Ancora un documento vaticano che aspira al ruolo civile

Scritto per NON CREDO blog

La Dignitas Infinita – Lo scorso 2 aprile, il Dicastero Vaticano per la Dottrina della Fede ha pubblicato la Dichiarazione Dignitas Infinita , un documento abbastanza corposo frutto di una elaborazione lunga cinque anni, rivista dal Papa più volte. Argomenta in modo minuzioso e si prefigge di sviscerare il significato della dignità umana per la Chiesa  oggi. Dunque la procedura  in sé mostra l’inutilità di  cercarvi qualche novità strutturale  di dottrina (mentre lo fanno quasi tutti i professionisti della comunicazione). Invece il Documento contiene parecchie conferme della necessità –  sempre più urgente – di separare in modo netto lo Stato e la Chiesa e di irrobustire la pratica civile della libertà di religione.

La Dichiarazione Dignitas Infinita afferma all’inizio il solo fine di indurre alla  riflessione per non smarrire la strada. Esprime la convinzione che l’umano, in quanto creato da Dio e redento da Cristo, acquisisce  una sua inalienabile dignità. A questo avrebbe fatto eco il 10 dicembre 1948 la  Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo  dei paesi aderenti all’ONU.

Tale citazione illumina la logica del Dicastero vaticano. Infatti la Dichiarazione ONU non è stata sottoscritta dalla Santa Sede,  proprio perché emanata da una decisione terrena estranea al divino. Oggi la Chiesa la richiama per poter sostenere che  l’umanità fa eco a Dio quando tratta dei diritti umani, i quali, secondo la Chiesa, hanno origine da quella dignitas infinita impressa da Dio e certo non da un’artificiale autodefinizione umana. E’ una manipolazione logica. Collegata al rifiutare la realtà e al sostituirla con la supposta verità divina della dottrina. Una manipolazione reiterata con il dare alla dignitas l’aggettivo “infinito”, che anch’esso applica la vecchia abitudine del fimgere di includere nel mondo reale quell’infinito collegato strettamente  all’infinità divina ma di cui non esiste traccia effettiva.

Il riconoscimento all’Enciclica – In ogni caso, il reale intento della Dignitas Infinita è confermato dall’esplicito affermare che “l’enciclica Fratelli tutti costituisce già una sorta di Magna Chartadei compiti odierni volti a salvaguardare e promuovere la dignità umana”. Nel periodo dell’enciclica (ottobre 2020)  l’ho commentata in dettaglio sul n. 69 di Non Credo cartaceo, e a  quel commento rinvio gli interessati. Qui ne richiamo l’essenziale.

Scrissi che il fulcro della Fratelli Tutti sta nel citare un famoso detto di Aristotele (“l’essere umana è un animale politico”) per asserire che la missione della Chiesa non tocca solo il privato, bensì l’intera convivenza umana. E siccome la convivenza è il ruolo della politica, la Chiesa, riconoscendo l’autonomia della  politica,  le riconosce  il diritto di occuparsi del convivere ma insieme stabilisce il proprio diritto di occuparsene quale Chiesa. In seguito, il Documento aggiunge quali siano le finalità per cui la Chiesa non resta ai margini nel costruire un mondo migliore. E chiarisce che i ministri religiosi sono fuori dalla politica dei partiti ma non possono rinunciare ad occuparsi del modo in cui gli esseri umani convivono. Perché appunto la fisiologia dell’essere umano è interagire con gli altri  suoi simili.

In generale, sottolineavo che per l’enciclica la dimensione politica partitica e la dimensione religiosa non sono separabili, in quanto ambedue  concorrono al bene comune degli umani. Posizione inaccettabile per i laici (infatti  l’Enciclica già violava il Concordato), essendo palese che al giorno d’oggi il motore del mondo sono le scelte dei cittadini, non l’autorità religiosa. La quale non ha perciò ruolo nel progettare quelle scelte civili.

Dignitas Infinita,  ulteriori passaggi – Il definire la Fratelli Tutti la propria Magna Charta, conclude il giudizio di cornice sulla Dignitas Infinita: ha lo stesso difetto d’impostazione dell’Enciclica, l’antiseparatismo sfrenato. Per curiosità conoscitiva, vale però la pena di proseguire nell’esame del suo testo.

La dignità umana viene sezionata in quattro categorie interconnesse (ontologica,  morale, sociale, esistenziale). Già riferendosi alle prime due, la Chiesa conferma la sua dottrina tradizionale. La dignità ontologica riguarda  la persona creata e amata da Dio e perciò non può mai essere annullata. Mentre la dignità morale può essere “perduta” nell’agire umano. Da qui la necessità di lavorare con tutte le forze, prescrive il Documento Vaticano, “perché tutti coloro che hanno compiuto il male possano ravvedersi e convertirsi”. In tal modo la Chiesa giustifica ancora una volta il diritto  di imporre i suoi indirizzi nei comportamenti di vita, onde evitare il male della perdita della Dignità morale. Perché solo la Chiesa, almeno per i credenti, è depositaria del bene morale. Infatti la nostra dignità  “è un valore sacro che trascende ogni distinzione. Ci viene conferita, non è né pretesa né meritata”.

Successivamente il Documento del Dicastero per la Dottrina della Fede tratteggia la riflessione cristiana sul tema dignità umana nel corso dei secoli fino alla nostra epoca. Al giorno d’oggi, la Chiesa ha una triplice convinzione. La prima convinzione è che la Rivelazione conferisce alla Dignità umana un’indelebile immagine dell’amore di  Dio quale unità inscindibile tra anima e corpo. La seconda convinzione deriva dal ruolo dato da Dio a Cristo con il farlo incarnare e il renderlo del tutto partecipe dell’essenza umana, iniziando dalla “grande novità del riconoscimento della dignità di ogni persona, ed anche e soprattutto di quelle persone che erano qualificate come indegne” (convinzione da tener ben presente, poiché da essa muove l’idea che tra gli individui pesino di più i deboli, i miseri, i sofferenti, cioè l’avvio, al di là degli intenti,   di una grave distorsione concettuale nei meccanismi civili). La terza convinzione  riguarda il destino finale dell’essere umano, che per il Dicastero è  “la vocazione alla comunione con Dio destinata a durare per sempre”. Non è un’affermazione casuale. Infatti precisa pure che  ciascun essere umano è libero di manifestare la propria dignità  orientandosi verso il bene dell’amore di Dio  oppure di offuscarla con il peccato non vivendo alla sua altezza .

In proposito, adotta quanto detto da Benedetto XVI: “senza il correttivo fornito dalla religione, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale”. Quindi, ancora una volta, dando per scontata la figura di Dio e insieme l’immutabilità del tempo, la Dignitas Infinita in un sol colpo preclude la possibilità di una realtà probabilistica e del ruolo di una coerente autonomia umana nel conoscere.  In altre parole, rifiuta il maturare del conoscere. Nel frattempo  insiste nel tentativo di confondere l’impianto religioso con quello civile, rifacendosi alle parole di Papa Francesco, “nella cultura moderna, il riferimento più vicino al principio della dignità inalienabile della persona è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”,

Diffidenza sulla libertà individuale – Ma allora, perché la Chiesa non sottoscrive quella Dichiarazione? Non lo fa perché la Chiesa persiste nel ritenere che il principio della dignità inalienabile rientri esclusivamente nella dottrina religiosa e non debba sottostare alle valutazioni e decisioni umane. Quella dignità la ha data Dio e solo lui può garantire che il rispetto sia incondizionato. Dunque, è scritto nel Documento, la difesa della dignitas infinita “non dipende dall’arbitrio individuale ma deriva da un contenuto oggettivo, fondato sulla natura umana”.

Per di più , il Dicastero per la Dottrina della Fede intende evitare “la prospettiva riduttiva di una libertà autoreferenziale e individualistica, che pretende di creare i propri valori a prescindere dalle norme obiettive del bene e dal rapporto con gli altri esseri viventi”. Perciò entra apertamente nel campo del convivere civico. “Sempre più spesso  vi è il rischio di limitare la dignità umana alla capacità di decidere discrezionalmente di sé e del proprio destino, indipendentemente da quello degli altri, senza tener presente l’appartenenza alla comunità umana. In tale comprensione errata della libertà, i doveri e i diritti non possono essere mutuamente riconosciuti di modo che ci si prenda cura gli uni degli altri…..; quando la libertà viene assolutizzata in chiave individualistica, la libertà è svuotata del suo contenuto originario ed è contraddetta nella sua stessa vocazione e dignità”.

Queste parole vorrebbero apparire pensose ma in sostanza esprimono una concezione di non rispetto dei singoli cittadini. Prendendole sul serio, allora chi avrebbe titolo per stabilire come vivere la libertà di ciascuno? Tali parole, negando più volte il valore dell’autonomia individuale,  evocano  le norme obiettive del bene (senza precisare quali siano) e le qualificano come frutto della natura.  Così argomentando, la Chiesa fuoriesce dall’esperienza storica in vari sensi.

Suggerisce ancora il governo affidato alla divinità o al massimo a chi la rappresenta in terra. Insiste sulla impossibilità che l’individualismo adempia agli obblighi verso gli altri e in specie verso il resto del creato.  Non trascura neppure la nostalgia per i governi di chi sarebbe consapevole del bene comune e esercita il potere aggirando il  ricorso ai cittadini (di fatto ridotti a sudditi). In sintesi, manifesta una diffusa diffidenza verso la libertà individuale. La ragione  è che “il libero arbitrio spesso preferisce il male al bene, perciò la libertà umana ha bisogno di essere a sua volta liberata”.

Un problema senza risposta – Con questo ragionamento, viene posto il problema.  Cioè che “la liberazione dalle ingiustizie promuove la libertà e la dignità umana] ad ogni livello e rapporto delle azioni umane”. Ma chi agisce in concreto per liberare la libertà, considerato che secondo il Dicastero gli umani non ne avrebbero adeguata capacità? Non solo. Il Dicastero per la Dottrina della Fede scrive pure che perché sia possibile un’autentica libertà “ sul pilastro della dignità umana vanno costruite le strutture sociali alternative“. Ma chi costruisce queste strutture alternative?  Il testo non lo dice,  insistendo più volte, invece,  sul dover rispettare le indicazioni provenienti dalla religione di Dio. Un testo colmo di auspici accattivanti  ma pienamente disattento ai concreti risultati sperimentali.

Nel complesso è chiaro che il documento della Dottrina della Fede, da un lato approfondisce mediante esempi precisi le diffuse condizioni di grave disagio che violano la dignità  personale tra i cittadini, dall’altro lato non vuole accettare la lezione dei fatti. Eppure è un dato comprovato che, al di fuori della credenza religiosa, non può funzionare il buonismo pacifista secondo cui l’uguaglianza non si limita ai diritti ma deve riguardare i cittadini per intero. L’esperienza storica ha ripetutamente mostrato che il metodo di gran lunga più efficace per “liberare la libertà” dai flagelli sempre incombenti (come, per citare passaggi della Dicastero, la povertà, l’accoglienza dei  migranti, il commercio di organi, le violenze contro le donne e così via), è il conflitto sul cosa fare che si dipana tra gli stessi individui umani nel rispetto delle regole che loro stessi si sono dati e continuano a darsi. Non esiste un’élite cui affidarsi, né civile né religiosa, che decida cosa sia il bene e il giusto. Anzi, in base ai dati, i liberali sostengono che non può esistere.

Critiche malriposte – Tuttavia, non su questi aspetti vertono  le  critiche al documento piovute da parte dei mezzi di informazione dominati dal conformismo del dover essere civile, alla moda nelle proprietà e tra i giornalisti. Le critiche sono sulle materie del credo cattolico trattate dal Dicastero senza l’opportuno conformismo (quindi credibili solo se provenienti dai non cattolici dichiarati e soprattutto purché non violino la libertà di religione di ogni italiano) e, praticamente mai, toccano temi civili davvero fondati, vale a dire quelli del violare i principi della separazione Stato Chiesa o almeno la Costituzione.

Portare critiche del genere al Documento Vaticano, lo agevola, perché va incontro alle esigenze dei clericali. Di fatti non vengono trattati gli argomenti laici dell’autonomia civile, che mettono i clericali in oggettivo imbarazzo. Invece pullulano gli attacchi con uno sfondo di cultura impositiva (e sprazzi di anticlericalismo) non rispettosi della libertà religiosa oppure attribuzioni alla sola impostazione cattolica di caratteri che non le appartengono in quanto derivano dall’osservare il mondo concreto senza pregiudizi.  

Tra gli attacchi a sfondo impositivo si possono annoverare le critiche per il non volere l’aborto (ma per le istituzioni laiche è fondamentale la libertà di interrompere la gravidanza non il diritto di aborto), per il non volere l’eutanasia (di nuovo è fondamentale la libertà di ricorrervi da parte della persona interessata, non il diritto di praticarla a terzi),  per non volere la maternità surrogata (di nuovo per le istituzioni laiche è fondamentale la libertà di ricorrervi secondo i meccanismi di legge ispirati alla libertà individuale, non il diritto di praticarla a piacimento). Tutti casi in cui la legge da facoltà al cittadino individuo e non impone alcunché.

Del secondo gruppo è lo scandalo con cui troppi media hanno accolto il rifiuto della Dignitas Infinita per la teoria del gender. Tale rifiuto non è un capriccio che si è inventato il Dicastero per la Dottrina della Fede. E’ un fatto reale che tale teoria “cancelli le differenze nella pretesa di rendere tutti uguali” o che “non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare”. Chi attribuisce alla dottrina cattolica la scoperta di questa realtà sperimentalmente  innegabile, le riserva in campo civile un merito che non è suo e nel medesimo campo ne allarga la zona di influenza. Avversano la teoria del gender anche i laici, che hanno tra i loro principi fondanti lo stare alla realtà concreta. Solo che i laici, essendo pure fautori della libertà individuale, pensano non solo che ogni cittadino sia diverso dagli altri, ma che possa comportarsi di conseguenza nel rapporto con il suo corpo. Per cui ciascuno ha diritto di sentirsi in grado di avere una dimensione sessuale propria, nella mentalità o nel trasformarsi per via chirurgica.

