Ubriacature

In Italia il giornalismo vive di ubriacature: l’altra settimana il dramma sociale per l’Italia fuori dai mondiali, ora lo sdegno perché l’Europa ha assegnato col sorteggio la sede dell’Agenzia per i Medicinali. Eppure il sorteggio è venuto dopo le votazioni senza maggioranza. Dunque chi si sdegna preferisce nessuna decisione a decidere via sorteggio. Ma decidere è indispensabile, anche vivendo tra diversi. Siccome il caso è vita, sorteggiare è più evoluto delle disfide Oriazi Curiazi. Insomma le ubriacature sono mezzi trogloditi.

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L’astensione deriva da progetti e candidati non credibili

Sulle testate giornalistiche, è di moda allarmarsi per il calo dei votanti alle elezioni. Lo trovo un atteggiamento tanto più ingiustificato quanto più si accalora nel temere la tenuta democratica. Esprime la concezione della democrazia misurata principalmente dalla percentuale dei votanti. Cioè un retaggio di quando la democrazia era in fasce (“crazia” indica appunto la forza del potere, all’epoca soprattutto numerica), e quindi, trattandosi di territori con pochissime decine di migliaia di abitanti, risaltava la prospettiva che tutti gli abitanti votassero.

Il contrastato irrobustirsi della democrazia al passar del tempo e il suo trasformarsi in rappresentativa, ha reso via via sempre più evidente che la sua vera caratteristica – specie ora – è il ruolo preminente della diversità di ogni cittadino avente diritto di voto. Non è una sottigliezza trascurabile. La forza della democrazia oggi non si deve misurare con il numero degli elettori mobilitati. Si deve misurare con la certezza della piena libertà di voto riconosciuta a tutti, senza privilegiare nessuno, per far vivere il sistema del decidere reiterato tra i cittadini: dunque elezione del parlamento rappresentativo, indicazione degli indirizzi complessivi di governo, eventuale ricorso al referendum abrogativo per verificare la corrispondenza tra parlamento e cittadini, nuove votazioni a scadenza prestabilita e non eccessiva al fine di valutare ed indirizzare.

Essendo questo il sistema della democrazia, non si può sostenere che il criterio rappresentativo deve prevalere su ogni altro perché il Parlamento sia rappresentativo; e di conseguenza attribuire la rappresentatività del Parlamento alla percentuale dei votanti sugli aventi diritto. In realtà, quello che conta davvero sono l’insieme delle regole adottate e le condizioni di vita attivate nel paese. Infatti, il Parlamento è il meccanismo con cui i cittadini regolano la convivenza tra diversi e per natura non può mettere in secondo piano l’aspetto del governare, vale a dire dello scegliere. Per cui la percentuale dei votanti è sì un fatto da valutare ma di per sé non consente di concludere che leggi e condizioni di vita siano negative, perfino inaccettabili e rischiose per la convivenza. In altre parole, ancor più del numero dei votanti, si devono verificare la qualità delle leggi, il loro funzionamento, e le condizioni di vita indotte.

Innanzitutto va considerato che la diversità stessa porta i cittadini a non votare per una serie di motivi. Uno di questi è certo l’impulso di non accettare le istituzioni , un altro è quello di rifiutare l’indirizzo di chi governa. E queste due tipologie di motivi non sono agevolmente superabili perché fondate sul sentirsi sudditi (e quindi stranieri nella democrazia). Poi svetta anche un calo di interesse per le amministrazioni locali (o per quesiti referendari considerati di poco interesse, magari specchietto per le allodole) e anche la sensazione di non poter influire con il proprio voto. Intendiamoci, non nel senso di risultare minoranza (esser minoranza è una possibilità connaturata nel convivere tra diversi che decidono di volta in volta); piuttosto nel senso dell’avvertire un destino ineludibile , sia per incapacità propria di trovare alleati sia per la percezione (quasi sempre più o meno inesatta) di una organizzazione sovrastante destinata a prevalere rendendo la scelta democratica una formalità. A questa sensazione è necessario (e ritengo anche utile) replicare portando a riflettere che, in base all’esperienza, la libertà e la democrazia non possono irrobustirsi senza il continuo disputare dei cittadini sull’organizzare la convivenza civile. Altrimenti le degenerazioni autoritarie e totalitarie hanno maggiori possibilità di verificarsi ammorbando la convivenza.

