Di nuovo i ritmi vitali nel mondo social e in quello reale

I cellulari sono un enorme progresso nell’esprimersi individuale e nell’interagire, oltretutto a velocità elevata. Con una grande differenza rispetto l’epoca delle onde radio di Marconi. Allora i contatti a grande distanza senza fili che portarono alla radio e alla TV, restarono alla logica dell’antica pratica delle assemblee in piazza: un solo grande emittente per volta, ciascuno con una più o meno vasta platea di utenti.

Con il cellulare, il protagonista è il singolo utente, che, seguendo i vari canali sul proprio cellulare,  riceve e spedisce messaggi ad altri utenti, dando vita ad una rete fittissima. Lo fa molto alla svelta, talvolta con frenesia, non di rado instaurando un legame ipnotico con lo stare sui social. Sempre manifestando di slancio convinzioni ed emozioni, senza riflettere abbastanza e soprattutto senza esercitare il proprio spirito critico. Un simile atteggiamento crea toni esasperati ed un livello eccitato , che confliggono con il dare notizie oggettive e l’arrivare a confronti ragionati. Soprattutto, inibisce un aspetto cardine del mondo reale: la necessità di soppesare quanto si osserva facendo maturare lo spirito critico di ciascuno.

Il punto è decisivo. La conoscenza (con effetti assai positivi sul convivere) avanza usando il metodo sperimentale. E questo si incardina sullo spirito critico nell’osservare, nel fare ipotesi per risolvere i problemi e nel valutare i risultati via via ottenuti. Di conseguenza, il fatto che una parte crescente dei conviventi diminuisca molto l’uso dello spirito critico, arreca una ferita grave al sistema sperimentale.

Oltretutto, le già folte schiere a sostegno dei social, vengono vieppiù infoltite dal comportamento di troppi giornalisti. Citano ripetutamente una mole di notizie trovate sui social, senza filtrarle con una valutazione di effettiva fondatezza. E siccome la libera informazione dei cittadini è l’anima della libertà, risulta assai negativo che la libera informazione sia intaccata alla radice, sia nelle fonti che nella diffusione acritica. 

Urge limitare – meglio far regredire – l’espandersi nel mondo reale dei ritmi dei social. Dunque occorre un serio  impegno culturale per evitare un utilizzo distorto dell’innovazione epocale che è il cellulare. Principalmente da parte da chi da un ruolo centrale all’individuo nella crescita equilibrata ed innovativa. 

Innanzitutto ogni cittadino va reso consapevole che il cellulare non è uno strumento di conformismo totalitario ma di libertà che favorisce le relazioni tra gli individui e gli scambi. Perciò chi  usa  il cellulare non deve pensare che il mondo dei social  sia alternativo a quello reale. Il ritmo dell’immediatezza nei social non può nascere a scapito di caratteri umani di cui non si può fare a meno , a cominciare dall’esercizio dello spirito critico. Che, a parte le differenze individuali, richiede  tempi fisici  insopprimibili. E’  illusorio sognare il trasloco in un teorico mondo parallelo fatto a piacimento e privo dei vincoli del materiale vivere tra diversi.

Il secondo grande impegno spetta ai giornalisti fedeli alla  professionalità storica. Devono esser l’esempio perché i rispettivi prodotti editoriali non diffondano la cultura frenetica dei social e riscoprano l’antica lezione del controllare in partenza le notizie. E’ un fattore essenziale per riallineare il giornalismo ai ritmi della vita scrollandosi di dosso il comunicare ossessivo sui cellulari.

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I  RITMI  VITALI  NEL  MONDO  SOCIAL  E  IN QUELLO  REALE

In linea di massima tutti avvertiamo superficialmente che questi ritmi non sono i medesimi. Ma non riflettiamo davvero sul significato. Eppure si tratta del pernio del cambiamento nei rapporti civili derivante dal prorompente diffondersi  dei cellulari negli ultimi trentanni. 

In generale, i cellulari sono un enorme passo avanti tecnologico nella capacità di esprimersi individuale e nella possibilità di interrelazione tra diversi soggetti, oltretutto ad una velocità elevata. Peraltro portano anche a problematiche inesplorate, come sempre avviene con le grandi invenzioni.

All’epoca delle onde radio avviata da Guglielmo Marconi, questo specifico problema non si pose. La grande innovazione consentiva per la prima volta contatti a grande distanza senza fili. Pur tuttavia, date le condizioni strumentali di allora, ancora ridotte rispetto ad oggi, tali contatti in pratica potevano  svolgersi  tra una sola fonte trasmittente alla volta e una larghissima platea di ascoltatori. Dunque non smantellavano la logica dell’antica pratica delle assemblee in piazza e dei proclami. Nei decenni successivi, l’enorme successo di quella duttile tecnologia radiofonica originò la formazione di grandi organizzazioni nazionali per esercitare quel servizio, seguita nei vari paesi da serrati dibattiti sul come regolarle in modo che esercitassero al meglio la loro funzione all’interno  delle istituzioni e dei rapporti tra pubblico e privato. Non molto dopo la nascita della radiofonia, un percorso analogo venne ripetuto dalla nuova tecnologia TV . In ambedue i settori si finì per arrivare (dopo vive controversie) ad una ampia e fattiva coesistenza  tra le reti a proprietà pubblica e quelle dell’iniziativa privata.  Tutte e due le tipologie mantenevano peraltro la stessa struttura di un solo grande emittente per volta, ciascuno con una più o meno vasta platea di utenti.

L’uso del cellulare ha impresso una  svolta. Il protagonista indiscusso è divenuto il singolo utente, che, seguendo i vari canali sul video del proprio cellulare,  riceve e spedisce messaggi ad altri utenti, dando vita ad una rete fittissima. Per lo più lo fa molto alla svelta, talvolta con frenesia, non di rado instaurando un legame ipnotico con lo stare sui social. Sempre manifestando di slancio convinzioni ed emozioni, senza riflettere abbastanza e soprattutto senza esercitare il proprio spirito critico. Un simile atteggiamento determina nei social una esasperazione dei toni ed un livello eccitato , che confliggono con la possibilità di dare notizie oggettive e di arrivare a confronti ragionati sugli argomenti discussi. Soprattutto, inibisce un aspetto cardine del mondo reale: la necessità di soppesare quanto si osserva attraverso il far maturare lo spirito critico di ciascuno.

Il punto è decisivo. Da quasi quattro secoli la conoscenza avanza in modo forte e continuativo adoperando il metodo sperimentale (con effetti assai positivi anche sul convivere). E il metodo sperimentale si incardina appunto sullo spirito critico nell’osservare, nel fare ipotesi per risolvere i problemi e nel valutare i risultati via via ottenuti. Di conseguenza, il fatto che una parte crescente dei conviventi diminuisca parecchio l’uso dello spirito critico fino a soffocarlo, arreca una ferita grave al sistema sperimentale. Il quale non si fonda solo sui comportamenti degli addetti al ramo, bensì richiede un coerente clima nel vivere di tutti i giorni.

Oltretutto, le schiere a sostegno dei social, di per sé già folte, vengono ancora infoltite dall’uso che dei social fanno i giornalisti. Citano ripetutamente una mole di notizie trovate on line, senza sottoporle prima ad una valutazione di effettiva fondatezza. E siccome la libera informazione dei cittadini è il presupposto cardine per mantenerli a conoscenza degli avvenimenti e dare la capacità di giudizio che è l’anima della libertà, risulta assai negativo che la libera informazione sia intaccata alla radice, sia nelle fonti che nella diffusione acritica delle notizie.  Pertanto urge limitare – meglio far regredire – l’innaturale espandersi nel mondo reale dei ritmi dei social.

Tale obiettivo esige un serio  impegno culturale, diffuso e coerente, per evitare un utilizzo distorto dell’innovazione epocale che è il cellulare. Principalmente da parte di chi, come i liberali, è stato ed è il solo fautore italiano del ruolo centrale dell’individuo in una crescita del Paese equilibrata ed innovativa.  

Innanzitutto occorre rendere consapevole ogni cittadino che il cellulare non è uno strumento di totalitarismo conformista ma all’opposto uno strumento di libertà che favorisce le relazioni tra i cittadini individui e gli scambi tra di loro d’ogni tipo. Insomma un ricupero di cultura realistica nel convivere tra diversi. Perciò chi  usa  il cellulare deve evitare con cura la trappola di pensare che il mondo dei social  possa essere  alternativo a quello reale. Occorre restare consapevoli che il ritmo dell’immediatezza nei social non può nascere a scapito di altri caratteri della personalità di cui, nella vita umana, non è possibile fare a meno , a cominciare dall’esercizio dello spirito critico. Tale esercizio, a parte le differenze tra gli individui, richiede  tempi fisici  di riflessione di per sé insopprimibili. Dunque l’uso del cellulare non può far dimenticare che si è arrivati a disporne attraverso l’approfondita comprensione delle condizioni fisiche complessive della realtà, le quali restano un vincolo imprescindibile. E’ un illudersi assurdo tentare di traslocare in un teorico mondo parallelo fatto a piacimento e privo dei vincoli del materiale vivere tra diversi.

Il secondo grande impegno spetta ai giornalisti fedeli alla  professionalità storica. Devono esser l’esempio perché i rispettivi prodotti editoriali non diffondano la cultura invasata dei social. Devono  insegnare ai colleghi esaltati a rifuggire la frenesia dei social e a riscoprire l’antica lezione del controllare in partenza le notizie date agli utenti. Si tratta di un fattore essenziale per riallineare il giornalismo ai ritmi della vita scrollandosi di dosso l’ospite dispettoso del comunicare frenetico sui cellulari.

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Una Dichiarazione sempre attuale

1 – Un auspicio – Negli Stati Uniti la ricorrenza annuale del 4 luglio è festa nazionale, a ricordo  della firma della Dichiarazione di Indipendenza dalla Corona Britannica (1776). Ebbene, è auspicabile richiamarla anche in Italia. Perché è un documento assai attuale sia per il processo di redazione che per l’originalità dei contenuti. Soprattutto con lo sguardo rivolto al futuro.

2 – Il testo della Dichiarazione di Indipendenza – All’epoca 13 colonie, tutte nella costa est del nord America e nei territori contigui, si sollevarono contro la Corona inglese, rivendicando che i tributi pagati avrebbero dovuto  esser legati al poter avere rappresentanza parlamentare in madre patria , mentre non l’avevano. Di conseguenza, le 13 Colonie iniziarono la Dichiarazione facendo una constatazione fondamentale, da leggere alla luce dello spirito inequivoco che la percorre. “Tutti gli uomini sono creati eguali; essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità”. Dunque, affermano le Colonie, il Creatore è il presupposto, ma la vita umana si basa sulle relazioni, improntate all’uguaglianza nei diritti legali individuali ed  esercitati nel segno della libertà di ciascuno finalizzata alla di lui Felicità.

La Dichiarazione prosegue con un altro punto fondamentale. “Per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”. Dunque il governo ed il potere derivante non emanano dalla divinità, bensì dai cittadini. Poi la Dichiarazione fa una precisazione decisiva: “ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”. Parole di limpida specifica delle circostanze in cui il popolo dei governati può procedere a mutare il governo e sostituirlo con uno più attento alla sua sicurezza e alla sua felicità. Infine la Dichiarazione contiene un ulteriore gruppo di valutazioni che inquadra con precisione quali comportamenti tenere, come tenerli e le relative tempistiche.  “Certamente, prudenza vorrà che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni futili e peregrine; e in conseguenza l’esperienza di sempre ha dimostrato che gli uomini sono disposti a sopportare gli effetti d’un malgoverno finché  siano sopportabili, piuttosto che farsi giustizia abolendo le forme cui sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire. Tale è stata la paziente sopportazione delle Colonie e tale è ora la necessità che le costringe a mutare quello che è stato finora il loro ordinamento di governo.

Qui va rilevato innanzitutto l’affermazione che le valutazioni sui governi si basano sull’esperienza. E poi che esse non si formano sui capricci, bensì  sul reiterarsi al passar del tempo di atti tesi all’assolutismo (dimentichi del buongoverno). Dunque, si sancisce che le valutazioni devono essere frutto di maturazioni alla prova degli avvenimenti, e non stabilite in base alla lettura di libri religiosi o ideologici.   

Proseguendo sulla linea della concretezza delle cose, la Dichiarazione elenca in dettaglio la storia “di ripetuti torti ed usurpazioni dell’attuale re di Gran Bretagna, tutti diretti a fondare un’assoluta tirannia su questi Stati. Sono citate con precisione tredici gravi iniziative o mancanze giurisdizionali tese a quel fine, vale a dire rendere più difficile od impedire l’equo esercizio dei diritti nei confronti dei cittadini e da parte loro. Tra l’altro, “assoggettando le Colonie ad una giurisdizione estranea alle  leggi, acquartierare nelle Colonie grandi corpi di truppe armate, interrompere il commercio delle Colonie con tutte le parti del mondo, imporre tasse senza il consenso delle Colonie, sopprimere le carte statutarie, abolire le validissime leggi, mutare dalle fondamenta le forme di governi, sospendere i corpi legislativi, e legiferare in ogni e qualsiasi caso”.

In aggiunta, la Dichiarazione formula precise accuse nei confronti del Re inglese. Ad esempio. “Egli sta trasportando vasti eserciti di mercenari stranieri per completare l’opera di morte e di tirannia già iniziata con particolari casi di crudeltà che sono del tutto indegni del capo di una nazione civile…..Un principe, il cui carattere si distingue così non è adatto a governare un popolo libero”.

Dopo aver pure citato l’inutilità dei tentativi di un rapporto di amicizia con i fratelli britannici,  dimostratisi sordi alla voce della giustizia e del sangue comune, alla fine la Dichiarazione enuncia la decisione conclusiva: “Noi, Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell’Universo per la rettitudine delle nostre intenzioni, nel nome e per l’autorità del buon popolo di queste Colonie, solennemente rendiamo di pubblica ragione e dichiariamo: che queste Colonie Unite sono, e per diritto devono essere, stati liberi e indipendenti; che esse sono sciolte da ogni sudditanza alla Corona britannica, e che ogni legame politico tra esse e lo Stato di Gran Bretagna è, e deve essere, del tutto sciolto; e che, come Stati liberi e indipendenti, essi hanno pieno potere di far guerra, concludere pace, contrarre alleanze, stabilire commercio e compilare tutti gli altri atti e le cose che gli stati indipendenti possono a buon diritto fare. E in appoggio a questa dichiarazione, con salda fede nella protezione della Divina Provvidenza, reciprocamente impegnamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore”. La Dichiarazione venne firmata dai 56 delegati delle 13 Colonie. 

3 – La svolta impressa dalla Dichiarazione – Ho ripercorso il testo della Dichiarazione a passo a passo, dato che questo mio articolo non ha lo scopo di celebrarla, si prefigge di  approfondirla al fine di comprenderne appieno la svolta che ha rappresentato (e la sua validità odierna). Fino ad allora, in Inghilterra a partire dalla Magna Carta Libertatum (1215)  era cresciuto il ruolo del Consiglio del Regno, una sorta di Parlamento, e si era sviluppata la democrazia rappresentativa, nella quale l’elezione dei rappresentanti dava più spazio ai cittadini (sempre con lentezza, con fatica e con scontri armati, tra i contrapposti forti interessi della Casa regnante, dei nobili, del clero, del ceto borghese con più numeri e con risorse economiche più ampie). Poi , dopo la gloriosa rivoluzione svoltasi senza spargimento di sangue, il Re sottoscrisse la Dichiarazione dei Diritti (1689), che stabilì il carattere contrattuale del potere della Corona e avviò la supremazia del Parlamento rappresentativo eletto su base territoriale da cavalieri e cittadini. Durante il secolo successivo, le idee favorevoli al Parlamento circolarono e si diffusero   anche   altrove. Tuttavia era un concetto relativo a Stati e popoli esistenti da secoli, di cui si proponeva di mutare gli assetti istituzionali. Viceversa, le 13 Colonie affrontarono per la prima volta la questione a livello assai più ampio. Partirono dal sostenere che fosse indispensabile riconoscere la rappresentanza parlamentare nella madre patria ai coloni che ad essa pagavano tributi. E per affrontare lo scontro, finirono per estendere il criterio parlamentare alla federazione di stati che dettero vita agli Stati Uniti d’America.

Nel complesso, prima della Dichiarazione di Indipendenza non si era mai arrivati ad una formulazione tanto organica e in sostanza puntuale dei caratteri distintivi della libertà nel convivere innestata sui cittadini. All’epoca proseguiva a diffondersi il portato di una scoperta frutto del vivere nei secoli. Quella che il governare la convivenza funziona meglio quando viene affidato al popolo degli umani e non è più eterodiretto, né da qualche libro sacro né da qualche potente per tradizione (in origine arrivato a prevalere tramite la forza fisica, economica o militare) oppure per conquista con mezzi possenti. Ebbene, le 13 Colonie americane fissarono tale scoperta, estendendola al di là della capillare casistica della legislazione in Inghilterra  ed inquadrandone i nuovi meccanismi cardine di principio nella Dichiarazione di Indipendenza.

Il primo cardine  fu il separare il Divino dall’umano nella gestione della convivenza terrena. L’esistenza di un Dio era confermata con fermezza ma con altrettanta fermezza non era legata alle decisioni umane in materia di vita insieme nelle istituzioni. In pratica era la linea del deismo inglese, secondo cui la fede in Dio dipende dall’istinto di tutti gli uomini e può non contraddire la ragione e la libertà di coscienza. In sostanza il deismo è contro l’idea di rivelazione o i misteri connessi, critica le chiese tradizionali ma non è contro la religiosità in sé. In sintesi, la separazione insita nella Dichiarazione equivaleva a confinare il Divino nel settore (amplissimo) di quanto gli umani al momento non conoscono, senza farlo interferire con le scelte normative ed operative riguardo i rapporti interpersonali e con il giudicare gli atti di governo. Una affermazione chiave, favorita da due circostanze. Una, la fortissima impronta protestante tra i coloni, che già aveva smosso le acque del clericalismo accrescendo il ruolo autonomo di ogni persona nel disporre le proprie capacità di natura. L’altra, un periodo dopo l’arrivo di Cristoforo Colombo troppo breve, perché nel mondo delle Colonie vi fosse una penetrazione diffusa e radicata di istituzioni religiose cattoliche (che, quali   rappresentanti in terra del Dio, propendono  al propagandare la verità di fede e così a rafforzare il conformismo civile).

