Sugli abusi sessuali interni al Vaticano

Scritto per il periodico NON CREDO

A fine novembre, un articolo di Lucetta Scaraffia – una convinta praticante cattolica dotata di una lunga carriera accademica e solidi rapporti giornalistici con il Vaticano, la quale collabora con il quotidiano La Stampa, tra gli altri – ha sollevato una forte  polemica a proposito della pubblicazione da parte della CEI di una  inchiesta svolta sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa e chiamata “Proteggere, prevenire, formare”.

L’articolo della Scaraffia denuncia il comportamento elusivo della Chiesa in materia, desumibile già dal titolo dell’inchiesta, che non per caso omette il tema più importante, quello della giustizia. Perché questa inchiesta, non solo si limita all’ultimo biennio (da quando sono stati istituiti centri di ascolto per le vittime), ma prescinde dalle denunce penali pendenti presso i tribunali italiani. Insomma, un’inchiesta modellata su una concezione domestica del come affrontare gli abusi sessuali all’interno della Chiesa, ma che, per di più,  affrontandoli lo fa  in meri termini di formazione. Il che significa limitarsi solo a formare prelati più rispettosi delle indicazioni religiose, e non curare l’aspetto cardine del punire i colpevoli e di rendere giustizia alle vittime, i minori, i giovani e le donne abusati. Riflette sul  futuro per nascondere e non decidere su quanto avvenuto finora (il che non rende credibile la riflessione) .

La critica della Scaraffia è amplificata dagli eventi nella Chiesa francese scoppiati nel medesimo periodo. La Conferenza dei Vescovi (dopo aver reso pubblico un rapporto sugli abusi verificatisi nell’ultimo mezzo secolo nonché dopo aver definito il fenomeno “massiccio e sistemico”) ha reso noto che per abusi sessuali su minori sono ora in corso inchieste su undici Vescovi. Ad esempio, un cardinale, più volte presidente della stessa Conferenza, ha confessato di avere avuto, da prete oltre trentanni or sono, comportamenti riprovevoli con una ragazza di 14 anni; e ha precisato di “mettermi a disposizione della giustizia sia a livello sociale che della Chiesa” e di “prendersi un tempo di ritiro e di preghiera”. La Conferenza dei Vescovi francesi ha poi costituito un Consiglio di Sorveglianza per seguire di continuo il problema e poter “affrontare queste situazioni non più da soli e tra di noi”.

Non basta. Sempre nello stesso periodo, il Papa emerito Ratzinger ha confermato che intende difendersi nel processo civile in Germania dall’accusa di responsabilità oggettiva per quando era arcivescovo di Monaco,  non avendo agito contro un prete pedofilo inviato nella città per curarsi con una psicoterapia apposita (di cui è provato Ratzinger non conoscesse il motivo). Peraltro reazione comprensibile dato che per primo il Papa Emerito denunciò “la sporcizia nella Chiesa” e adottò la tolleranza zero contro la pedofilia ecclesiastica.

E non è finita. In Portogallo sono stati segnalati varie centinaia di casi, dei quali 17 di sacerdoti in attività. Tra questi, un premio Nobel per la Pace alle soglie del 2000, accusato di violenze  su minori per un ventennio. A questo vescovo “sono state imposte restrizioni disciplinari nei suoi spostamenti e nell’esercizio del ministero, e in particolare il divieto di contatto volontario con minori”.  Senza qui parlare delle reiterate procedure giudiziarie negli USA contro prelati, anche di livello cardinalizio.

In materia di abusi ecclesiastici non circoscritta all’Italia, il diverso approccio seguito nel nostro paese e rilevato nell’articolo della Scaraffia, ha prodotto una disputa con l’Avvenire (il quotidiano dei cattolici italiani fondato da Paolo VI). L’Avvenire ha difeso l’inchiesta CEI ribadendo il valore delle modalità con cui la Chiesa contrasta gli abusi sessuali. La Scaraffia ha ribattuto sottolineando come sia sintomatico che anche l’Avvenire  ometta del tutto di trattare l’aspetto decisivo della questione: quello della giustizia spettante alle vittime nei tribunali (le punizioni) e dei risarcimenti da parte dell’organizzazione ecclesiastica (per i danni provocati dai suoi membri).

In più, aggiunge la Scaraffia, l’Avvenire riprende la brutta abitudine delle gerarchie, nel citare, a mò di scusante, gli analoghi abusi commessi in molti settori della società e non altrettanto sanzionati dall’opinione pubblica. Addirittura additando la reazione della Chiesa quale esempio per tutti. Ma , sottolinea la Scaraffia, la Chiesa non è una istituzione qualsiasi, perché vuol rappresentare la testimonianza di Dio sulla terra. Dunque  il male dei suoi membri è mille volte più grave, oltretutto se la Chiesa utilizza la propria autorevolezza per mettere a tacere le vittime. Noi credenti, scrive la Scaraffia, “non possiamo non trovare particolarmente scandalosa la sistematica cancellazione delle vittime e la continua virtuale protezione dei colpevoli”. Non è possibile distribuire la compassione fra vittime e colpevoli. ”La prevenzione è vera e efficace solo se prima si agisce con coraggio per appurare la verità e si procede a processare i colpevoli portandoli davanti alla giustizia”.

Una simile posizione assai critica della cattolica Scaraffia sul modo di essere della Chiesa, fornisce indubbia materia di riflessione ai laici. Soprattutto sul punto essenziale , se essa possa indicare la via giusta per superare il clericalesimo della gerarchia.  Ebbene, proprio tale riflessione permette di non confondere il rispetto umano (anche sotto il profilo religioso) per  il lacerante rifiuto da parte di una credente della pratica della Chiesa italiana chiaramente non conforme ai fondamenti del credo cattolico, con  il poter pensare che l’andare oltre tale pratica basti a risolvere la natura arcaica dell’impostazione della stessa Chiesa circa il rispetto delle norme penali pubbliche.

Il passo avanti compiuto a metà ‘800 dallo Stato liberale introducendo il separatismo Stato Chiesa (sgambettato nel 1929 dallo Stato fascista e rabberciato nel 1984 dal nuovo Concordato della Repubblica)  non è in alcun modo riproducibile limitandosi ad atti di natura religiosa. Perché la religione cattolica si affida al volere del Dio e dei suoi rappresentanti in Terra, mentre le istituzioni civili si fondano sulle scelte compiute dai cittadini individui conviventi.

Di conseguenza, chiedere che la Chiesa italiana si allinei alle Chiese in giro per il mondo nel non nascondere gli abusi sessuali compiuti al suo interno e nel non soffocarne gli scandali conseguenti, è cosa che il mondo laico apprezza, ma che non tocca, anzi neppure sfiora, il punto centrale. Cioè che l’Istituzione vaticana ha solo il carattere di centro di fede ed è per natura inadeguata a svolgere compiti di rappresentanza e di gestione della convivenza civile.

Il richiamo di Lucetta Scaraffia alla coerenza con il messaggio religioso ha un significato di rilievo esclusivamente dal punto di vista cattolico e perciò riguarda solo quei credenti. Al più il significato può essere cogente in relazione alla cittadinanza dello Stato del Vaticano, argomento non trattato qui perché questa cittadinanza è del tutto particolare, non tanto per i numeri ridottissimi (meno di mille persone) ma soprattutto perché non è  ottenibile né per diritto di sangue né per diritto di territorio , potendo essere solo concessa dal Pontefice secondo l’apposita legge CXXXI del 2011.  Salvo che per i cittadini vaticani, il richiamo della Scaraffia non è perciò cogente. E’ un’esigenza morale di coerenza religiosa non incisiva sui rapporti pubblici.

Resta intatto, per la Repubblica, il problema del contenere la propensione ecclesiastica a coprire imbarazzi o soffocare scandali specie in tema di abusi sessuali a danno di cittadini italiani.  E quindi riemerge la necessità dell’applicazione senza timidezza del principio di separazione Stato Chiesa, riconoscendo che solo lo Stato è in grado di perseguire l’azione penale in tutte le sue fasi. E sul punto i cittadini italiani di religione cattolica devono schierarsi senza incertezze.

