Spot del Comitato IlNOmedianteilNON

Spot radiofonico per la Campagna Referendum del 12 giugno 2022. Testo predisposto dz Daniele Bonifati, Enzo Marzo, Riccardo Masttorillo, Raffaello Morelli.

I mali della giustizia non si risolvono con i referendum del 12 giugno.

Sanarli non richiede l’accetta ma equilibri complessi nelle varie sensibilità dei cittadini e nella separazione dei poteri.

I cinque referendum usano l’accetta. Sbagliano nel merito e truffano la funzione costituzionale dell’ abrogare.

Sulle misure cautelari, per ridurne gli abusi cancellano uno strumento essenziale.

Sull’incandidabilità dei condannati, eludono la valutazione dei reati indispensabile per evitare i privilegi.

Sui Consigli Giudiziari, introducono avvocati e universitari nel giudicare la professionalità dei magistrati senza pensare alle ricadute sulla loro indipendenza.

Sulle correnti nel CSM, varano una procedura inadatta a eliminarne le storture.

Sul separare le funzioni, adottano la scelta chirurgica tra PM e giudice a prescindere da altre esigenze sistemiche.

Questi referendum negano che la giustizia sia frutto della democrazia rappresentativa, con un’alta mediazione di diverse sensibilità in parlamento.

I referendum resi antiparlamentari minano la libertà delle istituzioni. La vittoria del SI, favorirebbe i potenti.

Per esser certo che i referendum del 12 giugno non siano approvati, non votare (o non ritirare le schede) e fai mancare il quorum del 50%+ 1 degli elettori, nella consapevolezza che votare NO, aiuta il SI’ a vincere.

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Inaccettabile dichiarazione di Stoltenberg

Il Parlamento italiano non potrà trascurare, sia nel metodo che nel merito, l’intervista di sabato 7 aprile fatta al quotidiano tedesco Die Welt da Jens Stoltenberg, Segretario Generale della Nato. Ha detto che “i membri della Nato non accetteranno mai l’annessione illegale della Crimea da parte russa”.

Nel metodo, il Parlamento non può accettare che la NATO, un’alleanza militare difensiva tra Stati priva di rilievo civile autonomo, si esprima in una materia di natura esclusivamente politica. Oltretutto di propria iniziativa con il fine evidente di determinare gli avvenimenti politici. Non è una questione formale. Rientra nell’essenza della democrazia occidentale, per cui le alleanze militari non hanno ruoli di governo o non fanno politica. Nel merito, il Parlamento non può accettare che venga ulteriormente infiammato lo scontro sull’Ucraina , gonfiando le condizioni per estendere il conflitto (visto il notorio interesse russo in materia), quando il governo italiano continua a ripetere che la difesa dell’autodeterminazione ucraina ha lo scopo esclusivo di favorire la pace e non di attaccare la Russia.

Il Governo Draghi era già stato sollecitato ad interpellare il Parlamento prima della visita di questa settimana a Biden e ad Washington. Non aveva accolto il sollecito ritenendo che il Parlamento avesse già fornito le indicazioni essenziali di politica estera necessarie alla visita. Ma il fatto nuovo della clamorosa intervista di Stoltenberg, rende indispensabile interpellare il Parlamento all’indomani degli incontri negli Stati Uniti.

Di fatti – nonostante le ritrosie degli ambienti filo occidentali più disattenti alla malattia di un Occidente dimentico di come la libertà non possa essere un marchio imperiale – tutta la vicenda Ucraina vive da sette anni nella nebbia (sempre più fitta) delle manovre dei consiglieri del trio occidentale (alta burocrazia USA, Inghilterra e Nato) che spingono l’Ucraina a punzecchiare Putin e a innescare sue reazioni di forza, che giustifichino l’ideale crociata del bene contro il male. Le manovre così impostate non hanno avuto l’esito sperato (il dato di fatto è che le sanzioni economiche contro la Russia non sono sostenute dalla maggioranza delle popolazioni e degli Stati del mondo). Perfino l’uomo ucraino del trio occidentale, il Presidente Zelensky, ha fatto nei giorni scorsi la proposta di riconoscere la Crimea nella Russia. pur di aprire la via alla cessazione della guerra.

Dunque, l’intervista di Stoltenberg è stata una precisa reazione al concreto pericolo della frana delle manovre del trio, costretto dai fatti a rinunciare al disegno di una guerra per procura alla Russia affidata all’Ucraina, armata soprattutto a questo specifico fine. La cosa più probabile è che tale intervista esprima il colpo di coda dei circoli oltranzisti indispettiti dal dover rinunciare all’amato giocattolo bellico. In tal caso, a Washington Draghi e il Governo italiano non saranno investiti dall’onda d’urto derivante dall’uscita di Stoltenberg. Comunque è chiaro che, al ritorno da Washington il Parlamento dovrà esprimersi senza ipocrisie e diradare la nebbia. E confermare che l’Italia lavora a rapporti di pace senza cedere alle pulsioni di forza di un trio, non per caso composto da realtà che non fanno parte dello spirito e dell’istituzione UE, impegnata a costruire una convivenza libera svincolata dai vecchi sistemi di potere al di sopra dei cittadini.

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La malattia dell’Occidente

Chi adotta il metodo Liberale è molto preoccupato. L’Occidente sta attraversando una profonda crisi che sta corrodendo il funzionamento fisiologico delle istituzioni che dovrebbero garantire la Libertà e quindi la libera convivenza tra cittadini. La tragica vicenda ucraina ne è ulteriore dimostrazione.

Il trio che domina in Occidente (alta burocrazia  USA, governo inglese e Segretario NATO) persegue da tempo azioni formalmente a sostegno della libertà contro le autocrazie, ma che di fatto riducono  le Libertà ad un marchio imperiale che il resto del mondo dovrebbe riconoscere e accettare. In sostanza, il trio attribuisce alla (propria idea di) libertà un ruolo che contraddice le dinamiche profonde della stessa Libertà. In altre parole, la Libertà non può essere imposta.

Negli anni ’80, la libertà ha sgretolato il comunismo e l’URSS non con le armi ma con il confronto aperto tra diverse maniere di vivere individuali e con gli scambi materiali anche tra avversari. E così continua a fare laddove la Libertà è coltivata, lentamente e faticosamente (anche con tante frustrazioni) e accettata dagli individui quale strumento per meglio convivere e prosperare più rapidamente. 

Attualmente, invece, l’Occidente insegue il mito eroico della libertà, riducendola a una bandiera ideologica da sventolare senza preoccuparsi di accompagnarla con comportamenti coerenti. La libertà viene consumata per polarizzare il mondo in fedeli da premiare e in nemici da sconfiggere (sintomatico che la narrazione anglosassone continui a usare termini quali Good e Evil). Questa impostazione è sorda perché non sa ascoltare la diversità. Non riconoscere e accettare la diversità significa quindi, negare il principio su cui si fonda la Libertà, cioè la convivenza tra individui diversi (Libertà soggettive e oggettive). 

Incapace di ascoltare e valutare i fatti nella loro concretezza, incollato alla cultura rigida della Libertà come ideologia da imporre ovunque (esportare la Democrazia) l’Occidente si ritrova a ripetere gli errori del passato (la lista è lunga) attraverso, vista la portata del nemico, una guerra per procura.

Ha cominciato cancellando il ricordo della politica dell’Ucraina degli ultimi sette anni. Ha rimosso l’insistito inadempimento del patto di Minsk2 (2015). Ha sorvolato sulla politica interna di Kiev dedita a continue restrizioni delle libertà civili. Ha introdotto una folla di consulenti per spingere la richiesta di un’autonomia nazionale imperniata sulle provocazioni alla Russia e sulla richiesta ossessiva di armi, più che sull’esercizio delle Libertà. Del resto, gli ambienti di Washington stanno confermando di avere l’obiettivo non di difendere l’Ucraina bensì di cambiare il regime in Russia.

Da qui la frenetica attività diplomatica del trio per sostenere la politica delle sanzioni economiche contro la Russia, al fine di esprimere plasticamente il concetto dell’inarrestabile libertà imperiale. Come se provocare la caduta di Putin, risolvesse il problema di realizzare la Libertà quotidiana nel mondo. Oltretutto, in queste settimane, i fatti hanno provato che la politica delle sanzioni provoca danni soprattutto a chi l’ha voluta, impedendo quei confronti e quegli scambi che delle Libertà sono la forza reale. E infatti, nonostante la frenesia e gli sforzi diplomatici, l’Occidente, nelle sanzioni economiche antirusse, non ottiene l’appoggio dalla maggioranza degli Stati e delle popolazioni mondiali. Perché? 

A questa grave malattia dell’Occidente l’Italia sta contribuendo senza riflettere sul cosa fare e adottando un’acquiescenza da paese colonizzato. La cosa più grave non è il non scegliere una politica meno distante dai principi liberali che tenga conto della realtà (quale riconoscere che la folle politica energetica di dipendenza dalla Russia non è rimediabile in pochi mesi). La cosa che dovrebbe preoccuparci è il servile fornire armi all’Ucraina, atteggiamento che corrisponde all’attuale logica invasata dell’Occidente ma contrasta irrimediabilmente con il dire che l’Italia ricerca la pace in Ucraina. E una prospettiva inaccettabile per chi adotta il metodo Liberale, che sul punto non può che concordare con Papa Francesco.

E’ incredibile che, avventurandosi in acrobazie giuridiche da azzeccagarbugli, alcuni sostengano che sarebbe inutile coinvolgere il Parlamento sulla nuova situazione. Se il governo italiano vuole la pace, deve cessare di inviare le armi che alimentano la guerra (e fomentano il suo allargamento). E inoltre per coerenza, al vertice NATO di giugno ove vige il criterio dell’unanimità, dovrà porre il veto alla preannunciata proposta di schierare le truppe NATO ai confini orientali dei suoi paesi membri. Sarebbe una spinta ulteriore verso una politica del marchio imperiale attribuito fantasiosamente alla Libertà.

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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Una mancanza concettuale (a Ernesto Galli della Loggia)

Egregio Professore,

desidero fare un’osservazione sul Suo editoriale odierno dato che, sull’argomento Ucraina, i Suoi scritti sono stati ovviamente discutibili ma in nessun caso invasati come invece quelli di molti Suoi colleghi, tipo Polito, Cazzullo, Panebianco e, nella propria dimensione salottiera, Gramellini , che sostengono l’Ucraina a prescindere da ogni dato concreto, non so se per distorto approccio ideologico o per interesse spicciolo di rapporti amicali con gli ambienti della propaganda Nato.

In questa occasione , l’editoriale “L’Ucraina, la sinistra dei ricordi perduti” presenta una gravissima mancanza concettuale non nel richiamare le tre affermazioni attribuite alla sinistra e nel sottoporle a critica legittima e serrata, bensì nel voler esaurire l’esame della vicenda ucraina nella contrapposizione tra occidente e putiniani. Così l’editoriale trascura il macigno della malattia che sta corrodendo l’Occidente col proliferare dell’interpretazione che dell’Occidente diffonde il trio Blinken (ancor più di Biden), Johnson, Stoltenberg.

Questo trio ha innescato una massiccia campagna propagandistica (presa dagli eventi spettacolo) a sostegno dell’idea che la libertà dell’Occidente sarebbe un marchio imperiale e che perciò non potrebbe essere contestata da nessuno, tanto da considerare automaticamente un dissenso una minaccia esistenziale. Pretendere che la libertà abbia un marchio imperiale viola la fisiologia della libertà. Per il semplice motivo che la libertà è il metodo di confliggere tra giudizi ed interessi di cittadini individualmente diversi, dimostratosi il sistema di convivenza incomparabilmente più efficace nell’esperienza storica. Ma appunto confliggere tra diversi, senza avere mai la pretesa che tutti siano uguali (non a caso il comunismo e l’URSS sono stati sgretolati dal funzionare della libertà in un mondo di diversi).

Per tale ragione balza agli occhi la mancanza concettuale dell’editoriale in esame. Da per scontato che, nella logica antica degli stati di potere e basta, esista solo l’Occidente, con le sue ragioni e i sui interessi, mentre la realtà è che esiste anche la Russia di Putin. Rispetto alla normalità dei rapporti internazionali, non conta la circostanza che la Russia pratichi dei rapporti istituzionali contrapposti a quelli delle libertà civili dell’Occidente , appunto perché la libertà dell’Occidente non può avere un marchio imperiale e riconosce le diversità (anche quando non le condivide affatto). Tra l’altro, nella fattispecie ucraina, non si può davvero dire che nella condotta istituzionale di Zelensky stia prevalendo l’esercizio delle regole della libertà (che esigono il rispetto del patti sottoscritti) e il riconoscere la promessa autonomia al Donbass (questione dirimente per la Russia).

In conclusione, se l’editoriale si fosse occupato – oltre che delle contraddizioni della sinistra filoputiniana – della malattia nel corpo dell’Occidente infettato da chi non pratica il liberalismo e spesso ne rifiuta l’applicazione (ossessionato da impossibili paragoni storici con gli anni ’30 e ’40), allora non avrebbe potuto concludere che è sufficiente che l’Ucraina resista e che i Paesi terzi continuino ad aiutarla. Non avrebbe potuto farlo sia perché l’Ucraina ha tutto il diritto di resistere ma ciò non basta a qualificarne i comportamenti quali democratico liberali, sia perché continuare a fornire armi di ogni genere significa prolungare la guerra rischiando che essa si estenda sempre più e mettere davvero a rischio i rapporti di libertà tra diversi (non solo nelle analisi dei gruppi elitari in ambito militare e politico, che non tengono abbastanza conto della libertà reale e priva di marchio imperiale).

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SE RIBALTA  LA REALTA’ ,  L’OCCIDENTE  SI  RINNEGA

1- L’accusa strumentale di anacronismo. Domenica 10 aprile, un editorialista principe (Polito) di una testata storica (Corriere della Sera), ha accusato di anacronismo i contrari alla politica della Nato sull’Ucraina. Con l’intento di esaltare la libertà occidentale, ha usato argomenti non corrispondenti alla realtà. Di fatti, il suo punto di partenza è negare che l’Europa sia divisa in blocchi  ed anche che la Russia sia accerchiata dalla NATO. In più precisa che i sostenitori di tali due tesi hanno una mentalità da nostalgici della guerra fredda.

Sono accuse campate in aria (attribuiscono a terzi la propria mentalità) di un editorialista che, dismesso il senso critico professionale, le scrive strumentalmente al servizio degli ambienti che adorano la concezione materializzatasi trenta anni fa nello slogan “il comunismo è crollato, la storia è finita”. Lo slogan  da allora è fallito quanto a  realismo politico.  Eppure tali ambienti si sentono orfani e non tollerano che l’occidente non venga riconosciuto come l’unico potere oggi esistente al mondo.  Loro sono nostalgici di un’illusione (la fine della storia) che allora pensarono a portata di mano e che si è dissolta. Continuano a illudersi che la libertà dell’occidente sia un marchio imperiale, mentre non lo è perché per natura non può esserlo.  

Alla prova della storia , il comunismo e l’URSS si dissolsero e si mostrò più efficace il metodo della libertà, ma non per questo  mutò il modo di essere della libertà. La libertà dell’occidente non può, per sua struttura, essere un marchio imperiale, in quanto è legata indissolubilmente all’esercizio dello spirito critico di ogni cittadino, che è individualmente diverso e che può modificare i giudizi al passare del tempo. Era tale libertà che nel concreto aveva triturato le istituzioni  del comunismo e dell’URSS. Questo è il punto. Il mondo continuò ad evolvere, ma non tutti in occidente condivisero questo dato sperimentale, e ci fu chi rimase legato allo slogan “il comunismo è crollato, la storia è finita”, restando orfano del suo fallimento.

2- Il falso storico sull’UE . Una conferma di ciò si ha nello scritto in esame del 10 aprile, nel preciso richiamo temporale: “quando è finito l’impero sovietico …. non esisteva ancora Facebook, Google era appena nata, Twitter e Instagram erano al di là da venire. Soprattutto non esisteva ancora l’Unione Europea, fondata a Maastricht proprio l’anno dopo”. Quest’ultimo periodo è in sé un falso storico. La Comunità Economica Europea esiste dai Trattati di Roma del 1957 (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda) e nel 1992 a Maastricht (due mesi dopo la fine dell’impero URSS) i paesi membri rinnovarono i loro Trattati prendendo atto delle novità maturate in trentacinque anni, inclusi alcuni membri in più (che nel periodo erano divenuti 12, essendosi aggiunti ai sei iniziali Regno Unito, Danimarca, Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna) e il nome di UE. Tuttavia, il falso storico non è per caso. Polito lo usa per sostenere che  l’UE, fondata dopo la fine dell’URSS, non appartiene al mondo della guerra fredda, bensì all’epoca della libertà definitivamente vincente. Questa interpretazione è un altro falso storico concettuale. Negli esiti  ancor più grave, eppure corrispondente al modo di intendere il progetto UE praticato dopo Maastricht.

A partire da Maastricht, senza ve ne fosse chiara consapevolezza pubblica, il progetto UE mutò i caratteri dei Trattati di Roma originari. Anche nei sette anni precedenti vi erano state notevoli tensioni, tra chi voleva proseguire nella logica integrazionista per far crescere la collaborazione tra i cittadini e chi privilegiava i rapporti intergovernativi. Ma era restata prevalente la spinta ad un Atto Unico che progredisse verso l’Unione politica del nuovo rapporto tra i cittadini europei. Così si arrivò a Maastricht. Invece dopo Maastricht, sia per il tumultuoso periodo tra l’autunno ’90 e ’91 che aveva visto l’epocale riunificazione tedesca e lo scioglimento dell’URSS, sia per le dimissioni ad aprile ’92, dopo 18 anni, del Ministro degli Esteri tedesco (il liberale Genscher, che ritenne conclusa la sua opera dopo esser stato l’attivissimo sostenitore dell’integrazione per oltre un decennio), l’indirizzo politico UE iniziò a mutare.  Si illanguidì il cardine dell’epoca precedente – che era il favorire la propria maturazione affidandosi alla crescita dei rapporti quotidiani tra i cittadini, a cominciare da quelli economici e della sicurezza in autonomia – e si rafforzò la tendenza ad immaginare di essere un super stato, naturalmente dedito ad ampliare le decisioni a livello dei governi dei paesi membri, senza preoccuparsi dell’ampliare le scelte più dirette dei cittadini. In pratica, in una dozzina di anni l’UE  trasformò la natura del progetto dei Trattati di Roma, riportandola ad essere un’istituzione di potere tradizionale in mano alle sue burocrazie dirigenti. I cambiamenti più visibili furono l’aumento dei membri e la moneta unica.

Quanto all’aumento dei membri, i 12 di Maastricht divennero 15  a metà ’94 (Austria, Finlandia e Svezia),  25 esattamente dieci anni dopo (Cipro, Malta, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria) e 27 a fine 2007 (Bulgaria e Romania). In pratica l’UE raddoppiò in un quindicennio, con la frenesia dell’ingrossarsi al posto dell’impegnarsi alla comune maturazione civile delle varie cittadinanze. Quanto alla moneta unica, fu l’emblema del supposto nuovo stato e pertanto venne introdotta alla stregua di procedura tecnica centralizzata avulsa dalla realtà economico finanziaria concreta nei rapporti tra i cittadini. Le storture di rilievo insite nell’euro si manifestarono subito (la mancanza di collegamento con una politica fiscale della UE e la mancata adozione dell’euro di alcuni paesi UE, da subito Danimarca e Svezia e da quando sono entrati, Bulgaria, Polonia, Repubblica Ceca, Romania ed Ungheria). Però non sono mai state mai corrette, proprio perché, nella frenesia del superstato, neppure percepite come tali. Storture foriere nel tempo di gravi disagi, tipo non avere previsto all’epoca dell’entrata in vigore (1 gennaio ’02)  misure pratiche per impedire la lievitazione dei prezzi conseguente ad un’incontrollato cambio di valuta, oppure non riuscire, mancando la fiscalità dell’Unione, ad effettuare un’adeguata politica socio economica UE.

3- L’omissione strumentale sulla NATO. Lo strumentale falso storico di Polito sull’esistenza dell’UE, non riguarda solo l’UE in sé, ma si estende ad un altro soggetto chiave della guerra fredda (la NATO) omesso pur essendo determinante nei primi anni ’90 e  nella vicenda Ucraina. L’Alleanza Atlantica nata nella primavera ’49  tra 12 paesi (dieci in riva dell’Atlantico, Stati Uniti. Regno Unito Canadà, Islanda, Portogallo , Francia, Belgio,  Olanda, Danimarca, Norvegia, e due non in riva all’Atlantico, Italia e Lussemburgo), all’epoca di Maastricht contava 16 membri (due in più in riva all’Atlantico, Spagna e Germania, e due nel Mediterraneo, Grecia e Turchia). Il Trattato di Maastricht aveva come punto qualificante avviare per l’UE un processo di sicurezza in autonomia. Un punto non gradito ai paesi NATO fuori del nucleo UE.  Soprattutto  perché alla fine degli anni ’80 era stato siglato un accordo tra il Presidente USA Bush s. e quello sovietico Gorbaciov per cui la NATO avrebbe cessato del tutto di espandersi, accordo in base al quale lo scioglimento del Patto di Varsavia nel ’91  poneva il problema di un parallelo scioglimento della NATO. Peraltro, i paesi NATO fuori del nucleo UE non volevano lo scioglimento, e, quando la firma di Maastricht acuì il problema, iniziò  un percepibile contrasto tra gli ambenti UE fautori di un occidente liberale e chi concepiva la libertà alla stregua di un marchio imperiale. Nelle stesse settimane di Maastricht fu  rilevato che gli atti sulla sicurezza autonoma UE, correttamente fatti,  non avrebbero impedito l’allargarsi NATO. Così avvenne. Negli anni successivi l’UE non ha davvero sviluppato il programma di sicurezza autonoma, mentre la NATO negli anni ’90 ha fatto la guerra in territori jugoslavi e poi si è allargata  a Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (paesi non UE) , attivandosi infine per farle entrare nella UE, cosa conclusa nel 2004, insieme all’ingresso di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia. Gli stessi stati  entrarono anche nella UE salvo Bulgaria e Romania che vi aderirono tre anni dopo. 

L’omissione nelle vicende NATO di oltre un quindicennio risulta tanto più strumentale nelle ricostruzione fatta nell’editoriale del 10 aprile , in quanto si accompagna all’omettere due ulteriori fatti storici decisivi per mettere in luce come le pressioni della NATO abbiano subito diversi scacchi nel tentativo di dare alla libertà il marchio imperiale. Uno è la non riuscita del realizzare una UE imperniata su una Costituzione non correttiva degli errori di Maastricht (trattato di Bruxelles in seguito firmato a Roma dell’ottobre 2004)  ed anzi incline ad accrescere il potere degli stati piuttosto che quello dei cittadini.   Il Tratto di Bruxelles non venne ratificata nel 2005 nei referendum in Francia e in Olanda, cosa che in seguito portò a ripiegare sul Trattato di Lisbona (2007 dicembre) in cui si ridusse ancora lo spirito del 1957 preparando all’epoca della concezione economica fondata sull’austerity. Il secondo scacco  dell’attività per rafforzare la concezione della libertà occidentale in termini di libertà globalizzata e conformistica a guida occidentale,  avvenne alla Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco di Baviera, nel febbraio del 2007.

4- La svolta di Putin alla Conferenza di Monaco.  La concezione della libertà occidentale in termini di libertà globalizzata e conformistica crollò perchè Putin fece un discorso in cui espresse la motivata e completa insoddisfazione russa per il comportamento degli USA e della NATO nei sette anni della sua presidenza (quali le menzogne acclarate per giustificare il rovesciare Sadam Hussein), e annunciò che Mosca avrebbe preteso un ruolo partenariato in un mondo multipolare, insieme alla Cina e non subordinato a Washington.

Il crollo reale non fu l’esplicita dichiarazione di Putin ­– una conferma di quello che l’occidente liberale sostiene da molti decenni –  , fu il fatto che, contrariamente alle aspettative, risultò contestato lo slogan “il comunismo è crollato, la storia è finita” e l’idea della libertà come marchio imperiale da tutti riconosciuto. Così anche quando nell’agosto 2008 la Russia, applicando la teoria di Putin esposta l’anno prima,  intervenne militarmente in  Georgia per aiutare la provincia dell’Ossezia del Sud e bloccare l’aspirazione ad entrare nella NATO del governo centrale insediato dai servizi segreti USA, il braccio armato dell’Occidente continuò con le sue trame. Non faceva pressione sul mondo orientale attraverso il sistema della libertà di scambio tra i popoli a presidio delle relazioni internazionali e invece continuava ad allargare l’adesione alla NATO in Albania e in Croazia (2009) e a stabilire un rapporto sempre più stretto con l’Ucraina mediante il partenariato esistente già dal ‘97  e approfondito nello stesso 2009. In più. Si verificarono negli anni immediatamente successivi le manovre assistite dalla NATO nelle cosiddette primavere arabe e in LIbria

5- Le vicende in Ucraina. Il contrasto politico in Ucraina  fu prolungato ed acceso incentrandosi sullo stare più con la Russia oppure con l’Occidente. A fine 2013 primi 2014, scoppiarono proteste in piazza quando il Presidente Yanukovych si rifiutò di firmare l’accordo libero scambio con l’UE e preferì fuggire lasciando campo libero  ai nazionalisti filo-occidentali (un movimento variegato comprendente anche gruppi dichiaratamente neonazisti). In parallelo, nella regione meridionale della Crimea si svolse poche settimane dopo un referendum promosso dai russofoni (contestato dalla Corte Costituzionale ucraina) che stabilì di tornare nello stato russo. La Russia sancì subito la secessione della Crimea dall’Ucraina e l’annessione alla Federazione Russa.

Nel frattempo il governo di  Kiev adottò sistemi analoghi a quelli russi, prima sopprimendo partiti di opposizione, poi introducendo una legge marziale di divieto delle manifestazioni in dissenso. Contestualmente, la regione del Donbass, nell’Est dell’Ucraina, intendeva seguire il procedimento della Crimea e due province, Donetsk e Lugansk, si proclamarono indipendenti, cosa che dette inizio ad una guerra civile con il governo di Kiev, che attaccava i separatisti ed esaltava la collaborazione di reparti nazisti, quali il battaglione Azov.

La lotta armata nel Donbass provocò l’intervento pacificatore tra Ucraina e Russia della Francia e della Germania, e tra i quattro venne raggiunto l’accordo di Minsk2 (febbraio 2015). Dal punto di vista russo , il punto principale era l’impegno dell’Ucraina di inserire nella propria Costituzione l’autonomia rafforzata per le regioni russofone del Donbass. Le tensioni politiche all’interno dell’Ucraina restavano comunque forti, specie nello stesso Donbass, in specie sulla questione del rapporto con la NATO (anche perché questa aveva un’organizzazione operativa assai presente sul territorio con dispiego di mezzi finanziari e di personale). Fatto sta che l’autonomia  promessa continuava a non venir realizzata, nonostante i solleciti di Mosca. Dopo qualche anno la Costituzione venne modificata per inserire l’aspirazione all’ingresso nella NATO (il lavorio delle strutture dell’Alleanza funzionava), ma nessuna decisione sull’autonomia rafforzata. Nel frattempo la NATO si era estesa al Montenegro. La linea nazionalista ucraina si è rafforzata con l’arrivo alla Presidenza di Zelensky , un regista ed attore , che iniziò ad avere rapporti con Putin , rimarcando il suo essere molto filo NATO e filo UE. In un’area esterna al Mar Nero, la NATO si allargò pure alla Macedonia del Nord . Da parte sia Zelensky, ancora nel 2021, proponeva che l’Ucraina entrasse nella NATO e nell’UE e rifiutava di adempiere al Trattato Minsk2. Il che è un comportamento che confligge in pieno con la pretesa di equiparare il desiderio ucraino di autonomia al realizzare il principio di libertà, che, secondo i fautori del marchio imperiale, l’Occidente dovrebbe aiutare acriticamente per respingere l’attacco di Putin.

6- La libertà distorta nell’editoriale del 10 aprile. Il falso storico sull’UE, l’omissione sulla realtà della NATO, il fingere che la vicenda Ucraina si limiti al martirio seguito all’attacco russo, rendono l’editoriale del 10 aprile  qualcosa di molto pericoloso per i cittadini, in quanto propaganda il rifiuto degli avvenimenti quali sono davvero. Questo in generale, anche se scimmiotta la campagna anti-russa dei media contro musicisti, direttori d’orchestra e cantanti, ben diversa dall’acquiescenza avuta all’epoca nei confronti degli Stati Uniti dopo la loro invasione e distruzione dell’Iraq. Quanto al liberalismo, poi, è un patetico tentativo di stravolgerne i principi.

La libertà non può mai essere concepita come marchio imperiale. L’idea di imporre la libertà è una trappola, poiché l’imposizione della libertà nega la libertà stessa, in quanto annulla autonomia individuale e diversità, tentando di istituire una idea di libertà fissa. Eliminare Putin non servirà a trasformare la Russia in una democrazia liberale. L’esperienza storica mostra che è solo attraverso il confronto critico che l’idea di libertà e di diversità dei liberali matura nella convivenza.

Nel conflitto ucraino l’Occidente sta palesando, emotivamente, un’idea sbagliata di come diffondere la libertà. Segue il modello degli Stati Uniti e perfino della NATO, che sono modelli impositivi statici, addirittura con quello NATO che da per scontato il ricorso alla forza invece del libero scambio. Pretende che l’Ucraina sia una democrazia liberale, solo perché aspira alla libertà (e nonostante violi gli impegni assunti, censuri in TV la Via Crucis del venerdì Santo perché non abbastanza antiputin e non voglia ricevere il Presidente Tedesco perché era tra i negoziatori di Minsk2). Sogna che eliminando la tirannia di Putin e dei suoi oligarchi, anche la Russia possa diventare un paese libero, occidentale.

Con la distorsione del concetto di libertà praticato in queste settimane – sanzioni economiche contro la Russia che si ritorcono contro chi le ha promosse e mostrano come i promotori siano un club di interessi non seguito dalla maggioranza della popolazione e degli stati del mondo – l’Occidente rischia di produrre ciò che afferma di non volere, cioè una guerra assai ampia. I liberali dovrebbero rifarsi al metodo sperimentale. Partendo dai problemi dobbiamo osservare quanto sperimentalmente succede. Non troveremo nella storia del secondo dopoguerra un solo momento in cui la libertà imposta ha attecchito. Afghanistan, Iraq, Libia, sono le sciagure più recenti (e neppure le sole) del fallimento dell’imposizione della libertà. Addirittura, attualmente, l’Occidente vorrebbe  una guerra per procura alla Russia fatta dall’Ucraina, il che è perfino disonorevole per i principi occidentali. E’  illiberale nel profondo  agevolare la prosecuzione della guerra in Ucraina, ammantandosi del promuovere la libertà occidentale. Tradisce i principi occidentali e fa arretrare la libertà degli scambi internazionali che della libertà è un aspetto decisivo.

In particolare, l’Ue e l’Italia dovrebbero rifiutare l’impostazione oltranzista dei nove Paesi Nato non appartenenti all’Ue che stanno esprimendo una concezione della Libertà contraddittoria (supponendola esportabile) e lavorare subito in modo coerente per la cessazione delle ostilità in Ucraina (senza quindi alimentare lo scontro armato). In più, al prossimo vertice NATO del prossimo giugno, l’Italia dovrebbe porre il suo veto (le decisioni NATO richiedono l’unanimità) ad ogni tipo di attività militare preventiva nei  confronti dell’area Russa (a cominciare dalla proposta del Segretario Stoltenberg di far crescere la presenza NATO i Polonia e nei paesi baltici).

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Cronologia essenziale del liberalismo -cap.2

Non Credo pubblica in alcune puntate i vari Capitoli della riflessione sul liberalismo svolta da Raffaello Morelli. Di seguito il secondo.

CAPITOLO 2

IL LIBERALISMO NEL ‘700

2.1 – Nel ‘700, i principali personaggi liberali. La crescita del ruolo del cittadino e l’attività intellettuale in campo scientifico proseguirono con impeto. In corrispondenza, si verificarono cambiamenti nella vita ordinaria, robusti ma distinti tra i due filoni. L’approfondimento del ruolo del cittadino si integrò principalmente con la concezione di Locke e determinò la maturazione del liberalismo relativo ai rapporti tra gli umani conviventi (ripercorrerò le cose nell’ordine cronologico della nascita dei vari protagonisti). Mentre l’attività in campo scientifico (rapporti tra umani e mondo loro circostante) si collegò in prevalenza a Bacone, che aveva esteso l’osservazione a nuovi campi d’indagine rispetto alle scienze matematiche e mediche praticate fino ad allora.

2.1.a – Montesquieu. Il più anziano, nato a fine ‘600, è anche tra le più di rilievo: tra le personalità liberali del ‘700: Charles de Secondat barone di Montesquieu nato nel 1689. Le sue principali opere di filosofo e pensatore, frutto di studi approfonditi di tutte le civiltà note antiche e moderne, sono state Lettere Persiane prima e dopo Lo Spirito delle Leggi, ambedue pubblicate anonime e presentate come manoscritto ritrovato, così da attirare maggiore attenzione sulle idee espresse che non sull’autore.

Nelle Lettere Persiane, Montesquieu ha fatto la satira dei costumi francesi, in specie parigini. Peraltro svolge una critica forte e senza riserve su moltissimi argomenti, dallo stato di natura di Hobbes, al regno di Luigi XIV , al rapporto tra religioni diverse quali il Cristianesimo e l’Islam oppure alle dispute con i giansenisti, e poi su vari aspetti del vivere quotidiano. Di fatto, Lettere Persiane manifestò le convinzioni dissacranti di Montesquieu, che però non erano una fugace manifestazione di un libero cittadino, ma, nel filone della cultura empirista, si fondavano su robuste e meditate conoscenze nei rapporti di vita corrente e nell’ambito giuridico politico, conoscenze che gli consentirono di formulare precise proposte circa la struttura istituzionale.

Su quest’ultimo specifico argomento, Montesquieu pubblicò, poco meno di un trentennio dopo, Lo Spirito delle leggi in cui elaborò un sistema che non soltanto teneva conto di tutti gli studi antecedenti, ma principalmente esprimeva proposte innovative in campo istituzionale, ispirate alla concezione dei liberi rapporti tra i cittadini. Era convinto che “perché non si possa abusare del potere, bisogna che il potere arresti il potere”. Di conseguenza, ispirandosi a Locke, descrisse i caratteri distintivi delle tre forme di governo possibili – repubblica per lui imperniata sulla virtù, monarchia imperniata sull’onore, e dispotismo imperniato sulla paura – e come dovevano essere i tre poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario), tra di loro autonomi. La libertà si esercita nel quadro delle leggi e “è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono”. Di fatto, l’opera di Montesquieu ha fornito un contributo essenziale per avviare il formarsi delle odierne istituzioni democratiche all’insegna del costituzionalismo liberale.

Qui è necessaria un’osservazione nella prospettiva odierna in Italia. Nei secoli dopo Montesquieu, è un detto comune parlare di divisione dei poteri. Ciò è corretto nei paesi anglosassoni soprattutto ma anche in Francia, vale a dire nei luoghi in cui esistono istituti secondo cui i giudici vengono insediati o direttamente attraverso il voto dei cittadini o comunque attraverso nomine e controlli al di fuori della categoria dei magistrati medesimi. In Italia, invece, la Costituzione ha fatto una scelta analoga ai paesi anglosassoni ed altri nel disporre l’indipendenza della magistratura, ma nel concepirla l’ha specificata non come un potere (su scelta facente capo ai cittadini) bensì come un mero ordine autonomo (di fatti, si entra in magistratura per concorso pubblico gestito dal governo secondo la legge). In sé è cosa corretta, in quanto non si tratta di un potere. Tuttavia, per responsabilità precipua di alcuni settori degli stessi magistrati , negli anni si è sviluppata una distorsione del ruolo della magistratura associata. Essa ha equivocato sul concetto di divisione dei poteri e, nonostante sia un ordine, ha preteso di essere un potere pur non venendo scelto dai cittadini. Così è invalsa la pretesa che, una volta entrati in magistratura, i vincitori si autogovernano senza influenze dall’esterno. Eppure non esiste nel testo della Costituzione e neppure negli Atti Parlamentari preparatori, un preciso accenno all’idea di autogoverno.

Poi, dalla indebita pretesa di autogoverno si è presto arrivati al nodo del legiferare. A tal punto, troppi magistrati si sono impegnati per riuscire a far assumere al Consiglio Superiore della Magistratura la veste pratica di terza camera politica, con la pretesa di intervenire sempre più nel processo formativo delle leggi. A seguito di tale pretesa e visto che i magistrati in Italia vengono scelti per concorso, il legiferare non è più riservato solo a rappresentanti dei cittadini. E’ una cosa inaccettabile per la cultura liberale e di fatti ha suscitato, seppure in tempi lunghi, robuste e crescenti critiche, che finalmente cominciano ad avere successo.

Tornando all’opera di Montesquieu, egli affermò che lo Stato adatto a promuovere la libertà è quello in cui i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) sono esercitati da cittadini diversi e tra loro indipendenti. Per queste sue idee, Montesquieu fu apertamente avversato dai cattolici e i suoi libri vennero posti all’Indice dei libri proibiti. Tipico destino dei concetti liberali. E un richiamo alle esigenze della libertà del cittadino, era anche il continuo invito di Montesquieu ai legislatori di esercitare la moderazione, atto che conteneva due idee: le norme non vanno imposte e richiedono tempo per farle maturare. Il che non è né relativismo né conservazione, ma consapevolezza della pluralità umana. Tipica del liberalismo.

Montesquieu trattava in sostanza della condizione del singolo cittadino, tanto che aborriva l’intolleranza, il dispotismo, la schiavitù. Era però meno sensibile di Locke sul tema del contributo dato alla libertà dall’individuo. Il suo contributo principale è stato lo studio dello spirito complessivo di una nazione o di un popolo, quasi nella convinzione che la libertà derivasse da una caratteristica ambientale prima che individuale. Il che rientra nel punto di vista liberale, purché limitato alle condizioni esterne che determinano lo sviluppo delle singole intelligenze. In ogni caso, Montesquieu fu molto apprezzato in vita e fin dai decenni successivi alla morte, e le caratteristiche liberali dello Stato da lui pensato vennero riprese nella Costituzione degli Stati Uniti (1788) e l’anno successivo in Francia. Qui gli Stati Generali, eletti a maggio e poi trasformatisi a luglio in Assemblea Nazionale per vincere le resistenze del Re, vararono ad agosto la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino con un impianto ispirato a Montesquieu.
2.1.b – David Hume. Nell’odine cronologico annunciato all’inizio del paragrafo, dopo il lavoro di Montesquieu la personalità più rilevante fu David Hume, nato nel 1711. Il quale sviluppò fino alle estreme conseguenze l’impostazione di Locke in specie nell’affidarsi all’osservazione del mondo e al metodo scientifico per riuscire a comprendere tutti gli aspetti della natura dell’uomo.

Per Hume la base di tutto sono le percezioni empiriche, suddivise nelle impressioni immediate (che danno pure sensazioni, emozioni forti e vivaci), e nelle idee frutto di riflessione successiva (che le rende illanguidite rispetto alle impressioni). Le idee innate e la metafisica vanno rifiutate. Nella nostra mente operano due facoltà: la memoria di quanto percepito e l’immaginazione, che connette le idee in libertà. Ma opera anche un principio di associazione, che spinge ad associare le idee in base a criteri di somiglianza, contiguità e causalità. Ciò porta Hume a considerare come di certo vere solo le conoscenze matematiche (perché fondate sulla logica della non contraddizione), mentre tutte le altre sono necessariamente solo probabili perché sono fondate sull’esperienza e l’esperienza concerne i fatti del passato e non i fatti del futuro. Di conseguenza, secondo Hume le conoscenze scientifiche sono esclusivamente probabili (un concetto essenziale per la convivenza libera).

Di più, non v’è certezza neppure della propria esistenza né di quella del mondo esterno durante il proprio sonno e del resto la medesima esistenza del mondo esterno non prescinde dalle nostre impressioni. Per Hume l’uomo è guidato nelle sue azioni dalla credenza che per vivere basti sapere quale sia la probabilità prevalente che accada un evento qualunque. Insomma per Hume la permanente costanza di leggi di natura non è intuibile e neppure dimostrabile. Ciò esclude una conoscenza ultima, ma non la conoscenza pratica, fondata sul metodo induttivo. E sull’esame di chi usa conoscere partendo dall’osservazione concreta della natura mediante l’analisi di ciò che sente più che della ragione. In generale, per Hume, la natura prevale sulle teorie giusnaturaliste o religiose.

L’intento di Hume era pertanto quello di mostrare che certezze di tipo logico matematico non potevano essere attribuite al conoscere le cose del mondo. Quindi era molto critico con la cultura illuministica sua coeva e così tanto diffusa all’inizio in Inghilterra e poi soprattutto in Francia, poiché prendeva le mosse non dall’esperienza bensì dal sapere il più possibile su quanto era accaduto ovunque e su quanto sta accadendo , e poi dall’utilizzare la ragione per maneggiare tale sapere. Perciò Hume non cercava principi ultimi e origini delle cose. Perché i processi mentali non possono prescindere dalle sensazioni del concreto e sostituirsi a loro. Quindi le verità della pura ragione esprimono validità che non richiedono riscontri nella realtà delle percezioni sensoriali ma neppure ne danno per forza. Inoltre, “la ragione, da sola, non può determinare una azione della volontà, né può mai opporsi alle passioni nella direzione della volontà” , e “l’impulso all’azione non sorge dalla ragione ma è solo orientato da essa”.

La posizione empirica di Hume ha indicato i limiti della concezione illuminista, che riduceva al sapere e alla ragione, gli aspetti significativi del percepire la natura e dell’agire. Viceversa, la diversità di ogni cittadino e la libertà nell’esprimersi fanno emergere altre capacità e modi di percepire. Del resto, la natura non è statica e non ha percorsi sempre certi. Ciò non significa che non esistano dei suoi aspetti che si riproducono stabilmente, anche se cosa si riproduca e come non è noto prima di verificarlo. E così la libera volontà si aggira in questo scenario intricato avvalendosi anche delle credenze circa quel che potrà avvenire, l’emergere di eventi deterministici oppure di novità di cui ha colto sintomi precursori. Poi le scelte vengono sperimentate.

Hume trattò la questione religiosa in grande coerenza con la sua concezione empirica. Pertanto sostenne che la religione derivava dall’avvertire il timore per l’ignoto e per la morte , che induceva ad affidarsi a Dio come protezione. Dall’originario politeismo il progredire della civiltà aveva portato ai monoteismi, che avevano più solidità di dottrina ma erano assai più intolleranti e violenti ed inoltre tendevano ad umiliare la natura terrena dell’umanità che invece era valorizzata dai politeismi.

La struttura istituzionale pensata da Hume era una democrazia rappresentativa decentrata da governare con moderazione affidandosi alla libertà e alla tolleranza capaci di produrre cambiamenti ponderati. I commerci dovevano essere favoriti anche in ambito internazionale perché, contrariamente a quanto sostenuto dai mercantilisti, il loro volume non era immutabile e la loro crescita irrobustiva l’economia. Dunque una società improntata nettamente al liberalismo. Peraltro Hume, rispetto a Locke, nello studiare la natura dell’essere umano, si centrò sull’analisi di come funziona il singolo trascurando l’altro aspetto, altrettanto ineludibile, del come funzionano i rapporti di libertà tra i diversi singoli. Ha molto rilievo il suo motto “tutto è ignoto: un enigma, un inesplicabile mistero”, perché esprime l’idea che si vive non di certezze, ma nel percorrere una strada da tracciare. Un concetto che spezza la validità della tesi opposta – la vita è un ordine tranquillo – un’illusione incomebente per millenni.

2.1. c – Adam Smith. Sempre secondo la cronologia della nascita, viene poi Adam Smith, 1723, anche lui scozzese. I suoi studi sul significato e sul modo di funzionare dell’attività economica – che alla sua epoca era in pieno sviluppo con la prima rivoluzione industriale, quella della macchina a vapore e del carbone – individuarono i concetti di fondo dell’uso del capitale, definendo il valore degli scambi e il valore derivante dall’uso di un bene: Sono i valori che da allora costituiscono la base dell’applicare i principi liberali dell’autonomia individuale nello svolgere iniziative produttive per affrontare le necessità quotidiane. Adam Smith si dedicò a tale problema, poiché, scrisse, “il piacere della ricchezza colpisce in sommo grado l’immaginazione come qualcosa di grande, di bello, di nobile, il cui raggiungimento merita bene tutta la fatica e l’ansietà che sono state spese per essa”. Capire tale aspetto per Adam Smith era essenziale, poiché nella convivenza l’intersecarsi fluido delle relazioni non dipende dalla volontà dei suoi singoli componenti, bensì dagli effetti concreti derivati dai comportamenti di tutti i componenti. La maggior produzione genera più risorse e quindi fornisce alla società più mezzi per soddisfare i cittadini. E ciò a prescindere da quel che pensano i proprietari dei beni che realizzano il prodotto e dalle loro intenzioni. L’obiettivo è avere una ricchezza adeguata rispetto alla quantità di cittadini dello Stato.

Con questo fine, Adam Smith analizza a fondo il meccanismo che incrementa la ricchezza delle nazioni, arrivando ad affermare che le sue cause principali sono il capitale disponibile e la divisione del lavoro, mentre l’equilibrio complessivo nelle attività produtttive raggiungibile senza ricorrere alla forza fisica, lo assicura il mercato, vale a dire il giudizio espresso da tutti i cittadini conviventi tramite il valutare ogni prodotto. Il meccanismo non è affatto semplice, siccome implica diversi fattori, che, differentemente dal tradizionale settore agricolo, sono messi e tenuti insieme dall’iniziativa umana nell’intero ciclo produttivo. Dunque Smith definisce uno per uno i valori di quanto usato e al termine prodotto.

Ogni merce ha un un valore di scambio e un valore d’uso (la sua utilità al fine di poter essere scambiata). I due valori non sono sempre coincidenti. Smith fa l’esempio di un valore di scambio quasi nullo accompagnato ad un valore di uso molto alto (nel caso dell’acqua) e di un valore di scambio molto alto accompagnato ad un valore di uso quasi nullo (i diamanti). Quindi è molto importante capire il perché di queste differenze. Intanto il valore d’uso non determina il valore di scambio. Allora Smith introduce il concetto di costo di produzione che determina il valore dei beni e che è composto da elementi eterogenei (quali lavoro, strumenti di produzione, materie prime) ognuno con un suo valore. Peraltro Smith osserva che i costi per produrre un bene possono essere ridotti ad uno solo, il lavoro (includendovi l’approvigionarsi dell’occorrente per farlo) necessario al fine di produrre il bene. E’ questo il costo reale che la società sopporta per la produzione: “il lavoro è il primo prezzo, l’originaria moneta d’acquisto con cui si pagano tutte le cose”.

Così si arriva al prezzo naturale, “ciò che realmente costa la merce a colui che la porta al mercato”, risultante dalla somma delle spese per remunerare i fattori produttivi, vale a dire il salario, il sovrappiù (che è il prodotto al netto dal lavoro complessivo necessario a produrlo, dal costo della materia prima, dalla quota di investimento di capitale sostenuta a monte, quando si tratta di processo non agricolo) o la rendita (che è il raccolto al netto dagli oneri di coltivazione quando si tratta di processo agricolo). Il prezzo naturale è un prezzo di equilibrio del valore di scambio di una merce. Ed è il mercato a definire a livello comparativo il prezzo delle differenti tipologie di lavoro e pure il costo della materia prima. Dopodiché, Adam Smith chiarisce che il prezzo al quale può realizzarsi l’effettiva cessione del prodotto deriva dal rapporto tra la quantità di merce presente sul mercato e la quantità richiesta. Hanno molto rilievo le scelte operative del produttore. L’ aumento dei sovrappiù crea anche le condizioni di un aumento dei salari e di conseguenza una crescita del benessere. Comunque anche questo deriva dal giudizio economico del cittadino. Con la concorrenza che equilibra e riduce il prezzo del parametro quantità e che insieme porta a livellare nei vari settori economici i saggi di profitto capitalistico (il rapporto tra profitto generato e investimento).

Questa concezione dipendeva strettamente anche dalla divisione del lavoro, siccome Adam Smith riteneva fosse senza senso occuparsi di tutto e non considerare la diversità in ciascuno di caratteri, di propensioni e di esperienze. Osservava “presso i selvaggi si nota una uniformità dei caratteri maggiore che non nella società civile”; nei paesi civili, più prestatori d’opera prendono parte al processo produttivo di un solo bene, eseguendo ognuno un unico compito produttivo. Tale specializzazione consente un aumento produttivo molto consistente. Per almeno tre motivi: cresce l’abilità di chi opera essendo specializzato, si riducono i tempi morti conseguenti al passare da una fase all’altra del lavoro, le singole operazioni divengono più semplici e così consentono di utilizzo di apposite macchine al posto dell’umano. In ogni caso, la divisione del lavoro e il conseguente aumento della produzione sono a loro volta legati all’espandersi del mercato (per poter assorbire la produzione in crescita), che è una propensione naturale nell’essere umano, che per natura inclina a scambiarsi i beni.

Un indicatore significativo del produrre è il rapporto tra la quantità prodotta e il numero dei lavoratori usati, cioè la produttività dell’azienda. Secondo Adam Smith, il crescere della produttività fa crescere anche la ricchezza di tutti i cittadini. A partire da coloro che hanno svolto il lavoro visto che “la remunerazione liberale del lavoro è l’effetto necessario..…e il sintomo dell’aumento della ricchezza naturale”. Lo chiama stato progressivo dell’economia e della società che da vantaggi a tutti i diversi gruppi sociali, facendo aumentare la domanda dei beni e quindi autoalimentandosi. Adam Smith specificava inoltre che in questa maniera si dava a gruppi ristretti il modo di ragionare sull’attività in corso ed informare gli altri della riflessione fatta. Peraltro, sosteneva , non far ripetere ad ognuno sempre le stesse azioni con il medesimo esito, sviluppa pure in generale il senso critico del lavoratore, che è un fattore positivo del suo essere cittadino . Ancora in aggiunta, Smith sottolineava che pure il lavoro doveva distinguersi in lavoro produttivo (che produce beni in misura tale da consentire il pagamento dei salari e il sovrappiù) e in lavoro improduttivo (che consente il pagamento dei salari e i servizi immateriali fuori dal mercato, come i consumi di lusso ma pure diverse attività dei funzionari pubblici o di professioni dalle più serie alle più frivole). E qui Smith, tutto preso dalla prospettiva di ottenere con il lavoro produttivo un sovrappiù destinato a nuovi investimenti, non arrivò a cogliere la particolare utilità del lavoro improduttivo sotto il profilo del convivere civile man mano che si innalza il livello del benessere.

Adam Smith si accorse invece, con realismo, che lo stato progressivo del sistema è destinato a trasformarsi in uno stato stazionario, a causa della caduta del saggio medio di profitto. Ciò avverrà quando i consumi non copriranno più la quantità prodotta dall’accumularsi del capitale dovuto agli investimenti (in pratica l’offerta dei beni eccede la loro domanda). E avverrà pure quando l’economia cresce più del lavoro e la carenza dell’offerta di lavoro fa lievitare i salari e riduce dei profitti. Però Smith non trae, dalla caduta del saggio di profitto, lo spunto pieno per approfondire un altro aspetto decisivo dell’economia: e cioè che, per mantenere di continuo in vita il processo di profitto e di scambio, nell’organizzare la società sarebbe stato necessario affidarsi alla metodologia individuale. Peraltro avvertì il problema. Tanto che, riassumendo, il nocciolo del pensiero politico di Smith consiste nell’evocare una specie di “mano invisibile” regolatrice dell’equilibrio nell’economia interna di uno Stato.

Tra le tre virtù innate nell’uomo – la benevolenza, che ricerca il bene del gruppo dei conviventi, la giustizia, che serve a dirimere i contrasti di interesse nel gruppo, e l’interesse personale (egoismo), che punta al proprio utile seppure mitigato dalla simpatia umana per gli altri ­– è l’ultima che presiede al settore molto importante della vita , che è quella economica. E l’effetto coordinatore e regolatore dell’insieme dei comportamenti dei vari cittadini “è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni”. Infatti “non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo, e con loro non parliamo mai delle nostre necessità ma dei loro vantaggi”. Danneggiare questo equilibrio mediante interventi d’altro genere crea alla svelta situazioni distruttive dei liberi rapporti tra i cittadini e della libera circolazione di idee e di iniziative produttive, che sono alla base dello scambio di capitali e di lavoro. Quindi le istituzioni devono impegnarsi per lo sviluppo del mercato, con le sue regole, la sua cultura, la sua etica avversa agli imbrogli. Nel complesso una concezione che applica i principi liberali, a partire dall’autonomia individuale e dal pluralismo dei soggetti conviventi.

La concezione complessiva di Adam Smith comporta almeno tre cose. Una è che la condizione di vita di ogni cittadino deriva dalla ricchezza della società in cui vive e non può essere un obiettivo a sé stante di chi governa. Due che il lavoro fornito dai dipendenti atto ad usare il bene fonte della produzione, va considerato dal punto di vista dei costi al pari di una merce , anche se non lo è davvero. Tre che il disporre di più risorse indurrà mutamenti nei modi di vivere, spingendo ad avere nuovi bisogni per ulteriori necessità di vita degli individui. Queste tre cose mostrano come la concezione di Adam Smith fosse molto duttile, connaturata al realismo e aperta agli aggiustamenti. E non trasformabile in religione, poiché, come la libertà, anche il mercato non è una condizione naturale, ma il frutto di una scelta dei cittadini da coltivare nel tempo.

Il capitalismo liberale pensato da Adam Smith (e che lui stesso definì “l’ovvio e semplice sistema di libertà naturale”) è un sistema economico che, con aggiornamenti non preordinati ma intrinseci, ha resistito a 300 anni di storia, a tre rivoluzioni industriali, alla forte resistenza permotivi religiosi ed ideologici, alla rivoluzione russa, a ripetuti tentativi di soffocamento monopolistico, e che è tuttora il punto di riferimento dell’economia internazionale. Lo hanno osservato in molti ed è la realtà dei fatti.

2.1.d- Beccaria. Seguendo la cronologia della nascita, il 1738, siamo arrivati all’ultima delle grandi personalità liberali del ‘700, Cesare Beccaria. Nobile milanese, tipico esponente della cultura aperta che andava affermandosi in Europa e per questo in stretta relazione con il conte Verri più anziano di un decennio che aveva apporti già consolidati con quella cultura libero scambista e con l’illuminismo. Beccaria dopo la laurea in legge, pubblicò due libri, dei quali il secondo divenne fin da subito un caposaldo della scienza giuridica a livello nazionale ed anche europeo. Dei delitti e delle pene venne stampato nel 1764 a Livorno , anch’esso anonimo come già prima di lui altri importanti pensatori liberali. Il tema, allora assai delicato per la sua innovativa concezione della giustizia (imperniata sul cittadino e non sul potere), suscitò diverse condanne negli ambienti conservatori, tanto che due anni dopo venne inserito dalla Chiesa cattolica nell’ Indice dei libri proibiti.

Il punto di partenza di Beccaria è già un mutamento di fondo. Egli basa il diritto nella convivenza non sulla legge divina bensì sul rispetto delle norme pubbliche intese come struttura di tutela della società, quasi un contratto di utilità. Perciò le leggi vanno sottoposte al consenso dei governati e prefiggersi di garantire al meglio la felicità al maggior numero possibile di cittadini. Di conseguenza, anche il sistema giuridico allora adottato risultava repressivo e incline ad ingiustificate pratiche di privilegi e di violenza. Per Beccaria la legge penale doveva essere tassativa, cioè un fatto è reato solo quando così definito dalla legge (non a discrezione del giudice nel processo), e va applicata in generale senza eccezioni e privilegi. In più, nella fase dell’indagine, deve essere abolita ogni forma di tortura (allora una pratica molto usata), che colpisce tanto i criminali quanto gli innocenti , cercando di costringerli con la forza ad ammettere atti da loro non compiuti, senza curarsi di sottoporli ad ingiustizia. Arrivati al processo, il giudizio doveva essere imparziale e dunque Beccaria proponeva di distinguere tra l’accusatore e il giudice, precisando che fosse indispensabile sia la presunzione d’innocenza (cioè che nessuno è colpevole finché non è riconosciuto tale nel giudizio secondo le norme di legge) che il pieno rispetto dei diritti processuali dell’imputato.

