I dati distorti dal determinismo dei burocrati

In Italia è molto radicata la disattenzione culturale ai fatti (così come al passar del tempo). Uno dei primi settori ove si manifesta tale specificità, è quando si esaminano in chiave politica i dati numerici rappresentativi dei fatti. I numeri vengono maneggiati solo da un punto di vista ragionieristico, vale a dire per come appaiono e senza tener mai conto dei meccanismi che li hanno prodotti, della possibile evoluzione successiva nonché della eventuale necessità di correggerli e, se sì, in quale direzione e con quali procedure. Così facendo, i numeri divengono una base deterministica per prefigurare il dopo. In pratica, il ricorso ai numeri viene del tutto distorto e ricondotto al suo contrario logico, che è appunto la disattenzione ai fatti (e al passar del tempo). Il che non è consolante specie se avviene ai piani alti della Pubblica Amministrazione.

Nelle ultime settimane, la questione alla ribalta sui media è il tentativo del Presidente INPS Boeri (più felpatamente anche dell’Ufficio Studi della Banca di Italia) di sostenere – lui dice dati alla mano – la tesi che accogliere i migranti è indispensabile per mantenere in pari i conti dell’istituto pensionistico e in generale dell’Italia. E’ una tesi pericolosa perché non corrisponde affatto alla realtà di cosa significhino le pensioni e di cosa rappresentino i versamenti dei migranti per il loro lavoro. Il grave equivoco sta appunto sul maneggiare i dati separandoli dai fatti, atteggiamento assurdo quando si tratta di organizzare la convivenza.

I sostenitori di tale tesi affermano che avere più migranti al lavoro serve e servirà sempre più per equilibrare i conti in due sensi. Uno, per assicurare la liquidità di cui lo Stato ha bisogno nell’erogazione corrente degli importi mensili ai pensionati attuali; due, per ristabilire il rapporto tra popolazione attiva e in quiescenza, rapporto sempre più squilibrato a seguito del progressivo invecchiamento dei cittadini italiani e del forte esodo dei giovani italiani in cerca di fortuna in altri paesi.

Per cominciare, quanto alla liquidità, è evidente che essa, in un sistema a regime quale è oggi il nostro, non può essere lo strumento decisivo per pagare le pensioni già in essere. L’ illusione che si potesse far così, si è creata agli albori del sistema a ripartizione, quando la forte tendenza alla crescita economica e dell’occupazione faceva sì che annualmente i contributi dei lavoratori attivi fossero non inferiori alle pensioni erogate nello stesso periodo. Ancora nel 1970, i contributi erano quasi pari all’intero ammontare delle pensioni erogate. Ma già dieci anni fa erano calati al 70% e si prosegue (nonostante le riforme pensionistiche del ’95 e del 2007 e l’innalzarsi dell’età della pensione). Restando fermi e avvinti a questa illusione – come Boeri alla presentazione della relazione annuale INPS quindici giorni fa – pare naturale dire (anche se è assai sbagliato), “c’è bisogno di immigrati regolari che paghino i contributi”. Si pensa in esclusivi termini di cassa: siccome c’è disponibilità di immigrati a lavorare, il gioco pare risolto. Con un atteggiamento così, però, non si rispettano i reali dati di fatto e si corrodono le strutture istituzionali in termini economici (a parte gli aspetti, non meno di rilievo, del come si intende praticare l’accoglienza dei migranti).

E’ urgente mettere a fuoco una verità. E’ impossibile affrontare il pagamento delle pensioni attraverso un mero sistema di gestione delle casse previdenziali (contributi entrano, pensioni escono). Il pagamento va strettamente connesso ai criteri di calcolo della pensione di ciascun lavoratore. Allora, ogni pensionato viene pagato con i frutti derivanti dai versamenti da lui fatti a suo tempo, attraverso una gestione oculata durante gli anni del montante di quei versamenti. In pratica, occorre rendersi conto che segnalare il bisogno di liquidità equivale a constatare che quel montante è stato gestito male, o per insostenibilità del calcolo attuariale usato per definire il piano dei contributi da versare nella vita lavorativa o per reale incapacità gestionale spicciola dei versamenti susseguitisi.

Ridursi a tale constatazione (basata su una situazione reale) , equivale ad ammettere che il montante costituito dai contributi è stato fortemente intaccato ed è ridotto all’osso (di fatti il sistema a ripartizione non lo contempla). Non c’è dubbio che a questa riduzione corrisponde un indebitamento concreto dell’INPS. Ma allora, in questa situazione, i suoi amministratori, le corrispondenti burocrazie ministeriali e in genere chi governa, dovrebbero urgentemente rimuovere le cause del dissesto e ricostituire il capitale del montante corrispondente ai contributi. Insistere nell’elencare i pregi numerici dell’intervento strutturale di cittadini non comunitari al fine di mantenere la liquidità, incancrenisce il problema senza risolverlo davvero, anzi limitando volutamente la percezione da parte del cittadino circa il reale debito del nostro paese (oltre ad innescare le delicate questioni dell’accoglienza ai migranti). E’ decisivo affrettare l’abbandono del sistema a ripartizione, i suoi privilegi e le sue iniquità. Che, a parte le sacche di inefficienze gestionali, si riassumono nel concedere pensioni troppo riferite a principi teorici di giustizia sindacale parametrati sulla carriera del dipendente (magari comparata alle altre carriere analoghe) e troppo poco determinati dall’effettiva contribuzione dell’interessato nel tempo. Insomma, una disattenzione ai fatti ha provocato lo sganciarsi della misura delle singole pensioni dal versamento dei contributi e ora l’INPS vorrebbe un ulteriore disattenzione ai fatti per colmare il buco preannunciato nelle casse previdenziali (qui non esaminando l’ipotesi che gonfiare l’immigrazione sia una via per far sorgere il problema di come soddisfare la domanda di lavoro immigrato, problema utile a non cambiare sistema pensioni).

Poi, a favore della tesi “occorrono più migranti”, c’è il secondo argomento della necessità di riequilibrare i conti, usato dal gruppo studi Banca d’Italia circa il rapporto tra popolazione attiva e in quiescenza. Anche qui i dati vengono adoperati senza connetterli alla realtà da loro espressa e ai molto probabili sviluppi di quella realtà. E’ senza dubbio vero che oggi il rapporto tra lavoratori attivi e in quiescenza sta divenendo sempre più squilibrato a causa del progressivo invecchiamento dei cittadini italiani e del forte esodo dei giovani italiani in cerca di fortuna in altri paesi che sottrae altri contributi. Però è del tutto improprio usare questo dato in chiave deterministica per sostenere la necessità della nuova forza dei migranti extra europei.

Il gruppo studi della Banca d’Italia fa questo ragionamento. L’ 80% dei migranti in Italia è in età lavorativa mentre solo il 62% degli italiani lo è; tra circa 45 anni, togliendo i migranti, gli italiani in età lavorativa saranno solo il 40% della popolazione. Il tutto elaborando le serie storiche (a partire dal 2001 fino al 2061) dell’invecchiamento degli italiani, dell’aumento degli immigrati e dei risultati della crescita economica insieme al solito andamento dell’emigrazione giovanile italiana ed ipotizzando anche il blocco in prospettiva dei flussi migratori nonché l’adozione da parte dei nuovi non comunitari residenti in Italia dei medesimi parametri di fertilità degli italiani nativi. Da queste ipotesi il gruppo studi trae la fosca prospettiva del calo del PIL complessivo al 50%, con il livello del reddito pro capite diminuito di un terzo rispetto al livello del 2016. Il gruppo esamina anche la possibilità che l’assenza degli immigrati possa essere compensata dall’aumento produttività, ma la esclude poiché dovrebbe arrivare ad un + 0,64% annuo, tasso ritenuto irrealistico.

Un simile modo di ragionare è puramente deterministico in tutti i suoi passaggi e quindi fuori del mondo fisico delle persone in carne ed ossa. I numeri non vengono interpretati come un possibile quadro immaginario da scongiurare intervenendo per modificarne gli assunti ipotizzati in partenza su quanto dovrebbe accadere nel frattempo. Si da per scontato di restare fermi ai dati rigidi stabiliti in fretta, così da poter concentrarsi su una soluzione escogitata oggi pensando ad un parametro unico (il guastarsi del rapporto tra i lavoratori attivi e in quiescenza) e da non dover applicarsi a ragionare su altri cambiamenti praticabili che non richiederebbero il ricorso ai migranti. Perché, adottato questo diaframma mentale del dato sganciato dai fatti, non si pensa più alle alternative. Ad esempio non si pensa all’impegno politico culturale volto all’obiettivo praticabile, visti i livelli italiani, di far aumentare la produttività (forse anche per un riflesso anticapitalistico, si equipara la produttività ad uno sfruttamento della persona). Non si pensa all’impegno politico culturale per creare condizioni professionali aperte e dinamiche capaci di indurre i giovani alle prime armi al restare in Italia senza ricorrere a prolungati soggiorni in altri paesi, europei e non. E neppure si pensa al tema della forte crescita dell’intelligenza artificiale, che agita i media e l’opinione pubblica con lo spettro dei posti di lavoro insidiati dall’automazione.

Come sempre a seguito delle rivoluzioni tecnologiche, nuove occupazioni sostituiranno le vecchie fisiologicamente (e saranno occupazioni sempre più qualificate quanto ad istruzione) ma in ogni caso verrà molto riequilibrata la spinta a far dipendere la crescita economica dall’aumento quantitativo della forza lavoro. Queste due circostanze (essendo inferiore la qualificazione dei migranti e calando la richiesta quantitativa di lavoro materiale) mostrano che l’equazione “l’economia italiana ha bisogno dell’afflusso di migranti” è statica e fantasiosa. La questione pensioni dipende dal mutare il sistema di finanziarle, dalla ripartizione alla capitalizzazione, e dall’impegnarsi nell’accumulo del capitale umano come fonte della continua nuova capitalizzazione.