Del resto, la stessa Scaraffia conclude con una nota illuminante: “noi cattolici italiani siamo evidentemente cattolici cinici. Per noi evidentemente la chiesa non è un luogo dello spirito ma una semplice istituzione di potere a cui è più prudente non contrapporsi”. Una consapevolezza simile dovrebbe servire ai cittadini di confessione cattolica per adottare in ambito della convivenza l’impostazione separatista di tipo laico e per impegnarsi a far riconoscere che il potere, in Italia, lo detiene esclusivamente l’istituzione repubblicana. E’  illusorio chiedere giustizia in nome del cittadino nei tribunali vaticani.

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Il ricordo di Mario Miccoli

Celebrazione organizzata il 18 novembre 2022 dal Banco di Lucca e del Tirreno nella Sala della Fondazione Livorno, dal titolo “Mario Miccoli, liberale, giurista, banchiere”, con interventi di Sergio Ceccuzzi, Luciano Barsotti, Antonio Patuelli, Gadiele Polacco, Giancarlo Laurini, Francesco Paolo Luiso, Raffaello Morelli, Silvia Miccoli.

A distanza di quattordici mesi , il ricordo di chi è scomparso si fonda sul giudizio, più che sull’emozione. In questa celebrazione voluta dal Banco di Lucca e del Tirreno, quanto detto con acume da chi mi ha preceduto, a cominciare da una personalità come l’amico Presidente ABI, ci fa cogliere la solidità del giudizio sul nostro Mario, dal punto di vista umano e professionale. Senza dubbio  la traccia lasciata da Mario è una traccia di spessore. Di questa richiamo  uno studio che Mario ha  praticato di continuo, che pare su un piano secondario ma che in sostanza è una prova  assai significativa della sua cultura liberale. Mi riferisco alla cura e all’impegno mostrati in tema di storia, anche con articoli abbastanza frequenti sulla stampa quotidiana.

Mario coltivava la storia senza attribuirle il valore accademico di conoscenza dotta di un passato da rimpiangere. Coltivava con insistenza la storia  nello sforzo di approfondire la percezione di quali fossero  le relazioni tra i cittadini nelle  varie epoche, con l’obiettivo di ricavare indicazioni sul come  possano intessersi relazioni  al giorno d’oggi e prepararsi al  futuro. Non perché Mario ritenesse  quelle indicazioni  equivalenti al ripetersi degli eventi, visto che era convinto della loro irripetibile univocità. Quelle indicazioni  erano utili, anzi a loro modo indispensabili, per poter cogliere il complessivo senso della vita, nel suo  confermare e nel suo mutare il rapporto tra iniziative e fatti. Perché per Mario il cardine delle cose del mondo non si trova in una storia prefissata una volta per tutte, come vorrebbe una narrazione seguita per secoli, prima ammantata da concezioni religiose e poi da costruzioni ideologiche. Studiare la storia fornisce il riscontro sperimentale dell’essere quel cardine, in ogni passaggio temporale, il confliggere tra le varie proposte e progetti di ciascun cittadino individuo, che si risolvono,   in ciascuna fase,   con il mettere di continuo alla prova i risultati di volta in volta conseguenti le proposte e i progetti formulati dai singoli.

Su questo punto  emerge quella coerente passione di Mario per il liberalismo, che fu la sua stella polare fin da giovanissimo. La libertà non è leggere un libro già scritto adorandolo come sacro. La libertà è sforzarsi di contribuire a scriverlo quel libro, per come ne siamo capaci. Quindi esprimendo ciò che ci riesce meglio come attitudine personale, nel quadro dei comportamenti che ci induce a tenere la convivenza con gli altri, tutti diversi ma titolari dei nostri medesimi diritti.

Pertanto   Mario si è sempre  proposto di seguire tre indirizzi. Una vita quotidiana contrassegnata dallo sforzo di allargare le proprie esperienze  personali (dalla tradizione schermistica dell’ambiente parentale, alla passione per la pallacanestro cittadina  al vertice nazionale,  al brevetto di volo da turismo per disporre di strumenti di comunicazione anche insoliti).  Insieme lo sforzo di contribuire a far sì che la professione svolta si dotasse di mezzi espressivi al passo delle novità   tecnologiche, e dunque in grado di soddisfare nuovi aspetti conoscitivi dell’attività individuale al trascorrere del tempo. Per questo, Mario divenne a livello internazionale un antesignano nello studio delle problematiche della firma digitale e dell’informatizzazione notarile, continuando a scrivere per decenni in argomento.

Infine, ed è forse la più rilevante consapevolezza liberale, impegnandosi a seguire la convinzione sperimentata secondo cui, nel settore dell’attività politica , mettere la libertà prima di tutto significa applicarla in ciascun momento nelle effettive relazioni interpersonali tra i cittadini e con il mondo. Il che vuol dire  assumere quale criterio prioritario nelle scelte legislative da decidere e in quelle operative da compiere, il manutenere e il rafforzare i liberi rapporti interindividuali. Per i liberali, è questo il motore del futuro. E’ il meccanismo fondato sull’affrontare le questioni di libertà nei rapporti concreti della convivenza e sul rifiutare il mito di un destino sovrastante già prefissato. E di imperniare su tale meccanismo il giudizio elettorale sull’attività politica corrente.

L’esperienza storica prova che il futuro non si costruisce livellando le relazioni civili in un’ottica di socialità indistinta modellata su un modo di essere collettivo teorico indicato dal gruppo dominante al momento. Viceversa si costruisce utilizzando le diverse iniziative e progetti individuali verificandoli in base ai risultati indotti nella realtà. La libertà non è riducibile ad un sogno imperiale, perché nell’occidente ove è nata e praticata, essa può vivere solo nel conflitto secondo le regole tra le iniziative dei cittadini individuo. Per questo, Mario lavorò costantemente al collegarsi delle forze della democrazia laica, depurate da ogni distorcente inclinazione anticlericale. La prospettiva era togliere il predominio al conformismo di tipo democristiano, che si vantava di essere l’unica forza di argine ai comunisti, mentre quello era un vanto sempre sbandierato, però in gran parte falso ma soprattutto sterile. L’inarrestabile efficacia della libertà risiede nell’affidarsi per convivere alle decisioni dei cittadini invece che all’esaltare le elites, e nell’estendere il più possibile ed ovunque gli scambi tra i cittadini di idee, di relazioni, di iniziative, di manodopera, di logistica, scambi che ne sono la caratteristica essenziale per affrontare i problemi del mondo. La libertà non può autocompiacersi e praticare il determinismo. Il suo contrapporsi alle autocrazie non può mai essere la sua caratteristica; tale contrapporsi è invece la fisiologica conseguenza della  caratteristica della libertà, appunto l’attivare al meglio gli scambi, a cominciare dai rapporti esistenti nel convivere all’interno dei paesi liberi, e per quanto possibile anche verso gli altri paesi, compresi quelli autocratici.  

In più Mario segnalava – specie nell’ultimo quindicennio – la condizione necessaria perché questi scambi  funzionino  nel segno della libertà. Devono essere coerenti alla libertà individuale, sia il sistema con cui si diffondono le notizie degli avvenimenti, sia la terminologia con cui ci si rapporta alle diversità che degli avvenimenti sono protagoniste. Così è indispensabile  che le informazioni adempiano al proprio ruolo insostituibile del far conoscere ai cittadini il verificarsi dei fatti nella loro dimensione reale, rifuggendo la pretesa di essere l’oracolo anticipatore di un futuro ancora da venire (ed invece in Italia soprattutto , ma pure in Occidente, l’informazione tende a concentrarsi sullo scimmiottare l’industria dello spettacolo  trascurando le notizie). Ed è altrettanto indispensabile che la terminologia usata per comunicare le notizie sia tollerante e pacata al fine di sollecitare la riflessione e di non eccitare allo scontro irragionevole tra persone che non si ascoltano (ed invece la terminologia dei mezzi di comunicazione è dominata al giorno d’oggi dall’invettiva e dall’anatema  ingannatori).

