Considerazioni liberali su spread e cittadini

Per la politica liberale i cittadini contano più dello spread. Per il motivo che lo spread non è neppure un indicatore che condensa l’andamento di aspetti reali dell’economia di un paese. Il fatto è alcuni lo definiscono come indicatore solo perché ne cercano uno e lo fanno con un intento teorico che però non corrisponde in pieno ai fatti concreti. La cosa non muta neppure quando si accompagna ad elencare una serie di fattispecie in cui vari singoli cittadini potrebbero trarre beneficio dall’avere indicazioni sulla complessiva situazione economica in cui si trovano. Infatti l’approccio liberale non consiste nello sciorinare parole adatte al far immaginare un’attenzione strutturale, giuridica e politica, alla centralità del cittadino. Consiste nel praticarla quell’attenzione. Perché l’impegno liberale non si esprime mai nelle intenzioni teoriche, bensì sempre nelle scelte fondate sui fatti e sui comportamenti effettivi. Quindi, svolgere considerazioni sugli aspetti dell’economia di mercato, non basta per restare nel clima liberale se insieme non si mantiene stretto il legame con la realtà concreta per renderla di mercato.

La realtà è che, al di là degli intenti, una parte essenziale degli armamentari attuali di quelli che tuttora chiamiamo mercati non ha più con i cittadini un legame quantomeno univoco. Il mercato dei cittadini si sta dissolvendo. Una volta i cittadini con le loro valutazioni erano il nerbo dei mercati veri, ora sono restati solo una sorta di realtà virtuale che non valuta davvero. A grandi linee sono due gli armamentari attuali che non svolgono più il loro ruolo di mercato composto dai cittadini. Le modalità di funzionamento computerizzato delle borse e il ruolo delle agenzie di valutazione nell’influenzare lo spread, vale a dire la differenza di rendimento tra titoli di stato italiani e tedeschi.

Al giorno d’oggi, le borse valori sono indirizzate principalmente dall’utilizzo dei programmi di intervento in borsa, in entrata e in uscita, basati su algoritmi prestabiliti fatti girare su computer che operano in automatico con ritmi estranei al cittadino. Ciò innanzitutto facilita la pratica speculativa finanziaria, allontana parecchio dall’esaminare lo stato del prodotto e dell’impresa, non si pone neanche il problema del ruolo dei risparmiatori che investono, salvo che per strumentalizzarlo meglio (con danno gravissimo per i più piccoli). Oltre a questa stortura, l’intero mondo borsistico è affidato a quanto decide un gruppo di agenzie di valutazione, le quali sono società private, che agiscono solo in base ai propri interessi e che ciononostante godono di considerazioni e vantaggi che finiscono per essere determinanti nel definire il livello dello spread (ad esempio, oltre al clima di attesa messo in moto in generale, esistono in alcuni ambiti regole pubbliche per cui certi enti di primissimo piano non possono intervenire quando il grado di valutazione delle agenzie va sotto un certo livello, e così vengono dotate di un potere incontrollato). Simili robuste storture degli armamentari non sono solo errori teorici nel definire gli strumenti dei mercati borsistici rispetto alla realtà ma agevolano veri e propri raggiri organizzati da speculatori locali e internazionali (come pare sia avvenuto anche in occasione della nota pubblicazione anticipata del presunto Contratto M5S Lega, neppure corrispondente a quello vero). E’ un forte azzardo (di certo sotto il profilo liberale) sostenere che dietro allo spread non ci sarebbero pianificazione né complotto: ci sarebbero persone in carne e ossa che hanno paura che i loro risparmi vadano in fumo.

Consegue da tutto ciò che quando il sistema dello spread è usato per provocare disagi concreti nella vita economica di un paese, i cittadini incolpano chi lo ha mitizzato di non aver tenuto conto delle loro esigenze. In una democrazia liberale svolgono il loro compito. E i liberali non possono scandalizzarsi, perché, magari talvolta in modo confuso (come ha detto Cottarelli l’Italia non è prigioniera dello spread ma del debito accumulato), essi segnalano un problema reale che la politica liberale non deve negare. Perché il problema politico per i liberali non è solo avere indicatori dello stato dell’economia italiana, ma averne costruiti secondo criteri liberali (e di certo lo spread, a parte l’intento, non corrisponde nella sua formazione attuale ai quei criteri) e insieme intervenire conseguentemente a quanto indicano realmente circa il risanamento indispensabile per l’Italia e per farla stare in Europa (di conseguenza la drastica riduzione del debito, che , salvo parte del mondo burocratico e accademico italiano, pressoché l’intero mondo internazionale afferma non si faccia con il pannicello caldo del legarla al deficit primario annuale, perché da solo non può raggiungere la dimensione adeguata per liberare le risorse bloccate dagli interessi sul debito abnorme maturati nel frattempo).

Ecco perché dal punto di vista liberale oggi ha un senso scrivere che dovremmo pensare più ai cittadini e meno allo spread. Perché i risultati ottenuti dall’applicare questo indicatore così congegnato ora, non funzionano rispetto ai problemi del cittadino. E i liberali non si preoccupano delle teorie e degli intenti ma dei cittadini in carne ed ossa.

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In Irlanda e Danimarca un maggio laico

Scritto per l rivista NON CREDO n. 56, rubrica Disputationes

Lo scorso maggio, in Irlanda e in Danimarca, vi sono stati due avvenimenti di impronta laica, tra loro diversi ma convergenti nell’indicazione.

Il primo è stato in Irlanda. Con il 66,4% dei voti è stato approvato il referendum per decidere se abolire un emendamento del 1983 alla Costituzione (equiparante il “diritto alla vita del nascituro” al “diritto alla vita della madre” , quindi divieto di aborto anche in caso di stupro o incesto e pure in presenza di una grave anomalia fetale, salvo, dal 2013 , il reale rischio di vita della donna). Il risultato è assai significativo, specie tenuto conto che l’Irlanda è cattolica all’ 80% , che i movimenti per la vita si sono impegnati molto e che la Chiesa cattolica ha invitato a votare contro.

Nel 1983 la legge era stata approvata sotto la spinta dei gruppi antiaborto (non parlamentari) e della fitta rete di ecclesiastici, uniti nel sostenere la certezza dei valori della vita. Così le donne irlandesi, se volevano cessare una gravidanza, erano costrette a costosi viaggi in Gran Bretagna o comunque all’estero (per di più di nascosto o quasi, per evitare il disdoro sociale). In seguito i rapporti interpersonali sono divenuti più fluidi, più agevole l’accesso all’informazione verso altri Paesi ed è diminuita la credibilità della Chiesa cattolica, per i numerosi scandali di abusi sui bambini. Oggi la lunga esperienza ha indotto gli irlandesi a rimettere nelle mani delle donne il decidere o no di interrompere la gravidanza. Così il Parlamento di Dublino potrà varare nei prossimi mesi la nuova normativa sull’aborto, la cui elaborazione è già in corso.

Qualche giorno dopo il voto irlandese, il 31 maggio, in Danimarca, è stata approvata in Parlamento (75 voti a favore e 30 contrari) la legge che vieta di indossare negli spazi pubblici indumenti che coprono il viso salvo gli occhi (il niqab) o che coprono l’intero corpo lasciando una sorta di grata per gli occhi (il burqa). Una legge analoga a quelle già esistenti in Francia, in Belgio, in Austria. Il governo ha osservato che “il provvedimento non prende di mira alcuna religione” e che “il Parlamento ha detto molto chiaramente che il burqa e il niqab sono incompatibili con la nostra cultura”.

Ambedue gli avvenimenti ruotano sul principio espresso dal governo danese e che rientra nei concetti base dell’essere laici. Per i laici, la convivenza civile funziona tanto meglio quanto più riesce a far esprimere tutti gli individui, non solo alcuni. Ciò equivale ad accettare due punti: che i cittadini sono per natura ciascuno diverso e che il prevalente fine civile dei laici è promuovere tale diversità mediante l’uso in ogni individuo del senso critico, dello stare ai fatti concreti e della tolleranza per ogni altro da sé. Ne consegue che i laici non perseguono mai né il conformismo sociale né l’uguaglianza al di fuori dei diritti legali di ciascuno. Le decisioni e lo stile di vita spettano solo al cittadino interessato, finché non arrecano danno materiale agli altri. Perciò le regole, indispensabili per convivere, i laici le concepiscono appunto per rendere possibile la convivenza tra diversi e non per espandere (o addirittura imporre) uno stesso modo di vivere. Da qui, in materia di scelta di abortire oppure no, la legge laica può essere solo una legge di facoltà, non una legge impositiva né in un senso né nell’altro. E in materia dello stare negli spazi pubblici, ove il convivere si materializza quotidianamente, la legge laica garantisce la reciproca riconoscibilità (che è la premessa del vivere insieme in modo davvero non violento) e non impone ad alcuno questo o quell’abbigliamento.