Venti anni fa , il paese debole dell’euro era la Germania e i media correvano a far previsioni nerissime. La Germania seppe cogliere la necessità di stare ai fatti e alle dinamiche del lavoro, e così si riprese molto bene in pochi anni. Oggi l’Italia dovrebbe avere un atteggiamento analogo. Il Ministro del Lavoro ha proposto cambiamenti innovativi (certo da mettere alla prova funzionale) naturalmente subito attaccati da gruppi della restaurazione, quali PD, FI, Confindustria, ma anche dalle manovre dell’INPS che all’ultimo tuffo ha inserito nel decreto sulla dignità del lavoro, tabelle tecniche con previsioni sugli effetti del decreto in contrasto con il suo intento. Al riguardo c’è stato perfino un comunicato congiunto di due ministri, Di Maio e Tria, in cui si parla esplicitamente di cifre di fonte Inps prive di basi scientifiche. Boeri ha replicato come se il Ministro fosse lui, affibbiando ai due Ministri veri l’accusa di negazionismo economico per aver contestato i dati INPS , un’istituzione nevralgica per la tenuta dei conti pubblici, dice lui.

Ora, l’incapacità del Presidente INPS di stare ai fatti è palese. Già è fuori della norma istituzionale che un Presidente INPS interloquisca con il Governo e il suo ministro di riferimento attraverso comunicati stampa rivolti ai cittadini mentre, non avendo alcun ruolo diretto di governo, dovrebbe farlo solo attraverso lettere riservate ai governanti. Per di più, anche in quest’ultimo episodio, l’INPS ha espresso una concezione distorta sul come formare e gestire i dati sul sistema del lavoro e delle pensioni. Una concezione avvinghiata al confondere l’esistente con l’immodificabile e al formulare le previsioni deterministiche così da favorire le ipotesi di chi la esprime in tema di intervento governativo ed anche legislativo, finalizzate a non mutare nulla, a prorogare i privilegi e al mantenere all’oscuro i cittadini. Ciò non va inteso come una mera arroganza di un boiardo di Stato. E’ il frutto di una cultura disattenta ai fatti, disinteressata al come misurarli per coglierne i meccanismi dinamici, incline all’enunciare ricette salvifiche nel quadro dell’opportunismo mediatico. Che scambia la libera iniziativa individuale nella concorrenza per l’occasione di praticare il proprio sterile egoismo.

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Argine e causa

L’intervento di apertura all’Assemblea Nazionale PD tenuto da Renzi, non riguarda solo i cittadini della sinistra. Riguarda tutti i cittadini, di qualunque impostazione politica. Perché avere una sinistra inserita nella dialettica che decide, è un interesse della democrazia parlamentare e dunque di tutti gli italiani. E al riguardo il discorso del Segretario uscente è stato molto preoccupante.

Insistendo nel definire il PD un argine al populismo della destra M5S Lega senza neppure un cenno all’essere stato la vera causa del successo giallo verde e del governo derivatone, il PD viene condannato ad una non credibilità preclusiva di ogni prospettiva e dunque all’irrilevanza politica. E non si tratta di un infortunio oratorio. Renzi ha sfidato espressamente chi nel PD non lo adora, dando appuntamento al Congresso per dire “lo riperderete e continuerete a segare il ramo su cui sedete”. Un simile delirio di onnipotenza rende incapaci di capire i numerosi voti dati nel tempo dagli italiani e priva la nostra democrazia della voce della sinistra.

A questo punto, l’antidoto a tale deriva è nelle mani di chi sta nel PD, dirigenti ed iscritti, e di chi il 24 febbraio 2019 ha intenzione di prendere parte alle sue primarie. Come sempre in un procedimento democratico, solo i cittadini possono dare una svolta. In questo caso è necessario facciano riscoprire al PD il valore del discutere per scegliere, attraverso chi si sente di sinistra, le proposte da fare per arrivare a governare l’Italia. Per ottenere questo risultato, va sradicata la concezione dominante nel periodo renziano. Quella concezione fondata sull’elitarismo oligarchico che ha il pernio nel clan degli amici, che rifugge l’ascoltare i cittadini e le idee per farli interagire migliorandone la condizione, che vuol raggirare le persone conviventi con l’astuzia egoista dell’imbonitore.

Finché la concezione renziana non verrà sradicata, sarà inutile parlare di alleanze a sinistra e altrettanto opporsi globalmente alle iniziative e ai provvedimenti che il governo Conte potrà assumere. I cittadini, anche moltissimi di quelli di sinistra, continueranno a ritenere non credibile il PD e preferiranno correre dei rischi piuttosto che affidarsi ancora a chi ha dato prova di non pensare ai problemi della gente bensì agli interessi dei propri compari.

Perché la democrazia italiana possa riequilibrarsi, bisogna sperare che questo sradicamento avvenga il prima possibile.

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La prospettiva del Circolo Modigliani a Livorno

Lettera riguardo al Circolo Giuseppe Emanuele Modigliani inviata a seguito di un’altra del suo Presidente, prof. Luciano Iacoponi, che lascerà la carica all’Assemblea del 21 luglio prossimo

Caro Presidente,

la Tua “chiaccherata” inviataci a chiusura del Tuo ciclo, mi da innanzitutto il destro di confermare il forte apprezzamento per come hai attivato la crescita del Circolo GE Modigliani. In due successivi ruoli, hai garantito che il Circolo, nato una quindicina di anni fa quale costola dissidente del locale partito socialista, non ripetesse il percorso di mero proselitismo in cui hanno finito per spiaggiarsi i gruppi delle storiche concezioni ideologiche, anche se volendo essere dinamici più che conformisti. Nella nostra città, non è davvero cosa banale.

Al di là delle numerose iniziative di spessore conoscitivo ed editoriale, la Tua azione è riassumibile nell’aver mutato la ragione sociale del Modigliani in Circolo di cultura politica. Espungere l’aggettivo fece storcere la bocca a molti degli antichi dissidenti socialisti, che si allontanarono. Ma ha consentito di scongiurare l’eventualità di ridursi a cinghia di trasmissione altrui, e soprattutto è servito ad imperniare l’azione del Circolo sull’occuparsi di questioni politiche a partire dal riflettere sui cittadini e sugli avvenimenti piuttosto che dal seguire, o semplicemente dal cercare, strade e viottoli già tracciati e a sfondo chiuso. Una scelta per niente formalistica che esprime un metodo laico forte attinente i rapporti civili imperniati sui conflitti democratici tra cittadini diversi ciascuno con progetti diversi. Questa apertura culturale e conoscitiva è stata il presupposto che ha reso il Modigliani una realtà viva e seguita nel panorama associativo livornese.

Una simile apertura – lo abbiamo già osservato – non è stata estesa fino ad assumere una vera e propria soggettualità di “partito”. L’impegno a riflettere in pubblico sui problemi e sulle prospettive cittadine bastava ad assicurare una dimensione culturale operativa e non solo letteraria, fino a che c’erano, pur con modalità crescentemente molto carenti, i partiti portatori di principi e di programmi nell’amministrare e nell’opporsi. Peraltro, da quando nel 2014 a Livorno c’è stata la fine repentina (seppur tardiva) del dominio PD ed è arrivato il M5S sull’onda del voto contro e della voglia dei cittadini di cambiare a prescindere dall’esserci un progetto sottostante, è via via emerso il dissolversi di quel tessuto di principi e di programmi. Nel nuovo stato di cose, il Modigliani ha mantenuto salda la sua linea del riflettere, ma la mancanza di soggetti politici effettivi intermediari rispetto ai cittadini lo ha reso oggi un educatore culturale tendenzialmente meno incisivo, sia per il non disporre di risorse adeguate ad un lavoro educativo su ampia scala, sia per l’esser venuti meno i soggetti intermedi che ne erano i fisiologici destinatari.

In parallelo, del resto, le vicende nazionali di tutto il 2016 centrate sulla proposta di modifica costituzionale, hanno fatto anch’esse scorgere i lacci stretti attorno al Modigliani in assenza dei partiti. Il Modigliani non ha esercitato la sua riflessione nell’ambito dei principi, per la ragione che, essendo in ballo in quelle vicende un organico quesito referendario e non uno schieramento di partiti, sul tema avrebbe dovuto valorizzare le ragioni dei cittadini e dei modi di tessere le relazioni interpersonali del convivere. Non poteva farlo perché ciò cozzava con le residue appartenenze a gruppi tuttora dediti ad una identità politica diffidente verso il metodo critico in quanto affezionata ad una concezione di conquista del potere che strumentalizza la cultura riducendone le conclusioni a semplice relativismo. I lacci c’erano e inibivano la piena attenzione ai fatti. Infine sono arrivati i risultati del voto del 4 marzo 2018 e si è assai accentuato il dissolversi dei partiti tradizionali, congiunto allo scomposto agitarsi dei media e dei loro giornalisti (tutti increduli di perdere i riferimenti forti di potere ed incapaci di assecondare dibattiti su idee e progetti veri per costruire qualcosa di nuovo al fine di riavvicinarsi ai cittadini dimenticati). Insomma i soggetti intermediari tra il Modigliani e i cittadini sono spariti. Ed inoltre l’atmosfera è appesantita dalla fibrillazione planetaria provocata da quelli che i vecchi gestori del potere chiamano “populisti” con un’etichettatura comoda, approssimativa ed impropria (per non riconoscere il trattarsi di cittadini esasperati che non si fidano più delle elites le quali nei decenni recenti hanno governato senza prenderli quale stella polare).

