Referendum propositivo e parlamento

In una democrazia libera, opporsi non è attaccare tutti gli atti della maggioranza di governo. Può portare a farsi autogol, cioè a segnare a favore del governo. Ne è un esempio equiparare l’idea di referendum propositivo ad indebolire il ruolo del parlamento. Perché la centralità parlamentare è il cardine della democrazia liberale, ma è contraddittorio volerla esercitare in Italia nei modi in uso un sacco di decenni or sono.

Il parlamentarismo è il sistema di democrazia rappresentativa dimostratosi finora il migliore per le decisioni pubbliche tra cittadini liberi. Ma il meccanismo di attuazione, come tutti, si può usurare nel tempo e, nel caso italiano, da circa un trentennio si è palesata la tendenza degli eletti alle Camere a considerarsi un club titolare di privilegi al di sopra dei cittadini e non di privilegi dati dai cittadini per svolgere il decisivo compito di legiferare sul come convivere. Da qui vari progetti correttivi, che però, nell’ultimo quindicennio, hanno deragliato su binari illiberali, presidenzialisti prima oligarchici poi, che gli italiani hanno bocciato nei referendum. I cittadini sarebbero stati ulteriormente messi da parte e meno liberi, non resi più partecipi e più incisivi.

Oggi, il governo giallo verde ha posto con decisione (al punto da ampliare il nome di un ruolo ministeriale) la questione di fare il Parlamento più attento alle esigenze della democrazia diretta. Ma le esigenze della democrazia diretta non sono per forza la classica democrazia diretta. Nel caso, sono l’ovvio richiamo al rammentare che la democrazia rappresentativa rappresenta i cittadini con i loro stimoli e non il club degli eletti.

Attualmente in Commissione della Camera si discute il testo sul referendum propositivo e vedremo quale sostanza ne uscirà. Intanto è stata rimossa la definizione di “senza quorum” e stabilito che, perché sia approvato, i voti favorevoli devono prevalere ed essere almeno il 25% degli aventi diritto. Tutti d’accordo (nel senso che l’emendamento è stato del PD e il governo lo ha accettato) ed è un passo non contrario alla centralità del parlamento. Di fatti il nuovo meccanismo è perfino potenzialmente più rigido di quello attuale, che prevede solo la partecipazione al voto del 50%+1 degli aventi diritto (e quindi, viste le bianche e nulle, ora è possibile prevalere senza il 25% dei favorevoli).

Naturalmente dovrà essere calibrato in coerenza anche il rapporto tra il testo proposto dal referendum e quello che in seguito licenzierà il parlamento. Ma siccome è materia soggetta alle maggioranze parlamentari di cui all’art. 138 della Costituzione, sono esclusi strappi ideologici per varare testi che indeboliscano la centralità del Parlamento. Del resto, le dichiarazioni del Ministro al ramo, il grillino Fraccaro, fin qui non sollevano preoccupazioni populiste (nel senso dispregiativo che ne danno i fautori della restaurazione).

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Un cambio di mentalità

A Livorno, da giorni, tutti i mezzi di comunicazione sono concentrati sulla protesta degli studenti del Liceo Scientifico Enriquez che sono rimasti senza aule. La coreografia di migliaia di ragazzi in corteo è stato un richiamo irresistibile. Ora sembrerebbe che per l’immediato sia stata trovata una soluzione. Ma le esigenze scolastiche restano permanenti. Ed è proprio qui il punto vero che dovrebbe attirare l’attenzione e l’interesse di chi fa comunicazione. Perché a Livorno gli addetti si accorgono solo un po’ alla volta dei problemi di sicurezza e di agibilità degli edifici scolastici? E poi, perché a Livorno non si dedicano intensamente ad effettuare le prove di prevenzione sismica che latitano?

Di fronte a problemi così, protestare ed indignarsi non risolve. Serve chiedersi perché a Livorno sono assai carenti la valutazione dei rischi e lo stato delle certificazioni nell’edilizia scolastica. Occorre cambiare mentalità. A tutti i livelli. Nell’amministrazione degli ambiti scolastici, i dirigenti e gli operatori devono anteporre la soluzione dei problemi concreti alla cura maniacale delle procedure e delle esigenze di carriera secondo logiche vetero sindacali. Nell’amministrazione della Provincia e del Comune, i responsabili degli indirizzi e della macchina devono verificare lo stato effettivo dei manufatti sul territorio prima che a pavoneggiarsi. I mezzi di comunicazione mantenere sempre viva l’attenzione ai fatti reali della città più che alle facili apparenze. E i cittadini devono volere dalla macchina istituzionale non rassicurazioni mirabolanti bensì impegno per far funzionare il meccanismo pubblico del convivere.

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La posta in gioco sulla questione migranti

La vicenda delle polemiche sul decreto Salvini riferito ai migranti, va al di la degli aspetti contingenti (seppur rilevanti) ed entra nel terreno delle grandi impostazioni di come convivere meglio.

Tanto rumore per nulla. Su tale terreno, non mi riferisco alle questioni giuridiche. Prima di tutto perché vengono dopo l’aver stabilito come stare insieme. E inoltre perché, a parte l’irresponsabilità dei soggetti istituzionali che non vogliono rispettare una norma vigente, le polemiche in corso – come dicono i costituzionalisti – sono tanto rumore per nulla. Infatti, anche dopo il decreto Salvini, un Sindaco ha facoltà di erogare, sulla base dei passaporti, i servizi previsti dalla legge a chi è domiciliato nel comune (pur senza residenza). Di conseguenza neppure la Regione ha impedimenti nello svolgere le sue funzioni (tanto che perfino il costituzionalista PD Ceccanti definisce ardita la motivazione della Toscana per ricorrere alla Corte Costituzionale).

Ciò precisato, mi soffermo sulla reale posta in gioco nella polemica. Chi polemizza accusa il decreto di violare il principio di umanità connaturato ad ogni cittadino libero. Vergognatevi ha urlato in TV il filosofo Cacciari e la filosofa Di Cesare ha scritto che la democrazia tracolla se non difende i diritti umani. Però la loro è un’indignazione passatista. Contrasta in pieno con le risultanze degli avvenimenti degli ultimi secoli. L’applicare i principi di libertà all’epoca praticabili ha fatto sì che nel mondo, seppure in misura ancora limitata ma crescente, sia aumentata a dismisura la libertà reale dell’individuo e insieme le sue condizioni materiali di vita. I sostenitori della tesi dell’attentato umanitario, sono visionari senza vista. In un colpo solo rifiutano, per istinto e per formazione, tre dati cardine dell’esperienza storica.

Il boom dell’immigrazione in Italia. Adottando l’ordine in cui i cittadini percepiscono le questioni, inizio dalle condizioni materiali del territorio italiano investite da un aumento consistente (e soprattutto con ritmi serrati) del numero di immigrati. Ciò induce molte preoccupazioni (di certo superiori al disporre di mano d’opera a basso costo) e crea gravi problemi sociali. L’immediatezza del problema è andata riducendosi con gli ultimi due ministri dell’Interno. Da rilevare che il primo, Minniti, con gli accordi con i capi tribù africani, ha ottenuto una riduzione più consistente ma senza far emergere gli aspetti di principio della questione, mentre il secondo, Salvini, ha ottenuto una riduzione quantitativamente inferiore ma, parlando alla pancia degli italiani, ha fatto emergere con più chiarezza l’aspetto di principio. In sintesi l’accoglienza di massa non può essere indiscriminata: sia per il dato delle risorse necessarie al territorio per sostenerla, sia per il dato del tempo di maturazione necessario per renderla accettabile dai cittadini. E sono i cittadini ¬– spesso i gruppi dirigenti ideologizzati lo dimenticano – che decidono in una democrazia liberale.