Tale carattere della laicità non è una specie di verità rivelata ma è frutto dell’esperienza, che nel tempo ha messo a fuoco le condizioni per renderlo concreto. Dalla medesima esperienza si impara anche che neppure tali condizioni possono essere imposte in giro da chi le ha messe a fuoco. Quindi per mantenerle vive, è indispensabile l’impegno di ogni laico per rinverdire di continuo tra la gente la necessità di rifarsi a quanto è frutto dell’esperienza. Perché , proprio in quanto i cittadini restano sempre diversi al passare del tempo, continueranno ad esistere gruppi che non si riconoscono nell’esperienza e si impegnano a negarla. Che vanno confutati.
La cultura laica è consapevole che la conquista della laicità non può mai essere definitiva. E’ indispensabile un costante impegno dei laici per sostenere nello spazio pubblico la decisiva importanza di leggi e di comportamenti a favore di condizioni giuridiche ed economiche prodotte dal cittadino nella sua diversità di vita quotidiana. Tale mobilitazione è richiesta pure dalle reazioni provocate dai successi in Irlanda e in Danimarca.
In Irlanda, sono in corso forti proteste all’interno della Chiesa che quindi non riguardano i laici. Ci sono però altre affermazioni della Chiesa irlandese contro i fedeli che scelgono di rispettare solo le parti condivise della dottrina. Qui, i laici sono assai coinvolti nel sostegno all’intangibile diritto del cittadino di vivere la propria fede come ritiene opportuno. Anche in Italia, i laici dovranno attivarsi, visto che il Movimento per la Vita sta conducendo una campagna integralista sul referendum irlandese. Riprende le parole di un loro convegno di 30 anni fa, secondo cui la legalizzazione dell’aborto corrompe la cultura europea , poiché la forza è nella verità e non nel numero. E sostiene che, per restituire l’anima all’Europa, occorre riconoscere che ogni figlio è un essere umano fin dal concepimento. I laici non possono restare inerti ed accettare che la vita civile sia influenzata da questi concetti che sono pericolosi in quanto fanno regredire la libera convivenza. Come è pericoloso lasciare che la (in sé normale) obiezione di coscienza degli operatori sanitari venga usata come mezzo per impedire alle strutture pubbliche di eseguire l’aborto loro richiesto.
Quanto alle polemiche sul caso danese, sono più diffuse forse perché il tema del burqa, più recente, è meno compreso. Il contrasto verte sull’assunto che vietare il burqa imporrebbe restrizioni all’abbigliamento delle musulmane. Questa linea è tracciata con decisione , ad esempio, da Amnesty International Europa e anche dal TgCom24in Italia. Il direttore di Amnesty International Europa, ha sostenuto che “tutte le donne dovrebbero essere libere di vestirsi come credono e secondo le loro identità religiose” e che la legge “le criminalizza per le loro scelte”. E il TgCom24 ha dato la notizia della legge inquadrandola in una medesima critica.
Anche sul tema del burqa in pubblico, è indispensabile l’impegno laico. Che deve ribadire come la libertà di abbigliamento spetti al singolo cittadino ma senza negare le conseguenze verso gli altri indotte dall’esercitarlo in luoghi pubblici. Altrimenti il luogo di convivenza diventerebbe una giungla. Nascondere il viso e non farsi riconoscere, impedisce il rapporto tra i cittadini e li trasforma in atomi senza reciproca relazione. Se non è più possibile attribuire ad una maschera la responsabilità dei suoi atti, non esiste più libertà civile per nessuno. Non solo. E’ assurda anche l’altra tesi dei sostenitori della presunta illiberalità della norma antiburqa, secondo cui, nei paesi ove è stata adottata, non avrebbe fermato il terrorismo islamista. Al contrario. Accettare il burqa in pubblico (che è solo il prodotto di arcaiche usanze tribali) equivale a far regredire le nostre società a quel livello tribale. Ogni laico si impegni per diffondere le comprovate ragioni del vietare il burqa in pubblico.

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L’anima di Livorno delle Diversità

RELAZIONE TENUTA AL PORT CENTER DELL’AUTORITA’ DI SISTEMA PORTUALE del MAR TIRRENO SETTENTRIONALE, Livorno Fortezza Vecchia

prima parte
Il ringraziamento all’Autorità di Sistema Portuale per l’appuntamento odierno, è una doverosa cortesia ma ancor più constata un’assonanza culturale. LIVORNO delle DIVERSITA’, nel suo documento istitutivo e poi nel Bando per l’Arredo dell’Area avuta in concessione di cui vi parlerà in dettaglio l’arch. Tocchini, è stata molto attenta ai cittadini, coinvolgendoli parecchio nella valutazione dei progetti partecipanti al Bando. Questo perché, come ora esporrò inquadrando il significato dell’intera iniziativa, LIVORNO delle DIVERSITA’ ritiene centrale proprio l’aspetto del rapporto con il cittadino. Il che, in sostanza, è la medesima esigenza alla base dei Giovedì del Port Center, che sono una serie di appuntamenti tematici per approfondire al di fuori del palazzo questioni relative al
mondo portuale nel suo presente. Dunque, ringraziamento di LIVORNO delle DIVERSITA’ particolarmente sentito perché oggi ci date l’occasione di illustrare in quale senso la nostra iniziativa non intenda essere una celebrazione monumentale per richiamare il passato su qualcosa di isolato, e viceversa si proponga di richiamare l’attenzione dei cittadini sul futuro. Precisamente sull’importanza di curare le relazioni del convivere tra diversi, focalizzando l’attenzione sul migliorare ed irrobustire le condizioni di vita di ognuno.
LIVORNO delle DIVERSITA’ è un’associazione costituita una quarantina di mesi or sono da un gruppo di quasi cinquanta promotori, tutti livornesi, attorno allo specifico progetto su cui ci soffermiamo oggi, ed a precise regole per assumere decisioni, dotandosi subito di un sito, vale a dire www.livornodellediversita.eu, comprensivo di una serie di rubriche che riportano in diretta le attività della associazione e che consentono la loro massima trasparenza. In poco tempo e senza una specifica campagna di proselitismo, si sono aggiunti diversi aderenti che ad oggi sono intorno ai 115 e che provengono da tutta Italia.
Il progetto costitutivo di LIVORNO delle DIVERSITA’ – che si può trovare sul sito – è imperniato sul come risvegliare Livorno da quel sonno del conformismo che nel tempo ha reso sterile il convivere cittadino. Un simile risveglio per aprire le porte al futuro, può derivare solo dal rifondare la convivenza basandola sul riconoscere e sul rispettare la diversità individuale di chi si trova a viverci in via stabile o temporanea. Così riprendendo la logica dell’indirizzo seguito nei primi secoli dopo la fondazione della città, su impulso dei Granduchi toscani, i quali la vollero avendo colto che la convivenza tra genti differenti per etnia, lingua e religione nel rispetto di essenziali norme per stare insieme, sarebbe stata un impulso forte agli scambi commerciali con l’Europa e con il mondo, inducendo un grande vantaggio economico e di prestigio per il Granducato e gli stessi livornesi.
Per dar corpo al suo progetto, LIVORNO delle DIVERSITA’ è impegnata a costruire un luogo e un manufatto simbolici, che, su terreno demaniale in riva al mare, costituiscano un richiamo costante al senso profondo della diversità quale condizione di vita per l’accogliere e per l’intessere relazioni a Livorno. Vale a dire la caratteristica peculiare di una città imperniata su un porto internazionale e insieme capace di interagire al suo interno e verso l’esterno, a cominciare dall’area cittadina circostante. In sostanza, l’obiettivo di LIVORNO delle DIVERSITA’ è far riflettere chi si trova a Livorno, cittadini e non, sul fatto che la strada del progresso civile ed economico può dipanarsi solo valorizzando la dimensione della diversità individuale di ciascun convivente e della capacità di ognuno, residente o visitatore, di esprimersi in un confronto pluralista misurato sui risultati delle diverse iniziative.
Perciò, l’iniziativa di LIVORNO delle DIVERSITA’ non vuol essere qualcosa che marchia il paesaggio. Di un intento così esistono molti esempi in vari continenti. Principalmente in Asia, quali la Dea della Misericordia nell’estremo sud della Cina, il Sekkya Budda in Myanmar (la vecchia Birmania), ma anche in Europa con il polacco Cristo Re, e prima di tutto con la statua del Cristo Redentore sulle alture di Rio de Janeiro che incombe sui naviganti in arrivo. Di un simile concetto di marchio vi è una replica più ridotta anche qui da noi. L’iniziativa di LIVORNO delle DIVERSITA’ invece non intende dare un messaggio statico di appartenenza ad una fede, bensì ricordare al passante che la vita è diversità, sollecitandone il continuo impegno individuale ad attivarsi secondo le sue inclinazioni, capacità e preferenze. E’ per questo motivo che LIVORNO delle DIVERSITA’ ha chiesto in concessione un’area piccola ma centrale quanto al passaggio di cittadini e di turisti, onde far riflettere sulla diversità civile. Soprattutto permettetemi di sollecitare la vostra attenzione sul fatto, per noi decisivo, che la diversità oggi non è uno strumento per una nuova unità.
Così poteva essere una volta. Nel 1674 la moneta medicea l’Unghero di Cosimo III dei Medici, riportava la scritta Diversis Gentibus Una, e centodue anni dopo lo stemma degli Stati Uniti d’America l’analoga scritta E pluribus unum. In ambo i casi veniva sottolineato il processo di aggregazione di più stati in uno solo e di più genti in una sola. Ma oggi, dopo secoli, si è capito una cosa determinante: il concetto di diversità permane, magari in svariate forme, anche dopo qualunque processo di aggregazione (ed è questo il motivo di fondo per cui una nazione è oggi tanto più civile quanto più ha norme antimonopolio e antiposizioni economiche dominanti, al fine di favorire l’esprimersi della diversità individuale). Tutto ciò perché la diversità è l’anima dei soggetti vitali nel tempo che passa. Ed è tra l’altro in questa caratteristica che consiste la grande innovazione introdotta dall’Unione Europea, la quale per la prima volta si prefigge di agire in comune conservando larga parte delle sovranità nazionali. Tanto che potremmo attribuirle il motto E pluribus, plures.
Aggiungo anche un ulteriore nota di carattere generale. Al giorno d’oggi, si parla diffusamente della necessità di preservare nel mondo la biodiversità delle specie viventi. Lo fanno soprattutto i fautori della tesi della natura bene comune minacciata dalla conoscenza umana e dagli interessi individuali da essa scatenati. Simili collettivisti avversari del ruolo degli individui e della loro conoscenza, sono liberi di pensarla così, ma vanno richiamati alla coerenza. Se la natura stessa, per far funzionare la vita (impastata di tempo), adopera il sistema della diversità delle specie, vuol dire che la vita è parecchio connessa alla diversità di chi la compone. Dunque, dovrebbe essere del tutto naturale applicare il medesimo criterio della biodiversità alle società in cui convivono miliardi di individui assai diversi tra loro (appunto perché rifarsi alla variabilità dell’individuo è il mezzo più vicino al passar del tempo) . Ciò porta ad imperniarsi sul preservare la diversità individuale piuttosto che sul puntare sul criterio dell’unità collettiva seguito a lungo quando predominava la forza fisica, ma serpeggiante ancor oggi quando viene compiuto un errore definendo il valore della Costituzione l’unità e lamentando che il voto divide il paese.
Tratteggiato il compito scelto da LIVORNO delle DIVERSITA’ , va sottolineato che riscoprire la diversità individuale umana, ha una conseguenza immediata nella vita di convivenza: connettersi strettamente alla laicità istituzionale. La laicità istituzionale si fonda sul separare la gestione pubblica della convivenza civile dalle suggestioni rigide ispirate ad un qualche credo, che talvolta gode perfino di privilegi legali. Tale separazione tra Stato e strutture religiose è storicamente il solo metodo in grado di garantire il cittadino in un ampio spettro di questioni di assoluto rilievo. Comincio dalla completa libertà di espressione che ognuno ha, dunque anche da quella, purché lo voglia, di manifestare ed organizzare il proprio credo. Poi c’è la piena uguaglianza dei cittadini nei diritti, che è il miglior clima per tessere le relazioni interpersonali nel rispetto degli altri credenti e non credenti. In genere, la separazione tra Stato e strutture religiose fornisce il quadro che serve per affrontare nel tempo i continui cambiamenti del convivere, producendo così nella realtà le sempre nuove migliori condizioni di vita.
Insomma, diversità individuale e laicità istituzionale, non sono importanti così per dire, come se fossero un vezzo intellettuale. Faccio una rapida carrellata di evidenti problematiche quotidiane che mostrano come, adottare il metodo della diversità individuale e della laicità istituzionale, consenta di sbloccare situazioni altrimenti cristallizzate e di mostrare la via per reagire di fronte alle difficoltà.

