La grossa anomalia nel voto livornese (a Rajesh Barbieri)

Caro Rajesh,

Come da Te richiesto, ti metto per scritto le osservazioni critiche che ti ho fatto al telefono stamani alle 8,30.

Dopo il voto amministrativo, il punto su cui riflettere a fondo non è affatto l’astensionismo, nel senso che ogni elettore può tenere il comportamento da lui ritenuto opportuno . Senza scandalo. Solo nei plebisciti si richiede il voto pressoché totalitario. In democrazia se un elettore non vota significa solo che non sa chi scegliere oppure che è contro tutti e rinuncia a contribuire a dare un indirizzo . Padronissimo. E ciò, intanto, non inficia la legittimità del risultato.

Il punto invece su cui riflettere in termini politico culturali è il dato di fatto (riportato sul sito del Comune) che gli elettori alle europee hanno dato 14.965 voti a Fratelli d’Italia mentre negli stessi minuti le stesse persone hanno dato alle Comunali sempre a Fratelli d’Italia solo 8.700 voti. In pratica ci sono stati 6.265 elettori (il 42% dei voti alle europee) che hanno votato FdI in Europa e Salvetti a Livorno. Confermato che ciò è del tutto legittimo dal punto di vista della decisione dei singoli cittadini, la cosa è talmente surreale da richiedere una riflessione approfondita per coglierne la causa e ll senso politico culturale.

Quanto alla causa, è assai probabile vada ricercata nella circostanza del Commissariamento della Sezione di Fratelli d’Italia (quasi due anni) , sintomo di un grave malessere contro la figura più di spicco, quell’Amadio da sempre politicamente missina convinta alla luce del sole, protagonista dell’operazione di candidare a Sindaco Guarducci, cattolico di centro sinistra. Tale malessere si è dimostrato radicalissimo , tanto che 6.265 elettori di FdI, piuttosto che votare Amadio (in odore di collocarsi al centro del potere amministrativo in caso di vittoria di Guarducci), hanno preferito confermare Salvetti, oltretutto non conquistati dalla candidatura dello stesso Guarducci, del resto neppure amato dall’associazionismo cattolico inseritissimo nei gangli amministrativi.

Quanto al senso politico culturale, i 6.265 elettori (inventori dell’ inedita accoppiata Fratelli d’Italia – coalizione Salvetti) sono una conferma certa della concezione distorta che una parte assai significativa dell’elettorato della destra livornese ha dello scegliere con il voto. Si. fanno dominare dai rancori ideologici su una persona e finiscono per sorvolare sulla questione (assai più rilevante per Livorno) del giudizio sulla Giunta negli ultimi cinque anni. Nè si dica che hanno invece voluto esprimere proprio quel giudizio, perché neppure i Salvettiani più acritici danno sulla passata Giunta un giudizio tanto positivo dal far superare, a chi è convintamente di destra, l’ostacolo delle proprie convinzioni di destra e indurlo a votare la sinistra.

Una prima conclusione dell’immediato riflettere su questa effettiva e rilevante anomalia nel voto in città, è che ora il Sindaco Salvetti non dovrebbe inquinare la sua legittima rielezione avvalorando la tesi di una valutazione trionfalistica del suo precedente operato, quando il tipo di risultato elettorale ha , dati alla mano, tutt’altra origine sotto il profilo politico culturale. Anzi, sarebbe auspicabile che come prima cosa rispettasse la promessa da lui fatta nel dibattito di Villa Fabbricotti tra i Candidati organizzato dal Circolo Modigliani rispondendo alla domanda sul cosa pensava circa la richiesta di istituire il Tavole della Laicità, fatta tre anni fa da una dozzina di Associazioni. Allora Salvetti disse, “Nella prossima legislatura lo realizzeremo presto”. Appunto. E’ venuto il momento di agire. Oltretutto oggi è divenuto consigliere comunale in proprio il già assessore Simone Lenzi (che aveva da mesoni più ripetuto la medesima convinzione) e in più anche gli altri candidati Sindaco si erano detti favorevoli.

Realizzando prima possibile il Tavolo della Laicità, il Sindaco Salvetti darebbe una svolta concreta alla linea dell’Amministrazione, sottolineando la Sua volontà di assumere un atteggiamento più incline ai fatti concreti e più attento a valorizzare il criterio della libertà civile. Essenziale pure per chi la snobba.

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Un impegno per la separazione Stato Chiesa

Il mondo laico è fisiologicamente legato alla libertà individuale che usa lo spirito critico. Pertanto non può restare indifferente ad una grave conseguenza del non esserci un disegno politico alternativo al Governo Meloni.  L’opposizione sdegnata e rumorosa non è mai propositiva e trascura temi cardine della laicità, che scivolano in mano alla destra meloniana.  

I partiti di opposizione e le maggiori testate si sono infervorati per la presa di posizione assai preoccupata dei Vescovi calabresi e del Presidente della CEI cardinale Zuppi, circa la proposta di introdurre in Costituzione il Premierato, quella tra le tre del Governo voluta da Fratelli d’Italia (l’autonomia differenziata è targata Lega e la separazione delle carriere è targata Forza Italia). Cavalcando tale preoccupazione, il mondo dell’opposizione di sinistra, cattolici compresi, era convinto di aver compiuto un passo di rilievo per mettere la destra  alle corde. Evidentemente non vedeva repliche possibili, anche perché prigioniero dello schema per cui la destra sarebbe clericale per natura.

Si trattava di una previsione errata, come al solito. Infatti, nel corso della trasmissione tv Dritto e Rovescio (Rete 4), il Presidente del Consiglio ha espresso un concetto spiazzante salvo che per i laici.  Ha detto “non so cosa esattamente preoccupi la Conferenza episcopale italiana, visto che la riforma del premierato non interviene nei rapporti tra Stato e Chiesa. Ma mi consenta anche di dire, con tutto il rispetto, che non mi sembra che lo Stato Vaticano sia una repubblica parlamentare”. Al che, il mondo dell’opposizione di sinistra, partiti e testate, è ammutolito, tentando al più una difesa di ufficio (incredulo il giornalista Barenghi ha scritto “Meloni è impazzita, oppure ha bevuto, oppure è diventata antifascista a sua insaputa?“).

Sta di fatto che, a parte la riprova di come, se si vuole sostituire il governo, sia urgente oltre la protesta costruire un progetto politico, quanto accaduto è un campanello d’allarme per il mondo laico.  Certo non perché è finalmente venuto a galla il tema della separazione Stato Chiesa, quanto perché, nell’inerzia laica, lo ha fatto emergere il realismo di una persona della tradizione repubblichina la quale ha preso atto del senso delle cose.   

Il tema della separazione Stato Chiesa è il cuore dell’istituzione civile imperniata sul cittadino individuo. Quindi i laici dovrebbero sempre impegnarsi  per mantenerlo sulla scena politica impedendo il nasconderlo quale vergogna. Non lo fanno. Inoltre giornalisti di livello come Cazzullo oppure Ciriaco definiscono ancora le parole di Meloni un attacco al capo dei Vescovi (senza dire che sono un richiamo al separatismo). In più nessuno ha ancora obiettato sulla replica indispettita del cardinale Zuppi che ha accentuato il taglio politico. “Gli equilibri istituzionali vanno toccati sempre con molta attenzione e affrontati con lo spirito della Costituzione, come qualcosa di non contingente, che non sia di parte”. Però la Costituzione stabilisce che Stato e Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. Dunque la Chiesa non dovrebbe entrare nel dibattito politico. Invece la Chiesa in un documento  ha anche criticato il progetto sull’autonomia, dicendosi “preoccupata di qualsiasi tentativo di accentuare gli squilibri già esistenti tra territori, tra aree metropolitane e interne, tra centri e periferie”. Tutte valutazioni politico istituzionali cui la Chiesa dovrebbe restare estranea. E che l’opposizione di sinistra loda contenta della consonanza.

Il mondo laico assiste in silenzio. Pare non rendersi conto che la separazione Stato Chiesa richiede un costante lavoro coerente con i principi e disancorato dalle pratiche emotive della sinistra d’origine marxista fedele al sole dell’avvenire.  Insomma il principio di separazione vorrebbe atti concreti ora. Tipo togliere dalla legge ordinaria del 1985 la riga con la distribuzione dell’inoptato dell’otto per mille, che è un raggiro al cittadino e un regalo alla Chiesa Cattolica. Oppure tipo togliere nell’insegnamento nella scuola statale il privilegio ai docenti cattolici. Oppure tipo togliere nel servizio sanitario pubblico il privilegio ai medici antiabortisti insito in un’organizzazione  che non di rado ostacola l’interruzione di gravidanza richiesta dalla donna. 

Ci vuole questo impegno per elevare il tasso di laicità dei cittadini. E’ il presupposto che matura quel senso critico decisivo nel conflitto e nella scelta tra le diverse proposte usando norme in aggiornamento e con un obiettivo ampio: far crescere la conoscenza, migliorare  il convivere tra diversi nella libertà, fronteggiare un altro conformismo religioso, quello islamico. Se l’impegno laico non arrivasse, prevarrà  l’alternativa di chi tenta strade inadatte ad una società aperta.  

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Ancora su libertà di scambio e azione NATO in Ucraina (a Danilo Taino)

da Raffaello Morelli a Danilo Taino giovedì 30 maggio ore 20,40

Mi fa molto piacere di concordare su una larghissima parte del nostro ragionamento. Quanto alla riserva, mi pare utile svolgere una considerazione ulteriore. Con la frase che Lei riporta, non intendo negare la Sua valutazione circa la controversa interpretazione degli accordi di Minsk (anche se tale valutazione può al più riferirsi al Protocollo di Minsk dell’estate 2014 e non al secondo del dicembre 2015, in vigore dal 2016). Voglio piuttosto sostenere che l’attività della NATO da allora non ha tenuto conto che l’Ucraina aveva di fronte la autocrazia russa e che pertanto la scelta di una libertà non imperiale avrebbe dovuto restare distante da ogni atto interpretabile come di inimicizia da quell’autocrazia. Così non è stato. Una conferma ulteriore si è avuta proprio oggi nel discorso di Stoltenberg, teso di nuovo non a costruire condizioni per una pace bensì a fomentare l’illusione dell’Ucraina vittoriosa nonché la tesi del pericolo per l’Occidente di un mancato successo. Il che è una deviazione sostanziale dalla linea di un Occidente coerente con le proprie radici nella battaglia contro le autocrazie nel segno della libertà di scambio.

Un caro saluto

RM

da Danilo Taino a Raffaello Morelli, giovedì 30 maggio ore 15,47

Sono quasi completamente d’accordo con lei. Soprattutto sulle conclusioni. Gli Stati, ahimè, fanno sempre gli Stati, se poi hanno tendenze non dico imperiali ma almeno egemoniche…
Unica piccola riserva: non sono così certo che la nato abbia “spinto in ogni modo l’inimicizia dell’Ucraina verso la Russia”. Gli accordi di Minsk sono come minimo controversi nella loro interpretazione. In più, mi pare che fossero gli ucraini a volere stare con l’Europa e con l’Occidente. Non direi che Putin aveva buone ragioni, nemmeno qualcuna, in verità. Detto questo, ha ragione: c’è un problema crescente di libertà dei cittadini, in netta riduzione.
Un caro saluto
dt

da Raffaello Morelli a Danilo Taino, giovedì 30 maggio ore 11,55

Caro Taino,

stamani con la Sua solita concretezza attenta al descrivere i fatti, constata che il post-apartheid non è stato all’altezza delle aspettative, ragione dell’attuale discesa elettorale dell’Africa National Congress. Da qui il giusto commento “su questo l’ANC potrebbe riflettere prima di accusare Israele di genocidio”. Del resto un’osservazione simile vale per le sinistre nei vari paesi del mondo. Inciampano sempre di più, quando vincono al voto, sull’incapacità di governare costruendo relazioni di convivenza aperte. E neppure se ne accorgono.

Purtroppo un comportamento del genere cresce pure tra i sostenitori dell’occidente, perfino quelli più accorti in tema di libertà.

Ne è un chiaro esempio il podcast odierno del Suo collega Rampini sui limiti dei nostri aiuti a Kiev. Illustra in modo incisivo le conseguenze negative nelle modalità di aiuto seguite finora. Però salta a piè pari il dato cardine. Nell’ultimo decennio la NATO ha spinto in ogni modo l’inimicizia dell’Ucraina verso a Russia, al punto da non farle rispettare il trattato di Minsk del 2016 che prevedeva il concedere l’autonomia a Donbass e Lugansk (mancato rispetto che ha spinto all’aggressione l’imperatore).

Insomma, i fatti provano di continuo che il valore ad oggi primario della libertà sta nel governare la convivenza in modo aperto, cosa dovuta al favorire gli scambi e non al manifestare un ruolo imperiale.

I migliori saluti

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In occidente non si taglino le radici

La sentenza emanata venerdì 24 maggio dalla Corte Internazionale dell’Aja chiude il cerchio aperto lunedì 20 maggio dall’annuncio della Corte Penale Internazionale sempre all’Aja. Precisamente, il cerchio degli organismi elitari non eletti da nessuno, i quali però si sono assegnati il ruolo di dirigere il mondo nel nome di un diritto internazionale anch’esso mai votato dai cittadini e nel migliore dei casi frutto di accordi tra stati, magari non pochi, però ben lungi dall’essere tutti.

Le immediate conseguenze pratiche di questi due atti probabilmente saranno pressoché nulle. Ma sono molto rilevanti le conseguenze politico culturali. Danno la dimostrazione certa che in svariati ambiti – pur senza l’influenza del disagio socio economico – è normale  rifiutare il criterio delle libertà individuali, quello su cui si è consolidato al passar del tempo il sistema occidentale di convivere. Perciò due atti potenzialmente assai negativi quanto a conseguenze sulla mentalità civile.

Per illustrare in cosa consistano questi due atti, partiamo dal secondo perché emesso dall’ente costituito per primo. L’International Court of Justice nacque insieme all’ONU nel 1945 quale suo organo giudiziario per dirimere le controversie fra i membri che ne accettano la giurisdizione (insomma giudica gli Stati e non gli individui). Esaminando una denuncia del Sud Africa presentata nei mesi scorsi contro Israele per genocidio dei palestinesi a Gaza, l’International Court of Justice ha emesso il 24 maggio una sentenza  in cui, secondo le parole del suo Presidente, intima ad Israele di cessare i bombardamenti su Gaza, di aprire il valico di Rafah per far entrare gli aiuti umanitari e di consentire l’ingresso agli organi investigativi ONU. Al tempo stesso la Corte ha sollecitato il rilascio immediato e incondizionato degli ostaggi israeliani a Gaza, dicendosi preoccupata per la loro sorte.

