Sul Gran Pignolo

La nascita del Gran Pignolo, più che celebrata, va capita per ciò che ha dimostrato da allora. Mauro della Porta Raffo fu invitato a scrivere sul Foglio il 5 settembre 1996 perché segnalava con eleganza lo spessore e la quantità delle notizie date dai giornali che non corrispondevano alla realtà dei fatti. Da qui il nome di Gran Pignolo. Interpretabile in due sensi contrapposti. Come apprezzato richiamo alla necessità di diffondere solo notizie esatte, oppure come vezzeggiativo dell’accuratezza nel valutare il comportarsi improprio dei media, senza attenzione al suo perpetuarsi.

L’intento di Mauro della Porta Raffo era indiscutibilmente il richiamo al dare solo notizie esatte. Perché far conoscere gli avvenimenti come sono, è il presupposto irrinunciabile dei liberali per poter effettuare a ragion veduta le valutazioni e le scelte elettorali individuali, il cuore del convivere democratico.  Si tratta di un presupposto essenziale. E’ utile poiché ribalta la tradizione del seguire le disposizioni di un qualche testo sacro, ideologico o religioso. Il nuovo sta nel vedere la realtà come qualcosa che muta al passare del tempo e non è fissabile per sempre. A quell’epoca, Antonio Di Bella chiosò “la storia della stampa italiana si divide in due parti, prima e dopo Mauro della Porta Raffo”.

Gli avvenimenti di questo trentennio hanno provato che Di Bella ha segnalato uno spartiacque ma che, nella parte del dopo, i mezzi di comunicazione hanno praticato la seconda interpretazione dell’appellativo Gran Pignolo. Un vezzeggiativo accurato nel valutare il loro comportarsi, lasciando però che giornali e giornalisti perpetuino il comportarsi distorto. Nel trentennio, con progressione crescente, giornali e giornalisti si sono dedicati non al dar notizia di quanto avviene nel quotidiano, bensì al narrare la linea indicata dalle elites burocratiche prevalenti al momento. Linea che non tiene conto degli indirizzi voluti dai cittadini e di cui giornali e giornalisti appoggiano i governi amici quando ci sono. Agendo così, giornali e giornalisti, salvo rare eccezioni, non adempiono al compito professionale, e creano le premesse per il proprio opporsi disperato, quando avviene che a quei governi i cittadini reagiscono con il populismo e i media si trovano privi degli abituali poteri di riferimento.

Del Gran Pignolo c’è gran bisogno ancora oggi: la necessità di diffondere solo notizie esatte resta essenziale nel mondo che cambia. Mauro Della Porta Raffo insiste nella propria attività di Gran Pignolo, con gli scritti e con la radio. Anche nell’ultimo periodo applica la sua pignoleria (il richiamare le notizie esatte) al riflettere sul Presidente Trump così come è, un personaggio pluripartitico ed ostinato che non vuole farsi irreggimentare. Purtroppo anche giornali e giornalisti – almeno negli assetti filo sinistra antecedenti i numerosi cambi di proprietà delle testate in corso da dodici mesi – insistono imperterriti nel diffondere le ricette impositive del dover essere sognato. Trump sarebbe il male pervasivo e l’antifascismo una priorità.  Invece di informare, vogliono indottrinare e fanno danni.

Vivissimi auguri liberali al Gran Pignolo.

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Non contraddire la libertà occidentale

La nomina di Andrea Pirlo quale Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio è nella bufera. E’ stata già criticata per un analogo motivo da tre esponenti politici di rilievo. Pina Picierno, vice Presidente del Parlamento Europeo, del gruppo Spazio Pubblico aderente a Renew Europe, lo ha fatto perché “Pirlo ha prestato ripetutamente il proprio prestigio a normalizzare il regime di Putin partecipando alla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata”.  Carlo Calenda, segretario di Azione, perché “ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022, anno dell’invasione dell’Ucraina”. L’on. Mauro Berruto, della Segreteria PD responsabile dello Sport, perché “il fatto che lo sponsor di Pirlo sia russo è un’aggravante”. 

Inoltre, l’atleta olimpico ucraino Vladyslav Heraskevych – squalificato dal CIO per avere un casco commemorativo degli ucraini caduti in guerra – ha scritto sui social “oggi è stato uno degli attacchi russi più grandi. E oggi la leggenda del calcio italiano Andrea Pirlo è stato avvistato a Mosca accanto al calciatore russo Dzyuba, che sostiene apertamente la politica del Cremlino e l’uccisione di ucraini. È triste vedere le leggende dell’infanzia trasformarsi in falliti morali per i quali nulla è più prezioso dei rubli russi. Vergogna”.  Pirlo ha già respinto le accuse definendole strumentali oltre che ipocrite e aprendo alla possibilità di risolvere il contratto con il bookmaker russo. 

Qui non mi interessa sapere come si concluderà la vicenda dell’incarico Commissariale di Pirlo. Mi interessa ribadire che l’andazzo di mischiare alla politica il calcio o lo sport in generale, manifesta una concezione pubblica autoritaria. E quindi allarma parecchio i liberali. 

Lo sport non si confondeva con la politica già nell’antichità, quando le guerre venivano sospese in concomitanza ai Giochi Olimpici. E al giorno d’oggi, dopo una maturazione secolare, è sempre più evidente in base ai dati sperimentali che la politica democratica è scegliere le cose da fare tra le proposte discusse, usando il voto dei cittadini individuo, e poi verificare le scelte sulla scorta dei risultati ottenuti. Con una tale procedura in cui ciascuno è coinvolto, aumenta la capacità di conoscere il mondo, di ampliare il produrre le risorse materiali indispensabili per il nostro esistere, di migliorare via via le condizioni del convivere. Perché l’essenza della vita sono la diversità e il cambiamento, cosa che vale per ogni cittadino vivente. 

Pretendere che sport e politica siano uniformi, equivale a limitare la diversità riducendone le modalità espressive, a regredire quanto agli strumenti operativi e a voler tornare al seguire linee predeterminate per il futuro. Insomma significa nella sostanza negare la realtà e ricorrere al sogno di un dover essere prestabilito in mano a chi governa. Un modo innaturale di comportarsi, che al fondo resta statico, non evolve, aspira al passato, elude il fluire del tempo.

Mischiare sport e politica non è un vezzo trascurabile. Si può essere a favore o contro la scelta di Pirlo quale CT della nazionale per ragioni di tecnica calcistica. Esserlo perché Pirlo farebbe il gioco di Putin, contraddice i principi della libertà occidentale.

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Cronologia del Liberalismo da 4.13 fino a 4.15 b)

4.13  Il 1979, rilevanti cambiamenti fatti od avviati  – Fu un anno denso di avvenimenti internazionali, attesi e non, che lasciarono a lungo tracce profonde.  Dal Capodanno, gli Stati Uniti riconobbero la Repubblica Popolare Cinese come solo rappresentante della Cina. Presero anche atto  che la Cina riteneva l’isola di Taiwan parte del proprio territorio, però non lo  accettarono mai in modo esplicito. Anzi quattro mesi dopo vararono una legge di speciali rapporti con l’isola, che continueranno fino ad oggi.  
In Iran, due settimane dopo, a seguito delle proteste di piazza per la sua politica repressiva, lo Scià Reza Pahlavi andò in Egitto ufficialmente per curarsi, senza far mai ritornare. Le conseguenti manifestazioni di giubilo (insieme alla scarsa lungimiranza dei paesi occidentali), aprirono la strada ad inizio febbraio per il ritorno da Parigi, dell’ayatollah Khomeini. Si attivò un processo rivoluzionario che portò in breve alla nascita della Repubblica Islamica, la quale da allora divenne progressivamente il fulcro del fondamentalismo religioso musulmano nel mondo.  
In Portogallo , ove il governo Soares aveva avanzato nel marzo ’77 la richiesta di entrare nella CEE, erano iniziate serrate trattative sull’adesione, assistita anche da aiuti finanziari. Nel corso delle trattative, durante il ’79, vennero accordati periodi di transizione a favore dell’industria lusitana.
In vista delle prime elezioni europee fissate a giugno, in Italia, durante l’inverno la novità di maggior rilievo fu la decisione del PRI, voluta con forza da La Malfa, di far parte del gruppo liberale al Parlamento Europeo. Fu una decisione molto sofferta della direzione PRI divisa a metà, e non digerita fino in fondo nella base tradizionale  anche negli anni successivi .
In Gran Bretagna, proseguiva il Governo Callaghan, laburista di minoranza con l’appoggio esterno del Liberal Party. In quei mesi, il Governo era alle prese con forti malcontenti sindacali e fitti scioperi, che lo indussero a convocare ai primi di  maggio le elezioni anticipandole di qualche mese.
A fine gennaio, in Italia, il Congresso del PLI confermò Zanone a larga maggioranza (il 70%) e costituì la nuova minoranza, Autonomia Liberale, capeggiata da Costa e comprendente buon parte della vecchia Libertà Nuova.  Non Malagodi, che si sganciò e  si mantenne al di sopra delle parti (comprovando che, a parte alcuni errori di cui era stato personalmente responsabile,  era rimasto prigioniero dei molti colleghi di corrente più conservatori del consentito ai liberali). Venne anche modificato lo Statuto che passò al proporzionale con soglia. L’on. Bozzi divenne il nuovo Presidente, mentre fecero parte della Segreteria, Biondi , Altissimo e il Segretario della GLI Patuelli, forte di notevoli successi elettorali nelle scuole e nelle Università.  La linea di Zanone fu chiedere “una maggioranza di forze democratiche europee, socialisti, liberali, cristiani, per una formula nuova di correzione delle egemonie DC e PCI” .
Nella CEE  il sistema dei prezzi condivisi nella comune politica agricola, era stato sempre più compromesso dai disordine introdotti dalla crisi del petrolio. Al fine di riportare ad un equilibrio , a fine autunno ’78 si era adottato un rimedio, il Sistema Monetario Europeo (in Italia il Parlamento votò  a favore, con il Sì di  DC, PSDI, PRI, PLI ,  astenuto PSI, contro il PCI che vedeva allontanarsi la logica dell’eurocomunismo e con essa del considerare essenziale il ruolo dei comunisti).  Il rimedio SME divenne operativo dal  il 13 marzo del ’79. Lo SME. Si fondava  su  tassi di cambio che mantenevano entro un intervallo ristretto le oscillazioni delle valute. A tal fine adottava  l’ECU (una  unità di conto virtuale fatta dalle monete dei paesi membri) di bande di oscillazione del 2,25%,  in più o in meno (o del 6% nel caso della lira). Lo SME porterà a frequenti riallineamenti  valutari ma funzionò per anni.
Intanto, il 1° marzo del  ’79 si tennero le elezioni generali in Spagna – le prime con la nuova Costituzione – in cui venne confermata la maggioranza relativa del Governo Suarez con la sua Unione di Centro Democratico, UCD. Proseguì il Governo di minoranza, con i socialisti all’opposizione, e un periodo di stabilizzazione della democrazia spagnola.
Il 26 marzo 1979 si verificò l’evento della firma del Trattato di Pace tra Egitto ed Israele, sottoscritto  da Anwar Sadat  e  da Menachem Begin. A parte l’immediato scambio previsto nel Trattato –  riconoscimento reciproco e  restituzione del Sinai all’Egitto – , fu un passo storico  con l’ingresso  degli strumenti di ragionevole realismo della libertà nella contrapposizione tra mondo ebraico e quello musulmano segnata dal fanatismo dell’integralismo religioso del secondo. Purtroppo, anche se era ovvio prevederlo,  i problemi risolti furono molti ma non bastarono a battere il revanscismo integralista, che imperterrito proseguì con i suoi metodi violenti nelle idee e nella fisicità.
All’alba del 28 marzo, in Pennsylvania, la centrale nucleare di Three Mile Island ebbe un guasto banale e rilasciò gas radioattivi.  Al momento non vi furono conseguenze tragiche ma sorsero, a cominciare dagli Stati Uniti e via via nel mondo, numerosissimi movimenti di protesta contro l’uso della tecnologia nucleare in campo civile, che in pratica ne bloccarono lo sviluppo per decenni. In particolare, in Svezia, l’evento indurrà il Governo monocolore a convocare per l’anno successivo un referendum consultivo che desse indicazioni in merito a tre opzioni. Cessare l’espansione nucleare restando con massimo una dozzina di reattori fino al termine del loro ciclo economico; smantellare con gradualità gli impianti trasferendone la proprietà alla parte pubblica; abbandonare il nucleare entro dieci anni.
La crisi in Italia del Governo Andreotti IV si protrasse per circa due mesi e finì con il reincarico ad Andreotti, che formò il suo quinto governo  in coalizione solo con PRI e PSDI. Tuttavia,  a fine marzo in Senato, Andreotti non ottenne la fiducia per un voto. Il Presidente Pertini sciolse le Camere ed indisse le elezioni a giugno.
I primi di aprile, in Belgio, dopo le elezioni tenutesi nel dicembre precedente, si insediò il nuovo governo presieduto da Wilfried Martens, Popolare Cristiano fiammingo, sostenuto da un’ampia coalizione tra Cristiano-Sociali e Socialisti , che si impegnò a realizzare le riforme istituzionali rese indispensabili per fronteggiare le divisioni tra fiamminghi e valloni.
Poco più di un mese dopo, all’inizio di maggio, nelle urne inglesi ci fu un’alta affluenza, di cui beneficiarono quasi del tutto i  Conservatori, i quali guadagnarono intorno a tre milioni di voti e la maggioranza assoluta dei seggi. I Laburisti di Callaghan persero in percentuale e in seggi mentre il Liberal Party ebbe due eletti in meno. Divenne Premier  il Capo dei Conservatori, Margaret Thatcher. Fu la prima donna Premier. L’avvento della Thatcher avviò in campo economico una robusta svolta  verso il libero mercato, però non supportata da norme civili più aperte nella convivenza.
Negli stessi giorni, in Austria le elezioni furono vinte dal Cancelliere Socialista Bruno Kreisky in carica da nove anni che ottenne un po’ più della maggioranza assoluta in un quadro di alta affluenza alle urne. Detto in modo sintetico, la linea del Governo era quella della neutralità in politica estera e in quella interna dell’espansione dello stato sociale, resa possibile da una situazione economica assai solida e da una piena occupazione .
A fine maggio ’79 venne firmata l’adesione alla CEE della Grecia, che divenne il decimo paese membro. Un’adesione fortemente voluta dal Governo Karamanlis , con l’opposizione di quasi tutti i  Socialisti e i Comunisti, per giungere ad irrobustire la stabilità e la crescita. Venne previsto un quinquennio di transizione verso la totale integrazione.
Sempre a fine maggio, terminarono in Canadà i 18 anni di governo del liberale Pierre Trudeau. Di fatti il Partito Liberale arrivò largamente primo nel voto popolare, ma fu sconfitto negli eletti dai Conservatori, 136 contro 114. Il nuovo Governo dei Conservatori non aveva però la maggioranza in Parlamento (c’erano anche 26 del Nuovo Partito Democratico). E fin dai primi giorni se ne colse la fragilità-
In Italia, mentre  proseguivano i disordini e le violenze, si arrivò  alle elezioni anticipate i primi di giugno. Nel PLI si verificò una mossa improvvisa del Segretario, del tutto solitaria (tutti i maggiori esponenti del vertice PLI si dissero contrari) e foriera di significative conseguenze politiche nel quindicennio successivo. Decise di candidare a Milano Egidio Sterpa. Una candidatura su cui vale la pena di soffermarsi. Sterpa, un giornalista ultraconservatore, all’inizio dei ‘50 membro della Legione Nera, arrestato nel ’51 con Rauti, era stato a lungo esponente DC a Milano che non lo candidò per due volte nonostante lo avesse già deciso la Direzione provinciale. Appena entrato nella lista PLI, Sterpa dichiarò : “Mi ero inserito nelle liste DC allo scopo di condurre dall’interno da indipendente, una azione di opposizione ad ogni compromesso”. Per lui, dunque, il “compromesso” era la presenza del PCI nell’area di governo, mentre il problema politico DC era talmente irrilevante da tentare di intrupparsi sotto le sue bandiere. Giudizio opposto alla costante linea del PLI: il compromesso era un “passo a due” , le soluzioni liberali erano alternative a quelle comuniste, ma la DC era la prima responsabile della crisi italiana. Nel complesso, candidare Sterpa assai preoccupante sotto il profilo di una prospettiva del PLI di una politica aperta non basata sull’anticomunismo.
Alle urne  ci fu un lieve calo della DC, un notevole arretramento del PCI (meno 4% e meno 27 deputati alla Camera), lievi aumenti del PSI , del PSDI e del PRI e uno consistente del Partito Radicale. Il PLI riprese quota, riportando il 1,9% (nove deputati e due senatori) tendenza che sarà quasi raddoppiata la settimana seguente alle prime elezioni europee , il 3,6% e tre parlamentari. La settimana dopo, il 10 giugno, si svolsero le elezioni per il Parlamento della CEE con un’affluenza di quasi i due terzi. Primo partito risultò quello Socialista (il 27,5% con 113 eletti) , seguito dal Partito Popolare ( poco oltre il 26 % con 107 eletti), dai Conservatori (15% e 63 eletti), dai Comunisti (il 10,7 e 44 eletti), dai Liberali (9,7% e 40 eletti) ed altri piccoli gruppi.
A metà luglio, il Parlamento CEE elesse Presidente alla seconda votazione con tre voti oltre la metà dei votanti la liberale francese Simone Veil , sopravvissuta dei campi nazisti, sostenuta, oltre che dai liberali, dai popolari e dai conservatori. Nel discorso di investitura, la Veil ricordò che l’Europa aveva di fronte tre sfide fondamentali. La fragile pace che era la risorsa più importante. La libertà di cui gode l’Europa circondata da regimi in cui prevale la forza bruta e di cui l’Europa aiuterà il rafforzamento poiché “la libertà è un valore troppo spesso non colto finché non è perduta”. E infine, la grande sfida della prosperità, che vede i livelli di vita sconvolti da ampie crisi quali la crisi petrolifera.
Qualche tempo dopo, in Italia, venne varato un nuovo Governo (da cui venne escluso il PCI) presieduto da Cossiga, DC,  con i voti della DC, del PSDI e del PLI ma con l’astensione del PSI e del PRI, dunque con il sostegno del pentapartito. Il PLI ebbe due Ministri, Valitutti all’Istruzione ed Altissimo alla Sanità.
In Svezia, a metà settembre, vi furono le politiche. Di nuovo vinse il terzetto del Partito Moderato, del Partito di Centro e dei Liberali, che ottennero un’incollatura più della metà degli eletti (forte aumento dei Moderati, ancor più forte regresso del Centro e meno uno dei PopolarLiberali) rispetto ai Socialdemocratici e dell’altro Partito della Sinistra (che guadagnarono rispettivamente due e tre seggi). Tornò primo Ministro il centrista Thorbjorn Falldin, mentre i Liberali ebbero il Vice, che era anche agli Esteri, il Bilancio, l’Istruzione, il Lavoro, la Casa.        
Nell’ottobre 1979, va segnalato che in Germania alle elezioni regionali di Brema, una lista ambientalista Verde ottenne un seggio. Fu la premessa della nascita del Partito dei Verdi l’anno successivo.
Ad inizio novembre, si verificò a Teheran un evento che al passar dei mesi produsse conseguenze decisive innanzitutto nella politica USA. Di fatti, studenti  islamici assaltarono l’ambasciata americana e presero in ostaggio oltre cinquanta diplomatici e molti cittadini americani.  Emerse ben presto l’impaccio del Presidente Carter nel costruire una risposta credibile ed efficace da parte degli Stati Uniti. Del resto non fu un impaccio esclusivamente americano. In generale, su questo tema iniziò a manifestarsi il gravissimo errore compiuto dalla politica Occidentale, quando, fin da nove mesi prima, aveva equivocato nel profondo circa le conseguenze della caduta dello Scià. Aveva giudicato in termini positivi il ricupero di una maggiore autonomia della società civile iraniana , senza riflettere abbastanza che un simile recupero non avveniva all’insegna di una crescita in quel paese dei meccanismi della libertà, bensì di una crescita tumultuosa del peso della cultura fondamentalista religiosa in netto contrasto con l’essenza della libertà civile e con i suoi insegnamenti. Al passar del tempo tale errore si rivelò sempre più pericoloso. Aumentò nel mondo intero la minaccia del fondamentalismo religioso con le sue pretese fanatiche contro i diversi.
A dicembre 1979 , la Nato , spinta dal Cancelliere tedesco – in risposta al dispiegamento due anni prima dei missili balistici SS-20 da parte dell’URSS che potevano raggiungere tutte le più grandi città d’Europa –,  decise  di dispiegare  gli euromissili in alcuni stati dell’Europa occidentale e al tempo stesso di avviare negoziati sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti e URSS, Gli euromissili entrarono materialmente in funzione quattro anni dopo.
In Canadà, a soli sei mesi dall’entrata in carica, il Governo Conservatore venne sfiduciato a metà dicembre ’79 in un voto sul  bilancio che prevedeva un forte aumento delle tasse sulla benzina. Di conseguenza, vennero convocate nuove elezioni nel tardo inverno dell’anno dopo .
Negli ultimi giorni dell’anno, in Asia l’URSS invase l’Afghanistan per sostenere il Partito comunista locale  minacciato dalla guerriglia dei Mujaheddin sostenuta dagli americani e dalla  montante influenza in Iran dei cambiamenti favorevoli all’Islam. Tuttavia, in pochi mesi, l’invasione si rivelò una mossa azzardata. 
 
4.14   I  paesi Occidentali del Pacifico. Una Cronologia essenziale  del Liberalismo non può non comprendere anche le vicende dell’area del Pacifico, che include l’Australia, la Nuova Zelanda, Papua e le altre numerosissime isole (qualcosa come trentamila), nel complesso  denominata Oceania. Sono territori facenti parte, a pieno titolo. dell’atmosfera liberale dell’Occidente
4.14  a) Fino al XIX Secolo – La storia dell’Oceania iniziò nel ‘600 con gli sbarchi di navigatori olandesi prima in Australia e successivamente in Nuova Zelanda.  Solo nella seconda parte del secolo successivo,  le esplorazioni dell’inglese Cook fecero capire che l’Oceania non era , come  si pensava all’epoca, un grande continente unico e iniziarono a stabilire  un legame formale con il mondo europeo. Prima  nel 1769 e nel 1770 , Cook entrò in contatto con la Nuova Zelanda e con la costa orientale dell’Australia, mettendola subito sotto il possesso della Corona Britannica. Otto anni dopo, una flotta inglese sbarcò nella Baia di Sidney e fondò una prima colonia penale. Si comprese che si trattava di un. vero Continente (con una superfice pari ai tre quarti di quella dell’Europa) e venne avviata la sottomissione delle popolazioni aborigene.
Durante il secolo successivo, la Gran Bretagna – che insieme al controllo degli Stati Uniti aveva perso i territori dove far scontare le pene dei suoi rigidi tribunali – scelse l’Australia quale territorio di prigionia (perché la popolazione indigena era in stato  di plurisecolare arretratezza e dunque non in  grado di organizzare una resistenza) e ne completò l’occupazione dividendola in una decina di grandi colonie penali (attorno ad una centrale), nelle quali deportava gran parte di coloro che violavano la legge.  Sia le condizioni della lunghissima traversata dall’Inghilterra che quelle delle colonie penali , erano davvero ai limiti della sopravvivenza, tanto che tra i condannati erano altissime le percentuali delle vittime. Chi sopravviveva veniva per lo più fatto lavorare per i coloni liberi e, anche restando nella colonia penale, quasi sempre messo in libertà vigilata. Nel complesso in tempi abbastanza contenuti i condannati godevano di una certa libertà prima del fine pena e poi divenivano liberi, però, nella maggior parte dei casi, non potevano rientrare in  Inghilterra.
In Nuova Zelanda , composta da due isole ad est dell’Australia e da alcune altre minori – nell’insieme  aventi una superfice  simile a quella dell’Italia – non c’erano colonie penali. Però esisteva una popolazione di indigeni guerrieri, i Maori.  con i quali – nel periodo successivo al 1840 quando venne firmato un  un Trattato e la Corono  Inglese divenne  formalmente sovrana  – furono combattute varie guerre prima della pacificazione.  Dal 1865 si insediò il Parlamento della Nuova Zelanda, che espresse presto politiche aperte, arrivando poi nel 1893 ad essere il primo al mondo a riconoscere il voto alle donne  A nord dell’Australia, , l’isola di Papua Nuova Guinea, grande circa tre volte l’Italia, era stata inizialmente colonizzata dagli olandesi e in seguito suddivisa in due, con la parte occidentale restata agli olandesi e quella orientale spartita tra gli Inglesi e i tedeschi. Le rimanenti isole dell’Oceania, decine di migliaia, raggruppabili in tre grandi zone, Melanesia, Micronesia e Polinesia,  nell’insieme erano grandi poco meno dell’Italia.
Le tipologie istituzionali degli Stati inclusi nell’Oceania, erano diverse tra loro, ma rientravano tutte nell’area politica culturale dell’Occidente,  seppure appartenenti a diversi paesi, quelli citati fino a qui e quelli nell’area della Francia (in particolare la Polinesia francese comprendente Tahiti e Bora Bora, nonché la Nuova Caledonia) e degli Stati Uniti (tipo le Hawaii , che nel secondo novecento  finiranno per divenire uno Stato USA, Guam e una serie di altre isole più o meno note).
4.14  b) Prima metà del XX Secolo – Il 1901 portò importanti  novità nelle isole del Pacifico. A cominciare dalla legge votata  dal Parlamento britannico il luglio precedente, in base alla quale  le colonie  penali dell’Australia si federarono entrando a far parte del Commonwealth, conservando robusti legami con la Gran Bretagna (il vertice rimase la Corona di Londra, la quale nominava un. Governatore Generale come suo rappresentante nel sistema parlamentare australiano) , ed avviando un progressivo processo di autonomia, che sei anni dopo portò l’Australia ad ottenere il ruolo di Dominion.
Nella primavera seguente, le elezioni dettero la  maggioranza relativa ai Protezionisti che governarono con l’appoggio dei Laburisti Nel dicembre dello stesso 1901 era entrata in vigore l’Immigration Restriction Act che, estendendo le leggi preesistenti nelle colonie penali,  consentì ai britannici di migrare in Australia  ma limitò tutte le altre migrazioni a partire da quelle asiatiche (fu adoperato un difficilissimo test linguistico di ingresso). In pratica venne stabilito che dovevano esserci dieci immigrati britannici per ogni immigrato non britannico. Insomma  l’Australia promuoveva uguali diritti e opportunità per ogni cittadino, ma applicava il principio solo ai cittadini ritenuti  desiderabili . Questa linea rimase salda per lunghissimo tempo.  
 Nel decennio successivo, non essendoci una maggioranza parlamentare certa, vi furono vari governi dei Protezionisti (con l’appoggio dei laburisti), poi dei Laburisti , poi del Libero Commercio. In seguito , vi fu un accordo antilaburista dei Conservatori e del Libero Commercio (liberali). All’inizio degli anni ’10, i Laburisti ottennero la maggioranza  e formarono il primo governo da soli, ma si spaccarono all’inizio della Prima Guerra Mondiale (sulla coscrizione obbligatoria) e i loro espulsi governarono per cinque anni con una maggioranza nazionalista. I Nazionalisti poi   governarono insieme ai Rurali fino al termine  degli anni ’20 quando si affermarono i Laburisti. Il loro governo superò appena i 24 mesi perché sconfitto alle elezioni  a fine del ‘931 dal neo costituito  Partito dell’Australia Unita formato dai Nazionalisti e dai laburisti fuoriusciti  a causa soprattutto del massimalismo in economia . In quell’anno anche l’Australia, come tutti i Dominions inglesi, acquisì la piena libertà di legiferare a prescindere dalle leggi inglesi.  Il Partito Australia Unita governò durante tutto il decennio  (anche con l’appoggio del Country Party) riportando il paese alla stabilità mediante la riduzione della spesa pubblica. Una politica che  un poco alla volta funzionò e venne confermata anche dai governi seguenti a cavallo del 1940. Con la dichiarazione di guerra della Gran Bretagna alla Germania, all’inizio settembre del ’939,  l’Australia si affiancò agli inglesi.                                  