Solo il tentativo più recente –  Per tutte le ragioni fin qui esposte, la Dignitas Infinita, utilizzando l’aggiornata sottigliezza gesuitica del suo Pontefice, percorre  la strada dell’Enciclica Fratelli Tutti sul terreno tradizionale della dottrina della Chiesa. Pertanto, i laici rispettano le scelte religiose indicate dalla Dignitas Infinita (e ne garantiscono la libera pratica) ma di nuovo le ritengono inadoperabili per governare nella Repubblica Italiana la convivenza tra i liberi cittadini, nel concreto e al passare del tempo. 

Basti pensare all’asserzione della Dignitas Infinita (che è assurda sotto il profilo sperimentale), per cui il cuore dello spirito politico  sarebbe “sempre un amore preferenziale per gli ultimi”. Un concetto che denota l’intento di vedere la realtà in permanenza avvolta in un sogno di speranza.  Cioè di qualcosa che nella storia non si è mai realizzato. Di qualcosa che è stato sempre utilizzato per lasciare gli ultimi, resi ebbri dal sogno. in balia effettiva dei potenti del momento. Un’ antica attitudine di governo, che ha iniziato a cambiare a metà del 1600 , quando iniziò a circolare l’empirismo che affidava la gestione delle cose del mondo alla libertà degli umani e non al libri della divinità e della Chiesa sua rappresentante. E che da allora ha continuato ad evolversi nelle cose del mondo, ampliando di continuo e a dismisura la conoscenza e la libertà dei cittadini individuo.

Peraltro, da quell’epoca e ancor oggi, l’organizzazione ecclesiastica non ha mai veramente riconosciuto di non essere  più il fulcro del potere.  E quindi in ogni tempo ha cercato di reperire, nelle pieghe della vita reale, tutte le storture e le carenze esistenti (da qui oggi il continuo richiamare la difesa dei più deboli)  per proseguire nella pratica di illudere che la soluzione dei problemi  si può trovare nelle speranze e nei sogni della religione invece che nei conflitti della libertà umana (e dunque nell’individualità e non nella massa, nella diversità delle persone e non nella loro uguaglianza). Confidando, con un simile accorgimento, di poter  acquisire ancora una volta il centro del palcoscenico.  Dignitas Infinita ne costituisce la riprova più recente.

Ed è per tale motivo che il mondo laico deve mantenersi vigile. Pieno rispetto alla libertà di credo e piena attenzione a non cadere nei tentati raggiri. Non dimenticando mai, perciò, di svolgere critiche fondate sulla realtà e lontane dalle suggestioni del conformismo ossequioso nei confronti delle esistenti gerarchie di potere clericale, pure civili.

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Dar forza ad una formazione delle libertà

Un articolo su cui riflettere Federico Rampini, il prestigioso giornalista italiano  che per decenni ha vissuto in Cina e negli Stati Uniti, ha scritto sul Corriere in data 21 marzo un articolo assai chiaro e lucido  nel contenuto dell’argomento trattato. Come al solito. In più, questa volta, un testo che da ai liberali lo spunto per un’accurata riflessione.

L’argomento trattato da Rampini sono lo sdoganamento della violenza e gli adulti dimentichi della loro funzione educatrice. Partito dal gesto di uno studente che ha mimato il puntare una pistola contro la Meloni, l’articolo traccia un paragone tra gli anni ’70 in Italia e il mondo di oggi, negli USA e in Italia. All’epoca, narra Rampini, io ero un appena maggiorenne iscritto al PCI di Berlinguer e gli opposti estremismi dei giovani si ricongiungevano  nelle armi e nel considerare la repubblica italiana borghese e fasulla. C’erano però degli adulti capaci di contrastare l’imbarbarimento, I vecchi comunisti non erano indulgenti con chi praticava il fanatismo ideologico. La generazione nata in questo millennio è in preda ad una nuova febbre dell’estremismo. Gli eventi che spingono a sdoganare la violenza sono davvero abominevoli. Ma non hanno giustificazioni le violenze contro le istituzioni, assaltate e incendiate, un attacco frontale all’ordine pubblico. Gli ideologi di sempre soffiano sul fuoco della rabbia giovanile.

Quando  “Hamas ha trucidato ebrei, massacrato bambini, violentato donne, e molto prima che partisse la controffensiva dell’esercito israeliano, senza indugi era scattata la solidarietà con i terroristiIl gesto della pistola in molti cortei studenteschi sta a significare che il palestinese — oppresso per definizione — è legittimato perfino a commettere atrocità, visto che deve castigare l’oppressore”.

Rampini scrive che “a dividere il mondo in buoni e malvagi, vittime e persecutori, sfruttati e sfruttatori, sono prima di tutto gli adulti che indottrinano le nuove generazioni…. l’esplorazione della realtà viene scoraggiata, è più rassicurante il conformismo di massa. Un pezzo di gioventù non vuole interrogarsi su dove siano finiti fiumi di miliardi di aiuti umanitari per i palestinesi, donati soprattutto da noi occidentali”. E prosegue aggiungendo “lo sdoganamento della violenza è evidente nelle forme di lotta praticate dagli ultrà dell’ambientalismo…. Ma non saranno gli ultimi abitanti della terra: grazie al capitalismo mostruoso, che investe nell’innovazione sostenibile e ci ha dato le tecnologie verdi

 Gli adulti, conclude Rampini, giustificano ogni deriva fanatica e rinunciano ad essere educatori. “La gioventù occidentale gode di privilegi enormi: non solo il benessere materiale ma libertà senza precedenti nella storia. Eppure è infelice perché convinta di vivere nella civiltà più oppressiva, ingiusta, distruttiva e schiavizzante. L’idea di progresso la disgusta”.

Come si vede, simili considerazioni per un liberale sono solo considerazioni ovvie. Sa mai, anche parecchio in ritardo. Certo Rampini ha almeno il coraggio di esporle, perfino  osando criticare, lui di origine berlingueriana, un attacco alla Meloni. Peraltro il punto è un altro. Nell’articolo le considerazioni vengono esposte come una grande novità derivante dal degenerare dei costumi o dalle carenze dei genitori e dei più anziani. Tutto ciò Rampini lo scrive in modo incisivo, ma senza  citare  né accennare mai in tutto l’articolo né alla parola né al concetto liberali e neanche liberalismo. Non si tratta di una questione semantica, tanto meno attribuibile al solo Rampini, né un accorgimento per criticare gli attuali anziani. Tale assenza testimonia una mentalità assai radicata tra gli italiani. Liberali e liberalismo sono, se va bene, relegati  nelle ultimissime file. Un atteggiamento sorto  dal ritornello fischiettato  per decenni dalla propaganda della cultura cattolica prima e di quella comunista poi, in seguito  mischiate e dilagate nel mondo sindacale, in quello del lavoro,  penetrate nelle redazioni dei mezzi di informazione e da qui introdotte nella mente di milioni di italiani.

I liberali sono quelli che praticano il liberalismo e il liberalismo  sarebbe  il luogo di raccolta di ogni bruttura e del culto del profitto succube degli interessi padronali. Fattori che sarebbero all’origine delle ingiustizie sociali nonché del trascurare i più deboli. Inoltre il liberalismo sarebbe pericolosamente incline al prestare attenzione alle idee laiche, irrispettose dell’autorità di chi sa e del conformismo religioso, pauperistico e del comunicare secondo i dettami della moda. Di conseguenza – anche se negli ambienti più accorti si evita di dirlo apertamente – i liberali dovrebbero restare da parte, perché la loro esistenza sarebbe la radice dei guai della società. Al massimo, i più furbi tentano di sfruttare i liberali cercando di esibirne certe intenzioni obiettivamente aperte, tentando di assorbirle come orpelli dei sogni immaginifici propinati ai cittadini sudditi dai grandi soggetti partitici detentori del potere di governare l’Italia con le promesse solo da enunciare e non da costruire.

Richiamato lo stato delle cose, questo mio  articolo intende confutare nel profondo le posizioni citaate fin qui. Perché tali posizioni  non si limitano affatto ad esser   distinte da quelle liberali bensì sono a loro opposte ed esprimono una meditata inimicizia.  Ormai siamo ad un punto che i liberali non possono più accettare con rassegnazione un simile stato di cose, perché questa rimozione del liberalismo non è un vezzo espressivo, bensì un metodico rifiuto delle idee liberali e del praticarle. Proprio quando, tra l’altro, le vicende italiane mettono ogni giorno in evidenza la reale necessità di utilizzare (tempestivamente e non poco) anche i principi liberali.

Giovani e Libertà – L’articolo di Rampini ad un certo punto afferma sì che oggi la gioventù occidentale gode di una libertà senza precedenti. Peccato che sia una cenno scorrevole  e irriflessivo, che non ragiona in alcun modo su cosa ciò significhi e su quale sia stata la strada per arrivarvi. Il difetto dell’attuale situazione sta in questa perdurante carenza di riflessione sulla forza della libertà e su cosa induca.  Mentre la libertà non è un caso fortuito o un dono divino, destinati a restare eterni una volta arrivati.

La libertà è il frutto di decenni di crescita dell’osservare con intenti sperimentali  i rapporti esistenti nella convivenza umana e nel mondo circostante. Un osservare realizzato mediante l’uso della spirito critico individuale adottato da insiemi sempre più numerosi di cittadini. Il criterio sperimentale nell’osservare, nell’assumere iniziative materiali e nel verificarne i risultati senza pregiudizi e restando  ai fatti – il tutto applicando lo spirito critico individuale di ogni  osservatore –  ha avuto successo , a passo a passo  e con il tempo,  nell’opera di  costruire strutture istituzionali che fanno da cornice all’esercizio materiale della libertà di coloro che vivono entro i loro confini.  E’ questo il meccanismo che ha creato  il clima  diffuso di libertà  e  concretizzato il progresso nel convivere, caratterizzandolo   con il frenare il ricorso alla violenza fisica quale strumento di interrelazione.

Ii vastissimo mondo dei non liberali non si accorge di tale meccanismo della libertà. Non fa finta. Proprio  non lo  vede, poiché estraneo ad abitudini secolari nel relazionarsi e perciò non percepibile. Ne è un tipico esempio Rampini, che pure è persona intelligente, colta  ed abituata ad osservare ciò che avviene. Però guarda ciò che avviene secondo le abituali regole dello scontro di potere, in  un paese o tra vari paesi. Il meccanismo della libertà sfugge a queste dinamiche poiché non esibisce la forza dei muscoli o delle coorti, bensì  esprime  valutazioni sperimentali.    

Un sistema simile ha cominciato ad emergere intorno a metà del 1600 , epicentro  Scozia. Da allora ha continuato ad allargarsi e ad approfondirsi in zone geografiche sempre più estese man mano che sono maturati i tempi della consapevolezza. Essa ha modificato nel profondo conoscenze ed abitudini di secoli, introducendo dei criteri molto innovativi nei rapporti degli osservatori umani. tra di loro  e con le cose del mondo. Tale cammino è proseguito, e al giorno d’oggi è possibile dare una descrizione sintetica del liberalismo nei termini esposti di seguito, che ne illustrano le caratteristiche attuali prima del suo fisiologico evolversi successivo. 

Caratteri del liberalismo – La cultura liberale è un reticolo assai connesso di non meno di SEI caratteri tra loro interdipendenti, tutti essenziali: libertà di esprimersi,  individuo al centro, spirito critico, diversità di ciascuno , esperimenti per conoscere, uguali diritti legali.   Il pernio del liberalismo è affidarsi al metodo della libertà. Un metodo che si applica indistintamente ad ogni individuo umano, il quale  esercita la libertà agendo in via autonoma sperimentando nella sua diversità con l’adoperare il proprio spirito critico, e nel rispetto, quanto ai rapporti interpersonali, delle regole vigenti scelte dai conviventi per dirimere i conflitti tra le iniziative individuali. Il liberalismo  è, per natura, fortemente innovativo. Sotto il profilo storico la grande novità fu l’imperniarsi sull’umano e non più sul divino, che si manifesta mediante un libro sacro, i comandamenti e i sacerdoti. Una grande novità fu  anche ridurre, un po’ alla volta,  il ricorso all’uso della forza fisica per dirimere le dispute.  E più in generale, ancora in seguito, ridurre il ricorso alla violenza. Crebbe a dismisura la pratica di contare le teste invece che di tagliarle. Avere libertà di opinione, culturale e politica, senza distinzione di sesso, colore della pelle,  di religione, di lingua,  di condizione sociale e di salute di ognuno, è divenuto  indispensabile per ogni paese civile. In realtà, tale concetto di libertà individuale rappresenta la connessione inestricabile tra l’umano e i fatti a lui circostanti, che rende la libertà una libertà di scambio senza mai farne un principio teorico.

Ovviamente, l’utilizzo della libertà ha investito anche un altro aspetto decisivo della vita, vale a dire quello del procurarsi le risorse indispensabili per nutrirsi e per affrontare le intemperie. La libertà economica è un dato imprescindibile della libertà (come sottolineò con forza Einaudi) ma la libertà umana resta pur sempre un fattore più ampio dell’economia, che è un attributo. Per questo la libertà di operare in economia, chiamata liberismo, è parte del liberalismo ma non può prenderne il posto, siccome il liberalismo attiene alla libertà individuale nella suo interezza.  In più, come hanno dimostrato le esperienze storiche in ogni parte della terra, l’economia non riesce a svilupparsi positivamente mediante criteri pianificatori all’insegna di principi collettivistici. E dunque fare economia rientra in pieno  nell’esercizio della libertà.