In sostanza, la traccia di spessore lasciata da Mario è il costante invito a riflettere, nel partecipare alla vita quotidiana, sul come  trovare la via per favorire il massimo utilizzo dell’apporto del cittadino individuo e della sua diversità, che sono il motore del conoscere e del far fronte al cambiamento per migliorare lo stare insieme. E’ la tipica impostazione liberale, che richiede attenzione, pazienza, inventività, confronto, al fine di superare in continuazione tutte le parole d’ordine ingannevoli diffuse senza tregua dagli odiatori della centralità individuale, i quali persistono nel voler illudere che le sfide del vivere si risolvano negando il passar del tempo, la libertà e la diversità. Ed è proprio per aver lasciato questa traccia che Mario è indimenticabile, quale cittadino e quale liberale.

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Nuove distinzioni su Rinascita (a Marzino Macchi)

Caro Marzino,

Nei giorni scorsi hai replicato alle mie distinzioni sull’impostazione che hai dato alla tua creatura RINASCITA, ma lo hai fatto non tono ma insistendo su quanto avevi già affermato. Padronissimo di farlo, ma così non si imbocca la strada della Rinascita ma quella della stagnazione. Infatti ribadisci che una linea progressista, a differenza dell’area, non dipende dai fatti ; che il conservatorismo è contro i lumi (ma da allora sono passati tre secoli densi); che la difesa della Costituzione deve mantenere la consapevolezza della lotta antifascista (di nuovo sono passati 74 anni da allora); che per tanti eventi progressisti dal ‘700 la recente sconfitta elettorale è una battuta d’arresto da superare (quindi per te la direzione del futuro è tracciata e gli inciampi sono incidenti casuali ininfluenti sulla direzione); che la traversata del deserto è una contingenza negativa da rimuovere (quindi per te non esistono sfide continue cui rispondere); che l’area progressista è privilegiare gli ideali democratici (dimenticando che la libertà individuale è la premessa della democrazia, appunto nel darsi le regole del relazionarsi). E prosegui affermando tra l’altro che oggi c’è da preoccuparsi per la sicurezza delle conquiste sociali (che sarebbero patrimonio esclusivo dei progressisti, eliminando ogni diversità). Con un’impostazione così, che prescinde dai fatti correnti, non si evita il restare stagnanti. L’emozione non persegue costruzioni durature. D. fatti, in ultimo hai scritto che lo schieramento vincente è quello che aggrega la maggioranza (come se la maggioranza avesse sempre ragione, mentre vincenti sono i risultati e quindi il giudizio nel tempo). Da parte mia, quale ulteriore contributo, riporto (in quattro sezioni) il mio articolo “Sul governo Meloni” pubblicato domenica scorsa su un grosso sito on line romano, nel quale indico quattro punti attuali su cui vigilare senza ricadere nella nostalgia.

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Sul governo Meloni

Il governo nato dal 25 settembre introduce in Italia due novità che sconvolgono il conformismo della prassi conservatrice di larga parte del mondo cattolico e di quello della sinistra: il capo è una donna e il governo è di destra vera. Finora la reazione di questo mondo è stata l’imbarazzata incredulità di ritrovarsi privato di privilegi radicati, che hanno cristallizzato lo Stato in una dimensione distante dai cittadini. Dal punto di vista liberale, sarebbe opportuno che tale reazione durasse il meno possibile, dato che non serve agli italiani e neppure ai diretti interessati. In verità, le due novità, sconvolgenti per i conformisti non liberali, sono dei passi fisiologici per i liberali, i quali sono sempre fautori della diversità individuale e del cambiamento nel tempo.

Diversità individuale significa  che il motore della vita sta in essa , non nella vagheggiata unità nata in un passato, che aveva una conoscenza più limitata, che riteneva l’unica risorsa fosse la forza fisica dei maschi e che perseguiva il mito dell’applicare lo scritto di un libro sacro. Per i liberali, Presidente del Consiglio uomo o donna fa lo stesso, conta la capacità di compiere le scelte giuste al momento opportuno. Per i liberali, Governo di destra o di sinistra fa lo stesso,  conta la capacità di affrontare e di risolvere i problemi concreti della convivenza. Pertanto, dal punto di vista liberale, è indispensabile verificare nei fatti le scelte politiche che il Governo di Giorgia Meloni farà davvero. Ovviamente, per i liberali, usando il metro dei provvedimenti in grado di garantire al meglio la libertà di ogni cittadino di avere i mezzi per vivere e per esprimersi. Vale a dire la libertà che valorizza in concreto la diversità dei conviventi.

La prima verifica sarà sul consolidamento dei diritti civili, che sono un cardine della libertà individuale nella convivenza tra diversi. Naturalmente intesi nel quadro del fisiologico conflitto per attuarli tra portatori di valori differenti, mai quale unica dottrina livellatrice imposta tramite i mass media e i social.

La seconda verifica sarà sul modo in cui l’Italia farà parte e sosterrà l’Occidente. Siccome Occidente significa praticare ovunque e sempre la libertà individuale imperniata sugli scambi, l’Italia dovrà impegnarsi per debellare la malattia di un Occidente incline a pensare la libertà come imperiale, il che è un errore in contrasto con l’impegno a battersi contro le autocrazie. La libertà imperiale non tollera diversità di  Stati e di culture, congela il fecondo espandersi della libertà individuale, blocca gli scambi ed ha uno spirito prodromico alla terza guerra mondiale contro le autocrazie. La libertà vive nel quotidiano, non sul bellicismo. Si costruisce con istituzioni scelte e manutenute dai cittadini con il pacifico conflitto democratico.

La terza verifica è l’UE. I liberali chiedono che si riprenda il cammino rispettoso  del progetto originario di istituzioni legate al primato dei cittadini degli stati membri e non dello statalismo o del privilegiare l’elite dei funzionari. Urge la necessità di un immediato impegno condiviso dei 27 membri sui temi energetici ed economici , e in prospettiva lo sforzo per superare l’ arretratezza UE sulla mancanza di una forza militare e sul non coordinamento fiscale pur richiesto dall’euro. Temi sui quali occorre far maturare la disponibilità nei cittadini e modificare i Trattati, senza pretendere di essere uno stato unico sovranazionale.

La quarta verifica  è riprendere la crescita in Italia. Partendo da tre  cose. Impegnarsi a fondo in una politica energetica corrispondente alle esigenze civili del tutto trascurate finora; sfrondare la Pubblica Amministrazione  inefficiente e cristallizzata nei privilegi, riattivando il mercato nonché aiutando i bisogni dei ceti medi; deregolamentare e riformare il fisco,   al fine di incentivare la produttività del cittadino. Inoltre, nei prossimi mesi, vanno rimosse le riserve di caccia attribuite da moltissimi anni alle medesime persone dell’Alta dirigenza, inamovibili e dunque fonte di staticità operativa.

Per parte loro, i liberali dovranno costituire il cuore dinamico di queste quattro verifiche, senza pregiudizi e con rigore, facendo così la loro parte nel rilancio dell’Italia.

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Cronologia del Liberalismo – Cap.3 da 3.5 a 3.7

Quinta parte del testo CRONOLOGIA ESSENZIALE DEL LIBERALISMO

3.5 – Distinzioni interne al liberalismo dell’epoca. La segnalazione di Tocqueville che il liberalismo, siccome riguarda tutti i cittadini, è inseparabile dalla democrazia, è assai importante poiché non solo fornì una conoscenza ulteriore sul liberalismo, ma anche in quanto indicò la necessità di riflettere a fondo sul rapporto tra liberalismo e democrazia, che non sono sinonimi. Il liberalismo è nato con l’empirismo inglese nel ‘600 sulla base dell’osservazione dei fatti e del potenziamento del ruolo del cittadino individuo per conoscere e per decidere, dai quali non prescinde mai; la democrazia è un intento al fondo parecchio antecedente ma limitato al ridurre tutto alla consultazione generica dei cittadini elettori, senza preoccuparsi di altri aspetti di rilievo, che sono il fine della consultazione (cioè i risultati e non le speranze), il porre limiti al potere governativo e il dar spazio al cittadino quale individuo.

