Nuova sconfitta delle elites

Il risultato elettorale del 25 settembre ha un valore epocale. Non tanto perché ha reso la destra indiscussa il primo partito italiano, quanto perché ha confermato in pieno la sostanza del voto del 2018. Esiste una fetta molto consistente di italiani che non molla. Non tollera il modo di governare dell’elite culturale e burocratica caratterizzato dal voluto distacco dagli indirizzi e dai bisogni dei cittadini. Quattro anni e mezzo fa ne aveva beneficiato essenzialmente il M5S, che da allora, non per caso,  i circoli elitari ­­– sostenuti con forza dall’intero arco dei principali mezzi di informazione ­– hanno attaccato  senza tregua come fonte di qualsiasi danno, proprio in quanto indisponibili a proseguire in quel distacco dai cittadini. La forza d’urto dei circoli elitari è stata massiccia, soprattutto essendo riuscita dopo tre anni ad inserirsi nel Governo. Ma poi ha esagerato, illudendosi di aver riguadagnato mano libera anche nei confronti del Presidente Draghi e di poter quindi prescindere da scelte a misura della volontà dei cittadini. Da qui la motivata caduta del Governo e la nuova bocciatura da parte degli elettori, dopo oltre un quadriennio, dei circoli elitari lontani dalla vita quotidiana. Non solo ha vinto la coalizione di centro destra ad indiscussa guida meloniana, ma ha vinto anche il M5S , per mesi descritto morto e sepolto dai mezzi di informazione conformisti, eppure in grado di mantenere intorno al 15,5 % dei voti, risultando il terzo partito, a soli tre punti e mezzo da quel PD esaltato dai media quale fulcro presunto della democrazia sociale del paese.

A questo punto, nelle prossime settimane e poi mesi si verificherà la capacità del centro destra a guida meloniana di correggere davvero i principali errori di chi la ha preceduta nel rapporto con i cittadini, un fattore indispensabile per raddrizzare la rotta dell’Italia. Come liberali dubitiamo parecchio che il cdx abbia tale capacità. Peraltro constatiamo   che in ogni caso si è messo in moto un cambiamento   tale da eliminare il rapporto elitario fin qui in auge. Svolta   che i cittadini dovranno vigilare venga colta coerentemente.

Vi è poi la questione di Livorno. E’ senza precedenti che nei collegi uninominali di Camera e Senato i due candidati presentati dal PD siano stati sconfitti da quelli del centro destra. E’ la riprova inequivoca che la democrazia liberale induce il mutamento contro la pretesa conformistica del conservare il potere a prescindere, tipica di una cultura di governo   dedita ad imporre la propria versione del bene comune, considerato solo quale privilegio degli amici. Dunque, seppur faticosamente, fa passi avanti la libertà della democrazia liberale. Richiamando la necessità di non dimenticare che questa libertà non va mai separata dalla diversità individuale dei cittadini e dal continuo conflitto secondo le norme scelte al fine di verificare quali proposte funzionino meglio nel costruire le relazioni nella convivenza civile.

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La disputa sul tetto agli stipendi pubblici

La Commissione Bilancio del Senato ha approfittato del Decreto Aiuti Bis per eliminare la norma che limita il tetto al salario dei dirigenti pubblici. Si è scatenata la legittima indignazione dell’opinione pubblica. I Deputati sono immediatamente intervenuti alla Camera per bloccare la meschina furberia dei Senatori. Il dibattito che ne è seguito non ha centrato il problema e si è impantanato sull’emotività della questione morale.

Il tetto ai salari riguarda due questioni tra loro legate ma che vanno analizzate distintamente: il ruolo attribuito a chi svolge funzioni pubbliche e la retribuzione rispetto a quel ruolo.

Il dipendente pubblico, in particolare se di alto livello, riveste un ruolo che gli garantisce un potere e un prestigio maggiori rispetto ad un normale cittadino. È il fisiologico riflesso dei compiti di garanzia e di equilibrio riservati allo Stato nel tutelare la convivenza democratica.

Tale privilegio fa parte automaticamente del compenso per il compito svolto e non può che rientrare nell’ambito delle relative norme dell’intero Stato. Il Presidente della Repubblica è il più alto funzionario quanto a responsabilità. Le retribuzioni di tutti i funzionari pubblici devono essere parametrate al compenso del Presidente.

Il ruolo dei dipendenti pubblici è quindi diverso da quello dei dipendenti di un’organizzazione che non è lo Stato.
Non vale perciò la teoria per cui il compenso di un pubblico possa salire e scendere in funzione della produttività.

Nel privato il criterio di produttività, in vero insieme ad altre variabili, condiziona i salari. La produttività è misurabile secondo criteri che i vari organi interni ed esterni all’organizzazione, stabiliscono di volta in volta.
Nel pubblico la produttività può essere impiegata per misurare le prestazioni dei dipendenti pubblici nell’erogare un servizio. Tuttavia, la funzione che lo Statale detiene va oltre la concezione classica di produttività. Egli eroga un servizio che promuove la Libertà.

La produttività è stata iniettata nei processi organizzativi della PA con provvedimenti rivoluzionari e investimenti sontuosi, ma gli esiti sono stati deludenti.

La ragione è semplice. Il dipendente pubblico male interpreta il privilegio che il ruolo gli conferisce. Non si è mai posto come strumento di garanzia necessario a promuovere le Libertà del cittadino, ma come funzione da cui dipendono i diritti degli individui. È la solita dicotomia tra cittadini e sudditi.

Più lo Stato sovrasta gli individui dettando attraverso la pubblica amministrazione i loro comportamenti, e più il suo funzionamento sfuggirà al controllo dei cittadini che invocheranno la morale.

Nella tradizione dello Stato dei sudditi solo la morale infatti, può indurre il dipendente pubblico all’efficienza. Ma i fatti della vita ci dimostrano continuamente che l’uomo è lupo per l’uomo, per cui la morale tende all’inefficacia.

Si conferma che il problema non è morale ma politico, perché riguarda la concezione dello Stato. Chi si affida al metodo Liberale è convinto sperimentalmente che se lo Stato è al servizio e tutela delle Libertà dei cittadini, il suo ruolo si diversifica e si limita di molto, e gli individui hanno il totale controllo della produttività della macchina pubblica. Essa non solo è chiamata all’efficienza ma anche alla trasparenza.

Ma in troppi, come queste elezioni dimostrano, non si affidano al metodo Liberale, preferendo credere alla morale dello Stato. Sconfessati dai fatti della realtà, dell’uomo lupo, finiscono come era successo in Senato, per imbrogliare il cittadino pur di godere del privilegio che l’amministrazione pubblica garantisce quando non è al servizio del cittadino.

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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Via Le Mani dall’Inoptato scrive alle liste elettorali del 25 settembre

L’Associazione Via Le Mani dall’Inoptato (sito omonimo .it, senza spazi) si sta impegnando da poco più di un anno esclusivamente          per rimuovere dalla legge 222/1985 (art. 47, c. 3 ultimo periodo)  la clausola cosiddetta “INOPTATO”. Quella che  attribuisce  a più di 24 milioni di cittadini  una scelta contro la loro volontà.  In pratica il cittadino che NON sceglie espressamente un beneficiario per il suo 8 per mille dell’Irpef, destina la propria imposta, senza rendersene conto, alla ripartizione proporzionale tra i vari beneficiari 8×1000. E non è solo una questione di rappresentanza. Con il raggiro dell’Inoptato, l’Erario perde oltre un miliardo di euro all’anno, di cui, fatta la ripartizione, poco meno dell’80% spetta alla Chiesa Cattolica.

Su questo tema, nei giorni successivi a quelli della presentazione delle liste di candidati alle elezioni per il 25 settembre, l’Associazione ha invitato ciascuna di quelle liste ad inserire nel proprio programma elettorale l’abrogazione del periodo prima specificato sulla distribuzione dell’Inoptato.   

Può sembrare un’iniziativa da poco, se paragonata alla gran cassa mediatica sui cosiddetti grandi temi del mondo dedita ad imbonire i cittadini. In realtà ha un significato di rilievo. Alle elezioni i cittadini esprimono gli indirizzi più rilevanti per governare nel quinquennio successivo. Ed è importante attirare l’attenzione degli elettori sulle due gravi caratteristiche negative della clausola dell’inoptato. Primo,  è nel principio una norma clericale. Secondo,  a livello economico toglie all’Erario una somma significativa specie in un’epoca di ristrettezza. In  sostanza,  l’iniziativa dell’Associazione si sforza di mettere in moto un meccanismo di controllo specifico, che rifugge l’essere una promessa cosmica ma che, con l’impegno dei cittadini, potrà essere attivato davvero per rendere trasparenti le regole della convivenza e migliorarla.

Ovviamente  un comportamento del genere non è politicamente neutro. Corrisponde alla scelta di affidare le scelte della convivenza alle indicazioni dei cittadini individuo, vale a dire alla linea tracciata dalla cultura liberale non parolaia. In Italia, da decenni, tale cultura è del tutto trascurata , anzi attaccata e mai praticata dalle culture avversarie, ideologiche e religiose, collettiviste. Ve ne è riprova quotidiana.

Ad esempio oggi, domenica 4 settembre, il Direttore di Repubblica Molinari  – certo non il giornalista meno attrezzato per cultura ed intelletto –  ha centrato il suo articolo sull’Italia che è un Paese dove le diseguaglianze aumentano (dettaglia, “tra ricchi e poveri, fra giovani e anziani, fra donne e uomini, fra chi riesce a studiare e chi non può farlo per scelta o necessità, fra chi può comprarsi ogni mese i farmaci indispensabili e chi invece non ha entrate sufficienti neanche per tale bisogno, fra chi vive in città e chi in periferia, fra chi ha accesso alla banda larga e chi invece non ce l’ha, fra chi vive in località collegate dall’Alta velocità e chi invece è costretto ancora a spostarsi su vetusti vagoni regionali che impiegano molte ore per percorrere distanze assai brevi” , e ammonisce “senza affrontare in maniera strategica le diseguaglianze l’onda della protesta continuerà a crescere, e con lei il populismo”). Poi richiama tre grandi capi democratici USA e la loro ricetta per cui “la risposta alle diseguaglianze è la giustizia economica, ma la difficoltà sta nel trasformare tale formula in provvedimenti concreti, capaci di portare beneficio e garantire protezione al ceto medio”.

Insomma Molinari continua a pensare ad uno Stato invasivo e impositivo che vorrebbe cullare i sudditi e non affidarsi ai cittadini. La protesta populista nasce perché  i cittadini non  accettano un modo di governare la convivenza incapace di portare alle condizioni di vita implicite nella cultura libera (che non è prefiggersi l’uguaglianza di ciascuno, irrealistica).   Tale stato di cose è frutto della concezione elitaria di potere che ha distorto il cardine dell’Occidente: la libertà dell’affidarsi alle scelte e alle iniziative di tutti i cittadini individui sui fatti, facendoli confrontare attraverso il conflitto secondo le regole, fuori e dentro il Parlamento. La litania del bene comune, nasconde i privilegi dei capi.

In un quadro simile, l’iniziativa dell’Associazione Via Le Mani dall’Inoptato è sì  circoscritta ma assai significativa sulla strada di affidarsi alle scelte dei cittadini per tarpare gli interessi clerical burocratici.

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Cronologia del Liberalismo – Cap.3 , da 3.1. a 3.4

Quarto parte del testo CRONOLOGIA ESSENZIALE DEL LIBERALISMO

CAPITOLO  3

IL LIBERALISMO  NEL ‘800

3.1 – Benjamin Constant –  Il pensiero politico liberale proseguì il suo cammino tra il ‘700 e l’ ’800, avvalendosi anche dei contributi della concezione utilitaristica di Jeremy Bentham (che aveva quali due punti chiave il costituzionalismo e l’altruismo innescato dall’egoismo), ma principalmente con l’opera di uno svizzero nato nel 1767 in una famiglia protestante agiata , d’origine francese, Benjamin Constant, che aveva studiato in Inghilterra, in Germania ed era tornato a Parigi per poi ottenere la cittadinanza francese nel 1795. Nel frattempo, Constant aveva conosciuto la coetanea Germaine Baronessa di Stael, figlia del noto banchiere svizzero Necker e moglie dell’ambasciatore svedese,  già molto impegnata con il suo celebre salotto cultural mondano e che già scriveva della situazione politica reale.  Constant e Madame de Stael, oltre ad intrattenere una quindicennale relazione non esclusiva, convergevano   decisamente sul giudizio di merito degli sviluppi della Rivoluzione. Non bisognava restaurare, né accettare l’estremismo giacobino, né essere disponibili all’autoritarismo innescato da Napoleone. Vennero presto entrambi esiliati e il loro girovagare in Europa li portò ad una serie di incontri di alto livello intellettuale e sociale. Germaine de Stael ne trasse spunto per distinguere tra poesia classica e poesia romantica (a favore di quella romantica in equilibrio tra ragione e sentimento) e per esaltare la cultura tedesca. Constant si impegnò anche nella produzione letteraria ma principalmente proseguì nel riflettere sulla questione della libertà personali nei rapporti di convivenza, cioè su una linea liberale, senza suggestioni derivate dall’importante filosofo quasi coetaneo Hegel, padre dell’idealismo, che negando l’autonomia dei fatti reali (visti come una creazione dello spirito umano) finisce in pratica per contrapporsi al liberalismo politico.  

Il contributo più noto di Constant è la distinzione tra due tipi di libertà: la libertà   delle antiche democrazie e la libertà nella democrazia moderna. Nella prima,   il potere è nelle mani di tutti i cittadini partecipanti direttamente alla vita politica (cosa resa possibile esclusivamente da due circostanze, che  i conviventi sono un numero ristretto e che  una parte di loro è  schiava, un’esistenza che consente ai cittadini di non lavorare e di essere liberi di impegnarsi nella politica).   Nella seconda, la libertà nella società moderna, è la libertà dei borghesi dediti soprattutto  all’utile e alla propria libertà personale,  condizione corrispondente al modo di essere in uno Stato di grandi dimensioni in cui non ci sono più gli schiavi.  

Constant colse che l’allargarsi l’area dei conviventi liberi, era un progresso assai forte ma faceva sorgere un nuovo problema, da lui descritto così: “il pericolo della libertà moderna è che, assorti nel godimento della nostra indipendenza privata e nel perseguire i nostri interessi privati, rinunciamo troppo facilmente al nostro diritto di partecipare al potere politico“. Tale problema non si poteva risolvere eliminando lo Stato dal quadro economico. Quindi al posto della partecipazione diretta di ogni convivente, occorreva introdurre la democrazia rappresentativa come strumento in grado di ottenere un risultato analogo. Poi, per scongiurare la degenerazione del potere esecutivo a danno della convivenza, occorre prevedere norme a garanzia della libertà e dei diritti individuali fondamentali. Non sfugga che con simili accorgimenti, Constant trasforma la natura del potere. Fino ad allora il potere era considerato il fine della politica, dopo, con la maturazione liberale,  si rafforzò il concepirlo quale strumento per  garantire la libertà e i diritti dei conviventi, e dunque da sottoporre a precisi limiti. 