Il secondo cardine fu legare le scelte del vivere in società allo sperimentare. In altre parole il decidere segue l’osservare gli accadimenti, abbandonando la logica del progetto eterno da attuare ad ogni costo. Comportamento indispensabile per poter conoscere di più il mondo, gli altri, sé stessi e per raggiungere meglio la propria felicità, specie essendo consapevoli dell’enorme numero di cittadini diversi di cui è formato il popolo.  Questo secondo cardine fu anch’esso una novità, seppure non totale. Di fatti, da un lato richiamava lo spirito della commow law inglese  assai vicino alle tradizioni di vita quotidiane  e al loro filo  interpretativo affidato al lavoro dei giudici  e degli avvocati, dall’altro innovava  ponendo l’esigenza di inquadrare le scelte da fare non solo nella tradizione ma piuttosto in normative  di volta in volta votate in parlamento.

Il terzo cardine fu specificare che il governo sulla terra spettava agli umani, in linea di principio nella loro interezza e non ristretti a qualcuno di loro. L’attenzione perciò era posta sulle procedure adatte a svolgere questo compito, mantenendo l’idea secondo cui l’intera materia era di per sé cangiante e che dunque necessitava l’autodeterminazione tramite valutazioni e controlli ripetuti in base ai fatti, ai luoghi, al momento e alle persone coinvolte. Peraltro rispettando sempre il principio che il corrispondere tributi era inseparabile dall’avere rappresentanza parlamentare.

Il quarto cardine fu il sottolineare la necessità di effettuare tali valutazioni e controlli con animo paziente e libero da preconcetti, in modo che l’attività sperimentale svolga i suoi effetti senza farsi sviare dall’ansia del trovare i risultati preferiti e che di conseguenza i dati sperimentali portino a decisioni adatte rispettare il criterio della libertà e, attraverso di essa, quello della felicità del popolo.

Il quinto cardine fu  introdurre per la prima volta il principio della divisione dei poteri nella gestione dello Stato, individuato  pochi decenni prima da Montesqieu. Un’ulteriore conferma del riconoscere   l’insussistenza   dell’antica teoria   secondo cui   le strutture dello Stato avrebbero dovuto essere un blocco unitario nelle mani di chi detiene il potere.

4 – Gli Stati Uniti d’America – La Dichiarazione del 1776 formò un amalgama  dei cinque cardini considerandolo applicabile non solo in un singolo stato ma in ambito federale di più stati, anche senza cancellare le rispettive specificità. Un amalgama che operò con successo nella successiva guerra di Indipendenza dal Re d’Inghilterra e nella vita ordinaria dei vari Stati già Colonie. Negli anni seguenti tra i 13 Stati maturò la convinzione della necessità di formulare le strutture fondamentali delle loro istituzioni.  

Così undici anni  dopo (1787) venne promulgata la Costituzione federale  degli Stati Uniti  d’America, nella quale i principi della Dichiarazione sono tradotti in un complesso di leggi e di istituti coerenti alle  indicazioni in essa contenute (un ramo esecutivo – il Presidente con poteri ben definiti –, un ramo legislativo composto da due assemblee, il Senato formato da due rappresentanti per Stato e la Camera con un numero di rappresentanti proporzionato agli abitanti, un ramo giudiziario diffuso ai vari livelli delle istituzioni e con al vertice la Corte Suprema; i componenti di ogni ramo eletti al rispettivo livello con incarico a tempo, eccetto l’incarico della Corte Suprema attribuito dal Presidente ad ogni singolo componente e mantenuto dal nominato per tutta la sua  buona condotta). Inoltre, venne introdotto per la prima volta il principio secondo cui le norme della Costituzione appartenevano ad un ordine superiore rispetto a quello delle leggi ordinarie (dunque valevano per ogni Stato federato).

Nel periodo immediatamente successivo – esattamente dal 1789 al 1791 –, nella Costituzione vennero aggiunti dieci emendamenti per specificare diritti fondamentali nella vita del popolo che  il Governo non poteva violare. Due in particolare sono assai significativi. Il IX  stabilisce che un diritto del popolo  può sussistere anche se non è enumerato nella Costituzione (il che significa che la  Costituzione non è la sola fonte del diritto). Il X stabilisce che I poteri che la costituzione non attribuisce agli Stati Uniti né inibisce agli Stati, sono riservati ai singoli Stati o al popolo (il che specifica ulteriormente la natura federale degli Stati Uniti, ove i diritti costituzionali si applicano in tutti gli Stati, ma vi sono poi i diritti di ciascun Stato). Restando inalterato l’indirizzo delle norme costituzionali allora in essere, sono stati poi apportati, nei quasi duecentoquarantanni trascorsi dopo, degli aggiustamenti maturati nel frattempo. Peraltro è stata sempre mantenuta la responsabile prudenza di valutazione prevista nella Dichiarazione di Indipendenza, tanto che ad oggi gli emendamenti alla Costituzione sono  27  in totale.

5 – Gli sviluppi istituzionali diversi nell’Europa continentale – 5.1L’illuminismo negli Stati Uniti. La Dichiarazione di Indipendenza prima e la Costituzione degli Stati Uniti d’America poi, sono un prodotto palese dei principi dell’illuminismo, ma lo sono nell’accezione inglese che accentua il campo civile e perciò è attenta all’esercizio delle libertà. Non a caso negli Stati Uniti l’illuminismo rispettava il criterio dell’accorta e continua valutazione dei dati sperimentali.  Per contro, l’illuminismo continentale si impegnava  innanzitutto a valorizzare le conoscenze sempre più vaste e a svolgere un ruolo di alta consulenza sui principi per mezzo della ragione (così da renderli il più possibile conosciuti) ma focalizzandosi innanzitutto sulla ragione stessa piuttosto che sui risultati dell’applicarla.   

Per questo motivo, pur rientrando le vicende delle 13 Colonie nel movimento europeo di trasformazione politico istituzionale degli Stati (anche nell’aspirazione ad essere un esempio per il resto del mondo), lo svilupparsi della lotta politica in Francia fece venire a galla la differente natura dell’illuminismo continentale. E di conseguenza la differente influenza delle due Rivoluzioni americana e francese  sugli avvenimenti svoltisi da allora nel mondo intero. 

5.2 L’arrivo alla Rivoluzione francese – Verso la fine degli anni ottanta del ‘700, in Francia il regime di  monarchia assoluta ebbe una massiccia crisi economica che provocò diffusissime condizioni di miseria. In larga misura la causa era che da tempo il Regno  spendeva parecchio di più delle entrate (la sola Corte costava il 6% delle uscite) e che i tentativi di vari ministri delle Finanze di aumentare l’imposizione fiscale distribuendola soprattutto su nobiltà e clero, non vennero mai approvati per la decisa opposizione di quei due stessi stati.

Così, a  maggio 1789, per la prima volta dopo 170 anni, il Re convocò gli Stati Generali di una società suddivisa in tre stati, nobiltà, clero e terzo stato (cui appartenevano i 9/10 della popolazione). I rappresentanti di ogni Stato venivano eletti da chi ne faceva parte localmente ma poi, negli Stati Generali, ogni Stato aveva un solo voto deciso dai rispettivi rappresentanti. Quindi permaneva il dominio stabile del duo nobiltà e  clero, cosa in contrasto evidente con le idee maturate nell’ultimo secolo sul ruolo degli individui. Nel giro di poche settimane, venne accettata la richiesta di voto singolo di ogni eletto avanzata dal terzo Stato, ma ormai si era innescato un movimento  di grandi proteste che in breve posero le premesse per una epocale rivoluzione civile, la presa della Bastiglia, avvenuta il 14 luglio 1789.

Durante quell’agosto, l’Assemblea abolì tutti i privilegi feudali avviando una società autonoma di cittadini, e, alla fine del mese, su un testo preparato dal marchese  di La Fayette (che aveva preso parte alla guerra per l’Indipendenza degli Stati Uniti ed era anche cittadino americano), la stessa assemblea approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che da allora sarà un riferimento per molte costituzioni europee moderne.

5.3 La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo – La Dichiarazione inizia con le parole “i rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale”,parole che trasformano una società di corporazioni e di ordini, in una  di cittadini riuniti in un solo popolo. Dopodiché l’art. 1 sancisce che “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”, l’art. 2 che “Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, laproprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione”, l’art.3 che Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione, l’art.4 che La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla Legge”, l’art. 5che – “La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società”.,  l’art. 6 che La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla formazione della Legge. Essa deve essere uguale per tutti. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti”, l’art.10 che “nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose”, l’art.17 che la proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta indennità”.

In generale, è un testo che somiglia non poco alla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti di tredici anni prima. Però che contiene anche disposizioni discordanti, riferibili al modo continentale di intendere l’illuminismo. Alcune di queste saranno all’origine dei mutamenti strutturali intervenuti pochissimi anni dopo in Francia e alla base di un percorso politico culturale del tutto diverso in Europa rispetto a quello negli Stati Uniti. Esemplifico. Per prima cosa, lo strumento francese, la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, era riferito non solo al popolo come nella Dichiarazione di Indipendenza, bensì all’intera umanità.  Poi l’art. 1 introduce il presupposto che gli uomini “rimangono” liberi ed uguali nei diritti (un tipico concetto prodotto dalla ragione), sorvolando sul fatto  che tale effetto non è affatto scontato nella realtà ma dipende dal quadro normativo che governa le relazioni interpersonali. L’art. 3 colloca la sovranità nella Nazione senza definire esattamente la Nazione stessa (di nuovo un concetto prodotto dalla ragione, al di là di costruirlo in concreto) ma facendo intendere che la Nazione sia al di sopra dei suoi cittadini.  L’art. 5 prevede che la legge non abbia il diritto di nuocere alla società, senza specificare cosa intende con la frase nuocere alla società (ancora un concetto fondato sulla ragione quale origine del dover essere). L’art. 6 definisce la legge espressione della volontà generale, senza chiarire cosa sia precisamente la volontà generale salvo darle il carattere di entità preordinata agli umani conviventi (in sostanza fa derivare la volontà generale dalla ragione che la determina a tavolino, a scapito dell’autonomia agli umani).

La lettura della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo fa constatare che già nel ’89 era radicato il pensiero del filosofo Jean Jacques Rousseau (morto già nel 1778) che a parole predicava il nuovo (egli sosteneva perfino che un futuro migliore richiedeva il distruggere il passato) ma nel concreto faceva  rivivere, dando loro un nuovo aspetto, molte concezioni del passato intrinsecamente antiscientifiche ed antiindividualiste. A cominciare dall’eterno ritorno dell’utopia quale ideale di vita, in radicale contrasto con la fecondità del conoscere illuminista poco incline a voli utopici. Da cui nacque l’idea di volontà generale , tipica espressione di una ragione teorica estranea allo sperimentare davvero la realtà.

5.4  Cambi di idee nella  Rivoluzione, primo quinquennio – Il Re controfirmò la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma continuò ad esercitare il suo ruolo abituale. Sul subito principalmente attraverso  il suo diritto di veto nei confronti dell’Assemblea Nazionale e in seguito tessendo trame restauratrici, soprattutto circoscritte ai palazzi. Nell’estate del 1790 l’Assemblea fece un ulteriore passo di distinzione rispetto alle strutture degli Stati Uniti,  adottando la Costituzione civile del Clero, con cui la Chiesa cattolica divenne un’istituzione al servizio della nazione, anche se la sola autorizzata a celebrare pubblicamente feste e cerimonie. Il clero dedito ad attività assistenziali e sociali, divenne un corpo di funzionari dello Stato, stipendiato e tenuto a giurare fedeltà alla Costituzione. Inoltre erano soppressi i privilegi  degli ordini religiosi e si stabiliva che i vescovi e  i parroci fossero eletti nelle loro zone dai politici e autorizzò  solo la religione cattolica .

Al passar dei mesi, il Re si sentiva sempre più insicuro nel nuovo clima politico ormai consolidatosi ma che lui non condivideva. Così nel giugno del 1791  fuggì da Parigi tentando di raggiungere una piazzaforte al confine con il Belgio, dalla quale lanciare un’offensiva dei suoi fedeli. Venne ripreso quasi subito nelle Argonne dalla Guardia Nazionale comandata da La Fayette e riportato a Parigi, con una sorveglianza più stretta nonché sospeso temporaneamente dalle sue funzioni (provvedimento che rientrò dopo poche settimane per le dichiarazioni d’alto là fatte da diverse potenze europee). In quell’ottobre 1791 venne varata la prima  Costituzione della Rivoluzione Francese, che aveva come preambolo la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e conservava la forma monarchica, tuttavia  accentuando le caratteristiche innovative dell’impianto fondato sulla ragione teorica. Così ribadiva il concetto  della sovranità che appartiene alla nazione (“dalla quale emanano unicamente tutti i poteri”) e lo espandeva stabilendo che “nessuna sezione del popolo, né alcun individuo può attribuirsene l’esercizio”. Inoltre affermando che “il Corpo legislativo non potrà essere sciolto dal re” faceva dell’Assemblea l’effettivo fulcro decisionale della Francia. Nel complesso, con la prima Costituzione della Rivoluzione stava proseguendo la divaricazione tra le due culture dei documenti fondanti degli Stati Uniti e di quelli francesi.

E non era finita. Il clima politico in Francia volgeva al peggio, risultando molto più teso all’esterno e all’interno. All’esterno venne dichiarata guerra all’Austria perché aiutava i ribelli monarchici e all’interno  la tentata fuga del Re aveva accentuato il discredito per l’istituto monarchico.  In tale quadro, il nuovo ruolo  assegnato all’Assemblea senza contrappesi  e l’irrobustirsi della tesi di  arrivare presto alla Repubblica, portarono alla scissione  tra i deputati girondini di orientamento moderato (primavera 1792) e determinarono il completo prevalere dei sanculotti radicali. Ciò innescò l’esaltazione egualitaria del popolo indistinto al posto del cittadino. Man mano che acquisivano potere i giacobini fanatici delle idee di Rousseau, tra i francesi aumentava sempre più il ricorso all’esercizio della forza (che si accompagnava al razionalismo deterministico) mentre si lasciava in disparte l’effettivo dibattito delle idee e si trascurava molto la maturazione  civile.

Tutto questo  prese corpo negli avvenimenti del 10  agosto , quando, sotto la guida della Comune di Parigi in mano ai giacobini, la folla insieme a molti militari repubblicani assaltarono il Palazzo delle Tuileries dove il Re e la sua corte risiedevano da un triennio. Il Re si rifugiò nell’attiguo palazzo dell’Assemblea Legislativa ma i rivoltosi ebbero la meglio quasi subito massacrando diverse centinaia di guardie svizzere del Re.  Subito dopo anche l’Assemblea Legislativa accettò  la richiesta giacobina,  sostituendo il Re con un Consiglio Esecutivo e convocando le elezioni generali a suffragio universale maschile per la nuova Assemblea. L’esaltazione giacobina giunse poi all’apice dopo l’inattesa vittoria a Valmy dell’esercito pur raccogliticcio (20 settembre) contro la larga coalizione degli Stati europei che intendevano combattere la rivoluzione antimonarchica.

Nei giorni successivi, l’Assemblea Legislativa – chiamata ora Convenzione Nazionale – accentuò l’intenzione di costruire una nuova Francia in grande discontinuità con la precedente. Proclamò la Repubblica al posto del Regno, decretò l’inizio di una nuova era storica nel conteggio degli anni (ripartendo dall’anno I della Repubblica) e avviò la redazione di una seconda Costituzione francese. In quelle settimane venne deciso l’arresto del Re  e in seguito il suo processo , che si concluse con la condanna alla ghigliottina (gennaio 1793). Nel frattempo vennero conclusi i lavori per la Seconda Costituzione molto diversa da quella precedente.

Già il  preambolo riprendeva nella sostanza le idee rousseauiane attualizzate (seppure insieme ad altri aspetti  volti all’attenzione a problemi di libertà civile). Si inizia sostituendo la sovranità nazionale con la sovranità popolare espressa a suffragio universale. Si prosegue eliminando il principio della separazione dei poteri e attribuendo alla Convenzione Nazionale, siccome esprime la volontà del popolo, sia il potere esecutivo che il potere legislativo. In seguito si definiscono tutti gli uomini eguali per natura (concetto puramente teorico estraneo al mondo reale)  e  poi si antepone l’eguaglianza a libertà, sicurezza e proprietà. Inoltre si adottano norme prescrittive del dover essere Ideale. Ad esempio si sanciva cha la legge non poteva ordinare se non ciò che è giusto e utile alla società; e che non può vietare se non ciò che le è nocivo. E si proclamava  pure che quando il Governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri. Insomma, un modo di concepire la realtà in toni aulici e netti, senza dare  spazio a sfumature nelle regole e nei comportamenti. Qualcosa cioè che rientra più in quadro stereotipato lontano dal vero e piuttosto espressione della pretesa di imporre la propria volontà agli altri.

Nel mese di aprile 1793, il potere esecutivo venne affidato, oltre che al Consiglio dei Ministri, ad un nuovo organo, il Comitato di Salute Pubblica, con effettivi ampi poteri. Sempre in quelle settimane, la Seconda Costituzione  venne presentata e anche largamente approvata in un referendum. Però non venne davvero mai applicata, visto che tre mesi dopo la composizione del Comitato di Salute Pubblica venne modificata (entrandovi quale presidente Robespierre), che non riteneva la Costituzione abbastanza incline alla Rivoluzione. Quindi venne deciso che il governo sarebbe stato “rivoluzionario fino alla pace“. Con tali modalità si giunse presto al periodo del Terrore con il Triumvirato di Robespierre, che visse nel sangue all’insegna della più roboante demagogia egualitaria (furono centinaia di migliaia gli arrestati per attività controrivoluzionaria; di cui oltre 16.000 ghigliottinati e decine di migliaia morirono  mentre altre decine di migliaia morirono in prigione. L’ossessione di Robespierre era la minaccia dei nemici interni. Alcuni membri ella Convenzione Nazionale, preoccupati di  essere le  prossime vittime,  denunciarono preventivamente Robespierre a fine luglio 1974. Lo arrestarono con l’aiuto delle truppe della Convenzione e subito dopo ghigliottinarono lui e diversi suoi amici.  La morte di Robespierre pose fine alla dominazione giacobina e dette inizio alla cosiddetta reazione termidoriana (termidoro, nel calendario rivoluzionario dell’epoca, era il nome del periodo tra il 17 luglio e il 18 agosto).

I Termidoriani avevano,   riguardo all’evolversi delle passate fasi della Rivoluzione e ai progetti per il futuro, una composizione moltissimo variegata sia quanto a provenienza che a formazione. Realisticamente avevano colto che la massa dei cittadini rifiutava la concezione rivoluzionaria giacobina e pertanto proponevano il ritorno ad un governo stabile  nonché rispettoso delle regole e della libertà economica. A tal fine, eliminarono il più possibile l’impronta giacobina nelle istituzioni a Parigi e nella provincia francese, negli aspetti giuridici (abrogando la legge sui sospetti e sulla carcerazione prima del processo)  , nelle esecuzioni ( nel mese di agosto i ghigliottinati furono 6 contro i 343 di luglio) e in quelli umani (eliminando, pure fisicamente non di rado, o comunque trattando  con dileggio,  chi era stato giacobino). Al tempo stesso, il clima politico assai meno giacobino indusse al rientro in patria molti seguaci del Re che avevano trovato rifugio all’estero.