In tale quadro – caratterizzato da una diversità sempre in movimento e non realisticamente imbrigliata per utilizzarla nel convivere – sono convinto che il Circolo esaurirebbe la propria funzione se, innanzitutto a livello locale, non assumesse alcuni punti fermi. Primo, il come far contare molto di più le scelte dei temi amministrativi da parte dei cittadini per valorizzare la pratica del confronto tra diversi e le caratteristiche produttive labroniche (la diversità civile, il clima, il turismo, il promuovere nelle banchine traffici portuali efficienti ed adeguati alle dimensioni disponibili) e i loro controlli frequenti sui risultati di quelle scelte (certo non ammannendo come salvifiche teorie vecchie, anche di secoli, già dimostratesi impraticabili nel mondo moderno, come la democrazia diretta, l’uguaglianza applicata oltre la legge, il mondialismo totalitario, l’umanitarismo distaccato dalla condizione umana reale, l’emotività assunta a sistema pilota); secondo, l’obiettivo di far intendere che la democrazia non è un parco giochi, neppure in sede locale; terzo il far riscoprire il valore della competenza in chi è chiamato ad esercitare la rappresentanza.

Per portare avanti queste idee, penso oggi ineludibile, per il Modigliani, riconoscere di non esser più nella condizione di fare da consulente ai cittadini. Infatti, ricorrendo alla similitudine che hai usato, siamo in grado di giudicare i funghi velenosi (slogans illusori ed iniziative politiche dilettantesche e fallimentari) ma viceversa non possiamo giudicare i funghi mangerecci (iniziative politiche oggettivamente utili) per il semplice motivo che non ne esistono più. L’andazzo è fare politica senza discuterne i nodi: i vecchi partiti sono abbarbicati al mito dei privilegi di un tempo e disattenti al trattare i problemi dei cittadini mentre i partiti nuovi sguazzano nei sogni e in illusioni fantasiose prive di meccanismi praticabili.

In conclusione, come scrivi nella Tua lettera, la nuova Assemblea del Circolo Modigliani dovrà indicare il da farsi. Ma fin d’ora, nella prospettiva delle Comunali ‘19, a me pare che, se il Modigliani interpretasse il suo ruolo in chiave di cultura che guarda la città dalla finestra senza un impegno di collaborazione diretta, la mancanza sul campo di soggetti fautori di idee e di progetti amministrativi porterà ad una contesa in apparenza roboante (ma centrata su temi oggi obsoleti) tra chi vuol solo ricuperare i privilegi perduti nel ’14 e chi vuol utilizzare la speranza tuttora robusta di cambiare persistendo nel non seminare prima i semi adatti e nel non coltivarli con perizia. Così, i problemi di Livorno resteranno latitanti, le condizioni di vita scivoleranno ancora e l’insoddisfazione dei cittadini ingigantirà pericolosamente.

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Sulla natura di NON CREDO (alla redazione)

Passaggio dello scambio di posizioni via mail a proposito della natura della rivista NON CREDO tra una ventina di suoi redattori. Tra cui: Grazia Aloi, Paolo Bancale, Francesco Blasco, Raffaele Carcano, Andrea Cattania,Paolo D’Arpino, Lodovico Ellena, Dario Lodi,Valerio Pocar,Francesca Rescigno, Valentino Salvatore, Carlo Tamagnone, Maria Grazia Toniollo, Federico Tulli

Da Raffaello Morelli, venerdì 29 giugno 2018

Non scherziamo. La differenza tra il laico e il credente religioso non sta affatto nella diversità delle credenze, quanto nel non applicare oppure applicare la credenza religiosa quale strumento per governare la convivenza civile. Da qui consegue, per un laico, la necessità di prendere atto (in base agli avvenimenti nei secoli) che la religione non è stata (e in Italia non è tuttora) un epifenomeno qualsiasi rispetto ad una realtà più complessa (come sarebbe se fosse considerata solo un’inclinazione privata) ma al contrario è il fulcro di una mentalità che vuol calarsi nel gestire la convivenza predicando la verità della fede, il conformismo dell’autorità comunitaria, il trascurare i fatti reali, l’avversione alla metodologia critica individuale. Vale a dire il “credere” inteso in chiave religiosa, e cioè acritica non sperimentale.
Appunto per tale motivo NON CREDO si occupa innanzitutto della libertà di coscienza perché se questa libertà non c’è forte in ogni cittadino, tutte le altre libertà non possono decollare né in lui stesso e tanto meno nell’insieme del convivere. La storia ha dimostrato che il convivere migliora (con più rapidità e ampiezza) non marchiandolo con un modello ideologico prestabilito da chicchessia, ma rendendo possibile il conflitto democratico tra tutte le libere iniziative ed opinioni di tutti i cittadini tra loro diversi, possibili solo a partire dalla libertà di coscienza individuale e giudicando reiteratamente in base ai risultati ottenuti. Esperito il compito di maturare la libertà di coscienza, il laico è fisiologicamente interessato anche a battersi per le altre libertà (personalmente lo ribadisco spesso su NON CREDO), ma proprio al fine che anche nell’esercitare ciascuna di esse non si applichi in nessun caso la credenza religiosa o ideologica.

Cordialità
RM

Da Enrico Galavotti ad una ventina di redattori di NON CREDO, venerdì 29 giu 2018

Qui si continua a parlare di “noncredere” come se questa posizione fosse laica contro quella religiosa che invece “crede”.
Quando invece tutti “crediamo” in qualcosa, altrimenti saremmo animali o macchine.
La differenza tra noi e i credenti religiosi sta piuttosto nella diversità delle credenze…
C’è quella laccata, quella laminata… J
Il vero problema della rivista è che parla sempre delle stesse cose oppure ne parla in maniera non approfondita, oppure è troppo incentrata sulla religione, quando in realtà questa è solo un epifenomeno di una realtà sociale ed economica assai più variegata e complessa.
La rivista difende la libertà di coscienza – questo l’abbiam capito – ma quante altre libertà trascura?
E poi chi la dirige è troppo lontano dalle idee del socialismo, che, nonostante le realizzazioni fallite, resta sicuramente meglio di qualunque forma di liberismo.
Saluti a tutti
Enrico Galavotti

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Ricette potenzialmente non conflittuali (a Maurizio Molinari)

Caro Direttore,
Il Suo editoriale illustra con chiarezza, come al solito, due strategie politiche suggerite da due gruppi di professori, una inglese e due americani. Tuttavia si impernia su un concetto che trovo depistante: le due proposte sarebbero conflittuali tra di loro. Invece, le proposte in sé non lo sono mentre sono conflittuali le concezioni da cui rispettivamente derivano. Confondere i due piani rende impossibile, nell’era della globalizzazione, la cura di quelle inefficaci gestioni istituzionali dominate dal conformismo di potere, che sono all’origine delle diseguaglianze tra i cittadini divenute il nucleo della rivolta nel voto, detta impropriamente populista.

La ricetta (della Dhingra) di adattare la forza lavoro o riqualificando al rientro sul mercato o preparando i giovani alle sfide del prossimo domani, non confligge con l’altra ricetta (di Posner e di Weil) di aggredire con leggi e regolamenti le grandi corporations leader della globalizzazione per redistribuire la ricchezza e per avere meno squilibri. Si tratta di due ricette che possono ambedue stare in tavola. Purché si interpreti la diseguaglianza in un senso adeguato al mondo odierno e purché si vada al di là delle vecchie concezioni sottostanti.

Trattare della disuguaglianza, non significa ritornare all’uguaglianza dei cittadini quali individui, predicata dal sinistrismo ideologico e religioso (che fa dire all’art.3 della Costituzione una cosa contro la diversità dei cittadini che non dice affatto). La diseguaglianza oggi alla ribalta non è quella dei cittadini come individui – gli uguali diritti legali di cittadino sono abbastanza soddisfatti – quanto le condizioni di vita individuali percepite oggi irrinunciabili in occidente. E non riassumibili nella disuguaglianza tra singoli individui bensì nella disuguaglianza individuale rispetto ai diritti di cittadinanza che ciascuno si aspetta. Discende dalla disattenzione delle istituzioni all’assicurare al cittadino un livello di vita adeguato e a bloccare l’impoverimento delle sue condizioni. Per quanto invece riguarda l’andare oltre le vecchie concezioni base delle due ricette, significa per la prima ricetta, smetterla con lo Stato interventista che vorrebbe determinare la realtà economica elargendo i bisogni a cittadini fatti con lo stampino, e, per la seconda, smetterla con lo Stato dedito solo a dettare norme senza valutare il loro rispetto nelle relazioni interpersonali nonché l’efficacia nelle condizioni civili indotte.
Dando il senso corretto alla lotta alla disuguaglianza e andando oltre le vecchie concezioni, allora le due ricette da Lei trattate non sono conflittuali e la scelta tra di loro non è il bivio tra Stato visionario e Stato repressivo. La convivenza liberaldemocratica ha costruito lo Stato come strumento in mano ai cittadini per compiere di continuo le scelte indispensabili per rendere migliori le condizioni di vita. Il che non esclude errori ma, ripetendo le scelte nel tempo, consente di correggerli. Comunque, in molti paesi occidentali, chi ha governato ha finito per far prevalere l’interesse a gestire il potere sull’attenzione alle condizioni dei cittadini governati. E i cittadini, dopo aver sopportato di tutto troppo a lungo, hanno concluso che era necessario mandare a casa i vecchi gestori. Cosa che con il populismo reale non c’entra.
Gli studi citati nel Suo articolo sono importanti e devono essere seguiti. Ma per essere messi alla prova, non per trovare una ricetta armonizzatrice una volta per tutte. L’unico sistema efficace è quello del confronto democratico tra cittadini liberi e con uguali diritti legali per individuare a passo a passo il risultato più funzionante per una convivenza soddisfacente. E la globalizzazione ha accelerato la messa a nudo dei privilegi.