Come appena detto al termine del precedente paragrafo, il  maturare del liberalismo nel tempo fa sorgere sempre nuove problematiche a loro volta bisognose di ulteriore tempo per essere affrontate. Tale caratteristica mette in luce la differenza strutturale del liberalismo con la democrazia. Per il liberalismo, ciò che conta nel convivere è il come si arriva a decidere cosa fare quale pubblica istituzione, un sistema che va salvaguardato senza irrigidirsi nelle decisioni prese seppure con il voto democratico (dato che fanno fede i risultati e non le intenzioni). Mentre la democrazia con il voto non si pone il problema del verificare le azioni compiute dall’istituzione, perché opera accettando la possibilità che non occorra l’istituzione per governare ma basti il voto elettorale collettivo. In pratica la democrazia da sola opera illudendo di essere una democrazia diretta anche quando non ne ha la struttura e non esistono le condizioni. Questa non è la via per migliorare la responsabilità dei cittadini individuo nel convivere. Dunque, mentre è democratico per forza il liberalismo che concerne tutti i cittadini, la democrazia di per sé non garantisce  una politica liberale e il supporto alla libertà.

Una simile distinzione era ben presente nel  ‘700 inglese caratterizzato dalla forte connessione tra i liberali e i gruppi di imprenditori soprattutto protestanti calvinisti. In buona parte conseguente al fatto che gli scontri religiosi avevano prodotto principî di reciproca tolleranza, agevolando così le idee dell’empirismo liberale, da cui era nata in politica la logica whig del governo soggetto a norme di legge valide per tutti. Questa dottrina dello stato di diritto, sviluppata da Hume e da Adam Smith e praticata nella quotidianità istituzionale ed economica inglese, si era diffusa anche sul continente europeo in specie con l’opera di Montesquieu. Poi l’andamento della rivoluzione francese , dopo un triennio, portò al giacobinismo , con la predicazione della democrazia egualitaria nel segno della dottrina Rousseau, che è illiberale in quanto, rispetto all’estendersi della libertà individuale, frappone l’ostacolo della volontà generale, della comunità e della democrazia diretta.

Una simile deriva illiberale, tuttavia, non venne immediatamente percepita e da allora (per molti decenni) è rimasta persistente nel narrare la rivoluzione quale puro sviluppo della libertà civile realizzato nella democrazia della ragione teorica (perenne sostenitrice del potere, esistente o rivoluzionario) la quale inneggiava al liberarsi di ogni autorità (anche nelle forme fisiologiche) ma in pratica ne riproduceva effettivamente le condizioni. Era un mito che influenzò anche la cultura liberale continentale, troppo incline a mantenere il raccordo con la vecchia impostazione del rivolgersi ad un assetto istituzionale definito in partenza, quasi a tavolino, un assetto detto costruttivistico. Peraltro una dizione assai equivoca, perché ogni progetto nasce per costruire qualcosa, ma poi i progetti liberali si rimettono alla prova dei fatti (e si modificano di conseguenza quando serve) mentre quelli non liberali o illiberali si incaponiscono nella costruzione (e perciò inclinano a divenire impositivi del disegno prestabilito loro caro).

Il liberalismo continentale dette spazio al cosiddetto costruttivismo e assunse forme piuttosto radicali vicine all’utilitarismo di Bentham. In Inghilterra, ove non per caso il liberalismo era già più sviluppato (tra la fine degli anni ’20 e i ’30 furono varate riforme importanti, come quelle religiose a favore dei cattolici, la riforma del sistema elettorale dopo un serratissimo ed annoso scontro con i conservatori,  ed un altrettanto durissimo scontro sull’abolizione delle leggi sui cereali, che per decenni avevano aumentato i prezzi alimentari e il costo della vita favorendo la proprietà dei latifondi agricoli), trovarono presto una composizione la tradizionale linea whig e quella del liberalismo continentale, dando vita nel ’42 a quel Partito Liberale che resterà per decenni il più rappresentativo in tutta Europa.

Nel resto dell’Europa , il liberalismo si centrò soprattutto sul porre limiti costituzionali al governo (massimo esponente il francese Guizot, conservatore più che liberale) e con questa sensibilità garantista finì  per esser naturalmente alleato con le impostazioni dei movimenti democratici, formalmente rivolte al contestare l’autorità, ma spesso incoerenti sul come farlo. In particolare, il liberalismo pesò parecchio in Belgio nella nascita del nuovo stato nel ‘831.  In Germania, ci furono diverse azioni ispirate al liberalismo dei seguaci della filosofia di Kant, dell’opera di Humboldt  sulla necessità di uno Stato dedito al mantenere la legge e l’ordine, delle liriche di Shiller  esaltanti la libertà personale. In Prussia, il liberalismo si legò specialmente ai nazionalisti che propugnavano l’unificazione tedesca all’insegna dell’insegnamento dei liberali inglesi e di quelli continentali. Le esigenze di una unità nazionale, che applicavano il principio liberale dell’autodeterminazione dei cittadini, finirono del resto per radicarsi in diversi paesi europei, tra cui l’Italia.

In generale, il liberalismo europeo godeva del considerevole contributo fornito dall’esempio delle istituzioni sorte negli Stati Uniti, che avevano fatto tesoro dell’insegnamento delle vicende inglesi. Erano istituzioni dotate di una Costituzione volta a limitare i poteri del governo e di una Carta dei diritti che descriveva le libertà fondamentali. La cosa curiosa è che queste istituzioni nella sostanza liberali,  in pratica dissuasero gli americani dal ricorrere a movimenti esplicitamente riferiti al solo liberalismo.  Le istituzioni erano sufficienti a creare un clima adatto al manifestarsi delle più svariate iniziative dei cittadini individui (si pensi al già allora fiorente sistema associativo su temi disparati) senza dover ricorrere ad una eccessiva presenza statalista oltre a quella garantista. Purtroppo non era questa la situazione dell’Europa, specie fuori dall’Inghilterra, un continente dove erano saldamente radicate da secoli le istituzioni preesistenti, davvero non caratterizzate dall’impronta liberale. Qui restava indispensabile un’agguerrita presenza dei movimenti liberali che facessero da stimolo all’interessarsi per far sì che la situazione reale non si discostasse troppo dalla pratica della libertà . Come invece vedremo, il liberalismo raggiunse nel continente una sua forma di apogeo ma in seguito, nell’ultimo quarto dell’800, soffrì parecchio del diffondersi del marxismo e dei suoi seguaci democratici non liberali e perse molto terreno sul piano politico.

3.6 Decenni di accelerazione scientifica e tecnica. Nella prima metà del secolo XIX la conoscenza scientifica del mondo reale iniziò ad acquisire sempre più peso. Non solo crebbe con ampiezza e in tempi molto rapidi (allo spirare del ‘700 Thompson dimostrò che il lavoro meccanico si converte in calore avviando lo sviluppo della termodinamica, nel 1800 la pila  elettrica di Volta, nel 1802 la prova del funzionamento dell’arco elettrico nell’atmosfera e via così) ma si tradusse (fatto inatteso) in originali tecnologie applicative nei campi più diversi , che inventarono una selva di strumenti innovativi nella vita quotidiana dei cittadini.  Una simile trasformazione fu profonda dal punto di vista dei concetti  e pure negli esiti nei rapporti di convivenza, però, al momento e per lunghissimo tempo, non venne percepita come un fattore capace di incidere sulla materia politica del governare. Era un errore non da poco e non contingente.

