Cronologia del liberalismo, Cap. 4.2 b 1

Nona parte della CRONOLOGIA ESSENZIALE DEL LIBERALISMO

4.2 b  In Italia, gli ultimi governi liberali –  4.2 b .1 Fino a fine marzo 1911. Nei primi anni del ‘900, come ho osservato al  termine del paragrafo 3.11 b, in Italia il dibattito politico si svolgeva soprattutto sull’allargare l’intervento impositivo dello Stato, vale a dire tra i marxisti e i conservatori. Peraltro i liberali mantenevano un peso rilevante sia in campo politico che culturale. In quello politico, durante il primo quarto di secolo, spiccò la figura di Giovanni Giolitti; in quello culturale  divenne  dominante in modo stabile la figura di Benedetto Croce  e in quello economico e pubblicistico iniziò a maturare il contributo di Luigi Einaudi.  

Il ‘900 si aprì con la caduta del governo ultra conservatore del generale Pelloux, seguita dalle elezioni generali ad inizio giugno,  vinte con oltre il 50% dei voti dalla Sinistra Storica: la quale era sinistra rispetto all’area moderata, ma aveva sempre più esponenti di cultura liberale, e infatti non ne facevano parte le liste del PSI, del PRI e dell’opposizione radicale (nel complesso circa un quarto dell’elettorato). Dopo le elezioni, per comporre la contrapposizione  tra i gruppi parlamentari all’origine del ricorso alle urne, fu incaricato il Presidente del Senato, l’anziano Saracco, seguace di Cavour in gioventù, poi esponente di lungo corso della Sinistra, con la quale aveva ricoperto vari incarichi ministeriali.   La prima emergenza gli si presentò dopo un mese con l’ assassinio del Re Umberto I (a Monza per mano anarchica) e venne superata con la condanna di un arco parlamentare larghissimo. Sei mesi dopo, il governo si dimise a seguito di un emendamento parlamentare  che non  approvava il giudizio del Governo  circa l’operato del Prefetto di Genova in merito ad uno sciopero dei portuali (nel corso del dibattito, Giolitti, e più genericamente Sonnino, accennò alla prospettiva di coinvolgere il PSI al governo al fine di stabilizzare le istituzioni e di rafforzare le scelte riformistiche). Il nuovo Re, Vittorio Emanuele III, nominò capo del Governo Giuseppe Zanardelli.

Da giovane Zanardelli si era impegnato nei moti risorgimentali del 1848,  era divenuto deputato nel 1860 e da allora aveva seguito sempre la medesima linea politica di tipo liberale (in un suo libro scrisse “lo spirito feudale anima ancora molte delle nostre istituzioni”), contro il trasformismo anche dall’opposizione, ricoprendo più volte incarichi ministeriali. In particolare alla Giustizia, ove Zanardelli aveva varato il Codice Penale entrato in vigore dal 1890, che era già attento ai diritti dell’uomo e del cittadino (restò per un quarantennio fino al codice fascista). Nell’ultimo decennio del secolo, Zanardelli in pratica intervallò l’incarico di Presidente della Camera con quello di Ministro, sempre coerente con la sua impostazione liberale, e quindi contro le politiche di Crispi (insuccessi coloniali tinti di personalismo) da un lato e dall’altro di Di Rudinì e ancor più di Pelloux (nettamente spostati a destra, il secondo con venature reazionarie). Zanardelli divenne Primo Ministro a metà febbraio 1901 – nonostante il capogruppo dei liberali fosse Sonnino – per il forte appoggio dei giolittiani (che volevano una convergenza tra Sinistra Storica e Partito Liberale Costituzionale)  e per la disponibilità dei socialisti nell’opposizione . Nel governo Zanardelli chiamò due importanti liberali, lo stesso Giolitti agli Interni (per indicare che era finito i tempi dell’impostazione repressiva, oltretutto  innovando la pratica esistita fino ad allora di mantenere l’incarico nelle mani del Presidente del Consiglio) e Francesco Cocco Ortu alla Giustizia (per sottolineare la continuità di idee con quando a tenere lo stesso Ministero era proprio il Presidente del Consiglio in carica).  

