Due obiezioni liberali (a Gerardo Villanacci)

Egregio Professore,

da liberale di lungo corso, non posso esimermi dal commentare il Suo articolo sul Corriere di stamani in cui Lei tocca due questioni di fondo per i liberali.

La prima è quando scrive “non si era mai giunti ad annunciare l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti” . Non è affatto vero. Almeno i liberali lo sostengono da molti decenni, a cominciare da Einaudi che scrisse “Gli albi di giornalisti è idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire altrui di pensare colla propria testa…… giornalisti sono tutti coloro che hanno qualcosa da dire ”. E da allora i fatti hanno dimostrato che l’ordine è fonte di conformismo chiuso nel dare le notizie.

La seconda è quando scrive “l’acme della concezione privatistica nella detenzione del potere pubblico è rappresentata dal contratto di governo”. Lo scrive in connessione con la sua tesi che il vincolo di mandato non è costituzionalmente ammissibile. Tuttavia la tesi è del tutto giusta dal punto di vista liberale, mentre è sbagliata la sua estensione al contratto di governo . Anzi, il contrattualismo in generale è stato storicamente uno dei passi di una concezione liberale dei rapporti effettivi tra cittadini tra loro diversi.

Di fatti, il divieto di vincolo di mandato nella Costituzione c’è proprio per far sì che i singoli deputati esercitino il personale spirito critico di valutazione di ciò che avviene (l’affidarsi a tutti i cittadini individui è non a caso il fulcro della libertà). Nel quadro di questo divieto, non possono esserci strumenti giuridici per costringere un parlamentare, come Lei scrive, ”a rispondere innanzi all’Autorità giudiziaria del modo in cui hanno esercitato il loro incarico”. Ma ciò non va confuso in alcun modo con il vietare ai parlamentari di stringere pubblicamente accordi politici, anche in forma esplicitata in un contratto. Proprio perché il contratto esprime una volontà di scelta del deputato che lo accetta, e questo rende più chiaro all’elettore quale linea intenda seguire. Ovviamente il non seguire più quanto prevede il contratto è anch’essa una scelta politica di cui il deputato che la compie gestirà le conseguenze (inclusa l’eventuale allontanamento dal suo gruppo di elezione con il quale ha varato il contratto) e risponderà agli elettori. Il tutto nella massima trasparenza.

Un cenno per concludere alla sua citazione di Rousseau. Il Contratto Sociale è un’opera (per fortuna del tutto obsoleta) di concezione tipicamente antiindividualista e quindi antiliberale. Qui l’idea di contratto è usata per legare i cittadini e non per dar loro uno strumento di azione libera.

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Accorgersi degli individui, la Formazione 4.0 e il contributo tagliato

Gentile Signora Lazzeri,

Lei ha inviato al Circolo Einaudi la notizia contenuta nel libro de Il Mulino secondo cui i lavoratori ”hanno maturato nell’ultima fase una soggettività più spiccata che fonda la loro identità nel valore del merito come risultato di un continuo autocoinvolgimento……Ci sono gli individui”. L’argomento ci fa ovviamente molto piacere, dal momento che, in quanto liberali, da lunghissimo tempo sosteniamo che la convivenza non si basa sulla collettività bensì sulle relazioni tra i diversi cittadini, e che di conseguenza vanno rivisti in radice tutta una serie di approcci politici ormai depistanti.

La Sua mail contiene però anche un’altra cosa. Un collegamento (non mi è chiaro se tratto o no dallo stesso libro) tra questa tesi e la questione del credito d’imposta alla formazione 4.0 . Un collegamento assai problematico, non perché la formazione 4.0 sia di per sé da buttare ma perché è arduo affrontare per questa via il rapporto tra industria impresa 4.0 e sviluppo della soggettività e del merito individuali. Ancor peggio se si intende usare la sparizione del credito di imposta dal Piano Industria 4.0 quale prova implicita della inadeguatezza culturale e sociale dell’attuale governo, come suggerito dalla Presidente dei Dirigenti del Personale (“la cancellazione dell’incentivo fiscale sulla formazione 4.0 è un atto contro il futuro del lavoro”) .

Infatti sono ineludibili tre osservazioni. La prima è che la formazione dei cittadini e quindi dei lavoratori dipende soprattutto da quanto lo Stato si impegna nel sostenere le strutture educative pubbliche (che irrobustiscano l’utilizzo dello spirito critico individuale) e nel fare regole generali di convivenza (che spingano a migliorare i rapporti interpersonali e la circolazione delle iniziative economiche dei cittadini alla base reale dell’occupazione produttiva). La seconda è che uno dei noccioli della crisi sociale del nostro paese è che gli apporti dei cittadini individui sono soffocati da troppe consociazioni intermediarie, non autonome (che sarebbe positivo) bensì assistite dai finanziamenti pubblici e dunque propense ad un rapporto di trattativa con il governo (che irretisce quel cambiamento proclamato a parole). La terza è che affrontare il giudizio sul governo Conte partendo dal contestare il taglio di privilegi settoriali piuttosto che da valutazioni generali (tipo quale scuola si vuole), espone al rischio di favorire il messaggio gialloverde del voler abbattere i privilegi.

Nel complesso sarebbe preferibile che, seguendo la constatazione fatta nel libro, il mondo del lavoro e della sinistra cominciasse a riflettere più a fondo sul da farsi per affrontare le sacche che oggi sono d’ostacolo alla crescita delle aspettative dei cittadini nel numero più ampio possibile. Il 4 marzo non è stato un fulmine a ciel sereno.

Con i migliori saluti

Raffaello Morelli, del Circolo Einaudi

Circolare via mail di Carla Lazzeri al Circolo Luigi Einaudi

Il centro studi ‘Community media research” ha svolto per conto di Federmeccanica una approfondita analisi della attualle condizione del lavoro nei servizi e nel manifatturiero.

(vedi: www.communitymediaresearch.it/)

Premesso che oggi nei servizi c’è il 54% dei lavoratori e che nel manifatturiero soltanto il 36%, la ricerca mette in evidenza che questi ”hanno maturato nell’ultima fase un soggettività più spiccata che fonda la loro identità nel valore del merito come risultato di un continuo autocinvolgimento.”

Gli esiti di questa ampia ricerca sono raccolti nel volume di Daniele Marini, edito dal Mulino, Lavoratori imprenditivi nella quarta rivoluzione industriale.

Vediamo come raccontano la nuova condizione, pur la brutta parola usata: imprenditivi.
Non c’è più la classe operai che il cinema mandava in paradiso e partiti e sindacati mandavano nelle piazze: l’idea alla base delle ideologie dell’ultima parte del secolo scorso cede di fronte alle mutazioni imposte dalla tecnologia. Non c’è la classe, come ha ancora sottolineato l’Istat nel Rapporto annuale del 2017, insolitamente sociologico, dove proprio le classi sono state ridisegnate in nuove appartenenze fino a qualche anno fa impensabili. Ci sono gli individui.”

La centralità dei nuovi lavoratori 4.0 diventa uno stimolo molto forte anche per il sindacato; il contenuto del lavoro operaio si contamina sempre più di elementi della conoscenza. La quarta rivoluzione industriale sta innestando nel lavoro dipendente le caratteristiche del lavoro autonomo . Da manodopera a mentedopera. Oramai , scrive Marini, gli operai sono, lavoratori imprenditivi. Vivono l’impresa come luogo dell’opportunità e lo dimostra l’accresciuta disponibilità tra i lavoratori stessi a destinare parte del loro risparmio verso programmi di innovazione tecnologica nella propria stessa azienda a fronte di un ritorno economico. Ne deriva che le storie narrate dalla propanga politica attuale – lavoro sporco, poco appetibile e fatto di tute blu – non corrispondono a chi osserva da vicino i comportamenti dei lavoratori. Invero il lavoro negli ultimi anni è legato alla innovazione digitale, alla industria-impresa 4.0 che ne hanno modificato le mansioni, le condizioni e le caratteristiche.
Rispetto al passato di classe, il lavoro viene percepito come un processo di continua progressione di carriera, non come posto dove ripetere azioni sempre uguali e monocordi. L’impatto delle digitalizzazione ha aumentato il “libero arbitrio” del lavoratore ora in grado di percepire da sé il valore della propria competenza che significa saper decidere, dialogare con le macchine e lavorare in squadra.