Quanto alle pene, Beccaria sosteneva che debbano essere pene miti , ma sempre applicate : se la pena é minima , ma il criminale sa che dovrà scontarla e non potrà farla franca , allora non infrangerà la legge. L’ importante è che le pene vengano sempre applicate , altrimenti il cittadino rispettoso della legge , vedendo che i trasgressori non vengono puniti dalla legge , comincerà a trasgredirla anche lui. Ed è anche importante che le pene siano pronte, perché il criminale, compiendo un delitto e non vedendosi punito, finirà per non connettere più il delitto alla pena. Sul tema delle pene, il libro criticava la religione che agevola il delinquente, confortandolo con l’idea che un facile pentimento, seppur tardivo, assicura comunque la salvezza eterna. Inoltre Beccaria interveniva sulla pena di morte (che era una prerogativa del Re derivante da prassi antecedenti il ricorso alle leggi civili) sostenendone l’inaccettabilità giuridica nel contratto sociale, e per di più considerandola inutile quale mezzo deterrente, inefficace quale sistema di punizione, ed elusiva riguardo a tema della riabilitazione del reo che è la vera finalità della pena. La pubblicazione del libro, indusse vent’anni dopo il granduca Pietro Leopoldo ad abolire la pena di morte in Toscana per primo nel mondo.

Beccaria aveva piena coscienza della difficoltà del popolo di comprendere le leggi, e quindi condannava l’oscurità della formulazione delle leggi, convinto che delitti e reati diminuirebbero se tutti potessero comprenderle davvero. Le leggi devono essere accessibili a tutti e tutti hanno il diritto di conoscerle per poterle rispettarle; ed inoltre la loro chiarezza servirà a limitare la pratica di interpretarle a discrezione. Del resto, “il fine delle pene non é altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini”.

Non Credo pubblica in alcune puntate i vari Capitoli della riflessione sul liberalismo svolta da Raffaello Morelli. Di seguito il secondo.

CAPITOLO 2

IL LIBERALISMO NEL ‘700

2.1 – Nel ‘700, i principali personaggi liberali. La crescita del ruolo del cittadino e l’attività intellettuale in campo scientifico proseguirono con impeto. In corrispondenza, si verificarono cambiamenti nella vita ordinaria, robusti ma distinti tra i due filoni. L’approfondimento del ruolo del cittadino si integrò principalmente con la concezione di Locke e determinò la maturazione del liberalismo relativo ai rapporti tra gli umani conviventi (ripercorrerò le cose nell’ordine cronologico della nascita dei vari protagonisti). Mentre l’attività in campo scientifico (rapporti tra umani e mondo loro circostante) si collegò in prevalenza a Bacone, che aveva esteso
 l’osservazione a nuovi campi d’indagine rispetto alle scienze matematiche e mediche praticate fino ad allora.

2.1.a – Montesquieu. Il più anziano, nato a fine ‘600, è anche tra le più di rilievo: tra le personalità liberali del ‘700: Charles de Secondat barone di Montesquieu nato nel 1689. Le sue principali opere di filosofo e pensatore, frutto di studi approfonditi di tutte le civiltà note antiche e moderne, sono state Lettere Persiane prima e dopo Lo Spirito delle Leggi, ambedue pubblicate anonime e presentate come manoscritto ritrovato, così da attirare maggiore attenzione sulle idee espresse che non sull’autore.

Nelle Lettere Persiane, Montesquieu ha fatto la satira dei costumi francesi, in specie parigini. Peraltro svolge una critica forte e senza riserve su moltissimi argomenti, dallo stato di natura di Hobbes, al regno di Luigi XIV , al rapporto tra religioni diverse quali il Cristianesimo e l’Islam oppure alle dispute con i giansenisti, e poi su vari aspetti del vivere quotidiano. Di fatto, Lettere Persiane manifestò le convinzioni dissacranti di Montesquieu, che però non erano una fugace manifestazione di un libero cittadino, ma, nel filone della cultura empirista, si fondavano su robuste e meditate conoscenze nei rapporti di vita corrente e nell’ambito giuridico politico, conoscenze che gli consentirono di formulare precise proposte circa la struttura istituzionale.

Su quest’ultimo specifico argomento, Montesquieu pubblicò, poco meno di un trentennio dopo, Lo Spirito delle leggi in cui elaborò un sistema che non soltanto teneva conto di tutti gli studi antecedenti, ma principalmente esprimeva proposte innovative in campo istituzionale, ispirate alla concezione dei liberi rapporti tra i cittadini. Era convinto che “perché non si possa abusare del potere, bisogna che il potere arresti il potere”. Di conseguenza, ispirandosi a Locke, descrisse i caratteri distintivi delle tre forme di governo possibili – repubblica per lui imperniata sulla virtù, monarchia imperniata sull’onore, e dispotismo imperniato sulla paura – e come dovevano essere i tre poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario), tra di loro autonomi. La libertà si esercita nel quadro delle leggi e “è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono”. Di fatto, l’opera di Montesquieu ha fornito un contributo essenziale per avviare il formarsi delle odierne istituzioni democratiche all’insegna del costituzionalismo liberale.

Qui è necessaria un’osservazione nella prospettiva odierna in Italia. Nei secoli dopo Montesquieu, è un detto comune parlare di divisione dei poteri. Ciò è corretto nei paesi anglosassoni soprattutto ma anche in Francia, vale a dire nei luoghi in cui esistono istituti secondo cui i giudici vengono insediati o direttamente attraverso il voto dei cittadini o comunque attraverso nomine e controlli al di fuori della categoria dei magistrati medesimi. In Italia, invece, la Costituzione ha fatto una scelta analoga ai paesi anglosassoni ed altri nel disporre l’indipendenza della magistratura, ma nel concepirla l’ha specificata non come un potere (su scelta facente capo ai cittadini) bensì come un mero ordine autonomo (di fatti, si entra in magistratura per concorso pubblico gestito dal governo secondo la legge). In sé è cosa corretta, in quanto non si tratta di un potere. Tuttavia, per responsabilità precipua di alcuni settori degli stessi magistrati , negli anni si è sviluppata una distorsione del ruolo della magistratura associata. Essa ha equivocato sul concetto di divisione dei poteri e, nonostante sia un ordine, ha preteso di essere un potere pur non venendo scelto dai cittadini. Così è invalsa la pretesa che, una volta entrati in magistratura, i vincitori si autogovernano senza influenze dall’esterno. Eppure non esiste nel testo della Costituzione e neppure negli Atti Parlamentari preparatori, un preciso accenno all’idea di autogoverno.

Poi, dalla indebita pretesa di autogoverno si è presto arrivati al nodo del legiferare. A tal punto, i magistrati si sono impegnati per riuscire a far assumere al Consiglio Superiore della Magistratura la veste pratica di terza camera politica, con la pretesa di intervenire sempre più nel processo formativo delle leggi. A seguito di tale pretesa e visto che i magistrati in Italia vengono scelti per concorso, il legiferare non è più riservato solo a rappresentanti dei cittadini. E’ una cosa inaccettabile per la cultura liberale e di fatti ha suscitato crescentemente, seppure in tempi lunghi, una robusta opposizione, che finalmente comincia ad avere successo.

Tornando all’opera di Montesquieu, egli affermò che lo Stato adatto a promuovere la libertà è quello in cui i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) sono esercitati da cittadini diversi e tra loro indipendenti. Per queste sue idee, Montesquieu fu apertamente avversato dai cattolici e i suoi libri vennero posti all’Indice dei libri proibiti. Tipico destino dei concetti liberali. E un richiamo alle esigenze della libertà del cittadino, era anche il continuo invito di Montesquieu ai legislatori di esercitare la moderazione, atto che conteneva due idee: le norme non vanno imposte e richiedono tempo per farle maturare. Il che non è né relativismo né conservazione, ma consapevolezza della pluralità umana. Tipica del liberalismo.

Montesquieu trattava in sostanza della condizione del singolo cittadino, tanto che aborriva l’intolleranza, il dispotismo, la schiavitù. Era però meno sensibile di Locke sul tema del contributo dato alla libertà dall’individuo. Il suo contributo principale è stato lo studio dello spirito complessivo di una nazione o di un popolo, quasi nella convinzione che la libertà derivasse da una caratteristica ambientale prima che individuale. Il che rientra nel punto di vista liberale, purché limitato alle condizioni esterne che determinano lo sviluppo delle singole intelligenze. In ogni caso, Montesquieu fu molto apprezzato in vita e fin dai decenni successivi alla morte, e le caratteristiche liberali dello Stato da lui pensato vennero riprese nella Costituzione degli Stati Uniti (1788) e l’anno successivo in Francia. Qui gli Stati Generali, eletti a maggio e poi trasformatisi a luglio in Assemblea Nazionale per vincere le resistenze del Re, vararono ad agosto la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino con un impianto ispirato a Montesquieu.
2.1.b – David Hume. Nell’odine cronologico annunciato all’inizio del paragrafo, dopo il lavoro di Montesquieu la personalità più rilevante fu David Hume, nato nel 1711. Il quale sviluppò fino alle estreme conseguenze l’impostazione di Locke in specie nell’affidarsi all’osservazione del mondo e al metodo scientifico per riuscire a comprendere tutti gli aspetti della natura dell’uomo.

Per Hume la base di tutto sono le percezioni empiriche, suddivise nelle impressioni immediate (che danno pure sensazioni, emozioni forti e vivaci), e nelle idee frutto di riflessione successiva (che le rende illanguidite rispetto alle impressioni). Le idee innate e la metafisica vanno rifiutate. Nella nostra mente operano due facoltà: la memoria di quanto percepito e l’immaginazione, che connette le idee in libertà. Ma opera anche un principio di associazione, che spinge ad associare le idee in base a criteri di somiglianza, contiguità e causalità. Ciò porta Hume a considerare come di certo vere solo le conoscenze matematiche (perché fondate sulla logica della non contraddizione), mentre tutte le altre sono necessariamente solo probabili perché sono fondate sull’esperienza e l’esperienza concerne i fatti del passato e non i fatti del futuro. Di conseguenza, secondo Hume le conoscenze scientifiche sono esclusivamente probabili (un concetto essenziale per la convivenza libera).

Di più, non v’è certezza neppure della propria esistenza né di quella del mondo esterno durante il proprio sonno e del resto la medesima esistenza del mondo esterno non prescinde dalle nostre impressioni. Per Hume l’uomo è guidato nelle sue azioni dalla credenza che per vivere basti sapere quale sia la probabilità prevalente che accada un evento qualunque. Insomma per Hume la permanente costanza di leggi di natura non è intuibile e neppure dimostrabile. Ciò esclude una conoscenza ultima, ma non la conoscenza pratica, fondata sul metodo induttivo. E sull’esame di chi usa conoscere partendo dall’osservazione concreta della natura mediante l’analisi di ciò che sente più che della ragione. In generale, per Hume, la natura prevale sulle teorie giusnaturaliste o religiose.

L’intento di Hume era pertanto quello di mostrare che certezze di tipo logico matematico non potevano essere attribuite al conoscere le cose del mondo. Quindi era molto critico con la cultura illuministica sua coeva e così tanto diffusa all’inizio in Inghilterra e poi soprattutto in Francia, poiché prendeva le mosse non dall’esperienza bensì dal sapere il più possibile su quanto era accaduto ovunque e su quanto sta accadendo , e poi dall’utilizzare la ragione per maneggiare tale sapere. Perciò Hume non cercava principi ultimi e origini delle cose. Perché i processi mentali non possono prescindere dalle sensazioni del concreto e sostituirsi a loro. Quindi le verità della pura ragione esprimono validità che non richiedono riscontri nella realtà delle percezioni sensoriali ma neppure ne danno per forza. Inoltre, “la ragione, da sola, non può determinare una azione della volontà, né può mai opporsi alle passioni nella direzione della volontà” , e “l’impulso all’azione non sorge dalla ragione ma è solo orientato da essa”.

La posizione empirica di Hume ha indicato i limiti della concezione illuminista, che riduceva al sapere e alla ragione, gli aspetti significativi del percepire la natura e dell’agire. Viceversa, la diversità di ogni cittadino e la libertà nell’esprimersi fanno emergere altre capacità e modi di percepire. Del resto, la natura non è statica e non ha percorsi sempre certi. Ciò non significa che non esistano dei suoi aspetti che si riproducono stabilmente, anche se cosa si riproduca e come non è noto prima di verificarlo. E così la libera volontà si aggira in questo scenario intricato avvalendosi anche delle credenze circa quel che potrà avvenire, l’emergere di eventi deterministici oppure di novità di cui ha colto sintomi precursori. Poi le scelte vengono sperimentate.

Hume trattò la questione religiosa in grande coerenza con la sua concezione empirica. Pertanto sostenne che la religione derivava dall’avvertire il timore per l’ignoto e per la morte , che induceva ad affidarsi a Dio come protezione. Dall’originario politeismo il progredire della civiltà aveva portato ai monoteismi, che avevano più solidità di dottrina ma erano assai più intolleranti e violenti ed inoltre tendevano ad umiliare la natura terrena dell’umanità che invece era valorizzata dai politeismi.

La struttura istituzionale pensata da Hume era una democrazia rappresentativa decentrata da governare con moderazione affidandosi alla libertà e alla tolleranza capaci di produrre cambiamenti ponderati. I commerci dovevano essere favoriti anche in ambito internazionale perché, contrariamente a quanto sostenuto dai mercantilisti, il loro volume non era immutabile e la loro crescita irrobustiva l’economia. Dunque una società improntata nettamente al liberalismo. Peraltro Hume, rispetto a Locke, nello studiare la natura dell’essere umano, si centrò sull’analisi di come funziona il singolo trascurando l’altro aspetto, altrettanto ineludibile, del come funzionano i rapporti di libertà tra i diversi singoli. Ha molto rilievo il suo motto “tutto è ignoto: un enigma, un inesplicabile mistero”, perché esprime l’idea che si vive non di certezze, ma nel percorrere una strada da tracciare. Un concetto che spezza la validità della tesi opposta – la vita è un ordine tranquillo – un’illusione incomebente per millenni.

2.1. c – Adam Smith. Sempre secondo la cronologia della nascita, viene poi Adam Smith, 1723, anche lui scozzese. I suoi studi sul significato e sul modo di funzionare dell’attività economica – che alla sua epoca era in pieno sviluppo con la prima rivoluzione industriale, quella della macchina a vapore e del carbone – individuarono i concetti di fondo dell’uso del capitale, definendo il valore degli scambi e il valore derivante dall’uso di un bene: Sono i valori che da allora costituiscono la base dell’applicare i principi liberali dell’autonomia individuale nello svolgere iniziative produttive per affrontare le necessità quotidiane. Adam Smith si dedicò a tale problema, poiché, scrisse, “il piacere della ricchezza colpisce in sommo grado l’immaginazione come qualcosa di grande, di bello, di nobile, il cui raggiungimento merita bene tutta la fatica e l’ansietà che sono state spese per essa”. Capire tale aspetto per Adam Smith era essenziale, poiché nella convivenza l’intersecarsi fluido delle relazioni non dipende dalla volontà dei suoi singoli componenti, bensì dagli effetti concreti derivati dai comportamenti di tutti i componenti. La maggior produzione genera più risorse e quindi fornisce alla società più mezzi per soddisfare i cittadini. E ciò a prescindere da quel che pensano i proprietari dei beni che realizzano il prodotto e dalle loro intenzioni. L’obiettivo è avere una ricchezza adeguata rispetto alla quantità di cittadini dello Stato.

Con questo fine, Adam Smith analizza a fondo il meccanismo che incrementa la ricchezza delle nazioni, arrivando ad affermare che le sue cause principali sono il capitale disponibile e la divisione del lavoro, mentre l’equilibrio complessivo nelle attività produtttive raggiungibile senza ricorrere alla forza fisica, lo assicura il mercato, vale a dire il giudizio espresso da tutti i cittadini conviventi tramite il valutare ogni prodotto. Il meccanismo non è affatto semplice, siccome implica diversi fattori, che, differentemente dal tradizionale settore agricolo, sono messi e tenuti insieme dall’iniziativa umana nell’intero ciclo produttivo. Dunque Smith definisce uno per uno i valori di quanto usato e al termine prodotto.

Ogni merce ha un un valore di scambio e un valore d’uso (la sua utilità al fine di poter essere scambiata). I due valori non sono sempre coincidenti. Smith fa l’esempio di un valore di scambio quasi nullo accompagnato ad un valore di uso molto alto (nel caso dell’acqua) e di un valore di scambio molto alto accompagnato ad un valore di uso quasi nullo (i diamanti). Quindi è molto importante capire il perché di queste differenze. Intanto il valore d’uso non determina il valore di scambio. Allora Smith introduce il concetto di costo di produzione che determina il valore dei beni e che è composto da elementi eterogenei (quali lavoro, strumenti di produzione, materie prime) ognuno con un suo valore. Peraltro Smith osserva che i costi per produrre un bene possono essere ridotti ad uno solo, il lavoro (includendovi l’approvigionarsi dell’occorrente per farlo) necessario al fine di produrre il bene. E’ questo il costo reale che la società sopporta per la produzione: “il lavoro è il primo prezzo, l’originaria moneta d’acquisto con cui si pagano tutte le cose”.

Così si arriva al prezzo naturale, “ciò che realmente costa la merce a colui che la porta al mercato”, risultante dalla somma delle spese per remunerare i fattori produttivi, vale a dire il salario, il sovrappiù (che è il prodotto al netto dal lavoro complessivo necessario a produrlo, dal costo della materia prima, dalla quota di investimento di capitale sostenuta a monte, quando si tratta di processo non agricolo) o la rendita (che è il raccolto al netto dagli oneri di coltivazione quando si tratta di processo agricolo). Il prezzo naturale è un prezzo di equilibrio del valore di scambio di una merce. Ed è il mercato a definire a livello comparativo il prezzo delle differenti tipologie di lavoro e pure il costo della materia prima. Dopodiché, Adam Smith chiarisce che il prezzo al quale può realizzarsi l’effettiva cessione del prodotto deriva dal rapporto tra la quantità di merce presente sul mercato e la quantità richiesta. Hanno molto rilievo le scelte operative del produttore. L’ aumento dei sovrappiù crea anche le condizioni di un aumento dei salari e di conseguenza una crescita del benessere. Comunque anche questo deriva dal giudizio economico del cittadino. Con la concorrenza che equilibra e riduce il prezzo del parametro quantità e che insieme porta a livellare nei vari settori economici i saggi di profitto capitalistico (il rapporto tra profitto generato e investimento).

Questa concezione dipendeva strettamente anche dalla divisione del lavoro, siccome Adam Smith riteneva fosse senza senso occuparsi di tutto e non considerare la diversità in ciascuno di caratteri, di propensioni e di esperienze. Osservava “presso i selvaggi si nota una uniformità dei caratteri maggiore che non nella società civile”; nei paesi civili, più prestatori d’opera prendono parte al processo produttivo di un solo bene, eseguendo ognuno un unico compito produttivo. Tale specializzazione consente un aumento produttivo molto consistente. Per almeno tre motivi: cresce l’abilità di chi opera essendo specializzato, si riducono i tempi morti conseguenti al passare da una fase all’altra del lavoro, le singole operazioni divengono più semplici e così consentono di utilizzo di apposite macchine al posto dell’umano. In ogni caso, la divisione del lavoro e il conseguente aumento della produzione sono a loro volta legati all’espandersi del mercato (per poter assorbire la produzione in crescita), che è una propensione naturale nell’essere umano, che per natura inclina a scambiarsi i beni.

Un indicatore significativo del produrre è il rapporto tra la quantità prodotta e il numero dei lavoratori usati, cioè la produttività dell’azienda. Secondo Adam Smith, il crescere della produttività fa crescere anche la ricchezza di tutti i cittadini. A partire da coloro che hanno svolto il lavoro visto che “la remunerazione liberale del lavoro è l’effetto necessario..…e il sintomo dell’aumento della ricchezza naturale”. Lo chiama stato progressivo dell’economia e della società che da vantaggi a tutti i diversi gruppi sociali, facendo aumentare la domanda dei beni e quindi autoalimentandosi. Adam Smith specificava inoltre che in questa maniera si dava a gruppi ristretti il modo di ragionare sull’attività in corso ed informare gli altri della riflessione fatta. Peraltro, sosteneva , non far ripetere ad ognuno sempre le stesse azioni con il medesimo esito, sviluppa pure in generale il senso critico del lavoratore, che è un fattore positivo del suo essere cittadino . Ancora in aggiunta, Smith sottolineava che pure il lavoro doveva distinguersi in lavoro produttivo (che produce beni in misura tale da consentire il pagamento dei salari e il sovrappiù) e in lavoro improduttivo (che consente il pagamento dei salari e i servizi immateriali fuori dal mercato, come i consumi di lusso ma pure diverse attività dei funzionari pubblici o di professioni dalle più serie alle più frivole). E qui Smith, tutto preso dalla prospettiva di ottenere con il lavoro produttivo un sovrappiù destinato a nuovi investimenti, non arrivò a cogliere la particolare utilità del lavoro improduttivo sotto il profilo del convivere civile man mano che si innalza il livello del benessere.

Adam Smith si accorse invece, con realismo, che lo stato progressivo del sistema è destinato a trasformarsi in uno stato stazionario, a causa della caduta del saggio medio di profitto. Ciò avverrà quando i consumi non copriranno più la quantità prodotta dall’accumularsi del capitale dovuto agli investimenti (in pratica l’offerta dei beni eccede la loro domanda). E avverrà pure quando l’economia cresce più del lavoro e la carenza dell’offerta di lavoro fa lievitare i salari e riduce dei profitti. Però Smith non trae, dalla caduta del saggio di profitto, lo spunto pieno per approfondire un altro aspetto decisivo dell’economia: e cioè che, per mantenere di continuo in vita il processo di profitto e di scambio, nell’organizzare la società sarebbe stato necessario affidarsi alla metodologia individuale. Peraltro avvertì il problema. Tanto che, riassumendo, il nocciolo del pensiero politico di Smith consiste nell’evocare una specie di “mano invisibile” regolatrice dell’equilibrio nell’economia interna di uno Stato.

Tra le tre virtù innate nell’uomo – la benevolenza, che ricerca il bene del gruppo dei conviventi, la giustizia, che serve a dirimere i contrasti di interesse nel gruppo, e l’interesse personale (egoismo), che punta al proprio utile seppure mitigato dalla simpatia umana per gli altri ­– è l’ultima che presiede al settore molto importante della vita , che è quella economica. E l’effetto coordinatore e regolatore dell’insieme dei comportamenti dei vari cittadini “è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni”. Infatti “non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo, e con loro non parliamo mai delle nostre necessità ma dei loro vantaggi”. Danneggiare questo equilibrio mediante interventi d’altro genere crea alla svelta situazioni distruttive dei liberi rapporti tra i cittadini e della libera circolazione di idee e di iniziative produttive, che sono alla base dello scambio di capitali e di lavoro. Quindi le istituzioni devono impegnarsi per lo sviluppo del mercato, con le sue regole, la sua cultura, la sua etica avversa agli imbrogli. Nel complesso una concezione che applica i principi liberali, a partire dall’autonomia individuale e dal pluralismo dei soggetti conviventi.

La concezione complessiva di Adam Smith comporta almeno tre cose. Una è che la condizione di vita di ogni cittadino deriva dalla ricchezza della società in cui vive e non può essere un obiettivo a sé stante di chi governa. Due che il lavoro fornito dai dipendenti atto ad usare il bene fonte della produzione, va considerato dal punto di vista dei costi al pari di una merce , anche se non lo è davvero. Tre che il disporre di più risorse indurrà mutamenti nei modi di vivere, spingendo ad avere nuovi bisogni per ulteriori necessità di vita degli individui. Queste tre cose mostrano come la concezione di Adam Smith fosse molto duttile, connaturata al realismo e aperta agli aggiustamenti. E non trasformabile in religione, poiché, come la libertà, anche il mercato non è una condizione naturale, ma il frutto di una scelta dei cittadini da coltivare nel tempo.

Il capitalismo liberale pensato da Adam Smith (e che lui stesso definì “l’ovvio e semplice sistema di libertà naturale”) è un sistema economico che, con aggiornamenti non preordinati ma intrinseci, ha resistito a 300 anni di storia, a tre rivoluzioni industriali, alla forte resistenza permotivi religiosi ed ideologici, alla rivoluzione russa, a ripetuti tentativi di soffocamento monopolistico, e che è tuttora il punto di riferimento dell’economia internazionale. Lo hanno osservato in molti ed è la realtà dei fatti.

2.1.d- Beccaria. Seguendo la cronologia della nascita, il 1738, siamo arrivati all’ultima delle grandi personalità liberali del ‘700, Cesare Beccaria. Nobile milanese, tipico esponente della cultura aperta che andava affermandosi in Europa e per questo in stretta relazione con il conte Verri più anziano di un decennio che aveva apporti già consolidati con quella cultura libero scambista e con l’illuminismo. Beccaria dopo la laurea in legge, pubblicò due libri, dei quali il secondo divenne fin da subito un caposaldo della scienza giuridica a livello nazionale ed anche europeo. Dei delitti e delle pene venne stampato nel 1764 a Livorno , anch’esso anonimo come già prima di lui altri importanti pensatori liberali. Il tema, allora assai delicato per la sua innovativa concezione della giustizia (imperniata sul cittadino e non sul potere), suscitò diverse condanne negli ambienti conservatori, tanto che due anni dopo venne inserito dalla Chiesa cattolica nell’ Indice dei libri proibiti.

Il punto di partenza di Beccaria è già un mutamento di fondo. Egli basa il diritto nella convivenza non sulla legge divina bensì sul rispetto delle norme pubbliche intese come struttura di tutela della società, quasi un contratto di utilità. Perciò le leggi vanno sottoposte al consenso dei governati e prefiggersi di garantire al meglio la felicità al maggior numero possibile di cittadini. Di conseguenza, anche il sistema giuridico allora adottato risultava repressivo e incline ad ingiustificate pratiche di privilegi e di violenza. Per Beccaria la legge penale doveva essere tassativa, cioè un fatto è reato solo quando così definito dalla legge (non a discrezione del giudice nel processo), e va applicata in generale senza eccezioni e privilegi. In più, nella fase dell’indagine, deve essere abolita ogni forma di tortura (allora una pratica molto usata), che colpisce tanto i criminali quanto gli innocenti , cercando di costringerli con la forza ad ammettere atti da loro non compiuti, senza curarsi di sottoporli ad ingiustizia. Arrivati al processo, il giudizio doveva essere imparziale e dunque Beccaria proponeva di distinguere tra l’accusatore e il giudice, precisando che fosse indispensabile sia la presunzione d’innocenza (cioè che nessuno è colpevole finché non è riconosciuto tale nel giudizio secondo le norme di legge) che il pieno rispetto dei diritti processuali dell’imputato.

Quanto alle pene, Beccaria sosteneva che debbano essere pene miti , ma sempre applicate : se la pena é minima , ma il criminale sa che dovrà scontarla e non potrà farla franca , allora non infrangerà la legge. L’ importante è che le pene vengano sempre applicate , altrimenti il cittadino rispettoso della legge , vedendo che i trasgressori non vengono puniti dalla legge , comincerà a trasgredirla anche lui. Ed è anche importante che le pene siano pronte, perché il criminale, compiendo un delitto e non vedendosi punito, finirà per non connettere più il delitto alla pena. Sul tema delle pene, il libro criticava la religione che agevola il delinquente, confortandolo con l’idea che un facile pentimento, seppur tardivo, assicura comunque la salvezza eterna. Inoltre Beccaria interveniva sulla pena di morte (che era una prerogativa del Re derivante da prassi antecedenti il ricorso alle leggi civili) sostenendone l’inaccettabilità giuridica nel contratto sociale, e per di più considerandola inutile quale mezzo deterrente, inefficace quale sistema di punizione, ed elusiva riguardo a tema della riabilitazione del reo che è la vera finalità della pena. La pubblicazione del libro, indusse vent’anni dopo il granduca Pietro Leopoldo ad abolire la pena di morte in Toscana per primo nel mondo.

Beccaria aveva piena coscienza della difficoltà del popolo di comprendere le leggi, e quindi condannava l’oscurità della formulazione delle leggi, convinto che delitti e reati diminuirebbero se tutti potessero comprenderle davvero. Le leggi devono essere accessibili a tutti e tutti hanno il diritto di conoscerle per poterle rispettarle; ed inoltre la loro chiarezza servirà a limitare la pratica di interpretarle a discrezione. Del resto, “il fine delle pene non é altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini”.

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Esportare la libertà nega la libertà stessa

Eliminare Putin non servirà a trasformare la Russia in una democrazia liberale. Ci solleverà da un tiranno ma non ci proteggerà da un altro. L’idea di imporre la libertà è una trappola in cui continuiamo a incorrere presuntuosamente. L’imposizione della libertà è una negazione della libertà stessa. Ci piaccia o meno la libertà si diffonde con gli strumenti di cui dispone attraverso un processo lungo e tortuoso.

L’analisi del conflitto tra Ucraina e Russia non si dovrebbe limitare alla distinzione bene contro male o libertà contro tirannia che gran parte di analisti e media ci stanno proponendo senza riflettere. Dovrebbe superarla per argomentare criticamente i comportamenti di entrambe le parti coinvolte. Così noi, la parte occidentale che si proclama il bene e la promotrice della libertà dovrebbe prima di tutto domandarsi se possiamo definirci tali. Siamo davvero il bene e i promotori della libertà?

Quanto al bene esprime il voler l’attuare la libertà civile, che l’esperienza storica ha mostrato essere il sistema più efficace per convivere. Ma per essere promotori della libertà dobbiamo prima di tutto convincerci che essa si manifesta attraverso il continuo conflitto secondo le regole tra progetti ed interessi differenti, le cosiddette libertà soggettive (libero di) e oggettive (libero da) dell’individuo. La libertà di e da implica che ciascun individuo è diverso. Il riconoscimento della diversità è infatti, la prerogativa dei liberali. Affermare che tutti i cittadini sono liberi significa confermarne la diversità. Non si tratta di un riconoscimento esclusivamente formale. La diversità è, sostanzialmente, anche ragione di idee e progetti diversi, e quindi di una spinta propulsiva maggiore al confronto e alla conoscenza che ne deriva.

Per i liberali la diversità va tutelata attraverso le regole della convivenza e quindi lo Stato che è il garante dei cittadini mediante i suoi poteri tra cui quello di rappresentanza. In questo contesto, la democrazia rappresentativa o parlamentare, è il miglior strumento per promuovere la diversità e la libertà. Non è perfetto, è il migliore che siamo stati capaci di progettare fino a qui, con tutti i difetti che conosciamo e i tentativi, spesso fallimentari, di migliorarlo.

Questa concezione ci fa comprendere che in quanto promotori della libertà dobbiamo riconoscere l’esistenza di comportamenti diversi nella libertà oppure diversi dalla libertà o che addirittura la umiliano e la negano. Non significa accettarli, ma riconoscerli. Cioè dobbiamo essere consapevoli che alcuni cittadini, pur non negando la libertà, non la applicano e non la promuovono, che altri (i cattivi) negano direttamente ruolo ed importanza della libertà. Ed inoltre, dobbiamo verificare che possano esistere ipoteticamente forme di libertà ancora più ampie della nostra – quella di noi buoni (una verifica concreta, non un’utopia).

In quanto liberali operiamo perché diversità e libertà si espandano e quindi coinvolgano sempre di più quelli che definiamo non liberali (perché non applicando la libertà ne rallentano la crescita) e quelli che noi definiamo cattivi o illiberali perché si privano o privano chi gli sta attorno della libertà aperta come noi la intendiamo.

Come possiamo diffondere libertà e diversità? La risposta è complessa perché la soluzione non può essere ridotta ad una facile equazione valida ovunque e sempre. Proprio perché siamo circondati dalla diversità non possiamo aspirare a una formula definitiva, appunto perché ogni situazione – differente – richiede comportamenti appositi. La libertà non può essere nemmeno imposta perché la sua imposizione comporterebbe l’annullamento dell’autonomia individuale nonché della diversità, attraverso l’istituzione di una idea di libertà fissa.

La libertà ammette una sola soluzione che è una prospettiva poliedrica. È la via più lunga e tortuosa ma l’unica che può funzionare perché si nutre del principio stesso della libertà, e cioè il confronto con le diversità. È solo attraverso il confronto critico che l’idea di libertà dei liberali matura.

L’imposizione della libertà non matura alcun riconoscimento della libertà stessa quanto semmai un suo rigetto perché sarebbe un’imposizione rispetto alle peculiarità di ciascuno, anche di chi la rifugge.

Rispetto al conflitto ucraino in Occidente si sta palesando, emotivamente, un’idea sbagliata di come diffondere la libertà. Seguendo il modello statico degli Stati Uniti, si vuole imporre la libertà, come se fosse un processo meccanico che segue una logica sempre uguale. Si pretende che l’Ucraina sia una democrazia liberale, quando non lo è ancora (tanto che ha sottoscritto il trattato Minsk2 e poi non ha dato in 7 anni la prevista autonomia rafforzata al Donbass) . Si sogna che eliminando la tirannia di Putin e dei suoi oligarchi, anche la Russia possa diventare un paese libero, come lo intendiamo in Occidente (l’esperienza dice che è un’illusione).

Con la distorsione del concetto di libertà che l’Occidente sta praticando in queste settimane, si rischia di produrre ciò che si afferma di non volere, cioè una guerra assai ampia. I liberali dovrebbero rifarsi al metodo sperimentale. Partendo dai problemi dobbiamo osservare quanto sperimentalmente succede. Non troveremo nella storia del secondo dopoguerra un solo momento in cui la libertà imposta ha attecchito.

Afghanistan, Iraq, Libia, sono le sciagure più recenti del fallimento dell’imposizione della libertà. La Russia ha una storia molto diversa da questi Paesi ma il suo passato anche quello recente ci avrebbe dovuto insegnare che pratica un’idea di libertà molto immatura.

Perciò agevolare la prosecuzione della guerra in Ucraina, ammantandosi del promuovere la libertà occidentale, tradisce i principi occidentali e fa arretrare la libertà degli scambi internazionali che della libertà è un aspetto decisivo.

In particolare, l’Ue e l’Italia dovrebbero rifiutare l’impostazione oltranzista dei nove Paesi Nato non appartenenti all’Ue che stanno esprimendo una concezione della Libertà contraddittoria (supponendola esportabile) e lavorare subito in modo coerente per la cessazione delle ostilità in Ucraina (senza quindi alimentare lo scontro armato).

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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LA LIBERTA’ NON FALSIFICA (a Massimo Gramellini)

Il Suo Caffè di stamani è come al solito accattivante nella forma, ma purtroppo clamorosamente contraddittorio nella sostanza. Di fatti, nell’urgenza di allineare Croce a favore della NATO bellicista da Lei supportata, lo cita a sproposito. Perché sarebbe giustissimo richiamare che per Croce la Storia non è solo geopolitica ma soprattutto religione della libertà (religione non lotta), mentre è una pura e semplice distorsione equiparare gli effetti della religione della libertà a quelli della lotta per la libertà.

Come Lei ben sa, Croce è un padre del liberalismo praticato e quindi concepisce la religione della libertà come un continuo libero confronto tra gli spiriti critici di ciascun individuo cittadino senza alcuna autorità impositiva. La lotta per la libertà della Sua NATO bellicista (che per anni ha spinto l’Ucraina a non adempiere al trattato Minsk2 dando l’autonomia rafforzata al Donbass) riduce e soffoca quel confronto all’insegna del ritenere la libertà qualcosa da imporre invece di farlo crescere attraverso l’uso. In conclusione, il ragionamento del Suo Caffè porta a sostenere che secondo Lei la libertà del libero confronto tra i singoli cittadini andrebbe imposta violando i trattati e con la forza delle armi. Semplicemente l’opposto di quanto sostiene Croce.

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BENEDETTO CROCE, il pensatore politico della libertà e del mondo in trasformazione

Saggio scritto per il numero speciale di LIBRO APERTO nel settantesimo anniversario della scomparsa di Benedetto Croce.

1. L’eredità di Croce – A 70 anni dalla morte, Benedetto Croce dovrebbe essere celebrato – di certo dai cultori della politica liberale, ma non solo da loro – ricordandone la passione civile e l’ impegno politico innovativo assai di più dello spessore filosofico complessivo, per il quale è stato osannato in vita e tutt’oggi incluso nei libri di storia specie in Italia. Croce ha mostrato, nelle idee e nei comportamenti della sua lunga esistenza, una capacità fuori del comune di cogliere l’importanza del ruolo della libertà individuale nello svilupparsi delle relazioni tra i cittadini che convivono (anche a prezzo di disallineamenti, non forti ma non trascurabili, con la sua concezione filosofica sistematica). Una capacità tanto più significativa poiché emersa nel tempo e maturata sul piano dell’osservare i fatti e di valutarli criticamente. Che è un piano non  del tutto coincidente di per sé con quegli studi storico filosofici che parevano tener Croce fuori dai temi della vita politica corrente. L’obiettivo di questo articolo è delinearne la natura  col ripercorrere la vita di Croce alle prese con le vicende circostanti negli anni.

2. L’educazione, Casamicciola, la ripresa – Agli esordi Croce, di famiglia possidente,  seguiva il filone degli studi e non si interessava della politica di allora. Non soltanto per l‘educazione da piccolo in un collegio cattolico che non curò il trasmettergli nozioni sulle guerre di indipendenza (eventi che scrisse in seguito, “conobbì sì o no di solo nome”). Ma anche perché la sua inclinazione personale e i solleciti della madre, lo indirizzavano alla letteratura e alla storia. Durante l’inizio dell’adolescenza si incontrò poi con l’insegnamento di Francesco De Sanctis, il filosofo e grande critico letterario, che valutava la poesia solo sotto l’aspetto estetico e non per le sue finalità, pur senza mai tralasciare la stretta connessione tra  letteratura e vita. La  formazione di Croce – forse legata anche alla sua forte impronta autodidattica – ebbe l’impronta incancellabile della tragedia vissuta diciassettenne nelle vacanze estive del 1883 durante il terremoto di Casamicciola (perse subito madre e sorella e fu salvato a stento dopo quattordici ore dentro le macerie salvo il capo ed avere assistito alla morte del padre deceduto sveglio e lentamente accanto a lui). A seguito della tragedia fu affidato per un triennio al cugino Silvio Spaventa a Roma (deputato e ministro risorgimentale di solida formazione filosofica hegeliana). Nel complesso la formazione di Croce  venne innanzitutto influenzata    dagli indirizzi di De Sanctis (che lasciò un’impronta indelebile) , dello stesso Silvio Spaventa  e  anche dall’insegnamento di Antonio Labriola, professore conosciuto nel salotto romano di casa Spaventa e primo divulgatore italiano del marxismo. Peraltro a casa Spaventa, il giovane Benedetto assistette agli accesi dibattiti tra molti esponenti della Destra, che lui trovava esprimessero idee  improntate sì al perseguire concezioni liberali, però senza  tener conto  dei ritmi duttili insiti nella politica di Cavour.

In ogni caso, in quegli anni, Croce viveva in una sorta di spaesamento conseguenza del lutto patito e si affidava  alla riflessione per  superarlo. Il suo filone formativo seguiva la linea tradizionale dell’erudizione letteraria e speculativa,  rivolta all’obiettivo allora scontato: siccome un modello definito del mondo e delle persone  doveva di sicuro  esistere, cercava di capire meglio quale fosse quel modello. Il giovane Croce mostrò presto di avere per la filosofia  passione e talento. Attitudine  che riteneva gli avrebbe consentito di fare qualcosa di utile agli altri, e con ciò di dare senso al suo vivere.

De Sanctis era unitamente a Bertrando Spaventa (il fratello maggiore di Silvio) il capofila dell’hegelismo napoletano. Apparteneva all’ala sinistra del movimento, dedita già da qualche decennio in Europa, al rivedere in senso evolutivo la lezione di Hegel, soprattutto accentuandone il legame alla vita corrente. Tale accentuato legame, De Sanctis lo inquadrava nell’empirismo inglese (Locke, Hume) , al fine, asseriva, di superare la propensione hegeliana del guardare al passato e non al futuro. Lo faceva tuttavia senza capovolgersi nel materialismo marxista (all’epoca in   espansione) perché il marxismo finiva per riprodurre un difetto analogo a quello hegeliano, trasferendo la rigidità dall’osservare il passato al determinare l’avvenire. La lezione di De Sanctis fu molto apprezzata da Croce, tanto che molti anni dopo volle pubblicare e  diffondere  le carte di De Sanctis restate sparse, perché  ritenute superate.

La scelta di riferirsi da subito all’insegnamento di De Sanctis, vaccinò Croce dal materialismo e dal positivismo (allora dominanti) ed anche dal sociologismo (nascente in quegli anni) nonché dall’irrazionalismo  (all’epoca in auge pure tra gli intellettuali).  Complessivamente, Croce  si plasmò in una cultura avversaria del determinismo. La sua prima memoria fu nel 1893 (lo stesso anno dell’inizio della profonda relazione di libera convivenza con Angelina Zampanelli, orfana romagnola traslocata a Salerno da un parente, più giovane di quattro anni, molto bella e molto intelligente, non un’intellettuale, che divenne il fulcro del salotto di casa Croce). Pubblicò lo scritto “La storia ridotta sotto il concetto dell’arte” nel quale illustrava il perché la storia non sia scienza, cioè mera registrazione ed elaborazione dei concetti,  ma sia riconducibile all’arte, cioè narrazione dei fatti e rappresentazione della realtà. La svolta ci fu con i commenti al saggio di Labriola della tarda primavera 1895 in vista del cinquantennale del Manifesto dei Comunisti. Con Labriola, Croce aveva mantenuto un rapporto da allievo rispettoso ma del tutto autonomo intellettualmente. E Labriola ­– nonostante  fosse un convinto fautore del socialismo fondato sul marxismo e non liberale (aveva scritto a Bertrando Spaventa che “l’ottimo non nasce dal caso, con buona pace di Darwin e dei furfanti che si chiamano liberali”)– avendo percepito la capacità analitica dell’allievo, inviò a Croce da leggere il manoscritto del proprio saggio. Questa fu per Croce l’occasione per studiare Marx,  approfondire i principi dell’economia e poi scrivere giudizi fortemente critici sul marxismo.

3. Lo studio del marxismo – Come già emerso nello scritto sulla Storia fatta rientrare nel concetto dell’arte, Croce aveva  maturato una cultura critica incline ad interrogarsi per comprendere come in ogni persona si forma la conoscenza del mondo. Leggendo l’opera di Labriola in questa prospettiva, fu molto colpito da Marx e mantenne, riguardo al suo materialismo storico, un atteggiamento aperto riconoscendo alcuni pregi ma rilevando fin da subito alcune tesi non condivisibili. I pregi erano la forza espressiva, il pensare al progresso come ad una continua lotta e il carattere realistico dell’argomentare di Marx a fini politici. Cui aggiungeva quello “della benefica efficacia esercitata dal marxismo sugli intellettuali italiani tra il 1890 e il 1900” avviando la fine del ritenere lo studio della storia una questione filologica da letterati. Il limite di Marx era di aver poi teso a modellare la vita sulle teorie, facendosi il profeta di ciò che le società avrebbero dovuto essere.  

Considerati i pregi e le potenziali derive non positive,  Croce era indotto a ritenere che l’obiettivo del materialismo non potesse essere quello datogli da certe interpretazioni, quali il  cosiddetto materialismo metafisico, secondo cui capire che la materia era il cuore della Storia, significava riconoscerne l’esito certo  (nonostante Marx non abbia mai detto che il comunismo debba essere ineluttabile). Insomma per Croce il materialismo doveva essere solo un canone interpretativo delle vicende storiche, una concezione realistica della storia che spingeva a mettere l’economia in primo piano.  Chi ne fa “allo stesso tempo un canone d’interpretazione e una specifica visione del mondo, lo riduce a filosofia monistica che lo snatura e lo rende inutilizzabile”. Di fatti, Croce qualifica Marx come il “Machiavelli del proletariato, che ci ha insegnato, pur con le sue proposizioni approssimative nel contenuto e paradossali nella forma, a penetrare in ciò ch’è la società nella sua realtà”. Il programma politico di Marx ha un fine ultimo e un metodo operativo “ma non precetti e catechismi buoni per tutte le contingenze e complicazioni storiche “  e “chi enfatizza una presunta necessità storica del comunismo, cade in un dommatismo scientifico e  politico”.

Peraltro, i pregi del materialismo espressi o almeno legati all’intenderlo solo quale canone interpretativo della realtà, per Croce finiscono qui, perché l’intento marxiano di fare dell’economia la chiave di volta del processo vitale , trascura che la realtà non è solo conflitto tra produttori ma è complessa e non riducibile ad un unico fattore predeterminato. Così da questo punto logico,  iniziano le critiche di Croce a Marx.

Innanzitutto è infondata la tesi di Marx secondo cui il suo materialismo produrrebbe un socialismo scientifico perché fondato sul pieno controllo umano delle leggi della natura e del convivere. La scienza, mediante l’astrarre e il porre determinate condizioni, arriva di volta in volta alla conoscenza di aspetti circoscritti della realtà. E tale metodo non ha corrispondenza con la realtà sociale, tanto meno continuativamente. In più, un canone interpretativo non può comunque essere una conoscenza da applicare. Infatti per Croce  “se la conoscenza delle leggi rischiara la nostra percezione del reale, essa non può diventare questa percezione stessa”. E precisava che un errore simile veniva fatto non solo dal socialismo ma anche dal liberismo, che pretende di dedurre  dal presunto pieno controllo umano delle leggi della natura e del convivere, il principio del laissez faire realizzabile solo tramite la libertà economica senza regole.

Poi è infondato anche il concetto di lotta di classe che non è “intrinsecamente necessaria allo svolgimento storico, perché, anche nell’avvenire, e senza le classi, la storia, giova sperare, continuerà”. La lotta di classe è solo  un canone interpretativo tra i possibili. Altrettanto infondata è l’identificazione valore-lavoro assunto quale aspetto determinante per spiegare la realtà nel presupposto che il lavoro sia l’essenza dell’uomo. Mentre è un modo del fondare l’economia, da tener presente per affrontare la questione sociale lavoro e risolverne gli squilibri ma cui non si può  dare un ruolo che non ha.

Nel complesso, del resto, Croce rileva che il Capitale non è né un’analisi storica di una data società né pura teoria economica. Marx paragona la società economica ideale, senza classi e con una completa ridistribuzione egualitaria della produzione (in cui i soli beni consistono in prodotti di lavoro) alla società capitalistica reale e storica che al lavoro attribuisce una  particolare  forma sociale (in grado di creare il plusvalore). E afferma che il valore di una merce dipende dal tempo lavorativo necessario per produrla , in forza  di un “paragone ellittico” tra la società capitalistica reale e quella marxista socialista ideale che non tiene conto delle effettive caratteristiche del capitalismo. Perciò  Marx, mischiando le due tipologie, il capitalismo reale e la prospettiva marxista,  non è di fatto né un economista né uno storico. Esprime una scelta politica.

Un altro rilievo di Croce a Marx  denuncia l’errore  contenuto nel concetto di caduta tendenziale del saggio di profitto dovuta, per Marx,  al progresso tecnico.  Ciò non è esatto, afferma Croce, poiché è vero il viceversa. Proprio il progresso tecnico (restando inalterati tutti gli altri fattori della produzione) potrà diminuire il profitto immediato (a causa degli oneri per promuovere  quel progesso)  ma non il saggio di profitto che anzi (purché non cresca il tenore di vita dei lavoratori) aumenterà insieme alla maggior quantità di beni prodotta. Quindi il progresso tecnico permette ai capitalisti di “ottenere gli stessi servigi che prima ottenevano dai proletari“. Non sussistendo la tesi della caduta del saggio di profitto (solo la concorrenza di mercato comprime il profitto), è di conseguenza infondata la previsione “della fine automatica ed imminente della società capitalistica”. La concorrenza tende ad escludere dal mercato certe specifiche imprese non abbastanza efficienti, ma il sistema capitalistico nel suo insieme non è destinato a collassare.   

Per tutte queste incongruenze, il materialismo storico (di certo nella versione di Labriola) non è né una filosofia della storia né un metodo del pensiero storico, ma solo “un canone d’interpretazione che rivolgere l’attenzione al cosiddetto sostrato economico delle società per intendere meglio le loro configurazioni e vicende“.  Con tale ragionamento, Croce inclina a ridurre il contributo del marxismo ad aver indicato l’utile come quarto valore da aggiungersi ai parametri abituali del vero, del bello e del buono (cosa servita a Croce per superare le vecchie filosofie della natura).

Nel complesso il quadriennio di saggi sul marxismo (che saranno raccolti nel volume Materialismo storico ed economia marxista edito nel 1900) contiene il giudizio globale di Croce sulla dottrina di Marx:  “in essa sono mescolati vero e falso”. Il vero sta “nell’avere il Marx richiamato fortemente alla coscienza la condizionalità sociale del profitto”  (anche se non  ha elaborato una spiegazione scientifica), il falso “consiste nell’aver dato più volte al procedimento comparativo, valore di spiegazione scientifica, e nell’aver preteso di soppiantare, coi risultati di esso, la vera e propria teoria economica”. “Se non alla scienza economica, l’opera del Marx conferisce alla coscienza sociale, illuminando con una serie di escogitazioni e di comparazioni, il rapporto dei lavoratori coi capitalisti”.

Il vero della dottrina  marxista spiega l’amicizia di Croce con Georges Sorel, un importante pensatore francese marxista , e la sua disponibilità a collaborare con  la rivista da lui curata, “Devenir social”. Croce definisce  Sorel “ l’unico marxista degno del nome nel modo di studiare i problemi storici e sociali” appunto perché non cade nel finalismo determinista della lotta di classe. E diverrà editore in Italia dei suoi saggi sul sindacalismo rivoluzionario, ribadendogli peraltro che era indispensabile togliere al marxismo la maschera scientifica che nascondeva l’ideologia. Il socialismo può essere solo un tipo di azione nella società .

In ogni caso, già prima della stampa di Materialismo storico ed economia marxista,  Croce scrisse in una lettera di chiudere la parentesi formativa su Marx  e di sentire l’esigenza di altri studi.

4. I caratteri dello spirito e il periodico La Critica – I successivi studi di Croce furono lo svilupparsi della sua formazione  non deterministica e dell’interesse  a descrivere il modo in cui ognuno conosce il mondo. Perciò intensificò il rapporto con  gli indirizzi di De Sanctis: riprendere l’idealismo hegeliano per farlo evolvere in una  nuova forma rivolta alle cose da fare, vale a dire al futuro. Questo fu il senso del neo idealismo di Croce. Che per natura polemizzava costantemente contro le proposte del positivismo, assertore a parole del metodo sperimentale (con l’abbandono della metafisica) ed invece prosecutore dei vecchi sistemi nel congiungere  l’interesse concreto all’escludere i motivi della comprensione critica ed umana.

Croce iniziò a sviluppare il neoidealismo storicistico, imperniato sul manifestarsi dello spirito secondo  forme distinte. E fin dagli ultimi mesi del secolo, delineò l’articolazione complessiva della sua concezione dello spirito, caratterizzandola con uno sviluppo attraverso quattro fasi connesse a due  a due (lestetica e la  logica, l’economia e l’etica), fasi su cui rifletterà in principio approfondendo e precisando per il successivo decennio, poi continuando  a rimeditarle durante tutta la vita.

Intanto, a partire da quello stesso periodo, Croce  andava stingendo i rapporti con un  siciliano neolaureato in filosofia alla Normale di Pisa con il massimo dei voti, più giovane di circa nove anni, Giovanni Gentile, che lo aveva contattato dopo l’uscita del primo commento fatto da Croce al libro sul materialismo dialettico di Labriola.  Gentile aveva avuto come professore di filosofia teoretica un importante seguace di Bertrando Spaventa, tra i massimi cultori italiani di Hegel letto in chiave  dei processi cognitivi , che innescano  lo spirito  attuato nel reale (attualismo). Un’impostazione, quella del professore, condivisa da Gentile in chiave professionale. Fin dai primi contatti tra Croce e Gentile, emerse sì una sorta di diversità concettuale sul come interpretare il materialismo storico (per Croce un metodo consapevole della realtà effettiva, per Gentile una filosofia della storia di tipo hegeliano con una previsione del futuro e  non un mero canone interpretativo) ma l’amicizia si formò sulla necessità di formulare un nuovo modello di storia italiana. Croce (nel privato ancora alla ricerca di una propria definita struttura concettuale) era esperto nell’indagine letteraria, rifiutava la metafisica , aveva una forte propensione all’evolversi brulicante delle scelte di vita, Gentile era già radicato in una specifica convinzione filosofica imperniata sul prevalere dello spirito sull’autonomia dei fatti . Ambedue peraltro condividevano la necessità di ricuperare la tradizione propositiva della storia Risorgimentale che era stata  purtroppo interrotta.

Il rapporto con Gentile divenne via via più serrato mentre  Croce riduceva la disattenzione alle vicende della politica corrente (va ricordata la sua pubblica deprecazione per i processi di Milano contro Turati, giudicati più iniqui di quelli dei Borboni  a carico di Settembrini nei moti del ‘848)  e proseguiva nell’elaborare e definire più in dettaglio la propria visione filosofica sul come si dipanano le categorie del conoscere individuale. Una visione che è contraddistinta dal continuo sforzo di Croce di dare un ordine preciso a tutto quanto percepisce come rilevante. In tale quadro, muovendo dalla memoria predisposta nel ‘893, in cui aveva sostenuto che la storia è riconducibile all’arte, Croce affermò che la conoscenza del mondo comincia con la percezione delle cose, vale a dire, utilizzando il termine greco, con l’estetica.  Fin dall’anno ‘900, Croce stabilisce che l’estetica è la scienza dell’espressione generale, il presupposto dell’attività dello spirito: l’arte è espressione dell’individuo, è un’attività teoretica autonoma, che consente all’individuo di percepire la realtà elaborandola poi  a livello razionale così da trarne la conoscenza del concreto.  

Dopo l’estetica, che permette di cogliere il manifestarsi del mondo, viene la logica, che ha carattere di filosofia  perché si applica a conoscere i concetti, vale  dire le idee universali sul mondo (da qui il nome di idealismo per l’intera concezione), dunque è la scienza del concetto puro. La logica è la prima manifestazione dello spirito umano ed è alla base del pensiero. Attiva la capacità di connettere il particolare con l’universale e insieme di rapportarsi alla realtà concreta, rendendo possibile comprenderla.

Nel frattempo, a dicembre del ‘901, Croce venne contattato a Napoli da uno sconosciuto libraio di Bari, Giovanni Laterza, che in primavera di quell’anno aveva messo su una casa editrice  e che desiderava ricevere da un uomo di alta cultura indicazioni sul taglio editoriale da darle. E nei mesi successivi Croce le dette: “credo  che fareste bene ad astenervi almeno dall’accettare libri di romanzi, novelle e letteratura amena: e ciò per comparire come editore di libri politici, storici, di storia artistica, di filosofia. Roba grave”. E fu ascoltato. A primavera del ‘902  uscì il primo libro sull’ Estetica come scienza dell’espressione che ebbe un successo immediato non solo in Italia, cosa che lo indusse a decidere la pubblicazione di una rivista che determinasse più a fondo la sua filosofia.  Così a gennaio del 1903,  Croce fondò La Critica, bimestrale di letteratura, storia e filosofia, di cui il mese prima aveva preannunziato l’indirizzo nel combattere in letteratura il limitato filologismo e l’estetismo decadente, in storia il non rispetto degli avvenimenti, in filosofia il positivismo. Avrebbe pubblicato “libri italiani e stranieri, di filosofia, storia e letteratura, scegliendo alcuni di quelle che meglio si apprestino a feconde discussioni. La rivista sosterrà un determinato ordine d’idee, perché niente è più dannoso al sano svolgimento degli studi di quel malinteso sentimento di tolleranza, che è in fondo indifferenza e scetticismo……il compilatore è un leale fautore di quello che si chiama metodo storico o filologico. Ma egli crede con altrettanta fermezza, che tale metodo non basti a tutte le esigenze del pensiero, ed occorra perciò promuovere un generale risveglio dello spirito filosofico; e che, sotto questo rispetto, la critica, la storiografia, e la stessa filosofia, potranno trarre profitto da un ponderato ritorno a tradizioni di pensiero, che furono disgraziatamente interrotte dopo il compimento della rivoluzione italiana, e nelle quali rifulgeva l’idea della sintesi spirituale, l’idea dell’humanitas“.

Mentre editava La Critica – alla cui pubblicazione contribuiva regolarmente Gentile in modo molto significativo –, Croce proseguì nello sviluppo sistematico della sua concezione filosofica, approfondendo i caratteri degli ulteriori gradini dello spirito per conoscere. Tale percorso piaceva sempre meno al suo  maestro a Roma, Labriola. Già da qualche anno aveva scritto di essere deluso di non essere riuscito far mutare in Croce la mentalità erudita e portarlo a fare le cose necessarie per l’Italia; e poco prima di morire nel 1904, scrisse di nuovo a Croce Il tuo filosofare…. consta di semplici giudizi analitici. Di fronte a questi giudizi purissimi  stanno le disgregate e infinite cose della natura e del mondo sociale ….. Nella filosofia del diritto non c’è la lotta di classe, la quale c’è però nella vita; nell’economia non c’è il sopravalore, il quale però c’è nella società”.