Alcuni esempi nel campo marittimo. Quello più immediato è forse il pesante inquinamento del mare determinato dallo smaltimento selvaggio dei polimeri plastici e del polistirolo; la sua dimensione è tale che per combatterlo in radice è indispensabile diffondere la cultura di nuovi comportamenti individuali, che smettano di ricorrere allo smaltimento selvaggio e che da consumatori si battano contro gli imballaggi non biodegradabili. Più in generale, sempre nel campo marittimo, e più precisamente nel Mediterraneo, dopo che la conferenza di Barcellona del 1994 è restata pura teoria, occorrono indirizzi nuovi nella politica mediterranea, abbandonando l’approccio globale delle azioni da fare, per scegliere invece un approccio molto più attento alle diversità e alla separazione stato religioni. L’approccio globale, dietro la dichiarata volontà di tener conto di ogni aspetto, nasconde l’intento effettivo di imporre la propria visione politico sociale religiosa – di per sé considerata virtuosa ed inclusiva – a tutti i cittadini e ai migranti, in molti paesi europei e non solo, senza tener in conto le dimensioni territoriali e le dinamiche economiche sulla riva nord del Mediterraneo, le differenziate condizioni sociali delle popolazioni, i loro tradizionali valori cultural spirituali e, soprattutto, la circostanza che la libertà di ognuno dipende dal rispetto, nei vari Stati ove ci si trova, delle regole esistenti per consentire il relazionarsi delle diversità individuali di formazione, di credo e di censo.
La nuova politica necessaria nel Mediterraneo è relazionarsi attraverso la piena tolleranza tra le diversità riconosciute dei cittadini, non confondendola con il conformismo indotto dal solidarismo mondialista (che soffoca le iniziative e i naturali conflitti democratici) e neppure con le funzioni di ricerca e di soccorso nelle acque internazionali (che, dietro il paravento dei principi umanitari, corrodono la concreta possibilità di convivere tra diversi secondo le regole). La spinta all’interscambio tra le due rive del Mediterraneo può venire solo dall’agevolare e attivare, nel pieno rispetto delle norme del posto, la miriade degli interessi diffusi , in primo luogo quelli economici, nel corrispondere alle esigenze materiali, culturali, religiose, ludiche dei cittadini diversi che gravitano rispettivamente nei vari luoghi seppur tra loro distanti, esigenze che almeno gruppi di cittadini ritengono importanti per vivere, talvolta irrinunciabili. A ben vedere, anche il convegno MEDPORTS lo ha detto il mese scorso. E del resto, e di nuovo nell’ambito del mare di Livorno, c’è il chiaro esempio del destino della grande infrastruttura oggetto del desiderio di generazioni di livornesi, la Darsena Europa. Al di là della mole degli investimenti finanziari richiesti, il futuro dell’infrastruttura è affidato alla capacità di attrarre i traffici, cosa che soprattutto dipende non dai metri quadri da essa resi disponibili bensì dalla qualità concorrenziale della rete di servizi e di collegamenti in banchina e nel retroterra portuale cioè dall’essere una gigantesca protesi operativa per le idee e gli interessi innovativi di cittadini di varia nazionalità. Insomma, siamo ancora alla diversità individuale e alla laicità istituzionale.
Proseguo la carrellata sul ruolo di diversità individuale e laicità istituzionale, accennando ai sistemi educativi complessivamente intesi. L’anima del lavoro che fanno qui a Livorno le due scienziate pioniere della Biorobotica Soft (un tema su cui si è svolto un importante convegno internazionale alla scorsa fine di aprile e su cui continuano ad impegnarsi allo Scoglio della Regina), è un’anima che, sia nei ricercatori sia nei destinatari della ricerca, si occupa essenzialmente di dare alla quotidianità dei cittadini, nuove abitudini per affrontare le normali necessità della vita, il che comporta metterli in grado di dedicare sempre più le proprie facoltà intellettuali ad esprimere la propria personalità. Questo è del resto il reale obiettivo di ogni serio sistema educativo e formativo, che diviene perfino un obbligo per i sistemi a gestione pubblica. In sintesi, i destinatari del sistema educativo in sé sono solo i cittadini individui nella loro specifica diversità e solo loro. E’ un grave fraintendimento concettuale con pesanti ricadute funzionali, attardarsi su impostazioni cosiddette sociali, che riguardano aspetti ben differenti della condizione scolastica e dunque vanno affrontati dalle istituzioni con strumenti del tutto estranei alla didattica e alla formazione. Altrimenti, la didattica diviene imposizione ideologica.
A scuola, i programmi didattici e il rispetto delle regole nell’apprendere, nei rapporti con i docenti e tra gli allievi, NON sono un problema sociale bensì un problema individuale di cittadinanza. Il fine della didattica è coltivare la diversità individuale ed abituare a tessere le reti di relazioni tra individui per potenziarli al massimo, non per legarli. Così si formano cittadini rispettosi degli altri individui conviventi senza cedimenti a bullismi d’ogni genere, relativi al sesso, a debolezza di carattere, a mode, a disponibilità in squilibrio di risorse intellettuali o materiali. E senza cedimenti nell’applicarsi a svolgere il proprio compito di relazione, che è il tramite più diretto con gli altri, nei vari ruoli (professionisti, burocrati, lavoratori dipendenti o autonomi, senza dimenticare i giornalisti) e settori economici. Sempre restando nell’ambito delle cose livornesi, costituisce una riprova sperimentale di quanto il trascurare la diversità individuale possa desertificare una città, ciò che è avvenuto qui negli ultimi sei sette decenni. Livorno si è trovata avvolta in due coperte concettuali. Una è stata il modo di concepire la cittadinanza da un partito ideologicamente legato ad un sindacalismo tardo marxista, che ha ritenuto ovvio focalizzare tutta la vita cittadina sulle problematiche del lavoro, per di più concependolo quale diritto pervasivo necessariamente elargito dai detentori del capitale privato e pubblico senza solidi legami con le condizioni di prodotto e di ambiente. L’altra coperta concettuale è stata il progressivo abbandono dell’idea di conflitto democratico, come confronto ragionato e sperimentale tra interessi legittimi di svariata natura espressi da molti soggetti differenti, individuali, societari o comunque associativi. All’inizio, la quasi assenza della seconda coperta permetteva l’esistenza di conflitti sull’applicare la prima, i quali, seppure con sforzo, mantenevano spazi aperti ai confronti tra diversi. In seguito e con sempre maggior rapidità, la seconda coperta si è ispessita ed allargata, così che il rivestimento delle due ha fatto dilagare il conformismo di potere politico burocratico, locale nonché nei rapporti regionali e nazionali, che si è saldato con la propensione autoreferenziale labronica, fatta di pressapochismo emotivo.
Oltretutto, il trovarsi avvolta nelle due coperte concettuali ha coinciso con il più forte manifestarsi, negli ultimi venti anni, della globalizzazione, la quale, attivando più ampie e assai più rapide modalità di confronto, ha messo a nudo la grave difficoltà del porto labronico a guarire dal suo tradizionale modo di essere monopolistico e dal suo
dedicarsi essenzialmente alla distribuzione dei privilegi esistenti tra chi già li ha più che ad attrezzarsi in modo permanentemente innovativo per corrispondere alle nuove richieste economiche e di servizi dei territori e di tutti gli operatori vicini e lontani. Così a Livorno – proprio mentre in giro esplodeva la computazione algoritmica, l’accuratezza digitale, il progredire tecnologico, la mancanza di certezza – è purtroppo divenuto abituale tener conto solo del rassicurare gli interessi oligarchici di quartiere al posto della diversità individuale e della concezione istituzionale laica del restare neutrali ed aperti al mondo che vive. Ciò nella certezza illusoria che la realtà livornese sarebbe restata intangibile, statica ed autosufficiente. Così non poteva essere e infatti non è stato.
La faccenda è aggravata dal fatto che, come ovvio corollario, la doppia avvolgitura si è accompagnata al non proporsi di utilizzare il patrimonio naturale che Livorno ha e che è di continuo rinnovabile: le condizioni climatiche lungo l’arco dell’anno eccezionali a livello europeo, un territorio spalancato e ameno, una pregevole storia culturale inclusiva di genti e culti diversi, la completezza nei tipi di mezzi di comunicazione (mare, terra, aria), la fisiologica propensione all’attrazione turistica creata dal poter disporre insieme di tutte queste caratteristiche. Un patrimonio di alto valore, a cominciare dall’aspetto economico, il cui utilizzo peraltro presuppone l’essere convinti che la vita dell’individuo non è monotematica, non ha una sola dimensione e che accogliere la diversità individuale e la laicità istituzionale sono precondizioni ineludibili dell’utilizzare le opportunità turistiche in sé di Livorno e del suo territorio. Per contro, la Livorno soffocata dall’essere avvolta nelle due coperte concettuali, non poteva avere tale convinzione, anzi perseguiva quella contraria del conformismo pubblico. Perciò LIVORNO delle DIVERSITA’ è impegnata a contribuire per far sì che una simile condizione di vita cambi il prima possibile e quindi si realizzi una ripresa civile della città attraverso la riscoperta dell’insostituibile capacità di spinta dei progetti individuali dei cittadini.
Per riuscirvi, occorre cogliere che la democrazia non è un parco giochi. Essa è irrinunciabile, non perché sia un bengodi di facile accesso che contenta tutti su tutto, ma perché affida alle iniziative e alle scelte di tutti i diversi cittadini il come regolare i fisiologici e duri conflitti della convivenza e il come raccogliere e spendere le risorse pubbliche per renderla il più possibile equilibrata nel garantire una qualità di vita all’altezza. Per questo la democrazia richiede fatica, non si distacca mai dai fatti sperimentati sulla scorta di quanto deciso e rifiuta ciò che ne ostacola il funzionamento, come l’ integralismo e il fondamentalismo. Affidandosi alla diversità dei cittadini, la democrazia riesce a conoscere a passo a passo sempre di più, nella piena consapevolezza di due aspetti. Uno che il già conosciuto ha sì un alto grado di probabilità ma in pratica appare definitivo salvo prova contraria, per cui ha una struttura potenzialmente provvisoria. E due che la crescita di ciò che si conosce lascia comunque amplissimo ciò che a quel momento non si conosce.
Del carattere della diversità, va sottolineato un altro aspetto determinante. Come mostra l’esperienza storica, ogni profilo della diversità va rispettato, ma, nel conflitto tra diversi punti di vista e proposte, nel lungo periodo incidono più la concretezza delle analisi, dei progetti, delle conoscenze di cui ognuno è portatore con il suo spirito critico, che non le emozioni e le speranze di lui medesimo. Gli istinti individuali hanno molto rilievo ma non da soli, non di continuo e non senza raccordarsi ai fatti. La convivenza pullula dei confronti concreti tra diversi e del loro intersecarsi nel rispetto delle norme. Ma quando il confronto finisce per essere dominato dalle emozioni e dalle speranze, pur se di grandi numeri di cittadini, perde la sua capacità e funzione di verifica selettiva. Dunque, la diversità individuale, per poter davvero espletare i suoi effetti, richiede che una parte significativa dei cittadini eserciti il proprio spirito critico sui fatti senza cedere troppo alle emozioni e alle speranze indotte dalle proprie convinzioni istintuali a prescindere dalla realtà e dalla capacità di attuarle.
Stiamo all’erta. Constatare questo fa scattare un’ulteriore considerazione rivelatrice. A ben vedere, l’esercizio della diversità individuale è interconnesso al diritto al privato, siccome favorire l’esprimersi del proprio spirito critico richiede il massimo di rispetto e di riservatezza pubblici per i frastagliati aspetti dell’interiorità di ciascuno. Purtroppo, negli ultimi decenni, è invece insorto – e questo non è un carattere solo o principalmente livornese – un fraintendimento grave sul rapporto e sulla protezione del privato. Fuor di dubbio il privato ha bisogno di tutela a livello giuridico quale diritto base. Ma è non meno essenziale curare che il privato spirito critico funzioni davvero nei meccanismi del convivere.
In proposito, balza agli occhi che il sistema di relazioni costruitosi attraverso i cosiddetti social, non corrisponde alla cultura dell’esercitare lo spirito critico individuale privato, anzi la contrasta. Almeno sotto due punti di vista. L’eccesso di enfasi impulsive – appositamente perseguito dai titolari stessi delle reti sociali (seppure con varie procedure) – con cui sulla rete ogni notizia si accompagna ad una immediata valutazione sommaria ed emotiva misurata con i “mi piace” virali, addirittura ampliati agevolando ora la specifica delle reazioni tramite una serie di faccine prestabilite (questa è la breccia da cui l’esaltare la libertà occidentale diviene pulsione estremista e foriera di sciocchezze fatali). E poi il trasformare la funzione intrinseca della rete (offrire una potenziale connessione al resto del mondo) nel comprimere fino a cancellarla la capacità di ognuno di usare la sua identità critica in chiave autonoma e non drogata da quanto in voga nella rete (questa è la breccia da cui passa l’interessato utilizzo arbitrario dei dati dei clienti da parte dei gestori dei social).
Con il dilagare di queste due modalità, il privato diviene sì un diritto protetto giuridicamente, ma in pratica tenuto a freno e mutilato nel funzionamento. Insomma, il privato finisce per essere un lusso di cui riesce a godere un numero ridotto di privilegiati, circostanza che danneggia il meccanismo pubblico della diversità individuale. Da qui, l’urgente necessità di impegnarsi per rimettere al centro la diversità individuale dello spirito critico e le condizioni preliminari per comportamenti atti a esercitarla davvero. I quali ruotano intorno all’esigenza, nel conoscere e nel convivere, di non dare mai nessuna conquista per scontata. Sia perché al passare del tempo possono cambiare i rapporti al momento esistenti tra certi parametri e dentro alcuni di loro sia perché ogni cambiamento avviene secondo regole probabilistiche e non deterministiche.