La libertà non è un precetto. Un altro dato dell’esperienza storica rifiutato dai fautori della tesi dell’attentato umanitario, è che la libertà umana sia il prodotto di un tenace lavoro di costruzione plurisecolare (mentre secondo loro sarebbe un fatto di natura). Da tale rifiuto deriva che il problema della libertà viene celebrato trascurando parecchio la questione essenziale dei meccanismi adatti a promuoverla e a mantenerla. Omissione ancor più negativa poiché quei meccanismi, si è constatato, richiedono cura continua per adeguarsi in base ai risultati. Invece i fautori umanitari riducono la libertà ad un criterio emotivo da sbandierare come precetto morale a prescindere dalle condizioni sperimentate per viverla. Un esempio istruttivo del peso dei meccanismi di libertà sono state le vicende del Piano Marshall, nel 1947. Un massiccio investimento economico per quattro anni (da restituire per il 14%) venne offerto dagli USA a tutti gli europei ma l’URSS, in opposizione al capitalismo, rifiutò di far parte del programma e lo impedì a tutti i paesi satelliti. Così il piano sostenne solo i paesi al qua della cortina di ferro, e, al passare dei decenni, i fatti dimostrarono il divario tra i due sistemi politici. Mentre i paesi dell’Europa occidentale trassero beneficio dal sostegno e crebbero nella condizione economica e civile attraverso progressive aperture nelle libere relazioni, quelli orientali privi di aiuti restarono statici nelle mani delle gerarchie comuniste e in quattro decenni furono condotti al crollo da un sistema incapace di consentire un’economia viva oltre che illiberale sotto il profilo civile. Insomma, la libertà non è un precetto ma un meccanismo in movimento da mantenere sempre oliato e in funzione.

La libertà imperniata sulle regole e sull’individuo. Un ulteriore dato dell’esperienza rifiutato dai fautori della tesi dell’attentato umanitario, è il constatare che la libertà vive dell’apporto di tutti i cittadini, attraverso il metodo individuale delle iniziative, dei conflitti democratici, delle scelte in base ai fatti realizzati. Ne consegue che nel mondo reale il procedimento di costruzione della libertà ogni giorno presuppone l’avvenuto formarsi di ambiti territoriali nei quali valgono le medesime norme, nel cui quadro i cittadini possono vivere e decidere di cambiare. Al di fuori, la libertà è precaria e i diritti vacui. Non si sa sciogliere questo nodo senza mettere in moto il processo di maturazione civile. Invece i fautori umanitari svalutano il concetto di cittadino in un territorio statale e profetizzano che ciascuno è cittadino del mondo e deve seguirne la naturale umanità. Questa idea non amplia i diritti enunciati ma toglie a chi già li ha qualsiasi controllo sui governanti e consegna il potere a elites senza volto che usano i termini mondialisti per vantare diritti religiosi od ideologici. Il mondialismo vuol far credere di puntare ad uno stato mondiale, ma nella realtà divarica a dismisura (iniziando a livello nazionale con l’interporre i corpi intermedi) la connessione tra il cittadino e l’ambito normativo statale in cui l’individuo vive e sceglie (appunto perché non lo reputa adatto a decidere sulla convivenza, e vorrebbe affidare le decisioni ai competenti amici). In chiave mondialista la libertà del cittadino è una pura parola priva di concreto contenuto e volutamente scollegata dall’individuo cittadino. Si evoca l’esser cittadini del mondo, per meglio rompere il legame con il territorio di appartenenza e rendere impossibile l’esercizio della sovranità. Si teorizza l’andare oltre i limiti dell’ambito territoriale normato, per meglio negare il valore dell’individuo quale fonte primaria del convivere nel tempo che passa. Il mondialismo riporta indietro di secoli la conoscenza e la libertà.

Il mondialismo favorisce la destra. Questa è la posta in gioco nella polemica sui migranti. Una posta enorme per chi vuol essere oggi liberale in politica, in nome dell’esperienza e dello sperimentare progetti nuovi per risolvere i problemi sul tappeto. L’aspetto più grave è che il dissennato agire di chi non condivide il decreto sui migranti predicando la disobbedienza, lo fa con la logica del mondialismo antiindividualista. Una logica in cui il rispetto dei diritti umani precede la libertà del cittadino, non deriva dall’applicarla. E quindi attribuisce lo stabilire se c’è il rispetto dei diritti, non all‘insieme dei cittadini ma alla comunità religiosa o ideologica.

Quanti compiono una siffatta distorsione dell’esperienza, commettono due errori perniciosi. Uno, trascurano il sentire quotidiano di tantissimi cittadini che avvertono la minaccia del persistente destinare a stranieri risorse necessarie agli italiani. Due, forniscono tutte le mattine a Salvini un’occasione per sostenere criteri avversi al mondialismo, permettendogli di mascherarsi da liberale e di trovare molti consensi nell’opinione pubblica. Qui sta il pericolo da esorcizzare. Salvini non deve passare per il liberale che non è. Dunque i liberali stiano in prima linea nel sostenere il primato della libertà civile contro il mondialismo.

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La sinistra che lavora per la vittoria della Lega

Merita riflettere sul tentativo del Direttore della Scuola Normale di aprire a Napoli una succursale della Scuola. Il fatto in sé è noto (il prof. Barone ha deciso, dice avendo avvertito il Ministro dell’Istruzione, di clonare a Napoli la Normale usando un finanziamento ottenuto nella manovra parlamentare; la cosa ha suscitato l’opposizione del Sindaco di Pisa e del deputato pisano della Lega, cui si sono aggiunti gli studenti chiedendo le dimissioni di Barone, via via appoggiati dai professori e dai dipendenti; l’ipotesi è sparita dalla manovra; il direttore ha motivato per settimane la sua iniziativa ma alla fine, preso atto dello schieramento di tutte le componenti, ha dato le dimissioni). Forse non sono a tutti note, le reazioni dei politici di sinistra, della Regione e del gruppo Repubblica. Una robusta campagna centrata sul presunto scandalo: le dimissioni sono il primo caso nella storia bisecolare della Normale e sono un’ingerenza politica nell’autonomia della Scuola senza precedenti neppure sotto il fascismo. E’ ancor meno noto che la campagna è proseguita immutata anche dopo le dimissioni, e cioè dopo l’avvenuta saldatura formale con i voti di tutte le componenti interne alla Normale (studenti, dipendenti e docenti) sulla richiesta a Barone di dimettersi.

Tutto ciò può sembrare un episodio contingente. Ma è un altro contributo alla credibilità della Lega, siccome è chiara l’efficacia dell’iniziativa dei suoi esponenti. Ciò preoccupa tutti i cittadini non leghisti chiamati in primavera al voto, per le europee e in diversi comuni contigui. La cosa più preoccupante è che il mondo della sinistra ha il vezzo di attaccare sempre e comunque la Lega, nella convinzione che non servano progetti diversi e basti il vecchio armamentario dell’anatema contro la destra. Un anatema obsoleto, che non può più funzionare e infatti non funziona. Nel caso specifico, è folle gridare all’ingerenza della politica nell’autonomia universitaria, quando l’ex Direttore ha mostrato di intenderla come una prerogativa personale in barba ad ogni scambio tra colleghi su cui l’autonomia scientifica dovrebbe basarsi. Un simile comportamento a favore dell’elite è una riprova della sconsideratezza di politici traumatizzati dall’aver perso il potere, che difendono gli amici invece di sforzarsi di capire gli indirizzi dei cittadini. Ma governare significa rimuovere in concreto gli ostacoli che ci sono al momento in vario modo, economico o procedurale. Chi ne è convinto deve lavorare in questa direzione nonostante la sinistra lavori (non volendolo) per la vittoria della Lega conservatrice.

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La questione delle tasse sulla bontà

Preso dal giusto intento di fare un discorso rassicurante per l’Italia che ricuce e dà fiducia, il Presidente Mattarella ha usato una frase di forte impatto mediatico (“vanno evitate tasse sulla bontà”) che però ha due diverse chiavi di lettura. Una è quella di leggerci che l’imposizione fiscale sul cittadino in carne ed ossa non può avere come cespite il compiere gesti di bontà. Una lettura che riafferma il principio connaturato alle democrazie liberali, che le attività del cuore rientrano nelle decisioni private e non nelle attività del convivere assoggettabili alla raccolta fiscale. La seconda lettura è leggerci che l’imposizione fiscale non può mai avere come cespite il compiere gesti di bontà.