Il contenuto di questa critica di Labriola illumina i problemi dei marxisti nello svolgere un ragionamento. Concepiscono il discutere solo come mezzo di indottrinare,  non concepiscono che i giudizi analitici siano separati dalla finalità loro attribuita e confondono l’impianto concettuale (che Croce  elabora quale strumento atto a far capire meglio la realtà) con le tesi del materialismo storico operanti in chiave determinista. Da allora, questa presunzione di essere gli unici a capire davvero la vita e di volerla imporre, si aggraverà e i comunisti proseguiranno per un cinquantennio  a opporsi con furia a Croce e alla sua libertà del cittadino. Tornerò su questa attitudine, ma osservo fin d’ora che essa rende ridicole le accuse che già intorno al ‘900, i conservatori facevano a Croce di essere arrendevole al marxismo (anche perché approvava le posizioni di Zanardelli, altra bestia nera dei conservatori). E’ passato oltre un secolo ma tutt’oggi la mentalità di chi ritiene tuttora feconda la cultura marxista e di quel tipo di conservatori, nella forma attualizzata ai giorni nostri, non sopporta il modo d’essere politico culturale dei liberali e degli individui liberi.

All’epoca, Croce proseguì nelle riflessioni volte a descrivere in modo compiuto il processo con cui lo spirito procede  nella sua attività teoretica. Così, dopo aver descritto, curando molto l’ordine  dei concetti, i primi due passi che inquadrano la realtà, l’estetica e  la logica, Croce affrontò il problema del rapporto con la realtà, cioè della fase pratica. Questa fase si articola in due categorie collegate, l’economia e l’etica. L’economia riguarda in generale  l’intervento concreto nel mondo per maneggiare le cose materiali, raccogliere e trasformare i prodotti della terra, introdurre nuovi prodotti dell’iniziativa e del lavoro delle persone, e anche la volontà di raggiungere particolari scopi, in specie quelli della propria condizione di vita.  Tutto ciò esprimendo il manifestarsi umano nel mondo teso a rendere possibile e più agevole il vivere di chi lo popola. La seconda categoria pratica, quella dell’etica, è data dal processo interiore e dall’agire esteriore  i quali, riflettendo sulla presenza di ciascuno nel mondo, mettono in luce  i criteri che presiedono al reciproco comportarsi nell’esistere  e all’effettivo uso dei beni materiali disponibili. L’etica ha dunque una finalità che, imperniata sull’individuo, pone l’attenzione sulle relazioni, piccole e grandi, tra i diversi individui e tra tutti i conviventi, e perciò attiene all’universale. Proprio per questo l’etica  è collegata all’economia, in quanto ambedue delineano il percorso pratico della vita. La vita è un’attività concreta, al tempo stesso inscindibile dalle regole della morale.

Questo era il clima culturale creato da Croce e diffuso attraverso La Critica e le sue opere filosofiche. Un clima che il modo di essere di Croce rendeva un cantiere sempre in attività. Nel primo quadriennio, la collaborazione a Critica di Gentile fu intensa e priva di screzi. Ma poi, nella seconda metà del ‘906, Croce pubblicò  Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, e questo volume mise in luce le contrapposte visioni di Croce e di Gentile sul come intendere l’idealismo. Il che non  incrinava tanto i rapporti amicizia, quanto la collaborazione politico culturale,  facendo emergere che Croce seguiva la lezione di De Sanctis (centrata sull’apporto degli umani) e Gentile quella di Bertrando Spaventa (centrata sull’apporto dell’idea pensiero). Ovviamente la cosa non sfuggì a Gentile, che infatti scrisse una recensione in dissenso. Peraltro questa recensione restò inedita per oltre un decennio, dato che ambedue giudicarono prevalenti le ragioni del comune progetto di ricupero della tradizione propositiva Risorgimentale.

Quella di Croce è una filosofia in continuo aggiornamento (lui lo chiamava “serie di sistemazioni “) in base al ragionato e alla molteplicità del percepito, quindi una filosofia tesa a corrispondere   allo spirito del mondo, soprattutto preparatoria alle indagini storiche nei vari campi umanistici, fermamente immanente e antimetafisica (mentre quella di Gentile  tendeva alla metafisica). Le quattro categorie dello spirito crociano erano collegate nei rispettivi autonomi svolgimenti e valori, con finalità non deterministiche, bensì frutto della libera scelta di ciascun individuo. L’effettivo punto di svolta del neoidealismo di Croce rispetto ad Hegel  sta nella differente applicazione della dialettica degli opposti. Che in Croce non riguarda le quattro categorie che operano secondo propri valori; riguarda solo lo spirito in sé che valuta e sceglie. Vale a dire, la dialettica degli opposti – la contrapposizione vero e falso – non attiene alle singole categorie che operano mediante un meccanismo di auto applicazione, ma si svolge nella realtà dello spirito che esprime giudizi tra gli opposti comparando le categorie. Nella sostanza, le quattro distinte categorie sono collegate da un processo circolare che realizza lo spirito. Come è stato scritto, per Croce la vita dello spirito ripercorre senza tregua le sue forme fondamentali, ogni volta arricchita dal contenuto delle precedenti circolazioni e senza ripetersi mai. La storia è questo progresso e questo divenire.

Peraltro, pochi mesi dopo, Gentile tenne una prolusione all’Università di Palermo sul tema Concetto della storia della filosofia. Allora, Croce gli scrisse sconsigliandogli  di pubblicarla. Perché quando sviluppasse una trattazione sistematica di Hegel, precisò, “urterete in tali difficoltà che sarete costretto a correggere qualcosa nei principi“ , e quindi l’idealismo non verrebbe rinnovato (nonostante che, osservava Croce, perfino Hegel non escludesse del tutto la distinzione tra filosofia e storia). Anche questa volta, Gentile accettò di “mettere a dormire la prolusione” fin quando non avesse raccolto il materiale e magari modificato avviso. Tuttavia, era chiaro che al passare del tempo l’amicizia personale e il comune progetto culturale erano sempre più inficiati dalle differenze inaggirabili tra lo storicismo di Croce  e l’attualismo di Gentile.

Croce proseguì nei suoi approfondimenti logici rivendicando la serietà  l’importanza del pensiero logico, rispetto ad una serie di mode (l’empirismo, l’astrattismo, l’ intuizionismo e in particolare il positivismo) che contraddicevano ogni forma logica compatta. Non perché non si debba usare il metodo di astrarre per capire, ma perché l’astratto è uno schema del pensiero, non il mondo reale. Croce non accettava il postulato dell’uniformità della natura, adottato dovunque e sempre, argomentando che  è “falso e assurdo……la realtà non è costante né uniforme …. è perpetua evoluzione e trasformazione”.

Alla luce degli avvenimenti, Croce giunse a concludere che il socialismo marxista si era snaturato inseguendo un irreale concetto di democrazia e di eguaglianza sociale, in questo modo fuoriuscendo dal campo della storia reale. Oltretutto la classe operaia non aveva una sufficiente fede e moralità per la lotta di classe, e  dunque non aveva la forza per trasformare la società solo con l’entusiasmo e la fede. Tutto ciò derivava dalla pretesa di ridurre la libertà a un principio economico, laddove è la sfera dell’etica a governare il processo storico; ed inoltre dal non considerare che l’essenza del mondo non sta nell’affermarsi di un soggetto unico quale proletariato, ma nell’attività di tanti  diversi soggetti. Sono le condizioni della vita a sconfiggere la  concezione teleologica e deterministica del divenire marxista e del suo modo errato di interpretare le tendenze della modernità. Perciò Croce scrisse che il  socialismo era morto e lo ripetè  ancora per il marxismo (quanti hanno ironizzato nel corso dei decenni su questa dichiarazione di Croce, smentita nel concreto delle piazze, sono stati smentiti in modo definitivo dalla realtà di cui non erano stati capaci di accorgersi).

Nei medesimi anni, Croce affrontò anche il conflitto, forte ed acceso, tra il modernismo e la Chiesa cattolica. A Croce il modernismo parve un tentativo mal riuscito di trarre la religione dal mito per immetterla nella critica storico filosofica, senza intaccare la fede. Per fare una simile operazione era indispensabile essere fuori della Chiesa cattolica e di ogni chiesa, mentre i modernisti si ostinavano a professarsi, non solo religiosi ma cattolici. Applicando tale valutazione, Croce, pur personalmente  laico praticante, non esitò  a fare un articolo di elogio della enciclica di condanna del modernismo emanata da Papa Pio X. L’articolo si intitolava “Insegnamenti cattolici di un non cattolico“, e affermava che ai modernisti non restava che o ricongiungersi in ritardo ai pensatori non confessionali oppure, dopo essersi dibattuti a vuoto per  qualche tempo, ricadere nel cattolicesimo tradizionale.

5- L’ingresso in Senato e la rottura con Gentile – La concezione liberale dell’opera di  Croce era tenuta molto in conto da Giustino Fortunato, un famoso meridionalista, deputato liberal conservatore della  Basilicata, il quale la segnalò al Presidente del Consiglio Sidney Sonnino, suo coetaneo, liberale della Destra Storica. Questi era già da molti anni sostenitore della necessità del  “suffragio universale eguale e diretto…… senza la limitazione  del saper leggere e scrivere”  e con “l’abbassamento dell’età tanto per l’elettorato che per l’eliggibilità politica”, ed era apprezzato da Croce come deputato che “contribuì a fare smettere alle classi colte italiane quell’istintivo movimento di  chiudere gli occhi… e a introdurre la pacata discussione sul socialismo e sui doveri della borghesia verso contadini  e operai”. Sonnino  era anche alla ricerca di occasioni per valorizzare personalità liberali estranee  alla logica maggioritaria di Giolitti , la quale privilegiava il baricentro istituzionale a favore degli organi elettivi invece che il governo. Il fine di Sonnino era appunto valorizzare il ruolo del governo quale rappresentante degli interessi generali di tutta la nazione, poiché, per lui, la nazione non è la sommatoria  dei vari corpi divisi in classi e ceti in antagonismo reciproco, agevolata dai religiosi e dalla sinistra. Perciò auspicava un partito liberale fortemente organizzato della società civile, che sostenesse le idee liberali senza ridurle ad interessi particolari.  

Forse anche per questo suo intento, Sonnino, a gennaio del 1910, promosse la nomina di Croce a Senatore del Regno per il settore censo. Questa nomina suscitò varie polemiche sui giornali che sollecitavano per il ruolo personalità dell’area più democraticista e meno degli agiati agrari conservatori (perché già allora la cultura liberale veniva confusa con il conservatorismo sotto la spinta dei religiosi e dei massimalisti sociali).  Croce gradì l’onore  ma continuò imperterrito il suo impegno filosofico culturale, nonostante stesse accelerando il dibattito sulla rilevante questione civile del ridefinire il diritto al voto. Dibattito che porterà nel maggio 1911 al discorso di Giolitti alla Camera  (“Io credo che sia indeclinabile un ampliamento del suffragio. Dopo vent’anni, dall’ultima legge elettorale, una grande rivoluzione sociale è avvenuta in Italia, la quale produsse un grande progresso nelle condizioni economiche, intellettuali e morali delle classi popolari. A questo progresso, corrisponde il diritto a una più diretta partecipazione nella vita politica del Paese”) , da cui nacque un anno dopo esatto, la nuova legge elettorale che estese il voto ai cittadini maschi. Quelli sopra ai 30 anni, senza alcun requisito di censo né di istruzione, mentre i maggiorenni fino ai 30 anni con alcune condizioni di censo (un’imposta annua di almeno 19,8 lire  o un fitto annuo o un’imposta ad un Comune)  o di prestazione del servizio militare o di titoli di studio (superato un corso elementare obbligatorio). Il corpo elettorale crebbe d’un colpo da 3,3 a 8,45 milioni, quasi un quarto degli abitanti. La legge sul suffragio universale fu un esempio di effettiva capacità riformatrice, che agisce dopo aver fatto maturare la consapevolezza della questione. Ed è appunto questo criterio che turba la cultura cattolica (del resto ancora oggi). Secondo questa cultura il suffragio universale non andava bene poiché non corrispose a riconoscere un diritto civile del cittadino bensì a fissare   il solo criterio dell’esperienza, legata all’età o al servizio militare. Una critica dalla chiara suggestione impositiva.

Nei primi tre anni da Senatore, Croce continuò a studiare il problema della comprensione storica , convinto come era che il pensiero storico fosse l’autocoscienza di questa vita. La storia, secondo Croce, è un atto di pensiero (una unità-distinzione tra momento intuitivo e momento logico, insomma un giudizio) che mette insieme il fatto, il documento storico, e la  narrazione che ne fa il giudizio storico. Da qui Croce trasse la conclusione che la storia è sempre storia contemporanea, dal momento che ” solo un interesse della vita presente ci può muovere a indagare un fatto passato; il quale, dunque, in quanto si unifica con un interesse della vita presente, non risponde a un interesse passato, ma presente“. La sostanza di tale concetto è essenziale nello sviluppo dell’opera di Croce, in quanto rivela la dinamica del conoscere nel realizzare una consapevolezza riflessiva connessa alla valutazione critica delle cose, dunque legata al tempo (non citato ma in azione). Sul coincidere tra particolare e universale, reale e razionale, storia e filosofia, Croce formò così la sua concezione di storicismo assoluto, che intende la storia non come derivata da leggi trascendenti, ma  quale espressione del processo del realizzarsi dello spirito nelle sue diverse forme.

Un simile storicismo assoluto aveva dei connotati assai innovativi, soprattutto nella sostanziale attribuzione di un ruolo determinante al pensiero critico individuale. E nel 1913 era ormai un sistema compiuto. Nel medesimo periodo, peraltro, anche Gentile, rispetto a sette anni prima, aveva approfondito la propria concezione filosofica. Croce avvertì che la distanza con il suo collaboratore a La Critica era divenuta filosoficamente incolmabile e che la cosa doveva essere rilevata. E quasi per sottolineare il senso concettuale della disputa – estraneo all’impresa editoriale de La Critica che all’epoca costituiva  un motivo caratterizzante della cultura italiana –, Croce scrisse una lettera su un’altra importante rivista, La Voce di Prezzolini, alla fine del 1913 (avviando con Gentile un carteggio che proseguirà l’anno successivo e dopo)   nella quale esponeva apertamente le ragioni per cui il comune rilievo dato allo spirito in chiave idealistica, si  spezzava quando Gentile specifica “idealismo attuale”, perché Croce  non è persuaso  dell’attualismo. Croce  intende il concetto di spirito come circolarità e ricorso (che unifica distinguendo o distingue unificando), mentre  Gentile trascura tale processo considerandolo un trascendere l’attualità e per questa via rende l’attualità una schietta posizione mistica. Questa attualità si riduce ad  un presente immobile che cancella ogni distinzione.

Per Croce, Gentile fraintendeva l’idealismo perché immerso nella filosofia di Bertrando Spaventa che era “divorato dall’ansia religiosa dell’unità”. Di conseguenza, per Gentile “il pensiero  non presuppone nulla perché assoluto, e crea tutto”. Laddove Croce è fautore della filosofia storicistica della relazione tra particolarità e unità. Si tratta di un nodo assai importante che Gentile non coglieva ma che è equivocato anche da diversi interpreti crociani.  La replica di Gentile evocò “il carattere di malinconia profonda, che pervade tutta questa tua contemplazione del mondo, in cui l’uomo par sequestrato in un cantuccio dell’universo o a guardare inoperoso questo universo, in cui non può riconoscersi, o a coltivare una piccola aiuola, fuor della quale si stendono spazi interminati. La verità gli si spiega in alto sul capo, inaccessibile; ma non gli si svela se non attraverso al duro e oscuro lavoro con cui egli dissoda in eterno le zolle di quell’aiuola”.

In queste poche parole, è sintetizzato il nodo del rifiuto della filosofia di Croce da parte di Gentile e dei suoi allievi. Gentile e i gentiliani non accettano che l’uomo guardi l’universo  stando sequestrato in un angolo e lavori senza enfasi per svelare la verità sul mondo. In un simile concetto – che in sostanza si schiera con l’illusione del negare la realtà alla quale sovrappone l’umano – spuntano accenni cari al movimento estetico futurista (il cui primo manifesto gridava “Glorifichiamo la guerra, sola igiene del mondo” e valorizzava il gesto e l‘azione)  allora in crescita e soprattutto suggestioni di una realtà inglobata in pieno nell’atto del pensiero senza distinzioni, suggestioni oggettivamente prodromiche  a idee di rimozione della diversità individuale dalla convivenza.  Insomma, una visione fondata  sul puro idealismo monistico e dunque in forte divergenza  con quella di Croce,  basata sulla distinzione, la pluralità, il continuo rinnovarsi, l’antidogmatismo del cittadino. Insomma, come è stato scritto (Cotroneo), le due filosofie avevano due diverse visioni del mondo, della storia, della politica e dell’etica.

La polemica tra Croce e Gentile su La Voce apparve dirompente alla cultura italiana, che, anche il quel periodo,  aveva la consuetudine del semplicismo conformista. Non concepiva  che i due stretti collaboratori nell’editare La Critica avessero messo in pubblico una spessa contrapposizione filosofica, che spezzava il clima idealista dominante. Per quella cultura , il valore dell’unità era prioritario e intangibile. Romperla era scandaloso. Eppure l’atto di Croce di mettere in pubblico il dissidio (che fu preso molto male da Gentile, pur restando assai amico ancora per qualche anno) non solo non fu un colpo di testa, ma fu la presa d’atto, logica ed ineludibile, che lo spirito del pensiero libero non poteva stare in una gabbia, addirittura costruita nel segno di una visione attualistica, dogmatica e  monistica. Anche negli articoli su La Voce in proposito, Croce, secondo il suo stile,  non emise giudizi definitivi, ma avviò una ferma discussione su un aspetto ineludibile del vivere. Ineludibile negli effetti concreti oltre che dal punto di vista concettuale, come poi dimostrarono gli avvenimenti dei decenni successivi.

6- Il neutralismo  e il rapporto con Giolitti. Le elezioni di metà autunno del 1913  furono le prime con il voto universale maschile ma non determinarono sostanziali mutamenti nel panorama parlamentare, dal  punto di vista percentuale: continuò ad esserci una ampia maggioranza dell’Unione Liberale giolittiana (da sola poco meno della metà degli eletti) e dei suoi diversi alleati , i Democratici, i  Radicali e i cattolici seguaci di Gentiloni (che vantavano un Patto che non ci fu mai nei termini propri del termine, cioè tra due contraenti). Peraltro Giolitti proseguì nel suo IV governo (era in carica dal marzo del ‘911)  ma dopo un semestre, a seguito di una disputa con i Radicali sul finanziamento alle colonie, passò la mano indicando Salandra, esponente della destra liberale e non giolittiano, quale nuovo Presidente del Consiglio.

Un breve inciso. Va segnalato che due settimane prima Croce si era sposato a Torino con Adele Rossi, siccome nella seconda metà del settembre ’13 era mancata in pochi giorni Angelina Zampanelli, la compagna ventennale da lungo tempo sofferente di disturbi cardiaci. A 47 anni, Croce si decise a prendere moglie per la prima volta. E scrisse: “Sposerò una buona e brava ragazza piemontese, che conosco già da due anni, della quale ho invigilato gli studii per la laurea in lettere. E che mi aveva sempre ispirata una grandissima stima per la finezza dell’animo e la serietà del carattere. Era inoltre in rapporti di grande affetto con la povera Angelina (…). Non è giovanissima (ha passato i trent’anni); non è bella; ma è di buona salute, è molto simpatica, molto graziosa, soprattutto assai distinta e fine”. Da quell’unione, nacquero in nove anni quattro figlie.

Riprendendo il filo, il Governo Salandra, ottenuta la fiducia il giorno stesso dell’incarico, si trovò entro poche settimane in una situazione internazionale esplosiva. Dopo l’uccisione a Sarajevo dell’erede al trono austriaco, ci fu ad inizio estate una crisi virulenta tra la Triplice degli imperi centrali (Austria-Ungheria, Germania e Turchia, legati all’Italia da trentadue anni  in un patto difensivo) e la Triplice Intesa (Inghilterra, Francia e Russia). Nella seconda metà di luglio il governo Salandra decise di restare neutrale a norma del patto.  Intanto perché i tre imperi non erano attaccati e poi in attesa di ricevere concessioni dall’Austria in cambio dell’autorizzarla ad attaccare la Serbia (l’attesa dell’Italia  era sulle  terre irredente, Trentino e Venezia Giulia). La prima metà di agosto del 1914 scoppiò quella che sarà chiamata la prima guerra mondiale.

Insoddisfatto del trattamento riservato all’Italia dagli Imperi Centrali, il Ministro degli Esteri Paternò di San Giuliano prese in esame l’avvicinamento diplomatico  alla Triplice Intesa. Era spinto a fare ciò dalle accese dispute che si intensificarono subito nel paese tra interventisti e neutralisti. Gli interventisti  sostenevano che occorreva entrare in guerra per proseguire la missione del Risorgimento e quindi intervenire contro l’Austria e l’imperialismo militarista. I neutralisti, oltre a condividere le ragioni procedurali desunte dallo stesso patto tra gli Imperi Centrali, più in generale non vedevano coinvolti gli interessi italiani, visto che il Risorgimento non poteva essere ridotto ad un’eccitata avventura bellica territoriale. Tale riduzione la facevano invece gli intervenisti (repubblicani, garibaldini, socialriformisti, come Bissolati, Ivanoe Bonomi, Gaetano Salvemini, i conservatori, i nazionalisti e i sindacalisti rivoluzionari quali Mussolini, direttore dimissionario dell’Avanti), con l‘appoggio di Casa Savoia, guidata dal Re Vittorio Emanuele III, che aspirava ad impersonare il ruolo di suo nonno. Il politico riferimento dei neutralisti (i liberali giolittiani e la maggiorana parlamentare, i socialisti tradizionalmente pacifisti e antimilitaristi, il nuovo Papa Benedetto XV) era Giolitti che sosteneva la non entrata in guerra sia perché la riteneva un sacrificio non necessario per ottenere qualcosa, sia perché non giudicava pronto il paese a farla. Sulla medesima linea era Croce, che all’esaltata politica degli interventisti opponeva che “la terapeutica delle bugie non è fortificante né per un individuo, né per un popolo”.

Improvvisamente  a metà ottobre  Paternò di San Giuliano morì.  Due settimane dopo, Salandra colse l’occasione per un ampio rimpasto governativo che essenzialmente costituì il distacco da Giolitti (e quindi dalle posizioni neutraliste) per approdare a quelle interventiste.  Per questo, nominò Ministro degli Esteri Sydney Sonnino, il quale, come abbiamo visto prima, era assertore della primazia del Governo (ed anche del Re) sul Parlamento. Di conseguenza, andò crescendo nel paese il contrasto politico culturale tra neutralisti ed interventisti. Croce promosse , insieme ad altri intellettuali neutralisti, l’associazione pro Italia Nostra dotata di un settimanale  omonimo. La linea neutralista non si basava sugli ideali ispirati dalla Francia di giustizia, di antimilitarismo e di pacifismo giacobino, giusnaturalista e socialista. Croce rifiutò l’idea dello “Stato giustizia” come aveva rifiutato lo “Stato etico” di Hegel.  Sosteneva l’autonomia della politica e, per fare una guerra,  si doveva trovare il motivo negli interessi della patria, non nella classe o nella civiltà contro la barbarie.

In quel periodo, simili posizioni di Croce suscitavano contro di lui furiose polemiche da parte del movimento futurista che esaltava il giovanilismo. Il nome più noto del movimento, il poeta Marinetti,  definiva Croce “un tedescofilo passatista”. E Croce rispose che ” i giovani meglio farebbero se badassero alle cose e alle idee più che alle persone e all’età di queste persone” . I giovani non possono pretendere una loro fisiologica superiorità, non hanno svolto nella storia una funzione progressiva “rimanendo gli eterni giovani, i perpetui ribelli, gli inetti” . Il mito del giovanilismo trasforma una immaturità e debolezza inconsapevoli in una “sorta di corporazione con diritti senza doveri e fornita di privilegi, negando agli altri, perché non più giovani, il diritto di rintuzzarli”.

Dietro le quinte, le trattative di  Sonnino con la Germania e la Triplice degli Imperi Centrali, erano definitivamente fallite a metà dicembre per l’opposizione dell’Austria a concedere territori (in specie il porto di Trieste, l‘unico dell’Impero). Allora, tra fine febbraio e metà marzo, Sonnino  riprese i contatti con Londra e dopo febbrili trattative segretissime, il 26 aprile fu firmato a Londra il Patto tra Italia e i paesi della Triplice Intesa, al  cui fianco l’Italia sarebbe entrata in guerra (impegnandosi a farlo entro un mese) ricevendo in compenso i territori richiesti. Il Patto di Londra – che costituiva il rovesciamento di alleanze dell’Italia ­–  venne sottoposto a segretezza e dunque il Parlamento italiano non ne fu informato.

Ovviamente, pressato dalla scadenza di fine maggio contenuta nel Patto di Londra, il Governo, con la spinta e  l’aiuto determinanti del Re,  favorì l’agitarsi delle piazze a sostegno dell’interventismo. Per alcune settimane le cose restarono in bilico, dato che la maggioranza dei parlamentari era neutralista e 300 deputati, uno alla volta, lasciarono i propri biglietti da visita nella casa romana di Giolitti, per confermare la loro fedeltà. Giolitti, pur restando convinto della sua linea, ritenne che la spinta della Corona e del Governo fosse troppo insistente (si arrivò all’irruzione della folla   dentro Montecitorio senza che ci fosse una reale difesa da parte della forza pubblica) perché la manovra potesse essere bloccata nell’aula parlamentare. Il centro di Roma era divenuto brulicante durante le cosiddette “radiose giornate” di maggio. La determinazione del Re e di Salandra sostenevano l’azione di Sonnino che, con indubbia abilità, alla vigilia del dibattito in aula, presentò  un Libro Verde nel quale erano esibite le carte diplomatiche degli ultimi mesi, presentate in modo da nascondere il Patto di Londra (ed anche il tentativo austriaco in extremis di fare concessioni) e da limitarsi a sostenere l’inevitabilità dell’entrata in guerra (che necessitava di autorizzazione) contro l’Austria Ungheria, per il momento non Turchia e Germania. La parola d‘ordine della Corona e del suo governo era “completare  il Risorgimento”, ma non diceva al Parlamento la verità sul come stavano le cose.

Al di là del giudizio realistico di Giolitti (impossibile bloccare la tenaglia tra la Corona e la piazza senza una gravissima crisi),  la vicenda della decisione di entrare in guerra costituì il punto di svolta per l’avvio della stagione in cui il Parlamento veniva ritenuto non più rappresentativo del paese reale. Venne abbandonata la linea di Cavour, per il quale “la via parlamentare era più lunga, ma la più sicura”. Dell’operazione, Sonnino non  fu il mandante quanto l’esecutore. Del resto, Giolitti diceva “se Sonnino conosceva i problemi, non ha mai conosciuto in modo sufficiente gli uomini, la cui collaborazione alla soluzione di questi problemi è indispensabile nei regimi democratici e rappresentativi”. In quel caso Sonnino andò oltre e trascurò – proprio lui fautore del suffragio universale – il significato di far decidere al complesso dei cittadini, preferendo rinserrarsi nell’antica pratica di far decidere ai potenti ritenuti unici capaci di capire l’interesse della nazione. Con esiti alla lunga disastrosi.

Anche Croce adottò il realismo liberale di Giolitti. Ricordiamo che aveva iniziato gli studi storici per essere utile agli altri; e nel frattempo era divenuto sempre più convinto che il riflettere rendesse indispensabile connettersi ai casi della vita reale. Lui stesso avrebbe riconosciuto che dopo il 1914 La Critica “entrò per la prima volta nella polemica politica”.  Di fronte agli attacchi dei giovani entusiasmati dalla guerra, una volta entrata l’Italia nel conflitto armato, Croce chiuse subito l’esperienza di Italia Nostra, tenne un comportamento di lealtà patriottica, ma restò  contrario  all’interventismo ideologico di stampo democratico e rivoluzionario. Per lui la guerra era un male estremo e non uno scontro di idee e principi. In quei mesi La Critica sostenne che “lo scienziato non deve entrare in gara con le passioni, quando sono intente all’opera loro di creare fantasmi di amore e di odio; se anche non può pretendere di spegnere, con la sua scienza, quelle immagini sorte fuori della scienza ed efficaci nella vita, dove incontrano spontanei correttivi in altre immagini, sorte da sentimenti diversi od opposti”.

7 – La prima guerra mondiale.  Per Croce la guerra era “tanto poco morale o immorale quanto un terremoto o altro fenomeno di assettamento tellurico”. Non contava l’esser più civili o  aver più diritto a vincere. “Le lotte degli Stati sono azioni divine. Noi, individui, dobbiamo accettarle e sottometterci. Ma sottomettere la nostra attività pratica e non quella teoretica: sottomettere i nostri affetti politici e non i nostri affetti personali e privati. Altrimenti la barbarie si ristabilirebbe nel mondo”.

Questa frase mostra una evoluzione importante ma anche una crepa. L’evoluzione sta nel passo avanti del riconoscere che le guerre tra Stati esulano dal confronto politico tra i cittadini per risolvere i problemi (in altre parole, l’interventismo ideologico corrode il pensare e lo avversa) . La crepa sta nell’argomentare che sottomettersi come individui alle scelte degli Stati in lotta appartiene all’attività  politica, mentre  l’attività teoretica non deve sottomettersi in quanto attività personale e privata. Così pare affermare che l’attività teoretica sia esclusa in ogni caso dalla politica, il che negherebbe il principio di fondo del liberalismo per cui le democrazie rappresentative sono lo strumento per far decidere ai cittadini tramite il proprio spirito critico (che porta a conoscere).  Dunque, per rimuovere la crepa, occorre che l’attività teoretica individuale si estenda anche alla politica pratica, siccome per i liberali la politica pratica dipende da questa attività conoscitiva. Di fatti Croce , alcuni decenni dopo, tornerà sul tema e riconoscerà che all’epoca non si era reso conto che il suo tentativo di rimettere ordine nelle procedure del conoscere, corrispondeva  proprio alla necessità di evitare le concezioni ideologiche, le quali sono soppressive dello spirito di libertà che conosce.

I primi trenta mesi di guerra, nonostante le grandi asprezze sul piano militare,  scorsero senza rilevanti novità sul piano delle abituali conseguenze civili in periodo bellico.   La campagna degli interventisti proseguì in  termini culturali filo francesi ed antigermanici, ma solo in apparenza potevano essere scambiati quale forma patriottica. Nel 1916, Croce scrisse distinguendo “il concetto latino della vita politica e storica, cioè l’ideale della fratellanza e della pace universale…… da quello germanico della vita come lotta continua e che nella lotta stessa trova con la sua ragione il riposo”. Non era un caso. Il concetto latino manifestava tre sogni , quello cattolico del paradiso celeste,  quello giacobino e quello  democratico del paradiso in terra; mentre il concetto germanico negava l’idea di paradiso e riconosceva la città di Dio o della Ragione nella storia. Per  Croce , la concezione più realistica era quella “storica e combattente della vita, …. che, diventata europea, sarà purificata da ciò che conteneva di particolaristicamente e materialisticamente e rozzamente germanico”.

In Italia continuò senza tregua la campagna irrazionalista dei sostenitori della guerra risorgimentale, del giovanilismo futuristico, dei motti militaristici. Tale clima venne molto turbato dal fallimento dell’offensiva italiana in Trentino a metà giugno 1916, che provocò la caduta del governo Salandra sostituito da uno di unità nazionale presieduto da Boselli. Il clima  politico, esaltato del paese e incerto sul piano bellico, si confermò nei mesi successivi, mentre all’interno della Triplice Intesa si verificarono, nel tardo inverno inizio primavera ’17, due distinti eventi di grande peso. Per primo, a fine febbraio, vi fu lo scoppio  di rabbia e disperazione  aPietrogrado, che inopinatamente divampò, travolgendo le milizie dello zar , entrando alla duma, eleggendo il soviet dei lavoratori per formare  un governo di democratici borghesi verso un ordine socialista.   Ciò, in concomitanza al precipitare della guerra contro la Germania, spinse, con l’appoggio dell’esercito, all’abdicazione dello zar il 2 marzo. Al momento, peraltro, continuò la guerra contro gli Imperi Centrali.  Nelle medesime settimane, la Germania continuava ad affondare lungo le coste dell’Atlantico le navi mercantili di ogni bandiera, dunque anche Usa. E l’affondamento della Vigilantia (con l’intero equipaggio) convinse il Presidente Wilson, appena rieletto e intento a mantenersi fuori della guerra in Europa, che non era più possibile restare estranei, anche per proteggere i grossi finanziamenti  concessi alla Triplice Intesa. Così i primi di aprile ’17 , gli Stati Uniti entrarono in guerra come alleati, seppure a tempo. Con ritmi  lenti all’inizio ma insistiti e sempre più massicci.

In Italia il clima restò immutato sul subito, così come immutati nonché continui furono gli attacchi all’impostazione culturale  espressa regolarmente da Croce su La Critica. Un simile clima – con una tranquillità in superfice del genere esistent in una guerra di allora – venne tuttavia sconvolto, a metà autunno ’17, dalla disfatta di Caporetto che pose di fronte alla concreta durezza del conflitto e alla minaccia di guai ulteriori. Immediatamente cadde Boselli sostituito dal Governo Orlando (sempre con Sonnino agli Esteri), ancora di unità nazionale. Con ciò, a parte le posizioni dello stesso Presidente del Consiglio (che durante il quindicennio erano state ondeggianti), la credibilità della cultura interventista subì un altro colpo. In più,  nelle settimane successive, a seguito del colpo di stato  leninista in Russia e alla conseguente apertura degli archivi diplomatici, all’improvviso iniziò a divenire pubblico il testo del Patto di Londra dell’aprile ’15. E poi, dopo un altro trimestre, la Russia firmò un armistizio con la Germania e uscì dal conflitto. Tuttavia, quello che la Triplice andava perdendo sul versante Russia, venne riequilibrato abbondantemente dal sempre più diretto impegno degli Stati Uniti  specie a partire dalla primavera del ’18.

Nel complesso l’Italia aveva riacquisito, con il nuovo comando del generale Diaz e gli aiuti degli alleati, una notevole capacità di reazione militare. All’interno  continuavano accese le polemiche politico culturali e La Critica ne era al centro.  Nel luglio 1918, scrisse: “la fede nella monarchia o nella repubblica, nella libera concorrenza o nel socialismo, nel socialismo di Stato o nel socialismo sindacalistico, e via dicendo, sono (checché credano i teologi e preti dei varî partiti politici) tutte fede condizionate e contingenti; ma la fede nella forza della ragione è, sol essa, incondizionata e assoluta. Ho detto della ragione, e i miei lettori sanno a quale ragione io intenda prestare la mia riverenza: non certo all’arida Ragione, di cui si vantano i liberi pensatori di quelle tali logge che sono gli odierni asili dell’ignoranza, ma alla ragione dialettica e fattiva; non già (mi duole di dover dispiacere a molti col pretendere il termine negativo dalla lingua francese e il positivo dalla tedesca) non già alla Raison, ma alla Vernunft “. E questo era un ragionamento di non poco  conto circa le radici delle norme sul convivere.

Nel primo autunno – anche sotto l’effetto dei contestuali successi dell’alleanza Triplice Intesa ed USA in vari punti del teatro degli scontri in Europa –  l’esercito italiano e degli alleati riuscì a riprendere l’iniziativa, finché, tra fine ottobre inizio di novembre ‘18, l’offensiva italiana sul Grappa e sul Piave (Vittorio Veneto) riuscì  sfondare il fronte austriaco, tanto da costringere l’Austria-Ungheria  a chiedere l’armistizio e ritirarsi completamente. Il che provocò, nel giro di pochissime settimane il crollo dell’Impero austro ungarico (già preda di gravi tensioni politiche interne nelle settimane precedenti). La prima Guerra mondiale era finita.

In quel novembre l’entusiasmo fu grande. Si intensificarono i proclami dei fautori dell’irredentismo, crebbe il mito del  nell’Unità Nazionale compiuta e tutto il mondo irrazionalista e filo nazionalista continuava ad attaccare la cultura crociana. Al punto che il giovane Piero Gobetti, torinese di già editore di Energie Nuove, nel numero di fine novembre , scrisse : “finché dura la gazzarra anticrociana, finché la lotta è tra la menzogna e l’onestà, tra la mentalità massonica e riformista, e il pensiero, finché combattere Croce vuol dire combattere la serietà degli studi e l’educazione nazionale, non può essere dubbio il contegno della gente onesta. Stare col Croce vuol dire combattere le porcherie torbide di quegli italiani che disonorano l’Italia”. Furono parole dure ma lungimiranti. Visto anche che il mondo interventista era in ebollizione già da fine ottobre (nei giorni dell’offensiva  a Vittorio Veneto), percependo che l’insieme del mito irredentista era in forte declino. Il poeta D’Annunzio pubblicò i Canti della guerra latina in cui evocava “Vittoria nostra, non sarai mutilata”

8 – Il tumultuoso primo dopoguerra.  Da gennaio del 1919 cominciarono a spuntare le magagne in termini assai superiori alle preoccupazioni più pessimistiche.  Innanzitutto venne presto a galla che lo stato socioeconomico italiano  era molto difficile. Oltre i morti in guerra (più di 600 mila), i mutilati (quasi mezzo milione) e circa tre  milioni di reduci  in condizioni di vita precarie, l’Italia aveva tantissimi debiti, il nord est devastato, l’economia industriale e il commercio in grave difficoltà per tornare ai ritmi  del tempo di pace. E tutto ciò andava provocando forti proteste operaie, che man mano dettero vita al biennio rosso  

Poi, nello stesso mese,  iniziò la conferenza di Pace di Parigi tra la trentina di paesi di tutto il mondo vincitori della guerra (cui l’Italia era rappresentata dal Presidente del Consiglio e dal Ministro degli Esteri, spesso in disaccordo tra loro) in cui emerse presto la precarietà della posizione italiana, che non riusciva a far valere il Patto di Londra, siccome il Presidente USA Wilson – fermissimo sostenitore del principio dell’autodeterminazione dei popoli – impediva si tenesse conto di accordi segreti stipulati prima del suo ingresso in guerra. In termini talmente duri che la delegazione italiana ritenne di  abbandonare il tavolo e di far rientro a Roma (trovandosi poche settimane dopo a  tornare al tavolo visto che la conferenza stava proseguendo in assenza dell’Italia). Il poeta D’Annunzio riprese l’espressione “vittoria mutilata” e aizzò il discredito verso i gruppi dirigenti, che tenevano nascoste le cose ai cittadini e non riuscivano neppure a far rispettare gli accordi stipulati.

Nel frattempo, già a metà gennaio era stato lanciato l’appello agli uomini Liberi e Forti con il programma in dodici punti del Partito Popolare dei cattolici, il PPI. Richiamandosi ai problemi e alla realtà del dopoguerra, il PPI si pose l’obiettivo di un  “programma sociale, economico e politico di libertà, di giustizia e di progresso nazionale, ispirato ai principi cristiani”, con cui chiedeva una legislazione a tutela dei lavoratori, lo sviluppo del cooperativismo e della piccola proprietà contadina, il decentramento amministrativo, la libertà della Chiesa nella esplicazione del suo magistero spirituale, il voto femminile, il Senato elettivo, l’abolizione dei trattati segreti, il disarmo universale. Segretario fu Luigi Sturzo, un sacerdote siciliano che da un ventennio operava nelle campagne e che riteneva opportuno dare ai cattolici un raggruppamento politico di privati cittadini, giuridicamente slegato dalla Chiesa e da ogni sua organizzazione quale l’Azione Cattolica (perché, disse, “il cattolicismo è universalità, il partito è politica, è divisione”). Questo gruppo intendeva portare nella battaglia politica specifici principi cristiani, senza fare da puntello all’egemonia liberale  e moderata e permettendo una partecipazione attiva dei cattolici nel dopoguerra, quando era verosimile convergessero su una piattaforma anticlericale. il blocco massonico, il socialismo e i democratici.

Nel nuovo partito si ritrovarono da subito le personalità più rappresentative dei movimenti cattolici, da quelli lombardi come Meda , già deputato del Patto Gentiloni e poi Ministro delle Finanze in due governi, incluso quello in carica,  da Miglioli dei contadini bianchi veneti, da De Gasperi, capo dei Popolari trentini nel periodo austriaco, ai gruppi della sinistra popolare, a diversi deputati. Ma venne attaccato da Padre Gemelli con l’accusa di sostenere una linea aconfessionale e di aver messo “Cristo in soffitta”. Il PPI adottò fin da subito il simbolo dello scudo crociato con la scritta  Libertas.

A fine marzo, il Popolo d’Italia, il quotidiano fondato nel ‘14 dall’ex direttore dell’Avanti Benito Mussolini , aveva lanciato la riunione per fondare i Fasci di Combattimento “contro due pericoli: quello della destra contraria ad ogni novità e quello di sinistra distruttiva”. La riunione si tenne nella Sala dell’Alleanza Industriale in Piazza San Sepolcro a Milano. Mussolini enunciò i tre punti fondanti: “1. L’adunata  si dichiara pronta a sostenere energicamente le rivendicazioni d’ordine materiale e morale che saran propugnate dalle associazioni dei combattenti ; 2. L’adunata dichiara di opporsi all’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e all’eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli;….. presuppone l’integrazione di ogni nazione, e che per quanto riguarda l’Italia deve realizzarsi sulle Alpi e sull’Adriatico colla rivendicazione e annessione di Fiume e della Dalmazia; 3. L’adunata impegna i fascisti a sabotare con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di tutti i partiti”.  Il secondo oratore più noto fu il poeta futurista Marinetti, il quale attaccò il Partito Socialista che stava assaltando la Nazione. In sintesi, i Fasci di Combattimento intendevano “essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente


L’attività di  Croce quale studioso e scrittore, proseguiva a getto continuo (negli anni di guerra aveva pubblicato pure un Contributo alla storia di me stesso). Scriveva in sostanza fuori dalla politica quotidiana e  dedito a capire il grande meccanismo del come procedono la conoscenza e la libertà umane. Peraltro, nel farlo e proprio dal punto di vista da lui adottato, finiva per trascurare un aspetto di rilievo. Il punto debole era che, siccome lui non seguiva la tradizionale logica del modello rigido a priori adottata da secoli, l’ingresso del variare individuale dentro il meccanismo del conoscere, non consentiva  più di prescindere dall’occuparsi anche della politica quotidiana, il che avrebbe lasciato in condizioni di inferiorità i sostenitori della libertà ed i suoi principi. Viceversa, Croce tendeva a  trascurare  questo punto, proseguendo la pratica antica di sottovalutare il ruolo della quotidianità nel realizzare la libertà.  Ed è appunto per evitare tale tendenza che in questo scritto viene dato uno spazio, seppur ridotto, agli avvenimenti che circondavano il lavoro di Croce.

A giugno divenne evidente che l’Italia avrebbe ottenuto solo i territori fino alle Alpi ma non le promesse relative all’Adriatico, sia per la preclusione di Wilson circa il Trattato segreto di Londra, sia per le esigenze del neo costituito  Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, nato dallo smembramento dell’Impero Austro Ungarico. I risultati assai deludenti nella Conferenza di Pace, portarono alla sfiducia al Governo Orlando, che fu sostituito dal Governo Nitti (che fino ad allora era stato Ministro del Tesoro), un governo composto da una medesima coalizione (Unione Liberale, socialisti riformisti e radicali) cui si aggiunse il Partito Popolare. Però un Governo differente  come indirizzo  politico, tanto che sarà ritenuto un ritorno al liberalismo. A cominciare dalla figura di Nitti che aveva maturato una prospettiva politica non solo territoriale ma connessa alle capacità economiche dell’Italia e dell’Europa (infatti scrisse “nell’Europa uscita dalla guerra, la produzione è inferiore al consumo e molti gruppi sociali concepiscono non di produrre di più ma di pendere con la violenza la ricchezza prodotta dagli altri. All’interno sono minacciate le classi sociali che non sanno resistere; all’esterno sono minacciati i vinti che non possono resistere”).  Con simili idee Nitti seppe ricostruire il rapporto a Parigi con gli alleati, specie con due liberali, il Primo Ministro inglese Lloyd George  e il suo consulente economico Keynes, il quale si stava battendo contro le eccessive sanzioni contro la Germania volute  dai francesi. Lloyd George scrisse “Nitti non era innamorato dell'idea di creare un impero italiano con l'annessione forzata di territorio appartenente ad altre razze. Il costume di puntare ad una quota di suolo straniero cessò, e ad esso si sostituì una ricerca di sfere per sfruttamento commerciale e per assicurarsi opportunità di sviluppo di materie prime”. 

Tuttavia, questa nuova linea funzionava sul piano del futuro internazionale. Invece, sul piano del presente interno, Nitti fu meno realista (anche se lo fu nell’istituire per la prima volta il Sottosegretariato alle Antichità e Belle Arti e in seguito nel nominare Senatore  del Regno l’economista liberale Einaudi). Lui, in quanto autore di importanti saggi economici, sosteneva che la crescita a rimedio della crisi post bellica dovesse esser avviata con il drastico taglio alle forze armate (ridotte alla metà per alleviare il peso sul bilancio dello Stato), con l’aumento delle imposte ai più ricchi e con una maggior fluidità nei rapporti interpersonali tramite l’eliminare le strutture clientelari tollerate da Giolitti.  

Peraltro, mentre venivano firmati uno alla volta i diversi trattati  con gli Stati sconfitti secondo quanto deciso nella Conferenza di Pace, la situazione politica italiana, nonostante gli intenti di Nitti, era sempre più instabile per le crescenti tensioni sociali su tutti i  versanti. In sostanza perfino oltre quella crisi che Giolitti aveva previsto quattro anni prima quale motivo della scelta neutralista. Sul versante operaio (specie riecheggiando le vicende della rivoluzione russa), su quello dei Fasci di Combattimento, su quello della  cultura futurista, su quello della mentalità diffusa dall’interventismo.  E su quello dei Popolari, i quali molto diversi per cultura dai liberali, sfruttavano l’insufficiente oggettiva maturazione tra  i cittadini della scelta cavourriana del Libera Chiesa in Libero Stato, per insinuarsi  nell’elettorato moderato che fino ad allora aveva dato forza ai liberali. Inoltre, tutti questi versanti beneficiavano del fatto che il mondo dei liberali non aveva saputo o perfino capito di dover darsi quella dimensione di partito, che il suffragio universale comportava implicitamente.

In Italia c’erano ambienti non ristretti che, scontenti di quanto ottenuto fino ad allora, sostenevano che così la guerra sarebbe stata inutile. Nel tentativo di porre rimedio, nel settembre 1919  un gruppo di reduci, di Arditi, di ufficiali dell’Esercito disertori e di volontari molto giovani attivati da D’Annunzio, immaginò una clamorosa impresa dimostrativa finalizzata a far pressione sulla Conferenza di Parigi ancora in corso. Informato l’amico direttore del Popolo d’Italia, Mussolini, D’Annunzio varcò i confini, giunse a Fiume, entrò nel Palazzo del Governo e proclamò a nome del popolo italiano l’annessione di Fiume all’Italia.  Nitti sconfessò l‘iniziativa e incaricò il generale Badoglio, Commissario in Venezia Giulia, di reprimere l’insurrezione. Il generale fece proclami altisonanti ma non agì, mentre il Popolo d’Italia organizzò una sottoscrizione che ebbe un grosso successo, fornendo concreto aiuto economico a D’Annunzio (che rispedì una parte dei fondi ai Fascisti di Milano). Nelle settimane successive D’Annunzio ricorse anche  rovesciare  decisioni degli organismi rappresentativi fiumani pur di non far accogliere compromessi con l’Italia. Insomma, il caso Fiume creò all’Italia un imbarazzo internazionale.

A metà novembre ‘19 ci furono le elezioni politiche con il sistema proporzionale di collegio (che Nitti, su forte pressione dei socialisti e dei popolari, aveva introdotto in estate al posto dell’uninominale, sottovalutando in pieno che non si trattava d una mera tecnica di voto, bensì di una trasformazione del sistema epocale in prospettiva) . Restò la maggioranza di governo ma mutarono gli equilibri parlamentari. Il primo risultò il PSI  quasi con un terzo dei voti (che proclamava di opporsi a tutti i governi borghesi), poi il PPI con un quinto dei voti mentre i liberali  vennero eletti in tre diverse liste (nel complesso intono al 40% ) quindi perdendo diversi punti rispetto a sei anni prima. I Fasci di Mussolini e Marinetti, che non erano riusciti a stringere alleanze elettorali, ottennero solo un pugno di voti (Mussolini e Marinetti non furono neppure eletti e il Popolo d’Italia scrisse   “una raffica si è abbattuta sul fascismo ma non riuscirà a schiantarlo”).

Con simili risultati elettorali  e in un paese costellato di tensioni socio economiche diffuse, era assai difficile realizzare la stabilità  che sarebbe stata necessaria. Oltretutto il PSI insisteva nel rifiuto di allearsi con i partiti liberali e borghesi, appoggiava gli scioperi nonché le occupazioni delle terre, era in dichiarata concorrenza nel Veneto  con i sindacati bianchi dei contadini sostenuti dal PPI. Per di più, sulla destra, andava verificandosi in quel periodo un nuovo fenomeno conseguente la molto maggiore frammentazione della proprietà terriera, da cui conseguiva il formarsi di proprietari sempre più determinati a contrastare le occupazioni delle loro terre. Una circostanza che dette a Mussolini una base sociale prima inesistente.

La situazione a Fiume non si risolveva, poiché diveniva chiaro che l’annessione era impossibile ma che D’Annunzio era indisponibile a compromessi. Ad inizio primavera del ’20 la riforma agraria fu al centro del Congresso PPI  che sosteneva l’allargamento del principio dell’espropriazione, al fine del dare “la terra ai lavoratori dei campi nei casi in cui questo corrisponda al criterio della maggiore produttività della terra e delle classi agricole”. Così venne legata la collaborazione del PPI al Governo  a “concrete impostazioni programmatiche”. Evidentemente nei gruppi parlamentari della maggioranza serpeggiavano i dissensi, e così a maggio il Governo cadde per un incidente procedurale. Venne subito ricostituito il governo Nitti II con la medesima maggioranza, ma neppure un mese dopo, avendo il Presidente del Consiglio deciso  – per impellenti ragioni di bilancio – di abolire il prezzo politico del pane che lui stesso aveva introdotto, non riuscì a conservare i voti necessari. Venne sostituito dal Governo Giolitti V, pur non essendo Giolitti nei migliori rapporti con il Re.

Il Governo Giolitti V fu costituito in sostanza con i medesimi gruppi, i Liberali, i Popolari, i Radicali, i Socialisti Riformisti, i Democratico Sociali oltre alcuni Indipendenti. Consapevole di dover assumere un atteggiamento tollerante verso le fibrillazioni che percorrevano il paese, Giolitti scelse quale Ministro della Pubblica Istruzione Benedetto Croce – fino ad allora non conosciuto di persona – naturalmente per la sua elevata cultura e preparazione ma non di meno perché, essendo consapevole di quali fossero i fisiologici avversari del governo, aveva nel tempo constatato le affinità con Croce, di cultura in genere e in particolare di attitudini comportamentali nel promuovere i cambiamenti. E siccome l’esperienza ministeriale peserà molto nello sviluppo della mentalità di Croce, parto dal trattare questo aspetto per riprendere poi la storia  del governo Giolittti V.

9 – Croce  all’Istruzione ed il governo Giolitti V.  Per la nomina di Croce a Ministro, Sturzo aveva chiesto che garantisse l’introduzione di un esame di Stato alla fine degli studi pensando così di avvantaggiare le scuole private nel  confronto con quelle pubbliche. In  tale quadro  e tenuto presente che all’epoca per la maturità vigeva un esame interno finale (senza toccare il rapporto con le scuole private),  Croce da una parte affidò a Gentile la Commissione per lo studio dell’autonomia universitaria e dell’esame di Stato, e dall’altra affrontò per la prima volta la questione istruzione non più nell’obiettivo della alfabetizzazione, cioè della scuola elementare, bensì del far crescere il livello dell’educazione dei futuri cittadini.  Così presentò due disegni di legge correlati per riorganizzare la scuola secondaria. Con uno sistemava  gli allora numerosi corsi paralleli aggiunti affidati a supplenti in modo da individuare nelle aule i non adatti a proseguire negli studi, e con l’altro creava un percorso che facesse emergere i più capaci nelle diverse scuole. Nel complesso sarebbe cresciuto il livello degli studenti, cosa di cui c’era bisogno.

Sul punto era palese la differenza tra la scuola considerata nell’ambito classista quale luogo di  emancipazione delle masse (e quindi da ampliare per far crescere la democrazia, come pensavano i socialisti) e la scuola voluta dai riformatori liberali tipo Croce, che non trascurava la qualità di una scuola all’altezza del compito e puntava ad elevare la preparazione intellettuale nella convinzione che, solo superare con l’istruzione la condizione di partenza, avrebbe messo in grado l’individuo di allineare il proprio interesse con quello pubblico. Non per caso,  Croce dichiarò di voler moralizzare e di riformare la pubblica amministrazione, curando la quotidianità “nell’applicare o restaurare il rispetto delle leggi e dei regolamenti e tenendo sempre davanti agli occhi l’interesse della scuola e dello Stato e la buona economia”.

Una simile visione di Croce andava intesa  non circoscritta alle aule bensì estesa all’intero territorio. Tanto che Croce fu colui che, raccogliendo il lavoro ventennale nell’opinione pubblica, impresse una svolta decisiva presentando il primo testo di legge per porre “un argine alle devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo…  per  mettere in valore, nella più larga misura possibile, le maggiori bellezze d’Italia, quelle naturali e quelle artistiche” e per corrispondere “ad alte ragioni morali e non meno importanti ragioni di pubblica economia”. L’intervento dello Stato è legittimo, disse Croce allora, siccome “il paesaggio altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, coi suoi caratteri fisici particolari (…), con gli aspetti molteplici e vari del suo suolo, quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli”. Questa legge fu approvata due anni dopo, ma il merito spetta all’iniziativa del Ministro nel 1920.

Croce faceva vivere nell’amministrazione una concezione responsabile del  concetto di libertà dell’individuo, intendeva applicarla e voleva che ogni dipendente del  Ministero si applicasse  con la medesima determinata dedizione professionale praticata da lui negli studi e si impegnasse  per realizzare i compiti di volta in volta affidati e non sprecasse in alcun modo le risorse disponibili per trasmettere le indicazioni lungo i rami scolastici periferici. Tale scelta provocò rapporti molto tesi con la burocrazia ministeriale, che non era usa operare con tale intensità. Però Croce fu fermissimo nella sua linea di forgiare una scuola di programmi concepiti da adulti liberi per giovani da educare ma comunque liberi. Una scuola che favorisse la circolazione del sapere e fosse strumento di una società aperta tesa a consentire lo sviluppo delle idee e dei cittadini (dopo averlo visto all’opera, Giolitti dirà di lui “persona di gran buonsenso”).  Una scuola tenuta ad aggiornarsi di continuo, tanto che Ministro e Presidente del Consiglio ritenevano in particolare che “gli insegnanti dovevano tenersi perfettamente al corrente delle scienze”. Per cui le cattedre delle discipline “esatte”, andavano rimesse a concorso ogni dieci anni, per imporre l’aggiornamento.

Croce affermò alla Camera che “quando con la garanzia degli esami di Stato, con la selezione degli scolari, con la scelta rigorosa degli insegnanti, con la restituzione della disciplina, avremo un’eccellente scuola di stato, educheremo con essa non solo coloro che la frequentano, ma anche quelli che frequentano altre scuole ed opereremo sull’intera cultura ed educazione nazionale”. Nel complesso un obiettivo che risultò troppo raziocinante e liberale. Il progetto istitutivo dell’esame di Stato, che era il  perno per riformare la scuola media, venne bocciato (perché non condiviso da una parte laica della maggioranza e dall’opposizione PSI) e indusse Croce alle dimissioni, respinte da Giolitti. Comunque il clima politico era allettato da opposte prospettive di risolvere le cose a colpi di bacchetta magica. Che erano l’utopia democratico proletaria  sorta in Russia, il ricorso all’autorità della cultura a sfondo religioso che si sentiva minacciata dalla nuova scuola pubblica (Croce era contrario all’insegnamento religioso nelle elementari), l’eccitazione dei nazionalisti persi nel sogno del prevalere dello spirito del futuro.