Ebbene, il progetto di LIVORNO delle DIVERSITA’ è arredare l’area avuta in Concessione così da trasmettere stabilmente l’idea che vi ho illustrato fin qui. Ora l’arch. Tocchini vi mostrerà tutti gli aspetti tecnici della iniziativa avviata con il lancio del Bando, anche in prospettiva.

Seconda parte
Ora che io vi ho delineato l’anima della proposta di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ e l’architetto Tocchini l’origine della sua collaborazione, il senso del Bando e le prospettive tecnico artistiche dell’Arredo della area avuta in concessione, concludo facendo cenno all’aspetto dal quale non è possibile prescindere: le risorse necessarie per realizzare l’Arredo.
Il gruppo di Promotori di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ – in proprio e con l’aiuto di alcuni sponsor tra cui vanno ricordati prima di tutto l’UAAR , la SOCREM, poi la Gioielleria Talarico con alcuni oggetti ed in questo periodo altri contributi da parte degli aderenti – ha fornito le risorse necessarie per affrontare le spese di gestione nonché del Bando e di parte dei non lievi canoni annuali di locazione dell’area in concessione. E’ peraltro certo che, restando in questo ambito, LIVORNO DELLE DIVERSITA’ non avrà le risorse per realizzare l’Arredo. Non sono ancora ben definite ma saranno intorno a qualche decina di migliaia di euro. LIVORNO DELLE DIVERSITA’ è dunque impegnata nel ricercare soggetti disponibili a contribuire.
Ovviamente, essendo la nostra un’iniziativa privata che per oggetto ha un messaggio sulla convivenza dei cittadini, noi di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ non aspiriamo a mantenerne la gestione esclusiva. Anzi saremmo ben lieti di cederla ad uno o più enti pubblici, qualora la nostra iniziativa fosse realizzata come stabilito fin qui e come eventualmente concordato nella fase del passaggio. Finora abbiamo chiesto la disponibilità ad un solo gruppo che ha una dimensione adeguata e che supporta attività culturali nella nostra città. Solo che tale gruppo (la FLAC) si dedica in toto all’appuntamento annuale con il Festival dell’Umorismo, che a partire dal 2015 si svolge a settembre e che nel complesso ha visto impegnato un importo intorno ai 1,4 milioni di euro.
E’ un Festival che da lustro a Livorno sul tema “il senso del ridicolo”. Un tema significativo nella vita; però, nella società di oggi, non è uno strumento utile a riflettere su come migliorare il convivere. Poteva servire a questo una volta, quando era significativo in termini civili comprendere l’importanza del ridere sull’autorità. Ricordiamo tutti il Nome della Rosa, in cui Umberto Eco contrappone, sul significato del riso, il vecchio abate cieco fanatico Jorge a Guglielmo da Baskerville. Jorge giudica il riso il nemico numero uno della religione perché mette in discussione ogni valore ed ordine esistenti; perché induce a ridere dell’autorità, togliendo a essa ogni sacralità, tanto che Cristo non avrebbe mai riso. Guglielmo da Baskerville gli oppone che il ridere è umano e che gli animali non ridono; perché la funzione del riso è “far ridere la verità”, tanto da risultare un prezioso alleato della conoscenza.
Solo che, dal punto di vista civile, ridere dell’autorità oggi non basta più. Poiché conoscere è sì l’aspetto centrale del mondo contemporaneo, ma si limita alla diversità dei singoli individui e alla sperimentazione delle loro idee. Mentre il messaggio civile di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ , è spingere a dar regole alla convivenza che utilizzino al massimo la diversità dei cittadini, così da migliorare il convivere facendo interagire le diverse conoscenze e i diversi progetti dei conviventi. Quindi non individui isolati (o in massa, che è lo stesso), ma relazioni di individui.
Insomma, come argomentò Pirandello nel saggio L’umorismo poco più di un secolo fa – che inquadrava le modalità espressive dell’arte moderna –, l’umorismo è in sintesi una riflessione personale per cogliere, insieme ad una cosa, il sentimento del suo contrario. Non a caso B. Croce avanzò la critica (in parte recepita poi da Pirandello) che l’estetica non include il pensiero razionale. Pirandello aveva colto come nell’umorismo la persona manifesti la propria riflessione pensante. Tuttavia resta una riflessione della persona, non si estende (neppure può) in un meccanismo per convivere. Ride dell’autorità ma non la tocca. Dunque l’umorismo è un fatto artistico ma non entra nelle regole del come convivere. Perciò il nostro auspicio è che in città si dedichino più risorse, oltre che all’umorismo, a supportare la nostra iniziativa per richiamare che la convivenza va organizzata curando il rapporto tra istituzioni e cittadini diversi.

