I punti del populismo (a Giovanni Orsina)

Da Raffaello Morelli a Giovanni Orsina, venerdì 22 luglio 2022

Caro Orsina,

senza dubbio da approfondire, ma cercando di farlo alla svelta. Perché la protervia elitaria si spinge sempre più a corrodere la convivenza italiana e non vuole intendere gli intenti populisti, i quali sono privi di progetti e di competenze ma vengono alimentati dal non ascoltarne le esigenze. E per ricucire il rapporto virtuoso tra classe dirigente e cittadini, non esiste altra via che dare il giusto peso al metodo liberale e alle sue proposte, che stanno ai fatti e cominciano sempre dal centrarsi sul cittadino individuo. Altre scorciatoie sono il viatico per il baratro.

Un caro saluto
Raffaello

Da Giovanni Orsina a Raffaello Morelli, giovedì 21 luglio 2022

Caro Morelli,

osservazioni interessanti le tue, che andrebbero approfondite con calma e tempo. Il tema che poni è essenziale, non c’è dubbio. Per reintegrarlo nel mio ragionamento, direi che l’elitismo che denunci è legato ai processi di depoliticizzazione che si sono sviluppati a partire dai tardi anni Settanta: l’abbandono della politica come strumento di dialogo democratico e liberale fra l’“alto” e il “basso” e il passaggio a modelli tecnocratici da distopia tocquevilliana – insomma: “io so’ io e voi nun zete un cazzo, ma visto che vi faccio vivere bene accettate la vostra subordinazione”. Credo che il mondo sia in effetti diventato più disordinato e pericoloso nell’ultimo quindicennio, e che questo abbia reso inaccettabile (non creato) l’elitismo di cui parli: “io so’ io e voi nun zete un cazzo, ma visto che non sono in grado di farvi vivere bene non accettate più la vostra subordinazione”.

Siamo perfettamente d’accordo sulla terapia, anche se è molto difficile somministrarla: o si ricuce un rapporto virtuoso fra classe dirigente e cittadini, o resteremo chiusi nel circolo vizioso elite arroganti-populisti improponibili.

Un caro saluto

Giovanni

Da Raffaello Morelli a Giovanni Orsina, martedì 19 luglio 2022

Caro Orsina,

ieri ti avevo espresso apprezzamento del tuo articolo su La Stampa dei giorni scorsi. Oggi, nel tuo articolo di stamani (NDE vedi estratto in calce), di nuovo svolgi considerazioni penetranti sui populisti, però non esamini una questione essenziale. Per farla breve, seguo la tua indicazione storica sintetica dei cinque punti per inquadrare la situazione.

Condivido in pieno il secondo, il terzo e il quinto punto (anche se incompleto). Il primo è omissivo. Nell’ultimo quindicennio si è  verificato un cambio di passo ma non a causa del fatto che il mondo è divenuto più disordinato e pericoloso. Ciò è avvenuto perché le classi dirigenti occidentali hanno aumentato la loro concezione elitaria (solo l’elite sa quel che si deve  fare e i cittadini devono convincersene alla svelta) e in conseguenza hanno progressivamente abbandonato la pratica della libertà degli scambi e dell’accettazione delle diversità. Da qui è derivato e continua a derivare la crescita del disordine profondo e dei pericoli. Questo è il  nodo. Allora il quarto punto va completato inserendo l’aggravamento non fortuito che dello iato fa la concezione elitaria. E il quinto anch’esso va esteso all’esplicito rifiuto della terapia elitaria. Oltretutto tale terapia manterrà lo spazio del populismo (non illudiamoci), perché essa prospera appunto sull’esclusione del cittadino in quanto non lo ritiene competente sul da farsi. Così il populismo manterrà una quota consistente di consensi, pur non essendo il medico adatto per le ragioni che hai descritto con efficacia.

La questione dell’estirpare la scorciatoia elitaria è incombente, specie in Italia, ove sempre più dilaga la tendenza, ancora una volta, a risolvere le questioni civili non con il dibattito politico sui fatti e sui progetti bensì con il ricorso al cavaliere bianco del momento.

Cordialità

estratto dall’articolo odierno di Giovanni Orsina su La Stampa

“…. La tesi che cercavo di argomentare di sabato scorso si può riassumere in cinque punti: negli ultimi quindici anni circa, il mondo si è venuto facendo sempre più disordinato e pericoloso; di fronte a questo disordine e a questi pericoli, i cittadini chiedono a gran voce sempre più politica; ma dal 1989 in poi la politica è venuta deperendo, e non riesce perciò a soddisfare questa domanda; nello iato fra domanda crescente e offerta insufficiente di politica sono cresciuti i populismi; ma l’offerta politica dei populisti è mediocre, e nel giro di qualche anno è inevitabilmente destinata a dimostrarsi fallimentare.”

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Le elites non sconfiggono il populismo

Il 30 giugno, Draghi  ha detto: “Non bisogna pensare al populismo come qualcosa da ostacolare, il populismo non si sconfigge disprezzandolo, ma con un’azione di governo che lo renda inutile”. Una diagnosi  corretta che mostra al contempo l‘errore dell’Occidente nonché del  governo italiano.

La protesta populista nasce perché  i cittadini non  accettano un governare la convivenza che non porta alle condizioni di vita implicite nella cultura libera.  E’ frutto del distorcere il cardine dell’Occidente, cioè la libertà dell’affidarsi alle scelte di tutti i cittadini sui fatti. Draghi lo ammette per il passato e assume che oggi vada tutto bene. Non è vero. Anche oggi le classi dirigenti vagheggiano di essere le sole capaci di dettare la linea per governare i cittadini, lisciati  ma ritenuti sudditi. Viene trascurata la sinergia delle diversità.

Da tre lustri l’Occidente, omettendo la diversità, ha diviso il mondo in fedeli da premiare e in nemici da sconfiggere. Ridotta la libertà a conformismo, non ha sopportato che la Russia resti uno stato illiberale volto al potere. Da qui l’Ucraina. L’UE la vedeva  corrotta,  ma la NATO ne spingeva il nazionalismo contro la Russia, anche mediante una serie TV con attore Zelensky. Insomma la NATO abbaiava contro la Russia, come ha detto il Papa . L’obiettivo era usare l’indipendenza ucraina  per  punzecchiare la Russia e, indotta la reazione autocratica dell’invasione, adottare contro di essa le sanzioni economiche. Roboanti ma  in conflitto con il metodo degli scambi, che è il dna della libertà e il motivo della sua superiorità.

Così, se Mosca  piange un po’, di certo l’Occidente non ride. Oggi l’Occidente è più compatto, ma  più solo. Le sanzioni sono state adottate  dal 16% dei Paesi, e gli atri hanno oltre l‘85% della popolazione e quasi metà del prodotto. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno deciso di costruire una moneta di riserva alternativa al dollaro. La strategia Nato ha affidato  la libertà occidentale  alla forza delle armi  più che alla sua forza intrinseca fondata sullo spirito critico e sugli scambi tra cittadini. In Occidente prevalgono le classi dirigenti sui cittadini. Il che continua ad agevolare la tenuta dei populismi nonostante i loro limiti.

In Italia vale l’accanimento con cui il blocco dei gangli istituzionali  e dei mezzi di informazione, reagì e reagisce alle elezioni ‘18, che, reso primo partito il M5S, rimossero quelli del potere consociativo. I quotidiani attacchi ai grillini vanno oltre le loro carenze  (mancanza di un progetto strutturato, di una cultura politica adeguata, di personalità con esperienza). Al blocco preme il ritorno all’epoca in cui i cittadini erano lodati e  trattati da sudditi.

L’emergenza pandemia e il PNRR dall’UE  hanno consentito a Draghi la  professionalità nel quadro parlamentare. Ma poi, la guerra in Ucraina ha rinsaldato i forti legami  esistenti tra Draghi e gli ambienti USA pro NATO, ha  indotto l’appoggio del blocco dei restauratori, in cui è scattata  la ritrosia rispetto alla rappresentatività dei cittadini. Così sul frequente invio delle armi all’Ucraina  senza ogni volta il preventivo voto del parlamento, Palazzo Chigi ha fatto sapere che la Presidenza del Consiglio non va  commissariata dal Parlamento. Tesi della cultura elitaria, incoerente con il quadro costituzionale.

Si è preso a coinvolgere  le Camere alla fine. Così in tema Ucraina, Draghi si è appiattito sempre più sulla linea occidentale. Emblematico lo schierare l’Italia sul sì alle condizioni di Erdogan per  ampliare la NATO, scordando di aver qualificato  Erdogan  un dittatore che perseguita i curdi e opprime gli oppositori. E in tema economia, Draghi  ha sottovalutato le pesanti conseguenze in Italia delle sanzioni contro la Russia, non ha colto la contraddizione tra inviare le armi all’Ucraina e il sostenere l’economia italiana per i bisogni dei cittadini, non reagisce all’inflazione che pesa sugli oneri  del debito pubblico e sul potere di acquisto.

Il blocco restauratore ha compiuto solo manovre d’aula e mosse per autoperpetuarsi. Ha pilotato  una scissione  governista nel M5S e  ha diffuso la notizia per cui il Governatore della Banca d’Italia (che scade a fine ottobre ‘23) rassegnerebbe a breve le dimissioni (smentite dall’interessato), perché permetterebbe un successore “amico” prima delle elezioni . E come ultima carta, il blocco restauratore  lancia la campagna sul PD al 30% (aumento di metà),  con cui spera di mettere al riparo il tradizionale potere consociativo.