Passando il tempo, è stato chiarito che la libertà non è un compatto pezzo unico. E’ composta da un insieme di differenti libertà, in sostanza è plurima. Va esaminata mettendone in rilievo caratteri distinti, dotati ciascuno della propria importanza. Ed altresì è stato chiarita l’importante distinzione  tra “libertà da qualcosa” (cioè non essere impediti da  costrizioni)  e “libertà di qualcosa” (cioè un  individuo è libero di fare ciò che egli vuole). Con l’ulteriore specificazione che nella sostanza la “libertà da qualcosa” qualifica  la libertà di poter agire e la “libertà di qualcosa” qualifica la libertà della volontà di come agire.

In tema di libertà, nel tempo è sorto un grosso equivoco di attribuzione,  tra chi riferiva la libertà  (come i liberali) agli individui e chi (come gli statalisti a vario titolo, religioso oppure ideologico) la riferiva alla collettività. Ma riferire il termine libertà al concetto di collettività è un vero e proprio ossimoro rispetto alla svolta del ‘600 e al suo realizzarsi. Di fatto sarebbe il ritorno alle epoche in cui   dominavano i libri sacri, i comandamenti, le elites dei presunti  sapienti che si approfittano dei più deboli.  Per i liberali, il concetto di convivenza si riferisce  ad una somma di individui e non ad un tutto organico. L’autonomia dello scegliere  è una caratteristica dell’individuo responsabile, che poi si applica su più  ampia scala   ai molti individui  conviventi, senza mai trasformarsi in espressione di cui si presume sarebbe capace solo una comunità individualmente indistinta, unica titolare del dettare una linea politica comune.  Così facendo si tornerebbe ad antichi modi essere di idee passate,  quali la nazione, i  gruppi etnici, la patria

Ebbene, nella concretezza reale,  la linea politica viene scelta attraverso i conflitti tra i progetti differenti, nei dibattiti pubblici  e poi via via  tramite il voto a  maggioranza.  In questo modo si crea un ponte tra le aspirazioni e  gli interessi di ogni cittadino, in quanto privato e in quanto convivente. Se non fosse così – ce ne è la prova storica –  il collettivo prenderebbe il sopravvento sull’individuo e ne calpesterebbe la libertà materiale. Insomma, iniziando dalla libertà politica si affrontano e si risolvono anche le questioni sociali e in particolare quelle del mondo del lavoro. Dando la sicurezza nei godimenti privati, come facciamo noi moderni, si ottiene pure  il distribuire il potere sociale fra tutti i cittadini, come facevano gli antichi.  Per ottenere simili risultati nella struttura del convivere, debbono esistere  delle istituzioni costruite con il fine di poter  dare regole all’insegna della libertà e di farle rispettare (dunque la libertà non è minacciata dallo Stato, al contrario è lo Stato non invasivo  che tutela la libertà).

Allo stesso modo. l’esercizio del voto non va riservato  in base al censo, poiché lo stato economico vien dopo il vivere, dal cui nucleo discende l’essenza del votare. Con lo stesso motivo del praticare la libertà tra i cittadini, i liberali si oppongono al voto pesato a seconda del grado di istruzione del singolo cittadino. Anche qui, il votare è un attributo del convivere in un dato luogo, e non può dipendere da altri fattori che, pur rientrando nel convivere, sono estranei alla sua essenza. E il termine individuo si riferisce a ciascuno dei viventi e non a chi è dotato di alcune doti piuttosto che altre).

Tutte queste distinzioni fanno anche intendere il perché libertà e democrazia non siano affatto equivalenti. La libertà implica la democrazia (a ragione del dover rispettare tutti i sei caratteri della libertà)  mentre non è necessariamente vero il viceversa , vedi i  casi della Cina, della Russia, dell’Arabia Saudita, ad esempio, ove la democrazia si riduce a pura partecipazione priva di facoltà decisionale.. Le medesime distinzioni fanno pure intendere come siano infondate le pretese, che emergono ricorrentemente, secondo  cui ilberaldemocrazia e liberalsocialismo sarebbero equivalenti (quando costituiscono il tentativo  socialista di rimediare dando l’impressione di accogliere nella propria visione temi liberali) . Non è così, in nessuno dei due casi. Aggiungere  il termine democrazia alla radice liberal non amplia l’esprimersi della libertà, mentre  i concetti liberalismo e socialismo  sono tra loro assai distinti e metterli insieme creerebbe un ircocervo, come diceva Croce, cioè un animale immaginario.

In prospettiva il liberalismo è ancor più necessarioNon ha motivo fondato rifiutare il metodo della libertà individuale. Anzi, spesso inclino a stupirmi parecchio del fatto che troppi cittadini, anche qualificati ed esperti, a poco meo di quattro secoli da quando è nato il sistema di soffermarsi sulla libertà individuale per conoscere di più e meglio governare il convivere, insistano nel rifiutare appunto il metodo della libertà individuale nonostante  gli indubbi successi riportati nel medesimo periodo e che fin qui ho richiamato (oltretutto accertati). Tuttavia è un fatto innegabile, con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni e che prosegue nel dilagare ovunque.   

Si pensi, ad esempio, come nella politica siano usati di continuo concetti di per sé sorpassati spacciandoli per attualissimi. Che sono tutti contro la mentalità liberale. Tipo ossequiare l’auspicio di un “governo mondiale” composto da chi non è mai votato da nessun cittadino della terra (che rimpiazza la libertà individuale con il mondialismo dei potenti). Tipo esaltare l’ “unità” che evoca quale valore l’unità di vari soggetti distinti  (si è già visto che non esiste l’unità della libertà). Tipo  parlare di “certezza” che evoca la verità del libro sacro (idea non compatibile con quella di libertà) . Tipo  sollecitare l’avvento della “comunità” che evoca un nesso intimo dello stare insieme mettendo in disparte o addirittura escludendo l’individuo (cosa inconciliabile cona la libertà dei liberali)  Tipo  invocare la “sicurezza” che evoca l’esclusione del pericolo (mentre l’assenza di  pericolo risulta estranea al vivere  in libertà). Tipo insistere nell’uso del termine “rivoluzione” al posto di “cambiamento”  (che perpetua il sogno di poter innovare a prescindere dalle condizioni di libertà). Tipo inclinare  all’antico uso  della “guerra” per difendersi nei contrasti internazionali, piuttosto che insistere nel caparbio  ricorso al  tessere lo “scambio” (che della libertà è l’operatore fondamentale).  E si potrebbero estendere le citazioni al riguardo. Senza contare che anche il prorompente arrivo dell’Intelligenza Artificiale  fornisce una protesi aggiuntiva alla capacità operativa dell’individuo  e con ciò potenzia le sue possibilità di utilizzare la propria libertà ed i modi di farlo. 

Già per questo stato di cose, sarebbe  indispensabile rimediare, impegnando i cittadini convinti dell’importanza dello strumento libertà individuale, a rafforzare una formazione politica che sostenga la libertà nei suoi diversi aspetti, adottando atteggiamenti espliciti mediante comportamenti coerenti. Sono gli avvenimenti stessi che da molto tempo lo stanno richiedendo. Peraltro, va detto che  la conoscenza della realtà ci ha condotto , ancora una volta, molto più in là. Si sta aprendo un nuovo capitolo – anzi a livello della conoscenza scientifica si è già dischiuso – che sollecita con sempre maggior evidenza il dover tenere conto nelle scelte politiche delle dinamiche indotte dal praticare innanzitutto  la libertà nei rapporti di convivenza.    

A inizio autunno del 2023, ho pubblicato su Libro Aperto un articolo cui intendo ora riferirmi. In quell’articolo ho descritto abbastanza a fondo le conseguenze dalla famosissima (nel campo della fisica) discussione iniziata nella seconda metà del 1920 tra Albert Einstein e Niels Bohr, due Premi Nobel,  a proposito di quale significato avesse l’equazione fondamentale della meccanica quantistica. La fisica quantistica è una fisica molto diversa dalla fisica classica e si applica a livello microscopico. L’equazione fondamentale funzionava perfettamente già allora, ma nessuno  ne capiva il senso, nonostante che  utilizzarla stesse permettendo di capire una serie di fatti prima inesplicabili.

 La questione rimase aperta per decenni e nel frattempo aveva fatto arrivare a numerose  invenzioni decisive, tra tutte la luce laser.  Quando oltre cinquanta anni dopo l’inizio di quella discussione, il mistero cominciò a diradarsi, si capì prima di tutto che era nel giusto la spiegazione di Bohr e che il mondo quantistico microscopico  è probabilistico.  Nel mio articolo sopra citato (che giunge ai giorni nostri) ho spiegato che la memoria dell’informazione quantistica opera nel medesimo istante su un numero molto maggiore di dati  e così diviene capace di risolvere in tempi umani problemi di calcolo complicatissimi non risolvibili dai computer tradizionali negli stessi tempi. Dunque i meccanismi quantistici a livello microscopico hanno analogie di rilievo nelle relazioni tra gli umani viventi. Perciò occorre impegnarsi a cogliere le analogie con la quantistica quando si lavora al costruire le istituzioni quadro della convivenza umana. Io, di analogie, ne ho indicate sette. E, non per caso, tutte e sette  si collegano a caratteri della libertà nel costruire gli istituti del convivere.

Le analogie tra libera convivenza e meccanica quantistica – La prima analogia è lo stare ai fatti reali  e abbandonare le teorie dei libri sacri oppure delle ideologie. Sono culture  che  percepiscono  la realtà come continua (di fatti  per duemila anni non si è colta  l’esistenza dei quanti di energia), cosa che deriva dalla fisiologica impossibilità degli organi di senso umani di rilevare le microscopiche distanze, e così di vedere compatti anche sistemi che non lo sono.

La seconda analogia è il riconoscere che la realtà è dominata dalla probabilità e non ricorre a forme di  determinismo automatico nei modi e nei tempi.  Ciò significa che il sistema della libertà tra i cittadini è il solo adatto a governare il convivere fondandosi davvero sulle scelte individuali di cittadini autonomi ed evitando di evocare masse indistinte di cittadini.

La terza analogia verte su ciò che insegnano le onde quantistiche, le quali  esistono solo in quanto insieme di soggetti diversi uno dall’altro, che allo stesso tempo  manifestano traiettorie simili mantenendo la propria diversità.  Nella convivenza umana,  questa terza analogia fa comprendere il dato che la propulsione all’agire risiede nelle scelte dei singoli soggetti diversi, che si esprimono disponendo ognuno di un uguale diritto legale nelle relazioni del convivere e per il resto manifestano scelte diverse in un ampio arco di possibilità.

La quarta analogia, visto che nella meccanica quantistica è provata la non esistenza della piena prevedibilità,  sta nel non ritenere il predisporre un progetto sufficiente a realizzarlo e perciò nell’esser consapevoli che ciascun progetto si realizza  a passo a passo. E che partecipare  alla convivenza  richiede di esprimersi  in modo propositivo, senza limitarsi al dissenso.

La quinta analogia è non smettere, al passar del tempo, di ricercare il conoscere ciò che ci circonda e di utilizzare i ritrovati tecnologici, senza cedere alla propaganda contraria basata sulla paura del nuovo e sul proseguire la tradizione ad ogni costo. Di fatti. l’aver incluso il probabilismo comporta l’ineluttabilità del cambiare e quindi impone l’adottare quale fattore chiave ineludibile il  tempo che scorre (oltretutto visto che l’intricazione che può esserci tra particelle quantistiche nega la stretta connessione spazio tempo supposta da Einstein, e rende non sempre operante il concetto di distanza nello spazio). Lo scorrere del tempo richiede di continuo nuove energie e risorse per alimentare i meccanismi vitali.

La sesta analogia sta nell’accettare che ogni umano  lascia una traccia nel mondo  solo con i suoi comportamenti e il suo manifestarsi pubblico. Ciò esclude il poter fare a meno di un’istituzione che raccolga le regole del convivere tra cittadini diversi. Vale a dire la suggestione  di abbandonare il fattore stato.  

La settima analogia si applica all’espandersi  capillare nel mondo dei collegamenti elettronici , con il risultato di colmare distanze enormi, di connettere sistemi politici opposti e di porsi al di là delle condizioni socio economiche dei territori. E’ un espandersi che rimane distinto dall’intricazione quantica. Che peraltro  – a partire da metà anni 1970 con l’avvio del connettersi di terminali e computer mediante reti diverse e poi dall’inizio dell’ultimo decennio ‘900 con il World Wide Web, i cellulari e il GPS – si è differenziato sempre più dal preesistente telecomunicare, così attuando un’interconnessione diffusa che offre servizi informativi e lavoro intellettuale a distanza, in tempi pressoché istantanei. Quindi aumentando ruolo e peso dei cittadini individui, con le conseguenti problematiche dell’integrare le  regole del convivere.  

Dar forza ad una formazione delle libertàAcquisire la consapevolezza politica del significato della meccanica quantistica riflesso nel campo dell’umana convivenza, fornisce un  ulteriore supporto all’urgenza di dare nuova forza ad una formazione delle libertà. Perché senza una simile formazione, il quadro politico è privo di un centro di attrazione per i cittadini liberali e di conseguenza è incapace di rappresentare le ragioni ineludibili della libertà individuale nel governare la convivenza alla luce dei risultati sperimentali. Di fatti, tutti i gruppi che esprimono movimenti non liberali (ancor peggio se illiberali) non sono in grado di assumere da soli provvedimenti ispirati alla libertà in modo concreto. Poiché, anche quando, talvolta, usano la parola libertà,  non vogliono dare alla libertà quel ruolo prioritario che ha nella vita quotidiana (ad esempio, basti pensare allo slancio contraddittorio con cui quasi tutti questi gruppi si precipitino a cercare, quasi si trattasse di uno spettacolo,  un  protagonista unico che incarni e capeggi  l’intera libertà individuale).