L’estendersi dell’attività scientifica era il diretto portato della libertà civile in corso di allargamento, vale a dire di una scelta concettuale che fuoriusciva dalla vecchia concezione del potere, immersa in un qualche libro sacro o nell’interesse esclusivo di stirpi di condottieri, di  ambienti religiosi o di categorie economiche privilegiate. La libertà doveva essere intesa come legata in modo indissolubile ai fatti del convivere e al confrontarsi tra i cittadini per arrivare alle decisioni pubbliche. Intesa così, la libertà originava il clima favorevole allo svilupparsi del conoscere di più attraverso il metodo scientifico. Peraltro intenderla così non era scontato. Questo specifico aspetto della libertà era trascurato perfino da una parte non trascurabile dei suoi sostenitori, tipo i rivoluzionari francesi accecati dall’intendere la triade libertà, uguaglianza e fraternità quale totem da tutelare, imponendolo e schiacciando i dissenzienti, piuttosto che come principio per attivare la libera metodologia individuale nella sperimentazione.

Fatto sta che, dopo le opere di Lavoisier, di Laplace e di Lamark, vennero a galla i lavori di molti studiosi di matematica, di fisica e di chimica (emancipata dall’essere una mera attività pratica di certi settori), che dettero un forte impulso ad allargare la disponibilità di strumenti naturali al servizio degli umani. L’apripista fu il danese Oersted, docente di fisica, il quale mutuò dalla filosofia di Kant l’idea dell’equivalenza tra  forze chimiche ed elettriche nonché del fondarsi della materia sullo scontro chimico tra acidi e basi. Da questa concezione, Oersted giunse nel 1820 a sperimentare la materiale correlazione tra corrente elettrica e magnetismo (la capacità di attrarre il ferro). Il risultato venne immediatamente pubblicato e suscitò grande scalpore. Pochi mesi dopo, nel settembre ottobre dello stesso anno, Ampère –un autodidatta francese dedicatosi giovanissimo allo studio della matematica e poi della chimica, pur senza titoli accademici – formulò un lavoro che arricchiva quello di Oersted ampliando le esperienze sul passaggio di corrente elettrica e giunse a darne un’interpretazione che individuava una legge fisico matematica (il teorema di Ampère), fondamento dell’elettromagnetismo.

Nello stesso periodo, cresceva a vista d’occhio il prestigio di un ancor giovane autodidatta interessato alla chimica e all’elettricità, l’inglese Michael Faraday. Si mise in luce a vent’anni utilizzando brillantemente la pila di Volta (introdotta da poco più di un decennio) per decomporre un composto del magnesio e successivamente scoprì le leggi dell’elettrolisi ed alcune sostanze chimiche. Di fatto è uno dei massimi sperimentatori di ogni epoca. I suoi maggiori contributi sono comunque nel campo elettrico. Nel ’21, sulla scia della dimostrazione di Oersted sul rapporto tra elettricità e magnetismo e arricchita dal lavoro di Ampère, Faraday scoprì l’induzione elettromagnetica. Scoperta all’inizio controversa, che peraltro alla fine gli fu riconosciuta e che, affinata, lo portò nel ’31 a definire in una legge scientifica il come una corrente elettrica in una bobina in movimento vicino ad un’altra bobina produca in quest’ultima un ulteriore flusso elettrico. Una legge che è tutt’oggi alla base di strumenti elettrici d’uso quotidiano. Inoltre, Faraday stabilì per primo che l’elettricità origina fenomeni differenti ma che mantiene sempre  la stessa natura. E teorizzò pure un effetto rivelatosi essenziale per i futuri progressi strumentali. Attorno ad un conduttore elettrico nel vuoto, si propagano flussi elettromagnetici in campi specifici perfino visualizzabili.

In quei decenni, andavano crescendo anche le invenzioni di dispositivi atti a migliorare la capacità di affrontare la quotidianità, di esprimersi in vario modo tra i conviventi, di intessere relazioni, di curare le malattie. Ho già fatto cenno all’avvio delle ferrovie a Manchester (applicando l’invenzione dell’ingegnere Stephenson), seguite nei medesimi anni da tronchi ferroviari a Lione e a Napoli. E poi furono introdotti i fiammiferi,  la macchina da scrivere, prototipi del frigorifero, la vulcanizzazione della gomma, le macchine fotografiche, la pistola, l’anestesia dentale. Di particolare rilievo fu l’invenzione strutturata dall’americano    Morse, che, diffusasi velocemente, avviò il sistema moderno delle comunicazioni: il telegrafo elettrico (cui contribuì non poco il suo collaboratore Vail) tramite un solo filo con l’uso di un codice apposito, che trasformava l’alfabeto in sequenze di impulsi di diversa durata. Parallelamente  vi furono viaggiatori dediti alla ricerca scientifica, tra i quali di gran lunga il più importante fu Charles Darwin, un naturalista inglese che, raccogliendo dati in territori lontani (lui le Galapagos), sarà in seguito in grado di elaborare una teoria di capitale importanza per far progredire la conoscenza del mondo.

3.7 – L’indipendenza nazionale: il caso Italia. Si è già fatto cenno che, in specie a partire dagli anni ’30, in Europa si stavano infittendo, nel solco del richiamarsi agli ideali delle settecentesche rivoluzioni americana e francese (in particolare quest’ultima),  i movimenti politici all’insegna della libertà e di rivendicazione dell’autonomia dei territori nazionali. Un rilievo significativo ebbero gli avvenimenti italiani: sia in un’ottica generale sia per valutare le differenze delle politiche dei vari soggetti nell’ approcciarsi  alla cultura liberale sia per cogliere l’essenziale caratteristica del confrontarsi tra Stato e religione (un aspetto rilevante della libertà civile).

In generale, l’ampliamento del Regno di Sardegna che un po’ alla volta portò all’Unità d’Italia, adoperò l’impostazione liberale del coinvolgere i cittadini mediante il ricorso ai plebisciti nello stato interessato. Iniziarono tra aprile e maggio ’48 con Piacenza e Parma che erano nel medesimo Ducato, seguiti dalle province lombarde, successivamente da alcune province venete, proseguendo dieci anni dopo , nel ’59 e poi nel ’60, con ulteriori 12 plebisciti in diverse zone (compresi territori delle Legazioni Pontifice) per terminare nel 1870 con quello di Roma. Questo per l’unificazione. Peraltro, la questione dell’unità si accompagnava appunto a quella del rapporto con la Chiesa. Già nel tardo inverno 1848,  era evidente la contrapposizione  tra il Vaticano e il Regno di Sardegna. Secondo lo Statuto dello Stato Pontificio voluto da Pio IX, professare la religione cattolica era “necessario pel godimento dei diritti politici dello Stato”, invece il  Regno aveva concesso i diritti civili ai valdesi e, in seguito, anche agli ebrei. Successivamente al 1850, la contrapposizione si intensificò sulle leggi del Ministro Siccardi che abolirono tre grandi privilegi temporali della Chiesa, il foro ecclesiastico (gli uomini di Chiesa erano giudicati dalla Chiesa sottraendosi ai Tribunali Civili), l’impunibilità giuridica per chi chiedeva asilo alla Chiesa, la manomorta ecclesiastica (i beni ecclesiastici non erano soggetti ad imposizioni fiscali da parte dello Stato). Inoltre, le leggi Siccardi consentirono l’uso delle terre lasciate incolte e ruppero gli stretti legami tra le strutture religiose e la parte più reazionaria della società; legami che erano fondati anche sulla radicata pratica degli ordini mendicanti che vivevano di carità e diffondevano  un messaggio opposto a quello della necessità di lavorare. La linea del Governo, iniziata con la Presidenza D’Azeglio, divenne sempre più decisa con la Presidenza Cavour, la quale nel ‘55  promulgò la legge Rattazzi  che abolì gli ordini religiosi che “non attendono alla predicazione, all’educazione, o all’assistenza degli infermi”, e ne espropriò i rispettivi conventi.  Nel medesimo anno, Cavour venne scomunicato da Pio IX. E non molto dopo, il giornale cattolico Armonia, attaccò Cavour perché aveva selezionato un segretario israelita, Artom.