Tutto ciò avviene nel presupposto che l’ONU sia un governo mondiale riconosciuto e dotato di poteri cogenti. Un presupposto  del tutto infondato. L’ONU non è un organo democraticamente eletto bensì un soggetto di raccordo diplomatico frutto della Seconda Guerra Mondiale (il retaggio del diritto di veto), retto da regole esclusivamente diplomatiche, in base alle quali, ad esempio, da molto tempo la Commissione per i Diritti Umani viene affidata a rappresentanti di Stati dove i Diritti vengono negati sistematicamente. In sostanza l’ONU non rientra nelle democrazie liberali bensì negli organi propri dei rapporti di potere tra entità pubbliche. Ed è ispirato a concetti mondialistici estranei ai principi della libertà individuale dell’occidente, in specie quando i suoi dirigenti si atteggiano a detentori di ruoli globali mai ricevuti dai cittadini. Perciò l’intimazione e il sollecito al rilascio fatti il 24 maggio, esprimono volontà prive di strumenti attuativi e di sanzioni. Nate da logiche mondialiste autoreferenziali e disattente al ruolo dei cittadini.

Giorni prima, il 20 maggio, il procuratore capo della International Criminal Court (fondata nel 1998 con un Trattato firmato a Roma, con sede all’Aia e riconosciuta da 120 Paesi, ma non ad esempio da Cina, Israele, Russia, Stati Uniti), ha chiesto al proprio tribunale  mandati di arresto per i tre capi di Hamas responsabili dell’aggressione del 7 ottobre scorso ad Israele, e per due leader israeliani, Netayahu e il Ministro della Difesa, incolpati tutti e cinque di crimini di guerra e contro l’umanità, il 7 ottobre e a Gaza. La richiesta  (analoga a quella fatta nei confronti di Putin per l’Ucraina) non ha scadenza e può divenire un processo solo con i ricercati presenti fisicamente. Qualora fosse accolta i ricercati sarebbero arrestati entrando in uno dei Paesi che riconoscono l’International Criminal Court. Nel complesso una richiesta in sostanza dimostrativa di una volontà politica espressa al di là del ruolo svolto dall’Organo emittente.

In ambo i casi, al di là delle fortissime polemiche rispettivamente suscitate per gli effetti antisemiti, è chiara la pretesa dei giudici nel supporre che le norme da loro applicate rappresentino il diritto valido per tutti e ovunque nel mondo. Tale pretesa fa ricadere loro e chiunque la accetti, nel buco nero del passato, quando vigeva l‘ossequio conformista (se non del tutto sottomesso) verso le tradizioni fissate dal credo religioso oppure dal volere dei capi terreni. E in buchi neri del genere restano assai più arretrate sia la conoscenza del mondo circostante agli umani sia le condizioni di vita degli umani stessi. Al giorno d’oggi sarebbe assurdo ripetere questi errori. Al giorno d’oggi per convivere al meglio, è indispensabile seguire i principi sperimentati della libertà, che sono l’individualità dei conviventi, la diversità di ognuno salvo che nei diritti legali, il rispetto delle norme correnti, il passare del tempo. Non dimenticando mai che questi principi non sono immobili, bensì vanno aggiornati in relazione alla realtà del momento, mediante la valutazione dei conviventi tramite voto.

Questa semplice saggezza sperimentata, viene di continuo omessa a vari livelli da troppi  professionisti della magistratura. I quali attribuiscono a sé stessi il compito di interpreti creativi di leggi supposte immodificabili nonché eterne, ed ai conviventi il ruolo di sudditi cui non spetta né valutare i risultati né indicare gli indirizzi legislativi. Una simile attitudine di troppi  professionisti della magistratura,  è sotto più aspetti  un pericolo per la libera convivenza.

In primo luogo, vorrebbe che le regole a proposito delle relazioni del convivere e dei fisiologici conflitti democratici, non fossero  date dai cittadini bensì dall’impianto normativo in sé. In secondo luogo, vorrebbe che fosse l’interpretazione creativa dei magistrati ad indicare il tipo di mondo in cui vivere e a stabilire cosa sia lecito e cosa no. Escludendo del tutto le indicazioni dei cittadini conviventi ed esprimendo l’ansia di affermare tribunali  inflessibili nell’ottica del mondo perfetto dominato dalle elites nel segno di una giurisdizione mondiale.

Chiunque in politica sia liberale non solo a parole, è impegnato a battersi contro questo attentato alla democrazia liberale. Che oltretutto diffonde nelle istituzioni una mentalità incoerente con l’esercizio della libertà (si pensi alla presunzione di vertici ONU e NATO che si arrogano iniziative senza autorizzazione). Della libertà vanno richiamati quotidianamente i principi costitutivi e praticati con coerenza. Nella consapevolezza che costruire la libertà è un’opera faticosa ed impervia, ma assai più produttiva che non seminare promesse e speranze illusorie.

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Come l’Occidente può opporsi alle autocrazie? (a Danilo Taino)

da Raffaello Morelli a Danilo Taino, giovedì 16 maggio, ore 18,15

Caro Taino,
Di nuovo mi conferma come il Suo ragionare parta sempre dai fatti, il che è essenziale per la cultura liberale. Allora, a parte il fatto che la Nato ha non provocato bensì agevolato l’aggressione russa, stando alla Sua ipotesi sull’errore storico dell’Occidente in merito alla transizione russa al libero mercato e alla democrazia, si può vedere che anche all’epoca l’Occidente non si è preoccupato di far maturare la libertà di scambio (al solito perché tanto aveva già vinto e gli altri si dovevano adeguare). Ed è esatto che lo statalismo avanza in tutto il mondo, quindi anche in Occidente. Appunto perché una larga parte dell’Occidente, nel governare, dimentica il meccanismo della libertà individuale.
Da qui la risposta alla Sua domanda finale. Evidentemente i liberali devono battersi per conservare la possibilità (mostratasi sperimentalmente valida) di poter irrobustire il commercio libero come presupposto necessario per convivere meglio. E quindi non far prevalere i sistemi illiberali. Però, se si vuol evitare di passare ad un’economia di guerra (e il pericolo esiste), dobbiamo pensare a come vivere con coerenza al nostro interno e come muoversi con altrettanta coerenza verso l’esterno. Altrimenti l’Occidente un pò alla volta (ma con rapidità) perderà mordente sia nei rapporti interni sia nella sua credibilità presso il resto del mondo.
Sono convinto che dobbiamo avere la paziente di insistere in questi concetti.
Cari saluti
Raffaello Morelli

da Danilo Taino a Raffaello Morelli, giovedì 16 maggio 2024, ore 13,45

Grazie della risposta. Certo, gravi errori passati dell’Occidente. E gravi errori in corso soprattutto nei confronti della Cina.

Non sono sicuro, però, che l’aggressione russa all’Ucraina sia stata provocata dalla Nato. L’errore dell’Occidente, piuttosto, mi pare sia stato nel non sostenere in modo esplicito e trasparente la transizione russa dall’economia di piano e dalla dittatura del proletariato al libero mercato e alla democrazia. Forse abbiamo pensato che un’economia di banditi (Anni Novanta) fosse inevitabile ma poi si sarebbe autocorretta in un capitalismo decente. E molti occidentali hanno così aiutato, e sono stati aiutati, dai banditi stessi.

Oggi, l’obiettivo esplicito di Xi Jinping e Putin – o se preferisce del Partito comunista cinese e del Cremlino – è quello di sostituire un ordine (certo molto imperfetto, ovviamente) con uno modellato sui muscoli, su meno regole internazionali e, mi lasci dire, sul bullismo politico e diplomatico.

Detto questo, sono della sua opinione: la forza dell’Occidente sta nella libertà di scambio (che Washington ma anche Bruxelles apprezzano ahimè sempre meno) e nelle libertà civili. E qui siamo nei guai: lo statalismo avanza in tutto il mondo.

Le farei una domanda. E’ concepibile, per un liberale, sostenere che contro la Russia di oggi è necessario “vincere” per avere una speranza di fare tornare importanti il commercio libero? Intendo, come presupposto necessario? Io temo debba essere concepibile (ovviamente non passando a un’economia di guerra)

Grazie della pazienza

Un caro saluto

dt

da Raffaello Morelli a Danilo Taino, mercoledì 15 maggio, ore 21.23

Caro Taino,
La ringrazio della sollecita risposta ed anche sul concordare circa la necessità per l’Occidente di restare fermo sulla “fisiologia della libertà di scambio”. Da parte mia concordo sulla Sua osservazione secondo cui gli Stati Uniti prima ma ora anche l’Europa stanno assumendo “caratteristiche cinesi”. Ove per caratteristiche cinesi intendo l’evidente allontanarsi da politiche della libertà di scambio e il praticare per lo più politiche socialisteggianti all’insegna di un presunto bene comune, ritornando alle vecchie politiche degli stati di potere disattenti ai cittadini.
Quanto all’Ucraina la questione è che , nel tempo, la Nato si è comportata in un modo che ha spinto all’invasione russa. E che, lodando la volontà degli ucraini di difendersi, la sfruttano. Piuttosto, secondo me, la domanda giusta non è quella “cosa ne sarebbe di quel che resta del libero mercato se la Russia e la Cina avessero la meglio”. Nel senso che, essendo noi convinti fautori della libertà , in base all’esperienza, ben sappiamo che sarebbe una grande male. E neppure l’altra domanda “un liberale può evitare di sperare e di puntare a una sconfitta di Putin?”. Nel senso che , essendo noi convinti fautori della libertà , in base all’esperienza, cerchiamo sempre di sconfiggere le autocrazie (io preferisco non ridurre mai questioni del genere ad una singola persona). La domanda giusta, per me, e a questo punto urgente, è come dobbiamo comportarci in quesi tempi per far funzionare al massimo la nostra maggior risorsa (appunto la libertà di scambio) così da scongiurare gli scenari delle autocrazie prevalenti. Illudersi che sia meglio percorrere la strada dell’Occidente sicuro del suo prestigio superiore, è un errore gravissimo, che, dopo il sostanzialismi insuccesso delle sanzioni alla Russia, è divenuto un boomerang di cui purtroppo tardiamo a divenir consapevoli. Resistiamo per quanto ci è possibile e quindi riacquistiamo la coerenza della libertà.
Un caro saluto
Raffaello Morelli

da Danilo Taino a Raffaello Morelli, mercoledì 15 maggio 2023, ore 18,30

Caro Morelli, 
credo che lei abbia fondamentalmente ragione. In particolare, sulla necessità, per l’Occidente, di restare fermo sulla “fisiologia della libertà di scambio”. Invece, mi pare che Stati Uniti prima ma ora anche l’Europa stiano diventando assumendo “caratteristiche cinesi”: grandi piani di politica industriale, controlli e un’infinità di regole imposte ai mercati e adesso anche le tariffe americane sulle importazioni dalla Repubblica Popolare (su prodotti tra l’altro per nulla sensibili dal punto di vista della difesa).
Stanno l’Europa e l’Occidente usando in qualche modo il sacrificio degli ucraini? Forse per alcuni aspetti. Fondamentalmente, però, a me pare che si difendano da un’aggressione. Mi domando cosa ne sarebbe di quel che resta del libero mercato se la Russia e la Cina avessero la meglio.
Certo, come sempre quando si sentono rumori di guerra, lo Stato tende a diventare il cuore di tutto. 
La domanda che le faccio: oggi, un liberale può evitare di sperare e di puntare a una sconfitta di Putin? 
Nel frattempo, un caro saluto
Danilo Taino

da Raffaello Morelli a Danilo Taino, mercoledì 15 maggio 2023, ore 17,55

Caro Taino,

Come sempre leggo i Suoi articoli e li apprezzo per l’abitudine di stare ai fatti (abitudine rara tra molti Suoi colleghi) e di cercare di farne il dato distintivo del Suo credo occidentale. Tuttavia , proprio per questo, sono perplesso per quella che mi pare un’omissione nell’articolo di oggi.

Se la strategia cinese è dividere l’Europa e la Nato, al fondo nulla di nuovo; ma è opportuno non parlare di come l’Europa affronta la questione Nato (che nella sostanza non è cosa liscia)? Se Pechino intende usare Mosca per indebolire l’Occidente, al fondo nulla di nuovo; ma è opportuno non parlare di come l’Europa si è finora posta sulla questione Ucraina, in particolare su come l’Occidente la usa (un come che trovo semplicistico e inefficace)?

Sono due domande che non mi pare si possano eludere, visto che non si può pensare che abbiano una risposta ovvia. Perché la libertà vera non può essere una libertà imperiale delle truppe, dato che è libertà di scambio. E perché l’esigenza di battersi contro le autocrazie non può scordarsi mai che la vera forza dell’Occidente sta nella fisiologia della libertà di scambio. Tra l’altro è irrisolta la questione cardine: per quale motivo l’Occidente non si è battuto per far rispettare l’accordo di Minsk del 2016 che prevedeva l’autonomia di Donbass e Lugansk nella Costituzione ucraina?

Con i migliori saluti
Raffaello Morelli

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L’errore di battersi solo per i diritti individuali

Sostenere la Formazione delle libertà non significa evocarne il principio a parole, bensì praticarne le scelte ed i comportamenti per realizzarle nel governo del convivere.  Oltretutto, evocare solo nei principi le libertà può condurre all’esito pratico opposto.

Oggi  ne abbiamo esempi tipici. Il dilagare negli Stati Uniti delle forti proteste universitarie contro i bombardamenti di Israele su Gaza. Oppure in Europa l’analoga sollevazione della NATO e di una parte consistente dell’opinione pubblica contro l’agire russo in Ucraina. Ambo i casi hanno molteplici motivi, eppure il fulcro è sul concepire le libertà  quale principio emotivo e sul trascurare le condizioni necessarie per utilizzarle quale modello  istituzionale collaudato  e per farle funzionare domani. Il che contrasta con l’intima natura della libertà complessiva, alla base del suo esser prevalsa nei secoli nonché la garanzia di riprodursi nel futuro.

 Occorre rendersene conto ed agire subito per mutare questa inclinazione disattenta all’insieme delle libertà. Perché all’epoca dei vecchi Stati imperniati sul gestire il potere e basta, era quasi fisiologico affidarsi alla libertà emotiva (che, iniziando allora ad introdurre il voto dei cittadini, già di per sé rappresentava  un cambiamento chiave nel gestire le istituzioni). Ma ai nostri giorni, quando le istituzioni sono assai più complesse e sono imperniate sulle decisioni dei cittadini, è indispensabile capire che la libertà nel suo complesso  non deve limitarsi ad emozionare ma è legata strettamente ai meccanismi indispensabili perché ne usufruiscano i cittadini individui conviventi al momento.

Di tali meccanismi sono sì parte rilevante i diritti civili individuali. Ma nei due esempi citati questi diritti  sono trattati come se integrassero tutti i meccanismi delle libertà, costituendo essi soli l’intera libertà nel suo insieme. Non può essere così in una libera convivenza.  I diritti legali individuali sono gli stessi per ciascun individuo ma gli individui sono tutti diversi e miliardi. Dunque i diritti attengono ai rapporti nel convivere, non possono mai trasformarsi in qualcosa di impositivo. Quei rapporti richiedono che esistano condizioni generali scelte via via che focalizzano quali siano i diritti. Poi, attraverso il rispetto delle condizioni generali, si rende possibile che si manifestino i diritti individuali dei cittadini. Perciò, occuparsi solo dei diritti non integra la libertà di convivere. Salta all’occhio che non si possono trattare i diritti se prima non si organizza l’istituzione in termini di libertà.

