In mancanza di progetti organici sul paese, almeno uno minimale

A sei settimane dal 4 marzo, non è stato ancora presentato un progetto organico sul come trasformare il paese nei prossimi 10/15 anni. Tutte le liste fanno molte promesse ciascuna per vincere, non curando il governare, in specie con altri. E’ preoccupante. Oltretutto, quel poco che sta emergendo, non solo non corrisponde ad un progetto organico, ma di per sé indica impostazioni inadeguate per non dire peggio.

Nel centro destra, la Lega ha lanciato la penalista Giulia Buongiorno come candidata di punta. Resa nota dal processo Andreotti, già deputato con AN e poi Presidente della Commissione Giustizia della Camera all’epoca del PdL, l’avv. Buongiorno ha esordito in modo imbarazzante. Prima ha paragonato Salvini ad Andreotti asserendo che è concreto come era lui (il che, a parte l’avversione storica della Lega ad Andreotti, è un’affermazione lesiva delle capacità del “divino Giulio”). Poi, in un’intervista, ha pronunciato una frase incompatibile con un’impostazione liberale, che dovrebbe preoccupare i suoi alleati democratici non liberali in Parlamento. Ha testualmente detto che “Io non ho ansia di libertà. Sono favorevole a regole, sanzioni e divieti. Suona antico? No, suona buono. E’ un deterrente per i futuri reati e così evitiamo di importare immigrazione”. Dichiarando di non avere ansia di libertà, l’avv. Buongiorno dimostra o di non avere neppure idea che regole, sanzioni e divieti sono il modo liberale per rendere praticabile l’esercizio della libertà tra individui diversi, oppure di saperlo e, appunto per questo, di aborrire i principi liberali e di concepire la convivenza tra diversi come stato di polizia.

Quanto al PD, il segretario Renzi ha trattato di persona la candidatura a Bologna dell’alleato elettorale Casini, esponente della nuova lista Civica Popolare. Viene definita una mossa tattica per contrastare mostri sacri del PCI e poi del PD, quali Bersani e Errani, che sono della stessa Regione e ora tra i massimi esponenti di Liberi e Uguali. Solo che Renzi, pochi anni fa, si candidò alle primarie con un grosso manifesto che a sinistra aveva una foto della sua faccia e al centro in stampatello “Se vince Renzi, no a Casini” con sotto più in piccolo “nessun inciucio che ci impedisca di governare e di fare scelte”. Oggi lo stesso Renzi fa rappresentare da Casini la coalizione del PD. Il che testimonia la poco credibile coerenza delle sue prospettive politiche, specie mentre chiede voti per far governare da solo PD e liste collegate, pur sapendo che non ha i numeri. Allora, a parte il diluvio di sceneggiate da imbonitore in cui si urla che in Italia tutto va meglio di prima e a parte il legittimo obiettivo di conservare il potere, quale sarebbe il progetto vero del PD per l’Italia?
Nel governo, più che lo stare a galla ormai proverbiale del felpato Gentiloni, si distingue l’attivismo di Padoan, il quale, da candidato gioiello PD, rilascia interviste distinguendo tra “demolitori e costruttori”. Intanto è curioso contrapporsi ai demolitori mentre si rappresenta un leader nato proponendosi come rottamatore (sinonimo mediatico di demolitore) e che tuttora lo rivendica. Inoltre, Padoan, invece di rispondere della sua azione di Ministro dell’Economia e Finanze, parla come se non fosse Ministro già da 4 anni. Se l’Italia cresce meno di tutti, per lui la ragione sta in una carenza strutturale. “Una delle leve più importanti è quella degli investimenti pubblici. Però richiede che tra la fase di programmazione e quella di realizzazione ci sia una macchina pubblica che funziona. Spesso ci si lamenta del fatto che l’Europa non ci fa spendere soldi, eppure non passa mese senza che l’Europa mi faccia notare il ritardo nell’utilizzare le risorse…Sono convinto che se fossimo capaci di spendere le risorse disponibili nel bilancio fino all’ultimo euro cresceremmo già oggi almeno del due per cento”. Evidentemente non si rende conto che parole simili può usarle solo chi non ha mai governato finora. Oltretutto, Padoan nemmeno dice come pensa di fare il costruttore, vale a dire quali provvedimenti pensa di avviare per rendere funzionante la macchina pubblica e per affrontare il tema cardine dell’abbattimento del debito pubblico (non basta evocare una ripresa forte che non ci sarà finché i vari costi del debito peseranno in misura spropositata sui conti annuali e sulla credibilità internazionale).
Con simili impostazioni inadeguate e senza un progetto chiaro, la sensazione è che lanciare avvertimenti contro il populismo non faccia breccia presso cittadini in grave disagio socio economico (che è forte rispetto agli altri europei, nonostante il governo sbandieri una piccola ripresa assai fragile). Le promesse di chi ha governato negli ultimi diciassette anni (sette il PD con il csx , otto e mezzo Berlusconi con il cdx e 1,5 il tecnico Monti) non sono credibili quanto a capacità realizzative. E questo gonfia le vele dei populisti (“peggio è impossibile”).