Naturalmente   simili pensieri sulla libertà  non avevano un’immediata applicazione automatica, però tendevano a diffondersi in diversi paesi a mò di aspirazione sommaria alle idee e ai principi messi in moto dalle Rivoluzioni Americana e Francese. Le guerre napoleoniche e infine la restaurazione dopo la caduta e il Congresso di Vienna (1815), furono il veicolo decisivo per l’espandersi dell’aspirazione alla libertà. In Europa, il punto di riferimento effettivo del liberalismo divenne l’Inghilterra, paese di tradizioni ma pervaso da un’attività politica capace di seguire il maturare degli avvenimenti. In diversi paesi europei si avviò la stagione in cui le parole d’ordine erano indipendenza e costituzione. E presto ci furono anche riflessi imitativi in varie colonie. I focolai più rilevanti – a viso aperto seppur duramente repressi oppure attraverso l’infittirsi delle società segrete – furono, oltre che in Francia, in Portogallo, in Spagna, in Grecia, in Belgio e pure in Russia (ove ci furono anche consistenti reazioni della cultura slava nazionalista). 

3.2 –  Il malthusianesimo, le novità della scienza. Mentre si sviluppavano concetti liberali per la convivenza più aperta,   insieme cresceva la popolazione convivente. A partire dal  ‘700 – con la medicina che iniziava a limitare le malattie –  l’ampliarsi della conoscenza delineò la sconfitta delle carestie diffuse nel ‘600. Così, durante il ‘700 in Europa gli abitanti crebbero da 125 milioni ad inizio secolo a quasi 200 milioni alla fine secolo , cioè di circa il 60% .  Questa crescita tumultuosa non risultò però omogenea. In Olanda fu il 16%, in Germania occidentale e  in Italia sotto il 40%, mentre fu oltre la media nella zona del Danubio, in Russia e soprattutto in Inghilterra. In sostanza la popolazione crebbe a seconda della capacità economica del paese, tant’è che l’Inghilterra ebbe la crescita più elevata pressoché di continuo fino a ben oltre il secolo XVIII. In ogni modo, oggi sappiamo che, per una serie di concause innescate dal più netto dinamismo intellettuale che porta ad un forte allargamento della conoscenza, la tendenza all’aumento della popolazione in Europa proseguirà in maniera sempre più accelerata fino quasi ai giorni nostri, connessa (non vi è dubbio) con le migliori condizioni di vita dei cittadini sotto quasi ogni aspetto.

L’inglese Thomas Malthus, con i suoi libri a partire dal 1798, percepì la tendenza al crescere degli abitanti e si pose il problema dei mutamenti di prospettiva impliciti. Soprattutto, rilevò che la popolazione cresceva in modo geometrico, mentre i prodotti alimentari lo facevano in modo aritmetico, per cui nel tempo, a suo parere, sarebbero divenuti del tutto insufficienti. Questo rilievo ebbe un grande impatto, specie nell’ambiente di allora focalizzato solo sulla ricerca di modelli rigidi (una reminiscenza di tipo religioso).  In realtà per un aspetto era un ragionamento che richiamava un principio non eludibile – le condizioni effettive di un territorio permettono di accogliere stabilmente un numero massimo di residenti (salvo farvi affluire risorse dall’esterno) – principio che però riesce ostico e su cui  si tende  tuttoggi a sorvolare, a causa dell’umana ritrosia a riconoscere i propri limiti. Per il resto, Malthus, siccome non concepiva potessero avvenire trasformazioni tali da mutare la quantità di risorse disponibili, non coglieva le concrete dinamiche effettive che il problema da lui individuato avrebbero potuto indurre. 

Per far fronte al portato della sua diagnosi – corretta ma solo in parte – nell’immediato Malthus proponeva di ridurre coscientemente  le nascite (programma per cui allora non esistevano le condizioni e che contrastava con la visione cattolica). I vincoli del malthusianesimo  vennero evitati all’epoca  con il fenomeno delle grandi emigrazioni verso gli altri continenti (specie le Americhe) e delle massicce esportazioni di grano dai paesi  più ricchi (Stati Uniti e  Russia)  verso gran parte dell’Europa che non ne aveva abbastanza. Ed in seguito quei vincoli risultarono allentati dall’imprevisto crescere  un po’ alla volta della produzione ad un tasso tendenzialmente superiore a quello della popolazione.

In ogni caso, il principio ineludibile richiamato da Malthus  suscitò molti studi tesi a coglierne le possibili applicazioni nella politica economica. Specie David Ricardo elaborò una teoria sulla rendita differenziale e sui vantaggi comparati  nel commercio internazionale. E si battè in generale contro le barriere commerciali,  avversando le tariffe doganali poste sulle derrate agricole, che, mantenendo artificiosamente alto il  prezzo del grano, favorivano le rendite a scapito della capacità di produrre. 

Anche l’attenzione del pensiero scientifico si rivolgeva sempre più allo svolgersi dei fatti concreti, secondo l’indirizzo espresso ormai da tempo in politica dai pensatori liberali. Al riguardo, ci fu  una svolta significativa i primi dell’800, quando  Laplace, rispondendo ad una domanda del Primo Console Napoleone, affermò “non ho bisogno dell’ipotesi dell’azione del Creatore”, sancendo la rottura con una tradizione millenaria riguardo la nascita del mondo e mettendo in luce che il parametro divinità è fuorviante nella procedura sperimentale dello scienziato.  Nello stesso primo decennio del ‘800 , per di più, Lamarck  pubblicò due libri nei quali avviava, tra le critiche di tanti, una sua teoria dell’evoluzione. I viventi erano  prodotti dalla natura in tempi successivi e la loro complessità aumenta man  mano, formando una catena ininterrotta dalla materia inanimata a forme sempre più compiute. Le variazioni dell’ambiente innescano cambiamenti nei bisogni degli animali, i quali cambiano il loro comportamento. Secondo Lamarck, ogni variazione è sempre adattativa, non c’è differenza di qualità fra mondo organico e inorganico.  La vita sorge incessantemente dall’inorganico, diviene più complessa, e, quando termina,  torna allo stato inorganico e poi reinizia il  cammino. Quindi Lamarck, per superare il concetto statico di specie introdotto da Linneo, individuò l’ambiente come origine delle trasformazioni evolutive.

3.3 – Manchester  capofila industriale – All’inizio dell’ ‘800 avvenne l’accelerazione di quanto già accadeva negli ultimi decenni del ‘700: i principi della libertà individuale in economia, si estendevano  rapidamente, soprattutto in Inghilterra,  trasformandola in un paese industriale. Il fulcro della trasformazione fu la zona di Manchester (centro assoluto della lavorazione del cotone), che divenne il cuore delle numerose nuove caratteristiche dei sistemi di investimenti, di lavoro e di produzione. Nonostante che le macchine a vapore avessero ridotto molto la necessità di operai addetti alle lavorazioni, il forte dinamismo commerciale fece espandere sempre più l’occupazione. Il processo produttivo era assai frammentato, dato che ogni luogo aziendale eseguiva una specifica parte del lavoro e ogni azienda era collegata con le altre mediante apposite infrastrutture viarie di vario tipo (nel 1830 nacque la prima tratta ferroviaria Manchester-Liverpool), creando una sorta di rete di ragno. L’occupazione, inserita in un diverso tipo di processo produttivo rispetto a prima, si svolgeva ancora secondo pratiche in realtà non confacenti allo spirito generale di libertà personali, eppure  forniva condizioni di vita di più alto livello. Ciò in contrasto con la credenza sostenuta da allora e per  oltre un secolo (come è stato poi stabilmente smentito dagli studi degli ultimi decenni, che hanno condotto confronti comparativi con le condizioni precedenti). In contemporanea nel paese, l’attività del Parlamento acquisiva più peso accompagnandosi ad una continua opera di riforme delle leggi con l’obiettivo di corrispondere alle esigenze dei mutati rapporti civili e sociali.

Nel complesso, risultò dominante l’idea che la principale innovazione nel convivere fosse l’organizzazione del lavoro in campo industriale. Ed anche che, in questo campo, si manifestassero aspetti non abbastanza confacenti allo spirito della libertà individuale. Tuttavia una simile idea non corrispondeva in pieno alla realtà sperimentale della vita della società. Era un’idea in parte distorta da concezioni arretrate, come quella di Rousseau, che, incapaci di cogliere le novità implicite nello spirito di libertà, ne tarpavano l’anima di cambiamento e volevano applicavare quello spirito al tradizionale modo d’essere degli stati accentrati di potere fondati sull’assoggettare il cittadino. Con questa distorsione (o almeno comprensione parziale),  non si valutava appieno la spinta innovatrice complessiva della libertà (da assecondare), e si utilizzava il particolare aspetto delle ancora incoerenti condizioni di lavoro (da adeguare) al fine di contrastare decisamente quella libertà in quanto supposta necessariamente portatrice di una prassi dedita allo sfruttamento dei lavoratori a favore della proprietà. Ciò non impedì che proseguisse il lavorìo sotto sotto del criterio della libertà, ma ne ostacolò parecchio lo svilupparsi perché, oltre al nemico tradizionale delle solite concezioni di potere e religiose, crebbe rapidamente , e per circa un secolo e mezzo, anche la concezione operaista che ha rapportato per intero il clima politico a quella condizione lavorativa, quasi esprimesse e potesse esprimere la totalità del modo di lavorare e di esistere.

3.4 – Ancora liberali in Francia, Bastiat e Tocqueville. Nel terzo decennio del secolo, alla fine degli anni di Constant, in Francia vennero due altri pensatori liberali, di qualità e di tipo assai diversi ambedue nati ad inizio ‘800, Bastiat e Tocqueville. Bastiat, il più anziano di qualche tempo, fondava il legiferare sul principio della libertà e della proprietà del cittadino individuo. Peraltro dava a questa sua convinta impostazione un valore incoerente con il conflitto liberale secondo le regole. Teorizzava il valore dell’armonia economica. Ed è per questo che, mentre indicava correttamente che il fine della legge è quello di garantire la libertà dei cittadini, al tempo stesso non riusciva a vedere che ricercare l’armonia corrispondeva alla soglia del  valore lavoro e della tendenza comunistica,  pure da lui aborrita. Il suo impianto filosofico era dunque contraddittorio nel concepire l’anima della libertà. Anche se è memorabile il suo sostegno al criterio di libero scambio internazionale, che gli suggerì un motto restato storico e ancor oggi attuale, “dove non passano le merci passeranno gli eserciti”.

L’aristocratico normanno Alexis de Tocqueville, più giovane di quattro anni, dette una svolta al pensiero liberale misurandolo sulla realtà dei rapporti civili. E con ciò ebbe da subito un’influenza non indifferente. Lo spunto della sua riflessione venne dal viaggio fatto nei primi anni trenta negli Stati Uniti per motivi professionali (lo studio del sistema giudiziario) ma immediatamente divenuto un esame accurato sulle concrete dinamiche della società americana, dal quale indusse le tendenze implicite nei principi attuati. Nel suo libro “La democrazia in America” pubblicato in due volte, nel 1835 e nel 1840, Tocqueville partiva dell’essere un liberale convinto che “solo la libertà, non certo il dispotismo, può combattere nella società i vizi naturali degli uomini e trattenerli sul pendio per cui scivolano. Essa sola, infatti, può trarre i cittadini dall’isolamento nel quale la stessa indipendenza della loro situazione li fa vivere, per costringerli a riaccostarsi fra loro, e li scalda e li unisce ogni giorno con la necessità di capirsi, di persuadersi e di favorirsi scambievolmente nella pratica degli affari comuni. Essa sola è capace di strapparli al culto del denaro, ai piccoli pettegolezzi giornalieri dei loro interessi per far loro scorgere e sentire ad ogni istante la patria al disopra di loro e al loro fianco. Essa sola sostituisce di tanto in tanto all’amore del benessere passioni più energiche e più alte, offre all’ambizione scopi superiori all’acquisto delle ricchezze e crea la luce che permette di vedere e giudicare i vizi e le virtù degli uomini”.

La base della politica è l’individuo e il suo scopo è proteggere il diritto alla libera espressione, in modo da conferire a ciascun individuo la possibilità di sviluppare del tutto le proprie capacità. Così per Tocqueville la libertà non era un privilegio di qualcuno bensì una dignità e un diritto spettanti a ogni cittadino. Dunque lui era incline alla democrazia con fermezza, in quanto la libertà non esiste senza democrazia. Al tempo stesso, peraltro, fu un critico penetrante dei mali democratici, perché  rischiavano di portare ad una democrazia senza libertà: in specie quelli conseguenti dall’intendere l’eguaglianza in modo approssimativo, col riferirla non alla giurisdizione ma ad un’indistinzione individuale del tutto irrealistica. In aggiunta, Tocqueville colse due questioni. Che il liberalismo politico non poteva ridursi  al garantismo giuridico (tesi degli oligarchi) e che la sovranità democratica includeva il pericolo della dittatura della maggioranza. Che poteva manifestarsi anche senza arrivare ad una dittatura vera e propria, ma creando una situazione di conformismo pubblico avente il carattere di vero e proprio dispotismo. “Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite…Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l’unico agente, l’unico arbitro…Non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?”. Il viaggio di Tocqueville si svolse principalmente negli Stati del Nord e questo lo portò a trascurare il fenomeno della restante schiavitù, anche perché ritenuto un fenomeno ormai destinato ad non durare più molto a lungo.

Tocqueville era convinto che in America il pericolo della dittatura della maggioranza fosse  arginato con successo dalla tradizione protestante radicata sulla concezione dell’individuo dotato di diritti e origine dei rapporti di convivenza, tradizione congiunta passo a passo al pullulare delle associazioni culturali e politiche, all’autonomia delle istituzioni locali , all’estendersi dello spirito giuridico (giuria di cittadini estesa agli affari penali e civili). Ed infine arginata dalla connessione tra la libertà e l’evolversi del cristianesimo (“Dubito che l’uomo possa sopportare insieme una completa indipendenza religiosa e una libertà politica senza limiti; sono anzi portato a pensare che, se non ha fede sia condannato a servire e, se è libero, non possa non credere“). Un concetto espresso con cautela, quasi un’ipotesi, che peraltro tratteggia un aspetto importante del liberalismo: non far parte delle ideologie, stante la sua natura metodologica di osservatore dei fatti. Fatti da valutare con lo spirito critico e da verificare sui risultati degli interventi di volta in volta compiuti. Quindi il liberalismo non si pone quale verità calata su ogni aspetto del mondo. Perciò, essendo consapevole che conoscere sempre di più non elimina mai del tutto quello che non si conosce, il liberalismo lascia spazio a chi cerca nel privato di colmare l’ignoto e si contenta di ricorrere alla luce  misteriosa della fede religiosa. Tocqueville riassunse l’inclinazione degli Stati Uniti al connettersi con queste parole: ” gli Americani di tutte le età, condizioni e tendenze si associano di continuo. Non soltanto possiedono associazioni commerciali e industriali, di cui tutti fanno parte, ne hanno anche di mille altre specie: religiose, morali, gravi e futili, generali e specifiche, vastissime e ristrette. Gli Americani si associano per fare feste, fondare seminari, costruire alberghi, innalzare chiese, diffondere libri, inviare missionari agli antipodi; creano in questo modo ospedali, prigioni, scuole. Dappertutto, ove alla testa di una nuova istituzione vedete, in Francia, il governo, state sicuri di vedere negli Stati Uniti un’associazione “. Senza l’argine dell’associazionismo come prassi civile, il dispotismo insito nella democrazia maggioritaria viene a galla. 