In questo spazio nuovo che si è creato rapidamente, per Marini c’è molto da fare per la politica nell’elaborare nuovi rapporti e nuovi simboli per la rappresentanza nelle fasi contrattuali.

Ed ecco che proprio mentre si conoscono meglio le novità della condizione dei lavoratori, le cronache ci dicono che :”Dalla legge di bilancio 2019 è sparito uno degli incentivi fondamentali del Piano Industria 4.0, ossia il credito d’imposta alla formazione 4.0.’
Sulla novità riportiamo il parere dell’AidP – www.aidp.it Associazione italiana per la direzione del personale -:
”’La formazione 4.0, secondo i direttori del personale, sarà il capitolo principale sui cui investire per vincere la sfida della robotica e dell’intelligenza artificiale sul terreno dell’economia e del mercato del lavoro. Dalla nostra ricerca, in questo senso, emergono dati netti. Le aziende e i manager sono convinti a stragrande maggioranza (89%) che i robot e l’IA non potranno mai sostituire del tutto il lavoro delle persone e che avranno un impatto positivo sul mondo del lavoro e delle aziende: permetterà, infatti, di creare ruoli, funzioni, e posizioni lavorative che prima non c’erano (77%); stimolerà lo sviluppo di nuove competenze e professionalità (77%); consentirà alle persone di lavorare meno e meglio (76%). Avrà un impatto molto forte nei lavori a più basso contenuto professionale. La cancellazione dell’incentivo fiscale sulla formazione 4.0 è un atto contro il futuro del lavoro».

Così ha scritto la presidente di Aidp Isabella Covili.(vedi anche www.aidp/gruppo toscana ).

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Ventotene, l’Europa e il sovranismo

Sul Tirreno del 10 novembre, l’articolo “L’Europa riparta da Ventotene o è destinata ad andare a pezzi”, pretende di voler difendere la costruzione europea mentre da una mazzata alla sua struttura. Una mazzata concentrata sulla critica al sovranismo, ma che è il far discendere l’Europa dal Manifesto di Ventotene (’41). E’ un falso storico, nel senso che il Manifesto auspicò l’Europa, non la costituì.

Il Manifesto era in chiave socialista e prevedeva un movimento per un’Europa federale “la quale disponga di una forza armata europea, spazzi le autarchie economiche, abbia i mezzi per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni….. La rivoluzione europea dovrà essere socialista”. La CEE nacque a Roma nel ‘57 – dopo la Conferenza di Messina voluta dal liberale Gaetano Martino – con un’impostazione del tutto differente. Quella del procedere a passo a passo sulla strada della libertà dei cittadini europei. L’art. 2 del Trattato scriveva “La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 4, uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, la parità tra uomini e donne,……”.

Inoltre, fare di Ventotene più di un cenno culturale, è un errore rispetto alle prospettive politiche di oggi. Perché il Manifesto sosteneva concetti estranei alla democrazia liberale. Tipo “Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali, ma non sa cosa volere e cosa fare… La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria…(Il nuovo movimento) dà in tal modo la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia”. Mentre la spinta italiana al sovranismo viene proprio dal modo di governare nell’ultimo ventennio, improntato alla distanza dai cittadini, al quale gli italiani hanno legittimamente detto basta.

Per i liberali il governare deve rimanere legato ai fatti e ai risultati delle scelte politiche. Ed invece l’autore distorce il pensiero liberale di Tocqueville facendo intendere che un giustissimo concetto relativo alla formulazione delle regole della democrazia rappresentativa (“il pericolo della dittatura della maggioranza”), equivalga al considerare il risultato del 4 marzo questo pericolo solo perché le Camere e il Governo intendono smantellare il passato modo di governare in materia di consociativismo pervasivo, della politica estera troppo conformistica e dell’acquiescenza ad un’UE che si comporta come entità sovranazionale al posto dei cittadini.

Perché l’UE riprenda il cammino, non si deve ripartire da Ventotene bensì dal riscoprire il sistema a passo a passo, che per 40 anni ha reso l’UE il progetto più innovativo. Ripudiando la sua trasformazione in struttura burocratica statalista incline a soddisfare gli interessi dei propri gestori e sempre più lontana dagli europei. Solo così, con la riscoperta del metodo liberale, si potranno tagliare le unghie alle pretese sovraniste, che non sono liberali ma che prosperano sull’autoreferenzialità di elites di potere che ritengono i cittadini incapaci di scegliere bene.

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La Fortuna e il cittadino (versione ridotta)

FORTUNA BENDATA . Nell’antichità si evocava la Fortuna, una dea bendata come volontà divina ignota ma ineludibile.

L’INDIVIDUO MOTORE DEL CONVIVERE. Oggi, non si evoca più la Fortuna. E’ l’individuo il motore di condizioni di vita migliori. Se ne sono accorti solo i liberali, gli altri sono restati ancorati alle concezioni religiose od ideologiche. Così le dirigenze pubbliche hanno fatto una gestione di potere disattenta ai cittadini, con risultati via via più negativi.

I CITTADINI ITALIANI HANNO DETTO BASTA. Gli elettori hanno rifiutato quel modo di governare. Una scelta tesa a cambiare (come richiesto dall’esigenza liberale) ma slegata da un progetto sul come farlo e con quale tempistica (hanno vinto non liberali).

PERCHE’ E’ IMPORTANTE. Sarebbe antistorico restaurare il passato. Il cambiamento è positivo ma non può non constatare che le istituzioni democratiche comprendono milioni di cittadini e che tale dimensione esclude la democrazia diretta. La tecnologia informatica è indispensabile per contatti immediati tra cittadini lontani. Ma inevitabilmente introduce gestori tecnologici incontrollabili dagli individui. Peraltro non si adegua il funzionamento delle istituzioni rappresentative alle scelte dei cittadini, agitando le bandiere antiindividualiste, conservatrici o progressiste.

L’OPPORSI PREGIUDIZIALE AL GOVERNO NON E’ IL PROGETTO LIBERALE. Il governo in carica è sorto con un Contratto indefinito nei numeri e nelle procedure. Dopo 5 mesi emergono, insieme alle differenze, delle scelte. Il risanare le concessioni statali dalla rete di connivenze con i concessionari; lo stare più attenti ai rapporti costi benefici, peraltro in termini non precisati, delle grandi opere nei trasporti e nei flussi energetici internazionali; il rendere più stringente la sicurezza e l’accoglienza dei migranti attirati dalle ONG; espandere il bilancio dello Stato fuori dagli schemi UE.

AL LUPO AL LUPO. Durante i 5 mesi, l’opposizione dei restauratori ha gridato al lupo al lupo e basta. Ha confuso il reddito di cittadinanza con l’assistenzialismo (che aveva inventato) e la tassa piatta con il premiare i più ricchi (accusa ideologica). Con l’appoggio di campagne dei media sulla crisi di governo e sulla catastrofe economica imminenti (ad oggi neanche sfiorate). Il che ha rafforzato l’immagine governativa.

IL PROGETTO LIBERALE PER I CITTADINI. A parte spaccature, il governo potrà cadere solo dopo un chiaro progetto liberale per governare l’Italia. La difesa della democrazia non sta negli insensati richiami all’antifascismo ma nel costruire un progetto imperniato sulle scelte dei cittadini individui e concentrato sulla conoscenza, sulla ricerca, sul continuo ricorrere alla sperimentazione e all’intraprendere, sul concepire l’economia come frutto della innovazione dinamica dei cittadini e non delle direttive pianificate.