Questa seconda lettura solleva non pochi né lievi problemi istituzionali, dal momento che include, oltre il cittadino, anche il mondo delle associazioni nelle varie forme e delle società commerciali e di capitali. Un mondo sovraindividuale in cui è impossibile fare riferimento alle attività del cuore delle decisioni private. Per cui le rispettive attività, comunque descritte, vanno assoggettate all’imposizione fiscale. Lo stesso dicasi per il possesso dei beni, la cui assoggettabilità è necessaria a prescindere dal tipo di proprietario e dalla destinazione d’uso.

La distinzione tra le due letture non è un fatto contabile. Nel caso del cittadino in carne ed ossa, il non assoggettare al fisco il gesto di bontà rimane una valutazione istituzionale, insita nel ruolo, al fine di agevolare gli interventi interindividuali dei cittadini più abbienti verso quelli meno abbienti. Nel caso associativo o societario, il non assoggettare il gesto di bontà trasferisce sull’associazione o società interessata, non solo il prestigio per la bontà espressa ma anche il vantaggio di minori oneri fiscali nell’esercizio dell’intera attività sociale, che inevitabilmente la irrobustiranno sia dal punto di vista economico sia quale operatore dell’assistenza sociale ai bisognosi. Ciò fa divenire quel soggetto un corpo intermedio di potere nei rapporti tra istituzioni e cittadini. E , interponendosi come potere, il corpo intermedio ostacola il meccanismo civile dell’individuare le responsabilità circa i problemi esistenti, i rimedi da prendere e i comportamenti tenuti. Il cardine della democrazia liberale è questo meccanismo di revisione in base alle procedure di controllo, non il buonismo.

Il governo ha annunciato di voler rivedere l’allineamento delle aliquote IRES da lui deciso per il Terzo Settore. Sarà bene lo faccia con molta cautela, al di là degli aggiustamenti di opportunità, per non smentire la linea adottata finora. Senza dubbio lo Stato ha molte lacune, ritardi e disfunzioni, ma non si risolvono simili problemi continuando a dare privilegi a corpi intermedi, che nei fatti, come prova l’esperienza, assomigliano alle elites dirigenti nel distacco dal cittadino che sceglie.

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Incoerenza tra parole e indicazioni (a Mauro Zucchelli)

Caro Zucchelli,

la Sua intervista in chiave Amministrative, quella al prof. Rossi, è della serie la più con i piedi per terra. Le ultime due righe sono efficaci (“integrare l’economia, valorizzare le identità”) e giuste, purché integrazione significhi un rapporto aperto tra diversi e non un blocco conformistico. Tuttavia il problema è che non si valorizzano le identità con i due punti essenziali sollevati dal Professore.

Il primo è assumere che l’impegno alla concretezza dei soggetti sociali cominci da quello della Chiesa. Siccome l’intervista è sull’attività politico elettorale, richiamare la Chiesa è del tutto fuori luogo. La Chiesa è estranea al dibattito politico tra i cittadini sul come amministrare Livorno. Perché il fatto che lo Stato garantisca la libertà religiosa (per fortuna), non significa che la religione e le impostazioni conseguenti possano rientrare tra gli argomenti di dibattito e di scelta politica amministrativa. E invece viene perfino specificato che il medico non può essere “solo” la politica. Ora, introdurre in campagna elettorale il discutere e il decidere in tema di impostazioni religiose, sarebbe un arretramento molto grave nei rapporti civili. Che fisiologicamente condurrebbe non a valorizzare le identità individuali ma a raggrupparle secondo la fede e a contrapporle in partenza sui problemi quotidiani. Dibattere e decidere caratterizza solo il confronto politico tra i cittadini.

Il secondo punto è che l’intervistato si limita a dire (giustamente) che la novità oggi (come ieri l’onestà) non sono dei metri politici di giudizio. Però dimentica del tutto che il metro essenziale di giudizio sono i fatti, i risultati. A Livorno e a Roma. Altrimenti evocare la competenza copre reti di amicizie. Così nel ’14 è arrivato Nogarin (per punire i disastri precedenti) e nel ’18 è arrivato Conte (per dire basta alle elites di governo che dimenticano i cittadini). E’ il cambiamento in base ai risultati che valorizza le identità. Perciò è inconcepibile pensare di reagire ad un governare non condiviso, puntando alla restaurazione di chi c’era prima.

In città si guarda alle elezioni senza toccare gli argomenti da decidere a maggio. Si ricorre a temi stantii – l’ospedale non ubicato a Montenero, la vecchia AAMPS scompaginata, gli stalli blu, le indagini sull’allerta per l’alluvione ’17 (causata dalla vecchia copertura dei corsi d’acqua) – e non si affrontano gli scenari dei temi da decidere. Come liberare Livorno dall’isolarsi dai territori circostanti. Come rinnovare la qualità della vita non tanto con le procedure urbanistiche ma sciogliendola dai vincoli esistenti , quali traffico in centro, rimuovere le discriminazioni tra i cittadini, chiudere l’inceneritore. Come potenziare le risorse turismo e portualità: il turismo programmandolo in largo anticipo presso i Gestori Internazionali; la portualità affrontando l’impegno per modificare una legge che oggi assurdamente la gestisce escludendo i cittadini.
Addirittura l’Associazione Il Comune dei Cittadini ha segnalato che la Regione lascia costruire un pirogassificatore nonostante che i cittadini non siano mai stati informati e che il Consiglio Comunale abbia già espresso forti riserve.
Insomma, se si dibattesse davvero, forse le liste amministrative non ricalcherebbero quelle nazionali. A Livorno esistono diverse liste civiche – già formate o in formazione, a sinistra ma anche al centro e potenzialmente sul centro destra – che, coalizzandosi, potrebbero proporre pochi temi essenziali e candidature per il Sindaco e per i principali assessorati. E questa sarebbe la concreta strada coerente per valorizzare le identità livornesi.

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Solidarietà del volontariato (a Ferruccio De Bortoli)

Egregio Dottore,

come al solito, anche stamani Lei argomenta con pacatezza i Suoi punti di vista nell’ottica della cultura attenta alle questioni che interessano il cittadino.Tuttavia c’è un passaggio che non rispetta questa regola: “In attesa del reddito di cittadinanza, si tolgono soldi al volontariato che è la forma più solidale di cittadinanza” . Nella situazione italiana, il volontariato è un corpo intermedio che tende a farsi un potere che costituisce un diaframma rigido tra istituzioni e cittadini, in pratica rendendo troppo vischiosi i meccanismi parlamentari. Dunque, in sé il volontariato, sia o non sia la forma più solidale di cittadinanza, non è giusto che prosperi a spese di tutti i cittadini. Perché altrimenti anche la solidarietà diviene non un comportamento tra cittadini individui ma qualcosa di politicamente scorretto che si sovrappone al cittadino.

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Sulla recensione del libro “Uno non vale uno”

La recensione del recente “Uno non vale uno” di Panarari redatta dal prof. Mannari, illustra con chiarezza, e penso con esattezza, il contenuto del libro. Premetto ciò perché non lo ho letto. Ciò detto, desidero commentare la tesi dell’autore sociologo che continua a diffondere una visione del populismo irreale. L’intento è criticarlo e invece lo agevola. Infatti il libro attacca il mito della democrazia diretta, richiamato dalla piattaforma Rousseau, e la disintermediazione, che per i populisti significherebbe arrivare al dunque. Però i populisti non hanno vinto per questi concetti, ma perché i cittadini hanno detto basta ai gruppi di governo e dei dirigenti che negli anni duemila non hanno saputo cogliere le esigenze del cittadino (soprattutto perché non lo hanno mai ascoltato, certi che la condiscendenza formale va bene ma che il distacco reale dal cittadino è un dovere di chi governa). Insomma, hanno reagito i cittadini dimenticati, che hanno ricordato come sia impossibile dimenticarli in una democrazia rappresentativa. Reazione che è un fatto positivo per la cultura liberale.

