha fatto. Non è chiaro se apposta o perché lui stesso non lo sa. Comunque non importa capirlo. L’importante è far conoscere ai livornesi le cose come stanno, dal momento che  le affermazioni di Buffagni  si riferiscono alle tecnologie corrispondenti in toto al progetto che Eni vuol realizzare alla Raffineria di Stagno.

Per la sua opera di disinformazione, Buffagni  sostituisce il termine-trappola bioraffineria – che è il marchio ENI, usato per attribuire impropriamente il prefisso bio ad un inceneritore ­– con l’altro termine “economia circolare”. Fa lo scambio perché l’economia circolare è un modello di produzione che indica riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti da reimmettere sul mercato. Viceversa, il processo descritto da Buffagni è un perfetto esempio di economia lineare dove si producono rifiuti e poi si inceneriscono. Dunque  nell’economia lineare (così come in quella falsamente chiamata circolare da Buffagni), non vi è nessun riutilizzo o riciclo dei rifiuti. Vengono solo prodotte ceneri da smaltire e poi dai gas provenienti dalla combustione (syngas) condensati attraverso un principio chimico  (strippaggio inverso), si può arrivare a produrre idrogeno ed anche metanolo. La falsa economia circolare di Buffagni maschera  a parole quello che in realtà è un evoluto inceneritore di rifiuti. Che inquinerebbe ulteriormente il già inquinato territorio di Livorno.

Non basta. Buffagni cita il Plasmix ma  omette di dire  che il Plasmix   costituisce il 60% della raccolta urbana dei rifiuti. Non lo dice perché dicendolo ammetterebbe di mandare ad incenerimento il 60% delle raccolte anche differenziate dei rifiuti.  Mentre è assolutamente FALSO che quel 60% non si possa riciclare. All’interno del Plasmix  c’è almeno un 80% di plastiche riciclabili per produrre materia, oggetti e prodotti. E ci sono degli impianti (come quello proposto nel nostro referendum per il trattamento meccanico biologico) che lo possono fare, salvaguardando davvero l’ambiente. Sono appunto le tecnologie su cui dobbiamo puntare incentivando il mercato dei prodotti in uscita, al tempo stesso costringendo i produttori ad immettere sul mercato prodotti effettivamente riutilizzabili e/o riciclabili.

Quanto scritto fin qui è certo dal punto di vista tecnico. Buffagni non lo può negare, né per interesse né per scarsa conoscenza. Non lo potrebbe negare neppure il Governo qualora – e noi siamo convinti  non sia questo il caso, visto che il Ministro Cingolani  ha da poco detto ”la salute viene prima del posto di lavoro” – volesse fare il tifo per l’una o l’altra multinazionale, disposto anche a prendere cantonate,  pur di  eludere per lucro la vera salvaguardia ambientale.

I Livornesi devono sapere come stanno davvero le cose, sia sul come trattare i rifiuti (si è visto prima) che sulla posizione dei partiti. Ad oggi PD, Lega e Fratelli d’Italia non si sono mostrati contrari all’incenerimento dei rifiuti, il M5S livornese e Buongiorno sono contrari a questa tipologia di impianti, l’Amministrazione finge di credere che basti chiudere l’impianto esistente dal ’73 per impedire che vi siano nuovi inceneritori nel territorio labronico . Il problema è che la provenienza politica di Buffagni e la sua tesi sono note ed è  quindi giunto il momento che ogni gruppo politico prenda  posizioni cristalline e inequivoche. In vista del realizzarsi della procedura democratica prevista dallo Statuto del Comune. Quella del coinvolgere i cittadini nel dare indicazioni al Consiglio Comunale su quale tipologia di impianto di trattamento di rifiuti si voglia adottare .

Comitato OLTRE L’INCENERITORE

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Un richiamo storico non vero (a Marcello Sorgi)

Egregio Sorgi,
la Sua tesi del referendum come appello al popolo per scuotere il governo non funziona perché è basata su questa sua frase “Pannella riuscì a convincere gli altri, e con il loro aiuto a raccogliere le 500 mila firme necessarie per promuovere la consultazione e a creare la coalizione che poi trascinò sul fronte vittorioso del “No” anche Berlinguer e il Pci”. Ma è un’affermazione falsa. Infatti il referendum abrogativo del ’74 non venne indetto da Pannella o dai fautori della legge sul divorzio (i liberali e i socialisti) bensì dagli antidivorsitsti guidati da Gabrio Lombardi e comprendenti tra gli altri Sergio Cotta, Augusto del Noce, Giorgio La Pira, Lina Merlin. Questo è un dato storico irrefutabile.

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Una legge per la trasparenza nella pubblica amministrazione

La vicenda di come è stato applicato nella pubblica amministrazione il decreto legislativo 97/2016, è emblematica della pratica di una concezione della legge assai approssimativa negli effetti e nella tempistica. E per ciò stesso, poco rispettosa del diritto del cittadino di avere regole certe a presidio della convivenza.

Il DLgvo 97/2016 ampliando una norma precedente (DLgvo 33/2013) , ha introdotto un accesso potenziato dei cittadini al conoscere tutta una serie di dati attinenti la situazione dei vertici della pubblica amministrazione. E a tal fine ha disposto che tali dati venissero resi pubblici. Ebbene, dopo cinque anni il Dlgvo in questione non è ancora pacificamente applicato.

Infatti, nello stesso 2016, il primo passo è stato il ricorso al TAR del Lazio di vari dirigenti dell’ufficio del Garante per la Protezione dei dati personali, contro la nota applicativa del suddetto DLgvo emanata dal loro Segretario generale, poiché ritenevano il Decreto Legislativo non compatibile con la normativa europea e costituzionale. A settembre 2017, il TAR del Lazio accoglieva il ricorso e lo rimetteva alla Corte Costituzionale, la quale a febbraio 2019 depositava la sentenza n. 20 che ha dichiarato inammissibili varie eccezioni di incostituzionalità sollevate dal TAR, infondate alcune altre e giudicato l’illegittimità costituzionale del nuovo testo del DLgvo 33/2013 nella parte in cui prevede che le pubbliche amministrazioni pubblicano i dati per tutti i titolari di incarichi dirigenziali anziché solo per i titolari degli incarichi dirigenziali previsti per legge.

Questo perché, afferma la Corte, occorre bilanciare due diritti: quello alla riservatezza dei dati personali (inteso come diritto a controllare la circolazione delle informazioni riferite alla propria persona) e quello dei cittadini al libero accesso alle informazioni detenuti dalle pubbliche amministrazioni (la trasparenza amministrativa è l’argine alla diffusione dei fenomeni corruttivi mediante il controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche). Gli obblighi di pubblicazione dei dati personali “comuni”, diversi dai dati sensibili e dai dati giudiziari (per cui non c’è obbligo di pubblicazione), venivano estesi ai titolari di incarichi dirigenziali a qualsiasi titolo conferiti. Perciò tutti i titolari di incarichi dirigenziali, oltre che i titolari di incarichi politici, erano tenuti a pubblicare dichiarazioni e attestazioni relativi ai dati reddituali e patrimoniali propri e dei più stretti congiunti.