Nella medesima ottica antigiacobina,  nel febbraio 1795 i termidoriani dichiararono  la libertà di culto, ponendo fine alla Chiesa Costituzionale e separando Stato e Chiesa per la prima volta in Francia. Questa libertà di culto venne estesa pure ai ribelli della Vandea, che si erano rivoltati a causa della repressione rivoluzionaria del cattolicesimo. Tuttavia, nell’inverno ’94-95 le condizioni socioeconomiche non potevano raddrizzarsi d’un colpo, e quindi persisteva abbastanza malcontento da consentire ai restanti ambienti  giacobini di tentare un colpo di coda. Una loro sollevazione a Parigi del 1° di pratile (20 maggio) chiese alla Convenzione la distribuzione del pane e l’entrata in vigore della Costituzione del 1793. La sollevazione parigina aveva l’appoggio della Guardia Nazionale, ma venne repressa alla svelta dalle truppe della Convenzione e finì nel trimestre successivo con accese rappresaglie in tutto il paese contro i restanti giacobini.

I Termidoriani, non avendo intenzione di far entrare in vigore la Costituzione giacobina del 1793, ne redassero una nuova (agosto 1795) , prefiggendosi di evitare l’onnipotenza dell’Assemblea o di un suo esponente. Perciò la nuova Costituzione, stabilito all’inizio che “la legge è uguale per tutti”, affiancò una dichiarazione dei doveri (che includeva il rispetto dell’autorità) a quella dei diritti. E cambiò gli organi dello Stato. Il legislativo venne composto da due camere, i Cinquecento che formulavano le proposte e gli Anziani che quelle proposte potevano solo o approvare o bocciare. L’Esecutivo era un Direttorio  composto da 5 membri non sfiduciabili, scelti dagli Anziani in una rosa di 50 nomi formata dai Cinquecento. Ogni anno un membro del Direttorio decadeva a rotazione. Inoltre vi era una Tesoreria dello Stato nominata dai CInquecento Il corpo legislativo veniva eletto ogni tre anni in due fasi dai cittadini contribuenti (come nella Costituzione del 1791).   Le varie Assemblee avrebbero eletto i magistrati nei rispettivi territori. Da ricordare che questa Costituzione fu il modello che i francesi imposero negli anni seguenti alle varie repubbliche italiane.

5.5 Cambi di idee nella Rivoluzione, prosecuzione – Negli anni successivi al 1795, le  idee sul come costruire le istituzioni francesi continuarono a marciare lungo la linea della Terza Costituzione e ancora una volta non ebbero uno sviluppo univoco. Non per caso produssero prima il Consolato di Napoleone, poi un’ulteriore Costituzione nel 1799, dopo sfociarono nella formazione dell’Impero e ancora dopo nelle guerre europee, che si conclusero con la restaurazione.

Queste  vicende storiche sono talmente note nei loro dati effettivi, da non richiedere in questa sede ulteriori specificazioni al fine di approfondire aspetti del filone politico culturale seguito in Francia: nel percorso per arrivare prima alla Rivoluzione e in seguito per la struttura delle Istituzioni, il ruolo del cittadino, il peso della violenza nelle relazioni pubbliche. Risulta di una evidenza innegabile che quel filone si dipanò all’interno dell’illuminismo. Però intese l’illuminismo in un’accezione rattrappita, ben poco attenta a quanto significasse nella sua parte evolutiva.

L’illuminismo, nell’occuparsi delle cose del mondo, venne ridotto al valorizzare il ruolo della ragione  umana, solo al fine di meglio consentire al potere della maggioranza esistente al momento di applicare la tradizionali consuetudini del gestire la convivenza. Non ne venne colta la forte attitudine evolutiva. Non si cercò mai di aprirsi al confronto sperimentale delle idee e dei progetti individuali in un clima di maggiore libertà nelle relazioni umane, anche a livello istituzionale. La riprova più esplicita si trova forse nel totale cambiamento nel campo del diritto. Venne rimossa integralmente ogni fonte di diritto consuetudinaria o locale o d’esperienza professionale o di giurisprudenza (costituenti una prassi  di raccordo con la vita quotidiana) per essere sostituite dalla sola normativa della legge votata dall’Assemblea valida per tutti e in ogni momento (che unificava il diritto ma insieme lo cristallizzava favorendone l’applicazione preferita dai gestori del potere ed inibendone l’adeguarsi al tempo).    Da tale chiusura al confrontarsi sperimentale sulla realtà, ebbero origine le continue svolte politico culturali, ciascuna all’insegna della ragione al momento prevalente nell’Assemblea ed accompagnate dal progressivo ricorso alla violenza fisica pressoché esclusivo – divenuto perfino, ad un certo punto, parossistico e disumano –  per dirimere i conflitti di idee e di progetti.

Ciononostante, il mito libertario secondo cui la Rivoluzione di fine ‘700 avrebbe impresso una spinta innovativa,  per decenni dilagò al di là dei confini della Francia, arrivando in tutta Europa e insediandosi stabilmente. Peraltro  restò privo della capacità di riflettere sui limiti gravi, le contraddizioni e le arretratezze che pure aveva introdotto nella vita istituzionale e nella storia della libertà civile in Europa. Al punto che gli effetti negativi di questo mito libertario rimangono tutt’oggi. Di quell’epoca molti insistono ancora oggi nel valorizzare gli aspetti peggiori: voler governare la convivenza in termini illiberali trascurando i cittadini a favore (di fatto) delle élites e del dover essere. 

6.  La capacità di rinnovarsi di continuo stando ai fatti – 6.1 La caratteristica degli Stati Uniti. Nel descrivere quanto avvenuto nel primo quinquennio della Rivoluzione francese, ho messo in evidenza i punti in cui sono nette le distanze dall’esperienza degli Stati Uniti nel campo del far maturare la legislazione per convivere. Come ho già sottolineato, in Francia non venne colto il profondo meccanismo politico culturale espresso dalla Dichiarazione d’Indipendenza. E principalmente non fu colto il significato di cosa comportasse l’amalgama dei cinque principi da essa introdotti.

Da allora l’amalgama di quei principi è riuscito ad evitare che gli Stati Uniti, nonostante le difficoltà umane del convivere, cadessero in contraddizioni istituzionali irrimediabili sotto il profilo della libertà dei loro cittadini. E la Costituzione degli Stati Uniti – con i soli 27 emendamenti apportati attraverso la meditata valutazione sperimentale degli avvenimenti, dal 1787 ad oggi –  mantiene un funzionamento eccellente, mostrandosi ancora in grado  di governare  tensioni civili che finora rientrano nei conflitti domestici tra diversi, fisiologici  all’esercitare la libertà.

La stessa cosa non è avvenuta con i nipotini della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, fin da subito assai ondivaga negli effetti. E, nei due secoli da allora, neppure  è avvenuta a livello mondiale con le svariate altre proposte avanzate nello stesso periodo. Proposte mosse da ambizioni epocali tra loro differenti, anzi contrapposte quanto ad impostazione ideale. Però tutte intente a disegnare criteri politico istituzionali con due caratteristiche. La prima essere atti a strutturare una società umana, di livello maturo nel relazionarsi e dotata di un minimo di risorse. La seconda l’essere criteri improntati all’inimicizia più o meno esplicita verso la libertà individuale, la diversità di ciascuno, l’autonomia di ogni cittadino, il libero mercato.  Ebbene,  tutti questi criteri  alla prova della storia, in tempi più o meno lunghi e con percorsi più o meno tragici, sono completamente naufragati  nelle promesse e pure nelle illusioni. Inoltre va detto che sono criteri palesatisi del tutto  incapaci di stare al passo con i continui avanzamenti della scienza nel conoscere di più il mondo.   

Non azzardando bensì applicando il metodo sperimentale, si può fare una solida supposizione. Il motivo per gli esiti fallimentari dei criteri tanto difformi da quelli dei documenti costitutivi degli Stati Uniti, consiste nella loro più o meno totale disattenzione alla libertà politica, al cambiare  senza radicalismi e al ruolo del cittadino individuo nel valutare spesso, mediante il voto, i risultati ottenuti da chi li governa nonché le proposte sul tavolo riguardanti il futuro.  Tale supposizione non solo trova pieno riscontro in quanto avvenuto da fine ‘700 in poi, ma è pure confermata, meno direttamente ma sempre in pieno, prima dalla nascita della Comunità Europea nel 1957 e attualmente dalla natura della minaccia che incombe sull’Occidente.

6.2 – La Comunità Economica Europea e l’UE. Per inquadrare meglio la nascita della Comunità Europea, va ricordato che in Italia, già negli anni ’10,    la questione  Europa era posta da un  liberale, Einaudi (futuro Presidente della Repubblica), e da un socialista non marxista di rilievo, G.E. Modigliani (esecrato da Lenin già a quell’epoca, e dagli anni ‘40 messo all’indice dai comunisti). Poi, nel 1941 a Ventotene tre confinati oppositori al fascismo, Colorni, Rossi e Spinelli, redassero in forma organica un Manifesto per sostenere l’unificazione federale dell’Europa. In particolare  illustrarono il perché in futuro   “la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cadrà non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, ma lungo la nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta, le forme del potere politico nazionale e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale come strumento per realizzare l’unità internazionale.       

Finita la Guerra, l’idea di fare l’Europa crebbe,  ma il Manifesto di Ventotene restò lettera morta. In Italia Einaudi scrisse nella primavera 1948 che “il solo mezzo per sopprimere le guerre entro il territorio dell’Europa è di imitare l’esempio della costituzione americana del 1788, rinunciando totalmente alle sovranità militari, al diritto di rappresentanza verso l’estero ed a parte della sovranità finanziaria”. Lungimirante ma allora solitario. Nel maggio 1950,  il tema  venne rilanciato dal  Ministro degli Esteri francese Schuman,  cattolico, che propose di integrare le industrie del carbone e dell’acciaio. Un’impostazione tradizionale, anche se nel testo illustrativo aperta  alla convinzione che ” l’Europa non sarà costruita tutta insieme;  sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto“.

In ogni modo, l’anno successivo sei stati (Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia , Lussemburgo, Olanda) realizzarono questa proposta (CECA). Però nei quattro anni seguenti, non si sviluppò la convinzione espressa nel piano. Non solo la CECA rimase settoriale ma in più venne perseguita la strada  tradizionale di dar vita alla Comunità Europea di Difesa, CED, ancor più legata agli Stati esistenti (nonostante De Gasperi  tentasse di allargarne struttura e compiti). CECA e CED si richiamavano alle pratiche istituzionali decise dalle diplomazie che disponevano sul modo d’essere dei contraenti, talvolta introducendo embrioni di organi sovranazionali, però sempre al di fuori dalle scelte dei cittadini. Dunque assai distanti dal federalismo americano esistente da  170 anni. Nel 1954 il tentativo della CED fallì perché il suo  statuto non fu ratificato dalla Francia e di conseguenza dall’Italia.  

La costruzione dell’Europa iniziò con il Ministro degli Esteri liberale Gaetano Martino che  riunì la Conferenza di Messina con gli altri cinque Ministri degli Esteri della CECA ( giugno 1955) e dopo tre giorni di confronti tesi, ottenne una dichiarazione improntata ad una logica differente da quella federalista usuale, perché indicava un’Europa dei cittadini che iniziava dalla vita economica quotidiana. Questa linea portò nel 1957 ai Trattati di Roma della Comunità Economica Europea (firmatari i sei paesi della CECA) e in parallelo dell’Euratom, con un’impostazione che richiamava l’esperienza della Dichiarazione di Indipendenza del 1776, addirittura  con una consapevolezza maturata nel frattempo: quella del procedere a passo a passo sulla strada della libertà dei cittadini europei (la disposizione specifica per l’elezione diretta dell’Assemblea Parlamentare venne realizzata nel 1979). L’art. 2 del Trattato scriveva “La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 4, uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, la parità tra uomini e donne,……”. 

Insomma, i Trattati di Roma sono una cosa ben diversa dal Manifesto di Ventotene. Soprattutto nel metodo dell’operare politico. Non arrivarono a porsi  il problema della rinuncia immediata alle sovranità da parte dei contraenti ma innescarono meccanismi di libera circolazione che potenziassero al massimo le relazioni tra cittadini, non solamente economiche, e nella sostanza introdussero la necessità del tempo per consentire ai cittadini di assuefarsi ai cambiamenti  Procedere appunto a passo a passo sulla strada della libertà dei cittadini europei.

Viceversa l’Europa sognata a Ventotene era in chiave socialista nella convinzione passatista  che la “rivoluzione europea dovrà essere socialista” eche “la metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria…..Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia”.  Non a caso , prima e dopo i Trattati di Roma, il PCI attaccò in modo furibondo in Parlamento la prospettiva dell’Europa e continuò  a farlo per un ventennio. Finché il successo del costruire la Comunità, in termini economici e politici nel coinvolgere i cittadini, indusse i comunisti a mutare posizione , iniziando a diffondere l’abbaglio dell’Europa nata a Ventotene. Nonostante  la storia vera fosse un’altra.

I problemi per lo sviluppo coerente dei Trattati di Roma sono iniziati dopo la caduta del muro di Berlino (novembre 1989) e si sono manifestati dal Trattato di Maastricht (febbraio 1992) in poi. I paesi aderenti – inebriati come gli altri di Occidente per la sconfitta dell’ Impero Russo –  in superfice fecero passi avanti apportando ai Trattati le modifiche indispensabili per cambiare il nome da CCE in Unione Europea, per Istituire la cittadinanza europea, per rafforzare il Parlamento europeo, per varare l’unione economica e monetaria, premessa della moneta unica, per  avviare il Sistema europeo di banche centrali e per mantenere l’obiettivo di  “un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa”.  Tuttavia lo fecero potenziando la struttura burocratico istituzionale a livello europeo piuttosto che allargando il ruolo e il peso dei cittadini europei, come era avvenuto negli Stati Uniti. 

Il  trattato di Maastricht si basò su un quadro istituzionale unico, composto dal Consiglio degli Stati membri, dal Parlamento, dalla Commissione, dalla Corte di giustizia e dalla Corte dei conti. Inoltre istituì anche un Comitato economico e sociale e un Comitato delle regioni, ambedue con funzioni consultive. E intese pure svolgere una politica estera e di sicurezza comune e una cooperazione in materia di giustizia e affari interni. Peraltro tutti questi organismi non venivano  dal voto della cittadinanza europea  ma dagli accordi e dalle nomine  dei tavoli interstatali nonché dalle scelte politico diplomatiche  della Commissione e dalla scelte gestionale dei funzionari di Bruxelles.

Progressivamente si consolidò  la tendenza a costruire un’UE sul modello  tradizionale degli Stati di potere di una volta, restii a valorizzare i giudizi e gli indirizzi dei cittadini (infatti, nella UE,  il solo organo votato dai cittadini è il Parlamento, al quale tuttavia sono assegnati poteri assai limitati e che non governa). Rapidamente si abbandonò la rotta tracciata dalla Dichiarazione di Indipendenza e dalla Costituzione degli Stati Uniti. Una dozzina di anni dopo Maastricht,  In linea con tale abbandono, erano già almeno tre i punti di regresso in rapporto al peso della cittadinanza europea (e quindi di allontanamento dalla rotta della Dichiarazione di Indipendenza).

La corsa a far entrare nuovi membri nell’UE, che dai dodici di Maastricht nel 2004 erano divenuti il doppio esatto (negli Stati Uniti occorsero 47 anni per  raddoppiare i membri della Federazione, da tredici e ventisei), il che era frutto della frenesia di mostrarsi capaci di attrarre (e quindi potenti), anche senza valutare prima a fondo la situazione politico istituzionale del richiedente. 

Una moneta, l’Euro, introdotta nel Trattato di Maastricht quale traguardo da raggiungere nel rispetto di Criteri di Convergenza previsti nello stesso Trattato. A parte che il traguardo non è obbligatorio (la Danimarca si chiamò subito fuori), la stortura consiste nel fatto che i Criteri non indicano alcuna procedura  per  dotarsi  della medesima struttura fiscale e neppure per creare un mercato europeo dei capitali.  Senza la medesima struttura fiscale, la moneta unica è una costruzione artificiale senza anima di libertà civile. E purtroppo ancor oggi nel 2024, la struttura fiscale europea non c’è e i membri UE aderenti all’Euro non sono neppure i tre quarti di tutti gli aderenti. 

L’atteggiarsi dell’UE e delle grandi catene di comunicazione    come se l’UE fosse già uno Stato sovranazionale, mentre non lo  era e per più versi. Anzi, la mentalità che ne derivava faceva danni anche a livello della politica nazionale, siccome induceva nei rispettivi cittadini una sensazione di intenti oppressivi da parte delle strutture dirigenti dell’UE.

Questi tre punti di regresso non riregredirono nel quinquennio seguente. Prevalse l’approccio legato alle cancellerie degli Stati membri e delle burocrazie di Bruxelles, che tentò senza riuscirvi  di fare modifiche ai Trattati  con una nuova Costituzione UE in linea con gli indirizzi di Maastricht. Questo approccio venne sconfitto in due referendum in Francia e in Olanda. Allora, si ripiegò su un nuovo Trattato a Lisbona (entrato in vigore a novembre 2009) ,  nel quale restarono due indirizzi di Maastricht disattenti al coinvolgere i cittadini. Uno, l’estensione del ricorso alla votazione a maggioranza qualificata in seno al Consiglio Europeo. E due, far divenire il Consiglio europeo un’istituzione a pieno titolo con un proprio presidente. In pratica, un abbandono sempre più chiaro dell’UE dei cittadini per rafforzare quella degli Stati e degli accordi tra di loro.

Di fatto, lo sviluppo dell’UE iniziò a frenare ,  volgendo al ribasso (oggi il declino dell’UE è comprovato dai numeri, anche se si tenta invano di negare). E’ una prova che non potenziare il ruolo dei cittadini e la loro autonomia, fa  diminuire  i risultati assicurati dall’adottare la libertà dei cittadini avviata dalle istituzioni degli Stati Uniti a partire dal 1776. Ed è una chiara conferma della forza della libertà.

6.3. La libertà imperiale estranea allo spirito del 1776. Quanto alla seconda conferma della supposizione espressa alla fine del paragrafo 6.1. circa il ruolo essenziale della libertà dei cittadini nel governare, è bene riflettere sul fatto che, nell’ultimo quindicennio, la linea politica seguita sia nell’UE sia nel prevalente approccio in occidente, ha mancato di rispetto ai  fondamentali caratteri delle loro istituzioni.