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Testimonianza su Salvatore Valitutti

TestimVali

Testimonianza al Convegno di Roma del 22 giugno 2018 organizzato al Senato dalla Scuola di LIberalismo e da Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, i cui lavori saranno presieduti dal sen. Luigi Compagna.

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Considerazioni liberali su spread e cittadini

Per la politica liberale i cittadini contano più dello spread. Per il motivo che lo spread non è neppure un indicatore che condensa l’andamento di aspetti reali dell’economia di un paese. Il fatto è alcuni lo definiscono come indicatore solo perché ne cercano uno e lo fanno con un intento teorico che però non corrisponde in pieno ai fatti concreti. La cosa non muta neppure quando si accompagna ad elencare una serie di fattispecie in cui vari singoli cittadini potrebbero trarre beneficio dall’avere indicazioni sulla complessiva situazione economica in cui si trovano. Infatti l’approccio liberale non consiste nello sciorinare parole adatte al far immaginare un’attenzione strutturale, giuridica e politica, alla centralità del cittadino. Consiste nel praticarla quell’attenzione. Perché l’impegno liberale non si esprime mai nelle intenzioni teoriche, bensì sempre nelle scelte fondate sui fatti e sui comportamenti effettivi. Quindi, svolgere considerazioni sugli aspetti dell’economia di mercato, non basta per restare nel clima liberale se insieme non si mantiene stretto il legame con la realtà concreta per renderla di mercato.

La realtà è che, al di là degli intenti, una parte essenziale degli armamentari attuali di quelli che tuttora chiamiamo mercati non ha più con i cittadini un legame quantomeno univoco. Il mercato dei cittadini si sta dissolvendo. Una volta i cittadini con le loro valutazioni erano il nerbo dei mercati veri, ora sono restati solo una sorta di realtà virtuale che non valuta davvero. A grandi linee sono due gli armamentari attuali che non svolgono più il loro ruolo di mercato composto dai cittadini. Le modalità di funzionamento computerizzato delle borse e il ruolo delle agenzie di valutazione nell’influenzare lo spread, vale a dire la differenza di rendimento tra titoli di stato italiani e tedeschi.

Al giorno d’oggi, le borse valori sono indirizzate principalmente dall’utilizzo dei programmi di intervento in borsa, in entrata e in uscita, basati su algoritmi prestabiliti fatti girare su computer che operano in automatico con ritmi estranei al cittadino. Ciò innanzitutto facilita la pratica speculativa finanziaria, allontana parecchio dall’esaminare lo stato del prodotto e dell’impresa, non si pone neanche il problema del ruolo dei risparmiatori che investono, salvo che per strumentalizzarlo meglio (con danno gravissimo per i più piccoli). Oltre a questa stortura, l’intero mondo borsistico è affidato a quanto decide un gruppo di agenzie di valutazione, le quali sono società private, che agiscono solo in base ai propri interessi e che ciononostante godono di considerazioni e vantaggi che finiscono per essere determinanti nel definire il livello dello spread (ad esempio, oltre al clima di attesa messo in moto in generale, esistono in alcuni ambiti regole pubbliche per cui certi enti di primissimo piano non possono intervenire quando il grado di valutazione delle agenzie va sotto un certo livello, e così vengono dotate di un potere incontrollato). Simili robuste storture degli armamentari non sono solo errori teorici nel definire gli strumenti dei mercati borsistici rispetto alla realtà ma agevolano veri e propri raggiri organizzati da speculatori locali e internazionali (come pare sia avvenuto anche in occasione della nota pubblicazione anticipata del presunto Contratto M5S Lega, neppure corrispondente a quello vero). E’ un forte azzardo (di certo sotto il profilo liberale) sostenere che dietro allo spread non ci sarebbero pianificazione né complotto: ci sarebbero persone in carne e ossa che hanno paura che i loro risparmi vadano in fumo.

Consegue da tutto ciò che quando il sistema dello spread è usato per provocare disagi concreti nella vita economica di un paese, i cittadini incolpano chi lo ha mitizzato di non aver tenuto conto delle loro esigenze. In una democrazia liberale svolgono il loro compito. E i liberali non possono scandalizzarsi, perché, magari talvolta in modo confuso (come ha detto Cottarelli l’Italia non è prigioniera dello spread ma del debito accumulato), essi segnalano un problema reale che la politica liberale non deve negare. Perché il problema politico per i liberali non è solo avere indicatori dello stato dell’economia italiana, ma averne costruiti secondo criteri liberali (e di certo lo spread, a parte l’intento, non corrisponde nella sua formazione attuale ai quei criteri) e insieme intervenire conseguentemente a quanto indicano realmente circa il risanamento indispensabile per l’Italia e per farla stare in Europa (di conseguenza la drastica riduzione del debito, che , salvo parte del mondo burocratico e accademico italiano, pressoché l’intero mondo internazionale afferma non si faccia con il pannicello caldo del legarla al deficit primario annuale, perché da solo non può raggiungere la dimensione adeguata per liberare le risorse bloccate dagli interessi sul debito abnorme maturati nel frattempo).

Ecco perché dal punto di vista liberale oggi ha un senso scrivere che dovremmo pensare più ai cittadini e meno allo spread. Perché i risultati ottenuti dall’applicare questo indicatore così congegnato ora, non funzionano rispetto ai problemi del cittadino. E i liberali non si preoccupano delle teorie e degli intenti ma dei cittadini in carne ed ossa.

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In Irlanda e Danimarca un maggio laico

Scritto per l rivista NON CREDO n. 56, rubrica Disputationes

Lo scorso maggio, in Irlanda e in Danimarca, vi sono stati due avvenimenti di impronta laica, tra loro diversi ma convergenti nell’indicazione.

Il primo è stato in Irlanda. Con il 66,4% dei voti è stato approvato il referendum per decidere se abolire un emendamento del 1983 alla Costituzione (equiparante il “diritto alla vita del nascituro” al “diritto alla vita della madre” , quindi divieto di aborto anche in caso di stupro o incesto e pure in presenza di una grave anomalia fetale, salvo, dal 2013 , il reale rischio di vita della donna). Il risultato è assai significativo, specie tenuto conto che l’Irlanda è cattolica all’ 80% , che i movimenti per la vita si sono impegnati molto e che la Chiesa cattolica ha invitato a votare contro.

Nel 1983 la legge era stata approvata sotto la spinta dei gruppi antiaborto (non parlamentari) e della fitta rete di ecclesiastici, uniti nel sostenere la certezza dei valori della vita. Così le donne irlandesi, se volevano cessare una gravidanza, erano costrette a costosi viaggi in Gran Bretagna o comunque all’estero (per di più di nascosto o quasi, per evitare il disdoro sociale). In seguito i rapporti interpersonali sono divenuti più fluidi, più agevole l’accesso all’informazione verso altri Paesi ed è diminuita la credibilità della Chiesa cattolica, per i numerosi scandali di abusi sui bambini. Oggi la lunga esperienza ha indotto gli irlandesi a rimettere nelle mani delle donne il decidere o no di interrompere la gravidanza. Così il Parlamento di Dublino potrà varare nei prossimi mesi la nuova normativa sull’aborto, la cui elaborazione è già in corso.

Qualche giorno dopo il voto irlandese, il 31 maggio, in Danimarca, è stata approvata in Parlamento (75 voti a favore e 30 contrari) la legge che vieta di indossare negli spazi pubblici indumenti che coprono il viso salvo gli occhi (il niqab) o che coprono l’intero corpo lasciando una sorta di grata per gli occhi (il burqa). Una legge analoga a quelle già esistenti in Francia, in Belgio, in Austria. Il governo ha osservato che “il provvedimento non prende di mira alcuna religione” e che “il Parlamento ha detto molto chiaramente che il burqa e il niqab sono incompatibili con la nostra cultura”.

Ambedue gli avvenimenti ruotano sul principio espresso dal governo danese e che rientra nei concetti base dell’essere laici. Per i laici, la convivenza civile funziona tanto meglio quanto più riesce a far esprimere tutti gli individui, non solo alcuni. Ciò equivale ad accettare due punti: che i cittadini sono per natura ciascuno diverso e che il prevalente fine civile dei laici è promuovere tale diversità mediante l’uso in ogni individuo del senso critico, dello stare ai fatti concreti e della tolleranza per ogni altro da sé. Ne consegue che i laici non perseguono mai né il conformismo sociale né l’uguaglianza al di fuori dei diritti legali di ciascuno. Le decisioni e lo stile di vita spettano solo al cittadino interessato, finché non arrecano danno materiale agli altri. Perciò le regole, indispensabili per convivere, i laici le concepiscono appunto per rendere possibile la convivenza tra diversi e non per espandere (o addirittura imporre) uno stesso modo di vivere. Da qui, in materia di scelta di abortire oppure no, la legge laica può essere solo una legge di facoltà, non una legge impositiva né in un senso né nell’altro. E in materia dello stare negli spazi pubblici, ove il convivere si materializza quotidianamente, la legge laica garantisce la reciproca riconoscibilità (che è la premessa del vivere insieme in modo davvero non violento) e non impone ad alcuno questo o quell’abbigliamento.