Presentando il Governo, Zanardelli dichiarò che l’indirizzo sarebbe stato il rispetto della libertà e delle istituzioni. E dunque le riforme avrebbero puntato all’indipendenza della magistratura, ad una più equa ripartizione delle imposte, al miglioramento delle condizioni delle classi basse, del lavoro delle donne e dei ragazzi e della previdenza per gli operai. L’obiettivo sarebbe stato costruire “un regime di libertà nella legge, di progressive ed efficaci riforme”. In generale Zanardelliin sintonia con Giolitti, tracciò fin da subito (a giugno ‘901 presentò la legge istitutiva dell’Ufficio del Lavoro)  e poi  nei trentadue mesi in cui governò, la strada della neutralità nel confronto  fra capitale e lavoro, dando al Governo il compito di promuovere e fare rispttare la legge, evitare atti di forza e cercare  di “richiamate nei fatti l’affetto delle classi popolari verso le istituzioni”.  Questo perché soltanto  sul terreno della libertà era possibile combattere il socialismo. E il Ministro Giolitti aggiunse che  “sarebbe cecità, il tentare di sbarrare la via ad un movimento che nessuna forza riuscirà ad arrestare”. Non per caso, nell’estate il PSI approvò il bilancio degli Interni, adottando la linea riformista sostenuta da  Filippo Turati. 

In seguito si delinearono le concrete scelte del governo. A fine 1901  venne emanato un decreto che ridefinì allargandole  le funzioni del Consiglio dei  Ministri e che attribuì al Presidente del Consiglio il ruolo di coordinatore delle politiche  ministeriali. Nello stesso periodo,  venne depositato un progetto di legge per introdurre il divorzio, che era un tema particolarmente controverso, tra i parlamentari e nel paese. Nei mesi seguenti tale progetto riuscì comunque ad essere approvato alla Camera. Eppure alla fine dovette essere ritirato viste le nette divisioni provocate soprattutto nella destra. Ma non solo, considerata anche la freddezza di Giolitti sull’argomento (diceva che il divorzio appassionava solo due soggetti, il Papa e Zanardelli). Intanto emergeva quale carattere distintivo del Governo, l’attenzione ai problemi del Mezzogiorno. Venne istituito l’acquedotto pugliese, vennero adottati provvedimenti di rilievo per la città di Napoli, in campo finanziario ed industriale. Soprattutto Zanardelli, nel settembre del ‘902, compì un viaggio nell’Italia Meridionale, visitando in specie la poverissima Basilicata, aprendo così il capitolo della questione Meridionale (di conseguenza, nel 1903 avviò il percorso dell’approvazione della legge speciale per la Basilicata approvata poi nel febbraio del ‘904). Nel complesso, Zanardelli concepiva il liberalismo quale connessione senza cesure tra il realizzare la distinzione dei poteri nella rappresentanza istituzionale, e il dar concretezza  al continuo rapporto  fra individuo, società e Stato, che genera la crescita e così migliori le condizioni civili. 

Zanardelli si dimise a novembre 1903 (era malato terminale e morì verso la fine dicembre) e immediatamente nacque il secondo Governo Giolitti sostenuto dalla Sinistra Storica e dalla Destra Storica e che ebbe l’appoggio esterno del PSI.  In qualche mese  approvò  leggi sul lavoro minorile, su quello femminile, sugli infortuni. Inoltre decretò maggior tolleranza per gli  scioperi apolitici, ammise nelle gare d’appalto le cooperative cattoliche e socialiste, fece approvare la legge sui manicomi (che era unica per tutta l’Italia, stabiliva che il ricovero psichiatrico era deciso solo dalla magistratura e per le dismissioni  attribuiva molto potere al direttore sanitario delle strutture), legge durata fino alla riforma del 1978.  