6.3. a Il mancato rispetto nell’UE – Per quanto attiene all’UE, oltre al fattore negativo del completo disinteresse fino ad oggi verso il dare più peso ai cittadini nella presentazione delle liste elettorali europee e nella rappresentanza Parlamentare – e già non è poco – nei primi due terzi di questo periodo le strutture europee sono state prese dall’urgenza ossessiva di somministrare la ricetta dell’austerità nei casi di bilanci in disordine. Una ricetta sbagliata, che ha preteso di risolvere il problema, restringendo la libertà economica del paese interessato. In pratica peggiorando la condizione economica. In effetti, i conti in ordine sono necessari in una convivenza. Ma non per imporli a un certo Stato, bensì per attivare in quello Stato il dinamismo economico degli scambi.

Invece l’austerità proseguiva sulla linea iniziata a Maastricht, della rigidità delle cose da fare prescritta da chi stava più in alto nell’Unione, con il forte rischio di essere stupida nel concreto. Un atteggiamento che finisce per essere incompatibile con l’innovazione sperimentata  frutto dei liberi confronti tra una varietà di proposte sul libero mercato e dell’applicazione di una fiscalità flessibile in ambito UE. Nonostante la proterva sicurezza degli alti gradi, l’austerità ha prodotto risultati restrittivi in campo economico, oltretutto con riflessi frequenti (talvolta pesanti) nelle relazioni democratiche. Da un certo momento, l’austerità è stata  fronteggiata con il sostegno, fino a quanto fosse necessario, del sistema della BCE, che nella gestione dei fondi introdusse il realismo aperto in grado di evitare le peggiori gelate nelle relazioni civili indotte dall’austerità. E negli ultimi anni, in occasione della pandemia COVID, la nuova Presidente della Commissione mise da parte l’austerità e adottò la politica  dei fondi europei comuni per aiutare tutti i membri dell’Unione di fronte all’emergenza sanitaria. Una svolta nell’ottica di riallinearsi alle finalità di un’Europa attenta ai cittadini.  

Tuttavia, l’epoca dell’austerità ha lasciato una sua traccia permanente in un  organismo quale il Meccanismo Europeo di Stabilità, MES, estraneo per natura al diritto UE. Di fatti, in certe particolari condizioni di bisogno, un ruolo di assoluto rilievo nel negoziare i prestiti è affidato un organo a tre, la Commissione UE, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale, dei quali già la BCE non è un organo interno dell’UE  e il FMI è addirittura fuori dall’Europa. Perciò il MES  è nella sua struttura, senza dubbio, un organo  assai lontano dai cittadini. E il fatto stesso che il MES, nell’epoca d’oro dell’austerità, sia stato approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Europeo, conferma la forte disattenzione esistente  al tema spirito del 1776. Inoltre fa capire la sostanziale inadeguatezza   della attuale riforma del MES in corso e che l’Italia non vuole approvare senza che il MES sia modificato. Oltretutto la disattenzione allo spirito del 1776 non si limita neppure al MES. Il sistema UE prevede anche la possibilità che il Consiglio d’Europa partecipi all’elezione del Presidente della Commissione UE. Il che è un’ulteriore potenziale contraddizione con il criterio di far compiere le scelte UE ai cittadini invece che alle burocrazie   autoreferenziali europee.  

6.3. b Il mancato rispetto da grandi attori – La mancanza di rispetto ai  fondamentali caratteri delle libere istituzioni edificati alla fine del ‘700, emerge chiara anche dall’esame della politica seguita nell’ultimo quindicennio da attori di gran rilievo in occidente, quali la NATO e diversi paesi protagonisti dell’agire politico. Già nel periodo dopo Maastricht era venuta fuori la tendenza della NATO a marciare in proprio (mentre all’epoca esistono numerose testimonianze dei leader  degli Stati, secondo cui lo scioglimento nel 1991 del Patto di Varsavia, aveva fatto promettere dall’Occidente che la NATO, anche se fosse restata in vita, non si sarebbe mai più  espansa né cercato di farlo). Negli anni, la marcia  in proprio si è  irrobustita  nel sottofondo, ma la svolta c’è stata con la segreteria Stoltenberg (2014). Non solo la NATO si è espansa verso l’est Europa, ma in Ucraina si è impegnata sempre più nel sostegno agli ucraini avversari della Russia, contribuendo a far sì che non rispettassero il Trattato di Minsk2 da loro firmato  ad inizio 2015 insieme a  Russia, Francia e Germania, il cui punto centrale era l’obbligo per l’Ucraina di fare una riforma costituzionale che concedesse l’autonomia alle sue regioni orientali (i separatisti del Donbass e del Lugansk). La NATO  soffiò sul fuoco perché ciò non avvenisse, riuscendo nell’intento. Tanto che, quando l’Ucraina cambiò la Costituzione, non adempì all’obbligo. Intanto, gli stessi ambienti appoggiarono la candidatura dell’attore Zelensky (divenuto noto dopo il 2015  per una serie TV  in cui faceva la parte di Presidente dell’Ucraina, serie poi premiata negli USA e in Germania). Con una campagna di quattro mesi, la candidatura di Zelensky  ebbe successo nell’aprile 2019 (il suo nuovo gruppo sfiorò la metà dei voti) e subito il neo eletto sciolse il Parlamento .

Il neo Presidente  intensificò ancora i rapporti con gli Stati Uniti con la richiesta di fare ingresso nella NATO. Poco prima di Natale del 2021, Zelensky accusò un oligarca ucraino di aver pianificato , con l’appoggio di Putin, un colpo di Stato contro di lui; gli accusati lo smentirono duramente, controaccusandolo di preparare un attacco alle regioni orientali del paese, russofone, e di coltivare in patria metodi neonazisti. Le continue tensioni proseguirono all’inizio 2022 , nella convinzione di Zelensky  che fosse un’isteria di massa pensare ad un’invasione russa. Però il 21 febbraio Putin riconobbe l’indipendenza dei territori separatisti (quelli ai quali l’Ucraina avrebbe dovuto dare l’autonomia in base al Minsk2) e  autorizzò una missione in quei territori per garantire le popolazioni russofone. Il 22 febbraio, le truppe russe occuparono i territori indipendenti. Due giorni dopo, Zelensky invitò i cittadini russi a dissentire apertamente contro la missione di Putin.

Da allora gli scontri armati tra russi ed ucraini, parzialmente estesi al territorio ucraino, sono proseguiti senza tregua. Oggettivamente ciò è stato possibile solo per l’enorme impegno della NATO, dell’UE (spinta dagli Stati baltici conoscitori del significato di subire il “pacifico” dominio dell’autocrazia russa), degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, del Canadà nel dare sostegno militare ed economico all’Ucraina e alla politica del Presidente Zelensky. Non solo. Questo enorme impegno, mediante le note sanzioni alla Russia, ha anche tentato di isolare la Russia e di metterne sia in difficoltà l’economia che la capacità in campo militare. Dopo due anni, va definito un tentativo non riuscito. Non solo la Russia è a giugno 2024 la quarta economia al mondo quanto a parità di potere d’acquisto, ma la pressione dell’Occidente ha indotto la Russia a stipulare grossi accordi internazionali per forniture di armamenti e anche a stringere patti di reciproca  difesa con altre autocrazie (innazitutto dalla Cina, dall’Iran  e, come non avveniva da due decenni, dalla Corea del Nord). Per di più la politica delle sanzioni alla Russia non è stata condivisa da oltre i 3/5 dei paesi del mondo e di fatto ha mostrato il sostanziale isolamento dell’Occidente nel lanciare fulmini contro la Russia. In aggiunta, purtroppo, i mezzi di comunicazione sguazzano nell’evocare i complotti dei nemici, raccontando di Zelensky che, nella surreale recente riunione in Svizzera per la pace, afferma che il Trattato di Minsk2 fu una pausa voluta da Putin per preparare l’invasione del 2022. Insomma,  la politica NATO non ha centrato gli obiettivi e i mezzi di comunicazione lo velano.

Un simile stato di cose, contrasta in radice con lo spirito del 1776 e la sua capacità di agire sperimentata in quasi due secoli e mezzo. Si badi bene. Di questo stato di cose non si può farne una colpa agli Stati governati dall’autocrazia, perché per loro è fisiologico contrastare ovunque gli Stati liberi,  ricorrendo alla disinformazione sistematica dei cittadini e talvolta alla forza militare . Il problema è costituito dai comportamenti incoerenti dell’Occidente. Il fattore distintivo dell’Occidente è porre prima di tutto la libertà del cittadino individuo , ciascuno diverso e con gli stessi diritti legali, che esercita di continuo il proprio spirito critico per aumentare la conoscenza. Di conseguenza, la libertà occidentale è fondata sui continui scambi di idee e di iniziative tra cittadini diversi.  Tale  concezione della libertà aperta, nulla ha a che vedere con la concezione alternativa della libertà di tipo imperiale, che vuole l’unità del potere e rifugge la diversità del vivere.

La libertà dell’Occidente è consapevole che esistono ed esisteranno autocrazie dedite a bandire la libertà dei cittadini dalle proprie istituzioni. Ma dovrebbe essere altrettanto consapevole che la pretesa di eliminare quelle autocrazie trasformerebbe la libertà degli scambi in una libertà imperiale, che rinnega la sua stessa essenza. La libertà fondata sugli scambi è connessa strettamente al praticare il sistema della concorrenza garantendolo in ogni occasione. Ne consegue che nei paesi occidentali, e in specie l’UE nata sul ruolo affidato al cittadino, gli interventi istituzionali vanno concepiti come un correttivo – soggetto alla valutazione elettorale – quando si formano nodi provocati dall’insufficiente funzionamento del criterio scambi così come del criterio concorrenza nel meccanismo della libertà tra i cittadini individui (nodi che, se non corretti, porterebbero ad un insufficiente grado di libertà per il cittadino, fisica e spirituale).

Allora è una grave contraddizione con lo spirito del 1776, violare apposta il criterio degli scambi in nome di principi che privilegiano un’imposizione ideologica piuttosto che il realizzarsi degli scambi.  Ad esempio, è stato un errore grave la propensione espansiva della NATO acutizzatasi nell’ultimo decennio e focalizzatasi nella presenza in Ucraina volta a sollecitare le tensioni con la Russia (pericolose proprio perché paese autarchico). E ora sarebbe molto sbagliato non rispettare i tempi previsti per l’ingresso nell’UE in modo da potere accelerare l’ingresso dell’Ucraina (oltretutto un paese discusso in tema del praticare la libertà nelle relazioni interne).

7 . L’insegnamento permanente della Dichiarazione di Indipendenza  – E’ opportuno ripensare spesso alla Dichiarazione di Indipendenza. Ha dato per prima solide indicazioni, organiche e concrete, per sviluppare l’utilizzo della libertà del popolo, estendendolo dal livello del singolo cittadino – dove già si era insediata con il ‘600 inglese e con l’illuminismo – ad istituzioni composte o solo da molti cittadini nello stesso territorio oppure da una federazione di altre istituzioni di cittadini ciascuna in territori più limitati e contigui, dotate di un ordinamento omologo.

In questo articolo ho indicato via via i punti essenziali di tali indicazioni. I  cinque cardini della Dichiarazione di Indipendenza che ho descritto al paragrafo 3, indicano il fulcro del meccanismo (in costante aggiornamento) per poter convivere in condizioni aperte e reciprocamente rispettose. L’esperienza sul campo fatta  da quell’epoca prova che lo sono ancor oggi, in misura certo non inferiore. Ecco perché sono preoccupanti i numerosi sintomi di indebolimento di importanti istituzioni messi in evidenza e che coinvolgono il clima politico culturale, non solo i meccanismi istituzionali.  

Nel settore del clima politico culturale, il sintomo di indebolimento più inquietante  è l’attitudine di gran parte dei mezzi di comunicazione. Invece di  svolgere la loro funzione di fornire ai cittadini notizie verificate, sono dominati dall’ossessione di anticipare le notizie. Con tale vincolo, esercitano un mestiere non loro. Trascurano i fatti per sostituirli con previsioni costruite solo sulla propaganda di moda al momento e sugli interessi dell’editore. Comportarsi così, in una democrazia imperniata sulla libertà individuale,  arreca un danno assai forte ai meccanismi del libero convivere. Perché il libero convivere si fonda sulle contrapposte valutazioni fatte dalla miriade di individui tra loro differenti in base alla realtà così come osservata. E queste valutazioni vengono distorte in modo duro quando, dai mezzi di comunicazione, non emerge la realtà quale è. Insomma quando, invece della realtà, si mostra un palcoscenico dove ogni cosa è un artificio. Una messa in scena che esprime l’ideologia che suppone una vita immobile sui modelli di qualcuno o qualcosa (situazione perfino agevolata dal pur sacrosanto uso dell’Intelligenza Artificiale, che quindi implica ulteriori riflessioni).  In ogni caso un’ideologia irreale e opposta a quanto ha insegnato la Dichiarazione di Indipendenza.

I sintomi di indebolimento nel settore dei meccanismi istituzionali sono vari. La devastante accresciuta attenzione per la libertà imperiale al posto della libertà degli scambi; la pretesa, secondo le circostanze, di ridurre la democrazia libera, che è indivisibile, soltanto alla politica oppure soltanto all’economia; l’ancor vasto propendere ad affrontare i problemi della democrazia in termini di  valori emotivi e non di conflitto nelle regole tra progetti espressione della libertà dei conviventi; l’ignobile esaltazione antiisraeliana pressoché ovunque radicata, anche ai vertici dell’ambiguo ONU, che aiuta chi vuol eliminare quello Stato violando i principi di rispetto per gli altri umani, e che ha impedito agli ebrei la presenza al Gay Pride 2024 fingendo di non sapere che i gay dalla Palestina si rifugiano in Israele; la “cancel culture” dilagante in paesi importanti,  che rifiuta nel profondo la natura delle cose per celebrare il ritorno alla tradizione del libro sacro e per non tener conto del tempo che passa; l’insistenza nello scegliere sistemi di etichettatura alimentare a semaforo per dare presunte indicazioni salutiste sul cosa mangiare, procedura che equivale al premere per l’abbandono del criterio usato da ogni cittadino sulla base di consolidatissime tradizioni culturali e locali;  il demagogico diffondere il principio dell’uguaglianza degli esseri umani non circoscritta ai diritti legali individuali, creando così una luminosa speranza che nega la realtà e che pratica l’assistenzialismo prodromico all’ appiattire invece dell’aiuto ai più deboli che assicura la possibilità di esprimere il proprio contributo individuale.

Sono tutti sintomi di indebolimento nel richiamare gli insegnamenti dei documenti fondativi gli Stati Uniti. Che si è tradotto nel relegare assai indietro il tema del mantenere  libero il complesso  delle relazioni nei rapporti tra i cittadini conviventi. Dato da cui nell’UE – già predisposta per un retaggio tradizionale e variegato nelle radici – è derivato il sostanziale insabbiarsi della produttività in senso lato, culturale ed economico. Perché la produttività è principalmente spinta dalla libertà attiva tra i cittadini (che per esprimersi davvero ha bisogno di un ordine del convivere organizzato con il fine della libertà mediante i confronti tra i progetti individuali e non con quello dell’ingabbiarla nell’illusoria certezza di parole d’ordine da perseguire). Ebbene, tale insabbiamento è pernicioso. Fin dall’epoca iniziale del Medioevo con il rattrappirsi della circolazione dei traffici nel Mediterraneo e l’affermarsi della guerra santa islamica, è sempre accaduto che il contrarsi del relazionarsi inibisce la crescita successiva e favorisce progettualità alternative di altri.

Ora il concetto stesso di libertà imperiale è una contraddizione in sé. Poiché la libertà indica  l’imperniarsi sui liberi contributi diffusi per conoscere di più, per produrre e creare nuovi equilibri complessivi nel tempo, mentre imperiale indica la precisa volontà di proseguire l’esercizio del potere esistente e ritenuto un ordine saggio in mano ad alcuni gruppi supposti un’élite affidabile invece che alla libertà dei cittadini, quasi il tempo non ci fosse. Insomma, l’inclinazione alla libertà imperiale è stata in sé  una malattia grave in quanto ha messo da parte lo spirito del 1776. Con  una conseguenza ancora più grave, anche se scontata. La pratica della libertà imperiale non è stata in grado di far espandere l’Occidente, di fatto rinchiudendolo nei suoi confini in relazione  al resto del mondo.

Non è finita qui. In questi anni, e in specie di recente,  il resto del mondo non è rimasto a guardare stando fermo. Soprattutto le autocrazie più grandi  non hanno usato per affermarsi il loro status, hanno preso iniziative concrete in molte zone della terra (di tipo economico e di tipo militare) e hanno dedicato risorse nonché cervelli alle nuove tecnologie, in aspetti strumentali essenziali  per l’innovazione (quali i semiconduttori). Per loro è agevole comportarsi così, appunto perché, essendo autarchie, non hanno il problema  né se lo pongono di rapportarsi con i loro cittadini autonomi, siccome il gruppo dirigente decide tutto e ritiene di esserne in grado.

Inoltre tra gli Occidentali sussiste una differenza. Che nella loro storia gli Stati Uniti, proprio perché seguaci dei loro documenti costitutivi, sono stati finora capaci di fare la cosa giusta dopo aver commesso moltissimi errori, mentre l’UE non ha esibito la stessa caratteristica. Quasi dimentica delle proprie origini, l’UE si  mostra oggi indebolita, fragile ed incline ad essere un subsistema americano contrapposto all’autocrazia vicina per territorio. Così l’UE, in diversi settori economici, è in ritardo sia rispetto agli Stati Uniti predominanti sia rispetto all’attivismo propulsivo delle autocrazie. Il modo che ha scelto per reagire al problema – attuando strategie difensive e meramente protezioniste –  è per natura inadatto a vincere. L’UE deve piuttosto adottare lo spirito libero del 1776, aprendo alle idee innovative e coinvolgendo i cittadini su norme adatte alle  aziende tecnologiche e al loro espandersi, anche attraverso adeguati partenariati internazionali. Pure gli Stati Uniti  devono riscoprirlo lo spirito libero del 1776.

Viceversa l’Occidente nel complesso non sta percorrendo questa strada. Anzi procede al contrario. Dal 2017 al 2022 (ultimi dati disponibili) in Occidente l’intervento dello Stato per indirizzare l’economia è cresciuto di sette volte  e così ha raggiunto un livello assai più alto di quello nelle altre aree mondiali (di fatto da 11 a 60 volte  secondo l’area paragonata). Siccome l’intervento dello Stato distorce la concorrenza a livello internazionale danneggiando gli Stati con bilanci meno robusti, ciò chiarisce il motivo per cui l’Occidente  è in forte difficoltà nello stringere amicizie con Paesi del cosiddetto Sud.