Oltre a questo limite non da poco, ci sono forti equivoci nei concetti utilizzati nel libro per la critica. Il principio della democrazia diretta è un errore grave di libertà nelle istituzioni con milioni di cittadini, ma ciò non cancella la distorsione della democrazia rappresentativa degli ultimi decenni, in cui le elites hanno preteso di fare da loro, addirittura tentando, nel 2016 , di stravolgere in tal senso la Costituzione. La questione politica è correggere il distorto uso della democrazia rappresentativa e può essere discussa, ma non oggetto di scandalo, la correzione dell’attuale governo consistente nell’allargare alla Democrazia Diretta la delega del Ministro ai Rapporti con il Parlamento. Perché la democrazia rappresentativa si irrobustisce introducendo meccanismi di contatto con i cittadini (e le proposte del Ministro sono in tal senso e non della democrazia diretta di nome e di fatto).

Inoltre è sbagliata la polemica del libro con la disintermediazione. Infatti, nella società italiana i corpi intermedi non funzionano come un raggrupparsi operativo di cittadini finalizzato a migliorarne l’autonomia individuale nella sovranità. Ormai funzionano trasferendo questa sovranità su di sé come enti crescentemente dotati di potere e di interessi diffusi. In pratica funzionano nel presupposto che il cittadino come tale non ha peso e deve incaricare altri di agire per suo conto. Ciò è il fossile del principio totalitario, che non tollera che la diversità dei singoli cittadini interferisca nei meccanismi della convivenza pubblica (un principio che ha infettato anche l’idea cooperativa). Dunque il ridimensionare i corpi intermedi è una necessità forte ed urgente della politica attuale.

Insomma, il libro richiama la necessità dell’aggregazione collettiva che il popolo non è di per sé in grado di dare. Mentre il tumore della convivenza sta nella pretesa di annullare l’individuo nel collettivo. Questa è la lotta coerente contro il populismo, che ha tale pretesa e pretende il popolo indistinto.

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Persona, suddito, individuo

PAROLE DIVERSE , DIVERSE CULTURE POLITICHE

Una conferma ulteriore del fisiologico adattarsi della liberaldemocrazia ai problemi emergenti nella convivenza al passar del tempo, si ha esaminando i tre termini riferiti al singolo essere umano nei secoli: persona, suddito e individuo. Sono termini che, al di là del rispettivo significato corrente, esprimono concezioni profondamente diverse circa la funzione attribuitagli. Tratterò l’argomento suddividendolo in due parti: la prima una carrellata sull’origine e sull’uso dei tre termini, la seconda sugli sviluppi del prevalere del termine individuo negli ultimi tre secoli in campo istituzionale e in campo scientifico.

I tre termini

1.1 Il termine “persona”. Il primo termine – persona – ha radici antiche e fin dall’inizio indicava il singolo essere umano come complesso oggetto unitario al quale il destino assegna un ruolo nell’ambito della comunità di vita, invariabilmente ordinata in modo assai gerarchizzato (i diritti effettivi erano ristretti anche nelle città stato greche). Intorno al secondo secolo precedente l’era cristiana, gli stoici arrivarono a teorizzare che la persona non si manifestava solo nello svolgere il ruolo affidatole dal destino, ma acquisiva ulteriori caratteri con l’esperienza vissuta e il lavoro svolto. Il che faceva balenare l’accezione di singolo individuo. All’epoca, peraltro, la società non era imperniata (almeno abbastanza) sulle scelte autonome dei singoli cittadini; al più, vi era un ordine di cittadini dotato, per censo e tradizione, di certi diritti politici e civili mancanti agli altri ordini. Quindi, non esistendo il clima culturale adatto, il concetto di singolo individuo non venne approfondito e ancor meno diffuso.

Entrati poi nell’epoca cristiana (nonostante tra gli stoici ci fosse anche un importante imperatore romano), il termine persona accentuò l’identificarsi in ciascun vivente, di per sé distinto dagli altri ma inserito fermamente nell’ordine naturale del mondo, che da allora divenne la fede nella Trinità e nella incarnazione. Con questo significato, l’unità del Dio si articola in tre persone (la Trinità, composta da Dio, Gesù Verbo e Spirito Santo) e le due nature, quella divina e quella umana, si incarnano in una sola persona (Gesù Verbo). Lungo questa via venne accantonato per secoli il concetto di individuo che lo stoicismo aveva sfiorato e si irrobustì il principio secondo cui la persona usuale nel convivere è sottoposta a entità superiori rappresentate dalla Chiesa e dall’Imperatore (o dal re o dal principe o dalla figura titolare di ruoli analoghi) che operano le grandi scelte della società del momento. Alla persona come abitante della Terra non è lasciato spazio per decidere sul come vuol manifestarsi.

Le lotte tra la Chiesa e l’Imperatore si susseguirono per almeno un migliaio di anni modellando il corso delle vicende pubbliche. Tali contrasti, al di là delle diatribe sul privilegiare la dimensione spirituale o quella terrena, vertevano su quale fosse il modello più adatto per interpretare il mondo e quindi poter prevalere adottandolo nel governarlo. In sostanza ambedue i protagonisti aspiravano a trovare la chiave finale della convivenza così da garantirsi in via definitiva il potere. Nel frattempo, cresceva la consapevolezza dell’esistenza fisica delle persone , epperò considerando sempre il loro modo di essere sulla Terra un modo subordinato per natura. E siccome le lotte erano tra chi esercitava il potere, si dette maggiore importanza, nel definire la caratteristica dell’essere umano, a quale era il capo e quali erano i suoi seguaci. Quindi, da ambedue le parti, si usò sempre più il termine suddito, per indicare l’avere soggezione per chi comanda e, in modo allargato, il dipendere dalla sovranità di uno Stato in cui non si ha un ruolo diretto di componente attiva.

1.2 Il termine “suddito”. Anche questo termine appartiene ad una concezione istituzionale precontemporanea, nel senso di una concezione tradizionalista dell’umano, che, salvo ai privilegiati per natura o meriti di potere (qualunque ne sia l’origine), non da al singolo sulla Terra il diritto di contribuire a determinare le scelte relative alla zona ove vive con altri. Naturalmente lo scorrere della vita continuò a fare evolvere le cose. Cosicché dopo l’anno mille, progressivamente si svilupparono molto le attività economiche nonché artigianali, che fecero crescere i residenti nelle città nel cui centro (spesso recintato) presero a vivere cittadini di un nuovo tipo, i borghesi, dotati di specifiche libertà nel governo. Questa tendenza fece aumentare l’attenzione alle diverse modalità di esistere sulla Terra, ed esercitò una sorta di pressione sul clima dei rapporti di convivenza, sia sul versante dell’organizzazione statale che su quello religioso, tra l’altro nel medioevo parecchio intrecciati.

Il principio della libertà nel governo, pur iniziando ad influenzare i rapporti correnti con i sudditi, risultò ostico su ambedue i versanti. Però con reazioni diverse. Nel campo degli stati vi furono anche atti di accordo, come in Inghilterra la Magna Charta Libertatum, un provvedimento del 1215 con cui la corona concedette certi diritti ai nobili ribelli. Invece il potere ecclesiastico , per contrastare quel principio , dal 1184 formalizzò il proprio diritto esclusivo di giudicare il fondamento di tesi e di comportamenti religiosi dei sudditi, istituendo l’Inquisizione medioevale quale strumento operativo. Uno strumento rientrante nel concetto di religione come perfetto modello descrittivo della fede, tanto che l’obiettivo reale dell’Inquisizione restò sempre quello di conoscere con qualunque mezzo (anche la tortura) la verità sulle idee e sugli atti del suddito inquisito. Perché una volta che l’inquisito avesse detto la verità confessando la sua colpa (magari per sfuggire alla tortura) e con ciò confermato il suo assoggettarsi alla validità del precetto della fede, il resto perdeva importanza, divenendo una mera incombenza terrena affidata allo Stato (confisca dei beni e morte non escluse).