Un simile impegno non sulla soluzione sperimentale alle questioni reali della vita bensì sugli interessi dei gruppi elitari, sfugge sempre meno ai cittadini. Perciò le parole di Draghi riportate all’inizio sono un auspicio che non centra il problema.

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Inefficacia delle elites

1- Un concetto giusto ma disapplicato. Di sicuro il nocciolo della situazione politica in cui si trova oggi l’Italia è ben descritto dalle parole di Draghi nella conferenza stampa del 30 giugno sul  populismo: “Non bisogna pensare al populismo come qualcosa da ostacolare, il populismo non si sconfigge disprezzandolo, ma con un’azione di governo che lo renda inutile”. Peraltro è chiaro che, facendo questa diagnosi in sé corretta, Draghi mette in mostra il grave (e pericoloso) difetto di fondo dell’attuale approccio politico dell’Occidente nonché del proprio governo in Italia.

La diagnosi è corretta in quanto coglie il perché arriva la protesta populista. Perché fasce sempre più larghe di cittadini non ritengono più accettabile il modo di governare la convivenza praticato fino a quel momento. Non perché i cittadini versino in insostenibili condizioni di povertà comprovate, ma perché i cittadini percepiscono la crescente impossibilità di raggiungere le condizioni di vita implicite nella loro stessa cultura civile  e promesse di continuo senza esito da chi li sta governando da tempo.  Nelle democrazie liberali un simile stato di cose deriva dalla  mancata (o comunque distorta) applicazione del meccanismo delle libertà. Che è il caposaldo dell’Occidente imperniato sull’affidarsi alle scelte di tutti i cittadini conviventi sia per i cambiamento di progetti da compiere periodicamente che per le persone cui affidare la gestione del ricambio. Tale pernio non può essere teorico. Va enunciato e praticato. Se non succede, la democrazia liberale si contraddice e perde forza.

Ora, con le parole in conferenza stampa sul populismo, Draghi ammette senza dubbio che esso è frutto del rifiuto del modo di governare che non rispetta il meccanismo delle libertà e le indicazioni dei cittadini. Lo ammette presumendo di riferirsi agli anni passati, e dando per scontato che oggi vada tutto bene. Ma è una vana illusione. La critica di principio è sempre valida. Però anche al giorno di oggi il modo di governare dell’Occidente e quello in Italia non soddisfano il meccanismo di funzionamento delle libertà. Le classi dirigenti persistono nel vagheggiare di essere le sole capaci di dettare la linea per governare i cittadini, trattati sempre con belle parole ma  considerati sudditi.

2- Nell’ambito internazionale. Non si possono ignorare i fatti. Nei primissimi anni 2000, venendo la Russia di Putin da una gravissima crisi economica, USA e  NATO ritennero opportuno instaurare con essa una cooperazione nell’ambito della sicurezza, che si concretizzò nell’incontro di Pratica di Mare tra Bush j., Putin, Berlusconi, Robertson (segretario NATO) in cui venne stipulato l’accordo che creò il Consiglio NATO-Russia, un organo permanente di funzionari sulla sicurezza e sulla cooperazione. Seguì poi un ulteriore Atto con  la promessa di “costruire insieme una pace duratura e inclusiva nell’area euro-atlantica in base ai principi di democrazia e sicurezza cooperativa”. Dunque, la Russia restava quello che era da quasi un secolo (uno stato illiberale con sole aspirazioni di potere) e l‘Occidente restava fautore di un sistema centrato sulla libertà dei suoi cittadini, con la tendenza a praticare questa libertà in termini di libertà globalizzata e conformistica. Nel 2007, alla Conferenza di Monaco, Putin espresse la completa insoddisfazione russa per il comportamento degli USA e della NATO e annunciò che Mosca avrebbe preteso un ruolo partenariato non subordinato a Washington in un mondo multipolare, insieme alla Cina.

Il comportamento dell’Occidente proseguì crescendo – specie negli ambienti NATO – la propensione a polarizzare il mondo in fedeli da premiare e in nemici da sconfiggere. Il fulcro divenne l‘Ucraina, che verso la fine degli anni ’10 l’UE riteneva formalmente paese assai corrotto ma di cui al contempo la NATO spingeva lo spirito nazionalista contro la Russia, contro l’applicare il trattato di Minsk2 (del 2015, che stabiliva il mettere nella Costituzione ucraina l’autonomia rafforzata al Donbass) e favoriva la trasformazione di una serie TV finanziata da oligarchi con protagonista Zelensky  e trama la presa di potere nel paese, dalla fiction alla realtà. Insomma la NATO abbaiava contro la Russia, come ha detto il Papa pochi giorni fa. La NATO non teneva conto che un tale comportamento non solo esulava dai suoi compiti ma contraddiceva la natura della libertà ed il suo essere imperniata sul rispetto della diversità che sta ai fatti concreti. Eppure tale indirizzo è stato sostenuto  pervicacemente per anni con istruttori e mezzi, nell’obiettivo dichiarato di usare l’istinto ucraino pro indipendenza nazionale per  punzecchiare la Russia e, provocata la reazione prevedibile (data la natura russa di autocrazia) dell’invasione , per adottare verso di essa una politica di sanzioni economiche, esaltante in superficie ma in contraddizione profonda con la politica degli scambi che è i dna della libertà e il motivo effettivo della superiorità di quest’ultima quale sistema per far migliorare la convivenza.

Dopo quasi un quadrimestre, le conseguenze sono evidenti. Se Mosca  piange un po’ (seppur non quanto sperato), di certo l’Occidente non ride. La  crociata occidentale delle sanzioni anti Putin ha reso l’Occidente più compatto, ma decisamente più solo. Le sanzioni sono state adottate solo dal 16% dei Paesi, e quelli che non le hanno adottate hanno oltre l‘85% della popolazione e oltre il 40% del prodotto mondiale. Inoltre neanche due settimane fa, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) hanno deciso di “costruire un partenariato di alta qualità per una nuova era di sviluppo globale” che porti ad una moneta di riserva alternativa al dollaro. Mentre la settimana scorsa,  la Nato ha varato il nuovo “Strategic Concept”. Quello precedente nel 2010 aveva la Russia quale partner strategico. Oggi la Russia è vista come la più rilevante minaccia alla sicurezza dell’area euro-atlantica. Insieme la Nato pone l’attenzione al Mediterraneo e  nel complesso sposta il suo baricentro  allargandosi ai confini della Russia. In pratica attua dopo un trentennio  la dottrina Brzezinski (consigliere per la sicurezza  con il Presidente Carter), allora avversatissima in patria e nel mondo, secondo cui allargare la Nato era “fondamentale per la costruzione di un sistema internazionale sicuro e nell’assicurare che un’Europa pacifica e democratica sia il principale partner dell’America”.

Un simile progetto ha più aspetti di gran rilievo. Si parte dall’accurata insistenza con cui è stato perseguito nell’ultimo quindicennio. Poi costituisce la scelta di affidare la libertà occidentale   alla forza delle armi  più che alla sua forza intrinseca fondata sullo spirito critico e sugli scambi individuali. Una scelta  incoerente e oltretutto senza la spinta  di situazioni di guerra in corso.  Per di più  la procedura necessaria per avere il sì della Turchia all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia,  abbandona i diritti civili dei curdi finora protetti con fermezza dall’Occidente e obbliga ad aiutare Erdogan nella repressione dell’opposizione interna (si badi, una procedura inaggirabile, perché, se non immediatamente rispettata, il parlamento turco respingerà  l’allargamento).

Dunque nel complesso è innegabile che nei rapporti internazionali l’Occidente persegue una politica segnata dal netto prevalere delle classi dirigenti sui cittadini nella materia del funzionamento delle convivenze. Il che continua ad agevolare la tenuta dei populismi nonostante i loro limiti oggettivi.

3- Nell’ambito italiano. Nel settore, le parole di Draghi non sono meno illusorie. Ad oggi resta intatta, nonostante i pessimi risultati, la pretesa delle classi dirigenti di avere il monopolio nel dettare la linea per governare i cittadini italiani. Ne è una riprova certa il pervicace accanimento con cui il blocco delle strutture istituzionali  e delle grandi catene di informazione, ha reagito, e persiste nel reagire, ai risultati delle politiche 2018, che hanno fatto del M5S il primo partito (di gran lunga) e messo in angolo i partiti allora dominatori da un ventennio. Dal 2018 il blocco attacca ogni giorno i grillini, colpevoli di aver  fatto saltare le precedenti logiche di potere consociativo. Questo dato va oltre le carenze oggettive manifestate dal M5S, fin dall’origine privo di un progetto strutturato, di una cultura politica adeguata, di personalità con esperienza pregressa. Le carenze sono un falso obiettivo, al blocco preme la restaurazione e il ritorno all’epoca in cui i cittadini si lodavano e si trattavano da sudditi.