Latitando un progetto per governare l’Italia, è anche assai improbabile, con la nuova legge elettorale, che la sera del 4 marzo ci sia una maggioranza numerica in risposta al tema di chi farà il governo e per che cosa. Lo scenario più probabile è che il M5S risulti il primo partito e che PD e FI restino lontane dall’avere numeri determinanti (su cui contavano). Però il mondo non cascherà e ci vorrà una soluzione in base alle indicazioni degli elettori, piacciano o no. Allora, smettendo di considerare i cittadini dei sempliciotti da raggirare con discorsi sul dover essere, nelle sei settimane di campagna sarebbe più produttivo non lanciare più promesse fantasiose e far emergere i punti circoscritti e condivisi da una maggioranza di liste politiche per il resto frontalmente contrapposte. Chiamare a raccolta i cittadini perché contribuiscano a scegliere i piccoli passi in Parlamento per stare insieme tra diversi, è un percorso utile per comprimere l’astensionismo che si basa principalmente sul senso di impotenza (l’elettore vota se conta, vedi il referendum contro la proposta oligarchica di riforma costituzionale). Aiutare così il Presidente della Repubblica a sciogliere alcuni nodi della matassa politica, sarebbe almeno un progetto minimale.

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Votiamo solo negli uninominali

Il dibattito della campagna elettorale è iniziato annaspando e peggiora. Sempre più, tutte le singole liste fondano la propaganda su annunci roboanti, che esaltano oppure demoliscono tutto quanto è stato fatto negli ultimi cinque anni di governo, e che alla fine avanzano promesse accattivanti ma impossibili, e comunque senza spiegare con quali risorse realizzarle e con quali meccanismi. Il che non rassicura sulla prospettiva di governo. Soprattutto perché – giusta o sbagliata che sia l’impostazione propagandistica – nessuna di quelle liste, prese come singole o in collegamento annunciato, disporrà la sera del 4 marzo dei numeri parlamentari per governare da sola (come Campagne Liberali ha già dimostrato).

In altre parole, il dibattito in corso è un inganno. Ognuno fa credere al cittadino di poter realizzare quanto promette e in più gli procura, oltre il danno (l’illusione impossibile), anche la beffa (non disponendo nessuno da solo della maggioranza, toglie al cittadino anche il diritto, sancito dalla Cassazione, di chiamare falso, bugiardo e ipocrita, chi non attua, dopo essere stato eletto, quanto promesso prima). Il vero problema delle prossime elezioni è come arrivare ad una maggioranza per governare dato che la campagna elettorale si limita alle promesse per vincere da soli e non tocca i progetti per governare. Ma se addirittura non si arriverà a vincere da soli, come si potrà poi trovare una maggioranza sui temi tra gruppi contrapposti frontalmente nella campagna?

Essendo questa la situazione e non avendo il tempo per ribaltarla, sarebbe opportuno ottenere qualche miglioramento e un modo di comportarsi minimamente produttivo. Quanto al miglioramento, avrebbe qualche risultato la pressione dei giornalisti e dell’opinione pubblica onde indirizzare il dibattito sui temi prioritari sui quali ciascuna lista potrebbe accordarsi con altri dopo il 4 marzo. Un simile dibattito consentirebbe al cittadino di avere un panorama migliore sulle varie liste, sia quella da lui preferita in prima battuta sia le altre disponibili ad un accordo sui temi emersi come più convergenti o meno contrapposti. Così il voto, pur rispettando il metro della preferenza dell’elettore, potrebbe avere maggiori motivazioni, di fatto indicando, tramite i temi affini, anche le alleanze plausibili. Dunque le decisioni parlamentari manterrebbero un più stretto legame con le indicazioni dei cittadini.

Una modifica in tal senso dei contenuti del dibattito, avrebbe pure il risultato non secondario di rasserenare il clima elettorale, risollevando il confronto delle idee rispetto all’esaltare l’appartenenza. Il che arginerebbe (almeno un po’) la tentazione di astenersi e quindi sarebbe utile in punto di scelte democratiche. Di fatti l’astensione è un comportamento legittimo in termini giuridici ma il cui senso politico esprime la volontà di estraniarsi dal processo democratico , di rinunciare ad ogni forma di giudizio e di restare indifferenti sulle scelte di convivenza fatte da altri.

Quanto al modo di comportarsi minimamente produttivo, andrebbe appoggiata l’attitudine a votare solamente il candidato preferito nel proprio collegio uninominale (che non ha simbolo proprio), sia alla Camera che al Senato. Fare ciò porta tre vantaggi. Primo, privilegia il giudizio diretto dell’elettore sulla personalità del candidato, cosa che è uno dei pilastri della democrazia rappresentativa. Secondo, scegliere la miglior personalità fornisce una maggior garanzia di comportamento raziocinante qualora in Parlamento non ci sia una stabile maggioranza di governo e perciò si debba provvedere, al fine di procedere in tempo breve a nuove elezioni, ad una modifica della legge elettorale in senso più rispettoso dei cittadini. Tre si mette in secondo piano il voto alla lista proporzionale, visto che lì il cittadino non può scegliere il candidato e che ogni lista ha fatto una propaganda di promesse e non di progetto. Il voto nell’uninominale non sarebbe neutro quanto alle liste. Di fatti, nel caso il candidato uninominale sia appoggiato solo da una lista, il voto datogli viene attribuito subito anche alla lista, mentre, nel caso il candidato abbia l’appoggio di più liste collegate, il voto viene attribuito previa ripartizione tra le varie liste collegate in proporzione ai voti diretti ottenuti da ciascuna in quel collegio. Tuttavia, votare, sia alla Camera che al Senato, solamente il candidato preferito nell’ uninominale, esprime la volontà del cittadino di scegliere le persone, rifiutando di indicare direttamente una lista, siccome tutte le liste sono rigide e inadeguate al proprio compito.