A  metà 1904 si svolsero le  elezioni politiche in cui la coalizione di governo crebbe di tre seggi (saldo composto da un forte aumento della Sinistra storica e di un calo robusto della Destra Storica) persi dall’opposizione (che vide lievi spostamenti, di segno positivo dei radicali, di segno negativo del PSI e del PRI, nonché l’ingresso inedito di un piccola pattuglia dell’Unione Elettorale Cattolica). A marzo del 1905, anche per  occasionali problemi di salute (ritenuti da alcuni strumentali), Giolitti si dimise, avendo di fatto dato inizio alla fase storica dell’ ’’Italia giolittiana”, il quindicennio in cui Giolitti risultò dominante in Parlamento  anche senza diretti ruoli di governo diretti. 

 
Una simile capacità  venne subito applicata ai due governi successivi, prima di Fernando Tittoni (Destra Storica, durato dodici giorni) e poi di Alessandro Fortis (Sinistra Storica, due governi durati undici  mesi), ambedue molto ben visti da Giolitti. Tittoni non ebbe il tempo per far qualcosa  (anche  se da allora si rifece negli anni successivi  ricoprendo incarichi ministeriali di rilievo), Fortis  concluse il progetto giolittiano della nazionalizzazione delle ferrovie (che non fu una cosa banale perché avversata in parlamento sulla destra e sulla sinistra, ed anche dai sindacati, perché  pubblicizzare le ferrovie significava togliere ai ferrovieri il diritto di sciopero) e venne fatto cadere dalla diffusa sollevazione dei viticoltori per aver ridotto i dazi all’importazione dei vini spagnoli.  

Il clima che aveva causato la caduta di Fortis era avverso a  provvedimenti economici liberali adatti alla realtà e non seguaci di una teoria. Il Re  lo colse per interrompere il predominio di Giolitti e a febbraio 1906 affidò l’incarico di  Presidente del Consiglio a Sidney Sonnino. Era un liberal conservatore di  lunga carriera parlamentare, che nel decennio novanta era stato non brevemente Ministro del Tesoro ed aveva risanato il bilancio italiane  aumentando i dazi e le tasse, rafforzando la Banca d’Italia con l’ irrobustire il controllo della circolazione monetaria. Aveva inoltre auspicato (senza esito) il Torniamo allo Statuto, sostenendo che, per scongiurare  il doppio pericolo socialista e clericale,  occorreva tornare alla rigida interpretazione dello Statuto albertino (superata a metà ottocento dalla politica di Cavour), restaurando i poteri del sovrano, facendone  l’unico riferimento per la responsabilità dei ministri invece che il parlamento. Sonino si era anche detto favorevole all’espansione coloniale per sostenere l’emigrazione in Africa, quale valvola di sicurezza. E ciò in conseguenza del ruolo centrale che Sonnino attribuì sempre alla questione sociale.  Infine Sonnino fu un fermo assertore della laicità, critico con il papato, difensore della Legge delle Guarentigie e contrario a concessioni ai movimenti cattolici. 

Il governo Sonnino I si fondò sulì’alleanza   tra la Destra  Storica e il Partito Radicale (prima esperienza ministeriale), un’alleanza appoggiata anche dai deputati centristi della Sinistra Storica che si riconoscevano in Sonnino e da un atteggiamento benevolente di quelli del PSI. Questo Governo predispose un piano pluriennale di investimento nelle ferrovie, ridusse di quasi un terzo nel mezzogiorno l’imposta fondiaria per i terreni a basso reddito, riformò i patti agrari, redasse progetti a favore del formarsi di nuove proprietà coltivatrici, istituì il Ministero del Lavoro, 

Il Governo Sonnino I fu comunque una breve parentesi che si chiuse a fine maggio 1906 per dissensi riguardo le Ferrovie Meridionali e il conseguente passaggio all’opposizione del PSI. A questo punto il Re richiamò al Governo Giolitti che formò  il suo terzo governo con l’appoggio della Sinistra Storica e della Destra Storica e nominò Ministri Tittoni (agli Esteri) e Cocco Ortu (all’Agricoltura) mantenendo l’interim degli Interni.    