Un simile sistema (corredato dai roghi e dai libri messi all’indice) si protrasse per oltre sei secoli ma cominciò a creparsi a partire dai primi del 1500, anche sull’onda delle riflessioni innescate dal fervore letterario ed artistico dell’umanesimo rinascimentale. La riforma protestante di Lutero partì da forti critiche teologiche alle degenerazioni della Chiesa di Roma rispetto alla rivelazione divina, ma finì per toccarne il nucleo della gestione accentrata delle gerarchie fondata sull’autorità dei rappresentanti del Dio. Così nei fatti la riforma protestante vanificò il tentativo del Papa di frenare il suo diffondersi attraverso l’istituire a Roma l’universale Inquisizione del Santo Offizio (durata fin quasi ai giorni nostri) e insieme con il convocare il Concilio di Trento, divenuto poi per moltissimi decenni il bastione del contrasto cattolico ai protestanti.

Il movimento della riforma, picconando il criterio dell’unità nella verità, costituì nella sostanza un appoggio al principio dell’introdurre forme di autonomia nel gestire la religione della Chiesa ed anche nei fondamenti del potere terreno. Intanto, nel 1555, si arrivò ad una pace che fissava il principio per cui i sudditi avrebbero adottato la religione cattolica o luterana in base a quella praticata dal loro principe (e poco meno un secolo dopo, con un’altra pace, venne consolidato ed esteso). Ed accelerò nel corso del seicento la maturazione in Inghilterra dell’empirismo, una cultura che andava oltre la riforma religiosa e arrivava ad investire il modo di concepire la realtà, i rapporti con gli umani e le relazioni tra questi ultimi. L’effetto sul piano civile fu l’approvazione in Parlamento, dopo due rivoluzioni di cui la seconda incruenta, di “un atto che dichiara i diritti e le libertà dei sudditi” (1689), con cui venivano tolte a tutti i sudditi protestanti non anglicani le sanzioni per chi non seguiva la Chiesa Anglicana creata con lo scisma dal Vaticano voluto dal Re 50 anni prima. Sul piano concettuale più ampio, l’empirismo sostiene che ogni conoscenza deriva dall’esperimento e che ogni idea è il risultato di varie esperienze. Il principale esponente ne fu Locke con il suo Saggio sull’intelletto umano, frutto di un ventennio di lavoro.

1.3 Il termine “individuo”. Locke evita ogni contatto con la metafisica (son fuori della realtà esistente le idee innate, perché le idee derivano dall’esame dei fatti, ed anche il generale e l’universale, perché sono invenzioni dell’intelletto per esprimersi e illustrare il conosciuto) e procede con il metodo dell’analisi di ciò che nell’esaminare i fatti ogni individuo è capace di cogliere e di descrivere (la ragione non può avere l’autosufficienza del creare i suoi argomenti ed ha bisogno dell’astrarre dalla realtà i dati da combinare per relazionarli nella conoscenza delle cose apprese). Una simile impostazione – all’epoca innovativa in maniera radicale – si fonda sull’esperienza, diretta o tramite l’educazione, di ogni soggetto individuo e di conseguenza pone naturalmente al centro del convivere le condizioni che consentano all’individuo di avere quell’esperienza, vale a dire la libertà e il diritto di farla.

Con l’empirismo e Locke si da all’essere umano il ruolo pieno e consapevole indicato con il termine individuo. Il termine con cui Cicerone aveva tradotto la parola greca atomo, non tagliabile, cioè l’entità più piccola della materia secondo l’idea di Democrito. Ed è per questo che l’individuo venne trascurato per lunghissimo tempo: perché il concetto non corrispondeva alla radicata certezza che un individuo non potesse costituire il fondamento della vita pubblica sulla Terra e tanto meno determinarla. Locke dette inizio al filone dell’individualismo liberale, facendo capire che la libertà – già considerata auspicabile da molti anche prima (poiché visibilmente in grado di migliorare la condizione delle persone e dei sudditi) – era un aspetto chiave della convivenza appunto perché consente la massima espressione dei cittadini individui. Questo stretto legame trova conferma nella circostanza che, nello stesso clima politico culturale degli anni del libro di Locke, in Inghilterra si instaurò per la prima volta una monarchia parlamentare costituzionale nel quadro embrionale dei principi laici e liberali dello Stato di diritto. E per analoghi motivi, nella stessa epoca iniziò la grande espansione della scienza, che è anch’essa fondata sulla sperimentazione della ricerca portata avanti dagli individui e che si è moltiplicata fino ad oggi.

Coerentemente con la pluralità e il cambiamento di cui è portatore il metodo individuale, focalizzarsi sul cittadino individuo non fu un punto di arrivo, al di là dell’uso terminologico. Anzi, era per natura volto a non smettere di interrogarsi sui criteri con cui fosse possibile organizzare al meglio lo stare insieme tra cittadini diversi per poter affrontare i problemi sempre nuovi nel corso della vita, senza dimenticare gli insegnamenti del passato. Peraltro un compito simile non era e non è oggi facile.

Per almeno tre ragioni. Perché non è mai uguale la materia da affrontare nell’intento di costruire la libertà attraverso gli strumenti individuali del cittadino. Perché sono presenti di continuo pulsioni restauratrici, dovute sia all’interesse di chi ha perso i privilegi disponibili prima della libera critica, sia alla tremebonda pigrizia di chi teme un impegno insicuro ed ignoto nella novità. E perché il metodo individualistico riguarda non una sola persona o delle elites, ma deve rivolgersi a tutti gli individui che rientrano nell’ambito istituzionale e dunque per affermarsi richiede il tempo indispensabile a toccare il più possibile la mentalità di ciascuno di quelli potenzialmente da coinvolgere.

Inoltre va rilevata una questione essenziale. A differenza dei sistemi tradizionali nei quali conoscere e convivere sono strumenti di gestione del potere, al metodo individualistico non basta riuscire a prevalere in un dato momento. Infatti, siccome al passar del tempo di vita i cittadini che esso intende coinvolgere diventano fisicamente altri, il metodo individualistico deve per forza riproporsi di continuo ai cittadini sopraggiunti facendosi riscoprire. Il che rende il suo approccio critico sperimentale assai più complesso rispetto agli altri sistemi, la cui logica, oltretutto, è stata inserita a fondo, nei secoli precedenti, nelle abitudini più ingenue e più sbrigative della mentalità degli esseri umani.

Fatto sta che la metodologia individuale, una volta avviatone l’utilizzo concettuale, si è irrobustita ed espansa, da allora e fino ad oggi. Ponendo – è sempre più chiaro – una condizione tuttora da moltissimi o non percepita o trascurata. Questo metodo può assumere varie modalità, ma non può mai essere abbandonato nella sostanza. Pena il regredire dell’intero sistema all’antico affidarsi ad un’autorità di qualsiasi genere, la quale in breve tempo peggiorerà lo stato della convivenza umana nel campo politico e in quello scientifico.

Dal 1700 ad oggi con l’individuo

2.1 Il concetto di individuo. Non per caso, dalla fine ‘600 empirismo e metodo individuale continuano a crescere, sia nel campo istituzionale che in quello scientifico, ma non senza gravi sottovalutazioni, non senza ostacoli e non in modo lineare.

2.1.1 ……. cresce nel campo istituzionale. Dopo la rivoluzione inglese e il suo evolversi e dopo la guerra di indipendenza americana nell’ultima parte ‘700 contro l’Inghilterra (in sostanza per applicare i principi di autonomia introdotti in Inghilterra dall’empirismo e dal metodo individuale), vi fu la rivoluzione francese, tanto celebrata ma invero assai più confusa nel suo progressivo svolgersi e negli esiti. Le prodromiche attività dell’illuminismo rientravano nell’evolversi dei principi inglesi e lo stesso i primi tre anni della rivoluzione. Nel segno della libertà e della cittadinanza, vennero leggi di profonda trasformazione dell’antico regime. In seguito la rivoluzione, trascurando la necessaria maturazione civile e adottando, al posto del metodo individuale, il concetto della volontà generale (che non si identificava con il voto dei cittadini e che si supponeva ciascuno avesse a livello inconscio), deviò nettamente verso sviluppi affrettati imperniati sull’esaltazione egualitaria del popolo indistinto e non riprese mai gli indirizzi dell’impostazione iniziale.