Questa strategia elettorale serve principalmente a manifestare l’intento dell’elettore di tenersi lontano dalla politica come annuncio palingenetico (per di più finto). Il trasformare le scelte dei cittadini in cortei inneggianti a promesse urlate di vario genere senza avere un dettagliato progetto di governo praticabile, è oggi un comportamento che mina la democrazia rappresentativa. La quale, come diceva Churchill, è la peggior forma di governo, salvo tutte quelle sperimentate finora. Del resto è evidente che, in vista del 4 marzo, tutte le liste adottano la pratica delle proposte populiste e si distinguono per la diversa credibilità di ciascuna in quanto reduce o no dall’aver governato negli ultimi dieci anni. Il che favorisce quelli che non hanno mai governato il paese (e quindi non possono essere chiamati falsi, bugiardi ed ipocriti), ma non basta per garantire competenza e affidabilità. Invece, votare solo nei collegi uninominali in base al giudizio sulla persona, serve a dare un segnale forte e coerente per rimettere in carreggiata il sistema con cui si esprime la sovranità del cittadino. Che è la sola garanzia pratica con cui costruire il futuro sulla scelta di libertà dei conviventi.

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La speranza per i liberali

Il termine speranza indica un sentimento di attesa fiduciosa nel realizzarsi, presente o futuro, di quanto si desidera. Il significato è inequivoco finché si resta nell’ambito della cultura morale religiosa , ove la speranza è una delle tre virtù teologali infuse da Dio, insieme a fede e carità. Quando invece si entra nella cultura liberale – che, sulla base dell’esperienza storica, in materia civile si fonda sull’agire dell’individuo umano e sui rapporti interindividuali – le virtù teologali attengono solo al credo del cittadino che lo ha, mentre nella vita di tutti la speranza assume due contenuti distinti. Uno è quello tradizionale di una speranza che si affida a Dio, non pone limiti e condizioni ai propri sogni e desideri e si esalta come obiettivo in sé. L’altro è un nuovo modo di intendere la speranza come qualcosa che non si stacca mai dal mondo e che, nel sognare e nel desiderare, è connesso indissolubilmente al conoscere le condizioni per realizzarli, a cogliere i limiti che ne derivano e a trovare le azioni e gli strumenti umani necessari per attuarli. La differenza di fondo è che il primo contenuto indica un atteggiamento passivo di attesa dominato dalle emozioni e che viceversa il secondo richiede un continuo impegno attivo e consapevole da parte di ogni singolo.

Questo stringato argomentare fa capire che il termine speranza può benissimo essere adoperato dai liberali nell’azione politica, purché sia chiaro che la sua accezione si riferisce al secondo contenuto del termine. Non può rientrare nell’azione politica liberale la speranza intesa come affidarsi passivamente agli eventi ed agire drogandosi con l’utopia del desiderio, dell’ideologia, della fede. Per i liberali partecipare alla convivenza non vuol dire assistere senza esprimersi, significa prendere parte alle scelte che vanno compiendosi nel convivere, manifestando attivamente, con i mezzi da ciascuno ritenuti opportuni, le proposte, le iniziative, le critiche, le preferenze, le abitudini, le inclinazioni, gli affetti, che esprimono la propria identità.

Per creare tale ambiente, occorre potenziare in ciascuno lo spirito critico e la capacità di conoscere il mondo osservandolo, di perseverare nello studio, di applicarsi nel lavoro, di esternare le proprie attitudini naturali. Fin da giovanissimi, in famiglia e poi nelle aule scolastiche, il sistema educativo non deve pretendere di formare dei cittadini con lo stampino soffocandone le specificità nel segno del conformismo comunitario. Al contrario, la formazione deve far tesoro delle esperienze passate (l’istruzione di partenza uguale per tutti) per valorizzare le diversità di ogni cittadino, spirituali e fisiche, in modo che, nella cornice dell’uguaglianza dei diritti, esse amplino l’apporto di ciascuno al vivere insieme per costruire il futuro e, al tempo stesso, irrobustiscano la sua capacità di procurarsi i mezzi economici di sostentamento.

La speranza liberale va concepita come guida ai comportamenti quotidiani in una realtà mai completamente certa e sicura. Come cartello indicatore della meta di ognuno per soddisfare le proprie pulsioni più intime, intellettuali e di genere, nel rispetto pieno di quelle degli altri e della cornice di fatto esistente in ogni momento. Riuscendo così anche ad arricchire al massimo la convivenza attraverso la propria diversità. La speranza liberale è l’opposto dell’invidia sociale. E’ l’aspirazione realistica a divenire un individuo dotato di più ampia comprensione delle cose, in grado di affrontare i problemi del vivere, capace di lasciare una traccia di sé il meno banale possibile.

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L’ossessione che il mondo peggiora e le capacità individuali

Esiste un parametro significativo su cui riflettere. Alla domanda “il mondo sta migliorando, peggiorando o restando fermo?” , le statistiche forniscono in ogni paese la stessa risposta inequivoca. Percentuali altissime (oltre l’85%) di cittadini affermano che le condizioni di vita peggiorano al passare del tempo. Eppure la realtà mostra l’opposto. Lo spiega in chiave sperimentale il sito dell’Università di Oxford, Our World in Data, esaminando un arco di tempo abbastanza lungo, minimo un secolo.