Però, osserva la Corte, sono dati che non necessariamente risultano in diretta connessione con l’espletamento dell’incarico affidato e con la necessità di rendere conto ai cittadini di ogni aspetto della condizione economica e sociale, allo scopo di mantenere saldo il rapporto di fiducia. Da qui il suggerimento di una modifica normativa che operi una graduazione degli obblighi di pubblicazione in relazione alle responsabilità e alla carica effettive dei dirigenti.

Dieci mesi dopo la sentenza della Corte, il governo Conte II e il parlamento non hanno modificato la norma censurata, ma, con il decreto legge 162/2019, hanno assegnato un anno di tempo al governo per recepire le indicazioni della Corte e intanto hanno sospeso fino a quel termine il potere sanzionatorio dell’Associazione AntiCorruzione. Ma l’intero 2020 non è bastato a redigere la graduazione e così con il decreto milleproroghe sono stati dati altri quattro mesi (fine aprile 2021). Non sono bastati neppure questi, però ora non è stata decisa una proroga. Quindi al momento si resta alla situazione che obbliga alla trasparenza solo gli alti dirigenti.

Trascorsi ventotto mesi dalla sentenza della Corte Costituzionale, l’inerzia istituzionale rende evidente il forte peso legislativo dei dirigenti non apicali (non il più alto livello ma nettamente il più numeroso) cui non è bastata la sentenza della Corte (secondo la quale non tutti i dirigenti possono essere obbligati a pubblicare i propri dati comuni) e che sperano di dilazionare il varo di una nuova norma rispettosa della sentenza ma che estende quell’obbligo a molti di loro. Fatto che scoprirebbe molti altarini.

Dal punto di vista del cittadino, è essenziale vi sia una legge che, nel rispetto della costituzionalità, estenda il più possibile l’obbligo di trasparenza nell’ambito delle burocrazie che esercitano pubbliche funzioni. Sempre. E in specie oggi che l’UE ci chiede rigore ed efficienza nel gestire l’enorme mole di risorse messe a disposizione dell’Italia. Chiediamo al Presidente del Consiglio di interessarsi personalmente della questione per provare che anche da noi viene tenuto a bada il potere corporativo delle strutture dello Stato. Che non è professionalità.

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Chiusura raccolta firme su quesito propositivo

Lettera del Comitato Oltre l’Inceneritore di chiusura raccolta firme

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Lo stato dei fatti nella vicenda dell’inceneritore a Livorno

La normativa sul trattamento dei rifiuti è NAZIONALE.  Si trova nel D.Lgvo 152/ 2006  art. 181 ( a) il riutilizzo, il reimpiego ed il riciclaggio; b) le altre forme di recupero per ottenere materia prima secondaria dai rifiuti; c) l’adozione di misure economiche e la previsione di condizioni di appalto che prescrivano l’impiego dei materiali recuperati dai rifiuti al fine di favorire il mercato di tali materiali) e art. 182 (a) realizzare l’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti urbani non pericolosi in ambiti territoriali ottimali; b) permettere lo smaltimento dei rifiuti in uno degli impianti appropriati più vicini ai luoghi di produzione o raccolta, al fine di ridurre i movimenti dei rifiuti stessi, tenendo conto del contesto geografico o della necessità di impianti specializzati per determinati tipi di rifiuti; c) utilizzare i metodi e le tecnologie più idonei a garantire un alto grado di protezione dell’ambiente e della salute pubblica).

LA  STRUTTURA  RETI  AMBIENTE   E  IL  COMUNE DI LIVORNO

Come noto  Reti Ambiente è una società per azioni a totale capitale pubblico, partecipata da 100 Comuni delle province di Pisa, Livorno, Lucca e Massa Carrara, costituita nel 2011, cui è affidato dal 17 novembre 2020  lo svolgimento del servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani e assimilati nell’A.T.O. Toscana Costa a partire dal 1 Gennaio 2021. Attualmente la partecipazione in Reti Ambiente del Comune di Livorno è dello 0,063 % (mentre quella nell’A.T.O. Costa è del 9,63%). L’amministrazione di Reti Ambente è competenza di  un CdA di 5 membri , di cui confermati nel dicembre 2020 il Presidente e il Vice (di lungo corso) e poi un componente di Viareggio, uno di Pisa ed uno di Livorno ( la commercialista Alessandra Rusciano). Reti Ambiente opererà in ogni zona tramite un apposita Società Operativa Locale (SOL). L’Aamps verrà nel 2022/2023 conferita in Reti Ambiente.

E’ dunque evidente, data la struttura molto accentrata e poco trasparente di Reti Ambiente, che, a prescindere dalla definitiva quota di partecipazione poi detenuta da Livorno, essa non sarà tale da poter vedere il Comune in posizione autonoma e tanto meno determinante, dovendo confrontarsi con il  CDA ed una serie di decisioni centralizzate e riparate.

LA  PROSPETTIVA  DEGLI IMPIANTI LIVORNESI

A) Certamente  il CDA di Reti Ambiente dovrà sottostare agli indirizzi della Giunta della Regione. Attualmente vige il protocollo d’intesa  del luglio 2019 tra Alia, Eni e la Regione Toscana per trattare oltre 400.000 tonnellate di Plasmix (plastiche non riciclabili) dell’intera regione nell’impianto  di Gassificazione che l’ENI progetta di fare a Stagno.  E’ ovvio che   Reti Ambiente dovrà attendere gli sviluppi dell’applicazione del PNRR per capire di quali e quanti fondi disporrà l’Eni per proseguire il suo progetto a Stagno del Plasmix. E’ comunque certo che il progetto Plasmix è una procedura di incenerimento che finisce con il produrre metanolo, un alcol dall’odore tipico e molto infiammabile. Perciò la denominazione di bioraffineria scelta dall’ENI non corrisponde al vero.

B) Lo sviluppo del progetto di cui al punto A, potrà avere solo due esiti: l’ENI avrà oppure no la dotazione dei fondi necessari.

C) PRIMO ESITO: l’ENI ha la dotazione e fa l’impianto a Stagno. Di conseguenza Reti Ambiente attuerà la sua attuale decisione di investire sul piccolo impianto di trattamento meccanico biologico esistente a Massarosa , lasciando che a Livorno venga chiuso l’attuale inceneritore e al più costruito un biodigestore, cercando di far finta che la Stanic di Stagno non sia a duecento metri dal Comune di Livorno e che dunque la nostra città avrebbe in casa un inceneritore.