Tale carattere della laicità non è una specie di verità rivelata ma è frutto dell’esperienza, che nel tempo ha messo a fuoco le condizioni per renderlo concreto. Dalla medesima esperienza si impara anche che neppure tali condizioni possono essere imposte in giro da chi le ha messe a fuoco. Quindi per mantenerle vive, è indispensabile l’impegno di ogni laico per rinverdire di continuo tra la gente la necessità di rifarsi a quanto è frutto dell’esperienza. Perché , proprio in quanto i cittadini restano sempre diversi al passare del tempo, continueranno ad esistere gruppi che non si riconoscono nell’esperienza e si impegnano a negarla. Che vanno confutati.
La cultura laica è consapevole che la conquista della laicità non può mai essere definitiva. E’ indispensabile un costante impegno dei laici per sostenere nello spazio pubblico la decisiva importanza di leggi e di comportamenti a favore di condizioni giuridiche ed economiche prodotte dal cittadino nella sua diversità di vita quotidiana. Tale mobilitazione è richiesta pure dalle reazioni provocate dai successi in Irlanda e in Danimarca.
In Irlanda, sono in corso forti proteste all’interno della Chiesa che quindi non riguardano i laici. Ci sono però altre affermazioni della Chiesa irlandese contro i fedeli che scelgono di rispettare solo le parti condivise della dottrina. Qui, i laici sono assai coinvolti nel sostegno all’intangibile diritto del cittadino di vivere la propria fede come ritiene opportuno. Anche in Italia, i laici dovranno attivarsi, visto che il Movimento per la Vita sta conducendo una campagna integralista sul referendum irlandese. Riprende le parole di un loro convegno di 30 anni fa, secondo cui la legalizzazione dell’aborto corrompe la cultura europea , poiché la forza è nella verità e non nel numero. E sostiene che, per restituire l’anima all’Europa, occorre riconoscere che ogni figlio è un essere umano fin dal concepimento. I laici non possono restare inerti ed accettare che la vita civile sia influenzata da questi concetti che sono pericolosi in quanto fanno regredire la libera convivenza. Come è pericoloso lasciare che la (in sé normale) obiezione di coscienza degli operatori sanitari venga usata come mezzo per impedire alle strutture pubbliche di eseguire l’aborto loro richiesto.
Quanto alle polemiche sul caso danese, sono più diffuse forse perché il tema del burqa, più recente, è meno compreso. Il contrasto verte sull’assunto che vietare il burqa imporrebbe restrizioni all’abbigliamento delle musulmane. Questa linea è tracciata con decisione , ad esempio, da Amnesty International Europa e anche dal TgCom24in Italia. Il direttore di Amnesty International Europa, ha sostenuto che “tutte le donne dovrebbero essere libere di vestirsi come credono e secondo le loro identità religiose” e che la legge “le criminalizza per le loro scelte”. E il TgCom24 ha dato la notizia della legge inquadrandola in una medesima critica.
Anche sul tema del burqa in pubblico, è indispensabile l’impegno laico. Che deve ribadire come la libertà di abbigliamento spetti al singolo cittadino ma senza negare le conseguenze verso gli altri indotte dall’esercitarlo in luoghi pubblici. Altrimenti il luogo di convivenza diventerebbe una giungla. Nascondere il viso e non farsi riconoscere, impedisce il rapporto tra i cittadini e li trasforma in atomi senza reciproca relazione. Se non è più possibile attribuire ad una maschera la responsabilità dei suoi atti, non esiste più libertà civile per nessuno. Non solo. E’ assurda anche l’altra tesi dei sostenitori della presunta illiberalità della norma antiburqa, secondo cui, nei paesi ove è stata adottata, non avrebbe fermato il terrorismo islamista. Al contrario. Accettare il burqa in pubblico (che è solo il prodotto di arcaiche usanze tribali) equivale a far regredire le nostre società a quel livello tribale. Ogni laico si impegni per diffondere le comprovate ragioni del vietare il burqa in pubblico.

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L’anima di Livorno delle Diversità

RELAZIONE TENUTA AL PORT CENTER DELL’AUTORITA’ DI SISTEMA PORTUALE del MAR TIRRENO SETTENTRIONALE, Livorno Fortezza Vecchia

prima parte
Il ringraziamento all’Autorità di Sistema Portuale per l’appuntamento odierno, è una doverosa cortesia ma ancor più constata un’assonanza culturale. LIVORNO delle DIVERSITA’, nel suo documento istitutivo e poi nel Bando per l’Arredo dell’Area avuta in concessione di cui vi parlerà in dettaglio l’arch. Tocchini, è stata molto attenta ai cittadini, coinvolgendoli parecchio nella valutazione dei progetti partecipanti al Bando. Questo perché, come ora esporrò inquadrando il significato dell’intera iniziativa, LIVORNO delle DIVERSITA’ ritiene centrale proprio l’aspetto del rapporto con il cittadino. Il che, in sostanza, è la medesima esigenza alla base dei Giovedì del Port Center, che sono una serie di appuntamenti tematici per approfondire al di fuori del palazzo questioni relative al
mondo portuale nel suo presente. Dunque, ringraziamento di LIVORNO delle DIVERSITA’ particolarmente sentito perché oggi ci date l’occasione di illustrare in quale senso la nostra iniziativa non intenda essere una celebrazione monumentale per richiamare il passato su qualcosa di isolato, e viceversa si proponga di richiamare l’attenzione dei cittadini sul futuro. Precisamente sull’importanza di curare le relazioni del convivere tra diversi, focalizzando l’attenzione sul migliorare ed irrobustire le condizioni di vita di ognuno.
LIVORNO delle DIVERSITA’ è un’associazione costituita una quarantina di mesi or sono da un gruppo di quasi cinquanta promotori, tutti livornesi, attorno allo specifico progetto su cui ci soffermiamo oggi, ed a precise regole per assumere decisioni, dotandosi subito di un sito, vale a dire www.livornodellediversita.eu, comprensivo di una serie di rubriche che riportano in diretta le attività della associazione e che consentono la loro massima trasparenza. In poco tempo e senza una specifica campagna di proselitismo, si sono aggiunti diversi aderenti che ad oggi sono intorno ai 115 e che provengono da tutta Italia.
Il progetto costitutivo di LIVORNO delle DIVERSITA’ – che si può trovare sul sito – è imperniato sul come risvegliare Livorno da quel sonno del conformismo che nel tempo ha reso sterile il convivere cittadino. Un simile risveglio per aprire le porte al futuro, può derivare solo dal rifondare la convivenza basandola sul riconoscere e sul rispettare la diversità individuale di chi si trova a viverci in via stabile o temporanea. Così riprendendo la logica dell’indirizzo seguito nei primi secoli dopo la fondazione della città, su impulso dei Granduchi toscani, i quali la vollero avendo colto che la convivenza tra genti differenti per etnia, lingua e religione nel rispetto di essenziali norme per stare insieme, sarebbe stata un impulso forte agli scambi commerciali con l’Europa e con il mondo, inducendo un grande vantaggio economico e di prestigio per il Granducato e gli stessi livornesi.
Per dar corpo al suo progetto, LIVORNO delle DIVERSITA’ è impegnata a costruire un luogo e un manufatto simbolici, che, su terreno demaniale in riva al mare, costituiscano un richiamo costante al senso profondo della diversità quale condizione di vita per l’accogliere e per l’intessere relazioni a Livorno. Vale a dire la caratteristica peculiare di una città imperniata su un porto internazionale e insieme capace di interagire al suo interno e verso l’esterno, a cominciare dall’area cittadina circostante. In sostanza, l’obiettivo di LIVORNO delle DIVERSITA’ è far riflettere chi si trova a Livorno, cittadini e non, sul fatto che la strada del progresso civile ed economico può dipanarsi solo valorizzando la dimensione della diversità individuale di ciascun convivente e della capacità di ognuno, residente o visitatore, di esprimersi in un confronto pluralista misurato sui risultati delle diverse iniziative.
Perciò, l’iniziativa di LIVORNO delle DIVERSITA’ non vuol essere qualcosa che marchia il paesaggio. Di un intento così esistono molti esempi in vari continenti. Principalmente in Asia, quali la Dea della Misericordia nell’estremo sud della Cina, il Sekkya Budda in Myanmar (la vecchia Birmania), ma anche in Europa con il polacco Cristo Re, e prima di tutto con la statua del Cristo Redentore sulle alture di Rio de Janeiro che incombe sui naviganti in arrivo. Di un simile concetto di marchio vi è una replica più ridotta anche qui da noi. L’iniziativa di LIVORNO delle DIVERSITA’ invece non intende dare un messaggio statico di appartenenza ad una fede, bensì ricordare al passante che la vita è diversità, sollecitandone il continuo impegno individuale ad attivarsi secondo le sue inclinazioni, capacità e preferenze. E’ per questo motivo che LIVORNO delle DIVERSITA’ ha chiesto in concessione un’area piccola ma centrale quanto al passaggio di cittadini e di turisti, onde far riflettere sulla diversità civile. Soprattutto permettetemi di sollecitare la vostra attenzione sul fatto, per noi decisivo, che la diversità oggi non è uno strumento per una nuova unità.
Così poteva essere una volta. Nel 1674 la moneta medicea l’Unghero di Cosimo III dei Medici, riportava la scritta Diversis Gentibus Una, e centodue anni dopo lo stemma degli Stati Uniti d’America l’analoga scritta E pluribus unum. In ambo i casi veniva sottolineato il processo di aggregazione di più stati in uno solo e di più genti in una sola. Ma oggi, dopo secoli, si è capito una cosa determinante: il concetto di diversità permane, magari in svariate forme, anche dopo qualunque processo di aggregazione (ed è questo il motivo di fondo per cui una nazione è oggi tanto più civile quanto più ha norme antimonopolio e antiposizioni economiche dominanti, al fine di favorire l’esprimersi della diversità individuale). Tutto ciò perché la diversità è l’anima dei soggetti vitali nel tempo che passa. Ed è tra l’altro in questa caratteristica che consiste la grande innovazione introdotta dall’Unione Europea, la quale per la prima volta si prefigge di agire in comune conservando larga parte delle sovranità nazionali. Tanto che potremmo attribuirle il motto E pluribus, plures.
Aggiungo anche un ulteriore nota di carattere generale. Al giorno d’oggi, si parla diffusamente della necessità di preservare nel mondo la biodiversità delle specie viventi. Lo fanno soprattutto i fautori della tesi della natura bene comune minacciata dalla conoscenza umana e dagli interessi individuali da essa scatenati. Simili collettivisti avversari del ruolo degli individui e della loro conoscenza, sono liberi di pensarla così, ma vanno richiamati alla coerenza. Se la natura stessa, per far funzionare la vita (impastata di tempo), adopera il sistema della diversità delle specie, vuol dire che la vita è parecchio connessa alla diversità di chi la compone. Dunque, dovrebbe essere del tutto naturale applicare il medesimo criterio della biodiversità alle società in cui convivono miliardi di individui assai diversi tra loro (appunto perché rifarsi alla variabilità dell’individuo è il mezzo più vicino al passar del tempo) . Ciò porta ad imperniarsi sul preservare la diversità individuale piuttosto che sul puntare sul criterio dell’unità collettiva seguito a lungo quando predominava la forza fisica, ma serpeggiante ancor oggi quando viene compiuto un errore definendo il valore della Costituzione l’unità e lamentando che il voto divide il paese.
Tratteggiato il compito scelto da LIVORNO delle DIVERSITA’ , va sottolineato che riscoprire la diversità individuale umana, ha una conseguenza immediata nella vita di convivenza: connettersi strettamente alla laicità istituzionale. La laicità istituzionale si fonda sul separare la gestione pubblica della convivenza civile dalle suggestioni rigide ispirate ad un qualche credo, che talvolta gode perfino di privilegi legali. Tale separazione tra Stato e strutture religiose è storicamente il solo metodo in grado di garantire il cittadino in un ampio spettro di questioni di assoluto rilievo. Comincio dalla completa libertà di espressione che ognuno ha, dunque anche da quella, purché lo voglia, di manifestare ed organizzare il proprio credo. Poi c’è la piena uguaglianza dei cittadini nei diritti, che è il miglior clima per tessere le relazioni interpersonali nel rispetto degli altri credenti e non credenti. In genere, la separazione tra Stato e strutture religiose fornisce il quadro che serve per affrontare nel tempo i continui cambiamenti del convivere, producendo così nella realtà le sempre nuove migliori condizioni di vita.
Insomma, diversità individuale e laicità istituzionale, non sono importanti così per dire, come se fossero un vezzo intellettuale. Faccio una rapida carrellata di evidenti problematiche quotidiane che mostrano come, adottare il metodo della diversità individuale e della laicità istituzionale, consenta di sbloccare situazioni altrimenti cristallizzate e di mostrare la via per reagire di fronte alle difficoltà.