L’Occidente dovrebbe sempre privilegiare gli scambi, non le barriere, dato che la libertà punta al multilateralismo tra i singoli soggetti e non alle dogane. L’Occidente dovrebbe sempre privilegiare anche l’altro più nascosto aspetto costitutivo del 1776, il tempo reale che passa. Peraltro per la ragione opposta a quella di allora.

Allora, prima della Dichiarazione di Indipendenza, la cultura prevalente tendeva a non considerare il tempo congelandolo nell’eterno. Oggi, al contrario, ci si illude che la vita acceleri e che i fatti siano più veloci, ragion per cui si crede che il tempo aumenti il suo ritmo. Discende da qui l’accettazione passiva dell’informazione inflazionata e l’abitudine ai frettolosi giudizi estremizzati. Però si tratta di una mera illusione.  Nella concretezza del corpo umano, i ritmi del tempo sono immutati. Il fondamentale esercizio dello spirito critico individuale non è accelerabile (al di là delle differenze funzionali tra gli individui). Ugualmente non è accelerabile il tempo di modifica delle caratteristiche della struttura umana. Che, si badi, richiede una fase più lunga rispetto al tempo  di aggiornamento delle istituzioni del convivere (un riscontro è che l’istinto alla violenza nelle persone umane resta radicato quale residuo di comportamenti ancestrali, mentre nelle istituzioni è nel complesso in fase di avanzata riduzione). Siccome in apparenza sembra il contrario, l’ampia corrente di chi non apprezza i documenti costitutivi statunitensi, pensa sia possibile mutare a piacimento  le istituzioni secondo il volere dei potenti e non secondo  le scelte maturate dai cittadini. Ma l’esperienza  non funziona così.  

In generale, lo spirito del 1776 serva a guardare avanti, non a celebrarlo.

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La grossa anomalia nel voto livornese (a Rajesh Barbieri)

Caro Rajesh,

Come da Te richiesto, ti metto per scritto le osservazioni critiche che ti ho fatto al telefono stamani alle 8,30.

Dopo il voto amministrativo, il punto su cui riflettere a fondo non è affatto l’astensionismo, nel senso che ogni elettore può tenere il comportamento da lui ritenuto opportuno . Senza scandalo. Solo nei plebisciti si richiede il voto pressoché totalitario. In democrazia se un elettore non vota significa solo che non sa chi scegliere oppure che è contro tutti e rinuncia a contribuire a dare un indirizzo . Padronissimo. E ciò, intanto, non inficia la legittimità del risultato.

Il punto invece su cui riflettere in termini politico culturali è il dato di fatto (riportato sul sito del Comune) che gli elettori alle europee hanno dato 14.965 voti a Fratelli d’Italia mentre negli stessi minuti le stesse persone hanno dato alle Comunali sempre a Fratelli d’Italia solo 8.700 voti. In pratica ci sono stati 6.265 elettori (il 42% dei voti alle europee) che hanno votato FdI in Europa e Salvetti a Livorno. Confermato che ciò è del tutto legittimo dal punto di vista della decisione dei singoli cittadini, la cosa è talmente surreale da richiedere una riflessione approfondita per coglierne la causa e ll senso politico culturale.

Quanto alla causa, è assai probabile vada ricercata nella circostanza del Commissariamento della Sezione di Fratelli d’Italia (quasi due anni) , sintomo di un grave malessere contro la figura più di spicco, quell’Amadio da sempre politicamente missina convinta alla luce del sole, protagonista dell’operazione di candidare a Sindaco Guarducci, cattolico di centro sinistra. Tale malessere si è dimostrato radicalissimo , tanto che 6.265 elettori di FdI, piuttosto che votare Amadio (in odore di collocarsi al centro del potere amministrativo in caso di vittoria di Guarducci), hanno preferito confermare Salvetti, oltretutto non conquistati dalla candidatura dello stesso Guarducci, del resto neppure amato dall’associazionismo cattolico inseritissimo nei gangli amministrativi.

Quanto al senso politico culturale, i 6.265 elettori (inventori dell’ inedita accoppiata Fratelli d’Italia – coalizione Salvetti) sono una conferma certa della concezione distorta che una parte assai significativa dell’elettorato della destra livornese ha dello scegliere con il voto. Si. fanno dominare dai rancori ideologici su una persona e finiscono per sorvolare sulla questione (assai più rilevante per Livorno) del giudizio sulla Giunta negli ultimi cinque anni. Nè si dica che hanno invece voluto esprimere proprio quel giudizio, perché neppure i Salvettiani più acritici danno sulla passata Giunta un giudizio tanto positivo dal far superare, a chi è convintamente di destra, l’ostacolo delle proprie convinzioni di destra e indurlo a votare la sinistra.

Una prima conclusione dell’immediato riflettere su questa effettiva e rilevante anomalia nel voto in città, è che ora il Sindaco Salvetti non dovrebbe inquinare la sua legittima rielezione avvalorando la tesi di una valutazione trionfalistica del suo precedente operato, quando il tipo di risultato elettorale ha , dati alla mano, tutt’altra origine sotto il profilo politico culturale. Anzi, sarebbe auspicabile che come prima cosa rispettasse la promessa da lui fatta nel dibattito di Villa Fabbricotti tra i Candidati organizzato dal Circolo Modigliani rispondendo alla domanda sul cosa pensava circa la richiesta di istituire il Tavole della Laicità, fatta tre anni fa da una dozzina di Associazioni. Allora Salvetti disse, “Nella prossima legislatura lo realizzeremo presto”. Appunto. E’ venuto il momento di agire. Oltretutto oggi è divenuto consigliere comunale in proprio il già assessore Simone Lenzi (che aveva da mesoni più ripetuto la medesima convinzione) e in più anche gli altri candidati Sindaco si erano detti favorevoli.

Realizzando prima possibile il Tavolo della Laicità, il Sindaco Salvetti darebbe una svolta concreta alla linea dell’Amministrazione, sottolineando la Sua volontà di assumere un atteggiamento più incline ai fatti concreti e più attento a valorizzare il criterio della libertà civile. Essenziale pure per chi la snobba.

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Un impegno per la separazione Stato Chiesa

Il mondo laico è fisiologicamente legato alla libertà individuale che usa lo spirito critico. Pertanto non può restare indifferente ad una grave conseguenza del non esserci un disegno politico alternativo al Governo Meloni.  L’opposizione sdegnata e rumorosa non è mai propositiva e trascura temi cardine della laicità, che scivolano in mano alla destra meloniana.  

I partiti di opposizione e le maggiori testate si sono infervorati per la presa di posizione assai preoccupata dei Vescovi calabresi e del Presidente della CEI cardinale Zuppi, circa la proposta di introdurre in Costituzione il Premierato, quella tra le tre del Governo voluta da Fratelli d’Italia (l’autonomia differenziata è targata Lega e la separazione delle carriere è targata Forza Italia). Cavalcando tale preoccupazione, il mondo dell’opposizione di sinistra, cattolici compresi, era convinto di aver compiuto un passo di rilievo per mettere la destra  alle corde. Evidentemente non vedeva repliche possibili, anche perché prigioniero dello schema per cui la destra sarebbe clericale per natura.

Si trattava di una previsione errata, come al solito. Infatti, nel corso della trasmissione tv Dritto e Rovescio (Rete 4), il Presidente del Consiglio ha espresso un concetto spiazzante salvo che per i laici.  Ha detto “non so cosa esattamente preoccupi la Conferenza episcopale italiana, visto che la riforma del premierato non interviene nei rapporti tra Stato e Chiesa. Ma mi consenta anche di dire, con tutto il rispetto, che non mi sembra che lo Stato Vaticano sia una repubblica parlamentare”. Al che, il mondo dell’opposizione di sinistra, partiti e testate, è ammutolito, tentando al più una difesa di ufficio (incredulo il giornalista Barenghi ha scritto “Meloni è impazzita, oppure ha bevuto, oppure è diventata antifascista a sua insaputa?“).

Sta di fatto che, a parte la riprova di come, se si vuole sostituire il governo, sia urgente oltre la protesta costruire un progetto politico, quanto accaduto è un campanello d’allarme per il mondo laico.  Certo non perché è finalmente venuto a galla il tema della separazione Stato Chiesa, quanto perché, nell’inerzia laica, lo ha fatto emergere il realismo di una persona della tradizione repubblichina la quale ha preso atto del senso delle cose.   

Il tema della separazione Stato Chiesa è il cuore dell’istituzione civile imperniata sul cittadino individuo. Quindi i laici dovrebbero sempre impegnarsi  per mantenerlo sulla scena politica impedendo il nasconderlo quale vergogna. Non lo fanno. Inoltre giornalisti di livello come Cazzullo oppure Ciriaco definiscono ancora le parole di Meloni un attacco al capo dei Vescovi (senza dire che sono un richiamo al separatismo). In più nessuno ha ancora obiettato sulla replica indispettita del cardinale Zuppi che ha accentuato il taglio politico. “Gli equilibri istituzionali vanno toccati sempre con molta attenzione e affrontati con lo spirito della Costituzione, come qualcosa di non contingente, che non sia di parte”. Però la Costituzione stabilisce che Stato e Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. Dunque la Chiesa non dovrebbe entrare nel dibattito politico. Invece la Chiesa in un documento  ha anche criticato il progetto sull’autonomia, dicendosi “preoccupata di qualsiasi tentativo di accentuare gli squilibri già esistenti tra territori, tra aree metropolitane e interne, tra centri e periferie”. Tutte valutazioni politico istituzionali cui la Chiesa dovrebbe restare estranea. E che l’opposizione di sinistra loda contenta della consonanza.

Il mondo laico assiste in silenzio. Pare non rendersi conto che la separazione Stato Chiesa richiede un costante lavoro coerente con i principi e disancorato dalle pratiche emotive della sinistra d’origine marxista fedele al sole dell’avvenire.  Insomma il principio di separazione vorrebbe atti concreti ora. Tipo togliere dalla legge ordinaria del 1985 la riga con la distribuzione dell’inoptato dell’otto per mille, che è un raggiro al cittadino e un regalo alla Chiesa Cattolica. Oppure tipo togliere nell’insegnamento nella scuola statale il privilegio ai docenti cattolici. Oppure tipo togliere nel servizio sanitario pubblico il privilegio ai medici antiabortisti insito in un’organizzazione  che non di rado ostacola l’interruzione di gravidanza richiesta dalla donna. 

Ci vuole questo impegno per elevare il tasso di laicità dei cittadini. E’ il presupposto che matura quel senso critico decisivo nel conflitto e nella scelta tra le diverse proposte usando norme in aggiornamento e con un obiettivo ampio: far crescere la conoscenza, migliorare  il convivere tra diversi nella libertà, fronteggiare un altro conformismo religioso, quello islamico. Se l’impegno laico non arrivasse, prevarrà  l’alternativa di chi tenta strade inadatte ad una società aperta.  

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Ancora su libertà di scambio e azione NATO in Ucraina (a Danilo Taino)

da Raffaello Morelli a Danilo Taino giovedì 30 maggio ore 20,40

Mi fa molto piacere di concordare su una larghissima parte del nostro ragionamento. Quanto alla riserva, mi pare utile svolgere una considerazione ulteriore. Con la frase che Lei riporta, non intendo negare la Sua valutazione circa la controversa interpretazione degli accordi di Minsk (anche se tale valutazione può al più riferirsi al Protocollo di Minsk dell’estate 2014 e non al secondo del dicembre 2015, in vigore dal 2016). Voglio piuttosto sostenere che l’attività della NATO da allora non ha tenuto conto che l’Ucraina aveva di fronte la autocrazia russa e che pertanto la scelta di una libertà non imperiale avrebbe dovuto restare distante da ogni atto interpretabile come di inimicizia da quell’autocrazia. Così non è stato. Una conferma ulteriore si è avuta proprio oggi nel discorso di Stoltenberg, teso di nuovo non a costruire condizioni per una pace bensì a fomentare l’illusione dell’Ucraina vittoriosa nonché la tesi del pericolo per l’Occidente di un mancato successo. Il che è una deviazione sostanziale dalla linea di un Occidente coerente con le proprie radici nella battaglia contro le autocrazie nel segno della libertà di scambio.

Un caro saluto

RM

da Danilo Taino a Raffaello Morelli, giovedì 30 maggio ore 15,47

Sono quasi completamente d’accordo con lei. Soprattutto sulle conclusioni. Gli Stati, ahimè, fanno sempre gli Stati, se poi hanno tendenze non dico imperiali ma almeno egemoniche…
Unica piccola riserva: non sono così certo che la nato abbia “spinto in ogni modo l’inimicizia dell’Ucraina verso la Russia”. Gli accordi di Minsk sono come minimo controversi nella loro interpretazione. In più, mi pare che fossero gli ucraini a volere stare con l’Europa e con l’Occidente. Non direi che Putin aveva buone ragioni, nemmeno qualcuna, in verità. Detto questo, ha ragione: c’è un problema crescente di libertà dei cittadini, in netta riduzione.
Un caro saluto
dt

da Raffaello Morelli a Danilo Taino, giovedì 30 maggio ore 11,55

Caro Taino,

stamani con la Sua solita concretezza attenta al descrivere i fatti, constata che il post-apartheid non è stato all’altezza delle aspettative, ragione dell’attuale discesa elettorale dell’Africa National Congress. Da qui il giusto commento “su questo l’ANC potrebbe riflettere prima di accusare Israele di genocidio”. Del resto un’osservazione simile vale per le sinistre nei vari paesi del mondo. Inciampano sempre di più, quando vincono al voto, sull’incapacità di governare costruendo relazioni di convivenza aperte. E neppure se ne accorgono.

Purtroppo un comportamento del genere cresce pure tra i sostenitori dell’occidente, perfino quelli più accorti in tema di libertà.

Ne è un chiaro esempio il podcast odierno del Suo collega Rampini sui limiti dei nostri aiuti a Kiev. Illustra in modo incisivo le conseguenze negative nelle modalità di aiuto seguite finora. Però salta a piè pari il dato cardine. Nell’ultimo decennio la NATO ha spinto in ogni modo l’inimicizia dell’Ucraina verso a Russia, al punto da non farle rispettare il trattato di Minsk del 2016 che prevedeva il concedere l’autonomia a Donbass e Lugansk (mancato rispetto che ha spinto all’aggressione l’imperatore).

Insomma, i fatti provano di continuo che il valore ad oggi primario della libertà sta nel governare la convivenza in modo aperto, cosa dovuta al favorire gli scambi e non al manifestare un ruolo imperiale.

I migliori saluti

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In occidente non si taglino le radici

La sentenza emanata venerdì 24 maggio dalla Corte Internazionale dell’Aja chiude il cerchio aperto lunedì 20 maggio dall’annuncio della Corte Penale Internazionale sempre all’Aja. Precisamente, il cerchio degli organismi elitari non eletti da nessuno, i quali però si sono assegnati il ruolo di dirigere il mondo nel nome di un diritto internazionale anch’esso mai votato dai cittadini e nel migliore dei casi frutto di accordi tra stati, magari non pochi, però ben lungi dall’essere tutti.

Le immediate conseguenze pratiche di questi due atti probabilmente saranno pressoché nulle. Ma sono molto rilevanti le conseguenze politico culturali. Danno la dimostrazione certa che in svariati ambiti – pur senza l’influenza del disagio socio economico – è normale  rifiutare il criterio delle libertà individuali, quello su cui si è consolidato al passar del tempo il sistema occidentale di convivere. Perciò due atti potenzialmente assai negativi quanto a conseguenze sulla mentalità civile.

Per illustrare in cosa consistano questi due atti, partiamo dal secondo perché emesso dall’ente costituito per primo. L’International Court of Justice nacque insieme all’ONU nel 1945 quale suo organo giudiziario per dirimere le controversie fra i membri che ne accettano la giurisdizione (insomma giudica gli Stati e non gli individui). Esaminando una denuncia del Sud Africa presentata nei mesi scorsi contro Israele per genocidio dei palestinesi a Gaza, l’International Court of Justice ha emesso il 24 maggio una sentenza  in cui, secondo le parole del suo Presidente, intima ad Israele di cessare i bombardamenti su Gaza, di aprire il valico di Rafah per far entrare gli aiuti umanitari e di consentire l’ingresso agli organi investigativi ONU. Al tempo stesso la Corte ha sollecitato il rilascio immediato e incondizionato degli ostaggi israeliani a Gaza, dicendosi preoccupata per la loro sorte.

Tutto ciò avviene nel presupposto che l’ONU sia un governo mondiale riconosciuto e dotato di poteri cogenti. Un presupposto  del tutto infondato. L’ONU non è un organo democraticamente eletto bensì un soggetto di raccordo diplomatico frutto della Seconda Guerra Mondiale (il retaggio del diritto di veto), retto da regole esclusivamente diplomatiche, in base alle quali, ad esempio, da molto tempo la Commissione per i Diritti Umani viene affidata a rappresentanti di Stati dove i Diritti vengono negati sistematicamente. In sostanza l’ONU non rientra nelle democrazie liberali bensì negli organi propri dei rapporti di potere tra entità pubbliche. Ed è ispirato a concetti mondialistici estranei ai principi della libertà individuale dell’occidente, in specie quando i suoi dirigenti si atteggiano a detentori di ruoli globali mai ricevuti dai cittadini. Perciò l’intimazione e il sollecito al rilascio fatti il 24 maggio, esprimono volontà prive di strumenti attuativi e di sanzioni. Nate da logiche mondialiste autoreferenziali e disattente al ruolo dei cittadini.

Giorni prima, il 20 maggio, il procuratore capo della International Criminal Court (fondata nel 1998 con un Trattato firmato a Roma, con sede all’Aia e riconosciuta da 120 Paesi, ma non ad esempio da Cina, Israele, Russia, Stati Uniti), ha chiesto al proprio tribunale  mandati di arresto per i tre capi di Hamas responsabili dell’aggressione del 7 ottobre scorso ad Israele, e per due leader israeliani, Netayahu e il Ministro della Difesa, incolpati tutti e cinque di crimini di guerra e contro l’umanità, il 7 ottobre e a Gaza. La richiesta  (analoga a quella fatta nei confronti di Putin per l’Ucraina) non ha scadenza e può divenire un processo solo con i ricercati presenti fisicamente. Qualora fosse accolta i ricercati sarebbero arrestati entrando in uno dei Paesi che riconoscono l’International Criminal Court. Nel complesso una richiesta in sostanza dimostrativa di una volontà politica espressa al di là del ruolo svolto dall’Organo emittente.