Nell’autunno del 1941, si ruppe la ridotta maggioranza in appoggio alla coalizione guidata  dall’Australia Unita e tornarono al governo i Laburisti con il loro leader Curtin. I primi di dicembre il Giappone attaccò Pearl Harbor allargando la guerra al Pacifico. L’Australia entrò in guerra contro il Giappone e divenne un alleato strategico degli Stati Uniti, affidando ad un loro generale il comando dell’esercito australiano nel Pacifico e richiamando in patria i soldati impegnati su fronti esteri (anche perché il Giappone effettuò attacchi diretti in Australia, sotto forma di bombardamenti). Durante gli anni del conflitto, Curtin risultò un efficace uomo di governo , fin quando nel luglio del 1945, alla vigilia della sua conclusione, rimase vittima dei suoi preesistenti disturbi cardiaci.
Il Governo dei Laburisti proseguì (avevano vinto le elezioni  due anni prima) ma nel frattempo, nel 1944,  Robert Menzies  che era stato Primo Ministro con Australia Unita tra la primavera del ’39 e l’estate del ’41 – aveva ricostituito il Partito Liberale che si era ridotto ai minimi termini. Peraltro la nuova  formazione politica venne sconfitta alle elezioni di fine ‘946 e i Laburisti mantennero il Governo. Tuttavia, ben presto emersero le loro effettive intenzioni politiche, a cominciare dalla nazionalizzazione delle banche private  Così il dibattito politico finì per  concentrarsi  sulla volontà del Governo di controllare l’economia (che si manifestava nel voler mantenere le restrizioni seguenti al periodo bellico) e sempre più – specie alla luce della situazione internazionale – sul come combattere il comunismo in forme più morbide.
Nel medesimo cinquantennio, in Nuova Zelanda i Governi, fino  a metà degli anni ’30 , furono dominati per lo più dal Reform Party e dal Liberal Party (nel 1925 allargatosi all’Union Party), moderati ben visti dagli agricoltori mentre successivamente , dopo il  propalarsi della Grande Depressione, videro l’avvento del Partito Laburista.  L’azione dei Governi moderati fu caratterizzata  dal privatizzare le terre, dallo sviluppare le infrastrutture specie quelle su ferro e quelle dell’energia idroelettrica . Per fronteggiare  la Depressione, i moderati scelsero la via dell’austerità  contenendo  il peso salariale  e questo alienò l’appoggio dei lavoratori portando alla sconfitta alle elezioni a fine anno 1935. La vittoria dei Laburisti fu netta, con oltre il 60% dei seggi.  Si formò il primo Governo Laburista di Savage che avviò una politica pubblica interventista per fronteggiare la Grande Depressione.  Venne  varato un robusto programma  di edilizia popolare , furono fissati prezzi minimi per  i prodotti agricoli,  sottoposto a controllo pubblico il settore caseario,  ridotta a 40 ore la settimana lavorativa, stabilita obbligatoria l’iscrizione dei lavoratori  ai sindacati, resa un ente statale la Reserve Bank dando allo Stato il controllo diretto della politica monetaria. Nello stesso  periodo, vi fu l’unificazione dei due partiti moderati Union e Reform nel New Zealand    National Party,  unificazione che trasformò il sistema politico in bipartitico. Negli anni successivi, mentre prendeva corpo il suo stato sociale, la Nuova Zelanda affiancò la Gran Bretagna nell’entrare nella Seconda Guerra Mondiale.
Nel luglio 1940, all’improvviso morì il Premier Savage e venne sostituito da Peter Fraser , che continuò nella politica interventista e nell’impegno bellico, Alla fine del 1943 i Laburisti arretrarono ma conservarono la maggioranza degli eletti rispetto al  National Party , pur in netta crescita. Negli anni seguenti, il Governo Fraser mantenne le alleanze con Gran Bretagna e Stati Uniti (giungendo peraltro ad una piena indipendenza nell’ambito del Commonwealth)  prendendo parte alla nascita delle Nazioni Unite. Sul piano interno,  allargò lo Stato Sociale mediante l’Universal Family Benefit  , varò l’Atto per il Progresso Maori , il salario minimo garantito . Peraltro, con il passar del tempo, il razionamento e i diffusi controlli statali spinsero sempre più  al declino del consenso.
Negli anni ’40, le vicende dell’Isola di Papua – sia nella parte orientale in mano australiana che in quella occidentale in mano olandese – furono caratterizzate dalla cruente e lunga occupazione da parte dei giapponesi . Soprattutto la parte australiana divenne teatro  di importanti e famosi scontri bellici nel quadro della Seconda Guerra mondiale nel Pacifico. Dopo i primi anni dalla conclusione del  conflitto, la Papua australiana – parzialmente tutelata dalle Nazioni Unite arrivò all’unificazione amministrativa definitiva nel 1949. La parte olandese finì, durante il medesimo periodo, per essere percorsa dalle dispute di possesso tra gli Olandesi e la neonata Repubblica di Indonesia.
Eccetto per quasi tutte le Isole maggiori,  gran parte dell’Oceania venne rapidamente occupata dalle truppe giapponesi (oltre  la Micronesia già amministrata dal 1919 su mandato della Società delle Nazioni). Altrettanto sollecita fu però la controffensiva  degli Stati Uniti (soprattutto) e dell’Australia. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale in specie gli USA conservarono una forte presenza militare. In ogni caso, i grandi mutamenti indotti dalle operazioni  di guerra, promossero  il crescere della coscienza politica tra le popolazioni locali, che avviò il processo di  decolonizzazione iniziato un ventennio dopo.  
4.14  c) Seconda metà XX Secolo, fino al termine anni ‘970 –  Nel 1949 le due elezioni in Australia e in Nuova Zelanda dettero entrambe risultati di fondamentale svolta politica   con la sconfitta dei Laburisti in ambedue i paesi.   
In Australia vinse il Liberal Party di Robert Menzies dando inizio al Governo di coalizione  con il Country Party presieduto dallo stesso Menzies.  Questo Governo invertì la  precedente linea socialista di centralismo statale (tipo la nazionalizzazione delle Banche nel 1947, pur dichiarata incostituzionale l’anno successivo dall’Alta Corte)   focalizzandosi  sulla libera impresa, sulla libertà individuale. Quindi promosse una politica di ampia immigrazione (che  negli anni andò oltre i due milioni di individui, principalmente dall’Europa), di aiuto all’accesso all’istruzione superiore, di ampliamento degli studi universitari (raddoppiando negli anni il numero degli Atenei) e di una decisa azione anticomunista coerente con la collocazione internazionale. Che sarà sempre quella dell’alleanza stabile, pure militare, con la Gran Bretagna  e con gli USA , tendente nel tempo ad orientarsi in specie su questi ultimi (l’Australia prese parte alle guerre di Cora e in Vietnam). Vennero al contempo introdotte agevolazioni mediche ed ospedaliere nonché sussidi familiari. Non furono mai  trascurati gli accordi commerciali con il Giappone. Nel 1962 fu deciso il diritto di voto federale alle etnie indigene. Robert Menzies vinse di fila ben sette elezioni. Nel gennaio del 1966 , non intendendo ripresentarsi alle elezioni di fine anno perché affaticato e settantaduenne, Menzies si dimise e il Partito Liberale scelse quale successore il collega e tesoriere federale Holt, che proseguì con la medesima coalizione Liberali – Country  e ancora una volta vinse a mani basse al voto del dicembre.      
Tornando al 1949 , anche in Nuova Zelanda alle elezioni vennero sconfitti i Laburisti  e per la prima volta prevalse  (di circa sei punti) il Partito Nazionale moderato  guidato da Sidney Holland. L’indirizzo politico fu opposto a quello laburista, pur senza smantellare la struttura istituzionale di  sostegno alle famiglie da loro introdotta. Di fatti, il Governo Holland  adottò il criterio dell’iniziativa privata, della libertà individuale ed in genere dell’affidare ai privati la produzione, la  distribuzione e gli scambi, ponendo fine alla crescita della burocrazia pubblica.
Insieme, il Governo abolì la Camera Alta e fece della Nuova Zelanda un sistema monocamerale. Nel 1951, sostenne una controversia molto forte sui porti costellata di scioperi , che fu l’origine di elezioni anticipate da cui il Governo  uscì con più eletti. La Nuova Zelanda fece parte fin dall’inizio delle forze ONU nella Guerra di Corea. Nel periodo le condizioni economiche del paese continuarono a migliorare e alle elezioni successive nel 1954 la coalizione maggioritaria venne confermata anche se ottenendo meno voti e seggi (un 10% fu preso dal Social Credit, un nuovo partito che non ebbe eletti). Il Governo Holland proseguì nella sua linea , dinamica all’interno  ed anche di consolidamento delle alleanze con i paesi dell’occidente. Soprattutto con la Gran Bretagna, al cui fianco restò durante la crisi di Suez. Proprio durante quei giorni, Holland ebbe in ufficio dei gravi problemi circolatori , che non affrontò subito scegliendo di restare al lavoro. Non si riprese mai del tutto  dai disturbi e nell’estate 1957, si dimise poco prima delle elezioni, sostituito da Keith Holyoake.
La sostituzione forzata e dalle incerte conseguenze, si congiunse alle mirabolanti promesse elettorali dei laburisti, imperniate su uno sconto fisso da praticare sulle imposte, determinando il loro prevalere di un soffio per soli 2 seggi, con il leader Nash. Peraltro il Governo Nash , che puntava a riprendere una politica di agevolazioni sociali, si trovò a dover fronteggiare il  crollo dei prezzi nelle esportazioni dei prodotti agricoli che provocò il fortissimo ridursi delle riserve. Di conseguenza il Governo introdusse elevate imposte su diversi beni di uso comune. Al tempo stesso, il Governo, pur volendo conservare l’alleanza, si oppose ai test nucleari francesi nel Pacifico. Tutti questi fattori minarono la popolarità dei Laburisti, che vennero sconfitti alle successive elezioni in modo netto.
I moderati del Partito Nazionale di Keith Holyoake ottennero quasi il 58% dei suffragi e ripresero  la loro politica riportando negli anni successivi un notevole successo economico, riuscendo a modernizzare le istituzioni, a contenere lo statalismo, ad avviare il sostegno pubblico ai cittadini Maori e ad introdurre (primo stato al di fuori della penisola scandinava) la figura del Difensore Civico. Il Governo dei moderati venne confermato  nelle  due successive elezioni e mantenne, nonostante la contrarietà dei Laburisti, le truppe neozelandesi in Vietnam a fianco degli Stati Uniti.
Nell’isola di Papua, nel medesimo periodo degli anni cinquanta fino al 1966, la situazione politica sviluppò i caratteri preesistenti. Nella Papua Occidentale gli olandesi mantennero il controllo fino al 1961 anche se arrivando allo scontro armato con la Repubblica dell’Indonesia. Nel 1962 , con la mediazione USA,  venne trovato l’accordo per il passaggio a una temporanea amministrazione dell’ONU prodromica all’ingresso amministrativo  dell’Indonesia nella primavera  del 1963.  Nella Papua Orientale , l’amministrazione fiduciaria dell’Australia unificò la gestione delle due zone territoriali, il Territorio di Papua e Nuova Guinea, e al tempo stesso avviò una cauta apertura politica , iniziando anche a porre le basi per arrivare in seguito agli organi rappresentativi locali.
Tra i primi anni ’50 e la metà degli anni ’60, le altre isole dell’Oceania, più piccole ma numerosissime, vissero una fase di transizione dal dominio coloniale a forme di autogoverno, fase che si svolse procedendo con modalità istituzionali sotto il sostanziale controllo di USA, Gran Bretagna e Francia, assistite dalle due grandi realtà dell’Oceania, l’Australia e la Nuova Zelanda.  In specie la Micronesia e le Isole Marshall vennero utilizzate quale luogo per sperimentare le armi nucleari. Il punto di svolta effettivo avvenne nel 1960 quando l’ONU votò la Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai Paesi e ai popoli coloniali, che in tempi abbastanza solleciti venne seguita nelle dipendenza nel Pacifico da tutti eccetto la Francia  che estese la cittadinanza ma non aprì alle istanze indipendentiste proprio perché necessitava di siti nucleari. In ogni caso, nel 1962 le Samoa Occidentali divennero il primo stato polinesiano a ottenere l’indipendenza. Fu l’inizio dell’applicare il diritto all’autodeterminazione.   
Riprendendo l’esame della  politica australiana, va ricordato che il premier liberale Holt , vinte le elezioni di fine ‘966 , iniziò a ridurre la pratica dell’Australia Bianca sia concedendo l’ingresso a lavoratori qualificati non europei , seppur in  numero limitato, sia  riducendo i tempi per avere la cittadinanza. australiana (solo cinque anni). In politica estera confermò l’impegno militare in Vietnam. Purtroppo a dicembre ‘967, Holt annegò in un Parco nazionale ad un centinaio di chilometri da Melbourne. Dopo di allora, ci furono alcuni governi sempre guidati da esponenti liberali , tuttavia sempre più divisi all’interno.  Così, alle elezioni del dicembre ‘972, prevalsero dopo un quarto di secolo i Laburisti di  Whitlam, senza però controllare il Senato. Il Governo Whitlam subito completò l’opera del predecessore Holt nel ridurre la linea dell’Australia Bianca (ponendovi definitivamente termine) mentre la ribaltò nel ritirare le truppe australiane dal Vietnam, nel riconoscere la Cina e nell’adottare una serie di misure proprie dell’indirizzo socialista, come istituire il servizio sanitario universale, abolire la leva obbligatoria e rendere gratuita l’istruzione universitaria.
Mentre stava aumentando la spesa pubblica, inaspettatamente il Governo Laburista si trovò a dover fronteggiare due grandi novità. Nel 1973 , la Gran Bretagna entrò nella CEE e ciò provocò la fine delle notevoli agevolazioni riservate all’export dell’Australia. Contemporaneamente, in conseguenza della crisi energetica del petrolio  verificatasi negli stessi mesi, l’inflazione , da circa il 2% nei primi due anni del decennio , crebbe in pochi mesi ad oltre il 15%  facendo aumentare i prezzi. Allora i fortissimi sindacati australiani pretesero ed ottennero degli aumenti salariali  intorno al 20% , avviando una rincorsa prezzi-salari che minò la competitività delle imprese (da qui un’ondata di chiusure di fabbriche) e un forte aumento della disoccupazione. La Banca Centrale alzò i tassi di interesse e progressivamente la reazione dell’opinione pubblica divenne molto forte.
Nella prima metà autunno 1975, la coalizione di minoranza guidata da Malcolm Fraser (Liberali e National Country) al Senato dove era maggioranza, si rifiutò di votare le leggi proposte a meno che il Governo  indicesse le elezioni per il rinnovo della Camera. Il Premier Whitlam negò che il Senato potesse  far cadere un governo in maggioranza alla Camera bassa e si recò dal Governatore Generale, rappresentante della Regina, chiedendogli di indire nuove elezioni per il solo Senato. Il Governatore Generale, bocciata la tesi costituzionale  del Premier Whitlam e la richiesta conseguente, lo destituì sostituendolo con il leader dell’opposizione. Il nuovo Governo Fraser in pochi giorni sbloccò l’iter legislativo e convocò le elezioni anticipate per l‘otto dicembre.
I Laburisti , increduli che i legami con la lontana Gran Bretagna non avessero riconosciuto la per loro evidente prospettiva socialista cui era destinata l’Australia, impostarono la campagna su slogans a piena conferma di tale idea. La coalizione dei Liberali e del Country si concentrò sulla critica dei pessimi risultati  economici, occupazionali, amministrativi del Governo  Whitlam e sostenne la necessità di promuovere la stabilità mediante la ripresa economica e il ritorno ad un modo di vivere centrato sulle esigenze quotidiane. L’episodio emblematico di quella campagna fu lo sciopero dei giornalisti del gruppo editoriale Murdoch. Visto il clima, pressoché tutti i gruppi editoriali avevano invitato i rispettivi redattori a mantenersi rigorosi nel dare le notizie. I giornalisti del gruppo Murdoch scioperarono perché The Australian, la testata principale del gruppo, pubblicava duri editoriali contro il Governo Whitlam. La linea della campagna e l’atmosfera creata dallo sciopero dei giornalisti, portarono ad una sonora sconfitta elettorale dei Laburisti. La Coalizione Liberali-Country superò i Laburisti ottenendo più di cinquanta seggi di vantaggio (il guadagno fu quasi tutto dei liberali).   
Il nuovo Governo Fraser dovette fronteggiare la crescente inflazione e la disoccupazione, cosa che lo obbligò a mantenere i livelli fiscali esistenti, però rimosse certe riforme laburiste costose e poco efficaci , iniziando dalla assicurazione sanitaria gratuita, rilanciò le attività imprenditoriali e in tempi contenuti riuscì a raggiungere risulti economici assai positivi.  Alle elezioni di tre anni dopo, il Governo Fraser venne confermato con quasi gli stessi eletti. Continuò ad appoggiare il Commonwealth nell’impegno a superare l’apartheid in Sud Africa e nel 1978 riconobbe l’annessione di Timor Est all’Indonesia (non riconosciuta dall’ONU) al tempo stesso dando asilo politico ai rifugiati timoresi.    
In Nuova Zelanda, il Premier Holyoake proseguì nella politica che ho descritto sopra. Finché, cogliendo un logoramento dell’esecutivo dopo un decennio a causa del continuo contrasto all’inflazione globale ed inoltre scadendo la legislatura nel successivo dicembre, ad inizio febbraio 1972 Holyoake decise di dimettersi lasciando l’incarico al vice John Marshall , liberale anche lui. Marshall, confermata la politica estera, si impegnò su due temi. Proseguire l’accesso delle esportazioni agricole nella Gran Bretagna che l’anno dopo sarebbe entrata nella CEE    e varare le leggi per  l’uguale retribuzione tra uomini e donne a parità di lavoro e per il risarcimento degli infortuni.   
La campagna elettorale, da ambo le parti contendenti, fu analoga a quella che si stava svolgendo in Australia negli stessi mesi. I Laburisti manifestavano – anche nello slogan essenziale, “è il momento” – l’esser predestinati a guidare il paese verso posizioni di rassicurante uguaglianza, la coalizione moderata batteva sulla propria capacità, comprovata da una dozzina di anni di Governo, di promuovere la libertà d’impresa in una convivenza tra diversi istituzionalmente regolata. Fu analogo anche il risultato uscito dalle urne. I Laburisti ottennero il 63% degli eletti. Appena insediatosi  il Governo di Norman Kirk ritirò le truppe dal Vietnam e riconobbe la Cina.  Poco dopo si oppose ai test nucleari della Francia nel Pacifico   con l’invio di una fregata militare e, per contrastare la politica segregazionista, impedì (violando la promessa elettorale) che i rugbisti All Blacks si esibissero  in SudAfrica. Insieme a questi atti, il Governo Kirk svolse politiche interventiste potenziando i servizi sanitari, sostenendo il pieno impiego e attuando una politica di attenzione alle necessità degli indigeni maori. Pur solo cinquantenne, Norman Kirk  era di salute cagionevole legata alla sua notevolissima stazza fisica e scomparve in modo repentino a fine agosto del ‘974. Premier divenne Bill Rowling , un altro laburista, che , nel quadro della crisi petrolifera dell’epoca, adottò ancora l’interventismo statale mediante una spesa pubblica sostenuta con un robusto indebitamento. Dedito a conservare la proprietà delle risorse allo Stato. a finanziare la sanità , l’agricoltura nonché la politica abitativa, proseguì nell’ impegno a favore di una zona libera dal nucleare nel Pacifico.
La campagna elettorale  1975 ebbe di nuovo uno svolgimento analogo a quello della campagna in corso in Australia nel medesimo periodo. I Laburisti vivevano convinti che le loro istanze sociali incarnavano il destino del mondo e che dunque erano destinati a vincere. La Coalizione tra Liberali e Country guidata da Robert Muldoon, attribuiva alla politica laburista dell’immigrazione, in specie quella polinesiana,  l’origine  della recessione e della crisi abitativa. E al piano pensionistico varato da poco dal Governo Laburista, l’intento di dare allo Stato il completo controllo sull’economia e le condizioni di vita neozelandesi. I cittadini furono dello stesso parere e la Coalizione Liberali Country stravinse ampiamente con il 63,2% dei suffragi.
Da allora, il Governo Muldoon accompagnò il mantenimento  di attenti controlli su prezzi e salari, ai consistenti investimenti nei grandi progetti energetici e per garantire il potere di acquisto. Al tempo stesso avviò la progressiva riduzione dei sussidi sui beni di consumo e di molte indennità, però reintrodusse le esenzioni dal reddito e in seguito la detrazione fiscale in campo familiare. Allee elezioni del dicembre 1978 , il Governo Muldoon venne confermato con il 55,5% degli eletti. Subito dopo, il Governo affrontò l’inflazione indotta dalla seconda crisi petrolifera mondiale, legiferando sui mercati del lavoro con il rafforzare i poteri dell’esecutivo nel controllo degli aumenti salariali. L’azione  essenziale fu tesa a ridurre la dipendenza dal petrolio importato. Insieme il governo promosse grandi investimenti in grossi progetti energetici (ma anche industriali) e velocizzò le normali procedure di approvazione. Il Governo Muldoon svolse una fermissima politica anticomunista in patria mentre a livello internazionale consolidò l’alleanza con gli USA. Di fatto consolidò la sua presa elettorale.
Nell’Isola di Papua, il periodo tra l’ultima parte degli anni ’60 e il 1980 consolidò i due diversi andamenti preesistenti. Nella parte Occidentale durante il 1969, l’Indonesia promosse un referendum di annessione di Papua all’Indonesia facendo votare tramite l’esercito un migliaio di capi tribù locali. Questo referendum unanimistico venne accettato a livello internazionale, ma non dal Movimento Papua Libera che si stava già battendo da alcuni anni per un’effettiva autonomia. Sul subito questo Movimento prese in ostaggio per un quadrimestre scienziati europei ed indonesiani, due anni dopo proclamò la Repubblica di Papua Occidentale ed iniziò una guerriglia strisciante, che negli anni successivi venne contrastata da parte indonesiana con operazioni militari terrestri ed aeree. Tali operazioni non furono in grado però di ottenere risultati concreti, tanto che la lotta del Movimento Papua Libera sta proseguendo da decenni.
Invece nella Papua Orientale, nacque nel 1967 il Pangu Pati, guidato da Michael Somare, che impresse un ritmo accelerato al processo di autogoverno (accelerazione non del tutto condivisa anche dai favorevoli), in sei anni realizzò l’autogoverno e nel 1975 giunse all’indipendenza dall’Australia. Negli anni seguenti, divennero concreti gli effetti dell’indipendenza fino alle normali elezioni politiche nel 1977. I cento seggi vennero ripartiti tra diversi gruppi. A parte il florilegio degli indipendenti che fra tutti ebbero 27 eletti, i gruppi maggiori furono il Pangu Pati (di orientamento nazionalista socialdemocratico, 30 seggi), l’United Party (all’opposizione con un’impostazione conservatrice, 23 seggi) e il People’s Progress Party (gruppo moderato di centro, favorevole ad un’economia aperta, a privatizzare i servizi statali, agli investimenti stranieri, 16 seggi). Dopo le elezioni, il primo Governo fu presieduto da Michael Somare  e imperniato sul Pangu Pati e sul People’s Progress Party.
A parte le grandi Isole, nel resto dell’Oceania si accentuò nella seconda metà degli anni sessanta fino agli ’80 il processo decolonizzazione innescato dall’ONU nel 1960 e favorito dalla scelta inglese di svincolarsi dai territori del Pacifico, gran parte delle isole formarono Stati indipendenti con istituzioni parlamentari. La prima fu Nauru nel ‘968, poi le Figi e  Tonga nel ‘970,  quindi nel ‘971 fu costituito il Forum delle Isole del Pacifico che divenne lo strumento per le successive indipendenze, in seguito nel ‘978 le Isole Salomone e Tuvalu e infine , tra il ‘979 e il ‘980, Kiribati e Vanuatu.  
4.15 Gli anni ottanta del ‘900 .   a) Il primo biennio – In Italia, il ritorno del PLI nel governo Cossiga fece emergere tre fattori. Agevolò il diffondersi dell’immagine del PLI aperto impressa da Zanone , l’impegno del Ministro  Valitutti per riequilibrare l’importanza del diritto allo studio dei docenti e degli studenti, la cui competenza era stata passata alle Regioni senza averle preparate,  l’introdurre in Segreteria a sinistra un altro esponente di Democrazia Liberale, il segretario GLI Patuelli. Tuttavia fece anche vedere che Zanone non era sensibile all’investire su una radio del partito e sulle TV locali che stavano spuntando impetuose, così da fornire un dinamico supporto innovativo alle posizioni liberali.
Al Congresso DC della metà febbraio ’80 , venne nettamente sconfitta  la linea di compromesso storico del Segretario uscente Zaccagnini e prevalse l’accordo di Forlani con una parte della sinistra DC (Donat Cattin) su un “preambolo” contrario a qualsiasi governo con il PCI. Questo nuovo clima DC (alla segreteria fu eletto Piccoli) indusse il PSI a dirsi disponibile ad entrare in un governo. Ciò portò Cossiga a rassegnare le dimissioni, per essere subito reincaricato di formare un nuovo governo in cui entrarono PSI e PRI. Cossiga voleva far entrare anche il PLI, al quale venne sbarrata la strada dal PSI su istigazione di Spadolini, Segretario PRI. Ma anche per un diverso disegno da parte dei socialisti di tipo annessionistico.
Di fatti, nelle stesse settimane, era uscito un libro nato da un colloquio del parlamentare PLI Bettiza con il socialista Intini (corrente Craxiana) intitolato Lib-Lab, che era una sorta di progetto culturale per spingere all’incontro tra i due gruppi politici  fondato sul constatare che liberalismo e socialismo sono ambedue inconciliabili con ogni tipo di integralismo. Il libro era stimolante ed ebbe successo, ma in realtà consentiva una doppia lettura . Per i liberali era un’analisi che valorizzava il modo condiviso di concepire la società per poterla governare tra diversi insieme ai socialisti ; per i socialisti serviva al tentativo, inespresso ma incombente, di inglobare i liberali nel PSI, così da riequilibrare il peso degli ambienti legati al comunismo leninista e rafforzare la prospettiva di una guida socialista del nuovo modo di governare. Non era di per sé un progetto motore di un autonomo sviluppo liberale. Non lo fu ma restò un’ ambigua indicazione dominante.
Intanto, a metà febbraio in Canadà, si tennero le elezioni anticipate, vinte dai liberali di Trudeau. I seggi conquistati furono la maggioranza assoluta , superando in modo netto i Conservatori, secondi, e il Nuovo Partito Democratico, terzo con distacco fautore un riformismo socialista a difesa dei più deboli e avversario delle Compagnie petrolifere.
In Francia, il Presidente Valery Giscard d’Estaing continuava nel suo  indirizzo caratterizzato dall’affidarsi in economia alla libertà di impresa, in campo civile ai rapporti aperti di convivenza, nel settore istituzionale al dare più attenzione a bisogni sociali. Nel complesso una politica tipo liberale e rigorista, che il Primo Ministro Barre, concentrava sul contenimento dell’inflazione e sul riequilibrio dei conti pubblici. Di fronte al secondo shock energetico, il Governo puntò sul rendere l’opinione pubblica consapevole della realtà difficile, pure sul lato dell’occupazione, che rendeva indispensabile contenere i consumi. Insieme fece consistenti investimenti nell’energia nucleare, che rendessero la Francia meno dipendente dal petrolio. Al momento l’inflazione crebbe non poco.
Il primo quadrimestre del ‘980, in Olanda, fu pieno di vicende politiche. A gennaio il Governo van Agt decise di bloccare gli stipendi, dando origine a  forti tensioni  sindacali e a grandi manifestazioni di piazza. D’altra parte l’inflazione era elevata e il deficit pubblico consistente, con una disoccupazione in aumento. In seguito, ad inizio primavera, scoppiò lo scandalo della municipalità di Lekkerkerk nell’Olanda meridionale, dove un quartiere residenziale era stato costruito su una discarica di oltre 1.500 fusti di rifiuti chimici tossici sotto quasi 300 abitazioni. Divenne necessario evacuare tutte famiglie residenti e avviare una vasta bonifica del terreno. Una vera e propria emergenza ambientale.
Nelle stesse settimane, il 30 aprile 1980, la Regina Juliana, sul trono da 32 anni –rispettando l’uso di famiglia ma pure per liberare la monarchia dalle conseguenze dell’episodio di quattro anni prima del marito che aveva preso tangenti dall’americana Lockheed – abdicò in favore della figlia Beatrix. L’incoronazione fu movimentata da imponenti scontri violenti di polizia ed esercito con il movimento di occupazione di case sfitte, che provocò molte centinaia di feriti.
A metà maggio, in Grecia, il Primo Ministro Karamanlis venne eletto Presidente della Repubblica . In conseguenza, il partito di Nuova Democrazia, conservatore moderato, che deteneva la maggioranza assoluta, nominò un nuovo governo, diretto da Georgios Rallis.
In Italia, i radicali e il Movimento per la Vita avviarono con intenti contrapposti la raccolta firme per modificare la legge sull’aborto. Alle elezioni regionali il PLI ottenne quattro consiglieri regionali in più. La DC salì rispetto alle regionali precedenti mantenendosi quasi al 37% , il PCI calò del 2% al 31,5%, il PSI toccò il 12,7% . Insomma, svaniva il sogno berlingueriano, l’ineluttabile successo  del comunismo. Il PCI reagì rilanciando il fare presto le giunte di sinistra e soffiando con più forza sul già agitato mondo dei lavoratori, soprattutto dei metalmeccanici. 

Negli ultimi giorni di maggio, nel Parlamento spagnolo, venne discussa e a fatica respinta una mozione di sfiducia presentata dai socialisti del PSOE contro il Governo Suarez, peraltro indebolito da consistenti dissidi nella propria coalizione.
Negli Stati Uniti l’inflazione alta, la disoccupazione, la crisi degli ostaggi in Iran (aggravata nell’aprile ’80 dal fallito tentativo di salvataggio militare), screditavano l’amministrazione democratica di Carter. Per di più insidiata per la ricandidatura da Ted Kennedy in uno scontro logorante.  Mentre tra i repubblicani, l’ex governatore della California Ronald Reagan superò George H.W. Bush (poi fatto candidato Vicepresidente) e si candidò all’insegna del chiedere agli elettori “State meglio oggi rispetto a quattro anni fa?”.
A metà del 1980, in Francia era già in pieno svolgimento la campagna per il voto presidenziale nell’anno successivo. La maggioranza appariva spaccata  tra Giscard d’Estaing (in scadenza) e Chirac. Quest’ultimo aveva il principale obiettivo di mostrare il peso determinante dei conservatori nel ruolo del liberale Giscard d’Estaing. Pertanto si candidò dividendo l’area moderata. Così  fornì un chiaro segnale di incertezza per la conferma del Presidente. 
Già nel primo semestre del 1980, in Gran Bretagna si videro gli effetti della radicale svolta politica impressa dal Governo dei Conservatori di Margareth Thatcher. Principalmente per la messa da parte dell’indirizzo di intervento pubblico per contenere le tensioni da inflazione. Superare una simile politica si imperniò   sulle privatizzazioni di aziende pubbliche e venne seguito da grandi scioperi nell’industria pesante e da ripetuti scontri con i sindacati, i quali non intendevano rinunciare ai propri privilegi di potere. Dunque un clima di forte tensione,  una robusta recessione, una disoccupazione diffusa ed un’alta inflazione.
In Belgio, mentre governavano gli esecutivi Martens II e Martens III, con maggioranza analoga al Martens I, il dibattito politico continuava ad essere imperniato sulle tensioni tra fiamminghi e valloni. Nel mese di agosto del 1980 vennero approvate due leggi chiave. La legge speciale dell’8 agosto  creò la Comunità fiamminga e quella vallone (venne rinviata la questione di Bruxelles, situata nelle Fiandre ma di lingua francese) attribuendo loro diverse competenze di rilievo, ad iniziare dalla salute e dall’assistenza sociale. La legge ordinaria del 9 agosto definì come finanziare le Comunità create. Va sottolineato che per approvare la legge speciale la Costituzione, visto che, essendo i fiamminghi numericamente più dei francofoni, richiedeva per le modifiche istituzionali il consenso dei francofoni, e perciò imponeva due condizioni. Che ci fosse il voto favorevole della maggioranza in ciascuno dei due gruppi linguistici in entrambe le Camere. E che il totale dei voti positivi nei due gruppi raggiungesse almeno i due terzi dei voti espressi. Pertanto la legge speciale fu votata dalla maggioranza del Governo Martens IV, coalizione tra Cristiano Democratici e socialisti di ambedue le comunità linguistiche, e in più dal Partito della Libertà e del Progresso. Dall’agosto 1980 il Belgio è pertanto uno Stato federale che definirà ancora il proprio modo d’essere negli anni successivi.
Durante l’anno ‘980, in Olanda, crebbe ad ogni livello  la pressione dei pacifisti contro l’installazione da parte della NATO dei missili Cruise. Un dibattito che restò costante negli anni successivi.
In Italia, il governo Cossiga operò in un’estate percorsa da molte gravi tensioni: l’attentato alla stazione di Bologna, con decine di morti, seguito da diversi assassini in Sicilia. A settembre si aggiunsero le richieste del mondo industriale di provvedimenti impopolari che consentissero licenziamenti immediati per puntare domani ad avere più posti di lavoro. A Torino la Fiat chiedeva la cassa integrazione a zero ore per oltre un anno, da applicare a ben oltre ventimila lavoratori. La richiesta suscitò uno sciopero dei Consigli di Fabbrica con il blocco dell’accesso ai posti di lavoro. Di fronte ai disordini,  nella DC proseguivano le scosse di assestamento provocate dai nostalgici del compromesso storico. La DC vacillava e Piccoli chiedeva il dialogo con la sinistra, PCI incluso. Berlinguer chiuse la Festa dell’Unità esaltando le lotte per un nuovo rapporto di lavoro e chiedendo una diversa maggioranza di governo.
Ciriaco De Mita, esponente dell’area Zaccagnini, disse che occorreva un nuovo governo per bloccare l’egemonia del PSI e preparare le condizioni per un accordo con il PCI. Un progetto politico opposto a quello di Donat Cattin, che elogiava il segretario del PSI e lo consigliò apertamente di attendere le prossime elezioni politiche per puntare alla presidenza del Consiglio. La sinistra DC si impegnò senza quartiere per determinare la crisi. Alla Camera, quando si votò un importante decreto su misure dirette  a sostenere la competitività del sistema industriale e ad incentivare occupazione e sviluppo del Mezzogiorno, il Governo ottenne una larga fiducia , ma neppure un’ora dopo , a scrutinio segreto, la norma venne respinta, dato che c’erano stati almeno trenta franchi tiratori della sinistra DC. Cossiga si dimise. Ma il clima politico non era quello sperato dalla sinistra DC. Si vide in pochissimo tempo.
Il 5 ottobre si votò in Germania Ovest con la conferma della coalizione dei socialisti e liberali del Cancelliere Helmut Schmidt, invano avversata  dall’aggressivo conservatore Franz Josef Strauss della CDU/CSU. Nonostante le tensioni derivanti dalla rivoluzione iraniana e dei russi in Afghanistan, il Cancelliere riuscì a mantenere la sua politica di distensione. I liberali della FDP furono il partito della stabilità. La CDU/CSU arrivò prima , seppure di poco (44,5% contro la SPD indietro di un punto e mezzo), ma con  la FDP al 10,6% la coalizione  SPD FDL vinse con ampio margine. I neonati verdi non ottennero eletti.
Nel frattempo, stava precipitando in Italia la situazione degli scioperi, specie a Torino. La direzione Fiat, vista la crisi, si limitò a confermare la cassa integrazione, i metalmeccanici torinesi respinsero ogni trattativa, emersero nei sindacati fortissime divisioni interne. Sul piano politico, l’incarico per il nuovo Governo fu dato a Forlani , esponente del “preambolo DC”, che coerentemente lavorava per escludere il governo con il PCI. A Torino la magistratura prescrisse alle forze dell’ordine di garantire l’ingresso in fabbrica. Berlinguer sosteneva gli occupanti davanti ai cancelli di Mirafiori. Improvvisamente, il 14 ottobre, il Coordinamento Quadri della Fiat, rivendicando il diritto al lavoro di chi voleva usufruirne, sfilò in corteo con 40.000 cittadini. Per i metalmeccanici e i sindacati in genere, fu una scossa fortissima. Vennero costretti a prendere atto che non erano più le avanguardie della storia. Entro due giorni, l’occupazione cessò e vennero trovati accordi.  A Roma, Forlani formò il suo governo DC, PSI, PSDI, PRI, con l’astensione del solo PLI. Nel dibattito sulla fiducia, aveva fatto capolino il vano tentativo DC di rinviare il referendum sulla legge 194/78 (interruzione di gravidanza), subito contrastato da PRI e PLI.
Durante le stesso mese di ottobre, negli Stati Uniti, si svolse la parte decisiva della campagna presidenziale, imperniata in generale sulla crisi degli ostaggi e sulla difficile situazione economica. L’episodio chiave, la settimana prima del voto del 4 novembre, fu il dibattito televisivo, con uno numero altissimo di spettatori, tra l’uscente Carter e il candidato Reagan. Si tenne in un clima politico già influenzato dal successo dei conservatori inglesi, un anno e mezzo prima ,  che aveva reso meno incisiva la capacità di attrarre dell’area progressista a prevalenza socialista che confidava nella conferma. In più Reagan seguì una linea più realista e più convincente. Fu espressa in due frasi . “Siamo alle solite”, per riferirsi all’incapacità di Carter di proposte innovative, e “State meglio oggi rispetto a quanto fa?”, per richiamare il giudizio a proposito del modo effettivo di governare di Carter. La prestazione di Reagan nettamente migliore nel dibattito TV  risultò decisiva. Reagan vinse di quasi dieci punti nei voti e a valanga tra i Grandi Elettori , ove sfiorò il 91%. Così, dopo la Gran Bretagna, anche negli Stati Uniti si erano insediati i conservatori, iniziando un’epoca di complessivo minor peso dello Stato in Occidente.  
Sempre nel novembre del 1980, in  Francia, nel confronto per il prossimo Presidente della Repubblica si aggiunse un terzo candidato, il socialista François Mitterrand, parlamentare dal  1946 , svariate volte Ministro nella Quarta Repubblica. La sua linea fu di distinguersi con nettezza dai Partito Comunista e di adottare un programma dettagliato in più di cento proposizioni. Nel complesso un programma tranquillo ispirato alla maniera di governare della sinistra democratica, perciò essenzialmente speranzoso nei benefici effetti di mettere in mani pubbliche la direzione del convivere. Un programma pensato apposta per insinuarsi, in un periodo di forti tensioni sociali, nella frattura tra i liberali di Giscard e i conservatori di Chirac, quest’ultimi decisi a mantenere il controllo dell’area non di sinistra. Il candidato Mitterrand sfruttò anche il fatto che il Presidente stava tessendo una robusta alleanza con gli USA di Reagan e, oltre a appoggiare l’ingresso della Grecia nella CEE (1gennaio 1981), aveva promosso gli incontri per rivedere il contributo britannico alla stessa CEE.
A metà ottobre, dopo lunghe trattative diplomatiche, il Governo greco raggiunge l’accordo per il rientro nella NATO (da cui era uscita sei anni prima), accordo approvato in Parlamento nelle due settimane seguenti. 
Verso fine 1980, in Italia proseguivano i delitti delle BR, che a metà dicembre sequestrarono il magistrato responsabile nazionale dello smistamento dei prigionieri tra le carceri di massima sicurezza. Ci fu un periodo di estrema tensione, sia per l’intersecarsi di inchieste su favoreggiamenti da parte di alcuni giornalisti, sia per la preoccupazione che stesse per ripetersi il copione della tragedia Moro. Emerse subito il fronte del “trattarli con durezza” (Valiani, PRI), di “nessun cedimento” (Pecchioli, PCI), irrobustito immediatamente dalle scelte editoriali del Corriere della Sera, di Repubblica, del Tempo, del GR2, dell’Unità, del Giornale, e più defilato il gruppo Monti. I soli ad opporsi furono l’Avanti, il Messaggero, il Lavoro e in un certo modo il Giorno. Prima che gli eventi precipitassero, i BR già detenuti in due carceri di massima sicurezza, invitarono i sequestratori a lasciar libero il magistrato, cosa che (nonostante fosse già stata emessa la condanna a morte) venne fatta a metà gennaio.