Alcuni esempi nel campo marittimo. Quello più immediato è forse il pesante inquinamento del mare determinato dallo smaltimento selvaggio dei polimeri plastici e del polistirolo; la sua dimensione è tale che per combatterlo in radice è indispensabile diffondere la cultura di nuovi comportamenti individuali, che smettano di ricorrere allo smaltimento selvaggio e che da consumatori si battano contro gli imballaggi non biodegradabili. Più in generale, sempre nel campo marittimo, e più precisamente nel Mediterraneo, dopo che la conferenza di Barcellona del 1994 è restata pura teoria, occorrono indirizzi nuovi nella politica mediterranea, abbandonando l’approccio globale delle azioni da fare, per scegliere invece un approccio molto più attento alle diversità e alla separazione stato religioni. L’approccio globale, dietro la dichiarata volontà di tener conto di ogni aspetto, nasconde l’intento effettivo di imporre la propria visione politico sociale religiosa – di per sé considerata virtuosa ed inclusiva – a tutti i cittadini e ai migranti, in molti paesi europei e non solo, senza tener in conto le dimensioni territoriali e le dinamiche economiche sulla riva nord del Mediterraneo, le differenziate condizioni sociali delle popolazioni, i loro tradizionali valori cultural spirituali e, soprattutto, la circostanza che la libertà di ognuno dipende dal rispetto, nei vari Stati ove ci si trova, delle regole esistenti per consentire il relazionarsi delle diversità individuali di formazione, di credo e di censo.
La nuova politica necessaria nel Mediterraneo è relazionarsi attraverso la piena tolleranza tra le diversità riconosciute dei cittadini, non confondendola con il conformismo indotto dal solidarismo mondialista (che soffoca le iniziative e i naturali conflitti democratici) e neppure con le funzioni di ricerca e di soccorso nelle acque internazionali (che, dietro il paravento dei principi umanitari, corrodono la concreta possibilità di convivere tra diversi secondo le regole). La spinta all’interscambio tra le due rive del Mediterraneo può venire solo dall’agevolare e attivare, nel pieno rispetto delle norme del posto, la miriade degli interessi diffusi , in primo luogo quelli economici, nel corrispondere alle esigenze materiali, culturali, religiose, ludiche dei cittadini diversi che gravitano rispettivamente nei vari luoghi seppur tra loro distanti, esigenze che almeno gruppi di cittadini ritengono importanti per vivere, talvolta irrinunciabili. A ben vedere, anche il convegno MEDPORTS lo ha detto il mese scorso. E del resto, e di nuovo nell’ambito del mare di Livorno, c’è il chiaro esempio del destino della grande infrastruttura oggetto del desiderio di generazioni di livornesi, la Darsena Europa. Al di là della mole degli investimenti finanziari richiesti, il futuro dell’infrastruttura è affidato alla capacità di attrarre i traffici, cosa che soprattutto dipende non dai metri quadri da essa resi disponibili bensì dalla qualità concorrenziale della rete di servizi e di collegamenti in banchina e nel retroterra portuale cioè dall’essere una gigantesca protesi operativa per le idee e gli interessi innovativi di cittadini di varia nazionalità. Insomma, siamo ancora alla diversità individuale e alla laicità istituzionale.
Proseguo la carrellata sul ruolo di diversità individuale e laicità istituzionale, accennando ai sistemi educativi complessivamente intesi. L’anima del lavoro che fanno qui a Livorno le due scienziate pioniere della Biorobotica Soft (un tema su cui si è svolto un importante convegno internazionale alla scorsa fine di aprile e su cui continuano ad impegnarsi allo Scoglio della Regina), è un’anima che, sia nei ricercatori sia nei destinatari della ricerca, si occupa essenzialmente di dare alla quotidianità dei cittadini, nuove abitudini per affrontare le normali necessità della vita, il che comporta metterli in grado di dedicare sempre più le proprie facoltà intellettuali ad esprimere la propria personalità. Questo è del resto il reale obiettivo di ogni serio sistema educativo e formativo, che diviene perfino un obbligo per i sistemi a gestione pubblica. In sintesi, i destinatari del sistema educativo in sé sono solo i cittadini individui nella loro specifica diversità e solo loro. E’ un grave fraintendimento concettuale con pesanti ricadute funzionali, attardarsi su impostazioni cosiddette sociali, che riguardano aspetti ben differenti della condizione scolastica e dunque vanno affrontati dalle istituzioni con strumenti del tutto estranei alla didattica e alla formazione. Altrimenti, la didattica diviene imposizione ideologica.
A scuola, i programmi didattici e il rispetto delle regole nell’apprendere, nei rapporti con i docenti e tra gli allievi, NON sono un problema sociale bensì un problema individuale di cittadinanza. Il fine della didattica è coltivare la diversità individuale ed abituare a tessere le reti di relazioni tra individui per potenziarli al massimo, non per legarli. Così si formano cittadini rispettosi degli altri individui conviventi senza cedimenti a bullismi d’ogni genere, relativi al sesso, a debolezza di carattere, a mode, a disponibilità in squilibrio di risorse intellettuali o materiali. E senza cedimenti nell’applicarsi a svolgere il proprio compito di relazione, che è il tramite più diretto con gli altri, nei vari ruoli (professionisti, burocrati, lavoratori dipendenti o autonomi, senza dimenticare i giornalisti) e settori economici. Sempre restando nell’ambito delle cose livornesi, costituisce una riprova sperimentale di quanto il trascurare la diversità individuale possa desertificare una città, ciò che è avvenuto qui negli ultimi sei sette decenni. Livorno si è trovata avvolta in due coperte concettuali. Una è stata il modo di concepire la cittadinanza da un partito ideologicamente legato ad un sindacalismo tardo marxista, che ha ritenuto ovvio focalizzare tutta la vita cittadina sulle problematiche del lavoro, per di più concependolo quale diritto pervasivo necessariamente elargito dai detentori del capitale privato e pubblico senza solidi legami con le condizioni di prodotto e di ambiente. L’altra coperta concettuale è stata il progressivo abbandono dell’idea di conflitto democratico, come confronto ragionato e sperimentale tra interessi legittimi di svariata natura espressi da molti soggetti differenti, individuali, societari o comunque associativi. All’inizio, la quasi assenza della seconda coperta permetteva l’esistenza di conflitti sull’applicare la prima, i quali, seppure con sforzo, mantenevano spazi aperti ai confronti tra diversi. In seguito e con sempre maggior rapidità, la seconda coperta si è ispessita ed allargata, così che il rivestimento delle due ha fatto dilagare il conformismo di potere politico burocratico, locale nonché nei rapporti regionali e nazionali, che si è saldato con la propensione autoreferenziale labronica, fatta di pressapochismo emotivo.
Oltretutto, il trovarsi avvolta nelle due coperte concettuali ha coinciso con il più forte manifestarsi, negli ultimi venti anni, della globalizzazione, la quale, attivando più ampie e assai più rapide modalità di confronto, ha messo a nudo la grave difficoltà del porto labronico a guarire dal suo tradizionale modo di essere monopolistico e dal suo
dedicarsi essenzialmente alla distribuzione dei privilegi esistenti tra chi già li ha più che ad attrezzarsi in modo permanentemente innovativo per corrispondere alle nuove richieste economiche e di servizi dei territori e di tutti gli operatori vicini e lontani. Così a Livorno – proprio mentre in giro esplodeva la computazione algoritmica, l’accuratezza digitale, il progredire tecnologico, la mancanza di certezza – è purtroppo divenuto abituale tener conto solo del rassicurare gli interessi oligarchici di quartiere al posto della diversità individuale e della concezione istituzionale laica del restare neutrali ed aperti al mondo che vive. Ciò nella certezza illusoria che la realtà livornese sarebbe restata intangibile, statica ed autosufficiente. Così non poteva essere e infatti non è stato.
La faccenda è aggravata dal fatto che, come ovvio corollario, la doppia avvolgitura si è accompagnata al non proporsi di utilizzare il patrimonio naturale che Livorno ha e che è di continuo rinnovabile: le condizioni climatiche lungo l’arco dell’anno eccezionali a livello europeo, un territorio spalancato e ameno, una pregevole storia culturale inclusiva di genti e culti diversi, la completezza nei tipi di mezzi di comunicazione (mare, terra, aria), la fisiologica propensione all’attrazione turistica creata dal poter disporre insieme di tutte queste caratteristiche. Un patrimonio di alto valore, a cominciare dall’aspetto economico, il cui utilizzo peraltro presuppone l’essere convinti che la vita dell’individuo non è monotematica, non ha una sola dimensione e che accogliere la diversità individuale e la laicità istituzionale sono precondizioni ineludibili dell’utilizzare le opportunità turistiche in sé di Livorno e del suo territorio. Per contro, la Livorno soffocata dall’essere avvolta nelle due coperte concettuali, non poteva avere tale convinzione, anzi perseguiva quella contraria del conformismo pubblico. Perciò LIVORNO delle DIVERSITA’ è impegnata a contribuire per far sì che una simile condizione di vita cambi il prima possibile e quindi si realizzi una ripresa civile della città attraverso la riscoperta dell’insostituibile capacità di spinta dei progetti individuali dei cittadini.
Per riuscirvi, occorre cogliere che la democrazia non è un parco giochi. Essa è irrinunciabile, non perché sia un bengodi di facile accesso che contenta tutti su tutto, ma perché affida alle iniziative e alle scelte di tutti i diversi cittadini il come regolare i fisiologici e duri conflitti della convivenza e il come raccogliere e spendere le risorse pubbliche per renderla il più possibile equilibrata nel garantire una qualità di vita all’altezza. Per questo la democrazia richiede fatica, non si distacca mai dai fatti sperimentati sulla scorta di quanto deciso e rifiuta ciò che ne ostacola il funzionamento, come l’ integralismo e il fondamentalismo. Affidandosi alla diversità dei cittadini, la democrazia riesce a conoscere a passo a passo sempre di più, nella piena consapevolezza di due aspetti. Uno che il già conosciuto ha sì un alto grado di probabilità ma in pratica appare definitivo salvo prova contraria, per cui ha una struttura potenzialmente provvisoria. E due che la crescita di ciò che si conosce lascia comunque amplissimo ciò che a quel momento non si conosce.
Del carattere della diversità, va sottolineato un altro aspetto determinante. Come mostra l’esperienza storica, ogni profilo della diversità va rispettato, ma, nel conflitto tra diversi punti di vista e proposte, nel lungo periodo incidono più la concretezza delle analisi, dei progetti, delle conoscenze di cui ognuno è portatore con il suo spirito critico, che non le emozioni e le speranze di lui medesimo. Gli istinti individuali hanno molto rilievo ma non da soli, non di continuo e non senza raccordarsi ai fatti. La convivenza pullula dei confronti concreti tra diversi e del loro intersecarsi nel rispetto delle norme. Ma quando il confronto finisce per essere dominato dalle emozioni e dalle speranze, pur se di grandi numeri di cittadini, perde la sua capacità e funzione di verifica selettiva. Dunque, la diversità individuale, per poter davvero espletare i suoi effetti, richiede che una parte significativa dei cittadini eserciti il proprio spirito critico sui fatti senza cedere troppo alle emozioni e alle speranze indotte dalle proprie convinzioni istintuali a prescindere dalla realtà e dalla capacità di attuarle.
Stiamo all’erta. Constatare questo fa scattare un’ulteriore considerazione rivelatrice. A ben vedere, l’esercizio della diversità individuale è interconnesso al diritto al privato, siccome favorire l’esprimersi del proprio spirito critico richiede il massimo di rispetto e di riservatezza pubblici per i frastagliati aspetti dell’interiorità di ciascuno. Purtroppo, negli ultimi decenni, è invece insorto – e questo non è un carattere solo o principalmente livornese – un fraintendimento grave sul rapporto e sulla protezione del privato. Fuor di dubbio il privato ha bisogno di tutela a livello giuridico quale diritto base. Ma è non meno essenziale curare che il privato spirito critico funzioni davvero nei meccanismi del convivere.
In proposito, balza agli occhi che il sistema di relazioni costruitosi attraverso i cosiddetti social, non corrisponde alla cultura dell’esercitare lo spirito critico individuale privato, anzi la contrasta. Almeno sotto due punti di vista. L’eccesso di enfasi impulsive – appositamente perseguito dai titolari stessi delle reti sociali (seppure con varie procedure) – con cui sulla rete ogni notizia si accompagna ad una immediata valutazione sommaria ed emotiva misurata con i “mi piace” virali, addirittura ampliati agevolando ora la specifica delle reazioni tramite una serie di faccine prestabilite (questa è la breccia da cui l’esaltare la libertà occidentale diviene pulsione estremista e foriera di sciocchezze fatali). E poi il trasformare la funzione intrinseca della rete (offrire una potenziale connessione al resto del mondo) nel comprimere fino a cancellarla la capacità di ognuno di usare la sua identità critica in chiave autonoma e non drogata da quanto in voga nella rete (questa è la breccia da cui passa l’interessato utilizzo arbitrario dei dati dei clienti da parte dei gestori dei social).
Con il dilagare di queste due modalità, il privato diviene sì un diritto protetto giuridicamente, ma in pratica tenuto a freno e mutilato nel funzionamento. Insomma, il privato finisce per essere un lusso di cui riesce a godere un numero ridotto di privilegiati, circostanza che danneggia il meccanismo pubblico della diversità individuale. Da qui, l’urgente necessità di impegnarsi per rimettere al centro la diversità individuale dello spirito critico e le condizioni preliminari per comportamenti atti a esercitarla davvero. I quali ruotano intorno all’esigenza, nel conoscere e nel convivere, di non dare mai nessuna conquista per scontata. Sia perché al passare del tempo possono cambiare i rapporti al momento esistenti tra certi parametri e dentro alcuni di loro sia perché ogni cambiamento avviene secondo regole probabilistiche e non deterministiche.