In uno scritto lì pubblicato da Max Roser il 20 dicembre 2016, con cinque grandi grafici, si spiega che le condizioni di vita sono nettamente migliorate in tema di povertà, di alfabetizzazione, di salute, di libertà, di fertilità, di formazione scolastica (si può consultare il sito https://ourworldindata.org/ , c’è anche un grafico scaricabile di come un gruppo di 100 persone avrebbe vissuto i cambiamenti negli ultimi 200 anni). Ragionare in base ai dati fa scoprire un approccio completamente diverso. Qui, faccio un rapido cenno a come viene trattata la questione Fertilità, il numero medio di bambini per ogni donna.

Duecento anni fa, la popolazione mondiale era circa un miliardo, oggi è aumentata 7 volte, con il conseguente aumento della richiesta di risorse umane e di impatto dell’umanità sull’ambiente. Prima ogni donna partoriva 5/6 figli ma tantissimi morivano prima di aver raggiunto l’età riproduttiva. Poi l’umanità ha iniziato a vincere la lotta contro la morte precoce. L’aspettativa di vita è raddoppiata negli ultimi cento anni. Un paese dopo l’altro, le donne si sono rese conto che i figli muoiono assai meno e hanno scelto di avere meno figli. La transizione demografica, da alta mortalità e fertilità a bassa mortalità e fertilità, ha avuto durate diverse nei diversi paesi, però la fertilità globale è più che dimezzata negli ultimi 50 anni, arrivando oggi a un po’ meno di 2,5 figli. Ciò significa la fine della crescita della popolazione , cosicché la popolazione globale, quadruplicata nel corso del XX secolo, non raddoppierà più in questo secolo e i demografi prevedono che si fermerà intorno al 2075. Intanto, l’aspettativa di vita, intorno a 35 anni all’inizio ‘800, è cominciata a salire, prima nei soli paesi industrializzati per poi riequilibrarsi, raddoppiando nel secolo scorso fino a collocarsi oggi intorno ai 70 anni. La fine della crescita della popolazione tranquillizza, anche se porrà nuovi problemi, ma il rimedio non è di certo il mito procreativo in termini ideologico religiosi.

Dimostrato nei vari settori esaminati che le condizioni di vita vanno migliorando, Max Roser ragiona sul perché le prove empiriche contrastino tanto con la percezione. E si sofferma sulle colpe dei mezzi di comunicazione, che si concentrano sulle cose che vanno male (singoli eventi e singoli problemi) trascurando una visione d’insieme e le tendenze. Ma anche sulle colpe del sistema educativo, che è impegnato a trasmettere questo o quel modello del passato e che non riesce a trasmettere informazioni sugli sviluppi a lungo termine. In conseguenza la stragrande maggioranza delle persone ignora, ad esempio, il declino della povertà estrema, anzi ritiene che la quota di persone indigenti stia aumentando (2/3 dei cittadini USA ritengono raddoppiata la quota di estrema povertà). Ed inoltre è completamente ignorante sullo sviluppo globale. Il gruppo di Max Roser lavora da 25 anni ad una statistica sugli oltre 20 miliardi di persone vissute negli ultimi 200 anni, da cui appaiono evidenti le trasformazioni in avanti della nostra vita, lente ma costanti. Disporre di tali dati sugli sviluppi a lungo termine integra le informazioni che si concentrano sui singoli eventi immediati e migliora il rapportarsi di ciascuno alle relazioni con gli altri e con il mondo.

Oltre che a riflettere sulle responsabilità dei mezzi di informazione e della scuola, gli studi a Oxford inducono anche a ripensare l’approccio al conoscere. Iniziando dalla sua finalità e dal come concepire l’individuo e il suo ruolo. In base all’esperienza, la vita è complessivamente mutevole e immersa nel tempo, per cui il fine del conoscere non può essere la ricerca di un modello del mondo definito e fuori del tempo fisico. Conoscere significa capire via via i meccanismi delle cose, viventi o no, comprese le loro relazioni quotidiane, riuscendo così ad agevolare le condizioni di vita degli umani. Quindi capire dipende essenzialmente da un preciso metodo di approccio: formare in ciascun individuo lo spirito critico necessario per accrescere la capacità di osservare i fatti del mondo per coglierne le indicazioni. In poche parole, il metodo sperimentale.

Farsi ossessionare dalla falsa notizia che il mondo peggiora, è una riprova che in giro si usa poco o nulla il metodo sperimentale. Pesa l’antica abitudine di privilegiare il potere in ogni sua forma piuttosto che i mezzi per promuovere la libertà individuale. Le indicazioni del potente hanno più rilievo di quelle dei singoli, il conformismo del potere deve prevalere e il collettivo lo incarna. In aggiunta, questa concezione pensa agli interessi individuali in termini di egoismo e non di rapporti con gli altri individui. Nel complesso, tale disattenzione all’individuo è una benda sugli occhi che non fa cogliere aspetti decisivi del come nella realtà avvengono le trasformazioni. Che non sono attivate da un presunto cervello collettivo – tirato in ballo senza che nessuno sia mai riuscito a vederlo – ma esclusivamente dalle ipotesi, dalle intuizioni, dagli sforzi di singoli operatori che, in base allo sviluppo delle proprie capacità acquisite e al riscontro ottenuto con le applicazioni delle novità fatte nel tempo, aprono nuove strade alla conoscenza del mondo e agli strumenti adoperabili dagli umani per meglio affrontare i problemi del vivere. Per dare all’individuo il ruolo centrale che gli spetta, è pure indispensabile considerare ogni singolo non come isola priva di contatti, bensì come organismo che utilizza di continuo l’esperienza e i prodotti altrui, in specie dei predecessori. Insomma, affidarsi all’individuo vuol dire evitare di concepirlo come soggetto fuori del mondo impegnato a sbarazzarsi degli altri suoi simili non riconoscendo loro gli stessi diritti individuali di cui dispone lui. I dati storici mostrano che l’individuo si manifesta nel relazionarsi con gli altri individui, in una collaborazione che può essere esplicita o implicita ma che non prescinde mai dall’individualità di chi collabora né la dimentica.