I

Fin dal primo mese, furono approvati  provvedimenti per  Mezzogiorno ed Isole (incluso per le isole, per i danneggiati dal Vesuvio, per il riscatto delle ferrovie meridionali) e soprattutto  fu votata la conversione della rendita. A fine giugno 1906 il ministro del Tesoro Majorana presentò alla Camera un disegno di legge sulla conversione dei titoli delle rendite consolidate 5 % lordo e 4 % netto. Si passava al 3.75 % dal 1° luglio 1907 o al 3.50 % netti dal 1° luglio 1912. Su richiesta di Giolitti , le due  Camere svolsero le procedure in giornata, con una percentuale di favorevoli altissima. Con questa norma, i circa 8100 milioni di lire del debito perpetuo dello Stato italiano (un controvalore attuale di 145 miliardi di lire), ben oltre la metà del prodotto interno lordo, ridussero all’istante il rendimento (con richieste di rimborso che non arrivarono a cinque milioni), il che fece risparmiare il Regno e mostrò  la ritrovata salute finanziaria dell’Italia.  

Tuttavia, nelle settimane successive, iniziarono ad intensificarsi in alcune parti d’Italia episodi di scioperi e disordini in distinti settori produttivi (con casi di violenza fisica) sfiorando anche l’università.  In questo clima, a fine settembre ‘906 nacque, con l’unificarsi di varie sigle, la Confederazione Generale del Lavoro , e la settimana dopo si tenne il 9° Congresso PSI in cui prevalse nettamente la parte integralista. La mozione vincitrice invitava a socializzare i mezzi di produzione mediante  la lotta di classe da esercitarsi con “gradualità entro la società borghese” , usando i mezzi legali e solo in via eccezionale la violenza. Una decisione che al momento rendeva sempre più problematica la prospettiva giolittiana (seppur cautamente manifestata) di agevolare l’ingresso dei socialisti nelle maggioranze parlamentari.

 

La prospettiva di Giolitti non era affatto in contrasto con quanto andava sostenendo nel medesimo periodo Croce, già allora il massimo filosofo liberale vivente. In sintesi, Croce sosteneva due cose. Che il socialismo marxista, con l’inseguire un irreale concetto di eguaglianza sociale, fuoriusciva dal campo della storia reale. E che la classe operaia non aveva una sufficiente fede e moralità per la lotta di classe, e  dunque non aveva la forza per trasformare la società solo con l’entusiasmo e la fede. Tutto ciò derivava dalla pretesa di ridurre la libertà a un principio economico, laddove è la sfera dell’etica a governare il processo storico; ed inoltre dal non considerare che l’essenza del mondo non sta nell’affermarsi di un soggetto unico quale proletariato, ma nell’attività di tanti  diversi soggetti. La prospettiva di Giolitti, viceversa, affrontava in chiave liberale un’altra questione, quella di trovare punti comuni tra idee ed aspirazioni differenti per il governo del convivere nello stesso luogo e allo stesso tempo. E qui sarebbe stato preferibile, se possibile, trovare convergenze.

 

A ben vedere, l’effettiva differenza tra il modo d’essere dei socialisti, specie quelli integralisti, e il liberalismo di Giolitti  era  assai diversa dalla vulgata dell’essere il contrapporsi moralistico tra chi privilegia  i problemi sociali e chi preferisce occuparsi dei benestanti. L’effettiva differenza ,stava nel rispettivo approccio alla realtà concreta. Il socialismo, molto influenzato dalle impostazioni politico culturali del marxismo, sosteneva entusiasta l’emozione palingenetica e rivoluzionaria della formazione di avanguardia che  trasforma alla svelta il mondo esistente in una comunità in cui il potere è in mano ai più deboli e in cui si riconosce e si impone la completa uguaglianza dei cittadini. Il liberalismo giolittiano , figlio dell’empirismo e della scoperta del ruolo del cittadino, era concentrato sullo stare ai fatti materiali mediante  le osservazioni individuali e concepiva il progetto politico liberale come un mezzo per risolvere i problemi del convivere man mano che emergono. Non per caso, Giolitti aveva scritto anni prima che “per dare un giudizio bisogna considerare le cose come sono, non come dovrebbero essere” e che “il sarto che ha da vestire un gobbo, se non tiene conto della gobba,  non riesce”. Questo fu il criterio sempre adottato nei suoi governi. Che nel 1907 e nell’anno seguente, Giolitti ebbe occasione di applicare su temi allora scottanti, come i rapporti religiosi e la questione delle tensioni nel mondo del lavoro. 