A parte il caso referendario – ove ha molto rilievo l’importanza riconosciuta al quesito (di fatti nel 2106 il referendum sulla proposta di riforma costituzionale oligarchica ha riportato l’affluenza all’alto livello delle elezioni politiche) – , il problema è che l’attuale tendenza astensionista non è una disaffezione causata dalle sensazioni precedenti, bensì il giudizio sulla uguale inefficacia delle offerte politiche tradizionali in campo e tra loro contrapposte. Ciò perché tanti cittadini sono convinti che tali offerte politiche abbiano dimostrato non solo di essere inadeguate a governare ma anche di non rispettare mai i programmi annunciati e di essere la causa del forte disagio civile esistente attualmente.

In questa situazione, non si riportano al voto gli astensionisti agitando il pericolo che il M5S si ribelli all’ordine costituito. Di fatti, chi si astiene non si fida comunque del potere costituito, e, caso mai fosse convinto a votare, non voterebbe contro chi si oppone all’ordine costituito (per analogo motivo, attaccare i M5S perché rifiutano di allearsi con qualcun altro, significa non capire che tale strategia è del tutto coerente al loro messaggio politico, quindi attaccarli così li aiuta).

L’astensionismo si può ridurre solo sottoponendo agli elettori progetti di forte cambiamento diversi dal M5S. Progetti chiari, alternativi alle gestioni di potere in essere, composti da singole proposte percepite adatte a risolvere il problema cui sono riferite, e presentati da candidati credibili, vale a dire non colti già in fallo e dotati di riconosciuta capacità di analisi civile e di azione realizzatrice. Insomma, progetti di seppur minima caratura liberale. Politica è proporre le cose da fare, gli schieramenti ne conseguono. Non viceversa. Insomma, per ricuperare l’astensionismo, occorre non portare in tavola minestre riscaldate.

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La censura è la rinuncia alla libertà individuale

Nei periodi non di guerra e salvo circostanze eccezionali indicate dalla legge, la censura è una pratica illiberale nel profondo. Mirando a controllare in via preventiva corrispondenza, opere teatrali, libri, immagini, filmati e quant’altro da diffondere in privato o in pubblico, essa viola l’assunto fondamentale della libertà civile: il diritto individuale a relazionarsi con gli altri individui per esprimere sé stesso. Tale diritto sottrae la convivenza tra i cittadini al controllo dell’autorità pubblica. Di più, attribuisce all’autorità pubblica il compito di garantire al cittadino di non esser soggetto ad un controllo preventivo, se non nei limiti di quanto legittimamente disposto dai magistrati.

La libertà del cittadino di potersi esprimere come preferisce, è il fulcro della libertà civile. L’una non può esistere senza l’altra. Ovviamente, siccome la natura umana è la diversità di ciascun individuo e a livello primordiale questa si accompagna all’anteporre le proprie esigenze ad ogni altra cosa, per convivere è indispensabile vi siano norme, unitamente ad una specifica formazione culturale, che inducano all’esercizio della diversità in termini di reciproca tolleranza per l’altrui libertà. In tal modo, e non con l’obbligo di seguire la tradizione che non garantisce di essere adeguata alle necessità dei tempi, il conflitto tra gli individui – sempre presente, anche nei migliori rapporti affettivi – si svolge nel pieno rispetto delle due personalità, consentendo il successivo prevalere in base ai risultati. Invece un’autorità che controlli in anticipo parole e azioni, riduce la libertà dei cittadini fino ad annullarla.

Gli autoritari furbi (ma anche i democratici sempliciotti che pospongono la libertà all’ordine sociale) sostengono che il controllo preventivo della censura permetterebbe più sicurezza. I liberali non cadono nella trappola del ridurre i diritti costituzionali adducendo come motivo l’evocare la lotta al terrorismo o il contrastare la malavita o il mantenere il decoro sessuale o il rispettare le istituzioni. La censura riporta indietro le relazioni civili a quando con la forza si applicava il conformismo dell’autorità. I liberali non vogliono il conformismo e vogliono giudicare le idee e le azioni, perché la conoscenza umana si amplia tramite questo giudizio (non col dire “chi sono io per giudicare”, concetto che, dietro la forma umile, nasconde la rinuncia alla centralità delle relazioni umane per sostituirla con la sudditanza ai rappresentanti terreni della divinità).