Il 6 gennaio 1981 venne nominato Presidente della Commissione CEE Gaston Thorn, lussemburghese liberale, che succedeva al quadriennio dell’inglese Roy Jenkins, laburista. La Presidenza Thorn avviò  una revisione della Politica Agricola Comune per arginarne i costi , nell’ottica di  riequilibrare il bilancio
Il 16 gennaio ci fu un singolare commento del Corriere: “Se questo obiettivo è stato conseguito non lo si deve certamente a questa maggioranza di governo ondivaga, incerta, ambigua e bifronte che ha dato all’opinione pubblica uno degli spettacoli più desolanti negli ultimi 35 anni“ (del Direttore Di Bella). Senza dubbio, parole assonanti con la proposta, fatta il giorno successivo a Repubblica, dal presidente PRI Visentini, di un governo dei tecnici, di competenti onesti a prescindere dal colore politico. Concetto ribadito poche ore dopo sull’Espresso da Carlo De Benedetti. Tali idee riprendevano l’intervista pubblicata sul Corriere tre mesi prima (ottobre ’80) a Licio Gelli Gran Maestro della Massoneria: gli uomini dei partiti “nella loro meschina mediocrità non riescono a comprendere le esigenze del popolo”. Era il tentativo della cultura alto borghese dotata di notevole potere economico (e anche di relazioni non trasparenti), per aprire la strada al PCI in maggioranza e forse nel governo. Anche il governo dei tecnici e degli onesti era una formula, come rilevò Zanone, opposta al principio liberale del pluralismo alternativo. 
La proposta elitaria del governo dei tecnici non ebbe seguito. Peraltro in quel clima il Ministro del Tesoro Andreatta, DC, – che quindici anni prima scriveva i discorsi a Moro, ne era stato consulente economico in tutti i governi ed era zaccagniniano di ferro – , decise in solitario, il 12 febbraio, di avviare il divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro inviando una semplice lettera al Governatore Ciampi (vale a dire la Banca d’Italia non era più obbligata ad acquistare i Titoli di Stato invenduti alle aste), senza valutare il problema della divergenza di indirizzi e della mancanza di coordinamento. Poco dopo, nell’abitazione di Licio Gelli, all’interno di indagini in corso su un altro caso, venne scoperto un elenco di quasi mille presunti aderenti alla loggia Propaganda2, persone di primo piano in vari settori, pubblici e privati. Elenco che, consegnato al Governo, sarà reso pubblico qualche tempo dopo.

In Spagna, a fine gennaio, la crisi nella coalizione governativa – già manifestatasi con diversi episodi nell’ultimo semestre –  si concluse con le dimissioni di Adolfo Suarez. Il clima politico era bollente, in specie nei Paesi Baschi, anche nei confronti della Corona. Il Congresso dello stesso partito moderato fondato da Suarez, l’UCD, scelse quale successore il Governo Leopoldo Calvo-Sotelo. Il 23 febbraio, giorno del secondo tentativo di fiducia in Parlamento al nuovo Governo, fecero irruzione nell’emiciclo alcune decine di militari della Guardia Civil, armati di mitra, comandati dal Tenente Colonnello Tejero, che di persona impose l’ordine in attesa dell’arrivo dell’autorità competente (perché risultava in corso un colpo di Stato, ed effettivamente a Valencia scesero in strada i carri armati). Per puro caso, la TV riprese e trasmise in diretta per alcune decine di minuti l’episodio dell’irruzione. Nelle ore successive si mossero gli ufficiali partecipanti al golpe, anche di alto grado. Tuttavia nelle primissime ore della stessa notte, l’intervento televisivo del Re Juan Carlos fece fallire l’insurrezione e liberò i parlamentari nella mattina.
La politica conservatrice del Governo Thatcher portò ad un radicale spostamento a sinistra dei laburisti. Questo provocò a sua volta una forte reazione di quattro ex Ministri, che a marzo 1981 uscirono dal Partito Laburista  e fondarono  il Partito Socialdemocratico, SPD, collocato in una posizione centrista.  Roy Jenkins . il leader del SPD , ebbe subito contatti con il leader dei Liberali, David Steel, con l’obiettivo di dar vista ad  un terzo polo centrista capace di spezzare il  tradizionale bipartitismo. L’iniziativa riuscì e un trimestre dopo, a giugno, venne formalizzata l’Alleanza tra il SPD e i Liberal.
Sempre dal mese di marzo, si verificarono gravi disordini di vario tipo sparsi  in Irlanda e in Gran Bretagna. Nel carcere irlandese di Long Kesh vi furono scioperi della fame dei detenuti dell’IRA, con a capo Bobby Sands che perse la vita all’inizio maggio, seguito poi da altri nove. A fine marzo, il quotidiano The Times  pubblicò un appello di 364 economisti , che  accusavano il Governo Thatcher  di distruggere l’industria con manovre monetariste senza base teorica, le quali, aggravando la recessione, avrebbero  fatto saltare la stabilità sociale.
Il 30 marzo 1981 ci fu un improvviso e gravissimo attentato al neo (da due mesi) Presidente USA Ronald Reagan, compiuto da un giovane texano con 7 colpi, subito dopo una riunione elettorale in un grande albergo di Washington. Lui fu ferito superficialmente (ma il proiettile arrivò a sfiorargli il cuore) senza gravi conseguenze, ma il suo addetto stampa non camminò più per tutta la vita. L’attentatore, processato, venne dichiarato incapace di intendere e rinchiuso per decenni in un manicomio criminale.
Ad aprile, la crisi economica, la mancanza di lavoro (ben oltre i 2 milioni di disoccupati), le tensioni razziali portarono alla guerriglie urbana, a Londra prima e poi diffondendosi  in altre aree metropolitane del paese.  Intanto, in Belgio il Governo Martens IV cadde per dissensi con la parte socialista sul piano di restrizioni sull’adeguamento automatico dei salari in contrasto all’inflazione. Venne sostituito da Mark Eyskens . del Partito Popolare Cristiano sostenuto dalla coalizione tra cristiano-sociali e socialisti. Peraltro questo Governo resse solo cinque mesi.
Tra fine aprile ed inizio maggio (il 10) , in Francia ci furono le presidenziali, con l’abbassamento a 18 anni del diritto di voto. Al primo turno si recò alle urne intorno al 81% degli aventi diritto. I voti si suddivisero tra Giscard d’Estaing  il 28, 30%, Mitterrand  il 25,85%, Chirac il 18%, Marchais (comunisti)  il  15,35 % ed altri sei candidati con voti da quasi il 4% a poco più dell’1%. Nessun candidato raggiunse la maggioranza assoluta, pertanto  andarono al secondo turno i due più votati. Sulla carta , tenendo conto anche del posizionamento politico dei meno votati, pareva abbastanza sicuro che l’area dei liberali e dei moderati (esponente Giscard) dovesse prevalere su quella dei socialisti e delle sinistre (esponente Mitterrand). Tuttavia fu determinante l’intento divisivo dei conservatori di Chirac. In un duplice senso. Nel suggerire la possibilità che potesse vincere Mitterand, così incentivando gli elettori di sinistra ad andare a votarlo, e nell’attivare manovre di Chirac per sostenere effettivamente Mitterrand nelle urne. Al secondo turno l’affluenza crebbe del 4,7% , non per caso. Mitterrand ottenne il 51,76% e Giscard il 48,25%.  Per la prima volta, aveva prevalso il programma socialista tranquillo e dettagliato dell’approccio tradizionale attualizzato , che mirava ad aumentare la domanda interna mediante il redistribuire la ricchezza, il diminuire la disoccupazione e il far crescere i consumi.
 In Grecia, durante quei mesi del 1981, il dibattito si andava sempre più concentrando sulle politiche previste per fine anno. Era percepibile l’inclinazione ad un mutamento di maggioranza e al successo dell’area socialista.     
Fin dall’inizio primavera del 1981, gli avversari della Thatcher interni al Partito Conservatore cominciarono a manifestare la loro contrarietà verso il monetarismo del Governo. La Thatcher dette loro l’etichetta di “molli” , inclini alla politica di spesa pubblica.   
A maggio ci fu l’uscita dei Moderati dal Governo in Svezia. Il motivo fu l’impostazione economica ritenuta troppo lontana dalla promessa elettorale di taglio dell’imposizione fiscale. Così il 5 maggio si dimisero i tre ministri dei Moderati. Il Primo Ministro Fälldin rimpiazzò i ministri usciti con appartenenti al Partito di Centro e ai Liberali, formando un nuovo governo di minoranza con i Moderati all’opposizione.
In Olanda, alle elezioni di fine maggio ’81 della Camera Bassa, i fatti nuovi furono il forte arretramento dei socialisti di sei punti 11% (con aumento degli eletti da 8 a 17) mentre i Cristiano Democratici calarono di un punto e di un eletto e gli altri liberali del VVD restarono stabili nei voti ma persero due eletti. Il Presidente van Agt vide nei risultati la possibilità di allargare la propria maggioranza parlamentare in termini numerici. Così lavorò per un quadrimestre e varò un gabinetto tra i Cristiano Democratici, il Partito del Lavoro e D66. Il Governo van Agt II, peraltro, nacque programmaticamente fragile.  Di fatti, il paese si trovava in recessione e con crescenti inflazione e disoccupazione. E i due principali partiti di governo avevano cure opposte: i Cristiano Democratici volevano ridurre la spesa pubblica e lo stato sociale mentre il Partito del Lavoro era contrario. In un semestre lo scontro deflagrò (a maggio 1982 il Partito del Lavoro uscì dal Governo van Agt II).
In Italia, l’evento politico clou della primavera 1981 fu il referendum abrogativo della legge 194 , l’interruzione volontaria di gravidanza, che si tenne a metà maggio insieme ai quattro dei Radicali (sull’ordine pubblico, sulla pena dell’ergastolo, sul porto d’armi, sui procedimenti e sulle tutele previste dalla 194) e ad uno dal Movimento per la Vita sui motivi per l’interruzione di gravidanza. Andò a votare poco meno del 80% degli aventi diritto e furono bocciate tutte e cinque le proposte. Da rilevare in particolare che la proposta radicale contro la 194 ottenne il 11,6% dei voti nel suo referendum mentre il Movimento per la Vita riportò il 32,0% nel suo.
Preso atto dei risultati, il criterio sperimentale impone un commento essenziale circa il sistema con cui i mezzi di comunicazione, nei decenni da allora, hanno stravolto la narrazione sul divorzio e sull’aborto. Già negli anni ’70, un po’ alla volta, i mezzi di comunicazione instillarono la falsa convinzione che divorzio e aborto fossero stati fatti dai Radicali (che non erano in Parlamento durante la Legge sul Divorzio e quanto all’aborto non furono mai favorevoli alla legge 194/78, contro cui votarono no in parlamento e poi sì per eliminare le tutele nel referendum del 1981). Inoltre gli stessi media non sottolinearono che il referendum radicale aveva ottenuto tra i cittadini contrari all’aborto solo un quarto dei voti e rispetto ai cittadini dei favorevoli alla 194 solo un sesto dei voti.
E’ importante ricordare un simile falso storico. Perché, al di là del caso specifico, è stato l’inizio del diffondersi dell’abitudine a non considerare il parlamento (che rappresenta i cittadini) ma quello che i media, tramite i sondaggi (per lo più non professionali), presumono sia il volere delle piazze, tra l’altro esaltando parole d’ordine fatte divenire di moda. Tale abitudine, al passar del tempo e ancora oggi, è divenuta il presumere che la verità sia quella dei media (fatto che per lo più i fatti puntualmente smentiscono). E ciò costituisce un danno gravissimo al convivere.
Il primo semestre del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, aveva già messo in luce la sua scelta nella politica interna di alleggerire le bardature dello stato, mediante consistenti riduzione delle imposte, della selva legislativa, della spesa pubblica; mentre in politica esterna, stava adottando la Dottrina Reagan, una linea di deciso contenimento dell’Unione Sovietica anche sul piano militare.
In Italia, la DC venne travolta di fatto dalle conseguenze del rendere  pubblici gli elenchi della P2. Perché mostravano come il suo modo di governare risultava parecchio adatto al proliferare delle degenerazioni degli intrecci tra istituzioni, poteri economici e settori della politica. Per allontanare ogni sospetto, nel giro di pochi giorni la Direzione decise unanime che appartenere alla DC era incompatibile con l’affiliarsi alla massoneria di ogni genere. Tale incompatibilità accentuava l’impostazione religiosa del Partito DC; e al contempo  costituiva  un ponte verso l’analogo modo di porsi del PCI, soddisfacendo quindi l’area Zaccagnini. Il Governo Forlani rassegnò le dimissioni.
Nel nuovo clima di difficoltà per la pretesa DC di continuare ad essere il punto di riferimento centrale, il Consiglio Nazionale PLI dichiarò la disponibilità a far parte del pentapartito qualora ci si fosse arrivati. Zanone di fatti rilevò un dato. La DC durava come partito pernio del sistema dal tempo più lungo in tutta la storia italiana, ma faceva sempre più una politica totalmente introversa “che ragiona solo su sé stessa….i suoi Consigli Nazionali sono claustrali, tutti interni alle sue mura…La DC per secolarizzarsi ha scelto la strada più rischiosa: da partito religioso a partito di governo…. E mantiene nell’anima profonda del suo animo una invincibile repugnanza per la liberaldemocrazia”. Quindi era necessario scommettere sulla espansione dell’area liberale e di quella socialista. Il Presidente Pertini, dopo un incarico a Forlani dato quasi per stile (cioè per verificare l’impossibilità di insistere sulla guida DC), dette quello vero al segretario PRI, Spadolini.
Spadolini, fondandosi sull’appoggio dei socialisti e dei laici, indusse la DC, seppure recalcitrante, a convergere. Del resto aveva detto subito che avrebbe fatto interventi immediati sulla P2 ; ma aveva anche detto di considerare le deviazioni dallo Stato libero di diritto la più grave minaccia incombente. Così varò in breve tempo il suo primo governo di pentapartito, in cui il PLI entrò con Altissimo Ministro dell’Industria e con i sottosegretari Costa (Esteri) e Fassino (Istruzione). E che, al di là delle ritrosie DC e degli strali rabbiosi di un PCI sospinto ancor più lontano dal governo, costituì un cambiamento non lieve. In più Spadolini mostrò presto di voler governare non considerando il governo una semplice stanza di applicazione di quanto decidevano le segreterie di partito. Assicurare l’unitarietà dell’indirizzo politico spetta al Presidente del Consiglio.
A settembre del ’81, ci fu un importante rimpasto nel Governo Thatcher. Vennero cacciati o demansionati i membri del Governo definiti “molli” , e dato sempre più spazio ai rigoristi. Ci furono comunque degli strascichi tra i parlamentari, e due mesi dopo una ventina di deputati pubblicò una lettera contro la politica economica. Un tentativo peraltro ricondotto presto nei ranghi. 

Nella seconda metà di settembre, in Belgio, il Governo Eyskens per insanabili disaccordi sul finanziamento della siderurgia vallona. Le seguenti elezioni anticipate, i primi di novembre, portarono al Governo Martens V, un esecutivo di coalizione tra cristiano-democratici e liberali, che restò stabile per diversi anni.

Il 24 settembre e il giorno dopo, si tenne a Roma il Congresso di Liberal International, presenti delegati dei cinque continenti.  Il Congresso di Roma varò un Appello che confermava ampliandolo il Manifesto di Oxford del ‘967. Muovendo dal rilevare che da quell’epoca “sono nate nuove forme di libertà, ma anche nuove forme di aggressione … Dobbiamo lavorare per un nuovo equilibrio tra il necessario intervento dello Stato e l’iniziativa dell’individuo, senza la quale lo Stato si trasforma in una burocrazia oppressiva … I valori liberali sono unici nella loro capacità di aprire la via tanto alla libertà politica e personale, quanto allo sviluppo materiale. Dove un gran numero di uomini e di donne soffrono la fame, le malattie, …. la libertà è minata ..  la libertà dell’individuo non deve essere confusa con l’egoismo …implica responsabilità e solidarietà con il proprio prossimo … Il liberalismo vuole che le cause dei conflitti violenti siano ridotte attraverso l’azione politica e diplomatica e attraverso sviluppi sociali, economici e culturali. … nessun paradiso in terra è possibile.”  

L’Appello indica poi in dettaglio i principi base, tra cui svettava quello che “donne e uomini debbono avere le stesse possibilità di partecipare allo sviluppo dei loro paesi”  e sottolineava come “rimanere statici è una minaccia alla stabilità e all’avvenire  … Non cambiano i valori, ma le istituzioni in cui essi sono incorporati.”, osservando che “il controllo efficace dell’esecutivo da parte del potere legislativo è reso difficile dalla tecnocrazia” e che “la scelta tra un esecutivo parlamentare ed un esecutivo presidenziale deve essere basata sulle tradizioni e sulle necessità dei singoli paesi, ma il controllo da parte dell’elettorato attraverso il parlamento deve essere sempre assicurato”. Inoltre, l’Appello riafferma “la protezione legale dell’individuo contro atti dello Stato che minaccino i suoi diritti fondamentali, la protezione della privacy dell’individuo contro lo spionaggio tecnologico e l’abuso degli ordinatori elettronici da parte dello Stato o di agenzie private …la rigorosa disciplina ed il controllo dell’ingegneria biologica e delle manipolazioni psicologiche”.  E rileva che “l’istruzione è stata ed è lo strumento più importante di una politica liberale indirizzata a promuovere la pace, a combattere le barriere di classe e le ingiustizie sociali ed economiche …. La libertà e il pluralismo nei mezzi di comunicazione di massa sono essenziali nella società liberale. Non ci può essere libertà politica dove i mezzi di comunicazione sono nelle mani di un monopolio o di un quasi monopolio, privato o pubblico”.

L’Appello prosegue ricordando che “le sfide principali sono a) la crescente concentrazione nella proprietà dei giornali all’interno delle democrazie industrializzate; b) la nuova tecnologia, che rende più facili le comunicazioni transnazionali ma, al tempo stesso, fornisce strumenti pericolosi per la manipolazione dell’opinione pubblica e per l’indebolimento delle culture indigene. …. Il legame tra un’economia di mercato sociale e la democrazia libera implica una battaglia costante contro i monopoli, i cartelli, i “trust”, le pratiche restrittive e le cosiddette posizioni dominanti private o pubbliche, eccetto i casi autorizzati dalla legge … Internazionalmente, il corollario naturale di una economia di mercato sociale è il libero commercio basato sull’interesse reciproco … Il protezionismo è in contrasto con un’economia di mercato”.

Sul punto, l’Appello si sofferma. “Il concetto liberale di mercato è stato erroneamente identificato con un’economia controllata con mezzi puramente monetari o con un’economia di tipo laisser-faire avulsa dagli interessi della comunità nel suo insieme. I liberali non accettano tale giudizio semplicistico … La libertà economica, nei casi in cui sia in contrasto con il benessere della comunità, degenera nell’anarchia ed è una delle fonti di oppressione … La programmazione, nel senso liberale, significa programmazione della libertà e per la libertà. La programmazione in un’economia di mercato sociale si basa sull’azione reciproca fra l’iniziativa privata e l’intervento dello Stato …. In una società moderna i problemi economici sono troppo complessi per essere affrontati esclusivamente o dal settore privato o da quello pubblico. …. i liberali non considerano le relazioni esistenti tra il settore privato e quello pubblico in una data economia e in un momento dato come statiche o definitive …. E’ necessario comunque assicurare che un monopolio pubblico non finisca per essere trasformato in un monopolio privato … I liberali sono in favore di una democrazia industriale basata su una genuina partecipazione diretta dei lavoratori e su una partecipazione agli utili”. L’Appello aggiunge che le strutture economiche di mercato e la protezione dell’ambiente sono complementari tra loro … la Crescita Zero come rimedio ai mali economici e sociali è inaccettabile … quando, per ragioni che vanno oltre il suo controllo, l’individuo non è in grado di far fronte alle proprie responsabilità, la comunità, organizzata dallo Stato, è responsabile della sua sicurezza sociale e del suo benessere materiale … il ruolo correttivo dello Stato non deve però rendere tutti dipendenti dal suoi sussidi … La volontà di eliminare la povertà e l’ingiustizia sociale non significa accettare l’egualitarismo .. l’egualitarismo degrada l’individuo, mentre il riconoscimento del merito in condizioni di giustizia sociale lo stimola fortemente … I liberali considerano ogni essere umano come unico: non eguale agli altri, ma di eguale valore”.

Sul piano internazionale, l’Appello chiarisce che “un pluralismo di culture è una necessità. Altrimenti la burocrazia e l’orgoglio nazionale senza controllo, e la tecnologia e il consumismo senza freno soffocano la qualità umana .. lo spirito di universalismo liberale deve governare gli atteggiamenti dell’Occidente anche verso l’Unione Sovietica e i suoi alleati, con fiducia nella maggior forza inerente alle idee ed alle istituzioni della liberà …  la distensione è indivisibile … l’Occidente non deve permettere che l’Unione Sovietica possa illudersi circa la sua volontà di negoziare e di resistere ad un’aggressione”.  E sullo specifico argomento delle armi, l’specifica che “la produzione, il commercio, l’esportazione e l’importazione di tutte le armi dovrebbero essere strettamente controllati da accordi fra i governi … seguire attentamente le attività delle Nazioni Unite e di incoraggiare la loro riforma, allo scopo di difendere le equità delle loro deliberazioni e decisioni … I liberali comprendono e appoggiano l’esigenza di molti paesi in via di sviluppo di conservare le loro culture anche al prezzo di uno sviluppo economico più lento”.

Nella parte conclusiva, l’Appello evoca lo “ scandalo che due terzi dell’umanità vivano sulla linea della povertà o al di sotto di essa, mentre buona terra agricola e foreste sono distrutte anno per anno senza che la Comunità mondiale prenda misure concrete per arrestare tale distruzione … L’equilibrio del consumo delle risorse naturali deve essere modificato in favore degli esseri umani che vivono all’orlo della fame … il commercio con i paesi in via di sviluppo non solo non riduce l’occupazione nei paesi industrializzati, ma l’aumenta … Nessuno sforzo va risparmiato per frenare le spese di armamento e per ridurle al minimo … la fabbricazione, il commercio e l’importazione ed esportazione delle armi devono essere rigidamente controllati dai governi in collaborazione”. Come si può constatare in base a questi cenni, l’Appello di Roma sviluppò ulteriormente la linea dei Manifesti di Oxford nel definire i cardini dell’impegno politico liberale.
La Danimarca, dall’ottobre 1979, aveva il governo Jørgensen  IV, un  esecutivo di minoranza, monocolore socialdemocratico. Era in corso una grave crisi economica dovuta al debito estero e all’inflazione interna. Furono necessarie misure drastiche e nel maggio 1980 il Governo ottenne l’appoggio di tre partiti di centro (Radicali, Centristi e Democristiani) per adottarle, effettuando due svalutazioni della corona intorno al 18%.              A dicembre ’80 nacque il Governo Jørgensen  V che , con fatica e l’accentuata instabilità di una situazione parlamentare molto fragile,  fu comunque in carica  per quasi un anno (fino alle elezioni del dicembre ’81).

In Portogallo ad inizio ottobre ‘981 vi furono le politiche. Vinse in nodo netto l’Alleanza Democratica (comprendente per sopra i tre quinti il Partito Socialdemocratico, per il 34% il Partito di Centro, per il resto i Monarchici) e guidato dal Primo Ministro uscente Francisco Sá Carneiro che batté il Fronte Socialista e distanziò ancor di più l’Alleanza del Popolo Unito di fede comunista.
La campagna elettorale greca ebbe toni non poco retorici da pare del Movimento Socialista Panellenico, il Pasok, guidato da Andreas Papandreu. Il suo slogan era “Cambiamento”, e il suo programma era centrato su riforme strutturali, sulla chiusura delle basi militari USA, sul ritiro dalla NATO e su un referendum per uscire dalla CEE in cui il paese era entrato a gennaio. Il 18 ottobre 1981 si tennero le elezioni parlamentari e le prime elezioni greche per la CEE.  Le previsioni trovarono conferma in ambedue i risultati, seppur non identici. Nelle parlamentari, il PASOK conquistò la maggioranza assoluta degli eletti (172 su 300) crescendo dal 25,3% al 48,1% e fagocitando l’Unione del Centro Democratico (che arretrò di quasi il 12%). Il partito Nuova Democrazia perse il 6% scendendo al 35,8% (115 seggi), mentre il Partito Comunista di Grecia perse un punto restando al 10,9% (con 3 eletti meno).
Nelle elezioni europee, il PASOK arrivò primo calando però di otto punti (con 10 eletti sui 24 seggi della Grecia), Nuova Democrazia diminuì di 4 punti ottenendo otto seggi, i Comunisti ebbero il 13% dei voti con tre eletti, i Comunisti dell’interno andarono oltre il 5% con un eletto, il Partito del Socialismo Democratico superò il 4% dei voti con un eletto (che a Bruxelles aderì ai Non Iscritti) e il Partito dei Progressisti. di stampo conservatore sfiorò il 2% con un eletto (anche a Bruxelles tra i Non Iscritti).
Successivamente al voto, il governo Papandreu riservò una notevole sorpresa quanto alla politica estera. Mantenne la Grecia sia nella NATO che nella CEE, provando così i considerare il programma elettorale uno strumento per imbonire i cittadini e indurli a votare, non per farli scegliere consapevolmente.
Il Governo Spadolini in Italia – seppur pressato dal mondo DC, in specie dalla cultura morotea e zaccagniniana, che in forma felpata aborriva il pentapartito in quanto superava la centralità DC,  e perciò era ostile ad affidarsi troppo alle scelte dei cittadini individui – proseguiva con decisioni rapide. Tipo la scelta di Comiso per l’installazione dei missili Cruise, che sollevò i pacifisti, il varo di una Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia massonica P2, le integrazioni alla legge sul finanziamento pubblico ai partiti.
L’avvenimento di maggior rilievo, nella seconda metà novembre ’81, fu il XVII Congresso PLI a Firenze. Ebbe un consistente successo di partecipazione esterna ed interna, fu di buon livello culturale e caratterizzò un PLI capace di coniugare la coerenza delle idee professate con l’interessare i mass media. Iniziò con una lunga relazione del Segretario Zanone che ripercorse le ragioni dell’importanza del PLI nella collocazione più dinamica e celebrò l’avvenuto divorzio tra il liberalismo e il conservatorismo. E concluse con una sorta di preghiera laica finale in dieci punti, che sintetizza i capisaldi dell’essere liberali. Un pezzo molto efficace, che è tra le cose più espressive in assoluto che Zanone abbia prodotto.
La relazione venne ampiamente apprezzata sia dal parco dei partiti che intervennero con il saluto  tra i quali Willy De Clerq dell’ELDR, sia nel dibattito da larga parte dei delegati al Congresso. Venne anche criticata con forza da due minoranze , quella moderata di Costa che criticava gli errori organizzativi  e l’altra di destra, Bignardi e Sterpa, che evocava il sogno conservatore. Nella replica Zanone rispose brillantemente alle critiche, e rilevò con realismo che “la terza forza è ancora troppo debole e non sovraffollata come in altre democrazie”. Il Segretario e la corrente Democrazia Liberale ottennero una maggioranza forte, il 73% , 125 consiglieri nazionali su 165, e 15 componenti la Direzione su 21.  
Bozzi commentò “questo Congresso è la prima pagina di un nuovo libro sulla vita del PLI”. Esprimeva una percezione esatta del clima psicologico in cui si svolse il XVII Congresso PLI, ma un qualche ottimismo sull’effettiva coerenza, rispetto all’anima stessa del liberalismo aperto che ci si proponeva di raggiungere, delle impostazioni nei rapporti con le altre forze politiche nonché con l’approccio partecipativo verso i cittadini. La coerenza traballava intanto su due questioni. Ritenere possibile mischiare un liberalismo coerente alle pulsioni di destra non liberale nelle proposte politiche. E non mettere in evidenza, quanto ai temi della terza forza e della DC, il come il PLI intendeva agire per migliorare le cose.
Del resto, proprio il Decalogo liberale – che ripeto è un documento di grande spessore – fa trasparire l’inclinazione a sottovalutare il cambiare civile persistente che è parte integrante del mondo reale e da cui il liberalismo attivo non può prescindere.  Ragion per cui andava risolto presto il traballare della coerenza operativa liberale su quei due temi. Anche perché all’epoca andava irrobustendosi il ruolo dei mezzi di comunicazione nell’influenzare l’opinione pubblica  in modo sempre più serrato, senza tuttavia applicare al meglio la propria funzione del far conoscere i fatti. Dunque un’influenza distorcente  che aggravava la sfida ai liberali attivi. 

Questa inclinazione a sottovalutare il cambiamento, è il lato debole del decalogo, in quanto non affronta l’aspetto chiave. Al passar del tempo, le modalità del vivere cambiano di continuo, non solo perché i soggetti sono altri, ma anche perché le condizioni fisiche del prima influiscono per forza su quelle successive. Allora, il liberale senza dubbio non ritiene possibile una società perfetta e cerca ogni giorno di correggere qualche imperfezione. E per riuscirvi, persegue la sintesi difficile non impossibile, fra l’efficienza del mercato, le riforme della socialità, le regole della democrazia. In aggiunta, però, deve essere ben consapevole di avere un obbligo.  Una simile sintesi va rinnovata in continuazione. Non ci si può abbandonare né all’illusione né al sogno che gli aggiornamenti possano essere fatti di tanto in tanto. I liberali debbono essere reattivi in ogni momento e   aggiornare di continuo l’efficienza del mercato, le riforme della socialità, le regole della democrazia. Perciò, i liberali sono sempre contro le previsioni apocalittiche depistanti dalla   flessibilità e contribuiscono incessantemente ai cambiamenti richiesti. Si affidano al mercato, perché per natura si adatta.

Il 7 dicembre 1981, in Portogallo  erano convocate le elezioni Presidenziali per la conferma (che poi avvenne) del Presidente in carica Eanes.  Tre giorni prima, il Primo Ministro Sá Carneiro insieme al Ministro della Difesa perirono nella caduta, poco dopo il decollo da Lisbona, del Cesna privato che li trasportava. Le indagini approfondite delle commissioni parlamentari portarono ad ipotizzare un ordigno sotto la cabina di pilotaggio, senza però una conclusione certa in sede giudiziaria sui mandanti e sul movente. I primi di gennaio ’81 divenne Primo Ministro Francisco Balsemão, da tempo della stessa linea politica di Sá Carneiro.          
 