2.1.2. L’ottocento. Nel XIX secolo, salvo che nel mondo anglosassone (basti pensare negli USA alla guerra di secessione contro la schiavitù o alla legge antimonopolio), il filone del metodo individuale crebbe poco sotto il profilo delle idee e forse ancor meno sotto quello delle istituzioni. Le pulsioni restauratrici furono diffuse, eccezion fatta per il diffondersi del principio di libertà dei popoli e delle nazioni. Caratteristico il caso dell’Italia, che sviluppò con successo un percorso di indipendenza sfruttando la favorevole congiuntura del disporre di uno statista sagace come Cavour. Nel processo di unità nazionale, venne avviata la separazione Stato Chiesa ma non affrontato in modo compiuto il far maturare negli italiani il principio concettuale (l’individuo) su cui la separazione si fonda. Del resto, in Europa, l’opposizione al metodo individuale fu ampia. Innanzitutto quella di matrice religiosa attivata dalla Chiesa cattolica contro lo Stato accaparratore, poi quella della conservazione restauratrice contro il ruolo del singolo cittadino che rompe l’immutabile tradizione di potere, e poi quella ideologica di due tipi, del vecchio tipo egualitario giacobino e del nuovo tipo marxista, dottrina che osserva le condizioni reali ma per risolverle si affida all’oligarchia classista, un’idea anti individualistica estranea al tempo.

2.1.3. Il novecento. Nel XX secolo è proseguito un andamento analogo. Però, l’ambiente culturale e sociale era ora inadatto all’immobilismo conservatore delle case imperiali o reali dominatrici dei Parlamenti. Ma neppure vi erano le condizioni per una risposta secondo l’empirismo individuale e la democrazia di tipo anglosassone. Così, vari partiti utilizzarono nuove teorie esaltanti per mobilitare le popolazioni, coprendo in realtà la solita vecchia logica di avere il modello risolutivo finale per tutti valido. E su questa linea anti individualista sono balzate in primo piano le tradizionali lotte di potere tra nazioni per questioni territoriali, le proposte della concezione marxista, alle quali si è aggiunto il totalitarismo leninista, poi l’autoritarismo fascista mussoliniano e in seguito la palingenesi nazista della razza ariana. Tutto ciò si è tradotto nel trentennio delle due guerre mondiali, da cui l’Europa uscì con il contributo determinante delle democrazie anglosassoni – e delle risorse degli USA ¬– ma senza risolvere il nesso tra libertà e metodo individuale, tanto che perdurò ancora per più di quaranta anni lo scontro (guerra fredda) tra i fautori della libertà dei cittadini nel governare e i fautori del governo del partito avanguardia delle masse popolari. Fino a che, alla prova della storia, il sistema libero fece un ulteriore passo avanti.

Nello stesso secolo, il metodo dell’individuo è cresciuto, seppur faticosamente, a livello del lavorio intellettuale (si pensi alle idee di Keynes sulla necessità che i vincitori di guerre non schiaccino l’economia dei vinti nonché su quella di garantire in ogni circostanza l’utilizzo di tutti i mezzi di produzione, a cominciare da quelli umani; oppure in Italia alle lezioni di Croce ed Einaudi, distinte ma convergenti nell’indicare nella libertà civile il fulcro della società) e soprattutto ha messo in moto il progetto dell’Europa.

2.1.4. Dalla CEE all’UE. L’Europa, con il suo sistema dell’a passo a passo, si richiama alla partecipazione tra diversi ed è la prima prospettiva al mondo di aggregazione progressiva di cittadini sulla loro libera quotidianità, non sul potere e non nell’ottica del mondialismo centralista (come invece fanno le Nazioni Unite).

Il processo della costruzione europea reale, dopo un lungo periodo di progressi, si è in pratica arrestato poco meno di trenta anni fa. Appunto quando, nell’euforia del definitivo fallimento dell’ideologia contraria alla libertà, passò l’idea che la storia era finita e che perciò l’Europa, allora neodefinitasi UE, poteva ben accelerare passando in pochi anni da 12 a 28 membri, a prescindere dalla effettiva convergenza dei nuovi membri sul livello di maturazione già raggiunto dal nucleo esistente. Soprattutto sul metodo partecipato non burocratico con cui era stato ottenuto quel livello, metodo costantemente attento a mantenere lo stretto contatto con i cittadini dei rispettivi paesi nel quadro di una concezione democratica simile, appunto nel non essere appiattita sullo statalismo antiindividualista.

Una riprova della cesura su questo piano è l’Euro, introdotto senza costruire prima i sottostanti meccanismi di collegamento economico con ciascuno degli Stati membri e dunque fatalmente destinato ad esprimere una concezione elitaria impositiva sui cittadini (che alla lunga avrebbe pesato sui più deboli). E quando nell’ultimo decennio la crisi finanziaria globale spingeva a riformarsi, è mancata la volontà politica di farlo (vedi unione bancaria e mercato dei capitali, nel rispetto delle diversità opertative). Tante belle parole ma non un dibattito vero su questa carenza tra i cittadini europei.

2.1.5. La democrazia liberale o rispetta il metodo o non è. Attualmente, le modalità del verificarsi dell’arresto involutivo del progetto Europa è la riprova lampante che empirismo e metodologia individuale non esauriscono mai la loro funzione e non possono arrestarsi in una sorta di magnifica belle epoque all’insegna del tutto va bene (purché si nascondano i problemi esistenti, non discutendoli con i cittadini). Comportandosi così – lo provano gli avvenimenti concreti – i cittadini alla fine protestano molto, innescando una reazione detta (erroneamente) populista, che sarà anche scomposta e irragionevole, ma è spontanea, convinta e non facilmente superabile, se non viene ricuperata credibilità mostrando comportamenti empirici con l’obiettivo di migliorare le condizioni dei rapporti individuali di vita. Evocare la democrazia liberale non serve, se si trascura il rapporto con i cittadini.

2.2.1. ……. cresce nel campo scientifico. Nell’arco degli ultimi tre secoli, il metodo empirico dell’individuo è continuato a crescere con risultati via via più esplosivi, che sono entrati anche nella vita quotidiana. La ragione è che la scienza è connaturata con l’esercizio del metodo critico individuale e con l’utilizzo dello sperimentare. Perciò nel funzionare li adotta in automatico, potenziando lo sforzo di conoscere. Ciò non toglie che anche in questo settore non siano mancati tentativi di tornare alla vecchia impostazione dei modelli fissi.

2.2.2. Il positivismo. Ci fu la tendenza a portare la scienza ad eternizzare sé stessa (magnificando la certezza di conoscere) e a ridimensionare la sua anima sperimentale. Il filone più consistente di questa tendenza fu per decenni dopo metà ‘800, il positivismo. Che appariva prendere le mosse da punti fermi del fare scienza: il sostegno al reale e non all’utopia, il perseguire l’utilità del pensiero e non la vaghezza, il cercare i contatti tra distinti punti di vista, il puntare a comprendere i meccanismi della natura. Così presentandosi come laico , contro la metafisica, aperto al progresso, fautore del riformismo, assertore dell’applicare le conquiste tecniche, al servizio dei cittadini, e quindi ostile alla mentalità religiosa e alle manie teoriche. Peraltro il positivismo non coglieva il punto cardine della scienza: il legame con il tempo fisico e con il cambiamento continuo (che poi sono la radice della centralità del metodo sperimentale e di quello individuale). Dunque il positivismo propendeva ad essere un nuovo dogmatismo in contrasto con l’anima della crescita scientifica. Finiva per condurre alla statica esaltazione (che è l’opposto dello stare ai fatti). E costituì, nell’epoca fine inizio secolo, il sottofondo culturale del clima di vita che, in apparenza perseguendo il contrario, fu l’incubatore delle tragiche lotte della prima metà ‘900.

Il positivismo venne travolto pure dal forte dinamismo della scienza medesima, che, con le sue conquiste serrate, rese arduo concepirla come un modello eterno. Basti richiamare alcune svolte fondamentali che hanno continuato a smantellare le vecchie credenze.

2.2.3. L’evoluzione. Il principio dell’evoluzione delle specie biologiche formulato da Darwin in base ad osservazioni dirette, provocò una completa revisione nell’approccio agli studi sugli esseri viventi , con effetti di rilievo ancor oggi. Una revisione fondata sull’introdurre il concetto della variabilità nel tempo dei viventi, seppur parziale, applicabile a tutti in modo assai variegato.