Da questa carrellata sui temi di Our World in Data, emerge l’importanza di non rassegnarsi al mito della vita in presunto peggioramento. A parte il fatto che non è vero, rassegnarsi corrisponde a scegliere una via scoscesa (ricorrere ad un capo, persona o entità, che protegge e fornisce i mezzi di sussistenza) rinunciando a quella maestra (valorizzare l’individuo che di continuo attiva il cambiamento e mantiene la connessione con i fatti del mondo). Naturalmente valorizzare l’individuo comporta riconoscere che l’agitarsi e il confliggere sono lo scenario quotidiano. C’è sempre molto da fare, non per la lontananza dal modello perfetto sognato ma perché sono innumerevoli le nuove iniziative dei singoli pensate per la propria vita.

Dunque, il terreno specifico dell’agire politico al fine di convivere tra diversi è la cura delle regole (scelte con l’apporto di tutti e aggiornabili) per confliggere tra le varie proposte ed esigenze adoperando il metro dei risultati. Quelle che, nella concezione antiindividualista, vengono etichettate come condizioni di vita socialmente e moralmente inaccettabili, nella concezione sperimentata della centralità dell’individuo lo sono solo quando si tratta di condizioni, giuridiche, economiche, ambientali, in cui non si realizza abbastanza la libertà di esprimersi di ognuno. In ogni momento, l’impegno politico non è gestire il potere ma irrobustire la libertà nel quadro dei vincoli esistenti. Ben sappiamo che, se in un luogo le condizioni sono troppo carenti – tipo povertà di redditi e di opportunità – il cittadino reagisce mettendosi alla ricerca di condizioni più adatte, all’interno di ambiti territoriali sempre più ampi (18 milioni di persone vivono in un altro paese europeo). E ciò è un riequilibrio fisiologico. Ma quando le condizioni sono assai gravi, subentrano le migrazioni di massa intercontinentali, che per loro natura sono un nodo da sciogliere ma non sono affrontabili con il tradizionale solidarismo mondialista ideologico religioso, che illude di poter prescindere dal vincolo dell’effettiva capacità del territorio di accoglierle.

Non farsi ossessionare dalla falsa notizia che il mondo peggiora, costituisce il modo sperimentato per conoscere il nostro passato, per dare valore allo sviluppo raggiunto, per proseguire negli sforzi di ognuno di noi nel conoscere di più e quindi nel praticare l’innovazione e il cambiamento , fattori imprescindibili per trovare soluzioni sempre nuove. La politica non è sognare la perfezione senza diversità e senza tensioni in un mondo fuori del tempo, è costruire da ora in poi la libertà materiale del cittadino più radicata e più estesa.

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Populismi e politica di solo potere

Vengono spesso poste domande essenziali. Perché nei sondaggi cresce il populismo del centrodestra e del M5S e cala il populismo di chi governa? E peché le soluzioni di governo prospettate sono solo populiste? La risposta secondo me sta a monte, nel ruolo dato alla politica da oltre un ventennio. Per tutta una serie di motivazioni storiche, la giusta logica del referendum del ’93 venne in tre mesi mutata a fondo dal mattarellum. Da allora l’obiettivo della politica è vincere le elezioni, non governare dopo.

Essendo questo lo stato di cose, il vincitore di una elezione resta al governo una sola stagione, poi la sconfitta è certa. I cittadini, delusi da cosa fa il governo in carica, scelgono il cambiamento. Alle elezioni quasi tutti presentano le promesse populiste più accattivanti per vincere, e così quelli che credono alle promesse non si astengono (ma per il cambiamento, nella logica della politica come solo potere, sono più credibili le opposizioni) mentre gli altri si astengono paralizzati dalle offerte populiste sul mercato. Alle elezioni di marzo ’18, in particolare, dei partiti di opposizione, quelli di cdx hanno più volte dimostrato l’incapacità di governare mantenendo le promesse, per cui il partito M5S resta quello assai più votato (e ciò spiega l’ossessione degli altri di dimostrare che le promesse non vengono mantenute neppure nelle città conquistate nel frattempo dal M5S).

A questo punto, la vera speranza è che si ricominci a parlare di idee e di progetti di governo. Peraltro, anche molti non populisti hanno finora accettato il quadro della politica come potere e scelto di accasarsi in coalizioni che la legge 165/2017 ha reso in sostanza inutili per vincere in solitario. Sperano di ottenere un collegio uninominale oppure non hanno studiato la 165/2017 ?

Non resta che insistere nel seguire quanto scriveva sessanta anni fa un famoso professore della Cesare Alfieri, il liberale Pompeo Biondi: la democrazia è la ragione che non si stanca di combattere.

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Costituzione, memoria e diritti

Nell’invitare a riscoprire la Costituzione per non dimenticare il valore dei diritti, il Direttivo dei Perseguitati Politici mostra nobiltà di intento ma ristretta concezione costituzionale, quando porta ad esempio di trascuratezza la richiesta “umanitaria” di seppellire al Pantheon Vittorio Emanuele III.