D) SECONDO ESITO: l’ENI non ha la dotazione e non fa l’impianto progettato a Stagno. Di conseguenza Reti Ambiente certamente vorrà un impianto di incenerimento a prescindere nell’ATO costa e per collocarlo riterrà non ci sia un sito migliore di Livorno, viste le indicazioni regionali in essere e anche le innumerevoli fonti inquinanti già presenti sul suo territorio.

E Livorno si ritroverà un impianto di incenerimento direttamente nel proprio   territorio comunale.

E) Dal momento che è certo che i due ESITI C e D coprono la casistica possibile, le decisioni della Giunta del Comune di Livorno in tema di trattamento dei rifiuti, fin da ora dovrebbero essere indirizzate a sventare il sicuro pericolo che il territorio  livornese sia soggetto all’inquinamento portato dall’inceneritore, o quello del caso C) o quello del caso D).  La strada maestra di un simile indirizzo è favorire in ogni modo la raccolta delle firme per arrivare all’effettuazione del referendum propositivo. Per varie ragioni: almeno tre.

F) La prima ragione è di principio. Evitando che le strutture interne del Comune continuino a porre ostacoli come hanno fatto dall’aprile 2019 fino ad oggi, la Giunta può affermare l’assoluta necessità di coinvolgere i cittadini nella procedura per giungere a compiere una scelta progettuale così rilevante per la salute dei livornesi e per l’ambiente cittadino. Una simile affermazione sarebbe molto qualificante per la credibilità politica dell’attuale Giunta, che si dimostrerebbe autonoma nei confronti delle scelte  fiorentinocentriche. .

G) La seconda ragione è valorizzare gli interessi di Livorno. Puntare a dotare la città di Livorno ­–è il quesito del Referendum Propositivo – di un impianto tecnologicamente aggiornato e basato sul trattamento meccanico biologico che da valore al trattamento dei rifiuti (coniugando finalmente più posti di lavoro con un maggior rispetto ambientale e che richiama il bio-digestore già  proposto da Aamps), riafferma l’esigenza di non appesantire ulteriormente la nostra città con fonti di inquinamento, le quali, se non limitate, sono destinate a peggiorarne di molto la qualità della vita (ripetendo le tragiche situazioni già ora in essere in altre zone geografiche italiane). Livorno non può accettare supinamente  la volontà della Regione che ad oggi ha già identificato nella zona di Livorno una possibile pattumiera della Toscana. L’incombenza di dover ospitare un nuovo inceneritore destinato a trattare per  RetI Ambiente e ATO Costa almeno 200.000 tonnellate all’anno, va eventualmente data ad altri territori nei quali non esista già un alto livello di inquinamento  e che, appunto per questo, possono ospitare tipi di impianti inquinanti.

H) La terza ragione è irrobustire le alleanze per difendere gli interessi di Livorno. Di fatti, già la raccolta delle firme fornisce una prima carta da opporre alle eventuali pressioni di Reti Ambiente o della Regione o della stessa Eni nel momento che si deve attendere la procedura statutaria. In più, siccome è ragionevole ritenere che, qualora si arrivi all’indizione del referendum sul quesito  su cui si stanno raccogliendo le firme, la volontà dei livornesi  sarebbe a favore della costruzione di impianti “a freddo” e allo spegnimento dell’attuale inceneritore, una tale scelta darebbe alla Giunta e al Consiglio Comunale un forte appoggio per  trattare con i centri di potere della Regione potendo esibire il dato di fatto che la città  non vuole più impianti di incenerimento a Livorno o nei paraggi. Qualsiasi tipo di incenerimento, anche la Gassificazione.

Comitato OLTRE L’INCENRITORE

Livorno 26 maggio 2021

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Sulla dote ai giovani

Qualche giorno fa, il segretario PD Enrico Letta ha dichiarato, insieme ai vice Tinagli e Provenzano, che “ci vuole una dote per i giovani, finanziata con una parte dei proventi della tassa di successione”. Specificando che “la dote ai 18enni da finanziare non con il debito ma attraverso la parte più ricca della popolazione, l′1%, con la tassa di successione “. In questa proposta, l’accento non sta sul dare una dote ai giovani, ma sull’indicazione per finanziarla. Il che fa luce sulla reale finalità politica. Sottolineare che il PD fonda la sua politica sulla lotta ai più ricchi al fine di avere le risorse per interventi sulle classi più deboli come quella dei giovani.

Questa proposta ha avuto l’immediato altolà del Presidente del Consiglio Draghi, con le parole: “Non ne abbiamo mai parlato, non l’abbiamo mai guardata. Del resto non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli”. Risposta sintetica e molto efficace per richiamare l’attenzione sul problema politico attuale, rilanciare le condizioni di vita quotidiana. Ciò ha spiazzato il PD. E così Letta ha replicato che Draghi fa il premier e lui il segretario di un partito di sinistra. Mentre il vice Provenzano ha rilanciato affermando che “tassare l′1% più ricco non è prendere: è restituire alla società”. Quindi tornando alla lotta di classe.

Lo scambio di idee è molto istruttivo. A parte la frangia che tuttora ritiene la ricchezza un furto e così rifiuta l’esperienza di vita, anche l’impostazione di Letta finisce per trascurare quello che è il principale obiettivo politico odierno, in vista del post covid19 : il rilancio della produzione nel paese. Il che vuol dire ricreare le condizioni minime di vita. Per questo motivo Draghi dice “non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli”.

E’ una sorta di conflitto nel mondo cattolico. Perché anche Draghi si è formato dai gesuiti, ma rispetta la realtà economica delle cose. Invece Letta appartiene al filone dei cattolici molto affezionati all’idea che i problemi sociali si affrontano togliendo ai ricchi. Sarebbe residuale far funzionare lo Stato per garantire il rispetto dei diritti di chi non ce la fa e per lasciare il più libero possibilel’apparato produttivo , a cominciare da quello privato.

Letta, per nascondere questa sua scelta politica di tipo dottrinale, si scherma dietro l’insistenza di Einaudi a sostegno dell’imposta di successione. Ma è un autogol. Einaudi, fautore della libertà di intraprendere e della concorrenza individuale, voleva evitare forme di monopolio che avrebbero soffocato sia l’intraprendere che la concorrenza. E perciò alla sua epoca era giustamente un accanito fautore dell’imposta di successione. Appunto per agevolare la capacità di produrre attraverso la concorrenza. Mentre oggi nel 2021, a parte che successioni e donazioni hanno regole più complesse, la questione immediata è rimettere in moto la struttura economica italiana , perché possa produrre. Solo dopo si potrà distribuire (anche perché non è distribuibile ciò che non è stato prodotto, salvo scatenare la lotta di classe).

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Livorno, ribelle nelle emozioni, spirito risorgimentale altalenante

Conferenza da remoto   di Martedì’ 18 Maggio 2021 nel ciclo di conferenze “Livorno ribelle o risorgimentale?” organizzzato dal Comitato Livornese per la Promozione dei Valori Risorgimentali.