Oltretutto, quel blocco  antigrillino  ha contributo in pratica  a confondere M5S e onda populista con il sovranismo, che pure è una cosa assai diversa. Il populismo nasce dal cittadino che si sente confusamente escluso e reclama centralità, il sovranismo esprime la volontà di privilegiare  l‘identità nazionale (iniziando dalla prospettiva UE), che è da sempre una pulsione della destra. Confonderli  è stato funzionale agli intenti del blocco, di evitare che maturassero ragionevoli cambiamenti nel governo del paese.  

La grande occasione è giunta con l‘arrivo di Draghi, in  quanto non esponente partitico. Per il primo anno l’emergenza pandemia e l’aiuto PNRR dall’UE, gli hanno consentito di applicare positivamente la sua comprovata professionalità di manager economico nel rispetto delle procedure parlamentari. Ma poi, lo scoppio della guerra in Ucraina ha fatto saldare i forti legami professionali preesistenti tra Draghi e gli ambienti finanziari USA impegnati a sostenere determinati gli abbai della NATO, con l’acritica propensione atlantista del blocco dei restauratori eccitati dal ritorno ai tempi passati. E’ scattata  in quel blocco, di fronte alle esigenze della libertà (secondo loro), la fisiologica ritrosia rispetto alle procedure  della democrazia dei cittadini. Così nella disputa con il M5S sul frequente ripetersi dell’invio delle armi all’Ucraina in mancanza ogni volta del preventivo voto del parlamentare, Palazzo Chigi ha fatto sapere in giro (senza che Draghi smentisse) che la Presidenza del Consiglio non va  commissariata dal Parlamento. Tesi incostituzionale, riferibile al filone della concezione elitaria secondo cui chi dirige è il solo consapevole delle necessità e non può essere ostacolato dagli altri.

Lungo tale percorso, si è via via diffusa, su vari temi dall’Ucraina all’economia, la moda del privilegiare i vertici delle rispettive strutture tramite le decisioni prese sotto il cappello Draghi. Con le Camere elette dai cittadini messe al corrente dopo. Così in tema Ucraina, Draghi è cresciuto nella stima degli Occidentali appiattendosi sempre più senza battere ciglio sulla loro linea internazionale ufficiale. Emblematico il suo schierare l’Italia sul sì alla richiesta di Erdogan per  ampliare la NATO scordando che i primi di aprile scorso aveva qualificato lo stesso Erdogan  un dittatore che perseguita i curdi e opprime gli oppositori. E in tema economia, Draghi  ha sottovalutato le conseguenze in Italia delle sanzioni economiche contro la Russia (conseguenze molto pesanti nei settori fulcro dell’energia e delle provviste alimentari), non ha colto la contraddizione tra inviare le armi all’Ucraina e la necessità di sostegni nell’economia interna per i bisogni dei singoli e delle famiglie, è messo in grave difficoltà dall’alta inflazione con i suoi effetti negativi a livello degli oneri sul debito pubblico e sul potere di acquisto.

Più che ad elaborare un progetto in grado di affrontare le problematiche attinenti la vita giornaliera dei cittadini, il blocco restauratore si è preoccupato di trovare risposte apparenti in una distorta logica di rafforzamento parlamentare e di preparare l’autoperpetuarsi. Nell’ultimo mese, da un lato ha pilotato  una scissione dei governisti del M5S raccolti attorno al Ministro degli Esteri (coinvolgendo circa 60 eletti  ma solo il 2,5% dei suffragi prevedibili, privi di un concreto progetto politico) e dall’altro lato ha fatto circolare sui mezzi di comunicazione la notizia insistente (sconosciuta a  Draghi) per cui il Governatore della Banca d’Italia (che scade a fine ottobre 2023) rassegnerebbe a breve le dimissioni (nonostante la recisa smentita dell’interessato). Questa fantasia è per cercare di garantirsi un successore “amico” in  questo fine legislatura prima delle politiche vinte dalla coalizione di centro destra. E come ultima carta, il blocco restauratore tende a lanciare il concentrarsi sulla campagna PD al 30% (aumento di metà),  con cui spera di mettere al riparo il tradizionale potere consociativo.

4- La trappola allo scoperto. Un simile impegno non sulla soluzione sperimentale delle questioni reali della vita bensì sugli interessi dei gruppi elitari, è sempre più difficile dissimularlo in politica e sfugge sempre meno ai cittadini. Perciò le parole di Draghi riportate all’inizio sono un auspicio che non centra il problema. Ancor oggi, in Italia l’azione di governo non scongiura il populismo. Appunto perché si blatera di competenza senza esercitarla e in ogni caso contrapponendola  al tener conto della diversità dei cittadini, motore continuo di cambiamento. Scorciatoie del genere non nutrono quella libertà che caratterizza un Occidente distinto dalle autocrazie solo quando si mantiene coerente.

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Ringraziamento e rilievo (all’on. Marco Bella)

Inviata per conoscenza anche ae onorevoli Raffa, Corneli e Flati

Egregio Onorevole,

essendo venuto a conoscenza dell’interrogazione n. 5-08323 da Lei presentata insieme alle colleghe Raffa, Corneli e Flati, desidero ringraziarLa molto, insieme alle Sue colleghe, per l’ inequivoca richiesta al Governo espressa negli ultimi tre commi – effettuare una campagna di propaganda a favore del dare l’8×1000 allo Stato – , che rappresenta un significativo tassello dell’impegno civile contro il diffuso clericalismo.

Per coerenza laica, mi permetta peraltro di segnalarVi l’incoerenza rilevabile nel terzo comma dell’interrogazione n. 5-08323. Infatti è non poco fuorviante asserire “il medesimo contribuente, il quale non indica espressamente un beneficiario per il suo 8 per mille dell’Irpef, destina invece l’imposta cui è assoggettato alla ripartizione proporzionale tra i vari beneficiari dell’otto per mille” dal momento che l’art.47 della 222/85 tratta la questione in due periodi distinti che non consentono tale asserzione. Nel primo stabilisce la destinazione del gettito 8×1000 IRPEF in base alle scelte espresse dai singoli contribuenti, nel secondo fissa la destinazione della parte del gettito 8×1000 IRPEF non soggetta ad opzione mediante proporzione alle scelte espresse. Dunque, l’espressone costituente il terzo comma dell’interrogazione n. 5-08323 indica erroneamente il contribuente come soggetto che destina la sua imposta alla ripartizione proporzionale, quando per legge è l’Erario il soggetto che effettua la destinazione proporzionale, siccome il contribuente non ha optato e le quote 8×1000 non optate dal contribuente restano di proprietà dell’Erario.

La rilevanza della questione trova un riscontro significativo nella circostanza che proprio l’attività pubblicitaria da Voi sollecitata nell’interrogazione non è mai stata effettuata per anni prima del 2020, è stata ridotta nel 2021 e poi di nuovo rimossa . Ciò corrisponde all’intento operativo delle strutture istituzionali, di sottovalutare – termine eufemistico – l’importanza della destinazione allo Stato della quota 8×1000 , facendola passare come una scelta non compiuta ma avallata dal Cittadino, al fine di nascondere il privilegio clericale derivante dalla destinazione proporzionale.

A disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti e comunque per proseguire nell’esseziale battaglia laica

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Su Nordio e il migliorare le condizioni di convivenza

Il clamoroso flop  dei cinque quesiti referendari è stato un successo della democrazia rappresentativa introdotta dai Costituenti. In particolare il meccanismo dell’art.75 ha svolto il suo compito   e, avendo votato solo il 40% degli aventi diritto, ognuno dei cinque questi è stato bocciato. Purtroppo la cultura profonda del paese non è di tipo sperimentale, per cui in questi giorni successivi i fautori dei quesiti non riflettono sul risultato di quanto avvenuto e si lanciano imperterriti in ragionamenti estranei alla logica rappresentativa sperimentata.

Il più noto di questi fautori – il Presidente dl Comitato del SI , l’ex magistrato Carlo Nordio, personaggio non banale con lunga pratica nel settore – è stato quello che ha focalizzato le loro posizioni con estrema chiarezza in un’intervista al Giornale di martedì 14 giugno. “Se in grandi città come Palermo e Genova vota meno della metà dei cittadini per la scelta del sindaco, questo vuol dire che si affidano, per disinteresse o pigrizia, al voto altrui. E come è legittima la loro nomina, altrettanto è significativa, benché senza quorum, la conta dei voti del referendum”.

Ora, pur mantenendo la pacatezza richiesta dall’argomento, non si può tuttavia nascondere che in tale dichiarazione ci sono almeno due aspetti insostenibili nel fare una oggettiva valutazione della materia. Uno è il paragone tra la partecipazione nelle elezioni ordinarie e quella nel voto nei referendum abrogativi. L’altro è l’equiparare nei referendum abrogativi, la questione del rispetto del quorum al dare valore al conteggio dei Si e dei No tra i voti espressi. Ambedue tali aspetti non sono problemi dottrinali ma toccano questioni cardine per comprendere i modi del libero convivere quotidiano.