Sulle tematiche a sfondo religioso, gli scontri in diverse città tra  gli anticlericali (appoggiati dalla massoneria e dai socialisti) e la Chiesa, si allargarono anche alla questione dell’insegnamento scolastico. Il tutto mentre all’interno del mondo cattolico si andava sviluppando una fortissima polemica suscitata dal modernismo di Don Murri (contro cui il Papa  emanò in quei mesi l’enciclica “Pascendi” e tre anni dopo introdusse il giuramento antimodernista per i sacerdoti).  Sul modernismo la cultura liberale chiarì subito con Croce  che  esso  voleva “conciliare principi non conciliabili, come fede e scienza, accettazione dei dogmi e spirito critico” e Giolitti confermò alla Camera che “ lo Stato e la Chiesa erano su due linee parallele che non avrebbero dovuto incontrarsi mai”

L’ampliarsi della battaglia anticlericale nel ramo istruzione cominciò al Comune di Roma, con il voto di un documento contenente l’auspicio che il Parlamento “dichiarasse estranee alla scuola primaria qualsiasi forma d’insegnamento confessionale”. Ne seguì un acceso dibattito alla Camera, nel quale i socialisti presentarono una mozione per abolire l’insegnamento del catechismo cattolico nelle scuole elementari. La discussione fu ampia e molto accesa e venne conclusa dal Presidente del Consiglio Giolitti il quale osservò che “I sistemi non possono essere che tre: o proibire l’insegnamento religioso, o imporlo, come qualcuno ha pensato, o lasciare la libertà di dare tale insegnamento a coloro che lo domandano. Noi crediamo che l’ampia via della libertà sia quella che corrisponde ai sentimenti dell’immensa maggioranza degli italiani, e che più sicuramente conduce al vero progresso ed alla prosperità del nostro paese”. In conclusione la mozione socialista  venne respinta dall’85% dei votanti, essendo in evidente contrasto con un’impostazione di libertà.  

Quanto al capitolo delle tensioni nel mondo del lavoro, esse aggiunsero il loro picco a fine primavera 1908, quando a Parma si svolse uno sciopero agrario che durò un mese, e al quale i proprietari reagirono con la chiamata di altri lavoratori fuori provincia cui si unirono giovani benestanti. Da qui frizioni anche armate con i sindacati, che indissero uno sciopero generale e tentarono di impedire l’arrivo dei lavoratori da fuori provincia. A loro difesa intervenne l’esercito, la Camera del Lavoro dichiarò lo sciopero generale (gli industriali risposero con la serrata delle aziende) ne derivarono tumulti, che portarono all’arresto di decine di scioperanti e alla requisizione della Camera del Lavoro, con l’accusa dell’insurrezione armata contro lo Stato. Il Governo intervenne in chiave pacificatrice, liberando dopo tre giorni i locali della Camera del Lavoro, tra le proteste degli agrari indispettiti per la debolezza secondo loro praticata dal Governo. Ma, nonostante i tentativi degli integralisti nel sindacato, i lavoratori posero termine alla loro agitazione. 

La vicenda di Parma confermò da un lato l’inclinazione di Giolitti  ad una gestione duttile delle tensioni nel mondo del lavoro, in modo da tener conto delle libere scelte dei lavoratori, purché rientranti nella legalità. E dall’altro innescò una riflessione nel mondo socialista che si concluse prima con la condanna formale dei metodi seguiti nello sciopero e, due mesi dopo, con il 10° Congresso del PSI che capovolse gli indirizzi assunti nel 9°.  Infatti  venne confermato il giudizio negativo sui metodi rivoluzionari negli scioperi, furono prese le distanze dal sistema dello sciopero generale e deciso un programma minimo di azione parlamentare. La maggioranza del 10° Congresso fu presa dai riformisti e venne stabilita  l’incompatibilità del PSI con il sindacalismo rivoluzionario. 