Una difficoltà analoga incontrò il governo Giolitti V nel suo insieme. Assunse in partenza pochi punti: risolvere la questione Fiume e Adriatico; introdurre una norma per cui ogni dichiarazione di guerra deve essere autorizzata dal Parlamento (un’eco chiara delle radiose giornate di maggio del ’15) illustrata affermando “sarebbe una grande garanzia di pace se in tutti i paesi fossero le rappresentanze popolari a dirigere la politica estera; poiché così sarebbe esclusa la possibilità che minoranze audaci, o governi senza intelligenza e senza coscienza, riescano a portare in guerra un popolo contro la sua volontà”; la lotta all’inflazione galoppante, progressività delle imposte iniziando dalla successione; il problema della riforma agraria e della produzione di cereali; nominatività di tutti i titoli al portatore salvo i Buoni del Tesoro; la lotta ai profitti illeciti di guerra. Insomma, un programma limitato e raziocinante, corrispondente ad un tipico metodo liberale. In pochi mesi tale ricetta si mostrò indigesta alla sinistra perché non anticapitalista, insufficiente all’ala moderata del PSI perché troppo borghese, equivoca ai popolari di Sturzo perché di valori liberali e fragile ai conservatori che la ritenevano evanescente contro il pericolo in agguato delle forze socialiste.

Sul subito, nell’estate ’20, di fronte alle vaste agitazioni operaie (occupate circa 300 fabbriche), Giolitti confermò ancora la sua linea di ragionevole  tolleranza dello Stato verso coloro che protestavano, puntando a farne esaurire lo slancio. E mediante progressi salariali, ottenne il ritorno della legalità.  Poi,  siccome a Fiume D’Annunzio era costretto, da forti dissidi interni nella città e dal definitivo abbandono dell’Ungheria dei diritti si quell’area, a giocare la carta del proclamare la Reggenza Italiana del Carnaro ispirandola ai valori del sindacalismo rivoluzionario, Giolitti rispose raggiungendo un accordo con il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni e stipulando il Trattato di Rapallo, con il quale Fiume divenne città stato indipendente, Zara passò all’Italia e in Dalmazia venne stabilito un status per gli italiani.

Nonostante ciò le polemiche politiche interne crescevano su diversi fronti. A sinistra, i socialisti erano dilaniati da dissensi tra riformisti  e massimalisti, anche pressati dalle manovre dei delegati dell’Internazionale Comunista. Nelle campagne era vivo il contrasto tra i socialisti e le leghe bianche. E per contraccolpo non pochi agricoltori  si avvicinarono ai Fasci, imitati nelle città dagli artigiani e dai commercianti preoccupati per i disordini. Così  in quei mesi i Fasci crebbero esponenzialmente e iniziarono a contrastare i rossi e i bianchi  durante gli scioperi o le occupazioni, anche con la forza. In più l’acuirsi dello scontro su Fiume – ove, dopo il rifiuto di D’Annunzio di accettare le conseguenze del Patto di Rapallo, Giolitti passò all’azione militare tesa a sgomberare i ribelli culminata nel Natale di sangue, per usare il motto di D’Annunzio – portò al subbuglio tra i nazionalisti, che erano caduti nella trappola di considerare l’Impresa di Fiume un fatto politico limitato in sé invece di cosa era veramente, vale a dire, come è stato scritto, il primo esempio di un’invenzione mediatica studiata a tavolino per trasformare la mentalità dei cittadini. E li spinse verso il fascismo.

Il clima di violenza era indubbio. Ma l’atteggiamento paziente del governo non consentiva di raggiungere un livello tale da giustificare atti rivoluzionari. Che invece erano ritenuti indispensabili da circa un terzo del PSI. Così il 21 gennaio del 1921, al Congresso di Livorno, la sinistra del PSI (Bordiga, Terracini) chiese l’espulsione della corrente riformista (Turati) , ed essendo stata respinta la richiesta dai voti, oltre che dei riformisti, della corrente massimalista (Serrati) pur vicina all’Internazionale e alle lotte operaie, si scisse per fondare contestualmente il Partito Comunista d’Italia. Questo clamoroso avvenimento, si inserì  nel contesto agitato di violenze materiali diffuse e frequenti, nonché delle ripetute diatribe parlamentari del Governo con l’opposizione PSI e anche con il settore PPI della maggioranza, visto che non erano buoni i rapporti tra il Presidente del Consiglio e Sturzo, il quale diffidava di Giolitti perché non seguace della morale cattolica, perché aveva in programma la nominatività dei Titoli che preoccupava il Vaticano e perché operava in nome del suo partito e non del governo.  

Allora Giolitti, al fine di raddrizzare la situazione, fece una valutazione, che però si dimostrò errata nelle conseguenze. Ritenne che i cittadini avrebbero scelto di rafforzare il criterio liberale del cambiamento sociale nel segno dell’ordine democratico contro i fautori delle violenze e delle suggestioni autoreferenziali dei partiti di massa. Per farlo, tuttavia, non ritenne di dover prima risolvere la questione della persistente mancanza di un vero e proprio partito all’insegna della libertà che garantisse un’adeguata offerta politico organizzativa. Scelse di indire le elezioni anticipate mischiando, all’abituale pluralità di liste liberali, dei blocchi nazionali in cui accogliere anche rappresentanti di quei Fasci di Combattimento da lui ritenuti meri “fuochi d’artificio”.  Nel maggio 1921  , quando il numero dei deputati da eleggere cresceva di 27, le previsioni di Giolitti vennero deluse. Non per la parte a sinistra (il PSI perse il 7,6% e 33 deputati  e i Comunisti presero il 4,6%  e 15 deputati). Abbastanza deluse quanto al PPI (restò stabile ma guadagnò 8 deputati). Ma deluse per il coacervo dei liberali che guadagnò sì, seppure poco più dell’1% e 9 deputati, però con una forte presenza di uomini dei Fasci. E soprattutto vennero deluse sulla destra,  ove i nazionalisti avevano dimezzato i seggi  ma raccolto con loro all’opposizione i 35 deputati dei Fasci eletti nei Blocchi Nazionali e  altri due eletti su liste omonime.

L’insuccesso si tradusse nel rifiuto da parte del PPI di confermare l’incarico a Giolitti – cosa che non lo turbò e che affrontò indicando il Socialista Riformista Bonomi, da lui ritenuto un fedele prosecutore della politica liberale –  e in quello di confermare Croce all’istruzione (attaccato dai Democratici per il suo presunto filocattolicesimo e senza la difesa del PPI pur essendo l’autore del progetto per introdurre l’esame di Stato) che venne  sostituito con un dichiarato interventista, il noto fisico Orso M. Corbino.

L’episodio fu un ulteriore consistente indizio di come i deputati dei partiti di massa non si preoccupassero innanzitutto di tessere rapporti mediati con i rappresentanti delle idee liberali e della diversità dei cittadini. I partiti di massa sostenevano ciascuno la propria concezione politica sul cosa fosse giusto fare e in questo modo rendevano problematiche o impossibili le politiche liberali favorendo di conseguenza le contrapposizioni estremistiche.  Un siffatto pregiudizio si è da allora consolidato in Italia al punto da quasi rimuovere la memoria dell’epoca giolittiana. Non è un caso che l’Italia ufficiale non ricordi mai Giolitti, Presidente del Consiglio più volte, che con il liberalismo,  ha promosso la modernizzazione delle istituzioni.

10 – Lo scivolo dell’Italia verso Mussolini. Trovo indispensabile soffermarsi abbastanza in dettagliosugli avvenimenti successivi all’uscita di Croce dal Ministero e che pure non lo toccano direttamente, per inquadrare come maturò la sua scelta di porre al centro del convivere la libertà, che non solo è la scelta di sua vita personale ma anche il suo apporto politico più significativo al liberalismo.

Il Governo Bonomi nacque con la maggioranza composta dall’Unione Liberale, dal PPI, dai Socialisti rifomisti e da Democrazia Sociale e si trovò a fronteggiare il biennio nero che fu violento e solido più di quello rosso. E all’inizio sviluppò gli indirizzi precedenti. Ad agosto varò un decreto per combattere l’analfabetismo basato sul principio che “lo Stato, riconosciuta la sua inettitudine a condurre la lotta all’analfabetismo con organi propri, affida questo compito all’iniziativa privata, contribuendo parzialmente alla spesa, invigilando e sancendo l’opera di questi privati”.Poi operò contro la disoccupazione, cercò di  realizzane opere pubbliche, di attivare i prefetti per sequestrare le armi in giro nel paese e per ridussero notevolmente la conflittualità violenta. A novembre i Fasci di Combattimento si trasformarono in Partito Nazionale Fascista ma la stretta prefettizia stava funzionando. Però a gennaio Bonomi decise di non intervenire per impedire la liquidazione della Banza di Sconto e gran parte della  maggioranza si ritrasse con una serie di contrasti interni tra liberali e popolari. Così Bonomi si dimise.

Il Re pensò a Giolitti ma Sturzo pose il veto per i soliti motivi e persino sospettando che la crisi Bonomi fosse stata sollecitata per giungere  al reincarico. Neanche Meda condivise la totale ostilità di don Sturzo e del PPI. Il Re tentò con De Nicola., indisponibile, e poi con Orlando (di nuovo bloccato dalle richieste del PPI). Allora reinviò Bonomi alle Camere che però lo bocciarono con il 75% dei voti. Il Re arrivò all’onorevole liberale Facta, già ministro con Giolitti, una figura politica abbastanza fragile adatta ad un governo di decantazione. Facta ottenne un’ampia maggioranza, quella di Bonomi allargata ai Radicali e al Partito Agrario, tutti salvo il PSI e il PCd’I. Tra i  ministri liberali (preponderanti per numero) ci fu Amendola, noto nemico dei Fascisti. Il Governo Facta, anche su pressione del PPI, sospese le disdette agrarie in alcune province toscane, provocando la reazione delle destre. In seguito, finanziò il concordato della Banca di sconto, azione che venne duramente criticata  da due senatori liberali, Einaudi e  Luzzatto, ambedue economisti di fama. Poi propose di abolire la nominatività dei titoli, suscitando altre forti polemiche. A metà luglio, tuttavia, l’ondata di disordini  fascisti in Emilia indusse Facta al confronto alla Camera, nel quale dichiarò –  suscitando fortissime critiche da destra –  che il peggioramento dell’ordine pubblico erra dovuto ai funzionari e ai magistrati non rispettosi delle  istruzioni ricevute. La Camera votò un ordine del giorno di sfiducia presentato dal PPI votato da socialisti, social-riformisti, demo-sociali, comunisti, repubblicani, fascisti e di alcuni liberali di Nitti. Facta costituì in breve un secondo governo votato da tutti  salvo PSI, PCI e PNF . Fronteggiò un immediato sciopero generale senza reprimerlo e fece in pratica lo stesso con le scorrerie delle squadre fasciste. Dopo ferragosto si ritirò nella natale Pinerolo da cui tornò i primi di ottobre.

In quei mesi nel frastagliato mondo dei liberali, soprattutto diviso tra giolittiani e salandrini, procedeva faticosamente il tentativo di darsi una forma organizzativa che permettesse una sorta di unificazione delle differenti anime se non una vera e propria loro fusione. Era un impegno che coinvolgeva quasi esclusivamente il centro nord ed era frutto più di uno spirito di emulazione dei quattro partiti diversamente fondati su idee di masse ideologiche o religiose, che non di una discussione approfondita del significato della cultura liberale. Sta di fatto che si era formato un consistente bacino di iscritti (circa 250.000) i cui rappresentanti  dal 8 al 10 ottobre si riunirono a Bologna  e discussero sul nome da assumere e sullo Statuto da darsi. Avevano la piena copertura del Corriere della Sera, ormai di proprietà dei Crespi per i due terzi ma ancora sotto la grande influenza del senatore Luigi Albertini, un liberale non giolittiano, storico direttore del giornale, di cui al momento era direttore il fratello. In sintesi, le tendenze del Congresso vedevano la sinistra per la ferma autonomia del partito, il centro possibilista e la destra filonazionalista. Il clima era collaborativo più in termini umani che non di effettiva sostanza politica.

La discussione sul nome era scegliere tra liberaldemocratici (tesi dei giolittiani) e liberali (tesi dei salandrini). La scelta del secondo fu più da tifosi che da analisti sui due rispettivi significati (il primo fa intendere che il liberalismo è connaturato  all’apertura, il secondo focalizza l’attenzione sul liberalismo rendendone possibile un’interpretazione solo spiritualista e poco relazionabile). I risultati del Congresso di Bologna, cui non presero parte i grandi nomi, furono perciò limitati al riaffermare la volontà di presenza culturale a simiglianza delle altre forze politiche.

Quanto allo statuto affermava la “imprescindibile necessità che i liberali ed i democratici si unissero in un partito unitario nazionale” (concetto assai innovativo per la tradizione dei liberali di allora) e “la fede nelle vigenti istituzioni che hanno possibilità di indefinito progresso” da “sostenere con l’organizzazione e la propaganda contro ogni forma di violenza e disgregazione” (dunque riaffermazione che i liberali non si riconoscevano nel fascismo o nel comunismo e diffidavano di socialisti e popolari). Per il resto lo statuto insisteva molto sul definire le regole interne al Partito, trascurando l’aspetto dei rapporti politici con le differenti impostazioni esistenti ed indispensabili per fare maggioranza di governo.

La situazione che si presentò a Facta, quando tornò a Roma, andava facendosi sempre più incandescente, dato che era palese come Mussolini fomentasse le azioni squadriste indipendentemente dalle rivolte popolari (cui peraltro mancava la spinta dei socialisti riformisti, contrari, e cui davano scarso apporto i socialisti massimalisti, arroccati in un verbalismo emotivo e teorico)  in modo da crearsi il motivo di chiedere il ripristino dell’ordine pubblico (al punto che il 24 dichiarò “O ci daranno il Governo o ce lo prenderemo calando su Roma”). Gobetti preoccupatissimo disse  “state in guardia, perché Mussolini se va al potere ci resta vent’ anni”.  

Verso fine ottobre il Re era nella tenuta di San Rossore alla periferia di Pisa e Facta, la mattina del 27 ottobre, gli chiese di rientrare a Roma per dare un segnale di tranquillità  di fronte alla ormai dichiarata sedizione fascista, che stava attuando  una marcia su Roma delle Camice Nere, dotata di grandi mezzi finanziari e organizzata con cura fin dalla tarda estate. Il Re tornò subito e Facta, essendosi la situazione ancora aggravata, decise con il Consiglio dei Ministri nella notte del 28 ottobre di dichiarare lo stato di assedio,  diramando le disposizioni conseguenti ai prefetti e ai  militari. Solo che, quando, nella stessa mattina, sottopose il decreto (scritto dal Ministro liberale Soleri) alla firma del Re, questi rifiutò di firmarlo motivando con il voler evitare la guerra civile. Facta rassegnò immediatamente le dimissioni bloccando l’attuazione del decreto. Le Camice Nere, tra feste e scontri anche sanguinosi, entrarono in Roma e il Re convocò Mussolini che si trovava a Milano per conferirgli il mandato di Presidente del Consiglio a condizione che costituisse un governo moderato di coalizione. Il 31 ottobre Mussolini  presentò il nuovo governo.

I fatti provano ancora una volta che la Corona aveva scelto contro i cittadini. I rappresentanti dell’Italia non erano gli uomini votati dal Parlamento ma le folle aizzate da mestatori  di interessi esclusivamente di parte non rispettosi della volontà dei cittadini. Alle folle esaltate la Corona dava copertura legale cercando di far rientrare il PNF nella logica costituzionale e di ottenere la pace sociale. Al fondo  riteneva di essere l’unica vera depositaria della volontà nazionale.

La Marcia su Roma  divenne il mito fondante  della nuova Italia fascista, e Mussolini, nel discorso per la fiducia, esplicitò subito la sua prospettiva: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Pur essendo a quell’epoca abituale il linguaggio immaginifico dell’amico D’Annunzio, si trattava di parole preoccupanti. Senza dubbio, a parte i fascisti, l’ordine pubblico era oggettivamente molto precario. E quindi quelle parole non vennero prese sul serio, visto anche che Mussolini aveva seguito le istruzioni del Re e fatto un Governo formato, oltre che da quattro fascisti e nazionalisti dichiarati ed il filosofo filo fascista Gentile, da due Militari d’alto grado, da due esponenti del PPI (con tre sottosegretari, Gronchi il più noto), da un ex radicale interventista, da un altro ex radicale rifomista, da un salandrino e da un giolittiano ministro con Facta. Vale a dire tutti i gruppi salvo il PSI, il PCd’I e i pochi repubblicani. Da oppositore Gobetti osservò “Mussolini è l’ uomo giusto per appagare l’ aspirazione al riposo d’ un popolo stanco…..Il mussolinismo è dunque un risultato assai più grave del fascismo stesso perché ha confermato nel popolo l’ abito cortigiano, lo scarso senso delle proprie responsabilità, il vezzo di attendere dal deus ex machina la propria salvezza”.

11- I primi ventisei mesi al Governo di Mussolini. Il personaggio ministeriale di maggior peso politico parve sul subito Gentile, che nella scuola chiese “obbedienza allo Stato e ai suoi legittimi organi“ trovando il consenso di Croce. Ben presto però, facendosi forte del diffuso desiderio d’ordine nel paese, Mussolini si confermò il capo politico e ottenne per un anno i pieni poteri, assumendo un orientamento contrastante con quello giolittiano, nel lasciare mano più libera alla finanza, all’industria e all’agricoltura, nell’annullare norme fiscali onerose. Dichiaratamente a favore del Governo fu la Chiesa perché Mussolini aveva evitato la minaccia dei rossi.  A gennaio ’23 venne istituito il Gran Consiglio del fascismo, come organo massimo del PNF e di raccordo  con il governo. E furono accorpate le Camice Nere del PNF  e le Camice Azzurre dei Nazionalisti nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, formando un’organizzazione di tipo militare che però giurava fedeltà solo al Capo del Governo. Contestualmente Mussolini, avendo intenzione di mutare la legge elettorale, premeva sui gruppi parlamentari di governo perché si avvicinassero al PNF.

Il PPI si riunì in Congresso e, seppur con distinzioni,  ribadì a larga maggioranza di voler restare al proporzionale. Mussolini incontrò  Ministri e sottosegretari del PPI e ne sollecitò le dimissioni, che vennero date con il conseguente passaggio all’opposizione della maggioranza dei parlamentari mentre l’ala destra si schierava a favore di Mussolini. Anche perché il Presidente del Consiglio stava finanziando il salvataggio del Banco di Roma cui era interessato moltissimo il Vaticano (Einaudi scrissel’intervento dello stato ha fatto sì che chi ha rotto non ha pagato. Paga un altro, che non c’entrava per niente e cioè il contribuente italiano”). Il Papa colse appieno che con Mussolini era mutato il clima  di contrapposizione  risorgimentale. Immediatamente fece sapere a Sturzo  di giudicare inopportuno –  dando un giudizio “ispirato solo dagli interessi superiori della Chiesa” – che un sacerdote fosse a capo di un partito e che stesse all’opposizione insieme ai massoni. Pochi giorni dopo, verso metà luglio, Sturzo rispose al Papa “obbedisco con la serenità di chi compie semplicemente il proprio dovere……. Purtroppo, il ritiro sarà fatto passare come una implicita sconfessione del partito popolare italiano. Tenderà a far credere che la Chiesa appoggi il governo fascista e il fascismo, i cui metodi non solo nel campo politico ma anche in quello etico sono per tante ragioni a riprovarsi”.  E si dimise  da Segretario PPI. Ciò fu un’indubbia conferma che Sturzo, a parte l’aspetto umano, non coglieva il modo di funzionare del liberalismo civile e di quanto scriveva Croce. Perché un cittadino italiano che avesse maturato la convinzione politica espressa nella lettera, non avrebbe  potuto ritenere necessario obbedire a scelte di tipo religioso che nulla avevano a che fare con gli atti richiesti dalla libertà.

Nel semestre da Ministro, Gentile aveva intanto avviato la riforma, cecando di proseguire una pedagogia liberale disconoscendo la crisi dell’anima giolittiana. Sosteneva di non avere inventato nulla bensì di aver applicato quanto pensato nell’ultimo quarantennio, potendo ora disporre dell’energia del fascismo. Gentile volle una libertà di insegnamento come strumento per realizzare la missione dello Stato plasmato dall’attualismo idealista, così da evitare ogni pluralismo e discontinuità nel rapporto tra docente e discente. Così invertì la propensione crociana al decentramento e  fondò la nuova scuola su un netto centralismo, sul fissare il numero possibile di istituti e sul conservare al Ministro il massimo del  potere sulle nomine scolastiche , dei rettori universitari  e di due quinti del Senato Accademico. Inoltre stabilì che nelle medie superiori si entrava in base a valutazioni fatte dal livello al quale si voleva accedere (quindi un criterio a piramide)  e gli esami finali di maturità e di abilitazione erano possibili solo in quaranta sedi nazionali. Le università, statali e non statali, rilasciavano lauree e in alcuni casi occorreva un nuovo esame di Stato,  che si svolgeva alla stregua di un concorso pubblico. Poi introdusse l’insegnamento obbligatorio del cattolicesimo nella scuola primaria.  Gentile dedicò molta attenzione alla questione dei libri di testo scolastici. Nel complesso fu una riforma esaltata da Mussolini quale tipica espressione del fascismo – il che non era esatto, tanto che  Marinetti la definì “passatista e antifascista” –  e, a parte questo, fu un documento di spessore, che dette alla scuola italiana per vari decenni un impianto ben definito e  non liberale.

Dopo le dimissioni  di don Sturzo da Segretario PPI, l’opposizione alla riforma elettorale rientrò nelle file della benevola attenzione al governo, tanto che un solo parlamentare PPI votò contro l’approvazione definitiva della legge fatta dal sottosegretario Acerbo. Con questa nuova legge, una lista di maggioranza relativa (anche di un solo voto) con un minimo del 25% dei votanti, avrebbe conseguito in ogni collegio elettorale il 66% dei seggi. Il tutto mentre nel paese la Milizia andava esercitando forme come minimo repressive nelle attività civili, politiche e nei rapporti sindacali (Amendola venne bastonato una prima volta), che talvolta finivano in episodi letali. La sinistra era sempre più all’opposizione, però non affrontava il problema del come formare alleanze parlamentari con gli altri. Nell’ottobre ’23  Croce –  che comunque  rifiutava offerte di  incarichi – aveva sintetizzato lo stato delle cose:  “ non esiste ora una questione di liberalismo e di fascismo, ma solo una questione di forze politiche. Dove sono le forze che possono, ora fronteggiare o prendere la successione del governo presente? Io non le vedo. Noto invece grande paura di un eventuale ritorno alla paralisi parlamentare del 1922“.  In sostanza, scrisse in seguito,  “non riuscivo, neppure per ipotesi e immaginazione, a raffigurarmi un’Italia che si rassegnasse a lasciarsi togliere la libertà per la quale aveva combattuto“.

Dopo avere ottenuto la legge Acerbo, Mussolini era impaziente di andare alle urne e ottenne le elezioni ai primi di aprile ’24.  E ripetendo, da posizioni di forza, la tecnica già sperimentata nel ’21, puntò a costruire aggregazioni ampie attorno al PNF e ovunque fece un Lista Nazionale ed una Lista bis, secondaria, per dissimulare i più estremisti e violenti e per ottenere più seggi. Al listone aderirono i fascisti, i nazionalisti, i cattolici conservatori e diversi liberali.   Buona parte dei liberali presentò liste autonome in diversi collegi con liste variamente denominate. Il PPI presentò liste proprie ovunque. Sulla sinistra ci furono tensioni fortissime. I tre partiti principali , vale a dire Socialisti Unitari (riformisti con segretario Matteotti), PSI (massimalista che l’anno prima aveva espulso il fusionista Serrati) e il PCd’I che applicava la politica della Terza Internazionale. Gli incontri erano frequenti, gli accordi assenti perché le tre linee inconciliabili. Basti pensare che la tesi di Matteotti era  “Il nemico è attualmente uno solo, il fascismo. Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall’uno, diviene il pretesto ela giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell’altro.”

In sostanza, il PCd’I  intendeva partecipare alle elezioni con un fronte unico permanente tra i tre partiti sul terreno della lotta di classe nella prospettiva di distruggere lo stato borghese Nel mondo socialista prevaleva nettamente, invece,  la volontà di astenersi alle politiche. Che allora venne descritta così sull’Avanti. “L’astensione era il divorzio ufficiale tra il paese e la sua rappresentanza, era la svalutazione preventiva del futuro Parlamento, era la creazione di uno stato di esasperazione delle masse, private di ogni mezzo legale eppure costrette a ricercare per altra via i mezzi per far valere i propri diritti” . Il deputato G.E.  Modigliani commentò “non cascherà il mondo se la rinascita proletaria italiana, oggi che cerca la sua via, si apparta dai violentati seggi elettorali e dalle urne “ guardate ” per una volta sola”. La tesi dell’astensione, di fatto maggioritaria, venne poi superata (innanzitutto nel PSU, per l’appassionato impegno di Matteotti) e vennero presentate e te liste alle elezioni. 

Non  deve però sfuggire che ambedue gli scritti dei socialisti si incentrano sull’idea di ricercare la via. Ora, a parte le differenze con la linea politico culturale seguita da Croce, tale concetto che serpeggiava con forza tra i socialisti, aveva in comune con Croce la necessità, per contrastare il fascismo, di partire dal formare il cittadino al compiere scelte di libertà.  Dunque gli attacchi posteriori fatti a Croce accusandolo di essere stato fiancheggiatore di Mussolini solo perché non lo attaccò pregiudizialmente, sono intellettualmente ridicoli. Ma ci tornerò dopo più in generale. All’epoca il futurista Marinetti scriveva  a  Croce opponiamo lo scugnizzo  italiano…. la nostra rivoluzione era ed è piuttosto contro Benedetto Croce che contro  Buozzi (un sindacalista) e contro Modigliani (un socialista)”. Croce commentò  “l’origine ideale del fascismo si ritrova nel futurismo: in quella risolutezza a scendere in piazza, a imporre il proprio sentire, a turare la bocca ai dissidenti, a non temere tumulti e parapiglia, in quella sete del nuovo, in quell’ardore a rompere ogni tradizione, in quella esaltazione della giovinezza, che fu propria del futurismo”.

La campagna elettorale fu contraddistinta da svariate irregolarità  e violenze non perché il suo esito fosse mai stato in dubbio (gli oppositori di ogni tipo furono incapaci di indicare un terreno comune per l’alternativa), ma per la mentalità stessa del fascismo che  mostrava la sua vera faccia di non voler rispettare le procedure democratiche (ad esempio il sequestro della rivista Rivoluzione Liberale di Gobetti) perché invasato di concezioni oniriche della verità fascista. Appunto la mentalità descritta da Croce.

I risultati delle politiche confermarono le attese di Mussolini. L’utilità della legge Acerbo fu del tutto marginale negli effetti: con il premio di maggioranza i Listoni Nazionali presero il 69,9%  dei seggi contro il 65% tondo di voti ( il 60,1%  il Listone principale e 4,9 % del secondario). Però fu decisiva nel creare la giusta atmosfera per un successo annunciato. Le opposizioni erano frastagliate e distanti. Il PPI al 9%, il PSU al 6%, il PSI al 5%, il PCd’I al 3,8%, l’arcipelago liberale al  2,8%  (di cui Democrazia Sociale i due terzi). Eppure la mentalità fascista profonda non era soddisfatta. Pretendeva un successo incontestato e osannato. Così dopo poche settimane, il 30 maggio, nel corso del dibattito per la convalida degli eletti, avvenne che il deputato Matteotti denunciòin un discorso accalorato brogli e violenze  ai seggi elettorali (chiuso rivolgendosi ai suoi compagni “io, il mio discorso l’ho fatto, ora voi preparate il discorso funebre per me”). La cosa indispettì molto il Presidente del Consiglio e sconvolse i suoi sostenitori più stretti. Cinque dei quali, il 10 giugno, pensarono bene di rapire Matteotti incontrato sul Lungo Tevere, trascinandolo in un’auto alla presenza di testimoni. La notizia del rapimento si diffuse alla svelta e divenne presto pubblico che era irrintracciabile.

Il 12 Mussolini (che era anche Ministro dell’Interno) dette alla Camera  la notizia “sulla sorte dell’on. Matteotti, scomparso improvvisamente in circostanze non ancora ben precisate, ma tali da legittimare l’ipotesi di un delitto….. La polizia nelle sue rapide indagini si è già messa sulle traccie di elementi sospetti e nulla trascurerà per fare la luce sull’avvenimento, arrestare i colpevoli ed assicurarli alla Giustizia”. L’on. Gonzales, famoso avvocato del PSU, osservò subito che le parole di Mussolini avevano “il  sapore di ordinaria amministrazione” di fronte a un “fatto atroce e senza precedenti” (per questo ci fu un’accusa al governo di complicità). Da allora, gli avvenimenti  assunsero un ritmo accelerato che finirono per trasformare una spedizione punitiva tipica  dalla ristretta mentalità fascista  in una storica svolta di regime.

Il giorno successivo, con la non partecipazione delle opposizioni per sfiducia contro il governo, la Camera trattò l’argomento scomparsa di Matteotti  con l’intervento di due deputati fascisti, di un liberale e in chiusura di Mussolini. Tutti ribadirono che era indispensabile punire con durezza i colpevoli materiali e individuare tutti i coinvolti.  Tuttavia, mentre il liberale (Soleri) chiedeva “al Governo la più energica azione contro i delitti politici che da tempo si susseguono impuniti, e contro tutte le responsabilità che ad essi si collegano” , Grandi e Mussolini iniziarono a ruotare il timone del giudizio politico, sottilmente rovesciando l’obiettivo da perseguire. 

Cominciò Grandi affermando che i colpevoli  “non hanno compiuto un delitto contro il socialismo; essi lo hanno  compiuto – e gravissimo – contro il fascismo……  Perché il fascismo, non entra in tutto ciò”. Proclamando che “con la stessa inflessibile energia con la quale domandiamo siano puniti i responsabili, con la medesima inflessibile energia  agiremo contro tutti coloro che da questo fatto tristissimo intendessero per avventura inscenare una meschina speculazione di parte”. Ribadì il concetto Mussolini  (“se c’è qualcuno in quest’Aula che abbia diritto più di tutti di essere addolorato ed esasperato, sono io….. Giustizia sarà fatta, deve esser fatta”), estendendolo  (“il delitto è un delitto di antifascismo e di antinazione. Prima di essere orribile, è di una umiliante bestialità”). Poi lo esplicitò “se si cercasse di inscenare una speculazione di ordine politico che dovrebbe investire il Governo, si sappia chiaramente che il Governo si difenderebbe a qualsiasi costo, che il Governo, avendo la coscienza enormemente tranquilla, ed essendo sicuro di aver già fatto il suo dovere e di farlo in seguito, adotterebbe i mezzi necessari per sventare questo giuoco, che, invece di condurre alla concordia gli animi degli italiani, li agiterebbe con divisioni ancor più profonde. Questo andava detto, poiché i sintomi non mancano”. Inoltre, a fine seduta la maggioranza fascista approvò che la Camera aggiornasse i suoi lavori a data da stabilirsi dal Presidente (si riunirà dopo cinque mesi).

Insomma, la seduta del 13 giugno 1924 fu la data effettiva in cui iniziò a prender forma il regime fascista. Il rapimento Matteotti fu il detonatore. Attivò in Mussolini la presa di coscienza che il fascismo non poteva coabitare con la struttura democratica. Le indagini portarono nel giro di tre giorni ad individuare ed arrestare quasi subito i cinque responsabili materiali (uno con in valigia un indumento di Matteotti e un pezzo della tappezzeria dell’auto insanguinata) tutti appartenenti all’alto sottobosco del PNF. Ed innescarono una catena di dimissioni eccellenti del sottosegretario agli interni, di Emilio De Bono (quadrumviro della Marcia su Toma, fino ad allora direttore generale della polizia e anche Capo della Milizia), del capo stampa della Presidenza del Consiglio, il passaggio a Federzoni del ministero dell’interno. Innescarono anche, nei medesimi giorni, in campo politico le dimissioni del Ministro Gentile, la rimozione del questore di Roma e l’arresto del segretario amministrativo PNF.  

Quel tragico episodio  non era derivato  da una decisione del Presidente del Consiglio o del Re – anche se in seguito girarono voci mai provate che Matteotti avrebbe avuto prove di finanziamenti della Sinclair Oil  al  Re e al fratello di Mussolini per campi petroliferi in Sicilia –  ma fece cogliere a Mussolini che gli sforzi di mantenere il fascismo entro gli argini dello Statuto Albertino, nella sostanza rispettosi  delle libertà, erano destinati a fallire perché l’anima profonda del PNF si esaltava con le parole d’ordine della rivoluzione fascista e i gesti estremi, pertanto rifiutandosi di farsi ingabbiare  nei meccanismi democratici.

In aggiunta ,verso la fine di giugno, oltre 120 deputati di gran parte dei gruppi dell’opposizione  scelsero la secessione dell’Aventino coordinati dal liberaldemocratico Amendola che scriveva “le opposizioni in siffatte condizioni non hanno nulla da fare in un Parlamento che manca della sua fondamentale ragione di vita……Quando il Parlamento ha fuori di sé la milizia e l’illegalismo, esso è soltanto una burla”. Questa linea convinse Mussolini che era vana la sua speranza di avere rapporti addomesticati con i non fascisti. Ciò confliggeva con la concezione del fascismo quale levigata unità nazionale espressa dal governo. Quindi Mussolini finì per fare la scelta di non rappresentare gli altri che non erano fascisti  e nei mesi successivi imboccò la via  del regime, sbrigativa ma rassicurante. Cominciò subito nella pima metà di luglio con un decreto immediatamente esecutivo di restrizione della libertà di stampa. Proseguendo nei mesi successivi con il consentire sempre più mano libera ad una repressione della squadre fasciste via via più capillare contro gli avversari del regime (non toccata dal ritrovamento ad agosto del cadavere di Matteotti seppellito ad una ventina di chilometri fuori Roma).

Dopo il rapimento Matteotti, il mondo liberale passò rapidamente all’opposizione dichiarata, peraltro con il limite di  non disporre di una linea condivisa. L’Aventino non fu condiviso da Giolitti e dai giolittiani che ritenevano facilitasse le manovre del governo. Si realizzava la preoccupazione espressa da Croce  l’anno prima ad ottobre “dove sono le forze che possono, ora fronteggiare o prendere la successione del governo presente?”.  Croce in quel periodo – come era stato da sempre suo costume professionale e ancor più dopo la nomina a Senatore, salvo la parentesi ministeriale – non partecipava in prima persona alle vicende politiche ma seguiva attentamente gli avvenimenti. E sempre più avvertiva  che il percorso conoscitivo da lui centrato sul rifarsi al reale degli individui, richiedeva anche necessariamente un passo ulteriore (specie dopo l’apparire dei cosiddetti partiti di massa  caratterizzati tutti dal voler, seppure in modi differenti, raggruppare i cittadini su un messaggio e non promuoverne l’autonomia individuale).  Doveva svilupparsi la consapevolezza politica  volta a collegare – dandole così una forza che da separati i singoli non avevano – l’azione  dei sostenitori del metodo della libertà (da qui l’opposizione a Mussolini), il solo dotato della capacità e della coerenza per sviluppare  e diffondere il sistema individuale teso a conoscere e a governare la società.

Va sottolineato che proprio su questo punto era inadeguata la scelta Aventiniana. Non aveva altro sbocco che l’intervento dell’autorità della Corona per ristabilire la legalità e il Parlamento. Cioè un fattore – oltre che fuori  dal meccanismo della centralità individuale dei cittadini – irrealistico nella fattispecie per le dimostrazioni date nel ’15 e nel ’22 dell’estraneità di Vittorio Emanuele III al considerare il cittadino il fulcro dell’Italia. L’Aventinismo non applicava l’indicazione di Croce già data, del riconoscere che al momento mancava un’alternativa e che era necessario  prepararla sviluppando nei cittadini la libertà. L’Aventinismo si basava sul far intendere che al momento l’alternativa fosse l’indignazione morale. E ciò non soltanto era irrealistico, ma spalancava la strada  alla ricetta proposta dal  PCd’I, secondo cui era essenziale passare alla concretezza dell’antifascismo frontale – in quanto il fascismo era il male assoluto – senza bisogno di motivazioni ragionate e di valutazioni democratiche costruttive sul dopo  (in pratica la concretezza della via rivoluzionaria  egemonizzata dal marxismo).  Una proposta che, valorizzata a quell’epoca dagli ambienti non liberali, ha finito per lasciare il proprio  marchio in Italia nei decenni successivi – in piccola parte fino ad oggi – portando i cittadini, dal punto di vista della libertà, a  trascurare la politica del ragionare e del valutare le conseguenze degli atti compiuti, per farsi ipnotizzare da una presunta certezza del bene comune.

Sulla spinta di Croce con gli articoli su La Critica,  anche il PLI affrontò la preparazione del suo secondo Congresso a Livorno (ottobre ’24), in un’ottica crescentemente propensa alla scelta di opporsi (togliendo la maggioranza interna ai salandrini, i quali da Bologna in poi avevano provato senza riuscirci la grande riunificazione liberale pensata solo per competere con i partiti di sinistra e quindi conservatrice piuttosto che liberale). Croce e anche Facta inviarono messaggi  di adesione e di augurio al Congresso. In conclusione vennero votate due mozioni. Una del centro (presentata dal bolognese Predazzi e dal fiorentino Fossombroni, che usava il motto “né filofascisti, né antifascisti ma liberali”) condivisa dalla sinistra (tra cui Villabruna) prevalse ampiamente  con oltre i due terzi dei voti, tra i quali quelli del Ministro della Marina in carica l’ammiraglio Thaon de  Revel e di Soleri, tracciando la strada del passaggio all’opposizione. 

Pochi giorni dopo Livorno, la minoranza si riunì alla Camera sotto la presidenza dello stesso Salandra, per  confermare la sua permanenza nella maggioranza governativa.  Però le motivazioni effettive non erano lontane dalla mozione vincitrice. “Intangibilità delle istituzioni fondamentali del Regno sancite dallo Statuto” …. “il ritorno al primato della legge e dell’autorità dello stato nei confronti dei partiti”  stridevano con la concezione di Mussolini allora sempre di più impegnato a far prevalere il PNF.

Alla ripresa dei lavori della Camera (sempre assenti gli Aventiniani ma presente il PCd’I), l’ottantaduenne Giolitti, molto lucido, dichiarò formalmente di non condividere la politica del Governo per una ragione decisiva dal punto di vista liberale.  “Dopo le elezioni generali e dopo la chiusura della Camera, le condizioni della politica interna  sono profondamente mutate. Con semplice Decreto Reale fu soppressa di fatto, di diritto, la libertà della stampa violando la legge e lo Statuto, che garantisce solennemente questa libertà. Si dirà, e l’ha detto or ora anche il presidente del Consiglio, che quel decreto è applicato con discrezione e lo riconosco; ma le pubbliche libertà non possono dipendere dalla maggiore o dalla minore tolleranza dei prefetti.

L’Italia ebbe momenti più diffìcili dell’attuale; basti ricordare Novara, Villafranca, Aspromonte, Mentana, Custoza, Lissa e il regicidio: nessuno dei Governi che hanno retto allora l’Italia pensò di sopprimere la libertà di stampa e fu una vera gloria per il nostro Paese, gloria che ha contribuito ad aumentare anche all’estero la sua fama di paese civile e libero. Il popolo italiano che sopportò eroicamente la più terribile delle guerre, dopo la vittoria non può essere diventato meno degno di quelle libertà che godeva da 70 anni.

Profondo turbamento ha prodotto nei partiti liberali il proposito manifestato dal presidente del Consiglio di modificare lo Statuto. Così si pone in discussione la base fondamentale dello Stato, e se si desse seguito al proposito vagamente accennato di diminuire i poteri del Parlamento, l’effetto sarebbe di addossare alla Corona le responsabilità tolte al Parlamento. Dopo le elezioni generali, il Paese sperava un periodo di pace interna assoluta e di vita normale. Purtroppo ciò non è avvenuto. Le violenze continuarono e giunsero fino a colpire la parte più nobile del popolo italiano. Ed è continuata la illegalità di mantenere una grande quantità di comuni privi della loro legittima amministrazione e questo avvenne anche per comuni che erano magnificamente amministrati e che sono fra i più importanti: così la città di Torino.

Onorevole presidente del Consiglio, ella ha un po’ la consuetudine di attaccare i suoi predecessori ed il suo esempio è largamente imitato da molti dei suoi amici. Dichiaro che di questo non mi dolgo, perché il giudizio definitivo lo darà la storia. Ma, onorevole presidente, per carità di patria, per il prestigio dell’Italia, non tratti il popolo italiano, come se fosse un popolo non degno di quelle libertà che ha goduto sempre in passato.

12- Il Manifesto degli intellettuali antifascisti. Mussolini nell’ultimo mese del ’24  divenne sempre più determinato nella scelta, già fatta un semestre prima, di rappresentare solo il PNF. Anche perché nell’ultimo trimestre si erano moltiplicate le voci   incontrollate a proposito delle connivenze fasciste nelle violenze e gli episodi di manifestazioni di protesta in strada con la bandiera rossa.  E il 3 gennaio ’25 decise all’improvviso di fare delle dichiarazioni alla Camera.  In questo discorso – breve con il suo metro – si assunse ogni responsabilità per ogni cosa ( “Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”), con parole in cui predomina il delirio di onnipotenza, ma che non celavano come il fascismo corrispondesse  ad una mentalità e ad un’ideologia. Al contrario. Mussolini presentò il fascismo come vittima, non inerme, della vecchia politica, e affermò con veemenza “il popolo,  ha detto: basta ! la misura è colma !…….. Quando due elementi sono in lotta e sono irreducibili, la soluzione è la forza. Non c’è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai. Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo – Governo e partito – sono in piena efficienza. Signori, vi siete fatte delle illusioni !”. Con quel discorso inequivoco (una sorta di colpo di stato, frutto della delusione di chi non vedeva realizzarsi quanto sperato) dette inizio alla dittatura che da allora si esplicherà in vari modi distruggendo le istituzioni liberali (non a caso anche Salandra si convinse a passare all’opposizione).

Per rafforzare l’adesione al regime, due mesi dopo Mussolini organizzò a Bologna il  Congresso degli Intellettuali  favorevoli al fascismo in base al quale Gentile redasse e pubblicò il 21 aprile (primo anniversario del Natale di Roma istituito dal Governo) appunto il Manifesto degli Intellettuali  fascisti agli Intellettuai stanieri. In esso si ribadisce a più riprese che il fascismo ha il plauso universale. In breve: “La sua politica è palestra di sacrificio dell’individuo ad una idea in cui l’individuo possa trovare la sua ragione di vita, quale carattere religioso e perciò intransigente. Non lo Stato estraneo alla coscienza del libero cittadino, quasi meccanico sistema di fronte all’attività dei singoli. Non lo Stato  risorgimentale, sorto dall’opera di ristrette minoranze. Contro tale Stato il Fascismo ha attratto intorno a sé un numero rapidamente crescente di giovani. Sorse così lo squadrismo. Giovani risoluti, armati, indossanti la camicia nera, ordinati militarmente, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge, forza armata contro lo Stato per fondare il nuovo Stato”. Da qui, si ribadisce, il plauso universale. Il Manifesto dei Fascisti venne  firmato da 250 intellettuali, tra i quali spiccano D’Annunzio, Marinetti, Pirandello, Curzio Malaparte, Ungaretti, Ardengo Soffici, Guido da Verona.

Immediatamente Amendola sollecitò Croce a redigere una replica ai fascisti. E Croce accettò di fare in giornata la risposta che “dovrebbe essere breve, per non far dell’accademia e non annoiare la gente”.  Il testo del Manifesto degli Intellettuali Antifascisti parte dall’osservare che “contaminare politica, letteratura e scienza, è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi neppure un errore generoso”. E svolge critiche serate:  “Nella sostanza, quella scrittura, è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini….. Il maltrattamento della dottrina e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell’abuso che vi si fa della parola “religione”; perché, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte,  e ne recano a prova l’ odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani. Chiamare contrasto di religione l’ odio e il rancore che si accendono da un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere d’ italiani, e in quest’atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come oppressore, …; nobilitare col nome di religione il sospetto e l’ animosità sparsi dappertutto …. è cosa che suona come un’ assai lugubre facezia.

E precisa che “il verboso manifesto ..mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all’ autorità e di demagogismo, di professata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamento alla Chiesa cattolica, di aborrimento dalla cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse. E, se taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantare un’ originale impronta, tale da dare indizio di un nuovo sistema politico, che si denomini dal fascismo”.

“Per questa inafferrabile “religione” noi non ci sentiamo di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l’ anima dell’Italia che risorgeva, dell’Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l’ educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento. Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, e ci sembra di vederli offesi e turbati alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri italiani avversari e ammonitori a noi perché teniamo salda in pugno la loro bandiera. La nostra fede non è un’ escogitazione artificiosa o un invasamento di cervello; ma è il possesso di una tradizione, diventata conformazione mentale e morale .

E critica il ricorso gentiliano ai luoghi comuni. “Ripetono gl’ intellettuali fascisti, la trista frase che il Risorgimento d’ Italia fu opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d’ Italia di fronte ai contrasti tra il fascismo e i suoi oppositori. I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero d’ italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale. Perfino il favore, col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascistico, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercé di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici. Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell’inerzia e nell’indifferenza il grosso della nazione, appagandone taluni bisogni materiali, perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici e quietistici. Anche oggi, né quell’asserita indifferenza e inerzia, né gli impedimenti che si frappongono alla libertà, c’ inducono a disperare o a rassegnarci”.

Conclude. “La presente lotta politica in Italia varrà, per ragione di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto. E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l’ Italia doveva percorrere per rinvigorire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile”. Il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti venne pubblicato il 1° maggio su Il Mondo e Il Popolo.  I più noti   firmatari erano Croce, Amendola, Einaudi. Inoltre decine di  intellettuali (apparsi in tre successive pubblicazioni di quei giorni) tra i quali  Luigi Albertini, Sibilla Aleramo, Giovanni Ansaldo, Arangio-Ruiz,  Sem Benelli, Bresciani Turroni, Piero Calamandrei, Guido De Ruggiero, Giustino Fortunato, Panfilo Gentile, Jemolo, Levi della Vida, Giuseppe E. Modigliani, Momigliano, Rodolfo Mondolfo, Eugenio Montale, Marino Moretti, Gaetano Mosca, Gaetano Pieraccini, Francesco Ruffini, Luigi Salvatorelli,  Gaetano Salvemini, Matilde Serao, Leonida Tonelli, Vito Volterra, Zanotti Bianco.

Croce, nel Manifesto degli Intellettuali Antifascisti, additò in termini piani la questione essenziale del metodo della libertà.  Affidarsi alla maturazione dei cittadini secondo quello che vedono, sentono e meditano , sempre rifuggendo il precetto di attuare un disegno prestabilito da qualcuno e soprattutto imposto come evento ineluttabile e salvifico (con le parole del Manifesto “senza disperare o rassegnarci”).  Oltretutto il fascismo continuava con la sua azione invasata e violenta contro gli avversari ad iniziare dai più noti. A fine luglio a Pieve a Nievole, Amendola viene ancora una volta assalito da una dozzina di squadristi guidati da un alto esponente PNF e bastonato selvaggiamente, trauma dal quale non si riprenderà del tutto fino a  morirne nell’aprile dell’anno dopo. I primi di settembre ’25, l’editore Gobetti viene ancora picchiato dalle squadre fasciste (aggravandone le condizioni di cardiopatico). Ma nelle stesse ore il periodico Rivoluzione Liberale pubblica un suo articolo, importante e ampio, su Croce oppositore. Il liberale Gobetti non era un crociano acritico. Aveva avuto dei dissensi sul tema della lotta di classe. Lui sperava fosse uno strumento di maturazione di  un nuovo gruppo dirigente   e di  espressione del proletariato, mentre Croce – che già un ventennio prima aveva scritto degli esiti obbligati del marxismo – la riteneva frutto di una teoria sull’uguaglianza negatrice del fatto che la vita è disuguaglianza e asimmetria.  Eppure, nel ragionare su Croce, Gobetti esprime alta considerazione e notazioni rivelatrici sul liberalismo vivente che pratica.

Esse muovono da un riconoscimento decisivo: “la preoccupazione costante di Croce è di offrire un esempio concreto di condotta personale: questi atti sono le risposte date alla voce del dovere dal cittadino, non dall’uomo politico né dal filosofo…. Tutti i pregi della teoria della politica derivano proprio dalla serenità quasi indifferente dell’osservatore…. Bisogna rivendicare contro tutti gli accusatori della politica, come cosa immorale, il carattere decisamente pregevole dell’azione politica: il Croce non si lascia sfuggire una bella occasione per confutare gli ipocriti del moralismo. Senso politico e senso giuridico però devono accompagnarsi, sicché bisogna richiedere a chiunque agisca un chiaro senso della tradizione, della continuità, della legalità. A questa doppia ispirazione occorre riportare una chiara idea dello Stato, che è forza soltanto in quanto è consenso… Così in ogni Stato autorità e libertà sono inscindibili, e a ragione si celebra perciò la libertà. Concepito così lo Stato come azione, diventa vana la ricerca sul fondamento della sovranità. “In uno Stato ciascuno è a volta a volta sovrano e suddito. La sovranità in una relazione non è di nessuno dei suoi componenti singolarmente preso, ma della relazione stessa”. Dove Croce fa forse una delle più vigorose e radicali professioni di democrazia moderna…. “lo Stato è forma elementare della vita pratica dalla quale la vita morale si sparge in rivoli così fecondi da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli Stati, ossia costringerli a rinnovarsi conforme alle esigenze che ella pone“….. Parteggiare e governare non sono cose antitetiche….Tutta la politica di Croce è un’esaltazione del momento dell’attività, contro i falsi programmi, dietro cui si nascondono le cattive intenzioni. Bisogna arrivare al diretto contatto della realtà di fronte alla quale consigli, analisi, distinzioni servono soltanto come premesse e avviamenti a risolvere, ad agire.

Dopo il delitto Matteotti uno dei fatti più importanti della politica italiana è il passaggio di Croce all’antifascismo. Fino all’autunno scorso la posizione di Croce era ispirata a ottimismo e indulgenza: il suo riserbo verso il fascismo rispecchiava da un lato il suo innato antidannunzianismo e antifuturismo, dall’altro la sua acuta diffidenza verso tutti gli uomini del nazionalismo italiano in cui egli aveva veduto già prima della guerra dei pericolosi politicanti. Questo antifascismo tollerante non poteva soddisfare in tutto noi giovani che invocavamo distinzioni di razza e di stile, ma a Croce non si doveva chiedere di abbandonare le sue abitudini conservatrici di buon gusto e di moderazione culturale. Anche nei motivi più radicali che lo indussero all’opposizione aperta entrarono poi in buona parte, prima che le meditazioni teoriche, le preferenze e la sensibilità dell’uomo. Nell’adesione al Partito liberale, nella disciplina con cui si è messo a servire il partito, Croce pratica un suo ideale giolittismo inteso come abito mentale di moderazione, di fedeltà, di discrezione….Il suo atteggiamento è sabaudo, con elementare franchezza, indulgente alle teorie ma intransigente sulla serietà degli uomini. Così la sabauda devozione allo Stato di questi uomini è devozione allo Stato laico nutrita di ossequio alla religione e di diffidenza verso i preti, una laicità perfettamente antitetica all’anticlericalismo rumoroso dei romagnoli atei, pronti ad innamorarsi della Chiesa per estetismo di sovversivi.

Ma l’antifascismo di Croce non è soltanto questo. Accanto c’è la ribellione dell’europeo e dell’uomo di cultura. Bisogna proporre alla considerazione degli italiani quest’antifascismo europeo di Croce. …. Da venti anni la sua opera è stata il futuro. Da venti anni la sua opera è stata solo esempio italiano di una modernità direttamente partecipe di tutta la vita spirituale del mondo. Difficilmente questo gli sarà perdonato dal provincialismo italiano. Dopo gli infelici tentativi del Risorgimento, Croce è stato il più perfetto tipo europeo espresso dalla nostra cultura. Nel momento in cui si assiste a uno dei più radicali tentativi di rompere la solidarietà italiana con l’intelligenza europea, la posizione di cultura di Croce doveva diventare una posizione intransigente di politica. …… E’ una guerra per la pace che deve impegnare di vita o di morte anche gli inermi. In questa battaglia che è l’aspetto più vitale della lotta tra antifascismo e fascismo, la vittoria non è questione di milizie o di squadrismi, ma di sicurezza nella propria intransigenza e nella capacità di non cedere. Croce può essere maestro agli italiani anche nella serenità del combattere. …. si è votato alla polemica antifascista quotidiana come per una necessità di liberazione, perché nessuno può mancare ai suoi doveri… Noi sentiamo in Croce un maestro proprio per questa impassibilità di non conformista”. Un commento molto penetrante del senso politico evolutivo del pensiero di Croce (di cui implicitamente coglie l’abissale distanza della prassi allora e poi seguita dall’antifascismo comunista) e dell’atmosfera della società italiana.

Da allora, per almeno un biennio, fu un susseguirsi di provvedimenti liberticidi da parte del regime. Che iniziarono subito, il mese seguente, con l’emblematica chiusura di Rivoluzione Liberale. E proseguirono con le intimidazioni e le violenze diffuse , fino ad arrivare al dare al governo ampi poteri di decreti legge, al dichiarare la decadenza di 123 deputati aventiniani, allo scioglimento di tutti i partiti (PLI incluso ovviamente), al cancellare il diritto di sciopero,  al vietare i sindacati non fascisti, al  vietare le riunioni e la libertà di espressione verbale o scritta introducendo la censura, al creare un Tribunale speciale per i reati politici, al potenziare l’istituto del confino (con cui agli oppositori  veniva imposto un domicilio in località  lontane), all’abolire  le assemblee locali (sostituite da nomine del regime), al fare il Gran Consiglio del Fascismo per legge il vertice del Regno (“Il Gran Consiglio del Fascismo è l’organo supremo, che coordina e integra tutte le attività del Regime sorto dalla Rivoluzione dell’ottobre 1922”).

Nel medesimo periodo – eccettuata l’irruzione nella notte del 31 ottobre-1 novembre 1926 di una squadra fascista nell’abitazione di Croce per intimorirlo devastandola (dopo le due morti indotte di Gobetti ed Amendola pochi mesi prima), episodio che ottenne l’effetto opposto perché, avendo suscitato una vasta condanna internazionale, divenne per lui una sorta di vaccino rispetto al regime, che da allora in poi si limitò sempre a sorvegliarlo ma lasciandogli svolgere i suoi studi e manifestare le sue critiche –  Croce proseguiva come sua abitudine a riflettere e a scrivere a getto continuo. Non a caso, pochi mesi dopo pubblicò La concezione liberale come concezione della vita. Qui esplicitando la sua impostazione iniziale alla luce dell’acquisita consapevolezza sugli avvenimenti intercorsi, sottolineava che “la concezione liberale, come concezione storica della vita, pone al suo centro la coscienza morale; non è fatta pei timidi e pei pigri e pei quietisti, ma vuole interpretare le aspirazioni e le opere degli spiriti coraggiosi e pazienti, pugnaci e generosi, solleciti dell’avanzamento dell’umanità, consapevoli dei suoi travagli e della sua storia”. Il fulcro sta nel fatto che Croce evidenza travagli e storia, vale a dire lo stare legati alla realtà dell’autonomia individuale entro lo Stato che cura le regole del convivere. Non qualcosa di imposto.

Qui  Croce chiarì che la libertà di ogni forma di vita ha un nesso imprescindibile con il concetto di autorità “non potendosi dare autorità se non verso ciò che è vivo, e vivo è soltanto ciò che è libero”. Un tale nesso tra libertà ed autorità segna il limite di ciascun individuo, in quanto realtà delle cose. Dunque un’autorità commisurata alla libertà, la quale rifiuta le spiegazioni trascendenti o imposte dall’esterno e non accetta l’autoritarismo, perché vuole mantenere la capacità di esprimere sempre la lotta tra i diversi cittadini. Perciò chi aderisce all’idea di libertà deve avere coraggio e pure la spregiudicatezza per adottare provvedimenti politico economici di ogni tipo, purché al momento necessari a realizzare l’etica della libertà dei diversi.

1925 sul Popolo d’Italia, dove il filosofo di Castelvetrano, chiedeva agli uomini di cultura

13- I Patti Lateranensi e il listone alle elezioni del ’29. In quegli anni, Croce lavorava alla pubblicazione de La Critica e a due delle sue maggiori opere in cui esprimerà la concezione che aveva sviluppato della libertà effettiva. Nel mentre, il fascismo pensava solo a rendere sempre più fascistiche le istituzioni, recidendo il nesso con lo Stato liberale e cercando un consenso sempre più levigato e conformistico verso il regime. A parte le azioni di oppressione materiale nei confronti dei cittadini, l’obiettivo venne raggiunto modificando la legge elettorale in senso plebiscitario  e rinnegando il principio stesso di Libera Chiesa in Libero Stato.