Tocqueville sostenne la sua concezione liberale anche nella sua attività parlamentare in Francia durante il decennio ’40. Ma le condizioni della società francese erano sempre più disagiate e non inclini ad una maturazione liberale. Negli anni 1845-1846 ci furono gravi carestie in moltissimi paesi europei, seguite l’anno successivo da crisi di ogni tipo che colpirono l’economia pesantemente e che innescarono gravi tensioni popolari nelle città e nelle campagne. Così all’inizio del ‘848 iniziò in tutta Europa un periodo di moti rivoluzionari, all’insegna delle aspirazioni (fondate sull’idea consolidata che occoresse maggior libertà per i cittadini) a migliori condizioni senza un ragionato programma per realizzarle ed anzi con illusioni sempre radicate sulla capacità risolutiva della via rivoluzionaria. Di fatto in Francia, in pochi anni (con una parabola analoga alle due precedenti rivoluzioni del ‘789 e del ‘830/‘831) tutto sfociò alla fine del ‘851 nel colpo di Stato con cui divenne imperatore Napoleone III. In pratica stava prendendo corpo lo sperimentare l’incapacità strutturale della via rivoluzionaria ad arrivare al governo, limitandosi piuttosto  ad ostacolare, fino ad impedirla, l’azione liberale individuale (andamento che si ripeterà molto a lungo in Europa). In sostanza continuava a prevalere in forme diverse il residuo dell’antica concezione pre rivoluzionaria (accentrata sull’esercizio del potere) ora rafforzata anche dal democraticismo rousseauiano e dalla montante ideologia socialista. Tocqueville approfondì la questione negli anni cinquanta pubblicando il secondo suo importante libro, L’antico Regime e la Rivoluzione, in cui espose l’interpretazione innovativa di quanto era accaduto a Parigi a fine ‘700. 

La Rivoluzione non aveva capovolto la società francese, al contrario aveva proseguito e per certi aspetti rafforzato la propensione della monarchia a favorire uno Stato basato sul privilegio e amministrato dai feudatari, dall’anzianità e dalla forza, in sostanza accentrato nel comando e egualitario nella sudditanza. A questo Stato, la Rivoluzione francese aveva sostituito uno Stato fondato sull’eguaglianza del supposto ordine teleologico da seguire e amministrato con uniformità dal centro senza dar spazio all’individualità. Ciò rende chiaro il perché il proseguire continuista delle antiche tendenze egualitarie e accentratrici avesse prevalso durante e dopo la Rivoluzione, sull’orientamento liberale, più recente e meno diffuso. Scrisse Tocqueville “l’antico regime professava l’opinione secondo la quale l’unica saggezza è nello Stato, i sudditi sono degli esseri infermi e deboli che bisogna sempre tener per mano, per tema che non cadano o non si facciano male: l’opinione che è bene molestare, contrariare, comprimere senza posa le libertà individuali; che è necessario regolamentare l’industria, assicurare la bontà dei prodotti, impedire la libera concorrenza. Su questo punto l’antico regime la pensava esattamente come i socialisti di oggi”

Per Tocqueville, la centralizzazione delle istituzioni distrugge l’autogoverno, il pluralismo e la libertà dalla costrizione. La pratica politica liberale si fonda sull’educazione alla libertà e sulle garanzie per l’autonomia dell’individuo nonché sul decentramento istituzionale. Evita di impegnarsi nella difesa di una eguaglianza individuale sognata ma inesistente (salvo che sui diritti) e al tempo stesso pericolosa. Perché nella servitù è facile illudersi di essere eguali, mentre essere liberi nell’eguaglianza dei diritti è enormemente più efficace ma assai più complicato. In fin dei conti,  i rivoluzionari  francesi, facendosi prendere la mano dai giacobini e dal terrore, avevano mutato il senso del motto liberté, égalité, fraternité, facendolo divenire il vessillo di un ordine illiberale a livello internazionale.

Tocqueville è stato il primo a segnalare che il liberalismo coinvolge tutti i cittadini, quindi è inseparabile dalla democrazia, ma insieme attua una libertà che è inseparabile dalla diversità individuale. Semmai, va osservato che non arrivò alla consapevolezza della conseguenza decisiva. E cioè che ovunque al liberalismo occorre molto tempo per maturare e in più che la sua maturazione fa sorgere sempre nuove problematiche a loro volta bisognose di ulteriore tempo per essere affrontate.

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Postfazione a “Un’esperienza istruttiva”

Per la pubblicazione in cartaceo de “Un’esperienza istruttiva” è stata redatta una postfazione di una ventina di pagine riportata si seguito

UN SEMESTRE DOPO ,    ANCORA CONFERME

1 – I due avvenimenti più di rilievo   verificatisi dopo l’edizione di “Un’esperienza istruttiva” del 15 gennaio scorso, mi inducono ad un ulteriore esame circa le conclusioni generali tratte nel Capitolo 9. I due avvenimenti sono la rielezione di Mattarella il 29 gennaio e la malattia dell’Occidente manifestatasi in termini inequivoci con la guerra in Ucraina, iniziata il 24 febbraio e tuttora in corso. Ambedue questi avvenimenti sono   conferme sostanziali delle mie valutazioni circa il liberalismo.

In estrema sintesi. Il liberalismo non è un libro sacro ma costituisce un’ineludibile anima evolutiva, fondata sul cittadino individuo e sullo stare ai fatti sperimentati. Di conseguenza il liberalismo è una componente necessaria per rendere aperta la convivenza ma l’applicarlo non è compatibile né con una concezione notabilare, né con una pratica elitista sovrapposta al cittadino. Ho scritto che il liberalismo è costruito per essere un metodo di osservazione dei fatti, di valutazione individuale di quanto queste osservazioni astraggono dal reale, di un confronto tra i cittadini prima su tali valutazioni e poi sui risultati delle iniziative pubbliche e private al passar del tempo. La struttura del liberalismo è il metodo politico meno distante da quelli che sono i meccanismi della vita umana. Specie sull’aspetto cardine, il puntare sull’individuo quale motore delle relazioni tra i diversi individui: in sostanza sullo scambio.

Inoltre, ho anche scritto che parlare dl declino dell’occidente è una contraddizione in termini. Di fatti, lo svilupparsi dell’occidente corrisponde alla millenaria maturazione un pò alla volta della consapevolezza del ruolo essenziale del metodo individuale nel conoscere di più e nel migliorare la convivenza tra diversi (dovuta al modellarsi sull’evolversi degli avvenimenti del vivere). Quindi la tesi del declino dell’occidente contraddice questa realtà evolutiva di cui l’occidente è il maggior rappresentante. A patto che lo stesso Occidente non pretenda di averne l’esclusiva e purché si impegni.

Ripercorro più da vicino cosa sono stati i due avvenimenti richiamati, per constatare che i problemi conseguono dal fatto che ancora una volta i principi liberali di fondo non sono stati adottati.

2 –   La vicenda della rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica dopo otto scrutini il 29 gennaio, ha messo in scena la misera figura delle due coalizioni parlamentari esistenti. Incapaci di fare una scelta innovativa (il centrodestra che ha saltabeccato senza progetto, il centro sinistra che non ha   mai presentato un candidato ufficiale) e soprattutto una scelta utile ad affrontare le questioni vere che sono sul tavolo. Sono state tetragone nel non corrispondere all’aspirazione quirinalizia di Draghi, solo perché avrebbe attivato nuovi equilibri. Perciò è stato surreale l’entusiasmo dell’aula durante il discorso di insediamento del Presidente. In 38 minuti, l’Assemblea dei Grandi Elettori ha applaudito 55 volte (una ogni 41,4 secondi se ogni applauso fosse durato un secondo, e non ci fossero state una ventina di ovazioni in piedi). Un clima da stadio, con spalti eccitatissimi che interrompono il discorso. Applausi surreali perché tributati ai comportamenti irresoluti tenuti fino ad allora da chi

applaudiva. Un’ovazione che in pratica ha concretizzato la politica del cavalcare le emozioni immediate portatrici di illusioni invece della concretezza realista atta a sciogliere i nodi del convivere.

Del resto lo stesso discorso del Presidente, nell’elencare le questioni più urgenti, è stato ottimista nel  presupporre che la sua elezione potesse risolvere lo stato di profonda incertezza politica e di tensioni. Il clima dominante è stata l’emotività e non l’attenzione ai problemi da affrontare e ai comportamenti delle forze politiche. Altrimenti sarebbe inspiegabile l’applauso   quando il Presidente ha indicato l’esigenza di quella tempestività delle decisioni in aula, da tempo insussistente. Se il ruolo cruciale del Parlamento nelle istituzioni è quello descritto impeccabilmente dal Presidente, allora non si può dimenticare che perfino nella sola cosa in cui vien difeso il Parlamento – evitare la compressione dei tempi parlamentari   per esaminare e valutare i provvedimenti – si cita una compressione colpevolmente accettata dai plaudenti (quindi non avrebbero dovuto applaudire ma reagire coerenti).

Per non parlare delle gravi responsabilità sul versante giustizia. Il discorso del Presidente ha segnalato che l’ordinamento giudiziario deve corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità, e che è indispensabile far giungere con immediatezza a compimento le riforme annunciate. Ebbene, nonostante gli applausi, sono occorsi altri cinque mesi di dibattiti serrati e assai confusi per giungere al solo varo della riforma Cartabia, con fortissime divisioni tra gruppi.  Dunque la mole dei 55 applausi è un macigno sul discorso Presidenziale, che fin da subito ha gettato ombre sulla sua realizzazione.  Lo stesso sul tema dignità ben evocato dal Presidente – eccetto l’utopia di “azzerare” le morti sul lavoro – che corrisponde ad un’altra cultura civile, quella fondata sulla diversità individuale e sulla sua libertà.

L’evidente problema politico è la mancanza da oltre un quarto di secolo del dibattito sui progetti. A quell’epoca passò l’idea – poi cresciuta nonostante gli insuccessi – che la politica fossero gli scontri elettorali nazionali tra due coalizioni   frastagliate, senza un progetto univoco e dirette da un ristretto clan di segretari. L’alternarsi dei Governi di centro destra e di centro sinistra è stato sempre più disattento ai cittadini, fino a che nel 2018, una larga parte degli elettori si è ribellata e ha dato un’ampia maggioranza relativa a chi diceva basta. Nemmeno così in Parlamento è ripreso il dibattito sui progetti (complice il fuoco di sbarramento dei   mezzi di comunicazione restauratori) e dopo due governi diversi imperniati sul M5S e le autonome dimissioni di Conte (impegolatosi in manovre tattiche cui non era tenuto avendo avuto la fiducia in settimana), si è   arrivati, per volere del Mattarella I, al Governo Draghi sostenuto da un’ampia maggioranza ma – a parte l’affrontare l‘emergenza guidati da un tecnico molto esperto – non da una altrettanto   condivisa   prospettiva politica.

Lo ha confermato l’incapacità dei Grandi Elettori di accordarsi su un nuovo Presidente della Repubblica (non perché il Mattarella I non abbia dato buona prova nel suo ruolo ,   ma perché il settennato secco è la prospettiva fisiologica del ruolo istituzionale, come lo stesso Mattarella ha detto più volte). Il fatto di non essere riusciti ad innovare la dice molto lunga. E gli applausi scroscianti all’insediamento, la dicono lunghissima. I gruppi partitici sono oggi incapaci di innovare.  Nonostante la capacità di innovare sia la chiave per realizzare le indicazioni del discorso del Mattarella II (denominate, non a caso, la qualità della nostra democrazia).

Quasi tutti i grandi elettori cattolici, fin dall’inizio, non volendo cambiare, hanno usato i voti anonimi al fine di creare le condizioni per richiamare Mattarella, cioè un atto di non cambiamento (dettagliato apertamente in un’intervista di Reset e  nel racconto dell’Espresso, a sostegno di un risultato foriero di stabilità).  Sorvolando sul fatto che la stabilità da sola è garanzia di immobilismo.

Sono mancate la volontà di cambiare davvero e il saperlo fare. Che in realtà non rientrano neanche nel dibattito mediatico, nel quale prevale la promessa utopica e la sceneggiata TV. Mancando il dibattito, manca un’offerta adeguata ai problemi italiani. In generale, gli addetti ai lavori e i mezzi di comunicazione si sono impegnati su altro. Chi lavorava al partito del PNRR come gruppo elitario di potere, senza curare la mentalità indispensabile per indurre la crescita. Il PD sognava di riacquisire il rilievo perduto assegnandosi una centralità inesistente. FI propagandava a pappagallo il filone PPE senza cogliere le differenze con esso. Salvini si vantava della scelta di non cambiare il Presidente e tentava di logorare Draghi pensando alla destra di Orban e dei polacchi. Conte, usando i voti del ’18, galleggiava senza progetto visibile. I cespugli   intermedi ricercavano rendite, senza pensare ad avere una linea.   FdI concepiva l’opposizione esibendo un bagaglio conservatore opposto alla liberaldemocrazia.

Nessuno si è impegnato a riprendere il dibattito concreto sui fatti e sui progetti precisi, per farne il fulcro della politica di rilancio dell’attività produttiva e delle riforme civili imperniate sul cittadino libero. Eppure per evitare il rischio segnalato nel discorso del Presidente – “i regimi autoritari o autocratici appaiano, ingannevolmente, più efficienti di quelli democratici “ – , era indispensabile un dibattito efficace per scegliere e per   mantenere il più possibile viva l’uguaglianza nei diritti del cittadino così da poter utilizzare al massimo le diverse iniziative di ciascuno di conoscere e di innovare attivate dalla sua libertà. Le promesse teatrali e gli applausi non fanno crescere l’Italia. Specie quando le scadenze europee del PNRR non consentono distrazioni. La vicenda della rielezione di Mattarella è stata insomma un’ulteriore conferma di come sia indispensabile darsi da fare per colmare il buco di liberalismo che esiste nel nostro paese e che, unico nelle democrazie occidentali, è divenuto una voragine. Il dato sperimentale conferma che, eludendo il contributo dei liberali, non si governa un paese fondandosi sulla centralità del cittadino individuo. Mentre tale centralità è il sistema di gran lunga più efficace trovato fino ad oggi per farlo.