Quanto alla partecipazione, essa riveste un ruolo differente, nel caso dei referendum abrogativi  e in quello dell’elezione dei Sindaci. Nel primo caso, il quorum è una scelta decisiva di politica civile che sottolinea il ruolo parlamentare: la norma esistente votata dal parlamento può essere cancellata solo se ha partecipato al voto il 50%+1 degli aventi diritto, vale a dire di tutti i cittadini a prescindere di come la pensino o di come si comportino.  Nel secondo caso,  si distingue tra i Comuni con popolazione fino a  15.000 abitanti e sopra. Fino a 15.000, viene eletto il candidato che ha preso più voti e sopra quello che supera i 50% al primo turno oppure , se non ce ne sono, quello che prevale al ballottaggio.  In ciascuno di questi due casi, alla fine non è determinante per l’elezione che un candidato riporti un numero di  voti prefissato, dal momento che gli elettori possono votare nell’urna oppure decidere a piacimento di non farlo (non si dimentichi che la Costituzione auspica il voto, ma non stabilisce alcun sanzione per chi non rispetta l’auspicio). Insomma, fare della partecipazione al voto il fulcro della democrazia è un errore concettuale gravissimo (specie per chi si dice liberale). Della partecipazione va tenuto conto in quanto significativa manifestazione nella democrazia, ma il votare nell’urna non la misura perché della democrazia fanno parte tutti i cittadini, che votino nell’urna oppure no e  per qualunque motivo facciano la scelta.  Dirimente è la libertà di poter votare.

Poi c’è l’aspetto del dare valore al conteggio dei Si e dei No tra i voti espressi. Tale conteggio ha senso solo se riferito alla pura statistica.  Attribuirgli un peso politico (la vera volontà popolare al di là dei formalismi giuridici) equivale ad imboccare la strada  del volere la democrazia diretta. Vengono considerati non tutti i cittadini ma fatti prevalere solo quelli più attivi e più compatti ( ad esempio, con tale criterio il 12 giugno sarebbero stati approvati tutti e cinque i quesiti). Ciò vuol dire rifiutare i meccanismi con cui si formano le decisioni della democrazia rappresentativa, e invece privilegiare in ogni caso le aggregazioni rispetto al confronto sulle proposte riferito all’insieme dei cittadini. Cosa che confligge con l’esperienza secolare, che ha mostrato il carattere  della democrazia diretta: illudere con le promesse ma non costruire.

Le tesi di Nordio , al di là della maggior cautela, equivalgono a quelle dei fautori del SI , che danno la colpa del flop dei referendum alla mancanza del traino di altre elezioni contemporanee. Anche qui un ragionamento non corrispondente alla realtà. Perché nei comuni ove ci sono state le amministrative, l’affluenza ai referendum è stata sì superiore al 20% ma comunque assai inferiore al quorum del 50%+1 poiché dal 5% all’8% degli elettori ha comunque rifiutato le schede referendarie.

Il flop referendario del 12 giugno dovrebbe far riflettere sul come sia sterile continuare a pensare di migliorare le condizioni della nostra società sognando scorciatoie rapide e risolutive all’insegna demagogica. Quanto prima ci si renderà conto – a cominciare da chi opera nei mezzi di comunicazione – che la vita democratica richiede tempo e fatica, si fonda sullo sperimentare e di conseguenza su continui cambiamenti, meglio sarà. I protagonisti sono i cittadini diversi che usano lo strumento del dibattito politico rappresentativo per soppesare le rispettive proposte al fine di continuare a migliorare la convivenza con l’attenzione alle condizioni di vita individuuli, come hanno fatto fino ad oggi seppur con tanti limiti.

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Cronologia essenziale del liberalismo , Cap. 2-2

NON CREDO pubblica a puntate il lavoro, questa è la parte terza

2.2 – Nel ‘700, i principali eventi politico culturali.  2.2.a- Dai protagonisti liberali del ‘600 e ‘700 alla nuova crescita. Furono soprattuttole opere di Bacone, Locke,Montesquieu, Hume, Adam Smith, Beccaria, a dare inizio ad un processo storico, che ha avuto quale tratto essenziale la libertà del cittadino individuo  nei suoi molti aspetti (di coscienza, di elaborazione critica, di esprimersi, di associarsi, di eleggere rappresentati per formare le leggi,  di introdurre gli uguali diritti dei cittadini di fronte alla legge e di aver diritto alla proprietà).

Da quell’epoca il processo è proseguito senza interruzioni, come del resto esigeva la stessa impostazione del metodo liberale. Vale a dire l’mperniarsi sull’essere umano per farne non il centro dell’universo ma lo strumento per meglio conoscere l’ambiente vivente o no, e quindi far crescere la possibilità di procurarsi  risorse in quantità sempre più alta. Che è un  comportamento indispensabile al fine primario di fornire i mezzi di sussistenza ad ogni umano. Il metodo liberale non pretendeva di essere esaustivo e si prefiggeva di adeguarsi nel tempo alla realtà, senza preclusioni per nessuno, neppure per gli avversari. Tuttavia, va detto che fin da allora  si presentò un problema non lieve. La difficoltà di capire – innanzitutto da parte di coloro che non riconoscevano la libertà, ma non solo da loro – che la scoperta della centralità dell’individuo e della sua libertà, era un metodo per affrontare meglio la realtà e non un sistema vecchia maniera per prescindere dalla realtà, pensando magari di potere, nelle politiche del convivere, sostituire il sogno e l’utopia  umane alla ricerca delle risorse.

Va inoltre osservato che, rispetto ai primi ‘600, si era ampliato il mondo popolato da una convivenza civile, a seguito dell’insediarsi stabile nel nord america dell’ emigrazione dall’Europa. Ciò determinò una marcata eterogeneità negli abitanti di quel continente, origine di  una convivenza assai più fluida e  cangiante che nell’Europa originaria. Nel corso dei decenni si diffusero nel “nuovo mondo” le pratiche del libero mutamento sociale, appunto perché erano assai poco radicate quelle antiche del vecchio regime.

Nell’ambito dell’Europa, le novità indotte dalla cultura inglese manifestatesi dal tardo ‘600 in poi (si pensi all’imponente diffondersi del mercantilismo, che legava l’importanza di una nazione alla sua capacità di far prevalere le esportazioni sulle importazioni, vale a dire una caratteristica commerciale),  cominciarono ad estendersi anche al continente e, nel vivere i problemi di tutti i giorni, posero sempre più l’accento sulla dinamicità della scienza e dello spirito critico individuale nonché sull’attenzione ai fatti sensibili. Da qui il diffuso miglioramento delle condizioni di vita in più aspetti. In specie si rafforzarono molto in quantità e in qualità la medicina, l’igiene e il settore alimentare. Soprattutto in Inghilterra, la migliore comprensione dei modi di coltivazione dei campi e la prassi degli accorpamenti per legge, aumentò parecchio la produttività dei terreni agricoli. Inoltre, l’espansione dei domini coloniali potenziò i nuovi commerci e introdusse in Europa una serie di prodotti – non conosciuti prima o resi più reperibili – che accrebbero la varietà dei consumi alimentari.

2.2.b – L’illuminismo. Nel frattempo, a partire dalla metà del secondo decennio del XVIII secolo, in Inghilterra aveva preso forma un movimento che era una sorta di empirismo circoscritto. L’empirismo aveva negato la necessità della rivelazione divina  e del creazionismo per promuovere il primato dell’attività umana, connesso allo sperimentare ed al  riflettere della mente. Invece il nuovo movimento circoscrisse tale attività all’attenzione allo scoprire le leggi naturali e alla mente razionale, perché pensava fosse qui l’origine della effettiva illuminazione delle tenebre del fanatismo e della superstizione. Si chiamò illuminismo poiché rischiarava con i meccanismi della ragione, considerata lo strumento di verità, di cui ciascuno dispone senza che vi siano  dei privilegiati.

Nel campo scientifico – attività svolta crescentemente in laboratori extra universitari –  vennero sempre più applicate le intuizioni già sorte il secolo prima, per cui fare scienza significava occuparsi non di cosa sia la natura, bensì di come essa funzioni, e quindi capire che lo scienziato non elabora fantasiose teorie sul dover essere delle cose bensì usa lo sperimentare sulle cose per trovare leggi illustrative della natura. Anche impegnandosi in campi allora nuovi, tipo quelli della biologia o del capire se i caratteri del corpo umano sono tutti inseriti alla nascita oppure si vanno formando  durante la crescita.  Al tempo stesso, si irrobustì la consapevolezza che lo sperimentare i fatti reali richiedeva una tecnica adatta a farlo e quindi crebbe il rapporto bilaterale tra il conoscere  e la strumentazione tecnica per sperimentare e così conoscere meglio. Nel complesso la conoscenza tendeva ad esser meno assoggettata alle eterne verità esposte nei grandi libri del passato. Oltretutto entro gli anni ’40 del XVIII secolo, si affermò definitivamente nel continente la teoria della gravitazione universale di Newton con le sue conseguenze molto ampie sull’intera vita operativa.

Sulla conoscenza c’era una cesura tra l’empirismo e l’idealismo. L’empirismo si fondava sui fatti da osservare e su cui riflettere, estendendosi nella versione liberale all’esprimersi dello spirito critico individuale tramite l’esercizio della libertà, reiterando di continuo tale procedura. L’illuminismo invece circoscriveva la sua attenzione al valorizzare il ruolo della ragione supposta univoca, inclinando verso l’impostazione cartesiana, che nel rifarsi alla concezione classica del mondo statico, era affine a quella di matrice religiosa, nonostante se ne staccasse negli aspetti più esteriori. Guardata con gli occhi delle abitudini dell’epoca, una simile valorizzazione non appariva differente nella sostanza dalla più complessa concezione empirista e dall’ancor più complessa ispirazione liberale. Ed infatti, allora e da allora, venne fatto un cesto unico di tutti questi movimenti. Però non si devono mai scordare  le differenze che già si profilavano e che, seppur lentamente, emergeranno nei secoli successivi.  