Nel primo ciclo di confronti organizzato all’Arena Astra a settembre dal Comitato Valori Risorgimentali, ho fatto un discorso con lo  stesso titolo di oggi. E in sintesi  ho sostenuto che lo sviluppo di Livorno è stato per secoli frutto delle importanti iniziative prese da altri (pisani, francesi, genovesi , soprattutto i fiorentini e i Medici seguiti poi dai Lorena)  che hanno costruito il porto, le strutture viarie connesse, le opere di sistemazione del  territorio circostante anche nel retroterra, nonché  dato all’intera zona dei privilegi funzionali al porto. I Livornesi si sono sempre limitati ad esercitare le proprie attività commerciali, convivendo con profitto ma comportandosi quali nazioni distinte, ciascuna legata al proprio modo d’essere e norme, senza una capacità e uno sforzo adeguati al mescolarsi più a fondo.

Questa impronta è rimasta impressa nella città. Non si può negare. Ed è una costante che fa di Livorno  un’espressione geografica di corporazioni diversificate dedite a rivendicare i propri privilegi senza porsi prospettive civili di largo respiro. L’attitudine  rivendicativa ha questa origine. E’ più declamatoria che propositiva, non troppo tollerante, poco attenta al diffondersi della cultura dei diritti, anche quando, nel secondo ‘700, l’alta cultura era di casa nelle tipografie livornesi qualitativamente di assoluto rilievo europeo. A Livorno la rivendicazione ha messo sempre in scena la protesta contro i detentori del potere e delle risorse. Con l’idea che la protesta fosse pagante e bastasse a realizzare un cambiamento.    Pertanto ha preso sempre più piede l’idea di Livorno città ribelle. Ma ribelle nel senso dell’esibirsi nello sceneggiare un tale atteggiamento più che nel compiere atti di trasformazione. A Livorno, l’importanza dell’esser ribelle consiste nel suscitare l’emozione con l’atto di protesta.

Sono convinto che va rivisto alla radice questo marchio di fabbrica, esibito dai livornesi perfino con vanto. Dall’epoca della celebratissima difesa di Livorno  nel 1849 fino ai giorni nostri, si è potuto constatare in 172 anni di svariati episodi – anche di quelli in sé coraggiosi e di nobili finalità – che gli effetti pratici indotti da ciascuno di questi episodi nella realtà della società livornese  e toscana, sono stati sempre quanto meno assai ridotti, se non irrilevanti.

Ciò mentre tutto intorno – come è avvenuto all’epoca del Risorgimento, e un secolo dopo all’epoca del secondo dopoguerra – si moltiplicava una convivenza  dedita crescentemente a mutare alla svelta i rapporti umani materiali e concettuali, e, in forza delle conoscenze acquisite così, ad avanzare di continuo su terreni nuovi e più efficaci nel vivere. Con un simile percorso, in questi 172 anni ha finito per  cristallizzarsi la specificità di Livorno come città dell’orgoglio acritico del proprio passato e della sicumera sul proprio futuro. Città che si autoinventa la capacità di essere stata all’origine di grandi avvenimenti nei decenni successivi, intestardendosi nel ritenerli frutto degli episodi verificatisi a Livorno.

Ma la prova della storia da un responso univoco, che è assai negativo. Perciò  Livorno deve rivedere questa propensione mentale al pensare la protesta emotiva quale  fulcro di ogni azione pubblica, nell’invasata convinzione che il futuro  già scritto sia l’utopia del dover essere di un bene comune che arriverà di certo.

Tuttavia non mi pare che di ciò vi sia abbastanza consapevolezza. Di recente qualche segnale c’è, ma nel complesso timido e solo  come manifestazione di alcuni. A settembre all’Arena Astra conclusi il discorso rilevando che ribolliva l’intenzione di celebrare il centenario della nascita del PCI, il 21 gennaio 1921, con la scissione dal PSI al Goldoni. Allora osservai che non si ricordano i fallimenti. Bene, da allora – a partire, due mesi dopo, dalla celebrazione in Comune del primo Sindaco socialista Mondolfi e poi il 15 gennaio dalla celebrazione  organizzata dal Circolo Modigliani e dal Circolo Einaudi con tre relatori nazionali di quel XVII Congresso PSI , che, pur massimalista, non perse mai il legame concreto con la vita libera della democrazia – vi sono stati sintomi confortevoli di un risveglio delle coscienze. Questo risveglio ha contribuito a ridurre il ribollire dell’estate ad un borbottio senza slancio e infine  la celebrazione dei 100 anni della nascita del PCI si è rattrappita in una buffa disputa sulle fiorere in Via Ricasoli verniciate di rosso e con falce e martello per segnalare una mostra all’aperto di fronte al Goldoni. Questa disputa è minimale. Ma fa intendere che i nostalgici del sogno sono ancora vitali. E ancora continuano a diffondere  a Livorno il culto emotivo di quello che si sperava di fare, un culto usato per rimuovere quello che davvero si è fatto e che non ha superato la prova della storia.

Infine l’ultima settimana di gennaio un altro Convegno realista, organizzato dai Circoli Rosselli di Firenze e di  nuovo dal Modigliani, ha scelto il titolo “la scissione  senza futuro”. Tutti questi  sono risvegli positivi che non rimuovono però l’attaccamento mistico al sogno emotivo, che  continua a circolare come se nulla fosse. Chi sogna così, non pensa mai al come  costruire una società aperta funzionante di cittadini diversi. Si entusiasma solo per il mito del dover essere, del destino sicuro per tutti.  Di certo , anche un siffatto modo di sentire è un aspetto dell’umanità, tuttavia non dell’umanità con una mentalità giovane che evolve osservando e sperimentando quello che avviene.

L’incaglio del carattere dei livornesi sta qui. Troppo spesso agiscono nella convinzione di essere tuttora quella gente di porto che viveva di salvataggi dei natanti in grave difficoltà al largo di Livorno. In pratica, vivevano sulle disgrazie altrui.  Svolgendo peraltro un servizio in cui rischiavano la propria vita. Comunque, un ruolo fondato sul giocare di rimessa, cercando di risolvere al momento difficoltà di particolari eventi, e non tanto cercando di trovare il modo di prevenirle quelle difficoltà e di costruire qualcosa di organico. Che migliora il convivere

Al passar dei decenni, il mutare della navigazione in mare, ha evitato che quei problemi drammatici fossero ricorrenti, e quindi i livornesi non hanno più rischiata la loro vita nei salvataggi. Però hanno conservato l’abitudine  di restare in porto ad attendere quello che fanno gli altri  con l’attracco, nonché a lucrare sui diritti di approdo e su quelli di movimentazione delle merci tra navi e banchine.