2.2.4. Relatività. Dopo arrivarono, sempre in base alle osservazioni dirette, i postulati enunciati da Einstein per la relatività ristretta (“Ogni moto è relativo” e “La velocità della luce è costante rispetto a qualunque osservatore”) e in seguito la relatività generale fondata sul principio di equivalenza (massa inerziale e massa gravitazionale sono indistinguibili). Tali principi portarono modifiche essenziali su concetti cardine (lunghezza, massa, tempo, spaziotempo ed energia). E nel complesso costituirono un’ulteriore spinta verso l’idea che al centro dell’universo ci fosse l’osservatore, cioè una forma di specifica diversità individuale.

2.2.5. Quantistica. La scoperta di Planck, sempre sperimentale – su cui lavorarono importantissimi scienziati per un trentennio – fece capire che, in determinati casi, l’energia non è qualcosa di continuo ma si manifesta in pacchetti discreti, i quanti, e che i suoi scambi avvengono per ogni frequenza solo secondo multipli interi del quanto di riferimento (ognuno dotato di un differente peso energetico). Da qui si concepì l’atomo circondato da una serie di orbitali ciascuno con un suo livello energetico e si afferrò che la parte più piccola del mondo non è l’atomo bensì il quanto (in seguito si scoprirà l’ancor più piccolo quark). Di conseguenza, a una dimensione microscopica, non valgono più le regole della meccanica classica sul moto, le misure non sono più determinate (perché dipendono da quale proprietà di vuol conoscere e con quale strumento si opera), vi sono aspetti in alcuni fenomeni fisici pseudo complementari (non verificabili in contemporanea ma inseparabili per descrivere il fenomeno) e le regole della gravità vengono sopraffatte da quelle elettromagnetiche dell’energia quantizzata. Dunque l’aumento della conoscenza ha dissolto la compatta continuità della natura fino ad allora ipotizzata e fatto crescere la mobilità legata al passar del tempo e alle situazioni specifiche.

2.2.6. Incompletezza. Altre svolte seguirono. Prima Godel provò due Teoremi di Incompletezza. Dimostravano come, nell’ambito della intuizione matematica, in un sistema formale non contradittorio, la contraddittorietà non è dimostrabile nel sistema (in estrema sintesi è impossibile una totale verità della ragione escludendo il rapporto con i sensi). Dunque crolla la concezione positivista che pensava di determinare tutto, seppure con la ragione al posto del divino. Inoltre, al passar dei decenni, continuarono ad emergere nuove conoscenze essenziali, sempre nella direzione dell’aumento del ruolo della sperimentazione e della diversità degli individui.

2.2.7. Falsificazione, statistica e computer quantico. Nella fine ‘900, le principali paiono essere state il Principio di Falsificazione di Popper (secondo cui il carattere distintivo e determinante della scienza sta nel fatto che possa essere sempre smentita da nuovi esperimenti; dunque le certezze della scienza sono solo provvisorie concettualmente e la mentalità sperimentale ineludibile) e il lavoro sperimentale di Prigogine (che, per avvicinarsi al tempo irreversibile del mondo reale, ha introdotto l’uso della statistica sulle traiettorie delle particelle in moto e così ancora escluso il deterministico positivismo e aperto al tener conto delle interazioni tra i singoli soggetti in quanto risultato complessivo). Dopo il 1980 Feynman avviò l‘uso di caratteristiche quantistiche nei calcoli svolti da un nuovo tipo di computer detto quantico, basato sul modo d’essere dell’elettrone, ad oggi pressoché realizzato con le tecniche di miniaturizzazione (qui l’unità di calcolo, superando la logica binaria delle due posizioni 1 e 0 fisse e mutuamente esclusive, include la probabilità nell’assumerle; ne deriva che esse partecipano di continuo al calcolo come sovrapponendosi o aggrovigliandosi e quindi il computer quantico può esaminare di continuo più di una coppia alla volta di posizioni effettive, e raggiungere una velocità enormemente maggiore nei calcoli; ottenendo, se ripetuto il calcolo, risultati identici per valore usabile, cioè non millimetricamente). Avere per strumento di calcolo il computer quantico, accrescerà moltissimo la possibilità operativa di ciascun individuo.

3. L’uso del metodo individuale nel domani. In base ai fatti, i liberali non possano che ritenere il termine individuo la sola, delle tre parole qui esaminate, corrispondente alle caratteristiche per loro irrinunciabili. L’individuo è centrale perché non è isolato in sé ed esprime la propria autonomia in interrelazione con gli altri. Tale metodo non solo emerge dall’esperienza storica, ma, stabilendo un nesso con il passar del tempo, costituisce l’unica impostazione costruttiva per affrontare le sfide del mondo d’oggi e di domani.

3.1. Idee passatiste. Persona e suddito esprimono concezioni passatiste del cittadino visto subordinato ad una autorità superiore. Non è un caso che, mentre il termine suddito non è più usato in riferimento all’oggi, nel linguaggio di certi ambienti della Chiesa o connessi, continui a far capolino la parola persona: perché, sapendo che la caratteristica del termine persona è la sottomissione, usandola intende suggerire che debba esserlo anche il singolo civile. Al fondo la persona è comprensiva di suddito. Storicamente la cultura italiana ha una matrice religiosa, che la rende incline ad assegnare codici sociali di moralità, nell’ottica di un conformismo civile incapace di esprimere i valori dell’individuo.

3.2. Individuo e cittadino. In Italia è essenziale diffondere con caparbia insistenza il termine individuo così da agevolare il sottostante individualismo metodologico e la relazione interindividuale. Qui sta la radice coerente del concetto di diritti, legato in modo indissolubile al diritto di ciascuno dei singoli componenti qualsiasi gruppo di darsi valori di comportamento e di fare scelte mediante il conflitto secondo le regole. E’ un ossimoro parlare di diritti collettivi, poiché questo diritto di ogni individuo non si può porre ai voti, essendo il fondamento di una democrazia laica consapevole della convivenza tra diversi.

Analogamente è un ossimoro pensare ai diritti come una questione di natura e sganciata dai reali comportamenti di libertà e di democrazia (imperniati sul cittadino) che li hanno resi possibili e che servono tuttora a farli proseguire. La libertà di ciascuno nella convivenza è una costruzione umana, non un diritto. Come argomenta la scienza, il determinismo è possibile solo in riferimento al passato e non per quanto attiene al futuro. L’aspirazione a far sì che i diritti individuali possano fare a meno dell’essere cittadino di uno Stato è contraddittoria rispetto al cittadino ed utopica rispetto agli avvenimenti sperimentati. Contraddittoria perché solo il cittadino può contribuire a darsi le regole istituzionali per relazionarsi con gli altri; utopica perché mai è esistito un diritto sganciato da un accordo di convivenza civile e non v’è indizio che mai possa esserci. Insomma, tale aspirazione è una tipica aspirazione negazionista del rapporto con gli altri, che intende il diritto come un qualcosa che dovrebbe esistere a prescindere da ogni costruzione pubblica umana delle condizioni di libertà. E’ la fuga dalla realtà fomentata da certi distorti spiriti religiosi o ideologici (anche a fini di vantaggi terreni). Una fuga dalla realtà che è contro gli individui e che infatti è fautrice degli enti sovranazionali e delle organizzazioni dette umanitarie, impersonificanti il sogno di poter distaccarsi dal cittadino individuo.