2.2.c – Gli scienziati: i Bernoulli, Buffon, Euler, Linneo. Empirismo ed illuminismo condividevano lo spirito scientifico e la conoscenza non ristretta in un piccolo ambito specialistico (in tutti quei decenni furono diverse ed importanti le opere generaliste). Furono importantissime e non di valore contingente, le opere dei molti componenti della famiglia svizzera dei Bernoulli e di tre coetanei, tutti nati nel 1707, il naturalista francese conte di Buffon, il matematico fisico svizzero  Lehonard Euler e il medico svedese Linneo  .

La dinastia dei Bernoulli  – nel complesso quasi una dozzina di persone tutte di grande rilievo in campo matematico – operarono in Svizzera, a Basilea,  a partire dalla fine del ‘600 e per l’intero ‘700, lungo tre generazioni. Pur studiosi anche di altre materie scientifiche e mediche, percorsero a fondo la matematica, in specie il calcolo differenziale e il calcolo infinitesimale applicato a vari problemi di geometria. Con svariate personalità di assoluto rilievo. Tra loro ci furono insegnanti universitari, e Johann I fu a Groningen il docente di Euler, introdusse  la notazione f(x) , risolse il problema della cicloide, fu il reale scopritore delle famose regole sui limiti di L’Hopital (cedute a quest’ultimo), dette il nome ad un’equazione tuttoggi così chiamata. In seguito Johann III approfondì lo sviluppo della teoria delle probabilità. Più di loro ottennero riconoscimenti e premi nelle più prestigiose Accademie dell’Europa.

Il conte di Buffon dedicò  l’intera vita  a fare del Jardin des plantes di Parigi un grande centro culturale nelle scienze naturali (in funzione ancor oggi pure come fucina di studi) e  scrisse il libro Storia Naturale, in cui espresse una concezione coerente della scienza fondata sulle osservazioni, sull’induzione, sulla possibilità di trarne conoscenze di leggi di tipo probabile. Dunque Buffon dava un ruolo più limitato, rispetto all’illuminismo, ai metodi classificatori rigidi (e al riguardo polemizzò con Linneo). L’importante era individuare le affinità generali, facendo raffronti ripetuti nel tempo. Ed ipotizzò che i viventi si formassero tramite l’unione di molecole organiche indistruttibili e invariabili, e che i caratteri acquisisti fossero ereditari. Buffon accettò per lungo tempo che le specie fossero immutabili, ma arrivato ai quadrupedi, giunse a supporre che nel quadro della vita l’influenza di fattori esterni rendesse possibili mutamenti. Fu il primo a percepire che forse esisteva un processo di evoluzione per le specie. E fu anche tra i primi a sostenere che l’età della Terra doveva essere più antica di quanto ritenuto allora.

Lehonard Euler (noto con il latinizzato Eulero)  fu il più importante matematico puro del periodo illuminista e uno dei massimi di sempre. Si applicò con risultati decisivi in pressoché tutte le branche della matematica (analisi infinitesimale, meccanica razionale, teoria dei numeri, teoria dei grafi, astronomia), fu l’autore di poco meno di 900 pubblicazioni scientifiche, introdusse molti simboli matematici (tipo quello di sommatoria, la i per indicare i numeri immaginari, il π per indicare il pi greco) e il numero“24” per designare le ore del giorno. Vinse innumerevoli premi e visse a lungo in Russia alla Corte di Pietro il Grande e in Germania presso Federico II. La caratteristica principale di Eulero era la sua capacità di calcolo, agevolata da una memoria prodigiosa e persistente. Non a caso, il suo lascito profondo consiste appunto nell’aver  mostrato l’importanza del calcolare al fine di  risolvere i problemi della realtà. Ad esempio risolse il problema dei ponti di Königsberg. (l’odierna Kaliningrad sul Baltico, che presentava sette ponti di collegamento  tra due isole e due aree della città), dimostrando l’impossibilità di  una passeggiata che attraversasse ogni ponte una volta sola e tornasse da dove era partita. Eulero fece vedere che il mondo si conosce spiegandone i meccanismi che lo compongono. E al tempo stesso fornì uno spunto ulteriore per capire che anche le facoltà di calcolo erano enormemente differenti tra i diversi individui (e quindi che sarebbe stato importante trovare il modo di potenziarle e farne disporre a tutti).

Linneo introdusse il criterio di  assegnare agli organismi viventi  solo due nomi, uno per il genere e uno per la specie.. Per farlo  considerò primari una ristretta parte dei caratteri morfologico anatomici (tra i vegetali, gli stami e dei pistilli  e in generale il sistema sessuale delle piante, per gli animali  il sistema circolatorio, poi l’apparato riproduttivo, poi il sistema respiratorio, poi le articolazioni, poi l’apparato masticatorio, poi gli organi di senso, poi i tessuti che rivestono l’organismo). Seguendo tale criterio vigente tuttora, inserì l‘uomo insieme alle scimmie nell’ordine dei primati, da lui appositamente costituito. Linneo produsse mutamenti epocali nella tassonomia. Ma non applicò  un’analoga capacità d’indagine in altri settori della natura e restò fautore del criterio secondo cui le specie, in quanto di origine divina, restavano immutabili.

2.2. d – L’illuminismo nei vari paesi. L’illuminismo si diffuse nei paesi del continente europeo e in particolare in Francia. Qui subì l’influenza del clima transalpino, dove, quanto a modello istituzionale, era ancora in auge la monarchia assoluta tradizionale. Anzi. La prima parte del secolo e quella centrale furono dominate dal Re Sole e dal suo ministro Colbert, esponente di rilievo del mercantilismo (non a caso fautore di insediamenti francesi nelle vaste coste del Pacifico), che ottenne grandi risultati economici immediati ma attraverso il privilegiare il monopolio, cioè senza cogliere  la dinamica più profonda del significato del commerciare nel rapporto con  la libertà dei cittadini.

In tale clima, l’illuminismo si impegnò innanzitutto a valorizzare le conoscenze sempre più vaste che si andavano acquisendo in tutti i campi e in parallelo a svolgere un ruolo di alta consulenza presso i principi, così da renderli il più illuminati possibile. In pratica la differenza dell’illuminismo continentale con quello anglosassone si accentuò nel campo delle relazioni civili. L’illuminismo curava  essenzialmente la diffusione delle nuove conoscenze  (ritenendo fosse sufficiente) e lasciava indietro  l’aspetto dell’approfondire le relazioni tra individui diversi e l’esercizio della loro rispettiva libertà.  Una distinzione immediata ci fu ad esempio sul tema della religione. L’empirismo inglese aveva portato fin dai suoi inizi al deismo, sostenendo che la fede in Dio dipende dall’istinto di tutti gli uomini e può non contraddire la ragione e la libertà di coscienza. In sostanza il deismo è contro l’idea di rivelazione o i misteri connessi, critica le chiese tradizionali ma non è contro la religiosità in sé. Sono due concezioni non coincidenti. Si può dire che gli illuministi sono di certo empiristi e che questi ultimi vanno oltre l’illuminismo e sostengono di più il metodo del liberalismo di Locke.

Nella seconda metà del ‘700, pesò molto pure l’avvio, in specie in Inghilterra, di una primissima industrializzazione frutto delle applicazioni delle attività intellettuali di ricerca tecnica basata su considerazioni scientifiche. Così nel settore delle manifatture comparvero strumenti rivoluzionari, come i telai a  tessitura automatica e le macchine a vapore,  che moltiplicarono la capacità produttiva, le occasioni di lavoro e i consumi migliorando il tenore di vita della popolazione. In parallelo e su un piano differente, iniziò a pesare anche l’emergere del pensiero del grande filosofo tedesco Immanuel Kant  (nato nel 1724) , il quale interpretò l’illuminismo impegnandosi costantemente nel capire le condizioni del conoscere e di conseguenza nello smantellare il dogmatismo metafisico religioso imperante fino ad allora. Per Kant, tutto si basava sul capire senza pregiudizi le cose della natura e il valore degli individui nella loro realtà storica. La visione metafisico religiosa declinava ma continuava a prevalere. Specie in Germania, venne dato molto credito ad una concezione antiscientifica (il vitalismo)  imperniata sull’unità della natura che dovrebbe progredire di continuo in modo deterministico.

2.2.e – L’Enciclopedia francese e la fisiocrazia. Il lascito dell’illuminismo  di maggior rilievo e più noto fu  l’Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri pubblicata fra il 1751 e il 1772, redatta da un ampio gruppo di intellettuali quali Diderot, d‘Alembert, il conte d’Holbach, Thiry. E’ un’opera che  pone in evidenza gli aspetti principali della nuova consapevolezza acquisita sull’importanza della tecnica, sul rivalutare la pratica della scienza, sullo staccarsi dal sapere teorico ed essere disponibili alle arti meccaniche e  tecniche ed allo sviluppo dell’istruzione in ogni suo campo. Da rilevare che le tantissime voci dell’Enciclopedia diffondevano i valori propri della nascente borghesia – il lavoro, il denaro e l’intraprendere economico –  contrapposti alla tradizione della nobiltà impegnata nei fatti d’arme ed aliena al mondo degli affari (simili impostazioni provocò  agli Enciclopedisti molte avversioni ed ostacoli).