Dunque, è decisivo far maturare di continuo la cultura della responsabilità delle proprie azioni, che – è giusto ed inevitabile – saranno oggetto di giudizio da parte degli altri cittadini: sempre con la valutazione dell’opinione pubblica e talvolta con un contenzioso civile o penale. Insomma, una società liberaldemocratica è priva di censura. La libertà di esprimersi regna fisiologica e le istituzioni devono impegnarsi nel farla funzionare in ogni momento e nell’assicurare due cose: che la valutazione dell’opinione pubblica sia libera e che i contenziosi si svolgano in modo fluido e in tempi rapidi (il che implica, al giorno d’oggi, un impegno robusto per intensificare i ritmi e ridurre la durata dei processi penali).

La libertà di espressione, che impone di non praticare la censura preventiva, non apre a licenze assurde, come negare i fatti materialmente avvenuti, non rispettare le norme vigenti magari incitando al non rispetto, usare notizie di qualsiasi natura a fine di ricatto. Quanto al primo punto, la libertà del cittadino non consente di mutare a discrezione i fatti avvenuti (ad esempio, è innegabile la realtà storica dei campi di sterminio nazisti). Quanto al secondo punto, la libertà del cittadino da il diritto di criticare a fondo le leggi esistenti ma non quello di cambiarle con procedure estranee all’assetto istituzionale vigente. Quanto al terzo punto, la libertà del cittadino di diffondere notizie non può essere usata quale mezzo estorsivo diretto o indiretto, addirittura anche per cancellare il privato.

Di conseguenza, non si possono escludere in linea di principio norme per sanzionare penalmente a posteriori comportamenti rientranti in quei tre punti. Nel primo perché equivale a dare ai cittadini notizie false e tendenziose il negare la realtà dei campi di sterminio (mentre sarebbe legittimo – anche se intrinsecamente illiberale – sostenere che la loro esistenza è stata un atto di civiltà). Nel secondo perché equivale a violare l’ordinamento costituzionale del vivere insieme il provare a mutare le regole non rispettando le procedure previste per cambiarle (mentre sarebbe legittimo – anche se politicamente irrispettoso dell’esperienza storica – trovare in Parlamento la maggioranza per approvare atti negativi, quali la ricostituzione del partito fascista). Nel terzo perché equivale a contraddire il significato della conoscenza il far dipendere il rivelarla dall’ottenere o meno un compenso estorsivo di qualsiasi tipo (mentre sarebbe legittimo – anche se moralmente opinabile – decidere di non rivelare conoscenze acquisite su fatti antecedenti o in corso).

Nel complesso, la censura è materia estranea alla mentalità liberale e il decidere regole al riguardo richiede una approfondita valutazione critica di quali strumenti di intervento istituzionale utilizzare. Ancora una volta, è inefficace, se non controproducente, affrontare la questione censura attraverso l’emotività dei sogni e il sostituire l’utopia alla realtà costruibile. Perciò in questi giorni i liberali sanno trattenersi perfino dal chiedere la censura sugli ossessivi piagnistei tv per il fantasticato dramma sociale dell’Italia fuori dai mondiali di calcio.

 

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Sul rivolgersi solo alla sinistra (a Anna Falcone e Tomaso Montanari)

In risposta alla comunicazione del rinvio dell’Assemblea da loro convocata per il 18 novembre in prosecuzione di quella precedente al Brancaccio nel mese di giugno 2017.

Il giorno dopo il referendum sulla proposta oligarchica Renzi Boschi per fortunata respinta dai cittadini, l’intero gruppo dirigente del Comitato “Per le libertà dei cittadini, NO AL PEGGIO” fece un documento per affermare che il risultato era una vittoria della cultura liberale.
Con ciò vogliamo richiamare la nostra convinzione circa la natura della crisi che pervade il Paese. E’ una crisi anche da voi avvertita quale clima crescentemente pesante che grava sulla convivenza civile sotto il profilo economico, certo, ma non solo né soprattutto. Sotto questo profilo ci auguriamo che, come del resto scrivete voi stessi, il vostro impegno continui per non disperdere l’intento di mobilitare i cittadini più sensibili a tale importantissimo problema civile.