A fine autunno 1908, dopo molto tempo, si tenne un ampio dibattito alla Camera dedicato alla politica estera. Non è che il tema non fosse presente nel sottofondo dell’attività del governo. Anzi negli ultimi anni vi erano stati diversi incontri in ambito internazionale del Re , dei Primi Ministri, del Ministro degli Esteri . Peraltro non si trattava di un tema oggetto di aperte discussioni politiche, dato che si preferiva non ricordare la pesante sconfitta di Adua  nella guerra di Abissinia (1896) che aveva provocato le dimissioni dell’ultimo Governo Crispi. Anche il Governo Giolitti in carica  a quel momento, manteneva una linea riservata e con un intento quasi  ecumenico, così riassunto dal Ministro Tittoni mesi prima  a metà primavera  1907  : “l’antica formula – fedeltà incrollabile alla Triplice Alleanza, amicizia sincera per l’Inghilterra e per la Francia e rapporti cordiali con le altre Potenze – rimane sempre l’esponente della nostra politica, e il modo schietto con il quale questa politica è praticata dall’Italia è il solo possibile”.

Il dibattito dell’inizio dicembre 1908 fu una conseguenza obbligata dell’annessione fatta ad inizio ottobre della Bosnia Erzegovina da parte dell’Impero Austriaco, non rispettando il Trattato consolidato al riguardo con le altre potenze europee. Questo dibattito si concluse con l’approvazione della linea Tittoni aggiornata alla vicenda della Bosnia Erzegovina. Tuttavia i votanti furono poco sopra i tre quarti degli aventi diritto, e ci furono dure critiche  di tutte le opposizioni e dei deputati della Destra Storica appartenenti all’area di Sonnino. Ciò portò a ridurre i sì un solo punto sopra i due terzi dei votanti.  Dunque  si palesò che in politica estera la linea del Governo Giolitti all’insegna di una forte cautela nel non provocare rotture con gli altri Stati  (diversi e con  posizioni contrapposte)   restava largamente maggioritaria (con Giolitti , che la riteneva una garanzia per l’Italia) ma non era condivisa  da tutti, in quanto giudicata troppo remissiva e non risolutiva.. Al riguardo è molto espressivo un passo del discorso  di uno dei contrari, l’on. Fortis : “ è concorde il paese tutto nel volere che il Governo domandi il sacrificio che occorre per completare la nostra difesa, per mettere la nostra potenza militare in condizione di garantire la pace”.  Dunque, anche allora  molti volevano la pace ma auspicavano percorsi  verso la guerra. 

Negli ultimi giorni di quel dicembre 1908 nello stretto di Messina si verificò un devastante terremoto che distrusse i centri costieri sulle due rive e causò oltre 100 mila morti. Un simile catastrofico evento venne fronteggiato con immediati ingentissimi soccorsi italiani e internazionali, inducendo inoltre lo stato d’assedio per stroncare i saccheggi. Poche settimane dopo, a febbraio, si verificò in un altro campo un ulteriore evento destinato a restare famoso. Lo scrittore poeta Filippo T. Marinetti pubblicò a Bologna su un giornale emiliano (e insieme a Parigi sulla prima pagina de Le Figaro) il  Manifesto del Futurismo. Ebbe subito grande risonanza non solo letteraria. Già dal primo  dei suoi 11 punti (“Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.”) esprimeva una concezione della realtà trasfigurata in quella che chiamava la bellezza della velocità e della lotta, proclamando  “noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, …noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie …”. Insomma una visione che equivocava sulla natura delle scienze e del loro significato, inneggiando al sogno “della radiosa magnificenza del futuro” senza mai preoccuparsi del come costruirlo. Per più di due decenni, tale esaltazione futurista  fu presente in Italia, in Europa e in diversi altri paesi. In Italia evidentemente opposta al liberalismo giolitiano.