4.15 Gli anni ottanta del ‘900 .   b) sul dibattito in materia di rapporti Stato Chiesa – Per quanto concerne l’Italia, in riferimento a quell’epoca, è opportuna una riflessione sul dibattito politico in materia. Dai primi anni ’70 il dibattito politico si concentrava sullo stringere o meno i rapporti con il PCI. Un problema reale. Però si era trasformato nel paravento di un altro problema coevo in prospettiva ancor più reale, quello del rapporto con la cultura cattolica. Una cultura sempre legittima, ma con due accezioni diverse: quella solo religiosa e quella politica.
La seconda accezione mutuava dalla prima un aspetto contrastante (inconsapevolmente o no) con le esigenze della convivenza democratica. Lo stare insieme non tanto per decidere come gestire le istituzioni, quanto per rendere possibile mantenere il controllo, tramite la fede comune, delle strutture cattoliche su chi la fede non ce l’ha. Viene fatto nella convinzione che la verità della fede può essere solo applicata e rispettata. Una convinzione opposta alla logica sperimentale, che nei secoli ha provato come l’universo non sia deterministico e che il futuro non è prestabilito né dipende da un libro sacro di fede.
Di conseguenza, emarginare il più possibile la cultura politica laica era in contraddizione con lo stesso intento fermamente dichiarato dalla DC. Infatti, visto che i laici erano sempre stati, nell’ottica di voler battere il PCI, numericamente determinanti (qualsiasi fosse la formula politica adottata al momento), emarginare la cultura politica laica rendeva di per sé impossibile fare maturare nel tempo la mentalità degli italiani in senso più aperto al probabilismo ed ampliare così la base democratica.
Nella speranza di superare questo ostacolo, la DC si era impegnata sul compromesso storico. Non era una sua invenzione ma aveva accettato di esplorarlo alla ricerca del trovare una consonanza con l’analogo rifiuto fatto dai marxisti dello sperimentalismo e della variabilità individuale (una consonanza che in parte bilanciava la contrapposizione in campo religioso).
Fallito il compromesso storico, la DC pareva più diposta, in superficie, al rapporto con la cultura laica (seppur permanendo l’asimmetria tra il mistico rifiutare il fascismo e il tollerante esser contrari al comunismo).  Nella sostanza però – al di là dell’utilizzo tattico delle reciproche invidie tra i vari partiti laici – la DC restava espressione della cultura politica cattolica e basta. Salvo l’epoca De Gasperi, la DC non riconobbe mai che i laici fossero più adatti ad affrontare i nodi del convivere all’insegna della realtà sperimentale. Perciò la DC non contribuì al costruire davvero una piattaforma di governo dotata di una prospettiva dinamica alimentata dalle iniziative dei cittadini individui. Ne è una riprova certa la lunga vicenda della revisione del Concordato 1929.   
Fin dall’inizio  (Paolo VI in un incontro con il Ministro degli Esteri Nenni), furono i vertici del Vaticano a mettere sul tavolo l’opportunità di rivedere il Concordato. Nei numerosi dibattiti che da allora seguirono per anni, anche a livello Parlamentare, fu evidente il sostanziale imbarazzo che pervadeva la DC. Mentre il Vaticano intendeva ripulire il testo del ‘929 delle oggettive arretratezze mantenendo il privilegio alla struttura religiosa ed il mondo laico (a parte l’auspicio del PLI di superare il Concordato) dibatteva sul come restituire il più possibile il ruolo primario allo Stato, la DC, salvo sprazzi come quello di Forlani che parlò di rinnovare il Concordato, praticava una linea incline a mantenere i privilegi consolidatisi nel tempo a favore della ampia burocrazia operante nelle pieghe del Concordato del 1929. Così, per anni, la trattativa proseguiva ma non si concludeva.   

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La politica delle proposte e dei comportamenti

La vicenda del gioielliere Roggero e della sua condanna penale, è da molti giorni al centro del dibattito politico. Purtroppo un dibattito tra atteggiamenti pregiudiziali, ormai dominante in Italia. Si scontrano non il valutare ii fatti, bensì i pregiudizi ideologici.

Da una parte, i sostenitori di Roggero, i quali sollecitano una grazia, anzi la pretendono (sorvolando sul fatto che concedere la grazia è una prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica) e annunciano pure la volontà di candidare Roggero alle politiche (cosa impossibile finché non ci sarà una grazia, per di più estesa alle pene accessorie). Dall’altra parte, i fautori dei giudici che hanno condannato Roggero per omicidio (perché, come si vede dalle immagini della vicenda, i ladri stavano fuggendo e non era necessario attaccarli dopo che era cessato il pericolo di reato), i quali  decidono disattenti alle ricadute del giudicato sulla convivenza. 

Però. al di là dei pregiudizi, i fatti restano ed esigono una valutazione accurata, non riducibile a considerazioni formalistiche. L’ex Ministro PD Minniti fa almeno due affermazioni indubbie. Che bisogna fermare la super giuria dei social fautrice della grazia e che la grazia non può essere un quarto grado di giudizio. Anche una sua terza affermazione – sicurezza e libertà, con l’accento sulla “e” precisa – è indubbia. Solo che questa affermazione, nel caso Roggero, non è rispettata in pieno. Nella sua sostanza, non solo nella percezione. 

I giudici, troppo spesso intenti a ragionare considerando i codici un mondo separato dalla realtà, hanno previsto un risarcimento ai familiari dei rapinatori morti. Questo risarcimento è dirimente. Costituisce un qualcosa di inaccettabile nel quadro della concreta convivenza democratica.  Infatti – anche volendo ammettere che sia giuridicamente fondato risarcire il danno causato dall’indebita reazione omicida del Roggero, separandola dal complessivo contesto degli avvenimenti – il risarcimento va oltre ogni dissertazione sugli ambiti della sicurezza privata e sulle sue tempistiche.  Come in questi giorni ha più volte detto il Presidente del Consiglio, “chi commette un reato non può pretendere un risarcimento per i danni subiti mentre delinque… Lo Stato sta dalla parte delle persone perbene”. Così, nel fine settimana è iniziata nel ddl Sicurezza la procedura per introdurre la norma che nega un risarcimento civile a chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato.

In tale situazione, è urgente che l’opposizione smetta di avere come solo programma comune il contrasto al Governo Meloni ed inizi ad affrontare i problemi reali, tipo quelli sollevati dalla condanna del gioielliere Roggero. Perdere il contatto con la realtà, fa correre il rischio di quanto avvenuto in settimana al Comune di Castellammare di Stabia.

A due anni dalle elezioni del giugno ‘24, con le liste vagliate e guidate dall’attuale eurodeputato Ruotolo della Segreteria Nazionale, il Comune è stato sciolto per infiltrazioni camorristiche. Travolto il Sindaco, il noto giornalista Luigi Vicinanza, prestigioso titolare di grandi testate nazionali, già Direttore del Tirreno (impensabili sue contiguità camorristiche), che ha accusato la Segreteria PD di non averlo tutelato nel varare le liste. 

La politica non si fa con le parole d’ordine bensì con i programmi e con i comportamenti davvero conseguenti, per risolvere i problemi della convivenza.

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Su un dibattito circa la Magnifica Humanitas (ad Andrea Rittatore Vonwiller)

Da Andrea Rittatore Vonwiller a Raffaello Morelli, martedì 7 luglio 2026

Gentile Dott. Morelli,

La prego di scusarmi per il ritardo con cui rispondo alla Sua cortese nota del 30 giugno scorso.

Desidero anzitutto ringraziarLa per averci fatto pervenire la rivista Non Mollare, che ho letto con vivo interesse e che ho particolarmente apprezzato per la qualità e lo spessore dei contenuti.

Venendo alle Sue osservazioni, comprendo la considerazione secondo cui la relazione di Monsignor Paglia, chiamata a esprimere il punto di vista della Chiesa sull’intelligenza artificiale, possa apparire inevitabilmente parziale.

 Tuttavia, la finalità della nostra Associazione è quella di promuovere conoscenza e consapevolezza, nella convinzione che tali obiettivi si perseguano anche attraverso il confronto con prospettive differenti, talvolta persino divergenti. 

Riteniamo, inoltre, che il livello culturale e lo spirito critico dei partecipanti ai nostri incontri costituiscano la migliore garanzia di una valutazione autonoma e consapevole degli argomenti proposti dai relatori.

Il tema dell’intelligenza artificiale, per sua natura in continua evoluzione, è da tempo oggetto della nostra attenzione. Negli anni abbiamo avuto l’onore di ospitare studiosi e protagonisti di assoluto rilievo, tra i quali il fisico Mario Rasetti e Marco Landi, già Presidente di Apple nel periodo precedente al ritorno di Steve Jobs, entrambi portatori di una visione profondamente laica dell’innovazione scientifica e tecnologica.

Anche in futuro la nostra Associazione continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, promuovendo occasioni di approfondimento che consentano ai nostri associati di comprenderne le implicazioni e di affrontarne le trasformazioni con consapevolezza, da protagonisti e non da semplici spettatori; e’ l’ambizione di questa  Associazione e non solo riguardo al tema dell’AI. 

Mi auguro di poterLa incontrare nuovamente nei nostri appuntamenti su Zoom. Il Suo contributo e il Suo punto di vista rappresentano per noi un valore autentico e saranno sempre accolti con grande attenzione ed interesse.

Con i più cordiali saluti,

Da Raffaello Morrelli a Andrea Rittatore Von Willer , martedì 30 giugno 2026

Egregio Avvocato Rittatore,

ieri  pomeriggio ho preso parte integralmente al webinar «Magnifica Humanitas» con Monsignor Paglia.  Sono state poco meno di due ore di alto livello intellettuale  e assai coinvolgenti, come sempre nei dibattiti da Voi organizzati. Perciò desidero ringraziarVi per la Vostra attività, che con il suo spessore concretizza l’intento di contribuire fattivamente   al nostro convivere. 

Peraltro , proprio tenendo conto di tale  intento, non posso non rilevare che la tesi di fondo del webinar, a cominciare da quella di Monsignor Paglia, è stata in prevalenza non poco disattenta alle valutazioni critiche della «Magnifica Humanitas» espresse dalla cultura liberale e laica. Al fine di contribuire ad ovviare a tale disattenzione, Le allego quale esempio un mio saggio pubblicato in questi giorni da Critica Liberale, «Magnifica Humanitas e la laicità».

Ritengo infatti che un’attività così impegnata come la Vostra, non possa confondersi con letture esclusive come quelle proposte da Monsignor Paglia, emerse in particolare   in due episodi del webinar. La replica stizzita (e contraddittoria) a chi nel dibattito aveva ricordato come la Chiesa abbia impiegato quattro secoli a riconoscere la ragione di Galileo;  l’insistito asserire che la linea della mela,  I Mac, I Phone, I Pad  etc valorizza l’Io e sé stesso discriminando il Noi , un’asserzione che contraddice l’esperienza scientifica almeno dal ‘600 in poi con tutti i suoi crescenti successi sperimentali.

La ringrazio per l’attenzione e Le invio i migliori saluti

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Un’informazione tendenziosa

Nel recente fine settimana, l’anniversario della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti e il collegamento da remoto di Leone XIV con il National Constitution Center di Filadelfia per il prestigioso premio assegnatogli, hanno fornito l’occasione ad importanti quotidiani italiani per dare molto rilievo alle parole del Papa. Hanno sottolineato che sono state una chiara contrapposizione a Trump (pur non nominato) in tema di libertà e di immigrazione. Non vi è dubbio che l’intento di Leone XIV fosse questo. Tuttavia è un modo di informare tendenzioso. 

Trattandosi di argomento decisivo nel rapporto Stato religioni, un giornale non dovrebbe sorvolare sulla sostanza complessiva del dibattito. Facendolo privilegia sotto il profilo civile  – anche senza averne il fine – la posizione clericale . In sintesi, questi importanti quotidiani hanno condiviso la lettura della Dichiarazione di Indipendenza del 1776 fatta dal Papa. Che è stata una lettura corrispondente alle esigenze della Chiesa ma non al testo e neppure agli avvenimenti da allora.

Leone XIV ha concentrato il valore della Dichiarazione di Indipendenza in tre parole-chiave. Il diritto alla vita («la vitalità di un Paese è profondamente legata al valore che esso attribuisce alla vita umana in ogni sua forma e condizione»), la libertà  (intesa come «la capacità della persona umana di conoscere la verità e di aderire al bene»), l’unità («I principi che hanno ispirato i fondatori dell’America, li hanno uniti in un sogno comune. L’unità ha dato forza a quel sogno, dando origine, sotto lo sguardo di Dio, agli Stati Uniti d’America»). Questa sintesi di tre parole è una lettura della Dichiarazione del 1776 volutamente parziale e quindi inesatta.

Prima di tutto Leone XIV non dice che il cardine essenziale dello spirito del 1776 fu gestire la convivenza terrena separando il Divino dall’umano: un Dio esiste ma fuori dalle decisioni in campo istituzionale. E’ il cardine da cui deriva la libertà religiosa espressa anni dopo nel Primo Emendamento alla Costituzione, “Il Congresso non potrà emanare alcuna legge che stabilisca una religione o ne proibisca il libero esercizio; o che limiti la libertà di parola o di stampa”. Poi Leone XIV non dice che altri cardini furono il non prendere le decisioni se non dopo aver osservato gli eventi e abbandonato l’idea del progetto eterno; che il governo spetta agli umani con voto periodico, a tutti non a pochi; che si decide col metodo della libertà avendo l’obiettivo di far felice il popolo; che nel gestire lo Stato non tutto è nelle mani di chi governa. Leone XIV non dice neppure che il secondo emendamento tutela il diritto dei cittadini di possedere e portare armi. Insomma, la sua è una lettura inesatta in aspetti chiave.   il motore della Dichiarazione di Indipendenza è la libertà del cittadino individuo non eterodiretta, irripetibile nella diversità umana di ciascuno ed uguale solo nei diritti dei singoli.

Non basta. Altre ambiguità consistenti stanno nell’affermazione di Leone XIV che gli Stati Uniti hanno aperto le porte ad ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di contribuire a plasmare il futuro della nazione, senza ricordare contestualmente che le migrazioni non erano un diritto umanitario mondialista, bensì venivano ammesse dai singoli stati in base alle effettive condizioni territoriali di ogni stato. Un’ulteriore ambiguità sta nel riferimento di Leone XIV alla tradizione americana di «favorire il dialogo interconfessionale e la cooperazione interreligiosa nella promozione del bene comune e nell’arricchimento dei dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche». In realtà il favorire dialogo e cooperazione è sempre stato non un intento primario  (non si trova nella Dichiarazione) ma esclusivamente la conseguenza del principio di libertà religiosa fondato sul non far intervenire Dio nelle decisioni istituzionali degli Stati Uniti.

Il modo di informare di questi importanti quotidiani è perciò tendenzioso perché elusivo. In pratica nasconde ai lettori il dato di fatto che la Chiesa Cattolica adotta  un esprimersi più flessibile per continuare a comportarsi in modo sostanzialmente impositivo (Giovanni Paolo II attribuiva alla società americana una visione puramente materialista e senz’anima, mentre Francesco lanciava anatemi contro la cecità materialista del modello occidentale).  Un comportamento del tutto legittimo in ambito religioso, che però sotto il profilo civile deve essere fronteggiato in un’ottica di separazione Stato Chiesa tipo quella adottata negli Stati Uniti da 250 anni. Un’ottica che in Italia incontra difficoltà quotidiane insidiata dai clericali, infiltrati nei gangli della mentalità civile quale retaggio di circa due millenni di predominio della Chiesa.  Forse questi importanti quotidiani si illudono di divenire – con il modo di informare tendenzioso – più graditi presso chi accusa gli Stati Uniti di essere un inferno di diseguaglianza e di razzismo e Trump di essere solo un pericoloso tribuno. Ma la loro è un’operazione commerciale incapace di cogliere i ritmi del conoscere l’effettiva realtà civile nel mondo e dell’irrobustire la coscienza separatista frutto sperimentato dell’esperienza. Quindi un’operazione asfittica quanto a laicità liberale e servizievole ausilio dei clericali.

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Dichiarazione Indipendenza USA: 250° in salute

La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti (4 luglio 1776) formulò in base all’esperienza i cardini della libertà imperniata sul cittadino e non   eterodiretta.

I suoi cardini sono cinque. Il primo fu gestire la convivenza terrena separando il Divino dall’umano. Un Dio esiste ma fuori dalle decisioni in campo istituzionale. Il secondo fu legare le scelte allo sperimentare. Si decide dopo aver osservato gli eventi e abbandonato l’idea del progetto eterno. Il terzo fu stabilire che il governo spetta agli umani, a tutti non a pochi, con voto periodico. Il quarto fu valutare senza preconcetti, così che l’attività sperimentale porti a decidere col metodo della libertà per far felice il popolo. Il quinto introdusse il principio della divisione dei poteri nel gestire lo Stato. Non tutto è nelle mani di chi governa.

Stessi cardini nella Costituzione federale, 1788. Da allora, si sono aggiunti 27 emendamenti sui diritti non violabili dal Governo. Sempre nel solco dell’illuminismo all’inglese attento ai dati sperimentali. Invece, l’illuminismo dell’Europa continentale usava la ragione trascurando i risultati dell’applicarla.  Da qui il differente influire sulle cose delle rivoluzioni americana e francese. 

Nella Rivoluzione francese, l’Assemblea Nazionale approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sancendo concetti di pura ragione. Gli uomini rimangono liberi ed uguali, la Nazione è sovrana e sopra i cittadini, la legge non ha il diritto di nuocere alla società ed esprime la volontà generale, estranea allo sperimentare e sovrastante chi convive. Sono tesi di Rousseau, antiscientifiche ed anti individualiste. La ragione deterministica danneggia l’autonomia umana.

In seguito, nel 1792, i sanculotti radicali vararono una Costituzione che antepose l’eguaglianza a libertà, sicurezza e proprietà, adottando norme prescrittive del dover essere. Quando finì il dominio giacobino, ci fu una nuova Costituzione, che stabilì “la legge è uguale per tutti”, dispose la durata triennale del corpo legislativo e il rispettare doveri e autorità.  Negli anni dopo, gli esiti furono vari. Prima il Consolato di Napoleone, poi un’ulteriore Costituzione, dopo la formazione dell’Impero e poi le guerre in Europa, fino alla restaurazione.

Non fu colta la forte attitudine evolutiva dell’illuminismo. Anzi, il mito libertario della Rivoluzione francese sempre innovativa, dilagò con effetti negativi permanenti. La sola ragione non evita che il governo trascuri i cittadini e segua il dover essere elitario. 

Così, mentre l’amalgama dei cinque cardini 1776, superando prove dure tipo lo schiavismo, ancora governa i conflitti di libertà, la linea della Rivoluzione francese è stata instabile e spesso illusione pura. Lo confermano, oltre decenni di fatti, la storia recente dell’UE e oggi il reagire dissennato in Occidente.

Nel 1948, Einaudi ammonì che l’Europa doveva “imitare l’esempio della costituzione americana del 1788”. Qualche anno dopo, l’altro liberale Gaetano Martino convinse i colleghi della CECA ad indicare un’Europa dei cittadini fondata sulla vita economica quotidiana. Fu la linea dei Trattati di Roma della Comunità Economica Europea (1957).

Innescò meccanismi di libera circolazione potenziando le relazioni tra cittadini e dando loro tempo per assuefarsi ai cambiamenti. Per un ventennio, il PCI attaccò furioso in Parlamento i Trattati di Roma. La CEE si sviluppò per 35 anni fino al Trattato di Maastricht (1992) dando centralità ai cittadini in spirito 1776.

A Maastricht, i paesi membri – inebriati dal crollo della Russia – modificarono i Trattati istituendo la cittadinanza europea e varando l’unione economico monetaria. Lo fecero potenziando la struttura burocratico istituzionale invece che dando spazio, nello spirito 1776, al ruolo e al peso dei cittadini. 

Tutti gli organismi dipendono dalle nomine dei tavoli interstatali, dalle scelte politico diplomatiche della Commissione e gestionali dei funzionari a Bruxelles. Il solo organo votato dai cittadini è il Parlamento, che non governa. L’Euro, il traguardo da raggiungere creato a Maastricht, non ha una struttura fiscale comune e neppure un mercato dei capitali. La struttura fiscale europea non c’è tuttora e solo i ¾ dei membri UE aderiscono all’Euro.

Il Trattato successivo (Lisbona 2009) valorizzò il Consiglio Europeo con due indirizzi che non coinvolgono i cittadini. Poi l’UE ricorse all’austerità per i bilanci in disordine. Eppure restringere la libertà economica non risolve il problema, lo peggiora. Finché il sistema BCE tornò a contrastare l’austerità con realismo più aperto limitando le gravi gelate civili. All’epoca COVID, la Commissione accantonò l’austerità e adottò i fondi europei comuni d’aiuto a tutti i membri UE.

Oggi dell’austerità resta l’ente  Meccanismo Europeo di Stabilità. Nel negoziare prestiti, talvolta si affida ad un organo a tre (Commissione UE, BCE e Fondo Monetario) ove la BCE non è una struttura UE e il FMI è fuori dall’UE. Perciò il MES è lontano dai cittadini e dallo spirito del 1776. Per questo è inadeguata la riforma in corso del MES che a ragione l’Italia non vuole approvare senza che il MES sia modificato.  

E’ difforme dallo spirito 1776 anche la recente politica NATO. Richiamando il passato, ha indotto gli ucraini avversari della Russia a non rispettare il Trattato di Minsk2 (da loro firmato con Russia, Francia e Germania, 2015), che impegnava l’Ucraina ad una riforma costituzionale per rendere autonome le regioni orientali.  Putin rispose autorizzando una missione per garantirle e furono occupati Donbass e Lugansk. Da qui, quattro anni di scontri armati. Determinante il sostegno economico militare alla volontà di indipendenza dell’Ucraina da parte NATO, UE, Inghilterra, Canadà e Stati Uniti. Le sanzioni alla Russia non hanno funzionato, perché non condivise da oltre i 3/5 dei paesi del mondo.

L’incoerenza dell’Occidente (rispetto lo spirito 1776) è averle agevolate. Per gli autocrati, che a casa usano l’illibertà, è fisiologico contrastare gli Stati liberi. Invece l’Occidente deve essere consapevole che cercare di eliminare le autocrazie non pericolose a breve, trasforma la libertà degli scambi in una libertà imperiale, che della libertà nega l’essenza. 

Il tentativo, sostenuto dai media, di imporre la libertà imperiale guidata da élites ha causato in Occidente una reazione in chiave populista, cioè opposta alla Dichiarazione di Indipendenza. Opposta come la moda razionalista di attribuire all’Occidente ogni colpa del passato.

Diverso è l’esito della reazione che ha eletto Trump nel 2024. Il Presidente ha il carattere mutevole dell’immobiliarista da affari plurimiliardari, mutevole nello scegliere il partito, con il vizio esasperato di scenate per sgretolare le ritrosie dell’interlocutore, talvolta oltre il buon gusto. Inoltre terremota il quieto vivere abituale. E sostiene la pena di morte.

Tutto ciò spinge i dem Usa al socialismo (critico della celebrazione ufficiale del 250°) e indispettisce i dirigenti UE illusi di dettare le regole. Attaccano Trump su tutto (lui in cambio piccona l’UE). Sperano di celare che i loro legami amicali ossequienti al potere – oltre a non introdurre la Difesa nei Trattati UE e lasciar guadagnare terreno ad autocrazie e al terrorismo – vengono battuti, pur appoggiati dai media, dalle reazioni populiste.

Eppure, in campo internazionale Trump segue (a modo suo, trattando) lo spirito  1776.  E’ molto attento a scuotere gli ostacoli, anche occidentali, alla fluidità e al dinamismo commerciali. Ancor più a colpire chi minaccia gli scambi (vedi Hormuz), si mostra debole col terrorismo, consente che l’Iran detenga l’uranio e insidi Israele.

Trump è riuscito a portare, prima i paesi musulmani del medio oriente al condannare nel voto all’ONU gli attacchi militari dell’Iran, e poi alla rottura del monopolio OPEC dei produttori petroliferi del Golfo. Finora attua lo spirito del 1776, sia nel verificare i risultati dei rapporti internazionali sia nel non usare la libertà imperiale nei paesi alleggeriti dalle dittature. Una volta alleggerito, ognuno è autonomo nel governarsi.  

Anche con l’intemperante Trump, la Dichiarazione di Indipendenza festeggia in salute il 250° compleanno. Non è affatto in crisi, come dicono sondaggi strumentali. Conserva solidi i pilastri del libero convivere pure nell’epoca populista. Che sono il pluralismo nella diversità dei cittadini, la libertà di esprimersi, la legittimità di opporsi e l’aggiustare continuo. Non lo sterile conformismo

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Magnifica Humanitas e la laicità

Stabiliti tali cardini (di stretto carattere religioso), la Magnifica Humanitas illustra puntualmente lo sviluppo del magistero sociale da Leone XIII ad oggi.Sottolineando che la Rerum Novarum ne è stata  la sua pietra miliare e precisando in particolare il motivo che “difende la proprietà privata insieme alla sua imprescindibile funzione sociale”. Della Rerum Novarum, scrive l’enciclica, “restano di grande attualità almeno due acquisizioni: il primato del lavoro umano su ogni logica puramente produttiva o finanziaria, … e il nesso inscindibile tra annuncio evangelico e ricerca di un ordine sociale più giusto. Prosegue illustrando uno alla volta i successivi insegnamenti dei vari documenti ed encicliche emanati nel corso dei decenni. Richiamando “tre orientamenti importanti per leggere le dinamiche della globalizzazione e per promuovere un ordine internazionale più giusto e pacifico: l’esigenza che il diritto preceda l’interesse, la consapevolezza che le disparità economiche sono terreno fertile per tensioni e violenze, e il valore di un tessuto associativo capace di mediare tra individuo e Stato”.

L’esame che l’enciclica fa degli anni del Concilio Vaticano II e dei documenti pubblicati dai diversi Pontefici è puntuale, espressivo e con un costante riferimento al Vangelo, “che non è un messaggio superato, ma una visione della persona umana, delle relazioni, dell’autorità e del bene comune capace di orientare anche oggi le scelte economiche, politiche e culturali”. In questo quadro l’enciclica rievoca i documenti di Giovanni Paolo II e le innovative riflessioni sui caratteri del lavoro umano e sulla piaga del sottosviluppo.

La Magnifica Humanitas ricorda poi l’enciclica del 1991, la Centesimus annus. “Offre un discernimento sul crollo del sistema sovietico e sull’affermarsi della democrazia e dell’economia di mercato… E rilancia il messaggio di Papa Pio XII secondo cui la Chiesa può apprezzare la democrazia nella misura in cui garantisce la partecipazione effettiva dei cittadini… e impedisce che il potere sia monopolizzato da élite ristrette mosse da interessi particolari o ideologici. Allo stesso modo riconosce il potenziale positivo del mercato e dell’iniziativa privata solo se restano subordinati alla legge morale e orientati dal principio di solidarietà, senza sacrificare i più deboli alla logica del profitto”.

Qui è opportuno un rilievo. La Centesimus annus già celebrava il passato perenne della Rerum Novarum e la Dottrina sociale come evangelizzazione nel segno della tradizione della Chiesa. Il tutto usando  un linguaggio scevro da toni profetici e avvolto in un’atmosfera di innegabile ragionevolezza. Peraltro, anche allora, erano novità solo in relazione alle posizioni tradizionali della Chiesa, non a quelle dei più evoluti filoni culturali del mondo laico occidentale. La Centesimus annus arrivava a riconoscere  che libertà, democrazia, concorrenza secondo le regole sono uno strumento potente di cresciuta umana, il più potente inventato dall’uomo. Ma la diffidenza religiosa rispetto ai cambiamenti innovativi sulle questioni terrene, aveva già provocato un grave ritardo nell’arrivare a capirlo. E soprattutto non ne garantiva una comprensione piena. Così, la Centesimus annus attribuiva alla rivalutazione dell’economia libera motivi e finalità in parte con essa incoerenti. Quali, il pensare la proprietà  giusta e legittima,  solo se serve ad un lavoro utile alla destinazione universale dei beni. Oppure ritenere l’illuminismo e il razionalismo capitalistico gravi errori da aborrire. Oppure essere convinti che l’uomo può donare sé stesso salvo chead un progetto solo umano della realtà. Oppure sostenere che non va commesso l’errore  di dimenticare la trascendenza della persona umana (visto che senza capacità di trascendenza, l’uomo si preoccuperebbe prevalentemente del possesso e del godimento e dunque non potrebbe essere libero, siccome l’obbedienza alla verità su Dio e sull’uomo è la condizione prima della libertà).

Di certo simili asserzioni sono una questione di fede del tutto estranea al problema della ricerca attuata nella dimensione umana. Eppure è proprio con la ricerca nella dimensione solamente umana che la società civile ha accresciuto nel tempo le sue conoscenze e le potenzialità di ciascun cittadino, tanto che la stessa Centesimus annus dava atto come gli spazi a disposizione dell’uomo fossero divenuti sempre più grandi.

Ritornando alla  Magnifica Humanitas e passando al periodo seguente , l’enciclica mette in evidenza che Benedetto XVI ha spiegato che la carità è  la via maestra della Dottrina sociale della Chiesa, purché sia sempre unita alla verità. E ha rilevato  “ con preoccupazione che proprio nei campi sociale, giuridico, politico ed economico si tende a dichiarare l’irrilevanza morale della carità”. La Magnifica Humanitasrimarca che la novità del contributo di Benedetto XVI consiste appunto“nel mostrare che sviluppo, giustizia, istituzioni e mercato non sono realtà neutre, ma luoghi in cui la carità nella verità deve prendere forma storica”.

Il Pontefice successore , Francesco, invita a “guardare la storia a partire dalle ferite e dalle speranze delle persone e a metterle in dialogo con il Vangelo. Nella sua enciclica  Evangeli Gaudium scrive “l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale” e invoca “una Chiesa capace di ascoltare il grido dei poveri, dei migranti e delle vittime delle nuove schiavitù”. Lungo una tale linea Francesco insiste “su una Chiesa che cerca di leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo e si lascia evangelizzare dai poveri con cui condivide la storia”. Più oltre, la Magnifica Humanitas ricorda che Francesco, nella Laudato sì, ”offre la prima grande elaborazione sistematica della crisi ambientale in una Enciclica sociale, mostrando che essa non è una questione settoriale, ma l’aspetto ecologico della crisi socio-economica contemporanea…. siccome tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri non possono essere separati. In questa luce, tornano in primo piano la destinazione universale dei beni, la critica a un paradigma tecnocratico che pretende di ridurre tutto a oggetto di dominio, la difesa del lavoro umano minacciato dalla logica dello scarto, l’esigenza di una giustizia tra le generazioni e il richiamo a un dialogo vero tra politica ed economia, perché nessuna delle due si chiuda nella propria autoreferenzialità”. Inoltre la Magnifica Humanitas ricorda che Francesco “rilancia in Fratelli tutti  il sogno di un’umanità che sappia scegliere l’amicizia sociale e la fraternità universale”.

L’enciclica di Leone XIV ha così concluso “una lettura della storia alla luce della fede” mostrando come”la Dottrina sociale della Chiesa non sia il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice – insieme al Concilio Vaticano II – ha offerto un contributo originale alla luce delle cose nuove del proprio tempo”.

Capitolo secondo – Siamo così arrivati al Secondo Capitolo della Magnifica Humanitas, intitolato “Fondamenti e principi della Dottrina Sociale della Chiesa”, suddiviso in 44 commi.   

Leone XIV inizia con una dichiarazione illuminante. “Ritengo che, per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale. Sono convinto che il rapporto armonioso tra questi principi richieda che essi siano considerati congiuntamente, affinché risalti con chiarezza come si richiamano e si illuminano reciprocamente”. Aggiungendo subito dopo di voler “aiutare i fedeli laici e tutte le donne e gli uomini di buona volontà a riscoprire il proprio compito di portare nel quotidiano… i principi che mi accingo a richiamare, lasciandosi animare dall’intento di incarnare l’amore di Dio nella trama concreta della storia”. Va preso pertanto nota che il fine operativo dell’enciclica è dichiarato. Ognuno deve dare concretezza “al cammino pastorale della Chiesa” . Insomma, non c’è quanto chiede la laicità, il manifestare le proprie convinzioni.

La Magnifica Humanitas prosegue descrivendo i fondamenti della Dottrina sociale. Iniziando dal’essere umano immagine del Dio trinitario”, lungo una serie di sei commi approfondisce descrivendoli gli aspetti principali della dignità umana e della fede religiosa che si manifesta  nella comunione con il Divino. Ciascuna persona ha una dignità che “non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno… la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita”.

La dignità è la base dei Diritti Umani. Tanto che “la Chiesa riconosce con gratitudine che il movimento verso la proclamazione dei diritti dell’uomo è uno dei più rilevanti sforzi per rispondere efficacemente alle esigenze imprescindibili della dignità umana”. Non per caso l’enciclica ricorda come “la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, è una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità”. Naturalmente l’enciclica precisa subito che “sarebbe vano proclamare i diritti umani se allo stesso tempo non si mettesse in pratica tutto il necessario per garantire il dovere di rispettarli, da parte di tutti, ovunque e per tutti. Tra questi, il primo diritto umano è il diritto alla vita, dal concepimento alla sua conclusione naturale,  senza il quale è impossibile esercitare qualsiasi altro diritto”.

E’ un passaggio emblematico del modo di comportarsi tortuoso della Chiesa. Infatti, il Vaticano ad oggi non ha ancora sottoscritto quella Dichiarazione Universale dei Diritti che esalta. Ciò perché sottoscriverla significherebbe accettare che un’istituzione terrena possa stabilire diritti umani definibili, per la Chiesa, solo dalla Divinità. E inoltre perché la Dichiarazione Universale non fa riferimento ai doveri verso la comunità,  accetta il mutare religione, ha un impianto individualistico modellato su scelte di vita laiche. Un comportamento così prova l’attitudine della Chiesa a leggere i documenti non per quel che sono, bensì per quanta conferma danno o possono dare al  credo cattolico. Dunque un comportamento assai tortuoso.

Proseguendo nell’esaminare il testo dell’enciclica, si trova poi l’esortazione a non rinunciare mai “alla ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi” insieme a quella di riconoscere i diritti delle minoranze,  cominciando da quelli delle donne “ che sono doppiamente povere…. perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti”.