Di tale concezione ristretta, il motivo più immediato è confondere il giudizio storico con la memoria. Il giudizio negativo sulla figura di Vittorio Emanuele III, è intrecciato in modo stretto con i gravissimi errori che hanno costellato la sua azione di Sovrano, fin da quando tramò per far entrare l’Italia nella prima guerra mondiale e pochi anni dopo negò l’autorizzazione chiestagli dal Governo di sbaragliare la marcia su Roma. Tale giudizio estremamente negativo non può peraltro mutare la memoria dei fatti. Vittorio Emanuele III è stato Re d’Italia dal 1900 al 1946.

Tuttavia, il motivo più profondo della concezione costituzionale ristretta è il non cogliere che l’impianto della Costituzione è conforme ai principi della società libera e ai suoi rapporti socio economici tra cittadini diversi. Sono quei principi che portano ai diritti e non viceversa. La Costituzione è il quadro delle relazioni tra i cittadini, per cui la memoria dei fatti è intoccabile. Se la memoria cambiasse al cambiare dei governi e delle epoche, lo Stato cancellerebbe i fatti reali sperimentati. La memoria dei fatti storici al passar del tempo deve essere sempre oggetto di giudizio ma non può essere mai cancellata.  E’ un carattere fondamentale della società libera e della consapevolezza civile.

In un quadro simile, la sepoltura al Pantheon può essere criticata per questioni etimologiche, ritenendo quel luogo connesso per forza ad una valutazione positiva di chi vi è sepolto (e quindi inadatto a Vittorio Emanuele III). Ma non deve essere trascurata l’esigenza liberale di non cancellare la memoria storica, in particolare di chi è stato Re d’Italia così a lungo. Per corrispondere a questo importante aspetto sarebbe  opportuno dare sepoltura alle salme dei primi tre Re del Regno d’Italia  nel luogo deputato al ricordo delle vicende dell’Italia Unita, che è l’Altare della Patria. Il che  manterrebbe viva la memoria dei fatti, sia di quelli gloriosi che di quelli vergognosi, e interromperebbe la pratica, molto sbagliata, della memoria alla carta.

I diritti costituzionali sono di tutti, vincitori e vinti, perché sia possibile convivere tra diversi e non esistano perseguitati. La Costituzione vieta di riorganizzare il disciolto partito fascista, non di professare idee di ultradestra che spetta ai liberaldemocratici combattere di continuo.

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Un articolo ipocrita (a Maurizio Molinari)

Egregio Direttore,

Le scrivo per sottolineare come stamani il sito de La Stampa abbia pubblicato in gran rilievo un pezzo dal titolo “I neo parlamentari e lo stipendio senza aver mai lavorato” , non firmato, che fa volutamente trasparire un giudizio tecnicamente del tutto falso, oltretutto cercando di nascondere che lo sia.

Ovviamente un giornale importante come quello da Lei diretto, non può ignorare che, anche quando le Camere saranno sciolte, i parlamentari resteranno in carica a pieno titolo fino all’insediamento del Parlamento che risulterà eletto alle elezioni quando si saranno svolte. Dunque fino ad allora i neo parlamentari lavoreranno come gli altri colleghi, siccome il loro lavoro non si esaurisce nel votare in aula. L’articolo mostra di ritenere irrilevante tutto ciò, usando quale paravento la frase ipocrita “a rigor di Costituzione la proclamazione non fa una grinza, certo fa riflettere il fatto che i due neo eletti potrebbero entrare negli emicicli senza mai partecipare nemmeno ad un voto d’aula visto l’imminente scioglimento delle Camere”. La sola riflessione da farsi è che chi ha scritto quelle parole non è dotato dell’oggettività indispensabile richiesta al giornalista. A meno che il pezzo non sia stato concepito apposta come spot elettorale per favorire il voto ai populisti e agli antiparlamentari.

L’alta considerazione che ho per i Suoi frequenti ed informatissimi commenti di politica estera e sulle problematiche politico culturali, mi fa sperare che, anche senza clamore, Lei voglia intervenire in modo adeguato.

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Il significato liberale del dono

Il periodo delle feste sembra, a Campagne Liberali, l’occasione giusta per approfondire il significato liberale del dono. Ad occhio, il dono è ritenuto un modo di festeggiare o di ringraziare ma in realtà è qualcosa di immanente al convivere con gli altri individui. Con il dono, ciascuno mostra quel che vuol dire, che conosce, che ritiene serva a svolgere un’attività, che propone venga fatto da qualcuno, che utilizza per emozionare, che lo emoziona. E’ la maniera di esprimersi verso l’esterno che ciascuno ha. La radice del dono sta nel mettere a disposizione di terzi il proprio modo di essere, di cui la cosa donata funge da simbolo. Sempre ad occhio, si intende che il dono sia gratuito. Ma non è affatto detto lo sia. Di certo, non è affatto detto lo sia nel mondo moderno.

Il concetto di dono quale gratuità prevaleva una volta e per secoli, quando ancora si viveva nel clima della divinità che distribuisce ogni cosa. Allora il dono era un omaggio di rispetto e di gioia e la gratuità ne era il presupposto. Man mano è poi maturata la consapevolezza umana secondo cui il convivere migliora quando ciascuno coltiva la propria esistenza: e dunque non resta in attesa del divino che distribuisce e concede. Scoperto il metodo individuale quale strumento per affrontare i fatti materiali della vita, insieme si è capito che il pullulare derivantene delle interrelazioni operative si fonda sul riconoscere che ogni apporto di ciascun individuo ha un qualche valore per tutti i conviventi: e così nel quotidiano si è giunti al sistema di misurare quel valore e di compensarlo. Di conseguenza, il criterio della gratuità è divenuto il ricordo di un passato ormai privo di concretezza.