In ambo i casi, al di là delle fortissime polemiche rispettivamente suscitate per gli effetti antisemiti, è chiara la pretesa dei giudici nel supporre che le norme da loro applicate rappresentino il diritto valido per tutti e ovunque nel mondo. Tale pretesa fa ricadere loro e chiunque la accetti, nel buco nero del passato, quando vigeva l‘ossequio conformista (se non del tutto sottomesso) verso le tradizioni fissate dal credo religioso oppure dal volere dei capi terreni. E in buchi neri del genere restano assai più arretrate sia la conoscenza del mondo circostante agli umani sia le condizioni di vita degli umani stessi. Al giorno d’oggi sarebbe assurdo ripetere questi errori. Al giorno d’oggi per convivere al meglio, è indispensabile seguire i principi sperimentati della libertà, che sono l’individualità dei conviventi, la diversità di ognuno salvo che nei diritti legali, il rispetto delle norme correnti, il passare del tempo. Non dimenticando mai che questi principi non sono immobili, bensì vanno aggiornati in relazione alla realtà del momento, mediante la valutazione dei conviventi tramite voto.

Questa semplice saggezza sperimentata, viene di continuo omessa a vari livelli da troppi  professionisti della magistratura. I quali attribuiscono a sé stessi il compito di interpreti creativi di leggi supposte immodificabili nonché eterne, ed ai conviventi il ruolo di sudditi cui non spetta né valutare i risultati né indicare gli indirizzi legislativi. Una simile attitudine di troppi  professionisti della magistratura,  è sotto più aspetti  un pericolo per la libera convivenza.

In primo luogo, vorrebbe che le regole a proposito delle relazioni del convivere e dei fisiologici conflitti democratici, non fossero  date dai cittadini bensì dall’impianto normativo in sé. In secondo luogo, vorrebbe che fosse l’interpretazione creativa dei magistrati ad indicare il tipo di mondo in cui vivere e a stabilire cosa sia lecito e cosa no. Escludendo del tutto le indicazioni dei cittadini conviventi ed esprimendo l’ansia di affermare tribunali  inflessibili nell’ottica del mondo perfetto dominato dalle elites nel segno di una giurisdizione mondiale.

Chiunque in politica sia liberale non solo a parole, è impegnato a battersi contro questo attentato alla democrazia liberale. Che oltretutto diffonde nelle istituzioni una mentalità incoerente con l’esercizio della libertà (si pensi alla presunzione di vertici ONU e NATO che si arrogano iniziative senza autorizzazione). Della libertà vanno richiamati quotidianamente i principi costitutivi e praticati con coerenza. Nella consapevolezza che costruire la libertà è un’opera faticosa ed impervia, ma assai più produttiva che non seminare promesse e speranze illusorie.

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Come l’Occidente può opporsi alle autocrazie? (a Danilo Taino)

da Raffaello Morelli a Danilo Taino, giovedì 16 maggio, ore 18,15

Caro Taino,
Di nuovo mi conferma come il Suo ragionare parta sempre dai fatti, il che è essenziale per la cultura liberale. Allora, a parte il fatto che la Nato ha non provocato bensì agevolato l’aggressione russa, stando alla Sua ipotesi sull’errore storico dell’Occidente in merito alla transizione russa al libero mercato e alla democrazia, si può vedere che anche all’epoca l’Occidente non si è preoccupato di far maturare la libertà di scambio (al solito perché tanto aveva già vinto e gli altri si dovevano adeguare). Ed è esatto che lo statalismo avanza in tutto il mondo, quindi anche in Occidente. Appunto perché una larga parte dell’Occidente, nel governare, dimentica il meccanismo della libertà individuale.
Da qui la risposta alla Sua domanda finale. Evidentemente i liberali devono battersi per conservare la possibilità (mostratasi sperimentalmente valida) di poter irrobustire il commercio libero come presupposto necessario per convivere meglio. E quindi non far prevalere i sistemi illiberali. Però, se si vuol evitare di passare ad un’economia di guerra (e il pericolo esiste), dobbiamo pensare a come vivere con coerenza al nostro interno e come muoversi con altrettanta coerenza verso l’esterno. Altrimenti l’Occidente un pò alla volta (ma con rapidità) perderà mordente sia nei rapporti interni sia nella sua credibilità presso il resto del mondo.
Sono convinto che dobbiamo avere la paziente di insistere in questi concetti.
Cari saluti
Raffaello Morelli

da Danilo Taino a Raffaello Morelli, giovedì 16 maggio 2024, ore 13,45

Grazie della risposta. Certo, gravi errori passati dell’Occidente. E gravi errori in corso soprattutto nei confronti della Cina.

Non sono sicuro, però, che l’aggressione russa all’Ucraina sia stata provocata dalla Nato. L’errore dell’Occidente, piuttosto, mi pare sia stato nel non sostenere in modo esplicito e trasparente la transizione russa dall’economia di piano e dalla dittatura del proletariato al libero mercato e alla democrazia. Forse abbiamo pensato che un’economia di banditi (Anni Novanta) fosse inevitabile ma poi si sarebbe autocorretta in un capitalismo decente. E molti occidentali hanno così aiutato, e sono stati aiutati, dai banditi stessi.

Oggi, l’obiettivo esplicito di Xi Jinping e Putin – o se preferisce del Partito comunista cinese e del Cremlino – è quello di sostituire un ordine (certo molto imperfetto, ovviamente) con uno modellato sui muscoli, su meno regole internazionali e, mi lasci dire, sul bullismo politico e diplomatico.

Detto questo, sono della sua opinione: la forza dell’Occidente sta nella libertà di scambio (che Washington ma anche Bruxelles apprezzano ahimè sempre meno) e nelle libertà civili. E qui siamo nei guai: lo statalismo avanza in tutto il mondo.

Le farei una domanda. E’ concepibile, per un liberale, sostenere che contro la Russia di oggi è necessario “vincere” per avere una speranza di fare tornare importanti il commercio libero? Intendo, come presupposto necessario? Io temo debba essere concepibile (ovviamente non passando a un’economia di guerra)

Grazie della pazienza

Un caro saluto

dt

da Raffaello Morelli a Danilo Taino, mercoledì 15 maggio, ore 21.23

Caro Taino,
La ringrazio della sollecita risposta ed anche sul concordare circa la necessità per l’Occidente di restare fermo sulla “fisiologia della libertà di scambio”. Da parte mia concordo sulla Sua osservazione secondo cui gli Stati Uniti prima ma ora anche l’Europa stanno assumendo “caratteristiche cinesi”. Ove per caratteristiche cinesi intendo l’evidente allontanarsi da politiche della libertà di scambio e il praticare per lo più politiche socialisteggianti all’insegna di un presunto bene comune, ritornando alle vecchie politiche degli stati di potere disattenti ai cittadini.
Quanto all’Ucraina la questione è che , nel tempo, la Nato si è comportata in un modo che ha spinto all’invasione russa. E che, lodando la volontà degli ucraini di difendersi, la sfruttano. Piuttosto, secondo me, la domanda giusta non è quella “cosa ne sarebbe di quel che resta del libero mercato se la Russia e la Cina avessero la meglio”. Nel senso che, essendo noi convinti fautori della libertà , in base all’esperienza, ben sappiamo che sarebbe una grande male. E neppure l’altra domanda “un liberale può evitare di sperare e di puntare a una sconfitta di Putin?”. Nel senso che , essendo noi convinti fautori della libertà , in base all’esperienza, cerchiamo sempre di sconfiggere le autocrazie (io preferisco non ridurre mai questioni del genere ad una singola persona). La domanda giusta, per me, e a questo punto urgente, è come dobbiamo comportarci in quesi tempi per far funzionare al massimo la nostra maggior risorsa (appunto la libertà di scambio) così da scongiurare gli scenari delle autocrazie prevalenti. Illudersi che sia meglio percorrere la strada dell’Occidente sicuro del suo prestigio superiore, è un errore gravissimo, che, dopo il sostanzialismi insuccesso delle sanzioni alla Russia, è divenuto un boomerang di cui purtroppo tardiamo a divenir consapevoli. Resistiamo per quanto ci è possibile e quindi riacquistiamo la coerenza della libertà.
Un caro saluto
Raffaello Morelli

da Danilo Taino a Raffaello Morelli, mercoledì 15 maggio 2023, ore 18,30

Caro Morelli, 
credo che lei abbia fondamentalmente ragione. In particolare, sulla necessità, per l’Occidente, di restare fermo sulla “fisiologia della libertà di scambio”. Invece, mi pare che Stati Uniti prima ma ora anche l’Europa stiano diventando assumendo “caratteristiche cinesi”: grandi piani di politica industriale, controlli e un’infinità di regole imposte ai mercati e adesso anche le tariffe americane sulle importazioni dalla Repubblica Popolare (su prodotti tra l’altro per nulla sensibili dal punto di vista della difesa).
Stanno l’Europa e l’Occidente usando in qualche modo il sacrificio degli ucraini? Forse per alcuni aspetti. Fondamentalmente, però, a me pare che si difendano da un’aggressione. Mi domando cosa ne sarebbe di quel che resta del libero mercato se la Russia e la Cina avessero la meglio.
Certo, come sempre quando si sentono rumori di guerra, lo Stato tende a diventare il cuore di tutto. 
La domanda che le faccio: oggi, un liberale può evitare di sperare e di puntare a una sconfitta di Putin? 
Nel frattempo, un caro saluto
Danilo Taino

da Raffaello Morelli a Danilo Taino, mercoledì 15 maggio 2023, ore 17,55

Caro Taino,

Come sempre leggo i Suoi articoli e li apprezzo per l’abitudine di stare ai fatti (abitudine rara tra molti Suoi colleghi) e di cercare di farne il dato distintivo del Suo credo occidentale. Tuttavia , proprio per questo, sono perplesso per quella che mi pare un’omissione nell’articolo di oggi.

Se la strategia cinese è dividere l’Europa e la Nato, al fondo nulla di nuovo; ma è opportuno non parlare di come l’Europa affronta la questione Nato (che nella sostanza non è cosa liscia)? Se Pechino intende usare Mosca per indebolire l’Occidente, al fondo nulla di nuovo; ma è opportuno non parlare di come l’Europa si è finora posta sulla questione Ucraina, in particolare su come l’Occidente la usa (un come che trovo semplicistico e inefficace)?

Sono due domande che non mi pare si possano eludere, visto che non si può pensare che abbiano una risposta ovvia. Perché la libertà vera non può essere una libertà imperiale delle truppe, dato che è libertà di scambio. E perché l’esigenza di battersi contro le autocrazie non può scordarsi mai che la vera forza dell’Occidente sta nella fisiologia della libertà di scambio. Tra l’altro è irrisolta la questione cardine: per quale motivo l’Occidente non si è battuto per far rispettare l’accordo di Minsk del 2016 che prevedeva l’autonomia di Donbass e Lugansk nella Costituzione ucraina?

Con i migliori saluti
Raffaello Morelli

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L’errore di battersi solo per i diritti individuali

Sostenere la Formazione delle libertà non significa evocarne il principio a parole, bensì praticarne le scelte ed i comportamenti per realizzarle nel governo del convivere.  Oltretutto, evocare solo nei principi le libertà può condurre all’esito pratico opposto.

Oggi  ne abbiamo esempi tipici. Il dilagare negli Stati Uniti delle forti proteste universitarie contro i bombardamenti di Israele su Gaza. Oppure in Europa l’analoga sollevazione della NATO e di una parte consistente dell’opinione pubblica contro l’agire russo in Ucraina. Ambo i casi hanno molteplici motivi, eppure il fulcro è sul concepire le libertà  quale principio emotivo e sul trascurare le condizioni necessarie per utilizzarle quale modello  istituzionale collaudato  e per farle funzionare domani. Il che contrasta con l’intima natura della libertà complessiva, alla base del suo esser prevalsa nei secoli nonché la garanzia di riprodursi nel futuro.

 Occorre rendersene conto ed agire subito per mutare questa inclinazione disattenta all’insieme delle libertà. Perché all’epoca dei vecchi Stati imperniati sul gestire il potere e basta, era quasi fisiologico affidarsi alla libertà emotiva (che, iniziando allora ad introdurre il voto dei cittadini, già di per sé rappresentava  un cambiamento chiave nel gestire le istituzioni). Ma ai nostri giorni, quando le istituzioni sono assai più complesse e sono imperniate sulle decisioni dei cittadini, è indispensabile capire che la libertà nel suo complesso  non deve limitarsi ad emozionare ma è legata strettamente ai meccanismi indispensabili perché ne usufruiscano i cittadini individui conviventi al momento.

Di tali meccanismi sono sì parte rilevante i diritti civili individuali. Ma nei due esempi citati questi diritti  sono trattati come se integrassero tutti i meccanismi delle libertà, costituendo essi soli l’intera libertà nel suo insieme. Non può essere così in una libera convivenza.  I diritti legali individuali sono gli stessi per ciascun individuo ma gli individui sono tutti diversi e miliardi. Dunque i diritti attengono ai rapporti nel convivere, non possono mai trasformarsi in qualcosa di impositivo. Quei rapporti richiedono che esistano condizioni generali scelte via via che focalizzano quali siano i diritti. Poi, attraverso il rispetto delle condizioni generali, si rende possibile che si manifestino i diritti individuali dei cittadini. Perciò, occuparsi solo dei diritti non integra la libertà di convivere. Salta all’occhio che non si possono trattare i diritti se prima non si organizza l’istituzione in termini di libertà.

E’ quello che non si fa nei campus universitari USA nonché nella sollevazione della NATO e della parte di opinione pubblica in Europa. Si prescinde dalla realtà. Troppi non considerano che la fonte del terrore in Medio Oriente si annida nel far contare il Corano più delle leggi civili, più dell’esistenza di Israele; si annida nel massacro di Hamas del 7 ottobre, addirittura nel lanciare un semestre dopo i razzi di Hamas con il fine di sbarrare il valico di ingresso a Gaza degli aiuti per i palestinesi ed incolpare della mancanza di aiuti gli attacchi israeliani. Troppi non rilevano che gli Stati arabi moderati vietano le manifestazioni pro palestina, pur non apprezzando il governo Natanyahu. Oppure troppi sono orgogliosi che Macron e Cameron accennino all’intervento nucleare e delle truppe contro l’autocrazia russa e dopo si scandalizzano perché Putin risponde con esercitazioni nucleari tattiche al confine.

In ambedue i casi, si dice di voler difendere i diritti individuali, però non si tiene conto della diversità delle culture e degli interessi. Di fatto si adotta il concetto di libertà imperiale invece di quello, coerente e vincente, di libertà di scambio. In sostanza, si vorrebbero imporre i diritti individuali, negando diversità,  libertà di scambio e funzione del conflitto secondo le regole. Un conflitto che è essenziale quando si focalizza sulla validità dei progetti e delle idee, senza  prescinderne neppure nel ricercare il consenso.

Simili incoerenze hanno svariata origine, però hanno motivi catalizzatori. Senza dubbio c’è l’eco del sinistrismo ideologico antioccidentale, sommato al libertarismo allergico allo Stato fautore della responsabilità dei suoi cittadini nelle norme e non incline al farli sognare. Una miscela ideale per agevolare l’egoismo di un certo giovanilismo, attratto dall’ossequio alle mode correnti piuttosto che dallo sforzo di conoscere il mondo, circoscrivendo i sogni. Soprattutto, tuttavia, è decisivo l’attivismo di chi, disponendo di enormi mezzi finanziari, può condurre con facilità le proprie battaglie, di convinzione o di interessi, e non si applica ad irrobustire la libertà istituzionale.

Simili soggetti possono fare forti danni anche senza volerlo. Esemplare è il caso della Fondazione Open Society, che, con la rete di sue fondazioni, è attiva negli USA, in Europa, in Medio Oriente (e negli altri continenti) a sostegno senza tregua del solo principio dei diritti individuali.

Negli USA è una grande finanziatrice della protesta nelle università. In Europa, in specie in Ucraina tramite la International Renaissance Foundation (IRF), Open Society  sostiene di essere da un trentennio in prima linea. Per farlo, specie  nell’ultimo decennio, ha fornito aiuti per oltre 230 milioni di dollari,  in particolare dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. I risultati sono però assai deludenti. Con l’impegno esclusivo sui diritti senza quello complessivo sulla libertà, l’IRF non ha evitato che l’Ucraina sia oggi un paese di corruzione endemica ed ha chiusi gli occhi sulle manovre decennali della NATO  per impedire il rispetto degli accordi 2016 di Minsk (l’autonomia di Donbass e del Lugansk da inserire nella Costituzione ucraina) da cui l’invasione dell’autocrazia. Sempre nella logica di portare il tema di far crescere la libertà dal livello istituzionale a quello dei diritti individuali, Open Society  è impegnata a finanziare gruppi di opposizione a Natanyahu e quelli pro-palestinesi, in pratica impegni mostratisi  inutili per arrivare ai due stati e per  far accettare dell’esistenza di Israele.

Nella sostanza in Occidente serpeggia un male.  Il contrasto pericoloso tra il sistema di convivenza che vi è maturato  – la libertà quale meccanismo istituzionale mosso dall’iniziativa dei singoli e dal conseguente cambiamento continuo –  e la convinzione crescente a livello psicologico che la primazia occidentale sugli altri avrebbe un destino di certezza immutabile. Purtroppo, senza evolversi, la libertà complessiva si contraddice, non respira e può lasciar spazio perfino alle autocrazie. Esse continuano a rifiutare di adottare la libertà dei cittadini individui, ma, al suo posto, possono scegliere la strada di una diversificazione economico sociale che, pur dando risultati di gran lunga inferiori, è in grado di soddisfare le esigenze limitate di una società collettivizzata e non libera. Un esempio è la diversificazione in Cina. Decisa a tavolino da gruppi dirigenti  scelti nel segno dell’obbedire conformista al partito unico, eppure capace di mantenere in scacco un Occidente arretrato nell’evolversi, poiché scorda che la  libertà  si basa sulla diversità ed è solo provvisoria.  

In Europa specialmente, il male dell’Occidente assume in altro ambito anche un’altra forma particolare. La pretesa, assai insidiosa nella sua quotidianità, di imporre le etichette su svariati cibi commerciali e con esse uno stile di vita alimentare uguale per ogni cittadino.  Ancora un modo che la ricerca scientifica indipendente dai finanziamenti dei grandi gruppi della distribuzione, ha già provato essere  un attentato alla salute del consumatore nella sua diversità e all’esperienza della dieta mediterranea maturata nei secoli  quale vertice alimentare. Cioè un attentato al sistema libero.

Insomma, l’idea di ridurre gli aspetti molteplici delle libertà ad uno solo, di cercare di rendere la libertà complessiva indipendente dalle condizioni che la costruiscono, è un’idea che non sta in piedi. Non è capace di arrivare a modellare le istituzioni sulla libertà e dunque a rendere i cittadini più liberi. In questa primavera del 2024, pare che la Fondazione Open Society inizi a ritirarsi dall’Europa perché  ritiene di non essere gradita. Ma non è certo abbastanza. Per guarire dal suo male, l’Occidente deve rendersi conto che la libertà non è coltivata da campagne finanziarie in suo  nome, bensì dall’aggiustarla ogni giorno con l’esperienza di ciascun diverso convivente .