Successivamente, quando dopo l’estate ‘59 l’Unità d’Italia divenne apertamente l’obiettivo centrale della politica di Cavour – con una scelta contrapposta a quella di sapienti uomini di Chiesa, da Gioberti, a Rosmini, che proponevano di dar vita ad una federazione capeggiata dal Pontefice – divenne sempre più importante superare le vestigia teocratiche e regolare i rapporti tra Stato e religione. Il principio di separazione del marzo 1861 rispondeva a questa esigenza. Tale linea culturale risaliva a John Locke (il quale distingueva tra lo Stato – “una società di uomini costituita per conservare e promuovere soltanto i beni civili” – e una Chiesa – “una libera società di uomini che si riuniscono spontaneamente per onorare pubblicamente Dio nel modo in cui credono sarà accetto alla divinità, per ottenere la salvezza dell’anima”– , rientrava nel 1° emendamento della Costituzione degli Stati Uniti (“Il Congresso non potrà fare alcuna legge che stabilisca una religione o che proibisca il libero esercizio della stessa”), era stata celebrata in Europa da Alexis de Tocqueville a più riprese  ed era stata accolta nel VII principio della Costituzione della Repubblica Romana del 1849,  “Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici”.

Peraltro, in termini politici operativi, è bene rilevare la distinzione netta, in tema di principio di separazione, tra l’impostazione della Repubblica Romana e quella di Cavour. La prima impostazione si limita ad esprimere una dichiarazione corretta del rapporto nel convivere tra il credere e l’esercitare i diritti,  ma solo enunciandolo, senza proporsi di individuare gli strumenti che lo rendono effettivo. L’impostazione liberale di Cavour, viceversa, si applica ad individuare gli strumenti adatti a concretizzare il rapporto di separazione stato chiesa. Questo impegno a concretizzare ciò che si enuncia, è una caratteristica essenziale del liberalismo (dovuta all’essere non una teoria bensì un metodo operativo connesso al mondo reale) ed è appunto quella che determina la sua efficacia sperimentata quale criterio per il cambiamento nelle problematiche del convivere. Un criterio del tutto superiore al sistema di dar valore alle emozioni dei desideri e allo sbandierare le richieste.

Dopo tale rilievo, riprendo il filo dicendo che fu proprio nella logica del principio di separazione che negli anni successivi, scomparso all’improvviso Cavour, si arrivò progressivamente a sopprimere le vestigia teocratiche in tutta la penisola, e quindi a dissolvere gli Stati Pontifici, ridotti infine nel 1870, dopo Porta Pia, al Vaticano entro le mura leonine.

Il percorso per costruire le istituzioni sul principio di separazione non fu concepito e non era contro la Chiesa. Né per cultura né per scelta politica liberali. Rientrava in un gran balzo politico per portare l’Italia nel mondo moderno delle istituzioni civili, avvicinandole ai cittadini. Non per caso tutta l’Italia, del Nord e del Sud, era allora assai arretrata anche dal punto di vista socio economico, seppure in grado differente (si pensi alla endemica mancanza nel sud dell’istruzione primaria, con l’analfabetismo oltre il 95%, oppure al brigantaggio che i neoborbonici attuali negano e attribuiscono agli odiati piemontesi, nonostante fosse radicato da due secoli). Solo dopo anni, a seguito delle politiche di modernizzazione e contro i privilegi medioevali, l’Italia iniziò ad avere una capacità produttiva comparabile con altri paesi. Eppure, fin dall’inizio, questo tipo di approccio fu contrastato dalla Chiesa cattolica pervicacemente, al fine di non perdere il potere temporale smantellato a forza di provvedimenti legislativi (allontanamento degli ecclesiastici che svolgevano attività ostile al Regno, divieto di predicazione antigovernativa, rimozione dei simboli religiosi dalle scuole e dagli edifici pubblici, istituzione del matrimonio civile, unico valido per lo Stato).

La logica liberale del separatismo fu del resto confermata nel maggio del ’71, quando il Parlamento del Regno d’Italia, ormai insediato a Roma, varò la legge delle Guarentigie  sulle prerogative della Santa Sede e sulle relazioni dello Stato con la Chiesa. Una legge che garantiva al Pontefice l’inviolabilità della persona, gli onori sovrani, il diritto di avere guardie armate a difesa dei palazzi vaticani (dichiarati non soggetti alle leggi italiane), la libertà di comunicazioni postali,  la rappresentanza diplomatica e un contributo annuo (dell’ordine di grandezza di 16 milioni di euro attuali) per le spese di mantenimento personali, della Curia e dei palazzi. Inoltre la legge garantiva a Stato e Chiesa cattolica la pacifica indipendenza, riconoscendo  ai sacerdoti la libertà di riunione ed esentando i vescovi dal giuramento al Re. La legge delle Guarentigie venne definita inaccettabile da Pio IX, il quale due giorni dopo, emanò un’enciclica in cui ribadiva che il potere spirituale non poteva essere considerato disgiuntamente da quello temporale. E tre anni dopo vietò ai cattolici la partecipazione alla vita politica (che proseguì per decenni).

Balza all’occhio il grande rilievo del separatismo propugnato da Cavour in termini di apertura alla libertà civica, che condusse l’Italia nel novero dei paesi moderni. Tanto più che, a seguito del Concordato fascista del 1929 seppure poi in parte corretto da quello di 55 anni dopo, sono purtroppo tuttora vive – e richiedono una vigilanza costante – le problematiche derivanti da un diffuso conformismo clericale invasivo della sfera pubblica.

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Sulle prospettive di Rinascita (a Marzino Macchi)

Caro Marzino,

Dal momento che mi hai incluso tra gli amici di Rinascita, il pezzo che hai diffuso a nome di questi amici mi obbliga a sintetiche considerazioni. Concordo le valutazioni critiche sui social e la riaffermazione del principio laico dello Stato, ritengo necessarie distinzioni su diversi altri punti.

Nell’ordine. La linea non può essere progressista (che implicherebbe avere certezza della direzione) bensì quella del cambiamento. E non può avere radice nel secolo del lumi (perché, in quanto chiusa nel razionalismo, sarebbe avvizzita in partenza) bensì praticare sui fatti lo sperimentalismo cogliendo il senso dell’apporto del cittadino individuo al conoscere.

L’obiettivo non è difendere la Costituzione del 1947 (che non è un libro sacro immutabile) ma applicarla mantenendola nel tempo adeguata al far evolvere la sua capacità di imperniare il conflitto politico sulla centralità delle scelte dei cittadini per migliorare il convivere.

Il rinascere richiede l’applicarsi di continuo alla traversata del deserto delle difficoltà, siccome tale traversata non è imposta dalla sconfitta dello schieramento progressista (da molto tempo dedito al suicidio ) e richiede anche smetterla con la pretesa di guidare il processo del futuro (perché dal conflitto delle diverse proposte si esce non con la guida altezzosa bensì verificando i risultati ed accettandoli).

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Commento sul voto del 25 settembre

Intervento al Convegno organizzato da Critica Liberale il 30 settembre da remoto

Il voto è stato epocale non tanto perché ha vinto la destra, quanto perché ha consolidato il voto precedente. Una ampia fetta di italiani non tollera il modo di governare dell’elite culturale e burocratica  distaccata dai cittadini. Nel ‘18 ne aveva beneficiato il M5S, che da allora  circoli elitari ­­e mass media  hanno attaccato, al di là dell’oggettivo,  in quanto indisponibile a far proseguire il distacco dai cittadini. L’attacco è cresciuto dopo gli elitari al Governo nel ‘21. Poi hanno esagerato, allentando il modellarsi sui cittadini. Da qui la caduta del Governo e la nuova sconfitta elettorale. Non solo ha vinto la coalizione di  destra, ma ha vinto il M5S , dato già morto e sepolto, che ha mantenuto il 15,5 % , risultando il terzo partito, a soli tre punti e mezzo dal PD considerato pernio democratico. In più, la fetta di italiani che non tollerano l’emarginazione, è irrobustita  da 5 milioni di nuovi astenuti.

Sarà verificata la capacità del governo Meloni di correggere i principali errori nel rapporto con i cittadini. Come liberali dubitiamo parecchio che abbia tale capacità. Peraltro constatiamo   che intanto si è messo in moto un cambiamento    almeno per ridurre il peso elitario. Svolta sul cui funzionamento dovranno vigilare i cittadini, fuggendo  preconcetti  ideologici. Per chi applica la cultura delle libertà, i principali punti su cui vigilare saranno quattro.