Ancora una volta, i livornesi hanno continuato ad usare il privilegio del gestire il porto ma lo hanno fatto con l’atteggiamento passivo di chi lascia agli altri l’inventarsi e l’organizzare i traffici attraverso il porto e l’economia reale che  sostiene quei traffici. Tale atteggiamento passivo nella gestione portuale collima con il mito del dover esser, statico e unito al mito della predestinazione. E’ lontano anni luce dalla mentalità di una persona che evolve osservando e sperimentando quello che avviene, nell’ottica di assumere iniziative.

A distanza di secoli, emerge nettamente  che la spinta alla crescita di Livorno furono a fine ‘500 le norme delle leggi livornine e le quasi contemporanee franchigie del porto franco, che erano concepite non per i sudditi del Granducato ma per i forestieri. I quali erano attratti a Livorno  con le libertà di traffico e soprattutto di merci (le vere protagoniste emblematiche), e insieme di arte e commercio, di residenza e di culto; e poi di regimi favorevoli di dogana e di imposte, della cancellazione dei debiti e delle condanne penali.

Di questo clima dinamico del porto franco, Livorno ha goduto per un lunghissimo periodo , ma in termini di rendita senza utilizzarlo per elaborare un parallelo sforzo di maturazione civile aperta.  Nella prima metà dell’800 la spinta del porto franco era già declinante, e comunque nel 1865 , estesosi il Regno d’Italia, Livorno  perse anch’essa le franchigie doganali e con esse lo status di porto franco.

La già evidente ritrosia a crescere come corpo civile davvero autonomo trovò ancora conferma nell’incapacità di reagire alla sparizione del Porto franco, che non fu compensata dal  prestigio del conferimento dell’Accademia Navale, un simbolo importante sì ma, dal punto di vista economico, un motore piccolo piccolo. La narrazione pubblica di Livorno, anche a quell’epoca, non uscì dalla concezione emotiva che  il futuro sia già scritto nell’utopia del dover essere di un bene comune destinato a trionfare. E quindi fu incapace di  cercare altre vie, a parte l’agitarsi ribellistico – che in sostanza è al di fuori dello spirito risorgimentale –   per costruire un futuro reale al posto del sognare l’utopia e del praticare l’immobilismo conservatore. Livorno continuò a restare prigioniera di tale concezione senza slancio, in vari modi per i decenni successivi.

Una simile altalenante difformità dallo spirito del Risorgimento,  si è ripetuta ancora quasi un secolo dopo, quando Livorno non seppe cogliere il senso profondo della  lotta di liberazione dal nazifascismo, che, in maniera analoga al primo Risorgimento, aveva mobilitato una moltitudine di singoli, portatori di valori diversi, che seppero convergere sull’obiettivo di risollevare la nazione.

Anche nel primo quindicennio del secondo dopoguerra, Livorno , rispetto alla realtà di tante città italiane, non seppe uscire da quanto stabilito da parole d’ordine oniriche. Si bloccò sui riti celebrativi di un sogno enfatizzato oltre la realtà  – perché gli italiani  non furono tutti brava gente, come ci hanno mostrato i libri di Pansa, e perché magnificando la musica di Bella Ciao non si magnificavano i partigiani ma le  mondine di fine ‘800 – e semmai fu propenso a falsificare i fatti   pur di non smentire  un mito che, come tale, operava contro il ritmo dell’evolversi delle cose e dei rapporti della vita.

Ad esempio, accadde che dalla Biblioteca di Villa Fabbricotti sparì la collezione della Sentinella Fascista, che conteneva articoli degli anni ’30 molto compromettenti per noti personaggi cittadini passati, dopo il crollo del fascismo, sulla sponda opposta. Accadde che fossero messe da parte glorie livornesi. Come Marconi che, studente, effettuò a Livorno il primo esperimento elettromagnetico nel 1892 da cui mosse per il Nobel nel ‘909 e poi nel 1916 vi fece  esperimenti dai quali si arrivò al radar, il quale però fu troppo disponibile con il fascismo e troppo cosmopolita per riconoscersi labronico. Oppure come Mascagni, grande musicista mondiale però anche lui ossequioso al regime. Oppure come Emanuele Modigliani, socialista di fama internazionale per 50 anni ma reo di esser sempre stato avverso al comunismo e addirittura il Presidente del Partito di Saragat.

In questa atmosfera, non c’era spazio per una gestione aperta della cosa pubblica, che portasse ad una vita predisposta ai cambiamenti utili all’autonomia dei cittadini. Basta elencare accertati errori concreti. Negli anni ’50, l’essere una città di sinistra non evitò una sequela di assurde decisioni urbanistiche che riempirono con il cemento sia la più importante piazza del centro sia gran parte delle aree verdi costituenti le principali ville cittadine spazzate via insieme ai loro parchi nonostante la periferia  di Livorno, non distante, fosse ricca di spazi liberi. Insomma, una visione ristretta della città, pensata non per i cittadini ma per dissimulare gli affari.

Poi nell’anno ’60,  si chiuse il servizio del trenino in sede propria da Barriera Margherita a Tirrenia fino  a Pisa, una scelta molto molto miope, che da allora ha prodotto complicazioni rilevanti al traffico, specie estivo nell’intero territorio. Per di più era accompagnata dallo smantellare in tutta la città il servizio filoviario inclusa la rispettiva rete elettrica (nonostante che il servizio filoviario fosse molto adatto in  una città così pianeggiante e spaziosa) con un forte aumento dei costi di gestione delle linee e delle riparazioni dei danni al manto stradale delle fermate provocati dalle vibrazioni dei motori a scoppio. Il tutto per compiacere gli esclusivi interessi della Fiat che voleva  il trasporto pubblico mediante mezzi a motore (suo prodotto) e non elettrici o ferroviari.   Oggi tutti rimpiangono (in primis per ragioni di inquinamento) la mancanza del trenino soprattutto ma anche la mancanza della rete filoviaria.

Non può invece essere rimpianta (perché l’occasione è svanita una volta per tutte nella seconda metà degli anni ’60), la società per costruire un grosso porticciolo marina per imbarcazioni da diporto, all’epoca una forte novità per l’Italia, che venne costituita presso un notaio da Comune, Provincia, Camera di Commercio, Portuali, con tanto di nomine dei rispettivi rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione. Quella società dovette essere sciolta dopo circa tre anni per l’opposizione di diversi altri ambienti cittadini, sindacati in testa,  secondo cui le barche turistiche esibivano un capitalismo intollerabile a Livorno. Come tutti sappiamo, nei tre decenni successivi i porti marina sono cresciuti in Italia come funghi. Un’altra occasione persa per Livorno.

La solfa è sempre la medesima. La cultura del livornese tipo interpreta alla rovescia il fatto che da secoli tutte le iniziative importanti per la città, vengono decise e promosse  altrove. Secondo l’interpretazione rovesciata, ciò accadrebbe, non per la lungimiranza e la capacità innovativa del decisore di turno, bensì perché Livorno attira gli aiuti che riceve in virtù del fatto che  li merita, siccome i livornesi rimangono i migliori e destinati ad esserlo sempre di più.