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La fortuna e il cittadino

FORTUNA BENDATA . Nell’antichità si evocava la Fortuna, una dea bendata munita di cornucopia per elargire ricchezze. Una concezione secondo cui ogni evento del mondo esprime la volontà divina ignota ma ineludibile.

L’INDIVIDUO MOTORE DEL CONVIVERE. Dopo diecine di secoli, non si evoca più la Fortuna seriamente. Gli avvenimenti sperimentati hanno mostrato che è l’individuo il motore dello stare insieme e del migliorare le condizioni di vita degli umani. Di questo, quanto a concezioni politiche, se ne sono accorti solo i liberali, mentre gli altri sono restati sulla lunghezza d’onda di una concezione religiosa od ideologica. Così, le scelte delle regole e degli indirizzi operativi fatte dai governanti e dalle dirigenze pubbliche, negli ultimi decenni sono restati al precetto divino oppure ideologico. Una gestione di potere distante e disattenta ai cittadini, con risultati via via più negativi .

I CITTADINI ITALIANI (E NON SOLO) DICONO BASTA. Nei tempi recenti, in più paesi, gli elettori hanno rifiutato un simile modo di governare le istituzioni democratiche. Un comportamento quasi improvviso teso a cambiare (come richiesto dall’esigenza liberale) ma slegato da un progetto sul come farlo e con quale tempistica (infatti hanno vinto gruppi non liberali, inconsapevoli di cosa significhi il metodo liberale del progettare).

PER GOVERNARE LE ISTITUZIONI RAPPRESENTATIVE. Voler restaurare il passato già fallito, sarebbe antistorico. Il cambiamento è positivo ma non può prescindere dal constatare che le istituzioni democratiche comprendono milioni e milioni di cittadini e che tale dimensione esclude il ricorso alla democrazia diretta. La ragione è che gli strumenti della tecnologia informatica sono indispensabili per stabilire contatti immediati tra cittadini lontani. Ma inevitabilmente introducono figure di gestori tecnologici incontrollabili dagli individui collegati. Dunque non resta che proseguire nel paziente sforzo di adeguare il funzionamento delle istituzioni della democrazia rappresentativa, al fine che, attraverso il conflitto democratico, i governi siano efficaci nel realizzare le scelte dei cittadini per una convivenza migliore. Ciò non si può fare – in base all’esperienza storica ¬– con l’agitare le bandiere antiindividualiste, conservatrici o progressiste, con l’esaltazione emotiva delle comunità e con le utopie dei modelli eterni.

L’OPPORSI PREGIUDIZIALE AL GOVERNO NON E’ IL PROGETTO LIBERALE. Il governo in carica è sorto sulla base di un Contratto non definito nei numeri e nelle procedure. Dopo cinque mesi stanno emergendo, insieme alle differenze culturali tra i contraenti, alcune scelte. Sostituire i gestori di amministrazioni pubbliche, economiche e di informazione, superando criteri consociativi; il risanare le concessioni dello Stato dalla rete di connivenze con i concessionari; l’aumentare l’attenzione sui rapporti costi benefici, peraltro in termini non precisati, nell’eseguire grandi opere nei trasporti e nei flussi energetici internazionali; il rendere più stringente la sicurezza e l’accoglienza dei migranti sospinti dalle ONG private; l’impostare il bilancio dello Stato, dedicandosi soprattutto agli annunci, in prospettiva espansiva al di fuori degli schemi previsti dall’UE. Durante questi cinque mesi, l’opposizione dei restauratori è stata pregiudiziale, ha gridato al lupo al lupo e non ha indicato nessuna alternativa diversa dalle loro impostazioni passate. In particolare hanno confuso la prospettiva del reddito di cittadinanza con l’assistenzialismo (accusa oltretutto mossa da chi l’assistenzialismo lo ha inventato e praticato) o della tassa piatta con il premiare i più ricchi (accusa ideologica oltretutto fondata su pregiudizi incoerenti vista la mancanza di un’ipotesi dettagliata). Questa opposizione pregiudiziale è stata assistita da intense campagne sincronizzate dei media e delle organizzazioni colpite nel potere consociativo – che rispetto al M5S privilegiano la Lega partito di destra attaccabile con l’armamentario d’una volta – focalizzate sulla imminente crisi di governo e sulla catastrofe economica alle porte (tutte cose ad oggi neanche sfiorate). Il che ha dato ai cittadini l’impressione che si rispettassero gli obiettivi e ha rafforzato l’immagine governativa.

IL PROGETTO LIBERALE PER I CITTADINI. A parte spaccature nella maggioranza, il governo potrà cadere solo dopo che sia emerso un chiaro progetto liberale per governare l’Italia di oggi. La concreta difesa della democrazia non sta negli insensati richiami all’antifascismo bensì nel costruire un preciso progetto imperniato sulle scelte dei cittadini individui. Il ricorso al metodo individuale significa concentrarsi sulla conoscenza, sulla ricerca, sul continuo ricorrere alla sperimentazione e all’intraprendere che rinnovano le occasioni di occupazione, sul vedere le leggi come mezzi laici per esprimersi piuttosto che per imporre un conformismo, sul concepire l’economia come frutto della innovazione dinamica dei cittadini e non delle direttive pianificate. Tutto ciò non in un’Italia autarchica ma protagonista nell’UE. Un’UE di nuovo aperta al cambiamento, come è stata per un quarantennio rivelandosi il progetto politico più innovativo al mondo, poi nell’ultimo ventennio trasformato dalle concezioni avverse al ritmo di confronto tra diversi tipico dei liberali in struttura burocratica statalista incline a soddisfare gli interessi dei propri gestori e sempre più distante dai cittadini europei.

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Prefazione a “Le pietre”

Prefazione al volume Le Pietre di Antonio PILEGGI edito da Rubettino

Gli scritti dell’ultimo decennio raccolti da Antonio Pileggi in questo volume, rappresentano l’impegno civile liberale in modo assai efficace. Scaturiscono da una passione maturata in una lunga e vasta esperienza ai piani alti della Pubblica Istruzione, trasformatasi in cittadinanza direttamente attiva non appena si è conclusa l‘attività al Ministero.

L’Autore iniziò il contatto con le idee e i comportamenti liberali all’epoca in cui al Ministero arrivò Salvatore Valitutti. Un intellettuale di grande rilievo che, dopo aver studiato l’idealismo gentiliano, era giunto alle robuste convinzioni liberali di Croce e alla militanza nel PLI malagodiano per guardare al mondo con spirito critico e per evolvere nei comportamenti concreti, senza mai confondersi con il nuovismo delle mode. Da quello che vide allora, l’Autore ha tratto la ferma convinzione che pervade il volume. Essere liberale in politica significa curare giorno per giorno le regole della convivenza al fine di renderla il più possibile aperta alle interrelazioni tra i cittadini e alle loro scelte. Questa convinzione ha fatto da stella polare al suo impegno politico, ha inquadrato lo specifico senso liberale della partecipazione più volte trattata negli articoli ed è alla base dell’ordine in cui gli scritti si succedono. Cominciano con la stagione referendaria, proseguono con la scuola e il diritto allo studio, poi la pubblica amministrazione e così via toccando tematiche della convivenza essenziali per i liberali.

In questo modo, gli articoli di Antonio Pileggi riportati nel volume sono un esempio di come un liberale, applicando il metodo della libertà, affronta in diretta i problemi politici che si presentano. Non per caso l’Autore innanzitutto si sofferma a lungo sulla questione delle regole e della comunicazione in politica. Due aspetti che sono il cuore del sistema istituzionale trovato sperimentalmente mediante l’esperienza storica per far interagire quantità sempre più elevate di individui diversi, riducendo l’uso della mera forza fisica e valorizzando l’apporto di ciascuno di cui beneficiano tutti gli altri. Richiamare tali questioni è decisivo.