Il primo: il consolidamento dei diritti civili, un cardine della libertà individuale nella convivenza tra diversi. Ovviamente intendendoli nel quadro delle norme vigenti e del fisiologico conflitto per attuarli, mai quale illiberale dottrina livellatrice imposta dalle elites tramite i mass media e i social.

Il secondo, il sostegno all’Occidente. Oggi si dice atlantismo, ma si equivoca poiché,  sparite URSS e Patto di Varsavia, Occidente significa praticare ovunque la libertà individuale focalizzata sugli scambi. Ciò è altro dall’essenza NATO, che nell’ultimo quindicennio si è ampliata in logica da guerra fredda. L’Occidente non può intendere la libertà come imperiale, poiché la libertà imperiale non tollera diversità di  Stati e di culture, congela il fecondo espandersi della libertà individuale, blocca gli scambi ed ha uno spirito prodromico alla terza guerra mondiale contro le autocrazie. I liberali non possono volerla, non perché   apostoli del pacifismo utopico, ma perché costruttori indefessi di libertà, con istituzioni scelte dei cittadini.  Oggi l’ Occidente incline alla libertà imperiale è un Occidente malato, lasciato solo da quasi i 2/3 degli Stati, i più popolosi. La libertà vive nel quotidiano, non sul bellicismo.

Il terzo punto è l’UE. I liberali si rifanno ai Trattati del  ‘57, al profondo cambiamento, avvio di una istituzione da  costruire a passo a passo sui rapporti tra i cittadini nell’economia quotidiana. Da allora, progressi  lenti ma robusti fino a Maastricht, e poi un  regresso al  sistema di potere tradizionale. Così oggi l’UE è indietro rispetto  l’originario nesso alla primazia dei cittadini degli stati membri e privilegia l’elite dei funzionari, che adotta lo statalismo e che si è allineata passivamente alla NATO, con ciò indebolendo la prospettiva del ‘57 e insieme il cuore dell’appartenenza all’Occidente. Tale arretratezza UE spicca su due temi, la mancanza di una forza militare e il non coordinamento fiscale pur richiesto dall’euro. Sui due temi, è ineludibile far maturare la disponibilità nei cittadini. Non esistono scorciatoie. Senza la modifica dei Trattati, i marchingegni degli elitari sprofonderebbero l’UE nella vecchia palude degli stati di potere. L’UE maturerà nella coerenza originaria solo se riprenderà a modellarsi sui  cittadini dei suoi membri, senza pretendere di essere uno stato unico sovranazionale. Lo scontro reale non è tra sovranismi ed europeismi, bensì tra due concezioni contrapposte nell’intendere l’UE, quella del ‘57 o quella del ‘92.

Il quarto punto, è la crescita in Italia. Impegnandosi a fondo in una politica energetica corrispondente alle esigenze civili del tutto trascurate finora. Poi  sfrondando la Pubblica Amministrazione  inefficiente, riattivando il mercato, aiutando i bisogni dei ceti medi. Perciò una netta deregolamentazione e una riforma del fisco,   volte ad incentivare la produttività del cittadino nell’ambito di legge, smettendo di privilegiare le procedure all’insegna di pericoli solo presunti, quali creare ricchezza, dar spazio alle iniziative  individuali ed essere uguali solo rispetto alla legge. Un esempio di rilievo è la riforma del mercato borsistico invischiato negli algoritmi. La funzione delle Borse Valori è legata in modo indissolubile alle valutazioni dello spirito critico dei cittadini, e non può ridursi ad un lancio di dadi, per di più sottoposto a manipolazioni incontrollabili.

Per svolgere meglio la vigilanza sui quattro punti, occorre che i liberali siano consapevoli di due questioni. La prima che apportare miglioramenti è di per sé temporaneo  e destinato a riproporsi in forme nuove. La seconda è che  se sapranno dotarsi di una formazione delle libertà improntata allo spirito critico individuale – la quale non confonde la continua ricerca di iniziative adatte per aggiornare la libertà con impostazioni non liberali volute dai possibili alleati pur imprescindibili nella convivenza – saranno in grado di influenzare meglio e talvolta di suscitare il mutamento contro la pretesa conformistica del limitarsi a  conservare il potere.

Comunque, seppur faticosamente, anche domenica scorsa ha fatto passi avanti la libertà della democrazia liberale, mai separata dalla diversità individuale dei cittadini e dal continuo conflitto secondo norme scelte al fine di verificare quali proposte funzioni meglio nel costruire le relazioni nella convivenza civile.

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Nuova sconfitta delle elites

Il risultato elettorale del 25 settembre ha un valore epocale. Non tanto perché ha reso la destra indiscussa il primo partito italiano, quanto perché ha confermato in pieno la sostanza del voto del 2018. Esiste una fetta molto consistente di italiani che non molla. Non tollera il modo di governare dell’elite culturale e burocratica caratterizzato dal voluto distacco dagli indirizzi e dai bisogni dei cittadini. Quattro anni e mezzo fa ne aveva beneficiato essenzialmente il M5S, che da allora, non per caso,  i circoli elitari ­­– sostenuti con forza dall’intero arco dei principali mezzi di informazione ­– hanno attaccato  senza tregua come fonte di qualsiasi danno, proprio in quanto indisponibili a proseguire in quel distacco dai cittadini. La forza d’urto dei circoli elitari è stata massiccia, soprattutto essendo riuscita dopo tre anni ad inserirsi nel Governo. Ma poi ha esagerato, illudendosi di aver riguadagnato mano libera anche nei confronti del Presidente Draghi e di poter quindi prescindere da scelte a misura della volontà dei cittadini. Da qui la motivata caduta del Governo e la nuova bocciatura da parte degli elettori, dopo oltre un quadriennio, dei circoli elitari lontani dalla vita quotidiana. Non solo ha vinto la coalizione di centro destra ad indiscussa guida meloniana, ma ha vinto anche il M5S , per mesi descritto morto e sepolto dai mezzi di informazione conformisti, eppure in grado di mantenere intorno al 15,5 % dei voti, risultando il terzo partito, a soli tre punti e mezzo da quel PD esaltato dai media quale fulcro presunto della democrazia sociale del paese.

A questo punto, nelle prossime settimane e poi mesi si verificherà la capacità del centro destra a guida meloniana di correggere davvero i principali errori di chi la ha preceduta nel rapporto con i cittadini, un fattore indispensabile per raddrizzare la rotta dell’Italia. Come liberali dubitiamo parecchio che il cdx abbia tale capacità. Peraltro constatiamo   che in ogni caso si è messo in moto un cambiamento   tale da eliminare il rapporto elitario fin qui in auge. Svolta   che i cittadini dovranno vigilare venga colta coerentemente.

Vi è poi la questione di Livorno. E’ senza precedenti che nei collegi uninominali di Camera e Senato i due candidati presentati dal PD siano stati sconfitti da quelli del centro destra. E’ la riprova inequivoca che la democrazia liberale induce il mutamento contro la pretesa conformistica del conservare il potere a prescindere, tipica di una cultura di governo   dedita ad imporre la propria versione del bene comune, considerato solo quale privilegio degli amici. Dunque, seppur faticosamente, fa passi avanti la libertà della democrazia liberale. Richiamando la necessità di non dimenticare che questa libertà non va mai separata dalla diversità individuale dei cittadini e dal continuo conflitto secondo le norme scelte al fine di verificare quali proposte funzionino meglio nel costruire le relazioni nella convivenza civile.

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La disputa sul tetto agli stipendi pubblici

La Commissione Bilancio del Senato ha approfittato del Decreto Aiuti Bis per eliminare la norma che limita il tetto al salario dei dirigenti pubblici. Si è scatenata la legittima indignazione dell’opinione pubblica. I Deputati sono immediatamente intervenuti alla Camera per bloccare la meschina furberia dei Senatori. Il dibattito che ne è seguito non ha centrato il problema e si è impantanato sull’emotività della questione morale.