Peraltro, con il richiamo ad un anno fa, desideriamo sottolineare che a nostro parere la terapia non sta nel sognare formule e movimenti salvifici per preservarci dall’insidia dei potenti. La terapia sta nel convincere i cittadini a dare la massima attenzione alle regole istituzionali e alle condizioni concrete per il relazionarsi tra  loro diversi individualmente, nelle reciproche attività rese possibili da quelle stesse regole. Crediamo basti questo per capire che, secondo noi, il vostro opportuno intento di mobilitare i cittadini per migliorare le condizioni di vita, resta essenziale; però è destinato a trovare ostacoli insuperabili se si affida esclusivamente al sogno della sinistra. La sinistra, nell’organizzare la convivenza (come è apparso sempre più chiaro), sottovaluta troppo il valore della libertà individuale tra i diversi rispetto a quello dell’uguaglianza. L’uguaglianza, quando viene estesa dall’irrinunciabile ambito dei diritti a tutti i parametri, conduce come minimo al conformismo, poi all’immobilismo e talvolta anche a danni più tragici per l’esistenza del cittadino. E al giorno d’oggi cade di continuo nella trappola di confondere la globalizzazione con il modo di intenderla interessato delle grandi oligarchie di ogni tipo, finendo di conseguenza nell’incapacità di utilizzarla al meglio e di sgonfiare le sacche di miseria fisica ed intellettuale indotte dal suo uso distorto.

Secondo noi, essendo questo delle regole e dei fatti imperniati sul cittadino diverso, il meccanismo mostratosi più efficace nell’esperienza storica, la sfida verte sullo smettere con l’accusare i partiti della sinistra e i suoi dirigenti di essere interpreti inadeguati del sogno – di conseguenza abbandonando appunto la strategia del sogno in sé – e, al posto di queste cose, sull’impegnarsi a costruire una collaborazione della sinistra con i liberali di idee e di comportamenti per concordare la costruzione dei progetti politici da realizzare attraverso il voto. Facciamo osservare, del resto, che, agevolati dalla minaccia oligarchica, questo è proprio quello che siamo tutti insieme riusciti a fare il 4 dicembre 2016 ottenendo una partecipazione da anni inusuale.

Formuliamo i migliori auguri per il vostro impegno e ci auguriamo di avere l’occasione di approfondire questi argomenti.

Antonio Pileggi    Raffaello Morelli

 

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Un lusso che non ci possiamo permettere

La tentazione di procrastinare può cogliere ognuno. Per tante ragioni, percepite perfino come intento virtuoso. Ad esempio, aver tempo per maturare meglio il problema da fronteggiare oppure per valutare a fondo le conseguenze di una decisione soppesando le alternative oppure per ricuperare le energie necessarie oppure per attendere un momento più adatto. Ma al di là delle giustificazioni, il continuo rimandare il fare qualcosa maschera, salvo rare eccezioni, il desiderio di non impiegare il proprio tempo per svolgere qualche compito o di dedicarsi ad attività solo ludiche o di non affrontare scadenze non gradite. Così, qualora la propensione a rimandare al domani divenga endemica, costituisce un problema per il convivere.

Non perché ognuno non abbia il diritto di scegliere i propri ritmi di vita. Ma perché vivere rinviando costantemente a domani quello che può esser fatto oggi, equivale a ridurre molto l’attività dell’individuo, qualunque essa sia. E se un simile ritmo di vita diviene abituale per un numero sempre più ampio di cittadini, il relazionarsi di quei conviventi ne risente parecchio. E’ un fattore più negativo di quanto lo fosse una volta.

L’intera vita umana è ancor più legata alla dinamica del passar del tempo (principale conseguenza del rapido accelerare della tecnologia di trasmissione ed informazione che ha innescato impreviste possibilità di fulminee relazioni globali) nonché all’agire e al pensare nella prospettiva futura. Oggi, se un problema non viene affrontato quando si presenta o uno studio in qualunque settore non viene effettuato con impegno e dedizione serrati, è molto probabile che lo affrontino altre persone magari ubicate lontano. Tutte persone con la caratteristica di essere meno tentate dal procrastinare.

Attualmente, in Italia, la tentazione di procrastinare è assai forte. Si è formata, per motivi storici, una specie di bolla culturale, in cui non solo domina il crogiolarsi nel presente trascurando ciò che potrà avvenire, ma addirittura si agisce come se il tempo non passasse e si adottano logiche eternizzanti e statiche (vale a dire di stampo ideologico e religioso). L’attitudine a procrastinare è pervasiva. E non trovando un contrasto concettuale, ha ormai superato il livello di guardia in ambito istituzionale. Soprattutto nella vasta categoria addetta alla gestione dei meccanismi pubblici, la burocrazia. La quale influenza anche gli organismi politici ad essa preposti (portati a ritenere un destino ineludibile il procrastinare le opere pubbliche) e perfino i cittadini (che ironizzano pesantemente sui ritardi dello Stato ma non agiscono per rimuoverli). Di fatti, i cittadini preferiscono sognare rassicuranti soluzioni utopiche invece di punire i responsabili non votandoli o, quando li puniscono, privilegiare chi fa promesse irrealistiche piuttosto che chi presenta progetti innovativi completi di tempi per realizzarli, cioè fattibili e perciò stesso non utopici.