In generale, l’enciclica ammonisce che “non basta esaltare la libertà individuale o l’iniziativa privata, se poi si accetta che una moltitudine di persone continui a vivere senza un lavoro dignitoso, senza tutele, senza accesso ai beni fondamentali”. Di conseguenza “chiede di plasmare il modo in cui viviamo insieme, le nostre scelte economiche e politiche, il volto concreto delle nostre città”. E sottolinea che il bene comune è il primo grande principio della Dottrina Sociale della Chiesa. “il bene comune non si lascia ridurre a un semplice elenco di condizioni o di istituzioni. Non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli… è un bene più grande….che solo insieme si può costruire, accrescere e custodire… Se si sommassero semplicemente i beni individuali, non si potrebbe spiegare l’esistenza del plus risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca, che li supera e allo stesso tempo li arricchisce… Lavorare insieme alla ricerca del bene di tutti significa avere un progetto condiviso”.

Sono parole non soltanto religiose, ma schiettamente politiche. Tanto che a questo punto, la Magnifica Humanitas rileva che “il potere pubblico ha il compito delicato di armonizzare con giustizia i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli”. E rileva anche che lo stesso vale per la politica internazionale. “Invito tutti a pensare forme di cooperazione e di istituzioni internazionali capaci di custodire il bene comune globale senza annullare la legittima pluralità dei popoli e degli Stati”.

“Tra le molteplici implicazioni del bene comune, immediato rilievo assume il principio della destinazione universale dei beni… che non riguarda soltanto i beni materiali, ma anche i beni immateriali e culturali. Esiste un diritto alla proprietà privata che ha il suo senso e la sua funzione propria, ma sempre subordinato alla destinazione universale dei beni…. Tale subordinazione è la regola d’oro del comportamento sociale e il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale. La tradizione della Chiesa ha visto nella proprietà un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune”.

Qui la Magnifica Humanitas compie un passo ulteriore nella direzione politica. “Oggi, tra i beni che sono destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. Quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni”. E prosegue. “La Dottrina sociale della Chiesa chiama sussidiarietà il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori…. La sussidiarietà non giustifica il disimpegno dello Stato, ma ne orienta l’azione: l’intervento pubblico è richiesto proprio per permettere a tutti i soggetti sociali di svolgere la loro missione senza essere schiacciati…. Il principio di sussidiarietà vale in modo particolare nel contesto della rivoluzione digitale. Qui il livello superiore non è lo Stato, ma ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune… Nelle scelte che riguardano i flussi economici e le piattaforme digitali, nel governo dei dati e degli algoritmi, non si può lasciare che pochi attori orientino da soli i processi, ma è necessario costruire forme di cooperazione che rispettino i diversi livelli della comunità mondiale e li rendano corresponsabili del bene comune. …..  Appare così evidente lo stretto legame tra sussidiarietà e solidarietà…la solidarietà è un modo di fare la storia che costruisce popoli e non semplici masse di individui… La solidarietà chiede che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno”.

La Magnifica Humanitas evidenzia che “la giustizia nasce e si compie nella fraternità, perché il modo in cui ci accostiamo agli ultimi e ci relazioniamo a loro diventa la misura del nostro rapporto con Dio e con i fratelli. La giustizia però non riguarda soltanto i comportamenti dei singoli, ma anche il modo in cui sono pensate e organizzate le strutture della convivenza…Il Magistero recente ha insistito sul fatto che la giustizia sociale esige uno sguardo che parta dagli ultimi…. di una opzione preferenziale per i poveri che deve segnare le scelte personali e sociali”. Tali argomenti esigono una nota. Partire non dall’azione individuale ma dal come agire per soddisfare il bene comune, fa necessariamente prevalere il preconcetto di bene comune e non l’osservazione sperimentale che innova.

Al di là della nota, riprendiamo l’esame testuale della Magnifica Humanitas . Essa prosegue con “la giustizia assume anche una dimensione riparativa… Ciò può significare … sostenere chi porta ancora oggi le conseguenze di torti subiti in passato…. Un ordine sociale giusto nel tempo del digitale è quello che garantisce a tutti un accesso equo alle opportunità… sottopone a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, così che il criterio non sia il solo profitto ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli… Un banco di prova decisivo per la giustizia sociale oggi è rappresentato dalla condizione dei migranti, dei rifugiati e di quanti sono costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali… Il modo in cui una società li tratta mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità… Lo   sviluppo è autentico solo se è integrale, vale a dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”.

Nei decenni successivi, la Dottrina sociale della Chiesa ha ripreso e approfondito questa espressione per indicare il modo concreto in cui i grandi principi … trovano attuazione nella storia.   …. Lo sviluppo è umano quando mette al centro le persone e non l’accumulazione di beni, e quando riguarda anche i popoli, non solo gli individui.  … Lo sviluppo è integrale quando non si riduce all’ambito economico, ma promuove la qualità della vita nelle sue dimensioni spirituali, culturali, morali e relazionali, nel rispetto della Casa comune, della diversità dei popoli e dei loro modi di vivereL’enciclica rileva infine che”le innovazioni tecnologiche – compresa l’intelligenza artificiale – non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione”. E nel seguito la Magnifica Humanitas insiste nell’affermare che simili questi principi siano  da applicare innanzitutto all’interno della Chiesa. 

Capitolo terzo. Questo capitolo della Magnifica Humanitas, che comprende 51 commi, si intitola “Tecnica e dominio: la grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA”.

Parte con richiamo ancestrale poi ricorrente nel capitolo. “L’immagine biblica di una costruzione: da un lato la torre di Babele, dove l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare; dall’altro le rovine di Gerusalemme, che vengono ricostruite pezzo per pezzo, come opera di responsabilità condivisa”. Il richiamo introduce una constatazione. ”L’Enciclica Laudato Sì denunciava la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato: la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche…..Le innovazioni … possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico”. Tuttavia lamenta Leone XIV, “in molti casi nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione”. E continua “Non è mia intenzione offrire qui una trattazione sull’intelligenza artificiale…mi limito a richiamare alcuni elementi essenziali per un discernimento morale e sociale che custodisca il primato della persona…Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”.

Il commento dell’enciclica è ”Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati:….. La velocità e la semplicità .. semplificano le nostre vite, ma possono anche abituarci a delegare troppo e a cercare risposte pronte, indebolendo il giudizio personale e la creatività……I vantaggi in termini di efficienza e le potenzialità di miglioramento di alcuni servizi sono evidenti; tuttavia, un’adozione rapida e acritica ci espone a diversi rischi, tra cui quello di sottovalutarne l’impatto ambientale”.

Vengono fatti esempi. ”Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane….il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”. Da qui diviene necessaria “la possibilità di identificare chi deve rendere conto delle decisioni…e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano…..esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti…servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito”. 

Il rischio del non farlo è che  “ il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo…..Non possiamo limitarci a invocare il cosiddetto allineamento dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi.…Inoltre, la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata” .

Questo passaggio argomenta in modo chiaro ma il contenuto è destabilizzante, tanto da richiedere una confutazione immediata da parte laica. Perché, adottando un simile tipo di logica, si mina alla radice non soltanto l’IA ma la metodologia di ricerca in sè. Sotto due profili. Uno.  Ricercare è osservare il mondo cercando di capire come funziona. Frapporre un codice etico (prescrivendo il codice etico da usare) limita l’osservare e quindi la ricerca. Due, siccome l’IA effettua i calcoli ad una velocità enormemente superiore e investe masse di dati enormemente più ampie, il  prestabilire chi può utilizzare l’IA e chi no, viola il basilare principio degli uguali diritti per ogni umano. La questione da affrontare è un’altra, la brevettabilità della scoperta.  

Tornando all’esame del testo, la Magnifica Humanitas auspica che l’IA venga disarmata. Vale a dire “ sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva…Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano.…Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione”. E specifica che “l’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione”.

Poi l’enciclica aggiunge che la tecnologia deve evitare sia di puntare  al transumanesimo(“immaginando di incrementare prestazioni e capacità”) sia al postumanesimo (“prospettando una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente,… entrando in un nuovo stadio evolutivo”). Ed in generale che “tutto ciò che appare come limite… tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione”. Invece “è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, .. l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio…La finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro”.  

In seguito la Magnifica Humanitas espone una fitta serie di esempi di istituzioni, di associazioni e di fatti che nel corso degli ultimi 170 anni sono stati realizzati all’insegna del risolvere il problema dello stare insieme e del come meglio affrontare i pericoli , spesso pure  dovendo sconfiggere resistenze e contrasti. Al riguardo, l’enciclica osserva concludendo che  “la fede cristiana risponde indicando un compimento che non deriva da una divinizzazione tecnologica, ma da quella operata dalla grazia di Dio ricevuta in Cristo….Qui si trova la differenza radicale rispetto ai sogni prometeici: ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma…L’IA può rendere la vita umana sulla terra più umana … in un cammino di ricostruzione paziente e condivisa, sul modello della rinascita di Gerusalemme. Se invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si spezzano, allora siamo davanti a una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa, ma disumana” 

 Capitolo quarto – Il quarto capitolo della Magnifica Humanitas  comprende 50 commi fino al 181 ed è intitolato “Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà”. 


Il testo prende avvio con l’osservazione che ”l’uso delle piattaforme digitali e dei sistemi di IA accelera i profondi cambiamenti nella comunicazione pubblica e politica… La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente” E formula un auspicio:” un’informazione veritiera non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato…. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti può fondare una comunicazione giusta”. Per arrivarci va presa coscienza del fatto che “l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso e della società…Una società è rispettabile anche perché coltiva la ricerca della verità e per il suo attaccamento alle verità fondamentali.

Quando “prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare efficace, la vita democratica si indebolisce” e l’enciclica cita il detto della filosofa Hannah Arendt (tacendo il suo essere liberale), secondo cui “per i totalitari  i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più”.

Con questa modo di vedere le cose, l’enciclica avverte “chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede una notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà. È un potere che chiede di essere continuamente illuminato dalla ricerca della verità e dal rispetto della dignità umana, perché la cultura che si genera nella rete non diventi strumento di eccessiva distrazione, di omologazione e di dominio… la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”.

Per tale ragione la Magnifica Humanitas spiega la necessità di  “un’ecologia della comunicazione: …ciò significa stabilire norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali;… implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata; …la maturazione dell’esigenza di una nuova consapevolezza educativa e la formazione all’utilizzo corretto e critico degli strumenti digitali, dell’IA; … la grande sfida dell’integrazione dei saperi, allenando sia alla capacità di collegare le conoscenze per leggere la complessità, sia alle tecniche per la verifica dei fatti.

A questo punto, l’enciclica siriferisce in termini  chiari ai gravi mali che in materia si sono verificati nelle comunità ecclesiali per lunghissimi secoli. Dopo, osserva che “la pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza, che alimenta apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità.
.. I processi educativi, invece, hanno bisogno di tempi di maturazione…. Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta”.

Poi, nel comma 141, esamina limiti e difetti comprovati dei social e delle loro conseguenze, specie quando usati troppo precocemente… “Occorre opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme – concentrate in poche mani – quando esso contrasta con il bene dei minori”. Dopoal comma 
143ci ricorda che “la scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità” ed evoca  il pericolo delle scuole private che discriminano sulle disponibilità economiche, sottolineando l’eccezione delle scuole cattoliche che evitano tale discriminazione. Inoltre richiama la necessità di adeguare di continuo la pedagogia.  La ragione è che “non può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità.

Nei commi successivi, l’enciclica formula un appello. “La Dottrina sociale della Chiesa invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a un’alleanza educativa rinnovata… educare alla sobrietà e al senso del limite… il Magistero ha riconosciuto nel lavoro la chiave essenziale per comprendere l’intera questione sociale… In quest’ottica, gli aiuti economici ai poveri restano talvolta necessari nelle emergenze, ma non possono diventare l’unica risposta, perché l’obiettivo è mettere ciascuno nelle condizioni di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro”.

All’insegna di questo appello, viene osservato che “contrariamente ai benefici dell’IA che vengono pubblicizzati, gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive…. Per evitare questa deriva, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione.
…. la persona umana è fine e non mezzo, e l’ordine economico deve rimanere sottoposto alla sua dignità e al bene comune.

Quanto alla transizione tecnologica, avverte l’enciclica, “non esiste un modello di cambiamento unico, né una soluzione globale: esistono territori e storie che chiedono risposte diverse…In quelle parti del mondo in cui il lavoro tende a ridursi o a mutare radicalmente, per effetto di processi tecnologici e organizzativi che sfuggono al controllo democratico, è necessario ripensare il lavoro stesso e il suo rapporto con la cittadinanza, perché l’assenza di occupazione non pregiudichi la partecipazione sociale…. È necessario un nuovo sforzo convergente di responsabili politici, organizzazioni dei lavoratori, mondo imprenditoriale e comunità scientifica per elaborare in tempi rapidi regole e tutele adeguate e condivise, anche a livello internazionale”.

Per la Magnifica Humanitas, la stessa transizione del lavoro ha la conseguenza di attivare nuovi spazi di attività e perciò esige nuove iniziative di lavoro. Perciò “occorre governare in anticipo la trasformazione. Una via praticabile consiste anzitutto nel fissare criteri sociali per l’innovazione… la libertà economica non è assoluta e va sempre misurata sul bene comune e sulla dignità di ogni persona. L’iniziativa imprenditoriale può essere una vera vocazione, capace di generare ricchezza e migliorare la vita di tutti, a condizione che riconosca la creazione di lavoro dignitoso e di valore come parte essenziale del proprio servizio alla società e non come variabile dipendente dal solo profitto”.


Non può sfuggire l’ambiguità del concetto insito nelle ultime parole. L’imprenditoria dipende dal profitto creato realizzandosi nell’ambito delle norme vigenti. Ed anche il migliorare le condizioni di lavoro è finalizzato a aumentare la produzione ed il profitto. Chi accetta davvero tale principio, non deve sminuire il profitto imprenditoriale in nessun modo e tanto meno demonizzarlo. Ed è pure ambiguo, sotto diversi aspetti, anche il concetto espresso dall’enciclica pochi periodi dopo. “Una società giusta richiede uno Stato presente e istituzioni civili capaci di superare la sola logica dell’efficienza, orientando esplicitamente risorse, creatività e norme a favore dei più vulnerabili”. Dal punto di vista laico, per funzionare al meglio, lo Stato e l‘istituzione pubblica devono sempre proporsi di essere efficienti al massimo delle loro possibilità. E’ l’essenza del loro contributo al corretto funzionamento del convivere.

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La Magnifica Humanitas prosegue consigliando di andare oltre l’uso esclusivo del PIL nelle statistiche e facendo considerazioni sulla finanza che non deve pensare solo a sé stessa e sul risparmio. “La funzione sociale del credito rimane insostituibile. La finanza per la finanza è cosa ben diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la creazione e l’evoluzione del lavoro….  Pensare che le nuove tecnologie porteranno automaticamente beneficio a tutti significa ignorare un’evidenza.. La giustizia oggi passa anche attraverso l’accesso ai benefici dell’innovazione…Ma non bisogna considerare la ricerca della giustizia sociale un tema separato e successivo alla produzione di ricchezza, come se l’economia dovesse semplicemente creare valore e la politica intervenire solo dopo per distribuirlo… la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione. Poiché molte decisioni economiche superano i confini degli Stati, è necessaria anche una cooperazione internazionale capace di definire strategie comuni. Di nuovo concetti ambigui sui compiti della politica. Espressi così non escludono il dirigismo ideologico o religioso. 

L’enciclica prosegue scrivendo “la famiglia è la cellula fondamentale e insostituibile di ogni organizzazione comunitaria…. È noto l’impatto devastante della disoccupazione e della precarietà sul tessuto familiare. Nel breve periodo può sembrare vantaggioso ridurre il costo del lavoro o massimizzare l’efficienza finanziaria, ma nel lungo periodo ciò mina le basi stesse della convivenza”. Passaggio pericoloso. Alla lettera vuol dire che le basi della convivenza sono mantenere alto il costo del lavoro e non al massimo l’efficienza finanziaria. Concetti contrapposti ai dati dell’esperienza storica.

Poco dopo, l’enciclica richiama il fatto che “la necessità di cambiare occupazione più volte nel corso della vita richiede percorsi di riqualificazione permanente, che rendano le nuove generazioni capaci di assumere, con competenza e autonomia, i rischi di un contesto economico mutevole e spesso imprevedibile… in una stagione di profonde trasformazioni tecnologiche, occorre una creatività politica a favore del lavoro che metta al centro la famiglia e le nuove generazioni, se non vogliamo che i progressi economici si traducano in nuove forme di insicurezza e di esclusione… è decisivo investire su formazione e riqualificazione accessibili, perché la mobilità professionale richiesta dall’economia digitale non diventi una selezione crudele tra chi può aggiornarsi e chi no… Un ulteriore rischio è quello del controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Quando ogni gesto lascia tracce… si crea un potere nuovo: quello di profilare, prevedere e orientare i comportamenti… Se questi dati vengono usati per prendere decisioni che incidono su opportunità concrete … si rischia di ledere la libertà e discriminare i più vulnerabili. Inoltre, il controllo non passa solo da divieti espliciti, ma dall’architettura della visibilità: si finisce per modellare opinioni e scelte, generando conformismo e autocensura. Per questo la libertà, nell’era digitale, non è soltanto un fatto interiore: è anche una questione pubblica, che domanda regole chiare, trasparenza, possibilità di ricorso e limiti proporzionati all’uso di tecnologie invasive, affinché la tecnica resti al servizio della persona e non diventi una forma di dominio delle coscienze”.

E ammonisce sugli effetti negativi di “una mentalità tecnocratica e postumanista, che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile, eliminando tutto ciò che pone limiti alla massimizzazione del profitto: ciò che conta è l’efficienza, non il rispetto della libertà e della dignità umana… Se una tecnologia promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignità della persona.
.. Senza questa riflessione etica e umanizzante, il potere crescente dei sistemi digitali rischia di condurci verso atrocità nuove”.

La Magnifica Humanitas non fa discorsi simili per autocelebrare la Chiesa. Anzi, afferma che “non possiamo negare o minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù… Si tratta di una ferita nella memoria cristiana a cui non possiamo considerarci estranei… Il colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili… Altrimenti, l’era digitale non sarà post-coloniale, ma coloniale sotto altra forma… la Dottrina sociale della Chiesa propone una responsabilità condivisa. Chiede che questi processi siano governati con lungimiranza da istituzioni … da imprese … da corpi intermedi e comunità educative … da cittadini”

Capitolo quinto. L’ultimo Capitolo della Magnifica Humanitas si intitola “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore” e comprende 47 commi.

La parte inziale è netta. “In un mondo sempre più interdipendente, la pace  è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli. Netti lo sono pure i concetti successivi. “La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti. Alla guerra visibile si affiancano attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche. L’IA entra in questi processi come fattore di accelerazione, in un quadro in cui molte tecnologie sono intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all’offesa, e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare.

“Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti…È, inoltre, la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo… E tuttavia, accanto a questa deriva, intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace. … è una costruzione più lenta, meno visibile…È a questo orizzonte di impegno, a questo cantiere di speranza, che diamo il nome di civiltà dell’amore” espressione introdotta da  Paolo VI.

 “La Chiesa immagina un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale”. L’enciclica Fratelli Tutti ha ricordato che “solo questo amore sociale può generare un ordine internazionale stabile, trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino.
.. Le reti digitali, l’economia globalizzata e lo sviluppo dell’IA creano legami sempre più fitti, collegando in tempo reale decisioni prese in un luogo agli effetti che esse producono altrove…Il bene comune assume sempre più una dimensione universale, con diritti e doveri che riguardano l’intera famiglia umana.

“Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza…che penetra nella società, modifica comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, .. alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono… Anche durante la Guerra fredda permaneva la consapevolezza che occorresse evitare a ogni costo un nuovo conflitto mondiale. Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale”…

A tutto ciò si aggiunge un elemento nuovo e decisivo: la dimensione mediatica e digitale. Le reti di comunicazione, gli ambienti informativi frammentati e gli algoritmi che premiano lo scontro possono amplificare polarizzazione e risentimento, accelerare la propaganda e rendere più difficile un discernimento comune…È in questo clima che l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza.. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della guerra giusta.. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono….

Un elemento decisivo del panorama attuale è la crescita dell’industria bellica, divenuta settore chiave nell’economia di alcuni Paesi.. In tale contesto, l’entrata in vigore nel 2021 del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, rappresenta un segno importante, ma rischia di restare in gran parte simbolico, poiché le principali potenze atomiche non vi aderiscono. Si è diffusa così la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza, con il risultato di alimentare una nuova e poco controllabile corsa agli armamenti….La scena è resa ancora più instabile dalla presenza di nuovi attori armati – gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali – che segnano la fine del monopolio statale della forza”…

A questo scenario si collega lo sviluppo incessante dei sistemi d’arma, e in particolare delle armi legate all’IA…Lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici, nel rispetto della dignità umana e della sacralità della vita…Non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale”.

Pertanto “occorre indicare puntuali criteri di discernimento. Il primo riguarda la responsabilità personale. Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili. Da questi criteri derivano alcune esigenze irrinunciabili. Anzitutto, per ogni sistema impiegato in ambito bellico, devono essere garantite tracciabilità e possibilità di ricostruire le decisioni.. In secondo luogo, la scelta di impiegare la forza letale … deve restare sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile. Infine, è necessario stabilire regole condivise, anche a livello internazionale”.

L’enciclica osserva poi. “La cultura della potenza scaturisce anche dalla crisi del sistema multilaterale…Invece di progredire, stiamo retrocedendo rispetto alla svolta storica del Novecento. Dopo il 1989,… si è affidata quasi ciecamente ai mercati la capacità di produrre benessere, democrazia e stabilità, … la globalizzazione… ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche. La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso diritto del più forte, e i suoi strumenti – dai tribunali competenti sui crimini di guerra alle corti chiamate a dirimere le controversie tra Stati – vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza… Così si indeboliscono anche le conquiste del diritto umanitario”…

 “Viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale… Sembra tornare a imporsi la logica dell’equilibrio armato e della deterrenza. Ma, contrariamente allo scenario bipolare della Guerra fredda, oggi il moltiplicarsi degli attori e dei fronti di conflitto rende questa logica sempre più fragile….A monte di tutto ciò sta un falso realismo, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana…Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità

La Magnifica Humanitas tira la conclusione che “questo è terreno fertile per nuove guerre, forse ancor più pericolose di quelle passate perché tendono a smarrire ogni limite etico…Le decisioni sembrano ora essere guidate quasi esclusivamente da calcoli economici, difesi attraverso illusioni mediatiche, euforie artificiali e “sogni” che inevitabilmente si infrangono, generando frustrazione e nuova violenza… Quando una cultura giustifica il conflitto, si apre una deriva pericolosa: ciò che oggi appare impensabile può diventare domani accettabile in base a calcoli di utilità o di sicurezza… Quando ci si limita a guardare solo al proprio settore, ci si illude di svolgere un compito moralmente neutro e si evitano le domande sugli scopi ultimi che orientano determinate sperimentazioni: così si rischia di cooperare, magari senza volerlo, a progetti oscuri che alimentano nuove forme di violenza, manipolazione e dominio.

Costruire la civiltà dell’amore. “La prospettiva cristiana non si esaurisce nel denunciare il male…    I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce…non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà…Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione”. Leone XIV ci dice “propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo.

Ne consegue che “dobbiamo dire no alla guerra delle parole e delle immagini… quella vera pace che nasce dalla giustizia… dobbiamo toccare la carne di chi soffre, guardare i volti.. Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti l’idealismo politico… Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo, .. non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza…Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo…A livello politico, è urgente passare dalla cultura della potenza a un’autentica cultura del negoziato”.

Lo stesso Leone XIV ripete “i popoli vogliono la pace”. E l’enciclica sottolinea che “nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo… chi usa nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto”. Del resto “nelle relazioni internazionali, il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia. Anche lo spazio cibernetico è diventato terreno di confronto…occorre una diplomazia capace di operare anche in questo nuovo ambiente, negoziando regole condivise sull’uso delle tecnologie digitali”.

“Nel contesto internazionale, la diplomazia della Santa Sede assume il principio evangelico della misericordia come criterio concreto dell’agire politico…contribuisce alla costruzione di una civiltà dell’amore in cui anche le nuove tecnologie siano orientate al bene comune…Non stanchiamoci di pregare per la pace e di impegnarci per realizzarla nelle nostre relazioni e nella società.

La conclusione della Magnifica Humanitas comprende 16 commi. Leone XIV premette “al termine di questo percorso, desidero consegnarvi un itinerario di vita cristiana con cui abitare questo cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo”. Dopodiché proclama che “la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono.. diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale”. E traccia il disegno religioso. “Al centro sta il mistero dell’Incarnazione: il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi… attraverso questa vicinanza il dono della pace entra nel mondo in modo paradossale come potere di diventare figli di Dio…. Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù … Ciò che salva l’uomo è l’amore divino che scende fino al punto più fragile della sua storia e la rigenera dal profondo.
.. come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA… Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia” (da questo punto, l’elegante periodare religioso è il paravento di una forte contraddizione in termini terreni di cui parlerò nella valutazione conclusiva).

Leone XIV prosegue la narrazione religiosa affermando che “la spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore… L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone… La verità che non dobbiamo perdere è quella su Dio e sull’essere umano, così come Cristo ce li ha rivelati.

“Occorre abbandonare una visione dell’uomo individualista e tecnica, come se la realtà fosse pura materia da modellare in base a interessi egoistici, sia individuali che di gruppo…  Dobbiamo educarci a considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare, che richiede missionari generosi e maturi nella fede… Le stesse tecnologie che facilitano la comunicazione e l’accesso alle risorse possono sostenere modelli che sfruttano i più vulnerabili, alimentano nuove schiavitù, trasformano il conflitto in occasione di profitto… chi crede si impegna perché.. invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace… Il quarto punto di questo programma di vita cristiana, dopo la fede che contempla il disegno di amore del Padre, la carità che ci unisce in un unico corpo ecclesiale, la speranza che sostiene il nostro agire nel mondo, è la preghiera…  insieme con la Vergine Maria… Il Verbo si è fatto carne…. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione

Leone XIV si avvia a concludere con una serie di considerazioni strettamente religiose imperniate per alcuni commi  sul concetto del “Dio vivente che scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza”. “Come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità”, affermazione  mistica dato che nella realtà l’uomo non è uno spettatore rassegnato dei processi tecnologici bensì la loro fonte e il loro utente felice di esserlo.

Leone XIV poi asserisce “nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. È il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra….abbiamo bisogno è di una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore.

Nella prospettiva di tale obiettivo Leone XIV , negli ultimi commi dell’enciclica, disserta su questioni religiose approfondendo volta volta alcune esortazioni “Restiamo fedeli alla verità.. Investiamo nell’educazione.. Curiamo le relazioni.. . Amiamo la giustizia e la pace..Non dimentichiamo che ogni scelta tecnica o economica si trasforma in luogo di discernimento spirituale e infine richiamando le vicende della ricostruzione con il popolo delle mura di Gerusalemmee terminando la Magnifica Humanitas con l’auspicio “Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo”-

Valutazione della Magnifica Humanitas in termini laici. a) criterio valutativo – Per evitare ogni equivoco, va ribadito che la Chiesa cattolica  ha ogni diritto, come tutte le altre religioni, di elaborare e diffondere i suoi documenti dottrinali. Perciò la presente valutazione attiene solamente ai suoi contenuti (che  pone quali meri suggerimenti) rispetto ai temi del come organizzare la convivenza.

b) Portata del riferirsi all’IA. La prima osservazione è che anche questa volta, nonostante la differente origine del Papa autore e certi parziali progressi interni, nell’enciclica permane il ritardo strutturale della Chiesa sul conciliare la fede e l’osservare i fatti terreni. Tale ritardo strutturale è presumibile sia il motivo per cui l’enciclica fa esplicito riferimento all’IA, mentre la sua sostanza è imperniata nella Dottrina Sociale della Chiesa avviata dalla Rerum Novarum (1891) e sviluppatasi da allora nel segno della fede.

Oltretutto, il richiamo all’IA, pur in un evidente sforzo di coglierne diversi aspetti concettuali ed operativi, non arriva a definirne con esattezza l’effettivo significato. L’IA è un codice creato da specialisti che – purché disponga di grandissime quantità sia di energia che di acqua – è capace di effettuare calcoli a velocità irraggiungibili dagli umani , trattando al contempo una mole enorme di dati, o ad esso forniti o cui è in grado di accedere. Il che accelera il lavoro da compiere per conoscere e amplia i settori interessati. Peraltro l’IA non è un meccanismo del tutto autonomo da chi lo ha programmato, nel senso che è in grado di operare solo sviluppando quello che ha ricevuto , magari anche effettuando esperienze ulteriori, ma senza compiere atti inventivi e sperimentali caratteristici della mente umana.  Al più l’IA può  aiutare i programmatori nello svolgere un quattro quinti del loro lavoro, ma non è in grado di sostituirsi ai suoi creatori.

La Magnifica Humanitas , però, attribuisce all’IA capacità più larghe di quella che ha. Comunque da per scontato che essa sia saldamente nelle mani di operatori non trasparenti e perciò costituisca con le sue potenzialità un forte pericolo per la convivenza democratica degli umani.

La Chiesa è legittimata a pensarla così, come è ovvio. Peraltro è del tutto evidente – ripercorrendo il testo dell’enciclica in dettaglio – che il vero obiettivo dell’enciclica è diffondere il messaggio religioso della fede e renderla il più possibile capace di influire sulla gestione istituzionale, esercitando una forma di controllo sulle procedure della conoscenza terrena.

c) intendere la  fede come coprotagonista istituzionale. L’esame del testo fatto fin qui rende evidente   che   ,  sulla scia delle precedenti, anche l’enciclica Magnifica Humanitas inquadra la storia e la cronaca nella cornice del millenarismo della verità, del buono e del giusto. Nonostante scriva anche di autonomia della politica, la Magnifica Humanitas manifesta la convinzione che sia possibile rendere la fede cattolica coprotagonista del conoscere e delle scelte istituzionali. Cosa impossibile, siccome, per esperienza secolare, la fede – in quanto strumento messianico –  non consente tempestivi progressi nella conoscenza terrena. Infatti la fede assorbe la storia presupponendo di affidarsi alla rivelazione divina, non alle osservazioni degli uomini, alle loro scoperte e alle loro scelte su come organizzare la convivenza.

Questo voler essere coprotagonista del conoscere e delle scelte istituzionali, porta al redigere il passaggio dell’enciclica in cui è scritto “nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale”. Un passaggio per far credere che la laicità  voglia discriminare la Chiesa. Ma è un’idea strutturalmente insussistente, dato che la diversità dei laici significa diritto di ciascuno a manifestare le proprie idee e le proprie fedi, senza pretendere di imporle. Viceversa, appunto l’imporre il proprio modo d’essere nella convivenza è stato per secoli l’intento esplicito della cultura cattolica, persistente ancor oggi  – l’enciclica ne è la riprova – nella forma affievolita del sostenere che il messaggio religioso del Vangelo è ineludibile per il conoscere umano.  

d) l’inclinazione impositiva . Il felpato ma ossessivo voler imporsi è alla base del dirsi minacciati oggi da “coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla” oppure “la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamenta”. Solo che il conoscere ed i suoi prodotti non possono essere mai minacciosi per la libertà dei conviventi, di cui anzi sono il presupposto. Si sente minacciato solo chi vuol evitare che vengano illuminati gli oscuri misteri da lui praticati e  custoditi. Magari per questo motivo, il sedicente minacciato  grida al lupo al lupo. Attivando un allarme, si prefigge di scongiurare il concreto pericolo che il conoscere progredisca mediante l’agire delle potenzialità individuali di ciascuno. E dalla permanente  diffidenza della Chiesa per il privato, deriva   la sua netta preferenza per strutture collettive lontane da quella brulicante dinamicità individuale degli umani conviventi , che viceversa è il marchio del progresso conoscitivo della scienza e della laicità. Lo conferma il fatto che Leone XIV, nonostante la sua maggior ponderazione rispetto al predecessore, continua a disconoscere la necessità del mercato, concepito e strutturato per favorire gli scambi che arricchiscono chi li fa e l’ambiente ove si opera.

e) lontana da scienza e laicità . Seppure con toni più maturi, la Magnifica Humanitas continua a percorrere la strada delle encicliche che l’hanno preceduta, quella segnata della Dottrina Sociale, la quale a sua volta segue la via maestra della carità sempre unita alla verità.  L’enciclica afferma appunto che la vicinanza della Chiesa ai cittadini non deriva dall’intento di supplire alle istituzioni, deriva “dalla carità evangelica che la spinge ad accostarsi alle ferite dell’umanità nei momenti in cui esse si manifestano con maggiore gravità. Però un simile accostarsi equivale al prescindere dalla centralità del produrre nell’esistenza umana, nel presupposto che i beni necessari siano sempre abbondanti e che si tratti solo di distribuirli. Tanto da sottovalutare l’importanza degli interessi e volere che il diritto li preceda, mentre nella realtà democratica il diritto nasce dopo il manifestarsi  degli interessi per regolarne i rapporti.

 Si tratta di un percorso che non rispetta i capisaldi della laicità e della scienza. Di fatti per l’enciclica, la proprietà  è giusta e legittima  solo se serve ad un lavoro utile alla destinazione universale dei beni. Un cittadino può donare sé stesso salvo chead un progetto solo umano della realtà. Non va dimenticata la trascendenza di ogni umano. Occorre sempre anteporre  il grido dei poveri, dei migranti e delle vittime delle nuove schiavitù. Privilegiare la destinazione universale dei beni, la critica a un paradigma tecnocratico supposto voler dominare ogni cosa, la difesa del lavoro umano minacciato dalla cosiddetta logica dello scarto (mentre quasi sempre tale logica è la selezione secondo le rispettive capacità).