Speriamo bene. Per parte nostra, cerchiamo di non restare fermi e ci ingegniamo di trovare ogni via utile per reperire risorse fisiche e mentali in tal senso. Così abbiamo colto la recente esistenza a Livorno di un progetto il quale, mediante un sistema di ascolto dei cittadini (nelle varie manifestazioni) si sta impegnando per lanciare l’utilizzo di risorse regionali, con la supervisione del Comune, a sostegno dell’apertura verso il mondo, della tolleranza, della concorrenza, del pluralismo, della cooperazione, con l’obiettivo dell’innovare per rendere Livorno nel 2030 la città più dinamica ed attrattiva del Mediterraneo. Si chiama POLO TECNOLOGICO DGU , acronimo di Diversis gentibus una. In realtà, come ho detto prima, nel 2018 il fulcro della convivenza non è far divenire le diverse genti “una”, cioè una cosa sola, bensì la capacità di preservare la diversità e intessere relazioni di vita tra i diversi (e l’acronimo sarebbe DGUCR, Diversis gentibus, una civium relatio, Genti diverse, una relazione civica).
Ci pare chiaro che il POLO TECNOLOGICO opera in direzione simile a quella di LIVORNO DELLE DIVERSITA’, seppure con un taglio assai più operativo nell’immediato. L’obiettivo sono l’innovazione, la ricerca di tecnologie nuove, e quindi, è implicito, di procedure e di materie nuove, al di là dei 180 mila materiali ad oggi noti. Del resto, Livorno dispone delle condizioni ambientali adatte, dalla contigua Università allo Scoglio della Regina, con l’eccellenza nella robotica quotidiana e con la predisposizione a maneggiare la quantistica, che è la strada maestra per verificare il futuro comportamento dei materiali e in generale per aumentare esponenzialmente la velocità di calcolo e quindi esplorare a velocità assai più alta tutte le strade possibili dello sperimentare attraverso lo studio dei comportamenti su scala atomica.
Consapevoli di questo clima da scienza aperta che caratterizza il POLO TECNOLOGICO, abbiamo avvertito una sorta di consonanza di intenti. Così abbiamo ritenuto opportuno lavorare per presentare al POLO TECNOLOGICO un nostro progetto. L’impostazione di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ e l’arredo dell’Area in concessione al Ponte dei Francesi – singolarità nel Mediterraneo e nell’Europa continentale – dovrebbero implementare la strategia di comunicazione e di rilancio di Livorno promossa dal POLO TECNOLOGICO stesso. E qualora tale nostro progetto fosse accolto, ci sarebbero anche le risorse per l’arredo.
Naturalmente le risorse ci sarebbero anche se venissero fuori uno o più imprenditori disposti ad impegnarsi perché convinti della potenzialità della nostra iniziativa. E ce lo auguriamo. Infine, visto che qui siamo al Port Center, non riterremmo fuori del mondo – anzi ci farebbe molto piacere – che la medesima Autorità di Sistema Portuale, Mar Tirreno Settentrionale, potesse prendere in esame l’eventualità di rilevare, anche nella qualità di titolare dell’area demaniale, l’iniziativa di LIVORNO DELLE DIVERSITA’. Tale subentro, meglio se non da sola ma coinvolgendo anche il Comune cittadino che ci risulta disponibile, è fondato sia sulla circostanza che l’anima della nostra iniziativa è l’afflato caratteristico della convivenza tra diversi, la cittadinanza pubblica, sia sulla novità istituzionale del nuovo Ministro delle Infrastrutture, che potrebbe correggere la solita impostazione delle burocrazie ministeriali, di escludere dalla vera gestione del Porto la rappresentanza della Città e le sue dinamiche (questione più volte sollevata dal Sindaco con il suo peso ma da tempo condivisa anche da chi parla). Con questo subentro dell’AdSP e del Comune, noi di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ saremmo ben felici perché arriverebbe a compiersi il nostro auspicio.
Livorno , ancora una volta, diverrebbe il riferimento di un nuovo metodo universale di convivere nella diversità dei cittadini conviventi. In più, questa volta ciò sarebbe avvenuto per iniziativa dei cittadini livornesi e non per la lungimiranza calata dall’alto dai moderni Granduchi o da altri potenti.

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Dal 4 marzo al governo Conte

Dopo 88 giorni (metà del tempo della Merkel), l’Italia ha un governo con la maggioranza del 4 marzo. I nostalgici del Nazareno, PD e FI, le hanno provate tutte per non rispettare la volontà degli elettori. Aiutati dai poteri economici (dalle voci esplicite e nebulose di ambienti dell’eurozona alla Confindustria) e dai giornali, tutti increduli del perdere i riferimenti ministeriali e impegnati a dare ai vincitori l’etichetta di antisistema (errore concettuale).

Eppure, con l’incarico tecnico a Cottarelli, pareva fossero riusciti ad impedire un governo politico. Però il governo tecnico senza maggioranza, avrebbe precipitato il paese in elezioni anticipatissime. E tale prospettiva ha portato in poche ore al balzo dello spread da 215 a oltre 300. Con il Wall Street Journal che scriveva: “le conseguenze politiche di quest’ultimo atto di disprezzo elitario possono essere peggiori”. Allora, i giornali hanno spinto per una fiducia tecnica. Contorcimenti subito respinti dal M5S e bloccati dall’appello di FdI a Mattarella: ” una maggioranza si è formata tra Lega e il M5S. Siamo disponibili a rafforzarla con Fratelli d’Italia, perché occorre tirare fuori l’Italia dal caos nel quale rischia di gettarsi”.

Del resto Mattarella dopo il 4 marzo (salvo il 27 maggio sera) voleva un governo politico. E così, rientrata la tempesta nei rapporti Quirinale, Di Maio , Salvini, con una valutazione più pacata da parte di tutti, si è arrivati al Governo Conte. Proceduralmente un successo della democrazia liberale, l’unica che si affida alle scelte dei cittadini attraverso i loro rappresentanti. Sono sconfitte le pretese dirigiste di certa Europa, di chi vorrebbe sostituire i cittadini con lo spread e dei vecchi gestori che si ritenevano insostituibili ed i soli capaci a prescindere dai risultati.

Varato il governo del 4 marzo, dovrà essere giudicato per quanto farà. Quindi niente chiacchiericcio sull’essere tecnico e non politico. Esso è una scelta politica, tanto che Conte ha di nuovo citato espressamente il Contratto M5S Lega. I ministri non parlamentari ci sono non per negare da tecnici il legame politico, bensì in virtù della loro acclarata competenza. E la competenza non è tecnica ma professionalità civile. La vera sfida per Conte è la disuguaglianza, non quella tra singoli individui bensì quella individuale rispetto ai diritti di cittadinanza che ciascuno si aspetta. Tale disuguaglianza si batte governando con indicazioni in dettaglio di come realizzare le intenzioni.

Sul punto, tuttavia, il Contratto M5S-Lega è finora silente. Dal Governo Conte verranno elaborazioni positive? Al di là della preoccupazione estera per gli appuntamenti a giugno (al Governo servirebbero indicazioni dal Parlamento), le proposte del Contratto, seppure prive di numeri, nell’ intento non sono prive di basi. Vedi reddito di cittadinanza (purché non inteso come assistenzialismo). Oppure riduzione del carico sul reddito (anche se meno efficace del ridurre il cuneo fiscale). Oppure ridiscutere come costruire l’Europa (nata a passo a passo, non imperniata sulla rigidità). Insomma l’obiettivo è puntare da subito a disincagliare la crescita reale, oggi troppo bassa, perché prigioniera di burocrazie autoreferenziali e oppressa da un enorme debito accumulato (che va tagliato non solo agendo sul deficit annuale) i cui interessi fagocitano risorse di cui avremmo fame. Queste son le cose che è legittimo aspettarsi dal Governo. Sarebbe già molto. Senza dimenticare che non si può chiedere al Governo Conte una cosa per cui esso non è vocato: un’impostazione liberale ampia, necessaria al fine di proporre ai cittadini gli strumenti per costruire una società aperta, la precondizione vera di una ripresa effettiva imperniata sulla diversità individuale del cittadino.

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Sul commento del Direttore del Corriere della Sera

Il Direttore del Corriere, Luciano Fontana, ha deciso di inviare agli abbonati a Corriere Digital lettere settimanali di commento sulle vicende politiche. Ha iniziato facendo un bilancio della formazione del Governo Conte, in cui ci sono due passaggi sui quali introduce di fatto equivoci pericolosi, per non dire peggio.

Il primo passaggio è “ Il governo che nasce, sostenuto da forze che avevano esaltato la discendenza diretta dal “popolo” votante e contrarie agli esecutivi tecnici (tecnocratici), ha dentro di sé ben sei non eletti dal popolo e si affida a un professore che non ha partecipato alle elezioni e che diventa “esecutore” del contratto pentaleghista”. A parte che Conte, insediandosi, ha di nuovo citato espressamente il Contratto M5S Lega, i ministri non parlamentari ci sono non per negare da tecnici il legame politico, bensì in virtù della loro acclarata competenza. E la competenza non è tecnica ma professionalità civile (come sostenevano pochi giorni fa due editorialisti del Corriere) poi scelta dalle forze parlamentari. Per di più alcuni di quelli che per Lei sarebbero tecnici, a cominciare dal Presidente, facevano già parte del governo annunciato dal M5S prima del voto e dunque sono passati dal vaglio politico del 4 marzo (a meno che Lei non pensi che la politica non sono le decisioni dei cittadini ma la carriera nei partiti).

Il secondo passaggio è: “Mattarella , al momento del tentato “diktat” su Savona ha esercitato i suoi poteri con fermezza, nonostante la surreale e avventata minaccia di impeachment”. Così, fa pensare ad un’Italia repubblica Presidenziale, ma non lo è. E’ una repubblica parlamentare. Di conseguenza, tre rilievi. Il primo è che l’etichetta “tentato diktat” data alla legittima proposta politica del Presidente incaricato su indicazione di M5S e Lega, è del tutto fuori luogo, visto che rientra nella procedura prevista dalla Costituzione. Il secondo rilievo è che (per dichiarazione formale dello stesso Mattarella ) il Presidente della Repubblica aveva accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell’Economia” (il prof. Savona) per il motivo che il ministro dell’Economia deve essere “un esponente che – al di là della stima e della considerazione per la persona – non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro”. Siccome nel Contratto di governo tra M5S e Lega di questa volontà non c’è traccia (anzi l’interessato ha confermato di essere a favore di un’Europa più forte ma equa), la considerazione espressa dal Presidente, pur del tutto legittima, non concerne le capacità di Savona, bensì una valutazione circa la possibile collocazione europea dell’Italia in prospettiva. Il Presidente può ben averla in mente ma applicarla non rientra nei suoi compiti. Quindi, al riguardo, Mattarella non ha esercitato i propri poteri, ma ha ecceduto. Il terzo rilievo è che l’ipotesi di messa in stato di accusa è sì surreale (foss’altro perché la rinuncia del Presidente incaricato senza recriminare aveva già sanato ogni questione procedurale) ma l’inversione temporale tra rifiuto del nome Savona e ipotesi di messa in stato di accusa, rende impossibile l’uso della congiunzione “nonostante” da cui traspare l’idea di una coraggiosa resistenza che non ci poteva essere.

Non mi pare sia un commento particolarmente felice.