A parte che ragionare così è la stessa logica parassitaria di chi  si limita a sfruttare i bisogni altrui, il fatto è che nessuno (tanto meno i fatti) sa indicare dove stia questa bravura. La sola cosa davvero eccezionale di Livorno è il clima, che la rende un angolo di rarissima qualità. Ma i livornesi vogliono goderselo loro quest’angolo e non  arrivano neppure ad immaginare di utilizzarlo sviluppando, che so, il turismo più stanziale e davvero ecologico, imperniato su capoluogo e dintorni, in modo da rendere l’arte toscana un contorno di grandissimo livello, ma un contorno di completamento, alla bellezza meteorologica e culinaria di Livorno.

I livornesi stanno a bocca aperta come uccellini nel nido in attesa che un genitore dia loro il cibo. Si nutrono della bolla onirica di assunzioni mitiche – il sogno emotivo al posto dei fatti – per non mettersi  in gioco e misurarsi davvero nel mondo che evolve.  Intendiamoci non è che gli altri italiani non abbiano problemi. Basti pensare alla clamorosa decadenza negli anni recenti dei mezzi di comunicazione, che non sanno più raccontare la realtà e non di rado si inventano previsioni per fare spettacolo (il fenomeno dei social è stato agevolato da questo giornalismo dissennato). Solo che, fuori di Livorno, le carenze o i disagi sono circoscritti e temporanei.  E vengono anche corretti. La bolla onirica dei livornesi è lì da secoli.

A Livorno, il rifiuto della realtà consiste nel sognare di essere una categoria a sé (quella labronica) che conosce quale sia il progresso che l’avvenire, previsto dall’ideologia dell’epoca. E all’insegna di questo sogno, predica la necessità di essere uguali ed aborre la diversità, specie di sperimentare  quali individui.  Non si accorge che  nel mondo ogni cittadino ha le proprie capacità e caratteristiche. Che queste capacità e caratteristiche sono  l’effettivo motore della vita e che quindi sono ciò che soprattutto conta nel vivere per sé e con gli altri. Non conta la massa indistinta del gregge. I livornesi confondono la diversità con i litigi in banchina per sfruttare a proprio vantaggio quel po’ di privilegio che resta. Finendo per sprecare anche quello. Così a Livorno si trascurano i fatti e il conoscere la realtà e quindi non si curano i problemi, anzi se ne creano di nuovi. Continuando a diffondere il conformismo del tutto va bene e non si poteva far meglio.

Il livornese tipo non vuol convincersi che ciò che avviene prevale su ciò che ci piace e su ciò che affermano le ideologie o lo spirito religioso. Perciò, da metà ‘800 in poi, non compresero la poliedricità del risorgimento e non ne trassero lo spirito propulsivo, stabile e coerente. Ed oggi non hanno la capacità di stare al passo con la globalizzazione e con la rapidità dei rapporti tra individui, stati e luoghi. Un’attitudine molto pericolosa, questa, perché non stare al passo del mondo che cambia, mette nell’angolo e impedisce  il maturare e il crescere che non siano solo a parole.

Al riguardo è emblematico un fatto di queste settimane. Il 16 aprile scorso, il Presidente Draghi ha annunciato la nomina di 29 commissari per varie opere finanziate in tutta Italia, tra cui Luciano Guerrieri per la Darsena Europa a Livorno.  Bene, dopo un mese da questo avvenimento, non una parola, una, sui giornali e nel dibattito livornese. Pare non si capisca che la nomina di un Commissario costituisce una prospettiva concreta di sviluppo per il nostro porto,  e insieme cambia in città ogni tipo di rapporto, di procedure, di finanziamenti. Viene il dubbio che sia appunto questo cambiamento  pulitore di ragnatele, ad indurre il silenzio tombale su questa nomina. Con il rischio di compromettere una occasione storica.

L’esperienza non deve essere un ricordo nostalgico di un passato ormai svanito.  L’esperienza deve essere un apprendimento sulla base di ciò che funziona così da ripeterlo. Questo a Livorno non si vuol capire. Il richiamo ossessivo al passato è usato come previsione circa un futuro fatto di immobilismo delle classi sociali . E ciò equivale ad una visione religiosa fondata sul negare il valore costitutivo del confronto tra le diversità misurato in base ai risultati e sul preferire il sistema dell’unità e dell’uniformità, nonostante oggi, nella vita, venga quotidianamente smentito.

Non vale obiettare che l’immaginazione è importante. Perché lo è solo quando non prescinde dalla realtà e viene usata per  formulare una spiegazione di come funzionino i suoi meccanismi e per poterli assecondare  con utilità. Altrimenti, se l’immaginazione prescinde dalla realtà, imbocca la strada del sogno teorico e diviene sterile ai fini del governare politico. Come ad esempio capita all’Espresso di ieri l’altro, che  in copertina fa la provocazione del maschio incinto, gabellandola come una pensosa riflessione sui diritti personali, mentre al contrario confonde la realtà con quella che, di certo almeno per i prossimi 100 o 200 anni (e oltre), è pura elaborazione mentale – romanzesca e insieme pericolosissima per i diritti individuali – proprio in quanto prescinde dalla realtà del mondo così come è. Quella realtà imprescindibile per tutti noi umani e immodificabile almeno al nostro tempo.

All’Arena Astra a settembre usai queste parole: “la sinistra livornese, tutta protesa al drogarsi con la certezza emotiva dell’ineluttabile successo dell’avvenire di classe, celebra una narrazione  storica inesistente, visto che i fatti del mondo mostrano un andamento del tutto diverso”. Stando così le cose, io penso occorra valorizzare  quello che ha fatto capire  ovunque l’aver sperimentato per  lunghi decenni. Il vero filo della convivenza democratica  tra cittadini ciascuno differente, non è il ribellarsi alla situazione esistente dove ci si trova – nella speranza che la ribellione sciolga i nodi – bensì impegnarsi per contribuire a delineare un progetto civico di cambiamento, definito e trasparente, e  a costruirne l’attuazione, stando di continuo attenti, naturalmente, a verificare se i risultati ottenuti corrispondono alle attese.

Un augurio conclusivo. Che ritenere tutto ciò fattibile a Livorno, possa non essere un ulteriore sogno livornese.

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Abbiamo dimenticato l’eredità risorgimentale

Scritto per il bimestrale NON CREDO

Celebrare il Risorgimento e i suoi comportamenti nel rapporto tra nascente Stato italiano e Chiesa Romana, non basta certo a dirsi risorgimentale e laico. Per dirlo è necessario comportarsi oggi in un modo analogo a quello coerente e deciso di allora,  così da confermare la laica separazione Stato Chiesa e l’esclusiva competenza dello Stato nel governo civile. E’ una questione essenziale, che non si risolve con le parole.