Le voci dell’Enciclopedia  erano scritte da molti specialisti tra loro non collegati, per cui , al di là dell’intento generale, vi furono anche delle dissonanze non irrilevanti. Il caso forse più significativo fu quello di due voci del settore agricolo scritte da  Quesnay, il quale sosteneva una nuova forma di economia fondata sull’agricoltura, chiamata fisiocrazia. Secondo lui, infatti, non si dovevano privilegiare le manifatture come faceva il libero mercato mercantile, bensì i prodotti della terra, ad esempio i cereali.  Questo per il motivo che la ricchezza economica si crea nel momento della produzione dei beni e non quando si scambiano. La ricchezza sta nella terra, che è il capitale iniziale dal quale deriva la produzione. I protagonisti della ricchezza sono perciò i proprietari insieme con i coltivatori della terra, cioè la classe produttiva, mentre  la classe sterile è composta da chi trasforma i beni in prodotti finiti o li consuma. Il diritto di voto spetta solo a chi, possedendo la terra, ne persegue gli interessi e fa quello della Nazione, laddove il mercante fa solo il proprio interesse.

Soprattutto in Francia, la fisiocrazia ebbe un periodo di grande rilievo, ma poi venne criticata a fondo da Adam Smith e declinò del tutto. Il motivo era che non attivava l’esercizio della libertà dei diversi cittadini nella suddivisione del lavoro e nello scambio delle merci. E questi due fattori della produzione erano decisivi ed irrinunciabili proprio perché mettevano in moto l’esercizio del libero spirito individuale dei cittadini. La sperimentazione sul campo dimostrò la completa validità dell’economia descritta da Smith. Più efficace e più libera, perché più aderente al cittadino in carne ed ossa.

2.2. f – Ancora progressi scientifici. Nel campo scientifico vi furono altri importanti personaggi. Inizio dal torinese Giuseppe Lodovico Lagrangia (nato nel 1736) che si dedicò fin da giovane agli studi matematici, specie alla meccanica razionale, sviluppando una corrispondenza con Eulero, al quale successe nell’Accademia delle Scienze a Berlino. Dopo un ventennio, venne chiamato a Parigi da Luigi XVI, ove restò integrandosi tanto che il suo nome si francesizzò in  Joseph-Louis Lagrange, con il quale è restato universalmente noto. Celebrato sia durante la Rivoluzione che nel periodo napoleonico, fu nominato senatore e fatto Conte. Fornì contributi decisivi in meccanica analitica, introdusse il simbolo della funzione derivata, dette il nome a funzioni nonché a particolari punti spaziali e approfondì la mutua attrazione gravitazionale fra tre corpi. Lagrange mostrò che due corpi celesti in moto circolare reciproco, hanno cinque punti in una posizione esatta (detti  punti lagrangiani), in cui si bilanciano le rispettive forze attrattive di gravità. Dunque, un terzo corpo assai più piccolo dei primi due, si mantiene stabile nei punti lagrangiani (concetto su cui si fonda la messa in orbita del telescopio oggi più moderno telescopio). L’illuminista Lagrange non trattò di libertà nelle relazioni umane.

Vi fu poi il cavaliere de Lamarck. Negli anni ’70 assistente di Buffon, introdusse nella classificazione delle piante la chiave di identificazione dicotomica (ancora usata). Espose diverse sue concezioni ed altri rilevanti risultati del suo lavoro, nell’Enciclopedia, specificando per la prima volta che i fenomeni vitali erano originati dalla chimica della materia vivente.  Resterà noto principalmente  per aver ripartito gli animali in vertebrati e invertebrati (termine introdotto da lui). Proseguirà la sua attività di rilievo, come vedremo,  anche nei primi del secolo successivo con l’abbozzo di una teoria evolutiva. In chimica e fisica restò peraltro sempre attaccato a concezioni del secolo prima.

A differenza sua , il coetaneo Lavoisier,  muovendo dagli studi fisici sul calore fatti con il fisico matematico Laplace , più giovane di cinque anni,  in pratica avviò la termochimica.  Negli anni ottanta si rivolse poi alla chimica pura e dimostrò che l’acqua era una combinazione precisa  di idrogeno e di ossigeno. Dopodiché produsse una svolta epocale  con tre libri, in cui attaccò apertamente la concezione flogistica dominante da decenni,  avviò l’uso della nomenclatura chimica, formulò la legge sulla conservazione della materia ed espresse un nuovo modo di intendere gli elementi chimici: sia nel chiarire che la composizione chimica  di un corpo era possibile individuarla solo tramite la sperimentazione effettiva, sia nello stabilire che  sono invarianti  in qualità e in quantità gli elementi  di una trasformazione chimica. Lavoisier fu un gigante assoluto della chimica, seppure interessandosi anche di agronomia (era fisiocrate). Da notare che per oltre un decennio polemizzò sui criteri della sperimentazione con un presbitero inglese, Priestley, personaggio appassionato anche di chimica, fautore della sperimentazione diffusa alla portata di ognuno e senza la necessità di  un’attrezzatura complicata, (la sua motivazione era che tutti dovevano riconoscere la verità creata da Dio). Lavoisier, che era un esponente di primo piano dell’Accademia pubblica, sosteneva invece che fossero indispensabili dati sperimentali ricavati con precisione nelle misure e disponeva delle attrezzature necessarie per seguire tale indirizzo. Non per caso,  i dati avvalorarono la sua tesi.

Nel campo della fisica, della matematica e dell’astronomia, ci furono –  quasi in parallelo, finché visse Lavoisier, e poi singolarmente – altrettanto importanti studi di Pierre Simon marchese di Laplace, proseguiti nell’800.

2.2.g-  Le vicende in campo civile. Il punto più alto del liberalismo settecentesco   e dell’illuminismo nel settore civile, fu innanzitutto – come già accennato alla fine del paragrafo 2.1.a –  si verificò nelle colonie nell’America del Nord, culturalmente assai legate all’Europa. I coloni inglesi, essendo fiscalmente sudditi inglesi, chiesero pertanto di essere rappresentati al Parlamento di Londra. Ma il governo britannico – facendo miopi calcoli economici – in pieno contrasto con la mentalità corrente perfino in patria, respinse la richiesta e in qualche anno  inasprì la politica fiscale e abolì le libertà locali. Ciò costituì una solida motivazione per i già numerosi sostenitori di una più netta autonomia politica delle colonie (tra i quali già spiccava da decenni l’impegno di Benjamin Franklin, attivissimo inventore, scienziato). Nacque una ribellione armata, che divenne una guerra di liberazione e portò (il 4 luglio 1776) alla Dichiarazione di indipendenza, in cui si sanciva la forma repubblicana del nuovo paese, si affermavano i diritti naturali e inalienabili dell’uomo (vita, libertà e felicità), il principio della sovranità popolare e il diritto dei popoli alla rivoluzione e all’indipendenza. Il testo della Dichiarazione d’indipendenzadegli Stati Uniti d’America, poi promulgata nel 1778, afferma che “tutti gli uomini sono stati creati uguali, e che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è Dirittodel Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo Governo, che si fondi su quei principi e che abbia i propri poteri ordinati in quella guisa che gli sembri più idoneo al raggiungimento della sua sicurezza e felicità”. Nei cinque anni successivi una serie di vittorie militari dei coloni (alla fine anche con l’aiuto di Francia, Spagna e Olanda) indusse la Gran Bretagna a riconoscere i nuovi Stati Uniti creati dai coloni. Pochi anni dopo gli Stati Uniti  vararono una loro Costituzione improntata ai principi liberali e illuministici.

Un decennio dopo in Francia ­– nel clima del diffondersi delle idee liberali ed illuministe espresse nella Dichiarazione di indipendenza americana – il regime di  monarchia assoluta (con una società suddivisa in tre stati, nobiltà, clero e terzo stato costituito dai 9/10 della popolazione) ebbe una massiccia crisi economica che provocò diffusissime condizioni di miseria. In larga misura la causa era che da tempo il Regno  spendeva parecchio di più delle entrate (la sola Corte costava il 6% delle uscite) e che i tentativi di vari ministri delle Finanze di aumentare l’imposizione fiscale distribuendola soprattutto su nobiltà e clero, non vennero mai approvati per la decisa opposizione di quei due stessi stati.

Così, a  maggio 1789, il Re convocò gli Stati Generali (per la prima volta dopo 170 anni) sempre retti dalla medesima organizzazione di prima. Per cui i rappresentanti di ogni Stato venivano eletti da chi ne faceva parte localmente ma poi, negli Stati Generali, ogni Stato aveva un solo voto deciso dai rispettivi rappresentanti. Quindi permaneva il dominio stabile del duo nobiltà e  clero, cosa in contrasto evidente con le idee maturate nell’ultimo secolo in più paesi sul ruolo degli individui (ruolo riconosciuto anche dalla cultura illuminista già così diffusa in Francia). Nel giro di poche settimane, venne accettata la richiesta di voto singolo di ogni eletto avanzata dal terzo Stato, ma ormai si era innescato un movimento  di grandi proteste che in breve posero le premesse per una epocale rivoluzione civile (la presa della Bastiglia, il 14 luglio).