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Riflessioni sul dopo 4 marzo e fino al governo Cottarelli

Vari ambienti culturali e della vecchia sinistra sostengono che, per opporsi ai populisti, va affrontato il tema della diseguaglianza, nell’ultimo decennio trascurato. I liberali ricordano però che il tema non deve equivalere al ritorno all’uguaglianza dei cittadini quali individui, l’ideologia di moda nella seconda metà novecento e nei primi anni duemila. Altrimenti crescerà il pericolo della disaffezione verso la democrazia.

La crescita dei populisti è frutto dell’aver denunciato i potenti gestori delle istituzioni, politici e burocrazie, disinteressati al mettere la macchina pubblica al servizio del cittadino. Il disincanto civile che ha dato fiato ai populisti, non dipende dalla diseguaglianza dei cittadini come individui, ma da istituzioni non più in grado di garantire ad ognuno quello che dovrebbero garantire. Cioè non tanto gli uguali diritti legali di cittadino (abbastanza soddisfatti) quanto le condizioni di vita percepite oggi irrinunciabili in occidente. E non riassumibili nella disuguaglianza tra singoli individui bensì nella disuguaglianza individuale rispetto ai diritti di cittadinanza che ciascuno si aspetta. La sentono particolarmente le categorie sociali che non l’avvertivano due tre decenni fa. Come è possibile che, nonostante i grandi passi avanti della conoscenza, le istituzioni siano sempre meno capaci di assicurare al cittadino un livello di vita adeguato e di bloccare l’impoverimento delle sue condizioni?

Il voto del 4 marzo ha sconfitto i vecchi gestori, politici e burocrati, cui ormai gran parte dell’opinione pubblica non crede più. Gli 85 giorni da allora hanno mostrato che i due vecchi partiti, PD e FI, le hanno provate tutte per non rispettare la volontà dei cittadini. Con l’aiuto dei poteri economici (dalle voci nebulose di ambienti dell’eurozona alla Confindustria) e di tutti i giornali che hanno fatto allarmismo preventivo contro i pericoli di un governo dei vincitori M5S-Lega. Visibilmente increduli del perdere i soliti riferimenti ministerali e impegnati ad attribuire ai vincitori l’etichetta di antisistema.

Un’etichetta sbagliata. Antisistema sono i partiti che intendono mutare la logica delle strutture del sistema (per decenni lo furono PCI e MSI), non i partiti che intendono mutare la gestione di un sistema arrugginito. Uno sbaglio che esprime due realtà. Che si vuole identificare la gestione con l’istituzione (cioè il sogno di tutti i prepotenti illiberali) e che si cerca di nascondere l’esito del 4 marzo. Per fortuna, il Presidente della Repubblica ha esercitato il suo ruolo professionale, a partire dal non incaricare il centro destra (che, non avendo né maggioranza parlamentare né un rapporto reale di coalizione, avrebbe avuto il grande regalo per gestire poi le elezioni), al predicare cautela nell’applicare la linea del 4 marzo e fino all’esame della lista dei ministri sottopostagli dal Presidente del Consiglio incaricato su indicazione M5S e Lega. A questo punto, come conferma di persona, lui “ha condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell’Economia” (il prof. Savona). Ed ha anche detto il motivo. Il ministro dell’Economia deve essere “un esponente che – al di là della stima e della considerazione per la persona – non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro”. Ma nel Contratto di governo tra M5S e Lega, richiamato prima dal prof. Savona, di questa volontà non c’è traccia (anzi l’interessato conferma di essere a favore di un’Europa più forte ma equa). Perciò la considerazione espressa dal Presidente, pur del tutto legittima, non concerne le capacità di Savona, bensì una valutazione circa la possibile collocazione europea dell’Italia in prospettiva, anche nel vicino incontro del mese prossimo. Il Presidente può ben averla in mente ma applicarla non rientra nei suoi compiti. E’ il Parlamento a decidere, poiché l’Italia non è una Repubblica presidenziale. Dunque è stato un errore l’insistere nel rifiutare (ascoltando le riserve sotterranee di Banca d’Italia) la proposta di Ministro dell’Economia fattagli dal Presidente del Consiglio incaricato. Al riguardo, le polemiche potrebbero proseguire per anni. Tuttavia la messa in stato di accusa non ha senso politico, foss’altro perché ha una procedura molto lunga, mentre la formazione del nuovo Governo procede regolarmente stante la rinuncia del Presidente incaricato (senza recriminare) che ha sanato ogni questione procedurale in merito.

Per giudicare il nuovo incaricato prof. Cottarelli, si deve prima sapere quale programma e quali ministri farà. Ma soprattutto se avrà la fiducia alle Camere, cosa ad oggi molto difficile, non corrispondendo l’incaricato alla linea del voto del 4 marzo. In ogni caso, si torni o no al voto presto, come liberali, desideriamo sottolineare quattro aspetti. Primo. Specie dopo il 4 marzo, la disuguaglianza attuale non si batte con cittadini uguali ma al contrario col dare ad ognuno la possibilità di realizzare il suo esser diverso; dunque il governo deve mettere al centro il cittadino non a parole (tipo rassicurare i mercati e non pensare ai più deboli) e fare leggi con quest’unico fine. Due. Il Governo deve lasciare ogni spazio ad iniziative parlamentari che, prima del voto anticipato, modifichino la legge elettorale inadeguata a fare esprimere il cittadino. Tre. Il Governo deve evitare di assumere impegni in sede Europea senza preventive indicazioni del Parlamento, poiché è evidente la richiesta dei cittadini di ridiscutere come costruire l’Europa (del resto nata a passo a passo, non imperniata sulla rigidità e sull’austerità). Quarto. Puntare da subito a disincagliare la crescita reale, oggi troppo bassa, perché prigioniera di burocrazie autoreferenziali e oppressa da un enorme debito accumulato (che è tempo di tagliare oltre il pannicello caldo di connetterlo al deficit annuale) i cui interessi fagocitano risorse.

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Cosa manca nel contratto (a Maurizio Ferrera)

Ho letto solo stamani la Sua nuova mail, e sono contento di proseguire nella discussione, così da mettere sempre più in chiaro i punti del nostro dissenso sul come fare la diagnosi (seppur di massima) della attuale situazione politica in Italia.

Parto dal dato di fatto che per i liberali – dopo l’epoca in cui era naturale, per inerzia, usare a sproposito il termine popolo – il governo non è mai del “popolo” ma dei cittadini. Era già chiaro una novantina di anni fa, che per i liberali le masse non sono mai masse, ma tanti individui che convivono: soprattutto perché lo mostra la sperimentazione storica. Stando così le cose, il governo dei cittadini individui compie le grandi scelte di indirizzo politico sul convivere e spetta ai rappresentanti eletti dai cittadini l’esercitare materialmente il governo per realizzare quegli indirizzi. La questione del “senza mandato imperativo” non riguarda i grandi indirizzi ma solo il criterio con cui i rappresentanti devono esercitare il loro senso critico e le loro esperienze nel trovare le modalità attuative. Appunto per questo è importantissimo prevedere la mancanza di mandato imperativo, quale garanzia per non far dilagare il conformismo del partito o del capo, che di per sé contraddirebbe il governo del cittadino.

Da qui deriva che la selezione da parte dei cittadini delle persone chiamate a rappresentarli, non avviene affatto “se non sulla base di qualità” personali o generiche bensì , prima di tutto, sulle idee e sui progetti che i candidati propongono e solo dopo sulle specificità personali. Lei scrive che nel governare i rappresentanti devono prendere il posto dei cittadini sui problemi nuovi ed imprevedibili, ma ciò avviene perché è ineliminabile lo sfasamento temporale elezoni – durata della legislatura. Però, in ogni caso la direzione deve restare quella dell’indiirizo politico culturale dato al momento dell’elezione. Quando si dimentica questo meccanismo e si trasforma il parlamento in un club di privilegiati che rispondono a sé stessi, si innesca un meccanismo pericolosissimo per la libertà (e quindi per la democrazia). Del che esistono molti esempi storici. Per evitare una simile deriva, sono stati fatti aggiustamenti al parlamentarismo club, tipo il referendum abrogativo e quello dell’art.138, utili per raccordare più strettamente l’attività parlamentare e il cittadino (circostanza che si è dimostrata efficacissima per sconfiggere le posizioni oligarchiche, dal primo referendum sul divorzio all’ultimo sulla proposta del governo restrittiva delle libertà rappresentative) e non embrione di un meccanismo di democrazia diretta.

Il rapporto del liberalismo con le elites da Lei evocato, va benissimo se riferito alle elites private. Perché i liberali , per natura empirici, non accettano che nelle istituzioni repubblicane esistano gruppi elitari dediti ad autoperpetuarsi a prescindere dai cittadini. Infatti Sartori parlava di poliarchia di merito, con ciò evocando tra i parametri poliarchici il merito, che concerne la capacità di valutare i fatti e la realtà (e che è il criterio liberale della politica per convivere) e che funziona assai meglio e più rapidamente quando gli sperimentatori sono tutti i cittadini. Su questo siamo d’accordo. Ma allora nel fare la diagnosi della realtà odierna, mi pare indispensabile non confondere le sciocchezze di vario genere espresse dai nuovi eletti, con il giudizio motivatamente assai negativo che gli elettori hanno dato il 4 marzo (anche se, pur di darlo, hanno trascurato di fare attenzione alla preparazione di chi stavano votando).
Per questo, ripeto, ritengo importante far emergere nel Contratto M5S – Lega la reale mancanza (la strumentazione operativa) , non attardandosi su altre questioni fuorvianti rispetto al nucleo. Perché se ci si oppone al possibile nuovo governo in quanto reo di aver sconfitto i vecchi detentori del potere (facendo intendere che le cose andavano meglio perché avevano più pratica), si nega la giustificata disperazione civile (che ancor oggi risulta essere in netta maggioranza dalla parte del M5S-Lega), si toglie incisività alla critiche motivate al nuovo governo e non si contribuisce all’evoluzione liberale e democratica del cambiamento possibile oggi con il governo indicato dai cittadini.

Cordiali saluti

RM

Grazie. Però ancora dissento. Il connubio liberalismo e democrazia ha portato alla teoria e prassi della rappresentanza: il governo del popolo, ma da parte dei suoi rappresentanti, senza mandato imperativo. In base a quali criteri i cittadini dovrebbero selezionare i rappresentanti se non sulla base di ‘qualità’ che li rendono affidabili nell’azione responsabile di governo? Nella quale i rappresentanti DEVONO prendere il posto dei cittadini, occupandosi a tempo pieno di sfide e problemi spesso nuovi e imprevedibili.