Infatti, per i liberali, il meccanismo delle regole istituzionali e quello della comunicazione politica sono tra loro distinti ma assai intersecati. Sono ambedue essenziali per il cittadino. Le regole sono indispensabili sia per stabilire come i cittadini diversi possano esprimere i rispettivi progetti di vita (accettando di misurarli in un reciproco confronto basato sulle conseguenze prodotte, sempre rispettando le regole) sia per procedere a modificarle in base alle valutazioni circa il loro funzionamento decise dai cittadini. Ovviamente, l’intera concezione sulle regole liberali va intesa nella logica di stimolare il cittadino alla partecipazione, che in chiave liberale ha due caratteristiche. Una è che in qualche modo essa decide e non si limita ad informare, a consultare, a coinvolgere, senza però decidere, come ad esempio quella ecclesiale. La seconda caratteristica è che essa propugna la delega rappresentativa proprio in quanto soggetta ad una valutazione continua di quel che fa il delegato, affidata al cittadino anche integrando via via gli strumenti esistenti. Quanto alla comunicazione delle vicende politiche, essa è indispensabile per consentire ai cittadini, in quanto fulcro motore del sistema, di giudicare nel merito le proposte e gli atti di chi li rappresenta od aspira a farlo.

In piena coerenza con una simile impostazione, l’Autore, che ha svolto ruoli attivi prima nel “Coordinamento per la Democrazia Costituzionale” e poi anche nel “Comitato per le libertà dei cittadini, no al peggio” (di cui fu uno dei tre fondatori), rammenta in una nutrita serie di scritti le vicende del suo impegno per il No alla proposta di riforma della Costituzione del duo Renzi-Boschi, fin dalla fase iniziale della discussione in parlamento (anno 2015). A primavera 2016 , avvenuta la richiesta formale di referendum ex art.138 Costituzione, nacque lo specifico Comitato Per le Libertà NO al Peggio su una impostazione tipicamente liberale. Il nocciolo della posizione del Comitato NO al Peggio fu infatti che la terapia dichiarata dalla proposta avrebbe agito al contrario, complicando il funzionamento istituzionale e comprimendo la sovranità del cittadino, perfino trascurando, nonostante l’ampiezza delle parti riformate, la questione di una macchina istituzionale elefantiaca avviluppata da incrostazioni procedurali sganciate dalla realtà. Per i liberali, le riforme Costituzionali si devono fare non per dire di farle bensì per migliorare le condizioni istituzionali di libertà del cittadino. Ed invece la proposta di riforma costituzionale sottoposta nel dicembre 2016 al referendum, era concepita contro il cittadino (restringendone l’influenza, accentrando decisioni e controllo dello Stato) e scritta con questo obiettivo, tanto che i suoi sostenitori non hanno affrontato il merito del testo, ma preteso che l’intento politico fondante di quel testo contasse di più dei contenuti espressi applicandolo. In pratica, volevano affidare i cittadini alle promesse speranzose invece che alla realtà dei meccanismi costituzionali proposti. Al contrario del metodo liberale.

La proposta del 2016 era una riforma autoritaria nel solco degli indirizzi di certe finanziarie internazionali senza volto e senza responsabilità civile, mentre la democrazia liberale si fonda sul principio intangibile della sovranità popolare, incoraggiandone le sue più fattive diversità legate al merito delle cose. Come dimostrato perfino dalla formulazione ingannevole e tecnicamente impropria degli stessi quesiti referendari, i promotori della proposta – che hanno trovato fautori ossequiosi come ad esempio la Confindustria – volevano far credere che l’unica terapia per i mali dell’Italia sarebbe stata restringere la partecipazione e la scelta del cittadino. Invece una lunga esperienza storica nonché gli ultimi 25 anni senza dibattito politico su idee e su progetti, provano che proprio quella terapia è il veleno della democrazia libera. Dunque è stato un grido liberatorio la dichiarazione, citata nel volume, all’indomani del 4 dicembre 2016: la vittoria del No, è una vittoria della cultura liberale.

Perché la cultura liberale è la sola che non accetta la tesi elitaria secondo cui chi, istruito, è ai vertici ha diritto di imporsi ai cittadini anche raggirandoli nella sostanza. Per i liberali il centro del mondo è il conoscere cui tutti possono contribuire e che tutti possono utilizzare. E quindi è normale che i cittadini sovrani valutino chi li governa in base alla credibilità dimostrata nel seguire le regole e nell’attivare le iniziative pubbliche. Un comportamento sconosciuto ai governanti degli anni 2000 e di cui la cultura liberale vuole l’urgente ripristino. Le idee politiche espresse da chi non è credibile, in breve perdono la possibilità di essere accettate dalla maggioranza dei cittadini.

Dopo le regole e la comunicazione, l’Autore passa ad affrontare il secondo tema della scuola e del diritto allo studio. Anch’esse due importanti questioni assai intersecate. La scuola è per i liberali l’architrave della formazione individuale che è il caposaldo della convivenza libera. Il suo compito è insegnare l’essenza di quanto già conosciuto, formare lo spirito critico di ognuno, rendere capaci di esprimere la propria personalità in ogni tipo di lavoro, proseguire con i propri progetti la via del conoscere ancora e far capire il funzionamento della libertà così da mettere ciascuno in grado di convivere secondo le regole. Ma i liberali sono strettamente realisti. E il profondo realismo fa intendere che ciascun individuo è fisiologicamente diverso sotto molti aspetti, a cominciare dalle condizioni in cui si trova alla nascita. Dunque la scuola liberale non può essere pensata separata dal diritto allo studio, strutturato in modo da consentire ad ognuno prima le medesime condizioni di partenza, e poi, ai più meritevoli, l’accesso agli alti gradi dell’istruzione.

Coerentemente l’Autore sottolinea come le funzioni non transeunti della scuola e del diritto allo studio siano inquadrate con nettezza dalla Costituzione, senza confondere il ruolo pubblico e la libertà di istituire scuole non sovvenzionate. Il che fa capire come scuola e diritto allo studio pubblici non siano tecniche procedurali per soddisfare diritti dei singoli, bensì costituiscano un aspetto strutturale della libera convivenza di tutti. Da qui, l’assurdità autolesionistica dei tagli alla scuola e all’università che negli anni più recenti sono stati fatti e che contribuiscono all’impoverimento culturale italiano. Un’altra causa ne è aver portato, poco alla volta, a concepire i discenti come controparte dei docenti e viceversa; ed anche aver portato, come già ammoniva Valitutti, a svuotare la scuola dei suoi contenuti culturali, con l’illusione di farla servire alla educazione sociale dei giovani.
Nell’ambito della scuola, il volume di Pileggi tocca anche la questione dell’apprendimento permanente. Una questione davvero importante per i liberali, così legati all’andamento delle cose reali. Perché al passar del tempo la conoscenza del mondo evolve fisiologicamente e quindi rende necessario aggiornare quello che già si sa. Peraltro, ciò è ovvio per un liberale ma non lo è per gli altri. Non poche persone illiberali concepiscono la cultura quale concezione immobile e rifiutano l’idea che ciascun cittadino possa non contentarsi della formazione posseduta e si consideri un precario della conoscenza (eppure, alla prova dei fatti, la formazione non basta mai e si resta sempre un po’ precari). Da una simile osservazione discende che in campo scolastico i liberali devono comportarsi in un certo modo. Da un lato, la scuola liberale non può pretendere di esaurire il percorso formativo e deve piuttosto prefiggersi di attivare lo spirito critico di ciascuno, che – vita natural durante – è la vera molla che spinge anche ad adeguare le proprie conoscenze. Dall’ altro lato, l’apprendimento permanente non va ridotto alla dimensione di una prolungata educazione scolastica, ma dovrà operare distinguendosi in una serie di tipi diversi (quali temi generali, sociali, occupazionali) per tener conto, oltre che di tempi mutati, anche dell’esperienza e degli interessi di ogni adulto che sono molto variabili.
Dopo aver inserito quelli su scuola e diritto allo studio, l’Autore prosegue inserendo gli scritti inerenti gli altri temi civili più rilevanti per una politica liberale partecipata rispetto alle istituzioni: la pubblica amministrazione, la giustizia, l’obbligo di non dimenticare mai ciò che è avvenuto. E giunge a concludere con la cultura, trattando essenzialmente il problema della progressiva mancanza di cultura nel formarsi dei partiti. Al riguardo fa alcune sottolineature di rilievo.