Il tetto ai salari riguarda due questioni tra loro legate ma che vanno analizzate distintamente: il ruolo attribuito a chi svolge funzioni pubbliche e la retribuzione rispetto a quel ruolo.

Il dipendente pubblico, in particolare se di alto livello, riveste un ruolo che gli garantisce un potere e un prestigio maggiori rispetto ad un normale cittadino. È il fisiologico riflesso dei compiti di garanzia e di equilibrio riservati allo Stato nel tutelare la convivenza democratica.

Tale privilegio fa parte automaticamente del compenso per il compito svolto e non può che rientrare nell’ambito delle relative norme dell’intero Stato. Il Presidente della Repubblica è il più alto funzionario quanto a responsabilità. Le retribuzioni di tutti i funzionari pubblici devono essere parametrate al compenso del Presidente.

Il ruolo dei dipendenti pubblici è quindi diverso da quello dei dipendenti di un’organizzazione che non è lo Stato.
Non vale perciò la teoria per cui il compenso di un pubblico possa salire e scendere in funzione della produttività.

Nel privato il criterio di produttività, in vero insieme ad altre variabili, condiziona i salari. La produttività è misurabile secondo criteri che i vari organi interni ed esterni all’organizzazione, stabiliscono di volta in volta.
Nel pubblico la produttività può essere impiegata per misurare le prestazioni dei dipendenti pubblici nell’erogare un servizio. Tuttavia, la funzione che lo Statale detiene va oltre la concezione classica di produttività. Egli eroga un servizio che promuove la Libertà.

La produttività è stata iniettata nei processi organizzativi della PA con provvedimenti rivoluzionari e investimenti sontuosi, ma gli esiti sono stati deludenti.

La ragione è semplice. Il dipendente pubblico male interpreta il privilegio che il ruolo gli conferisce. Non si è mai posto come strumento di garanzia necessario a promuovere le Libertà del cittadino, ma come funzione da cui dipendono i diritti degli individui. È la solita dicotomia tra cittadini e sudditi.

Più lo Stato sovrasta gli individui dettando attraverso la pubblica amministrazione i loro comportamenti, e più il suo funzionamento sfuggirà al controllo dei cittadini che invocheranno la morale.

Nella tradizione dello Stato dei sudditi solo la morale infatti, può indurre il dipendente pubblico all’efficienza. Ma i fatti della vita ci dimostrano continuamente che l’uomo è lupo per l’uomo, per cui la morale tende all’inefficacia.

Si conferma che il problema non è morale ma politico, perché riguarda la concezione dello Stato. Chi si affida al metodo Liberale è convinto sperimentalmente che se lo Stato è al servizio e tutela delle Libertà dei cittadini, il suo ruolo si diversifica e si limita di molto, e gli individui hanno il totale controllo della produttività della macchina pubblica. Essa non solo è chiamata all’efficienza ma anche alla trasparenza.

Ma in troppi, come queste elezioni dimostrano, non si affidano al metodo Liberale, preferendo credere alla morale dello Stato. Sconfessati dai fatti della realtà, dell’uomo lupo, finiscono come era successo in Senato, per imbrogliare il cittadino pur di godere del privilegio che l’amministrazione pubblica garantisce quando non è al servizio del cittadino.

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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Via Le Mani dall’Inoptato scrive alle liste elettorali del 25 settembre

L’Associazione Via Le Mani dall’Inoptato (sito omonimo .it, senza spazi) si sta impegnando da poco più di un anno esclusivamente          per rimuovere dalla legge 222/1985 (art. 47, c. 3 ultimo periodo)  la clausola cosiddetta “INOPTATO”. Quella che  attribuisce  a più di 24 milioni di cittadini  una scelta contro la loro volontà.  In pratica il cittadino che NON sceglie espressamente un beneficiario per il suo 8 per mille dell’Irpef, destina la propria imposta, senza rendersene conto, alla ripartizione proporzionale tra i vari beneficiari 8×1000. E non è solo una questione di rappresentanza. Con il raggiro dell’Inoptato, l’Erario perde oltre un miliardo di euro all’anno, di cui, fatta la ripartizione, poco meno dell’80% spetta alla Chiesa Cattolica.

Su questo tema, nei giorni successivi a quelli della presentazione delle liste di candidati alle elezioni per il 25 settembre, l’Associazione ha invitato ciascuna di quelle liste ad inserire nel proprio programma elettorale l’abrogazione del periodo prima specificato sulla distribuzione dell’Inoptato.   

Può sembrare un’iniziativa da poco, se paragonata alla gran cassa mediatica sui cosiddetti grandi temi del mondo dedita ad imbonire i cittadini. In realtà ha un significato di rilievo. Alle elezioni i cittadini esprimono gli indirizzi più rilevanti per governare nel quinquennio successivo. Ed è importante attirare l’attenzione degli elettori sulle due gravi caratteristiche negative della clausola dell’inoptato. Primo,  è nel principio una norma clericale. Secondo,  a livello economico toglie all’Erario una somma significativa specie in un’epoca di ristrettezza. In  sostanza,  l’iniziativa dell’Associazione si sforza di mettere in moto un meccanismo di controllo specifico, che rifugge l’essere una promessa cosmica ma che, con l’impegno dei cittadini, potrà essere attivato davvero per rendere trasparenti le regole della convivenza e migliorarla.

Ovviamente  un comportamento del genere non è politicamente neutro. Corrisponde alla scelta di affidare le scelte della convivenza alle indicazioni dei cittadini individuo, vale a dire alla linea tracciata dalla cultura liberale non parolaia. In Italia, da decenni, tale cultura è del tutto trascurata , anzi attaccata e mai praticata dalle culture avversarie, ideologiche e religiose, collettiviste. Ve ne è riprova quotidiana.

Ad esempio oggi, domenica 4 settembre, il Direttore di Repubblica Molinari  – certo non il giornalista meno attrezzato per cultura ed intelletto –  ha centrato il suo articolo sull’Italia che è un Paese dove le diseguaglianze aumentano (dettaglia, “tra ricchi e poveri, fra giovani e anziani, fra donne e uomini, fra chi riesce a studiare e chi non può farlo per scelta o necessità, fra chi può comprarsi ogni mese i farmaci indispensabili e chi invece non ha entrate sufficienti neanche per tale bisogno, fra chi vive in città e chi in periferia, fra chi ha accesso alla banda larga e chi invece non ce l’ha, fra chi vive in località collegate dall’Alta velocità e chi invece è costretto ancora a spostarsi su vetusti vagoni regionali che impiegano molte ore per percorrere distanze assai brevi” , e ammonisce “senza affrontare in maniera strategica le diseguaglianze l’onda della protesta continuerà a crescere, e con lei il populismo”). Poi richiama tre grandi capi democratici USA e la loro ricetta per cui “la risposta alle diseguaglianze è la giustizia economica, ma la difficoltà sta nel trasformare tale formula in provvedimenti concreti, capaci di portare beneficio e garantire protezione al ceto medio”.

Insomma Molinari continua a pensare ad uno Stato invasivo e impositivo che vorrebbe cullare i sudditi e non affidarsi ai cittadini. La protesta populista nasce perché  i cittadini non  accettano un modo di governare la convivenza incapace di portare alle condizioni di vita implicite nella cultura libera (che non è prefiggersi l’uguaglianza di ciascuno, irrealistica).   Tale stato di cose è frutto della concezione elitaria di potere che ha distorto il cardine dell’Occidente: la libertà dell’affidarsi alle scelte e alle iniziative di tutti i cittadini individui sui fatti, facendoli confrontare attraverso il conflitto secondo le regole, fuori e dentro il Parlamento. La litania del bene comune, nasconde i privilegi dei capi.

In un quadro simile, l’iniziativa dell’Associazione Via Le Mani dall’Inoptato è sì  circoscritta ma assai significativa sulla strada di affidarsi alle scelte dei cittadini per tarpare gli interessi clerical burocratici.

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