Il liberalismo non diffida delle élite, vuole solo assicurarsi che esercitino il potere entro limiti prestabiliti. Come diceva Sartori, normativamente la liberal-democrazia deve essere una ‘poliarchia di merito’. E’ il populismo che è ingenuamente anti-elitista (i rappresentanti come meri ‘portavoce’, ma scherziamo?).

Se poi le élite si comportano bene o male è questione empirica, che va accertata senza pre-giudizi e generalizzazioni. Anche i rappresentanti, come i cittadini che li eleggono, sono ‘legni storti’ (Kant): liberalismo vuol dire anche realismo, contezza delle imperfezioni del mondo e al tempo stesso impegno a migliorare per prove ed errori.

Comunque ora avremo modo di constatare se portavoce, uomini nuovi, consultazioni online sapranno dare una risposta a quella che lei chiama disperazione civile…

Grazie di nuovo e cordiali saluti, MF

La ringrazio anch’io della replica. E replico a mia volta dicendo che non confondo affatto democrazia e liberalismo, tanto che non uso mai il concetto e le parole “popolo dei cittadini” ma il termine e il concetto di cittadino (individuo).

Il liberalismo si fonda sulla diversità del cittadino individuo, che promuove e tutela in ogni modo riesce a fare, a cominciare dalla libertà nella convivenza. Non a caso il suffragio universale è venuto dopo, quando ha colto la funzione del dare più sovranità al cittadino. E non a caso molti democratici si entusiasmano del suffragio universale, continuando a dimenticare che esso ha un senso coerente solo basandosi sul cittadino e che quindi dal cittadino non può prescindere (come vorrebbe la dittatura delle maggioranze, anche nella versione attenuata del conformismo di potere ). Analogamente peraltro, se il liberalismo pensasse che le elites più preparate e capaci rispetto a molti individui (e oggi a moltissimi dei loro rappresentanti) possano prendere il posto politico del cittadino, contraddirebbe nel profondo la propria natura e il proprio merito. Merito che non è aver eretto un presunto sistema bensì aver proposto il metodo individuale del cittadino e l’uso del suo senso critico nell’osservare i fatti in connessione al risultati e al passar del tempo. Riuscendo così a promuovere il cambiamento delle regole e delle istituzioni per accrescere la libertà del cittadino nel convivere (circostanza riscontrata dall’esperienza storica).

Insomma. Il populismo attuale deriva in larga parte dalla inadeguatezza dei gruppi dirigenti che hanno perso il senso della dinamica funzionale del metodo liberale di governo, o per ignoranza o per interesse. Per questo, come ho scritto nella mia mail precedente, ritengo importante far emergere la reale mancanza di strumentazione nel Contratto M5S – Lega. Che è figlio della disperazione civile per il cattivo governo dei gestori, più che prodotto da sottili teorie ideologiche di chi ne è fautore.

Cordialità RM

Il giorno 19 mag 2018, alle ore 10:22, MAURIZIO FERRERA ha scritto:

Grazie dell’attenzione e dei commenti. Ma lei confonde democrazia e liberalismo. Il secondo è protezione costituzionale dei diritti di tutti, rispetto della rule of law, pesi e contrappesi e salvaguardia del pluralismo. Se la democrazia esalta la ‘responsivita’ alle maggioranze, il liberalismo (che è nato molto prima del suffragio universale) richiama alla responsabilità e alla moderazione. Il continuo riferimento al ‘popolo dei cittadini’, definito solo per contrapposizione a ‘élite’ corrotte o tecnocratiche, è il tratto distintivo del populismo.

Quanto alla mancanza di indicazioni su strumenti e coperture, concordo che sia un fatto gravissimo. Non solo perché dimostra superficialità e impreparazione, ma, appunto, perché segnale inequivocabile di irresponsabilità. Nei confronti di tutti e in dispregio alla Costituzione.
Cordialmente, MF

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Il giorno 19 mag 2018, alle ore 09:51, rmfdl ha scritto:

Caro Ferrera,

presa alla lettera la tesi di fondo del pezzo sul Contratto che non basta, è realistica (e perciò rientra nell’impostazione liberale), ma le sue argomentazioni esulano dalla logica liberale (e dunque non fanno emergere la carenza vera).

Ciò deriva dal fatto che non si considerano le ragioni del grosso successo di M5S e Lega il 4 marzo, per cui il successo lo riconosci ma non ne riconosci le conseguenze, e cioè che sia fisiologico l’intento dei due di assecondare la spinta al cambiamento scelta dagli elettori. Non considerando le ragioni, ti dedichi ad una dissertazione sul cambiamento estranea al campo liberale. All’interrogativo che poni ( “per il bene di chi, esattamente?”), non dai l’ovvia risposta dei liberali (per il bene dei cittadini che hanno scelto e così tradotta l’indicazione democratica per una politica nuova) bensì richiami l’esigenza di contentare circa il 49% dei cittadini che hanno votato altrimenti preferendo altri bisogni. Tu la chiami “responsabilità nei confronti di tutti”, ma in realtà è il modo solidaristico di intendere la funzione di governo, in termini non liberali.

La democrazia liberale non è stata affatto inventata per evitare la “tirannia delle maggioranze”, ma per dare, sui problemi del convivere, la scelta determinante al cittadino (facendolo votare spesso). E dandola, la democrazia liberale evita anche la dittatura delle maggioranze, senza cadere nella gravissima incoerenza (mantra dei solidaristi d’ogni tipo) di voler contentare sempre tutti e di non fare le scelte.

A me pare che non partire dal motivo essenziale del voto del 4 marzo, implica sorvolare sulla comprovata incapacità dei due partiti dominanti negli ultimi decenni di governare l’Italia per conto dei suoi cittadini (non a caso i due si sono ingegnati negli ultimi ’70 giorni per rendere impossibile il concretarsi del voto). E quindi sottovalutare che nella democrazia liberale è indispensabile governare con comportamenti adeguati ai problemi concreti esistenti e non con i desideri, con le promesse e con la presunzione che gli esperti del potere sappiano quel che va scelto, a Roma come a Bruxelles.

Un siffatto difetto nel meccanismo dell’argomentazione è la fonte del mancato emergere della carenza vera nell’attuale contratto. La carenza vera è che, ancora una volta, il programma di governo si riduce ad esprimere cosa M5S e Lega vogliono fare insieme e non affronta il tema decisivo di quali passi compiere per riuscirci. L’esperienza insegna che limitarsi ad esporre bandiere e proclami, fa restare nella logica dei gestori di potere che illudono i cittadini. Oggi mi pare sia molto pericoloso trovarsi di fronte ad un nuovo fallimento istituzionale. Si rischia la corsa all’affidarsi a speranze salvifiche.

Cordialità

Raffaello Morelli

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Non è uno schiaffo a Mattarella (a Marco Castelnuovo)

Da Raffaello Morelli a Marco Castelnuovo

La ringrazio per avermi risposto. Faccio solo notare di non aver mai scritto che l’ipotesi di un governo neutrale non è stata mai fatta balenare prima, Ho invece scritto, stando ai fatti e alle regole, che il Presidente non ha mai imposto alcunché ma esposto alcune articolate considerazioni, ripetutamente asserendo che la scelta spetta al Parlamento . La tempistica della risposta può essere naturalmente oggetto di valutazione, ma non per determinare la qualità della stessa.

Del resto, la Sua considerazione finale (che condivido al di là dell’esito effettivo) sul possibile esito della mossa del Presidente, mi pare indichi che il punto politico resta in ogni caso che l’aderire oppure no ad un governo neutro sia una scelta legittima (per di più inequivoca di fronte ai cittadini, pur se opinabile) ma non uno schiaffo al ruolo del Presidente.

Buon lavoro e a presto

A Raffaello Morelli da Marco Castelnuovo , mercoledì 9 maggio

Grazie per aver letto il mio pezzo e per la sua analisi.
Per me, resta uno schiaffo. Mi pare non credibile che il Presidente non abbia fatto balenare l’ipotesi del governo neutrale prima ai singoli partiti. Quindi sapevano a cosa andavano incontro e dire di no al governo neutrale così, subito, otto minuti dopo il discorso di Mattarella, è per me uno schiaffo.

Chissà che però la mossa di Mattarella non serva a velocizzare la nascita di un governo politico.
A presto

Marco

A Marco Castelnuovo da Raffaello Morelli , martedì 8 maggio 2018

Egregio Dottore,
da qualche anno Le scrivo ogni tanto per commentare un Suo articolo. In questo caso lo faccio riguardo a “Verso il voto ma quando?”. Un articolo che per lo più disegna un quadro oggettivo della situazione, ed anzi si chiude con una valutazione senz’altro condivisibile da chiunque imperni la politica sulle scelte dei cittadini (“in autunno si voterebbe con il Rosatellum. E questo in fondo, sarebbe il peggiore risultato per noi elettori”). Molto bene, ancor meglio precisando ulteriormente che neppure Mattarella, nel suo discorso impeccabile, ha citato l’argomento, evidentemente perché sarebbe risolubile solo da un governo politico.
Tuttavia, nel Suo articolo c’è un periodo che è un fulmine a ciel sereno. Il NO dei vincitori delle elezioni all’ipotesi del governo neutrale (NO che, come era del tutto prevedibile, M5S, Lega e FldI hanno immediatamente ribadito) sarebbe, secondo Lei, “uno schiaffo al Presidente e al suo sforzo di mettere i partiti di fronte alle proprie responsabilità”. Ora uno schiaffo è un gesto violento per insultare l’altro. Mentre in questo caso del presunto schiaffo non c’è traccia. In primo luogo per l’impostazione stessa del Presidente che ha sottolineato con forza, anche nella chiusura, come la scelta tra le alternative da lui prefigurate spetti ai partiti. Una simile impostazione del Presidente impedisce ogni indebita attribuzione al Presidente stesso di una volontà impositiva. E’ dirimente l’insistenza da lui avuta nel richiamare la possibilità che venga prima o dopo trovato un accordo per un governo politico.
Il fatto è che questo periodo fulmine pare corrispondere al clima esistente al Corriere. Che è espresso dall’articolo del Suo collega Antonio Polito, in particolare nel penultimo periodo del secondo paragrafo e nel primo del terzo paragrafo. Con una scelta che di sicuro dimentica la logica, Polito scrive tre cose infondate. Uno, i partiti hanno impedito la nascita di un esecutivo politico, quando è stato visibile a tutti che la maggioranza dei vincitori (che esiste nei seggi) è stata impedita dagli sconfitti, Berlusconi e Renzi, d’accordo o meno non muta la questione. Due, i partiti hanno impedito che nasca un governo politico (e allora, in via logica, significa ammettere che la maggioranza ci sarebbe e che Salvini non si è voluto staccare da Berlusconi). Tre, per la prima volta dal 1948, il voto popolare non ha esito (il che, in via logica, significa riconoscere che la maggioranza ci sarebbe e che Salvini non si è voluto staccare da Berlusconi). Allora, un giornalista non dedito alla propria politica avrebbe anche scritto che esistono i vincitori elettorali ma che i vecchi partiti non vogliono riconoscerli invasati dal ricordo di un passato che non tornerà più.
Grazie per l’attenzione e cordialit