Agire solo sui diritti individuali trascurando le condizioni istituzionali della libertà, rammenta da vicino le parole di Hannah Arendt riguardo le condizioni per la pubblica informazione: ”senza un’informazione basata sui fatti e non manipolata, la libertà diventa una beffa”.

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Cronologia del liberalismo, Cap. 4.2 b 2a fino a 2g

Decima parte della CRONOLOGIA ESSENZIALE DEL LIBERALISMO

4.2 b .2  Fino all’avvento del Partito Nazionale Fascista . 4.2 b .2 a – Il Governo  Giolitti IV e la conquista in nord Africa – La crisi del Governo Luzzatti venne quindi causata  da fibrillazioni parlamentari collaterali alla riforma elettorale (e probabilmente ancora dai passi di Giolitti per tornare al Governo). Peraltro nel paese circolavano già da alcuni mesi tensioni innescate dai modernisti  e dai nazionalisti . Ambedue questi gruppi, pur ben distinti tra di loro, diffondevano una concezione politica basata sull’esaltazione. Dei modernisti ho già scritto sopra. Avevano un’influenza extra letteraria con il manifestare un’idea della realtà romanzata (l’iniziativa politica avrebbe dovuto corrispondere al militarismo interprete della guerra, che sarebbe l’igiene del mondo). Dei nazionalisti va detto che, dopo qualche anno di  attività, alla fine del 1910 si era tenuto il  primo congresso dell’Associazione Nazionalista Italiana, ed era stata avviata una campagna appoggiata  dal mondo cattolico, per la  conquista di una colonia nel Nord Africa, nel nome dei gloriosi destini dell’Italia.

Il quarto Governo Giolitti venne votato in pochi giorni e  sin da subito riaffermò in Aula l’esigenza  “dell’ampliamento del suffragio per una più diretta partecipazione nella vita politica del Paese”  (attivando il lavoro che un anno dopo sfocerà nella nuova legge elettorale) ed anche di provvedimenti, quali  l’assicurazione sulla vita in mano allo Stato per finanziare le pensioni operaie, con l’obiettivo di arginare le pressioni socialiste. Il Governo, composto da liberali e da alcuni radicali, non venne votato dalla Destra.

Nelle stesse settimane ci furono le celebrazioni del cinquantenario del Regno, in Parlamento e in varie città, con importanti esposizioni, monumenti e pubblicazioni. Il clima assai euforico di esaltazione Risorgimentale, alimentava non poco le speranze di un Regno sempre più forte tra le Nazioni e fornito di una analoga  forza espansiva indirizzata verso l’Africa meno sviluppata, alla ricerca delle risorse di cui l’Italia mancava.  IL clima euforico  faceva breccia nei giornali ritrosi al colonialismo (quale il Corriere della Sera) e anche nel mondo sindacale e socialista , appoggiando l’idea di mettere le mani sulle regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica. In pratica il solo dissenso era espresso da Salvemini che in quello stesso periodo  definì quelle zone uno scatolone di sabbia. E scrisse che la campagna militare serviva alla leggerezza delle classi dirigenti italiane per  negare i problemi interni e trovare  diversivi di avventure militari, funzionali ad  interessi parassitari che sarebbero distrutti da riforme interne. In più Tripolitania e Cirenaica erano parte dell’impero Ottomano turco e gli ambienti cattolici secolari (del tutto al contrario del Vaticano)  spingevano per la guerra agli infedeli non tenendo conto dei fallimenti di Adua, ma considerando che in quelle regioni del Nord Africa gli italiani erano già presenti con varie attività.  Nel complesso, nei primi due mesi estivi,  era in. atto una chiara   manipolazione dell’opinione pubblica.

A fine luglio, il Parlamento andò in ferie  senza aver affrontato l’argomento. Nelle precedenti quattro settimane, peraltro, il Ministro degli Esteri Antonino  Paternò  di San Giuliano – un liberale senza corrente da anni in solidi rapporti con Giolitti –pensava che le forti tensioni in corso sul Marocco tra Francia e Germania, erano un’occasione che l’Italia non avrebbe dovuto perdere (tra l’altro al fine di proteggere le zolfiere della Sicilia dalla possibile concorrenza dello zolfo nord africano nel caso fosse caduto in mano di una potenza europea). Iniziò fare pressioni scritte e di persona sul Re e sul Presidente del Consiglio perché preparassero un intervento militare, avendo l’appoggio di Sonnino, della stampa più importante ed sfruttando pure i rapporti molto tesi con la Turchia che da mesi per varie ragioni, ,  minacciava duri interventi contro le attività italiane in Tripolitania e Cirenaica. A differenza del Re, Giolitti era titubante, sia  in chiave internazionale (pericolo di cadere nel vortice delle tensioni franco tedesche) sia interne (la forte opposizione socialista a fatti militari).

A settembre peggiorarono molto le relazioni con la Turchia e a fine mese, dopo serrati scambi diplomatici, il Re , ai sensi dell’art.5 dello Statuto Albertino, dichiarò guerra alla Turchia a causa dei ripetuti incidenti in nord Africa. Nei giorni successivi l’Italia sbarcò un corpo militare di 40.000 soldati e avviò l’occupazione sul terreno , allertando anche la flotta in tutta l’area meridionale mediterranea. L’azione militare, nonostante le rassicurazioni italiane, non venne apprezzata nel consesso delle potenze europee, neppure da quelle alleate. Peraltro, sul campo le operazioni, anche se contrastate più del previsto – per la convergente resistenza dei turchi e delle tribù africane –  ebbero successo e ai primi di novembre Tripolitania e Cirenaica vennero annesse al Regno italiano. Gli scontri tuttavia continuavano a serpeggiare, visto che la Turchia riforniva stabilmente le armi.

In Italia l’operazione militare nel nord Africa contro l’impero Ottomano era largamente approvata, anche se era stata decisa  e veniva gestita ai piani alti dello Stato, in particolare negli ambienti della Corona (visto che il Parlamento era chiuso da fine luglio e riaprì nell’ultima settimana di febbraio del 1912). Osservando gli avvenimenti con l’esperienza del dopo, va detto che l’acquiescenza di Giolitti nell’accettare le modalità di avvio della campagna militare faceva emergere un limite nella sua impostazione politica (a ben vedere già manifestato all’epoca dello scandalo Banca Romana). La sua grande abilità nel solcare le acque dei rapporti in Parlamento e in generale del confronto politico, si paralizzava quando le minacce al suo disegno liberale venivano da poteri ed entità estranee al confronto politico. Tali minacce partivano dall’esaltare il bene comune (fissato da loro stesse e dunque sempre presunto) senza approfondire le circostanze prima di affrontare il merito delle questioni.  E Giolitti non sapeva come reagire, salvo il rispettare il volere della Corona quale punto fermo del Regno.

Alla ripesa dei lavori, le prime sedute parlamentari furono dedicate alla campagna nordafricana e tutti votarono quest’ordine del giorno: “La Camera, con animo riconoscente ed orgoglioso, manda un saluto ed un plauso all’Esercito e alla Marina che, segnalandosi nel mondo, mantengono alto l’onore d’Italia“. Insieme fu votata in pochi giorni la legge di annessine della Tripolitania e della Cirenaica, annotando che era un interesse vitale per l’equilibrio delle influenze politiche nel Mediterraneo, cui l’Impero Ottomano confliggeva di continuo.  Giolitti  chiarì che la legge era stata fatta “per determinare qual’è la meta cui il paese a qualunque costo vuol giungere, in modo che amici alleati, avversari sappiano quale è il punto oltre il quale l’Italia non potrà andare nelle sue concessioni” . Alla Camera la legge ottenne 431 voti a favore e 38 contrari (la. maggior parte del PSI  eccetto 13), al Senato ottenne l’unanimità , nelle strade di Roma e in specie al Quirinale, vi furono enormi manifestazioni di giubilo.  Dopo di allora, nonostante che nel nord Africa  ed anche nel Mediterraneo meridionale proseguissero con successo le operazioni militari contro l’Impero Ottomano,  questo tema divenne secondario a livello politico, per poi concludersi a metà ottobre con la pace con la Turchia , che riconobbe la posizione dell’Italia su quei fronti di contenzioso (in ogni caso in Tripolitania e Cirenaica la guerriglia con le tribù locali proseguì per quasi un ventennio).

4.2 b 2 b Il suffragio universale maschileDa marzo 1912 e in vista delle politiche del 1913, il confronto politico si concentrò sulla questione della riforma elettorale in discussione finale già dalla primavera precedente. E verso metà giugno nacque la nuova legge elettorale che estese il voto ai cittadini maschi (né la maggioranza liberale né l’opposizione socialista accettavano il suffragio femminile, anche perché ritenuto troppo favorevole ai cattolici). Il diritto di voto era esteso ai maschi sopra ai 30 anni, senza alcun requisito di censo né di istruzione, mentre i maggiorenni fino ai 30 anni con alcune condizioni di censo (un’imposta annua di almeno 19,8 lire  o un fitto annuo o un’imposta ad un Comune)  o di prestazione del servizio militare o di titoli di studio (superato un corso elementare obbligatorio). Il corpo elettorale crebbe d’un colpo da 3,3 a 8,45 milioni, quasi un quarto degli abitanti. La legge sul suffragio universale fu un esempio di effettiva capacità riformatrice, che agisce dopo aver fatto maturare la consapevolezza della questione. Ed è appunto questo criterio che turba la cultura cattolica (del resto ancora oggi). Secondo questa cultura il suffragio universale non andava bene poiché non corrispondeva a riconoscere un diritto civile del cittadino bensì lo faceva dipendere dal  criterio dell’esperienza, legata all’età o al servizio militare. Fin da allora fu chiaro che la cultura cattolica aveva un singolare duplice comportamento. A livello religioso riduceva la partecipazione dei fedeli all’ubbidienza alle decisioni della gerarchia, mentre a livello civile  adottava il dover essere di principio senza tener conto del fatto che i diritti derivano da una maturazione nella quotidianità, che non è mai immediata.  Di fatto, dalla critica della cultura cattolica sulla nuova legge elettorale  trapelava la suggestione impositiva, connaturata ai valori religiosi.

Questo cambiamento realizzava una aspirazione dello stesso Cavour. Tuttavia, estendere il voto aveva implicazioni profonde, che tra i liberali pochi avvertirono. Che non erano gli ampliati interessi in contrasto, cosa fisiologica per i liberali. L’estensione avrebbe variato la percezione di idee e programmi politici. Man mano che il suffragio si allarga, diminuisce la percentuale dei cittadini con un elevato grado di attenzione al governo della cosa pubblica e ai suoi meccanismi concreti. Di conseguenza, riuscire a far conoscere davvero il proprio progetto assume man mano più importanza e le modalità con cui farlo conoscere tendono sia a divenire più “elementari” sia a dover essere più capillari. In altre parole, si erano poste le premesse perché fosse indispensabile, oltre ad avere idee politiche, anche organizzarle sul piano elettorale della cittadinanza.

La logica intrinseca al suffragio esteso non venne colta subito dai liberali ma il suo meccanismo contribuì a dissolvere la capacità politica di pesare del loro movimento. Vennero avvantaggiate da un lato le organizzazioni a carattere socialista (nello stesso periodo guidate dalla parte più rivoluzionaria), dall’altro lato, e soprattutto, le organizzazioni cattoliche,  peraltro rimaste sempre attive sul territorio.

4.2 b 2. c L’artificio cattolico del Patto Gentiloni – Il fulcro fu l’Unione Elettorale Cattolica Italiana (UECI), nata nel 1907 per affiancare l’Azione Cattolica sorta l’anno precedente  come  associazione laica per la propaganda  religiosa. L’UECI non era un partito bensì un braccio operativo impostato sull’enciclica Fermo Proposito (1905) che escludeva la separazione tra movimento cattolico e azione politica dei cattolici rispettosi degli indirizzi spirituali.

Il conte Vincenzo Gentiloni, nominato dal Papa presidente dell’UECI nell’estate di tre anni prima, ne irrobustì le strutture in senso capillare. E quando  fu varata la riforma elettorale, Gentiloni, in vista delle elezioni politiche dell’anno successivo, pensò di giovarsene secondo l’insegnamento della gerarchia. Così, senza arrivare ad un partito (non pochi dicono su incarico del Papa) , definì le condizioni che consentissero agli elettori cattolici di votare un candidato alla Camera. I sette punti erano libertà di associazione, libertà di coscienza, difesa dell’insegnamento privato e della istruzione religiosa, opposizione al divorzio, parità delle organizzazioni economico-sociali, principi di giustizia nei rapporti sociali, far accrescere l’influenza dell’Italia nello sviluppare la civiltà internazionale. Nonostante che con l’enciclica Vehementer Nos (1906) il Papa  avesse ribadito la posizione tradizionale (“che lo Stato debba essere separato dalla Chiesa, è una tesi assolutamente falsa, un errore molto pernicioso…”),  i sette punti non mettevano in discussione né la Legge delle Guarentige né questioni scottanti (salvo il divorzio, che però non era maggioritario, tanto che, si è visto, il relativo progetto liberale, Zanardelli-Cocco Ortu, non era arrivato in porto).

Nella forma questi punti rientravano nella logica della separazione; oltretutto i parlamentari eletti avrebbero dovuto giurare fedeltà a quel Re che, per gli oltranzisti, restava il carceriere del Papa. Insomma non erano interpretabili come una politica concordata con la gerarchia. Quindi non c’era diretta contraddizione nel fatto che diversi candidati liberali si proponessero di seguire quei sette punti, anche perché si trattava di una libera scelta dei singoli candidati in chiave separatista. Semmai il pericolo era l’altro enunciato da Giolitti, “chi si obbliga ad una determinata politica non può essere considerato liberale”. In altre parole, il pericolo era che, seguendo tale strada, il voto finisse per dipendere da un contratto con gli elettori. Concetto che un liberale aborre (Giolitti vedeva lontano). Per un liberale il mandato implica il dovere di rispondere delle scelte parlamentari, che debbono essere fisiologicamente trasparenti e soggette a giudizio dell’elettorato, ma non emanazione pedissequa di un obbligo assunto per farsi votare (è uno spartiacque tra il parlamentarismo ed altre forme di rappresentanza).

I liberali sottovalutarono che l’UECI, pur intaccando l’applicazione formale del non expedit, non rinunciava in niente ai suoi presupposti politici di difesa della Chiesa. E di fatti presentava i sette punti come un baluardo cristiano e li chiamava Patto Gentiloni. Tale denominazione faceva pensare ad un accordo bilaterale sul pratico riconoscimento dell’impossibilità di prescindere dalle tesi religiose per gestire la cosa pubblica: stava proprio in questo il letale veleno antiseparatista. Ora, in verità il cosiddetto Patto Gentiloni non è mai stato quel riconoscimento e neanche un patto nel senso proprio del termine. È stato solo un abile accorgimento diplomatico unilaterale del mondo cattolico. Non c’è stato alcun patto firmato. Al candidato – sempre pronto a soddisfare l’elettore – è stato offerto di dichiararsi disponibile a programmi coerenti con il suo modo di pensare e non esclusivi dei cattolici. Poi si disse che ciò significava perseguire obiettivi conformi alla dottrina cattolica e in tal modo si giustificava la partecipazione dei cattolici alla vita politica.

4.2 b .2 d Le elezioni del 1913 e il governo Salandra I -Tuttavia l’ambiguità culturale era profonda. Trascorsi i mesi di ordinario svolgimento delle battaglie politiche (inclusi alcuni scioperi locali, dei marmisti, degli operai dell’auto a Milano e a Torino,  dei metallurgici in varie città), il Patto Gentiloni manifestò la sua forza alle elezioni dell’ottobre 1913 (votanti il 61%). L’area liberale passò da 306 a 260 eletti, conservando di poco la maggioranza assoluta, ma moltissimi eletti avevano accettato i sette punti e così era stato stabilito un rapporto cardine con i veri e propri rappresentanti dei cattolici che erano cresciuti fino a 34. Inoltre, con l’allargamento elettorale, erano aumentati di un pò i vari deputati socialisti e radicali.

Il cosiddetto Patto Gentiloni poteva essere utilizzato dai fautori del principio di separazione perché nella forma non lo contrastava, ma dal punto di vista cattolico serviva all’obiettivo opposto. Serviva a combattere l’anticlericalismo socialista e al tempo stesso il separatismo liberale. I liberali sottovalutarono tale ambiguità. L’averla sottovalutata attivò un meccanismo che cambiò il quadro e nel tempo si rivelerà esiziale per il movimento liberale. Presero spazio coloro che esibivano la  rappresentanza dei valori religiosi per ottenere i suffragi (questo corrodeva il separatismo) e che poi tendevano ad agire in proprio. Tutto ciò era la conseguenza dei sette punti voluta e apertamente dichiarata da Gentiloni: “è inutile dissertare sulla sovranità popolare che i cattolici non potrebbero mai ammettere nel senso proclamato dal liberalismo politico, perché ogni autorità è promossa da Dio e non dal popolo; cioè la sovranità non risiede essenzialmente ed inalienabilmente nel popolo”.

Dopo le elezioni, nei primi mesi della legislatura  il nuovo quadro politico non dette rilevanti problemi al Governo, eppure  Giolitti percepiva che, dopo tre anni, anche per il ripetersi di agitazioni di piazza, serpeggiava  un certo logoramento.  E  così, essendosi i radicali ritirati dal Ministero a seguito della contrarietà  ad alcune spese di guerra, Giolitti riprese il suo consolidato sistema e rassegnò le dimissioni, contestualmente consigliando al Re di nominare Presidente del Consiglio il conservatore  Salandra e poi aiutandolo nella composizione del Ministero, che comprese i liberali di varie anime e l’UECI cattolica (21 marzo 1914). Da allora si verificarono in alcune città scioperi dei lavoratori, serrate degli armatori navali  e poi, suscitate da forti tensioni a Trieste tra slavi ed italiani,  manifestazioni studentesche di appoggio nazionale.  Poi a giugno, sulle coste adriatiche, dalle Marche alla Romagna,  scoppiarono movimenti di protesta molto accesi (vi furono morti), contro i quali vennero impiegati anche marinai sbarcati appositamente e a favore dei quali il PSI e la Confederazione Generale del Lavoro indissero uno sciopero nazionale che in sostanza non riuscì. A luglio la situazione pareva tornata alla normalità, sia sul versante della sinistra sia su quello della destra nazionalista.