Deve anche essere sottolineato che una formazione della libertà si distingue non solo per i suoi contenuti di idee, ma anche per la maniera in cui esplica la sua influenza. A differenza dei partiti tradizionali – i quali intendono pesare solo in base al numero dei voti raccolti –  la formazione delle libertà  lavora soprattutto influenzando il dibattito delle idee, delle proposte e, con questo mezzo fondato sui risultati, tessendo alleanze con i gruppi più vicini. In tal modo applicano il criterio collaborativo del convivere, senza bisogno di appartenere ad una massa. Oltretutto tale   caratteristica ha l’ulteriore pregio di allontanare il ricorso non solo alla violenza fisica, ma anche alla violenza mentale (rifuggendo, ad esempio, da quella dei confronti tv dedicati ad urlare immersi  nel voyeurismo sociale).

Una siffatta formazione delle libertà deve impegnarsi ad individuare quelle che giudica essere in Italia, in ciascun momento storico,  le maggiori minacce al libero convivere.  Al giorno d’oggi queste minacce vengono in primo luogo da quanti  hanno abbandonato il grande progetto innovativo della libertà che costruisce l’Europa dei cittadini  abitanti i suoi territori, cosicché l’Italia è regredita  al sostenere l’odierna Europa degli Stati sovrani (e questa, neppure se  arrivasse a darsi la forma di  Stati Uniti d’Europa, potrebbe davvero, nel momento storico presente, realizzare una convivenza aperta  rispettosa dei principi della libertà individuale dei suoi cittadini). In secondo luogo tali minacce vengono non soltanto da  coloro che nelle istituzioni svolgono ruoli pubblici, in quanto rappresentanti eletti oppure funzionari in carriera, e non adottano i criteri della libertà individuale. Ma soprattutto  da coloro che svolgono funzioni di produzione o da coloro che operano nella comunicazione. Ambedue sono essenziali per riportare l’individuo e la conoscenza al centro della cultura diffusa nel paese.

I primi sono gli imprenditori, in specie quelli con aziende di notevoli dimensioni, i quali non devono pensare solo all’immediato profitto monetario, ma anche al valorizzare le singole attitudini dei dipendenti nel lavorare e nel conoscere. I secondi sono gli editori e i giornalisti, i quali non devono pensare solo a quanto vendono le loro testate, cartacee o via web, ma anche ad informare i lettori con notizie di ciò che avviene senza piegarle alle proprie convinzioni (altrimenti il giudizio è distorto, come ad esempio succede omettendo le annose responsabilità Nato in Ucraina, che hanno agevolato l’autocrazia russa). Un corretto agire di questi due gruppi – e del resto, ancor prima, della scuola pubblica, tenuta per natura all’imparzialità – è essenziale per sviluppare in ogni cittadino quello spirito critico che è l’effettivo motore del cambiamento e dello sciogliere i nodi vitali man mano che si presentano (restando all’attualità,  il regresso di non pochi Senati Accademici  incapaci di vedere la minaccia  in campo universitario  del montante pregiudizio illiberale, antiebraico e antiisraeliano).

IL mondo liberale, se vuole evitare di contraddire lo spirito della libertà, deve cessare di essere rinunciatario come è stato negli anni recenti. Diffondere le proprie convinzioni imperniate sulla libertà individuale non sono mai prediche inutili. Perché , nonostante le illusioni contrarie, la battaglia delle libertà richiede tanto impegno e deve essere incessante. La maturazione è sempre lenta ma i frutti saranno eccellenti e finiranno per ripagare il paziente lavoro civile. Che in ogni caso non si esaurirà mai.

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Cronologia del liberalismo, Cap. 4.2 b 1

Nona parte della CRONOLOGIA ESSENZIALE DEL LIBERALISMO

4.2 b  In Italia, gli ultimi governi liberali –  4.2 b .1 Fino a fine marzo 1911. Nei primi anni del ‘900, come ho osservato al  termine del paragrafo 3.11 b, in Italia il dibattito politico si svolgeva soprattutto sull’allargare l’intervento impositivo dello Stato, vale a dire tra i marxisti e i conservatori. Peraltro i liberali mantenevano un peso rilevante sia in campo politico che culturale. In quello politico, durante il primo quarto di secolo, spiccò la figura di Giovanni Giolitti; in quello culturale  divenne  dominante in modo stabile la figura di Benedetto Croce  e in quello economico e pubblicistico iniziò a maturare il contributo di Luigi Einaudi.  

Il ‘900 si aprì con la caduta del governo ultra conservatore del generale Pelloux, seguita dalle elezioni generali ad inizio giugno,  vinte con oltre il 50% dei voti dalla Sinistra Storica: la quale era sinistra rispetto all’area moderata, ma aveva sempre più esponenti di cultura liberale, e infatti non ne facevano parte le liste del PSI, del PRI e dell’opposizione radicale (nel complesso circa un quarto dell’elettorato). Dopo le elezioni, per comporre la contrapposizione  tra i gruppi parlamentari all’origine del ricorso alle urne, fu incaricato il Presidente del Senato, l’anziano Saracco, seguace di Cavour in gioventù, poi esponente di lungo corso della Sinistra, con la quale aveva ricoperto vari incarichi ministeriali.   La prima emergenza gli si presentò dopo un mese con l’ assassinio del Re Umberto I (a Monza per mano anarchica) e venne superata con la condanna di un arco parlamentare larghissimo. Sei mesi dopo, il governo si dimise a seguito di un emendamento parlamentare  che non  approvava il giudizio del Governo  circa l’operato del Prefetto di Genova in merito ad uno sciopero dei portuali (nel corso del dibattito, Giolitti, e più genericamente Sonnino, accennò alla prospettiva di coinvolgere il PSI al governo al fine di stabilizzare le istituzioni e di rafforzare le scelte riformistiche). Il nuovo Re, Vittorio Emanuele III, nominò capo del Governo Giuseppe Zanardelli.

Da giovane Zanardelli si era impegnato nei moti risorgimentali del 1848,  era divenuto deputato nel 1860 e da allora aveva seguito sempre la medesima linea politica di tipo liberale (in un suo libro scrisse “lo spirito feudale anima ancora molte delle nostre istituzioni”), contro il trasformismo anche dall’opposizione, ricoprendo più volte incarichi ministeriali. In particolare alla Giustizia, ove Zanardelli aveva varato il Codice Penale entrato in vigore dal 1890, che era già attento ai diritti dell’uomo e del cittadino (restò per un quarantennio fino al codice fascista). Nell’ultimo decennio del secolo, Zanardelli in pratica intervallò l’incarico di Presidente della Camera con quello di Ministro, sempre coerente con la sua impostazione liberale, e quindi contro le politiche di Crispi (insuccessi coloniali tinti di personalismo) da un lato e dall’altro di Di Rudinì e ancor più di Pelloux (nettamente spostati a destra, il secondo con venature reazionarie). Zanardelli divenne Primo Ministro a metà febbraio 1901 – nonostante il capogruppo dei liberali fosse Sonnino – per il forte appoggio dei giolittiani (che volevano una convergenza tra Sinistra Storica e Partito Liberale Costituzionale)  e per la disponibilità dei socialisti nell’opposizione . Nel governo Zanardelli chiamò due importanti liberali, lo stesso Giolitti agli Interni (per indicare che era finito i tempi dell’impostazione repressiva, oltretutto  innovando la pratica esistita fino ad allora di mantenere l’incarico nelle mani del Presidente del Consiglio) e Francesco Cocco Ortu alla Giustizia (per sottolineare la continuità di idee con quando a tenere lo stesso Ministero era proprio il Presidente del Consiglio in carica).  

Presentando il Governo, Zanardelli dichiarò che l’indirizzo sarebbe stato il rispetto della libertà e delle istituzioni. E dunque le riforme avrebbero puntato all’indipendenza della magistratura, ad una più equa ripartizione delle imposte, al miglioramento delle condizioni delle classi basse, del lavoro delle donne e dei ragazzi e della previdenza per gli operai. L’obiettivo sarebbe stato costruire “un regime di libertà nella legge, di progressive ed efficaci riforme”. In generale Zanardelliin sintonia con Giolitti, tracciò fin da subito (a giugno ‘901 presentò la legge istitutiva dell’Ufficio del Lavoro)  e poi  nei trentadue mesi in cui governò, la strada della neutralità nel confronto  fra capitale e lavoro, dando al Governo il compito di promuovere e fare rispttare la legge, evitare atti di forza e cercare  di “richiamate nei fatti l’affetto delle classi popolari verso le istituzioni”.  Questo perché soltanto  sul terreno della libertà era possibile combattere il socialismo. E il Ministro Giolitti aggiunse che  “sarebbe cecità, il tentare di sbarrare la via ad un movimento che nessuna forza riuscirà ad arrestare”. Non per caso, nell’estate il PSI approvò il bilancio degli Interni, adottando la linea riformista sostenuta da  Filippo Turati. 

In seguito si delinearono le concrete scelte del governo. A fine 1901  venne emanato un decreto che ridefinì allargandole  le funzioni del Consiglio dei  Ministri e che attribuì al Presidente del Consiglio il ruolo di coordinatore delle politiche  ministeriali. Nello stesso periodo,  venne depositato un progetto di legge per introdurre il divorzio, che era un tema particolarmente controverso, tra i parlamentari e nel paese. Nei mesi seguenti tale progetto riuscì comunque ad essere approvato alla Camera. Eppure alla fine dovette essere ritirato viste le nette divisioni provocate soprattutto nella destra. Ma non solo, considerata anche la freddezza di Giolitti sull’argomento (diceva che il divorzio appassionava solo due soggetti, il Papa e Zanardelli). Intanto emergeva quale carattere distintivo del Governo, l’attenzione ai problemi del Mezzogiorno. Venne istituito l’acquedotto pugliese, vennero adottati provvedimenti di rilievo per la città di Napoli, in campo finanziario ed industriale. Soprattutto Zanardelli, nel settembre del ‘902, compì un viaggio nell’Italia Meridionale, visitando in specie la poverissima Basilicata, aprendo così il capitolo della questione Meridionale (di conseguenza, nel 1903 avviò il percorso dell’approvazione della legge speciale per la Basilicata approvata poi nel febbraio del ‘904). Nel complesso, Zanardelli concepiva il liberalismo quale connessione senza cesure tra il realizzare la distinzione dei poteri nella rappresentanza istituzionale, e il dar concretezza  al continuo rapporto  fra individuo, società e Stato, che genera la crescita e così migliori le condizioni civili. 

Zanardelli si dimise a novembre 1903 (era malato terminale e morì verso la fine dicembre) e immediatamente nacque il secondo Governo Giolitti sostenuto dalla Sinistra Storica e dalla Destra Storica e che ebbe l’appoggio esterno del PSI.  In qualche mese  approvò  leggi sul lavoro minorile, su quello femminile, sugli infortuni. Inoltre decretò maggior tolleranza per gli  scioperi apolitici, ammise nelle gare d’appalto le cooperative cattoliche e socialiste, fece approvare la legge sui manicomi (che era unica per tutta l’Italia, stabiliva che il ricovero psichiatrico era deciso solo dalla magistratura e per le dismissioni  attribuiva molto potere al direttore sanitario delle strutture), legge durata fino alla riforma del 1978.  

A  metà 1904 si svolsero le  elezioni politiche in cui la coalizione di governo crebbe di tre seggi (saldo composto da un forte aumento della Sinistra storica e di un calo robusto della Destra Storica) persi dall’opposizione (che vide lievi spostamenti, di segno positivo dei radicali, di segno negativo del PSI e del PRI, nonché l’ingresso inedito di un piccola pattuglia dell’Unione Elettorale Cattolica). A marzo del 1905, anche per  occasionali problemi di salute (ritenuti da alcuni strumentali), Giolitti si dimise, avendo di fatto dato inizio alla fase storica dell’ ’’Italia giolittiana”, il quindicennio in cui Giolitti risultò dominante in Parlamento  anche senza diretti ruoli di governo diretti. 

 
Una simile capacità  venne subito applicata ai due governi successivi, prima di Fernando Tittoni (Destra Storica, durato dodici giorni) e poi di Alessandro Fortis (Sinistra Storica, due governi durati undici  mesi), ambedue molto ben visti da Giolitti. Tittoni non ebbe il tempo per far qualcosa  (anche  se da allora si rifece negli anni successivi  ricoprendo incarichi ministeriali di rilievo), Fortis  concluse il progetto giolittiano della nazionalizzazione delle ferrovie (che non fu una cosa banale perché avversata in parlamento sulla destra e sulla sinistra, ed anche dai sindacati, perché  pubblicizzare le ferrovie significava togliere ai ferrovieri il diritto di sciopero) e venne fatto cadere dalla diffusa sollevazione dei viticoltori per aver ridotto i dazi all’importazione dei vini spagnoli.  

Il clima che aveva causato la caduta di Fortis era avverso a  provvedimenti economici liberali adatti alla realtà e non seguaci di una teoria. Il Re  lo colse per interrompere il predominio di Giolitti e a febbraio 1906 affidò l’incarico di  Presidente del Consiglio a Sidney Sonnino. Era un liberal conservatore di  lunga carriera parlamentare, che nel decennio novanta era stato non brevemente Ministro del Tesoro ed aveva risanato il bilancio italiane  aumentando i dazi e le tasse, rafforzando la Banca d’Italia con l’ irrobustire il controllo della circolazione monetaria. Aveva inoltre auspicato (senza esito) il Torniamo allo Statuto, sostenendo che, per scongiurare  il doppio pericolo socialista e clericale,  occorreva tornare alla rigida interpretazione dello Statuto albertino (superata a metà ottocento dalla politica di Cavour), restaurando i poteri del sovrano, facendone  l’unico riferimento per la responsabilità dei ministri invece che il parlamento. Sonino si era anche detto favorevole all’espansione coloniale per sostenere l’emigrazione in Africa, quale valvola di sicurezza. E ciò in conseguenza del ruolo centrale che Sonnino attribuì sempre alla questione sociale.  Infine Sonnino fu un fermo assertore della laicità, critico con il papato, difensore della Legge delle Guarentigie e contrario a concessioni ai movimenti cattolici. 