3 –   Il secondo dei due avvenimenti di rilievo dopo il 15 gennaio, è stato l’acuirsi della malattia dell’occidente. Appunto non un fatto nuovo, che però ha assunto dimensioni concettuali e diffusione endemica tali da far venire a galla un’incoerenza strutturale nel modo di intendere la libertà propugnata dalle istituzioni dell’occidente e il suo evolversi nel tempo.

A fine febbraio   marzo, la guerra in Ucraina ha indotto molte grandi firme dei big della stampa a scoprire che essa stava assumendo i caratteri di uno scontro tra civiltà. Che  loro descrivevano in modo singolare, mettendo, da un lato, la società intesa come meccanismo per garantire la libertà degli individui di condurre la vita che credono e dall’altro   un’idea di nazione in cui l’unità spirituale di un popolo   permea tutte le manifestazioni, e dunque anche la vita degli individui. Solo che, facendo tale descrizione,  le grandi firme attribuivano la forza attrattiva dell’idea di nazione totalizzante alla nostalgia di un mondo fondato sulla comunità e su una nazione fatta di sangue e suolo. E si preoccupavano solo della nostalgia.

Invece non coglievano la questione essenziale. Stare dalla parte della libertà degli individui non equivale al battersi contro la nostalgia e prendere le distanze dalla nazione totalizzante. In più, siccome è indiscutibile  che la Russia abbia una struttura non democratica e che Putin è modellato sul KGB, insistere su questo tasto serve solo a spingere verso il ritorno al clima della guerra fredda. Che in Occidente è un clima autolesionista, in quanto  inadatto a promuovere gli scambi e i confronti, i soli presupposti del rafforzarsi della libertà civile imperniata sul cittadino individuo.

Addirittura le grandi firme hanno argomentato che Putin   intende riprendere la marcia interrotta dal disfacimento russo con ambizioni maggiori della potenza di cui dispone, e che non si rende conto di perdere la battaglia dell’immagine e della reputazione, perché non c’è più l’ideale mondiale del comunismo e perché il capo nemico è il leader più televisivo che guerra abbia mai visto. Perciò, scrivono questi pseudo profeti, Putin non potrà mai vincere la sua sfida, non riuscirà mai a convincere gli ucraini che sono russi. E presi dalla loro certezza, hanno concluso che “a noi occidentali spetta il compito di aiutare la democrazia di Kiev a resistere, ma anche di resistere per parte nostra alla tentazione dello scontro di civiltà. Dobbiamo fermare l’espansionismo della Russia di sempre, per poter convivere in pace un giorno nella casa comune del continente europeo”. Insomma, eliminata la diversità della Russia, secondo loro la libertà porterà alla pace.

Un ragionamento del genere ha una contraddizione politica profonda. E’ corretto assumere che l’Occidente non debba farsi tentare dallo scontro di civiltà, siccome l’essenza dell’Occidente è il liberalismo, che mediante la libertà opera dal ‘600 per affrontare la convivenza tra cittadini diversi.  Da allora l’essenza (non l’interezza) della cultura occidentale è il liberalismo, che pone al primo posto la libertà tra i cittadini. Ma fatta tale assunzione,  non è minimamente consentito fingere di non accorgersi  di quanto è davvero avvenuto dal 2014 in poi. Prima i fautori dell’indipendenza ucraina sono stati parecchio sollecitati dall’occidente e poi l’Ucraina, dopo aver firmato il trattato Minsk2 con Russia, Germania e Francia nel febbraio 2015, non ha fino ad oggi più adempiuto a quanto ivi stabilito, vale a dire introdurre nella Costituzione ucraina il riconoscimento dell’autonomia rafforzata al Donbass , un punto che è sempre stato decisivo per la Russia.

Si finge di non accorgersi che tale inadempimento ha dato a Putin la motivazione per l’invasione (inibendo il richiamo al rispetto degli stati sovrani). E inoltre gli ampi e persistenti aiuti dell’Occidente all’Ucraina (che confondono gli aspetti della solidarietà umana con le pratiche finalità militari) hanno espanso ulteriormente il carattere della guerra trasformandola vieppiù in scontro di civiltà. In quanto fautori dell’Occidente, non possiamo dare a Putin la colpa di incarnare la Russia di sempre. E non possiamo dimenticare il comportamento della Nato negli ultimi anni: perché le truppe USA in Europa sono divenute sempre meno, ma la presenza e le esercitazioni militari della Nato sono aumentate parecchio, ad esempio tre grandi esercitazioni solo nel 2021 in Ucraina. Con questi comportamenti   l’Occidente ha effettivamente incrementato l’arrivo allo scontro di civiltà. Di più ha spinto ad una vera e propria guerra fredda con le sanzioni economiche imposte da Biden quale compromesso con i suoi ambienti oltranzisti (sanzioni che ha definite l’alternativa alla terza guerra mondiale). Tutto ciò costituisce una colossale contraddizione dell’Occidente, che,   incrementando lo scontro di civiltà, pratica l’opposto di quanto richiede la scelta di sostenere la libertà.

Oltre a questo tema, esiste poi quello più specifico derivante dal come si configura l’economia occidentale. Un sistema complesso, in cui i vari elementi non interagiscono in modo lineare e così le loro interazioni sono troppe per fare previsioni del tutto affidabili. Peraltro una cosa è certa. Oggi, sarebbe necessario liberare la nostra economia dai troppi vincoli, per consentire soluzioni innovative, indispensabili per arginare i contraccolpi della guerra, tipo l’aumento delle spese militari in aggiunta a quelle sanitarie. Ma questo è un auspicio teorico liberista, come sempre avulso dalla concretezza politica della libertà nelle relazioni tra i cittadini. La realtà odierna è una condizione internazionale che si va dividendo in aree chiuse. Una divisione innescata dal comportamento non necessario dell’Occidente (appunto perché la Russia è quella di sempre), che si è drogato nella illusione di identificarsi con il mondo intero e che dissennato, nel sogno di un dominio assoluto non corrispondente alla realtà dei rapporti internazionali, taglia proprio quegli scambi che costituiscono il veicolo principale della libertà e del benessere.

I liberali non devono farsi commuovere dalla pulsione di larga parte degli ucraini per irrobustire la propria autonomia istituzionale dalla Russia. Per l’essenziale motivo che i liberali perseguono la libertà ma non la impongono (mentre incoraggiare attivamente quella pulsione per anni e armarla pesantemente, equivale ad imporla tramite una guerra per procura). Inoltre, gli ucraini hanno dimostrato (quanto meno) dal 2015 di non preoccuparsi del rafforzare la propria libertà , rispettando i patti sottoscritti, e tentato piuttosto di coinvolgere l’Occidente in un confronto armato. La vice premier ucraina Vereshschuk ha teorizzato una simile strategia alla TV italiana con chiarezza e con insistenza. Nonostante ciò, l’occidente ha continuato in questi cinque mesi a tenere comportamenti adatti al promuovere uno spettacolo ma non a svolgere una politica assennata basata sulla realtà degli interessi in gioco nel determinare il realizzarsi delle relazioni civili del mondo. L’Occidente aveva il sogno di eliminare Putin e trasformare la Russia in una democrazia liberale. Ma sognava dimenticando che l’esperienza storica mostra che è solo attraverso il confronto critico che l’idea di libertà e di diversità propugnata dai liberali matura nella convivenza.

Con questa ossessione, l’Occidente ha trasformato i giusti aiuti agli ucraini (che rientrano nei gesti umanitari) in forniture di materiali militari e con ciò ha scavato solchi sempre più profondi nei rapporti con la Russia, favorito il protrarsi del conflitto e dunque la riduzione degli scambi. In più ha agevolato l’attitudine scenica dell’attore Zelensky alle apparizioni da remoto, in cui sostiene di continuo la tesi della guerra santa e perfino accusato lo stesso Occidente di non fare abbastanza. In realtà è chiaro che gli USA non intendono farsi coinvolgere in eventuali conflitti inviando truppe sul terreno, e ciò costituisce un ulteriore contraddizione intrinseca dell’Occidente.

Nel complesso, il teorizzare la libertà si è accompagnato   al tradirne i meccanismi. Che implicano modi coerenti nel comportarsi all’interno dell’Occidente, iniziando dall’accettare e dal rispettare il principio di diversità indissolubilmente connesso a quello di libertà individuale (cosa che inibisce la pretesa di concepire la libertà come un marchio imperiale da imporre solitario). In più, implicano coerenza nei rapporti esterni. Cosa che non succede quando si favoleggia dell’obbligo di spingere una lotta di   resistenza, al di fuori di una situazione di guerra in corso come avvenuto in altre epoche ed in altri paesi, mentre al contempo, mediante il sostegno  nei decenni  vicini  al persistere delle pulsioni ucraine contro la Russia nonché all’aizzare l’opinione pubblica contro Putin e la Russia,   si gonfia ad ogni costo la resistenza ucraina, al prezzo di rendere più vicina la minaccia della terza guerra mondiale.

Per l’Occidente, comportarsi in termini di piena coerenza   con la libertà e  la connessa diversità, è l’ineludibile carattere distintivo. Non per purezza formale di impostazione, ma perché libertà e diversità sono indispensabili per mettere in moto il dispiegarsi del metodo individuale dei cittadini che è il motore dell’intero sistema. Se tale metodo non si attiva, il sistema entra in fibrillazione. Il liberalismo innesca un equilibrio   fluido tra i diversi individui (ciascuno con il rispettivo spirito critico) e le relazioni intercorrenti nella convivenza di tutti loro. Il concetto di equilibrio liberale va al di là della cultura religiosa, la quale ha sempre utilizzato altri due concetti, particolarismo e universalismo, oltre al concetto di eterno. Nel lessico liberale il concetto individuo sostituisce quello di particolare, il concetto di convivenza di tutti gli individui nel tempo sostituisce comunità a livello locale e a livello globale universalismo (che è un rifiuto fisiologico della diversità), il concetto di tempo fisico sostituisce eterno. Con questo lessico – che equivale ad un ribaltamento concettuale –  i liberali si propongono di far sì che il metodo dello spirito critico individuale dilaghi nel tempo ad ogni livello , adoperando lo strumento della libertà nella diversità, che assicura, più che una soluzione unica, una prospettiva poliedrica. Ovviamente, salvo che nel frattempo l’osservazione del mondo   introduca   risultati sperimentali innovativi.

Un simile mutamento di paradigma è indispensabile nella pratica, dato che innesca sotto due profili il materiale funzionamento della libertà e della diversità. Il primo profilo riguarda il medesimo Occidente, perché è la condizione irrinunciabile per attivare la libertà e la diversità nella convivenza tra i cittadini, su scala locale e su scala generale. Il secondo profilo concerne la credibilità che la società occidentale è in grado di far valere presso il blocco delle società nostalgico autocratiche e quindi di corroderle e di travolgerle come già è avvenuto negli anni ottanta. Una simile credibilità è essenziale, poiché – qualora le società liberaldemocratiche siano pervase dal morbo di sacrificare la ricerca quotidiana di libertà al voler somigliare alle tradizionali istituzioni di potere disattente ai cittadini e al loro ruolo – esse sono incapaci di funzionare come dovrebbero (appunto all’insegna della libertà sempre in moto) e al contempo, dato che mantengono  tracce di quella libertà, non possono avere nell’esercizio del  potere una  compattezza  tale da confrontarsi con le società autocratiche. Per  questo,   oggi l’Occidente malato viene perfino sbeffeggiato, anche se si illude di essere titolare della Pax Americana.

Lo fa l’Enciclopedia Russa utilizzando per definire l’Occidente il termine il “miliardo d’oro”, una metafora per esprimere la differenza nel tenore di vita tra la popolazione dei paesi altamente sviluppati e il resto del mondo.  Una metafora falsa nel suo strumentalismo, perché prende quale parametro un fatto reale (il tenore di vita) recidendone l’origine (la superiore conoscenza sviluppata dalla libertà dei cittadini). Le lontane radici della metafora stanno nel malthusianesimo (le risorse sono limitate e la popolazione eccessiva). Una teoria superata dalla libera conoscenza che da allora ha aumentato le risorse più della popolazione, ma che trova largo consenso in un’ampia maggioranza di paesi asiatici africani latinoamericani, che di fatti non aderiscono alle sanzioni occidentali contro la Russia (le sanzioni sono state adottate   dal 16% dei Paesi, e gli atri hanno oltre l‘85% della popolazione e quasi metà del prodotto. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno deciso di costruire una moneta di riserva alternativa al dollaro). Del  resto,   le classi dirigenti di quei paesi sono educate in Occidente dove s’insegna (non diversamente che nei paesi dei totalitarismi) che l’unica civiltà aggressiva è l’Occidente.  E’ una distorta impostazione didattica, frutto della malattia Occidentale di equiparare la libertà ad un marchio imperiale, senza riflettere che la libertà non può esserlo e attuando il ritorno agli stati del passato. Il peggio è che una mentalità siffatta non ha la capacità di rispondere agli scontri reali con il resto del mondo, poiché rinuncia in partenza , drogata dalla presunzine di avere un destino certo di superiorità, a praticare in pieno  la dinamica della libertà nei suoi rapporti di convivenza. E’ tale rinuncia dell’Occidente – non il tenore di vita raggiunto – che consente ai paesi totalitari di sbeffeggiare un Occidente che non applica in pieno i meccanismi della libertà propugnata e finisce per non essere né carne né pesce.

Questa malattia dell’Occidente ha contagiato l’UE, la quale negli anni, dopo Maastricht, ha messo tra parentesi un pò alla volta lo spirito innovativo dei Trattati di Roma, dedicandosi al costruire istituzioni tradizionali non abbastanza attente al rapporto con i cittadini e troppo sensibili ai dirigenti di Bruxelles. Dopo la sbornia dell’austerity, in occasione della pandemia ha ricuperato un po’ dello spirito dell’istituzione modellata sulle esigenze dei suoi cittadini, ma non è ancora riuscita a darsi un progetto per ampliare l’UE secondo quello spirito. E’ rimasta invischiata nella manovra voluta dalla NATO in Ucraina (nonostante alcuni anni fa avesse condannato la corruzione dominante in quel paese) e ad oggi non solo non è in grado di affrontare due settori essenziali,  l’esercito e il sistema fiscale comuni, ma anche di dotarsi di una strategia efficace per mantenere l’autonomia dalla NATO ed esercitare la propria influenza  nell’intero Mediterraneo, in modo da fronteggiare le forti pressioni della Turchia e dell’Iran oltre a quelle russe e cinesi.