3.3. Due tipi di sfide. Al giorno d’oggi chi sostiene il criterio dell’individuo, ha di fronte delle sfide di principio che sono di due tipologie. Quella delle sfide ricorrenti (portate dal mondo non fondamentalista oppure da quello fondamentalista) e quella dei nodi più contingenti. Le sfide ricorrenti del mondo non fondamentalista contestano direttamente, ancora una volta, il diritto al privato individuale, con vecchi e nuovi argomenti. Contro di esse occorre impegnarsi con attenzione al fine di preservarlo vistane l’efficacia storica. Oggi, si tratta di fronteggiare normativamente gli attacchi continui dell’improprio utilizzo tecnologico della gran massa di dati sensibili raggiungibili via elettronica, che altrimenti può creare gravi danni, limitando l’efficacia dei contributi individuali. Vi sono poi le sfide ricorrenti prodotte dal mondo fondamentalista, le quali non contrastano l’individuo in sé ma l’individuo che non è credente islamico, e tentano di eliminare fisicamente dalla Terra tale diversità mediante attentati ovunque. Insomma vogliono una nuova forma di blocco indistinto. I fatti hanno confermato la (prevedibile) impossibilità di fronteggiare la sfida fondamentalista con i metodi tradizionali della guerra fisica e basta. I fondamentalisti agiscono per mezzo di una guerra d’attrito fatta da reticoli di attentatori solitari, che, sfruttando la loro poca considerazione per la vita umana, intende diffondere paura e insicurezza con l‘obiettivo di minare la fiducia nelle istituzioni create per consentire lo stile di vita libero. Dunque l’antidoto sta nei principi. Sta nel reagire, piuttosto che con l’antica modalità delle armi, con l’incrollabile conferma dei valori di libertà, fondati sulla diversità individuale e sulle interrelazioni che sperimentano di continuo le cose e che così inducono la maggior probabilità di sicurezza (la certezza è sempre una illusione).

3.4. I corpi intermedi. La tipologia dei nodi più contingenti, oggi ne mostra due da sciogliere. Uno è rendere minimo il frapporsi dei corpi intermedi nel rapporto tra governo e cittadinanza nell’ambito istituzionale. Infatti questi corpi intermedi non funzionano come un raggrupparsi operativo di cittadini finalizzato a migliorane l’autonomia individuale nella sovranità. Funzionano trasferendo questa sovranità su di sé come enti crescentemente dotati di potere. In pratica funzionano nel presupposto che il cittadino come tale non può aver peso e deve incaricare altri (appunto il corpo intermedio) di agire per suo conto. E ciò non per caso. Sul versante religioso , tale comportamento è frutto della radicata diffidenza della Chiesa verso il concetto di Stato e la sua adozione, visti quale pericolo per il riconoscimento della verità di Dio e quale grave ostacolo all’unità dei cattolici posto dalla diversità individuale dei cittadini. Sul versante ideologico, tale comportamento è il fossile della prassi del principio totalitario, che pone tutto nelle mani dello Stato e che non può tollerare che la diversità dei singoli cittadini interferisca nei meccanismi della gestione della convivenza pubblica (un principio che ha infettato anche l’idea cooperativa).

3.5. Cosa asfissia lo spirito critico. Il secondo nodo è trovare provvedimenti adatti ad aggiustare i meccanismi assai distorti, da un lato della televisione (ed anche da un certo giornalismo) e dall’altro dei mezzi di comunicazione via internet. In ambedue i casi, la distorsione soffoca il senso critico individuale in gran parte dei fruitori, con ciò innescando una regressione nell’effettiva consapevolezza del cittadino (indispensabile nei processi di conoscenza e in quelli politici improntati alla libertà). Però nei due casi i tipi di distorsione sono differenti.

La distorsione in TV deriva dal modo in cui sono concepiti i programmi, per sorprendere, per emozionare, per illudere, per far sembrare certa e riducibile all’attimo presente ogni notizia. Inducendo così una percezione del tutto inesatta della realtà, aggravata da un insufficiente pluralismo editoriale foriero di un’informazione incline al conformismo. La distorsione di un certo giornalismo deriva dalla sua mutazione professionale, per cui al posto dell’informare punta ad indottrinare secondo le mode prevalenti. Il che priva il cittadino di una primaria fonte di accesso quotidiano alle notizie dei fatti (ed è un motivo ulteriore per non diffondere sciocchezze come l’affermare che la casta dei giornalisti sarebbe il baluardo della democrazia, quasi che una casta potesse impegnarsi per il cittadino individuo).

Invece la distorsione via internet non dipende dalla configurazione delle varie piattaforme (che è un meccanismo tecnico, a parte la frequente poca trasparenza a fini di lucro) ma dal come si naviga attraverso le piattaforme, scegliendo di reagire a caldo, di estremizzare ogni punto di vista, di esagerarlo per renderlo più accattivante. La diffusione dei messaggi è velocissima ed il nuovo modo di comunicare salta il giudizio del senso critico. Sono urgenti tre cose. Applicare anche al web le norme usuali del mondo reale, però introducendo una drastica riduzione dell’età di punibilità per i reati conseguenti il navigare in rete e impedendo i monopoli dei gestori (favoriti dalla mancanza di tassazione). Combattere l’anonimato assoluto che può coprire gli atti della navigazione. E dedicarsi al maturare dell’individuo che è tale in quanto è cittadino del mondo (e ne rispetta le regole) e non in quanto asserragliato in una torre d’avorio sua o di un ristretto clan di conoscenti dediti a scambiarsi mi piace alla ricerca di illusori privilegi.

4 . Conclusione. E’ indispensabile che il mondo liberale e laico dismetta sempre più l’inclinazione autocelebrativa dei fasti di ieri e potenzi l’osservare ciò che avviene nelle condizioni della convivenza (vale a dire l’insieme dei risultati effettivi del complesso dei provvedimenti assunti in precedenza). L’obiettivo è rilevare gli ostacoli oggi frapposti al cittadino individuo e proporre come rimuoverli. E’ un atteggiamento non occasionale da tenere di continuo se si vuole una democrazia liberale vivente.

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Due obiezioni liberali (a Gerardo Villanacci)

Egregio Professore,

da liberale di lungo corso, non posso esimermi dal commentare il Suo articolo sul Corriere di stamani in cui Lei tocca due questioni di fondo per i liberali.

La prima è quando scrive “non si era mai giunti ad annunciare l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti” . Non è affatto vero. Almeno i liberali lo sostengono da molti decenni, a cominciare da Einaudi che scrisse “Gli albi di giornalisti è idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire altrui di pensare colla propria testa…… giornalisti sono tutti coloro che hanno qualcosa da dire ”. E da allora i fatti hanno dimostrato che l’ordine è fonte di conformismo chiuso nel dare le notizie.

La seconda è quando scrive “l’acme della concezione privatistica nella detenzione del potere pubblico è rappresentata dal contratto di governo”. Lo scrive in connessione con la sua tesi che il vincolo di mandato non è costituzionalmente ammissibile. Tuttavia la tesi è del tutto giusta dal punto di vista liberale, mentre è sbagliata la sua estensione al contratto di governo . Anzi, il contrattualismo in generale è stato storicamente uno dei passi di una concezione liberale dei rapporti effettivi tra cittadini tra loro diversi.

Di fatti, il divieto di vincolo di mandato nella Costituzione c’è proprio per far sì che i singoli deputati esercitino il personale spirito critico di valutazione di ciò che avviene (l’affidarsi a tutti i cittadini individui è non a caso il fulcro della libertà). Nel quadro di questo divieto, non possono esserci strumenti giuridici per costringere un parlamentare, come Lei scrive, ”a rispondere innanzi all’Autorità giudiziaria del modo in cui hanno esercitato il loro incarico”. Ma ciò non va confuso in alcun modo con il vietare ai parlamentari di stringere pubblicamente accordi politici, anche in forma esplicitata in un contratto. Proprio perché il contratto esprime una volontà di scelta del deputato che lo accetta, e questo rende più chiaro all’elettore quale linea intenda seguire. Ovviamente il non seguire più quanto prevede il contratto è anch’essa una scelta politica di cui il deputato che la compie gestirà le conseguenze (inclusa l’eventuale allontanamento dal suo gruppo di elezione con il quale ha varato il contratto) e risponderà agli elettori. Il tutto nella massima trasparenza.

Un cenno per concludere alla sua citazione di Rousseau. Il Contratto Sociale è un’opera (per fortuna del tutto obsoleta) di concezione tipicamente antiindividualista e quindi antiliberale. Qui l’idea di contratto è usata per legare i cittadini e non per dar loro uno strumento di azione libera.

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