La propensione a procrastinare va contrastata, non con provvedimenti impositivi ma spiegando con insistita determinazione i danni che provoca alle condizioni del convivere. Il rinviare un lavoro pubblico, una vaccinazione, un intervento finanziario, un innesto agricolo, il modificare il sistema educativo obsoleto, l’effettuare un servizio postale, l’eseguire un soccorso sociosanitario, lo svolgere ricerche e indagini nell’ordine pubblico, il controllare il funzionamento dei meccanismi istituzionali per aggiustarli, e così via, fatto su larga scala e alla lunga, produce guasti gravi sul clima del convivere. Guasti simili l’Italia di oggi non se li può più permettere.

In particolare, ad esempio, l’Italia ha un problema improcrastinabile. Quello di un debito pubblico enorme, intorno al 133% del PIL, che è continuato a crescere tanto negli ultimi anni nonostante i tassi di interesse molto bassi, cioè dimezzati dalla politica di riacquisto dei titoli pubblici della BCE. Qui non approfondisco il significato della politica di riacquisto (comunque, tenendo i tassi bassi, non stimola i governi a ridurre le spese). Ma, a parte le ragioni della BCE nel fare questo (cioè non procrastinare il sostegno ai paesi UE), esse vanno venendo meno e la BCE ha ora deciso una seconda riduzione degli acquisti portandoli da 60 a 30 miliardi€ mensili dal 1 gennaio 2018. Questa riduzione coincide in Italia con almeno un trimestre dedicato alle elezioni politiche. Dunque è facile prevedere – tenuto conto come in Italia la timidissima ripresa sia la metà degli altri UE – che gli investitori, soprattutto quelli esteri, non correranno a sottoscrivere i titoli italiani. Pertanto ci sarà una spinta all’aumento degli interessi. Ora, un semplice calcolo. Il debito pubblico accumulato non crescerebbe, nell’ipotesi che i tassi restassero sul 2% , solo a condizione che il PIL annuo toccasse almeno il 2,7%. Invece – tanto per dare un’idea delle dimensioni in ballo – qualora i tassi arrivassero al 3% , la stessa condizione esigerebbe che il PIL lievitasse al 3,95%. Una dimensione del genere non viene raggiunta dal 2001 . Quindi proseguirà la salita del debito.

Se in Italia vogliamo riconquistare il benessere economico e il lavoro, è urgente smetterla di procrastinare la drastica riduzione del debito pubblico che strangola i conti pubblici e il taglio dei lacci che vincolano il funzionamento della macchina produttiva (cominciando dalle gravissime lentezze burocratiche, vedi gli aiuti ai terremotati in crescente ritardo o la ritrosia della pubblica amministrazione nel pagare i debiti o la ritrosia dei magistrati nel fissare tutte le date del processo civile all’inizio, come per legge, rispettandole). Insieme bisogna cessare di procrastinare il risanamento del sistema produttivo, perché, specie nel mondo globalizzato, non si può vivere fingendo di distribuire il denaro non prodotto e confidando che le risorse altrui verranno sempre in nostro soccorso senza limiti di quantità e di tempo. La mentalità del procrastinare è un lusso ormai fuori della nostra portata.

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Festeggiando l’on. Gennaro Papa

Intervento al Convegno di Montesarchio del 29 ottobre 2017 per festeggiare l’on. Gennaro Papa

Festeggiando Papa

 

 

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Libertà e regole

l forte contrasto tra le istituzioni spagnole (Corte Costituzionale, Monarchia, Governo, Parlamento) e quelle catalane costituisce un banco di prova di come intendere le regole del convivere nei sistemi liberaldemocratici. Ancor più dopo le mosse di venerdì 27 ottobre delle due parti. Ormai nessuno può negare che in ballo non ci sono le valutazioni sul percorso politico fatto dalla Spagna e dalla Catalogna nei mesi scorsi prima di arrivare ad oggi (i rispettivi errori non toccano la questione istituzionale definitiva). E neppure la legittimità di preferire il principio della Catalogna indipendente a quello della Spagna centralista.

Il metro di giudizio sta nelle condizioni istituzionali in cui si manifesta il disaccordo. E’ in gioco il rapporto tra libertà e regole. Da lunghissimo tempo. la cultura liberale afferma che non esiste libertà senza regole e che le regole senza libertà soffocano la convivenza civile. Dunque, essendo certo che la Spagna attuale ha una Costituzione con regole di libertà, secondo i liberali non è accettabile la pretesa catalana di divenire indipendente contro la Costituzione spagnola. Non a caso, a livello UE e internazionale non si intende riconoscere l’autoproclamata repubblica catalana.