Ebbene, il progetto di LIVORNO delle DIVERSITA’ è arredare l’area avuta in Concessione così da trasmettere stabilmente l’idea che vi ho illustrato fin qui. Ora l’arch. Tocchini vi mostrerà tutti gli aspetti tecnici della iniziativa avviata con il lancio del Bando, anche in prospettiva.

Seconda parte
Ora che io vi ho delineato l’anima della proposta di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ e l’architetto Tocchini l’origine della sua collaborazione, il senso del Bando e le prospettive tecnico artistiche dell’Arredo della area avuta in concessione, concludo facendo cenno all’aspetto dal quale non è possibile prescindere: le risorse necessarie per realizzare l’Arredo.
Il gruppo di Promotori di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ – in proprio e con l’aiuto di alcuni sponsor tra cui vanno ricordati prima di tutto l’UAAR , la SOCREM, poi la Gioielleria Talarico con alcuni oggetti ed in questo periodo altri contributi da parte degli aderenti – ha fornito le risorse necessarie per affrontare le spese di gestione nonché del Bando e di parte dei non lievi canoni annuali di locazione dell’area in concessione. E’ peraltro certo che, restando in questo ambito, LIVORNO DELLE DIVERSITA’ non avrà le risorse per realizzare l’Arredo. Non sono ancora ben definite ma saranno intorno a qualche decina di migliaia di euro. LIVORNO DELLE DIVERSITA’ è dunque impegnata nel ricercare soggetti disponibili a contribuire.
Ovviamente, essendo la nostra un’iniziativa privata che per oggetto ha un messaggio sulla convivenza dei cittadini, noi di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ non aspiriamo a mantenerne la gestione esclusiva. Anzi saremmo ben lieti di cederla ad uno o più enti pubblici, qualora la nostra iniziativa fosse realizzata come stabilito fin qui e come eventualmente concordato nella fase del passaggio. Finora abbiamo chiesto la disponibilità ad un solo gruppo che ha una dimensione adeguata e che supporta attività culturali nella nostra città. Solo che tale gruppo (la FLAC) si dedica in toto all’appuntamento annuale con il Festival dell’Umorismo, che a partire dal 2015 si svolge a settembre e che nel complesso ha visto impegnato un importo intorno ai 1,4 milioni di euro.
E’ un Festival che da lustro a Livorno sul tema “il senso del ridicolo”. Un tema significativo nella vita; però, nella società di oggi, non è uno strumento utile a riflettere su come migliorare il convivere. Poteva servire a questo una volta, quando era significativo in termini civili comprendere l’importanza del ridere sull’autorità. Ricordiamo tutti il Nome della Rosa, in cui Umberto Eco contrappone, sul significato del riso, il vecchio abate cieco fanatico Jorge a Guglielmo da Baskerville. Jorge giudica il riso il nemico numero uno della religione perché mette in discussione ogni valore ed ordine esistenti; perché induce a ridere dell’autorità, togliendo a essa ogni sacralità, tanto che Cristo non avrebbe mai riso. Guglielmo da Baskerville gli oppone che il ridere è umano e che gli animali non ridono; perché la funzione del riso è “far ridere la verità”, tanto da risultare un prezioso alleato della conoscenza.
Solo che, dal punto di vista civile, ridere dell’autorità oggi non basta più. Poiché conoscere è sì l’aspetto centrale del mondo contemporaneo, ma si limita alla diversità dei singoli individui e alla sperimentazione delle loro idee. Mentre il messaggio civile di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ , è spingere a dar regole alla convivenza che utilizzino al massimo la diversità dei cittadini, così da migliorare il convivere facendo interagire le diverse conoscenze e i diversi progetti dei conviventi. Quindi non individui isolati (o in massa, che è lo stesso), ma relazioni di individui.
Insomma, come argomentò Pirandello nel saggio L’umorismo poco più di un secolo fa – che inquadrava le modalità espressive dell’arte moderna –, l’umorismo è in sintesi una riflessione personale per cogliere, insieme ad una cosa, il sentimento del suo contrario. Non a caso B. Croce avanzò la critica (in parte recepita poi da Pirandello) che l’estetica non include il pensiero razionale. Pirandello aveva colto come nell’umorismo la persona manifesti la propria riflessione pensante. Tuttavia resta una riflessione della persona, non si estende (neppure può) in un meccanismo per convivere. Ride dell’autorità ma non la tocca. Dunque l’umorismo è un fatto artistico ma non entra nelle regole del come convivere. Perciò il nostro auspicio è che in città si dedichino più risorse, oltre che all’umorismo, a supportare la nostra iniziativa per richiamare che la convivenza va organizzata curando il rapporto tra istituzioni e cittadini diversi.