E’ quello che non si fa nei campus universitari USA nonché nella sollevazione della NATO e della parte di opinione pubblica in Europa. Si prescinde dalla realtà. Troppi non considerano che la fonte del terrore in Medio Oriente si annida nel far contare il Corano più delle leggi civili, più dell’esistenza di Israele; si annida nel massacro di Hamas del 7 ottobre, addirittura nel lanciare un semestre dopo i razzi di Hamas con il fine di sbarrare il valico di ingresso a Gaza degli aiuti per i palestinesi ed incolpare della mancanza di aiuti gli attacchi israeliani. Troppi non rilevano che gli Stati arabi moderati vietano le manifestazioni pro palestina, pur non apprezzando il governo Natanyahu. Oppure troppi sono orgogliosi che Macron e Cameron accennino all’intervento nucleare e delle truppe contro l’autocrazia russa e dopo si scandalizzano perché Putin risponde con esercitazioni nucleari tattiche al confine.

In ambedue i casi, si dice di voler difendere i diritti individuali, però non si tiene conto della diversità delle culture e degli interessi. Di fatto si adotta il concetto di libertà imperiale invece di quello, coerente e vincente, di libertà di scambio. In sostanza, si vorrebbero imporre i diritti individuali, negando diversità,  libertà di scambio e funzione del conflitto secondo le regole. Un conflitto che è essenziale quando si focalizza sulla validità dei progetti e delle idee, senza  prescinderne neppure nel ricercare il consenso.

Simili incoerenze hanno svariata origine, però hanno motivi catalizzatori. Senza dubbio c’è l’eco del sinistrismo ideologico antioccidentale, sommato al libertarismo allergico allo Stato fautore della responsabilità dei suoi cittadini nelle norme e non incline al farli sognare. Una miscela ideale per agevolare l’egoismo di un certo giovanilismo, attratto dall’ossequio alle mode correnti piuttosto che dallo sforzo di conoscere il mondo, circoscrivendo i sogni. Soprattutto, tuttavia, è decisivo l’attivismo di chi, disponendo di enormi mezzi finanziari, può condurre con facilità le proprie battaglie, di convinzione o di interessi, e non si applica ad irrobustire la libertà istituzionale.

Simili soggetti possono fare forti danni anche senza volerlo. Esemplare è il caso della Fondazione Open Society, che, con la rete di sue fondazioni, è attiva negli USA, in Europa, in Medio Oriente (e negli altri continenti) a sostegno senza tregua del solo principio dei diritti individuali.

Negli USA è una grande finanziatrice della protesta nelle università. In Europa, in specie in Ucraina tramite la International Renaissance Foundation (IRF), Open Society  sostiene di essere da un trentennio in prima linea. Per farlo, specie  nell’ultimo decennio, ha fornito aiuti per oltre 230 milioni di dollari,  in particolare dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. I risultati sono però assai deludenti. Con l’impegno esclusivo sui diritti senza quello complessivo sulla libertà, l’IRF non ha evitato che l’Ucraina sia oggi un paese di corruzione endemica ed ha chiusi gli occhi sulle manovre decennali della NATO  per impedire il rispetto degli accordi 2016 di Minsk (l’autonomia di Donbass e del Lugansk da inserire nella Costituzione ucraina) da cui l’invasione dell’autocrazia. Sempre nella logica di portare il tema di far crescere la libertà dal livello istituzionale a quello dei diritti individuali, Open Society  è impegnata a finanziare gruppi di opposizione a Natanyahu e quelli pro-palestinesi, in pratica impegni mostratisi  inutili per arrivare ai due stati e per  far accettare dell’esistenza di Israele.

Nella sostanza in Occidente serpeggia un male.  Il contrasto pericoloso tra il sistema di convivenza che vi è maturato  – la libertà quale meccanismo istituzionale mosso dall’iniziativa dei singoli e dal conseguente cambiamento continuo –  e la convinzione crescente a livello psicologico che la primazia occidentale sugli altri avrebbe un destino di certezza immutabile. Purtroppo, senza evolversi, la libertà complessiva si contraddice, non respira e può lasciar spazio perfino alle autocrazie. Esse continuano a rifiutare di adottare la libertà dei cittadini individui, ma, al suo posto, possono scegliere la strada di una diversificazione economico sociale che, pur dando risultati di gran lunga inferiori, è in grado di soddisfare le esigenze limitate di una società collettivizzata e non libera. Un esempio è la diversificazione in Cina. Decisa a tavolino da gruppi dirigenti  scelti nel segno dell’obbedire conformista al partito unico, eppure capace di mantenere in scacco un Occidente arretrato nell’evolversi, poiché scorda che la  libertà  si basa sulla diversità ed è solo provvisoria.  

In Europa specialmente, il male dell’Occidente assume in altro ambito anche un’altra forma particolare. La pretesa, assai insidiosa nella sua quotidianità, di imporre le etichette su svariati cibi commerciali e con esse uno stile di vita alimentare uguale per ogni cittadino.  Ancora un modo che la ricerca scientifica indipendente dai finanziamenti dei grandi gruppi della distribuzione, ha già provato essere  un attentato alla salute del consumatore nella sua diversità e all’esperienza della dieta mediterranea maturata nei secoli  quale vertice alimentare. Cioè un attentato al sistema libero.

Insomma, l’idea di ridurre gli aspetti molteplici delle libertà ad uno solo, di cercare di rendere la libertà complessiva indipendente dalle condizioni che la costruiscono, è un’idea che non sta in piedi. Non è capace di arrivare a modellare le istituzioni sulla libertà e dunque a rendere i cittadini più liberi. In questa primavera del 2024, pare che la Fondazione Open Society inizi a ritirarsi dall’Europa perché  ritiene di non essere gradita. Ma non è certo abbastanza. Per guarire dal suo male, l’Occidente deve rendersi conto che la libertà non è coltivata da campagne finanziarie in suo  nome, bensì dall’aggiustarla ogni giorno con l’esperienza di ciascun diverso convivente .

Agire solo sui diritti individuali trascurando le condizioni istituzionali della libertà, rammenta da vicino le parole di Hannah Arendt riguardo le condizioni per la pubblica informazione: ”senza un’informazione basata sui fatti e non manipolata, la libertà diventa una beffa”.

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Cronologia del liberalismo, Cap. 4.2 b 2a fino a 2g

Decima parte della CRONOLOGIA ESSENZIALE DEL LIBERALISMO

4.2 b .2  Fino all’avvento del Partito Nazionale Fascista . 4.2 b .2 a – Il Governo  Giolitti IV e la conquista in nord Africa – La crisi del Governo Luzzatti venne quindi causata  da fibrillazioni parlamentari collaterali alla riforma elettorale (e probabilmente ancora dai passi di Giolitti per tornare al Governo). Peraltro nel paese circolavano già da alcuni mesi tensioni innescate dai modernisti  e dai nazionalisti . Ambedue questi gruppi, pur ben distinti tra di loro, diffondevano una concezione politica basata sull’esaltazione. Dei modernisti ho già scritto sopra. Avevano un’influenza extra letteraria con il manifestare un’idea della realtà romanzata (l’iniziativa politica avrebbe dovuto corrispondere al militarismo interprete della guerra, che sarebbe l’igiene del mondo). Dei nazionalisti va detto che, dopo qualche anno di  attività, alla fine del 1910 si era tenuto il  primo congresso dell’Associazione Nazionalista Italiana, ed era stata avviata una campagna appoggiata  dal mondo cattolico, per la  conquista di una colonia nel Nord Africa, nel nome dei gloriosi destini dell’Italia.

Il quarto Governo Giolitti venne votato in pochi giorni e  sin da subito riaffermò in Aula l’esigenza  “dell’ampliamento del suffragio per una più diretta partecipazione nella vita politica del Paese”  (attivando il lavoro che un anno dopo sfocerà nella nuova legge elettorale) ed anche di provvedimenti, quali  l’assicurazione sulla vita in mano allo Stato per finanziare le pensioni operaie, con l’obiettivo di arginare le pressioni socialiste. Il Governo, composto da liberali e da alcuni radicali, non venne votato dalla Destra.

Nelle stesse settimane ci furono le celebrazioni del cinquantenario del Regno, in Parlamento e in varie città, con importanti esposizioni, monumenti e pubblicazioni. Il clima assai euforico di esaltazione Risorgimentale, alimentava non poco le speranze di un Regno sempre più forte tra le Nazioni e fornito di una analoga  forza espansiva indirizzata verso l’Africa meno sviluppata, alla ricerca delle risorse di cui l’Italia mancava.  IL clima euforico  faceva breccia nei giornali ritrosi al colonialismo (quale il Corriere della Sera) e anche nel mondo sindacale e socialista , appoggiando l’idea di mettere le mani sulle regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica. In pratica il solo dissenso era espresso da Salvemini che in quello stesso periodo  definì quelle zone uno scatolone di sabbia. E scrisse che la campagna militare serviva alla leggerezza delle classi dirigenti italiane per  negare i problemi interni e trovare  diversivi di avventure militari, funzionali ad  interessi parassitari che sarebbero distrutti da riforme interne. In più Tripolitania e Cirenaica erano parte dell’impero Ottomano turco e gli ambienti cattolici secolari (del tutto al contrario del Vaticano)  spingevano per la guerra agli infedeli non tenendo conto dei fallimenti di Adua, ma considerando che in quelle regioni del Nord Africa gli italiani erano già presenti con varie attività.  Nel complesso, nei primi due mesi estivi,  era in. atto una chiara   manipolazione dell’opinione pubblica.

A fine luglio, il Parlamento andò in ferie  senza aver affrontato l’argomento. Nelle precedenti quattro settimane, peraltro, il Ministro degli Esteri Antonino  Paternò  di San Giuliano – un liberale senza corrente da anni in solidi rapporti con Giolitti –pensava che le forti tensioni in corso sul Marocco tra Francia e Germania, erano un’occasione che l’Italia non avrebbe dovuto perdere (tra l’altro al fine di proteggere le zolfiere della Sicilia dalla possibile concorrenza dello zolfo nord africano nel caso fosse caduto in mano di una potenza europea). Iniziò fare pressioni scritte e di persona sul Re e sul Presidente del Consiglio perché preparassero un intervento militare, avendo l’appoggio di Sonnino, della stampa più importante ed sfruttando pure i rapporti molto tesi con la Turchia che da mesi per varie ragioni, ,  minacciava duri interventi contro le attività italiane in Tripolitania e Cirenaica. A differenza del Re, Giolitti era titubante, sia  in chiave internazionale (pericolo di cadere nel vortice delle tensioni franco tedesche) sia interne (la forte opposizione socialista a fatti militari).

A settembre peggiorarono molto le relazioni con la Turchia e a fine mese, dopo serrati scambi diplomatici, il Re , ai sensi dell’art.5 dello Statuto Albertino, dichiarò guerra alla Turchia a causa dei ripetuti incidenti in nord Africa. Nei giorni successivi l’Italia sbarcò un corpo militare di 40.000 soldati e avviò l’occupazione sul terreno , allertando anche la flotta in tutta l’area meridionale mediterranea. L’azione militare, nonostante le rassicurazioni italiane, non venne apprezzata nel consesso delle potenze europee, neppure da quelle alleate. Peraltro, sul campo le operazioni, anche se contrastate più del previsto – per la convergente resistenza dei turchi e delle tribù africane –  ebbero successo e ai primi di novembre Tripolitania e Cirenaica vennero annesse al Regno italiano. Gli scontri tuttavia continuavano a serpeggiare, visto che la Turchia riforniva stabilmente le armi.

In Italia l’operazione militare nel nord Africa contro l’impero Ottomano era largamente approvata, anche se era stata decisa  e veniva gestita ai piani alti dello Stato, in particolare negli ambienti della Corona (visto che il Parlamento era chiuso da fine luglio e riaprì nell’ultima settimana di febbraio del 1912). Osservando gli avvenimenti con l’esperienza del dopo, va detto che l’acquiescenza di Giolitti nell’accettare le modalità di avvio della campagna militare faceva emergere un limite nella sua impostazione politica (a ben vedere già manifestato all’epoca dello scandalo Banca Romana). La sua grande abilità nel solcare le acque dei rapporti in Parlamento e in generale del confronto politico, si paralizzava quando le minacce al suo disegno liberale venivano da poteri ed entità estranee al confronto politico. Tali minacce partivano dall’esaltare il bene comune (fissato da loro stesse e dunque sempre presunto) senza approfondire le circostanze prima di affrontare il merito delle questioni.  E Giolitti non sapeva come reagire, salvo il rispettare il volere della Corona quale punto fermo del Regno.

Alla ripesa dei lavori, le prime sedute parlamentari furono dedicate alla campagna nordafricana e tutti votarono quest’ordine del giorno: “La Camera, con animo riconoscente ed orgoglioso, manda un saluto ed un plauso all’Esercito e alla Marina che, segnalandosi nel mondo, mantengono alto l’onore d’Italia“. Insieme fu votata in pochi giorni la legge di annessine della Tripolitania e della Cirenaica, annotando che era un interesse vitale per l’equilibrio delle influenze politiche nel Mediterraneo, cui l’Impero Ottomano confliggeva di continuo.  Giolitti  chiarì che la legge era stata fatta “per determinare qual’è la meta cui il paese a qualunque costo vuol giungere, in modo che amici alleati, avversari sappiano quale è il punto oltre il quale l’Italia non potrà andare nelle sue concessioni” . Alla Camera la legge ottenne 431 voti a favore e 38 contrari (la. maggior parte del PSI  eccetto 13), al Senato ottenne l’unanimità , nelle strade di Roma e in specie al Quirinale, vi furono enormi manifestazioni di giubilo.  Dopo di allora, nonostante che nel nord Africa  ed anche nel Mediterraneo meridionale proseguissero con successo le operazioni militari contro l’Impero Ottomano,  questo tema divenne secondario a livello politico, per poi concludersi a metà ottobre con la pace con la Turchia , che riconobbe la posizione dell’Italia su quei fronti di contenzioso (in ogni caso in Tripolitania e Cirenaica la guerriglia con le tribù locali proseguì per quasi un ventennio).

4.2 b 2 b Il suffragio universale maschileDa marzo 1912 e in vista delle politiche del 1913, il confronto politico si concentrò sulla questione della riforma elettorale in discussione finale già dalla primavera precedente. E verso metà giugno nacque la nuova legge elettorale che estese il voto ai cittadini maschi (né la maggioranza liberale né l’opposizione socialista accettavano il suffragio femminile, anche perché ritenuto troppo favorevole ai cattolici). Il diritto di voto era esteso ai maschi sopra ai 30 anni, senza alcun requisito di censo né di istruzione, mentre i maggiorenni fino ai 30 anni con alcune condizioni di censo (un’imposta annua di almeno 19,8 lire  o un fitto annuo o un’imposta ad un Comune)  o di prestazione del servizio militare o di titoli di studio (superato un corso elementare obbligatorio). Il corpo elettorale crebbe d’un colpo da 3,3 a 8,45 milioni, quasi un quarto degli abitanti. La legge sul suffragio universale fu un esempio di effettiva capacità riformatrice, che agisce dopo aver fatto maturare la consapevolezza della questione. Ed è appunto questo criterio che turba la cultura cattolica (del resto ancora oggi). Secondo questa cultura il suffragio universale non andava bene poiché non corrispondeva a riconoscere un diritto civile del cittadino bensì lo faceva dipendere dal  criterio dell’esperienza, legata all’età o al servizio militare. Fin da allora fu chiaro che la cultura cattolica aveva un singolare duplice comportamento. A livello religioso riduceva la partecipazione dei fedeli all’ubbidienza alle decisioni della gerarchia, mentre a livello civile  adottava il dover essere di principio senza tener conto del fatto che i diritti derivano da una maturazione nella quotidianità, che non è mai immediata.  Di fatto, dalla critica della cultura cattolica sulla nuova legge elettorale  trapelava la suggestione impositiva, connaturata ai valori religiosi.