La stabile confusione tra partiti e istituzioni prodottasi in Italia, ha creato l’abitudine, inesistente in origine, di stare a capo contemporaneamente di un partito e del governo (il che indebolisce parecchio, se non del tutto, la distinzione funzionale tra i due ruoli). L’abbandono del criterio delle idee e dei progetti quale elemento costitutivo di ciascun partito, ha prodotto l’esplodere del leaderismo, la tendenza a sostituire alle correnti di pensiero le correnti di potere, lo scivolare del dibattito politico verso il plebiscitarismo. L’Autore osserva che in tal modo l’appartenenza non è più il connotato identificativo del modo d’essere per assumere responsabilità politiche; e che quando ciò avviene, la specifica credibilità del candidato non comprende più il possesso di qualità essenziali per governare, tipo la competenza tecnica. Tale condizione allontana dalla democrazia liberale. La democrazia liberale, siccome si fonda sul conoscere, non può prescindere dalla competenza e, siccome valorizza la diversità, non può prescindere dal merito.

Sempre nell’ambito della cultura, il volume riporta un pezzo scritto nel marzo 2012, profetico di quanto si è verificato sei anni dopo: “basta mettersi in ascolto della gente di qualsiasi ceto sociale per rendersi conto che quasi l’intera classe politica è distante mille miglia da ciò che pensano i cittadini”. Una distanza che allora esisteva e che infatti è sfociata nel risultato del 4 marzo 2018. Ma che sussiste tuttora, visto l’ossessivo rifiuto da allora di riconoscere che il voto del 4 marzo è stato un voto contro chi governava prima (un cambiamento richiesto dai liberali) e non l’abituale approvazione di un progetto (all’epoca ancora non emerso, visto che i due vincitori sono partiti illiberali che hanno stipulato un contratto di governo dopo il voto). Per cui solo chi, disperato, vuole la restaurazione del proprio potere di un tempo, può criticare il governo per quello che ad esso si attribuisce senza prima attendere i provvedimenti materialmente assunti. Così quella previsione di allora si mantiene attuale nello spingere a rivalutare – nel governare, nel fare opposizione e nel redigere i giornali – quello che pensano i cittadini, cioè il cuore del metodo politico liberale.

Il finale del volume è costituito dall’Appendice. I cui testi ed argomenti, suddivisi in quattro parti, rafforzano il filo conduttore degli scritti raccolti nel corpo del libro. La prima parte richiama il tentativo dell’ALDE di presentarsi in Italia alle elezioni Europee del 2014. Tentativo riuscito solo nel presentare una lista ma fallito nella sostanza perché, al di là delle intenzioni, la lista non seppe mostrarsi davvero rappresentativa dei liberali e preferì ammiccare ad un coacervo di moderati dedito a tatticismi di schieramento nella politica italiana. Da rilevare il richiamo all’intervento fatto dal candidato liberale prof. Giuseppe Bozzi, che, inascoltato, sollevò la questione, fin da allora quasi nascosta dai media, del non rispetto della decisione della Corte Costituzionale che poche settimane prima aveva sancito l’illegittimità parziale della legge elettorale. Tale non rispetto è stato talmente concreto che le Camere hanno continuato imperterrite a confermare eletti gli ancora non confermati 4/5 dei parlamentari frutto della norma cassata e successivamente hanno addirittura approvato una proposta di riforma costituzionale promossa dal Governo (logicamente poi bocciata nel referendum). Il voluto mancato rispetto di quella decisione della Corte Costituzionale costituisce un vero e proprio strappo, gravissimo, del tessuto istituzionale e in particolare della democrazia liberale.

La seconda è un dialogo dell’Autore con un personaggio di grande rilievo delle istituzioni, Luigi Mazzella, di formazione liberale, il quale, preoccupato in vista delle elezioni ’18, ipotizza l’introdurre una sorta di voto negativo per ampliare il modo di far esprimere i cittadini e che poco dopo segnala la lunga guerra appena iniziata tra le truppe dell’alleanza potere finanziario – sistema dei media tradizionali e le truppe dei nuovi sistemi di diffusione delle notizie via internet, avente per obiettivo mantenere bloccato o no l’accedere del cittadino all’informazione (che per i liberali è decisivo). La terza parte, cui l’Autore ha dato un titolo icastico (“dal partito scomodo al partito di comodo”), concerne le vicende delle liste elettorali nel 2018. I vertici del partito liberale, presidente e segretario, si sono candidati nelle liste della Lega (estranee alla cultura liberale) e non sono stati eletti, mentre sono stati eletti in quelle liste due neofiti del partito, un ex parlamentare di AN e una ex parlamentare di FI, i quali, oltretutto, dopo eletti sono restati incardinati nei gruppi parlamentari della Lega. Vicende che hanno naturalmente comportato le dimissioni dal partito dell’Autore, dato che il liberalismo senza comportamenti conseguenti, non è liberalismo. La quarta parte riporta quattro documenti assai significativi, di cui, per brevità, vanno segnalati il primo (un testo dai Quaderni della Critica di Benedetto Croce assai noto tra i liberali) e l’ultimo (il secondo Manifesto dell’Internazionale Liberale ad Oxford nel 1997, nel cinquantennale del primo Manifesto).

Insomma, anche l’appendice è tutt’altro che banale, dato che irrobustisce il senso della concretezza dei principi e dei comportamenti liberali, insieme confermando il tratto signorile dell’esposizione. Una modalità in apparenza meno clamorosa delle grida scomposte abituali nei dibattiti odierni, ma alla lunga ben più eloquente e persistente.

Gli scritti raccolti dall’Autore in questo volume sono un appassionato appello a favore della democrazia aperta e quindi realmente partecipata. Coinvolgente di per sé e ancor più nel momento in cui la cultura di sinistra ideologica e religiosa, di fronte al fallimento della sua struttura passatista a fronte dei giudizi dei cittadini, è incapace di rinnovarsi, proclama che la democrazia politica è spacciata e dichiara che la sola alternativa alle elites finanziarie restano i populismi, una variante di fascismo. A parte il parallelo senza senso che pare un modo per tentare di conservare le atmosfere del passato, la sinistra ideologica e religiosa non capisce che il concetto di democrazia in maturazione non necessita più dei tradizionali intermediari tra i cittadini e le istituzioni rappresentative. Tanto che pure certi populismi dicono di pensare alla democrazia diretta.

Ambedue non colgono il punto. Non si sta ritornando alla mancanza di intermediari tipica della democrazia diretta (della quale tra l’altro non sussistono più le condizioni storiche). Quello che si profila è un uso maggiore da parte dei cittadini di strumenti meno materiali e più tecnologici, che forniscono a ciascun individuo prestazioni di calcolo, di ricerca negli archivi, di accesso alle notizie quotidiane, di manifestazione delle proprie scelte, di gran lunga più penetranti e con velocità incomparabilmente maggiore. Va rilevato che tali prestazioni tendono a sostituire gli intermediari del vecchio tipo (con altre organizzazioni di professionisti) ma non tutti gli intermediari. Sotto due profili. Da una parte spuntano i gestori delle tecnologie utilizzate, i quali esercitano un’interposizione forte, seppure differente, che crea problematiche democratiche di un genere diverso; dall’altra parte si irrobustisce la funzione del tramettere ad ogni individuo i concetti tratti con l’astrazione dai fatti dell’esperienza, utilizzandoli nell’aggregare per poi applicarli alle questioni politiche del momento. La democrazia liberale coglie per natura questi nuovi profili mentre gli stessi sono fuori portata per i vecchi sistemi ideologico religiosi che si nutrono di teorie fuori del tempo rincorrendo auspicate unità di gruppi sociali.