Le piazze esagitate e i giornalisti di TV e stampa che appoggiano il comportamento dei catalani, dicono che il dibattito sulla Catalogna è sullo stato di diritto, sul rispetto del dissenso, sul rapporto tra governo centrale e autonomie locali. E inoltre che quanto è avvenuto a Barcellona è già avvenuto molte volte nella storia.

La prima asserzione denota poca chiarezza nei concetti. In uno stato di diritto, è inaccettabile voler far decidere i cittadini sull’integrità del paese stando fuori del diritto. Esaltare a parole l’autogoverno e il diritto a decidere le forme istituzionali ma non tenere comportamenti rispettosi delle libere regole di convivenza già vigenti, equivale a sostituire il normale confliggere democratico con il criterio della violenza e a dare una spinta alla frammentazione civile disgregatrice. Questo è davvero un tentativo di colpo di stato.

La seconda asserzione guarda al passato per riviverlo e rifuggire la realtà attuale. Nel passato, le condizioni di vita e di libertà erano di gran lunga inferiori anche qualora esistenti. Pertanto si usava la forza fino alla violenza per spezzare catene non solamente metaforiche. La violenza fisica era allora capillare e quasi sempre le configurazioni statali nascevano per suo mezzo. Questi precedenti non sono richiamabili oggi. Perché oggi l’introdurre il criterio della violenza diminuisce il peso civile del cittadino avviandone il passaggio alla forza fisica (speriamo gli indipendentisti catalani non ci arrivino). Per di più la frammentazione indotta rinforza il populismo, che è l’ansia di cambiare non all’insegna della libertà del disaccordo ma rifiutando le istituzioni della libertà. Insomma la nostra epoca non è più quella dei sogni otto novecenteschi. Oggi è illusorio dichiarare l’intento di esser liberi e indipendenti, pensando che ciò basti a divenirlo, anche senza avere progetti operativi per arrivarci nel rispetto delle regole. La libertà senza regole danneggia tutti e alla fine si autoaffonda.

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La coesistenza tra libertà e regole

Il forte contrasto tra le istituzioni spagnole (Corte Costituzionale, Monarchia, Governo, Parlamento)  e quelle catalane costituisce un banco di prova di come intendere le regole del convivere nei sistemi liberaldemocratici. Appunto per questo serve una opinione contraria all’interpretazione al riguardo che sta circolando sulla stampa. Tutta incentrata sul tradizionale schema della contrapposizione tra il principio centralista e quello autonomista a prescindere dalle condizioni istituzionali in cui si manifesta.

In tale schema non è un caso che della vicenda si parli sorvolando sulla annosa politica indipendentista definita incostituzionale dalla Corte già anni fa. Si fanno paragoni tra Catalogna e Ucraina (che era uno Stato indipendente), oppure tra Catalogna e Kosovo (criticando Washington che non li accetta) e vien data per scontata la tesi secondo cui il dibattito sulla Catalogna si sarebbe trasformato in un dibattito sullo stato di diritto, sul rispetto del dissenso, sul rapporto tra governo centrale e autonomie locali.  E si sostiene anche che sarebbe in grande imbarazzo la comunità internazionale all’inizio intenzionata a liquidare il tutto come una questione interna alla Spagna ma che ora, con il precipitare degli eventi, è chiamata a prendere posizione. Tesi che è un puro auspicio politico, dato che nella cronaca non v’è indizio di abbandono della linea degli affari interni.

Un’interpretazione e un auspicio siffatti vanno confutati confermando il quadro in cui può essere sostenuta un’aspirazione separatista di per sé legittima. Quando esiste una libera Costituzione, è inaccettabile la pretesa di far decidere i cittadini sull’integrità del paese stando fuori delle regole. Esaltare a parole l’autogoverno e il diritto a decidere le forme istituzionali ma non tenere comportamenti rispettosi delle libere regole di convivenza già vigenti, equivale a sostituire il normale confliggere democratico con il criterio della violenza e a dare una spinta alla frammentazione civile disgregatrice. Questo è davvero un tentativo di colpo di stato.