Questo cambiamento realizzava una aspirazione dello stesso Cavour. Tuttavia, estendere il voto aveva implicazioni profonde, che tra i liberali pochi avvertirono. Che non erano gli ampliati interessi in contrasto, cosa fisiologica per i liberali. L’estensione avrebbe variato la percezione di idee e programmi politici. Man mano che il suffragio si allarga, diminuisce la percentuale dei cittadini con un elevato grado di attenzione al governo della cosa pubblica e ai suoi meccanismi concreti. Di conseguenza, riuscire a far conoscere davvero il proprio progetto assume man mano più importanza e le modalità con cui farlo conoscere tendono sia a divenire più “elementari” sia a dover essere più capillari. In altre parole, si erano poste le premesse perché fosse indispensabile, oltre ad avere idee politiche, anche organizzarle sul piano elettorale della cittadinanza.

La logica intrinseca al suffragio esteso non venne colta subito dai liberali ma il suo meccanismo contribuì a dissolvere la capacità politica di pesare del loro movimento. Vennero avvantaggiate da un lato le organizzazioni a carattere socialista (nello stesso periodo guidate dalla parte più rivoluzionaria), dall’altro lato, e soprattutto, le organizzazioni cattoliche,  peraltro rimaste sempre attive sul territorio.

4.2 b 2. c L’artificio cattolico del Patto Gentiloni – Il fulcro fu l’Unione Elettorale Cattolica Italiana (UECI), nata nel 1907 per affiancare l’Azione Cattolica sorta l’anno precedente  come  associazione laica per la propaganda  religiosa. L’UECI non era un partito bensì un braccio operativo impostato sull’enciclica Fermo Proposito (1905) che escludeva la separazione tra movimento cattolico e azione politica dei cattolici rispettosi degli indirizzi spirituali.

Il conte Vincenzo Gentiloni, nominato dal Papa presidente dell’UECI nell’estate di tre anni prima, ne irrobustì le strutture in senso capillare. E quando  fu varata la riforma elettorale, Gentiloni, in vista delle elezioni politiche dell’anno successivo, pensò di giovarsene secondo l’insegnamento della gerarchia. Così, senza arrivare ad un partito (non pochi dicono su incarico del Papa) , definì le condizioni che consentissero agli elettori cattolici di votare un candidato alla Camera. I sette punti erano libertà di associazione, libertà di coscienza, difesa dell’insegnamento privato e della istruzione religiosa, opposizione al divorzio, parità delle organizzazioni economico-sociali, principi di giustizia nei rapporti sociali, far accrescere l’influenza dell’Italia nello sviluppare la civiltà internazionale. Nonostante che con l’enciclica Vehementer Nos (1906) il Papa  avesse ribadito la posizione tradizionale (“che lo Stato debba essere separato dalla Chiesa, è una tesi assolutamente falsa, un errore molto pernicioso…”),  i sette punti non mettevano in discussione né la Legge delle Guarentige né questioni scottanti (salvo il divorzio, che però non era maggioritario, tanto che, si è visto, il relativo progetto liberale, Zanardelli-Cocco Ortu, non era arrivato in porto).

Nella forma questi punti rientravano nella logica della separazione; oltretutto i parlamentari eletti avrebbero dovuto giurare fedeltà a quel Re che, per gli oltranzisti, restava il carceriere del Papa. Insomma non erano interpretabili come una politica concordata con la gerarchia. Quindi non c’era diretta contraddizione nel fatto che diversi candidati liberali si proponessero di seguire quei sette punti, anche perché si trattava di una libera scelta dei singoli candidati in chiave separatista. Semmai il pericolo era l’altro enunciato da Giolitti, “chi si obbliga ad una determinata politica non può essere considerato liberale”. In altre parole, il pericolo era che, seguendo tale strada, il voto finisse per dipendere da un contratto con gli elettori. Concetto che un liberale aborre (Giolitti vedeva lontano). Per un liberale il mandato implica il dovere di rispondere delle scelte parlamentari, che debbono essere fisiologicamente trasparenti e soggette a giudizio dell’elettorato, ma non emanazione pedissequa di un obbligo assunto per farsi votare (è uno spartiacque tra il parlamentarismo ed altre forme di rappresentanza).

I liberali sottovalutarono che l’UECI, pur intaccando l’applicazione formale del non expedit, non rinunciava in niente ai suoi presupposti politici di difesa della Chiesa. E di fatti presentava i sette punti come un baluardo cristiano e li chiamava Patto Gentiloni. Tale denominazione faceva pensare ad un accordo bilaterale sul pratico riconoscimento dell’impossibilità di prescindere dalle tesi religiose per gestire la cosa pubblica: stava proprio in questo il letale veleno antiseparatista. Ora, in verità il cosiddetto Patto Gentiloni non è mai stato quel riconoscimento e neanche un patto nel senso proprio del termine. È stato solo un abile accorgimento diplomatico unilaterale del mondo cattolico. Non c’è stato alcun patto firmato. Al candidato – sempre pronto a soddisfare l’elettore – è stato offerto di dichiararsi disponibile a programmi coerenti con il suo modo di pensare e non esclusivi dei cattolici. Poi si disse che ciò significava perseguire obiettivi conformi alla dottrina cattolica e in tal modo si giustificava la partecipazione dei cattolici alla vita politica.

4.2 b .2 d Le elezioni del 1913 e il governo Salandra I -Tuttavia l’ambiguità culturale era profonda. Trascorsi i mesi di ordinario svolgimento delle battaglie politiche (inclusi alcuni scioperi locali, dei marmisti, degli operai dell’auto a Milano e a Torino,  dei metallurgici in varie città), il Patto Gentiloni manifestò la sua forza alle elezioni dell’ottobre 1913 (votanti il 61%). L’area liberale passò da 306 a 260 eletti, conservando di poco la maggioranza assoluta, ma moltissimi eletti avevano accettato i sette punti e così era stato stabilito un rapporto cardine con i veri e propri rappresentanti dei cattolici che erano cresciuti fino a 34. Inoltre, con l’allargamento elettorale, erano aumentati di un pò i vari deputati socialisti e radicali.

Il cosiddetto Patto Gentiloni poteva essere utilizzato dai fautori del principio di separazione perché nella forma non lo contrastava, ma dal punto di vista cattolico serviva all’obiettivo opposto. Serviva a combattere l’anticlericalismo socialista e al tempo stesso il separatismo liberale. I liberali sottovalutarono tale ambiguità. L’averla sottovalutata attivò un meccanismo che cambiò il quadro e nel tempo si rivelerà esiziale per il movimento liberale. Presero spazio coloro che esibivano la  rappresentanza dei valori religiosi per ottenere i suffragi (questo corrodeva il separatismo) e che poi tendevano ad agire in proprio. Tutto ciò era la conseguenza dei sette punti voluta e apertamente dichiarata da Gentiloni: “è inutile dissertare sulla sovranità popolare che i cattolici non potrebbero mai ammettere nel senso proclamato dal liberalismo politico, perché ogni autorità è promossa da Dio e non dal popolo; cioè la sovranità non risiede essenzialmente ed inalienabilmente nel popolo”.

Dopo le elezioni, nei primi mesi della legislatura  il nuovo quadro politico non dette rilevanti problemi al Governo, eppure  Giolitti percepiva che, dopo tre anni, anche per il ripetersi di agitazioni di piazza, serpeggiava  un certo logoramento.  E  così, essendosi i radicali ritirati dal Ministero a seguito della contrarietà  ad alcune spese di guerra, Giolitti riprese il suo consolidato sistema e rassegnò le dimissioni, contestualmente consigliando al Re di nominare Presidente del Consiglio il conservatore  Salandra e poi aiutandolo nella composizione del Ministero, che comprese i liberali di varie anime e l’UECI cattolica (21 marzo 1914). Da allora si verificarono in alcune città scioperi dei lavoratori, serrate degli armatori navali  e poi, suscitate da forti tensioni a Trieste tra slavi ed italiani,  manifestazioni studentesche di appoggio nazionale.  Poi a giugno, sulle coste adriatiche, dalle Marche alla Romagna,  scoppiarono movimenti di protesta molto accesi (vi furono morti), contro i quali vennero impiegati anche marinai sbarcati appositamente e a favore dei quali il PSI e la Confederazione Generale del Lavoro indissero uno sciopero nazionale che in sostanza non riuscì. A luglio la situazione pareva tornata alla normalità, sia sul versante della sinistra sia su quello della destra nazionalista.

4.2 b .2 e – La prima guerra mondiale e il neutralismo – Tuttavia, nei primi giorni del mese, si diffuse la drammatica notizia che il 28 giugno, in Bosnia a Sarajevo, uno studente serbo , nonostante gli avvisi dei servizi segreti, aveva ucciso   l’Arciduca Francesco (insieme alla moglie) erede dell’Impero Austriaco. Drammatica al di là dell’immaginabile. L’Austria ritenne complice il governo serbo e volle cogliere l’occasione per tarparne le velleità espansive irrobustite dopo il successo nella guerra balcanica negli anni recenti. L’Austria godeva dell’appoggio della Germania, che aveva orami acquisito un rilevante peso economico e che non riteneva solida l’ Intesa del 1907 tra Francia, Russia ed Inghilterra.  Anzi, pensava che la permanente questione irlandese avrebbe tenuto l’Inghilterra fuori  dalla disputa con la Serbia. Così l’Austria intimò a Belgrado di sconfessare i maneggi irredentisti e di consentire alla stessa Austria un’indagine diretta in Serbia per reprimere i sediziosi. La risposta serba non soddisfò gli austriaci e, nonostante i tentativi   inglesi e russi di calmare tedeschi ed austriaci che non ebbero esito, a fine luglio scoppiò la guerra tra Austria e Germania da una parte e Francia, Russia ed Inghilterra dall’altra.

Dell’ultimatum alla Serbia, il governo austriaco non aveva informato in anticipo l’Italia, violando così le norme della Triplice Alleanza tra Austria, Germania ed Italia. Il che comportava – è scritto nella comunicazione del 25 luglio all’ambasciatore tedesco a Roma in un colloquio con Salandra e San Giuliano – che “ilmodo di procedere dell’Austria, e per il carattere difensivo e conservatore della Triplice Alleanza, l’Italia non ha obbligo di venire in aiuto dell’Austria in caso che, per effetto di questo suo passo, essa si trovi poi in guerra con la Russia, poiché qualsiasi guerra europea è in questo caso, conseguenza di un atto di provocazione e di aggressione dell’Austria”.  Insomma una presa di posizione che prendeva spunto dal Trattato della Triplice Alleanza per attuare la linea giolittiana dello star fuori dalle tensioni belliche su ampia scala, consapevole anche  dell’impreparazione economica e militare. E che dopo due settimane portò a dichiarare la neutralità dell’Italia (atto su cui il paese si divise, tra gli interventisti – i nazionalisti, i radicali, l’ l’UECI , i futuristi –  e i neutralisti – i giolittiani, tutti i socialisti e il nuovo Papa Benedetto XV – oltre i non pochi agnostici).

Nelle settimane successive, la diplomazia della Triplice e quella dell’Intesa cominciarono a premere ognuna perché l’Italia abbandonasse la neutralità e si schierasse al rispettivo fianco. Improvvisamente a metà ottobre morì (poco più che sessantenne) il Ministro degli Esteri San Giuliano , saldo  neutralista, il quale aveva deciso (senza averne poi il tempo attuativo) fosse interesse italiano bloccare l’anarchia sorta in Albania sotto le pressioni contrapposte dei Serbi e dei Greci. In più a fine ottobre la Turchia entrò in guerra dalla parte della Triplice. Ciò implicava, per l’Italia, aumentare i fondi  per  rafforzare l’esercito  (oltre 500 milioni) e questo indusse il ministro del Tesoro Rubini, neutralista, a dimettersi. Siccome nelle ultime settimane c’erano già stati avvicendamenti nella compagine ministeriale e del resto stava montando l’onda interventista, Salandra ritenne necessario un riassetto generale del Ministero, rassegnò le dimissioni. Riavuto immediatamente l’incarico il 2 novembre, Salandra fece alcune modifiche nella direzione di un minor rigido neutralismo , cominciando dal fare Ministro degli Esteri Sidney Sonnino, da anni il liberale meno giolittiano (anche se durante il suo secondo governo aveva nominato Senatore del Regno Benedetto Croce, che apprezzava molto Giolitti). La maggioranza parlamentare restò la stessa.

In Aula Salandra espresse in modo aperto le sue preoccupazioni  sulla. neutralità. Lo studio più scrupoloso della lettera e dello spirito degli accordi esistenti c’indussero nel sicuro e leale convincimento che non avevamo obbligo di prendervi parte. Tuttavia la neutralità, liberamente proclamata e lealmente osservata, non basta a garantirci dalle conseguenze dell’immane sconvolgimento, che si fa più ampio ogni giorno e il cui termine non è dato ad alcuno di prevedere….. non impotente, ma poderosamente armata e pronta ad ogni evento, doveva e dovrà essere la neutralità nostra”.  Una posizione confermata nella mozione finale. La Camera, riconoscendo che la neutralità dell’Italia fu proclamata con pieno diritto e ponderato giudizio, confida che il Governo, conscio delle sue gravi responsabilità, saprà spiegare, nei modi e coni mezzi più adatti, un’azione conforme ai supremi interessi nazionali“.

4.2 b 2 f  Verso il cambio dell’alleanza militare dell’ItaliaDurante il mese di novembre e poi a dicembre e a gennaio, proseguirono serrati i contatti con la Germania e con l’Austria. L’obiettivo italiano era di ottenere il rispetto del Trattato istitutivo della Triplice Alleanza, e cioè il compenso territoriale per la modifica degli equilibri balcanici causata dall’occupazione austriaca della Serbia. E il compenso sarebbe dovuto essere di territori fino ad allora appartenuti all’Austria. Tuttavia, mentre i tedeschi si mantenevano dialoganti, gli austriaci rilanciavano tirando in ballo l’ulteriore modifica degli equilibri balcanici determinata dall’occupazione italiana del Dodecaneso e della città albanese di Valona, intervenute nel tardo autunno.   