Il governo Sonnino I si fondò sulì’alleanza   tra la Destra  Storica e il Partito Radicale (prima esperienza ministeriale), un’alleanza appoggiata anche dai deputati centristi della Sinistra Storica che si riconoscevano in Sonnino e da un atteggiamento benevolente di quelli del PSI. Questo Governo predispose un piano pluriennale di investimento nelle ferrovie, ridusse di quasi un terzo nel mezzogiorno l’imposta fondiaria per i terreni a basso reddito, riformò i patti agrari, redasse progetti a favore del formarsi di nuove proprietà coltivatrici, istituì il Ministero del Lavoro, 

Il Governo Sonnino I fu comunque una breve parentesi che si chiuse a fine maggio 1906 per dissensi riguardo le Ferrovie Meridionali e il conseguente passaggio all’opposizione del PSI. A questo punto il Re richiamò al Governo Giolitti che formò  il suo terzo governo con l’appoggio della Sinistra Storica e della Destra Storica e nominò Ministri Tittoni (agli Esteri) e Cocco Ortu (all’Agricoltura) mantenendo l’interim degli Interni.    

I

Fin dal primo mese, furono approvati  provvedimenti per  Mezzogiorno ed Isole (incluso per le isole, per i danneggiati dal Vesuvio, per il riscatto delle ferrovie meridionali) e soprattutto  fu votata la conversione della rendita. A fine giugno 1906 il ministro del Tesoro Majorana presentò alla Camera un disegno di legge sulla conversione dei titoli delle rendite consolidate 5 % lordo e 4 % netto. Si passava al 3.75 % dal 1° luglio 1907 o al 3.50 % netti dal 1° luglio 1912. Su richiesta di Giolitti , le due  Camere svolsero le procedure in giornata, con una percentuale di favorevoli altissima. Con questa norma, i circa 8100 milioni di lire del debito perpetuo dello Stato italiano (un controvalore attuale di 145 miliardi di lire), ben oltre la metà del prodotto interno lordo, ridussero all’istante il rendimento (con richieste di rimborso che non arrivarono a cinque milioni), il che fece risparmiare il Regno e mostrò  la ritrovata salute finanziaria dell’Italia.  

Tuttavia, nelle settimane successive, iniziarono ad intensificarsi in alcune parti d’Italia episodi di scioperi e disordini in distinti settori produttivi (con casi di violenza fisica) sfiorando anche l’università.  In questo clima, a fine settembre ‘906 nacque, con l’unificarsi di varie sigle, la Confederazione Generale del Lavoro , e la settimana dopo si tenne il 9° Congresso PSI in cui prevalse nettamente la parte integralista. La mozione vincitrice invitava a socializzare i mezzi di produzione mediante  la lotta di classe da esercitarsi con “gradualità entro la società borghese” , usando i mezzi legali e solo in via eccezionale la violenza. Una decisione che al momento rendeva sempre più problematica la prospettiva giolittiana (seppur cautamente manifestata) di agevolare l’ingresso dei socialisti nelle maggioranze parlamentari.

 

La prospettiva di Giolitti non era affatto in contrasto con quanto andava sostenendo nel medesimo periodo Croce, già allora il massimo filosofo liberale vivente. In sintesi, Croce sosteneva due cose. Che il socialismo marxista, con l’inseguire un irreale concetto di eguaglianza sociale, fuoriusciva dal campo della storia reale. E che la classe operaia non aveva una sufficiente fede e moralità per la lotta di classe, e  dunque non aveva la forza per trasformare la società solo con l’entusiasmo e la fede. Tutto ciò derivava dalla pretesa di ridurre la libertà a un principio economico, laddove è la sfera dell’etica a governare il processo storico; ed inoltre dal non considerare che l’essenza del mondo non sta nell’affermarsi di un soggetto unico quale proletariato, ma nell’attività di tanti  diversi soggetti. La prospettiva di Giolitti, viceversa, affrontava in chiave liberale un’altra questione, quella di trovare punti comuni tra idee ed aspirazioni differenti per il governo del convivere nello stesso luogo e allo stesso tempo. E qui sarebbe stato preferibile, se possibile, trovare convergenze.

 

A ben vedere, l’effettiva differenza tra il modo d’essere dei socialisti, specie quelli integralisti, e il liberalismo di Giolitti  era  assai diversa dalla vulgata dell’essere il contrapporsi moralistico tra chi privilegia  i problemi sociali e chi preferisce occuparsi dei benestanti. L’effettiva differenza ,stava nel rispettivo approccio alla realtà concreta. Il socialismo, molto influenzato dalle impostazioni politico culturali del marxismo, sosteneva entusiasta l’emozione palingenetica e rivoluzionaria della formazione di avanguardia che  trasforma alla svelta il mondo esistente in una comunità in cui il potere è in mano ai più deboli e in cui si riconosce e si impone la completa uguaglianza dei cittadini. Il liberalismo giolittiano , figlio dell’empirismo e della scoperta del ruolo del cittadino, era concentrato sullo stare ai fatti materiali mediante  le osservazioni individuali e concepiva il progetto politico liberale come un mezzo per risolvere i problemi del convivere man mano che emergono. Non per caso, Giolitti aveva scritto anni prima che “per dare un giudizio bisogna considerare le cose come sono, non come dovrebbero essere” e che “il sarto che ha da vestire un gobbo, se non tiene conto della gobba,  non riesce”. Questo fu il criterio sempre adottato nei suoi governi. Che nel 1907 e nell’anno seguente, Giolitti ebbe occasione di applicare su temi allora scottanti, come i rapporti religiosi e la questione delle tensioni nel mondo del lavoro. 

Sulle tematiche a sfondo religioso, gli scontri in diverse città tra  gli anticlericali (appoggiati dalla massoneria e dai socialisti) e la Chiesa, si allargarono anche alla questione dell’insegnamento scolastico. Il tutto mentre all’interno del mondo cattolico si andava sviluppando una fortissima polemica suscitata dal modernismo di Don Murri (contro cui il Papa  emanò in quei mesi l’enciclica “Pascendi” e tre anni dopo introdusse il giuramento antimodernista per i sacerdoti).  Sul modernismo la cultura liberale chiarì subito con Croce  che  esso  voleva “conciliare principi non conciliabili, come fede e scienza, accettazione dei dogmi e spirito critico” e Giolitti confermò alla Camera che “ lo Stato e la Chiesa erano su due linee parallele che non avrebbero dovuto incontrarsi mai”

L’ampliarsi della battaglia anticlericale nel ramo istruzione cominciò al Comune di Roma, con il voto di un documento contenente l’auspicio che il Parlamento “dichiarasse estranee alla scuola primaria qualsiasi forma d’insegnamento confessionale”. Ne seguì un acceso dibattito alla Camera, nel quale i socialisti presentarono una mozione per abolire l’insegnamento del catechismo cattolico nelle scuole elementari. La discussione fu ampia e molto accesa e venne conclusa dal Presidente del Consiglio Giolitti il quale osservò che “I sistemi non possono essere che tre: o proibire l’insegnamento religioso, o imporlo, come qualcuno ha pensato, o lasciare la libertà di dare tale insegnamento a coloro che lo domandano. Noi crediamo che l’ampia via della libertà sia quella che corrisponde ai sentimenti dell’immensa maggioranza degli italiani, e che più sicuramente conduce al vero progresso ed alla prosperità del nostro paese”. In conclusione la mozione socialista  venne respinta dall’85% dei votanti, essendo in evidente contrasto con un’impostazione di libertà.  

Quanto al capitolo delle tensioni nel mondo del lavoro, esse aggiunsero il loro picco a fine primavera 1908, quando a Parma si svolse uno sciopero agrario che durò un mese, e al quale i proprietari reagirono con la chiamata di altri lavoratori fuori provincia cui si unirono giovani benestanti. Da qui frizioni anche armate con i sindacati, che indissero uno sciopero generale e tentarono di impedire l’arrivo dei lavoratori da fuori provincia. A loro difesa intervenne l’esercito, la Camera del Lavoro dichiarò lo sciopero generale (gli industriali risposero con la serrata delle aziende) ne derivarono tumulti, che portarono all’arresto di decine di scioperanti e alla requisizione della Camera del Lavoro, con l’accusa dell’insurrezione armata contro lo Stato. Il Governo intervenne in chiave pacificatrice, liberando dopo tre giorni i locali della Camera del Lavoro, tra le proteste degli agrari indispettiti per la debolezza secondo loro praticata dal Governo. Ma, nonostante i tentativi degli integralisti nel sindacato, i lavoratori posero termine alla loro agitazione. 

La vicenda di Parma confermò da un lato l’inclinazione di Giolitti  ad una gestione duttile delle tensioni nel mondo del lavoro, in modo da tener conto delle libere scelte dei lavoratori, purché rientranti nella legalità. E dall’altro innescò una riflessione nel mondo socialista che si concluse prima con la condanna formale dei metodi seguiti nello sciopero e, due mesi dopo, con il 10° Congresso del PSI che capovolse gli indirizzi assunti nel 9°.  Infatti  venne confermato il giudizio negativo sui metodi rivoluzionari negli scioperi, furono prese le distanze dal sistema dello sciopero generale e deciso un programma minimo di azione parlamentare. La maggioranza del 10° Congresso fu presa dai riformisti e venne stabilita  l’incompatibilità del PSI con il sindacalismo rivoluzionario. 

A fine autunno 1908, dopo molto tempo, si tenne un ampio dibattito alla Camera dedicato alla politica estera. Non è che il tema non fosse presente nel sottofondo dell’attività del governo. Anzi negli ultimi anni vi erano stati diversi incontri in ambito internazionale del Re , dei Primi Ministri, del Ministro degli Esteri . Peraltro non si trattava di un tema oggetto di aperte discussioni politiche, dato che si preferiva non ricordare la pesante sconfitta di Adua  nella guerra di Abissinia (1896) che aveva provocato le dimissioni dell’ultimo Governo Crispi. Anche il Governo Giolitti in carica  a quel momento, manteneva una linea riservata e con un intento quasi  ecumenico, così riassunto dal Ministro Tittoni mesi prima  a metà primavera  1907  : “l’antica formula – fedeltà incrollabile alla Triplice Alleanza, amicizia sincera per l’Inghilterra e per la Francia e rapporti cordiali con le altre Potenze – rimane sempre l’esponente della nostra politica, e il modo schietto con il quale questa politica è praticata dall’Italia è il solo possibile”.

Il dibattito dell’inizio dicembre 1908 fu una conseguenza obbligata dell’annessione fatta ad inizio ottobre della Bosnia Erzegovina da parte dell’Impero Austriaco, non rispettando il Trattato consolidato al riguardo con le altre potenze europee. Questo dibattito si concluse con l’approvazione della linea Tittoni aggiornata alla vicenda della Bosnia Erzegovina. Tuttavia i votanti furono poco sopra i tre quarti degli aventi diritto, e ci furono dure critiche  di tutte le opposizioni e dei deputati della Destra Storica appartenenti all’area di Sonnino. Ciò portò a ridurre i sì un solo punto sopra i due terzi dei votanti.  Dunque  si palesò che in politica estera la linea del Governo Giolitti all’insegna di una forte cautela nel non provocare rotture con gli altri Stati  (diversi e con  posizioni contrapposte)   restava largamente maggioritaria (con Giolitti , che la riteneva una garanzia per l’Italia) ma non era condivisa  da tutti, in quanto giudicata troppo remissiva e non risolutiva.. Al riguardo è molto espressivo un passo del discorso  di uno dei contrari, l’on. Fortis : “ è concorde il paese tutto nel volere che il Governo domandi il sacrificio che occorre per completare la nostra difesa, per mettere la nostra potenza militare in condizione di garantire la pace”.  Dunque, anche allora  molti volevano la pace ma auspicavano percorsi  verso la guerra. 

Negli ultimi giorni di quel dicembre 1908 nello stretto di Messina si verificò un devastante terremoto che distrusse i centri costieri sulle due rive e causò oltre 100 mila morti. Un simile catastrofico evento venne fronteggiato con immediati ingentissimi soccorsi italiani e internazionali, inducendo inoltre lo stato d’assedio per stroncare i saccheggi. Poche settimane dopo, a febbraio, si verificò in un altro campo un ulteriore evento destinato a restare famoso. Lo scrittore poeta Filippo T. Marinetti pubblicò a Bologna su un giornale emiliano (e insieme a Parigi sulla prima pagina de Le Figaro) il  Manifesto del Futurismo. Ebbe subito grande risonanza non solo letteraria. Già dal primo  dei suoi 11 punti (“Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.”) esprimeva una concezione della realtà trasfigurata in quella che chiamava la bellezza della velocità e della lotta, proclamando  “noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, …noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie …”. Insomma una visione che equivocava sulla natura delle scienze e del loro significato, inneggiando al sogno “della radiosa magnificenza del futuro” senza mai preoccuparsi del come costruirlo. Per più di due decenni, tale esaltazione futurista  fu presente in Italia, in Europa e in diversi altri paesi. In Italia evidentemente opposta al liberalismo giolitiano.