Non termina qui la distanza dalla laicità. Innanzitutto, il rifiuto del riconoscere i diritti del cittadino relativi al suo vivere, dall’inizio della vita, dall’interruzione di gravidanza , al decidere il fine vita. Inoltre, la Magnifica Humanitas proclama che “la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita”, ma sorvola sui grandi risultati dei comportamenti tramite cui si esercita la libertà individuale. Anche qui prescinde dalla effettiva realtà nel tempo. Di passaggi del genere, la Magnifica Humanitas è costellata.

Qualche cenno. “Non basta esaltare la libertà individuale o l’iniziativa privata, se poi si accetta che una moltitudine di persone continui a vivere senza un lavoro dignitoso” oppure “il bene comune non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli”.Nel complesso una martellante repulsa  della concreta realtà costituita dai singoli, costruita sul non tener conto dell’esperienza. Tra l’altro non spiegando mai davvero cosa sia un bene comune diverso dalla somma dei vantaggi dei singoli. Queste sono asserzioni legittime come espressione del pensiero della Chiesa, ma del tutto al di fuori della realistica impostazione laica e quindi estranee pure a quel progetto condiviso che l’enciclica scrive di auspicare.

f) l’errore sui brevetti. In seguito la Magnifica Humanitas afferma che tra i beni destinati a tutti, ci sono  “le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati”. Qui compie un grosso errore, mescolando impropriamente brevetti ed algoritmi con altre forme di proprietà. Già oggi, non tutte le novità nel campo della conoscenza e della  scienza sono brevettabili. I principi fisici, i fenomeni naturali, le sostanze esistenti (quali molecole o geni), le loro teorie esplicative, i modelli matematici (compresi algoritmi tipo i programmi per i computer) non sono brevettabili in quanto tali, siccome sono oggetti appartenenti alla realtà del mondo oppure relativi al generale comprenderlo. Di fatto, anche con il compiere un errore simile, l’enciclica conferma l’intento della Chiesa di mantenere un’estrema prudenza circa la proprietà, diffidando dei suoi effetti principali, agevolare la libertà umana e proteggere i suoi effetti. La medesima mentalità emerge da diversi passaggi, come quando , in nome della solidarietà, chiede “di tener conto in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno”. Adottando questo atteggiamento – agire non partendo dall’azione individuale ma dal come soddisfare il bene comune – necessariamente prevale il preconcetto di bene comune (attitudine al conservare l’esistente) rispetto all’osservazione sperimentale che innova (attitudine al cambiamento).

g) cautele sul cambiare. L’enciclica sottolinea  inoltre “la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche” e avverte che“le innovazioni siccome  possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico, perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico”. In sostanza è il timore religioso  di non controllare il cambiamento. Timore presente pure nella riflessione “l’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione”. Frase che non spiega l’effettiva misura dell’assolutizzata, e quindi restringe il campo operativo dell’intelligenza limitando lo svilupparsi del conoscere laico. Restrizione confermata anche  da un’altra frase dell’enciclica “ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una comunione che trasforma”. Insomma, una concezione tesa a circoscrivere il manifestarsi individuale, tanto da affermare “lo sviluppo è umano quando mette al centro le persone e non l’accumulazione di beni, e quando riguarda anche i popoli, non solo gli individui”. Ma distinguere tra popoli e individui caratterizza i totalitarismi.

h) principi senza indicazioni attuative. Già questa serie di concetti chiariscono che la distanza della Magnifica Humanitas dalla laicità è assai marcata e che è predominante l’inclinazione della Magnifica Humanitas a voler essere nella sostanza, al di là del pacato argomentare, impositiva in ambito della costruzione.. istituzionale.   Ce ne sono passaggi ulteriori. Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta” od anche “gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori. Per evitarlo, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione.
…. la persona umana è fine e non mezzo”.

Tra l’altro, l’inclinazione intimamente impositiva dell’enciclica, si traduce in dichiarazioni di principio prive di precise indicazioni sul come attuarsi. “ Fissare criteri sociali per l’innovazione… la libertà economica non è assoluta e va sempre misurata sul bene comune e sulla dignità di ogni persona. L’iniziativa imprenditoriale può essere una vera vocazione..a condizione che riconosca la creazione di lavoro dignitoso e di valore.. e non come variabile dipendente dal solo profitto”. Intenti enunciati senza un disegno per realizzarli. Così si riducono al mettere a fuoco  la volontà di privilegiare gli ultimi muovendo dal non incentivare le capacità individuali e le condizioni produttive per generare profitto (di cui, alla fine, fruiscono tutti i conviventi). Mentre già sopra ho rimarcato che l’imprenditoria dipende proprio  dal profitto realizzato nell’ambito delle regole e che il migliorare le condizioni di lavoro è un mezzo per aumentare la produzione ed il profitto.

i)distacco dall’efficienza. Inoltre gli intenti enunciati senza un disegno per realizzarli, nell’enciclica si accompagnano pure al richiedere “istituzioni civili capaci di superare la sola logica dell’efficienza, orientando esplicitamente risorse, creatività e norme a favore dei più vulnerabili”. In proposito, ho già scritto sopra che, dal punto di vista laico, l’essenza del   contributo  delle istituzioni pubbliche al corretto funzionamento del convivere è. l’essere efficienti al massimo delle loro possibilità. Una volta che lo Stato è efficiente, sarà in grado di affrontare le molteplici questioni quotidianamente sussistenti.

Verificare che vi siano risorse sufficienti per i conviventi. Verificare che l’impianto normativo sia adeguato nel far esprimere le diversità individuali dei cittadini e nel consentire il loro libero interagire fonte della produttività. Verificare che  i livelli di povertà siano ai minimi e che la materiale assistenza ai bisognosi funzioni. In ogni caso occupandosi di tutti i cittadini, non di una sola parte di loro. Perché l’accettare la diversità e rispettare i suoi differenti risultati è un irrinunciabile caposaldo della conoscenza e della democrazia libere, cui non si deve rinunciare sognando per motivi religiosi un’uguaglianza inesistente al di fuori dei diritti. Per tutto ciò, la logica dell’assistenza non va affatto superata.

l) l’individuo poco considerato. La vera questione in ballo è che l’inclinazione impositiva della Magnifica Humanitas, nel solco della tradizione della Chiesa cattolica,  riflette in realtà una considerazione molto scarsa per le capacità degli individui. Sono ritenuti incapaci di gestire la propria vita,  se non assistiti dalla direzione del Dio. Ora, l’esistere del Dio, è questione controversa, superabile solo attraverso la fede.  In ogni caso, anche accettandola, siccome la presenza del Dio non è comunque un dato materiale, è indispensabile ammettere che essa si manifesti attraverso dei rappresentanti terreni. In quanto tali, i rappresentanti sono titolari di fatto  delle prerogative divine, gestite sulla base di scritture dichiarate espressione del Dio . L’insieme delle scritture e dei rappresentanti  si sovrappone ai credenti guidando il loro modo di essere e riducendo la loro  partecipazione ad un’accettazione supina priva di possibilità decisionali in merito alla vita religiosa nei suoi vari aspetti. Essendo questa la natura della struttura ecclesiale, verrebbe replicata nelle istituzioni civili qualora esse fossero in mano alla Chiesa.

m) compito primario dei laici . Stando così le cose, il dichiarare, come nella Magnifica Humanitas, l’autonomia della politica è di sicuro positivo per il convivere democratico nel segno della laicità. Ma non è risolutivo. Perché l’inclinazione impositiva della Chiesa permane e porta ad insistere per evangelizzare il mondo secondo il proprio disegno divino. Se riuscisse, attuerebbe  una istituzione a simiglianza religiosa, la quale avrebbe tutti i limiti sopra rilevati nel circoscrivere la libertà dei conviventi. Pertanto, la laicità deve sempre garantire ai cattolici, come alle altre religioni, il diritto di vivere il proprio credo nel rispetto della legge e di manifestarlo liberamente. Al contempo deve far sì che non prevalga l’inclinazione impositiva della Chiesa. con la sua ossessione per la verità fuori del tempo, perché in pratica corrosiva dei liberi rapporti civili e delle condizioni produttive dell’economia aperta.    

n) i colloqui interreligiosi . Questa ossessione per la verità fuori del tempo, inoltre, è corrosiva pure sotto un altro aspetto assai rilevante del convivere. Sulla Magnifica Humanitas si trova “chi usa nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra… colpisce la religione stessa”.  A conferma – e nell’ottica di far emergere come le religioni propendano alla pace, a differenza dalla politica civile – la Chiesa ha tentato il dialogo tra le religioni, che hanno credi distinti non connettibili. In pratica il dialogo produce colloqui tra bene intenzionati  pieni di speranzoso ottimismo, che però sono colloqui impossibilitati a risolvere i contrasti e forieri di ulteriori confusioni nel merito reale dei problemi. Per celare l’insuccesso reale, terrorismo, violenza o guerra vengono attribuiti a soggetti imprecisati contro i quali è impossibile agire ma solo pregare. Più in generale, del resto, nell’enciclica non è mai descritta l’origine delle guerre, così che non ci si cura dei comportamenti di chi le ha scatenate e dell’effettiva materia del contendere. La pace è vista come un dovere morale, non come conseguenza del rispetto di regole condivise nella libertà.  In tal modo la linea della Chiesa corrode il concreto realismo laico dei cittadini che cerca di conoscere gli avvenimenti in sé per capirli e sforzarsi di modificarli davvero.

o) contraddizioni operative della Chiesa. Va inoltre osservato che  questo modo di operare della Chiesa, resta chiaramente contraddittorio nelle cose. Di fatti, l’enciclica afferma che “il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia”. Tuttavia , come si è visto, in ogni occasione questo volto non gode di una effettiva autonomia ma deve seguire il disegno divino. Il che, anche se conseguente dal punto di vista religioso, dal punto di vista del convivere reale contrasta l’intento civile di essere il protagonista dell’evolversi della storia. La Chiesa afferma che il volto umano è la pienezza verso sui cammina la storia, ma agisce perché non lo sia. Lo accetta solo dopo che è avvenuto nella vita reale.

Sul punto la contraddizione non è solo questa. Nel finale la Magnifica Humanitas scrive che il cittadino è lo “spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità”. Ma prima aveva sostenuto che il volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. Dunque  parlare di rassegnazione pare solo funzionale a diffondere la paura dei processi tecnologici onde provocare la reazione. Solo che il rilevo delle questioni richiede coerente chiarezza e non furbi tatticismi.

p) giudizio complessivo dell’enciclica. Nel complesso, la Magnifica Humanitas contiene alcune innovazioni ma non certo tali da far sì che la cultura laica possa ragionatamente darne una valutazione in termini positivi. E’ anch’essa un’enciclica tradizionale che rimane nella tradizione della Dottrina Sociale di 135 anni fa, e che, anche ricorrendo a nuovi argomenti, persiste nell’aspirare all’evangelizzazione del mondo con la verità cattolica, perché , “la Dottrina Sociale nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia”.

q) costante impegno dei laici. Limitarsi a questa affermazione per concludere il giudizio sulla Magnifica Humanitas, non corrisponderebbe agli insegnamenti della cultura laica. La quale predica la necessità di sostenere senza soste, nel costruire le istituzioni,  quanto è emerso nei decenni dall’esperienza storica. Vale a dire che il metodo sperimentale della laicità liberale ha un’efficacia molto più ampia e anche più rapida nel riuscire a conoscere un po’ alla volta il modo di costruire regole per migliorare le condizioni di vita degli umani e della loro libera convivenza.   Perciò, la laicità deve sempre garantire a tutte le religioni il diritto di vivere il proprio credo nel rispetto della legge e di manifestarlo liberamente. Al tempo stesso – specie in Italia – deve  evitare il prevalere di qualunque inclinazione impositiva. Siccome è conclamata l’ossessione della Chiesa cattolica di evangelizzare  la verità della propria fede, è indispensabile che la cultura laica si impegni sempre per impedire sul campo il prevalere di questa ossessione che finirebbe per  affossare i liberi rapporti civili e le condizioni produttive dell’economia aperta.           

Un impegno del genere rende necessaria una presenza attiva, vigile e costante ad ogni livello della vita civile per diffondere la cultura laica e le sue proposte applicative concernenti i problemi civili sul tappeto. Sono indispensabili concretezza, insistenza, determinazione ed evitare di cadere in pratiche anticlericali, che sono estranee alla laicità.

r) due questioni prioritarie nell’azione laica: 1) l’inoptato. Il tema di maggior rilievo è quello di battersi per eliminare un rigo della legge 222/1985 che distribuisce l’inoptato dell’otto per mille secondo la proporzione delle scelte fatte dal contribuente nella dichiarazione fiscale circa la destinazione dell’otto per mille.

Questo rigo della 222/1985 è un raggiro democratico. Al contribuente,  in apparenza viene data la scelta di destinare il suo 8 x mille (che in via ordinaria spetterebbe all’Erario)  ad un soggetto religioso, mentre nella sostanza, qualora non ne faccia uso, è obbligato a destinarlo in proporzione alle scelte espresse dall’insieme dei contribuenti. Da qui due conseguenze. Prima, i singoli cittadini che non scelgono l’8xmille (poco meno dei tre quinti), vengono assoggettati alle scelte di chi le ha fatte (poco più dei due quinti). Seconda l’Erario rinuncia interamente ai soldi che gli spetterebbero in caso di mancata scelta.

Oltretutto, assegnare così l’inoptato non è solo una questione di rappresentanza. E’ anche un marchingegno finanziario. Perché, nel periodo di imposta 2023,  distribuendo in proporzione l’inoptato,  la Chiesa cattolica riscuote intorno a 700 milioni all’anno in più di quanto le spetta in base alle scelte fatte davvero a suo favore dal contribuente (cioè, visto che la Chiesa ha incassato in tutto  1 miliardo e 87 mila euro, l’inoptato le ha fatto avere circa il 65% in più).

Abrogare la procedura dell’inoptato sarebbe un passo significativo  per sconfiggere l’ipocrita concezione della democrazia civile. In uno stato laico, finanziare le  confessioni religiose può essere deciso solamente mediante un regolare atto pubblico sottoposto al giudizio dei cittadini e non con un marchingegno oscuro che inganna il contribuente.

2) la gestione dell’IA italiana in mano ad un francescano. Una seconda questione di rilievo da risolvere è che un Padre Francescano, Paolo Benanti, docente alla Pontificia Università Gregoriana, esperto di etico delle tecnologie, dal novembre 2023 è l’italiano nel Board ONU di studio sull’IA e dal gennaio 2024 anche  Presidente della Commissione IA presso la Presidenza del Consiglio a Roma. Qui non è in ballo la competenza professionale dell’interessato, bensì l’avere affidato un ruolo così importante ad una persona legatissima al Vaticano, e dunque soggetta alle sue impostazioni culturali , che erano anche all’epoca quelle che abbiamo visto prima nella Magnifica Humanitas.

Va detto che i due incarichi sono stati frutto di procedure particolari. Nell’incarico dell’ONU, attribuito dal Segretario Generale  costituendo il Board , la rappresentanza italiana è più sfumata visto il ruolo del Vaticano di osservatore ONU. Nell’incarico presso la Presidenza del Consiglio, la nomina avvenne in sostituzione di Giuliano Amato , che era alla Presidenza (su indicazione del sottosegretario Barachini, FI) dalla costituzione del Comitato ad ottobre e che era dimesso a seguito di alcune  sue dichiarazioni negative sull’esecutivo apertamente contestate dalla Meloni nella conferenza stampa di fine anno (l’indicazione di Padre Benanti fu di nuovo fatta dal sottosegretario Barachini).

Comunque, queste particolarità non risolvono certo la questione, specie nel caso dell’incarico presso la Presidenza del Consiglio. I già noti rapporti del sottosegretario Barachini con la CEI e con l’editoria cattolica, semmai forniscono al mondo laico ulteriori argomenti di preoccupazione per una nomina che rappresenti davvero una linea d’informazione IA corrispondente ai contributi aperti ed autonomi  nel rapporto con i cittadini (ho ampiamente trattato dell’inclinazione impositiva della cultura vaticana). Alla Meloni resta un’oggettiva responsabilità politica per questa pericolosa deriva. Latitante la sedicente opposizione.

Il mondo laico deve con forza chiedere conto del permanere in tale ruolo di Padre Benanti, che nei fatti è una sorta di cinghia di trasmissione del Vaticano a danno dei cittadini italiani.

s) lotta ai clericali. Nel loro impegno continuo per diffondere il principio del costruire la convivenza sulla libertà di ciascuno, i laici devono essere ben consapevoli   che a voler imporre la fede quale fonte legislativa della convivenza, sono non soltanto i facenti parte di organi religiosi  ma anche (e per certi versi soprattutto) gli ambienti clericali. I clericali, al fine di assicurarsi fitte relazioni di potere, operano quotidianamente per riconoscere alle proposte di stampo  fideistico di ogni origine, uno status privilegiato nella formazione delle leggi su materie decisive per le libertà civili. Smascherare le trame clericali è in testa agli impegni dei laici.

t) la cura ad informare sugli avvenimenti. I laici sono cultori dell’individualitàma insieme sono ben conscidella necessità di impegnarsi  in una costante azione civile per contrastare a passo a passo le insistite propagande della Chiesa, le quali, come si  legge nella Magnifica Humanitas, vogliono far  “considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare”. Rilanciare l’uso diffuso dello spirito critico individuale come motore di una convivenza democratica  non soffocata  da conformismi religiosi, richiede uno scontro  quotidiano. Il punto odierno di maggior difficoltà è quello del funzionamento dei mezzi di comunicazione.

Immersi in un clima di malintese necessità editoriali (soprattutto a seguito del crollo delle vendite cartacee e delle esigenze publicitarie), i mezzi di comunicazione curano pochissimo , se non dimenticano, di pubblicare imparzialmente gran parte delle notizie e di verificarne in precedenza le fonti. Un simile atteggiamento  discrimina oggettivamente nel poter far conoscere le proprie idee, appunto i cittadini individui che non facciano parte di associazioni ed organizzazioni note per altro verso. Appunto il caso degli appartenenti al mondo laico. Dunque è assolutamente necessario che tutti i laici, ognuno con le sue iniziative ed i propri contatti nazionali o locali, diffondano ogni giorno commenti e notizie improntati alle attività dei gruppi e dei soggetti di cultura laica nelle varie città italiane. Il risveglio laico è un passo rilevante per l’equilibrio del nostro convivere. Per il dato sperimentale che nel convivere la laicità è insostituibile, dato misconosciuto dal bipolarismo attualmente in auge.

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Tuttora in salute lo spirito del 1776

L’OCCIDENTE e il 250° ANNIVERSARIO

1 – Un auspicio – Negli Stati Uniti la ricorrenza annuale del 4 luglio è festa nazionale, a ricordo  della firma della Dichiarazione di Indipendenza dalla Corona Britannica (1776). Ebbene, è auspicabile richiamarla anche in Italia. Perché è un documento assai attuale sia per il processo di redazione che per l’originalità dei contenuti. Soprattutto con lo sguardo rivolto al futuro.

2 – Il testo della Dichiarazione di Indipendenza – All’epoca 13 colonie, tutte nella costa est del nord America e nei territori contigui, si sollevarono contro la Corona inglese, rivendicando che i tributi pagati avrebbero dovuto  esser legati al poter avere rappresentanza parlamentare in madre patria , mentre non l’avevano. Di conseguenza, le 13 Colonie iniziarono la Dichiarazione facendo una constatazione fondamentale, da leggere alla luce dello spirito inequivoco che la percorre. “Tutti gli uomini sono creati eguali; essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità”. Dunque, affermano le Colonie, il Creatore è il presupposto, ma la vita umana si basa sulle relazioni, improntate all’uguaglianza nei diritti legali individuali ed  esercitati nel segno della libertà di ciascuno finalizzata alla di lui Felicità.

La Dichiarazione prosegue con un altro punto fondamentale. “Per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”. Dunque il governo ed il potere derivante non emanano dalla divinità, bensì dai cittadini. Poi la Dichiarazione fa una precisazione decisiva: “ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”. Parole di limpida specifica delle circostanze in cui il popolo dei governati può procedere a mutare il governo e sostituirlo con uno più attento alla sua sicurezza e alla sua felicità.

 Infine la Dichiarazione contiene un ulteriore gruppo di valutazioni che inquadra con precisione quali comportamenti tenere, come tenerli e le relative tempistiche.  “Certamente, prudenza vorrà che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni futili e peregrine; e in conseguenza l’esperienza di sempre ha dimostrato che gli uomini sono disposti a sopportare gli effetti d’un malgoverno finché  siano sopportabili, piuttosto che farsi giustizia abolendo le forme cui sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire. Tale è stata la paziente sopportazione delle Colonie e tale è ora la necessità che le costringe a mutare quello che è stato finora il loro ordinamento di governo.

Qui va rilevato innanzitutto l’affermazione che le valutazioni sui governi si basano sull’esperienza. E poi che esse non si formano sui capricci, bensì  sul reiterarsi al passar del tempo di atti tesi all’assolutismo (dimentichi del buongoverno). Dunque, si sancisce che le valutazioni devono essere frutto di maturazioni alla prova degli avvenimenti, e non stabilite in base alla lettura di libri religiosi o ideologici.   

Proseguendo sulla linea della concretezza delle cose, la Dichiarazione elenca in dettaglio la storia “di ripetuti torti ed usurpazioni dell’attuale re di Gran Bretagna, tutti diretti a fondare un’assoluta tirannia su questi StatiSono citate con precisione tredici gravi iniziative o mancanze giurisdizionali tese a quel fine, vale a dire rendere più difficile od impedire l’equo esercizio dei diritti nei confronti dei cittadini e da parte loro. Tra l’altro, “assoggettando le Colonie ad una giurisdizione estranea alle  leggi, acquartierare nelle Colonie grandi corpi di truppe armate, interrompere il commercio delle Colonie con tutte le parti del mondo, imporre tasse senza il consenso delle Colonie, sopprimere le carte statutarie, abolire le validissime leggi, mutare dalle fondamenta le forme di governi, sospendere i corpi legislativi, e legiferare in ogni e qualsiasi caso”.

In aggiunta, la Dichiarazione formula precise accuse nei confronti del Re inglese. Ad esempio. “Egli sta trasportando vasti eserciti di mercenari stranieri per completare l’opera di morte e di tirannia già iniziata con particolari casi di crudeltà che sono del tutto indegni del capo di una nazione civile…..Un principe, il cui carattere si distingue così non è adatto a governare un popolo libero”.

Dopo aver pure citato l’inutilità dei tentativi di un rapporto di amicizia con i fratelli britannici,  dimostratisi sordi alla voce della giustizia e del sangue comune, alla fine la Dichiarazione enuncia la decisione conclusiva: “Noi, Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell’Universo per la rettitudine delle nostre intenzioni, nel nome e per l’autorità del buon popolo di queste Colonie, solennemente rendiamo di pubblica ragione e dichiariamo: che queste Colonie Unite sono, e per diritto devono essere, stati liberi e indipendenti; che esse sono sciolte da ogni sudditanza alla Corona britannica, e che ogni legame politico tra esse e lo Stato di Gran Bretagna è, e deve essere, del tutto sciolto; e che, come Stati liberi e indipendenti, essi hanno pieno potere di far guerra, concludere pace, contrarre alleanze, stabilire commercio e compilare tutti gli altri atti e le cose che gli stati indipendenti possono a buon diritto fare. E in appoggio a questa dichiarazione, con salda fede nella protezione della Divina Provvidenza, reciprocamente impegnamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore”. La Dichiarazione venne firmata dai 56 delegati delle 13 Colonie. 

3 – La svolta impressa dalla Dichiarazione – Ho ripercorso il testo della Dichiarazione a passo a passo, dato che questo mio articolo non ha lo scopo di celebrarla, si prefigge di  approfondirla al fine di comprenderne appieno la svolta che ha rappresentato (e la sua validità odierna). Fino ad allora, in Inghilterra a partire dalla Magna Carta Libertatum (1215)  era cresciuto il ruolo del Consiglio del Regno, una sorta di Parlamento, e si era sviluppata la democrazia rappresentativa, nella quale l’elezione dei rappresentanti dava più spazio ai cittadini (sempre con lentezza, con fatica e con scontri armati, tra i contrapposti forti interessi della Casa regnante, dei nobili, del clero, del ceto borghese con più numeri e con risorse economiche più ampie).

Poi , dopo la gloriosa rivoluzione svoltasi senza spargimento di sangue, il Re sottoscrisse la Dichiarazione dei Diritti (1689), che stabilì il carattere contrattuale del potere della Corona e avviò la supremazia del Parlamento rappresentativo eletto su base territoriale da cavalieri e cittadini. Durante il secolo successivo, le idee favorevoli al Parlamento circolarono e si diffusero   anche   altrove. Tuttavia era un concetto relativo a Stati e popoli esistenti da secoli, di cui si proponeva di mutare gli assetti istituzionali. Viceversa, le 13 Colonie affrontarono per la prima volta la questione a livello assai più ampio. Partirono dal sostenere che fosse indispensabile riconoscere la rappresentanza parlamentare nella madre patria ai coloni che ad essa pagavano tributi. E per affrontare lo scontro, finirono per estendere il criterio parlamentare alla federazione di stati che dettero vita agli Stati Uniti d’America.

Nel complesso, prima della Dichiarazione di Indipendenza non si era mai arrivati ad una formulazione tanto organica e in sostanza puntuale dei caratteri distintivi della libertà nel convivere innestata sui cittadini. All’epoca proseguiva a diffondersi il portato di una scoperta frutto del vivere nei secoli. Quella che il governare la convivenza funziona meglio quando viene affidato al popolo degli umani e non è più eterodiretto, né da qualche libro sacro né da qualche potente per tradizione (in origine arrivato a prevalere tramite la forza fisica, economica o militare) oppure per conquista con mezzi possenti. Ebbene, le 13 Colonie americane fissarono tale scoperta, estendendola al di là della capillare casistica della legislazione in Inghilterra  ed inquadrandone i nuovi meccanismi cardine di principio nella Dichiarazione di Indipendenza.

Il primo cardine  fu il separare il Divino dall’umano nella gestione della convivenza terrena. L’esistenza di un Dio era confermata con fermezza ma con altrettanta fermezza non era legata alle decisioni umane in materia di vita insieme nelle istituzioni. In pratica era la linea del deismo inglese, secondo cui la fede in Dio dipende dall’istinto di tutti gli uomini e può non contraddire la ragione e la libertà di coscienza. In sostanza il deismo è contro l’idea di rivelazione o i misteri connessi, critica le chiese tradizionali ma non è contro la religiosità in sé. In sintesi, la separazione insita nella Dichiarazione equivaleva a confinare il Divino nel settore (amplissimo) di quanto gli umani al momento non conoscono, senza farlo interferire con le scelte normative ed operative riguardo i rapporti interpersonali e con il giudicare gli atti di governo. Una affermazione chiave, favorita da due circostanze. Una, la fortissima impronta protestante tra i coloni, che già aveva smosso le acque del clericalismo accrescendo il ruolo autonomo di ogni persona nel disporre le proprie capacità di natura. L’altra, un periodo dopo l’arrivo di Cristoforo Colombo troppo breve, perché nel mondo delle Colonie vi fosse una penetrazione diffusa e radicata di istituzioni religiose cattoliche (che, quali   rappresentanti in terra del Dio, propendono  al propagandare la verità di fede e così a rafforzare il conformismo civile).

Il secondo cardine fu legare le scelte del vivere in società allo sperimentare. In altre parole il decidere segue l’osservare gli accadimenti, abbandonando la logica del progetto eterno da attuare ad ogni costo. Comportamento indispensabile per poter conoscere di più il mondo, gli altri, sé stessi e per raggiungere meglio la propria felicità, specie essendo consapevoli dell’enorme numero di cittadini diversi di cui è formato il popolo.  Questo secondo cardine fu anch’esso una novità, seppure non totale. Di fatti, da un lato richiamava lo spirito della commow law inglese  assai vicino alle tradizioni di vita quotidiane  e al loro filo  interpretativo affidato al lavoro dei giudici  e degli avvocati, dall’altro innovava  ponendo l’esigenza di inquadrare le scelte da fare non solo nella tradizione ma piuttosto in normative  di volta in volta votate in parlamento.

Il terzo cardine fu specificare che il governo sulla terra spettava agli umani, in linea di principio nella loro interezza e non ristretti a qualcuno di loro. L’attenzione perciò era posta sulle procedure adatte a svolgere questo compito, mantenendo l’idea secondo cui l’intera materia era di per sé cangiante e che dunque necessitava l’autodeterminazione tramite valutazioni e controlli ripetuti in base ai fatti, ai luoghi, al momento e alle persone coinvolte. Peraltro rispettando sempre il principio che il corrispondere tributi era inseparabile dall’avere rappresentanza parlamentare.

Il quarto cardine fu il sottolineare la necessità di effettuare tali valutazioni e controlli con animo paziente e libero da preconcetti, in modo che l’attività sperimentale svolga i suoi effetti senza farsi sviare dall’ansia del trovare i risultati preferiti e che di conseguenza i dati sperimentali portino a decisioni adatte rispettare il criterio della libertà e, attraverso di essa, quello della felicità del popolo.

Il quinto cardine fu  introdurre per la prima volta il principio della divisione dei poteri nella gestione dello Stato, individuato  pochi decenni prima da Montesqieu. Un’ulteriore conferma del riconoscere  l’insussistenza dell’antica teoria   secondo cui   le strutture dello Stato avrebbero dovuto essere un blocco unitario nelle mani di chi detiene il potere.

4 – Gli Stati Uniti d’America – La Dichiarazione del 1776 formò un amalgama  dei cinque cardini considerandolo applicabile non solo in un singolo stato ma in ambito federale di più stati, anche senza cancellare le rispettive specificità. Un amalgama che operò con successo nella successiva guerra di Indipendenza dal Re d’Inghilterra e nella vita ordinaria dei vari Stati già Colonie. Negli anni seguenti tra i 13 Stati maturò la convinzione della necessità di formulare le strutture fondamentali delle loro istituzioni.  

Così undici anni  dopo (1787) venne promulgata la Costituzione federale  degli Stati Uniti  d’America, nella quale i principi della Dichiarazione sono tradotti in un complesso di leggi e di istituti coerenti alle  indicazioni in essa contenute. Un ramo esecutivo – il Presidente con poteri ben definiti –, un ramo legislativo composto da due assemblee, il Senato formato da due rappresentanti per Stato e la Camera con un numero di rappresentanti proporzionato agli abitanti, un ramo giudiziario diffuso ai vari livelli delle istituzioni e con al vertice la Corte Suprema; i componenti di ogni ramo eletti al rispettivo livello con incarico a tempo, eccetto l’incarico della Corte Suprema attribuito dal Presidente ad ogni singolo componente e mantenuto dal nominato per tutta la sua  buona condotta.

Inoltre, venne introdotto per la prima volta il principio secondo cui le norme della Costituzione appartenevano ad un ordine superiore rispetto a quello delle leggi ordinarie (dunque valevano per ogni Stato federato).

Nel periodo immediatamente successivo – esattamente dal 1789 al 1791 –, nella Costituzione vennero aggiunti dieci emendamenti per specificare diritti fondamentali nella vita del popolo che  il Governo non poteva violare. Due in particolare sono assai significativi. Il IX  stabilisce che un diritto del popolo  può sussistere anche se non è enumerato nella Costituzione (il che significa che la  Costituzione non è la sola fonte del diritto). Il X stabilisce che I poteri che la costituzione non attribuisce agli Stati Uniti né inibisce agli Stati, sono riservati ai singoli Stati o al popolo (il che specifica ulteriormente la natura federale degli Stati Uniti, ove i diritti costituzionali si applicano in tutti gli Stati, ma vi sono poi i diritti di ciascun Stato). Restando inalterato l’indirizzo delle norme costituzionali allora in essere, sono stati poi apportati, nei quasi duecentoquarantanni trascorsi dopo, degli aggiustamenti maturati nel frattempo. Peraltro è stata sempre mantenuta la responsabile prudenza di valutazione prevista nella Dichiarazione di Indipendenza, tanto che ad oggi gli emendamenti alla Costituzione sono  27  in totale.

5 – Gli sviluppi istituzionali diversi nell’Europa continentale –

 5.1L’illuminismo negli Stati Uniti. La Dichiarazione di Indipendenza prima e la Costituzione degli Stati Uniti d’America poi, sono un prodotto palese dei principi dell’illuminismo, ma lo sono nell’accezione inglese che accentua il campo civile e perciò è attenta all’esercizio delle libertà. Non a caso negli Stati Uniti l’illuminismo rispettava il criterio dell’accorta e continua valutazione dei dati sperimentali.  Per contro, l’illuminismo continentale si impegnava  innanzitutto a valorizzare le conoscenze sempre più vaste e a svolgere un ruolo di alta consulenza sui principi per mezzo della ragione (così da renderli il più possibile conosciuti) ma focalizzandosi innanzitutto sulla ragione stessa piuttosto che sui risultati dell’applicarla.  