Nelle medesime settimane proseguiva il rapido espandersi anche organizzativo dell’associazione Fasci Interventisti. Ne  era membro di spicco Benito Mussolini, ex direttore dell’Avanti uscito ad inizio autunno dal PSI, fondatore e direttore del Popolo d’Italia con il quale svolgeva un’intensa campagna di sostegno alla tesi “guerra, all’Austria e alla Germania”. Di fatti, a fine gennaio l’assemblea nazionale interventista votò la richiesta al Governo “dell’immediata, pubblica e solenne denuncia del Trattato della Triplice come inizio dell’azione autonoma dell’Italia nel conflitto internazionale”.  Quanto ai cattolici impegnati in politica, dichiaravano che la loro neutralità non andava confusa con quella del Papa, poiché loro, nell’ambito della legge cristiana della civiltà, accettavano la dolorosa necessità della guerra. Da parte sua Giolitti, scrisse “considero la guerra non come una fortuna, ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando sia necessario per i grandi interessi del Paese .

In una simile atmosfera, i movimenti interventisti divenivano sempre più attivi ed esigenti, attraendo gruppi diversi, anche contrari alle manifestazioni di piazza. Il Governo, nel tentativo di abbassare il livello delle tensioni, vietò i pubblici comizi ma ottenne il solo risultato di forti critiche anche da parte socialista. I primi di marzo il Presidente del Consiglio incontrò Giolitti per  fare il punto e per sondarlo sulla possibilità che accettasse di subentrare nella carica. Giolitti declinò tale possibilità poiché giudicava un ministero tendenzialmente interventista più adatto a farsi riconoscere dall’Austria alcune legittime compensazioni rispetto ad un ministero neutralista filotedesco (come sarebbe stato un Giolitti V). Giolitti confermò perciò il sostegno al Salandra 2 , dopodiché ripetè il suo modo abituale di comportarsi. Lasciò Roma per far ritorno nei suoi possedimenti piemontesi, in attesa.

Nelle quattro cinque settimane seguenti, accelerò la presa degli slogans dei Fasci Interventisti (anche con nuovi scontri in piazza). I quali trovavano una sorta di corrispondenza nel frenetico assestamento interno alle organizzazioni militari e che, in più, sventolavano crescentemente la bandiera del Risorgimento da completare, anche con l’appoggio della massoneria. Contestualmente proseguivano a livello riservato i continui contatti diplomatici tra Italia ed Austria (ma pure con la Germania)  nel tentativo di trovare una soluzione alle richieste italiane fondate sull’art.7 della Triplice Alleanza. Peraltro era una trattativa assai impantanata che non lasciava intravedere sbocchi positivi, nonostante le insistenze della Germania perché l’Austria si ammorbidisse sulle richieste italiane.

4.2 b 2 g Il Patto di Londra e l’entrata in guerra – Peraltro, osservando le cose retrospettivamente, qui è indispensabile inserire la citazione di una serie di eventi di  cui all’epoca, salvo le singole persone coinvolte, nessuno sapeva niente e che, anche a livello parlamentare, diverranno noti solo anni dopo, alla fine della guerra.  Va messo in evidenza che i primi di marzo il Ministro degli Esteri aveva incaricato l’ambasciatore a Londra di comunicare per scritto al Governo inglese che l’Italia era disposta a schierarsi con la Triplice Intesa entro il 25 maggio, in base a precise  condizioni. Nessuna pace od armistizio separati di Francia, Inghilterra, Russia e Italia; la Russia avrebbe dovuto continuare la guerra contro l’Austria-Ungheria; consegna all’Italia del Trentino di Trieste e dell’Istria, di gran parte della Dalmazia con tutte le isole a nord e ad est, l’isola di Saseno, il Dodecaneso; inoltre compensi in Africa all’Italia nelle colonie tedesche conquistate dall’Intesa, compensi in Turchia se l’impero ottomano fosse stato diviso, diritto dell’Italia di occupare Adalia e il territorio intorno se fosse stata occupata l’Asia Minore; la Santa Sede sarebbe stata esclusa dai negoziati di pace. Tali condizioni, dopo una trattativa durata poco più di un mese con i paesi dell’Intesa, vennero per larga parte accolte e alla fine il 26 aprile 1915 gli ambasciatori in Inghilterra dei quattro paesi  firmarono il  Patto di Londra, unitamente ad alcune dichiarazioni connesse, fissandone anche la relativa segretezza fino ad una successiva sottoscrizione da parte dei quattro Stati.

Tornando agli avvenimenti allora pubblici, va detto che nel frattempo le trattative tra l’Austria, la Germania e l’Italia si erano sempre più arenate per l’evidente atteggiamento dilatorio degli austriaci ostili a concludere. Finché il 3 maggio Sonnino fece consegnare dall’Ambasciatore a Vienna una comunicazione che si concludeva così Perciò l’Italia, fidando nel suo buon diritto, afferma e proclama di riprendere da questo momento la sua intera libertà d’azione e dichiara annullato e ormai senza effetto il suo trattato d’alleanza con l’Austria- Ungheria”.  La notizia della comunicazione dette nuovo impulso agli interventisti, impegnati in quelle ore a Quarto nelle celebrazioni garibaldine per l’inaugurazione del monumento ai Mille. Una manifestazione assai ampia cui intervenne D’Annunzio (rientrato  apposta dopo cinque anni dall’esilio autoimpostosi in Francia per sfuggire ai debiti fiscali), che pronunziò un lungo discorso infiammato in cui elencò i segni della grande vigilia del ritorno ai grandi eroi della patria in armi.  

Finalmente il 7 maggio il Consiglio dei Ministri veniva informato che l’Italia si era impegnata ad entrare in guerra a fianco dell’Intesa entro il 25 maggio. Il Consiglio, dopo un lungo dibattito, approvò e s’impegnò  alle dimissioni se la Camera lo avesse bocciato.  Il giorno successivo, il Re fece sapere che avrebbe abdicato in caso di un voto contrario alla Camera. Nella stampa  si erano formati schieramenti netti. Sostenevano gli interventisti il Corriere della Sera, il Secolo, il Popolo d’Italia di Mussolini, l’Idea Nazionale del vice presidente Fiat, il Mezzogiorno, la riformista Azione socialista, l’Idea democratica, l’Asino anticlericale; sostenevano la linea .ministeriale e di attesa il Giornale d’Italia e la Nuova Antologia; erano giolittiani soprattutto La Tribuna e La Stampa; neutralisti, il Popolo Romano, l’Avanti !, l’Osservatore romano, l’Unità Cattolica, il Mulo, il Bastone. Nelle grandi città iniziarono contrapposte manifestazioni di irredentisti e di pacifisti.

Giolitti, che ignorava l’esistenza del Patto di Londra e dava un giudizio negativo sull’abbandono della Triplice Alleanza, tornò a Roma  fatto oggetto di contestazioni durante il viaggio. Il giorno 9 fu convocato da Re, al quale argomentò la contrarietà alla guerra, specificando che dello stesso avviso era la maggior parte degli italiani e di sicuro la Camera. A richiesta confermò che Salandra sarebbe dovuto restare al suo posto finché avesse avuto la fiducia del Parlamento. Nel pomeriggio Giolitti fu invitato a recarsi a casa Salandra ove venne informato delle ultime offerte austriache. Risulta da un articolo dell’epoca sul Giornale d’Italia  che il colloquio fu approfondito ma non fece mutare le rispettive opinioni. Giolitti riconobbe la portata degli argomenti di Salandra ma restò dichiaratamente nella sua opinione, perché al disopra di ogni argomentazione di Salandra, “ha sempre creduto, e crede, che la guerra sia un grave pericolo date le condizioni del Paese e possa trasformarsi in un danno anche riuscendo vittoriosa“.

Nei tre giorni seguenti, i plenipotenziari austriaci e tedeschi presentarono al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri ulteriori proposte più attente alle richieste dell’Italia. Tuttavia erano proposte tardive e neppure di immediata applicazione, per cui il Consiglio dei Ministri le respinse definitivamente e al contempo confermò la sua scelta avversa alla neutralità. Questa linea aveva il supporto accanito della galassia interventista. A Milano si manifestava contro la sede del Corriere della Sera, con le arringhe di Mussolini, direttore del Popolo d’Italia, all’insegna dello slogan “Viva la guerra liberatrice”. A Roma l’assemblea cittadina di tutti gli interventisti riunita nella sede dei Socialisti Riformisti votò una mozione in cui “si dichiara Giovanni Giolitti complice dello straniero e nemico della Patria” e si evoca “la passione dei padri con la nuova guerra liberatrice e redentrice dei figli“.  A questa mozione Giolitti reagì con una lettera al direttore della Tribuna, Olindo Malagodi, in cui  rilevava che ”neppure, di mia iniziativa, ma chiamato,  ho espresso un’opinione conforme alle mie convinzioni e coerente con le opinioni già manifestate e in un discorso parlamentare e nella pubblica stampa. È inesplicabile come partiti che professano principi di ampia libertà abbiamo così poco rispetto per le opinioni altrui”.

Giolitti esprimeva concetti chiarissimi e realistici ma si riferiva ad interlocutori indisponibili al riflettere in modo critico, che è invece  la base solida del convivere. La riprova venne prestissimo.  Per  manifestare la loro solidarietà di fronte agli attacchi, più di 300 deputati consegnarono in poche ore i rispettivi biglietti da visita nella casa di Roma dell’on. Giolitti. Di conseguenza, il Governo Salandra rassegnò le dimissioni. Nel contempo il quotidiano l’Idea Nazionale” rincarava la dose con un  articolo di fondo titolato “Il Parlamento contro l’Italia”in cui sosteneva che “II Parlamento è Giolitti; Giolitti è il Parlamento: il binomio della nostra vergogna. … il Parlamento è la falsificazione della Nazione. 0 il Parlamento abbatterà la Nazione, o la Nazione rovescerà il Parlamento”. Il Re, su consiglio di Giolitti, cercò di incaricare il Presidente della Camera oppure il Ministro del Tesoro, dato che Giolitti stesso giudicava errato passare da un governo interventista ad un governo dichiaratamente neutralista (in quanto avrebbe irrigidito maggiormente Austria e Germania, mentre i deputati indicati erano neutralisti ma in grado di trattare in modo più duttile e realistico). Essendosi i due deputati detti indisponibili, il Re scelse la strada di cui era personalmente convinto, quella di completare il Risorgimento. E così il 16 maggio respinse le dimissioni di Salandra. Decisione esaltata da Mussolini sul Popolo d’Italia e da D’Annunzio a Roma,

Nella sostanza, in quel momento la determinazione del Re  (soprattutto) e di Salandra divenne fermissima, specie nel sostenere l’azione di Sonnino. Al punto che pure i moti di piazza contro il neutralismo giolittiano crebbero a dismisura e si arrivò all’irruzione della folla   dentro Montecitorio senza che ci fosse una reale difesa da parte della forza pubblica né una presa di posizione del Governo.  Il Ministro degli Esteri, con indubbia abilità, alla vigilia del dibattito in aula, presentò  un Libro Verde in cui erano esibite le carte diplomatiche degli ultimi mesi, presentate in modo da nascondere i termini del Patto di Londra (ed anche il tentativo austriaco in extremis di fare concessioni) e da limitarsi a sostenere l’inevitabilità dell’entrata in guerra contro l’Austria Ungheria, per il momento non Turchia e Germania. Proposta decisiva , per forza da presentare alla Camera, poiché l’entrata in guerra richiedeva l’autorizzazione. Insieme alla parola d‘ordine “completare  il Risorgimento”, al Parlamento non venne detta l’intera verità sul come stavano le cose. In questo quadro la Camera dette la richiesta autorizzazione per la guerra all’Austria Ungheria. E così, senza dirlo, fu rispettato l’impegno del Patto di Londra di entrare in guerra a fianco dell’Intesa entro il 25 maggio.

Fatto sta che, dopo la consegna dei biglietti da visita dei deputati, Giolitti non fece più atti politici ritenendo impossibile bloccare in Parlamento la tenaglia tra la Corona e la piazza senza provocare una gravissima crisi  nell’equilibrio del Regno.  Oggi, dopo oltre un secolo, è  del tutto inutile interrogarsi se il giudizio di Giolitti fosse allora realistico o meno. Certo è che la decisione di entrare in guerra costituì il punto di svolta in Italia per l’avvio della stagione – che sarebbe durata decenni con aspetti tragici – in cui il Parlamento venne ritenuto non più rappresentativo del paese reale. Si iniziò ad uscire dalla linea liberale di Cavour, per il quale “la via parlamentare era più lunga, ma la più sicura”. Il Parlamento veniva dopo la complessiva primazia del Re e in subordine del Governo. Al tempo stesso, i giornali inclinavano a gonfiare le opinioni dei cittadini più che ad informarli sulle materie da decidere. Ed iniziarono a manifestarsi gli effetti dell’artificio cattolico del cosiddetto Patto Gentiloni. Tale svolta ha dato un valore profetico alla considerazione di Giolitti menzionata sopra. “La guerra potràtrasformarsi in un danno anche riuscendo vittoriosa”. Questi sono gli esiti alla lunga disastrosi dell’adottare l’antica pratica di far decidere la convivenza ai potenti, ritenendoli i soli capaci di capire l’interesse della nazione.  

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UN   AUSPICIO   SUL  25   APRILE

Giunti al 79° anniversario della Liberazione, sul tema  antifascismo continua purtroppo ad essere ancora diffuso un grave errore  concettuale. Larga parte del paese – più precisamente  quella di sinistra, sia essa marxista, cattolica o laica – è convinta che il governo possa dirsi democratico solo se innanzitutto dichiara di essere antifascista. E’ una convinzione sbagliata e perciò pericolosa.

I liberali – che sono stati antifascisti fin da quando opposero al Manifesto del Fascismo (a firma di Gentile, Pirandello, D’Annunzio,  Ungaretti, Malaparte e dal futurista Marinetti) il Manifesto degli antifascisti  promosso da Croce (e poi sottoscritto tra gli altri da Einaudi, Amendola, Alvaro, Montale, Momigliano, Matilde Serao, Salvemini) – sono certi delle responsabilità del fascismo e della sua perenne inadeguatezza per governare la convivenza civile. Peraltro, in base all’esperienza storica, sono altrettanto sicuri che l’antifascismo è una condizione necessaria ma che non può mai essere sufficiente per garantire la libera convivenza dei cittadini.

Per tale garanzia, ci vuole la pratica della libertà, del riconoscere la diversità di ciascun convivente, di accettare il continuo conflitto democratico tra le diverse proposte dei cittadini. Dunque occorrono l’autonomia della cultura dalla politica, l’abbandono del fideismo, il rifiuto di ogni concezione totalitaria. E’ distorcente focalizzare l’impegno solo sull’antifascismo e trascurare l’anticomunismo oppure l’avversare i movimenti politico culturali che  danneggiano la libera convivenza civile.  

Invece atti  di opposto indirizzo costellano l’attuale celebrazione del 25 aprile. A cominciare dal tentativo di strumentalizzare la celebrazione per opporsi al Governo  in carica  quale appartenente al filone della Repubblica Sociale. Od anche dal mettere in discussione, come sta avvenendo in varie parti d’Italia, il diritto di considerare parte integrante delle forze della Resistenza la Brigata Ebraica che ne fu sempre parte materiale (a differenza delle forze arabe palestinesi alleate dei nazisti). Od anche dall’indignarsi per le bombe su Gaza ed usare l’occasione del 25 aprile per chiedere di por fine agli accordi con le università israeliane fingendo che non esista il massacro del 7 ottobre perpetrato a freddo da Hamas.