Ancor di più pervasivo è stato il contagio della malattia dell’Occidente nella stampa italiana. Nella seconda metà di maggio, la posizione di tutti i mezzi di comunicazione in Italia – riassumibile in un articolo del Direttore di Repubblica Molinari – era enfatica: “chi non crede nella democrazia liberale sta con Putin mentre chi la vuole difendere, migliorare e magari rigenerare gli si oppone con fermezza”. Una scelta di campo così aprioristica e acritica, presupponeva che l’Italia dovesse affrontare interessi e problemi coincidenti con quelle USA e della NATO. Era una copertura integrale all’azione del Ministero degli Esteri, che, negli stessi giorni, da un lato inviava armi all’Ucraina , dall’altro aveva elaborato una proposta formale di pace, in termini del tutto irrealistici (dando per scontata l’impostazione USA NATO per cui la guerra sarebbe dipesa solo dalle mire espansionistiche di Putin nel Donbass e non anche dall’inadempimento del trattato Minsk2, chiedendo l’immediato cessate il fuoco senza la sospensione delle sanzioni economiche contro la Russia, ed inoltre l’immediato ingresso dell’Ucraina nell’UE).   In sostanza una proposta funzionale all’idea di un occidente trionfante e all’impostazione galvanizzata di USA e NATO (che per di più ha affidato  la libertà occidentale  alla forza delle armi  più che alla sua forza intrinseca fondata sullo spirito critico e sugli scambi tra cittadini), senza tener conto degli interessi della Russia, o meglio considerandoli già sconfitti. Non a caso proposta neppure presa in esame a Mosca.

Viceversa, già tre giorni prima un editoriale redazionale del New York Times, importantissimo quotidiano sostenitore dell’Amministrazione Biden, aveva pubblicato un pezzo argomentato che si conclude: “mentre la guerra continua, Biden dovrebbe anche chiarire al presidente Zelensky e al suo popolo che c’è un limite a quanto gli Stati Uniti e la NATO si spingeranno per affrontare la Russia, e limiti alle armi, al denaro e al sostegno politico che può radunare. È imperativo che le decisioni del governo ucraino si basino su una valutazione realistica dei suoi mezzi e di quanta più distruzione può sostenere l’Ucraina. Confrontarsi con questa realtà può essere doloroso, ma non è acquiescente. Questo è ciò che i governi sono tenuti a fare, non inseguire una “vittoria” illusoria”. Il NYT non ha dimenticato che la volontà di autonomia Ucraina è stata resa possibile proprio dai molto consistenti aiuti dell’Occidente. E prova che alla fine l’Occidente profondo tien conto della realtà e riflette sul concedere all’Ucraina aiuti illimitati, che attribuirebbero al dare alla caratteristica libertà, un marchio imperiale che con la libertà è incompatibile.  E’ perciò visibile che il quotidiano USA ha l’autonomia per fare il bagno di realtà e porsi problemi (atti inseparabili dal praticare la libertà). Quelli italiani no. E i due mesi successivi, sono proseguiti sulla medesima riga. Se non si è liberali, almeno si dovrebbe tener conto delle indicazioni del metodo liberale. Lo dice l’esperienza. Perfino il Papa – certo non un esponente politico liberale – ha definito la politica occidentale un “punzecchiare la Russia” controproducente.

4 –   Nel clima di questi mesi (ancora una volta non liberale) che aleggiava attorno ai due avvenimenti trattati fin qui,  si è per di più affiancata in modo crescente (e visibile) la tendenza del complesso della classe dirigente elitaria italiana a tentare di ricuperare quel suo controllo delle scelte pubbliche, messo in forte difficoltà dalle elezioni del 2018.

Si è perfino irrobustito l’eclatante accanimento con cui il blocco costituito dai gangli istituzionali   e dai mezzi di informazione, ha reagito fino ad oggi al risultato delle elezioni ‘18, che, reso primo partito il M5S, ha se non rimosso assai indebolito i gruppi del potere consociativo. I quotidiani attacchi ai grillini sono andati molto oltre le loro carenze obiettive   (mancanza di un progetto strutturato, di una cultura politica adeguata, di personalità con esperienza). L’interesse del blocco è sempre stato il ritorno all’epoca in cui i cittadini erano lodati e   trattati da sudditi.

Non si è voluto capire che la protesta populista nasce perché  i cittadini non  accettano un modo di governare la convivenza incapace di portare alle condizioni di vita implicite nella cultura libera.  E’ il frutto dell’aver distorto il cardine dell’Occidente, che è la libertà dell’affidarsi alle scelte di tutti i cittadini sui fatti. In questa primavera, insieme al manifestarsi italiano della malattia dell’Occidente, si è irrobustito il palesarsi di un tentativo di modifica del   rapporto tra   governo e parlamento, con il dare al primo una maggiore autonomia rispetto al secondo.  Tale problematica ha iniziato ad emergere sul tema dell’invio delle armi all’Ucraina (un tema non strettamente economico su cui Draghi non è attrezzato, né per esperienza né per formazione).  Dopo che i primi di marzo le Camere hanno votato un documento al riguardo, nelle settimane successive il M5S – ritenendo  tale documento una copertura non sempre valida, al passare del tempo e al mutare delle condizioni sul campo, vista la reiterata intenzione italiana di lavorare al raggiungimento della pace – ha richiesto reiteratamente che l’invio delle armi all’Ucraina   fosse ogni volta sbloccato da un voto del parlamento. Palazzo Chigi ha respinto la richiesta del gruppo più consistente della maggioranza, e ha diffuso il principio che la Presidenza del Consiglio non va   commissariata dal Parlamento. Un principio che è una tipica tesi della cultura elitaria, neppure coerente con il quadro costituzionale.

Nel medesimo periodo, Draghi si è appiattito sempre più sulla linea occidentale in Ucraina. Emblematico lo schierare l’Italia sul sì alle condizioni di Erdogan per  ampliare la NATO, scordando di aver di persona qualificato  Erdogan  un dittatore che perseguita i curdi e opprime gli oppositori. E in tema economia, Draghi  ha sottovalutato le pesanti conseguenze in Italia delle sanzioni contro la Russia, non ha colto la contraddizione tra inviare le armi all’Ucraina e il sostenere l’economia italiana per i bisogni dei cittadini, quasi fosse possibile far convivere pace e guerra.

Inoltre, il blocco elitario restauratore ha compiuto manovre d’aula e mosse per autoperpetuarsi in un governo preservato dal confronto politico. Ha pilotato nel M5S  un’ampia scissione filo  governo e  ha diffuso la notizia per cui il Governatore della Banca d’Italia (in scadenza a fine ottobre ‘23) rassegnerebbe a breve le dimissioni (smentite dall’interessato), e questo perché le dimissioni permetterebbero un successore “amico” prima delle elezioni . E come ultima carta, il blocco elitario restauratore ha  lanciato la campagna con l’annuncio che alle elezioni del ’23 il PD sarebbe arrivato al 30% (aumento di metà),  un annuncio funzionale alla speranza di farne il fulcro di una più ampia coalizione che mettesse al riparo il tradizionale potere del blocco elitario.

Un simile impegno non sulla soluzione sperimentale alle questioni reali della vita bensì sugli interessi dei gruppi elitari, sfugge sempre meno ai cittadini. Ed alimenta il populismo. In più il blocco elitario, almeno a partire da maggio, ha trascurato la discrasia montante tra queste sue posizioni e quelle della destra tradizionale circa il tema dei cinque referendum abrogativi sulla giustizia richiesti da molte regioni a maggioranza di centro destra. Il blocco non è intervenuto apertamente ma ha privilegiato  gli stretti rapporti con gli ambienti fautori di una giustizia affidata all’esercizio corporativo.

Ha supposto di poter vincere nel voto referendario (cioè far prevalere il NO)  limitandosi,  sui mezzi di comunicazione, a non sostenere la linea del centro destra pro quesiti.  Una linea siffatta è stata messa in crisi da due fatti. Almeno un terzo del PD si è impegnato nell’appoggio a diversi quesiti referendari. In più , a seguito dell’appello di Critica Liberale, il mondo  liberale (Marzo, Morelli, Paganini, Bozzi G.), insieme a quello dei social azionisti, ha dato vita al Comitato Il NO mediante il NON, che ha lanciato la tesi del non votare nei cinque referendum. L’argomento è stato che, nel caso dell’art.75, il non voto esprime in termini netti il rifiuto di usare il referendum per abrogare le norme indicate nei quesiti, dal momento che il tema giustizia è un compito complesso che spetta al parlamento e non alla democrazia diretta. Il non voto esprime la volontà di aver la certezza che i quesiti proposti vengano bocciati, nella consapevolezza che votare NO e basta, aiuta a vincere il SI’ . I 5 quesiti referendari hanno avuto un flop clamoroso (solo il 20% dei voti) e anche nei comuni ove si tenevano le amministrative lo stesso giorno, il voto nei 5 quesiti è stato sotto il 50% . Ciò ha comprovato come la spinta del Comitato il NO mediante il NON nei dibattiti televisivi e radiofonici pubblici e privati, nazionali e locali, attestandosi sull’otto per cento dei votanti alle amministrative, abbia contribuito in modo decisivo al mancato quorum.

La riuscita dell’azione liberale nella vicenda referendaria, ha innescato anche conseguenze d’altro genere sui rapporti politici generali. Di fatti, i partiti del centro destra hanno iniziato a rendersi conto che, oltre all’opposizione prevedibile del PD , del M5S e della variegata sinistra, non avrebbero potuto aspettarsi condiscendenza neppure dal blocco elitario, per natura radicato nei rapporti con gli ambienti degli statalisti, con i consociativi, con le corporazioni pubbliche. Così, nelle ultime settimane di giugno e le prime di luglio, quando è giunto all’apice lo scontro con il M5S – dalla vicenda della fornitura di armi all’Ucraina , alle modalità di gestire la questione degli aiuti sociali (iniziando dal salario minimo e dal reddito di cittadinanza) nel quadro del tentativo già descritto di marginalizzare lo stesso M5S e di riprendere il controllo sulla direzione del governo descritto più sopra – il centro destra felpatamente, ma con decisione crescente, ha iniziato a sganciarsi dall’appoggio al governo.

Lo stesso Presidente del Consiglio ha percepito che la sua ampia maggioranza si era sfilacciata (il M5S già non votava più la fiducia) e ha manifestato la propensione al ritiro, seguita poi da vere e proprie dimissioni, inizialmente respinte dal Presidente della Repubblica. In quei frangenti, quasi all’improvviso, il blocco elitario ha compreso che la situazione andava precipitando e , proseguendo nella tattica adottata nelle ultime settimane di creare nel paese un’immagine falsata dei fatti, ha utilizzato il legame con i mezzi di comunicazione (per lo più privi di professionalità) per lanciare una campagna martellante di appelli a Draghi perché restasse al suo posto e salvasse l’Italia (quasi che la visibile ripresa del paese fosse dovuta solo alla professionalità economica di Draghi e non anche ai fondi avuti dall’UE con il PNRR durante il Conte2 e poi alla reazione degli italiani). Ciò nella convinzione che Lega e Forza Italia non avrebbero resistito al richiamo degli appelli, all’insistita evocazione della triplice emergenza sanitaria, bellica , economica,  e avrebbero confermato l’appoggio alla macchina dello Stato messa in forse da un comunque eccessivo rifarsi alle scelte dei cittadini. Però il blocco elitario ha esagerato e ha voluto perfino convincere il Presidente del Consiglio ad affermare, nella replica al Senato, che lui poneva la fiducia perché glielo chiedevano gli Italiani. E’ indubbio che tale frase fuoriesce dalla logica della democrazia rappresentativa.

La democrazia rappresentativa   si affida alle scelte parlamentari e non alle manovre costruite a tavolino per privilegiare gli interessi di chi è in grado di muovere le leve della propaganda per ingabbiare i cittadini. Il centro destra, già scosso da quanto avvenuto con i quesiti referendari, ha concluso che, continuando a votare la fiducia, i mesi fino alla scadenza elettorale naturale della primavera 2023 sarebbero stati un continuo manifestarsi dell’elitarismo senza freni. E ha deciso di non votare la fiducia. Il Presidente del Consiglio ha quindi ribadito le dimissioni e Mattarella ha sciolto le Camere il 21 luglio, convocando le politiche per il 25 settembre 2022. Il blocco elitario si è per qualche giorno scatenato sui mezzi di comunicazione contro il centro destra colpevole di  aver aiutato il M5S, mettendo così a nudo l’assurda pretesa delle classi dirigenti di essere le sole capaci di dettare la linea per governare i cittadini. Poi è rifluito su una posizione tradizionale ed ha iniziato a battere la grancassa contro la possibilità di governare del centro destra (i sondaggi sono unanimi nel darlo sopra di molto, intorno al 47% di cui FDL il 23%) , e ad invocare l’unione degli antifascisti contro il pericolo nero (nonostante sia una forzatura storica) . Continuando a non precisare con quale programma di governo (perché basta che l’elite sia al governo).

Nell’ultima decina di giorni di luglio si è delineata la campagna elettorale che sarà.  Rivolta ad un mondo sorpassato, quello degli elettori sudditi da imbonire, come sempre. Si enunciano promesse mirabolanti senza dettagliare come realizzarle, convinti che l’argomento siano i sogni e non misurarsi sulla realtà concreta. I sondaggi unanimi , oltre al CDX, danno  il PD sul 22%, il M5S sul 10-11%, Sinistra Verdi sul 2-3%, Di Maio 1%, IV di Renzi sul 2,5% , +Europa Calenda sul 2%, infine i piccolissimi. Il PD si comporta come fosse restato  il custode della intangibilità dello Stato e si pone l’obiettivo di battere il Cdx (obiettivo impossibile con il rifiutare il M5S) o almeno di impedire l’autosufficienza numerica degli eletti del Cdx  al Senato (cosa assai ardua con il sistema elettorale vigente). Chi più chi meno, tutti citano il proprio essere liberali, mentre è di tutta evidenza che una formazione liberale non sarà  in gara il 25 settembre. Ci sono voci circa il possibile formarsi di un gruppo di centro, che, a parte la terminologia obsoleta (siccome gli estremismi non hanno più un’esistenza di rilievo), non ha politicamente niente a che vedere con il liberalismo, specie per la prassi di protagonismo esasperato, per l’assenza di una visione improntata alla libertà individuale  e per la mancanza di concretezza operativa all’insegna del dinamismo critico.

5 – Salta all’occhio che nei tre avvenimenti trattati qui dopo il mio libro uscito il 15 gennaio – l’elezione del Presidente della Repubblica, il dilagare in Italia della malattia dell’Occidente, l’alzare la cresta del blocco elitario ­– manca una qualsiasi azione politica percepibile di tipo liberale, misurata sull’attenzione prioritaria al cittadino. Cioè, il medesimo problema che costituisce il nodo  politico del nono capitolo del mio libro.

Gli avvenimenti confermano ogni volta che il liberalismo è davvero indispensabile nell’Italia di oggi, perché persegue la libertà – fattore determinante ­nel rapporto tra i cittadini diversi e quindi nella convivenza effettiva – aderendo alla sua natura aperta nelle relazioni e rispettosa dei fatti. La convivenza non riesce, quasi per nulla, a funzionare aperta e nel rispetto dei fatti, se non sussiste una formazione delle libertà, che si fondi sulla libertà individuale, si comporti di conseguenza e faccia da catalizzatore nella società. Altrimenti, il liberalismo, anche se dichiarato, si riduce ad essere un aggettivo di un’altra concezione politica e rientra nella vecchia logica dei partiti più o meno di potere. Una logica che, oltre a non essere alla portata del liberalismo, ne contraddice la fisiologia politico culturale.