L’introdurre il criterio della violenza diminuisce il peso civile del cittadino avviandone il passaggio alla forza fisica (speriamo gli indipendentisti catalani non ci arrivino esplicitamente); la frammentazione rinforza il populismo, che è l’ansia di cambiare non all’insegna della libertà del disaccordo ma rifiutando  le istituzioni della libertà. La nostra epoca non è più quella dei sogni otto novecenteschi. Oggi è illusorio dichiarare l’intento di esser liberi e di voler migliorare il modo di governare, pensando che ciò basti a realizzarli,  anche senza avere progetti operativi definiti e coerenti per arrivarci.

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Aspirazioni autonomistiche

Il forte contrasto tra le istituzioni spagnole (Corte Costituzionale, Monarchia, Governo, Parlamento) e quelle catalane costituisce un banco di prova di come intendere le regole del convivere nei sistemi liberaldemocratici. Appunto per questo serve una opinione contraria all’interpretazione che ne ha dato il Cav. Andrea Sarubbi, giornalista cattolico ex parlamentare PD.

 

Il Cav. Sarubbi non riesce ad affrontare il contrasto al di fuori del tradizionale schema della contrapposizione tra il principio centralista e quello autonomista a prescindere dalle condizioni istituzionali in cui si manifesta. Non è perciò un caso che il racconto della vicenda sorvola sulla annosa politica indipendentista definita incostituzionale dalla Corte già anni fa, cita un paragone tra Catalogna e Ucraina (che era uno Stato indipendente), ventila quello tra Catalogna e Kosovo (criticando Washington che non lo accetta) e da per scontato che “il dibattito sulla Catalogna si è trasformato in un dibattito sullo stato di diritto, sul rispetto del dissenso, sul rapporto tra governo centrale e autonomie locali”. Ed è ancor meno un caso che giunga a scrivere “ecco il grande imbarazzo della comunità internazionale che all’inizio avrebbe voluto liquidare il tutto come una questione interna alla Spagna ma che ora, con il precipitare degli eventi, è chiamata a prendere posizione” . Un puro auspicio politico del Cav. Sarubbi, dato che nella cronaca non v’è indizio di abbandono della linea degli affari interni.

 

Un’interpretazione e un auspicio siffatti vanno confutati confermando il modo in cui può essere sostenuta un’aspirazione separatista di per sé legittima. Quando esiste una libera Costituzione, è inaccettabile la pretesa di far decidere i cittadini sull’integrità del paese stando fuori delle regole. Esaltare a parole l’autogoverno e il diritto a decidere le forme istituzionali ma non tenere comportamenti rispettosi delle libere regole di convivenza già vigenti, equivale a sostituire il criterio della violenza a quello del confliggere democratico e costituisce una spinta alla frammentazione civile disgregatrice. Questo è davvero un tentativo di colpo di stato.

 

L’introdurre il criterio della violenza diminuisce il peso civile del cittadino avviandone il passaggio alla forza fisica (speriamo gli indipendentisti catalani non ci arrivino esplicitamente); la frammentazione rinforza il populismo, che è l’ansia di cambiare non all’insegna della libertà del disaccordo ma rifiutando le istituzioni della libertà. La nostra epoca non è più quella dei sogni otto novecenteschi. Oggi è illusorio dichiarare l’intento di esser liberi e di voler migliorare il modo di governare, pensando che ciò basti a realizzarli, anche senza avere progetti operativi definiti e coerenti per arrivarci.

 

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L’uso populistico del referendum

La traccia del principio di una società liberale – l’imperniarsi sul ruolo del cittadino  – si evolve nel tempo e lascia il solco delle regole via via adottate , in forma di tradizione storica. Pertanto comparare le modalità organizzative delle istituzioni in due paesi, non può trasformarsi in un rispettivo adeguamento automatico. E’ impossibile trapiantare un meccanismo in modo automatico senza rivedere anche l’impianto complessivo e la connessa mentalità civile. Ad esempio, in tema di referendum, sarebbe assurdo paragonare direttamente l’uso che se ne fa in Svizzera (una nazione che da 5 secoli si fonda sull’autogoverno dei cantoni e sulla attiva neutralità volontaria rispetto alle dispute di potere tra le altre) con quello che se ne può fare in Italia (una nazione che esiste da appena un secolo e mezzo, che è sorta accentrata su spinta del Regno di Sardegna, che ne ha conservato i caratteri e che ha una previsione costituzionale sulla guerra formulata con termini ideologico religiosi assai ambigui all’art.11 correlato all’art. 78) .