L’auspicio dei liberali sul 25 aprile è che finalmente si utilizzi questa ricorrenza non per celebrare l’antifascismo, non per attaccare il Governo, bensì per rafforzare la pratica dei principi di libertà evocati da tale data. E per togliere dal tavolo tutte le suggestioni di sogni impositivi che sono un pericolo quotidiano per il far vivere la libertà individuale del cittadino, che, attivando gli scambi tra diversi, agisce in aiuto dei più deboli ed è la premessa ineludibile della pace.

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Ancora un documento vaticano che aspira al ruolo civile

Scritto per NON CREDO blog

La Dignitas Infinita – Lo scorso 2 aprile, il Dicastero Vaticano per la Dottrina della Fede ha pubblicato la Dichiarazione Dignitas Infinita , un documento abbastanza corposo frutto di una elaborazione lunga cinque anni, rivista dal Papa più volte. Argomenta in modo minuzioso e si prefigge di sviscerare il significato della dignità umana per la Chiesa  oggi. Dunque la procedura  in sé mostra l’inutilità di  cercarvi qualche novità strutturale  di dottrina (mentre lo fanno quasi tutti i professionisti della comunicazione). Invece il Documento contiene parecchie conferme della necessità –  sempre più urgente – di separare in modo netto lo Stato e la Chiesa e di irrobustire la pratica civile della libertà di religione.

La Dichiarazione Dignitas Infinita afferma all’inizio il solo fine di indurre alla  riflessione per non smarrire la strada. Esprime la convinzione che l’umano, in quanto creato da Dio e redento da Cristo, acquisisce  una sua inalienabile dignità. A questo avrebbe fatto eco il 10 dicembre 1948 la  Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo  dei paesi aderenti all’ONU.

Tale citazione illumina la logica del Dicastero vaticano. Infatti la Dichiarazione ONU non è stata sottoscritta dalla Santa Sede,  proprio perché emanata da una decisione terrena estranea al divino. Oggi la Chiesa la richiama per poter sostenere che  l’umanità fa eco a Dio quando tratta dei diritti umani, i quali, secondo la Chiesa, hanno origine da quella dignitas infinita impressa da Dio e certo non da un’artificiale autodefinizione umana. E’ una manipolazione logica. Collegata al rifiutare la realtà e al sostituirla con la supposta verità divina della dottrina. Una manipolazione reiterata con il dare alla dignitas l’aggettivo “infinito”, che anch’esso applica la vecchia abitudine del fimgere di includere nel mondo reale quell’infinito collegato strettamente  all’infinità divina ma di cui non esiste traccia effettiva.

Il riconoscimento all’Enciclica – In ogni caso, il reale intento della Dignitas Infinita è confermato dall’esplicito affermare che “l’enciclica Fratelli tutti costituisce già una sorta di Magna Chartadei compiti odierni volti a salvaguardare e promuovere la dignità umana”. Nel periodo dell’enciclica (ottobre 2020)  l’ho commentata in dettaglio sul n. 69 di Non Credo cartaceo, e a  quel commento rinvio gli interessati. Qui ne richiamo l’essenziale.

Scrissi che il fulcro della Fratelli Tutti sta nel citare un famoso detto di Aristotele (“l’essere umana è un animale politico”) per asserire che la missione della Chiesa non tocca solo il privato, bensì l’intera convivenza umana. E siccome la convivenza è il ruolo della politica, la Chiesa, riconoscendo l’autonomia della  politica,  le riconosce  il diritto di occuparsi del convivere ma insieme stabilisce il proprio diritto di occuparsene quale Chiesa. In seguito, il Documento aggiunge quali siano le finalità per cui la Chiesa non resta ai margini nel costruire un mondo migliore. E chiarisce che i ministri religiosi sono fuori dalla politica dei partiti ma non possono rinunciare ad occuparsi del modo in cui gli esseri umani convivono. Perché appunto la fisiologia dell’essere umano è interagire con gli altri  suoi simili.

In generale, sottolineavo che per l’enciclica la dimensione politica partitica e la dimensione religiosa non sono separabili, in quanto ambedue  concorrono al bene comune degli umani. Posizione inaccettabile per i laici (infatti  l’Enciclica già violava il Concordato), essendo palese che al giorno d’oggi il motore del mondo sono le scelte dei cittadini, non l’autorità religiosa. La quale non ha perciò ruolo nel progettare quelle scelte civili.

Dignitas Infinita,  ulteriori passaggi – Il definire la Fratelli Tutti la propria Magna Charta, conclude il giudizio di cornice sulla Dignitas Infinita: ha lo stesso difetto d’impostazione dell’Enciclica, l’antiseparatismo sfrenato. Per curiosità conoscitiva, vale però la pena di proseguire nell’esame del suo testo.

La dignità umana viene sezionata in quattro categorie interconnesse (ontologica,  morale, sociale, esistenziale). Già riferendosi alle prime due, la Chiesa conferma la sua dottrina tradizionale. La dignità ontologica riguarda  la persona creata e amata da Dio e perciò non può mai essere annullata. Mentre la dignità morale può essere “perduta” nell’agire umano. Da qui la necessità di lavorare con tutte le forze, prescrive il Documento Vaticano, “perché tutti coloro che hanno compiuto il male possano ravvedersi e convertirsi”. In tal modo la Chiesa giustifica ancora una volta il diritto  di imporre i suoi indirizzi nei comportamenti di vita, onde evitare il male della perdita della Dignità morale. Perché solo la Chiesa, almeno per i credenti, è depositaria del bene morale. Infatti la nostra dignità  “è un valore sacro che trascende ogni distinzione. Ci viene conferita, non è né pretesa né meritata”.

Successivamente il Documento del Dicastero per la Dottrina della Fede tratteggia la riflessione cristiana sul tema dignità umana nel corso dei secoli fino alla nostra epoca. Al giorno d’oggi, la Chiesa ha una triplice convinzione. La prima convinzione è che la Rivelazione conferisce alla Dignità umana un’indelebile immagine dell’amore di  Dio quale unità inscindibile tra anima e corpo. La seconda convinzione deriva dal ruolo dato da Dio a Cristo con il farlo incarnare e il renderlo del tutto partecipe dell’essenza umana, iniziando dalla “grande novità del riconoscimento della dignità di ogni persona, ed anche e soprattutto di quelle persone che erano qualificate come indegne” (convinzione da tener ben presente, poiché da essa muove l’idea che tra gli individui pesino di più i deboli, i miseri, i sofferenti, cioè l’avvio, al di là degli intenti,   di una grave distorsione concettuale nei meccanismi civili). La terza convinzione  riguarda il destino finale dell’essere umano, che per il Dicastero è  “la vocazione alla comunione con Dio destinata a durare per sempre”. Non è un’affermazione casuale. Infatti precisa pure che  ciascun essere umano è libero di manifestare la propria dignità  orientandosi verso il bene dell’amore di Dio  oppure di offuscarla con il peccato non vivendo alla sua altezza .

In proposito, adotta quanto detto da Benedetto XVI: “senza il correttivo fornito dalla religione, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale”. Quindi, ancora una volta, dando per scontata la figura di Dio e insieme l’immutabilità del tempo, la Dignitas Infinita in un sol colpo preclude la possibilità di una realtà probabilistica e del ruolo di una coerente autonomia umana nel conoscere.  In altre parole, rifiuta il maturare del conoscere. Nel frattempo  insiste nel tentativo di confondere l’impianto religioso con quello civile, rifacendosi alle parole di Papa Francesco, “nella cultura moderna, il riferimento più vicino al principio della dignità inalienabile della persona è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”,

Diffidenza sulla libertà individuale – Ma allora, perché la Chiesa non sottoscrive quella Dichiarazione? Non lo fa perché la Chiesa persiste nel ritenere che il principio della dignità inalienabile rientri esclusivamente nella dottrina religiosa e non debba sottostare alle valutazioni e decisioni umane. Quella dignità la ha data Dio e solo lui può garantire che il rispetto sia incondizionato. Dunque, è scritto nel Documento, la difesa della dignitas infinita “non dipende dall’arbitrio individuale ma deriva da un contenuto oggettivo, fondato sulla natura umana”.

Per di più , il Dicastero per la Dottrina della Fede intende evitare “la prospettiva riduttiva di una libertà autoreferenziale e individualistica, che pretende di creare i propri valori a prescindere dalle norme obiettive del bene e dal rapporto con gli altri esseri viventi”. Perciò entra apertamente nel campo del convivere civico. “Sempre più spesso  vi è il rischio di limitare la dignità umana alla capacità di decidere discrezionalmente di sé e del proprio destino, indipendentemente da quello degli altri, senza tener presente l’appartenenza alla comunità umana. In tale comprensione errata della libertà, i doveri e i diritti non possono essere mutuamente riconosciuti di modo che ci si prenda cura gli uni degli altri…..; quando la libertà viene assolutizzata in chiave individualistica, la libertà è svuotata del suo contenuto originario ed è contraddetta nella sua stessa vocazione e dignità”.

Queste parole vorrebbero apparire pensose ma in sostanza esprimono una concezione di non rispetto dei singoli cittadini. Prendendole sul serio, allora chi avrebbe titolo per stabilire come vivere la libertà di ciascuno? Tali parole, negando più volte il valore dell’autonomia individuale,  evocano  le norme obiettive del bene (senza precisare quali siano) e le qualificano come frutto della natura.  Così argomentando, la Chiesa fuoriesce dall’esperienza storica in vari sensi.

Suggerisce ancora il governo affidato alla divinità o al massimo a chi la rappresenta in terra. Insiste sulla impossibilità che l’individualismo adempia agli obblighi verso gli altri e in specie verso il resto del creato.  Non trascura neppure la nostalgia per i governi di chi sarebbe consapevole del bene comune e esercita il potere aggirando il  ricorso ai cittadini (di fatto ridotti a sudditi). In sintesi, manifesta una diffusa diffidenza verso la libertà individuale. La ragione  è che “il libero arbitrio spesso preferisce il male al bene, perciò la libertà umana ha bisogno di essere a sua volta liberata”.

Un problema senza risposta – Con questo ragionamento, viene posto il problema.  Cioè che “la liberazione dalle ingiustizie promuove la libertà e la dignità umana] ad ogni livello e rapporto delle azioni umane”. Ma chi agisce in concreto per liberare la libertà, considerato che secondo il Dicastero gli umani non ne avrebbero adeguata capacità? Non solo. Il Dicastero per la Dottrina della Fede scrive pure che perché sia possibile un’autentica libertà “ sul pilastro della dignità umana vanno costruite le strutture sociali alternative“. Ma chi costruisce queste strutture alternative?  Il testo non lo dice,  insistendo più volte, invece,  sul dover rispettare le indicazioni provenienti dalla religione di Dio. Un testo colmo di auspici accattivanti  ma pienamente disattento ai concreti risultati sperimentali.

Nel complesso è chiaro che il documento della Dottrina della Fede, da un lato approfondisce mediante esempi precisi le diffuse condizioni di grave disagio che violano la dignità  personale tra i cittadini, dall’altro lato non vuole accettare la lezione dei fatti. Eppure è un dato comprovato che, al di fuori della credenza religiosa, non può funzionare il buonismo pacifista secondo cui l’uguaglianza non si limita ai diritti ma deve riguardare i cittadini per intero. L’esperienza storica ha ripetutamente mostrato che il metodo di gran lunga più efficace per “liberare la libertà” dai flagelli sempre incombenti (come, per citare passaggi della Dicastero, la povertà, l’accoglienza dei  migranti, il commercio di organi, le violenze contro le donne e così via), è il conflitto sul cosa fare che si dipana tra gli stessi individui umani nel rispetto delle regole che loro stessi si sono dati e continuano a darsi. Non esiste un’élite cui affidarsi, né civile né religiosa, che decida cosa sia il bene e il giusto. Anzi, in base ai dati, i liberali sostengono che non può esistere.

Critiche malriposte – Tuttavia, non su questi aspetti vertono  le  critiche al documento piovute da parte dei mezzi di informazione dominati dal conformismo del dover essere civile, alla moda nelle proprietà e tra i giornalisti. Le critiche sono sulle materie del credo cattolico trattate dal Dicastero senza l’opportuno conformismo (quindi credibili solo se provenienti dai non cattolici dichiarati e soprattutto purché non violino la libertà di religione di ogni italiano) e, praticamente mai, toccano temi civili davvero fondati, vale a dire quelli del violare i principi della separazione Stato Chiesa o almeno la Costituzione.

Portare critiche del genere al Documento Vaticano, lo agevola, perché va incontro alle esigenze dei clericali. Di fatti non vengono trattati gli argomenti laici dell’autonomia civile, che mettono i clericali in oggettivo imbarazzo. Invece pullulano gli attacchi con uno sfondo di cultura impositiva (e sprazzi di anticlericalismo) non rispettosi della libertà religiosa oppure attribuzioni alla sola impostazione cattolica di caratteri che non le appartengono in quanto derivano dall’osservare il mondo concreto senza pregiudizi.  

Tra gli attacchi a sfondo impositivo si possono annoverare le critiche per il non volere l’aborto (ma per le istituzioni laiche è fondamentale la libertà di interrompere la gravidanza non il diritto di aborto), per il non volere l’eutanasia (di nuovo è fondamentale la libertà di ricorrervi da parte della persona interessata, non il diritto di praticarla a terzi),  per non volere la maternità surrogata (di nuovo per le istituzioni laiche è fondamentale la libertà di ricorrervi secondo i meccanismi di legge ispirati alla libertà individuale, non il diritto di praticarla a piacimento). Tutti casi in cui la legge da facoltà al cittadino individuo e non impone alcunché.

Del secondo gruppo è lo scandalo con cui troppi media hanno accolto il rifiuto della Dignitas Infinita per la teoria del gender. Tale rifiuto non è un capriccio che si è inventato il Dicastero per la Dottrina della Fede. E’ un fatto reale che tale teoria “cancelli le differenze nella pretesa di rendere tutti uguali” o che “non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare”. Chi attribuisce alla dottrina cattolica la scoperta di questa realtà sperimentalmente  innegabile, le riserva in campo civile un merito che non è suo e nel medesimo campo ne allarga la zona di influenza. Avversano la teoria del gender anche i laici, che hanno tra i loro principi fondanti lo stare alla realtà concreta. Solo che i laici, essendo pure fautori della libertà individuale, pensano non solo che ogni cittadino sia diverso dagli altri, ma che possa comportarsi di conseguenza nel rapporto con il suo corpo. Per cui ciascuno ha diritto di sentirsi in grado di avere una dimensione sessuale propria, nella mentalità o nel trasformarsi per via chirurgica.

Solo il tentativo più recente –  Per tutte le ragioni fin qui esposte, la Dignitas Infinita, utilizzando l’aggiornata sottigliezza gesuitica del suo Pontefice, percorre  la strada dell’Enciclica Fratelli Tutti sul terreno tradizionale della dottrina della Chiesa. Pertanto, i laici rispettano le scelte religiose indicate dalla Dignitas Infinita (e ne garantiscono la libera pratica) ma di nuovo le ritengono inadoperabili per governare nella Repubblica Italiana la convivenza tra i liberi cittadini, nel concreto e al passare del tempo. 