4.2 b .2 e – La prima guerra mondiale e il neutralismo – Tuttavia, nei primi giorni del mese, si diffuse la drammatica notizia che il 28 giugno, in Bosnia a Sarajevo, uno studente serbo , nonostante gli avvisi dei servizi segreti, aveva ucciso   l’Arciduca Francesco (insieme alla moglie) erede dell’Impero Austriaco. Drammatica al di là dell’immaginabile. L’Austria ritenne complice il governo serbo e volle cogliere l’occasione per tarparne le velleità espansive irrobustite dopo il successo nella guerra balcanica negli anni recenti. L’Austria godeva dell’appoggio della Germania, che aveva orami acquisito un rilevante peso economico e che non riteneva solida l’ Intesa del 1907 tra Francia, Russia ed Inghilterra.  Anzi, pensava che la permanente questione irlandese avrebbe tenuto l’Inghilterra fuori  dalla disputa con la Serbia. Così l’Austria intimò a Belgrado di sconfessare i maneggi irredentisti e di consentire alla stessa Austria un’indagine diretta in Serbia per reprimere i sediziosi. La risposta serba non soddisfò gli austriaci e, nonostante i tentativi   inglesi e russi di calmare tedeschi ed austriaci che non ebbero esito, a fine luglio scoppiò la guerra tra Austria e Germania da una parte e Francia, Russia ed Inghilterra dall’altra.

Dell’ultimatum alla Serbia, il governo austriaco non aveva informato in anticipo l’Italia, violando così le norme della Triplice Alleanza tra Austria, Germania ed Italia. Il che comportava – è scritto nella comunicazione del 25 luglio all’ambasciatore tedesco a Roma in un colloquio con Salandra e San Giuliano – che “ilmodo di procedere dell’Austria, e per il carattere difensivo e conservatore della Triplice Alleanza, l’Italia non ha obbligo di venire in aiuto dell’Austria in caso che, per effetto di questo suo passo, essa si trovi poi in guerra con la Russia, poiché qualsiasi guerra europea è in questo caso, conseguenza di un atto di provocazione e di aggressione dell’Austria”.  Insomma una presa di posizione che prendeva spunto dal Trattato della Triplice Alleanza per attuare la linea giolittiana dello star fuori dalle tensioni belliche su ampia scala, consapevole anche  dell’impreparazione economica e militare. E che dopo due settimane portò a dichiarare la neutralità dell’Italia (atto su cui il paese si divise, tra gli interventisti – i nazionalisti, i radicali, l’ l’UECI , i futuristi –  e i neutralisti – i giolittiani, tutti i socialisti e il nuovo Papa Benedetto XV – oltre i non pochi agnostici).

Nelle settimane successive, la diplomazia della Triplice e quella dell’Intesa cominciarono a premere ognuna perché l’Italia abbandonasse la neutralità e si schierasse al rispettivo fianco. Improvvisamente a metà ottobre morì (poco più che sessantenne) il Ministro degli Esteri San Giuliano , saldo  neutralista, il quale aveva deciso (senza averne poi il tempo attuativo) fosse interesse italiano bloccare l’anarchia sorta in Albania sotto le pressioni contrapposte dei Serbi e dei Greci. In più a fine ottobre la Turchia entrò in guerra dalla parte della Triplice. Ciò implicava, per l’Italia, aumentare i fondi  per  rafforzare l’esercito  (oltre 500 milioni) e questo indusse il ministro del Tesoro Rubini, neutralista, a dimettersi. Siccome nelle ultime settimane c’erano già stati avvicendamenti nella compagine ministeriale e del resto stava montando l’onda interventista, Salandra ritenne necessario un riassetto generale del Ministero, rassegnò le dimissioni. Riavuto immediatamente l’incarico il 2 novembre, Salandra fece alcune modifiche nella direzione di un minor rigido neutralismo , cominciando dal fare Ministro degli Esteri Sidney Sonnino, da anni il liberale meno giolittiano (anche se durante il suo secondo governo aveva nominato Senatore del Regno Benedetto Croce, che apprezzava molto Giolitti). La maggioranza parlamentare restò la stessa.

In Aula Salandra espresse in modo aperto le sue preoccupazioni  sulla. neutralità. Lo studio più scrupoloso della lettera e dello spirito degli accordi esistenti c’indussero nel sicuro e leale convincimento che non avevamo obbligo di prendervi parte. Tuttavia la neutralità, liberamente proclamata e lealmente osservata, non basta a garantirci dalle conseguenze dell’immane sconvolgimento, che si fa più ampio ogni giorno e il cui termine non è dato ad alcuno di prevedere….. non impotente, ma poderosamente armata e pronta ad ogni evento, doveva e dovrà essere la neutralità nostra”.  Una posizione confermata nella mozione finale. La Camera, riconoscendo che la neutralità dell’Italia fu proclamata con pieno diritto e ponderato giudizio, confida che il Governo, conscio delle sue gravi responsabilità, saprà spiegare, nei modi e coni mezzi più adatti, un’azione conforme ai supremi interessi nazionali“.

4.2 b 2 f  Verso il cambio dell’alleanza militare dell’ItaliaDurante il mese di novembre e poi a dicembre e a gennaio, proseguirono serrati i contatti con la Germania e con l’Austria. L’obiettivo italiano era di ottenere il rispetto del Trattato istitutivo della Triplice Alleanza, e cioè il compenso territoriale per la modifica degli equilibri balcanici causata dall’occupazione austriaca della Serbia. E il compenso sarebbe dovuto essere di territori fino ad allora appartenuti all’Austria. Tuttavia, mentre i tedeschi si mantenevano dialoganti, gli austriaci rilanciavano tirando in ballo l’ulteriore modifica degli equilibri balcanici determinata dall’occupazione italiana del Dodecaneso e della città albanese di Valona, intervenute nel tardo autunno.   

Nelle medesime settimane proseguiva il rapido espandersi anche organizzativo dell’associazione Fasci Interventisti. Ne  era membro di spicco Benito Mussolini, ex direttore dell’Avanti uscito ad inizio autunno dal PSI, fondatore e direttore del Popolo d’Italia con il quale svolgeva un’intensa campagna di sostegno alla tesi “guerra, all’Austria e alla Germania”. Di fatti, a fine gennaio l’assemblea nazionale interventista votò la richiesta al Governo “dell’immediata, pubblica e solenne denuncia del Trattato della Triplice come inizio dell’azione autonoma dell’Italia nel conflitto internazionale”.  Quanto ai cattolici impegnati in politica, dichiaravano che la loro neutralità non andava confusa con quella del Papa, poiché loro, nell’ambito della legge cristiana della civiltà, accettavano la dolorosa necessità della guerra. Da parte sua Giolitti, scrisse “considero la guerra non come una fortuna, ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando sia necessario per i grandi interessi del Paese .

In una simile atmosfera, i movimenti interventisti divenivano sempre più attivi ed esigenti, attraendo gruppi diversi, anche contrari alle manifestazioni di piazza. Il Governo, nel tentativo di abbassare il livello delle tensioni, vietò i pubblici comizi ma ottenne il solo risultato di forti critiche anche da parte socialista. I primi di marzo il Presidente del Consiglio incontrò Giolitti per  fare il punto e per sondarlo sulla possibilità che accettasse di subentrare nella carica. Giolitti declinò tale possibilità poiché giudicava un ministero tendenzialmente interventista più adatto a farsi riconoscere dall’Austria alcune legittime compensazioni rispetto ad un ministero neutralista filotedesco (come sarebbe stato un Giolitti V). Giolitti confermò perciò il sostegno al Salandra 2 , dopodiché ripetè il suo modo abituale di comportarsi. Lasciò Roma per far ritorno nei suoi possedimenti piemontesi, in attesa.

Nelle quattro cinque settimane seguenti, accelerò la presa degli slogans dei Fasci Interventisti (anche con nuovi scontri in piazza). I quali trovavano una sorta di corrispondenza nel frenetico assestamento interno alle organizzazioni militari e che, in più, sventolavano crescentemente la bandiera del Risorgimento da completare, anche con l’appoggio della massoneria. Contestualmente proseguivano a livello riservato i continui contatti diplomatici tra Italia ed Austria (ma pure con la Germania)  nel tentativo di trovare una soluzione alle richieste italiane fondate sull’art.7 della Triplice Alleanza. Peraltro era una trattativa assai impantanata che non lasciava intravedere sbocchi positivi, nonostante le insistenze della Germania perché l’Austria si ammorbidisse sulle richieste italiane.

4.2 b 2 g Il Patto di Londra e l’entrata in guerra – Peraltro, osservando le cose retrospettivamente, qui è indispensabile inserire la citazione di una serie di eventi di  cui all’epoca, salvo le singole persone coinvolte, nessuno sapeva niente e che, anche a livello parlamentare, diverranno noti solo anni dopo, alla fine della guerra.  Va messo in evidenza che i primi di marzo il Ministro degli Esteri aveva incaricato l’ambasciatore a Londra di comunicare per scritto al Governo inglese che l’Italia era disposta a schierarsi con la Triplice Intesa entro il 25 maggio, in base a precise  condizioni. Nessuna pace od armistizio separati di Francia, Inghilterra, Russia e Italia; la Russia avrebbe dovuto continuare la guerra contro l’Austria-Ungheria; consegna all’Italia del Trentino di Trieste e dell’Istria, di gran parte della Dalmazia con tutte le isole a nord e ad est, l’isola di Saseno, il Dodecaneso; inoltre compensi in Africa all’Italia nelle colonie tedesche conquistate dall’Intesa, compensi in Turchia se l’impero ottomano fosse stato diviso, diritto dell’Italia di occupare Adalia e il territorio intorno se fosse stata occupata l’Asia Minore; la Santa Sede sarebbe stata esclusa dai negoziati di pace. Tali condizioni, dopo una trattativa durata poco più di un mese con i paesi dell’Intesa, vennero per larga parte accolte e alla fine il 26 aprile 1915 gli ambasciatori in Inghilterra dei quattro paesi  firmarono il  Patto di Londra, unitamente ad alcune dichiarazioni connesse, fissandone anche la relativa segretezza fino ad una successiva sottoscrizione da parte dei quattro Stati.

Tornando agli avvenimenti allora pubblici, va detto che nel frattempo le trattative tra l’Austria, la Germania e l’Italia si erano sempre più arenate per l’evidente atteggiamento dilatorio degli austriaci ostili a concludere. Finché il 3 maggio Sonnino fece consegnare dall’Ambasciatore a Vienna una comunicazione che si concludeva così Perciò l’Italia, fidando nel suo buon diritto, afferma e proclama di riprendere da questo momento la sua intera libertà d’azione e dichiara annullato e ormai senza effetto il suo trattato d’alleanza con l’Austria- Ungheria”.  La notizia della comunicazione dette nuovo impulso agli interventisti, impegnati in quelle ore a Quarto nelle celebrazioni garibaldine per l’inaugurazione del monumento ai Mille. Una manifestazione assai ampia cui intervenne D’Annunzio (rientrato  apposta dopo cinque anni dall’esilio autoimpostosi in Francia per sfuggire ai debiti fiscali), che pronunziò un lungo discorso infiammato in cui elencò i segni della grande vigilia del ritorno ai grandi eroi della patria in armi.  

Finalmente il 7 maggio il Consiglio dei Ministri veniva informato che l’Italia si era impegnata ad entrare in guerra a fianco dell’Intesa entro il 25 maggio. Il Consiglio, dopo un lungo dibattito, approvò e s’impegnò  alle dimissioni se la Camera lo avesse bocciato.  Il giorno successivo, il Re fece sapere che avrebbe abdicato in caso di un voto contrario alla Camera. Nella stampa  si erano formati schieramenti netti. Sostenevano gli interventisti il Corriere della Sera, il Secolo, il Popolo d’Italia di Mussolini, l’Idea Nazionale del vice presidente Fiat, il Mezzogiorno, la riformista Azione socialista, l’Idea democratica, l’Asino anticlericale; sostenevano la linea .ministeriale e di attesa il Giornale d’Italia e la Nuova Antologia; erano giolittiani soprattutto La Tribuna e La Stampa; neutralisti, il Popolo Romano, l’Avanti !, l’Osservatore romano, l’Unità Cattolica, il Mulo, il Bastone. Nelle grandi città iniziarono contrapposte manifestazioni di irredentisti e di pacifisti.

Giolitti, che ignorava l’esistenza del Patto di Londra e dava un giudizio negativo sull’abbandono della Triplice Alleanza, tornò a Roma  fatto oggetto di contestazioni durante il viaggio. Il giorno 9 fu convocato da Re, al quale argomentò la contrarietà alla guerra, specificando che dello stesso avviso era la maggior parte degli italiani e di sicuro la Camera. A richiesta confermò che Salandra sarebbe dovuto restare al suo posto finché avesse avuto la fiducia del Parlamento. Nel pomeriggio Giolitti fu invitato a recarsi a casa Salandra ove venne informato delle ultime offerte austriache. Risulta da un articolo dell’epoca sul Giornale d’Italia  che il colloquio fu approfondito ma non fece mutare le rispettive opinioni. Giolitti riconobbe la portata degli argomenti di Salandra ma restò dichiaratamente nella sua opinione, perché al disopra di ogni argomentazione di Salandra, “ha sempre creduto, e crede, che la guerra sia un grave pericolo date le condizioni del Paese e possa trasformarsi in un danno anche riuscendo vittoriosa“.

Nei tre giorni seguenti, i plenipotenziari austriaci e tedeschi presentarono al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri ulteriori proposte più attente alle richieste dell’Italia. Tuttavia erano proposte tardive e neppure di immediata applicazione, per cui il Consiglio dei Ministri le respinse definitivamente e al contempo confermò la sua scelta avversa alla neutralità. Questa linea aveva il supporto accanito della galassia interventista. A Milano si manifestava contro la sede del Corriere della Sera, con le arringhe di Mussolini, direttore del Popolo d’Italia, all’insegna dello slogan “Viva la guerra liberatrice”. A Roma l’assemblea cittadina di tutti gli interventisti riunita nella sede dei Socialisti Riformisti votò una mozione in cui “si dichiara Giovanni Giolitti complice dello straniero e nemico della Patria” e si evoca “la passione dei padri con la nuova guerra liberatrice e redentrice dei figli“.  A questa mozione Giolitti reagì con una lettera al direttore della Tribuna, Olindo Malagodi, in cui  rilevava che ”neppure, di mia iniziativa, ma chiamato,  ho espresso un’opinione conforme alle mie convinzioni e coerente con le opinioni già manifestate e in un discorso parlamentare e nella pubblica stampa. È inesplicabile come partiti che professano principi di ampia libertà abbiamo così poco rispetto per le opinioni altrui”.

Giolitti esprimeva concetti chiarissimi e realistici ma si riferiva ad interlocutori indisponibili al riflettere in modo critico, che è invece  la base solida del convivere. La riprova venne prestissimo.  Per  manifestare la loro solidarietà di fronte agli attacchi, più di 300 deputati consegnarono in poche ore i rispettivi biglietti da visita nella casa di Roma dell’on. Giolitti. Di conseguenza, il Governo Salandra rassegnò le dimissioni. Nel contempo il quotidiano l’Idea Nazionale” rincarava la dose con un  articolo di fondo titolato “Il Parlamento contro l’Italia”in cui sosteneva che “II Parlamento è Giolitti; Giolitti è il Parlamento: il binomio della nostra vergogna. … il Parlamento è la falsificazione della Nazione. 0 il Parlamento abbatterà la Nazione, o la Nazione rovescerà il Parlamento”. Il Re, su consiglio di Giolitti, cercò di incaricare il Presidente della Camera oppure il Ministro del Tesoro, dato che Giolitti stesso giudicava errato passare da un governo interventista ad un governo dichiaratamente neutralista (in quanto avrebbe irrigidito maggiormente Austria e Germania, mentre i deputati indicati erano neutralisti ma in grado di trattare in modo più duttile e realistico). Essendosi i due deputati detti indisponibili, il Re scelse la strada di cui era personalmente convinto, quella di completare il Risorgimento. E così il 16 maggio respinse le dimissioni di Salandra. Decisione esaltata da Mussolini sul Popolo d’Italia e da D’Annunzio a Roma,

Nella sostanza, in quel momento la determinazione del Re  (soprattutto) e di Salandra divenne fermissima, specie nel sostenere l’azione di Sonnino. Al punto che pure i moti di piazza contro il neutralismo giolittiano crebbero a dismisura e si arrivò all’irruzione della folla   dentro Montecitorio senza che ci fosse una reale difesa da parte della forza pubblica né una presa di posizione del Governo.  Il Ministro degli Esteri, con indubbia abilità, alla vigilia del dibattito in aula, presentò  un Libro Verde in cui erano esibite le carte diplomatiche degli ultimi mesi, presentate in modo da nascondere i termini del Patto di Londra (ed anche il tentativo austriaco in extremis di fare concessioni) e da limitarsi a sostenere l’inevitabilità dell’entrata in guerra contro l’Austria Ungheria, per il momento non Turchia e Germania. Proposta decisiva , per forza da presentare alla Camera, poiché l’entrata in guerra richiedeva l’autorizzazione. Insieme alla parola d‘ordine “completare  il Risorgimento”, al Parlamento non venne detta l’intera verità sul come stavano le cose. In questo quadro la Camera dette la richiesta autorizzazione per la guerra all’Austria Ungheria. E così, senza dirlo, fu rispettato l’impegno del Patto di Londra di entrare in guerra a fianco dell’Intesa entro il 25 maggio.

Fatto sta che, dopo la consegna dei biglietti da visita dei deputati, Giolitti non fece più atti politici ritenendo impossibile bloccare in Parlamento la tenaglia tra la Corona e la piazza senza provocare una gravissima crisi  nell’equilibrio del Regno.  Oggi, dopo oltre un secolo, è  del tutto inutile interrogarsi se il giudizio di Giolitti fosse allora realistico o meno. Certo è che la decisione di entrare in guerra costituì il punto di svolta in Italia per l’avvio della stagione – che sarebbe durata decenni con aspetti tragici – in cui il Parlamento venne ritenuto non più rappresentativo del paese reale. Si iniziò ad uscire dalla linea liberale di Cavour, per il quale “la via parlamentare era più lunga, ma la più sicura”. Il Parlamento veniva dopo la complessiva primazia del Re e in subordine del Governo. Al tempo stesso, i giornali inclinavano a gonfiare le opinioni dei cittadini più che ad informarli sulle materie da decidere. Ed iniziarono a manifestarsi gli effetti dell’artificio cattolico del cosiddetto Patto Gentiloni. Tale svolta ha dato un valore profetico alla considerazione di Giolitti menzionata sopra. “La guerra potràtrasformarsi in un danno anche riuscendo vittoriosa”. Questi sono gli esiti alla lunga disastrosi dell’adottare l’antica pratica di far decidere la convivenza ai potenti, ritenendoli i soli capaci di capire l’interesse della nazione.  

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