Per questo motivo, pur rientrando le vicende delle 13 Colonie nel movimento europeo di trasformazione politico istituzionale degli Stati (anche nell’aspirazione ad essere un esempio per il resto del mondo), lo svilupparsi della lotta politica in Francia fece venire a galla la differente natura dell’illuminismo continentale. E di conseguenza la differente influenza delle due Rivoluzioni americana e francese  sugli avvenimenti svoltisi da allora nel mondo intero. 

5.2 L’arrivo alla Rivoluzione francese – Verso la fine degli anni ottanta del ‘700, in Francia il regime di  monarchia assoluta ebbe una massiccia crisi economica che provocò diffusissime condizioni di miseria. In larga misura la causa era che da tempo il Regno  spendeva parecchio di più delle entrate (la sola Corte costava il 6% delle uscite) e che i tentativi di vari ministri delle Finanze di aumentare l’imposizione fiscale distribuendola soprattutto su nobiltà e clero, non vennero mai approvati per la decisa opposizione di quei due stessi stati.

Così, a  maggio 1789, per la prima volta dopo 170 anni, il Re convocò gli Stati Generali di una società suddivisa in tre stati, nobiltà, clero e terzo stato (cui appartenevano i 9/10 della popolazione). I rappresentanti di ogni Stato venivano eletti da chi ne faceva parte localmente ma poi, negli Stati Generali, ogni Stato aveva un solo voto deciso dai rispettivi rappresentanti. Quindi permaneva il dominio stabile del duo nobiltà e  clero, cosa in contrasto evidente con le idee maturate nell’ultimo secolo sul ruolo degli individui. Nel giro di poche settimane, venne accettata la richiesta di voto singolo di ogni eletto avanzata dal terzo Stato, ma ormai si era innescato un movimento  di grandi proteste che in breve posero le premesse per una epocale rivoluzione civile, la presa della Bastiglia, avvenuta il 14 luglio 1789.

Durante quell’agosto, l’Assemblea abolì tutti i privilegi feudali avviando una società autonoma di cittadini, e, alla fine del mese, su un testo preparato dal marchese  di La Fayette (che aveva preso parte alla guerra per l’Indipendenza degli Stati Uniti ed era anche cittadino americano), la stessa assemblea approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che da allora sarà un riferimento per molte costituzioni europee moderne.

5.3 La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo – La Dichiarazione inizia con le parole “i rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale”, parole che trasformano una società di corporazioni e di ordini, in una  di cittadini riuniti in un solo popolo. Dopodiché l’art. 1 sancisce che “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”, l’art. 2 che “Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione”, l’art.3 che Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione”,  l’art.4 che  La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla Legge”, l’art. 5che – “La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società”.,  l’art. 6 che La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla formazione della Legge. Essa deve essere uguale per tutti. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti”, l’art.10 che “nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose”, l’art.17 che la proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta indennità”.

In generale, è un testo che somiglia non poco alla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti di tredici anni prima. Però che contiene anche disposizioni discordanti, riferibili al modo continentale di intendere l’illuminismo. Alcune di queste saranno all’origine dei mutamenti strutturali intervenuti pochissimi anni dopo in Francia e alla base di un percorso politico culturale del tutto diverso in Europa rispetto a quello negli Stati Uniti.

Esemplifico. Per prima cosa, lo strumento francese, la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, era riferito non solo al popolo come nella Dichiarazione di Indipendenza, bensì all’intera umanità (in altre parole non si focalizzava sull’essere cittadini di uno Stato).  Poi l’art. 1 introduce il presupposto che gli uomini “rimangono” liberi ed uguali nei diritti (un tipico concetto prodotto dalla ragione), sorvolando sul fatto  che tale effetto non è affatto scontato nella realtà ma dipende dal quadro normativo che governa le relazioni interpersonali. L’art. 3 colloca la sovranità nella Nazione senza definire esattamente la Nazione stessa (di nuovo un concetto prodotto dalla ragione, al di là di costruirlo in concreto) ma facendo intendere che la Nazione sia al di sopra dei suoi cittadini.  L’art. 5 prevede che la legge non abbia il diritto di nuocere alla società, senza specificare cosa intende con la frase nuocere alla società (ancora un concetto fondato sulla ragione quale origine del dover essere). L’art. 6 definisce la legge espressione della volontà generale, senza chiarire cosa sia precisamente la volontà generale salvo darle il carattere di entità preordinata agli umani conviventi (in sostanza fa derivare la volontà generale dalla ragione che la determina a tavolino, a scapito dell’autonomia agli umani).

La lettura della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo fa constatare che già nel ’89 era radicato il pensiero del filosofo Jean Jacques Rousseau (morto già nel 1778) che a parole predicava il nuovo (egli sosteneva perfino che un futuro migliore richiedeva il distruggere il passato) ma nel concreto faceva  rivivere, dando loro un nuovo aspetto, molte concezioni del passato intrinsecamente antiscientifiche ed antiindividualiste. A cominciare dall’eterno ritorno dell’utopia quale ideale di vita, in radicale contrasto con la fecondità del conoscere illuminista poco incline a voli utopici. Da cui nacque l’idea di volontà generale , tipica espressione di una ragione teorica estranea allo sperimentare davvero la realtà.

5.4  Cambi di idee nella  Rivoluzione, primo quinquennio – Il Re controfirmò la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma continuò ad esercitare il suo ruolo abituale. Sul subito principalmente attraverso  il suo diritto di veto nei confronti dell’Assemblea Nazionale e in seguito tessendo trame restauratrici, soprattutto circoscritte ai palazzi. Nell’estate del 1790 l’Assemblea fece un ulteriore passo di distinzione rispetto alle strutture degli Stati Uniti,  adottando la Costituzione civile del Clero, con cui la Chiesa cattolica divenne un’istituzione al servizio della nazione, anche se la sola autorizzata a celebrare pubblicamente feste e cerimonie. Il clero dedito ad attività assistenziali e sociali, divenne un corpo di funzionari dello Stato, stipendiato e tenuto a giurare fedeltà alla Costituzione. Inoltre erano soppressi i privilegi  degli ordini religiosi e si stabiliva che i vescovi e  i parroci fossero eletti nelle loro zone dai politici e autorizzò  solo la religione cattolica .

Al passar dei mesi, il Re si sentiva sempre più insicuro nel nuovo clima politico ormai consolidatosi ma che lui non condivideva. Così nel giugno del 1791  fuggì da Parigi tentando di raggiungere una piazzaforte al confine con il Belgio, dalla quale lanciare un’offensiva dei suoi fedeli. Venne ripreso quasi subito nelle Argonne dalla Guardia Nazionale comandata da La Fayette e riportato a Parigi, con una sorveglianza più stretta nonché sospeso temporaneamente dalle sue funzioni (provvedimento che rientrò dopo poche settimane per le dichiarazioni d’alto là fatte da diverse potenze europee). In quell’ottobre 1791 venne varata la prima  Costituzione della Rivoluzione Francese, che aveva come preambolo la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e conservava la forma monarchica, tuttavia  accentuando le caratteristiche innovative dell’impianto fondato sulla ragione teorica.

Così ribadiva il concetto  della sovranità che appartiene alla nazione (“dalla quale emanano unicamente tutti i poteri”) e lo espandeva stabilendo che “nessuna sezione del popolo, né alcun individuo può attribuirsene l’esercizio”. Inoltre affermando che “il Corpo legislativo non potrà essere sciolto dal re” faceva dell’Assemblea l’effettivo fulcro decisionale della Francia. Nel complesso, con la prima Costituzione della Rivoluzione stava proseguendo la divaricazione tra le due culture dei documenti fondanti degli Stati Uniti e di quelli francesi.

E non era finita. Il clima politico in Francia volgeva al peggio, risultando molto più teso all’esterno e all’interno. All’esterno venne dichiarata guerra all’Austria perché aiutava i ribelli monarchici e all’interno  la tentata fuga del Re aveva accentuato il discredito per l’istituto monarchico.  In tale quadro, il nuovo ruolo  assegnato all’Assemblea senza contrappesi  e l’irrobustirsi della tesi di  arrivare presto alla Repubblica, portarono alla scissione  tra i deputati girondini di orientamento moderato (primavera 1792) e determinarono il completo prevalere dei sanculotti radicali. Ciò innescò l’esaltazione egualitaria del popolo indistinto al posto del cittadino. Man mano che acquisivano potere i giacobini fanatici delle idee di Rousseau, tra i francesi aumentava sempre più il ricorso all’esercizio della forza (che si accompagnava al razionalismo deterministico) mentre si lasciava in disparte l’effettivo dibattito delle idee e si trascurava molto la maturazione  civile.

Tutto questo  prese corpo negli avvenimenti del 10  agosto , quando, sotto la guida della Comune di Parigi in mano ai giacobini, la folla insieme a molti militari repubblicani assaltarono il Palazzo delle Tuileries dove il Re e la sua corte risiedevano da un triennio. Il Re si rifugiò nell’attiguo palazzo dell’Assemblea Legislativa ma i rivoltosi ebbero la meglio quasi subito massacrando diverse centinaia di guardie svizzere del Re.  Subito dopo anche l’Assemblea Legislativa accettò  la richiesta giacobina,  sostituendo il Re con un Consiglio Esecutivo e convocando le elezioni generali a suffragio universale maschile per la nuova Assemblea. L’esaltazione giacobina giunse poi all’apice dopo l’inattesa vittoria a Valmy dell’esercito pur raccogliticcio (20 settembre) contro la larga coalizione degli Stati europei che intendevano combattere la rivoluzione antimonarchica.

Nei giorni successivi, l’Assemblea Legislativa – chiamata ora Convenzione Nazionale – accentuò l’intenzione di costruire una nuova Francia in grande discontinuità con la precedente. Proclamò la Repubblica al posto del Regno, decretò l’inizio di una nuova era storica nel conteggio degli anni (ripartendo dall’anno I della Repubblica) e avviò la redazione di una seconda Costituzione francese. In quelle settimane venne deciso l’arresto del Re  e in seguito il suo processo , che si concluse con la condanna alla ghigliottina (gennaio 1793). Nel frattempo vennero conclusi i lavori per la Seconda Costituzione molto diversa da quella precedente.

Già il  preambolo riprendeva nella sostanza le idee rousseauiane attualizzate (seppure insieme ad altri aspetti  volti all’attenzione a problemi di libertà civile). Si inizia sostituendo la sovranità nazionale con la sovranità popolare espressa a suffragio universale. Si prosegue eliminando il principio della separazione dei poteri e attribuendo alla Convenzione Nazionale, siccome esprime la volontà del popolo, sia il potere esecutivo che il potere legislativo. In seguito si definiscono tutti gli uomini eguali per natura (concetto puramente teorico estraneo al mondo reale)  e  poi si antepone l’eguaglianza a libertà, sicurezza e proprietà. Inoltre si adottano norme prescrittive del dover essere Ideale (senza preoccuparsi di definire chi lo stabilisce). Ad esempio si sanciva cha la legge non poteva ordinare se non ciò che è giusto e utile alla società; e che non può vietare se non ciò che le è nocivo. E si proclamava  pure che quando il Governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri. Insomma, un modo di concepire la realtà in toni aulici e netti, senza dare  spazio a sfumature nelle regole e nei comportamenti. Qualcosa cioè che rientra più in quadro stereotipato lontano dal vero e piuttosto espressione della pretesa di imporre la propria volontà agli altri.

Nel mese di aprile 1793, il potere esecutivo venne affidato, oltre che al Consiglio dei Ministri, ad un nuovo organo, il Comitato di Salute Pubblica, con effettivi ampi poteri. Sempre in quelle settimane, la Seconda Costituzione  venne presentata e anche largamente approvata in un referendum. Però non venne davvero mai applicata, visto che tre mesi dopo la composizione del Comitato di Salute Pubblica venne modificata (entrandovi quale presidente Robespierre), siccome non riteneva la Costituzione abbastanza incline alla Rivoluzione. Quindi venne deciso che il governo sarebbe stato “rivoluzionario fino alla pace“.  

Con tali modalità si giunse presto al periodo del Terrore con il Triumvirato di Robespierre, che visse nel sangue all’insegna della più roboante demagogia egualitaria (furono centinaia di migliaia gli arrestati per attività controrivoluzionaria; di cui oltre 16.000 ghigliottinati e decine di migliaia morirono  mentre altre decine di migliaia morirono in prigione. L’ossessione di Robespierre era la minaccia dei nemici interni. Alcuni membri ella Convenzione Nazionale, preoccupati di  essere le  prossime vittime,  denunciarono preventivamente Robespierre a fine luglio 1974. Lo arrestarono con l’aiuto delle truppe della Convenzione e subito dopo ghigliottinarono lui e diversi suoi amici.  La morte di Robespierre pose fine alla dominazione giacobina e dette inizio alla cosiddetta reazione termidoriana (termidoro, nel calendario rivoluzionario dell’epoca, era il nome del periodo tra il 17 luglio e il 18 agosto).

I Termidoriani avevano,   riguardo all’evolversi delle passate fasi della Rivoluzione e ai progetti per il futuro, una composizione moltissimo variegata sia quanto a provenienza che a formazione. Realisticamente avevano colto che la massa dei cittadini rifiutava la concezione rivoluzionaria giacobina e pertanto proponevano il ritorno ad un governo stabile  nonché rispettoso delle regole e della libertà economica.

A tal fine, eliminarono il più possibile l’impronta giacobina nelle istituzioni a Parigi e nella provincia francese, negli aspetti giuridici (abrogando la legge sui sospetti e sulla carcerazione prima del processo)  , nelle esecuzioni ( nel mese di agosto i ghigliottinati furono 6 contro i 343 di luglio) e in quelli umani (eliminando, pure fisicamente non di rado, o comunque trattando  con dileggio,  chi era stato giacobino). Al tempo stesso, il clima politico assai meno giacobino indusse al rientro in patria molti seguaci del Re che avevano trovato rifugio all’estero.

Nella medesima ottica antigiacobina,  nel febbraio 1795 i termidoriani dichiararono  la libertà di culto, ponendo fine alla Chiesa Costituzionale e separando Stato e Chiesa per la prima volta in Francia. Questa libertà di culto venne estesa pure ai ribelli della Vandea, che si erano rivoltati a causa della repressione rivoluzionaria del cattolicesimo. Tuttavia, nell’inverno ’94-95 le condizioni socioeconomiche non potevano raddrizzarsi d’un colpo, e quindi persisteva abbastanza malcontento da consentire ai restanti ambienti  giacobini di tentare un colpo di coda. Una loro sollevazione a Parigi del 1° di pratile (20 maggio) chiese alla Convenzione la distribuzione del pane e l’entrata in vigore della Costituzione del 1793. La sollevazione parigina aveva l’appoggio della Guardia Nazionale, ma venne repressa alla svelta dalle truppe della Convenzione e finì nel trimestre successivo con accese rappresaglie in tutto il paese contro i restanti giacobini.

I Termidoriani, non avendo intenzione di far entrare in vigore la Costituzione giacobina del 1793, ne redassero una nuova (agosto 1795) , prefiggendosi di evitare l’onnipotenza dell’Assemblea o di un suo esponente. Perciò la nuova Costituzione, stabilito all’inizio che “la legge è uguale per tutti”, affiancò una dichiarazione dei doveri (che includeva il rispetto dell’autorità) a quella dei diritti. E cambiò gli organi dello Stato. Il legislativo venne composto da due camere, i Cinquecento che formulavano le proposte e gli Anziani che quelle proposte potevano solo o approvare o bocciare. L’Esecutivo era un Direttorio  composto da 5 membri non sfiduciabili, scelti dagli Anziani in una rosa di 50 nomi formata dai Cinquecento. Ogni anno un membro del Direttorio decadeva a rotazione. Inoltre vi era una Tesoreria dello Stato nominata dai Cinquecento Il corpo legislativo veniva eletto ogni tre anni in due fasi dai cittadini contribuenti (come nella Costituzione del 1791).   Le varie Assemblee avrebbero eletto i magistrati nei rispettivi territori. Da ricordare che questa Costituzione fu il modello che i francesi imposero negli anni seguenti alle varie repubbliche italiane.

5.5 Cambi di idee nella Rivoluzione, prosecuzione – Negli anni successivi al 1795, le  idee sul come costruire le istituzioni francesi continuarono a marciare lungo la linea della Terza Costituzione e ancora una volta non ebbero uno sviluppo univoco. Non per caso produssero prima il Consolato di Napoleone, poi un’ulteriore Costituzione nel 1799, dopo sfociarono nella formazione dell’Impero e ancora dopo nelle guerre europee, che si conclusero con la restaurazione.

Queste  vicende storiche sono talmente note nei loro dati effettivi, da non richiedere in questa sede ulteriori specificazioni al fine di approfondire aspetti del filone politico culturale seguito in Francia: nel percorso per arrivare prima alla Rivoluzione e in seguito per definire la struttura delle Istituzioni, il ruolo del cittadino, il peso della violenza nelle relazioni pubbliche. Risulta di una evidenza innegabile che quel filone si dipanò all’interno dell’illuminismo. Però intese l’illuminismo in un’accezione rattrappita, ben poco attenta a quanto significasse nella sua parte evolutiva.

L’illuminismo, nell’occuparsi delle cose del mondo, venne ridotto al valorizzare il ruolo della ragione  umana, solo al fine di meglio consentire al potere della maggioranza esistente al momento di applicare la tradizionali consuetudini del gestire la convivenza. Non ne venne colta la forte attitudine evolutiva. Non si cercò mai di aprirsi al confronto sperimentale delle idee e dei progetti individuali in un clima di maggiore libertà nelle relazioni umane, anche a livello istituzionale. La riprova più esplicita si trova forse nel totale cambiamento nel campo del diritto.

Venne rimossa integralmente ogni fonte di diritto consuetudinaria o locale o d’esperienza professionale o di giurisprudenza (costituenti una prassi  di raccordo con la vita quotidiana) per essere sostituite dalla sola normativa della legge votata dall’Assemblea valida per tutti e in ogni momento (che unificava il diritto ma insieme lo cristallizzava favorendone l’applicazione preferita dai gestori del potere ed inibendone l’adeguarsi al tempo).    Da tale chiusura al confrontarsi sperimentale sulla realtà, ebbero origine le continue svolte politico culturali, ciascuna all’insegna della ragione al momento prevalente nell’Assemblea ed accompagnate dal progressivo ricorso alla violenza fisica pressoché esclusivo – divenuto perfino, ad un certo punto, parossistico e disumano –  per dirimere i conflitti di idee e di progetti.

Ciononostante, il mito libertario secondo cui la Rivoluzione francese di fine ‘700 avrebbe impresso una spinta innovativa,  per decenni dilagò al di là dei confini della Francia, arrivando in tutta Europa e insediandosi stabilmente. Peraltro  restò privo della capacità di riflettere sui limiti gravi, le contraddizioni e le arretratezze che pure aveva introdotto nella vita istituzionale e nella storia della libertà civile in Europa. Al punto che gli effetti negativi di questo mito libertario rimangono tutt’oggi. Di quell’epoca molti insistono ancora oggi nel valorizzare gli aspetti peggiori: voler governare la convivenza in termini illiberali trascurando i cittadini a favore (di fatto) delle élites e del dover essere. 

6.  La capacità di rinnovarsi di continuo stando ai fatti –

 6.1 La caratteristica degli Stati Uniti. Nel descrivere quanto avvenuto nel primo quinquennio della Rivoluzione francese, ho messo in evidenza i punti in cui sono nette le distanze dall’esperienza degli Stati Uniti nel campo del far maturare la legislazione per convivere. Come ho già sottolineato, in Francia non venne colto il profondo meccanismo politico culturale espresso dalla Dichiarazione d’Indipendenza. Principalmente non fu colto il significato di cosa comportasse l’amalgama dei cinque principi da essa introdotti.

Da allora l’amalgama di quei principi è riuscito ad evitare che gli Stati Uniti, nonostante le difficoltà umane del convivere, cadessero in contraddizioni istituzionali irrimediabili sotto il profilo della libertà dei loro cittadini. E la Costituzione degli Stati Uniti – con i soli 27 emendamenti apportati dal 1787 ad oggi attraverso la meditata valutazione sperimentale degli avvenimenti –,  mantiene un funzionamento eccellente, mostrandosi ancora in grado  di governare  tensioni civili che finora rientrano nei conflitti domestici tra diversi, fisiologici  all’esercitare la libertà.

La stessa cosa non è avvenuta con i nipotini della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, fin da subito assai ondivaga negli effetti. E, nei due secoli da allora, neppure  è avvenuta a livello mondiale con le svariate altre proposte politiche avanzate nello stesso periodo. Proposte mosse da ambizioni epocali tra loro differenti, anzi contrapposte quanto ad impostazione ideale. Però tutte intente a disegnare criteri politico istituzionali con due caratteristiche.

La prima essere atti a strutturare una società umana, di livello maturo nel relazionarsi e dotata di un minimo di risorse. La seconda l’essere criteri improntati all’inimicizia più o meno esplicita verso la libertà individuale, verso la diversità di ciascuno, verso l’autonomia di ogni cittadino, verso il libero mercato.

Ebbene,  tutti questi criteri  alla prova della storia, in tempi più o meno lunghi e con percorsi più o meno tragici, sono completamente naufragati  nelle promesse e pure nelle illusioni. Inoltre va detto che sono criteri palesatisi del tutto  incapaci di stare al passo con i continui avanzamenti della scienza nel conoscere di più il mondo.   

Non azzardando bensì applicando il metodo sperimentale, si può fare una solida supposizione. Il motivo per gli esiti fallimentari dei criteri tanto difformi da quelli dei documenti costitutivi degli Stati Uniti, consiste nella loro più o meno totale disattenzione alla libertà politica, al cambiare  senza radicalismi e al ruolo del cittadino individuo nel valutare spesso, mediante il voto, i risultati ottenuti da chi li governa nonché le proposte sul tavolo riguardanti il futuro.  Tale supposizione non solo trova pieno riscontro in quanto avvenuto da fine ‘700 in poi, ma è pure confermata, meno direttamente ma sempre in pieno, prima dalla nascita della Comunità Europea nel 1957 e attualmente dalla natura della minaccia che incombe sull’Occidente.

6.2 – La Comunità Economica Europea e l’UE. Per inquadrare meglio la nascita della Comunità Europea, va ricordato che in Italia, già nel primo decennio del ‘900,    la questione  Europa era posta da un  liberale, Einaudi (futuro Presidente della Repubblica), e da un socialista non marxista di rilievo, G.E. Modigliani (esecrato da Lenin già a quell’epoca, e dagli anni ‘40 messo all’indice dai comunisti). Poi, nel 1941 a Ventotene tre confinati oppositori del fascismo, Colorni, Rossi e Spinelli, redassero in forma organica un Manifesto per sostenere l’unificazione federale dell’Europa. In particolare

illustrando il perché in futuro   “la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cadrà non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, ma lungo la nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta, le forme del potere politico nazionale e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale come strumento per realizzare l’unità internazionale.   

Finita la Guerra, l’idea di fare l’Europa crebbe,  ma il Manifesto di Ventotene restò lettera morta. In Italia Einaudi scrisse nella primavera 1948 che “il solo mezzo per sopprimere le guerre entro il territorio dell’Europa è di imitare l’esempio della costituzione americana del 1788, rinunciando totalmente alle sovranità militari, al diritto di rappresentanza verso l’estero ed a parte della sovranità finanziaria”. Lungimirante ma allora solitario.

Nel maggio 1950,  il tema  venne rilanciato dal  Ministro degli Esteri francese Schuman, cattolico, che propose di integrare le industrie del carbone e dell’acciaio. Un’impostazione tradizionale, anche se nel testo illustrativo aperta  alla convinzione che ” l’Europa non sarà costruita tutta insieme;  sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto“.

In ogni modo, l’anno successivo sei stati (Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia , Lussemburgo, Olanda) realizzarono questa proposta (CECA). Però nei quattro anni seguenti, non si sviluppò la convinzione espressa nel piano. Non solo la CECA rimase settoriale ma in più venne perseguita la strada  tradizionale di dar vita alla Comunità Europea di Difesa, CED, ancor più legata agli Stati esistenti (nonostante De Gasperi  tentasse di allargarne struttura e compiti). CECA e CED si richiamavano alle pratiche istituzionali decise dalle diplomazie che disponevano sul modo d’essere dei contraenti, e restavano al di fuori dalle scelte dei cittadini seppur  introducendo embrioni di organi sovranazionali. Dunque assai distanti dal federalismo americano esistente da  170 anni. Nel 1954 il tentativo della CED fallì perché il suo  statuto non fu ratificato dalla Francia e di conseguenza dall’Italia.  

La costruzione dell’Europa odierna iniziò con il Ministro degli Esteri liberale Gaetano Martino che  riunì la Conferenza di Messina con gli altri cinque Ministri degli Esteri della CECA ( giugno 1955) e dopo tre giorni di confronti tesi, ottenne una dichiarazione improntata ad una logica differente da quella federalista usuale, perché indicava un’Europa dei cittadini che iniziava dalla vita economica quotidiana. Questa linea portò nel 1957 ai Trattati di Roma della Comunità Economica Europea (firmatari i sei paesi della CECA) e in parallelo dell’Euratom, con un’impostazione che richiamava l’esperienza della Dichiarazione di Indipendenza del 1776, addirittura  usando quanto di consapevole era maturato nel frattempo: il procedere a passo a passo sulla strada della libertà dei cittadini europei (la disposizione specifica per l’elezione diretta dell’Assemblea Parlamentare venne realizzata vari anni dopo, nel 1979).

L’art. 2 del Trattato scriveva “La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 4, uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, la parità tra uomini e donne,……”. 

Insomma, i Trattati di Roma sono una cosa ben diversa dal Manifesto di Ventotene. Soprattutto nel metodo dell’operare politico. Non arrivarono a porsi  il problema della rinuncia immediata alle sovranità da parte dei contraenti ma innescarono meccanismi di libera circolazione che potenziassero al massimo le relazioni tra cittadini, non solamente economiche, e nella sostanza introdussero la necessità del tempo per consentire ai cittadini di assuefarsi ai cambiamenti . Il procedere appunto a passo a passo sulla strada della libertà dei cittadini europei.

Viceversa l’Europa sognata a Ventotene era in chiave socialista nella convinzione passatista  che la “rivoluzione europea dovrà essere socialista” e che “la metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria….. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia”. 

Non a caso , prima e dopo i Trattati di Roma, il PCI attaccò in Parlamento in modo furibondo la prospettiva dell’Europa e lo fece per un ventennio. Finché il successo del costruire la Comunità, in termini economici e politici nel coinvolgere i cittadini, indusse i comunisti a mutare posizione e a iniziare il diffondere l’abbaglio dell’Europa nata a Ventotene. Nonostante  la storia vera fosse un’altra.

I problemi per lo sviluppo coerente dei Trattati di Roma sono iniziati dopo la caduta del muro di Berlino (novembre 1989) e si sono manifestati dal Trattato di Maastricht (febbraio 1992) in poi. I paesi membri – inebriati come gli altri in Occidente per la sconfitta dell’ Impero Russo –  in superfice fecero passi avanti apportando ai Trattati le modifiche indispensabili per cambiare il nome da CCE in Unione Europea, per Istituire la cittadinanza europea, per rafforzare il Parlamento europeo, per varare l’unione economica e monetaria, premessa della moneta unica, per  avviare il Sistema europeo di banche centrali e per mantenere l’obiettivo di  “un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa”.  Tuttavia lo fecero potenziando la struttura burocratico istituzionale a livello europeo piuttosto che allargando il ruolo e il peso dei cittadini europei, come era avvenuto negli Stati Uniti. 

Il  trattato di Maastricht si basò su un quadro istituzionale unico, composto dal Consiglio degli Stati membri, dal Parlamento, dalla Commissione, dalla Corte di giustizia e dalla Corte dei conti. Inoltre istituì anche un Comitato economico e sociale e un Comitato delle regioni, ambedue con funzioni consultive. Accennò pure al bisogno di svolgere una politica estera e di sicurezza comune , così come una cooperazione in materia di giustizia e affari interni. Peraltro tutti gli organismi e le intenzioni non dipendevano  dal voto dei cittadini europei  ma dagli accordi e dalle nomine  dei tavoli interstatali nonché dalle scelte politico diplomatiche  della Commissione e dalla scelte gestionale dei funzionari di Bruxelles.

Progressivamente si consolidò  la tendenza a costruire un’UE sul modello  tradizionale degli Stati di potere di una volta, restii a valorizzare i giudizi e gli indirizzi dei cittadini (infatti, nella UE,  il solo organo votato dai cittadini è il Parlamento, al quale tuttavia furono assegnati poteri assai limitati e non di governo). Rapidamente si abbandonò la rotta tracciata dalla Dichiarazione di Indipendenza e dalla Costituzione degli Stati Uniti. In linea con tale abbandono, una dozzina di anni dopo Maastricht,  erano già almeno tre i punti di regresso in rapporto al peso della cittadinanza europea (e quindi di allontanamento dalla rotta della Dichiarazione di Indipendenza).

La corsa a far entrare nuovi membri nell’UE, che dai dodici di Maastricht erano divenuti il doppio esatto (negli Stati Uniti occorsero 47 anni per raddoppiare, da tredici e ventisei, i membri federati), il che era frutto della frenesia di mostrarsi capaci di attrarre (e quindi potenti), anche senza valutare prima a fondo la situazione politico istituzionale del richiedente. 

Una moneta, l’Euro, introdotta nel Trattato di Maastricht quale traguardo da raggiungere nel rispetto di Criteri di Convergenza previsti nello stesso Trattato. Il traguardo non era posto come obbligatorio (di fatti la Danimarca si chiamò subito fuori) perché si affidava alle cooperazioni rafforzate, una procedura in cui il criterio dell’unanimità è rispettato anche limitandosi a non porre il veto. La stortura consiste nel fatto che i Criteri non indicano alcuna procedura  per dotarsi  di una  medesima struttura fiscale e neppure per creare un mercato europeo dei capitali.  Senza una struttura fiscale, la moneta unica è una costruzione artificiale senza anima di libertà civile. E purtroppo ancor oggi, la struttura fiscale europea non c’è e i membri UE aderenti all’Euro sono solo i tre quarti di tutti gli aderenti. 

Tuttavia  l’UE e le grandi catene di comunicazione    si atteggiano come se l’UE fosse già uno Stato sovranazionale, mentre non lo  è sotto più aspetti. Anzi, la mentalità derivata da un simile atteggiarsi ha fatto danni anche a livello della politica nazionale, siccome ha indotto nei rispettivi cittadini una sensazione di intenti oppressivi da parte delle strutture dirigenti l’UE.

Questi tre punti di regresso non si sono poi affievoliti . Prevalse l’approccio legato alle cancellerie degli Stati membri e delle burocrazie di Bruxelles, che tentò senza riuscirvi  di fare modifiche ai Trattati  con una nuova Costituzione UE in linea con gli indirizzi di Maastricht. Questo approccio venne sconfitto in due referendum in Francia e in Olanda. Allora, si ripiegò su un nuovo Trattato a Lisbona (entrato in vigore a novembre 2009) ,  nel quale restarono due indirizzi di Maastricht disattenti al coinvolgere i cittadini. Uno, l’estensione del ricorso alla votazione a maggioranza qualificata in seno al Consiglio Europeo. E due, far divenire il Consiglio europeo un’istituzione a pieno titolo con un proprio presidente. In pratica, un abbandono sempre più chiaro dell’UE dei cittadini per rafforzare quella degli degli accordi tra gli Stati membri.

Di fatto, lo sviluppo dell’UE proseguì nel frenare ,  volgendo al ribasso, e oggi, anche se si tenta invano di negarlo, il declino dell’UE è comprovato dai numeri. E’ una conferma che non potenziare il ruolo dei cittadini e la loro autonomia, fa  diminuire  i risultati assicurati dall’adottare la libertà dei cittadini avviata dalle istituzioni degli Stati Uniti a partire dal 1776. Ed insieme è una chiara riprova della forza della libertà espressa in modo coerente.

6.3. La libertà imperiale estranea allo spirito del 1776. Relativamente alla seconda conferma della supposizione espressa alla fine del paragrafo 6.1. circa il ruolo essenziale della libertà dei cittadini nel governare, è bene riflettere sul fatto che, nell’ultimo quindicennio, la linea politica seguita sia nell’UE sia nel prevalente approccio adottato nei dell’occidente, non ha rispettato i  fondamentali caratteri delle loro rispettive istituzioni.

6.3. a Il mancato rispetto nell’UE – Per quanto attiene all’UE, oltre al fattore negativo dell’ampio disinteresse fino ad oggi verso il dare davvero più peso ai cittadini nella presentazione delle liste elettorali europee e nella rappresentanza Parlamentare –  già questonon è poco – nei primi due terzi di questo periodo, le strutture europee sono state prese dall’urgenza ossessiva di somministrare la ricetta dell’austerità nei casi di bilanci in disordine. Una ricetta sbagliata, che ha preteso di risolvere il problema, restringendo la libertà economica del paese interessato. In pratica peggiorando la condizione economica. In effetti, i conti in ordine sono necessari in una convivenza. Ma non per imporli a un certo Stato, bensì per attivare in quello Stato il dinamismo economico degli scambi slegato da lacci impropri.

Invece l’austerità proseguiva sulla linea iniziata a Maastricht, la rigidità delle cose da fare prescritta da chi stava più in alto nell’Unione, con il forte rischio di essere stupida nel concreto. Un atteggiamento che finisce per essere incompatibile con l’innovazione sul campo frutto dei liberi confronti tra una varietà di proposte sul libero mercato e dell’applicazione di una fiscalità flessibile in ambito UE. Nonostante la proterva sicurezza degli alti gradi, l’austerità ha prodotto risultati restrittivi in campo economico, oltretutto con riflessi frequenti (talvolta pesanti) nelle relazioni democratiche.