Basti pensare all’asserzione della Dignitas Infinita (che è assurda sotto il profilo sperimentale), per cui il cuore dello spirito politico  sarebbe “sempre un amore preferenziale per gli ultimi”. Un concetto che denota l’intento di vedere la realtà in permanenza avvolta in un sogno di speranza.  Cioè di qualcosa che nella storia non si è mai realizzato. Di qualcosa che è stato sempre utilizzato per lasciare gli ultimi, resi ebbri dal sogno. in balia effettiva dei potenti del momento. Un’ antica attitudine di governo, che ha iniziato a cambiare a metà del 1600 , quando iniziò a circolare l’empirismo che affidava la gestione delle cose del mondo alla libertà degli umani e non al libri della divinità e della Chiesa sua rappresentante. E che da allora ha continuato ad evolversi nelle cose del mondo, ampliando di continuo e a dismisura la conoscenza e la libertà dei cittadini individuo.

Peraltro, da quell’epoca e ancor oggi, l’organizzazione ecclesiastica non ha mai veramente riconosciuto di non essere  più il fulcro del potere.  E quindi in ogni tempo ha cercato di reperire, nelle pieghe della vita reale, tutte le storture e le carenze esistenti (da qui oggi il continuo richiamare la difesa dei più deboli)  per proseguire nella pratica di illudere che la soluzione dei problemi  si può trovare nelle speranze e nei sogni della religione invece che nei conflitti della libertà umana (e dunque nell’individualità e non nella massa, nella diversità delle persone e non nella loro uguaglianza). Confidando, con un simile accorgimento, di poter  acquisire ancora una volta il centro del palcoscenico.  Dignitas Infinita ne costituisce la riprova più recente.

Ed è per tale motivo che il mondo laico deve mantenersi vigile. Pieno rispetto alla libertà di credo e piena attenzione a non cadere nei tentati raggiri. Non dimenticando mai, perciò, di svolgere critiche fondate sulla realtà e lontane dalle suggestioni del conformismo ossequioso nei confronti delle esistenti gerarchie di potere clericale, pure civili.

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Dar forza ad una formazione delle libertà

Un articolo su cui riflettere Federico Rampini, il prestigioso giornalista italiano  che per decenni ha vissuto in Cina e negli Stati Uniti, ha scritto sul Corriere in data 21 marzo un articolo assai chiaro e lucido  nel contenuto dell’argomento trattato. Come al solito. In più, questa volta, un testo che da ai liberali lo spunto per un’accurata riflessione.

L’argomento trattato da Rampini sono lo sdoganamento della violenza e gli adulti dimentichi della loro funzione educatrice. Partito dal gesto di uno studente che ha mimato il puntare una pistola contro la Meloni, l’articolo traccia un paragone tra gli anni ’70 in Italia e il mondo di oggi, negli USA e in Italia. All’epoca, narra Rampini, io ero un appena maggiorenne iscritto al PCI di Berlinguer e gli opposti estremismi dei giovani si ricongiungevano  nelle armi e nel considerare la repubblica italiana borghese e fasulla. C’erano però degli adulti capaci di contrastare l’imbarbarimento, I vecchi comunisti non erano indulgenti con chi praticava il fanatismo ideologico. La generazione nata in questo millennio è in preda ad una nuova febbre dell’estremismo. Gli eventi che spingono a sdoganare la violenza sono davvero abominevoli. Ma non hanno giustificazioni le violenze contro le istituzioni, assaltate e incendiate, un attacco frontale all’ordine pubblico. Gli ideologi di sempre soffiano sul fuoco della rabbia giovanile.

Quando  “Hamas ha trucidato ebrei, massacrato bambini, violentato donne, e molto prima che partisse la controffensiva dell’esercito israeliano, senza indugi era scattata la solidarietà con i terroristiIl gesto della pistola in molti cortei studenteschi sta a significare che il palestinese — oppresso per definizione — è legittimato perfino a commettere atrocità, visto che deve castigare l’oppressore”.

Rampini scrive che “a dividere il mondo in buoni e malvagi, vittime e persecutori, sfruttati e sfruttatori, sono prima di tutto gli adulti che indottrinano le nuove generazioni…. l’esplorazione della realtà viene scoraggiata, è più rassicurante il conformismo di massa. Un pezzo di gioventù non vuole interrogarsi su dove siano finiti fiumi di miliardi di aiuti umanitari per i palestinesi, donati soprattutto da noi occidentali”. E prosegue aggiungendo “lo sdoganamento della violenza è evidente nelle forme di lotta praticate dagli ultrà dell’ambientalismo…. Ma non saranno gli ultimi abitanti della terra: grazie al capitalismo mostruoso, che investe nell’innovazione sostenibile e ci ha dato le tecnologie verdi

 Gli adulti, conclude Rampini, giustificano ogni deriva fanatica e rinunciano ad essere educatori. “La gioventù occidentale gode di privilegi enormi: non solo il benessere materiale ma libertà senza precedenti nella storia. Eppure è infelice perché convinta di vivere nella civiltà più oppressiva, ingiusta, distruttiva e schiavizzante. L’idea di progresso la disgusta”.

Come si vede, simili considerazioni per un liberale sono solo considerazioni ovvie. Sa mai, anche parecchio in ritardo. Certo Rampini ha almeno il coraggio di esporle, perfino  osando criticare, lui di origine berlingueriana, un attacco alla Meloni. Peraltro il punto è un altro. Nell’articolo le considerazioni vengono esposte come una grande novità derivante dal degenerare dei costumi o dalle carenze dei genitori e dei più anziani. Tutto ciò Rampini lo scrive in modo incisivo, ma senza  citare  né accennare mai in tutto l’articolo né alla parola né al concetto liberali e neanche liberalismo. Non si tratta di una questione semantica, tanto meno attribuibile al solo Rampini, né un accorgimento per criticare gli attuali anziani. Tale assenza testimonia una mentalità assai radicata tra gli italiani. Liberali e liberalismo sono, se va bene, relegati  nelle ultimissime file. Un atteggiamento sorto  dal ritornello fischiettato  per decenni dalla propaganda della cultura cattolica prima e di quella comunista poi, in seguito  mischiate e dilagate nel mondo sindacale, in quello del lavoro,  penetrate nelle redazioni dei mezzi di informazione e da qui introdotte nella mente di milioni di italiani.

I liberali sono quelli che praticano il liberalismo e il liberalismo  sarebbe  il luogo di raccolta di ogni bruttura e del culto del profitto succube degli interessi padronali. Fattori che sarebbero all’origine delle ingiustizie sociali nonché del trascurare i più deboli. Inoltre il liberalismo sarebbe pericolosamente incline al prestare attenzione alle idee laiche, irrispettose dell’autorità di chi sa e del conformismo religioso, pauperistico e del comunicare secondo i dettami della moda. Di conseguenza – anche se negli ambienti più accorti si evita di dirlo apertamente – i liberali dovrebbero restare da parte, perché la loro esistenza sarebbe la radice dei guai della società. Al massimo, i più furbi tentano di sfruttare i liberali cercando di esibirne certe intenzioni obiettivamente aperte, tentando di assorbirle come orpelli dei sogni immaginifici propinati ai cittadini sudditi dai grandi soggetti partitici detentori del potere di governare l’Italia con le promesse solo da enunciare e non da costruire.

Richiamato lo stato delle cose, questo mio  articolo intende confutare nel profondo le posizioni citaate fin qui. Perché tali posizioni  non si limitano affatto ad esser   distinte da quelle liberali bensì sono a loro opposte ed esprimono una meditata inimicizia.  Ormai siamo ad un punto che i liberali non possono più accettare con rassegnazione un simile stato di cose, perché questa rimozione del liberalismo non è un vezzo espressivo, bensì un metodico rifiuto delle idee liberali e del praticarle. Proprio quando, tra l’altro, le vicende italiane mettono ogni giorno in evidenza la reale necessità di utilizzare (tempestivamente e non poco) anche i principi liberali.

Giovani e Libertà – L’articolo di Rampini ad un certo punto afferma sì che oggi la gioventù occidentale gode di una libertà senza precedenti. Peccato che sia una cenno scorrevole  e irriflessivo, che non ragiona in alcun modo su cosa ciò significhi e su quale sia stata la strada per arrivarvi. Il difetto dell’attuale situazione sta in questa perdurante carenza di riflessione sulla forza della libertà e su cosa induca.  Mentre la libertà non è un caso fortuito o un dono divino, destinati a restare eterni una volta arrivati.

La libertà è il frutto di decenni di crescita dell’osservare con intenti sperimentali  i rapporti esistenti nella convivenza umana e nel mondo circostante. Un osservare realizzato mediante l’uso della spirito critico individuale adottato da insiemi sempre più numerosi di cittadini. Il criterio sperimentale nell’osservare, nell’assumere iniziative materiali e nel verificarne i risultati senza pregiudizi e restando  ai fatti – il tutto applicando lo spirito critico individuale di ogni  osservatore –  ha avuto successo , a passo a passo  e con il tempo,  nell’opera di  costruire strutture istituzionali che fanno da cornice all’esercizio materiale della libertà di coloro che vivono entro i loro confini.  E’ questo il meccanismo che ha creato  il clima  diffuso di libertà  e  concretizzato il progresso nel convivere, caratterizzandolo   con il frenare il ricorso alla violenza fisica quale strumento di interrelazione.

Ii vastissimo mondo dei non liberali non si accorge di tale meccanismo della libertà. Non fa finta. Proprio  non lo  vede, poiché estraneo ad abitudini secolari nel relazionarsi e perciò non percepibile. Ne è un tipico esempio Rampini, che pure è persona intelligente, colta  ed abituata ad osservare ciò che avviene. Però guarda ciò che avviene secondo le abituali regole dello scontro di potere, in  un paese o tra vari paesi. Il meccanismo della libertà sfugge a queste dinamiche poiché non esibisce la forza dei muscoli o delle coorti, bensì  esprime  valutazioni sperimentali.    

Un sistema simile ha cominciato ad emergere intorno a metà del 1600 , epicentro  Scozia. Da allora ha continuato ad allargarsi e ad approfondirsi in zone geografiche sempre più estese man mano che sono maturati i tempi della consapevolezza. Essa ha modificato nel profondo conoscenze ed abitudini di secoli, introducendo dei criteri molto innovativi nei rapporti degli osservatori umani. tra di loro  e con le cose del mondo. Tale cammino è proseguito, e al giorno d’oggi è possibile dare una descrizione sintetica del liberalismo nei termini esposti di seguito, che ne illustrano le caratteristiche attuali prima del suo fisiologico evolversi successivo. 

Caratteri del liberalismo – La cultura liberale è un reticolo assai connesso di non meno di SEI caratteri tra loro interdipendenti, tutti essenziali: libertà di esprimersi,  individuo al centro, spirito critico, diversità di ciascuno , esperimenti per conoscere, uguali diritti legali.   Il pernio del liberalismo è affidarsi al metodo della libertà. Un metodo che si applica indistintamente ad ogni individuo umano, il quale  esercita la libertà agendo in via autonoma sperimentando nella sua diversità con l’adoperare il proprio spirito critico, e nel rispetto, quanto ai rapporti interpersonali, delle regole vigenti scelte dai conviventi per dirimere i conflitti tra le iniziative individuali. Il liberalismo  è, per natura, fortemente innovativo. Sotto il profilo storico la grande novità fu l’imperniarsi sull’umano e non più sul divino, che si manifesta mediante un libro sacro, i comandamenti e i sacerdoti. Una grande novità fu  anche ridurre, un po’ alla volta,  il ricorso all’uso della forza fisica per dirimere le dispute.  E più in generale, ancora in seguito, ridurre il ricorso alla violenza. Crebbe a dismisura la pratica di contare le teste invece che di tagliarle. Avere libertà di opinione, culturale e politica, senza distinzione di sesso, colore della pelle,  di religione, di lingua,  di condizione sociale e di salute di ognuno, è divenuto  indispensabile per ogni paese civile. In realtà, tale concetto di libertà individuale rappresenta la connessione inestricabile tra l’umano e i fatti a lui circostanti, che rende la libertà una libertà di scambio senza mai farne un principio teorico.

Ovviamente, l’utilizzo della libertà ha investito anche un altro aspetto decisivo della vita, vale a dire quello del procurarsi le risorse indispensabili per nutrirsi e per affrontare le intemperie. La libertà economica è un dato imprescindibile della libertà (come sottolineò con forza Einaudi) ma la libertà umana resta pur sempre un fattore più ampio dell’economia, che è un attributo. Per questo la libertà di operare in economia, chiamata liberismo, è parte del liberalismo ma non può prenderne il posto, siccome il liberalismo attiene alla libertà individuale nella suo interezza.  In più, come hanno dimostrato le esperienze storiche in ogni parte della terra, l’economia non riesce a svilupparsi positivamente mediante criteri pianificatori all’insegna di principi collettivistici. E dunque fare economia rientra in pieno  nell’esercizio della libertà.

Passando il tempo, è stato chiarito che la libertà non è un compatto pezzo unico. E’ composta da un insieme di differenti libertà, in sostanza è plurima. Va esaminata mettendone in rilievo caratteri distinti, dotati ciascuno della propria importanza. Ed altresì è stato chiarita l’importante distinzione  tra “libertà da qualcosa” (cioè non essere impediti da  costrizioni)  e “libertà di qualcosa” (cioè un  individuo è libero di fare ciò che egli vuole). Con l’ulteriore specificazione che nella sostanza la “libertà da qualcosa” qualifica  la libertà di poter agire e la “libertà di qualcosa” qualifica la libertà della volontà di come agire.

In tema di libertà, nel tempo è sorto un grosso equivoco di attribuzione,  tra chi riferiva la libertà  (come i liberali) agli individui e chi (come gli statalisti a vario titolo, religioso oppure ideologico) la riferiva alla collettività. Ma riferire il termine libertà al concetto di collettività è un vero e proprio ossimoro rispetto alla svolta del ‘600 e al suo realizzarsi. Di fatto sarebbe il ritorno alle epoche in cui   dominavano i libri sacri, i comandamenti, le elites dei presunti  sapienti che si approfittano dei più deboli.  Per i liberali, il concetto di convivenza si riferisce  ad una somma di individui e non ad un tutto organico. L’autonomia dello scegliere  è una caratteristica dell’individuo responsabile, che poi si applica su più  ampia scala   ai molti individui  conviventi, senza mai trasformarsi in espressione di cui si presume sarebbe capace solo una comunità individualmente indistinta, unica titolare del dettare una linea politica comune.  Così facendo si tornerebbe ad antichi modi essere di idee passate,  quali la nazione, i  gruppi etnici, la patria

Ebbene, nella concretezza reale,  la linea politica viene scelta attraverso i conflitti tra i progetti differenti, nei dibattiti pubblici  e poi via via  tramite il voto a  maggioranza.  In questo modo si crea un ponte tra le aspirazioni e  gli interessi di ogni cittadino, in quanto privato e in quanto convivente. Se non fosse così – ce ne è la prova storica –  il collettivo prenderebbe il sopravvento sull’individuo e ne calpesterebbe la libertà materiale. Insomma, iniziando dalla libertà politica si affrontano e si risolvono anche le questioni sociali e in particolare quelle del mondo del lavoro. Dando la sicurezza nei godimenti privati, come facciamo noi moderni, si ottiene pure  il distribuire il potere sociale fra tutti i cittadini, come facevano gli antichi.  Per ottenere simili risultati nella struttura del convivere, debbono esistere  delle istituzioni costruite con il fine di poter  dare regole all’insegna della libertà e di farle rispettare (dunque la libertà non è minacciata dallo Stato, al contrario è lo Stato non invasivo  che tutela la libertà).