Così durante l’agosto 1789, l’Assemblea abolì tutti i privilegi feudali avviando una società autonoma di cittadini, e, alla fine del mese, su un testo preparato dal marchese  di La Fayette (che aveva preso parte alla guerra per l’Indipendenza degli Stati Uniti ed era anche cittadino americano), la stessa assemblea approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che da allora sarà un riferimento per molte costituzioni europee moderne.

L’art. 1 sancisce che “Gli uomini nascono e rimangono liberie uguali nei diritti”, l’art. 2 che “Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà,la sicurezza e la resistenza all’oppressione”, l’art.3 che Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione”, l’art.4 che La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla Legge”,  l’art. 6 Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla formazione della Legge. Essa deve essere uguale per tutti. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti”, l’art.10 che “nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose”, l’art.17 che la proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta identità”.

La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo venne controfirmata dal Re, che di lì in poi continuò ad esercitare il suo ruolo (principalmente il diritto di veto sull’Assemblea Nazionale) ma che in seguito prese a tessere trame restauratrici.  Finché, quasi esattamente tre anni dopo, le trame vennero a galla, provocando il completo prevalere dei sanculotti radicali con il dissolvimento dei deputati girondini di orientamento moderato e alto e medio borghese e portando al potere i giacobini. Ciò innescò l’esaltazione egualitaria del popolo indistinto al posto del cittadino, il puntare sull’esercizio della forza (accompagnato anche dal razionalismo deterministico) più che sul dibattito delle idee e trascurando molto la maturazione  civile. Nell’arco di poco più di un anno   si arrivò  alla più roboante demagogia egualitaria del triumvirato di Robespierre, che visse nel sangue. Ed è molto significativo che la versione ‘89 della Dichiarazione dei Diritti venne modificata. Il centro politico era divenuto l’ Assemblea Legislativa ed era molto seguito il pensiero del filosofo Rousseau. Lui fece rivivere, riverniciandole, le concezioni del passato intrinsecamente antiindividualista.

Rousseau sosteneva che la società era decaduta a causa dell’ineguaglianza e della proprietà, che avevano distolto i cittadini dall’alienarsi nella comunità di uguali in cui ha valore solo la volontà generale, da esercitarsi attraverso la democrazia diretta. Arrivò addirittura a valutare in modo negativo il progresso in nome dello stato di natura arcaico e appunto della volontà generale, per lui unica sovrana del mutamento. A gennaio 1793 venne decapitato il Re, nella primavera successiva venne discussa la nuova Dichiarazione dei Diritti che mutò del tutto indirizzo e superò la separazione dei poteri. L’art.3 prevedeva che “tutti gli uomini sono ugualiper natura e davanti alla legge, l‘art.4  che “la Legge è l’espressione libera e solenne della volontà generale”, l’at.6 che “la libertà ha per principio la natura, per regola la giustizia, per salvaguardia la LeggeUn esempio della profonda svolta culturale conseguente, tocca Lavoisier. Era stato sostenitore  delle riforme  base dell’avvio della Rivoluzione francese. Tuttavia, venne travolto dagli sviluppi della disputa sui criteri con cui dovevano farsi gli esperimenti. La concezione del suo oppositore Priestley (cioè che ognuno avesse capacità e competenza per sperimentare e anche se privo di attrezzature adatte)  dilagò negli ambienti giacobini (che vi trovavano una conferma della tesi roussaeiana loro cara della volontà generale) e così, quando presero il controllo dell’Assemblea, ghigliottinarono Lavoisier (1794), in quanto fautore della sperimentazione specialistica che esprimeva il vecchio regime. 

La Dichiarazione dei Diritti del 1793(firmata da Robespierre e che non entrò di fatto mai in vigore perché era in corso la guerra)divenne nei decenni da allora il punto di riferimento dei rivoluzionari sedicenti democratici, che hanno interpretato ed interpretano l’illuminismo in chiave illiberaleIn ogni caso, il mito della rivoluzione francese si sviluppò  nel successivo ventennio napoleonico (e troverà una sistemazione stabile e duratura nella profonda riforma da lui promossa della macchina dello Stato). Fu un periodo in cui nelle nazioni europee si realizzò la diffusione dei principi del 1789, peraltro con modalità particolari e con il mischiare  l’attenzione al cittadino e l’aspirazione utopica al comunitarismo egualitario. Un miscuglio di cui non sempre viene percepita l’opposta natura dei componenti.

Nel frattempo, negli ultimi decenni, si era diffuso l’interesse per le società atte a commerciare anche nel lontano oriente. Tanto che l’iniziale configurazione del commercio in prevalenza individuale, prima si trasformò in vere e proprie società di capitali e poi, visti i rilevanti risultati positivi, in una politica coloniale con  il subentro diretto degli Stati (in prima fila Inghilterra, Spagna, Francia, Olanda, Danimarca).

2.2. h – Il saggio di Kant per la pace. Va infine segnalato che negli  ultimi anni del secolo, Kant pubblicò un importante frutto illuminista, il saggio “Per la Pace perpetua”. Ebbe un grande successo fin dalla pubblicazione. Però è stato sempre equivocato profondamente.

Molto spesso viene inserito  nel filone del pacifismo di tipo religioso, mentre la finalità espressa da Kant è caratteristica dell’illuminismo liberale, cioè individuare le condizioni atte a rendere possibile la pace perpetua. Il saggio muove dal principio che “nessuno Stato deve intromettersi con la forza nella costituzione e nel governo di un altro Stato”, per non  violare i diritti di un popolo indipendente. Un principio da intendersi in senso bilaterale, come rispetto delle reciproche scelte. Di conseguenza, la prima condizione di una pace duratura è che “la Costituzione civile di ogni Stato deve essere repubblicana”, con ciò  rifiutando il dispotismo. Perché basandosi sulla divisione dei poteri e sul dominio della legge, è necessario  “l’assenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o non debba essere fatta, e ciò costituisce un freno alla guerra. Gli eventi di tre due secoli hanno avvalorato tale concezione, perché è stato sperimentalmente comprovato che in generale le democrazie non si fanno la guerra (appunto non è facile indurre i cittadini a deciderla). Dunque, la pace non è una scelta  teorica bensì qualcosa da costruire concretamente tramite le istituzioni e i costumi civili. 

Insomma, a partire da XVIII secolo, l’attenzione alle attività intellettuali – specie l’arte, la conoscenza e l’economia – è  via via   cresciuta, dando sempre più spazio al ruolo dell’individuo. Ciò emerge con chiarezza osservando il passato in via retrospettiva. Viceversa, nelle epoche di quel passato, la vita  restò dominata dal riproporsi dell’antico sistema del modello rigido costituito dal successo a breve termine. In altre parole la  consapevolezza del ruolo individuale, è emersa lentamente, a poco a poco. Anche perché l’antico sistema era agevolato dall’ abituale ricorso alla forza per dirimere i contrasti delle idee e delle soluzioni di vita proposte. Naturalmente una forza espressa con le modalità tecniche aggiornate di volta in volta. Non va peraltro mai dimenticato che il processo di emersione di questo ruolo è molto lento e in continua evoluzione. In più per natura messo alla prova in ogni momento e attraverso molti conflitti, ora assai differenti nelle società istituzionalmente liberaldemocratiche e in quelle variamente totalitarie.

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Non cercare scuse

Preoccupa che, nonostante il passato liberale, perfino un giurista come il sen.Palumbo non riesca a stare al tema di quanto avvenuto ieri ai referendum, non in uno bensì in cinque quesiti. Dissertare sul fatto che il traguardo del 50%+1 sia irraggiungibile, serve a nascondersi , a non spiegare perché allora le regioni hanno presentato ugualmente i quesiti. E affermare che il segnale che conta non è il mancato raggiungimento del quorum, bensì se i SI superano i NO tra i votanti, dimostra solo ignorare (cosa stupefacente se lo fa un giurista ) il perché i Costituenti abbiano posto la condizione di un minimo di votanti perché fosse valido un referendum abrogativo. Lo hanno fatto perché una legge è competenza del Parlamento – tipica concezione della democrazia rappresentativa – e abolirla non può essere affidato a un insieme minoritario di cittadini in preda a pulsioni demagogiche verso la democrazia diretta. Il quorum ex art.75 è un argine democratico rappresentativo alla democrazia diretta, che nella storia non ha mai dato prova di essere efficace per costruire una libera convivenza. Pertanto, non ha rilievo il fatto che a differenza degli anni ’40, oggi siano diminuiti i votanti. Il motivo è che nelle elezioni politiche, chi non va alle urne decide di affidarsi alle scelte degli altri, mentre per i referendum abrogativi la Costituzione non prevede che esista l’astensione. Pesano tutti gli aventi diritto al fine di verificare se è valido il risultato di un referendum. Questa è la regola,coerente e significativa, dal 1 gennaio 1948. La preoccupazione è che un giurista non riconosca il fatto politico avvenuto e si metta a dissertare sui cambiamenti che lui vorrebbe apportare. Per di più, ammettendo anche, implicitamente, che i quesiti del 12 giugno erano manipolativi. E forse lo erano perché il clima politico culturale diffuso è divenuto, nell’ammissibilità referendaria, mene attento all’integrale rispetto del significato abrogativo voluto dai Costituenti.