Il nocciolo della questione sta nel divenire consapevoli che  l’impegno politico del liberalismo è una categoria d’altro genere rispetto alle solite dottrine per governare. Come ho già fatto cenno, per il liberalismo non è più l’epoca in cui i cittadini sono sudditi da guidare. Per cui a chi pratica le idee politiche liberali, non serve un partito che sia una falange di supporto quantitativo a quelle idee per sconfiggere le falangi nemiche (vale a dire non serve il solito partito, che ingessa l’opinione critica del cittadino in una struttura etero diretta, modello Scalfari, così  riproponendo la logica dell’istituzione di potere) e tanto meno una nostalgia del passato.  Serve un tipo diverso di raccordo tra i cittadini che praticano il metodo liberale: una   formazione delle libertà, che collega chi partecipa alla convivenza nel segno della propria autonomia critica e intende usare tale accordo per  impegnarsi affinché anche  altri diversi  cittadini possano fare lo stesso e  prevalga tale criterio.

Una formazione siffatta prima di tutto è necessariamente legata ai fatti concreti del mondo invece che alle sue interpretazioni mitiche ed illusorie. Perciò non segue la strada delle promesse più o meno roboanti, bensì quella delle proposte volte a risolvere il problema sul tappeto. Ad esempio, l’approvvigionamento dell’energia non sarà una pratica di retrovia e quasi fastidiosa da lasciare agli addetti, ma la questione centrale e preliminare della politica pubblica, visto che non è possibile vivere senza disporre di energia sufficiente (la sola energia umana prodotta sta nel dare la vita, seppur destinata ad avere un tempo limitato). Oltre ad assicurarsi una fornitura adeguata, e ragionevolmente non utilizzabile per ricatti, di materie energetiche di cui il nostro territorio non dispone, lo Stato si impegnerà a fondo in ogni settore che possa fornire energia, cominciando da quello idrico, dal geotermico, dall’eolico, dal solare e dalle fonti rinnovabili e investendo nelle tecnologie sulle maree, sulla desalinizzazione marina ed anche riprendendo dopo 35 anni l’attività nel settore nucleare, che non può mancare nel mondo di oggi.  Oppure, l’importante tema dell’ambiente non verrà più trattato con la predicazione emotiva delle colpe dei cattivi potenti da scongiurare mediante le campagne celebrative programmate negli studi pubblicitari. Verrà trattato indicando in dettaglio  le cose da fare in ogni iniziativa umana così da mantenere davvero il controllo sul conseguente impatto ambientale in termini di responsabile equilibrio.  Cominciando dal seguire quello che dice la scienza sperimentale degli scienziati (non l’affabulazione dei mezzi di comunicazione e dei social) sulla questione del clima, preoccupandoci di agire con azioni davvero a nostra disposizione, sperimentate e sperimentabili, prima di tutto in campo meteorologico , un campo che non deve mai essere concepito come un terreno sfruttabile per eccitare i cittadini e che deve essere maneggiato nella dimensione umana.

Il legame della formazione liberale ai fatti del mondo concreto, è alla base della fisiologia politico culturale del liberalismo. Il suo modo di essere, differentemente dalle religioni e dalle ideologie,  sta nello sforzo di modellarsi sulla realtà. Per tale motivo la fisiologia liberale ha come punto di partenza il cittadino individuo, ognuno diverso per corpo e cervello ed uguale agli altri di fronte alla legge. Tale metodo individuale, proprio perché fondato sul confronto sperimentale tra iniziative diverse, da origine a due linee.  Rifugge necessariamente il concetto di capo solitario e  favorisce il cambiamento connaturato al vivere. Rifugge il capo solitario in quanto attitudine estranea al liberalismo dato che contraddice il sistema del confronto conflitto tra i cittadini e crea privilegi. Favorisce il  cambiamento perché applica il liberalismo, che è la medicina naturale per sgretolare la conservazione, il sistema prevalente nel convivere durante millenni che però non è in grado di seguire in pieno e per tempo il ritmo della realtà vivente.

Il liberalismo è per natura contrapposto alla conservazione. L’illusione del conservatore è impedire alle cose di accadere finché presentano pericoli, e di fatto esprime una concezione statica che non vuole innovare l’esistente, che punta solo alla sicurezza escludendo il rischio (un’anima del liberalismo) e che soprattutto vorrebbe eliminare il tempo. Il liberalismo si àncora ai fatti concreti e si prefigge in ogni momento e luogo di sciogliere i nodi che ostacolano le iniziative della libertà individuale, dunque è di continuo alla ricerca del cambiamento liberatore. Tale ricerca il liberale la fa praticando la moderazione riflessiva del proprio senso critico e delle proposte operative da sperimentare. Il che testimonia che il cambiamento liberale non appartiene alla logica di far la rivoluzione (che si infiamma cancellando il passato e neppure superandolo davvero) ma a quella della trasformazione anche profonda (che incide sull’esistente per farlo evolvere in modo strutturale verso un maggiore. apertura).

Adottare il metodo individuale e il suo conseguente confronto sperimentale, innesca un cambiamento che, quando risulta positivo, diviene stabile (fino a quando successivamente si scopre inadeguato al nuovo tempo della libertà) e che costituisce la base di valutazione del funzionamento della specifica convivenza istituzionale. E’ su questa base che si forma la credibilità esterna di quella istituzione, vale a dire il riconoscimento che  essa, al fine di rispondere ai problemi del vivere quotidiano,  segue principalmente il metodo individuale, critico e rispettoso dei fatti. Nella realtà e nel filone liberale, la credibilità non dipende mai da presunti personaggi del destino, cui fanno ricorso solo concezioni ideologiche oppressive del cittadino, tra cui in Italia al giorno d’oggi svetta quella dei restauratori elitari.

Del resto, questo metodo individuale dei liberali è l’opposto della politica  chiusa in sé che protegge gli amici. E’  il sistema più sicuro per  cogliere la varietà della vita al passar del tempo e nei differenti ambiti territoriali. Supera la visione politica arretrata della rigida tripartizione in locale, nazionale ed estera. Nella visione liberale, la politica locale è l’ambito più vicino alle valutazioni dei cittadini, quella nazionale agisce in base agli indirizzi dei cittadini ed è soggetta al loro giudizio complessivo, quella estera è svolta dal governo in nome degli interessi nazionali e secondo i riscontri presso i cittadini. Così per il liberalismo, in ognuno dei tre ambiti, la sfida è manutenere sempre lo sviluppo della libertà e della diversità civile, ragion per cui anche in quello estero non deve essere seguita una concezione ispirata al potere degli stati invece che a libertà e diversità. Dunque la politica estera dei liberali non può prescindere dallo sforzo di garantire gli scambi di persone e merci pure tra realtà istituzionali contrapposte appunto sul tema della libertà. Non si giustifica in alcun modo, per i liberali, una politica estera che rallenta o addirittura impedisce gli scambi tra cittadini di stati differenti. Una politica estera del genere trasformerebbe la libertà in un marchio imperiale con essa incompatibile. Pertanto i liberali non confondono mai la collocazione internazionale dell’Italia – dalla parte dell’Occidente, al lavoro per costruire l’UE, esser membri della NATO  – con l’assecondare o anche solo subire la malattia dell’Occidente., la quale concepisce queste scelte internazionali venendo meno alla concezione della libertà e della diversità individuali come motore dello sviluppo umano. 

Insomma, la cifra distintiva del liberalismo è quella della libertà e della diversità che si sforzano, in  ogni momento ed in ogni luogo, tramite il confronto tra tutti  i cittadini, di individuare l’equilibrio adatto che determini, nella convivenza di allora in quel territorio, le relazioni interumane più aperte possibili. Per farlo, il liberalismo adopera sia il creare regole da rispettare per convivere (prescrittive ma non immutabili), sia il costruire istituzioni per svolgere un servizio di supporto diffuso a favore dei conviventi. Usa le regole stando attento a non renderle mai un totem al di sopra degli umani. Sono decise dai cittadini al fine di rendere possibili relazioni   eque tra di loro e non possono divenire una preminenza autonoma che, salvo la piena esecuzione della pena in quanto risarcimento per la colpa verso la società, giunga ad escludere gli aspetti umani.  In modo analogo, le istituzioni sono indispensabili quale centro di continua osservazione, che funga da sistema di garanzia perché ciascuno possa disporre di quanto necessario per il proprio modo d’essere e per le proprie   iniziative di fronte ai problemi del vivere. Nel complesso, le regole e le istituzioni sono per il liberalismo qualcosa di duttile finalizzato a rendere migliori le relazioni tra i cittadini, a cominciare dalle esigenze di vita quotidiane di ciascuno.

Una struttura che realizzi l’impostazione liberale sarebbe una grossa novità. Gli stati tradizionali modellati in chiave religiosa o ideologica, hanno sempre puntato a strutture più possibile corrispondenti alle impostazioni del capo e del gruppo dirigente, ritenute le sole adatte a soddisfare le attese dei cittadini (che perciò sarebbero attese collettive).  Invece il liberalismo si modella al massimo sulla realtà concreta, aliena dalla rigidità e dall’effettiva immutabilità. E’ il punto decisivo. Il mondo è un dato cangiante, non una teoria statica. Così il liberalismo  si sforza di adeguarsi per quanto riesce, facendo  assumere caratteristiche analoghe  alle regole pubbliche e alle istituzioni. Che sono uno stato di variabilità , di relativa incertezza, di essenziale non definitività. Non soltanto per il trascorrere del tempo, ma proprio per la condizione di fondo duttile del modo di esistere perfino dello stesso tempo (la scienza ha comprovato che anche esso non è del tutto identico in qualsiasi condizione).  Le cose del mondo sono inseparabili dalla conoscenza relativista. Lo stesso anche il liberalismo.

Nel mare degli aspetti cangianti, fino ad oggi la scienza fisica ha colto solo due costanti generali: la velocità di propagazione delle onde luminose e il necessario procedere del mondo dallo stato di ordine a quello di disordine. Ebbene, il liberalismo riproduce la prima costante mediante il metodo liberale, che, mantenendo e ampliando i contatti interpersonali, serve ad affrontare i nodi irrisolti della  libertà con proposte dirette  a scioglierli. E riprende la struttura della seconda costante  mediante l’uso del metodo individuale, che continua a corrodere sempre più l’ordine originario dando sempre più valore  al singolo esprimersi dei cittadini viventi all’epoca (quindi diminuisce l’ordine conformistico).

Questo relativismo sperimentalmente controllato,  è l’essenza del liberalismo. Che pertanto si è evoluto e  si evolve mettendosi al passo dell’allargarsi della conoscenza indotto dalla fisica classica, poi dalla relatività generale e nell’ultimo secolo dalle progressive scoperte della meccanica quantistica che hanno gettato di continuo nuova luce  sul modo di funzionare del mondo alle dimensioni piccolissime. Il che è risultato decisivo per iniziare a comprendere che la scala della libertà e della diversità umane non è descrivibile tramite logiche deterministiche e collettive. Si nutre del confronto tra tutti  i cittadini e può essere descritta solo in termini di probabilità circa quello che in ogni momento può divenire il materiale futuro effettivo. Appunto la situazione messa in moto dal conflitto liberale secondo le regole. Una situazione variabile, incerta,  con sbocchi alternativi plurimi, tendente a provocare mutamenti. Dominanti sono le scelte degli individui nel conflitto tra di loro.

6 – Anche questo semestre è stato un’esperienza istruttiva. La quale conferma   l’urgente necessità in Italia di una formazione dei liberali. E conferma inoltre il perché il liberalismo non sia surrogabile da aggregazioni non liberali. Tali aggregazioni non possono accettare di includere anche solo in parte il metodo liberale, in quanto è in contrasto inaggirabile con la loro natura di voler imporsi sulla realtà per realizzare il proprio libro sacro od analoghe concezioni rigide. Il che è inaccettabile per i liberali. E quando pensano di accettarlo, sognano l’impossibile. Mentre è innegabile la costante paura degli altri verso il liberalismo, soprattutto perché non lo comprendono nella sua dinamica non deterministica.

Urge che chi condivide le idee liberali, si applichi nella prospettiva di creare quanto prima in Italia la Formazione delle Libertà, indispensabile per il riequilibrio della gestione pubblica della convivenza. Che significa innanzitutto comportarsi da intransigenti. Iniziando dal non accettare il modo di governare burocratico elitario dei partiti ideologici che non intendono far scegliere davvero i cittadini, ma – al contrario  di quanto fatto negli ultimi anni  dai populisti – impegnandosi a diffondere un progetto alternativo liberale fondato su individui critici, sulla cultura e sull’esperienza della libertà e non sulle bandiere emotive.  E’ ragionevole pensare che l’occasione per iniziare a farlo si presenterà dopo il voto del 25 settembre.

Il fatto stesso della assenza a questo turno di liste compiutamente liberali nonché i dati dei sondaggi, portano a prevedere una vittoria del centro destra o al più  una sorta di pareggio al senato, ma in ogni caso ad un insuccesso della sinistra dimentica di sé ed asservita alle elites burocratiche. Da qui un governo in sostanza conservatore, lontano dai liberali, un liquefarsi del blocco elitario, per sua natura non disposto a schierarsi dalla parte perdente, e uno scompaginarsi della sinistra, che, dall’epoca del PDS in poi, ha cercato in vario modo di mimetizzarsi come sede del bene e del giusto  a prescindere dal fare, seppure in ritardo pluridecennale, una scelta sul piano ideologico di vera rottura dei legami con l’utopia marxista. In un quadro siffatto, è plausibile supporre che si allenterà parecchio il pregiudizio ideologico contro il liberalismo e che l’accumularsi di problemi che richiedono sempre più l’effettiva apertura dei rapporti civili e la crescita della libertà civile praticata davvero, daranno più spazio ai cittadini che intendono far maturare un’opposizione dando vita finalmente alla Formazione delle Libertà riequilibratrice. In tal caso, avrà fruttificato l’esperienza istruttiva.

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I punti del populismo (a Giovanni Orsina)

Da Raffaello Morelli a Giovanni Orsina, venerdì 22 luglio 2022

Caro Orsina,

senza dubbio da approfondire, ma cercando di farlo alla svelta. Perché la protervia elitaria si spinge sempre più a corrodere la convivenza italiana e non vuole intendere gli intenti populisti, i quali sono privi di progetti e di competenze ma vengono alimentati dal non ascoltarne le esigenze. E per ricucire il rapporto virtuoso tra classe dirigente e cittadini, non esiste altra via che dare il giusto peso al metodo liberale e alle sue proposte, che stanno ai fatti e cominciano sempre dal centrarsi sul cittadino individuo. Altre scorciatoie sono il viatico per il baratro.