Il  mese seguente, il 7 e 14 marzo 1909, si votò per le politiche. La Sinistra Storica restò stabile (crebbe in percentuale ma passò da 339 a 336 seggi) , la Destra Storica regredì in voti (meno 4%) e in seggi (una trentina) , le opposizioni si divisero i seggi  (8  i  Radicali, 12 il PSI, 14 l’Unione Elettorale Cattolica, fermo il PRI). Nel successivo semestre il Governo proseguì il lavoro secondo quanto prestabilito e senza grandi problemi. A  ottobre, vi fu una visita dello Zar di Russia al Re, in un luogo defilato, il Castello Reale di Racconigi , vicino Cuneo. durante la quale i due rispettivi  Ministri degli Esteri sottoscrissero in gran segreto (il testo divenne pubblico molti anni dopo) un patto con cui si impegnavano a mantenere lo status quo nei Balcani (regione all’epoca al centro di forti contese) e a considerare con benevolenza gli interessi reciproci (venivano richiamati gli interessi italiani in Tripolitania e Cirenaica). Il semplice fatto  dell’incontro del Re con lo Zar, suscitò disappunto nel governo austriaco e impegnò il Ministro Tittoni e il Governo in un’opera di ricucitura non breve. Qui, peraltro, è opportuno rilevare che la tradizione dei patti segreti venne in seguito replicata in ambito più vasto, poiché era cara al Re, quale espressione della sua concezione elitaria del come guidare, in quanto esperto, l’Italia dei sudditi all’interno degli scontri di potenza tra gli Stati. Una linea assai differente da quella di Giolitti, che intendeva essere cauta ma per il motivo di individuare punti di equilibrio tra esigenze diverse di cittadini diversi e di Stati contrapposti. 

Nelle settimane successive, mentre aumentavano le tensioni internazionali sul tema Balcani, in Italia restarono tesi i rapporti tra la maggioranza (i ministeriali) e l’opposizione di sinistra. Finché Giolitti, fors’anche a fini strumentali, presentò alla Camera una riforma finanziaria basata sull’aumento delle imposte immobiliari e della ricchezza mobile, riforma che gli Uffici dichiararono di non condividere. Allora Giolitti colse la palla al balzo e i primi di dicembre 1909 rassegno le dimissioni (atto repentino che confermò i dubbi sulla possibile natura strumentale).  Al Re lo stesso Giolitti consigliò di nominare Presidente del Consiglio Sidney Sonnino.  Così nacque immediatamente il Governo Sonnino II, che però fu evanescente e durò poco più di tre mesi.  Dopo sette giorni, il 31 marzo 1910,  fu varato il primo Governo di Luigi Luzzatti., sempre della Destra Storica e in coalizione con la Sinistra Storia e il Partito Radicale.  In quegli stessi .giorni era stato pubblicato il libro di Gaetano Salvemini intitolato “Il ministro della mala vita: notizie e documenti sulle elezioni giolittiane nell’Italia meridionale” destinato a rimanere storico. Era una critica molto dura per fatti che non vennero mai smentiti e che saranno richiamati per lunghissimo tempo. Peraltro una critica che rovesciava i dati sperimentali. Non era Giolitti all’origine dello stato di cose dell’epoca nell’Italia Meridionale. Le attitudini violente e corrotte pervadevano l’ambiente e toccavano i partecipanti alla battaglia elettorale. Dare giudizi moralistici corrispondeva a concezioni elitarie avulse dal contesto civile, che non migliorano le cose e, al contrario, intaccano la credibilità  di quanti lavorano davvero alle riforme possibili. Così aiutando violenza e corruzione.Il  Governo Luzzatti riuscì a far approvare diverse leggi. Cominciando da quella Convenzione Marittima su cui avevano fallito i due precedenti Governi. Poi creò il Demanio Forestale, fece significative manutenzioni ferroviarie, finanziò diverse attività municipali. A fine anno Luzzatti presentò una riforma elettorale tendente ad ampliare il numero di cittadini ammessi al voto politico. La proposta ebbe un giudizio favorevole dagli uffici della Camera e dalla Commissione esaminatrice, ma suscitò varie perplessità nei deputati. Tanto che al momento della discussione in Aula, la stessa Commissione ne chiese il rinvio, che venne accolto. Allora due Ministri che rappresentavano i Radicali, uscirono dal Governo e di conseguenza Luzzatti rassegnò le dimissioni.  

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L’Occidente rifletta sul come sviluppare la libertà

Nonostante l‘ANSA abbia dato tempestivamente notizia di quanto detto sabato da Erdogan in un discorso pubblico ad Istambul, il fatto è stato pressoché nascosto dai mezzi di informazione. Il presidente Erdogan ha detto che la Turchia “sostiene fermamente i leader di Hamas. Nessuno può indurci a descrivere Hamas come un’organizzazione terroristica. La Turchia è il Paese che parla apertamente di tutto con i leader di Hamas e li sostiene fermamente“.

L’episodio è preoccupante. Perché una dichiarazione così esplicita avrebbe dovuto indurre ad una  riflessione aperta e approfondita circa la fondatezza della propaganda occidentale dei luminosi destini della NATO. Infatti, concetti del genere sono  del tutto stonati se vengono da un paese  NATO, in quanto non rispettano il criterio di un’alleanza militare chiave per  la difesa atlantica. Senza contare che concetti simili dovrebbero provocare una reazione della stessa NATO, cominciando dal suo Segretario Stoltenberg, visto che ora la NATO si trova con il suo membro più meridionale sostiene i terroristi di Hamas, che tutti gli altri membri dell’Alleanza  condannano esplicitamente.

Dopo questo episodio, è indispensabile che l’Occidente ripensi con pacata coerenza come sviluppare la propria politica internazionale. Dismettendo ogni convinzione di superiorità legata all’antica  idea della politica di potere e aggiornando attentamente i modi d’essere della sua risorsa più efficace, che è la libertà dei cittadini individui, la quale opera, mediante lo stare ai fatti, promuovendo materialmente gli scambi delle persone, delle idee e delle merci.

Pretendere che l’Occidente sia destinato a prevalere anche intendendo la libertà come libertà imperiale, è una speranza irrealistica. L’esperienza lo ha sempre provato.  Incluso, di recente, quando l’Occidente ha contrastato l’autocrate Putin, con l’estendere nell’ultimo decennio l‘influenza della NATO, in specie aizzando l’Ucraina contro la Russia, con il risultato di provocarne l’invasione nonché l’attuale stato di netta difficoltà militare (emersa pure nell’intervista del Papa).

In più, l’insufficiente attenzione dell’Occidente ad usare la libertà come scambio, ha causato anche il danno di indebolire la difesa dell’esistenza di Israele, che è una cosa di assoluta importanza, non solo per gli equilibri  medio orientali, ma più in generale per la qualità della libertà nel mondo libero. Perché la libertà di scambio connessa alla realtà, è l’essenza delle relazioni interpersonali  dei cittadini, le quali sono il motore del conoscere e del convivere sempre meglio. Mentre trascurarla nel segno di un presunto bene comune ispirato all’eguaglianza degli individui piuttosto che limitato solamente ai rispettivi diritti, porta al dilagare, come sta avvenendo in occidente, di mentalità retrive via via in allontanamento dalle regole del vivere liberi. Ne è tipica espressione la cultura dell’impositivo dover essere,  che vorrebbe perfino cancellare monumenti di tempi passati in quanto difformi dal  dover essere esaltato oggi.

L’Occidente non può regredire al fondamentalismo di Erdogan, che viola i principi basilari di libertà e si vanta di dialogare con i leader terroristi. Oltretutto, il massacro del 7 ottobre non è un infortunio casuale bensì frutto di un sistematico rifiuto della libertà tra conviventi. E’  la concezione distorta di chi vorrebbe  adottare il criterio massificante dell’annullare le diversità umane. Vale a dire l’opposto irriducibile dello spirito  occidentale liberale imperniato sulla diversità.

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Appello al Sindaco di Livorno

Appello pubblico agli amministratori di Livorno.

 Signor Sindaco, Signori  Membri della Giunta Municipale,

la vicenda della ripavimentazione di Via Grande ha caratterizzato il dibattito pubblico degli ultimi anni perchè con essa è in discussione il concetto stesso di Città vissuta e condivisa. Sono in ballo infatti l’opportunità di “recuperare” piuttosto che di “demolire”,quella di contenere l’evidente degrado invece che la prospettiva pura e semplice di eliminare “gli scarti” del passato per costruirci sopra. Non per caso il progetto da Voi predisposto è in chiave contrapposta a quello dei Vostri  predecessori.

Ora,siamo a cinque mesi scarsi dal voto per il nuovo mandato amministrativo, e Voi avete dichiarato in questi giorni  che i lavori dureranno un anno. In sostanza, si svolgeranno durante  il primo anno della nuova consiliatura. Da tenere inoltre presente,come ha onestamente evidenziato l’Assessore ai Lavori Pubblici nel corso delle recenti conferenze stampa,  che tali lavori  vivranno necessariamente due fasi temporali: le opere di contorno (tipo illuminazione) con cantieri “volanti” e la ripavimentazione vera e propria con cantieri a terra di seguito alla progressiva demolizione delle superfici piastrellate.Ma quest’ultimo passaggio non avverrebbe  prima di mesi due (2) dalla conclusione delle operazioni aeree tra un portico e l’altro. Di conseguenza la messa in opera della “nuova palladiana” non inizierà prima di giugno, considerata la sosta delle festività pasquali e i necessari richiami delle lavorazioni in corso per il ripristino della illuminazione. 

Stando così le cose, e conoscendo il Vostro pieno condividere l’importante principio di partecipazione civica,  ci pare opportuno non togliere ai cittadini livornesi la possibilità di dare indicazioni sull’argomento con il proprio voto prima del “fatto amministrativo compiuto” . E l’evidenza delle due fasi temporali nella esecuzione dei lavori, lo rende ancor più agevole. D’altra parte, sullo stesso argomento è facile constatare piu’ di una contrarietà da parte di esperti e residenti che non intendono “bloccare il Cantiere”,ma quanto meno rimodulare l’intervento di pavimentazione, limitatamente a quelle parti o sezioni in cui si ritenga doveroso procedere per stato di necessità.  

Con la presente, per evitare che l’avvio dei lavori di integrale demolizione sia percepito come una inutile forzatura, Vi invitiamo pertanto a voler rendere noto che la Vostra Amministrazione , durante la consiliatura in corso – vale a dire fino a tutto  giugno ’24  –, si limiterà ai lavori di contorno e non intende iniziare quelli concernenti la vera e propria ripavimentazione di Via Grande. Adottare una simile procedura non intaccherebbe le scelte urbanistiche della Sua Amministrazione e al contempo non contraddirebbe la Vostra volontà di dare ai livornesi il pieno diritto di partecipazione alle scelte relative all’arredo cittadino.

Va ringraziamo dell’attenzione e porgiamo i migliori saluti

Firmato le  Associazioni Circolo Einaudi, Il Comune dei Cittadini, HELP, Il Pentagono, Livorno come era, Vivi Centro,  con i loro presidenti  Riccardo VOLIANI, Enea SANTANIELLO, Sergio NIERI, Marcello PAFFETTI, Giorgio MANDALIS, Andrea MIGLI, 

e i livornesi Raffaello MORELLI, Giuliana BIMBI, Gadiele POLACCO, Maurizio BARINCI, Elisabetta FRIZZI, Gabriella SIMI,  Maria Teresa VOLPI, Umberto SPECOS, Marco CANNITO, Marco MANCINI, Ivo PANCIATICI, Enrico DEL CHICCA, Gaetano CICCONE, Claudio CITTI, Claudio NORFINI, Roberto TESSARI, Roberto LEONARDI, Luciano SANGUINETTI

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In Francia l’aborto nella Costituzione

I Parlamentari francesi in seduta comune a Versailles hanno appena modificato, sfiorando  l’85% dei  voti, l’art.34 della loro Costituzione inserendovi la libertà di aborto (come, sei anni fa,  aveva fatto il referendum Costituzionale in Irlanda) . E’ un episodio di assoluto rilievo nel quotidiano confronto tra concezioni della convivenza civile, quella dei laici e quella del cattolicesimo. Non a caso,  in Francia il diritto all’aborto c’era già dal 1975 quando la liberale Simone Veil, allora Ministro della Salute (e in seguito Presidente del Parlamento Europeo), promosse  la relativa legge, superando una durissima opposizione. Eppure  le continue tensioni in materia attivate dai conservatori  in tempo recenti – in Francia ma pure in diversi paesi, quali Stati Uniti, Polonia, Ungheria, Malta – hanno indotto  la politica francese a compiere il passo ulteriore  del rendere costituzionale la libertà di aborto. Una libertà che resta una decisione riservata alla donna in gravidanza, ma che ora viene inclusa nella libertà di scelta di ogni  cittadino che intenda  praticarla.

La vicenda del voto  a Versailles mette in luce due aspetti che il mondo laico non può mai trascurare. Uno,  palese  seppure meno importante, è che quasi tutti i mezzi di comunicazione hanno  riportato la notizia parlando di costituzionalizzazione del diritto all’aborto invece che della libertà di aborto. Può sembrare una sottigliezza ma rivela che i mezzi di comunicazione concepiscono la Costituzione come impositiva sui cittadini piuttosto che come regolatrice delle relazioni tra di loro. Un’impostazione del genere indica il propendere a dare alle norme una funzione prescrittiva di un obbligo piuttosto che indicatrice di opportunità nello scegliere. E perciò oggi i mezzi di comunicazione inclinano di fatto alla  cultura imperniata sul primato dello Stato e non articolata sulle esperienza dei differenti cittadini. Quindi una cultura lontana dalla laicità liberale. E’ un aspetto inquietante che richiede dai laici una continua attenzione terapeutica.