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Formare sudditi oppure cittadini

L’articolo di Stefano Adami è una fondatissima denuncia dell’incapacità di reagire agli episodi di violenza oggi molto frequenti nelle scuole italiane. La scuola, scrive, è ormai un passatempo per tenere i ragazzi una parte del giorno, intrattenerli e alla fine dare un documento che garantisca una collocazione futura. Così, aggiunge, i ragazzi sono fin dalle elementari consumatori in miniatura, dotati di iphone, ipad e utilizzatori di wikipedia. I maestri non servono più. Al massimo nella nuova scuola piacevole e divertente, i professori devono essere i facilitatori della buona scuola. Casi come quello di Lucca, conclude l’articolo, sono prodotti dalla mancanza di pensiero, di discussione e di idee.

Il problema segnalato nell’articolo, irrefutabile come fatto , deve essere curato alla svelta in termini giuridici ed amministrativi. Ma perché la terapia possa essere adeguata, va prima aggiunta una considerazione che focalizzi la reale origine del problema. Nella scuola (omettendo qui altri settori) la mancanza di pensiero e di idee non è una condizione del convivere, dato che in giro pensiero ed idee ci sono. La mancanza c’è poiché pensiero ed idee non vengono davvero inclusi nella didattica. Non vengono inclusi perché la didattica vuol costruire oggi una scuola non più per formare cittadini individui, bensì per allevare all’ingrosso sudditi ignoranti sotto il profilo delle relazioni interindividuali e con il mondo: tanto pensare a quelle – sul come e fra chi debbano essere – spetta ai gestori del potere e alle loro burocrazie.

Ciò non è avvenuto con un colpo di mano. Sono frutto di decenni di scelte culturali e politiche che hanno privilegiato concezioni del convivere tra diversi assai distorte. E che si sono affidate ai riti del conformismo comunitario prevalente, di ogni genere, dal dirigenziale, al religioso, all’economico, al sindacalistico. Il nucleo di tali distorte concezioni è stato un assunto: ogni suddito deve essere coccolato nelle sue pretese capricciose di non riconoscere la rete educativa e il suo sforzo di diffondere la conoscenza acquisita finora e di spingere a trovarne della nuova. Quello che conta sarebbe riconoscere il potente locale o globale (anche se oligarchico), le mode di massa e l’orizzonte utopico. Secondo quelle distorte concezioni, spirito critico individuale, diversità del cittadino, esperimenti, attenzione ai risultati, non servono perché corrodono la sudditanza, la comunità e spargono il dubbio sulle elites e sul potere. Tutto ciò è sempre grave. E’ gravissimo nel caso della scuola pubblica, perché colpisce la funzione istituzionale in sé.

L’incapacità di reagire alle violenze nella scuola non è un destino avverso ineluttabile. E’ il risultato di scelte civili colpevoli in quanto dimentiche che la vita democratica può essere solo impegno e confronto tra i cittadini secondo i vincoli della realtà e non una fuga in un parco giochi. Si tratta di trarne presto le conseguenze.

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La recensione di “Art.7, costituzione italiana”

A fine 2017, è uscito il libro “Art.7, Costituzione Italiana” di Daniele Menozzi, ordinario di Storia alla Normale di Pisa ed esponente di quel mondo cattolico che è legato alla fede mantenendo la distinzione tra Chiesa e Vangelo. Un libro di piccolo formato e snello, che un laico dovrebbe leggere. Non perché è un testo serio che cita molti degli avvenimenti. Soprattutto perché travalica l’art.7 ed interpreta il periodo metà ‘800 nuovo Concordato 1984, nell’ottica di chi, cattolico, è restio ad accettare subito che le istituzioni nel tempo si modellino sulla laicità del cittadino e non sull’autorità della fede.

La tesi di fondo è espressa con una cautela estrema per farsi intendere senza apparire oltre l’indispensabile. Ma emerge molto chiara se si legge con cura, e, nelle conferenze di presentazione, ancor più netta. La tesi è che lo Stato italiano è nato debole e lo è rimasto per 70 anni, perché frutto dell‘ottica separatista liberale autrice di provvedimenti ostili alla Chiesa che mantennero distaccato il popolo, in grande maggioranza cattolico dal punto di vista sociologico. In questa ricostruzione, i Patti Lateranensi del ’29 hanno sanato il vulnus territoriale economico con il Trattato e garantito la Chiesa dallo Stato totalitario con il Concordato. Quindi dovevano essere ripresi nella Costituzione. Peraltro, il Concordato per un motivo diverso dal ’29. Alla Costituente, formava l’aiuto garantito dalla Chiesa alla Repubblica per colmare lo storico distacco ed evitare tensioni religiose.

Il libro illustra la sua tesi evocando un clima disteso come prova della saggezza dei Costituenti nel trovare il compromesso. Però la realtà non fu quella, né allora né poi. Non a caso l’esatto richiamare che il reale protagonista del voto in aula sull’art.7 fu l’accordo tra il DC Dossetti e Togliatti, omette una serie di riferimenti per capire il senso politico permanente dell’operazione. Con disinvoltura sorvola sulle differenze, evidenti ed anche dichiarate, all’interno della Chiesa e della politica. Tali omissioni fanno del libro una tipica espressione della cultura confessionale.

Il punto di partenza omissivo è non ricordare che i sostenitori dell’inserire i Patti in Costituzione non avevano sulla carta i 279 voti della maggioranza. Alla DC, anche supponendola tutta a favore, mancavano oltre 70 voti, riscontrati dai discorsi in aula. La situazione si rovesciò perché i contatti con Dossetti spinsero Togliatti ad intervenire imponendo ai suoi (neppure preavvertiti, il centralismo dominava) di votare l’inserimento dell’art.7 . Siccome si adeguarono 102 costituenti PCI, basta fare il conto per capire che la maggioranza fu scontata già prima del voto e la scelta del PCI decisiva.

La seconda omissione – quella chiave – è non ricordare che l’accordo Dossetti Togliatti toccava una questione cardine della convivenza: la fonte delle scelte sono i diversi cittadini individui oppure le masse e i loro intermediari? Nessuno dei due preferiva i cittadini. Non per tattica ma per strategia. Dossetti perché riconduceva ogni cosa al Vangelo e profetizzava che in futuro la Chiesa si sarebbe accordata non con i Parlamenti ma con le masse popolari. Togliatti perché concepiva gli individui come meri numeri di masse che si scontrano sui piani decisi dai loro dirigenti. Due esplicite teorie del cittadino semplice suddito.

Consegue la terza omissione, il non trattare il contesto politico. Trattandolo, sarebbe emerso il contrasto interno ai vertici Vaticani, tra Pio XII e la Segreteria di Stato (Tardini e Montini), concernente quale fosse la prevalente preoccupazione internazionale: la libertà della Chiesa e dei cittadini (il Papa) oppure le speranze evangeliche (la Segreteria oltre Dossetti). Sarebbe emerso che il cattolico De Gasperi prima non volle schierare il suo governo sulla teoria delle masse e poi entro 45 giorni cacciò il PCI dal governo iniziando il centrismo (il libro azzarda che spetta all’“immobilismo” centrista la responsabilità di non usare l’art.7 per armonizzare l’ordinamento alla Costituzione). Sarebbe emersa la fondatezza della contestuale critica di Croce che definì l’inclusione del Concordato uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico, siccome il vero problema sarebbe stato rendere il Concordato conforme ai principi costituzionali, non inserirlo in Costituzione travestendolo da precondizione di libertà. Sarebbe emerso che a gennaio ’48 Pio XII scelse il pieno appoggio al problema della libertà, spingendo la nascita dei Comitati Civici decisiva per sconfiggere la teoria delle masse.

Poi c’è la singolare rievocazione del periodo fino al ’84. Da un lato il libro minimizza eventi epocali per l’Italia, quali la lunga vicenda della legge sul divorzio, poi quella sull’interruzione di gravidanza ed i relativi referendum. Dall’altro esalta i mutamenti avviati dall’azione di due Papi (Giovanni XXIII e Paolo VI) nel prendere le distanze dal potere civile in direzione evangelica. Dopodiché, sorvola sulla circostanza che la linea del Concilio – affidare la Chiesa a strumenti evangelici non comprendenti un Concordato nelle società con la libertà di culto – fu seguita troppo poco dal Nuovo Concordato ’84. Sorvolando ha evitato di dire che la cosa dipendeva proprio dall’insistere nel richiamare in Costituzione lo strumento Concordato, incompatibile con la laicità civile cui è tuttora di ostacolo. E pure di ammettere che attuare le istanze evangeliche non è la strada per dare regole duttili alla convivenza nella diversità.

La lettura di Art.7 è utile per constatare ancora una volta come questo tipo di cattolici parta da una convinzione eterna (irriducibile al metodo) e insieme abbia la pretesa che essa costituisca una comunità rispettosa dei ritmi del convivere e faro di ogni atto mondano. Ciò è un comodo pregiudizio autoritario per rifiutare la prova dei fatti e quindi l’essenza del metodo individuale laico liberale. Da qui l’esigenza che i laici tollerino i “cattolici chiusi” (per i quali il mondo avrebbe solo la dimensione religiosa) nel quadro della naturale diversità civile ma avvertano l’importanza di confutarne gli assunti politici.

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