Nel mondo moderno, ogni apporto di ciascun cittadino, mettendo a disposizione di terzi quanto deriva dal proprio modo di essere, esige un compenso perché tutti i cittadini possano usarlo nello scambio futuro. Non è essenziale che il compenso sia di qualche tipologia monetaria oppure consista nel mero piacere di chi dona e quindi gratuito. In ogni caso il dono rimane l’esprimersi verso l‘esterno del cittadino. Quell’esprimersi che di fatti manifesta la diversità di ognuno, nei vari aspetti del suo essere, di natura culturale e fisica. Ogni individuo dona ciò che da lui origina (consapevolmente o no) ed è in grado di donare (per attitudine naturale, per apprendimento, per elaborazione critica, per disponibilità economica). Il donare la propria abilità specifica è l’impronta di ciascun individuo nel rapporto di vita.

Riflettendo, ci si accorge pure di un altro aspetto rilevante del dono nell’ottica liberale. Il dono appartiene ad una concezione dell’individuo assai differente dalla logica del desiderio, della speranza, del sogno. Meglio, per più versi contrapposta. Desiderio, speranza e sogno esprimono l’elaborare in sé stesso seguendo l’ottica delle proprie idee, anche quando magari si tratta di desideri, speranze e sogni in apparenza riferiti al vivere sociale. Non hanno la concretezza del sottoporsi da subito alla valutazione attiva degli altri in un contesto reale. Viceversa, fare un dono è l’effettivo riconoscere un cittadino diverso, l’affidarsi al suo giudizio, il contribuire a ciò che c’è nel mondo. In altre parole, desiderare, sperare e sognare possono mostrarsi parenti stretti dell’egoismo e indulgere alla fuga dal reale, mentre il donare esprime l’individuo consapevole di vivere con altri cittadini, suoi simili quanto a struttura organica, diversi nella personalità e nell’esperienza, uguali nei diritti, con i quali è indispensabile avere relazioni per costruire insieme qualcosa, dalla conoscenza, ai prodotti, alle strutture del convivere, agli affetti. Il dono mantiene i piedi per terra.

Donare quel che si è in grado di donare, non è una pratica del buon cuore limitata ai periodi festivi. Appartiene alla vita quotidiana del cittadino e si manifesta con atti volontari o non. La questione forse più di rilievo del comprendere il significato liberale del dono, è che, assorbendo tale significato, si schiudono le porte alla pratica civile della concorrenza. Le impostazioni solidaristiche di origine religiosa o ideologica non arrivano a capire (e capendolo lo rifiutano) che la concorrenza non è una sfida di potere a somma zero, ove uno vince ciò che l’altro perde. La concorrenza serve per mettere alla prova nella realtà (non nei giochi finanziari), e non solo nell’immediato, quale idea, quale meccanismo, quale prodotto, quale suono, quale opera, riescano a spiegare particolari cose, rispondano a certe attese e agevolino la vita. La concorrenza serve per conoscere di più e scoprire nuove strade. Donare la conoscenza e la capacità di ognuno – cioè sottoporle alla valutazione di tutti – fa crescere la possibilità di trovare modalità innovative per utilizzare le risorse e per soddisfare più ampiamente le necessità e i bisogni dei cittadini. Questione decisiva, perché migliorare l’economia della convivenza significa principalmente cuocere più torta, non solo distribuire meglio quella che già c’è.

Il dono, compensato o gratuito, è sempre la forma di equità sociale che mantiene funzionanti le condizioni della concorrenza in modo che di torta ce ne sia abbastanza e che nella sua distribuzione non si formino trombi in ostacolo al meccanismo di cottura di nuove torte. Un’equità sociale dinamica è l’opposto dell’invidia di classe, dell’odio sociale, dell’utopia fantastica, i quali drogano con la speranza del sogno e raccolgono condizioni di vita peggiori che precipitano al degrado. Nutrirsi del rancore verso gli altri è un comportamento fondamentalista contro il metodo individuale del dono.

 

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70 anni dopo

Lunedì 22 dicembre 1947, l’88% dell’Assemblea Costituente approvò la Costituzione. Un impianto solido per un paese libero, con difficoltà sociali non lievi e profonde divisioni tra occidentali e comunisti. Varare la Costituzione fu una grande capacità di confronto tra partiti contrapposti per trovare convergenze e regolare la vita tra diversi.

Nel testo prevalgono le culture cattolica, socialista-marxista e comunista, ma è normale essendo il 77% dei costituenti. L’impianto è conforme alla società libera occidentale e ai suoi rapporti socio economici tra i cittadini individui. Il mondo cattolico chiuso introdusse nell’art.7, appoggiato dal PCI, i Patti Lateranensi di Mussolini. Criticatissimo dal mondo laico (il liberale Benedetto Croce chiamò “l’inclusione uno scandalo, non essendoci nulla in comune tra una Costituzione statale e un trattato tra Stato e Stato”) e dal mondo cattolico aperto , vedi il grande Carlo Jemolo. Le votazioni furono spesso accese ma sempre molto rispettose. Come avvenne per l’art.1 c. 1, che Ugo La Malfa (PRI) e Gaetano Martino (PLI) proposero nella forma “l’Italia è una repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro” e che invece vide prevalere “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro “. La differenza non è banale ma si proseguì lo stesso con semplicità, perché i Costituenti puntavano a redigere una Carta con la procedura avviata dai cittadini. Questo era l’importante.