Da un certo momento, l’austerità è stata  fronteggiata con il sostegno, fino a quando e per quanto fosse necessario, del sistema della BCE, la quale nella gestione dei fondi introdusse il realismo aperto in grado di evitare le peggiori gelate nelle relazioni civili indotte dall’austerità. E negli ultimi anni, in occasione della pandemia COVID, la nuova Presidente della Commissione ha messo da parte l’austerità e adottato la politica  dei fondi europei comuni per aiutare tutti i membri UE di fronte  all’emergenza sanitaria. Una svolta nell’ottica di riallinearsi alle finalità di un’Europa attenta ai cittadini.

Tuttavia, l’epoca dell’austerità ha lasciato una sua traccia permanente in un  organismo quale il Meccanismo Europeo di Stabilità, MES, estraneo per natura al diritto UE. Di fatti, in certe particolari condizioni di bisogno, un ruolo di assoluto rilievo nel negoziare i prestiti è affidato un organo a tre, la Commissione UE, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale, dei quali già la BCE non è un organo interno dell’UE  e il FMI è addirittura fuori dall’Europa. Perciò il MES  è nella sua struttura, senza dubbio, un organo  assai lontano dai cittadini.

Il fatto stesso che il MES, nell’epoca d’oro dell’austerità, sia stato approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Europeo, conferma la forte disattenzione esistente  al tema spirito del 1776. Inoltre fa capire la sostanziale inadeguatezza   della attuale riforma del MES in corso e che l’Italia non vuole approvare senza che il MES sia modificato.

Oltretutto la disattenzione allo spirito del 1776 non si limita neppure al MES. Perché senza dubbio negli anni recenti è stato dato un ruolo più incisivo al Parlamento UE, che costituisce la sola espressione diretta dei cittadini. Tuttavia è  pure vero che il sistema UE include la possibilità che il Consiglio d’Europa partecipi all’elezione del Presidente della Commissione UE. Il che è un’ulteriore contraddizione potenziale con il criterio di far compiere le scelte UE ai cittadini invece che alle burocrazie europee   autoreferenziali.

6.3. b Il mancato rispetto da parte di grandi attori – La mancanza di rispetto ai  fondamentali caratteri delle libere istituzioni edificati con lo spirito del 1776, emerge chiara anche dall’esame della politica seguita nell’ultimo quindicennio da attori di gran rilievo in occidente, quali la NATO e diversi paesi protagonisti dell’agire politico.

Già nel periodo dopo Maastricht era venuta fuori la tendenza della NATO a marciare in proprio (mentre nei giorni di Maastricht ci furono varie testimonianze dei leader  degli Stati, secondo cui allo scioglimento nel 1991 del Patto di Varsavia, l’Occidente aveva promesso  che la NATO, anche se fosse restata in vita, non si sarebbe mai più  espansa né avrebbe cercato di farlo).

Negli anni, la marcia della NATO  in proprio si è  irrobustita  nel sottofondo, fino alla svolta con la segreteria Stoltenberg (2014). Non solo la NATO si è espansa verso l’est Europa, ma in Ucraina si è impegnata sempre più nel sostegno agli ucraini avversari della Russia, contribuendo a far sì che non rispettassero il Trattato di Minsk2 (da loro firmato  ad inizio 2015 insieme a  Russia, Francia e Germania), il cui punto centrale era l’obbligo per l’Ucraina di fare una riforma costituzionale che concedesse l’autonomia alle sue regioni orientali (i separatisti del Donbass e del Lugansk).

La NATO  soffiò sul fuoco perché ciò non avvenisse, riuscendo nell’intento. Tanto che, quando l’Ucraina cambiò la Costituzione, non adempì all’obbligo. Intanto, gli stessi ambienti appoggiarono la candidatura dell’attore Zelensky (divenuto noto dopo il 2015  per una serie TV  in cui faceva la parte di Presidente dell’Ucraina, serie poi premiata negli USA e in Germania). Con una campagna di quattro mesi, la candidatura di Zelensky  ebbe successo nell’aprile 2019 (il suo nuovo gruppo sfiorò la metà dei voti) e subito il neo eletto sciolse il Parlamento .

Il neo Presidente  intensificò ancora i rapporti con gli Stati Uniti ed irrobustì la richiesta di fare ingresso nella NATO. Poco prima di Natale del 2021, Zelensky accusò un oligarca ucraino di aver pianificato , con l’appoggio di Putin, un colpo di Stato contro di lui; gli accusati lo smentirono duramente, controaccusandolo di preparare un attacco alle regioni orientali del paese, russofone, e di coltivare in patria metodi neonazisti.

Le continue tensioni proseguirono all’inizio 2022 , nella convinzione di Zelensky  che fosse un’isteria di massa pensare ad un’invasione russa. Però il 21 febbraio Putin riconobbe l’indipendenza dei territori separatisti (quelli ai quali l’Ucraina avrebbe dovuto dare l’autonomia in base al Minsk2) e  autorizzò una missione in quei territori per garantire le popolazioni russofone. Il 22 febbraio, le truppe russe occuparono i territori indipendenti. Due giorni dopo, Zelensky invitò i cittadini russi a dissentire apertamente contro la missione di Putin (non è chiaro chi ebbe l’idea di tentare la sollevazione dei russi). Da allora gli scontri armati tra russi ed ucraini, parzialmente estesi al territorio ucraino, sono proseguiti senza tregua.

Oggettivamente ciò è stato possibile solo per l’enorme impegno della NATO, dell’UE (spinta dagli Stati baltici conoscitori del significato di subire il “pacifico” dominio dell’autocrazia russa), degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, del Canadà nel dare sostegno militare ed economico alla indubbia forte volontà di indipendenza dell’ Ucraina (a parte le regioni separatiste)  e alla politica del Presidente Zelensky (che sfrutta quella volontà).

Non solo. Questo enorme impegno, mediante le note sanzioni alla Russia, ha anche tentato di isolare la Russia e di metterne sia in difficoltà l’economia che la capacità in campo militare. Passati quattro anni, va definito un tentativo in sostanza non riuscito. Da una parte la Russia resta fra le prime economie al mondo quanto a parità di potere d’acquisto, dall’altra la pressione dell’Occidente ha indotto la Russia a stipulare grossi accordi internazionali per forniture di armamenti e anche a stringere patti di reciproca  difesa con altre autocrazie (innanzitutto dalla Cina, dall’Iran  e, come non avveniva da due decenni, dalla Corea del Nord). Per di più la politica delle sanzioni alla Russia non è stata condivisa da oltre i 3/5 dei paesi del mondo e di fatto ha mostrato il sostanziale isolamento dell’Occidente nel lanciare fulmini contro la Russia motivati sull’essere un’autocrazia che invade.

In aggiunta, purtroppo, i mezzi di comunicazione sguazzano nell’evocare i complotti dei nemici, raccontando di Zelensky che afferma che il Trattato di Minsk2 fu una pausa voluta da Putin per preparare l’invasione del 2022. Insomma,  la politica NATO non ha centrato gli obiettivi e i mezzi di comunicazione lo nascondono. Così come nascondono i rapporti politici interni all’Ucraina improntati ad una insufficiente libertà civile (cosa tanto effettiva che è la vera radice delle diffuse contrarietà all’ingresso, al momento attuale, dell’Ucraina nella UE), nonostante i grandi innovativi progressi dell’Ucraina nella strategia militare dei droni.

Aver contribuito al verificarsi di un simile stato di cose, contrasta in radice con lo spirito del 1776 e la sua capacità di agire sperimentata in quasi due secoli e mezzo. E si badi bene. Di questo stato di cose non si può farne una colpa agli Stati governati da un’autocrazia, nel senso che per loro – abituati all’interno ad esercitare il potere in modo illiberale e non di rado disumano –  è fisiologico contrastare ovunque gli Stati liberi,  con il sistematico ricorso alla voluta disinformazione dei cittadini e talvolta alla forza militare .

Il vero problema è costituito dai comportamenti incoerenti dell’Occidente. Il fattore distintivo dell’Occidente è porre prima di tutto la libertà del cittadino individuo , ciascuno diverso seppure con gli stessi diritti legali, che esercita di continuo il proprio spirito critico per aumentare la conoscenza. Di conseguenza, la libertà occidentale è fondata sui continui scambi di idee e di iniziative tra cittadini diversi.  Tale  concezione della libertà aperta, nulla ha a che vedere con la concezione alternativa della libertà di tipo imperiale, che vuole l’unità del potere e rifugge la diversità del vivere.

La libertà dell’Occidente è consapevole che esistono ed esisteranno autocrazie dedite a bandire la libertà dei cittadini dalle proprie istituzioni e dai propri coportamenti. Ma dovrebbe essere altrettanto consapevole che la pretesa di eliminare quelle autocrazie sul piano militare trasformerebbe la libertà degli scambi in una libertà imperiale, che rinnega la sua stessa essenza. La libertà fondata sugli scambi è connessa strettamente al praticare il sistema della concorrenza garantendolo in ogni occasione.

Ne consegue che nei paesi occidentali, e in specie nell’UE nata sul ruolo affidato al cittadino, gli interventi istituzionali vanno concepiti come un correttivo – soggetto alla valutazione elettorale – quando si formano nodi provocati dall’insufficiente funzionamento del criterio scambi così come del criterio concorrenza nel meccanismo della libertà tra i cittadini individui (nodi che, se non corretti, porterebbero ad un insufficiente grado di libertà per il cittadino, fisica e spirituale).

Allora è una grave contraddizione con lo spirito del 1776, violare apposta il criterio degli scambi in nome di principi che privilegiano un’imposizione ideologica piuttosto che il realizzarsi degli scambi.  Ad esempio, è stato un errore grave la propensione espansiva della NATO acutizzatasi nell’ultimo decennio e focalizzatasi nella presenza in Ucraina volta a sollecitare le tensioni con la Russia (pericolose proprio perché paese autarchico). E ora sarebbe molto sbagliato non rispettare i tempi previsti per l’ingresso nell’UE in modo da potere accelerare l’ingresso dell’Ucraina (un paese discusso quanto all’effettiva pratica nelle relazioni interne della libertà nei termini UE).

7 . L’insegnamento permanente della Dichiarazione di Indipendenza  – E’ opportuno ripensare spesso alla Dichiarazione di Indipendenza. Ha dato per prima solide indicazioni, organiche e concrete, per sviluppare l’utilizzo della libertà del popolo, estendendolo dal livello del singolo cittadino – dove già si era insediata con il ‘600 inglese e con l’illuminismo anglosassone – ad istituzioni composte o solo da molti cittadini nello stesso territorio oppure da una federazione di altre istituzioni di cittadini ciascuna in territori più limitati e contigui, dotate di un ordinamento omologo.

In questo articolo ho indicato via via i punti essenziali di tali indicazioni. I  cinque cardini della Dichiarazione di Indipendenza che ho descritto al paragrafo 3, indicano il fulcro del meccanismo (da aggiornare in modo costante) per poter convivere in condizioni aperte e reciprocamente rispettose. L’esperienza sul campo fatta  fin dall’origine e ripetuta attualmente, prova che lo sono ancor oggi in misura certo non inferiore. Ecco perché sono preoccupanti i numerosi sintomi di indebolimento di importanti istituzioni messi in evidenza e che coinvolgono l’intero clima politico culturale, non solo i meccanismi istituzionali.

L’involversi del clima politico è stato innescato, nel periodo recente, dalla reazione alle sbagliate modalità di governare in varie zone Occidentali. Una reazione che si manifesta nel minaccioso contrapporsi  gli uni agli altri in termini fideistici, che non accetta la diversità tra i cittadini conviventi, che   ammette solo lo stare a Destra oppure a Sinistra, che  riduce tutto alla lotta del bene contro il male ed inclina alla pratica della violenza di per sé inaccettabile.

Tale reazione punta a prevalere, non a migliorare la convivenza. Ed essendo disattenta al procurarsi le risorse , non affronta i disagi e le miserie presenti sui territori e pensa di  annullare  le diversità   intruppandole nella visione distorta  di un conformismo ossequioso del potere,  chiuso alla dinamicità dei rapporti interpersonali, estraneo  alla varietà dei bisogni del vivere ed incapace di agire in base ai risultati  delle  iniziative prese dalle istituzioni e dai cittadini. 

Nel complesso si è determinata in larga parte dell’Occidente una spinta populista in risposta a chi ha tentato di trasformare l’impegno per la libertà nei rapporti civili, in lotta per imporre il criterio della libertà imperiale messa in mano a gruppi autoreferenziali.

Nel settore del clima politico culturale, il sintomo di indebolimento più inquietante  è l’attitudine di gran parte dei mezzi di comunicazione. Invece di  svolgere la loro funzione di fornire ai cittadini notizie verificate, sono dominati dall’ossessione di anticipare le notizie anticipando il loro verificarsi. Con tale vincolo, esercitano un mestiere non loro. Trascurano i fatti per sostituirli con previsioni costruite solo sulla propaganda di moda al momento e sugli interessi dell’editore.

Comportarsi così, in una democrazia imperniata sulla libertà individuale,  arreca un danno assai forte ai meccanismi del libero convivere. Perché il libero convivere si fonda sulle contrapposte valutazioni fatte dalla miriade di individui tra loro differenti in base alla realtà così come osservata. E simili valutazioni vengono distorte in modo duro quando, dai mezzi di comunicazione, non emerge la realtà quale è. Insomma quando, invece della realtà, si mostra ai cittadini un palcoscenico dove ogni cosa è un artificio.

Una messa in scena che esprime una precisa ideologia, quella che suppone una vita immobile sui modelli di qualcuno o di qualcosa (va aggiunto che il sacrosanto uso dell’Intelligenza Artificiale accresce tale propensione, e perciò rende ancor più necessarie ulteriori attente riflessioni).  In ogni caso una simile ideologia è irreale e opposta a quanto ha insegnato la Dichiarazione di Indipendenza.

I sintomi di indebolimento nel settore dei meccanismi istituzionali sono vari. La devastante accresciuta attenzione per la libertà imperiale al posto della libertà degli scambi; la pretesa, secondo le circostanze, di ridurre la democrazia libera, che è indivisibile, soltanto alla politica oppure soltanto all’economia; l’ancor vasto propendere ad affrontare i problemi della democrazia in termini di  valori emotivi e non di conflitto nelle regole tra progetti espressione della libertà dei conviventi; l’ignobile esaltazione antiisraele radicata pressoché ovunque, anche ai vertici dell’ambiguo ONU, che aiuta chi vuol eliminare quello Stato violando i principi di rispetto per gli altri umani (tipo impedire agli ebrei la presenza al Gay Pride 2024 fingendo di non sapere che i gay dalla Palestina si rifugiano in Israele); la “cancel culture” dilagante in paesi importanti,  che rifiuta nel profondo la natura delle cose per celebrare il ritorno alla tradizione del libro sacro e per non tener conto del tempo che passa; l’insistenza nello scegliere sistemi di etichettatura alimentare a semaforo per dare presunte indicazioni salutiste sul cosa mangiare, procedura che equivale al premere per l’abbandono del criterio usato da ogni cittadino sulla base di consolidatissime tradizioni culturali e locali;  il demagogico diffondere il principio dell’uguaglianza degli esseri umani non circoscritta ai diritti legali individuali, creando così una luminosa speranza che nega la realtà e che pratica l’assistenzialismo prodromico all’ appiattire invece dell’aiutare i più deboli che assicura la possibilità di esprimere il proprio contributo individuale.

Sono tutti sintomi di indebolimento del richiamo agli insegnamenti dei documenti fondativi gli Stati Uniti. Che si è tradotto nel relegare assai indietro il tema del mantenere  libero il complesso  delle relazioni nei rapporti tra i cittadini conviventi. Dato da cui nell’UE – già predisposta per un retaggio tradizionale e variegato nelle radici – è derivato il sostanziale insabbiarsi della produttività in senso lato, culturale ed economico. Perché la produttività è principalmente spinta dalla libertà attiva tra i cittadini che punta ad ampliare la conoscenza in territori inesplorati. Una libertà attiva che per esprimersi davvero ha bisogno di un ordine del convivere organizzato con il fine della libertà mediante i confronti tra i progetti individuali e non con il fine di ingabbiarla nell’illusoria certezza di parole d’ordine da perseguire.

Ebbene, tale insabbiamento è pernicioso. Fin dall’epoca iniziale del Medioevo con il rattrappirsi della circolazione dei traffici nel Mediterraneo e l’affermarsi della guerra santa islamica, è sempre accaduto che il contrarsi del relazionarsi inibisce la crescita successiva e favorisce progettualità alternative di altri.

Ora il concetto stesso di libertà imperiale è una contraddizione in sé. La libertà indica  l’imperniarsi sui liberi contributi diffusi per conoscere di più, per produrre e creare nuovi equilibri complessivi nel tempo, mentre invece la libertà imperiale indica la precisa volontà, quasi che il tempo non esistesse, di proseguire l’esercizio del potere esistente, ritenuto un ordine saggio in mano ad alcuni gruppi supposti  affidabili, invece che affidarlo  alla libertà dei cittadini.

Insomma, l’inclinazione alla libertà imperiale è stata in sé  una malattia grave in quanto ha messo da parte lo spirito del 1776. Con  una conseguenza ancora più grave, anche se scontata. La pratica della libertà imperiale non è stata in grado di far espandere l’Occidente, di fatto rinchiudendolo nei suoi confini in relazione  al resto del mondo.

Non è finita qui, peraltro. In questi anni, e in specie di recente,  il resto del mondo non è rimasto a guardare stando fermo. Soprattutto le autocrazie più grandi  non hanno usato per affermarsi il loro status politico, hanno preso iniziative concrete in molte zone della terra (di tipo economico e di tipo militare) e hanno dedicato risorse nonché cervelli alle nuove tecnologie, in aspetti strumentali essenziali per   l’innovazione (quali i semiconduttori). Per loro è agevole comportarsi così, appunto perché, essendo autarchie, non hanno il problema ( né se lo pongono) di rapportarsi con i loro cittadini autonomi, siccome il gruppo dirigente decide tutto e ritiene di esserne in grado.

Inoltre tra i paesi Occidentali sussiste una differenza. Che nella loro storia gli Stati Uniti, proprio perché seguaci dei loro documenti costitutivi, sono stati finora capaci, anche dopo aver commesso moltissimi errori, di fare la cosa giusta (al sodo loro sono allineati davvero sullo spirito libero del 1776), mentre l’UE non ha espresso la stessa caratteristica.

Quasi dimentica delle proprie origini, l’UE si  mostra oggi indebolita, fragile, di fatto stagnante ed incline ad essere un subsistema americano contrapposto all’autocrazia territorialmente vicina. Così l’UE, in diversi settori economici, è in ritardo sia rispetto agli Stati Uniti predominanti sia rispetto all’attivismo propulsivo delle autocrazie. Il modo che ha scelto per reagire al problema –strategie difensive e meramente protezioniste –  è inadatto per natura a vincere. L’UE deve piuttosto adottare lo spirito libero del 1776, aprendo alle idee innovative e coinvolgendo i cittadini su norme adatte alle aziende tecnologiche e al loro espandersi, anche attraverso adeguati partenariati di livello internazionale.

In ogni caso, non solo l’UE in parte traballa circa lo spirito del 1776. Non tutti i paesi Occidentali stanno percorrendo la strada di quello spirito. Anzi, sussiste la tendenza a procedere al contrario. Dal 2017 agli anni recenti,  in Occidente l’intervento dello Stato per indirizzare l’economia è cresciuto di sette volte  e così ha raggiunto un livello statalista perfino assai più alto di quello nelle altre aree mondiali (una grandezza da 11 a 60 volte  secondo il paragone fatto). Siccome l’intervento dello Stato distorce la concorrenza a livello internazionale danneggiando gli Stati con bilanci meno robusti, ciò chiarisce il motivo per cui l’Occidente  è in forte difficoltà nello stringere amicizie con Paesi del cosiddetto Sud.

I paesi Occidentali dovrebbero sempre privilegiare gli scambi, non le barriere, dato che la libertà punta al multilateralismo tra i singoli soggetti e non alle dogane. L’Occidente dovrebbe sempre privilegiare anche l’altro più nascosto aspetto costitutivo del 1776, il tempo reale che passa. Anche se per la ragione opposta a quella di allora. Allora, prima della Dichiarazione di Indipendenza, la cultura prevalente tendeva a non considerare il tempo congelandolo nell’eterno. Oggi, al contrario, ci si illude che la vita acceleri e che i fatti siano più veloci, ragion per cui si crede che il tempo aumenti il suo ritmo. Discende da qui l’accettazione passiva dell’informazione inflazionata e l’abitudine ai frettolosi giudizi estremizzati.

Però si tratta di una mera illusione.  Nella concretezza del corpo umano, i ritmi del tempo sono immutati. Il fondamentale esercizio dello spirito critico individuale non è accelerabile (al di là delle differenze funzionali tra gli individui). Ugualmente non è accelerabile il tempo di modifica delle caratteristiche della struttura umana. Che, si badi, richiede una fase più lunga rispetto al tempo  di aggiornamento delle istituzioni del convivere (un riscontro è che l’istinto alla violenza nelle persone umane resta radicato quale residuo di comportamenti ancestrali, mentre nelle istituzioni è nel complesso in fase di avanzata riduzione).

Siccome in apparenza sembra il contrario – cioè che il cambiamento umano sia più rapido di quello istituzionale –, l’ampia corrente di chi non apprezza i documenti costitutivi statunitensi, pensa sia possibile mutare a piacimento  le istituzioni secondo il volere dei potenti e non secondo  le scelte maturate dai cittadini. Ma l’esperienza  non funziona così.  

Pertanto, per non cadere nella trappola illusoria dello statalismo retrogrado e imposto ai cittadini, lo spirito del 1776 non va celebrato, bensì seguito senza deviazioni continuando in ogni momento a  guardare avanti.

8. Il 250° anniversario della Dichiarazione – Siamo arrivati  ad inizio primavera 2026 e lo spirito della Dichiarazione di Indipendenza continua a costituire l’indirizzo di fondo dei comportamenti politici degli Stati Uniti. Ne è l’ennesima riprova quanto sta avvenendo (stando ai fatti, non alle suggestioni mitiche dei sondaggi) con la seconda Presidenza di Donald Trump.

Un Presidente che ha il carattere mutevole dell’immobiliarista aduso alle trattative pluri miliardarie,  mutevole a cominciare dalle preferenze di partito – democratico alle origini, poi seguace del Reform Party di Ross Perot, ora  repubblicano –, mutevole anche nell’annunciare le intenzioni di sconvolgere i rapporti esistenti, e sprovvisto, prima di divenire presidente, di qualsiasi esperienza elettiva. Dell’immobiliarista ha pure il vizio, in versione esasperata, di fare sceneggiate  davanti all’interlocutore al fine di smantellarne le ritrosie (“prima provocare la controparte” ha scritto), talvolta oltrepassando i limiti del buon gusto.

Trump non ha davvero l’animo di chi si prefigge, mediante un preciso progetto politico, di far maturare la consapevolezza pubblica nel comportarsi. Così – invece di spingere al far comprendere una procedura politica generale che del resto non ha intende formulare – Trump terremota di continuo il quieto vivere tradizionale, in specie quello non  interessato a verificare se le strutture in atto siano adeguate costantemente (lo fa in patria per corrispondere alla voglia di un cambiamento diffusa nell’elettorato evangelico, e lo fa all’estero quale arma negoziale presa dalle aggressive esperienze commerciali ,  anche andando oltre le competenze, come ha da poco sentenziato la Corte Suprema USA in materia di imposizione di dazi permanenti).

Oltre al terremotare il quieto vivere, c’è poi il fatto che Trump è un convinto sostenitore della pena di morte (che metà degli Stati applicano), sulla quale è intervenuto negli ultimi sei mesi del primo mandato e all’inizio del suo secondo. Negli Stati Uniti, a livello statale, la pena di morte non è stata mai interrotta, ma dal 2003 le esecuzioni erano state sospese. Trump le riprese, poi Biden ristabilì una moratoria limitata alle esecuzioni. Al rientro in carica, Trump ha reintrodotto la pena di morte per l’uccisione di un agente di polizia e per i reati capitali commessi da immigrati illegali. Il criterio del terremotare  il quieto viveree la pena di morte sono le cause, insieme ai modi comunicativi, della diffusa incomprensione degli europei verso Trump.

Eppure, nonostante le diversità caratteriali, di curriculum ed operative dai Presidenti precedenti, Trump al fondo – negli atti, visto che non segue un complessivo progetto politico propriamente detto –  sta continuando lo spirito del 1776  nella sua politica internazionale.  E’  molto attento (naturalmente iniziando da ciò che danneggia gli USA) a scuotere le incrostazioni formatesi negli assetti mondiali che sono un vero ostacolo per la fluidità commerciale tra le democrazie. Ancor più attento a colpire i potenti autocrati, quelli che minacciano le strutture  degli scambi  con gli aiuti al terrorismo e  mostrandosi deboli verso di esso (dato che oggi sono molto vicino ad avere il nucleare), qualunque sia il motivo, civile o religioso.

Scelte  del genere Trump le ha fatte in varie occasioni. Nello scorso giugno contro il nucleare iraniano, poi nel rimuovere il dittatore venezuelano Maduro con i suoi traffici petroliferi ed infine con la nuova azione per decapitare  in maniera drastica il nucleo fondamentalista dell’Iran di Kamenei. Azioni circoscritte e rapide il possibile, per migliorare le condizioni degli scambi, un fattore  essenziale per la libertà dei cittadini. L’ultima azione in corso, quasi  scongiura il forte  pericolo nucleare, l’incubo missilistico  e i finanziamenti alle tre milizie  terroriste, Hamas, Hezbollah, Houthi, guidate nei loro dna e nei loro atti costitutivi  dall’intento di eliminare Israele. Ed ha portato, prima al voto all’ONU di tutti i paesi musulmani del medio oriente a favore del condannare gli attacchi militari dell’Iran, e poi alla rottura del monopolistico cartello OPEC dei produttori petroliferi del Golfo.

Tutte azioni che finora attuano lo spirito del 1776 sia nel concentrarsi sul verificare i risultati  prodotti dalle pratiche internazionali ora in essere sia nell’ aspetto chiave del non praticare una libertà imperiale a carico dei paesi alleggeriti dalle dittature. Una volta alleggerito, ognuno diviene autonomo nel governarsi.  

Naturalmente la presenza di Trump indispettisce tutti coloro, singoli e soprattutto partiti, che sono soliti  non apprezzare i documenti costitutivi degli Stati Uniti  . Non li apprezzano poiché loro – in vari modi ma ciascuno  nel segno di un ideologismo di sinistra o di un conservatorismo immobile oppure di una religiosità temporale – esercitano il potere tessendo rapporti istituzionali tra potenti piuttosto che con i liberi cittadini e non curandosi molto dei risultati effettivi sul campo. Cioè sistemi distanti dallo spirito del 1776. Ed è appunto il fatto che Trump pratichi la sostanza dello spirito  fondativo degli Stati Uniti – con l’aggiunta del tema pena di morte – , ad indispettire i suoi avversari europei.

Sono indispettiti poiché l’esperienza dimostra ancora una volta che le loro scelte impositive nella politica interna, corrispondono all’impotenza a livello internazionale.  A tale livello, siccome privilegiano i rapporti tra le rispettive élites  governanti, non sono interessati a creare  e a preservare  piene condizioni di libertà civica, e al contempo permettono alle autocrazie e al terrorismo di guadagnare terreno. Si comportano così  perché pensano solo a comandare,  e relegano all’ultimo posto gli effetti sui cittadini.

Sono indispettiti perché avvertono che il loro sistema del privilegiare i forti legami amicali (costruito sull’aderire a idee prestabilite dall’ambiente dei potenti) viene messo da parte dal rafforzarsi nel mondo della libera diversità degli individui. Circostanza che non a caso si manifesta nelle ripetute sconfitte elettorali negli Stati dove le elites adottano i loro sistemi di governo amicali e praticano il richiedere il consenso, al contempo trascurando gli interessi dei cittadini e le continue sfide di una realtà cangiante ed imponderabile in grande misura .  

Attualmente, tutti questi soggetti indispettiti che non apprezzano lo spirito del 1776, si eccitano nel dar per scontato che Trump sarà sconfitto alle elezioni di midterm il prossimo novembre. Però, paiono non rendersi conto che, verificandosi, un simile risultato costituirà un indirizzo politico importante ma (nei 250 anni  è già avvenuto  tante volte) non al punto, in virtù dello spirito del 1776, da imporre un cambiamento di strategia al Presidente Trump. Il cambio effettivo potranno farlo solo le Presidenziali del 2028 (alle quali Trump sarà incandidabile) ammesso che siano vinte da un avversario di Trump (al momento un’ipotesi tutt’altro che certa).

Una procedura del genere è tipica dello spirito del 1776. Attento ad evitare qualunque forma di potere privo di contrappesi, però garantendo che nessun soggetto, neppure il contrappeso, divenga in un istante il plenipotenziario al di là delle specifiche funzioni a lui attribuite. Così il Presidente, finché lo è, conserva le sue prerogative, e conserva le sue il Parlamento, modificato  con un ritmo diverso da quello presidenziale. Insomma, lo spirito del 1776 esprime una configurazione flessibile in base ad intervalli di tempo e non secondo disegni razionalistici tracciati senza tregua a tavolino da elites sulla testa dei cittadini puntando a rendere certo il futuro.

Per tutto ciò, la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti festeggia il suo 250° compleanno in ottima salute, proseguendo il ruolo di meccanismo capace di mantenere solidi i pilastri cruciali nel convivere umano. Che sono il pluralismo nella diversità dei cittadini, la libertà di espressione e la legittimità di opporsi.

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Riesumare la Comunità Europea di Difesa ? No grazie

Il giurista prof. Fabbrini, cattedratico internazionale, ha pubblicato con Il Mulino L’esercito europeo. Difesa e pace nell’era Trump, recensito il 23 aprile in un’ampia intervista sul Corriere della Sera. Un’opera che merita un’attenta riflessione per due motivi. Uno perché solleva un tema centrale. Due perché avanza al riguardo la tipica soluzione elitaria che ricorre agli specialisti e non ai cittadini.

Il tema è l’urgente necessità che l’UE abbia un  sistema di Difesa, cioè un suo esercito. A tal fine, è inutile tergiversare – come fece il piano ReArm Europe un anno fa – coordinando i membri  UE nel rafforzare gli eserciti nazionali e nell’ammodernare le rispettive dotazioni belliche. E’ necessario decidere di introdurre l’esercito comune nel Trattato UE. Purtroppo, però, non è ancora in agenda l’avvio del dibattito  indispensabile per decidere.

La soluzione del prof. Fabbrini è una tesi semplice ma retrograda.  Secondo lui, per realizzare lo strumento difesa europea basta che Francia ed Italia ratifichino il Trattato della Comunità Europea di Difesa, CED, firmato  nella primavera 1952 da Belgio, Francia, Germania Ovest, Italia, Lussemburgo, Olanda, con lo scopo  di integrare la difesa europea nel quadro della Guerra Fredda. Questo Trattato non entrò mai in vigore, perché ad agosto 1954  non fu ratificato dall’Assemblea francese e di conseguenza dall’Italia, che rinunciò alla ratifica.  Da ricordare che, su spinta di De Gasperi, il Trattato CED comprendeva il progetto di Comunità Politica Europea concepita quale autorità sovranazionale. Questa divenne la ragione della mancata ratifica francese due anni dopo.  

La tesi del prof. Fabbrini è la tipica soluzione elitaria che prescinde dalla realtà. A cominciare da quanto è avvenuto dopo il blocco della CED. Il Ministro degli Esteri italiano, il liberale Gaetano Martino,  mutò del tutto indirizzo e costruì  un’Istituzione nuova, l’Europa fondata sulla quotidianità economica dei cittadini e non degli Stati (a primavera 1957, vennero firmati a Roma i Trattati costitutivi CEE).  Da allora, con questa nuova impostazione, la CEE è cresciuta per 35 anni quale soggetto politico innovativo, arrivando a  12 membri. In seguito, con il Trattato di Maastricht, la UE ha progressivamente mutato rotta, tornando a privilegiare concezioni da stati di potere e diminuendo la capacità d’agire (salvo l’improprio mischiarsi alla alleanza militare NATO). E’ incompiuta ma resta un’istituzione  innovativa.

Per agevolare l’esercito europeo,  la proposta Fabbrini, invece di rilanciare il ruolo di tutti i cittadini UE nel confrontarsi e nel decidere, resuscita l’accordo CED. Così moltiplica i problemi. Crea un groviglio giuridico. Ha davvero poche  possibilità di esser realizzato (la Francia è immersa nel confuso ultimo anno della Presidenza Macron, in Italia sono a favore i Renziani e forse settori PD e  FI). Non tiene conto degli sviluppi UE nel settantennio e della maturazione dei cittadini dei paesi membri (ad esempio l’accordo CED non chiedeva il pareggio di bilancio, invece oggi vigente). Soprattutto, attirando in due paesi l’attenzione su di sé, ostacola l’avvio in tutta la UE del dibattito chiave per includere la Difesa nei Trattati, un’urgenza nell’epoca trumpiana. La proposta Fabbrini è una strada elitaria distante dai cittadini, tanto più in una materia come la Difesa che tocca da vicino la vita di ciascuno.

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