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Lettera agli iscritti e ai vertici del Circolo GE Modigliani

Cari amici,

svoltosi il referendum del 12 giugno, non posso non commentare il testo inviatoci venerdì pomeriggio dal Segretario. Esso accompagna, per la prima volta, l’inoltro ai soci del Modigliani della comunicazione ricevuta da un terzo, nel caso liberali.it . E lo fa con un evidente intento ostile (tanto più dopo le mie due mail del 21 maggio e del 26 maggio) e inoltre con argomentazioni preconcette e inesatte nel merito costituzionale e politico.

Nella mail del 21 maggio, eccepivo circa un precedente scritto del Segretario che intendeva ridurre la questione del dibattito sui referendum del 6 giugno a “ trovare due figure di politici che espongano ciascuna le ragioni del SI e le ragioni del NO” . Affermavo che equivaleva ad un’involontaria disinformazione, siccome alla bocciatura si arriva anche con il NON VOTO (dall’esito di gran lunga più sicuro).  Nella mail del 28 maggio, chiarivo che il senso dei referendum non poteva ridursi ad illustrare il SI e il NO. “Infatti, l’art. 75 della Costituzione prescrive che il referendum abrogativo è valido solo se ha votato la maggioranza degli aventi diritto… L’esistenza del quorum del 50%+1  implica dunque che le modalità a disposizione del cittadino per esprimersi sono TRE, il SI, il NO e il non votare nell’URNA….. Mi permetto di ricordare che mentre il quorum del 50%+1 è fissato per il referendum abrogativo , non esiste quorum nel caso di un referendum concernente una modifica costituzionale”. Perciò osservavo che per i referendum abrogativi “citare solo il SI e il NO equivarrebbe a valorizzare un concetto di democrazia diretta non previsto dalla Costituzione”.

Queste lettere non sono state tenute in conto, e il dibattito è stato espressamente previsto solo sul SI e sul NO e fatto introdurre e moderare da un avvocato ex Consigliere Comunale esplicito assertore delle posizioni a favore del SI su alcuni quesiti assunte da una ampia minoranza del PD (con il conseguente appoggio complessivo al valorizzare la democrazia diretta).

Questo accantonamento delle mie due mail spiega il perché della novità della nota di accompagnamento al testo trasmesso da liberali.it . Il Segretario ha inteso evitare che le tesi ivi contenute a favore del NON votare nell’urna dei referendum, potessero lambire l’immagine del Modigliani. E per farlo si è lanciato in dissertazioni politico costituzionali che non sono nelle sue corde ma che soprattutto distorcono la nostra realtà istituzionale.

La Costituzione Italiana delinea una democrazia rappresentativa che usa anche , ponendo alcune condizioni, meccanismi di democrazia diretta. Il referendum abrogativo di una norma spettante al Parlamento, richiede appunto la partecipazione della maggioranza dei cittadini aventi diritto per prevalere sul parlamento riguardo a quella specifica norma. Dunque nella Costituzione non c’è nessuna pulsione di democrazia diretta, ma c’è l’opportuna attenzione ai cittadini nell’istituto rappresentativo. Perciò affermare che il referendum abrogativo è una fonte autonoma del diritto , si può solo dimenticando le condizioni poste dal quorum di cui all’art.75 e che la proposta referendaria deve assicurare una diversa soluzione alla problematica di funzionamento esistente nella norma votata in parlamento. Il Segretario cita a sostegno della sua tesi la sentenza 29/87 della Corte Costituzionale, la quale concerne invece gli effetti indotti dall’approvazione di un referendum abrogativo. Ovviamente, avendo partecipato la maggioranza degli aventi diritto e dunque rispettato il quorum, il referendum ha abrogato la norma soggetto a giudizio. Dunque non c’entra con la pretesa innovativa autonoma attribuita dal Segretario (tanto che la 29/87 respinse nella fattispecie la richiesta di referendum abrogativo sulla modalità di elezione de CSM).

Addirittura, il Segretario è talmente eccitato da concludere di aver fatto l’invio di accompagnamento in coerenza con lo slogan “Conoscere per decidere” del Modigliani. Mentre lo slogan di tipo einaudiano si fonda sul concetto di conoscere rispetto ai fatti concreti e non ai propri sogni, che di per sé non possono far crescere il conoscere.

Nel complesso è stato del tutto improprio e immotivato l’accanimento della dirigenza del Circolo Modigliani nel non voler consentire che il dibattito illustrativo del voto del 12 giugno prendesse in considerazione anche il NON votare nell’urna dei referendum (al punto da temere il contagio delle tesi eretiche di liberali.it). A meno che la dirigenza non pensi che il livello del 40% del quorum previsto sia frutto di inconfessabili costrizioni del potere contro la libertà dei cittadini.

Raffaello Morelli
membro Direttivo Circolo GE Modigliani

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Flop clamoroso dei referendum sulla giustizia

I dati sull’affluenza per il voto sui referendum sulla giustizia delineano un flop clamoroso di chi ha proposto i quesiti. Come Comitato Il NO mediante il NON votare nell’urna dei referendum, siamo ben lieti di aver contribuito a far bocciare dei quesiti complessi e pasticciati, pensati per travolgere la democrazia parlamentare imponendo le idee di minoranze autoreferenziali. I pur grandi mali della giustizia non possono risolversi con l’uso dell’accetta demagogica per risolvere questioni intricate su cui i cittadini hanno opinioni assai diversificate. In materia di giustizia, è una procedura ineludibile l’alta mediazione parlamentare, oltretutto perché è la sola che fa intendere quali siano gli intenti dei vari gruppi politici e che permetta agli elettori di giudicare.

Comitato Il NO mediante il NON votare

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Replica a chi prende sottogamba il NON voto il 12 giugno

Il commento di Paolo Grifagni fatto ieri su Critica Liberale prende molto sottogamba la questione del non andare a votare domani. Inizia minimizzando l’argomentare dell’articolista (peraltro non riducibile ad una difesa d’ufficio) e prosegue subito paragonandolo all’invito di Craxi nel ’91 ad andare al mare (dimenticando che allora il referendum puntava ad introdurre la preferenza unica, obiettivo chiaro e circoscritto, osteggiato da Craxi e dal PSI). Passando contestualmente a sentenziare prima che “incitare a non votare al referendum non mi sembra il modo adeguato per difendere a Costituzione” (ma come fa a parlare di difesa quando è la stessa Costituzione che fissa per gli abrogativi il quorum del 50%+1?) e poi a sancire che “ incitare ad astenersi dal voto non mi sembra una posizione espressione di un pensiero laico e liberale” . E questo è davvero troppo. Perché è vero il contrario.

Sono i laici ed i liberali pressoché gli unici a sostenere che è necessario comportarsi applicando le proprie idee. In questo caso, siccome i cinque referendum compiono un errore nel merito di ogni quesito e danno un messaggio istituzionale pericoloso con il negare che la giustizia sia frutto della democrazia rappresentativa e del Parlamento, è fisiologico che laici e liberali intendano far bocciare i cinque quesiti.

Al fine di raggiungere l’obiettivo, utilizzano lo strumento dell’art. 75 della Costituzione. I referendum abrogativi sono validi solo se partecipa al voto la maggioranza degli aventi diritto. Si tratta di un aspetto essenziale della politica civile: siccome fare le leggi spetta al Parlamento, cancellarne una in tutto o in parte esige che abbia votato almeno il 50%+1 . Ciò significa perciò che le modalità a disposizione del cittadino per esprimersi non sono solo DUE , bensì TRE, il SI, il NO e il non votare nell’URNA. In pratica, secondo il dettato costituzionale, nel caso dell’art.75, il non voto è un scelta che esprime in termini netti il rifiuto di usare il referendum per abrogare le norme indicate nei quesiti. E’ un errore grave dire, come fa Paolo Grifagni, che ciò “piega l’istituto ai propri interessi e cioè al desiderio di vedere fallita l’iniziativa referendaria”, dal momento che il referendum intende appunto avere la misura di quello che i cittadini preferiscono. Tutti i cittadini, qualsiasi cosa pensino e comunque scelgano. Questa non è “la facile via di uscita costituita dal mancato raggiungimento del quorum necessario”, proprio perché costituisce esattamente l’obiettivo della verifica attraverso il voto della volontà dell’intero corpo elettorale.

Da rilevare che il medesimo ragionamento di chi sostiene il non andare a votare nell’urna di questi referendum abrogativi, lo fa stamani Francesco Bei a nome di Repubblica . Tanto che riconosce dichiaratamente sia opportuno votare No oppure non recarsi al voto per non consentire il raggiungimento del quorum. Anche se poi all’ultima riga non si accorge di contraddirsi denominando astensione il non votare. Perché astenersi vuol dire rimettersi alla volontà altrui, mentre il non voto ex art.75 della Costituzione indica la precisa scelta di bocciare i quesiti abrogativi. Comunque è un passo avanti significativo che, dopo settimane di battaglia solitaria, il Comitato Il NO mediante il NON sia stato alla fine affiancato da un quotidiano così autorevole. Speriamo sia un indice foriero di successo.

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