In Italia, regole istituzionali e procedure politiche hanno al centro il parlamento eletto dai cittadini. Nella Costituzione il referendum è una forma di controllo su molte decisioni del parlamento (non su tutte) per evitare che l’esercizio della rappresentanza non corrisponda alla volontà dei rappresentati. Questo importante approccio è circoscritto, eppure la legge attuativa del referendum tardò per quasi 25 anni. Arrivò per consentire ai cattolici, fulcro del Governo, di respingere la legge sul divorzio maggioritaria in Parlamento ma la sua prima applicazione nel ‘74 confermò la scelta compiuta dal Parlamento (con una percentuale identica a quella che nel 2016 ha invece bocciato la proposta oligarchica di riforma della Costituzione fatta approvare in Parlamento dal Governo Renzi).

Nel parlamentarismo liberale, l’incessante conflitto democratico tra i cittadini ha uno scopo. Mantenere istituzioni e rapporti civili adeguati al passar del tempo, col far decidere ai cittadini come cambiare le regole e quali iniziative socioeconomiche assumere, al fine di garantire al singolo cittadino la migliore capacità di vita e di espressione. E’ indubbio che in un simile processo è essenziale l’accrescere il peso del cittadino nella vita pubblica e dunque è determinante anche la cura dedicata a far sviluppare l’autogoverno regionale e le autonomie locali. Sottolineo che questi principi non sono slogans. Sono criteri di comportamento irrinunciabili nella concezione liberale. E’ pertanto evidente che esaltare a parole l’individualismo, l’autogoverno, il diritto a decidere le forme istituzionali, configura una concezione politica liberale esclusivamente quando i comportamenti rispettano le regole di convivenza vigenti. Non rispettarle, qualunque sia l’atteggiamento nel farlo, equivale all’introdurre il criterio della violenza al posto di quello del confliggere democratico (diminuisce il peso civile del cittadino e aumenta quello della forza fisica di qualsiasi genere).

In queste settimane fioccano le applicazioni più o meno illiberali del ricorrere al referendum. Il caso più clamoroso sono le vicende spagnole, ove l’aspirazione separatista della regione catalana, di per sé legittima, ha pervicacemente adottato una linea contro la Costituzione spagnola (lo ha sancito due volte la Corte Costituzionale) pretendendo che i cittadini catalani decidessero sull’integrità della Spagna stando fuori delle regole spagnole (oltretutto usando questa pretesa incostituzionale come argomento di trattativa con Madrid). I due referendum in Lombardia e Veneto hanno in comune con il caso Catalogna solo il termine referendum, perché non si oppongono alla Costituzione italiana.

Però i liberali non possono non rilevare la forte stranezza politica dei loro quesiti. Domandare ai rispettivi cittadini se vogliono un maggior grado di autonomia rispetto al governo centrale, è una strana politica perché non da ai due Governatori una autonomia più ampia ed è un costo inutile per le casse regionali. La realtà è che si è ricorso al referendum per ammiccare ai fautori del separatismo imposto con la forza, agitando il sogno che sia possibile farlo votando sì (sogno drogato visto che una maggior autonomia dipende da una legge nazionale che la preveda). Il guaio è che un ammicco così rafforza l’idea populista che per ottenere le cose basti lo chieda una minoranza con forza e non occorra un meccanismo democratico, voluto secondo le regole dalla maggioranza dei rappresentanti dei cittadini. In ogni caso, l’esperienza ha provato l’impossibilità di governare un paese sostituendo il referendum al parlamento nell’ottica della democrazia diretta.

In materia di principi liberali violati, non ci si ferma ai referendum. Anche la nuova legge elettorale in discussione al Senato, invece di accrescere rappresentanza e sovranità del cittadino, ne diminuisce il ruolo. Infatti, prevede insieme collegio uninominale e liste concorrenti, senza però lasciare distinti i due rispettivi voti. Inoltre, nel voto espresso su  liste concorrenti,  nessuna di queste dovrebbe essere bloccata riguardo all’ordine di elezione.

Non è finita. A pochi mesi dalle politiche, sono alla ribalta le coalizioni. Però vuote. Il PD pensa solo a ricandidare Renzi e non ai programmi o ad alleati non succubi; nel centro destra Berlusconi ne parla sempre ma (secondo le reiterate dichiarazioni della Meloni) non c’è stato ad oggi nessun incontro per decidere su quali programmi coalizzarsi.

Tutte queste violazioni dei principi liberali fanno vedere che alle parole di condanna del populismo non corrispondono gli atti. Anzi se ne copia il sistema di far credere che possa essere produttiva la protesta senza progetto.

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