La legge venne denominata  Riforma della rappresentanza Politica e stabiliva chela procedura di elezione dei quattrocento deputati consisteva  in una proposta da parte di un elenco di Enti previsti per legge di mille candidati secondo una tabella prestabilita (gli Enti pervisti erano sei Confederazioni di Agricoltori, Industriali, Commercianti, Banche, Imprese Trasporti mare ed aria, Imprese Trasporti terra e navigazione interna, ciascuna delle quali divisa in due, dei proprietari e dei dipendenti, più la rappresentanza di Professionisti e Artisti, oltre a cinque Associazioni Fasciste in diversi campi, alla Rappresentanza di Accademie, Università, Scuole e Cultura, alle Associazioni di Combattenti, Mutilati ed Invalidi, infine dieci Enti diversi indicati in modo specifico). Successivamente il Gran Consiglio formava a propria discrezione l’elenco dei quattrocento deputati designati scegliendo la metà dei candidati proposti (ma era libero di inserirne anche altri). Infine la votazione avveniva “mediante schede portanti il segno del Fascio Littorio e la formula:«approvate voi la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?»”.  Dunque solo un sì o un no. Mussolini, parlando al Senato, ne dette anche una motivazione “il riconoscimento del sindacato, organo di diritto pubblico. Qui è la grande novità legislativa della Rivoluzione fascista….il sindacato non è più fuori dello Stato né contro lo Stato, ma è nello Stato, e come tale ha il diritto di rappresentare tutte le categorie e di imporre a tutte le categorie un contributo sindacale obbligatorio…..Ma veramente, in regime di partiti, il popolo è sovrano? Anche in regime di partito le elezioni sono fatte da comitati incontrollabili. Il popolo elettorale è chiamato a ratificare le scelte fatte dai partiti quando non sia posto dinanzi all’enorme difficoltà di scegliere un partito od un indirizzo…… il suffragio universale è una pura finzione convenzionale. Non dice nulla e non significa nulla…… Il Gran Consiglio non ha che da selezionare le designazioni che saranno fatte liberamente dalle grandi associazioni sindacali giuridicamente riconosciute

Peraltro la riforma fascista non finiva qui. Subito veniva ridotto il numero degli elettori. Poteva votare chi pagasse i contributi sindacali, chi fosse amministratore di qualche ente società, chi fosse stipendiato dallo Stato, i titolari di pensione, i contribuenti per un  minimo di 100 lire , i detentori di un ammontare di titoli di Stato, i componenti del clero cattolico, i dipendenti dei vescovi. Non avevano diritto di voto i militari (questo disposto ridusse gli elettori intorno ai 2,5 milioni di cittadini, portandoli a circa 9,5 milioni). Una legge così ovviamente ebbe  il voto contrario dei senatori Croce,  Einaudi e Albertini.

 Quattro mesi dopo, venne varato il Testo Unico delle procedure  elettorali. All’art. 72 previde che il Presidente di Seggio consegni a chi si accinge al voto due schede, una tricolore ed una di colore bianco, e  lo avverta “che deve far uso della scheda tricolore se intende rispondere affermativamente alla domanda contenuta nella scheda stessa, o di quella bianca se intende rispondere negativamente“. Perciò il voto segreto dei cittadini veniva cancellato dal regime. Un ulteriore sfregio alle istituzioni liberali che permarrà fino al crollo del fascismo.

In tutti quei mesi, mentre si predisponevano le condizioni per  effettuare le elezioni nell’anno 1929,  si stavano tenendo in gran segreto  importantissime trattative tra incaricati di alto livello di Mussolini e della Segreteria di Stato Vaticana. Dietro le quinte, Mussolini stava attuando la politica del doppio binario. Personalmente vantava una tradizione anticlericale , come anticlericale era una parte consistente del PNF e il regime perseguitava i cattolici non fascisti. Tuttavia, Mussolini al tempo stesso era ossequiente verso il mondo vaticano, che aveva aiutato fin dalla vicenda del Banco di Roma e disponendo in seguito che il Crocifisso fosse esposto nei luoghi pubblici, aumentando il contributo statale ai parroci poveri, rendendo   obbligatorio l’insegnamento della religione cattolica nelle primarie.  Mussolini voleva mostrarsi  come difensore della  fede e baluardo contro il pericolo bolscevico. Oltretutto, a quell’epoca, dopo gli interventi liberticidi sui partiti e sui sindacati, era restata la sola altra forza delle associazioni cattoliche, tipo l’Azione Cattolica. Del resto era chiara la convergenza sulla visione della società, gerarchica in chiave autoritaria e corporativa, in più imperniata sulla famiglia E Mussolini aveva scelto la prudenza per incrementare il consenso su quel versante, cogliendo l’occasione anche per risolvere la questione romana, la cinquantennale disputa con il Papa, che anche i governi liberali nei decenni avevano provato a risolvere senza riuscirvi.

Le complicatissime trattative iniziarono nel 1927. Sottobanco e comunicando il minimo indispensabile al Re ritenuto troppo fermo a preclusioni anticlericali, Mussolini puntava a ridurre l’autonomia delle organizzazioni cattoliche scambiandola con il  riconoscere un territorio alla Città del Vaticano quale stato indipendente, cospicui compensi finanziari e la preminenza in Italia alla religione cattolica. Come sempre avvenuto, trattare con la Chiesa era cosa ostica. Tuttavia Papa Pio XI si considerava sempre prigioniero politico ed era ben disposto a mettere a freno certe organizzazioni cattoliche,  così da ottenere decisivi riconoscimenti territoriali e finanziari nonché privilegi nell’esercizio dell’apostolato in Italia., per di più prendendo una rivincita sul liberalismo e frenando le pressioni rosse. 

Le trattative furono così riservate che fino all’ultimo non v’era certezza che sarebbero andate a buon fine e dove si sarebbero concluse. Fu scelto (dal Vaticano) il Palazzo del Laterano. E forse Mussolini neppure percepì (tanto che durante la cerimonia chiese di chi era stata l’idea di andare lì) che era un luogo simbolico per la Chiesa, in cui si erano tenuti  vari Concili ecumenici, dove aveva avuto sede il papato, e sulle cui mura erano ancora visibili le cannonate in occasione della presa di Roma nel 1870. Anche la data fu scelta dal Vaticano, il giorno del settantaduesimo anniversario dell’apparizione a Lourdes. Così la firma avvenne la mattina dell’11 febbraio 1929 tra Benito Mussolini, capo del governo italiano, e Pietro Gasparri, il cardinale Segretario di Stato.

Come noto  i Patti constano di tre documenti. Il Trattato  che stabilì al primo articolo che “la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato” e che decretò la nascita dello Stato della Città del Vaticano (con annessi riconoscimenti di vaste proprietà immobiliari e dell’efficacia giuridica delle sentenze ecclesiastiche, inerenti i religiosi in materia di disciplina spirituale). La Convenzione finanziaria, che definì le questioni economiche pendenti tra Stato e Chiesa per le vicende dell’ottocento (l’Italia avrebbe versato la somma di 750 milioni di lire in contanti, e consegnato un miliardo di lire in buoni del tesoro al 5%). Il Concordato (espressamente voluto dalla Santa Sede) che regolava in dettaglio i rapporti tra Stato e Chiesa da allora in poi. Il che significava  il riconoscimento alla Chiesa del potere spirituale e di giurisdizione ecclesiastica, di una serie di privilegi ed esoneri , il potere di nomina di Vescovi e Arcivescovi (con obbligo per i Vescovi di prestare giuramento di fedeltà allo Stato italiano), di privilegi finanziari e fiscali per gli enti ecclesiastici nonché di versamenti a supplemento della congrua,

degli effetticivili al matrimonio religioso e la riserva ai Tribunali ecclesiastici delle cause di nullità del matrimonio, del riconoscimento della dottrina cristiana quale coronamento dell’istruzione pubblica e l’estensione dell’insegnamento obbligatorio alle scuole medie.

Già l’esame di massima dei Patti Lateranensi fa capire perché Mussolini riuscì a risolvere la questione romana che i liberali, pur volendolo, non erano riusciti a risolvere. Perché aveva ceduto su tutta la linea nei principi. Fatto riscontrabile negli avvenimenti da allora.  Pio XI dichiarò “forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazione della scuola liberale”. Immediatamente fu data una gran festa dal Principe Colonna (l’Assistente al Soglio Pontificio e riferimento dell’aristocrazia nera) che riaprì dopo un sessantennio il suo Palazzo, sul cui tetto installò il vessillo bianco giallo del Vaticano e cui intervennero uno stuolo di Cardinali, il Governatore di Roma e diversi gerarchi.  Da parte sua Mussolini, contento del risolutivo successo fascista,  controllò il testo del lancio della notizia sui Patti Lateranensi diffuso dall’Agenzia Stefani, e poi  curò di persona il montaggio del filmato dell’Istituto Luce realizzato la mattina al Palazzo del Laterano. Doveva essere tutto perfetto per celebrare il successo storico del regime fascista (con un occhio al plebiscito che si doveva tenere a fine marzo).

Questo primo esempio di plebiscitarismo che oggi diremmo mediatico, peraltro non impressionò fino in fondo il mondo cattolico del PPI, con una seppur limitata indipendenza dal Papa sui temi non religiosi. Ed inoltre solo nelle riflessioni private. E’ tipico l’atteggiamento che tenne De Gasperi, già allora un leader cattolico, che lavorava in Vaticano per sfuggire alle grinfie del fascismo. Pubblicamente dichiarò “la conclusione della questione romana è vista, oggi in Italia, un successo del regime, ma vista nella storia del mondo è una liberazione per la Chiesa e una fortuna per la Nazione Italiana”. Nel privato era invece molto  critico. Nelle lettere scriveva  “Contenti i clerico-papalini, contenti i fascisti, contenti i massoni. Mussolini è trionfante…….È troppo tempo che i precetti della dignità vengono trascurati. Insegnare a stare in ginocchio va bene, ma l’educazione clericale dovrebbe anche apprendere a stare in piedi”. Soprattutto De Gasperi era preoccupato, pensando alla festa di Palazzo Colonna, perché “qualcuno crederà di riaprire le porte di secoli in cui s’intrecciarono lo scettro e il pastorale”. Resta comunque il fatto che il mondo dei popolari, anche della parte più attenta ai valori dell’autonomia civile, non aveva la capacità di sciogliere il nodo tra  il far parte del Regno quale cittadino  e l’essere fedele religioso del Papa. Era  un mondo non disposto ad accettare che la religione  sia un fatto privato e non influisca nelle scelte pubbliche, vale a dire un mondo che non accetta il principio di separazione tra Stato e religioni.

Ben diversa fu la posizione di Croce quando al Senato, il successivo maggio – un mese dopo la celebrazione del plebiscito fascista –, si trattò di recepire i Patti Lateranensi. Fu l’unico a parlare in dissenso , “parlo a nome mio e di pochi colleghi (si opposero in sei) i quali, non potendo dare il loro assenso al presente disegno di legge, non hanno voluto, d’altro canto, astenersi dalle sedute del Senato o allontanarsi dall’aula”. Fu un intervento coerente, lineare e trasparente tra vivaci proteste e clamori dell’aula (“Ma io ho ripetuto le parole che coprivano con le loro voci e ho rinforzato la mia voce, sicché ho detto intero, e in modo comprensibile, il mio discorso” annotò nei suoi Taccuini). Per dirla in sintesi, Croce ricordò che “l’Italia liberale, nata dal Risorgimento, stabilì attraverso le Guarentigie i rapporti tra Stato e Chiesa ispirati al separatismo cavouriano del ibera Chiesa in libero Stato”. Tale logica era stata infranta.

Disse di non opporsi “all’idea di conciliazione ma al modo in cui era stata attuata, nelle particolari convenzioni che l’hanno accompagnata” e di rilevare che nella storia d’Italia anche “quando si formò un partito nazional liberale cattolico, che accolse uomini insigni, da tutti ancor oggi ricordati e venerati, e un poeta che si chiama Alessandro Manzoni, quel partito non venne respinto e condannato dai liberali, ma dalla Chiesa”. Croce affermò di guardare “con dolore la rottura dell’equilibrio che si era stabilito”, e ammonì che “di fronte agli uomini che stimano che Parigi val bene una messa, sono altri per i quali l’ascoltare o no un messa . cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché . affare di coscienza. Guai alla società,  alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono, le fossero mancati o le mancassero”. Perciò era stato sbagliato arrivare alla Conciliazione rinunciando ai principi della separazione,  Croce concluse: “un responsabile della cosa pubblica, all’altezza dei suoi compiti, avrebbe avuto il dovere di mantenere il separatismo liberale, giungendo a una conciliazione senza la pattuizione concordataria. Non a caso questo discorso suscitò gran dispetto di Mussolini che replicò usando le parole del cattolico modernista Murri, per attaccare gli  “imboscati della storia… che non la fanno prima di scriverla”. 

Mussolini aveva sostenuto giorni prima che l’intesa raggiunta con la Chiesa non metteva in questione il volto totalitario dello Stato fascista ed era davvero convinto di aver piegato la Chiesa. Una simile inconsapevolezza dimostra quanto il  fascismo fosse culturalmente rozzo.

14- La Storia d’Italia e la Storia d’Europa . Negli ultimi anni Croce continuava a mettere per scritto le sue riflessioni  in tema dei rapporti nel conoscere e  nel vivere, sempre più intrecciati con l’esperienza fatta nell’ultimo decennio. Sarà chiamato un esercizio del pensiero critico come milizia spirituale. Mantenendo una ferma coerenza con sé stesso, Croce proseguiva senza tregua a battersi  contro l’ irrazionalismo  – nelle sue varie successive forme, romantiche,  dannunziane e nazionalistiche – e contro chi cavalcava invasato l’idea balzana che il fascismo fosse l’erede del Risorgimento.

In tale quadro, Croce  aveva supposto di ricostruire in un’unica opera gli avvenimenti dell’Italia Unita con Roma Capitale  e dell’Europa fino alla prima guerra.  Ma poi, dopo una memoria  pubblicata a Napoli ed intitolata Contrasti d’ideali politici dopo il 1870, giunse alla conclusione che era inopportuno unificare gli avvenimenti italiani ed europei. Stavano emergendo politiche di potenza e sopraffazione, uno sviluppo antagonistico dei partiti operai, la sostituzione della dialettica speculativa con un empirismo vuoto e un positivismo cieco, il ridursi del pensare ad uno spiritualismo pervasivo, che erano sboccati nella catastrofe della guerra. Ma erano storie differenti non miscibili e Croce separò i due scritti. Per ribadire che “ quello che è stato descritto come il periodo dell’abbandono dei concetti liberali, non è dato intenderlo se non come la lotta di quei concetti coi sopraggiunti avvenimenti e coi poderosi svolgimenti, che erano chiamati a dominare”. E qui Croce accentuava il suo richiamo  all’incalzare incessante della storia: “il processo è sempre in corso, e più aspro di prima, nel suo travaglio, perché la guerra ha risolto assai meno problemi di quanto si sperava, e sembra, in cambio, averli esasperati tutti”.

Croce volle dichiaratamente limitarsi ad uno “schizzo di una storia dell’Italia dopo la conseguita unità di stato….  un tentativo di esporre gli avvenimenti nel loro nesso oggettivo e riportandoli alle loro fonti interiori”. Ciò implicava demolire tesi diffusesi senza fondamento e dilagate dai primi anni del secolo. A cominciare dalle valutazioni secondo cui l’Italia neo unitaria sarebbe venuta meno alla propria missione ideale (senza che questa missione venisse mai definita in modo univoco al di là delle credenze presenti episodicamente nei moti risorgimentali) e  dalle pulsioni dell’irrazionalismo (che assegna ai  popoli specifiche missioni speciali ) mentre  “bisogna criticare e rifiutare il concetto stesso delle missioni speciali, delle quali i popoli dovrebbero caricarsi”. Croce si applicò ad opporsi  a chi indicava come peccato originale il trasformismo. “Dopo il 1885, il trasformismo si era così bene effettuato che non se ne parlò più. Ma quel nome, quando fu ricordato, parve richiamare qualcosa di equivoco, un fatto poco bello; e l’eco di quel sentimento perdura nei libri degli storici…. Ma perché gli italiani avrebbero dovuto sbigottirsi delle frequenti mutazioni ministeriali, le quali ai sopradetti storici suggeriscono l’immagine dell’infermo che non trova posa sulle piume, ma che erano invece continui adattamenti e riadattamenti soliti in ogni opera, e segnatamente in una così complicata come è il governo di un gran paese, e non turbavano, o assai lievemente, il normale andamento della loro varia operosità?“ . Nel volume Croce richiamava “fuori di tutti cotesti idola,  la semplice storia di quel che l’Italia fu e fece, e sentì e immaginò, dal 1871 al1915”. Appunto perché aveva colto che il liberalismo è innanzitutto conoscenza e rispetto dei fatti e non l’emozione teorica di quelli che chiamava “cialtroni esaltati” i  quali, ingannando sul passato, travisano il presente.  Sempre di più Croce era il punto di riferimento  dell’opposizione ragionata al fascismo.

 In seguito Croce si applicò a completare il suo progetto originario e , dopo la Storia d’Italia, a fine ’32  pubblicò la Storia d’Europa nel secolo decimonono, dedicato al suo buon  conoscente, il romanziere tedesco Thomas Mann, di nuovo con un enorme successo. Croce partiva  da un lavoro intermedio, Etica e Politica, che appunto ribadiva come la base della sua ricerca storica consistesse nel rapporto fra etica e politica. Nella sostanza, la forza motrice delle vicende umane è per Croce lo spirito della libertà, ove la libertà è intesa come l’ “unione di una visione totale del mondo con la passione civile e morale”. La chiama “religione della libertà” con una terminologia volutamente ossimorica, perché essa non è statica nel tempo, essendo  in costante dialettica con le “fedi religiose opposte”, il cattolicesimo, le monarchie assolute, il democraticismo, il comunismo (l’irrazionalismo era un caso a parte d’altro tipo).

Il cattolicesimo della Chiesa di Roma è la più diretta e logica negazione dell’idea liberale” manifestata “con alte strida nei sillabi, nelle encicliche, nelle prediche, nelle istruzioni dei suoi pontefici e degli altri suoi preti” . La Chiesa è la “tutrice di forme invecchiate e morte, d’incultura, d’ignoranza, di superstizione, di oppressione spirituale”, in quanto fautrice della trascendenza e quindi portatrice di un “odio irremissibile per il liberalismo e il pensiero moderno”. La ragione è che il liberalismo pone “il fine della vita nella vita stessa, nel metodo della libera iniziativa e dell’inventività individuale”; e che invece il cattolicesimo pone “il fine di una vita oltremondana, della quale la mondana è semplice preparazione, con l’osservanza di ciò che un Dio che è nei cieli, per mezzo di un suo vicario in terra e della sua chiesa, comanda di credere e di fare”. Differente era la contrapposizione al materialismo comunista e all’intellettualismo democratico giacobino, che almeno erano immanenti seppure opposte alla religione della libertà. Da qui, Croce derivava che la libertà  era una religione che aveva assorbito il cristianesimo da cui proveniva, mentre il cattolicesimo politico era una resistenza clericale a tale assorbimento anche a costo di sostenere gli autoritarismi.

Perciò scrisse che “la concezione della storia come storia della libertà aveva suo necessario complemento pratico la libertà stessa come ideale morale”.  E di fatto , l’esperienza egli ultimi due decenni lo spingeva sempre più ad impegnarsi non solo per capire, come era il suo antico costume, il percorso del conoscere di ciascuno , ma anche il ruolo aggregante della libertà che era utile per tutti e soprattutto proteggeva i suoi fautori. E annotò in Storia di Europa: “La storia non appariva più deserta di spiritualità e abbandonata a forze cieche, o sorretta e via via indirizzata da forze estranee, ma si dimostrava opera e attualità dello spirito, e poiché spirito è libertà, opera della libertà…..L’uomo, ora non si vedeva più schiacciato dalla storia; ma, vero e infaticato autore, si contemplava nella storia del mondo come in quella della sua vita medesima….Ora chi raccolga e consideri tutti questi tratti dell’ideale liberale, non dubita di denominarlo, qual esso era, una religione; denominarlo così, ben inteso, quando si attenda all’essenziale ed intrinseco di ogni religione, che risiede sempre in una concezione della realtà e in un’etica conforme”. Una concezione di libertà legata alla autonomia del cittadino , intesa da Croce  come l’essenza della storia Europea su cui riflettere di continuo per coglierne gli aspetti  in trasformazione. In sostanza puntava a rifondare il corollario pratico e morale della concezione liberale. Appunto perché  la religione della libertà era  “l’unico ideale che abbia la saldezza che ebbe un tempo il cattolicismo e la flessibilità che questo non poté avere”.

Croce era ben consapevole  de “la freddezza e lo spregio e lo scherno che la libertà incontra”  ma era convinto che questo avrebbe indotto i fautori della libertà, peraltro sempre più numerosi, a “perseguirla  con più ardente amore”. Su questo si dimostrò capace di visione lunga ma assai precipitoso nei tempi e pure nel sottovalutare che, siccome la libertà avrebbe affrontato problemi sempre nuovi, i suoi detrattori ne avrebbero tratto continuo vantaggio (il che avrebbe di per sé allungato i tempi). Lo scontro non poteva dunque  chiudersi. Né allora, né mai. In ogni caso, nell’immediato, , le opere di Croce suscitarono scandalo nel mondo dei cattolici ad ogni livello. A quello degli esponenti politici, in cui si può leggere la vasta corrispondenza al riguardo tra due ex deputati PPI, De Gasperi  e Jacini, in cui il primo attaccava insistentemente e a fondo le tesi Croce  che in modo argomentato erano difese dal secondo, un cattolico lombardo il cui nonno era stato nel Risorgimento un deputato liberale (da rilevare che il punto del dissenso era quello, già segnalato sopra, della difficoltà perfino di De Gasperi di scindere il suo essere cittadino dal suo credo). E inoltre a livello della Chiesa ufficiale, di  cui il Sant’Uffizio fu dirimente mettendo il lavoro di Croce all’Indice dei libri proibiti, prima a metà luglio ‘32 e poi l’intera opera nel giugno 1934.

Ciononostante, in quegli anni, in coerenza con la sua mentalità liberale aperta, Croce  scriverà che le alleanze tra cattolici e liberali possono anche essere utili, purché sui principi l’accento venga posto su quelli liberali. Su un giornale statunitense aggiunse: “Se manca l’animo libero, nessuna istituzione serve, e se quell’animo c’è, le più varie istituzioni possono secondo tempi e luoghi rendere buon servigio”.

15- Gli anni fino alla caduta del fascismo. Tra i numeri de La Critica e le continue varie pubblicazioni , Croce continuo a scrivere senza sosta. E, sempre più nella linea adottata dopo il ’26  ed espressa nella Storia di Europa, al fine di chiarire le condizioni etiche che rendono possibili l’attività cognitiva. Si distaccava sempre più dall’ottimismo idealistico e dal provvidenzialismo storicistico, per riflettere sul concetto di decadenza, che portava a rilevare che “la malattia è momento eterno della sanità”. Dunque illustrava le ragioni profonde del liberalismo nel normare la società e perciò  a formare i cittadini contro la cultura fascista e i suoi comportamenti illiberali nel profondo. Era talmente efficace che il suo ruolo venne esplicitamente riconosciuto e apprezzato dal un noto comunista come Gramsci, che  definì Croce “un leader mondiale della cultura, un grande intellettuale di stampo rinascimentale”.

15.a- Liberalismo e liberismo. Già dalla fine del decennio precedente , era sorto un confronto tra Croce ed Einaudi sul tema dei rapporti tra il liberalismo e il liberismo. Un confronto molto raziocinante, non solo per il legame tra i due, ma anche per i sottili distinguo che implicava la materia. Croce aveva sempre sostenuto  che l’economia è una parte di rilievo della vita ma non può mai divenire una parte totalizzante, perché non esprime principi etici bensì solo valori utilitaristici. Mentre è indispensabile definire valori regolatori complessivi del vivere civile, che evitino la pratica del mero utilitarismo della formula liberista. Perciò, per definire i valori adeguati, occorre dare “il primato non all’economico liberismo ma all’etico liberalismo, e col trattare i problemi economici della vita sociale sempre in rapporto a questo”. E specifica “il liberalismo aborre dalla regolamentazione autoritaria dell’opera economica in quanto la considera mortificazione delle facoltà inventive dell’uomo, e perciò ostacolo all’accrescimento dei beni…. Ma non può accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libito individuale, e ricchezza solo l’accumulazione dei mezzi a tal fine”. Insomma l’economico non è separabile  dai rapporti storici e sociali nel loro complesso. E in più “la libertà come moralità non può avere altra base che sé stessa, e morale non sarebbe se fosse legata ad un dato economico…. il liberalismo ha bisogno di mezzi economici e politici,  che non possono mai essere fissati in certi mezzi ad esclusione di certi altri

Einaudi concordava con Croce sull’idea che le varie forme di liberismo “si muovono nell’ambito dell’economia e non hanno un legame necessario con la visione liberale del mondo”. Ma sottolineava che “la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una ricca fioritura di vite umane, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà…..non derivanti dalla tolleranza dell’organo del tutto”.  Del resto “il liberismo non è né punto né poco “un principio economico”, non è qualcosa che si contrapponga al liberalismo etico; è una “soluzione concreta” che talvolta e, diciamo pure, abbastanza sovente, gli economisti danno al problema, ad essi affidato”.

Croce argomentava che “Il promovimento della libertà è il criterio con cui (l’idea liberale) misura istituti politici e ordinamenti economici, in rapporto a varie situazioni storiche, a volta a volta accettandoli e respingendoli, secondo che quegli istituti serbino o smarriscano efficacia per il suo fine”. Perciò “l’idea liberale può avere un legame contingente e transitorio, ma non ha nessun legame necessario e perpetuo, con la proprietà privata della terra e delle industrie”.  Ma Einaudi ribatteva che “pare difficile scindere compiutamente l’idea liberale dallo strumento con cui essa si converte in azione operante….. L’idea della libertà non informa di sé la vita dei molti e dei più se non quando gli uomini siano riusciti a creare tipi di organizzazione economica adatti a quella vita libera”.

In tale confronto tra i due grandi del liberalismo, va detto che effettivamente Croce tratta il problema nel senso di far riflettere sulla mancanza di libertà e pare essere disattento al come promuoverne la maturazione nella concretezza del convivere (e ciò gli causò in genere l’accusa di essere un teorico passatista). Ma  questo non toglie che la frase di Einaudi – “il liberalismo non può assistere concettualmente all’avvento di un assetto economico comunistico, come pare ammetta Croce” – non soltanto dimentica gli insistiti attacchi di Croce al comunismo (“irrealizzabile, perché un ordinamento totale della vita e della società umana”)  ma soprattutto sembra non cogliere di quanto siano essenziali le parole di Croce secondo cui la libertà “misura istituti politici e ordinamenti economici a volta a volta accettandoli e respingendoli, secondo che quegli istituti serbino o smarriscano efficacia per il suo fine”. E quindi impedisce il cristallizzarsi delle forme della libertà.

Analogamente, la critica di Einaudi a Croce nell’asserire che la sua tesi per cui “la libertà morale è compatibile con qualunque ordinamento economico, è vera per gli eroi, per i pensatori e per gli anacoreti” e non per le persone comuni, che hanno bisogno di “un ordinamento economico conforme alla loro esigenza di libertà”, è assai ambigua fondandosi su una distinzione dal vago profumo classista, e un tantino elitario. In effetti, la libertà non è solo per le persone comuni, è per ciascun individuo (anche quando lui non ne ha piena consapevolezza). Per questo, l’inefficacia quanto a libertà di un istituto politico o di un ordinamento economico, va misurata nel  funzionamento che ne deriva, non è inclusa nel concetto di libertà. Perché il concetto di libertà include solo il criterio di massimizzare le relazioni rese possibili tra i singoli cittadini di un territorio con il praticare la libertà.

Oltretutto, lo stesso Einaudi – che rifiutava di essere considerato liberista – scriveva che  “di fronte ai problemi concreti, l’economista non può essere mai né liberista, né interventista, né socialista ad ogni costo” .  Insomma,  tutti gli aspetti descrittivi della libertà sono inseparabili. Da quelli spirituali, al come trasmetterne l’idea, ai criteri per consentire di realizzarla, al realismo  nel valutarne i risultati in ogni luogo ed epoca. Perciò vanno declamati ma ancor più è indispensabile praticarli, tenendo conto che le relazioni reali tra i cittadini navigano nel mare della diversità. E che dunque è irrealistico pretendere una pratica assolutamente pura. In ogni attimo esistono di continuo valutazioni difformi tra i cittadini sul cosa richieda realizzare la libertà. Valutazioni che tendono a conciliarsi dopo aver sperimentato le scelte fatte, ma che assai spesso sul subito divergono, dato che nel mondo reale permane l’incertezza su come realizzare la libertà.

A ben vedere il confronto tra Croce ed Einaudi su liberalismo e liberismo fu molto utile per mettere a fuoco diversi aspetti di rilievo e del chiudere una volta per tutte la questione: il liberalismo non  è riducibile a liberismo (che è solo una tecnica economica  eventuale, non una teoria politica come vorrebbero i conservatori non liberali o addirittura illiberali). E’ significativo cosa Croce scrisse ad Einaudi a luglio 1941 su un tema attiguo. “Certo il liberalismo non può mai accettare il comunismo con la sua anima materialistica, negatrice di libertà. Ma può eventualmente accettare certe particolari proposte, che trova nei programmi comunistici, perché con la sua accettazione stessa le trasforma in proposte liberali: tali una più estesa statizzazione o accomunamento d’industrie, di terre, e simili. In idea non posso escludere che in dati tempi e luoghi ciò possa dare maggiore respiro e slancio di libertà all’opera umana. Credo anch’io molto difficile questo caso; ma io ragiono sull’idea e non risolvo casi pratici. Io miro a disintossicare le richieste economiche del comunismo, riducendole a problemi di maggiore o minore convenienza ai fini della civiltà umana; ma non mai a conciliare due inconciliabili, liberalismo e comunismo, idealismo e materialismo”.

15.b – I giuramenti di fedeltà.  Il 1° novembre del ‘31 fu introdotto l’obbligo del giuramento di fedeltà al fascismo per i docenti universitari d’ogni tipo e successivamente per i liberi docenti. Vista la vasta repressione nel paese, ciò provocò dubbi e crisi di coscienza in molti docenti sul dovere “prestare ubbidienza all’inevitabile” (disse Einaudi). Così tanti chiesero un consiglio a Croce, considerato oramai il più prestigioso oppositore del regime seppure non in carcere. E Croce suggerì di prestarlo il giuramento allo scopo di poter rimanere nelle università “a continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà”. Tale consiglio corrisponde alla convinzione operativamente decisiva che, quando non si è in guerra, i docenti fanno davvero l’opposizione diffondendone i principi ed evitando che il regime avveleni la formazione degli studenti.

Quando a settembre del ‘33 arrivò il decreto “Provvedimenti per le Accademie, gli Istituti e le Associazioni di scienze, di lettere ed arti” che imponeva un giuramento di fedeltà al fascismo, Croce, dell’Accademia dei Lincei e presidente dell’Accademia di scienze sociali a Napoli, nove mesi dopo dichiarò che “qualsiasi giuramento di carattere politico contrasta – nella realtà stessa delle cose – con la dignità e l’ufficio accademico, il cui unico segno è la libera e spregiudicata indagine del vero, che considera la politica stessa come una materia tra le altre tutte sottoposte al suo esame”.

Per un simile comportamento Croce venne criticato perché indirettamente nascondeva la dittatura facendola apparire tollerante. Tuttavia, questa critica corrispondeva anch’essa ad una logica di guerra. E quando la guerra non c’è, è  più importante far funzionare gli istituti secondo gli indirizzi loro propri.  Le scaramucce dimostrative rassicurano l’amor proprio ma peggiorano il disagio civile, talvolta anche parecchio. La logica dei liberali non è di questo genere.

15.c- Il rapporto con Dewey. Negli anni trenta, va rilevata anche la relazione di Croce con John Dewey, il celeberrimo pedagogo statunitense (di qualche anno più vecchio e in seguito scomparso sei mesi prima di Croce). I due appartenevano a due differenti filoni culturali – idealista Croce, pragmatico americano Dewey – e non seguivano analoghi ritmi operativi, però nella pratica non solo maturarono una reciproca stima ma avevano qualche consonanza su alcuni aspetti significtivi. Ambedue contro il fascismo (Dewey scrisse di ammirare Croce per l’eroica resistenza contro l’onda fascista; Croce rilevò di essere “in più intima e sostanziale e viva unione con alcuno che discorda da me in filosofia – il Dewey empirista e prammatista; io, speculativo e storicista – che non con altri che concordano”), e ambedue fautori del liberalismo (nel 1935, Dewey pubblicò Liberalism and Social Action). Il punto di dissenso si manifestava sull’estetica. Nel ’34, nel suo libro sull’Arte come Esperienza – in cui rivendica il carattere altamente educativo dell’arte –  Dewey loda la grande sensibilità estetica di Croce ma definisce la sua estetica “un eccellente esempio di quanto accade quando il teorico sovrappone preconcetti filosofici a un’esperienza estetica”. Supponendo che la “reale esistenza sia l’intelletto” e perciò l’irrealtà “idealistica” dell’oggetto, allora la “conoscenza degli oggetti artistici non è un fatto della percezione, ma di un’intuizione che conosce gli oggetti, come, essi stessi, momenti dell’intelletto”. Croce sosteneva invece che vi era una notevole convergenza tra le rispettive idee di arte, a cominciare dal modo di intendere il giudizio estetico distinto da quello tribunalistico, il considerare il sentimento di un’opera d’arte un carattere universale, la distinzione tra espressione estetica e espressione naturalistica.  Su queste cose discussero a distanza fino agli ultimi anni.

Da rilevare che i dissensi si manifestavano sull’estetica ma in sostanza vertevano sull’idealismo, che Dewey, quale empirista e sperimentale, non accettava. Riferirsi a questa filosofia in sé, non era un azzardo, e da qui muoveva il riflesso negativo sull’estetica di Croce.  Solo che, a parte le obiezioni dello stesso Croce sul tema estetica, Croce era un cultore dell’idealismo che era andato molto oltre i suoi confini abituali. Lui era molto legato agli avvenimenti nel mondo, che costituivano il nutrimento imprescindibile del suo spirito. Su questo si fondava il suo liberalismo, in pratica affine a quello di Dewey (anche perché un importante allievo di quest’ultimo sosteneva che il maestro era in parte organicista e non alieno dall’idealismo) .

E del resto, il punto che qui interessa è rilevare che la formazione idealistica di Croce, è stata un ostacolo non lieve per  far valutare il corretto inquadramento dei suoi comportamenti più propriamente  politici. Un riscontro di ciò sta ad esempio nei due diversi giudizi di Geymonat – il più importante cultore italiano del ‘900 in campo di divulgazione neopositivista coniugata al marxismo – , calorosamente positivo quello su Dewey (il difensore della libertà e della democrazia),  e negativo quello su Croce (“ben difficilmente si riesca a trovare in un’altra opera un repertorio così vasto e nutrito di inesattezze, superficialità, di vere e proprie insulsaggini per quanto riguarda la logica”). Questa difficoltà di Croce di ottenere per decenni un equanime giudizio politico presso larga parte della cultura – specie quella marxista e quella cattolica –, è per contro un indizio dei risultati innovativi del pensiero di Croce. Croce era un severo assertore della devozione al proprio compito, alla propria vocazione, l’amore al prendere le cose sul serio. Mai però per fare accademia, ma per meglio cogliere  le vie della libertà nelle vicende del mondo.

15.d – Le leggi razziali. Lo storicismo immanente di Croce,  la sua religione della libertà del cittadino, la sua convinzione (anche contro Darwin ) che era innegabile  “una favilla divina” negli individui, non potevano che indurlo a reagire apertamente al Manifesto sulla Razza pubblicato nel luglio ’38 da professori fascisti di primo piano e alle leggi in materia di due mesi dopo.

I primi di agosto rispose  al Rettore dell’Università Cattolica che chiedeva  di dare aiuto agli ebrei tedeschi,  esprimendo “ribrezzo” per le iniziative di Hitler e mostrando estrema preoccupazione  per l’intento di Mussolini di adeguarsi a Hitler. “Disgraziatamente, ora anche in Italia è stata, a un tratto, iniziata un’azione razzistica e antiebraica, che non si sa ancora quali forme assumerà, ma che voglio augurarmi che non sia per essere duratura. In Italia non vi è stato mai antisemitismo, e l’elemento ebraico cooperò per la sua parte al Risorgimento nazionale”. La lettera fu pubblicata sul “Palestine Post” e in Italia scatenò una forte reazione della stampa di regime, contro Croce definito “giudeo onorario”. Successivamente, quando, in base alle leggi antisemite, il governo inviò ai professori un questionario concepito per la classificazione “razziale”, Croce fu l’unico intellettuale non ebreo a non compilarlo.

Il Papa e la Chiesa si limitarono ad esprimere  dubbi sulle leggi persecutorie (salvo il cardinale di Milano che definì il razzismo un’eresia), ma poco più anche perché temevano conseguenze sui diritti ottenuti col Concordato. Si preoccupò solo di tutelare i matrimoni misti e di limitare misure troppo evidenti  che il Papa non avrebbe potuto ignorare. Naturalmente diverso il comportamento di Croce che su La Critica bollò l’antisemitismo quale “atroce delitto”, poiché gli ebrei erano “nostri concittadini, nostri compagni, nostri amici, che per l’Italia lavoravano e l’Italia  amavano né più né meno di ogni altro di noi”. In più pubblicava letterati  israeliti e nella terza edizione de La storia come pensiero e come azione, inserì un capitolo sull’inconsistenza teorica ed etica della razza. Si impegnò perché i testi ebraici non venissero esclusi dalle pubblicazioni e difese l’editrice Laterza che resisteva agli indirizzi di regime.

L’antisemitismo di Stato fu ritenuto meno grave di quanto era parso all’inizio, e vi furono anche settori non trascurabili  che lo condivisero per opportunismo e per convinzione. Croce fu uno dei non molti  intellettuali che manifestò il suo disaccordo mentre la maggior parte di scienziati, di scrittori, di gente del mondo cattolico, sostenevano il PNF, talvolta con entusiasmo. Ed anche questa coerenza di Croce spinse gran parte della cultura  ufficiale italiana del dopoguerra a dipingerlo falsamente come un conservatore così da poter evitare di fare i conti con la sua costante spinta alla conoscenza e al cambiamento che induceva.

15.e – Perché non possiamo non dirci cristiani. Soffermarsi su questo  breve scritto di Croce (la Critica, dicembre ’42), è indispensabile per cogliere l’aspetto del suo modo di essere –  tanto essenziale quanto trascurato, sia dagli amici che dagli avversari – cui mi riferisco in questo mio testo. Quello scritto è essenziale non soltanto perché ha suscitato svariate polemiche nel tempo, ma soprattutto perché emblematico del modo di pensare di Croce, riflessivo di continuo. Proprio per questo, è opportuno iniziarne l’esame, citando le parole dello stesso Croce poche settimane dopo averlo licenziato: “questo scritto non contiene in verità niente di nuovo, perché i concetti di cui è intessuto sono già in tutti i miei libri di filosofia e di storia. Nuovo è stato soltanto il proposito di raccogliere in breve quadro alcuni miei concetti”. E aveva perfettamente ragione. Perfino in Parlamento all’epoca del Ministero (1920) , aveva già detto “affermare che il cristianesimo ha creato la vita morale della quale ancora viviamo, e che in questo senso tutti siamo cristiani, è cosa indubitabile”.

Abbiamo già visto a proposito della Storia di Europa cosa Croce afferma riguardo al cattolicesimo della Chiesa. Un decennio dopo non lo smentisce. Infatti, l’ aspetto affrontato qui è ben diverso. “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, che non maraviglia che sia apparso o possa apparire un diretto intervento di Dio nelle cose umane . Tutte le altre rivoluzioni non sostengono il suo confronto……. Le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo. La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità”.  E chiarisce “anche la rivoluzione cristiana fu un processo storico, che sta nel generale processo storico come la più solenne delle sue crisi. Precorrimenti, preparazioni si sono notati del cristianesimo, come si notano per qualsiasi opera umana, ma la luce non l’avevano in se.… nessun’opera preesiste nei suoi antecedenti. La coscienza morale, all’apparire del cristianesimo, si avvisò, esultò e si travagliò in modi nuovi….la sua legge attinse unicamente dalla voce interiore, non da comandi e precetti esterni…. E il suo affetto fu di amore, amore verso tutti gli uomini, senza distinzione di genti e di classi, di liberi e schiavi, verso tutte le creature

La polemica contro la formazione e l’esistenza della chiesa o delle chiese è tanto poco ragionevole quanto sarebbe quella contro le università e le altre scuole in cui la scienza, che è continua critica e autocritica, cessa di esser tale e vien fissata in catechismi e manuali e la si apprende bella e fatta”. Croce prosegue  richiamando le vicende storiche della Chiesa  per mantenere viva la tradizione e l’incivilimento nonché  la circostanza che “a giusto titolo essa affermò il suo diritto di dominio sul mondo intero, quali che nel fatto fossero sovente le perversioni o le inversioni di questo diritto”. E rileva che “neppure sono valide le altre comuni accuse alla chiesa cristiana cattolica per la corruttela che dentro di sé lasciò penetrare e spesso in modo assai grave allargare; perché ogni istituto reca in sé il pericolo della corruttela…. Ciò accadde, se pure in modo meno scandaloso, nelle chiese che contro la loro primogenita cattolica, gridandone la corruttela, si levarono nelle varie confessioni evangeliche e protestanti. La chiesa cristiana cattolica, com’è noto, anche nel corso del medio evo… si riformò tacitamente più volte ; e quando, più tardi, tra per la corruttela dei suoi papi, del suo clero e dei suoi frati e per la cangiata condizione politica generale, che le aveva tolto il dominio da lei esercitato nel medio evo e spuntato le sue armi spirituali, e, infine, per il nuovo pensiero critico, filosofico e scientifico, che rendeva antiquata la sua scolastica, stette a rischio di perdersi, si riformò ancora una volta e continuando nell’opera sua.

Peraltro, osserva Croce, ”quali sieno le presenti condizioni della chiesa cattolica, è domanda estranea al discorso che qui conduciamo…. riconosciuta la necessità che il processo formativo e progressivo del pensiero cristiano dovesse provvisoriamente concludersi, resta che il processo doveva essere riaperto, riveduto e portato più oltre e più in alto. Ciò che noi abbiamo pensato, non per questo è mai terminato di pensare”. Allora  “continuatori effettivi dell’opera religiosa del cristianesimo sono da tenere quelli che, partendo dai suoi concetti e integrandoli con la critica e con l’ulteriore indagine, produssero sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita. Furono dunque, nonostante talune parvenze anticristiane, gli uomini dell’umanesimo e del Rinascimento, che intesero la virtù della poesia e dell’arte e della politica e della vita mondana, rivendicandone la piena umanità contro il sopranaturalismo e l’ascetismo medievali, e, per certi aspetti, in quanto ampliarono a significato universale le dottrine di Paolo, gli uomini della Riforma”. E ancora Croce annovera tra i continuatori “i severi fondatori della scienza fisico-matematica della natura; gli assertori della religione naturale e del diritto naturale e della tolleranza, prodromo delle ulteriori concezioni liberali; gl’illuministi della ragione trionfante, che riformarono la vita sociale e politica, sgombrando quanto restava del medievale feudalesimo e dei medievali privilegi del clero, accendendo un nuovo ardore e un nuovo entusiasmo pel bene e pel vero e un rinnovato spirito cristiano e umanitario; e, dietro ad essi, i pratici rivoluzionari che dalla Francia estesero la loro efficacia nell’Europa tutta; e poi i filosofi Vico e Kant e Fichte e Hegel, i quali inaugurarono la concezione della realtà come storia, concorrendo a superare il radicalismo degli enciclopedisti con l’idea dello svolgimento e l’astratto libertarismo dei giacobini con l’istituzionale liberalismo, e il loro astratto cosmopolitismo col rispettare e promuovere l’indipendenza e la libertà di tutte le varie e individuate civiltà dei popoli o, come furono chiamati, delle nazionalità”.

E stringe  “questi che la chiesa di Roma doveva di conseguenza sconoscere e perseguitare e, in ultimo, condannare con tutta quanta l’età moderna in un suo sillabo, senza per altro essere in grado di contrapporre alla scienza, alla cultura e alla civiltà moderna del laicato un’altra e sua propria e vigorosa scienza, cultura e civiltà. E doveva e deve respingere con orrore, come blasfema, il nome che a quelli bene spetta di cristiani, di operai nella vigna del Signore, che hanno fatto fruttificare con le loro fatiche, coi loro sacrifici e col loro sangue la verità da Gesù primamente annunciata e dai primi pensatori cristiani bensì elaborata, ma non diversamente da ogni altra opera di pensiero, che è sempre un abbozzo a cui in perpetuo sono da aggiungere nuovi tocchi e nuove linee. Né può a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi”. E alla Chiesa contrappone:  “Ma noi, – che scriviamo né per gradire né per sgradire agli uomini delle chiese e che comprendiamo, con l’ossequio dovuto alla verità, la logica della loro posizione intellettuale e morale e la legge del loro comportamento, – dobbiamo confermare l’uso di quel nome che la storia ci dimostra legittimo e necessario.

E conclude. “ma ben si vede che, nel nostro presente, punto non siamo fuori dai termini posti dal cristianesimo, e che noi, come i primi cristiani, ci travagliamo pur sempre nel comporre i sempre rinascenti ed aspri e feroci contrasti tra immanenza e trascendenza, tra la morale della coscienza e quella del comando e delle leggi, tra l’eticità e l’utilità, tra la libertà e l’autorità, tra il celeste e il terrestre che sono nell’uomo, e dal riuscire a comporli in questa o quella loro forma singola sorge in noi la gioia e la tranquillità interiore, ed alla consapevolezza di non poterli comporre mai apieno ed esaurire, il sentimento virile del perpetuo combattente o del perpetuo lavoratore, al quale, e ai figli dei suoi figli, non verrà mai meno la materia del lavoro, cioè della vita. E serbare e riaccendere e alimentare il sentimento cristiano è il nostro sempre ricorrente bisogno, oggi più che non mai pungente e tormentoso tra dolore e speranza. E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie che chiamano lo Spirito, che sempre ci supererà, sempre è noi stessi; e, se noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica intellettualistica, immeritatamente creduta e dignificata come «logica umana», ma che limpida verità esso è all’occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi «divina», intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva, e che, di continuo congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo”.

E’ dunque chiarissimo che, nel suo scritto, Croce  affronta un argomento ben distinto da quello del rapporto tra liberalismo e Chiesa trattato nella Storia di Europa. Affronta il tema del cristianesimo e della sua importanza storica nel progredire dell’umanità. Tale fatto non lo accettano  i non liberali e gli illiberali, i quali sognano  un’esistenza statica fuori del tempo, per cui ogni concetto non solamente sarebbe per forza immutabile ma starebbe nel mondo solo quale segno distintivo di chi lo gestisce abitualmente. Quindi, in Italia, un cristiano dovrebbe appartenere solo alla Chiesa cattolica, in quanto titolare del monopolo del cristianesimo. Non a caso i principali  e decisi critici del  “Perché non possiamo non dirci cristiani”  furono l’ambiente gesuita,  i marxisti confinati a Ventotene, coloro che continuavano a difendere i Patti Lateranensi e naturalmente il PNF.

Tra i primi,  Civiltà Cattolica  riconosceva  l’apprezzamento verso la Chiesa delle origini, ma si accusava lo scritto di Croce di confermare il suo storicismo ed immanentismo, escludendo il soprannaturale e la trascendenza, e quindi il cristianesimo. Che per Croce era una fase del processo storico, che valorizzava esplicitamente perfino culture ripudiate dalla Chiesa come “arbitraria manomissione, mutilazione e falsamento delle fonti del cristianesimo”. I comunisti confinati a  Ventotene sostennero che   “Perché non possiamo non dirci cristiani“  è l’apologia della chiesa cattolica, di cui esalta la funzione storica come della sola grande istituzione che, in tempi di grande crisi, è sempre stata l’ancora di salvezza della civiltà. Alla dogmatica cattolica Croce non faceva  nessuna concessione filosofica, ma con una diversità di toni rivelatrice dell’intento. Gli ndei Patti Lateranensi respinsero il cristianesimo di Croce che accostava  religione della libertà  e religione della libertà, deformando l’una e l’altra; del resto non andava dimenticato che le opere di Croce stavano sull’Indice dei libri proibiti. Il PNF pubblicò all’inizio del ’43 un duro attacco al saggio di Crcce su Critica Fascista.

Sul “Perché non possiamo non dirci cristiani “ iniziarono invece a tessere una tela che si rivelerà robusta nel tempo, le personalità del cattolicesimo democratico, collocate nel filone sempre più fiducioso in una imminente denuncia di tutti i totalitarismi in quanto apostasia anticristiana. Forse il più noto fu Guido Gonella, ex popolare cattolico attento al liberalismo,  che sull’Osservatore Romano aprì al saggio quale prova “dei motivi che il  cristianesimo può far fermentare anche nell’ambito di filosofie non cristiane” , ovviamente mantenendo la critica di aver ridotto il cristianesimo ad una religione senza trascendenza. Croce rispose ringraziando “di aver fatto intendere che il mio pensiero va oltre quello delle Chiese. E nella lettera fece una notazione che vale la pena riportare perché è il fulcro di una rara arretratezza concettuale di Croce (su cui tornerò nella conclusione). Scrisse “Badi peraltro che nella mia filosofia non si ammette ma si nega la realtà della materia, di questa astrazione foggiata dalla fisica e alla quale gli stessi moderni fisici non tengono molto; e si afferma l’unica realtà dello spirito”.  Da qui si avviarono più frequenti  contatti  politici di Gonella, e non solo, finalizzati negli anni successivi a creare tra i cattolici un clima non ostile verso la cultura cattolica di tradizione liberal-democratica. Azione che finirà per indurre nel paese conseguenze di rilievo e non passeggere.

15.f – L’ircocervo. Negli stessi mesi  del ‘42  va segnalata un’altra presa di posizione di Croce su una diversa area della cultura politica., che nell’immediato ebbe minor rilievo ma che era altrettanto importante e con conseguenze prolungate.

Il  filosofo socialista molto vicino a Croce, Calogero, espresse la convinzione che la libertà politica e quella economica  devono trovare una composizione sul metro della giustizia, così individuando l’ideale  della giusta libertà  liberalsocialista. Oltretutto una impostazione condivisa anche da altri due allievi vicini a Croce, Omodeo e De Ruggiero , liberali. Tutti insieme, un’illuminata borghesia intellettuale – e  con la convergenza del  movimento “Giustizia e Libertà” di origine rosselliana dotata di un consistente seguito partigiano, e nomi già noti dell’area liberaldemocratica, repubblicana, socialista libertaria quali La Malfa,  Salvatorelli, Lussu, Dorso, Ernesto Rossi, Vittorio Foa, Calamandrei, Parri – dettero vita al Partito d’Azione. L’obiettivo era una terza forza risorgimentale, tra i conservatori (di fatto i corresponsabili del fascismo, monarchia, aristocrazia, alti gradi militari e la gerarchia ecclesiale) e i comunisti, che realizzasse una sintesi tra i valori del socialismo marxista e del liberalismo.

Croce non aveva difficoltà a riconoscere che la questione socialista era centrale, dato che  “intorno ai socialisti si aggrega tutta o quasi tutta la parte eletta della giovane generazione” . E neppure trascurava che Omodeo ponesse i “fondamenti ideali del Partito d’Azione” nella libertà crociana che “spogliatasi da ogni legame con il liberismo economico …. si espande da chi ha a chi non ha, e vuole la redenzione dei popoli e delle classi asservite”.

Eppure Benedetto Croce definiva la tesi di Calogero di sintesi alternativa tra il socialismo marxista e il liberalismo nel liberalsocialismo come irrealista (appunto come l’animale favoloso metà capro e metà cervo), siccome non si potevano unire due concetti inconciliabili. I concetti  di giustizia e di libertà operano su due piani diversi e non possono limitarsi reciprocamente. Per Croce la filosofia di Calogero era una filosofia della prassi inquadrata in un’etica volontaristico-altruistica tesa ad interpretare in chiave laica la morale cristiana.  Croce osservava che era impossibile mischiare il concetto puro della libertà con una valutazione pratica come la giustizia, che svaluta in partenza l’afflato morale della libertà. Inoltre il Pd’Az rifiutava del tutto il Risorgimento, la tradizione monarchica e la stagione di Giolitti. Nel complesso aveva la pretesa di realizzare la riforma radicale della società e dello Stato italiani, rompendo con il gradualismo non solo liberale, ma anche quello socialista riformista.

Le critiche di Croce furono purtroppo liquidate con il solito metodo di definirle espressione di uno spirito liberale conservatore. Quanto fossero fondate, lo hanno piuttosto mostrato  gli avvenimenti dei decenni successivi a quell’epoca. Il nodo vero della questione sollevata da Croce non stava nel negare che la vera libertà sussista solo in condizioni di uguali diritti sociali. Stava nell’affermare che non fosse possibile  raggiungere un simile obiettivo (e che soprattutto potesse funzionare) partendo dal fare una sintesi liberalsocialista. Nella sostanza avrebbe significato perseguire una riedizione del solito partito del bene cui tutti devono inchinarsi, mentre il liberalismo maturato da Croce era impegnato ad aprire una stagione differente.  

Il rapporto corretto e funzionante tra libertà e uguali diritti, discende solo  dall’esercitare in coerenza e  fino in fondo la partecipazione del cittadino. Deve scegliere interventi  dello Stato che creino le condizioni per favorire il realizzarsi della libertà dei suoi cittadini, assicurando che ognuno abbia uguali diritti. In altre parole Croce era l’antesignano della conoscenza culturale aperta nel tempo per meglio comprendere e non intenzionata a predicare gli annunzi di una sorta di libro sacro laico. Purtroppo i pregiudizi degli ambienti  socialisti non marxisti, erano invasati. Più che dall’ossequio al mito ideologico predominante all’epoca, lo erano dalla convinzione emotiva che fosse una certezza acritica il futuro successo incondizionato della classe operaia,. Da qui l’atteggiamento di considerazione superficiale del liberalismo, solo in termini di conservatorismo morbido, un atteggiamento  che non riusciva a capire (perché neppure si poneva il problema) la profondità delle valutazioni da parte dei liberali circa i limiti delle soluzioni concrete immaginate dal socialismo, le quali, seppur involontariamente, finivano sempre per trascurare le questioni di effettiva libertà del cittadino.

15.g – Nel primo semestre del ’43 .  In questo periodo, La Critica pubblicò tra gli altri due pezzi assai significativi. Nel primo saggio “Per la storia del comunismo in quanto realtà politica”, lo definì irriducibile alla dialettica liberale in quanto praticava “ il concepire l’ideale della vita come pace senza contrasti e senza gara”.  E osservava che con il comunismo facili intese e accordi sarebbero certamente desiderabili ma saranno assai travagliosi e lenti, perché richiedono che con le lezioni dell’esperienza, i precedenti concetti e disegni, divengono non più utopistici e illimitati ma limitati e storici. Del resto, i marxisti confinati a Ventotene ritennero che Croce avesse inteso  dare una direttiva politica, additando i maggiori pericoli i partiti operai.  Infatti nel suo primo scritto («Perché non possiamo non dirci cristiani») egli aveva fatto l’apologia della chiesa cattolica. In un altro scritto successivo («Per una storia del comunismo come realtà politica») ha mosso un aspro attacco contro i partiti comunista e socialista e denigrato l’URSS. Per i comunisti, la posizione antiproletaria di Croce non era nuova. Era nuovo invece il suo atteggiamento verso la chiesa cattolica. In occasione dei Patti Lateranensi aveva mosso aspra accusa al fascismo per le concessioni alla Chiesa. Oggi  lui  capitolava e agli italiani indicava la Chiesa cattolica quale punto di orientamento politico. E questa posizione del PCI continuava a combattere i liberali dando loro un’immagina distorta, nell’ottica di favorire i partiti di massa, ritenendo così di aprirsi la strada per accordi più favorevoli alla propria impostazione  

 Successivamente, nell’aprile ’43,  Croce scrisse “Sui Partiti e la Libertà”. In questo saggio confermò la sua linea duttile. Ripeteva le sue considerazioni dei mesi precedenti sul fatto che il cattolicesimo liberale fosse minoritario rispetto ai clericali, i quali erano irriducibili avversari della religione della libertà ed anche rispetto al partito dei cattolici che a fondo dipendeva dalla Chiesa.  Allo stesso tempo, Croce evitava ogni posizione anticlericale e così non riteneva che la precarietà della libertà cattolica fosse  un’ineludibile conseguenza  dell’essere credente cattolico. Distingueva i “cattolici liberali, quali ancora ne conosciamo nel presente in Italia, sinceri amatori della libertà nonostante il loro ossequio per la chiesa, e compagni ai liberali nell’opera loro”. Insomma Croce ragionava in base al liberalismo cristiano di cui era sostenitore, e continuava a difendere la necessità di adottare le ricette liberali nei comportamenti politici. E’ peraltro indubbio che il modo di ragionare crociano era in sé del tutto esatto, però, in un clima esacerbato da anni di guerra e di utopie civili di varia natura, che concentrava altrove l’attenzione, giustificando la forza , non era in grado di mobilitare gran parte dei cittadini. Croce peraltro non demordeva e nello stesso periodo scrisse un‘altra cosa molto giusta ma destinata purtroppo a restare sulla carta: “comunismo e liberismo e le altre tendenze hanno del pari diritto di lottare e riportare vittorie l’una sull’altra e di venire tra loro, come usano, a transazioni ed accordi; ma nessuna d’esse deve chiedere il soccorso della violenza”.