Allo stesso modo. l’esercizio del voto non va riservato  in base al censo, poiché lo stato economico vien dopo il vivere, dal cui nucleo discende l’essenza del votare. Con lo stesso motivo del praticare la libertà tra i cittadini, i liberali si oppongono al voto pesato a seconda del grado di istruzione del singolo cittadino. Anche qui, il votare è un attributo del convivere in un dato luogo, e non può dipendere da altri fattori che, pur rientrando nel convivere, sono estranei alla sua essenza. E il termine individuo si riferisce a ciascuno dei viventi e non a chi è dotato di alcune doti piuttosto che altre).

Tutte queste distinzioni fanno anche intendere il perché libertà e democrazia non siano affatto equivalenti. La libertà implica la democrazia (a ragione del dover rispettare tutti i sei caratteri della libertà)  mentre non è necessariamente vero il viceversa , vedi i  casi della Cina, della Russia, dell’Arabia Saudita, ad esempio, ove la democrazia si riduce a pura partecipazione priva di facoltà decisionale.. Le medesime distinzioni fanno pure intendere come siano infondate le pretese, che emergono ricorrentemente, secondo  cui ilberaldemocrazia e liberalsocialismo sarebbero equivalenti (quando costituiscono il tentativo  socialista di rimediare dando l’impressione di accogliere nella propria visione temi liberali) . Non è così, in nessuno dei due casi. Aggiungere  il termine democrazia alla radice liberal non amplia l’esprimersi della libertà, mentre  i concetti liberalismo e socialismo  sono tra loro assai distinti e metterli insieme creerebbe un ircocervo, come diceva Croce, cioè un animale immaginario.

In prospettiva il liberalismo è ancor più necessarioNon ha motivo fondato rifiutare il metodo della libertà individuale. Anzi, spesso inclino a stupirmi parecchio del fatto che troppi cittadini, anche qualificati ed esperti, a poco meo di quattro secoli da quando è nato il sistema di soffermarsi sulla libertà individuale per conoscere di più e meglio governare il convivere, insistano nel rifiutare appunto il metodo della libertà individuale nonostante  gli indubbi successi riportati nel medesimo periodo e che fin qui ho richiamato (oltretutto accertati). Tuttavia è un fatto innegabile, con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni e che prosegue nel dilagare ovunque.   

Si pensi, ad esempio, come nella politica siano usati di continuo concetti di per sé sorpassati spacciandoli per attualissimi. Che sono tutti contro la mentalità liberale. Tipo ossequiare l’auspicio di un “governo mondiale” composto da chi non è mai votato da nessun cittadino della terra (che rimpiazza la libertà individuale con il mondialismo dei potenti). Tipo esaltare l’ “unità” che evoca quale valore l’unità di vari soggetti distinti  (si è già visto che non esiste l’unità della libertà). Tipo  parlare di “certezza” che evoca la verità del libro sacro (idea non compatibile con quella di libertà) . Tipo  sollecitare l’avvento della “comunità” che evoca un nesso intimo dello stare insieme mettendo in disparte o addirittura escludendo l’individuo (cosa inconciliabile cona la libertà dei liberali)  Tipo  invocare la “sicurezza” che evoca l’esclusione del pericolo (mentre l’assenza di  pericolo risulta estranea al vivere  in libertà). Tipo insistere nell’uso del termine “rivoluzione” al posto di “cambiamento”  (che perpetua il sogno di poter innovare a prescindere dalle condizioni di libertà). Tipo inclinare  all’antico uso  della “guerra” per difendersi nei contrasti internazionali, piuttosto che insistere nel caparbio  ricorso al  tessere lo “scambio” (che della libertà è l’operatore fondamentale).  E si potrebbero estendere le citazioni al riguardo. Senza contare che anche il prorompente arrivo dell’Intelligenza Artificiale  fornisce una protesi aggiuntiva alla capacità operativa dell’individuo  e con ciò potenzia le sue possibilità di utilizzare la propria libertà ed i modi di farlo. 

Già per questo stato di cose, sarebbe  indispensabile rimediare, impegnando i cittadini convinti dell’importanza dello strumento libertà individuale, a rafforzare una formazione politica che sostenga la libertà nei suoi diversi aspetti, adottando atteggiamenti espliciti mediante comportamenti coerenti. Sono gli avvenimenti stessi che da molto tempo lo stanno richiedendo. Peraltro, va detto che  la conoscenza della realtà ci ha condotto , ancora una volta, molto più in là. Si sta aprendo un nuovo capitolo – anzi a livello della conoscenza scientifica si è già dischiuso – che sollecita con sempre maggior evidenza il dover tenere conto nelle scelte politiche delle dinamiche indotte dal praticare innanzitutto  la libertà nei rapporti di convivenza.    

A inizio autunno del 2023, ho pubblicato su Libro Aperto un articolo cui intendo ora riferirmi. In quell’articolo ho descritto abbastanza a fondo le conseguenze dalla famosissima (nel campo della fisica) discussione iniziata nella seconda metà del 1920 tra Albert Einstein e Niels Bohr, due Premi Nobel,  a proposito di quale significato avesse l’equazione fondamentale della meccanica quantistica. La fisica quantistica è una fisica molto diversa dalla fisica classica e si applica a livello microscopico. L’equazione fondamentale funzionava perfettamente già allora, ma nessuno  ne capiva il senso, nonostante che  utilizzarla stesse permettendo di capire una serie di fatti prima inesplicabili.

 La questione rimase aperta per decenni e nel frattempo aveva fatto arrivare a numerose  invenzioni decisive, tra tutte la luce laser.  Quando oltre cinquanta anni dopo l’inizio di quella discussione, il mistero cominciò a diradarsi, si capì prima di tutto che era nel giusto la spiegazione di Bohr e che il mondo quantistico microscopico  è probabilistico.  Nel mio articolo sopra citato (che giunge ai giorni nostri) ho spiegato che la memoria dell’informazione quantistica opera nel medesimo istante su un numero molto maggiore di dati  e così diviene capace di risolvere in tempi umani problemi di calcolo complicatissimi non risolvibili dai computer tradizionali negli stessi tempi. Dunque i meccanismi quantistici a livello microscopico hanno analogie di rilievo nelle relazioni tra gli umani viventi. Perciò occorre impegnarsi a cogliere le analogie con la quantistica quando si lavora al costruire le istituzioni quadro della convivenza umana. Io, di analogie, ne ho indicate sette. E, non per caso, tutte e sette  si collegano a caratteri della libertà nel costruire gli istituti del convivere.

Le analogie tra libera convivenza e meccanica quantistica – La prima analogia è lo stare ai fatti reali  e abbandonare le teorie dei libri sacri oppure delle ideologie. Sono culture  che  percepiscono  la realtà come continua (di fatti  per duemila anni non si è colta  l’esistenza dei quanti di energia), cosa che deriva dalla fisiologica impossibilità degli organi di senso umani di rilevare le microscopiche distanze, e così di vedere compatti anche sistemi che non lo sono.

La seconda analogia è il riconoscere che la realtà è dominata dalla probabilità e non ricorre a forme di  determinismo automatico nei modi e nei tempi.  Ciò significa che il sistema della libertà tra i cittadini è il solo adatto a governare il convivere fondandosi davvero sulle scelte individuali di cittadini autonomi ed evitando di evocare masse indistinte di cittadini.

La terza analogia verte su ciò che insegnano le onde quantistiche, le quali  esistono solo in quanto insieme di soggetti diversi uno dall’altro, che allo stesso tempo  manifestano traiettorie simili mantenendo la propria diversità.  Nella convivenza umana,  questa terza analogia fa comprendere il dato che la propulsione all’agire risiede nelle scelte dei singoli soggetti diversi, che si esprimono disponendo ognuno di un uguale diritto legale nelle relazioni del convivere e per il resto manifestano scelte diverse in un ampio arco di possibilità.

La quarta analogia, visto che nella meccanica quantistica è provata la non esistenza della piena prevedibilità,  sta nel non ritenere il predisporre un progetto sufficiente a realizzarlo e perciò nell’esser consapevoli che ciascun progetto si realizza  a passo a passo. E che partecipare  alla convivenza  richiede di esprimersi  in modo propositivo, senza limitarsi al dissenso.

La quinta analogia è non smettere, al passar del tempo, di ricercare il conoscere ciò che ci circonda e di utilizzare i ritrovati tecnologici, senza cedere alla propaganda contraria basata sulla paura del nuovo e sul proseguire la tradizione ad ogni costo. Di fatti. l’aver incluso il probabilismo comporta l’ineluttabilità del cambiare e quindi impone l’adottare quale fattore chiave ineludibile il  tempo che scorre (oltretutto visto che l’intricazione che può esserci tra particelle quantistiche nega la stretta connessione spazio tempo supposta da Einstein, e rende non sempre operante il concetto di distanza nello spazio). Lo scorrere del tempo richiede di continuo nuove energie e risorse per alimentare i meccanismi vitali.

La sesta analogia sta nell’accettare che ogni umano  lascia una traccia nel mondo  solo con i suoi comportamenti e il suo manifestarsi pubblico. Ciò esclude il poter fare a meno di un’istituzione che raccolga le regole del convivere tra cittadini diversi. Vale a dire la suggestione  di abbandonare il fattore stato.  

La settima analogia si applica all’espandersi  capillare nel mondo dei collegamenti elettronici , con il risultato di colmare distanze enormi, di connettere sistemi politici opposti e di porsi al di là delle condizioni socio economiche dei territori. E’ un espandersi che rimane distinto dall’intricazione quantica. Che peraltro  – a partire da metà anni 1970 con l’avvio del connettersi di terminali e computer mediante reti diverse e poi dall’inizio dell’ultimo decennio ‘900 con il World Wide Web, i cellulari e il GPS – si è differenziato sempre più dal preesistente telecomunicare, così attuando un’interconnessione diffusa che offre servizi informativi e lavoro intellettuale a distanza, in tempi pressoché istantanei. Quindi aumentando ruolo e peso dei cittadini individui, con le conseguenti problematiche dell’integrare le  regole del convivere.  

Dar forza ad una formazione delle libertàAcquisire la consapevolezza politica del significato della meccanica quantistica riflesso nel campo dell’umana convivenza, fornisce un  ulteriore supporto all’urgenza di dare nuova forza ad una formazione delle libertà. Perché senza una simile formazione, il quadro politico è privo di un centro di attrazione per i cittadini liberali e di conseguenza è incapace di rappresentare le ragioni ineludibili della libertà individuale nel governare la convivenza alla luce dei risultati sperimentali. Di fatti, tutti i gruppi che esprimono movimenti non liberali (ancor peggio se illiberali) non sono in grado di assumere da soli provvedimenti ispirati alla libertà in modo concreto. Poiché, anche quando, talvolta, usano la parola libertà,  non vogliono dare alla libertà quel ruolo prioritario che ha nella vita quotidiana (ad esempio, basti pensare allo slancio contraddittorio con cui quasi tutti questi gruppi si precipitino a cercare, quasi si trattasse di uno spettacolo,  un  protagonista unico che incarni e capeggi  l’intera libertà individuale).

Deve anche essere sottolineato che una formazione della libertà si distingue non solo per i suoi contenuti di idee, ma anche per la maniera in cui esplica la sua influenza. A differenza dei partiti tradizionali – i quali intendono pesare solo in base al numero dei voti raccolti –  la formazione delle libertà  lavora soprattutto influenzando il dibattito delle idee, delle proposte e, con questo mezzo fondato sui risultati, tessendo alleanze con i gruppi più vicini. In tal modo applicano il criterio collaborativo del convivere, senza bisogno di appartenere ad una massa. Oltretutto tale   caratteristica ha l’ulteriore pregio di allontanare il ricorso non solo alla violenza fisica, ma anche alla violenza mentale (rifuggendo, ad esempio, da quella dei confronti tv dedicati ad urlare immersi  nel voyeurismo sociale).

Una siffatta formazione delle libertà deve impegnarsi ad individuare quelle che giudica essere in Italia, in ciascun momento storico,  le maggiori minacce al libero convivere.  Al giorno d’oggi queste minacce vengono in primo luogo da quanti  hanno abbandonato il grande progetto innovativo della libertà che costruisce l’Europa dei cittadini  abitanti i suoi territori, cosicché l’Italia è regredita  al sostenere l’odierna Europa degli Stati sovrani (e questa, neppure se  arrivasse a darsi la forma di  Stati Uniti d’Europa, potrebbe davvero, nel momento storico presente, realizzare una convivenza aperta  rispettosa dei principi della libertà individuale dei suoi cittadini). In secondo luogo tali minacce vengono non soltanto da  coloro che nelle istituzioni svolgono ruoli pubblici, in quanto rappresentanti eletti oppure funzionari in carriera, e non adottano i criteri della libertà individuale. Ma soprattutto  da coloro che svolgono funzioni di produzione o da coloro che operano nella comunicazione. Ambedue sono essenziali per riportare l’individuo e la conoscenza al centro della cultura diffusa nel paese.

I primi sono gli imprenditori, in specie quelli con aziende di notevoli dimensioni, i quali non devono pensare solo all’immediato profitto monetario, ma anche al valorizzare le singole attitudini dei dipendenti nel lavorare e nel conoscere. I secondi sono gli editori e i giornalisti, i quali non devono pensare solo a quanto vendono le loro testate, cartacee o via web, ma anche ad informare i lettori con notizie di ciò che avviene senza piegarle alle proprie convinzioni (altrimenti il giudizio è distorto, come ad esempio succede omettendo le annose responsabilità Nato in Ucraina, che hanno agevolato l’autocrazia russa). Un corretto agire di questi due gruppi – e del resto, ancor prima, della scuola pubblica, tenuta per natura all’imparzialità – è essenziale per sviluppare in ogni cittadino quello spirito critico che è l’effettivo motore del cambiamento e dello sciogliere i nodi vitali man mano che si presentano (restando all’attualità,  il regresso di non pochi Senati Accademici  incapaci di vedere la minaccia  in campo universitario  del montante pregiudizio illiberale, antiebraico e antiisraeliano).

IL mondo liberale, se vuole evitare di contraddire lo spirito della libertà, deve cessare di essere rinunciatario come è stato negli anni recenti. Diffondere le proprie convinzioni imperniate sulla libertà individuale non sono mai prediche inutili. Perché , nonostante le illusioni contrarie, la battaglia delle libertà richiede tanto impegno e deve essere incessante. La maturazione è sempre lenta ma i frutti saranno eccellenti e finiranno per ripagare il paziente lavoro civile. Che in ogni caso non si esaurirà mai.

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