Come prevedibile,  le crepe aperte nel sistema di relazioni da questo primo aspetto, hanno trovato un’immediata conferma nel presentarsi  del secondo aspetto . I vescovi francesi hanno subito colto la palla al balzo commentando.  “L’aborto rimane un attentato alla vita fin dall’inizio, non può essere visto esclusivamente nella prospettiva dei diritti delle donne”. E la Pontifica Accademia per la Vita ha rincarato “nell’epoca dei diritti umani universali, non può esserci un diritto a sopprimere una vita umana”.  In pratica la Chiesa parla solo di diritto all’aborto e non di libera  scelta di interrompere la gravidanza.  Appunto perché, secondo la sua dottrina, ogni fatto terreno deve inquadrarsi nel disegno divino. Ragion per cui  non sono ammissibili libere scelte umane di singoli – è qui l’abissale lontananza dall’impostazione laica – , in quanto  la vita non si attuerebbe mediante le relazioni umane, bensì in base al disegno e alla volontà divini.

Ne consegue che, per il cattolicesimo,  la vita inizia all’atto del concepimento, perché   tale atto ancestrale attiva il progetto di quel feto umano, che sarebbe destinato a crescere prescindendo dalle specifiche continue attenzioni che i genitori devono riservagli successivamente. Perciò secondo la Chiesa, interrompere il processo dopo il concepimento è sopprimere una vita. Con tale impostazione la Chiesa esclude in sostanza le autonome scelte umane. Ciò contrasta nel profondo con il modo di essere  laico in tema civile. Tuttavia la Chiesa argomenta  rimuovendo il fatto che la realtà è questa.

Di fatti, IL presidente della Pontificia Accademia, monsignor Paglia,  ha tentato di confondere le carte. Per attaccare l’entrata nella Costituzione francese della libertà di interrompere volontariamente la gravidanza, ha affermato che “la Chiesa chiede a tutti i governi e a tutte le tradizioni religiose, di dare il meglio affinché la tutela della vita diventi una priorità assoluta, con passi concreti e con misure effettive. Le particolari situazioni di vita e i contesti difficili e drammatici del nostro tempo vanno affrontati con gli strumenti di una civiltà giuridica che guarda prima di tutto alla tutela dei più deboli e vulnerabili “. Con queste parole, monsignor Paglia pare esprimere l’intento misericordioso della Chiesa, ma in realtà manifesta che essa, nel definire la tutela dei più deboli, ha l’evidente volontà di svolgere  un ruolo di direzione civile  estraneo all’ambito religioso. Perché la Chiesa, fondandosi sul principio di autorità del Dio e dei suoi rappresentanti in terra, tratta i cittadini quali sudditi che partecipano senza mai decidere.

Non serve a niente che i laici si indignino per tale stato di cose. La fisiologia della Chiesa è questa ed è immutabile: fa parte della diversità della natura umana. Invece è indispensabile contrastare questa inclinazione autoritaria della Chiesa ogni giorno nelle relazioni di convivenza , a cominciare dall’aspetto culturale alla base delle Istituzioni e dei nosttri comportamenti quotidiani.

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Principio laico negli scritti di un Vescovo

Il principio della separazione Stato Chiesa ha fatto capolino in modo sorprendente nel testo inviato in settimana dal Vescovo  di Reggio Emilia monsignor Morandi a tutti i suoi parrocchiani. In vista del prossimo turno elettorale di giugno, ha scritto esplicitamente  che  l’impegno in Chiesa e quello in politica sono mutuamente esclusivi. Nonostante quanto sostengono gli anticlericali, talvolta la società reale è  più arretrata della Chiesa nella laicità quotidiana.

La disposizione del Vescovo  fissa tre punti per tutti i fedeli. Che quanti intendano candidarsi in qualsiasi lista, debbano dimettersi da ruoli di responsabilità ricoperti in diocesi o nelle parrocchie. Che non si dovrà ospitare nelle chiese e nelle strutture parrocchiali incontri e dibattiti elettorali. Che nessuno dovrà ricoprire ruoli di coinvolgimento diretto e in prima persona negli schieramenti politici.  Insomma, ognuno dovrà  “attestare il proprio  servizio verso la comunità ecclesiale attraverso il primato della Parola e della Mensa”. Ciò per evitare che gli ambienti cattolici divengano luoghi di campagna elettorale. Onde evitare equivoci interpretativi, il Vescovo ha pure richiamato le recenti parole del Papa,  secondo cui “la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità”.

Non so se a Reggio Emilia vi siano state specifiche circostanze che hanno indotto  il Vescovo ad una simile iniziativa. Certo è che il mondo laico apprezza questa iniziativa. E’ una conferma inequivoca di quanto i laici sostengono da tempo immemorabile, suscitando reazioni indispettite in una parte dell’area cattolica e di settori della burocrazia. Vale a dire che una società aperta pratica il separatismo e rifugge dal conformismo clericale. Siccome il clericalismo induce tra i cittadini lo sviluppo di rapporti amicali che finiscono con il creare privilegi immotivati e contrastano con lo spirito di confronto tra individui diversi che percorre la Costituzione a garanzia della libertà civile.

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Domande scomode e prima risposta giusta

E’ stata sollevata la questione delle domande scomode che gli italiani dovrebbero porsi sul tema dei due stati Israele e Palestina. Tanto più attuale a Livorno, una città con una radicatissima comunità israelita e con forte tradizione politica di sinistra.

Le domande scomode vertono sul  come dare una soluzione al problema dei due stati restando nell’ambito della concezione di apertura civile nel convivere (cosa possibile, specie trattandosi di due popolazioni assai diverse sotto ogni aspetto). Si è dimostrato sterile accapigliarsi su chi, tra israeliani e palestinesi, sia intenzionato  a trovare quella soluzione oppure abbia più responsabilità negli svariati incidenti di percorso che l’hanno impedita. Ormai è evidente che il lunghissimo conflitto israelian-palestinese si risolverà solo quando ciascuno dei due soggetti riconoscerà l’altro. Il nodo sta qui. I livornesi devono esserne consapevoli.

Dopodiché devono essere consapevoli che il punto di partenza per farlo non possono che essere i dati di fatto al giorno d’oggi, non la pretesa di aggiustamenti riferiti a vicende di molti decenni fa. Il passato, specie se remoto, appartiene alla memoria, non c’è più. Invece, la convivenza aperta è ora. Il confronto deve vertere sul come possono nascere i reciproci riconoscimenti tra i due Stati una volta formatisi e sul come garantirne praticabilità e rispetto.

Ovviamente vanno create le condizioni perché tutto ciò avvenga. Quindi sono essenziali  impegni a livello internazionale.Gli avvenimenti dell’ultimo periodo confermano che la prima garanzia da definire  è l’esistenza d’Israele, al momento apertamente rifiutata da quasi tutte le organizzazioni palestinesi (fin dalla nascita di Israele). E’ un primo passo ineludibile, altrimenti non è realistico neppure immaginare che gli Israeliani procedano al riconoscimento dei palestinesi (oltretutto considerato che negli ultimi anni l’estremismo arabo ha fatto crescere in Israele l’estremismo di frange civili e di gruppi religiosi ostili a convivere con i palestinesi).

Arrivati a questa fase, va poi risolto il problema del garantire che i due Stati rispettino il riconoscimento reciproco. Sul punto esiste una chiara asimmetria tra Israele e Palestina. La struttura democratica di Israele, essendo già consolidata, costituisce una garanzia sufficiente di principio che ciò avvenga. Mentre la struttura della Palestina è tutta da costruire, cominciando da una mentalità chiusa nei rapporti interpersonali e da condizioni economiche minime, che attualmente sono assai scarse.

Mi pare perciò chiaro che diviene indispensabile un impegno deciso da parte dei maggiori paesi del mondo. Il che si traduce nel fare trattati di due tipi. Uno che stabilisca l’automatico intervento armato degli Stati amici di Israele nel caso esso venga attaccato dai palestinesi o da parti del mondo arabo fondamentalista. L’altro che impegni tutti gli Stati disponibili (in occidente e certamente nel mondo non occidentale) a fornire un consistente aiuto economico alla Palestina e, quando richiesti, assistenza e consulenza operativa sui principali aspetti della vita quotidiana.

E’ importante che a Livorno emerga una simile consapevolezza, per dare un preciso segnale. Intanto domenica, ai campionati mondiali di nuoto a Doha, un primo segnale l’ha dato la livornese Sara Franceschi. Dopo che alla premiazione l’atleta israeliana arrivata seconda è stata sommersa dai fischi, la ha abbracciata dicendo “Non è giusto che una medaglia venga oscurata così” . Ecco, la Sara Franceschi ha dato risposta perfetta alla prima delle domande scomode che ci troviamo davanti per  risolvere la questione dei due Stati. Reciprocità e tolleranza.

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Riflessioni circa un articolo del Sole24ore

L’articolo sul Sole  di Sergio Fabbrini qualche giorno fa, merita un approfondimento nell’ottica del liberalismo.

I problemi non nascono dalla qualità dell’articolo, che è alta. Nascono dal quadro politico che vi è evocato. In apparenza l’articolo è una lode al liberalismo, di cui sottolinea con esattezza alcune caratteristiche importanti. Nella sostanza, però, tralascia altre caratteristiche essenziali del liberalismo e, nell’analizzare la situazione politica, dimentica che nella società, in specie in Italia, vi sono ulteriori protagonisti da cui non si può prescindere, che sono tutti non liberali e perfino illiberali. Questa sarebbe già una mancanza di rilievo, se non fosse che la natura del liberalismo, attinente ai fatti e non alla teoria, impedisce di trascurarla dal punto di vista operativo.

Per di più, la struttura dell’articolo circoscritta al contrapporre il liberalismo al conservatorismo di destra, ne rende fondata un’interpretazione  quale approfondimento della natura della destra, che l’autore auspica sia liberale (“un conservatorismo culturalmente radicato nella democrazia liberale aiuterebbe consolidamento di quest’ultima”). Ciò avvalora l’implicita conclusione che i liberali, essendo una cultura, non possono essere un partito autonomo e che, opponendosi ai conservatori destrorsi, dovrebbero dimenticarsi degli altri gruppi politici, illiberali o solamente non liberali, perfino riconoscendo una patente di liberalismo a chiunque si opponga al governo conservatore. Tutto ciò i liberali non possono condividerlo,  perché hanno un ruolo più ampio e d’altro genere. Particolarmente in Italia.

La radice di questa decisiva mancanza  si palesa quando l’articolo si limita a richiamare, nello sviluppo del conservatorismo, la contrapposizione storica al liberalismo. Pur sorvolando sulla circostanza  che dal punto di vista temporale la contrapposizione è stata alla rovescia, il fatto  rilevante è che, da allora, sono emersi ulteriori soggetti, assai consistenti e pervasivi, tutti con un’impostazione culturale decisamente contrapposta al liberalismo. Nei decenni questi soggetti   sono stati molti  – a cominciare dai non più esistenti movimenti irrazionalistici e dal PNF –  peraltro con il dominio, nell’ottantennio del secondo dopoguerra, della cultura marxista (per un lungo periodo egemone sull’area socialista in varie forme  cangianti) e della cultura cattolica (radicata capillarmente con un’organizzazione parecchio insistente nel propagandare la fede e nel dettare un parallelo comportarsi civile). Queste due culture, ciascuna a suo modo,  hanno combattuto l’essenza non solo del partito dei liberali e del suo modo di concepire le istituzioni ma la mentalità liberale in sé, etichettata quale emblema di ciò che ognuna delle due culture giudicava un disvalore. Per la messa all’angolo del liberalismo non sono mancate le responsabilità dello stesso mondo liberale, ma l’incessante offensiva antiliberale delle due culture qui richiamata, ne è la causa di gran lunga principale (assai più dalla ritrosia liberale del mondo conservatore).

Di questa offensiva l’articolo non parla. Non per caso, dato che definisce il liberalismo come quello che “celebra la razionalità quale base della vita sociale”. Così per essere liberali basterebbe avere certi obiettivi di ricetta – tipo abbassare le tasse, dare limiti all’immigrazione –  e non importerebbe avere sulla maggior parte dei temi comportamenti e proposte coerenti con i principi liberali. L’articolo attribuisce tale inclinazione  agli elettori conservatori, e  omette di dire che hanno analogo comportamento pure quelli che liberali non sono ma fingono di esserlo (ad esempio i seguaci di ciascuna delle due culture).

I liberali coerenti ben sanno che il liberalismo include la razionalità. Però sanno pure che nella razionalità il liberalismo non si esaurisce affatto. Perché il liberalismo politico ha un legame indissolubile con la realtà effettiva, e quindi si fonda sul proporsi di conoscerla sempre più. Allora, è impossibile riuscirci pretendendo che la realtà corrisponda ad un quadro immaginato dalla sola ragione. La realtà non è costruita  dalla razionalità in solitario. Il percorso del conoscere è un esperimento continuo assistito ad ogni passo dallo spirito critico individuale. Comincia dall’astrarne i dati dai fatti quotidiani, li interpreta in modo critico, formula ipotesi risolutive dei problemi incontrati e le verifica attraverso i giudizi dei molteplici spiriti critici sui risultati dell’applicarle. Di conseguenza, le ricette dei liberali non si possono raccogliere in un testo immutabile, tanto meno definito una volta per tutte.

Più in dettaglio, l’esperienza storica ha fatto vedere che un simile percorso praticato dai liberali è fruttuoso quanto più opera in un clima di piena libertà individuale tra i cittadini conviventi (che valorizza la loro diversità umana tramite l’uguaglianza dei rispettivi diritti). Perciò i liberali si caratterizzano principalmente come promotori della libertà. Tale libertà utilizza continuativamente le varie e molteplici diversità dei conviventi e vive del conflitto democratico tra le loro specifiche manifestazioni e proposte. Limitando il liberalismo alla razionalità, dunque, non se ne coglie lo spirito profondo. Il liberalismo è dedito a promuovere sempre il cambiamento civile connesso al passar del tempo ed è assai diffidente del presunto progressismo anteposto al percorso della libertà (anteporlo finisce per incrinare le condizioni di vita dei singoli cittadini).