Questo volume di Antonio Pileggi , così come il liberalismo di cui tratta, è una cosa viva che si proietta in avanti tenendo i piedi per terra. E’ una lettura utile, soprattutto per i comportamenti indotti, in un’epoca in cui stanno venendo al pettine i disastri compiuti, in Italia e in diverse parti del mondo evoluto, da governi che senza dirlo hanno agito nella convinzione di sapere gli indirizzi da prendere meglio dei cittadini governati (caso mai tenendoli buoni con qualche regalia). Quei governi non avevano capito che un simile sistema di procedere ha un senso (comunque non completo) nelle materie in cui l’aspetto dell’essere esperti nel conoscere una materia (come il corpo umano, una norma legale, la scienza del costruire, la storia della letteratura) prevale sul criterio di far assumere agli individui conviventi le decisioni sul cosa fare. Nel governare una democrazia liberale, invece, quel tipo di sistema non può predominare. L’esperienza storica ha mostrato che le decisioni degli esperti elitari a prescindere dalla volontà espressa dai loro cittadini, hanno molta più probabilità di essere sbagliate di quelle prese dai cittadini.

Tale considerazione fa intendere il perché il metodo liberale risulti efficace nella realtà e non possa mai trasformarsi in dottrina. Perché la natura del liberalismo è inscindibile dal cambiare implicito nel passar del tempo e perciò le analisi e le terapie individuate applicando il liberalismo sono per loro formazione meno distanti dall’andamento dei processi effettivi della vita. Questo metodo liberale non può divenire una dottrina, perché non può essere immutabile nel tempo. E’ invece una struttura probabilistica connessa all’affidarsi al cittadino per conoscere e per decidere, ben sapendo che i cittadini sono tanti e tutti diversi tra loro e che dunque conoscere e decidere derivano dai cittadini individui con il filtro decisivo del riscontro nei fatti sperimentali delle ipotesi e delle iniziative assunte.

Questa è nel profondo l’intuizione di Croce descritta a grandi linee nel brano dei Quaderni riportato nell’Appendice (apprezzato molto dall’Autore). Un partito liberale discuterà sempre provvedimenti di progresso e di conservazione, dato che la libertà si garantisce talora con provvedimenti conservatori e talora con provvedimenti audaci di progresso. Ora, tenendo presente che anche la libertà si colloca nel tempo, se il concetto espresso nel brano si legge aggiungendo il probabilismo – principio non incluso nel crocianesimo per ragioni di formazione culturale dell’epoca storica – diviene chiaro che il liberalismo conserva gli aspetti la cui sperimentazione non presenta necessità di cambiamento (che potrà presentare domani) e muta quelli che sperimentalmente mostrano già la necessità di cambiamento. Dunque i provvedimenti di conservazione e di progresso non sono dati definiti immutabili in partenza, e l’alternativa tra di loro non è primaria ma dipende dalla funzionalità sperimentata. Peraltro, in ambedue i casi, il fine del liberalismo è il medesimo: individuare il modo di favorire la migliore possibilità di cambiare con efficacia quando appare sperimentalmente necessario. Questo ruolo decisivo Croce lo definiva scrivendo che il liberalismo adotta con maggiore frequenza i provvedimenti di progresso. Perché si propone sempre di cercare gli interventi adatti per mantenere l’obiettivo di rendere migliore in quel preciso momento la convivenza libera tra i cittadini. Il libro di Antonio Pileggi ce lo ricorda bene.

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Unità e diversità

Scritto per la rubrica Disputationes della rvista NON CREDO n.58

Nel linguaggio corrente si usano due parole, unità e diversità, per enunciare due concetti distinti: il primo è (salvo che in matematica) accordo, concordia, conformità e il secondo dissomiglianza, distinzione, disuguaglianza. Quando però le due parole si riferiscono estensivamente ai grandi principi di convivenza, ogni concetto non corrisponde più a quello che si intende dire con la parola corrispondente. Anzi.

Una discrasia terminologica

Secondo la vulgata (ed anche i continui richiami delle autorità spirituali) la religione servirebbe ad unire i conviventi mentre la laicità servirebbe a dividerli. Tuttavia l’esperienza storica mostra il contrario. La religione, che predica l’unità, provoca una divisione molto forte tra i conviventi ed anche specifiche guerre (che tra le confessioni cristiane non ci sono più dalla metà ‘600 – da quando arrivò l’Habeas Corpus e l’empirismo inglese iniziando il metodo civile liberale – ma che sono tutt’oggi in corso tra i seguaci di vari credi, vedi salafiti e sunniti nell’islam oppure gli scontri in Africa tra cristiani e musulmani) mentre la laicità, che parte dalla diversità individuale ed esalta l’uso dello spirito critico di ciascuno, dunque è l’opposto dell’unità e del conformismo, si è mostrata nei tempo il criterio migliore per costruire davvero istituzioni democratiche aperte a tutti i cittadini (le democrazie non si fanno la guerra) e per affrontare e per risolvere in qualche misura, rispettando gli altri, divisioni e dissensi, talvolta fortissimi, che nella vita reale sono ineliminabili.

Questa discrasia terminologica non deve stupire. Infatti basta riflettere un po’ e il perché diviene chiaro. Fino a pochi secoli or sono, conoscere significava essenzialmente individuare un modello fisso, in genere divulgato nella tradizione, che spiegasse il mondo riproducendo il più possibile l’idea divina sui ruoli attribuiti alle cose, agli animali e agli umani. Quel modello era l’unità di chi abitava lo stesso territorio e costituiva il massimo riconoscersi nella verità rivelata quale destino universale. Dunque lo stare uniti era la più alta forma di bene comune nel rispetto della creazione divina. All’epoca, chiunque non accettasse una simile impostazione veniva tenuto ai margini della vita insieme ed era giudicato, nel migliore dei casi, un essere diverso estraneo all’ordine voluto da Dio e nel peggiore un pericoloso nemico da eliminare. Insomma la diversità era considerata divisiva in quanto fattore corrosivo di quell’ unità dei conviventi che dava loro la forza di far fronte alle difficoltà. In sintesi, l’unità era la virtù , la diversità il vizio.

L’eccezione della matematica

Il caso della matematica era un’eccezione. Qui, il contare è l’architrave e il meccanismo si regge sul numero uno, da cui si derivano i numeri successivi aggiungendo ogni volta un altro uno. Quindi l’unità è riferita solo all’essere il numero uno l’unità di misura del sistema. E la diversità è riferita al confronto tra i vari numeri. In altre parole, in matematica unità e diversità hanno un significato non coincidente con quello allora corrente. Un’eccezione che era un indizio.

Comunque sia, nel XV secolo cominciò a crescere l’attenzione sul fatto che la forza del pensare di ogni individuo non aveva minor peso della forza fisica, in prospettiva ne aveva di più. Ciò iniziò a spostare il modo di concepire le cose, per poi svilupparsi parecchio nei secoli successivi. E a poco a poco, alla prova dei fatti, si è arrivati a capire che la capacità di conoscere – la quale costituisce il reale motore per far crescere la qualità della vita, vale a dire la vera forza – dipende non dall’unità e dal conformismo di quanto si crede e dei modelli fissi derivantine, bensì dalla diversità di tutti i cittadini individui e dall’esercizio sperimentale del loro rispettivo spirito critico verificato alla luce dei risultati via via conseguenti.