Speriamo bene. Per parte nostra, cerchiamo di non restare fermi e ci ingegniamo di trovare ogni via utile per reperire risorse fisiche e mentali in tal senso. Così abbiamo colto la recente esistenza a Livorno di un progetto il quale, mediante un sistema di ascolto dei cittadini (nelle varie manifestazioni) si sta impegnando per lanciare l’utilizzo di risorse regionali, con la supervisione del Comune, a sostegno dell’apertura verso il mondo, della tolleranza, della concorrenza, del pluralismo, della cooperazione, con l’obiettivo dell’innovare per rendere Livorno nel 2030 la città più dinamica ed attrattiva del Mediterraneo. Si chiama POLO TECNOLOGICO DGU , acronimo di Diversis gentibus una. In realtà, come ho detto prima, nel 2018 il fulcro della convivenza non è far divenire le diverse genti “una”, cioè una cosa sola, bensì la capacità di preservare la diversità e intessere relazioni di vita tra i diversi (e l’acronimo sarebbe DGUCR, Diversis gentibus, una civium relatio, Genti diverse, una relazione civica).
Ci pare chiaro che il POLO TECNOLOGICO opera in direzione simile a quella di LIVORNO DELLE DIVERSITA’, seppure con un taglio assai più operativo nell’immediato. L’obiettivo sono l’innovazione, la ricerca di tecnologie nuove, e quindi, è implicito, di procedure e di materie nuove, al di là dei 180 mila materiali ad oggi noti. Del resto, Livorno dispone delle condizioni ambientali adatte, dalla contigua Università allo Scoglio della Regina, con l’eccellenza nella robotica quotidiana e con la predisposizione a maneggiare la quantistica, che è la strada maestra per verificare il futuro comportamento dei materiali e in generale per aumentare esponenzialmente la velocità di calcolo e quindi esplorare a velocità assai più alta tutte le strade possibili dello sperimentare attraverso lo studio dei comportamenti su scala atomica.
Consapevoli di questo clima da scienza aperta che caratterizza il POLO TECNOLOGICO, abbiamo avvertito una sorta di consonanza di intenti. Così abbiamo ritenuto opportuno lavorare per presentare al POLO TECNOLOGICO un nostro progetto. L’impostazione di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ e l’arredo dell’Area in concessione al Ponte dei Francesi – singolarità nel Mediterraneo e nell’Europa continentale – dovrebbero implementare la strategia di comunicazione e di rilancio di Livorno promossa dal POLO TECNOLOGICO stesso. E qualora tale nostro progetto fosse accolto, ci sarebbero anche le risorse per l’arredo.
Naturalmente le risorse ci sarebbero anche se venissero fuori uno o più imprenditori disposti ad impegnarsi perché convinti della potenzialità della nostra iniziativa. E ce lo auguriamo. Infine, visto che qui siamo al Port Center, non riterremmo fuori del mondo – anzi ci farebbe molto piacere – che la medesima Autorità di Sistema Portuale, Mar Tirreno Settentrionale, potesse prendere in esame l’eventualità di rilevare, anche nella qualità di titolare dell’area demaniale, l’iniziativa di LIVORNO DELLE DIVERSITA’. Tale subentro, meglio se non da sola ma coinvolgendo anche il Comune cittadino che ci risulta disponibile, è fondato sia sulla circostanza che l’anima della nostra iniziativa è l’afflato caratteristico della convivenza tra diversi, la cittadinanza pubblica, sia sulla novità istituzionale del nuovo Ministro delle Infrastrutture, che potrebbe correggere la solita impostazione delle burocrazie ministeriali, di escludere dalla vera gestione del Porto la rappresentanza della Città e le sue dinamiche (questione più volte sollevata dal Sindaco con il suo peso ma da tempo condivisa anche da chi parla). Con questo subentro dell’AdSP e del Comune, noi di LIVORNO DELLE DIVERSITA’ saremmo ben felici perché arriverebbe a compiersi il nostro auspicio.
Livorno , ancora una volta, diverrebbe il riferimento di un nuovo metodo universale di convivere nella diversità dei cittadini conviventi. In più, questa volta ciò sarebbe avvenuto per iniziativa dei cittadini livornesi e non per la lungimiranza calata dall’alto dai moderni Granduchi o da altri potenti.

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Dal 4 marzo al governo Conte

Dopo 88 giorni (metà del tempo della Merkel), l’Italia ha un governo con la maggioranza del 4 marzo. I nostalgici del Nazareno, PD e FI, le hanno provate tutte per non rispettare la volontà degli elettori. Aiutati dai poteri economici (dalle voci esplicite e nebulose di ambienti dell’eurozona alla Confindustria) e dai giornali, tutti increduli del perdere i riferimenti ministeriali e impegnati a dare ai vincitori l’etichetta di antisistema (errore concettuale).

Eppure, con l’incarico tecnico a Cottarelli, pareva fossero riusciti ad impedire un governo politico. Però il governo tecnico senza maggioranza, avrebbe precipitato il paese in elezioni anticipatissime. E tale prospettiva ha portato in poche ore al balzo dello spread da 215 a oltre 300. Con il Wall Street Journal che scriveva: “le conseguenze politiche di quest’ultimo atto di disprezzo elitario possono essere peggiori”. Allora, i giornali hanno spinto per una fiducia tecnica. Contorcimenti subito respinti dal M5S e bloccati dall’appello di FdI a Mattarella: ” una maggioranza si è formata tra Lega e il M5S. Siamo disponibili a rafforzarla con Fratelli d’Italia, perché occorre tirare fuori l’Italia dal caos nel quale rischia di gettarsi”.

Del resto Mattarella dopo il 4 marzo (salvo il 27 maggio sera) voleva un governo politico. E così, rientrata la tempesta nei rapporti Quirinale, Di Maio , Salvini, con una valutazione più pacata da parte di tutti, si è arrivati al Governo Conte. Proceduralmente un successo della democrazia liberale, l’unica che si affida alle scelte dei cittadini attraverso i loro rappresentanti. Sono sconfitte le pretese dirigiste di certa Europa, di chi vorrebbe sostituire i cittadini con lo spread e dei vecchi gestori che si ritenevano insostituibili ed i soli capaci a prescindere dai risultati.

Varato il governo del 4 marzo, dovrà essere giudicato per quanto farà. Quindi niente chiacchiericcio sull’essere tecnico e non politico. Esso è una scelta politica, tanto che Conte ha di nuovo citato espressamente il Contratto M5S Lega. I ministri non parlamentari ci sono non per negare da tecnici il legame politico, bensì in virtù della loro acclarata competenza. E la competenza non è tecnica ma professionalità civile. La vera sfida per Conte è la disuguaglianza, non quella tra singoli individui bensì quella individuale rispetto ai diritti di cittadinanza che ciascuno si aspetta. Tale disuguaglianza si batte governando con indicazioni in dettaglio di come realizzare le intenzioni.

Sul punto, tuttavia, il Contratto M5S-Lega è finora silente. Dal Governo Conte verranno elaborazioni positive? Al di là della preoccupazione estera per gli appuntamenti a giugno (al Governo servirebbero indicazioni dal Parlamento), le proposte del Contratto, seppure prive di numeri, nell’ intento non sono prive di basi. Vedi reddito di cittadinanza (purché non inteso come assistenzialismo). Oppure riduzione del carico sul reddito (anche se meno efficace del ridurre il cuneo fiscale). Oppure ridiscutere come costruire l’Europa (nata a passo a passo, non imperniata sulla rigidità). Insomma l’obiettivo è puntare da subito a disincagliare la crescita reale, oggi troppo bassa, perché prigioniera di burocrazie autoreferenziali e oppressa da un enorme debito accumulato (che va tagliato non solo agendo sul deficit annuale) i cui interessi fagocitano risorse di cui avremmo fame. Queste son le cose che è legittimo aspettarsi dal Governo. Sarebbe già molto. Senza dimenticare che non si può chiedere al Governo Conte una cosa per cui esso non è vocato: un’impostazione liberale ampia, necessaria al fine di proporre ai cittadini gli strumenti per costruire una società aperta, la precondizione vera di una ripresa effettiva imperniata sulla diversità individuale del cittadino.

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