16-  Gli  ultimi trentacinque mesi del Regno. 16.1 – Il ’43 dopo il 25 luglio. Non appena caduto il fascismo, Benedetto Croce, senza farsi illusioni (sui suoi Taccuini annotò “io non assaporo il piacere della vendetta; ma l’Italia è un presente doloroso”), si impegnò intensamente a ricostituire il  Partito Liberale Italiano, come del resto centinaia di liberali di varia notorietà in moltissime città italiane. In particolare a Napoli, iniziarono riunioni a tal fine già negli ultimi giorni del luglio. E il 2 agosto nel suo Taccuino Croce annotò di avere redatto  “noterelle di un appello, da stampare in un opuscoletto, per la ricostituzione di un partito liberale italiano”. Nei primi mesi le discussioni si incentrarono principalmente  tra i favorevoli alla collaborazione con il governo Badoglio, insediato dal Re il giorno dopo il 25 luglio, e quelli contrari (al pari del Comitato di Liberazione Nazionale), tra i quali Croce e il forte nucleo romano, che si riuniva in Piazza del Popolo a casa Bergamini e comprendeva Cattani, Casati, Einaudi, Soleri, Carandini, Lupinacci, Zanotti Bianco.

Dopo l’armistizio dell’otto settembre (che una storica di rilievo ha definito un inganno reciproco tra le parti contraenti), il Re  abbandonò Roma per rifugiarsi a Brindisi (facendo nascere il cosiddetto Regno del Sud). Casa Croce a Napoli divenne il passaggio obbligato di chi aveva passato il fronte per stare con gli antifascisti e contro i tedeschi. E poi gran parte degli ufficiali alleati lettori dei suoi libri e i corrispondenti di guerra. I primissimi di ottobre Croce annotò nei Taccuini “Perché mai questo sventurato non ha, almeno, abdicato cedendo la corona al figlio, che non è così direttamente responsabile e compromesso come lui?” e poi pubblicò un articolo  in cui affermava  “forse anche nella nostra indignazione per l’accaduto c’era il senso doloroso dell’offesa che si era recata da un re di Savoia a questa veneranda casa sovrana, la più antica di Europa, che noverava nove secoli di vita, ricchi di nobili e severe memorie” . Questi testi esprimono bene il giudizio assai negativo che Croce, uomo di profonda fede nell’istituto monarchico, dava del monarca in carica. All’epoca, del resto, la questione istituzionale era molto dibattuta nel segreto dei frenetici rapporti tra gli Alleati, i Comandanti sul campo e i governi che li dirigevano. E tutti, pur nel quadro di disegni non coincidenti in pieno sul cosa fare in Italia, davano giudizi negativi sull’operato di Vittorio Emanuele.

Al riguardo Croce divenne sempre più incalzante. Il 28 novembre all’Università di Napoli chiese l’immediata abdicazione e il 6 dicembre prospettò l’esilio, argomentando che “non v’è dubbio che da un regolare processo non potrebbe uscire se non la condanna del re, violatore dello Statuto e alleato del fascismo nel danno e nell’onta apportata al popolo italiano.  Condannato, insisteremmo che fosse lasciato libero e allontanato dall’Italia”. Poche settimane dopo a fine dicembre, Croce insieme all’altro liberale  classico Enrico De Nicola  (che aveva presieduto la Camera dal ’20 al ‘24) e al liberale amendoliano Carlo Sforza (alto diplomatico di carriera, al governo con Nitti e ministro degli Esteri  nell’ultimo Giolitti), si riunirono per individuare un modo per  far lasciare il trono al Re, così da addossargli l’aver favorito il fascismo e salvare l’istituto monarchico. Croce ed anche Sforza propendevano per una reggenza che  escludesse oltre  il Re anche il principe Umberto e fosse affidata al figlio di Umberto, Vittorio Emanuele (che aveva sei anni) da  “essere educato dalla nuova Italia antifascista e democratica”. De Nicola fece prevalere la sua tesi di una luogotenenza “fino a quando il popolo consultato desse il suo responso sulla forma istituzionale da adottare”   (nonostante i dubbi di Croce, che annotò “una proposta più dannosa all’istituto monarchico, perché impedisce che da questa possa risorgere una rigenerata monarchia costituzionale con un principe educato dalla nuova Italia antifascista e liberale, e porta logicamente verso la Repubblica”) affermando che il Re si sarebbe opposto all’abdicazione, ma non alla luogotenenza. L’affermazione fu ritenuta realistica e da allora fi seguito tale indirizzo.

16.2 – L’anno 1944 . Croce continuava a far uscire La Critica per il quarantaduesimo anno, ma avvertiva, e lo scrisse,  una difficoltà e un impaccio: “che il fascismo è crollato e che la libertà è tornata almeno nella parte d’ Italia nella quale io scrivo, e la Critica non serve più al fine al quale ha servito per vent’anni e che le infondeva vita e calore. Non serve più, perché quel che si diceva in modo misurato e parco nella Critica può stamparsi ora dappertutto, con ben altra abbondanza e con ben altra determinatezza di riferimenti particolari”.  E in più perché la periodicità bimestrale della rivista  e “la frattura dell’ Italia in due pezzi a causa della guerra, e la conseguente mancanza di comunicazioni nella zona liberata, impediscono di diffonderla”. Pertanto nel numero del  gennaio ‘44 annunciò che avrebbe utilizzato nel corso dell’anno  gli articoli già disponibili o in fattura, “rimandando alla fine di esso la definitiva deliberazione se mi sia dato ancora utilmente continuarla o se mi convenga risolutamente accommiatarmi dai miei lettori”.

Il 22 gennaio ’44  gli Alleati aprirono un secondo fonte con un sbarco ad Anzio e il 28 e 29 si tenne a Bari il primo Congresso del CLN, avversato dal governo Badoglio. Erano rappresentate 21 province meridionali, da Salerno in giù, siccome al di sopra c’era l’esercito tedesco. Vennero letti messaggi di Roosewelt, Stalin, Chiang Kai-shek e  il dibattito venne avviato da Benedetto Croce con un discorso che venne subito dopo messo in onda da Radio Londra, la mitica trasmissione radiofonica che la BCE dedicava da sei anni all’Europa Continentale.

Al Congresso si era arrivati dopo che il Pd’Az aveva detto che l’obiettivo del Congresso doveva esser “l’abdicazione immediata del re e sua messa in stato d’accusa per le violazioni da lui commesse dello Statuto; la proclamazione del congresso in assemblea rappresentativa che segga in permanenza.…; la elezione d’una Giunta esecutiva che fino alla liberazione di Roma rappresenti il popolo italiano nei rapporti con le Nazioni Unite”. Croce era consapevole che questa era una posizione teorica di principio, priva di condizioni che ne consentissero l’accettazione da parte degli Alleati. Di conseguenza, il suo discorso fu un invito a considerare prioritaria la questione istituzionale in termini severi ma riflessivi: “L’Italia deve essere rispettata ed ascoltata. È vero, essa ha avuto venti anni di una triste, di una vergognosa storia… ma ha avuto altresì secoli e millenni in cui ha portato grandissimo contributo alla civiltà del mondo, e non sono lontani gli anni nei quali, con le altre nazioni sorelle, fiorì di vita operosa e indefessamente progressiva in un perfetto regime liberale, e, unita con quelle, sostenne una lunga e vittoriosa guerra. Che cosa è nella nostra storia una parentesi di venti anni? Ed è poi questa parentesi tutta storia italiana o anche europea e mondiale?”. Quanto all’attualità governativa, affermò: “Il re non è in grado di formare un ministero, perché gli uomini che hanno esperienza e reputazione si rifiutano di giurare a lui fedeltà e temono da lui, e dalla gente che lo circonda, insidie”.. Due conseguenze. Un’opposizione ferma al Governo Badoglio e , dopo aver sanata quella parentesi, la ripresa del posto dell’Italia tra le nazioni nel segno della libertà prefascista.  Un discorso come al solito molto acuto, che parve troppo moderato al Pd’AZ  , la cui impostazione venne comunque approvata nel documento finale: “ritenuto che le condizioni attuali del Paese non consentono la immediata soluzione della questione istituzionale; che, però, presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l’abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese”.

Sul discorso di Croce è indispensabile fare per inciso alcune considerazioni. Riguardanti la polemica – nata allora – relativa all’aver definito il fascismo una parentesi nella storia italiana (“il fascismo è il prodotto di una caduta e regressione dello spirito europeo, della cultura liberale europea dovuta alla esplosione di violenza della prima guerra mondiale”). La prima. Il discorso di Croce aveva una primaria funzione dissuasiva rispetto all’atteggiamento  verso l’Italia che avrebbero avuto gli Alleati (e che poi avranno), apertamente tendenti a ripercorrere le antiche strade dell’annientare gli sconfitti in guerra. E già questo basta a non consentire che l’accenno alla parentesi fascista venisse trasformato nel fulcro in un giudizio politico di supposta prova delle responsabilità del liberalismo nella nascita del fascismo medesimo.  La seconda. Il concetto di parentesi non contraddice lo storicismo crociano in quanto non nega il divenire storico (sarebbe possibile solo considerando quello storicismo come determinista, il che è impensabile dal punto di vista liberale). Quindi, distorcere il senso dell’immagine è un aspetto ulteriore della campagna propagandistica perpetrata contro il liberalismo complessivamente per decenni e basata non sui fatti bensì sui pregiudizi delle altre culture, marxista, cattolica e reazionaria. La terza.  L’uso distorto del concetto di parentesi ha pure il  grave difetto di rimuovere lo studio (implicito in quel concetto) del perché il fascismo è nato nel primo dopoguerra. Che resta un problema  di rilievo che è irresolubile  con il determinismo o con il sogno dell’assoluta palingenesi. Nel complesso, non aver riflettuto a fondo sul discorso di Croce di Bari, ha avuto conseguenze assai negative.

Chiuso l’inciso, Croce  era speranzoso dopo il Congresso del CLN e i primi di febbraio annotava “ Vedremo chi vincerà, se il re coi suoi generali e ammiragli e i suoi occasionali alleati esteri, o noi con la dirittura della nostra richiesta e la logica della nostra azione”.  Poi durante il mese di febbraio e sulla base di quanto deciso dal trio Croce Sforza De Nicola e in sostanza confermato a Bari, vi furono contatti e incontri sulla costa amalfitana di De Nicola con Vittorio Emanuele e il Ministro della Real Casa Acquarone, al temine dei quali il Re, pur seccato che nessuno riconoscesse più la dimensione trascendentale del Re, si impegnò formalmente ad avviare la luogotenenza.  Addirittura il governo americano raccomandò la linea di Bari ai capi di Stato maggiore combinati. Ma Churchill si mise di traverso. Voleva che l’Italia pagasse la sconfitta e aveva paura che l’abdicazione avrebbe indebolito la sua stabilità. Così addirittura con un discorso ai Comuni, sostenne, in termini immaginifici, l’opportunità di non eliminare il Re in carica.

Sorse dunque un contrasto con gli americani più inclini ad un cambiamento, che venne interrotto dal riconoscimento a marzo del Regno del Sud da parte dell’URSS. E ciò ruppe l’isolamento  in cui gli Alleati avevano stretto l’Italia. L’impegno di Vittorio Emanuele sulla luogotenenza,  restava ma sempre riservato. All’improvviso a fine marzo rientrò a Napoli, Togliatti e il 1 aprile rimescolò le carte del gioco politico  (la svolta di Salerno). Il giorno dopo , Croce annotava  nei Taccuini “ Togliatti ha convocato i comunisti, ha esortato essi e gli altri partiti a collaborare col governo Badoglio, saltando la questione dell’abdicazione del re, per intendere unicamente alla guerra contro i tedeschi e ha dichiarato che i comunisti avrebbero senz’altro collaborato. È certamente un abile colpo dalla Repubblica dei Soviet vibrato agli Anglo-americani”.

Così il 6 aprile ‘44, venne annunciato agli altri partiti del CLN  che Vittorio Emanuele III era disposto a ritirarsi a breve. E il  12 aprile, Re annunciava la decisione di nominare il Principe di Piemonte luogotenente generale del Regno. Nei giorni successivi, stante il nuovo clima di accantonamento della questione istituzionale, fu fatto il Governo Badoglio II volato dal CLN in cui Croce, Sforza e Togliatti furono Ministri senza portafoglio. I rapporti con casa Savoia restarono tesi. Verso fine aprile il Principe Umberto, a difesa della monarchia, in un’intervista al Times disse  che la guerra a Francia e Inghilterra nel giugno ‘40 era stata decisa da Mussolini però senza che nessuno si opponesse. E Croce obiettò subito che opporsi o chiedere la convocazione delle Camere “sarebbe stato un atto non da folli ma da imbecilli”. “Vecchio monarchico come sono, sento ciò con dolore, vedendo come i monarchici stessi lavorino  a distruggere l’idea monarchica”.

 All’indomani dell’entrata a Roma, il 5 giugno, Vittorio Emanuele III nominò Umberto luogotenente del regno. Dieci giorni dopo si formò il primo governo di origine CLN (DC, PSIUP, PLI, PCI, PDL,  Pd’Az) presieduto da Bonomi (il suo secondo), sempre con Croce, Sforza e Togliatti, ministri senza portafoglio cui si aggiunsero anche De Gasperi, Saragat e con portafoglio Soleri al Tesoro, Casati alla Guerra, Gronchi all’Industria. Gli obiettivi erano la liberazione, e la Costituente per decidere la nuova Costituzione.

I primi di giugno si tenne a Napoli mentre la guerra continuava al Nord,  un convegno liberale, molto voluto da Croce, che riteneva necessario un partito liberale che fosse prepartito e insieme partito. Nel Convegno fu approvata la costituzione del Pli, segretario il giovane giurista Cassandro e un primo statuto, con l’obiettivo di unificare tutte le formazioni politiche liberali, attorno al movimento essenzialmente crociano. In quegli stessi giorni, dai carteggi di Croce si evince un episodio di carattere in apparenza personale, che però è illuminante sulla capacità crociana di produrre critica politica di altissimo livello.  Il Premio Nobel Albert Einstein, tra i massimi intelletti del secolo, scrisse a Benedetto Croce: “Se Platone potesse in qualche guisa vedere quel che ora accade, si sentirebbe come in casa sua, perché, dopo lungo corso di secoli, vedrebbe ciò che di rado aveva visto, che si viene adempiendo in certo modo il suo sogno di un governo retto da filosofi; ma vedrebbe altresì, e ciò con maggiore orgoglio che soddisfazione, che la sua idea del circolo delle forme di governo è sempre in atto”. Croce non mancò di rispondere subito: “Quanto alla filosofia, essa non è severa filosofia se non conosce il suo limite, che è nell’apportare all’elevamento dell’umanità la chiarezza dei concetti. È un’azione mentale, che apre la via, ma non si arroga di sostituirsi all’azione pratica e morale, che essa può soltanto sollecitare. In questa seconda sfera a noi, modesti filosofi, spetta d’imitare un altro filosofo antico: Socrate che filosofò ma combatté da oplita a Potidea, e Dante, che poetò, ma combatté a Campaldino; e, poiché non tutti e non sempre possono compiere questa forma straordinaria di azione, partecipare alla quotidiana, e più aspra e più complessa guerra, che è la politica”.

Questo scambio epistolare  è molto più di un aneddoto. Mostra che, mentre un grandissimo intelletto scriveva apposta dagli Stati Uniti per richiamare l’insegnamento di Platone, Croce, da liberale, aveva già colto che Platone era superato, stante la profonda differenza tra filosofia e politica, poiché per fare politica è decisivo conoscere i modi dello svolgersi delle cose nel pensiero ma questo non coincide con  il conflitto inevitabile per realizzarli  nel concreto. Ne deriva che la libertà non può in nessun caso ridursi a declamazione teorica  per di più riferita ad una sola parte degli individui conviventi. E di conseguenza il liberalismo, che si prefigge di massimizzare di continuo la libertà del cittadino, può conservare solo i meccanismi strutturali capaci sperimentalmente di produrre la libertà per chi vive mediante il loro utilizzo.  Perciò la politica è un conflitto necessario nel tempo per mantenere la libertà.

Dopo la liberazione di Roma, la Segreteria del PLI passò a Brosio che rappresentava i liberali del nord. Nella seconda metà di giugno, in una seduta all’inizio del Governo Bonomi II, il governo del CLN, Croce sollevò una motivata doglianza nei confronti del suo collega Togliatti , il quale, nel primo numero della rivista “Rinascita”  di qualche giorno prima, lo aveva accusato di essere stato un campione della lotta al marxismo avendo avuto “una curiosa situazione di privilegio nel corso degli ultimi venti anni. Egli ha tenuto cattedra di questa materia, istituendosi così, tra lui e il fascismo, un’aperta collaborazione, prezzo della facoltà che gli fu concessa di arrischiare ogni tanto una timida frecciolina contro il regime. L’aver accettato questa funzione, mentre noi eravamo forzatamente assenti e muti, o perché al bando del Paese o perché perseguitati, fino alla morte dei nostri migliori, è una macchia di ordine morale che non gli possiamo perdonare e che egli non riuscirà a cancellare…. Il fascismo è crollato, e noi siamo qui, comunisti e socialisti, vivi e vitali. Noi, quindi, non lasceremo più andare in giro le merci avariate spacciate da Benedetto Croce, senza fare il necessario, per mettere a nudo l’inganno.

Anche questo è, sotto due aspetti, un episodio illuminante della storia italiana. Il primo aspetto è la concezione del governo parecchio riduttiva mostrata da Togliatti. Per lui, il governo non era un organo di collaborazione finalizzata alle necessità del paese, bensì un organismo che il PCI usava strumentalmente per  esercitare il potere e meglio poter attaccare gli altri. Pertanto non esistevano problemi di solidarietà collegiale. In quella occasione, Togliatti iniziò la pratica di attaccare sulla stampa i suoi colleghi membri del governo, una pratica che seguì sempre finché fu Ministro (nel luglio 1946 non entrò di persona nel primo Gabinetto della Repubblica, il Governo De Gasperi II, e in seguito il PCI restò fuori del governo).   L’altro aspetto è l’ invenzione diffusa con insistenza dal PCI della supposta benevolenza di Croce verso il PNF  (l’Unità scrisse che occorreva opporre alle “armi della critica” la “critica delle armi”). Fu un contributo non secondario ai velenosi  giudizi che da allora in poi, nella cultura dell’Italia democratica, corrosero l’immagine di Croce.

La ragione essenziale era  che , tramite Croce, si intendeva colpire il metodo liberale e la sua funzione. Il quale, usando l’osservare i fatti e il riflettere sui rapporti umani, era stato in grado di indicare come intendere  meglio il mondo e promuovere il libero sviluppo del paese , ma che, con ciò stesso, aveva da una parte rotto gli equilibri di potere politico sociale esistenti da secoli e dall’altra innescato un’attenzione molto più robusta sul ruolo dei cittadini,  minando alla base credenze profonde di tipo elitario su cui c’era l’abitudine di strutturare i rapporti del convivere. Nella sostanza, conservatori, religiosi e sinistra marxista diffidavano del metodo della libertà. In particolare ne diffidava Togliatti , che riuniva in sé l’impositiva dottrina marxista leninista e l’educazione dei borghesi non einaudiani interpretata in chiave egoistico conservatrice degli interessi autoreferenziali.

Fatto sta che Croce meditò su quanto avvenuto e ritenne di non essere la persona adatta per dar voce al PLI nella guerra politica in corso. A fine luglio, subito dopo il trasferimento del Governo da Salerno a Roma,  si ritirò lasciando il posto di Ministro  ad un altro liberale, Nicolò Carandini, romano e più giovane di trenta anni. Negli stessi giorni emanato il decreto “Sanzioni contro il fascismo” che stabiliva regole per l’epurazione nell’Amministrazione Pubblica.

Ad agosto il PLI si allargò al gruppo meridionale facente capo a De Caro, allargamento che i primi di settembre venne sancito nella riunione del Comitato Nazionale del Pli. Intanto, Croce più libero riprese con maggior impegno un progetto di gran rilievo su Napoli, con cui intendeva coronare i suoi lunghi e vari studi: la costituzione di un importante istituto creato con l’aiuto del grande banchiere e mecenate Raffaele Mattioli, il capo della Banca Commerciale. Con l’impegno di Mattioli venne avvia la realizzazione dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici in un appartamento di proprietà di Croce e con la  direzione scientifica dello storico Omodeo, suo allievo ed amico.

Nel periodo del passaggio dal Governo Bonomi II a quello Bonomi III (da quale rispetto al precedente erano usciti il PSIUP e il Pd’Az), Croce invitò Einaudi a formulare un indirizzo economico per il PLI, precisandogli “di avere pertinacemente, e tra molte opposizioni in Napoli ed anche in Roma, tenuto il Partito liberale affatto puro dai cosiddetti programmi economici totalitari”. Osservo che è una ulteriore  e significativa prova indiretta del clima  indotto in Italia dalle mode dell’aggregarsi secondo le idee in apparenza vincenti al momento  (che coinvolgono anche  quanti si dicono liberali ma non sanno esserlo).

A fine anno, Croce prese la decisione che si era riservata a gennaio precedente e comunicò che, dopo 42 anni, avrebbe chiuso la pubblicazione del bimestrale La Critica. Aggiunse poi che avrebbe avviata “una nuova serie da pubblicare a intervalli liberi, secondo che man mano mi troverò di aver messo insieme materiale sufficiente, e così mi parrà di continuare in qualche modo la mia abituale conversazione: una serie di Quaderni della Critica. Cori questa speranza, mi lusingo di dire oggi ai miei lettori, non un  addio , ma un  a rivederci” .

16.3-  L’anno 1945 . Nel mondo l’anno si aprì a febbraio con la Conferenza di Yalta tra Churchill, Roosevelt e Stalin che suddivise le zone di influenza dopo la prossima vittoria gli Alleati. In Italia, Croce, mentre continuava a pubblicare per i tipi del suo editore storico Laterza nuove edizioni dei  libri precedenti, a marzo ‘45 fece uscire il primo dei suoi Quaderni della Critica .  E proseguiva negli studi, annotando il mese successivo “A me importa dell’Italia e della libertà e non della monarchia”, in riferimento all’insistita attività del Luogotenente per diffondere l’idea che la monarchia non fosse più legata al passato e riconoscesse la centralità del Parlamento.

Negli stessi giorni  venne creata la Consulta Nazionale per fornire, in mancanza del Parlamento Regio, pareri sulle decisioni  del governo e in alcune materie pareri obbligatori. I consultori furono inizialmente 304 (di cui 156 dei sei partiti del CLN, 20 degli altri partiti, 46 ai sindacati, 12 alle associazioni di reduci, 10 al mondo della cultura e professionale, 60 agli ex parlamentari di opposizione al fascismo).  Naturalmente tra i Consultori furono nominati Croce e molti altri liberali. Poi il 25 aprile il CLN Alta Italia, mentre le truppe Alleate stavano dilagando nei territori del Nord,  proclamò l’insurrezione generale nei territori  occupati dai tedeschi e dai fascisti della Repubblica di Salò. Iniziando, su delega del governo Bonomi III ad emanare decreti, tra i quali la condanna a morte dei gerarchi del Partito Fascista (da qui la fucilazione di Mussolini). Contemporaneamente morì all’improvviso Roossvelt sostituito  dal vice Truman, meno accomodante. Nei giorni immediatamente successivi fu completata la piena liberazione dell’Italia e i primissimi giorni di maggio fu firmata la resa dall’esercito tedesco e dai repubblichini.

Cominciò la faticosa  gestione della pace, caratterizzata dal proseguire delle polemiche iniziate tre anni prima con gli azionisti (che al momento non facevano parte del Governo), sui principi  da applicare ai contingenti problemi politici. Forse il principale punto di dissenso era l’attuazione del decreto per  l’epurazione nell’Amministrazione Pubblica. L’iniziativa della DC di chiedere il cambio di Presidente del Consiglio, avviò un assetto diverso  per gestire il problema. A giugno fu varato il governo Parri, esponente del Pd’Az  con Ministro della Giustizia Togliatti e ritorno ai sei del CLN. In questo modo si iniziò una gestione di fatto più riflessiva , ma ancora senza un pieno accordo sui principi.

Serpeggiava robusto il confronto sul come procedere per decidere sulla forma istituzionale. L’intera ala sinistra del CLN, propendendo per la repubblica, propendeva per la procedura decisa dal Bonomi II, vale a dire demandare la decisione all’Assemblea Costituente, composta da uomini di partito e più indirizzabile. Liberali e demolaburisti  propendevano invece per far decidere i cittadini tramite un referendum  come nel Risorgimento. Anche i monarchici preferivano questa via mentre la DC era assai incerta preferendo sia la repubblica che il referendum. 

Il 5 agosto del 1945  scoppiò ad Hiroshima la prima bomba atomica della Storia per porre fine alla resistenza del  Giappone. Fu un evento epocale al  punto che anche Croce farà riflessioni al riguardo. A parte una forte polemica a metà agosto con il Vaticano sulla proposta del Ministro Gronchi (DC) di inserire una funzione religiosa  per celebrare la vittoria, idea respinta dai Vice Presidenti del Consiglio Nenni (PSIUP) e Brosio (PLI),  i primi di settembre  1945 prese corpo il dissenso dei liberali sulla funzione del CLN. Lo stesso Brosio disse che, dopo  i meriti nella liberazione, il CLN rischiava ora di ostacolare l’azione Governo insistendo sull’enfatizzare una unità molto fittizia. E concluse che erano urgenti delle elezioni politiche per sciogliere il nodo.  Due settimane dopo , al Consiglio Nazionale PLI il segretario Cattani ripropose le critiche liberali al sistema CLN, anche se nelle conclusioni lo stesso Brosio, non ritenne opportuna un’immediata apertura della crisi. Benedetto Croce, per parte sua, osservò che il rilancio della libertà prescinde dalla soluzione repubblicana o da quella monarchica e riaffermò che la questione istituzionale dovrà essere risolta dall’assemblea Costituente.

La Consulta Nazionale tenne la sua prima riunione, presidente Sforza, il 25 settembre. Negli stessi giorni,  avvenne uno screzio significativo in Senato tra il Presidente del Consiglio Parri e Croce, che interveniva  per la prima volta dopo il discorso sul Concordato del ’29. Parri dichiarò che la democrazia in Italia era appena agli inizi, specificando che non si potevano definire democratici i regimi antecedenti al fascismo.  Croce replicò con durezza che “l’Italia, dal 1860 al 1922, è stata uno dei Paesi più democratici del mondo e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa nella democrazia…….Democrazia, senza dubbio, liberale, come ogni verace democrazia, perché il liberalismo senza democrazia langue privo di materia e di stimolo, la democrazia a sua volta, senza l’osservanza del sistema e del metodo liberale, si perverte e si corrompe e apre la via alle dittature e ai dispotismi”. Sono parole che restano di stringente attualità anche oggi. Per almeno tre ragioni. Perché è impossibile valutare il tempo passato usando come filtro  principi attuali. Perché, rispetto al clima politico esistente nel passato, l’Italia era stata di certo democratica. Perché, quale criterio vivente,  il rapporto tra libertà e democrazia è precisamente quello definito da Croce in questa replica.

Del resto, ancora in quel periodo (e si protrarrà per altri nove mesi) divampava l’acceso dibattito tra il PdAz e gli altri sul senso del decreto sull’epurazione antifascista nella Pubblica Amministrazione. Il Pd’AZ   era incapsulato in una concezione ossessiva che puntava ad un rinnovamento estremo  e Croce andava predicando che  ciò equivale ad ignorare come, per funzionare efficacemente, uno Stato abbia bisogno dell’esperienza e delle professionalità dei cittadini al lavoro nel prefascismo e nel fascismo. Perciò, l’epurazione doveva applicarsi  ai dirigenti filofascisti e non ai cittadini qualunque (e questa era una tesi opposta a quella del Partito d’Azione che pretendeva un’utopica rigenerazione morale). Da notare che questo  punto chiarisce il senso della tesi del fascismo come parentesi dello Stato italiano. La storia non è riducibile a meccanismo determinista lineare, perché è fatta   da una miriade di individui differenti ed in ogni momento presenta un numero ampio di possibili opzioni.  Dunque non si può stabilire una meccanica consequenzialità tra il prima e il dopo. Che significherebbe confondere  reali percorsi storici facendoli restare solo un’applicazione meccanica di singoli atti nelle scelte politiche ritenute allora deterministiche.

Questo vivace screzio tra Croce e il mondo del Pd’AZ, ebbe un riflesso due settimane dopo sul progetto relativo all’ Istituto Italiano per gli Studi Storici.  Di fatti Omodeo, che Croce voleva Direttore e che aveva convintamente abbracciato l’azionismo (al punto dal tacciare il PLI di essere “il riparo di tutte le posizioni usurpate con la violenza e col delitto”), si rese conto della fermezza degli argomenti del maestro ed amico e gli scrisse rinunciando all’incarico. “Visto che noi – che nel campo intellettuale ci intendiamo a perfezione – nel pratico agire non possiamo mantenere l’unissono, mi consenta, caro Senatore, che io mi ritiri definitivamente dall’intrapresa dell’Istituto”. Croce rispose subito respingendo “quell’idea assurda e disastrosa”. E ricordò che le critiche all’azionismo “appartengono a un’altra sfera, dalla quale io tengo ben separata e immune la nostra unione in quella del pensiero e della scienza” come appunto l’Istituto.” Quindi Croce ritenne la lettera di Omodeo “per non scritta” (pur affidando al molto più giovane liberale Guido Cortese di rispondere ad Omodeo in termini pacati e secchi, con cui rilevava che “l’uomo di parte aveva fatto dimenticare allo stoico la stoia del liberalismo”) . Ancora una conferma del modo di essere di Croce, rigoroso nell’analisi dei fatti e assertore della diversità. Cosa che lo indusse, ancora due settimane dopo, a  precisare , che “se centro destro indica maggior conservazione e centro sinistro maggior innovazione e progresso, era pronto a definirsi di centro sinistro e a scongiurare e fugare con l’acqua benedetta qualsivoglia centro destro”.

Anche se  Croce, respingendo le dimissioni di  Omodeo, impedì la crisi nell’Istituto per gli Studi Storici, il clima nei rapporti tra i liberali e il Partito d’Azione era oramai compromesso  sul punto politico cardine dei ritmi dell’azione di governo. Che dovevano corrispondere ad iniziative di  cambiamento democratico riformatore, pacato negli indirizzi e non  costellato di richieste affastellate  di rinnovamento teorico e a senso unico specie sul tema epurazione e della incertezza sui problemi economici. A metà novembre ’45, il PLI fece una dichiarazione in tal senso, e siccome fu respinta  dal Pd’Az e dal PSIUP , il 21 novembre il PLI ritirò i ministri dal Governo Parri, cui addebitava un’azione incontrollata in particolare sull’epurazione non limitata ai casi più gravi.  Tre giorni dopo anche la DC uscì dal Governo.

Nella medesima giornata il Presidente del Consiglio si dimise e tenne una conferenza stampa in cui parve quasi la macchietta chiamata Fessuccio Parmi dal giornalista Giannini, capo dell’allora  nascente Uomo Qualunque. Di fatti Parri definì la caduta del Governo un colpo di stato, definizione che De Gasperi rintuzzò immediatamente ricordando che il patto a base del Governo ne prevedeva proprio la caduta in caso di ritiro anche di una sola delle sue componenti. Tale avventata frase esplicitò la mentalità azionista per cui la politica dovrebbe essere dominata dai disegni teorizzati e non dal realismo nel valutare le condizioni esistenti di fatto per costruire progetti da realizzare per sciogliere i nodi formatisi. Era una mentalità  molto radicata nel Pd’Az , che l’aveva portata all’estremo  elitario e che per questo all’epoca non trovò un appoggio effettivo nei partiti della sinistra,   lo PSIUP e il PCI (anzi, il PCI si preoccupava che l’attivismo di Parri  lo scoprisse sul fianco sinistro). La concezione della Resistenza  quale sogno purificatore, separata dalla realtà e teorizzata da Parri, fu sconfitta e venne in seguito rivalutata strumentalmente come rito (per di più falsificato attraverso il negare l’assai consistente presenza fisica delle forze liberali) soprattutto  all’epoca della conclamata guerra fredda.

La crisi di governo si protrasse per due settimane e si risolse, su proposta di Nenni, con il primo Governo De Gasperi , di nuovo con i sei partiti del CLN ma senza più il mito del CLN espressione del cosiddetto “vento del nord”. Anche nell’occasione, il grande tribuno che era Nenni non avvertì che l’indicare De Gasperi – di per sé un valido compromesso per riequilibrare la conduzione del Governo di coalizione  rispetto all’esaltazione di Parri ed anche per tener tranquilli sia gli ambienti monarchici sia l’opinione degli USA e dell’Inghilterra –  significava in prospettiva mettere il Regno nelle mani di un popolare di lungo corso con rapporti radicati in Vaticano e che ciò avrebbe potuto avviare la stagione politica dominata dalla mentalità confessionale, al fondo assai distante dalla libertà liberale.

17 – Il referendum istituzionale e la Costituente.  L’inizio dell’anno 1946 venne dominato dai dibattiti nei diversi partiti in vista dell’oramai non lontano ritorno alle urne a vari livelli, e dal dibattito tra i partiti  sui temi del come fare la scelta istituzionale e di quali compiti dare all’Assemblea Costituente. 

I dibattiti nei partiti vertevano ciascuno sull’argomento ritenuto lì importante. Nel PCI e nel PSIUP le discussioni sul  come procedere sull’unificazione in un unico partito della sinistra e quale strumento usare per sciogliere il nodo istituzionale (Nenni,  Ministro per la Costituente, aveva affermato che “il referendum è una cabala reazionaria”). Nell’Uomo Qualunque di Giannini  venne tessuto l’accordo con il Partito Democratico filo monarchico di Selvaggi ma non si riuscì a coinvolgere il liberali.  Il Partito d’Azione tenne il Congresso i primi di febbraio in cui si spaccò tra l’ala di sinistra socialista e quella più radical repubblicana, che nel prosieguo confluirà nel PRI. La DC e il PLI dibattevano in preparazione ai rispettivi congressi a fine aprile.

Il dibattito tra i partiti si svolse prima alla Consulta e poi nel consiglio dei Ministri , giungendo a cavallo tra febbraio e marzo  alla conclusione sia di introdurre il principio del voto obbligatorio (contraria tutta la sinistra)  con sanzioni per i trasgressori sia   di indire il referendum istituzionale ma tenerlo lo stesso giorno del voto per  l’Assemblea Costituente, il 2 giugno. In tal modo si dava davvero voce ai cittadini nelle scelte essenziali e non si separava la scelta istituzionale dalla scelta più strettamente politica (Nenni proprio nei mesi al Ministero della Costituente si era convinto che “il referendum istituzionale era per il Re un sostitutivo dei plebisciti, ma può diventare un’altra cosa se contestuale alle elezioni per la Costituente”; il Pd’Az  restò contrario al referendum).

Iniziarono a svolgersi le Elezioni amministrative in varie giornate, E cominciò ad emergere una verità inattesa.  Che i voti ottenuti  dalle liste liberali erano parecchio inferiori alle aspettative. E Pannunzio, direttore di Risorgimento Liberale, il giornale del Partito,   individuò il punto scrivendo che il partito liberale non era un partito di massa, cioè rappresentativo “di una qualità che deriva dall’essere parte indifferenziata di un tutto, dall’aver perduto l’individualità delle idee, delle credenze, perfino dei gusti per divenire un granello di sabbia in un mucchio”. Una caratteristica comune “alla maggior parte dei seguaci del comunismo e del socialismo….un po’ meno alle schiere democristiane…. non ai liberali e a tutti coloro che rifiutano di marciare in ordine chiuso dietro le bandiere rosse e alle bandiere bianche”.  Era il punto derivante dall’introduzione del suffragio universale maschile  voluta da Giolitti oltre trenta anni prima. Perfino previsto nella sostanza, ma di cui non erano state mai affrontate le conseguenze.  A causa della prima guerra e poi del ventennio fascista che della scelta elettorale aveva fatto a meno. Così non c’era stata tra i liberali la maturazione delle nuove modalità richieste per attirare il suffragio.

Il nodo di tali modalità stava nel mutamento del sistema di voto su due punti essenziali. Uno era che gli elettori ammessi al voto nel ’13  (e in seguito le donne nel febbraio del 1945) lo erano in base al tipico principio liberale di governare tramite le scelte individuali dei cittadini. L’altro punto era che, insieme al suffragio universale, era stato introdotto anche il voto proporzionale di lista. Il combinato disposto dei due punti induceva un quadro operativo nuovo. Perché senza dubbio l’allargamento del corpo elettorale irrobustiva il diffondersi della libertà, ma insieme era mutato l’oggetto della scelta (prima era il candidato, seppure portatore di un progetto politico, dopo era la lista che esprimeva un’idea progetto politico e in via subordinata si articolava nei propri candidati). Dunque era mutato assai il rapporto tra elettore  e oggetto del voto: non c’era più il nesso fisico perfino visivo tra elettore e candidati e subentrava il giudicare l’idea progetto politico di ogni lista (che prevaleva sul candidato). Da qui la decisiva necessità di dare ad ogni elettore una formazione adeguata ai nuovi compiti (problema concreto che si è presentato nel ’13 e nel  ’45).

Tale nuovo meccanismo fa entrare in gioco un altro principio, anch’esso liberale, quello della diversità: gli elettori non sono ovviamente tutti uguali, in particolare hanno una differente esperienza e una differente conoscenza dei vari aspetti della vita. Qui si deve tener conto che, mentre il diritto di voto è e deve essere il medesimo per ciascuno,  la capacità di valutazione dipende dalla condizione di vita di ciascuno.  E che è un dato di fatto che la scelta di una lista richiede un giudizio più  complessivo rispetto allo scegliere un candidato ma anche più influenzata da forme di propaganda  semplificatrici. Un simile percorso ha creato i partiti di massa. E i partiti di massa hanno avuto il vantaggio delle organizzazioni della Chiesa , delle promesse sparse a piene mani dal sol dell’avvenire, e, al passar del tempo, perfino della nostalgia rabbiosa della reazione tradizionalista. In più, il liberali divennero ancor più vittime della sindrome  partiti di massa perché i maggiori elaboratori di idee e diffusori di notizie, criticavano di continuo  il liberalismo.

L’ultimo giorno di marzo venne annunciato il cartello elettorale della Unione Democratica Nazionale, tra Pli, Democrazia del lavoro e Unione della Ricostruzione, sulla base di un Manifesto redatto soprattutto da Croce e di un accordo più generale  delle quattro personalità della democrazia precedente il fascismo, oltre Croce, Bonomi, Orlando e Nitti. Quasi un mese dopo si tenne il primo congresso DC, su posizioni esplicite. Quanto alla posizione politica “l’unione fra proletariato e ceti medi per un blocco progressivo che, in regime di libertà, si affermerà con il peso del numero e della qualità in un’aspirazione di giustizia, che è l’anima di una socialdemocrazia stabile e sicura” escludendo “i certi detentori di privilegi monopolistici e responsabili dello sfruttamento capitalistico, contro cui combattiamo la nostra battaglia”. Quanto alla questione istituzionale (con una maggioranza del 75%) “la Dc si pronuncia per la soluzione repubblicana”.

Neppure una settimana  dopo si riunì il Congresso del PLI, che partì muovendosi nella logica della continuità con l’epoca ante Mussolini. Quindi si disse che il Congresso era il numero III e si dette una medaglia   al tuttora trentunenne Marchese Edgardo Sogno mitica medaglia d’Oro al Valor Militare, comandante partigiano nella Resistenza. Una scelta   che, dal punto di vista pubblicitario, dava un’immagine passatista, considerato che in quel congresso Sogno era il capofila dei liberali monarchici. Va detto che sia Croce, che Bonomi, che Nitti trascurarono tale aspetto. Nonostante  nei rispettivi interventi  insistessero su svariati temi dell’attualità, a partire  dall’affrontare il tema della contrapposizione con l’URSS (due mesi prima Churchill, parlando in una università USA, aveva denunciato che in Europa, da Stettino a Trieste, è caduta una cortina di ferro destinata a dividerla  fra i due blocchi comunista e occidentale) che poneva la necessità  di  una coalizione dei liberaldemocratici e dei socialriformisti. Di fatti il Congresso si concluse con una linea politica crociana, rieleggendo Croce presidente, vice Carandini e De Caro e Cassandro segretario generale.

Nel merito del problema referendario, Croce sostenne con decisione la linea che l’Unità definiva agnostica. “ La libertà può essere rispetta e protetta alla pari da una repubblica o da una monarchia; e può essere insidiata e sopraffatta alla pari dall’una o dall’altra. E chiarì il perché la questione dell’istituto vada tenuta separata da quella della persona del monarca. Da tale separazione discende che la scelta tra monarchia e repubblica rientra nelle valutazioni personali, compreso “il sentimento e l’immaginazione”. “Per queste considerazioni, il nostro partito ha chiesto e al fine ottenuto, che la soluzione del dilemma sia assegnata non alla Costituente ma al voto popolare”. Un ragionamento ineccepibile quanto a principio, di cui molti erano convinti e da cui facevano seguire la necessità che il PLI promuovesse  un terzo blocco, tra chi intendeva valorizzare le scelte del cittadino in ogni caso.  Ma la procedura del come votare le mozioni (non contrapposte), la rigidità vagamente purista della consistente ala filorepubblicana, la furbizia dei filomonarchici (non solo i più numerosi ma anche i più scaltri, tanto da proporre che per gli iscritti al PLI non fosse obbligatorio seguire le scelte del Congresso), portarono al prevalere della mozione pro-monarchia di Sogno Jacini su quella di Croce, Cassandro, Medici Tornaquinci, Cattani (meno voti a quella pro repubblica di Brosio e Carandini). 

Nella pratica, tuttavia, il ragionamento di Croce conteneva la contraddizione di includere anche il riferimento a sentimento e immaginazione. Se queste due passioni erano importanti, allora, ferme le uguali garanzie dei due sistemi  circa la libertà,  era un dato di fatto inequivoco – ce n’era la prova anche nella consultazione interna della DC nelle sezioni nettamente favorevole alla repubblica, pur con il Segretario De Gasperi incline alla monarchia, come risulta dal carteggio precongressuale Scelba-Sturzo – il pessimo comportamento di Vittorio Emanuele in quarantacinque anni di regno , che aveva scavato un solco con buona parte della popolazione, rendendola non disposta a riconoscere nei Savoia la capacità di interpretare i bisogni dei cittadini. Dunque, era assai probabile che al referendum, con Dc e sinistre sommate, vincesse la repubblica.

Ne consegue che un ragionamento logico dal punto di vista teorico ed individuale, prescindeva dalla realtà politica del momento. E questo è in sé un atteggiamento inaccettabile per un partito liberale (visto che non  si trattava di sostenere l’istituto monarchico quale una questione di principio per la libertà). Si aggiunga che la linea agnostica  non avrebbe agevolato la costruzione del terzo blocco non di massa in Italia e non neutralista in chiave internazionale (prospettiva esposta dal Segretario Cassandro). Per la ragione che il  prevalere del voto monarchico  sarebbe potuto derivare solo dal convergere dei molti che dal fascismo nulla avevano imparato, che ad esso non avevano rinunciato, e che intendevano dar corpo ai desideri di rivincita. Per tutto ciò, la mozione Croce  agnostica e non pro repubblica, finì –  anche per responsabilità dei liberali filo repubblicani insoddisfatti – per essere sconfitta all’interno del partito, e agevolò il passare dell’immagine di un PLI alleato con le destre conservatrici, perdente e  non in grado di assumere una linea politica valida (anzi, nei mesi successivi, provocò l’avvio della fuoriuscita dell’ala sinistra).

Insomma, la scelta della tattica agnostica indicata da Croce, quale alto dirigente del PLI, si rivelò un evidente errore di strategia politica. Inoltre, evidenziava nella sua concezione più sistematica un punto debole.  La contraddizione  tra lo spirito idealista del singolo dedito a sviscerare la questione e l’indicazione politica data dal PLI che ne avrebbe costituito l’identità tra i cittadini (tanto più in presenza della contestuale  libertà di voto lasciata agli iscritti). Lo spirito idealista si limitava a mostrare l’equivalenza di principio teorico tra le due forme istituzionali rispetto al parametro libertà e si affidava a sentimento e immaginazione; ma la connessione tra liberalismo e le vicende della vita al passar del tempo  (auspicata via via di più da Croce) richiedeva  che in quel momento lo spirito del cambiamento connaturato con il liberalismo facesse schierare il PLI a favore della repubblica (l’ovvia corrispondenza al giudizio di quarantacinque anni di disastri compiuti da Vittorio Emanuele III, giudizio pienamente condiviso da Croce ormai da anni e confermato nell’articolo del maggio ’44 , qui citato, sull’intervista del Principe Umberto).

Questo errore di Croce in termini politici – il solo di rilievo nella sua meritoria attività nel campo del ricostruire il PLI –   ha avuto conseguenze importanti sul modo di essere del Partito. Non solo favorì di fatto, un anno e mezzo dopo, la seppure breve parentesi di esplicita destra nel PLI impersonata dal filo monarchico Lucifero. Ma che avvierà negli anni successivi  la ricorrente propensione  a confondere con sentimento e immaginazione correnti – portatori di cautela immobilista – le analisi e le scelte innovative che il partito avrebbe dovuto anteporre per sostenere il cambiamento in termini di libertà.

Pochi giorni dopo (il 9 maggio ‘46), all’improvviso il Re abdicò a favore di Umberto II. Il gesto dell’abdicazione sollevò i monarchici rassicurati dall’ affabilità di Umberto, ma fu tardivo al fine istituzionale. Il successivo 2 giugno all’Assemblea Costituente, la DC ebbe il 35,21 %, il PSIUP    il 20,68 % , il PCI il 18,93 %, l’ Unione democratica nazionale il 6,78 %, l’Uomo qualunque il 5,27 %, il PRI il 4,36 %., il  Blocco nazionale il 2,77 %, il Partito d’azione, 1,45 %..  Dunque, nella prospettiva della politica internazionale, i filo occidentali erano in chiara maggioranza. Nel referendum, la Repubblica ottenne circa due milioni di più di voti (restando in minoranza in ampie zone del meridione) e si verificarono sanguinose proteste al Sud (favorite dalle lentezze della Cassazione nel ufficializzare i risultati definitivi). Gli ambienti monarchici tentarono di resistere rinviando ma in pochi giorni, la determinazione del Consiglio dei Ministri, soprattutto di De Gasperi, convinse il Re Umberto (nei giorni precedenti aveva dichiarato “la Repubblica si può reggere col 51%, la Monarchia no”) che con un comunicato di protesta abbandonò Roma il pomeriggio del 13 giugno diretto a Cascais in Portogallo, ove da una settimana lo attendevano moglie e figli.

Iniziò la fase della Repubblica Italiana. Tra i primi atti ci fu lo scioglimento del CLN e la decisione del Governo, presa all’unanimità, di varare l’amnistia e l’indulto nel testo preparato da Togliatti, Ministro di Giustizia, quasi da solo. Un testo morbido che, salvo le fattispecie gravissime, scarcerò o esonerò dai processi molte migliaia di cittadini, tra cui  circa diecimila fascisti. Il provvedimento suscitò un’ondata di proteste (che provocarono in alcuni casi anche l’intervento dell’esercito) e corrispondeva ad una strategia di riconciliazione nazionale che gli anticomunisti volevano per fare una epurazione limitata ai responsabili di reati gravi ed i comunisti per accreditarsi  quale forza dialogante e poter chiudere gli scontri bellici.

Pochi giorni e, in vista della convocazione dell’Assemblea Costituente, si pose il problema di chi dovesse essere nominato Capo Provvisorio della Repubblica. Nenni scrisse a Croce chiedendogli di far porre la sua candidatura a tale carica: “saremmo lieti di dare a Lei i nostri voti, nella convinzione, attinta alla coscienza che abbiamo dei più alti interessi del Paese, che nessuno meglio di Lei può oggi di fronte al mondo rappresentare l’Italia e garantire con sicura lealtà la vita della Repubblica Italiana. Ma Croce rispose subito ringraziando che “l’ufficio al quale mi si vorrebbe chiamare, mi fa gravemente sentire l’inadeguatezza ad esercitarlo. Perciò non mi è consentito di lasciar porre la mia candidatura a Presidente della Repubblica Italiana”. La Dc tirò un sospiro di sollievo, avendo già avuto pressioni dal Vaticano preoccupato dell’offerta di Nenni a Croce. Così i tre partiti maggiori scelsero De Nicola, anche lui liberale, monarchico e meridionale, perciò adatto a ricomporre l’unità nazionale che l’Assemblea Costituente elesse al primo scrutinio.

Non so se nell’indisponibilità di Croce influì la consapevolezza di quanto era avvenuto dopo l’otto settembre ’43, nella non breve vicenda della monarchia nonché delle indicazioni da lui date di volta in volta e dei risultati.  Non mi sentirei peraltro di escludere che, il complesso degli avvenimenti e in specie quelli successivi al Congresso PLI e culminati nei voti per il referendum  e per la Costituente, avesse aggiunto un ulteriore tassello alla sua ritrosia verso l’impegno politico di alto livello. Nel senso che Croce potrebbe aver percepito che l’eccezionale capacità di analisi critica e di proposta esplicativa nel districare i problemi espressa in modo torrenziale negli studi storici e letterari , non si replicava allo stesso modo nel valutare la realtà e nel delineare strategie di libertà rispetto ai nodi politici. Da qui il sentirsi inadeguato a fare il Capo Provvisorio della Repubblica, dichiarazione che al giorno   d’oggi fa perfino sorridere. In ogni caso ritornerò sul perché e in quale senso, l’indicazione agnostica finì per pesare perfino troppo nel futuro del PLI.

Dopo l’elezione di De Nicola, il nuovo Presidente dette l’incarico a De Gasperi di formare il nuovo Governo, il primo della Repubblica, che venne formato da  DC, PSIUP, PCI e PRI (non più esclusosi per  la pregiudiziale anti monarchica). In questo Governo non entrò Togliatti  che voleva impegnarsi a trasformare il PCI nel partito nuovo, nel senso di farlo divenire un partito di massa comprensivo di più filoni culturali (il che era  appunto una novità per il PCI)  in grado di mobilitare ampi strati di cittadini, presupponendo che le sfere di influenza del dopo Yalta non divenissero in  Italia un’incomunicabilità.

In quei mesi Croce continuava ad editare i Quaderni della Critica esprimendo la sua riflessione attonita su cosa significasse nel profondo essere entrati nell’era delle armi nucleari. In due numeri successivi , con  saggi diversi, rilevò due aspetti. Nel primo, La fine della civiltà, mise in evidenza “il duello simbolico tra l’ordigno accecante e annientatore e l’impero del Sol Levante…… il Satana prodotto dall’uomo e il divino della Tradizione… la contrapposizione tra il Bene e il Male” . Nel secondo già nel ‘47, L’Anticristo che è in noi , lo descrisse quale: “distruttore del mondo, godente della distruzione, incurante di non poterne costruire altro che non sia il processo sempre più vertiginoso di questa distruzione stessa, il negativo che vuol comportarsi come positivo ed essere come tale non più creazione ma, se così si potesse dire, discreazione”.  Sono considerazioni che sviluppano la linea crociana del cittadino che sceglie, col rimarcare che farlo non può non tener conto della scelta. Pare ovvio, ma non lo è per niente. Di fatti sottolinea che di per sé l’atto è la contrapposizione del Bene contro il Male  (la logica ancestrale  del divino)  e la distruzione del mondo (l’opposto del fine della variabilità delle azioni umane). Dunque l’era atomica è per le libere azioni di un’umanità responsabile, un vincolo ancor più stringente. Perché esse sono l’essenza umana in ogni senso. Non a caso, il ragionamento ha avuto il conforto sperimentale. La bomba atomica ha dato inizio all’era più duratura  di pace globale. Senza ricorrere al totalitarismo dell’unità.

A gennaio ’47 avvenne la scissione tra i socialisti, con la formazione del Partito Socialista dei Lavoratori di Saragat, decisamente schierato dalla parte del mondo occidentale. E ciò produsse un altro governo De Gasperi senza il nuovo partito. Il mese dopo venne inaugurato l’Istituto italiano per gli studi storici, alla cui direzione Croce chiamò Chabod, essendo Omodeo improvvisamente scomparso mesi prima (in quella occasione, Croce ribadì la sua critica alla “formola della divisione tra vita teoretica e vita pratica, della vita morale dalla vita della verità, che è uno dei falsi enunciati della filosofia”)  . Poi, nel corso dei lavori della Costituente sul tema del redigere la Costituzione, Croce tenne un importantissimo discorso a marzo ’47  sull’art.7 con cui, sotto la spinta di Dossetti, la DC introdusse i Patti Lateranensi in Costituzione.  Croce innanzitutto lamentò che i tre partiti maggiori  si erano preoccupati più di un reciproco concedere ed ottenere che non di “di dare al popolo italiano un complesso di norme giuridiche che garantissero a tutti i cittadini la sicurezza del diritto e l’esercizio della libertà, la quale portò con sé con la crescente civiltà la giustizia sociale che le si lega…”. Proseguì, riprendendo la sua dichiarazione di diciotto anni prima, bollando definitivamente  il nuovo provvedimento sui Patti Lateranensi. “L’inclusione è uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico… che cosa c’è di comune tra una Costituzione statale e un trattato tra Stato e Stato, e come mai a questo trattato in sede di Costituzione si può aggiungere l’irrevocabilità, cioè l’obbligo di non mai denunciarlo o, che vale lo stesso, di modificarlo solo con l’accordo dell’altra parte, mentre l’una delle due, cioè l’altro Stato, non interviene e non può intervenire come contraente in quest’atto interno e quell’obbligo resta unilaterale”. Tutte norme in contrasto frontale con il principio del far  decidere ai cittadini.

Passarono poche settimane e avvenne una svolta politica storica. De Gasperi si convinse che l’area PSI-PCI era divenuta inadeguata per governare l’Italia, cacciò dal governo questi due partiti e varò la coalizione con i gruppi che incarnavano meglio la necessità di aprirsi ai cittadini operosi, a partire dal movimento espressione dell’iniziativa economica libera. Così si pose alla testa di un gabinetto con vice Presidente Einaudi (pure Ministro del Bilancio), composto da DC, saragattiani (PSLI), PLI e PRI. La polemica politica divenne al calor bianco, specie nelle piazze, sulla formula che stracciava le attese della sinistra.

Due mesi dopo, Croce fece un altro importante discorso all’Assemblea. La discussione era sul Trattato di Pace e Croce si oppose con lucidità sollevando una questione circa il funzionamento delle regole. Disse che “la guerra è  una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico…Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che si dica, o lo sa tropo bene, e cela l’utile del proprio Stato sotto la maschera del giudice imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sino ai giorni nostri, i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto i nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente d’ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini, e se ne richiedeva la  consegna per metterli a morte…… Noi italiani, non possiamo dare la nostra approvazione allo spirito che soffia in questo dettato… non possiamo accettare questo documento perché contrario alla verità”. Oltretutto, osservò Croce, qualora l’Italia non approvi il Trattato “non accadrà niente, perché in questo documento c’è scritto che i suoi dettami saranno messi in esecuzione anche senza l’approvazione dell’Italia: dichiarazione in cui affiora la consapevolezza della verità, che l’Italia ha buona ragione di non approvarlo”.

Croce aveva sollevato una critica assai importante per i liberali (l’origine delle norme sta nelle decisioni dei cittadini) ed Einaudi colse il punto, non eccependo affatto su quanto aveva detto Croce ma, con la sua “umile appendice di considerazioni storiche”, guardando al Trattato in un’altra prospettiva. Quella dell’inserire l’Italia nel novero dei paesi vincitori al fine di proporsi di costruire strutture democratiche. Poiché “le due grandi guerre recenti furono guerre civili, anzi guerre di religione….. noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza l’unificazione dell’Europa”. L’essenziale sottolineò è la “predicazione della buona novella, l’idea di libertà contro l’intolleranza, della cooperazione contro la forza bruta… A conseguire il fine non giungerà tuttavia mai se non ci decidiamo subito,sinché siamo in tempo, ad entrare nei consessi internazionali oggi esistenti. Essi sono per fermo imperfetti come quelli della vecchia Società delle nazioni; ma giova farne parte per potere dentro essi bandire e spiegare la buona novella. Perciò io voterò, pur col cuore sanguinante….dobbiamo non aver timore di difendere le idee le quali soltanto potranno salvare l’Europa. La forza delle idee è ancora oggi la forza che alla lunga guida il mondo”. Nella sostanza Einaudi riconobbe che la critica di Croce era fondata (come a ben vedere i fatti indicheranno) ma colse quale fosse la partita immediata da vincere. Del resto anche De Nicola non condivideva il Trattato di Pace, e si limitò a trasmetterne il testo ratificato dal governo.  