Alla prova dei fatti

Esser giunti a rendersi conto dell’effettivo funzionamento dei meccanismi del mondo, ha ribaltato il rapporto tra i due termini unità e diversità. E’ la diversità la virtù, non l’unità. Perché la diversità coglie la realtà delle cose e l’accettarla fa adottare il metodo del discutere costruttivamente per individuare tra i diversi punti di vista i punti d’accordo, pur limitati e provvisori, che alla fine con pazienza si raggiungono; mentre l’unità parte dal principio del dover essere tutti del medesimo avviso secondo lo stesso modello di vita persistente e misura ogni cosa in base a questo principio, cancellando le opinioni dissenzienti e ritardando la comprensione della realtà.

E’ quello che accade alla prova dei fatti. La convivenza democratica si irrobustisce a passo a passo seguendo il sistema delle regole laiche volte, mediante la scelta dei cittadini, a migliorare di continuo le relazioni d’ogni tipo tra i diversi conviventi; la religione – e l’ideologia funziona analogamente – agisce predicando una propria verità cui aderire e da rispettare ed afferma che, vista l’origine divina (o ideologica) di tale verità, rifiutarla è una violazione inaccettabile delle eterne regole universali che hanno carattere divino (o ideologico). E in più la religione (e l’ideologia) esalta il partecipare alle assemblee ma esclude che chi vi partecipa possa fare scelte, riservate ai vertici sovrastanti. Questo è il segno distintivo dei movimenti religiosi, anche non inclini al credo fondamentalista. Non a caso, pure nell’esortazione religiosa sulla chiamata alla santità universale emanata nel marzo 2018 da Francesco – nonostante passi per un Papa aperto – si sottolinea che il rischio della cultura di oggi è l’individualismo che fa a meno di Dio.

Perché la diversità è la virtù

Il punto dirimente sta qui, sul come approcciarsi al mondo. I laici si affidano alla diversità e dunque ai cittadini per osservare, per valutare e per operare in relazione alla realtà che li circonda; lo fanno dando piena libertà di credo ad ognuno ma tenendo fermo che ciò non tocca le regole pubbliche della convivenza quotidiana. Viceversa la religione, particolarmente quella cattolica (ma pure le ideologie) assumono la rivelazione (o le decisioni del partito) come struttura imprescindibile per la conoscenza umana e dunque per le cose del mondo si affida a Dio (o al partito) e non al cittadino e ai fatti, non tenendo neppure conto del tempo che procede inarrestabile; ne consegue che la religione è divisiva per quanto attiene lo svolgimento della gestione del convivere, di cui tra l’altro non accetta veramente i presupposti umani (ad esempio non si scordi mai che il Vaticano non ha sottoscritto ad oggi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, appunto perché lì questi diritti non discendono dal Dio cattolico).

All’Angelus del 21 ottobre, Francesco ha esortato la Chiesa (letteralmente) a convertire i suoi discepoli dalla mentalità del mondo a quella di Dio. In tale atteggiamento distante dalla concretezza dei fatti e dai cittadini, si radica il sostanziale ruolo divisivo della religione cattolica nella convivenza civile, perfino al di là del voluto. L’evolversi della storia è contraddistinto dallo svilupparsi della presa di coscienza degli umani circa le regole per poter vivere in modo produttivo la reciproca diversità individuale. Invece la Chiesa si applica costantemente ad ostacolare tale presa di coscienza, riservandosi poi con secoli di ritardo (500 anni con Galileo, 140 anni con Porta Pia, vedremo in materia di procreazione) di ammettere la validità della nuova conoscenza prodotta dalle scelte compiute a suo tempo dai ricercatori e dai governanti. Mai peraltro la Chiesa ha finora ammesso il suo essere divisiva in tema di convivenza civile. Ed è per questa stessa ragione che prosegue a predicare il valore dell’unità rispetto alla diversità. Concetto legittimo in sede religiosa, ma da rifuggire in campo civile.

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Sul disconoscere i cittadini nella democrazia liberale

Caro Amico,

Ti segnalo l’articolo odierno di Cassese sul Corriere. Dietro un rilievo apparentemente scontato su Di Maio che confonde il Governo con lo Stato, Cassese sfoggia la sua erudizione a sostegno di una tesi incoerente dal punto di vista degli assetti di una democrazia liberale. Infatti la ricostruzione storica di Cassese non solo non coglie il vero senso dei rapporti tra Stato e i grandi organi pubblici propri di un’istituzione liberale ma, applicata al giorno d’oggi, non coglie la questione del rapporto tra Governo eletto e organi di alta amministrazione, facendosi sponda delle posizioni restauratrici delle elites dei vecchi gestori del potere.
Sul piano della storia, Cassese, richiamando la lettera di vari provvedimenti alla loro epoca (da 230 fino a 37 anni fa), omette del tutto il loro senso temporale di strumenti liberali, tesi ogni volta ad incentivare il ruolo del cittadino rispetto ad uno Stato che è indispensabile ma che non deve divenire né statalista né verticistico né dittatura della maggioranza. Ancor peggio il riferimento all’Europa, che Cassese apertamente concepisce non come una costruzione a passo a passo degli Stati democratici che la compongono, bensì come un potere sovrastante che detta regole.
Sul versante dell’attualità è ancor peggio. Cassese non si accorge, o finge, del clima non liberale che serpeggia e che si è aggravato negli ultimi mesi, quando quasi tutti i gruppi che ruotano attorno agli assetti di potere sconfitti due anni or sono al referendum e il 4 marzo alle elezioni, non tollerano di essere messi da parte dai cittadini ed usano la stampa per impressionare l’opinione pubblica ventilando ipotesi apocalittiche e auspicando la restaurazione. Solo che la democrazia liberale – diversamente dall’ammiccante Cassese – non vuole mai prescindere dal voto dei cittadini (anche quando scelgono di votare in quantità ridotta). I quali possono sbagliare ma che, come l’esperienza secolare dimostra, sbagliano meno dei gruppi di potere fini a sé stessi e possono essere corretti meglio e più rapidamente. Dunque la democrazia liberale può trovarsi con governi discutibili come oggi, ma è preferibile avere governi così – indicati dai cittadini e quindi dai cittadini giudicabili – che non capi di enti pubblici, nominati una volta dai restauratori di oggi, che snaturando il loro ruolo pubblico parlano direttamente alla stampa contro le scelte del governo e fomentano obiettivamente un’azione politica loro non spettante.
Mi permetto di segnalarti anche che ho svolto più estesamente analogo ragionamento in un articolo su Alesina e Giavazzi pubblicato ieri da Formiche.net ( https://formiche.net/blog/2018/10/cari-professori-la-lotta-al-populismo-sara-un-boomerang/).

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Manovra economica, fatti ed ipotesi

Alesina e Giavazzi sono due professori capaci e fautori un’economia tendenzialmente aperta di cui scrivono di frequente. Ma dopo vari articoli critici, ne hanno fatto uno (Corriere, 6 ottobre) nel quale riassumono le proprie posizioni contro il governo M5S Lega basandosi sulla tesi che lo sviluppo dell’Italia è messo a rischio dalle misure che sta prendendo. Ogni giudizio politico è legittimo, però questo articolo segue tesi economiche tradizionali senza interrogarsi né sugli esiti concreti delle politiche degli ultimi anni né sui cambiamenti d’impostazione che il governo vuole introdurre. Vediamo.

I due professori riducono la questione dei nuovi parametri combinati tra età e contributi pagati, al mettere a carico di chi produce il peso di mantenere chi va in pensione 20 anni dopo (il che è vero solo nella misura in cui lo Stato è stato inadempiente e non ha accantonato le pensioni come avrebbe dovuto fare da tempo); evocano il fatto che il ricambio generazionale al lavoro non aumenta di per sé la forza lavoro complessiva, che resta tra le più basse tra i Paesi industrializzati (situazione non attribuibile a chi governa da 4 mesi); aborrono il penalizzare gli investimenti all’estero (solo che l’utile all’estero non tocca direttamente la crescita in Italia) . E poi sono sferzanti contro i provvedimenti emblema del governo giallo verde. Concepiscono il reddito di cittadinanza come sussidio di disoccupazione permanente e ritengono la cosiddetta pace fiscale un perdono agli evasori.