I liberali sono stati messi all’angolo dalla perdurante offensiva delle due culture: gli effetti hanno pesato assai di più del mancato appoggio degli elettori conservatori di cui parla l’articolo. Questa è stata la causa reale della progressiva scomparsa del partito dei liberali. Un’offensiva felpata ma accanita, manifestatasi pure all’epoca dell’Ulivo e dopo, quando la presenza della cultura liberale  era a malapena sopportata nonostante avesse un chiaro rilievo politico nel contrasto al berlusconismo. Richiamo due episodi inequivoci. Allo storico Seminario di Gargonza, 1997,  l’on. Parisi, Presidente delle due fitte giornate di lavori, evitò di dar la parola ai rappresentanti liberali, temendo criticassero il disegno (di per sé illiberale) di trasformare la coalizione Ulivo in un partito unico. Alle elezioni del 2006, i liberali chiedevano con insistenza il loro simbolo autonomo in quello dell’Unione. E mentre i DS erano favorevoli, venne  l’assoluto veto della Margherita. Eppure i voti dei liberali dettero un contributo certo alla vittoria dell’Unione per neppure 25.000 unità.  Oltretutto, i liberali non hanno mai preteso di mettersi elettoralmente sullo stesso piano dei grandi partiti alla base di quelle due culture. Perché in Italia la  funzione liberale non si incentra sul gestire il potere, bensì sul tessere alleanze per formare governi abbastanza coerenti con le ricette del liberalismo. Il fine dei liberali è assicurare al paese una rotta che mantenga sempre aggiornati i provvedimenti di libertà civile.

Ovviamente, aver messo all’angolo il liberalismo per  evitare disturbi nel gestire il potere mediante il conformismo immobilista, ha reso possibile trascurare le ricette liberali con obiettivo  le libertà, la cura degli individui, l’accettare la diversità e il praticare la tolleranza. Ciò ha finito per provocare il dissesto nelle condizioni socio economiche del paese, emarginando i cittadini e privilegiando le elites burocratiche. Da qui la ribellione dei cittadini, che ha portato alla caduta elettorale delle due culture ed al verificarsi dei ribaltoni prima del 2018 e poi del 2022, arrivando alla consegna della maggioranza parlamentare e del governo nelle mani della destra conservatrice.

In una situazione del genere, le varie omissioni circa il liberalismo rilevate nell’articolo di Fabbrini, impediscono che esso possa costituire la risposta liberale: per l’attuale contingenza e ancor più per il futuro. In aggiunta il mondo non è più quello in cui si sono sviluppate le offensive delle due culture. E in un mondo sempre più pervaso dalle scoperte della scienza e dall’ingresso prorompente delle sue tecnologie innovative, è ancor più negativa la mancanza di una formazione liberale esplicita che in pratica assicuri al confronto politico il disporre di un pungolo costante  all’esercizio della libertà individuale nel convivere all’insegna di un cambiamento incessante.  Il liberalismo è la sola garanzia efficace per evitare che qualcuno si appropri dei nuovi strumenti di vita quotidiana, trasformando la capacità di conoscere in una privativa personale o di gruppo formando una presunta elite superiore ai cittadini. Od anche per evitare che vengano adottati meccanismi pubblici  non soggetti al giudizio dei cittadini di riferimento dell’istituzione che li ha inventati (cosa che invece  avviene, un esempio è il meccanismo del MES esistente nell’UE, che include soggetti estranei al giudizio del Parlamento UE).

Infine, trovo singolare che in sostanza l’articolo circoscriva i problemi politici italiani e internazionali al fatto che i conservatori (in Italia Fratelli d‘Italia e  Lega , in Europa l’EPR) abbiano “una mente illiberale poco conciliabile con la cultura occidentale”. Perché è innegabile che, negli ultimi anni, una parte consistente della cultura occidentale sia stata colta da una malattia che la ha fatta invadere da un morbo inconciliabile con il liberalismo: quello di interpretare la libertà come libertà imperiale, mentre la libertà dei liberali è esclusivamente la libertà di scambio delle idee, dei cittadini e dei materiali (una malattia che tra l’altro è sfociata nella dissennata azione decennale della NATO in Ucraina). Quindi non coglie il punto  ridurre la questione della mente illiberale ai conservatori della destra – come fa l’articolo –, cosa che invece avvantaggia  altri soggetti e culture.

Nel complesso, un simile modo di intendere il liberalismo fa gravi danni alla prospettiva politica di lavorare per la nascita di una formazione delle libertà. Nelle condizioni attuali, questo non solo indebolisce tale prospettiva (nella sua accezione classica di spinta al cambiamento  in funzione della realtà) ma nell’immediato apre enormi spazi di consenso elettorale a forze distanti dal liberalismo. Di fatti i cittadini, in precedenza influenzati nel profondo dalle offensive antiliberali delle due culture, nel momento in cui giudicano negativamente le due culture al governo insieme alle  elites alla base del governo, votano i populisti, che non hanno contatti con quelle due culture, avversano le elites e nel governare assicurano il rispetto delle indicazioni ricevute dagli stessi cittadini. Un simile percorso, ha dato vita all’epoca Conte, è stato per poco più di un anno interrotto dalla speranza elitaria su Draghi (di per sé aliena dall’imperniarsi sui cittadini), è giunto alla maggioranza Meloni che presenta diversi elementi per risultare duratura.  

Ora la maggioranza Meloni rientra in parte nella famiglia populista e in parte nel filone della destra sociale. La famiglia populista è contro le classi dirigenti, però si riferisce al cittadino inglobandolo con gli altri suoi conviventi, senza reciproche differenze, così che instaura un sistema disattento alla dinamica di un’economia aperta che coinvolge la massa dei cittadini ed è incline piuttosto a limitarsi  ad assistere i più deboli. Il filone della destra sociale non è equivalente alla destra tradizionale (specie quella immaginata dalla sinistra)  a partire dalla  maggior quantità di intervento pubblico ritenuta opportuna e dall’attenzione a tematiche del lavoro quali la partecipazione dei lavoratori alle imprese.  Inquadrando l’insieme , peraltro, in una visione di assoggettamento al capo. Sia la famiglia populista che la destra sociale, sono l’una e l’altra differentemente assai distanti dal criterio liberale della società aperta basato sulla libertà, sugli individui, sulla concorrenza, sulla diversità, sul non ricorrere ai plebisciti.

In tale quadro, il liberalismo resta confinato fuori della dialettica politica e il paese ne soffre e ne soffrirà. Attivarsi per ricostituire una formazione delle libertà, sarebbe molto saggio, ma è impossibile farlo partendo dall’attribuire ai liberali, come fa l’articolo di Fabbrini, una funzione che non può essere la loro. Specie oggi c’è l’urgente necessità di un gruppo politico davvero imperniato sull’anteporre la libertà, visto che le opposizioni (prigioniere del sinistrismo di un tempo) neppure riescono a concepire un progetto alternativo al governo, e che il ricorso a ricette liberali sarebbe la cura richiesta. Oltre i motivi abituali per esigere tali ricette, nel presente sta aggiungendosi la martellante campagna che reclama in continuazione l’instaurarsi della pace.

Una campagna, una volta esclusiva del mondo cattolico, ora estesasi e pericolosa dato che si svolge suscitando emozioni senza partire dalla libertà ed evitando di impegnarsi  nel costruirne le condizioni perché  la libertà prevalga. Che è poi il fattore essenziale per arrivare alla convivenza pacifica. Mentre più si parla di pace senza premettere la libertà,  più in concreto aumenta la produzione delle armi (nel 2022 l’aumento è stato, nel mondo, di quasi il 10%).

Per i liberali, gli atti compiuti pesano e la pace va costruita partendo dalla libertà, senza temere di giudicare e condannare chi non rispetta questo principio essenziale. Mettere l’accento sulla pace è un’aspirazione religiosa, estranea alla concretezza dell’agire politico. Non è casuale, considerato che la religione si occupa della fede personale e si fonda sul Dio, mentre la politica si  fonda sull’agire umano e si occupa dei rapporti  tra gli umani che sono la realtà. Tra l’altro, parlare di pace prescindendo dalla libertà finisce per essere incompatibile con scelte decisive, quali, nella nostra epoca,  la strenua difesa del diritto ad esistere di Israele. Questo siccome il pacifismo e basta  non tiene conto delle azioni compiute e dell’impegno a costruire la. libertà effettiva (tipo quella dei musulmani palestinesi in Israele, non a Gaza). E di conseguenza,  non volendolo, è la culla dell’estremismo terrorista.

Ho svolto questa riflessione estesa circa lo scenario sullo sfondo dell’articolo di Fabbrini, perché convinto che in Italia sono venuti a galla i bubboni della mancanza di liberalismo. Una vera e propria emergenza civile, Ed impostare le questioni come sostiene Fabbrini, dilaziona la consapevolezza del dovere affrontare questo nodo.

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Sulla libertà di informazione

Domenica 28 gennaio, il Direttore di Repubblica Molinari ha pubblicato con gran rilievo l’editoriale “Il rispetto della libertà di informazione”. Il tema  à senza dubbio centrale nel convivere, per tutti i cittadini ma in specie per i liberali che storicamente lo hanno sostenuto e  introdotto. Peccato, tuttavia, che Molinari abbia distorto  il tema a suo uso e consumo, omettendone il valore cardine. Cioè l’assoluta impossibilità di stabilire in partenza con certezza quale sia la notizia da dare e l’interpretazione di ciò che è avvenuto.  In sostanza l’impossibilità  di equiparare la libertà di informazione ad una verità.

L’editoriale di Molinari è concepito con un solo scopo. Attaccare ll Presidente del Consiglio attuale. A tal fine, gli imputa con scandalo   di aver “delegittimato Repubblica a causa della sua proprietà e le prese di posizione avvenute da parte delle organizzazioni che rappresentano i giornalisti” nonché  “di attacchi diretti a trasmissioni tv, siti Internet e quotidiani — Report, Otto e Mezzo, Piazza Pulita, Dagospia, Repubblica ed altri — di orientamento e posizioni assai diverse ma accomunati dal fatto di essere accusati di complottare contro l’esecutivo. Tutto questo all’unico fine di non rispondere alle domande difficili che questi organi di informazione hanno sollevato e sollevano nei confronti della premier, delle sue scelte politiche e dell’attività di governo”. Un deciso attacco riassunto in una conclusione: i comportamenti descritti “ pongono la premier nella necessità di riaffermare la volontà di ottemperare al dettato dell’articolo 21 della Costituzione italiana che garantisce e protegge la libertà di informazione nel nostro Paese”. Una simile conclusione evidenzia un concetto di libertà di informazione  che contraddice le impossibilità richiamate nel primo paragrafo.

Di fatti, l’art. 21 stabilisce che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazione o censure”. Non prescrive che qualcuno può stabilire cosa si deve manifestare o che non si può confutare quanto altri affermano o che è obbligatorio rispondere alle domande poste dai giornalisti. Ciò perché l’art.21, utilizzando l’informazione  libera, intende innescare un confronto aperto tra i diversi cittadini da sottoporre alla sperimentazione nei fatti. Non rispondere a domande dei giornalisti  e non fornire risposte ritenute esaurienti, non è uno scandalo, né è un’offesa  dire che alcuni organi avversano il governo. Sono tutte differenze di opinioni, anche drastiche, che rientrano nel confronto pubblico e danno elementi al giudizio dei cittadini. Che sarà negativo oppure no, ma che di sicuro non viola l’art.21 della Costituzione.

Non a caso, i liberali condividono il merito implicito in alcune domande citate da Molinari  nell’editoriale (tipo quella sul salario minimo, non contrapposto al modo di produrre, oppure sul non indebolire il ruolo del Capo dello Stato non contrapposto al voto dei cittadini) e sono contrari ad altre (tipo quella sul bocciare la riforma del Mes, scelta condivisa dai liberali perché essa mantiene nel MES un nodo estraneo ai cittadini europei). Del resto, le opinioni differenti sono il sale della libertà. Semmai il continuo richiamare presunte violazioni della Costituzione delegittima la libera informazione e il rispetto delle regole democratiche. Perché esprime l’idea che solo alcuni, in genere facenti parte di elites burocratiche pubbliche o di ristretti gruppi super ideologizzati, siano in grado di fissare il dettato della Costituzione. Un’idea anche troppo diffusa, ma essa sì estranea all’impianto della  nostra Carta. Basato sull’equilibrio fra i due poteri esecutivo e legislativo (verificato con il sistema dell’ordine giudiziario), e al contempo sul continuo conflitto civile secondo le regole (non per questo meno aspro) attivato dalla libertà di informazione, mai elitaria.

Nell’editoriale di Molinari fa purtroppo capolino la concezione irreale di limitare l’indipendenza della stampa all’esistenza dei giornalisti (quasi sacrale e scevra dal conformismo) piuttosto che al  continuo corretto funzionare dell’insieme della società aperta. Ed almeno  in Italia,  populismo e sovranismo non sono frutto di volgari aggressioni ai mezzi di informazione equiparati ad avversari, bensì dello spazio politico dischiuso da pratiche di governo a lungo disattente ai cittadini (celate dalla stampa).

Al di là di ogni intento, l’editoriale di Molinari, con il delineare un’informazione incline a funzioni che non le appartengono (e invece distratta nello stare ai fatti), aggrava gli effetti distorsivi applicandosi  al Presidente del Consiglio. Circostanza che di fatto viene percepita da larghissima parte dell’opinione pubblica come un pregiudizio ostile al cambiamento e alla fine si risolve nel favorire la presa elettorale dello stesso Presidente. Certo non il fine della mentalità liberale.

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