Un caro saluto
Raffaello

Da Giovanni Orsina a Raffaello Morelli, giovedì 21 luglio 2022

Caro Morelli,

osservazioni interessanti le tue, che andrebbero approfondite con calma e tempo. Il tema che poni è essenziale, non c’è dubbio. Per reintegrarlo nel mio ragionamento, direi che l’elitismo che denunci è legato ai processi di depoliticizzazione che si sono sviluppati a partire dai tardi anni Settanta: l’abbandono della politica come strumento di dialogo democratico e liberale fra l’“alto” e il “basso” e il passaggio a modelli tecnocratici da distopia tocquevilliana – insomma: “io so’ io e voi nun zete un cazzo, ma visto che vi faccio vivere bene accettate la vostra subordinazione”. Credo che il mondo sia in effetti diventato più disordinato e pericoloso nell’ultimo quindicennio, e che questo abbia reso inaccettabile (non creato) l’elitismo di cui parli: “io so’ io e voi nun zete un cazzo, ma visto che non sono in grado di farvi vivere bene non accettate più la vostra subordinazione”.

Siamo perfettamente d’accordo sulla terapia, anche se è molto difficile somministrarla: o si ricuce un rapporto virtuoso fra classe dirigente e cittadini, o resteremo chiusi nel circolo vizioso elite arroganti-populisti improponibili.

Un caro saluto

Giovanni

Da Raffaello Morelli a Giovanni Orsina, martedì 19 luglio 2022

Caro Orsina,

ieri ti avevo espresso apprezzamento del tuo articolo su La Stampa dei giorni scorsi. Oggi, nel tuo articolo di stamani (NDE vedi estratto in calce), di nuovo svolgi considerazioni penetranti sui populisti, però non esamini una questione essenziale. Per farla breve, seguo la tua indicazione storica sintetica dei cinque punti per inquadrare la situazione.

Condivido in pieno il secondo, il terzo e il quinto punto (anche se incompleto). Il primo è omissivo. Nell’ultimo quindicennio si è  verificato un cambio di passo ma non a causa del fatto che il mondo è divenuto più disordinato e pericoloso. Ciò è avvenuto perché le classi dirigenti occidentali hanno aumentato la loro concezione elitaria (solo l’elite sa quel che si deve  fare e i cittadini devono convincersene alla svelta) e in conseguenza hanno progressivamente abbandonato la pratica della libertà degli scambi e dell’accettazione delle diversità. Da qui è derivato e continua a derivare la crescita del disordine profondo e dei pericoli. Questo è il  nodo. Allora il quarto punto va completato inserendo l’aggravamento non fortuito che dello iato fa la concezione elitaria. E il quinto anch’esso va esteso all’esplicito rifiuto della terapia elitaria. Oltretutto tale terapia manterrà lo spazio del populismo (non illudiamoci), perché essa prospera appunto sull’esclusione del cittadino in quanto non lo ritiene competente sul da farsi. Così il populismo manterrà una quota consistente di consensi, pur non essendo il medico adatto per le ragioni che hai descritto con efficacia.

La questione dell’estirpare la scorciatoia elitaria è incombente, specie in Italia, ove sempre più dilaga la tendenza, ancora una volta, a risolvere le questioni civili non con il dibattito politico sui fatti e sui progetti bensì con il ricorso al cavaliere bianco del momento.

Cordialità

estratto dall’articolo odierno di Giovanni Orsina su La Stampa

“…. La tesi che cercavo di argomentare di sabato scorso si può riassumere in cinque punti: negli ultimi quindici anni circa, il mondo si è venuto facendo sempre più disordinato e pericoloso; di fronte a questo disordine e a questi pericoli, i cittadini chiedono a gran voce sempre più politica; ma dal 1989 in poi la politica è venuta deperendo, e non riesce perciò a soddisfare questa domanda; nello iato fra domanda crescente e offerta insufficiente di politica sono cresciuti i populismi; ma l’offerta politica dei populisti è mediocre, e nel giro di qualche anno è inevitabilmente destinata a dimostrarsi fallimentare.”

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Le elites non sconfiggono il populismo

Il 30 giugno, Draghi  ha detto: “Non bisogna pensare al populismo come qualcosa da ostacolare, il populismo non si sconfigge disprezzandolo, ma con un’azione di governo che lo renda inutile”. Una diagnosi  corretta che mostra al contempo l‘errore dell’Occidente nonché del  governo italiano.

La protesta populista nasce perché  i cittadini non  accettano un governare la convivenza che non porta alle condizioni di vita implicite nella cultura libera.  E’ frutto del distorcere il cardine dell’Occidente, cioè la libertà dell’affidarsi alle scelte di tutti i cittadini sui fatti. Draghi lo ammette per il passato e assume che oggi vada tutto bene. Non è vero. Anche oggi le classi dirigenti vagheggiano di essere le sole capaci di dettare la linea per governare i cittadini, lisciati  ma ritenuti sudditi. Viene trascurata la sinergia delle diversità.

Da tre lustri l’Occidente, omettendo la diversità, ha diviso il mondo in fedeli da premiare e in nemici da sconfiggere. Ridotta la libertà a conformismo, non ha sopportato che la Russia resti uno stato illiberale volto al potere. Da qui l’Ucraina. L’UE la vedeva  corrotta,  ma la NATO ne spingeva il nazionalismo contro la Russia, anche mediante una serie TV con attore Zelensky. Insomma la NATO abbaiava contro la Russia, come ha detto il Papa . L’obiettivo era usare l’indipendenza ucraina  per  punzecchiare la Russia e, indotta la reazione autocratica dell’invasione, adottare contro di essa le sanzioni economiche. Roboanti ma  in conflitto con il metodo degli scambi, che è il dna della libertà e il motivo della sua superiorità.

Così, se Mosca  piange un po’, di certo l’Occidente non ride. Oggi l’Occidente è più compatto, ma  più solo. Le sanzioni sono state adottate  dal 16% dei Paesi, e gli atri hanno oltre l‘85% della popolazione e quasi metà del prodotto. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno deciso di costruire una moneta di riserva alternativa al dollaro. La strategia Nato ha affidato  la libertà occidentale  alla forza delle armi  più che alla sua forza intrinseca fondata sullo spirito critico e sugli scambi tra cittadini. In Occidente prevalgono le classi dirigenti sui cittadini. Il che continua ad agevolare la tenuta dei populismi nonostante i loro limiti.

In Italia vale l’accanimento con cui il blocco dei gangli istituzionali  e dei mezzi di informazione, reagì e reagisce alle elezioni ‘18, che, reso primo partito il M5S, rimossero quelli del potere consociativo. I quotidiani attacchi ai grillini vanno oltre le loro carenze  (mancanza di un progetto strutturato, di una cultura politica adeguata, di personalità con esperienza). Al blocco preme il ritorno all’epoca in cui i cittadini erano lodati e  trattati da sudditi.

L’emergenza pandemia e il PNRR dall’UE  hanno consentito a Draghi la  professionalità nel quadro parlamentare. Ma poi, la guerra in Ucraina ha rinsaldato i forti legami  esistenti tra Draghi e gli ambienti USA pro NATO, ha  indotto l’appoggio del blocco dei restauratori, in cui è scattata  la ritrosia rispetto alla rappresentatività dei cittadini. Così sul frequente invio delle armi all’Ucraina  senza ogni volta il preventivo voto del parlamento, Palazzo Chigi ha fatto sapere che la Presidenza del Consiglio non va  commissariata dal Parlamento. Tesi della cultura elitaria, incoerente con il quadro costituzionale.

Si è preso a coinvolgere  le Camere alla fine. Così in tema Ucraina, Draghi si è appiattito sempre più sulla linea occidentale. Emblematico lo schierare l’Italia sul sì alle condizioni di Erdogan per  ampliare la NATO, scordando di aver qualificato  Erdogan  un dittatore che perseguita i curdi e opprime gli oppositori. E in tema economia, Draghi  ha sottovalutato le pesanti conseguenze in Italia delle sanzioni contro la Russia, non ha colto la contraddizione tra inviare le armi all’Ucraina e il sostenere l’economia italiana per i bisogni dei cittadini, non reagisce all’inflazione che pesa sugli oneri  del debito pubblico e sul potere di acquisto.

Il blocco restauratore ha compiuto solo manovre d’aula e mosse per autoperpetuarsi. Ha pilotato  una scissione  governista nel M5S e  ha diffuso la notizia per cui il Governatore della Banca d’Italia (che scade a fine ottobre ‘23) rassegnerebbe a breve le dimissioni (smentite dall’interessato), perché permetterebbe un successore “amico” prima delle elezioni . E come ultima carta, il blocco restauratore  lancia la campagna sul PD al 30% (aumento di metà),  con cui spera di mettere al riparo il tradizionale potere consociativo.

Un simile impegno non sulla soluzione sperimentale alle questioni reali della vita bensì sugli interessi dei gruppi elitari, sfugge sempre meno ai cittadini. Perciò le parole di Draghi riportate all’inizio sono un auspicio che non centra il problema.

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Inefficacia delle elites

1- Un concetto giusto ma disapplicato. Di sicuro il nocciolo della situazione politica in cui si trova oggi l’Italia è ben descritto dalle parole di Draghi nella conferenza stampa del 30 giugno sul  populismo: “Non bisogna pensare al populismo come qualcosa da ostacolare, il populismo non si sconfigge disprezzandolo, ma con un’azione di governo che lo renda inutile”. Peraltro è chiaro che, facendo questa diagnosi in sé corretta, Draghi mette in mostra il grave (e pericoloso) difetto di fondo dell’attuale approccio politico dell’Occidente nonché del proprio governo in Italia.

La diagnosi è corretta in quanto coglie il perché arriva la protesta populista. Perché fasce sempre più larghe di cittadini non ritengono più accettabile il modo di governare la convivenza praticato fino a quel momento. Non perché i cittadini versino in insostenibili condizioni di povertà comprovate, ma perché i cittadini percepiscono la crescente impossibilità di raggiungere le condizioni di vita implicite nella loro stessa cultura civile  e promesse di continuo senza esito da chi li sta governando da tempo.  Nelle democrazie liberali un simile stato di cose deriva dalla  mancata (o comunque distorta) applicazione del meccanismo delle libertà. Che è il caposaldo dell’Occidente imperniato sull’affidarsi alle scelte di tutti i cittadini conviventi sia per i cambiamento di progetti da compiere periodicamente che per le persone cui affidare la gestione del ricambio. Tale pernio non può essere teorico. Va enunciato e praticato. Se non succede, la democrazia liberale si contraddice e perde forza.

Ora, con le parole in conferenza stampa sul populismo, Draghi ammette senza dubbio che esso è frutto del rifiuto del modo di governare che non rispetta il meccanismo delle libertà e le indicazioni dei cittadini. Lo ammette presumendo di riferirsi agli anni passati, e dando per scontato che oggi vada tutto bene. Ma è una vana illusione. La critica di principio è sempre valida. Però anche al giorno di oggi il modo di governare dell’Occidente e quello in Italia non soddisfano il meccanismo di funzionamento delle libertà. Le classi dirigenti persistono nel vagheggiare di essere le sole capaci di dettare la linea per governare i cittadini, trattati sempre con belle parole ma  considerati sudditi.

2- Nell’ambito internazionale. Non si possono ignorare i fatti. Nei primissimi anni 2000, venendo la Russia di Putin da una gravissima crisi economica, USA e  NATO ritennero opportuno instaurare con essa una cooperazione nell’ambito della sicurezza, che si concretizzò nell’incontro di Pratica di Mare tra Bush j., Putin, Berlusconi, Robertson (segretario NATO) in cui venne stipulato l’accordo che creò il Consiglio NATO-Russia, un organo permanente di funzionari sulla sicurezza e sulla cooperazione. Seguì poi un ulteriore Atto con  la promessa di “costruire insieme una pace duratura e inclusiva nell’area euro-atlantica in base ai principi di democrazia e sicurezza cooperativa”. Dunque, la Russia restava quello che era da quasi un secolo (uno stato illiberale con sole aspirazioni di potere) e l‘Occidente restava fautore di un sistema centrato sulla libertà dei suoi cittadini, con la tendenza a praticare questa libertà in termini di libertà globalizzata e conformistica. Nel 2007, alla Conferenza di Monaco, Putin espresse la completa insoddisfazione russa per il comportamento degli USA e della NATO e annunciò che Mosca avrebbe preteso un ruolo partenariato non subordinato a Washington in un mondo multipolare, insieme alla Cina.

Il comportamento dell’Occidente proseguì crescendo – specie negli ambienti NATO – la propensione a polarizzare il mondo in fedeli da premiare e in nemici da sconfiggere. Il fulcro divenne l‘Ucraina, che verso la fine degli anni ’10 l’UE riteneva formalmente paese assai corrotto ma di cui al contempo la NATO spingeva lo spirito nazionalista contro la Russia, contro l’applicare il trattato di Minsk2 (del 2015, che stabiliva il mettere nella Costituzione ucraina l’autonomia rafforzata al Donbass) e favoriva la trasformazione di una serie TV finanziata da oligarchi con protagonista Zelensky  e trama la presa di potere nel paese, dalla fiction alla realtà. Insomma la NATO abbaiava contro la Russia, come ha detto il Papa pochi giorni fa. La NATO non teneva conto che un tale comportamento non solo esulava dai suoi compiti ma contraddiceva la natura della libertà ed il suo essere imperniata sul rispetto della diversità che sta ai fatti concreti. Eppure tale indirizzo è stato sostenuto  pervicacemente per anni con istruttori e mezzi, nell’obiettivo dichiarato di usare l’istinto ucraino pro indipendenza nazionale per  punzecchiare la Russia e, provocata la reazione prevedibile (data la natura russa di autocrazia) dell’invasione , per adottare verso di essa una politica di sanzioni economiche, esaltante in superficie ma in contraddizione profonda con la politica degli scambi che è i dna della libertà e il motivo effettivo della superiorità di quest’ultima quale sistema per far migliorare la convivenza.

Dopo quasi un quadrimestre, le conseguenze sono evidenti. Se Mosca  piange un po’ (seppur non quanto sperato), di certo l’Occidente non ride. La  crociata occidentale delle sanzioni anti Putin ha reso l’Occidente più compatto, ma decisamente più solo. Le sanzioni sono state adottate solo dal 16% dei Paesi, e quelli che non le hanno adottate hanno oltre l‘85% della popolazione e oltre il 40% del prodotto mondiale. Inoltre neanche due settimane fa, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) hanno deciso di “costruire un partenariato di alta qualità per una nuova era di sviluppo globale” che porti ad una moneta di riserva alternativa al dollaro. Mentre la settimana scorsa,  la Nato ha varato il nuovo “Strategic Concept”. Quello precedente nel 2010 aveva la Russia quale partner strategico. Oggi la Russia è vista come la più rilevante minaccia alla sicurezza dell’area euro-atlantica. Insieme la Nato pone l’attenzione al Mediterraneo e  nel complesso sposta il suo baricentro  allargandosi ai confini della Russia. In pratica attua dopo un trentennio  la dottrina Brzezinski (consigliere per la sicurezza  con il Presidente Carter), allora avversatissima in patria e nel mondo, secondo cui allargare la Nato era “fondamentale per la costruzione di un sistema internazionale sicuro e nell’assicurare che un’Europa pacifica e democratica sia il principale partner dell’America”.