Le prime tre osservazioni riguardano il paese ma non errori fatti dal governo attuale (quindi sarebbe occorsa un’attribuzione meno pregiudiziale) e le ultime due frustano provvedimenti su cui sarebbe stato meglio interrogarsi davvero prima di lanciare anatemi. Infatti gli intenti del governo (a parte lo sperimentare gli strumenti proposti) sono effettuare mutamenti non piccoli nella concezione reddituale e nel sistema impositivo. Partendo dall’idea (percepibile nella sostanza) che sia opportuno dare più respiro alle disponibilità economiche nelle mani del cittadino. Sia nella fascia più povera mediante, a certe condizioni, la garanzia di un reddito minimo, sia nel grosso della popolazione mediante la tassa piatta (o meglio appiattita rispetto ad ora, vale a dire con due sole aliquote non alte, così da farla progressiva in altro modo).

I due professori, oltre a non tener conto dell’inequivoca volontà di cambiamento dei cittadini, ridicolizzano l’intento riformatore del governo facendone una questione di titoli accademici senza neppure accennare ad una riflessione sul suo corrispondere alle necessità di una democrazia di tipo liberale. Ma qui casca l’asino. Non solo perché l’intento di dare più disponibilità al cittadino è una tipica finalità del liberalismo tutt’altro che ridicola (come mostra l’esperienza, quella disponibilità è ineludibile per la crescita), ma perché le critiche alla manovra si basano esclusivamente sul riferirsi ai principi economici adottati finora, i quali, come è noto – e come hanno giudicato gli italiani – non hanno dato risultati positivi di crescita. E la patente di liberale non è per strumenti funzionanti in teoria ma fallimentari nella pratica.

Non basta. Insieme a queste valutazioni pregiudiziali, non si tiene neppure conto di aspetti cornice che riguardano la situazione italiana. Nessuno si pone il problema della forte differenza dello spread italiano rispetto a quello del Portogallo (più di 150 punti) e a quello della Spagna (più di 200 punti) del tutto non giustificati in tale misura, seppur diversamente, dai rispettivi dati economici. Oppure, quando si dice che non si investe abbastanza in opere pubbliche per il rilancio, senza ricordare che da tre quattro anni sono stanziati e disponibili 118 miliardi di euro per opere strutturali, lasciati fermi. Nessuno si pone il problema dell’esistenza di un recente documento su una nuova prospettiva europea preparato dal ministro Savona, critico sull’austerità ma insieme costruttivo. Nessuno si altera perché diversi mezzi di comunicazione annunciano che la prevista pace fiscale farà mancare più di 3,5 miliardi al gettito fiscale nei prossimi mesi, come se una questione di cassa fosse una questione di conto economico. Insomma, l’obiettivo non è far capire veramente le cose ai cittadini, ma impressionarli.

Alesina e Giavazzi sono professori capaci e di solito fautori un’economia tendenzialmente aperta. Però, magari per caso, nell’articolo qui trattato ingrossano le file di chi porta acqua al mulino degli speculatori di ogni genere, che enfatizzano ogni notizia negativa (talvolta inventandosela) al fine di creare l’attesa per una situazione favorevole alle loro scommesse più azzardate. Ciò non ha a che vedere con lo spirito di fondo del mercato, che è valutazione accorta di medio lungo periodo dell’economia reale e rifugge fulminee puntate allo scoperto. La differenza dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi è un fatto (seppure discutibile visto che il bilancio germanico ha molte ombre, dall’enorme stock di titoli tossici posseduti al non comprendere i bilanci delle Casse di Risparmio in pessime condizioni) comunque da non gestire in termini terroristici per applicarlo in via automatica al tasso degli interessi dei titoli in emissione e per provare a creare preoccupazione in giro. Questa gestione terroristica non è un parametro economico. E’ la strada dei restauratori (e delle testate fiancheggiatrici) per tentare di riacchiappare il potere che i cittadini hanno loro tolto.

Oltretutto i due professori confermano di avere questa inclinazione accennando al rapporto tra Europa e Russia, in termini di rigida alternativa che non corrisponde all’agire europeo fondato (all’origine) sulla libera circolazione interna, sul superamento delle burocrazie pubbliche e sull’assenza di aspirazioni di potere all’esterno, e non sulla paura dei cosacchi.

Nel complesso, dall’analisi dei due professori, non emerge alcuna proposta ragionata per analizzare davvero come l’intento del governo, di per sé positivo, si proponga di realizzarsi. Il ragionamento non si stacca dalle politiche economiche degli ultimi anni (prive di successi), per di più trascurando la grande risorsa italiana (che sono il turismo e i beni culturali) mai oggetto di investimenti adeguati. L’atteggiamento dei professori è ancor più pericoloso proprio nella prospettiva adottata da loro e in genere dagli alti burocrati. Perché se il problema italiano si riduce a combattere il montare dei populismi, questo accusarli di ogni colpa dimenticandosi del passato (e della circostanza che, essendo diversi tra loro, pescano in acque elettorali separate), finirà per rovesciarsi contro, siccome i cittadini stanno dimostrando che al passato non intendono tornare (inoltre né M5S né Lega paiono avere i timori che Berlusconi ebbe nel 2011 per gli effetti dello spread sulle sue aziende). Il metodo liberale ha un approccio politico del tutto differente, partendo dai fatti e non dalle ipotesi.

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Riflettere senza innescare peggioramenti (a Ferruccio De Bortoli)

Caro Direttore,

desidero scriverLe dopo molto tempo, perché trovo il Suo articolo di stamani come d’abitudine argomentato nella forma ma insostenibile nella sostanza liberale che Lei sempre difende. Oggi sono in ballo questioni assai rilevanti per l’Italia, molto più di quanto Lei paventa.

Infatti, Lei, di fatto sulla linea da molte settimane dilagante sulla stampa, non si sofferma su quanto, giusto o sbagliato, intende fare il Governo nella linea del contratto d’origine, bensì sulle preoccupazioni diffuse in Europa da chi esercita attualmente il potere istituzionale e in Italia dall’intero arco dei restauratori di un potere che non hanno più.

E’ invece indispensabile riflettere se gli intenti del Governo rispondano alle necessità di una democrazia di tipo liberale. Il Governo intende effettuare mutamenti non indifferenti nella concezione reddituale e nel sistema impositivo. Partendo dall’idea che sia opportuno dare più respiro alle disponibilità economiche nelle mani del cittadino. Sia nella fascia più povera con il reddito minimo, sia nel grosso della popolazione mediante l’introdurre la tassa appiattita rispetto ad ora.

Questa proposta di per sé non è illiberale in partenza. Dunque si deve ragionare in modo aperto, svincolandosi dalle abitudini. Oltretutto perché non è che quelle abitudini, frutto dei governare degli attuali aspiranti restauratori, abbiano risolto problemi che si stanno ingarbugliando da anni. In larga parte li hanno creati.

Ciò premesso , mi permetta di farLe osservare che nascerebbe un problema ulteriore se un Primo Ministro, privo di una precedente esplicita militanza politica e nominato sulla base di un Contratto che prevedeva nient’altro che quello che il Governo sta facendo, si mettesse a svolgere il ruolo che Lei vorrebbe svolgesse. Lei lo definisce un ruolo autonomo, ma sarebbe solo un ruolo leaderistico perché assumerebbe poteri di mutamento del Contratto votato in Parlamento che non gli spettano in una democrazia come quella italiana.

Nelle democrazie liberali, imboccare le scorciatoie fatte della supponenza elitaria di sapere cosa succederà prima che succeda, è ancora più pericoloso del pericolo di fatto che si paventa.

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