Salvo il motivato dissenso sul Trattato di Pace, durante i mesi successivi dell’anno in corso e poi del primo trimestre  ‘48, Croce si mantenne  su una linea di consenso a De Gasperi    – più impegnato all’interno della DC che quasi verso l’opposizione – per irrobustire il collocarsi dell’Italia nei confronti  del mondo anglosassone e in particolare per usufruire in misura adeguata degli aiuti dell’ERP, il programma lanciato nell’estate dal Segretario di Stato USA Marshall. Per il resto, Croce continuò a dedicarsi fermamente ai suoi studi.

E al Consiglio Nazionale PLI di novembre  rassegnò dopo quattro anni le dimissioni da Presidente per ragioni logistiche e anagrafiche ma confermando ancora con la sua usuale chiarezza le ragioni della assoluta necessità dell’esistenza del PLI.  In primo luogo perché l’Italia, dopo il fascismo e le presenti tendenze assolutistiche e totalitarie , aveva bisogno urgente di un partito che abbia il compito  di riacquistare la libertà e poi, una volta riacquistata, di difenderla. E seguendo l’ordine usato da Croce, perché il partito liberale è l’unico nel quale  destra e sinistra stanno sempre insieme come fusione dei due momenti inscindibili della conservazione e del progresso (ecco perché disse, il PLI è i solo partito di centro concepibile, e chiamarlo immobilismo è stolto perché è centro di azione) . Poi perché è indispensabile vi sia un partito per il quale  perseguire la libertà costituisce l’irrinunciabile qualità politica non sostituibile dalla quantità, è il risveglio confortevole dell’aver dato vita all’Internazionale Liberale e di non farsi sedurre dalle fusioni che siano confusioni. Tutto per garantire la libertà ad ognuno.

18– Dalle elezioni del ’48 alla morte. Alle politiche dell’aprile 1948 ci fu un grande successo Dc (nei voti oltre il 48%, nei seggi la maggioranza assoluta), la sconfitta del Fronte Popolare (PCI e PSI insieme rimasero sotto il 31%), buon risultato dei socialdemocratici  (al 7 %) e forte regresso delle aree liberale e repubblicana. Croce rientrò al Senato in base al disposto della terza Disposizione Transitoria della Costituzione. De Gasperi, per eleggere il primo Presidente della Repubblica, propose Sforza, il più vicino a lui nella politica di avvicinamento agli USA. Peraltro Sforza era molto filooccidentale e quindi inviso alla sinistra DC che non lo votò in massa (anche perché anticlericale). Dopo due votazioni De Gasperi prese atto e passò a Einaudi , suo vice Presidente e Ministro del Bilancio, che venne eletto  con una maggioranza di tipo centrista, che sarà analoga a quella del successivo Governo De Gasperi V che ebbe la fiducia subito dopo.

Croce intendeva sempre più dedicarsi ad approfondire le sue riflessioni. Continuò  farlo con i suoi scritti e quindi per questo  declinò la proposta di Einaudi di nominarlo Senatore a vita. Tornò in Senato solo nel marzo ’49 per votare a favore della ratifica del  Patto Atlantico. Era stata una scelta voluta da De Gasperi e dal suo ministro degli Esteri Sforza ma per diversi aspetti tutt’altro che scontata e agevole.

Non fu scontata presso i paesi che dovevano farne parte per natura (quelli con le coste sull’Atlantico e nemici in guerra della Germania, eppure ormai divisi dall’URSS ), i quali non erano favorevoli all’ingresso dell’Italia perché priva di tale caratteristica geografica e a lungo avversaria in guerra (la questione venne superata con il decisivo aiuto dell’ambasciatore negli USA, Tarchiani). E non fu agevole per la situazione interna italiana. Innanzitutto c’era la contrarietà dell’opposizione ad ogni legame che fosse in contrasto con il paese faro della prospettiva proletaria,  la Russia di Stalin.  Poi  lo stesso De Gasperi era a favore di legami più stretti con gli USA per ragioni di praticabilità operativa, in particolare economica, piuttosto che per forte affinità ideologica. Infatti, teneva conto delle tre posizioni esistenti nella DC, quella neutralista della sinistra dossettiana, quella dei gronchiani che aspiravano a restare intermedi tra il Patto Atlantico e il corrispondente Patto dei satelliti URSS e quella maggioritaria cautamente favorevole ad entrare nella NATO. Per questo il dibattito parlamentare, a cavallo tra febbraio e marzo  ’49, fu assai vivace. Sarà l’ultima volta in cui Croce votò in aula. Lo considerò un dovere, anche per manifestare la sua convinta scelta a favore della libertà che solo il mondo occidentale propugnava.

Una scelta che Croce confermò sei mesi dopo, pubblicando sul settimanale liberale “Il Mondo”  una recensione al libro di Orwell  1984 in cui avvertiva che il problema dello Stato totalitario avrebbe dovuto essere “studiato in sé, fuori di ogni equivoco di fini umanitari sia di politica internazionale”. In generale, negli ultimi anni Croce dette un ulteriore sviluppo al suo sistema filosofico sul mondo aggiornandolo. Ribadendo che “l’unità non è se non unità di distinzione, altrimenti non sarebbe speculativa e concreta ma matematica e vuota…… l’universale è universale di individualità ossia delle individualità in relazione l’una dell’altra che tutte lo compongono e in esso si unificano….. il soggetto della storia sono le opere, e non già l’universale o gli individui”.  Denominò Vitalità il concetto  dell’Utile ripensato nella fitta trama delle vicende vissute nel corso del Secolo (dunque non in pieno coincidente con l’Utile). E alla Vitalità attribuì la dialettica “del piacere e del dolore, che l’individuo percorre nel suo corso vitale, di continuo superando il dolore nel piacere e di continuo affrontando il nuovo dolore, nato dal piacere”. Quella dialettica di cui fa parte  “il sogno della felicità e della beatitudine: ideale che non solo è il contrario della realtà, ma che anche mal si accorda con l’ideale morale e intellettuale e poetico, perché solo la sventura e i dolori nutrono il pensiero, ispirano la poesia, temprano l’azione, fanno che l’uomo sia uomo”.  La Vitalità è per Croce  la categoria bio-logica, “una terribile forza, per sé affatto amorale…… L’uomo non può negare il diritto della forza della vitalità, perché le appartiene”. Una categoria “cruda e verde, selvatica e intatta da ogni educazione ulteriore”. Una categoria indispensabile per costruire la civiltà. Ma che in seguito può distruggerla. Una forza di cui l’umanità può perdere il controllo.

Non fu in condizioni fisiche da poter recarsi al Convegno dell’Unificazione che si svolse all’Alfieri di Torino l’8 dicembre ’51. Però  inviò un messaggio scritto, in cui, a conferma dell’importanza attribuita allo strumento liberale, definiva il Convegno “una spontanea reazione in difesa della più alta idea che si sia mai concepita nella politica, l’idea liberale, così avversata e anche così spregiata nel tempo presente”. Nelle medesime settimane, nei Quaderni della Critica, ripetette una convinzione cardine per il liberalismo. “Naturalmente il partito liberale esaminerà e discuterà sempre provvedimenti di sinistra e di destra, di progresso e di conservazione, e ne adotterà degli uni e degli altri, e, se così piace, con maggiore frequenza quelli di progresso che quelli della conservazione. Ma non può celare a sé stesso  questa verità, che la libertà si garantisce e si salva talora anche con provvedimenti conservatori, come talatra con provvedimenti arditi e persino audaci di progresso.

Benedetto Croce scomparve il  20 novembre del 1952.

19– Riflessioni sul liberalismo di Croce . Ho ripercorso in dettaglio l’intero arco della vita di Benedetto Croce, incluso l’ultimo decennio della sua attività, per far toccare con mano  la totale infondatezza della tesi di chi lo diffama dicendo che fu prima conservatore, poi sorpassato e dedito solo a difendere le proprie tradizionali posizioni.  Perché il giudizio su Croce, trattandosi di uno studioso, non può essere una questione di gusto personale. Croce non era un  romanziere o un  pittore o un musicista o un cuoco o un sarto, personaggi che creano le loro opere senza o con ridottissime dinamiche interne,  eccetto quelle  che interessano chi ne usufruisce.  I libri di Croce sono volutamente connessi alla Storia, al tempo che scorre (ha scritto “l’uomo respira nella storia ed è tutt’uno con essa”), e dunque il giudizio deve fondarsi sul suo pensiero e sui suoi comportamenti pubblici tenuti ininterrottamente per oltre sessanta anni. Su tale base, è allora evidente come la tesi diffamatoria sia uno strumento, il percorso creduto più facile, per colpire il bersaglio effettivo. Che è attaccare il tipo di cultura che Croce ha professato per motivare la libertà individuale quale motore del mondo in trasformazione.

19.a – Dalle critiche e dall’oblio al ricupero. Croce fu un importante filosofo liberale ­– a livello non solo nazionale – per la sua persistente capacità di analisi innovativa. Però in Italia,  seppure molto noto e seguito nei primi decenni del secolo, è stato progressivamente accantonato se non messo all’indice per il suo essere liberale in modo dichiarato e incrollabile. Il che ha comportato l’essere con insistenza considerato un nemico dalle realtà oggetto della sua critica strutturale. La Chiesa di Roma (e quindi ostracizzato in tutti i modi dalla cultura cattolica militante), Il determinismo marxista, il comunismo e i loro satelliti (e quindi avversato in tutti i modi dalla cultura marxista ufficiale e fiancheggiatrice). Il futurismo e i nazionalisti (e quindi snobbato dai circuiti conformisti  sempre inclini ai miti del giovanilismo e di una tradizione stata). Il positivismo e un certo mondo scientifico (e quindi non considerato  incapace di contribuire  a spiegare le cose). Il sogno liberalsocialista (e quindi tacciato di richiedere il rigore conoscitivo per evitare di sognare)

In particolare, nell’immediato secondo dopoguerra, Croce fu combattuto sia da coloro che erano stati antifascisti e che gli addebitavano di non essersi opposto come  loro ritenevano fosse giusto, sia da coloro che prima erano fascisti, poi dopo si erano trasformati in antifascisti e che erano i più accaniti denigratori di Croce (tra questi tipica l’azione dello storico  comunista  Delio Cantimori, ex fascista nazional-bolscevico). E non è finita. Va anche tenuto presente che, dopo la morte di Croce, all’interno della DC prese sempre più piede il predominio di dirigenti che non appartenevano più alla generazione democristiana che durante il fascismo lo aveva avversato, ma erano stati protagonisti, e in alcuni casi persino vincitori, dei Littoriali del PNF, cioè della massima espressione della mentalità del fascismo trionfante. Tutti questi dati di fatto hanno contribuito a che nel paese – salvo circoscritte figure meritorie di studiosi – si cavalcasse la moda delle frasi fatte del liberale conservatore chiuso ai bisogni dei più diseredati e disattento ai problemi sociali (tipo la scelta agnostica). Una simile moda corrispondeva alle esigenze difensive dei gruppi di potere civile e religioso, investiti dalla critica della cultura liberale e perciò dediti  a volutamente trascurare e dimenticare l’opera crociana.

Negli anni duemila, partendo dall’estero, si sta rivalutando Croce in ambito degli studiosi accademici. Peraltro è innanzitutto in Italia che il suo lascito conserva un valore permanente, nell’aver delineato un liberalismo non  solo indefesso propositore della libertà individuale quale motore della convivenza, ma anche  consapevole dell’impossibilità di concepire i progetti politici in termini atemporali inclini all’utopia della validità immutabile.

I richiami  puntuali fatti nel corso dell’articolo, per lo più sono espressivi di per sé.  Ma per toccare con mano ancor meglio il senso di alcuni aspetti, vale la pena sottolineare le caratteristiche di maggior rilievo del lascito crociano, in specie nelle parti che sono state oggetto di fraintendimenti spesso volti a proteggere l’esistente (istituzionale o culturale o modaiolo) dalla critica liberale.

19.b – La conoscenza aperta. Parto dalla critica che Croce fece sempre al marxismo, per il motivo che sintetizza con molta efficacia l’idea liberale. Nel marxismo “non è la coscienza dell’uomo che determina il suo essere, ma è all’incontro il suo essere sociale che determina la sua coscienza”. Perciò Croce giudica il marxismo una concezione irrealistica perché nega l’individuo  come essenza. Per il liberalismo, fisiologicamente realista, l’individuo  è in quanto esprime la propria coscienza e tiene liberi rapporti con gli altri individui; non è il prodotto della volontà altrui. Poi la conseguenza del marxismo, una volta adottato, è “il determinismo, il quale cancella la distinzione fra soggetto e oggetto, presupposto di qualunque teoria della conoscenza”. Di nuovo qui il marxismo è irrealista.  Perché questa distinzione permette di conoscere, che è l’essenza del riuscire a vivere. Che porta alla libertà del cittadino, concetto di cui Croce ha spesso aggiornato la formulazione speculativa, avendo consapevolezza della profonda crisi della società europea. In sostanza, la libertà di fonda su un rapporto circolare tra universalità e individualità, configurato da Croce sul “nesso dei distinti”, un rapporto circolare, di reciproca autonomia e complementarietà. Un’unità che è distinzione, l’una e l’altra  entrambe necessarie. Le distinzioni nel concetto sono il concetto inteso nella sua verità. L’unità e la distinzione sono inseparabili. Questo è il senso della libertà in Croce.

La libertà è indispensabile per conoscere il mondo. Perché è essenziale per osservare, per riflettere, per  fare ipotesi sul funzionamento osservato,  per verificarle e per ricominciare a farlo ancora. E concerne innanzitutto le cose concrete ma tocca pure i sentimenti le passioni ed altre pulsioni della vita,  anche se poi si svolgono su piani loro. La libertà non ha una direzione, non consente di essere precostituita. E’ connessa strettamente al realismo della Storia. Non accetta  ideologie, vive  del conflitto pluralista della diversità.  Per questo la storia è sempre storia della libertà. In ogni caso, il meccanismo conoscitivo resta di quel genere innescato dalla libertà. Dunque la molla della conoscenza è il dubbio. In tale ottica, tuttavia, dubitare non significa che nulla sia mai certo. La nostra vita è piena di un’enormità di cose oscure e incerte (Croce optava per la conoscibilità intera, ma tralascio qui la disputa sulla conoscibilità del mondo piena o no) ma anche di un certo numero di cose conosciute non falsificate (ancora). Quindi l’esercizio quotidiano che un liberale fa del dubbio può significare solo che dubita di ogni diversa cosa a seconda del grado di probabilità che quella singola cosa ha di essere falsificata. Dubitare al 100% indistintamente di tutto, non è liberale, è solo sterile scetticismo spesso chiuso in sé e restio al rapporto conoscitivo con il mondo.

19.c ­ – Le connessioni implicite con il tempo. Che io sappia, Croce non ha trattato esplicitamente in modo separato il problema di cosa sia il tempo fisico. Comunque, a ben vedere, la sua opera è non poco collegata al tempo che fluisce irreversibile. In modo particolare se si tien conto che, nel periodo della sua formazione, questo tema era pressoché assente nel dibattito culturale, da secoli incentrato sull’aspirare all’eternità immutabile. Di fatti, il sistema crociano, a partire dal suo infaticabile rivedere le proprie opere aggiornandole ma anche nella sua intrinseca modalità di funzionare, ingloba per così dire l’esigenza di rispettare il fisiologico cambiamento derivante dal tempo che passa e che muta con ciò lo stato stesso del vivere.

19.d – Anticonservatore. Di conseguenza, il liberalismo è anticonservatore. Torna bene citare un articolo di metà anni  ’40  scritto per conto di Croce dall’allora giovane (rispetto a lui) amico liberale napoletano, l’importante Guido Cortese (poi Ministro PLI). Spiegò con chiarezza la favola che il PLI fosse reazionario. Siccome “la libertà non può sussistere senza l’ordine, e le riforme non possono essere liberamente prescelte dalla maggioranza se non in un regime di legalità, ed il liberalismo va difendendo perciò con intransigenza l’ordine e la legalità………quei partiti, che nell’uno e nell’altra trovano impaccio, vanno predicando che la difesa e dell’ordine e della legalità esprime il proposito della reazione e che, pertanto, il liberalismo è sinonimo di dottrina politica conservatrice e reazionaria” . La realtà scrisse Cortese era l’opposto “i liberali sono i soli  non conservatori, perché accettano e promuovono tutti i mutamenti, quali che siano, che il progresso della civiltà richiede laddove gli altri partiti, afferrato che abbiano il potere, vietano tutte le libertà, di pensiero, parola e azione che possono mettere in questione la loro classe dirigente”.

Questo articolo illustra con efficacia il perché il liberalismo di Croce non è conservatore, bensì coerente nel  far funzionare la libera democrazia. Quella democrazia che può essere solo figlia della libertà e non sua madre (come pretenderebbero i mondi non liberali). Nella concezione crociana, il liberalismo è il filo portante dello sviluppo della società moderna, mentre la democrazia  discende dalla  idea dell’illuminismo giacobino  secondo cui è realtà quello che viene scelto dalla ragione (dunque dovrebbe vivere di quello che viene imposto dagli illuminati). La democrazia per i liberali deriva dal fatto che la libertà si applica indifferentemente ad ogni cittadino e quindi ogni cittadino gli stessi diritti, tra cui quelli di voto. Da qui la democrazia liberale, caratterizzata dall’affrontare  i vari problemi dei diversi cittadini facendoli  scegliere e non imponendo mai una soluzione. Perciò Croce scrisse “il contrasto tra il liberalismo e il democratismo non può altrimenti conciliarsi che con la risoluzione del secondo nel primo”. Questo argomento della distinzione tra libertà e democrazia risulta del tutto ostico a parte della sinistra cattolica, che continua addirittura “a giudicare che il liberalismo elide la democrazia” (ulteriore conferma degli accaniti  pregiudizi anti liberali di un alto funzionario del Senato della Repubblica).

19.e – La necessità del partito liberale. Passando alla parte relativa all’agire pratico, la prima questione ancora da rimarcare è l’assoluta necessità, espressa da Croce con lungimiranza, che ci sia un partito liberale (è intellettualmente ridicolo sostenere, come fanno tuttora certi populisti, che Croce avrebbe avuto “una diffidenza inestirpabile verso i partiti politici”)  . Comincio dal dire che in termini crociani attualizzati, si può più esattamente parlare di  una formazione delle libertà, preso atto essenzialmente  del fatto che nel frattempo il temine “partito”  è divenuto sinonimo di rigidità e di potere autoreferenziale, un’accezione intimamente estranea alla cultura di Croce e dei liberali. Ciò detto, l’esistenza del partito  o meglio formazione liberale, è indispensabile come conseguenza del dato che la libertà è per Croce  il motore della Storia e che il partito liberale continua ad essere ancor oggi il solo che propone come primo ingrediente la libertà del cittadino. Intendendo con ciò, porsi l’obiettivo di mantenere un’ispirazione morale a individuare sempre soluzioni creative ai problemi posti dalle diverse contingenze storiche.

Qui c’è un primo passaggio delicato. Questa funzione del partito liberale ha una natura singolare, il proporre prioritariamente qualcosa, la libertà, che non riguarda solo i liberali ma informa e guida anche tutti gli altri cittadini che liberali non sono. Da qui sorge l’idea crociana di definire il PLI un pre-partito, perché è un partito che non pensa solo a sé ma  a tutti i cittadini. Tale caratteristica è stata in seguito interpretata in modo del tutto distorto. Come se per essere liberali fosse sufficiente dichiararsi tali nominalmente e non preoccuparsi dei comportamenti effettivi, ovvero  delle politiche davvero attuate.

Questa interpretazione mina alle fondamenta l’azione politica dei liberali. Poiché rende evanescente l’aspetto dei comportamenti (che per il liberalismo è essenziale)  e poiché  fa molto comodo a tantissima gente che, con la parola magica del dirsi liberale, si autoassolve sempre, anche quando tiene comportamenti pratici non liberali. I liberali sono i soli a  riconoscere la  diversità dei cittadini ed il valore del loro conflitto democratico, per cui è legittimo essere liberale, conservatore, popolare, socialista o fondamentalista, ma non è affatto la stessa cosa. Non a caso, nell’ultimo trentennio quando sono dilagati l’antipolitica e il populismo, la moda è stata di dirsi tutti liberali e di non fare nulla (o quasi) di liberale. Il colmo è stato dirsi liberale e contemporaneamente appartenere  nel Parlamento UE  ad un gruppo opposto a quello dei liberali.

Croce affermava che il Partito Liberale è l’unico partito di centro. Ma si riferiva solo all’attitudine che dovrebbe essere la caratteristica esclusiva del partito liberale. Rifuggire il trasformismo.  Che vuol dire essenzialmente fare due cose. Dichiarare la propria impostazione politica prima del voto alle elezioni. E in Parlamento  non votare secondo le proposte altrui, bensì adoperando le proprie come stella polare. Nella realtà politica ora esistente, il medesimo concetto va aggiornato col dire che la formazione liberale deve assumere quella posizione politica che, con le sue scelte, ha l‘effetto di ampliare il grado di libertà nelle relazioni della convivenza tra cittadini diversi.

19.f –  Il problema del come costruire la libertà. A questo punto si è arrivati ad un passaggio fragile nel sistema di Croce. Perché il costruire la libertà (intesa sempre in senso dinamico) è la categoria cardine dello Spirito crociano ma non viene adeguatamente affrontata la questione operativa delle sue sinapsi con le cose del mondo. E, dunque, sotto questo aspetto, il principio di libertà  è strutturalmente debole in termini operativi (cosa ben differente dalla tesi che Croce non sarebbe un fautore della libertà perché separa l’idea di libertà dalla tecnica dell’attuarla, tesi che rientra nel chiedere concezioni integralmente definite e non metodologiche come quella liberale) . Questa, del resto, è in pillola la sostanza del lungo confronto che Croce ebbe negli anni ’30 con Einaudi.

Einaudi sottolineava l’importanza decisiva che, nella realtà quotidiana, ha la libertà di esser capace (a differenza di altri sistemi) di  costruire istituzioni in grado di rendere liberi i cittadini, di garantire questo effetto e perciò di raggiungere un maggior benessere materiale di ciascun individuo. E Croce da parte sua sosteneva che questo è lo scopo della libertà ma, siccome  “la possibilità è la ragione del divenire, ciò che sottende a ogni decisione, conflitto o cambiamento”, non è possibile sapere in anticipo con certezza quale sistema istituzionale raggiunga in questo momento il miglior risultato.  Gli indubbi fallimenti dei sistemi comunisti o di quelli liberisti o di quelli conservatori classici, non possono far concludere che il sistema libero da noi adottato, sia necessariamente il migliore possibile e perciò immodificabile. La libertà dello Spirito è decisiva ma poi, nello spazio e nel tempo,  la libertà è una categoria della realtà, empirica, storica, e si deve calare tra le cose da fare.

Peraltro Croce aggravò la fragilità  sul come costruire la libertà  scrivendo un’altra precisazione infelice. Secondo cui un principio base del PLI avrebbe dovuto essere “ che esso, perché gli vien meno l’avversario, non può sussistere in età di rispettata ed assodata libertà, ma che deve raccogliersi e operare come tale nei tempi di libertà oppressa o insidiata o pericolante, con la speranza di presto diventare o ridiventare superfluo “. Eppure la stessa concezione crociana di libertà nel tempo implica l’impossibilità del verificarsi nel concreto “dell’età di rispettata e assoluta libertà”. Il solo formulare tale ipotesi , presta il fianco  ad una concezione di libertà estranea alla storia, che la riduce a strumento di potere. E  consente anche di immaginare un PLI privato dei caratteri considerati da Croce irrinunciabili.

Era invece assai puntuale l’ammonimento di Croce secondo cui il liberalismo  non può fisiologicamente identificarsi con un determinato regime economico o con specifiche istituzioni giuridiche. In questo delude il semplicismo tradizionalista dei fautori del liberalismo classico, i sedicenti neo liberali che vorrebbero legare il liberalismo ad epoche di un lontano passato, dandogli un mano di vernice in superfice. Croce era convinto che le società liberali non possono sopravvivere con accorgimenti economici o giuridici, quando non sono più capaci di assicurare il funzionamento del meccanismo della libertà del cittadino. Ecco perché la missione del liberalismo è appunto cercare di capire – e di volta in volta di proporre – come fare per trasformare senza violenza le scelte individuali, in comportamenti seguiti da tutti i componenti (anche se non davvero condivisi da tutti).

19.g – Il nebbioso rapporto con la scienza. Un’altra forte censura fatta a Croce è stata che il suo sistema filosofico idealista è stato all’origine dei pregiudizi contro la scienza e contro la tecnica diffusi in Italia, che hanno causato l’arretratezza del paese nel settore. Tale tipo di censura – iniziato i primi del ‘900 – è proseguito decenni ma infine è stato travolto, avendo i fatti comprovato che  non ha fondamento, siccome la radice di quei pregiudizi sta altrove. Sta proprio in quella mentalità proiettata ad eternizzare la conoscenza tramutandola in un testo definitivo, da Croce sempre avversata. Quella mentalità sorta e nutrita dagli interessati pregiudizi politici, che ha poi lambito perfino gli scienziati, i quali, trattando la scienza separata dalle altre attività, non sono stati in grado di comunicarla, così da potere essere appoggiati dai cittadini per gli investimenti indispensabili alla ricerca e all’innovazione, dai partiti e dai sindacati messi dopo  al curare i settori tradizionali maturi e al momento più sicuri in apparenza.

Tuttavia, pur  liberata da quella censura, la complessiva opera crociana resta ancora oggi troppo fraintesa ed equivocata su una questione essenziale attorno al tema scienza. In pillola, Croce è un pensatore umanista della sua epoca e non uno specialista dell’attività scientifica; per cui pretendere che affronti in modo compiuto la scienza, è quanto meno incoerente. O più esattamente, è coerente  con l’antico modo di intendere la filosofia, quello del dover essere onnicomprensiva  spiegando ogni cosa. Invece Croce spiega moltissimo rispetto alla cultura politica della conoscenza, ma non si può pretendere sia all’avanguardia su ogni aspetto (anche se non è contro la scienza, tanto che è stato uno dei  pochissimi filosofi dell’epoca a non aver mai svalutato le scienze). E perfino poi, utilizzare la scusa che Croce non è all’avanguardia sulla scienza, per trascurare anche le sue indicazioni generali innovative di cultura politica.

A stretto rigore, il limite di Croce nei confronti della scienza, non era di sminuirla o di contraddirla, bensì di non portare in campo scientifico la compiuta attuazione di alcuni degli spunti complessivi dello stesso sistema da lui elaborato Questo perché glielo impediva il non avere approfondito una questione, esemplificabile richiamando  la frase crociana di provare vergogna di fronte a teorie (il darwinismo) che accettano le origini animalesche dell’umanità e negano la presenza di una favilla divina nelle persone. Qui Croce mischiava due concetti differenti e non correlati. Uno è il postulato che lui chiama la scintilla divina, l’altro è l’ipotesi sperimentalmente suffragata del darwinismo, che delinea il come si evolvano le specie.

La  convinzione di Croce che nelle persone ci sia una scintilla divina, è appunto un postulato teso a descrivere quanto sia complesso l’individuo. Dunque provare vergogna perché non viene riconosciuta questa caratteristica preliminare non sperimentabile (perché nella notte dei tempi), può essere condiviso o no, ma non ha alcun nesso con il meccanismo sperimentato (attuale) della linea evolutiva delle specie. Ciò comporta che una cosa è negare l’origine non divina della specie, una cosa totalmente differente è negare il meccanismo dell’evoluzione quale conoscenza effettiva della vita. Il problema di Croce è di non aver colto il senso di questa distinzione. O meglio, quello  di aver costruito la sua filosofia – si è visto nel finale del paragrafo 15.e –  pensando di ricondurre ogni cosa alla realtà dello spirito compresa la materia,  cui infatti non riconosce realtà. Ma senza riconoscere la realtà alla materia, gli venivano a mancare le radici sia del senso  profondo dello sperimentare sia di quello dell’evolvere. Che non sono riducibili al solo spirito umano. Di conseguenza, non avendo colto quella distinzione, non colse neppure la sua più immediata implicazione. Vale a dire che la scienza conosce in modo più penetrante e certo,  ma solo nelle condizioni dell’esperimento fattibile.

Croce quindi non ha avuto chiara consapevolezza  di quanto fosse potente la sperimentazione, sia in sé che nel procedimento classificatorio con cui elabora i dati raccolti. Che fosse così emerge con chiarezza in un suo famoso scritto , in cui afferma che la scienza “compie astrazioni, costruisce classi, stabilisce rapporti tra le classi che chiama leggi, formula matematica e simili. Tutti codesti sono lavori di approccio indirizzati a salvare le conoscenze acquistate e a procacciarne di nuove, ma non sono l’atto del conoscere”. Cosa del tutto vera. Peraltro incompleta. E’ una procedura assolutamente necessaria per arrivare a conoscere, però non sufficiente. Perché è possibile arrivare davvero a conoscere solo dopo che è stata verificata positivamente l’applicazione della formula ipotizzata sulla base dei dati sperimentali raccolti.

Si vede pertanto la non piena consapevolezza crociana. Lo stesso si può dire, tuttavia, di quegli scienziati  o matematici che riducono la scienza alla matematizzazione. Perché il limitarsi ad affermare che la matematica sopravanza l’informazione empirica del mondo e definisce i nuovi oggetti che saranno poi esplorati e controllati in laboratorio,  non valorizzando  quel che accade in laboratorio, non chiarisce che quegli oggetti sono mere ipotesi fino a quando la loro validità non è confermata dall’applicarle. Così non fanno scienza e innescano processi di autoreferenzialità matematica senza corrispondenza nel reale. Appunto, guarda caso, la critica fatta da Croce (nell’inconsapevolezza del ruolo di quanto accade dopo la matematica) alla procedura matematica che “mutila la vivente realtà del mondo”, e che contrassegna le cose “per ritrovarle e servirsene dopo, non già per intenderle”. In sintesi, l’atto del conoscere non sta nella matematica,  bensì nella complessiva procedura sperimentale che si impernia sullo strumento matematico.

19.h – Il lascito. Fatta un po’ di luce sul rapporto carente di Croce con l’impresa scientifica,  resta innegabile che la sua filosofia politica liberale non solo ha dato contributi di gran rilievo allo sviluppo della libertà nel nostro paese, ma continua ad essere utile nelle sue indicazioni. La società reale non ha mai un assetto definitivo e dunque i progetti politici – in primo luogo quello del partito liberale – devono prefiggersi di agevolare la trasformazione continua delle istituzioni, lungo la linea tracciata dalla conoscenza. L’ammonimento della conoscenza è occuparsi sempre della realtà immanente e non delle utopie, è considerare  solo le cose finite e rifiutare la metafisica in politica, è avere la consapevolezza del nesso ineludibile tra ogni individuo e tutti gli altri individui (che è un genere contrapposto al collettivismo). Il liberalismo di Croce è per  sua fisiologia un pensiero politico aperto. Perciò anticonservatore e convinto  che, non potendosi  predeterminare il percorso della storia, ci si trova di continuo alle prese con cose imprevedibili e quindi occorre ricorrere alle risorse suggerite dalla nostra libertà. Insomma, Croce lascia l’idea che cultura liberale è la politica realistica della libertà  che procede nel tempo.

Questo è un aspetto assai importante (si potrebbe persino pensare essenziale) perché contribuisce ad affrontare la problematica del come governare la convivenza, che è  uno dei settori più arretrati della conoscenza umana.  In tale quadro, la circostanza che il sistema crociano abbia un rapporto nebbioso con la scienza,  non costituisce un ostacolo preclusivo , dato che la natura aperta della libertà non esclude aggiornamenti. E poi, comunque, perché pure nel settore scientifico, il sistema crociano , con la sua idea politica della libertà che procede, da un’indicazione di rilievo che ormai  gli viene riconosciuta. Giorello – un matematico e filosofo della scienza nato poco prima della scomparsa di Croce e rimasto vittima del Covid19 – il quale, essendo il principale allievo di Geymonat, pur distinguendosene, manteneva riserve (motivate) circa il rapporto tra Croce e la scienza.  Però Giorello, che è stato un gigante  della filosofia delle libertà , ha finito per riconoscere in modo esplicito il peso di  Croce: “non poche intuizioni crociane sul carattere sempre approssimato dei modelli che lo scienziato costruisce, si trovano riecheggiate in non poca filosofia della scienza contemporanea”. Appunto. A seguito della libertà che procede, anche i modelli scientifici hanno un carattere sempre approssimato. E dunque il lascito di Croce non è solo settoriale.

19.i –  Paragone con gli stormi . Ai giorni nostri, l’italiano da poco Premio Nobel per la Fisica ha richiamato gli studi sul caso degli stormi. Numeri elevati di singoli uccelli  che volano in gruppi coordinandosi nella stessa direzione e con gli stessi ritmi rispettando anche la termodinamica. Il coordinamento consiste nel fatto che ciascun volatile  condivide con scelta autonoma il piano di volo dei suoi compagni, assumendo la posizione più consona.  Ebbene, il liberalismo aspira a svolgere la funzione di coordinatore tra gli umani. E’ evidente il diverso quadro di condizioni dei singoli volatili rispetto  all’individualità umana. In volo gli stormi non si applicano letteralmente ad altro. Gli umani hanno capacità celebrali assai maggiori ma stimoli ancora superiori quantitativamente. Comunque stiano le cose, coordinare gli umani inducendo molti individui ad operare in modo cosciente all’unisono e non usando mezzi di imposizione, è estremamente difficile. Il liberalismo ci si sta applicando da qualche secolo, ha fatto diversi passi avanti anche con il contributo del lascito crociano, ma ancora lontano dall’obiettivo utile da raggiungere: le modalità complesse ed efficaci del volo degli stormi.

BENEDETTO CROCE,

IL PENSATORE  POLITICO  DELLA LIBERTA’    

E DEL MONDO IN TRASFORMAZIONE

1. L’eredità di Croce – A 70 anni dalla morte, Benedetto Croce dovrebbe essere celebrato – di certo dai cultori della politica liberale, ma non solo da loro – ricordandone la passione civile e l’ impegno politico innovativo assai di più dello spessore filosofico complessivo, per il quale è stato osannato in vita e tutt’oggi incluso nei libri di storia specie in Italia. Croce ha mostrato, nelle idee e nei comportamenti della sua lunga esistenza, una capacità fuori del comune di cogliere l’importanza del ruolo della libertà individuale nello svilupparsi delle relazioni tra i cittadini che convivono (anche a prezzo di disallineamenti, non forti ma non trascurabili, con la sua concezione filosofica sistematica). Una capacità tanto più significativa poiché emersa nel tempo e maturata sul piano dell’osservare i fatti e di valutarli criticamente. Che è un piano non  del tutto coincidente di per sé con quegli studi storico filosofici che parevano tener Croce fuori dai temi della vita politica corrente. L’obiettivo di questo articolo è delinearne la natura  col ripercorrere la vita di Croce alle prese con le vicende circostanti negli anni.

2. L’educazione, Casamicciola, la ripresa – Agli esordi Croce, di famiglia possidente,  seguiva il filone degli studi e non si interessava della politica di allora. Non soltanto per l‘educazione da piccolo in un collegio cattolico che non curò il trasmettergli nozioni sulle guerre di indipendenza (eventi che scrisse in seguito, “conobbì sì o no di solo nome”). Ma anche perché la sua inclinazione personale e i solleciti della madre, lo indirizzavano alla letteratura e alla storia. Durante l’inizio dell’adolescenza si incontrò poi con l’insegnamento di Francesco De Sanctis, il filosofo e grande critico letterario, che valutava la poesia solo sotto l’aspetto estetico e non per le sue finalità, pur senza mai tralasciare la stretta connessione tra  letteratura e vita. La  formazione di Croce – forse legata anche alla sua forte impronta autodidattica – ebbe l’impronta incancellabile della tragedia vissuta diciassettenne nelle vacanze estive del 1883 durante il terremoto di Casamicciola (perse subito madre e sorella e fu salvato a stento dopo quattordici ore dentro le macerie salvo il capo ed avere assistito alla morte del padre deceduto sveglio e lentamente accanto a lui). A seguito della tragedia fu affidato per un triennio al cugino Silvio Spaventa a Roma (deputato e ministro risorgimentale di solida formazione filosofica hegeliana). Nel complesso la formazione di Croce  venne innanzitutto influenzata    dagli indirizzi di De Sanctis (che lasciò un’impronta indelebile) , dello stesso Silvio Spaventa  e  anche dall’insegnamento di Antonio Labriola, professore conosciuto nel salotto romano di casa Spaventa e primo divulgatore italiano del marxismo. Peraltro a casa Spaventa, il giovane Benedetto assistette agli accesi dibattiti tra molti esponenti della Destra, che lui trovava esprimessero idee  improntate sì al perseguire concezioni liberali, però senza  tener conto  dei ritmi duttili insiti nella politica di Cavour.

In ogni caso, in quegli anni, Croce viveva in una sorta di spaesamento conseguenza del lutto patito e si affidava  alla riflessione per  superarlo. Il suo filone formativo seguiva la linea tradizionale dell’erudizione letteraria e speculativa,  rivolta all’obiettivo allora scontato: siccome un modello definito del mondo e delle persone  doveva di sicuro  esistere, cercava di capire meglio quale fosse quel modello. Il giovane Croce mostrò presto di avere per la filosofia  passione e talento. Attitudine  che riteneva gli avrebbe consentito di fare qualcosa di utile agli altri, e con ciò di dare senso al suo vivere.

De Sanctis era unitamente a Bertrando Spaventa (il fratello maggiore di Silvio) il capofila dell’hegelismo napoletano. Apparteneva all’ala sinistra del movimento, dedita già da qualche decennio in Europa, al rivedere in senso evolutivo la lezione di Hegel, soprattutto accentuandone il legame alla vita corrente. Tale accentuato legame, De Sanctis lo inquadrava nell’empirismo inglese (Locke, Hume) , al fine, asseriva, di superare la propensione hegeliana del guardare al passato e non al futuro. Lo faceva tuttavia senza capovolgersi nel materialismo marxista (all’epoca in   espansione) perché il marxismo finiva per riprodurre un difetto analogo a quello hegeliano, trasferendo la rigidità dall’osservare il passato al determinare l’avvenire. La lezione di De Sanctis fu molto apprezzata da Croce, tanto che molti anni dopo volle pubblicare e  diffondere  le carte di De Sanctis restate sparse, perché  ritenute superate.

La scelta di riferirsi da subito all’insegnamento di De Sanctis, vaccinò Croce dal materialismo e dal positivismo (allora dominanti) ed anche dal sociologismo (nascente in quegli anni) nonché dall’irrazionalismo  (all’epoca in auge pure tra gli intellettuali).  Complessivamente, Croce  si plasmò in una cultura avversaria del determinismo. La sua prima memoria fu nel 1893 (lo stesso anno dell’inizio della profonda relazione di libera convivenza con Angelina Zampanelli, orfana romagnola traslocata a Salerno da un parente, più giovane di quattro anni, molto bella e molto intelligente, non un’intellettuale, che divenne il fulcro del salotto di casa Croce). Pubblicò lo scritto “La storia ridotta sotto il concetto dell’arte” nel quale illustrava il perché la storia non sia scienza, cioè mera registrazione ed elaborazione dei concetti,  ma sia riconducibile all’arte, cioè narrazione dei fatti e rappresentazione della realtà. La svolta ci fu con i commenti al saggio di Labriola della tarda primavera 1895 in vista del cinquantennale del Manifesto dei Comunisti. Con Labriola, Croce aveva mantenuto un rapporto da allievo rispettoso ma del tutto autonomo intellettualmente. E Labriola ­– nonostante  fosse un convinto fautore del socialismo fondato sul marxismo e non liberale (aveva scritto a Bertrando Spaventa che “l’ottimo non nasce dal caso, con buona pace di Darwin e dei furfanti che si chiamano liberali”)– avendo percepito la capacità analitica dell’allievo, inviò a Croce da leggere il manoscritto del proprio saggio. Questa fu per Croce l’occasione per studiare Marx,  approfondire i principi dell’economia e poi scrivere giudizi fortemente critici sul marxismo.

3. Lo studio del marxismo – Come già emerso nello scritto sulla Storia fatta rientrare nel concetto dell’arte, Croce aveva  maturato una cultura critica incline ad interrogarsi per comprendere come in ogni persona si forma la conoscenza del mondo. Leggendo l’opera di Labriola in questa prospettiva, fu molto colpito da Marx e mantenne, riguardo al suo materialismo storico, un atteggiamento aperto riconoscendo alcuni pregi ma rilevando fin da subito alcune tesi non condivisibili. I pregi erano la forza espressiva, il pensare al progresso come ad una continua lotta e il carattere realistico dell’argomentare di Marx a fini politici. Cui aggiungeva quello “della benefica efficacia esercitata dal marxismo sugli intellettuali italiani tra il 1890 e il 1900” avviando la fine del ritenere lo studio della storia una questione filologica da letterati. Il limite di Marx era di aver poi teso a modellare la vita sulle teorie, facendosi il profeta di ciò che le società avrebbero dovuto essere.  

Considerati i pregi e le potenziali derive non positive,  Croce era indotto a ritenere che l’obiettivo del materialismo non potesse essere quello datogli da certe interpretazioni, quali il  cosiddetto materialismo metafisico, secondo cui capire che la materia era il cuore della Storia, significava riconoscerne l’esito certo  (nonostante Marx non abbia mai detto che il comunismo debba essere ineluttabile). Insomma per Croce il materialismo doveva essere solo un canone interpretativo delle vicende storiche, una concezione realistica della storia che spingeva a mettere l’economia in primo piano.  Chi ne fa “allo stesso tempo un canone d’interpretazione e una specifica visione del mondo, lo riduce a filosofia monistica che lo snatura e lo rende inutilizzabile”. Di fatti, Croce qualifica Marx come il “Machiavelli del proletariato, che ci ha insegnato, pur con le sue proposizioni approssimative nel contenuto e paradossali nella forma, a penetrare in ciò ch’è la società nella sua realtà”. Il programma politico di Marx ha un fine ultimo e un metodo operativo “ma non precetti e catechismi buoni per tutte le contingenze e complicazioni storiche “  e “chi enfatizza una presunta necessità storica del comunismo, cade in un dommatismo scientifico e  politico”.

Peraltro, i pregi del materialismo espressi o almeno legati all’intenderlo solo quale canone interpretativo della realtà, per Croce finiscono qui, perché l’intento marxiano di fare dell’economia la chiave di volta del processo vitale , trascura che la realtà non è solo conflitto tra produttori ma è complessa e non riducibile ad un unico fattore predeterminato. Così da questo punto logico,  iniziano le critiche di Croce a Marx.

Innanzitutto è infondata la tesi di Marx secondo cui il suo materialismo produrrebbe un socialismo scientifico perché fondato sul pieno controllo umano delle leggi della natura e del convivere. La scienza, mediante l’astrarre e il porre determinate condizioni, arriva di volta in volta alla conoscenza di aspetti circoscritti della realtà. E tale metodo non ha corrispondenza con la realtà sociale, tanto meno continuativamente. In più, un canone interpretativo non può comunque essere una conoscenza da applicare. Infatti per Croce  “se la conoscenza delle leggi rischiara la nostra percezione del reale, essa non può diventare questa percezione stessa”. E precisava che un errore simile veniva fatto non solo dal socialismo ma anche dal liberismo, che pretende di dedurre  dal presunto pieno controllo umano delle leggi della natura e del convivere, il principio del laissez faire realizzabile solo tramite la libertà economica senza regole.

Poi è infondato anche il concetto di lotta di classe che non è “intrinsecamente necessaria allo svolgimento storico, perché, anche nell’avvenire, e senza le classi, la storia, giova sperare, continuerà”. La lotta di classe è solo  un canone interpretativo tra i possibili. Altrettanto infondata è l’identificazione valore-lavoro assunto quale aspetto determinante per spiegare la realtà nel presupposto che il lavoro sia l’essenza dell’uomo. Mentre è un modo del fondare l’economia, da tener presente per affrontare la questione sociale lavoro e risolverne gli squilibri ma cui non si può  dare un ruolo che non ha.

Nel complesso, del resto, Croce rileva che il Capitale non è né un’analisi storica di una data società né pura teoria economica. Marx paragona la società economica ideale, senza classi e con una completa ridistribuzione egualitaria della produzione (in cui i soli beni consistono in prodotti di lavoro) alla società capitalistica reale e storica che al lavoro attribuisce una  particolare  forma sociale (in grado di creare il plusvalore). E afferma che il valore di una merce dipende dal tempo lavorativo necessario per produrla , in forza  di un “paragone ellittico” tra la società capitalistica reale e quella marxista socialista ideale che non tiene conto delle effettive caratteristiche del capitalismo. Perciò  Marx, mischiando le due tipologie, il capitalismo reale e la prospettiva marxista,  non è di fatto né un economista né uno storico. Esprime una scelta politica.

Un altro rilievo di Croce a Marx  denuncia l’errore  contenuto nel concetto di caduta tendenziale del saggio di profitto dovuta, per Marx,  al progresso tecnico.  Ciò non è esatto, afferma Croce, poiché è vero il viceversa. Proprio il progresso tecnico (restando inalterati tutti gli altri fattori della produzione) potrà diminuire il profitto immediato (a causa degli oneri per promuovere  quel progesso)  ma non il saggio di profitto che anzi (purché non cresca il tenore di vita dei lavoratori) aumenterà insieme alla maggior quantità di beni prodotta. Quindi il progresso tecnico permette ai capitalisti di “ottenere gli stessi servigi che prima ottenevano dai proletari“. Non sussistendo la tesi della caduta del saggio di profitto (solo la concorrenza di mercato comprime il profitto), è di conseguenza infondata la previsione “della fine automatica ed imminente della società capitalistica”. La concorrenza tende ad escludere dal mercato certe specifiche imprese non abbastanza efficienti, ma il sistema capitalistico nel suo insieme non è destinato a collassare.   

Per tutte queste incongruenze, il materialismo storico (di certo nella versione di Labriola) non è né una filosofia della storia né un metodo del pensiero storico, ma solo “un canone d’interpretazione che rivolgere l’attenzione al cosiddetto sostrato economico delle società per intendere meglio le loro configurazioni e vicende“.  Con tale ragionamento, Croce inclina a ridurre il contributo del marxismo ad aver indicato l’utile come quarto valore da aggiungersi ai parametri abituali del vero, del bello e del buono (cosa servita a Croce per superare le vecchie filosofie della natura).

Nel complesso il quadriennio di saggi sul marxismo (che saranno raccolti nel volume Materialismo storico ed economia marxista edito nel 1900) contiene il giudizio globale di Croce sulla dottrina di Marx:  “in essa sono mescolati vero e falso”. Il vero sta “nell’avere il Marx richiamato fortemente alla coscienza la condizionalità sociale del profitto”  (anche se non  ha elaborato una spiegazione scientifica), il falso “consiste nell’aver dato più volte al procedimento comparativo, valore di spiegazione scientifica, e nell’aver preteso di soppiantare, coi risultati di esso, la vera e propria teoria economica”. “Se non alla scienza economica, l’opera del Marx conferisce alla coscienza sociale, illuminando con una serie di escogitazioni e di comparazioni, il rapporto dei lavoratori coi capitalisti”.

Il vero della dottrina  marxista spiega l’amicizia di Croce con Georges Sorel, un importante pensatore francese marxista , e la sua disponibilità a collaborare con  la rivista da lui curata, “Devenir social”. Croce definisce  Sorel “ l’unico marxista degno del nome nel modo di studiare i problemi storici e sociali” appunto perché non cade nel finalismo determinista della lotta di classe. E diverrà editore in Italia dei suoi saggi sul sindacalismo rivoluzionario, ribadendogli peraltro che era indispensabile togliere al marxismo la maschera scientifica che nascondeva l’ideologia. Il socialismo può essere solo un tipo di azione nella società .

In ogni caso, già prima della stampa di Materialismo storico ed economia marxista,  Croce scrisse in una lettera di chiudere la parentesi formativa su Marx  e di sentire l’esigenza di altri studi.

4. I caratteri dello spirito e il periodico La Critica – I successivi studi di Croce furono lo svilupparsi della sua formazione  non deterministica e dell’interesse  a descrivere il modo in cui ognuno conosce il mondo. Perciò intensificò il rapporto con  gli indirizzi di De Sanctis: riprendere l’idealismo hegeliano per farlo evolvere in una  nuova forma rivolta alle cose da fare, vale a dire al futuro. Questo fu il senso del neo idealismo di Croce. Che per natura polemizzava costantemente contro le proposte del positivismo, assertore a parole del metodo sperimentale (con l’abbandono della metafisica) ed invece prosecutore dei vecchi sistemi nel congiungere  l’interesse concreto all’escludere i motivi della comprensione critica ed umana.

Croce iniziò a sviluppare il neoidealismo storicistico, imperniato sul manifestarsi dello spirito secondo  forme distinte. E fin dagli ultimi mesi del secolo, delineò l’articolazione complessiva della sua concezione dello spirito, caratterizzandola con uno sviluppo attraverso quattro fasi connesse a due  a due (lestetica e la  logica, l’economia e l’etica), fasi su cui rifletterà in principio approfondendo e precisando per il successivo decennio, poi continuando  a rimeditarle durante tutta la vita.

Intanto, a partire da quello stesso periodo, Croce  andava stingendo i rapporti con un  siciliano neolaureato in filosofia alla Normale di Pisa con il massimo dei voti, più giovane di circa nove anni, Giovanni Gentile, che lo aveva contattato dopo l’uscita del primo commento fatto da Croce al libro sul materialismo dialettico di Labriola.  Gentile aveva avuto come professore di filosofia teoretica un importante seguace di Bertrando Spaventa, tra i massimi cultori italiani di Hegel letto in chiave  dei processi cognitivi , che innescano  lo spirito  attuato nel reale (attualismo). Un’impostazione, quella del professore, condivisa da Gentile in chiave professionale. Fin dai primi contatti tra Croce e Gentile, emerse sì una sorta di diversità concettuale sul come interpretare il materialismo storico (per Croce un metodo consapevole della realtà effettiva, per Gentile una filosofia della storia di tipo hegeliano con una previsione del futuro e  non un mero canone interpretativo) ma l’amicizia si formò sulla necessità di formulare un nuovo modello di storia italiana. Croce (nel privato ancora alla ricerca di una propria definita struttura concettuale) era esperto nell’indagine letteraria, rifiutava la metafisica , aveva una forte propensione all’evolversi brulicante delle scelte di vita, Gentile era già radicato in una specifica convinzione filosofica imperniata sul prevalere dello spirito sull’autonomia dei fatti . Ambedue peraltro condividevano la necessità di ricuperare la tradizione propositiva della storia Risorgimentale che era stata  purtroppo interrotta.

Il rapporto con Gentile divenne via via più serrato mentre  Croce riduceva la disattenzione alle vicende della politica corrente (va ricordata la sua pubblica deprecazione per i processi di Milano contro Turati, giudicati più iniqui di quelli dei Borboni  a carico di Settembrini nei moti del ‘848)  e proseguiva nell’elaborare e definire più in dettaglio la propria visione filosofica sul come si dipanano le categorie del conoscere individuale. Una visione che è contraddistinta dal continuo sforzo di Croce di dare un ordine preciso a tutto quanto percepisce come rilevante. In tale quadro, muovendo dalla memoria predisposta nel ‘893, in cui aveva sostenuto che la storia è riconducibile all’arte, Croce affermò che la conoscenza del mondo comincia con la percezione delle cose, vale a dire, utilizzando il termine greco, con l’estetica.  Fin dall’anno ‘900, Croce stabilisce che l’estetica è la scienza dell’espressione generale, il presupposto dell’attività dello spirito: l’arte è espressione dell’individuo, è un’attività teoretica autonoma, che consente all’individuo di percepire la realtà elaborandola poi  a livello razionale così da trarne la conoscenza del concreto.  

Dopo l’estetica, che permette di cogliere il manifestarsi del mondo, viene la logica, che ha carattere di filosofia  perché si applica a conoscere i concetti, vale  dire le idee universali sul mondo (da qui il nome di idealismo per l’intera concezione), dunque è la scienza del concetto puro. La logica è la prima manifestazione dello spirito umano ed è alla base del pensiero. Attiva la capacità di connettere il particolare con l’universale e insieme di rapportarsi alla realtà concreta, rendendo possibile comprenderla.

Nel frattempo, a dicembre del ‘901, Croce venne contattato a Napoli da uno sconosciuto libraio di Bari, Giovanni Laterza, che in primavera di quell’anno aveva messo su una casa editrice  e che desiderava ricevere da un uomo di alta cultura indicazioni sul taglio editoriale da darle. E nei mesi successivi Croce le dette: “credo  che fareste bene ad astenervi almeno dall’accettare libri di romanzi, novelle e letteratura amena: e ciò per comparire come editore di libri politici, storici, di storia artistica, di filosofia. Roba grave”. E fu ascoltato. A primavera del ‘902  uscì il primo libro sull’ Estetica come scienza dell’espressione che ebbe un successo immediato non solo in Italia, cosa che lo indusse a decidere la pubblicazione di una rivista che determinasse più a fondo la sua filosofia.  Così a gennaio del 1903,  Croce fondò La Critica, bimestrale di letteratura, storia e filosofia, di cui il mese prima aveva preannunziato l’indirizzo nel combattere in letteratura il limitato filologismo e l’estetismo decadente, in storia il non rispetto degli avvenimenti, in filosofia il positivismo. Avrebbe pubblicato “libri italiani e stranieri, di filosofia, storia e letteratura, scegliendo alcuni di quelle che meglio si apprestino a feconde discussioni. La rivista sosterrà un determinato ordine d’idee, perché niente è più dannoso al sano svolgimento degli studi di quel malinteso sentimento di tolleranza, che è in fondo indifferenza e scetticismo……il compilatore è un leale fautore di quello che si chiama metodo storico o filologico. Ma egli crede con altrettanta fermezza, che tale metodo non basti a tutte le esigenze del pensiero, ed occorra perciò promuovere un generale risveglio dello spirito filosofico; e che, sotto questo rispetto, la critica, la storiografia, e la stessa filosofia, potranno trarre profitto da un ponderato ritorno a tradizioni di pensiero, che furono disgraziatamente interrotte dopo il compimento della rivoluzione italiana, e nelle quali rifulgeva l’idea della sintesi spirituale, l’idea dell’humanitas“.

Mentre editava La Critica – alla cui pubblicazione contribuiva regolarmente Gentile in modo molto significativo –, Croce proseguì nello sviluppo sistematico della sua concezione filosofica, approfondendo i caratteri degli ulteriori gradini dello spirito per conoscere. Tale percorso piaceva sempre meno al suo  maestro a Roma, Labriola. Già da qualche anno aveva scritto di essere deluso di non essere riuscito far mutare in Croce la mentalità erudita e portarlo a fare le cose necessarie per l’Italia; e poco prima di morire nel 1904, scrisse di nuovo a Croce Il tuo filosofare…. consta di semplici giudizi analitici. Di fronte a questi giudizi purissimi  stanno le disgregate e infinite cose della natura e del mondo sociale ….. Nella filosofia del diritto non c’è la lotta di classe, la quale c’è però nella vita; nell’economia non c’è il sopravalore, il quale però c’è nella società”.

Il contenuto di questa critica di Labriola illumina i problemi dei marxisti nello svolgere un ragionamento. Concepiscono il discutere solo come mezzo di indottrinare,  non concepiscono che i giudizi analitici siano separati dalla finalità loro attribuita e confondono l’impianto concettuale (che Croce  elabora quale strumento atto a far capire meglio la realtà) con le tesi del materialismo storico operanti in chiave determinista. Da allora, questa presunzione di essere gli unici a capire davvero la vita e di volerla imporre, si aggraverà e i comunisti proseguiranno per un cinquantennio  a opporsi con furia a Croce e alla sua libertà del cittadino. Tornerò su questa attitudine, ma osservo fin d’ora che essa rende ridicole le accuse che già intorno al ‘900, i conservatori facevano a Croce di essere arrendevole al marxismo (anche perché approvava le posizioni di Zanardelli, altra bestia nera dei conservatori). E’ passato oltre un secolo ma tutt’oggi la mentalità di chi ritiene tuttora feconda la cultura marxista e di quel tipo di conservatori, nella forma attualizzata ai giorni nostri, non sopporta il modo d’essere politico culturale dei liberali e degli individui liberi.