Un simile progetto ha più aspetti di gran rilievo. Si parte dall’accurata insistenza con cui è stato perseguito nell’ultimo quindicennio. Poi costituisce la scelta di affidare la libertà occidentale   alla forza delle armi  più che alla sua forza intrinseca fondata sullo spirito critico e sugli scambi individuali. Una scelta  incoerente e oltretutto senza la spinta  di situazioni di guerra in corso.  Per di più  la procedura necessaria per avere il sì della Turchia all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia,  abbandona i diritti civili dei curdi finora protetti con fermezza dall’Occidente e obbliga ad aiutare Erdogan nella repressione dell’opposizione interna (si badi, una procedura inaggirabile, perché, se non immediatamente rispettata, il parlamento turco respingerà  l’allargamento).

Dunque nel complesso è innegabile che nei rapporti internazionali l’Occidente persegue una politica segnata dal netto prevalere delle classi dirigenti sui cittadini nella materia del funzionamento delle convivenze. Il che continua ad agevolare la tenuta dei populismi nonostante i loro limiti oggettivi.

3- Nell’ambito italiano. Nel settore, le parole di Draghi non sono meno illusorie. Ad oggi resta intatta, nonostante i pessimi risultati, la pretesa delle classi dirigenti di avere il monopolio nel dettare la linea per governare i cittadini italiani. Ne è una riprova certa il pervicace accanimento con cui il blocco delle strutture istituzionali  e delle grandi catene di informazione, ha reagito, e persiste nel reagire, ai risultati delle politiche 2018, che hanno fatto del M5S il primo partito (di gran lunga) e messo in angolo i partiti allora dominatori da un ventennio. Dal 2018 il blocco attacca ogni giorno i grillini, colpevoli di aver  fatto saltare le precedenti logiche di potere consociativo. Questo dato va oltre le carenze oggettive manifestate dal M5S, fin dall’origine privo di un progetto strutturato, di una cultura politica adeguata, di personalità con esperienza pregressa. Le carenze sono un falso obiettivo, al blocco preme la restaurazione e il ritorno all’epoca in cui i cittadini si lodavano e si trattavano da sudditi.

Oltretutto, quel blocco  antigrillino  ha contributo in pratica  a confondere M5S e onda populista con il sovranismo, che pure è una cosa assai diversa. Il populismo nasce dal cittadino che si sente confusamente escluso e reclama centralità, il sovranismo esprime la volontà di privilegiare  l‘identità nazionale (iniziando dalla prospettiva UE), che è da sempre una pulsione della destra. Confonderli  è stato funzionale agli intenti del blocco, di evitare che maturassero ragionevoli cambiamenti nel governo del paese.  

La grande occasione è giunta con l‘arrivo di Draghi, in  quanto non esponente partitico. Per il primo anno l’emergenza pandemia e l’aiuto PNRR dall’UE, gli hanno consentito di applicare positivamente la sua comprovata professionalità di manager economico nel rispetto delle procedure parlamentari. Ma poi, lo scoppio della guerra in Ucraina ha fatto saldare i forti legami professionali preesistenti tra Draghi e gli ambienti finanziari USA impegnati a sostenere determinati gli abbai della NATO, con l’acritica propensione atlantista del blocco dei restauratori eccitati dal ritorno ai tempi passati. E’ scattata  in quel blocco, di fronte alle esigenze della libertà (secondo loro), la fisiologica ritrosia rispetto alle procedure  della democrazia dei cittadini. Così nella disputa con il M5S sul frequente ripetersi dell’invio delle armi all’Ucraina in mancanza ogni volta del preventivo voto del parlamentare, Palazzo Chigi ha fatto sapere in giro (senza che Draghi smentisse) che la Presidenza del Consiglio non va  commissariata dal Parlamento. Tesi incostituzionale, riferibile al filone della concezione elitaria secondo cui chi dirige è il solo consapevole delle necessità e non può essere ostacolato dagli altri.

Lungo tale percorso, si è via via diffusa, su vari temi dall’Ucraina all’economia, la moda del privilegiare i vertici delle rispettive strutture tramite le decisioni prese sotto il cappello Draghi. Con le Camere elette dai cittadini messe al corrente dopo. Così in tema Ucraina, Draghi è cresciuto nella stima degli Occidentali appiattendosi sempre più senza battere ciglio sulla loro linea internazionale ufficiale. Emblematico il suo schierare l’Italia sul sì alla richiesta di Erdogan per  ampliare la NATO scordando che i primi di aprile scorso aveva qualificato lo stesso Erdogan  un dittatore che perseguita i curdi e opprime gli oppositori. E in tema economia, Draghi  ha sottovalutato le conseguenze in Italia delle sanzioni economiche contro la Russia (conseguenze molto pesanti nei settori fulcro dell’energia e delle provviste alimentari), non ha colto la contraddizione tra inviare le armi all’Ucraina e la necessità di sostegni nell’economia interna per i bisogni dei singoli e delle famiglie, è messo in grave difficoltà dall’alta inflazione con i suoi effetti negativi a livello degli oneri sul debito pubblico e sul potere di acquisto.

Più che ad elaborare un progetto in grado di affrontare le problematiche attinenti la vita giornaliera dei cittadini, il blocco restauratore si è preoccupato di trovare risposte apparenti in una distorta logica di rafforzamento parlamentare e di preparare l’autoperpetuarsi. Nell’ultimo mese, da un lato ha pilotato  una scissione dei governisti del M5S raccolti attorno al Ministro degli Esteri (coinvolgendo circa 60 eletti  ma solo il 2,5% dei suffragi prevedibili, privi di un concreto progetto politico) e dall’altro lato ha fatto circolare sui mezzi di comunicazione la notizia insistente (sconosciuta a  Draghi) per cui il Governatore della Banca d’Italia (che scade a fine ottobre 2023) rassegnerebbe a breve le dimissioni (nonostante la recisa smentita dell’interessato). Questa fantasia è per cercare di garantirsi un successore “amico” in  questo fine legislatura prima delle politiche vinte dalla coalizione di centro destra. E come ultima carta, il blocco restauratore tende a lanciare il concentrarsi sulla campagna PD al 30% (aumento di metà),  con cui spera di mettere al riparo il tradizionale potere consociativo.

4- La trappola allo scoperto. Un simile impegno non sulla soluzione sperimentale delle questioni reali della vita bensì sugli interessi dei gruppi elitari, è sempre più difficile dissimularlo in politica e sfugge sempre meno ai cittadini. Perciò le parole di Draghi riportate all’inizio sono un auspicio che non centra il problema. Ancor oggi, in Italia l’azione di governo non scongiura il populismo. Appunto perché si blatera di competenza senza esercitarla e in ogni caso contrapponendola  al tener conto della diversità dei cittadini, motore continuo di cambiamento. Scorciatoie del genere non nutrono quella libertà che caratterizza un Occidente distinto dalle autocrazie solo quando si mantiene coerente.

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Ringraziamento e rilievo (all’on. Marco Bella)

Inviata per conoscenza anche ae onorevoli Raffa, Corneli e Flati

Egregio Onorevole,

essendo venuto a conoscenza dell’interrogazione n. 5-08323 da Lei presentata insieme alle colleghe Raffa, Corneli e Flati, desidero ringraziarLa molto, insieme alle Sue colleghe, per l’ inequivoca richiesta al Governo espressa negli ultimi tre commi – effettuare una campagna di propaganda a favore del dare l’8×1000 allo Stato – , che rappresenta un significativo tassello dell’impegno civile contro il diffuso clericalismo.

Per coerenza laica, mi permetta peraltro di segnalarVi l’incoerenza rilevabile nel terzo comma dell’interrogazione n. 5-08323. Infatti è non poco fuorviante asserire “il medesimo contribuente, il quale non indica espressamente un beneficiario per il suo 8 per mille dell’Irpef, destina invece l’imposta cui è assoggettato alla ripartizione proporzionale tra i vari beneficiari dell’otto per mille” dal momento che l’art.47 della 222/85 tratta la questione in due periodi distinti che non consentono tale asserzione. Nel primo stabilisce la destinazione del gettito 8×1000 IRPEF in base alle scelte espresse dai singoli contribuenti, nel secondo fissa la destinazione della parte del gettito 8×1000 IRPEF non soggetta ad opzione mediante proporzione alle scelte espresse. Dunque, l’espressone costituente il terzo comma dell’interrogazione n. 5-08323 indica erroneamente il contribuente come soggetto che destina la sua imposta alla ripartizione proporzionale, quando per legge è l’Erario il soggetto che effettua la destinazione proporzionale, siccome il contribuente non ha optato e le quote 8×1000 non optate dal contribuente restano di proprietà dell’Erario.

La rilevanza della questione trova un riscontro significativo nella circostanza che proprio l’attività pubblicitaria da Voi sollecitata nell’interrogazione non è mai stata effettuata per anni prima del 2020, è stata ridotta nel 2021 e poi di nuovo rimossa . Ciò corrisponde all’intento operativo delle strutture istituzionali, di sottovalutare – termine eufemistico – l’importanza della destinazione allo Stato della quota 8×1000 , facendola passare come una scelta non compiuta ma avallata dal Cittadino, al fine di nascondere il privilegio clericale derivante dalla destinazione proporzionale.

A disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti e comunque per proseguire nell’esseziale battaglia laica

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Su Nordio e il migliorare le condizioni di convivenza

Il clamoroso flop  dei cinque quesiti referendari è stato un successo della democrazia rappresentativa introdotta dai Costituenti. In particolare il meccanismo dell’art.75 ha svolto il suo compito   e, avendo votato solo il 40% degli aventi diritto, ognuno dei cinque questi è stato bocciato. Purtroppo la cultura profonda del paese non è di tipo sperimentale, per cui in questi giorni successivi i fautori dei quesiti non riflettono sul risultato di quanto avvenuto e si lanciano imperterriti in ragionamenti estranei alla logica rappresentativa sperimentata.

Il più noto di questi fautori – il Presidente dl Comitato del SI , l’ex magistrato Carlo Nordio, personaggio non banale con lunga pratica nel settore – è stato quello che ha focalizzato le loro posizioni con estrema chiarezza in un’intervista al Giornale di martedì 14 giugno. “Se in grandi città come Palermo e Genova vota meno della metà dei cittadini per la scelta del sindaco, questo vuol dire che si affidano, per disinteresse o pigrizia, al voto altrui. E come è legittima la loro nomina, altrettanto è significativa, benché senza quorum, la conta dei voti del referendum”.

Ora, pur mantenendo la pacatezza richiesta dall’argomento, non si può tuttavia nascondere che in tale dichiarazione ci sono almeno due aspetti insostenibili nel fare una oggettiva valutazione della materia. Uno è il paragone tra la partecipazione nelle elezioni ordinarie e quella nel voto nei referendum abrogativi. L’altro è l’equiparare nei referendum abrogativi, la questione del rispetto del quorum al dare valore al conteggio dei Si e dei No tra i voti espressi. Ambedue tali aspetti non sono problemi dottrinali ma toccano questioni cardine per comprendere i modi del libero convivere quotidiano.

Quanto alla partecipazione, essa riveste un ruolo differente, nel caso dei referendum abrogativi  e in quello dell’elezione dei Sindaci. Nel primo caso, il quorum è una scelta decisiva di politica civile che sottolinea il ruolo parlamentare: la norma esistente votata dal parlamento può essere cancellata solo se ha partecipato al voto il 50%+1 degli aventi diritto, vale a dire di tutti i cittadini a prescindere di come la pensino o di come si comportino.  Nel secondo caso,  si distingue tra i Comuni con popolazione fino a  15.000 abitanti e sopra. Fino a 15.000, viene eletto il candidato che ha preso più voti e sopra quello che supera i 50% al primo turno oppure , se non ce ne sono, quello che prevale al ballottaggio.  In ciascuno di questi due casi, alla fine non è determinante per l’elezione che un candidato riporti un numero di  voti prefissato, dal momento che gli elettori possono votare nell’urna oppure decidere a piacimento di non farlo (non si dimentichi che la Costituzione auspica il voto, ma non stabilisce alcun sanzione per chi non rispetta l’auspicio). Insomma, fare della partecipazione al voto il fulcro della democrazia è un errore concettuale gravissimo (specie per chi si dice liberale). Della partecipazione va tenuto conto in quanto significativa manifestazione nella democrazia, ma il votare nell’urna non la misura perché della democrazia fanno parte tutti i cittadini, che votino nell’urna oppure no e  per qualunque motivo facciano la scelta.  Dirimente è la libertà di poter votare.

Poi c’è l’aspetto del dare valore al conteggio dei Si e dei No tra i voti espressi. Tale conteggio ha senso solo se riferito alla pura statistica.  Attribuirgli un peso politico (la vera volontà popolare al di là dei formalismi giuridici) equivale ad imboccare la strada  del volere la democrazia diretta. Vengono considerati non tutti i cittadini ma fatti prevalere solo quelli più attivi e più compatti ( ad esempio, con tale criterio il 12 giugno sarebbero stati approvati tutti e cinque i quesiti). Ciò vuol dire rifiutare i meccanismi con cui si formano le decisioni della democrazia rappresentativa, e invece privilegiare in ogni caso le aggregazioni rispetto al confronto sulle proposte riferito all’insieme dei cittadini. Cosa che confligge con l’esperienza secolare, che ha mostrato il carattere  della democrazia diretta: illudere con le promesse ma non costruire.

Le tesi di Nordio , al di là della maggior cautela, equivalgono a quelle dei fautori del SI , che danno la colpa del flop dei referendum alla mancanza del traino di altre elezioni contemporanee. Anche qui un ragionamento non corrispondente alla realtà. Perché nei comuni ove ci sono state le amministrative, l’affluenza ai referendum è stata sì superiore al 20% ma comunque assai inferiore al quorum del 50%+1 poiché dal 5% all’8% degli elettori ha comunque rifiutato le schede referendarie.

Il flop referendario del 12 giugno dovrebbe far riflettere sul come sia sterile continuare a pensare di migliorare le condizioni della nostra società sognando scorciatoie rapide e risolutive all’insegna demagogica. Quanto prima ci si renderà conto – a cominciare da chi opera nei mezzi di comunicazione – che la vita democratica richiede tempo e fatica, si fonda sullo sperimentare e di conseguenza su continui cambiamenti, meglio sarà. I protagonisti sono i cittadini diversi che usano lo strumento del dibattito politico rappresentativo per soppesare le rispettive proposte al fine di continuare a migliorare la convivenza con l’attenzione alle condizioni di vita individuuli, come hanno fatto fino ad oggi seppur con tanti limiti.

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