Redigere la Costituzione fu più agevole che applicarla. La Corte Costituzionale tardò otto anni. La prima causa (metà ‘56) toccò la costituzionalità della legge di P. S. e il governo –Guardasigilli Aldo Moro (DC) – sostenne che la Costituzione non si applicava alle leggi preesistenti. La Corte sentenziò la propria competenza ma si era toccata la difficoltà di far evolvere le strutture pubbliche. Ancor più tardivo l’ordinamento regionale. Le Regioni furono istituite 22 anni dopo e fatte senza vararne l’ordinamento finanziario e funzionale. Poi c’è il referendum abrogativo, normato 23 anni dopo. Senza contare la non applicazione dell’art. 39 sui sindacati. I parlamentari hanno spesso ceduto alle pressioni di chi, nello Stato, ostacola che i cittadini possano valutare le scelte.

A metà anni ’80, si fece una bicamerale consultiva per aggiornare la Costituzione e si arenò. Il tema rimase e il quadro politico mutato, da fine ’89 a inizio ’90, spinse il Presidente Cossiga (DC) a proporre una Assemblea Costituente, perché la fine del pericolo totalitario esigeva un nuovo patto sociale su mandato dei cittadini. Da qui l’idea che cambiare la Costituzione esigesse interventi ampi. Nel 2001 fu fatta una riforma del Titolo V , votata dal centro sinistra e confermata pochi mesi dopo dal referendum, senza l’opposizione del centro destra nel frattempo vittorioso alle urne. La sua applicazione dimostra che era tecnicamente inadeguata, corrispondendo a posizioni di bandiera con scarsa attenzione alle esigenze civili.

La Costituzione non era più il quadro delle relazioni tra cittadini bensì il manifesto di chi la decide. Nel ‘05 il centro destra approvò una riforma, poi respinta nel referendum. Il concetto di riforma come bandiera, parve superato nell’estate ‘13 (governo Letta PD) quando fu votata in prima lettura una legge costituzionale per un Comitato Parlamentare decidente. Ma il governo Renzi (PD) tornò indietro e impose una proposta di cambiamento che manipolava il bicameralismo sottraendo sovranità al cittadino. Il NO venne da oltre 19,4 milioni di italiani (nel ‘06 i No toccavano 15,7 milioni).

Cambiare la Costituzione è ragionare su come accrescere la risposta ai bisogni di libertà e di partecipazione. Non basta contentare una parte. Il presupposto è una conoscenza profonda che riprenda l’intento dei Costituenti di dare ai cittadini un testo secondo i loro indirizzi. Per questo il prof. Saulle Panizza, ordinario di Costituzionale all’Università di Pisa, ha pubblicato il libro “Dizionario breve della Costituzione” (La Vela, ‘17), per far conoscere e riflettere sulla Carta fondamentale, proseguendo il suo impegno tra i 58 firmatari dell’appello dei costituzionalisti che nel ‘16 dissero subito NO alla proposta di riforma. Cosa significhi la Costituzione, del come riformarla e perché, è una questione di forte rilievo civile. Perciò, il libro del Prof. Panizza sarà presentato lunedì 15 gennaio ‘18 nella sala de Il Tirreno, con un dibattito organizzato dai Circoli Modigliani e Einaudi, alla presenza dell’autore, moderato dal Direttore Luigi Vicinanza.

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Biotestamento, cattolici chiusi e liberali

I liberali considerano la legge sul testamento biologico una tipica legge per una convivenza fondata sulle scelte del cittadino. Essa regola con chiarezza la possibilità che un cittadino ,intenzionato a farlo, formuli una dichiarazione anticipata di trattamento sanitario riguardo la fine della propria vita. E’ convinzione dei liberali che un simile principio, oltre che civile, sia oggi condiviso dalla larghissima maggioranza dei cittadini, a prescindere dal volerne o meno usufruire. Ciò non toglie che vi siano anche i contrari, che per opporsi intendano adire le Corti di Giustizia. Attivarlo è un loro indiscutibile diritto.

I liberali viceversa confutano in pieno le argomentazioni addotte nella lettera al Presidente Mattarella scritta da importanti gruppi della cultura cattolica. Per provare il pregiudizio che secondo loro la legge recherebbe agli Istituti sanitari religiosi, sostengono che circa 230 strutture sanitarie cattoliche, non volendo applicare tale legge, perderebbero l’accreditamento dello Stato e quindi non potrebbero più operare. E scrivono “una simile conclusione si pone in contrasto con l’articolo 7 della Carta, e con gli Accordi concordatari che quella norma recepisce”. Un’argomentazione simile innanzitutto è un evidente tentativo di raggirare i cittadini e per di più è infondata nel merito tecnico.

E’ un tentativo di raggiro perché la legge non è impositiva e dunque i cittadini possono non applicarla. Così come possono non applicarla quei centri ospedalieri che abbiano scelto di non ricevere aiuti economici dallo Stato tramite convenzioni. Ma se la scelta è ricevere aiuti economici dallo Stato, allora si devono rispettare le procedure che lo Stato prevede. Ed è inoltre un’argomentazione tecnicamente infondata, poiché da decenni – fin dall’epoca del referendum contro il divorzio (1974) – la Corte Costituzionale ha chiarito che gli accordi concordatari non possono in alcun modo intaccare la sovranità dello Stato e i principi della Costituzione.

In conclusione, i liberali ritengono questo modo di argomentare usato da molte associazioni cattoliche un salto all’indietro nel convivere civile e un pericoloso rigurgito di tipo fondamentalista che mina ogni proposito di convivenza tra cittadini di culti diversi.

LIBERALI LIVORNESI

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