Il  mese seguente, il 7 e 14 marzo 1909, si votò per le politiche. La Sinistra Storica restò stabile (crebbe in percentuale ma passò da 339 a 336 seggi) , la Destra Storica regredì in voti (meno 4%) e in seggi (una trentina) , le opposizioni si divisero i seggi  (8  i  Radicali, 12 il PSI, 14 l’Unione Elettorale Cattolica, fermo il PRI). Nel successivo semestre il Governo proseguì il lavoro secondo quanto prestabilito e senza grandi problemi. A  ottobre, vi fu una visita dello Zar di Russia al Re, in un luogo defilato, il Castello Reale di Racconigi , vicino Cuneo. durante la quale i due rispettivi  Ministri degli Esteri sottoscrissero in gran segreto (il testo divenne pubblico molti anni dopo) un patto con cui si impegnavano a mantenere lo status quo nei Balcani (regione all’epoca al centro di forti contese) e a considerare con benevolenza gli interessi reciproci (venivano richiamati gli interessi italiani in Tripolitania e Cirenaica). Il semplice fatto  dell’incontro del Re con lo Zar, suscitò disappunto nel governo austriaco e impegnò il Ministro Tittoni e il Governo in un’opera di ricucitura non breve. Qui, peraltro, è opportuno rilevare che la tradizione dei patti segreti venne in seguito replicata in ambito più vasto, poiché era cara al Re, quale espressione della sua concezione elitaria del come guidare, in quanto esperto, l’Italia dei sudditi all’interno degli scontri di potenza tra gli Stati. Una linea assai differente da quella di Giolitti, che intendeva essere cauta ma per il motivo di individuare punti di equilibrio tra esigenze diverse di cittadini diversi e di Stati contrapposti. 

Nelle settimane successive, mentre aumentavano le tensioni internazionali sul tema Balcani, in Italia restarono tesi i rapporti tra la maggioranza (i ministeriali) e l’opposizione di sinistra. Finché Giolitti, fors’anche a fini strumentali, presentò alla Camera una riforma finanziaria basata sull’aumento delle imposte immobiliari e della ricchezza mobile, riforma che gli Uffici dichiararono di non condividere. Allora Giolitti colse la palla al balzo e i primi di dicembre 1909 rassegno le dimissioni (atto repentino che confermò i dubbi sulla possibile natura strumentale).  Al Re lo stesso Giolitti consigliò di nominare Presidente del Consiglio Sidney Sonnino.  Così nacque immediatamente il Governo Sonnino II, che però fu evanescente e durò poco più di tre mesi.  Dopo sette giorni, il 31 marzo 1910,  fu varato il primo Governo di Luigi Luzzatti., sempre della Destra Storica e in coalizione con la Sinistra Storia e il Partito Radicale.  In quegli stessi .giorni era stato pubblicato il libro di Gaetano Salvemini intitolato “Il ministro della mala vita: notizie e documenti sulle elezioni giolittiane nell’Italia meridionale” destinato a rimanere storico. Era una critica molto dura per fatti che non vennero mai smentiti e che saranno richiamati per lunghissimo tempo. Peraltro una critica che rovesciava i dati sperimentali. Non era Giolitti all’origine dello stato di cose dell’epoca nell’Italia Meridionale. Le attitudini violente e corrotte pervadevano l’ambiente e toccavano i partecipanti alla battaglia elettorale. Dare giudizi moralistici corrispondeva a concezioni elitarie avulse dal contesto civile, che non migliorano le cose e, al contrario, intaccano la credibilità  di quanti lavorano davvero alle riforme possibili. Così aiutando violenza e corruzione.Il  Governo Luzzatti riuscì a far approvare diverse leggi. Cominciando da quella Convenzione Marittima su cui avevano fallito i due precedenti Governi. Poi creò il Demanio Forestale, fece significative manutenzioni ferroviarie, finanziò diverse attività municipali. A fine anno Luzzatti presentò una riforma elettorale tendente ad ampliare il numero di cittadini ammessi al voto politico. La proposta ebbe un giudizio favorevole dagli uffici della Camera e dalla Commissione esaminatrice, ma suscitò varie perplessità nei deputati. Tanto che al momento della discussione in Aula, la stessa Commissione ne chiese il rinvio, che venne accolto. Allora due Ministri che rappresentavano i Radicali, uscirono dal Governo e di conseguenza Luzzatti rassegnò le dimissioni.  

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