A metà ottocento,  il motto di Cavour “libera Chiesa in libero Stato” costituì il rilevante strumento operativo della politica del Regno del Piemonte prima e del Regno d’Italia poi, che servì ad iniziare il  percorso lungo cui costruire la faticosa supremazia dello stato laico. Furono fatti e non parole. Oggi non basta richiamare quel motto. Occorre realizzarlo applicandolo senza sconti ai problemi attuali.  E impegnarsi a fondo contro chi continua a lavorare in vario modo per impedirne l’attuazione.

Prendiamo un esempio degli ultimissimi giorni. Per circa tre giorni dal 6 marzo, praticamente tutte le testate italiane hanno manipolato a fondo la notizia che il Presidente Biden  sospendeva i brevetti farmaceutici per dare ai paesi poveri l’accesso gratuito ai vaccini. Seguita a ruota da un intervento di Papa Francesco che enfatizzava la necessità di un internazionalismo dei vaccini. Con il motivo che, parole sue,  proteggere la proprietà intellettuale è il virus dell’individualismo e che le leggi di mercato o di proprietà intellettuale non devono stare sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità. Parole conformi alla solita dottrina cattolica. Fingendo di fare il bene dei cittadini, li ingannano negando loro di conoscere i fatti del mondo e allontanandoli dall’impegno nella ricerca sui  farmaci.

Ebbene, è ovvio che i laici riconoscono anche al Papa il pieno diritto di esercitare la propria libertà di culto. Solo che le testate italiane hanno diffuso la proposta Biden inquadrata nella tesi papista, in un’ottica opposta al separatismo risorgimentale. Urge che i laici lottino contro quest’opera di disinformazione civile. Per tre giorni le testate italiane hanno asserito che la dichiarazione di Biden era condivisa da Macron e dalla Von der Leyen nonché dal Papa. Due inesattezze. Una è il dato di fatto che la Von de Leyen non ha detto di essere d’accordo ma solo di essere disposta a discutere l’idea di Biden. Dunque è stata propalata una notizia falsa, pur di suonare la grancassa. La seconda è che la notizia sui brevetti è stata data  con un taglio del tutto fuorviante per l’opinione pubblica.

L’intero arco dei  mezzi di comunicazione italiani ha definito la proposta Biden come una grande novità capace di risolvere i problemi dei più deboli attraverso il restringere i diritti di proprietà. Ciò  è falso sia rispetto alla realtà della campagna Biden (non una novità ideologica ma una mossa di politica internazionale, in sé ignorata apposta in Italia), sia  rispetto a cosa significhi sospendere i brevetti (equivale a ridurre le risorse per la ricerca dei nuovi farmaci, cosa che indebolisce le cure e la salute).

La prima falsità serve a nascondere che gli Usa puntano a contrastare l’espansione cinese e russa (che offre vaccini gratis in cambio di peso locale), imitandola. Ai Paesi poveri non basta avere le formule dei vaccini, dovranno rivolgersi alle multinazionali del farmaco per ricevere sostegno tecnico. In altre parole, la mossa Biden non intende seguire la tesi papista, vuol fornire accesso al brevetto per difendere  meglio gli interessi americani delle case farmaceutiche. La seconda falsità serve a propagandare in Italia la concezione religiosa secondo cui la sola strada concreta per combattere la pandemia è interessarsi al bene comune sulla salute tralasciando di interessarsi ai diritti della ricerca e della proprietà intellettuale sulle terapie. Anche qui, la realtà è assai diversa. Da un lato, i dati dei numeri dimostrano anno dopo anno che i paesi ove è maggiormente tutelata la proprietà intellettuale,  innovano e crescono economicamente più degli altri. Dall’altro lato, è un dato della vita che la cura della pandemia sono le medicine e non le litanie religiose. Non a caso la narrazione clericale sviluppata in Italia dai mass media è alla fine miseramente crollata dopo la risposta venuta dalla riunione dell’UE.  Che ha sconfessato la linea adulatrice e che ha richiesto polemicamente a Biden di togliere il blocco alle esportazioni dei vaccini in Europa.

Insomma, le testate italiane hanno calpestato l’idea di autonoma separazione istituzionale (quindi  lo spirito risorgimentale proteso a realizzarla).  I laici non possono evocare il Risorgimento  se non combattendo  contro chi non svolge oggi la sua professione di giornalista e così non informa. Il cuore dello spirito risorgimentale chiede di mantenere funzionante  il meccanismo dell’informare il cittadino, la base del giudizio elettorale autonomo e non conformista.

I laici non  possono  avere indugi nel condurre una critica serrata contro il modo di agire dei mezzi di comunicazione, i quali si preoccupano a tutti i costi di blandire il consenso del potente clericalismo italiano (utile per le inserzioni pubblicitarie e le vendite), dimenticando la propria funzione precipua che è essenziale per  la libertà del cittadino. La smemoratezza è confermata dal fatto che, sull’argomento, nessuna testata italiana ha riportato  una notizia significativa. La proposta della Germania e dei Paesi nordici di potenziare subito il già esistente programma volontario non centralizzato, Covax. Che si propone di aiutare i paesi a più basso reddito perché possano vaccinare una quota consistente dei loro cittadini. In questo modo, attivano comportamenti in via autonoma (tipici dello spirito risorgimentale), resi possibili dal disporre materialmente delle dosi vaccinali contro la pandemia esistente. Dunque una collaborazione che fa fronte alla pandemia, senza perdere di vista che vanno curati i singoli   e senza cadere nel bene comune mondialista che non vuole i comportamenti individuali.

La disputa dei brevetti è un esempio concreto su un problema vivo della necessità di mantenere lo spirito risorgimentale. Dimenticare il Risorgimento  non è uno sbaglio storico, è un errore politico attuale funzionale  al  dare via libera alle ricette clericali che , un volta di più, soffocano l’autonomia degli individui nelle istituzioni.

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Una lettera di Conte e il gruppo liberale UE (a Guy Verhofstadt)

Caro Presidente,

qualora non avesse avuto modo di approfondire la cosa, Le segnaliamo la lettera del prof. Giuseppe Conte apparsa sabato (8 Maggio) sul Corriere (per semplicità l’alleghiamo in calce) in cui esprime cinque punti cardine della politica del M5S nella UE.

Questi cinque punti ci paiono non distanti dall’impostazione liberale (almeno da quella a noi nota). E ci pare potrebbero consigliare una nuova valutazione del rapporto con i deputati italiani di quel gruppo, che, respinto due anni fa dai liberali, è ora assai tentato dall’accordo con i Socialisti.

In generale ci pare che del resto, in Renew Europe, già sia stato fatto un accordo con Macron la cui anima liberale è assai volatile (come ha dimostrato con l’incredibile avvallo della furbesca proposta USA di sospendere il diritto di proprietà dei brevetti, per fortuna poi ridimensionata dall’UE), In particolare, rafforzare il rapporto dei liberali con il gruppo M5S italiano sarebbe utile per riequilibrare le politiche dei gruppi che in Italia, nel recente referendum del settembre 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari, hanno assunto posizioni assai poco collegate ai principi del liberalismo e assai attente ai propri interessi di bottega.

Restando a Sua disposizione se volesse chiarimenti, porgiamo i migliori auguri di buon lavoro

Raffaello Morelli Pietro Paganini

Lettera di Giuseppe Conte al Corriere della Sera | 08 maggio 2021

Una proposta articolata su salute, lavoro, economia, multilateralismo e democrazia partecipativa

Quest’oggi avrà inizio, ufficialmente, la Conferenza sul Futuro dell’Europa. È un’occasione straordinaria per programmare il nuovo corso dell’Unione Europea, rendendo più forti e trasparenti le sue strutture democratiche, più efficaci e partecipati i suoi processi decisionali, ancora più ambiziosi i suoi pilastri programmatici. Veniamo da lustri segnati da molteplici crisi economiche, sociali, sanitarie, che hanno messo a nudo tutte le fragilità della nostra casa comune. Ora, a distanza di quasi 14 anni dalla firma del Trattato di Lisbona, siamo chiamati a compiere un risoluto passo avanti, in direzione di un Umanesimo europeo, che abbia al centro la dignità della persona, e ci restituisca il senso di un progetto comune, che non sia solo uno spazio economico condiviso, ma una ricca e articolata comunità di valori, con chiari e ambiziosi obiettivi comuni.

L’esperienza di governo sin qui maturata e il lavoro svolto dal Movimento 5 Stelle a Bruxelles mi spingono a formulare una proposta articolata su cinque punti, «cinque stelle europee»: salute, lavoro, economia, multilateralismo, democrazia partecipativa.

  1. Un’Europa della salute per curare chi soffre e prevenire le minacce future. Dobbiamo rafforzare le competenze e gli strumenti dell’Ue in ambito sanitario. È interessante, ad esempio, il progetto di una nuova Agenzia europea per la ricerca biomedica avanzata, ma bisogna puntare più decisamente agli investimenti comuni e alla cooperazione nell’ambito della ricerca scientifica, anche in vista di una maggiore sicurezza alimentare, allargando le frontiere dell’innovazione, della telemedicina, della prevenzione. La salute deve essere tutelata nello stesso modo in ogni angolo dei nostri territori.

Il 21 maggio 2021, si svolgerà, a Roma, nell’ambito del G20, il Vertice mondiale della Salute: una iniziativa, che, insieme alla presidente von der Leyen, abbiamo fortemente voluto per rimettere al centro di qualsiasi iniziativa il paziente e valorizzare le straordinarie professionalità del personale sanitario italiano ed europeo.

  1. Un’Europa sociale per rafforzare i diritti e sconfiggere le diseguaglianze. In Europa lo sfruttamento dei lavoratori più deboli, con taglio dei diritti e dei salari al fine di guadagnare competitività, è ancora una pratica molto diffusa. Nell’ultimo decennio i lavoratori sotto la soglia di povertà sono aumentati del 12% in Europa, e tale tendenza sta subendo una vertiginosa accelerazione a causa della pandemia. L’istituzione di un salario minimo europeo è solo il primo passo fondamentale per restituire dignità alle lavoratrici e ai lavoratori: puntiamo a realizzare un vero pilastro sociale europeo, ambizioso e vincolante, che renda strutturale il sostegno agli ammortizzatori sociali nazionali, sulla scorta di quanto realizzato con lo strumento Sure, al fine di riconciliare il diritto al lavoro con la tutela della qualità della vita.
  2. Un’economia eco-sociale al servizio delle persone e dell’ambiente. L’Italia è stata protagonista della promozione del programma Next Generation Eu, fondato sull’emissione di debito comune. Questo programma va adesso incorporato, in modo strutturale e permanente, nell’architettura istituzionale europea. Dobbiamo superare le rigide regole del Fiscal Compact, introducendo lo scorporo degli investimenti nel green, nella ricerca, nell’istruzione e nella cultura dal pareggio di bilancio.

Voltiamo pagina anche sul voto all’unanimità nelle politiche fiscali, in modo da pervenire a un bilancio pluriennale europeo all’altezza delle nostre ambizioni e a una fiscalità europea equa e giusta, che possa sanare le attuali asimmetrie che generano indebiti vantaggi competitivi. Solo così potremo riconciliare definitivamente economia ed ecologia.

  1. Un’Europa multilaterale per proteggere le persone e promuovere i diritti fondamentali. L’Unione Europea deve dotarsi di strumenti più efficaci e assumere maggiori responsabilità nella politica estera, di sicurezza e di difesa comune per contribuire alla protezione dei diritti fondamentali, al mantenimento della pace e alla stabilità internazionale. Deve privilegiare l’azione multilaterale e la cooperazione euro-atlantica, ma deve essere in grado di poter agire, quando necessario, anche in via autonoma.

Grazie a una efficace azione esterna e a un rinnovato slancio cooperativo, l’Europa deve poter affrontare e rimuovere le cause profonde che generano i fenomeni migratori nei Paesi di origine e di transito, dotandosi di un sistema di asilo comune, in modo da superare i meccanismi del regolamento di Dublino in senso genuinamente solidale. Vogliamo un’Europa protagonista di una stagione di riforme anche nella governance globale in sede Onu e Omc.

  1. Un’Europa partecipata per un futuro trasparente e inclusivo. L’Europa deve rimettere al centro il concetto di cittadinanza attiva, aumentando le possibilità e l’incisività della partecipazione diretta nei propri processi decisionali. Vogliamo maggiore trasparenza nel procedimento legislativo e il potenziamento dell’attuale Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice), in modo da trasformarla in una vera iniziativa legislativa europea popolare, con la quale i cittadini potranno avanzare proposte da calendarizzare obbligatoriamente in discussione per una prima lettura al Parlamento europeo. Dobbiamo realizzare le condizioni, infine, per introdurre un referendum pan-europeo, una sfida tanto complessa quando affascinante.

Al Parlamento europeo vanno riconosciuti un vero diritto di iniziativa legislativa e poteri di controllo nei confronti della Commissione. Va rivitalizzato anche il processo elettorale europeo, rivedendo in profondità il sistema del cosiddetto «Spitzenkandidat». Valutiamo insieme la possibilità di ancorarlo all’introduzione di liste transnazionali e piattaforme programmatiche pre-elettorali comuni, al fine di rendere le elezioni europee un vero appuntamento democratico pan-europeo. Il futuro di un’Europa unita, democratica e solidale può e deve essere nelle nostre menti e nei nostri cuori. Dobbiamo costruirlo insieme.

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