All’epoca, Croce proseguì nelle riflessioni volte a descrivere in modo compiuto il processo con cui lo spirito procede  nella sua attività teoretica. Così, dopo aver descritto, curando molto l’ordine  dei concetti, i primi due passi che inquadrano la realtà, l’estetica e  la logica, Croce affrontò il problema del rapporto con la realtà, cioè della fase pratica. Questa fase si articola in due categorie collegate, l’economia e l’etica. L’economia riguarda in generale  l’intervento concreto nel mondo per maneggiare le cose materiali, raccogliere e trasformare i prodotti della terra, introdurre nuovi prodotti dell’iniziativa e del lavoro delle persone, e anche la volontà di raggiungere particolari scopi, in specie quelli della propria condizione di vita.  Tutto ciò esprimendo il manifestarsi umano nel mondo teso a rendere possibile e più agevole il vivere di chi lo popola. La seconda categoria pratica, quella dell’etica, è data dal processo interiore e dall’agire esteriore  i quali, riflettendo sulla presenza di ciascuno nel mondo, mettono in luce  i criteri che presiedono al reciproco comportarsi nell’esistere  e all’effettivo uso dei beni materiali disponibili. L’etica ha dunque una finalità che, imperniata sull’individuo, pone l’attenzione sulle relazioni, piccole e grandi, tra i diversi individui e tra tutti i conviventi, e perciò attiene all’universale. Proprio per questo l’etica  è collegata all’economia, in quanto ambedue delineano il percorso pratico della vita. La vita è un’attività concreta, al tempo stesso inscindibile dalle regole della morale.

Questo era il clima culturale creato da Croce e diffuso attraverso La Critica e le sue opere filosofiche. Un clima che il modo di essere di Croce rendeva un cantiere sempre in attività. Nel primo quadriennio, la collaborazione a Critica di Gentile fu intensa e priva di screzi. Ma poi, nella seconda metà del ‘906, Croce pubblicò  Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, e questo volume mise in luce le contrapposte visioni di Croce e di Gentile sul come intendere l’idealismo. Il che non  incrinava tanto i rapporti amicizia, quanto la collaborazione politico culturale,  facendo emergere che Croce seguiva la lezione di De Sanctis (centrata sull’apporto degli umani) e Gentile quella di Bertrando Spaventa (centrata sull’apporto dell’idea pensiero). Ovviamente la cosa non sfuggì a Gentile, che infatti scrisse una recensione in dissenso. Peraltro questa recensione restò inedita per oltre un decennio, dato che ambedue giudicarono prevalenti le ragioni del comune progetto di ricupero della tradizione propositiva Risorgimentale.

Quella di Croce è una filosofia in continuo aggiornamento (lui lo chiamava “serie di sistemazioni “) in base al ragionato e alla molteplicità del percepito, quindi una filosofia tesa a corrispondere   allo spirito del mondo, soprattutto preparatoria alle indagini storiche nei vari campi umanistici, fermamente immanente e antimetafisica (mentre quella di Gentile  tendeva alla metafisica). Le quattro categorie dello spirito crociano erano collegate nei rispettivi autonomi svolgimenti e valori, con finalità non deterministiche, bensì frutto della libera scelta di ciascun individuo. L’effettivo punto di svolta del neoidealismo di Croce rispetto ad Hegel  sta nella differente applicazione della dialettica degli opposti. Che in Croce non riguarda le quattro categorie che operano secondo propri valori; riguarda solo lo spirito in sé che valuta e sceglie. Vale a dire, la dialettica degli opposti – la contrapposizione vero e falso – non attiene alle singole categorie che operano mediante un meccanismo di auto applicazione, ma si svolge nella realtà dello spirito che esprime giudizi tra gli opposti comparando le categorie. Nella sostanza, le quattro distinte categorie sono collegate da un processo circolare che realizza lo spirito. Come è stato scritto, per Croce la vita dello spirito ripercorre senza tregua le sue forme fondamentali, ogni volta arricchita dal contenuto delle precedenti circolazioni e senza ripetersi mai. La storia è questo progresso e questo divenire.

Peraltro, pochi mesi dopo, Gentile tenne una prolusione all’Università di Palermo sul tema Concetto della storia della filosofia. Allora, Croce gli scrisse sconsigliandogli  di pubblicarla. Perché quando sviluppasse una trattazione sistematica di Hegel, precisò, “urterete in tali difficoltà che sarete costretto a correggere qualcosa nei principi“ , e quindi l’idealismo non verrebbe rinnovato (nonostante che, osservava Croce, perfino Hegel non escludesse del tutto la distinzione tra filosofia e storia). Anche questa volta, Gentile accettò di “mettere a dormire la prolusione” fin quando non avesse raccolto il materiale e magari modificato avviso. Tuttavia, era chiaro che al passare del tempo l’amicizia personale e il comune progetto culturale erano sempre più inficiati dalle differenze inaggirabili tra lo storicismo di Croce  e l’attualismo di Gentile.

Croce proseguì nei suoi approfondimenti logici rivendicando la serietà  l’importanza del pensiero logico, rispetto ad una serie di mode (l’empirismo, l’astrattismo, l’ intuizionismo e in particolare il positivismo) che contraddicevano ogni forma logica compatta. Non perché non si debba usare il metodo di astrarre per capire, ma perché l’astratto è uno schema del pensiero, non il mondo reale. Croce non accettava il postulato dell’uniformità della natura, adottato dovunque e sempre, argomentando che  è “falso e assurdo……la realtà non è costante né uniforme …. è perpetua evoluzione e trasformazione”.

Alla luce degli avvenimenti, Croce giunse a concludere che il socialismo marxista si era snaturato inseguendo un irreale concetto di democrazia e di eguaglianza sociale, in questo modo fuoriuscendo dal campo della storia reale. Oltretutto la classe operaia non aveva una sufficiente fede e moralità per la lotta di classe, e  dunque non aveva la forza per trasformare la società solo con l’entusiasmo e la fede. Tutto ciò derivava dalla pretesa di ridurre la libertà a un principio economico, laddove è la sfera dell’etica a governare il processo storico; ed inoltre dal non considerare che l’essenza del mondo non sta nell’affermarsi di un soggetto unico quale proletariato, ma nell’attività di tanti  diversi soggetti. Sono le condizioni della vita a sconfiggere la  concezione teleologica e deterministica del divenire marxista e del suo modo errato di interpretare le tendenze della modernità. Perciò Croce scrisse che il  socialismo era morto e lo ripetè  ancora per il marxismo (quanti hanno ironizzato nel corso dei decenni su questa dichiarazione di Croce, smentita nel concreto delle piazze, sono stati smentiti in modo definitivo dalla realtà di cui non erano stati capaci di accorgersi).

Nei medesimi anni, Croce affrontò anche il conflitto, forte ed acceso, tra il modernismo e la Chiesa cattolica. A Croce il modernismo parve un tentativo mal riuscito di trarre la religione dal mito per immetterla nella critica storico filosofica, senza intaccare la fede. Per fare una simile operazione era indispensabile essere fuori della Chiesa cattolica e di ogni chiesa, mentre i modernisti si ostinavano a professarsi, non solo religiosi ma cattolici. Applicando tale valutazione, Croce, pur personalmente  laico praticante, non esitò  a fare un articolo di elogio della enciclica di condanna del modernismo emanata da Papa Pio X. L’articolo si intitolava “Insegnamenti cattolici di un non cattolico“, e affermava che ai modernisti non restava che o ricongiungersi in ritardo ai pensatori non confessionali oppure, dopo essersi dibattuti a vuoto per  qualche tempo, ricadere nel cattolicesimo tradizionale.

5- L’ingresso in Senato e la rottura con Gentile – La concezione liberale dell’opera di  Croce era tenuta molto in conto da Giustino Fortunato, un famoso meridionalista, deputato liberal conservatore della  Basilicata, il quale la segnalò al Presidente del Consiglio Sidney Sonnino, suo coetaneo, liberale della Destra Storica. Questi era già da molti anni sostenitore della necessità del  “suffragio universale eguale e diretto…… senza la limitazione  del saper leggere e scrivere”  e con “l’abbassamento dell’età tanto per l’elettorato che per l’eliggibilità politica”, ed era apprezzato da Croce come deputato che “contribuì a fare smettere alle classi colte italiane quell’istintivo movimento di  chiudere gli occhi… e a introdurre la pacata discussione sul socialismo e sui doveri della borghesia verso contadini  e operai”. Sonnino  era anche alla ricerca di occasioni per valorizzare personalità liberali estranee  alla logica maggioritaria di Giolitti , la quale privilegiava il baricentro istituzionale a favore degli organi elettivi invece che il governo. Il fine di Sonnino era appunto valorizzare il ruolo del governo quale rappresentante degli interessi generali di tutta la nazione, poiché, per lui, la nazione non è la sommatoria  dei vari corpi divisi in classi e ceti in antagonismo reciproco, agevolata dai religiosi e dalla sinistra. Perciò auspicava un partito liberale fortemente organizzato della società civile, che sostenesse le idee liberali senza ridurle ad interessi particolari.  

Forse anche per questo suo intento, Sonnino, a gennaio del 1910, promosse la nomina di Croce a Senatore del Regno per il settore censo. Questa nomina suscitò varie polemiche sui giornali che sollecitavano per il ruolo personalità dell’area più democraticista e meno degli agiati agrari conservatori (perché già allora la cultura liberale veniva confusa con il conservatorismo sotto la spinta dei religiosi e dei massimalisti sociali).  Croce gradì l’onore  ma continuò imperterrito il suo impegno filosofico culturale, nonostante stesse accelerando il dibattito sulla rilevante questione civile del ridefinire il diritto al voto. Dibattito che porterà nel maggio 1911 al discorso di Giolitti alla Camera  (“Io credo che sia indeclinabile un ampliamento del suffragio. Dopo vent’anni, dall’ultima legge elettorale, una grande rivoluzione sociale è avvenuta in Italia, la quale produsse un grande progresso nelle condizioni economiche, intellettuali e morali delle classi popolari. A questo progresso, corrisponde il diritto a una più diretta partecipazione nella vita politica del Paese”) , da cui nacque un anno dopo esatto, la nuova legge elettorale che estese il voto ai cittadini maschi. Quelli sopra ai 30 anni, senza alcun requisito di censo né di istruzione, mentre i maggiorenni fino ai 30 anni con alcune condizioni di censo (un’imposta annua di almeno 19,8 lire  o un fitto annuo o un’imposta ad un Comune)  o di prestazione del servizio militare o di titoli di studio (superato un corso elementare obbligatorio). Il corpo elettorale crebbe d’un colpo da 3,3 a 8,45 milioni, quasi un quarto degli abitanti. La legge sul suffragio universale fu un esempio di effettiva capacità riformatrice, che agisce dopo aver fatto maturare la consapevolezza della questione. Ed è appunto questo criterio che turba la cultura cattolica (del resto ancora oggi). Secondo questa cultura il suffragio universale non andava bene poiché non corrispose a riconoscere un diritto civile del cittadino bensì a fissare   il solo criterio dell’esperienza, legata all’età o al servizio militare. Una critica dalla chiara suggestione impositiva.

Nei primi tre anni da Senatore, Croce continuò a studiare il problema della comprensione storica , convinto come era che il pensiero storico fosse l’autocoscienza di questa vita. La storia, secondo Croce, è un atto di pensiero (una unità-distinzione tra momento intuitivo e momento logico, insomma un giudizio) che mette insieme il fatto, il documento storico, e la  narrazione che ne fa il giudizio storico. Da qui Croce trasse la conclusione che la storia è sempre storia contemporanea, dal momento che ” solo un interesse della vita presente ci può muovere a indagare un fatto passato; il quale, dunque, in quanto si unifica con un interesse della vita presente, non risponde a un interesse passato, ma presente“. La sostanza di tale concetto è essenziale nello sviluppo dell’opera di Croce, in quanto rivela la dinamica del conoscere nel realizzare una consapevolezza riflessiva connessa alla valutazione critica delle cose, dunque legata al tempo (non citato ma in azione). Sul coincidere tra particolare e universale, reale e razionale, storia e filosofia, Croce formò così la sua concezione di storicismo assoluto, che intende la storia non come derivata da leggi trascendenti, ma  quale espressione del processo del realizzarsi dello spirito nelle sue diverse forme.

Un simile storicismo assoluto aveva dei connotati assai innovativi, soprattutto nella sostanziale attribuzione di un ruolo determinante al pensiero critico individuale. E nel 1913 era ormai un sistema compiuto. Nel medesimo periodo, peraltro, anche Gentile, rispetto a sette anni prima, aveva approfondito la propria concezione filosofica. Croce avvertì che la distanza con il suo collaboratore a La Critica era divenuta filosoficamente incolmabile e che la cosa doveva essere rilevata. E quasi per sottolineare il senso concettuale della disputa – estraneo all’impresa editoriale de La Critica che all’epoca costituiva  un motivo caratterizzante della cultura italiana –, Croce scrisse una lettera su un’altra importante rivista, La Voce di Prezzolini, alla fine del 1913 (avviando con Gentile un carteggio che proseguirà l’anno successivo e dopo)   nella quale esponeva apertamente le ragioni per cui il comune rilievo dato allo spirito in chiave idealistica, si  spezzava quando Gentile specifica “idealismo attuale”, perché Croce  non è persuaso  dell’attualismo. Croce  intende il concetto di spirito come circolarità e ricorso (che unifica distinguendo o distingue unificando), mentre  Gentile trascura tale processo considerandolo un trascendere l’attualità e per questa via rende l’attualità una schietta posizione mistica. Questa attualità si riduce ad  un presente immobile che cancella ogni distinzione.

Per Croce, Gentile fraintendeva l’idealismo perché immerso nella filosofia di Bertrando Spaventa che era “divorato dall’ansia religiosa dell’unità”. Di conseguenza, per Gentile “il pensiero  non presuppone nulla perché assoluto, e crea tutto”. Laddove Croce è fautore della filosofia storicistica della relazione tra particolarità e unità. Si tratta di un nodo assai importante che Gentile non coglieva ma che è equivocato anche da diversi interpreti crociani.  La replica di Gentile evocò “il carattere di malinconia profonda, che pervade tutta questa tua contemplazione del mondo, in cui l’uomo par sequestrato in un cantuccio dell’universo o a guardare inoperoso questo universo, in cui non può riconoscersi, o a coltivare una piccola aiuola, fuor della quale si stendono spazi interminati. La verità gli si spiega in alto sul capo, inaccessibile; ma non gli si svela se non attraverso al duro e oscuro lavoro con cui egli dissoda in eterno le zolle di quell’aiuola”.

In queste poche parole, è sintetizzato il nodo del rifiuto della filosofia di Croce da parte di Gentile e dei suoi allievi. Gentile e i gentiliani non accettano che l’uomo guardi l’universo  stando sequestrato in un angolo e lavori senza enfasi per svelare la verità sul mondo. In un simile concetto – che in sostanza si schiera con l’illusione del negare la realtà alla quale sovrappone l’umano – spuntano accenni cari al movimento estetico futurista (il cui primo manifesto gridava “Glorifichiamo la guerra, sola igiene del mondo” e valorizzava il gesto e l‘azione)  allora in crescita e soprattutto suggestioni di una realtà inglobata in pieno nell’atto del pensiero senza distinzioni, suggestioni oggettivamente prodromiche  a idee di rimozione della diversità individuale dalla convivenza.  Insomma, una visione fondata  sul puro idealismo monistico e dunque in forte divergenza  con quella di Croce,  basata sulla distinzione, la pluralità, il continuo rinnovarsi, l’antidogmatismo del cittadino. Insomma, come è stato scritto (Cotroneo), le due filosofie avevano due diverse visioni del mondo, della storia, della politica e dell’etica.

La polemica tra Croce e Gentile su La Voce apparve dirompente alla cultura italiana, che, anche il quel periodo,  aveva la consuetudine del semplicismo conformista. Non concepiva  che i due stretti collaboratori nell’editare La Critica avessero messo in pubblico una spessa contrapposizione filosofica, che spezzava il clima idealista dominante. Per quella cultura , il valore dell’unità era prioritario e intangibile. Romperla era scandaloso. Eppure l’atto di Croce di mettere in pubblico il dissidio (che fu preso molto male da Gentile, pur restando assai amico ancora per qualche anno) non solo non fu un colpo di testa, ma fu la presa d’atto, logica ed ineludibile, che lo spirito del pensiero libero non poteva stare in una gabbia, addirittura costruita nel segno di una visione attualistica, dogmatica e  monistica. Anche negli articoli su La Voce in proposito, Croce, secondo il suo stile,  non emise giudizi definitivi, ma avviò una ferma discussione su un aspetto ineludibile del vivere. Ineludibile negli effetti concreti oltre che dal punto di vista concettuale, come poi dimostrarono gli avvenimenti dei decenni successivi.

6- Il neutralismo  e il rapporto con Giolitti. Le elezioni di metà autunno del 1913  furono le prime con il voto universale maschile ma non determinarono sostanziali mutamenti nel panorama parlamentare, dal  punto di vista percentuale: continuò ad esserci una ampia maggioranza dell’Unione Liberale giolittiana (da sola poco meno della metà degli eletti) e dei suoi diversi alleati , i Democratici, i  Radicali e i cattolici seguaci di Gentiloni (che vantavano un Patto che non ci fu mai nei termini propri del termine, cioè tra due contraenti). Peraltro Giolitti proseguì nel suo IV governo (era in carica dal marzo del ‘911)  ma dopo un semestre, a seguito di una disputa con i Radicali sul finanziamento alle colonie, passò la mano indicando Salandra, esponente della destra liberale e non giolittiano, quale nuovo Presidente del Consiglio.

Un breve inciso. Va segnalato che due settimane prima Croce si era sposato a Torino con Adele Rossi, siccome nella seconda metà del settembre ’13 era mancata in pochi giorni Angelina Zampanelli, la compagna ventennale da lungo tempo sofferente di disturbi cardiaci. A 47 anni, Croce si decise a prendere moglie per la prima volta. E scrisse: “Sposerò una buona e brava ragazza piemontese, che conosco già da due anni, della quale ho invigilato gli studii per la laurea in lettere. E che mi aveva sempre ispirata una grandissima stima per la finezza dell’animo e la serietà del carattere. Era inoltre in rapporti di grande affetto con la povera Angelina (…). Non è giovanissima (ha passato i trent’anni); non è bella; ma è di buona salute, è molto simpatica, molto graziosa, soprattutto assai distinta e fine”. Da quell’unione, nacquero in nove anni quattro figlie.

Riprendendo il filo, il Governo Salandra, ottenuta la fiducia il giorno stesso dell’incarico, si trovò entro poche settimane in una situazione internazionale esplosiva. Dopo l’uccisione a Sarajevo dell’erede al trono austriaco, ci fu ad inizio estate una crisi virulenta tra la Triplice degli imperi centrali (Austria-Ungheria, Germania e Turchia, legati all’Italia da trentadue anni  in un patto difensivo) e la Triplice Intesa (Inghilterra, Francia e Russia). Nella seconda metà di luglio il governo Salandra decise di restare neutrale a norma del patto.  Intanto perché i tre imperi non erano attaccati e poi in attesa di ricevere concessioni dall’Austria in cambio dell’autorizzarla ad attaccare la Serbia (l’attesa dell’Italia  era sulle  terre irredente, Trentino e Venezia Giulia). La prima metà di agosto del 1914 scoppiò quella che sarà chiamata la prima guerra mondiale.

Insoddisfatto del trattamento riservato all’Italia dagli Imperi Centrali, il Ministro degli Esteri Paternò di San Giuliano prese in esame l’avvicinamento diplomatico  alla Triplice Intesa. Era spinto a fare ciò dalle accese dispute che si intensificarono subito nel paese tra interventisti e neutralisti. Gli interventisti  sostenevano che occorreva entrare in guerra per proseguire la missione del Risorgimento e quindi intervenire contro l’Austria e l’imperialismo militarista. I neutralisti, oltre a condividere le ragioni procedurali desunte dallo stesso patto tra gli Imperi Centrali, più in generale non vedevano coinvolti gli interessi italiani, visto che il Risorgimento non poteva essere ridotto ad un’eccitata avventura bellica territoriale. Tale riduzione la facevano invece gli intervenisti (repubblicani, garibaldini, socialriformisti, come Bissolati, Ivanoe Bonomi, Gaetano Salvemini, i conservatori, i nazionalisti e i sindacalisti rivoluzionari quali Mussolini, direttore dimissionario dell’Avanti), con l‘appoggio di Casa Savoia, guidata dal Re Vittorio Emanuele III, che aspirava ad impersonare il ruolo di suo nonno. Il politico riferimento dei neutralisti (i liberali giolittiani e la maggiorana parlamentare, i socialisti tradizionalmente pacifisti e antimilitaristi, il nuovo Papa Benedetto XV) era Giolitti che sosteneva la non entrata in guerra sia perché la riteneva un sacrificio non necessario per ottenere qualcosa, sia perché non giudicava pronto il paese a farla. Sulla medesima linea era Croce, che all’esaltata politica degli interventisti opponeva che “la terapeutica delle bugie non è fortificante né per un individuo, né per un popolo”.

Improvvisamente  a metà ottobre  Paternò di San Giuliano morì.  Due settimane dopo, Salandra colse l’occasione per un ampio rimpasto governativo che essenzialmente costituì il distacco da Giolitti (e quindi dalle posizioni neutraliste) per approdare a quelle interventiste.  Per questo, nominò Ministro degli Esteri Sydney Sonnino, il quale, come abbiamo visto prima, era assertore della primazia del Governo (ed anche del Re) sul Parlamento. Di conseguenza, andò crescendo nel paese il contrasto politico culturale tra neutralisti ed interventisti. Croce promosse , insieme ad altri intellettuali neutralisti, l’associazione pro Italia Nostra dotata di un settimanale  omonimo. La linea neutralista non si basava sugli ideali ispirati dalla Francia di giustizia, di antimilitarismo e di pacifismo giacobino, giusnaturalista e socialista. Croce rifiutò l’idea dello “Stato giustizia” come aveva rifiutato lo “Stato etico” di Hegel.  Sosteneva l’autonomia della politica e, per fare una guerra,  si doveva trovare il motivo negli interessi della patria, non nella classe o nella civiltà contro la barbarie.

In quel periodo, simili posizioni di Croce suscitavano contro di lui furiose polemiche da parte del movimento futurista che esaltava il giovanilismo. Il nome più noto del movimento, il poeta Marinetti,  definiva Croce “un tedescofilo passatista”. E Croce rispose che ” i giovani meglio farebbero se badassero alle cose e alle idee più che alle persone e all’età di queste persone” . I giovani non possono pretendere una loro fisiologica superiorità, non hanno svolto nella storia una funzione progressiva “rimanendo gli eterni giovani, i perpetui ribelli, gli inetti” . Il mito del giovanilismo trasforma una immaturità e debolezza inconsapevoli in una “sorta di corporazione con diritti senza doveri e fornita di privilegi, negando agli altri, perché non più giovani, il diritto di rintuzzarli”.

Dietro le quinte, le trattative di  Sonnino con la Germania e la Triplice degli Imperi Centrali, erano definitivamente fallite a metà dicembre per l’opposizione dell’Austria a concedere territori (in specie il porto di Trieste, l‘unico dell’Impero). Allora, tra fine febbraio e metà marzo, Sonnino  riprese i contatti con Londra e dopo febbrili trattative segretissime, il 26 aprile fu firmato a Londra il Patto tra Italia e i paesi della Triplice Intesa, al  cui fianco l’Italia sarebbe entrata in guerra (impegnandosi a farlo entro un mese) ricevendo in compenso i territori richiesti. Il Patto di Londra – che costituiva il rovesciamento di alleanze dell’Italia ­–  venne sottoposto a segretezza e dunque il Parlamento italiano non ne fu informato.

Ovviamente, pressato dalla scadenza di fine maggio contenuta nel Patto di Londra, il Governo, con la spinta e  l’aiuto determinanti del Re,  favorì l’agitarsi delle piazze a sostegno dell’interventismo. Per alcune settimane le cose restarono in bilico, dato che la maggioranza dei parlamentari era neutralista e 300 deputati, uno alla volta, lasciarono i propri biglietti da visita nella casa romana di Giolitti, per confermare la loro fedeltà. Giolitti, pur restando convinto della sua linea, ritenne che la spinta della Corona e del Governo fosse troppo insistente (si arrivò all’irruzione della folla   dentro Montecitorio senza che ci fosse una reale difesa da parte della forza pubblica) perché la manovra potesse essere bloccata nell’aula parlamentare. Il centro di Roma era divenuto brulicante durante le cosiddette “radiose giornate” di maggio. La determinazione del Re e di Salandra sostenevano l’azione di Sonnino che, con indubbia abilità, alla vigilia del dibattito in aula, presentò  un Libro Verde nel quale erano esibite le carte diplomatiche degli ultimi mesi, presentate in modo da nascondere il Patto di Londra (ed anche il tentativo austriaco in extremis di fare concessioni) e da limitarsi a sostenere l’inevitabilità dell’entrata in guerra (che necessitava di autorizzazione) contro l’Austria Ungheria, per il momento non Turchia e Germania. La parola d‘ordine della Corona e del suo governo era “completare  il Risorgimento”, ma non diceva al Parlamento la verità sul come stavano le cose.

Al di là del giudizio realistico di Giolitti (impossibile bloccare la tenaglia tra la Corona e la piazza senza una gravissima crisi),  la vicenda della decisione di entrare in guerra costituì il punto di svolta per l’avvio della stagione in cui il Parlamento veniva ritenuto non più rappresentativo del paese reale. Venne abbandonata la linea di Cavour, per il quale “la via parlamentare era più lunga, ma la più sicura”. Dell’operazione, Sonnino non  fu il mandante quanto l’esecutore. Del resto, Giolitti diceva “se Sonnino conosceva i problemi, non ha mai conosciuto in modo sufficiente gli uomini, la cui collaborazione alla soluzione di questi problemi è indispensabile nei regimi democratici e rappresentativi”. In quel caso Sonnino andò oltre e trascurò – proprio lui fautore del suffragio universale – il significato di far decidere al complesso dei cittadini, preferendo rinserrarsi nell’antica pratica di far decidere ai potenti ritenuti unici capaci di capire l’interesse della nazione. Con esiti alla lunga disastrosi.

Anche Croce adottò il realismo liberale di Giolitti. Ricordiamo che aveva iniziato gli studi storici per essere utile agli altri; e nel frattempo era divenuto sempre più convinto che il riflettere rendesse indispensabile connettersi ai casi della vita reale. Lui stesso avrebbe riconosciuto che dopo il 1914 La Critica “entrò per la prima volta nella polemica politica”.  Di fronte agli attacchi dei giovani entusiasmati dalla guerra, una volta entrata l’Italia nel conflitto armato, Croce chiuse subito l’esperienza di Italia Nostra, tenne un comportamento di lealtà patriottica, ma restò  contrario  all’interventismo ideologico di stampo democratico e rivoluzionario. Per lui la guerra era un male estremo e non uno scontro di idee e principi. In quei mesi La Critica sostenne che “lo scienziato non deve entrare in gara con le passioni, quando sono intente all’opera loro di creare fantasmi di amore e di odio; se anche non può pretendere di spegnere, con la sua scienza, quelle immagini sorte fuori della scienza ed efficaci nella vita, dove incontrano spontanei correttivi in altre immagini, sorte da sentimenti diversi od opposti”.

7 – La prima guerra mondiale.  Per Croce la guerra era “tanto poco morale o immorale quanto un terremoto o altro fenomeno di assettamento tellurico”. Non contava l’esser più civili o  aver più diritto a vincere. “Le lotte degli Stati sono azioni divine. Noi, individui, dobbiamo accettarle e sottometterci. Ma sottomettere la nostra attività pratica e non quella teoretica: sottomettere i nostri affetti politici e non i nostri affetti personali e privati. Altrimenti la barbarie si ristabilirebbe nel mondo”.

Questa frase mostra una evoluzione importante ma anche una crepa. L’evoluzione sta nel passo avanti del riconoscere che le guerre tra Stati esulano dal confronto politico tra i cittadini per risolvere i problemi (in altre parole, l’interventismo ideologico corrode il pensare e lo avversa) . La crepa sta nell’argomentare che sottomettersi come individui alle scelte degli Stati in lotta appartiene all’attività  politica, mentre  l’attività teoretica non deve sottomettersi in quanto attività personale e privata. Così pare affermare che l’attività teoretica sia esclusa in ogni caso dalla politica, il che negherebbe il principio di fondo del liberalismo per cui le democrazie rappresentative sono lo strumento per far decidere ai cittadini tramite il proprio spirito critico (che porta a conoscere).  Dunque, per rimuovere la crepa, occorre che l’attività teoretica individuale si estenda anche alla politica pratica, siccome per i liberali la politica pratica dipende da questa attività conoscitiva. Di fatti Croce , alcuni decenni dopo, tornerà sul tema e riconoscerà che all’epoca non si era reso conto che il suo tentativo di rimettere ordine nelle procedure del conoscere, corrispondeva  proprio alla necessità di evitare le concezioni ideologiche, le quali sono soppressive dello spirito di libertà che conosce.

I primi trenta mesi di guerra, nonostante le grandi asprezze sul piano militare,  scorsero senza rilevanti novità sul piano delle abituali conseguenze civili in periodo bellico.   La campagna degli interventisti proseguì in  termini culturali filo francesi ed antigermanici, ma solo in apparenza potevano essere scambiati quale forma patriottica. Nel 1916, Croce scrisse distinguendo “il concetto latino della vita politica e storica, cioè l’ideale della fratellanza e della pace universale…… da quello germanico della vita come lotta continua e che nella lotta stessa trova con la sua ragione il riposo”. Non era un caso. Il concetto latino manifestava tre sogni , quello cattolico del paradiso celeste,  quello giacobino e quello  democratico del paradiso in terra; mentre il concetto germanico negava l’idea di paradiso e riconosceva la città di Dio o della Ragione nella storia. Per  Croce , la concezione più realistica era quella “storica e combattente della vita, …. che, diventata europea, sarà purificata da ciò che conteneva di particolaristicamente e materialisticamente e rozzamente germanico”.

In Italia continuò senza tregua la campagna irrazionalista dei sostenitori della guerra risorgimentale, del giovanilismo futuristico, dei motti militaristici. Tale clima venne molto turbato dal fallimento dell’offensiva italiana in Trentino a metà giugno 1916, che provocò la caduta del governo Salandra sostituito da uno di unità nazionale presieduto da Boselli. Il clima  politico, esaltato del paese e incerto sul piano bellico, si confermò nei mesi successivi, mentre all’interno della Triplice Intesa si verificarono, nel tardo inverno inizio primavera ’17, due distinti eventi di grande peso. Per primo, a fine febbraio, vi fu lo scoppio  di rabbia e disperazione  aPietrogrado, che inopinatamente divampò, travolgendo le milizie dello zar , entrando alla duma, eleggendo il soviet dei lavoratori per formare  un governo di democratici borghesi verso un ordine socialista.   Ciò, in concomitanza al precipitare della guerra contro la Germania, spinse, con l’appoggio dell’esercito, all’abdicazione dello zar il 2 marzo. Al momento, peraltro, continuò la guerra contro gli Imperi Centrali.  Nelle medesime settimane, la Germania continuava ad affondare lungo le coste dell’Atlantico le navi mercantili di ogni bandiera, dunque anche Usa. E l’affondamento della Vigilantia (con l’intero equipaggio) convinse il Presidente Wilson, appena rieletto e intento a mantenersi fuori della guerra in Europa, che non era più possibile restare estranei, anche per proteggere i grossi finanziamenti  concessi alla Triplice Intesa. Così i primi di aprile ’17 , gli Stati Uniti entrarono in guerra come alleati, seppure a tempo. Con ritmi  lenti all’inizio ma insistiti e sempre più massicci.

In Italia il clima restò immutato sul subito, così come immutati nonché continui furono gli attacchi all’impostazione culturale  espressa regolarmente da Croce su La Critica. Un simile clima – con una tranquillità in superfice del genere esistent in una guerra di allora – venne tuttavia sconvolto, a metà autunno ’17, dalla disfatta di Caporetto che pose di fronte alla concreta durezza del conflitto e alla minaccia di guai ulteriori. Immediatamente cadde Boselli sostituito dal Governo Orlando (sempre con Sonnino agli Esteri), ancora di unità nazionale. Con ciò, a parte le posizioni dello stesso Presidente del Consiglio (che durante il quindicennio erano state ondeggianti), la credibilità della cultura interventista subì un altro colpo. In più,  nelle settimane successive, a seguito del colpo di stato  leninista in Russia e alla conseguente apertura degli archivi diplomatici, all’improvviso iniziò a divenire pubblico il testo del Patto di Londra dell’aprile ’15. E poi, dopo un altro trimestre, la Russia firmò un armistizio con la Germania e uscì dal conflitto. Tuttavia, quello che la Triplice andava perdendo sul versante Russia, venne riequilibrato abbondantemente dal sempre più diretto impegno degli Stati Uniti  specie a partire dalla primavera del ’18.

Nel complesso l’Italia aveva riacquisito, con il nuovo comando del generale Diaz e gli aiuti degli alleati, una notevole capacità di reazione militare. All’interno  continuavano accese le polemiche politico culturali e La Critica ne era al centro.  Nel luglio 1918, scrisse: “la fede nella monarchia o nella repubblica, nella libera concorrenza o nel socialismo, nel socialismo di Stato o nel socialismo sindacalistico, e via dicendo, sono (checché credano i teologi e preti dei varî partiti politici) tutte fede condizionate e contingenti; ma la fede nella forza della ragione è, sol essa, incondizionata e assoluta. Ho detto della ragione, e i miei lettori sanno a quale ragione io intenda prestare la mia riverenza: non certo all’arida Ragione, di cui si vantano i liberi pensatori di quelle tali logge che sono gli odierni asili dell’ignoranza, ma alla ragione dialettica e fattiva; non già (mi duole di dover dispiacere a molti col pretendere il termine negativo dalla lingua francese e il positivo dalla tedesca) non già alla Raison, ma alla Vernunft “. E questo era un ragionamento di non poco  conto circa le radici delle norme sul convivere.

Nel primo autunno – anche sotto l’effetto dei contestuali successi dell’alleanza Triplice Intesa ed USA in vari punti del teatro degli scontri in Europa –  l’esercito italiano e degli alleati riuscì a riprendere l’iniziativa, finché, tra fine ottobre inizio di novembre ‘18, l’offensiva italiana sul Grappa e sul Piave (Vittorio Veneto) riuscì  sfondare il fronte austriaco, tanto da costringere l’Austria-Ungheria  a chiedere l’armistizio e ritirarsi completamente. Il che provocò, nel giro di pochissime settimane il crollo dell’Impero austro ungarico (già preda di gravi tensioni politiche interne nelle settimane precedenti). La prima Guerra mondiale era finita.

In quel novembre l’entusiasmo fu grande. Si intensificarono i proclami dei fautori dell’irredentismo, crebbe il mito del  nell’Unità Nazionale compiuta e tutto il mondo irrazionalista e filo nazionalista continuava ad attaccare la cultura crociana. Al punto che il giovane Piero Gobetti, torinese di già editore di Energie Nuove, nel numero di fine novembre , scrisse : “finché dura la gazzarra anticrociana, finché la lotta è tra la menzogna e l’onestà, tra la mentalità massonica e riformista, e il pensiero, finché combattere Croce vuol dire combattere la serietà degli studi e l’educazione nazionale, non può essere dubbio il contegno della gente onesta. Stare col Croce vuol dire combattere le porcherie torbide di quegli italiani che disonorano l’Italia”. Furono parole dure ma lungimiranti. Visto anche che il mondo interventista era in ebollizione già da fine ottobre (nei giorni dell’offensiva  a Vittorio Veneto), percependo che l’insieme del mito irredentista era in forte declino. Il poeta D’Annunzio pubblicò i Canti della guerra latina in cui evocava “Vittoria nostra, non sarai mutilata”

8 – Il tumultuoso primo dopoguerra.  Da gennaio del 1919 cominciarono a spuntare le magagne in termini assai superiori alle preoccupazioni più pessimistiche.  Innanzitutto venne presto a galla che lo stato socioeconomico italiano  era molto difficile. Oltre i morti in guerra (più di 600 mila), i mutilati (quasi mezzo milione) e circa tre  milioni di reduci  in condizioni di vita precarie, l’Italia aveva tantissimi debiti, il nord est devastato, l’economia industriale e il commercio in grave difficoltà per tornare ai ritmi  del tempo di pace. E tutto ciò andava provocando forti proteste operaie, che man mano dettero vita al biennio rosso  

Poi, nello stesso mese,  iniziò la conferenza di Pace di Parigi tra la trentina di paesi di tutto il mondo vincitori della guerra (cui l’Italia era rappresentata dal Presidente del Consiglio e dal Ministro degli Esteri, spesso in disaccordo tra loro) in cui emerse presto la precarietà della posizione italiana, che non riusciva a far valere il Patto di Londra, siccome il Presidente USA Wilson – fermissimo sostenitore del principio dell’autodeterminazione dei popoli – impediva si tenesse conto di accordi segreti stipulati prima del suo ingresso in guerra. In termini talmente duri che la delegazione italiana ritenne di  abbandonare il tavolo e di far rientro a Roma (trovandosi poche settimane dopo a  tornare al tavolo visto che la conferenza stava proseguendo in assenza dell’Italia). Il poeta D’Annunzio riprese l’espressione “vittoria mutilata” e aizzò il discredito verso i gruppi dirigenti, che tenevano nascoste le cose ai cittadini e non riuscivano neppure a far rispettare gli accordi stipulati.

Nel frattempo, già a metà gennaio era stato lanciato l’appello agli uomini Liberi e Forti con il programma in dodici punti del Partito Popolare dei cattolici, il PPI. Richiamandosi ai problemi e alla realtà del dopoguerra, il PPI si pose l’obiettivo di un  “programma sociale, economico e politico di libertà, di giustizia e di progresso nazionale, ispirato ai principi cristiani”, con cui chiedeva una legislazione a tutela dei lavoratori, lo sviluppo del cooperativismo e della piccola proprietà contadina, il decentramento amministrativo, la libertà della Chiesa nella esplicazione del suo magistero spirituale, il voto femminile, il Senato elettivo, l’abolizione dei trattati segreti, il disarmo universale. Segretario fu Luigi Sturzo, un sacerdote siciliano che da un ventennio operava nelle campagne e che riteneva opportuno dare ai cattolici un raggruppamento politico di privati cittadini, giuridicamente slegato dalla Chiesa e da ogni sua organizzazione quale l’Azione Cattolica (perché, disse, “il cattolicismo è universalità, il partito è politica, è divisione”). Questo gruppo intendeva portare nella battaglia politica specifici principi cristiani, senza fare da puntello all’egemonia liberale  e moderata e permettendo una partecipazione attiva dei cattolici nel dopoguerra, quando era verosimile convergessero su una piattaforma anticlericale. il blocco massonico, il socialismo e i democratici.

Nel nuovo partito si ritrovarono da subito le personalità più rappresentative dei movimenti cattolici, da quelli lombardi come Meda , già deputato del Patto Gentiloni e poi Ministro delle Finanze in due governi, incluso quello in carica,  da Miglioli dei contadini bianchi veneti, da De Gasperi, capo dei Popolari trentini nel periodo austriaco, ai gruppi della sinistra popolare, a diversi deputati. Ma venne attaccato da Padre Gemelli con l’accusa di sostenere una linea aconfessionale e di aver messo “Cristo in soffitta”. Il PPI adottò fin da subito il simbolo dello scudo crociato con la scritta  Libertas.

A fine marzo, il Popolo d’Italia, il quotidiano fondato nel ‘14 dall’ex direttore dell’Avanti Benito Mussolini , aveva lanciato la riunione per fondare i Fasci di Combattimento “contro due pericoli: quello della destra contraria ad ogni novità e quello di sinistra distruttiva”. La riunione si tenne nella Sala dell’Alleanza Industriale in Piazza San Sepolcro a Milano. Mussolini enunciò i tre punti fondanti: “1. L’adunata  si dichiara pronta a sostenere energicamente le rivendicazioni d’ordine materiale e morale che saran propugnate dalle associazioni dei combattenti ; 2. L’adunata dichiara di opporsi all’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e all’eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli;….. presuppone l’integrazione di ogni nazione, e che per quanto riguarda l’Italia deve realizzarsi sulle Alpi e sull’Adriatico colla rivendicazione e annessione di Fiume e della Dalmazia; 3. L’adunata impegna i fascisti a sabotare con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di tutti i partiti”.  Il secondo oratore più noto fu il poeta futurista Marinetti, il quale attaccò il Partito Socialista che stava assaltando la Nazione. In sintesi, i Fasci di Combattimento intendevano “essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente


L’attività di  Croce quale studioso e scrittore, proseguiva a getto continuo (negli anni di guerra aveva pubblicato pure un Contributo alla storia di me stesso). Scriveva in sostanza fuori dalla politica quotidiana e  dedito a capire il grande meccanismo del come procedono la conoscenza e la libertà umane. Peraltro, nel farlo e proprio dal punto di vista da lui adottato, finiva per trascurare un aspetto di rilievo. Il punto debole era che, siccome lui non seguiva la tradizionale logica del modello rigido a priori adottata da secoli, l’ingresso del variare individuale dentro il meccanismo del conoscere, non consentiva  più di prescindere dall’occuparsi anche della politica quotidiana, il che avrebbe lasciato in condizioni di inferiorità i sostenitori della libertà ed i suoi principi. Viceversa, Croce tendeva a  trascurare  questo punto, proseguendo la pratica antica di sottovalutare il ruolo della quotidianità nel realizzare la libertà.  Ed è appunto per evitare tale tendenza che in questo scritto viene dato uno spazio, seppur ridotto, agli avvenimenti che circondavano il lavoro di Croce.

A giugno divenne evidente che l’Italia avrebbe ottenuto solo i territori fino alle Alpi ma non le promesse relative all’Adriatico, sia per la preclusione di Wilson circa il Trattato segreto di Londra, sia per le esigenze del neo costituito  Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, nato dallo smembramento dell’Impero Austro Ungarico. I risultati assai deludenti nella Conferenza di Pace, portarono alla sfiducia al Governo Orlando, che fu sostituito dal Governo Nitti (che fino ad allora era stato Ministro del Tesoro), un governo composto da una medesima coalizione (Unione Liberale, socialisti riformisti e radicali) cui si aggiunse il Partito Popolare. Però un Governo differente  come indirizzo  politico, tanto che sarà ritenuto un ritorno al liberalismo. A cominciare dalla figura di Nitti che aveva maturato una prospettiva politica non solo territoriale ma connessa alle capacità economiche dell’Italia e dell’Europa (infatti scrisse “nell’Europa uscita dalla guerra, la produzione è inferiore al consumo e molti gruppi sociali concepiscono non di produrre di più ma di pendere con la violenza la ricchezza prodotta dagli altri. All’interno sono minacciate le classi sociali che non sanno resistere; all’esterno sono minacciati i vinti che non possono resistere”).  Con simili idee Nitti seppe ricostruire il rapporto a Parigi con gli alleati, specie con due liberali, il Primo Ministro inglese Lloyd George  e il suo consulente economico Keynes, il quale si stava battendo contro le eccessive sanzioni contro la Germania volute  dai francesi. Lloyd George scrisse “Nitti non era innamorato dell'idea di creare un impero italiano con l'annessione forzata di territorio appartenente ad altre razze. Il costume di puntare ad una quota di suolo straniero cessò, e ad esso si sostituì una ricerca di sfere per sfruttamento commerciale e per assicurarsi opportunità di sviluppo di materie prime”. 

Tuttavia, questa nuova linea funzionava sul piano del futuro internazionale. Invece, sul piano del presente interno, Nitti fu meno realista (anche se lo fu nell’istituire per la prima volta il Sottosegretariato alle Antichità e Belle Arti e in seguito nel nominare Senatore  del Regno l’economista liberale Einaudi). Lui, in quanto autore di importanti saggi economici, sosteneva che la crescita a rimedio della crisi post bellica dovesse esser avviata con il drastico taglio alle forze armate (ridotte alla metà per alleviare il peso sul bilancio dello Stato), con l’aumento delle imposte ai più ricchi e con una maggior fluidità nei rapporti interpersonali tramite l’eliminare le strutture clientelari tollerate da Giolitti.  

Peraltro, mentre venivano firmati uno alla volta i diversi trattati  con gli Stati sconfitti secondo quanto deciso nella Conferenza di Pace, la situazione politica italiana, nonostante gli intenti di Nitti, era sempre più instabile per le crescenti tensioni sociali su tutti i  versanti. In sostanza perfino oltre quella crisi che Giolitti aveva previsto quattro anni prima quale motivo della scelta neutralista. Sul versante operaio (specie riecheggiando le vicende della rivoluzione russa), su quello dei Fasci di Combattimento, su quello della  cultura futurista, su quello della mentalità diffusa dall’interventismo.  E su quello dei Popolari, i quali molto diversi per cultura dai liberali, sfruttavano l’insufficiente oggettiva maturazione tra  i cittadini della scelta cavourriana del Libera Chiesa in Libero Stato, per insinuarsi  nell’elettorato moderato che fino ad allora aveva dato forza ai liberali. Inoltre, tutti questi versanti beneficiavano del fatto che il mondo dei liberali non aveva saputo o perfino capito di dover darsi quella dimensione di partito, che il suffragio universale comportava implicitamente.

In Italia c’erano ambienti non ristretti che, scontenti di quanto ottenuto fino ad allora, sostenevano che così la guerra sarebbe stata inutile. Nel tentativo di porre rimedio, nel settembre 1919  un gruppo di reduci, di Arditi, di ufficiali dell’Esercito disertori e di volontari molto giovani attivati da D’Annunzio, immaginò una clamorosa impresa dimostrativa finalizzata a far pressione sulla Conferenza di Parigi ancora in corso. Informato l’amico direttore del Popolo d’Italia, Mussolini, D’Annunzio varcò i confini, giunse a Fiume, entrò nel Palazzo del Governo e proclamò a nome del popolo italiano l’annessione di Fiume all’Italia.  Nitti sconfessò l‘iniziativa e incaricò il generale Badoglio, Commissario in Venezia Giulia, di reprimere l’insurrezione. Il generale fece proclami altisonanti ma non agì, mentre il Popolo d’Italia organizzò una sottoscrizione che ebbe un grosso successo, fornendo concreto aiuto economico a D’Annunzio (che rispedì una parte dei fondi ai Fascisti di Milano). Nelle settimane successive D’Annunzio ricorse anche  rovesciare  decisioni degli organismi rappresentativi fiumani pur di non far accogliere compromessi con l’Italia. Insomma, il caso Fiume creò all’Italia un imbarazzo internazionale.

A metà novembre ‘19 ci furono le elezioni politiche con il sistema proporzionale di collegio (che Nitti, su forte pressione dei socialisti e dei popolari, aveva introdotto in estate al posto dell’uninominale, sottovalutando in pieno che non si trattava d una mera tecnica di voto, bensì di una trasformazione del sistema epocale in prospettiva) . Restò la maggioranza di governo ma mutarono gli equilibri parlamentari. Il primo risultò il PSI  quasi con un terzo dei voti (che proclamava di opporsi a tutti i governi borghesi), poi il PPI con un quinto dei voti mentre i liberali  vennero eletti in tre diverse liste (nel complesso intono al 40% ) quindi perdendo diversi punti rispetto a sei anni prima. I Fasci di Mussolini e Marinetti, che non erano riusciti a stringere alleanze elettorali, ottennero solo un pugno di voti (Mussolini e Marinetti non furono neppure eletti e il Popolo d’Italia scrisse   “una raffica si è abbattuta sul fascismo ma non riuscirà a schiantarlo”).

Con simili risultati elettorali  e in un paese costellato di tensioni socio economiche diffuse, era assai difficile realizzare la stabilità  che sarebbe stata necessaria. Oltretutto il PSI insisteva nel rifiuto di allearsi con i partiti liberali e borghesi, appoggiava gli scioperi nonché le occupazioni delle terre, era in dichiarata concorrenza nel Veneto  con i sindacati bianchi dei contadini sostenuti dal PPI. Per di più, sulla destra, andava verificandosi in quel periodo un nuovo fenomeno conseguente la molto maggiore frammentazione della proprietà terriera, da cui conseguiva il formarsi di proprietari sempre più determinati a contrastare le occupazioni delle loro terre. Una circostanza che dette a Mussolini una base sociale prima inesistente.

La situazione a Fiume non si risolveva, poiché diveniva chiaro che l’annessione era impossibile ma che D’Annunzio era indisponibile a compromessi. Ad inizio primavera del ’20 la riforma agraria fu al centro del Congresso PPI  che sosteneva l’allargamento del principio dell’espropriazione, al fine del dare “la terra ai lavoratori dei campi nei casi in cui questo corrisponda al criterio della maggiore produttività della terra e delle classi agricole”. Così venne legata la collaborazione del PPI al Governo  a “concrete impostazioni programmatiche”. Evidentemente nei gruppi parlamentari della maggioranza serpeggiavano i dissensi, e così a maggio il Governo cadde per un incidente procedurale. Venne subito ricostituito il governo Nitti II con la medesima maggioranza, ma neppure un mese dopo, avendo il Presidente del Consiglio deciso  – per impellenti ragioni di bilancio – di abolire il prezzo politico del pane che lui stesso aveva introdotto, non riuscì a conservare i voti necessari. Venne sostituito dal Governo Giolitti V, pur non essendo Giolitti nei migliori rapporti con il Re.

Il Governo Giolitti V fu costituito in sostanza con i medesimi gruppi, i Liberali, i Popolari, i Radicali, i Socialisti Riformisti, i Democratico Sociali oltre alcuni Indipendenti. Consapevole di dover assumere un atteggiamento tollerante verso le fibrillazioni che percorrevano il paese, Giolitti scelse quale Ministro della Pubblica Istruzione Benedetto Croce – fino ad allora non conosciuto di persona – naturalmente per la sua elevata cultura e preparazione ma non di meno perché, essendo consapevole di quali fossero i fisiologici avversari del governo, aveva nel tempo constatato le affinità con Croce, di cultura in genere e in particolare di attitudini comportamentali nel promuovere i cambiamenti. E siccome l’esperienza ministeriale peserà molto nello sviluppo della mentalità di Croce, parto dal trattare questo aspetto per riprendere poi la storia  del governo Giolittti V.

9 – Croce  all’Istruzione ed il governo Giolitti V.  Per la nomina di Croce a Ministro, Sturzo aveva chiesto che garantisse l’introduzione di un esame di Stato alla fine degli studi pensando così di avvantaggiare le scuole private nel  confronto con quelle pubbliche. In  tale quadro  e tenuto presente che all’epoca per la maturità vigeva un esame interno finale (senza toccare il rapporto con le scuole private),  Croce da una parte affidò a Gentile la Commissione per lo studio dell’autonomia universitaria e dell’esame di Stato, e dall’altra affrontò per la prima volta la questione istruzione non più nell’obiettivo della alfabetizzazione, cioè della scuola elementare, bensì del far crescere il livello dell’educazione dei futuri cittadini.  Così presentò due disegni di legge correlati per riorganizzare la scuola secondaria. Con uno sistemava  gli allora numerosi corsi paralleli aggiunti affidati a supplenti in modo da individuare nelle aule i non adatti a proseguire negli studi, e con l’altro creava un percorso che facesse emergere i più capaci nelle diverse scuole. Nel complesso sarebbe cresciuto il livello degli studenti, cosa di cui c’era bisogno.

Sul punto era palese la differenza tra la scuola considerata nell’ambito classista quale luogo di  emancipazione delle masse (e quindi da ampliare per far crescere la democrazia, come pensavano i socialisti) e la scuola voluta dai riformatori liberali tipo Croce, che non trascurava la qualità di una scuola all’altezza del compito e puntava ad elevare la preparazione intellettuale nella convinzione che, solo superare con l’istruzione la condizione di partenza, avrebbe messo in grado l’individuo di allineare il proprio interesse con quello pubblico. Non per caso,  Croce dichiarò di voler moralizzare e di riformare la pubblica amministrazione, curando la quotidianità “nell’applicare o restaurare il rispetto delle leggi e dei regolamenti e tenendo sempre davanti agli occhi l’interesse della scuola e dello Stato e la buona economia”.

Una simile visione di Croce andava intesa  non circoscritta alle aule bensì estesa all’intero territorio. Tanto che Croce fu colui che, raccogliendo il lavoro ventennale nell’opinione pubblica, impresse una svolta decisiva presentando il primo testo di legge per porre “un argine alle devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo…  per  mettere in valore, nella più larga misura possibile, le maggiori bellezze d’Italia, quelle naturali e quelle artistiche” e per corrispondere “ad alte ragioni morali e non meno importanti ragioni di pubblica economia”. L’intervento dello Stato è legittimo, disse Croce allora, siccome “il paesaggio altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, coi suoi caratteri fisici particolari (…), con gli aspetti molteplici e vari del suo suolo, quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli”. Questa legge fu approvata due anni dopo, ma il merito spetta all’iniziativa del Ministro nel 1920.

Croce faceva vivere nell’amministrazione una concezione responsabile del  concetto di libertà dell’individuo, intendeva applicarla e voleva che ogni dipendente del  Ministero si applicasse  con la medesima determinata dedizione professionale praticata da lui negli studi e si impegnasse  per realizzare i compiti di volta in volta affidati e non sprecasse in alcun modo le risorse disponibili per trasmettere le indicazioni lungo i rami scolastici periferici. Tale scelta provocò rapporti molto tesi con la burocrazia ministeriale, che non era usa operare con tale intensità. Però Croce fu fermissimo nella sua linea di forgiare una scuola di programmi concepiti da adulti liberi per giovani da educare ma comunque liberi. Una scuola che favorisse la circolazione del sapere e fosse strumento di una società aperta tesa a consentire lo sviluppo delle idee e dei cittadini (dopo averlo visto all’opera, Giolitti dirà di lui “persona di gran buonsenso”).  Una scuola tenuta ad aggiornarsi di continuo, tanto che Ministro e Presidente del Consiglio ritenevano in particolare che “gli insegnanti dovevano tenersi perfettamente al corrente delle scienze”. Per cui le cattedre delle discipline “esatte”, andavano rimesse a concorso ogni dieci anni, per imporre l’aggiornamento.

Croce affermò alla Camera che “quando con la garanzia degli esami di Stato, con la selezione degli scolari, con la scelta rigorosa degli insegnanti, con la restituzione della disciplina, avremo un’eccellente scuola di stato, educheremo con essa non solo coloro che la frequentano, ma anche quelli che frequentano altre scuole ed opereremo sull’intera cultura ed educazione nazionale”. Nel complesso un obiettivo che risultò troppo raziocinante e liberale. Il progetto istitutivo dell’esame di Stato, che era il  perno per riformare la scuola media, venne bocciato (perché non condiviso da una parte laica della maggioranza e dall’opposizione PSI) e indusse Croce alle dimissioni, respinte da Giolitti. Comunque il clima politico era allettato da opposte prospettive di risolvere le cose a colpi di bacchetta magica. Che erano l’utopia democratico proletaria  sorta in Russia, il ricorso all’autorità della cultura a sfondo religioso che si sentiva minacciata dalla nuova scuola pubblica (Croce era contrario all’insegnamento religioso nelle elementari), l’eccitazione dei nazionalisti persi nel sogno del prevalere dello spirito del futuro.

Una difficoltà analoga incontrò il governo Giolitti V nel suo insieme. Assunse in partenza pochi punti: risolvere la questione Fiume e Adriatico; introdurre una norma per cui ogni dichiarazione di guerra deve essere autorizzata dal Parlamento (un’eco chiara delle radiose giornate di maggio del ’15) illustrata affermando “sarebbe una grande garanzia di pace se in tutti i paesi fossero le rappresentanze popolari a dirigere la politica estera; poiché così sarebbe esclusa la possibilità che minoranze audaci, o governi senza intelligenza e senza coscienza, riescano a portare in guerra un popolo contro la sua volontà”; la lotta all’inflazione galoppante, progressività delle imposte iniziando dalla successione; il problema della riforma agraria e della produzione di cereali; nominatività di tutti i titoli al portatore salvo i Buoni del Tesoro; la lotta ai profitti illeciti di guerra. Insomma, un programma limitato e raziocinante, corrispondente ad un tipico metodo liberale. In pochi mesi tale ricetta si mostrò indigesta alla sinistra perché non anticapitalista, insufficiente all’ala moderata del PSI perché troppo borghese, equivoca ai popolari di Sturzo perché di valori liberali e fragile ai conservatori che la ritenevano evanescente contro il pericolo in agguato delle forze socialiste.

Sul subito, nell’estate ’20, di fronte alle vaste agitazioni operaie (occupate circa 300 fabbriche), Giolitti confermò ancora la sua linea di ragionevole  tolleranza dello Stato verso coloro che protestavano, puntando a farne esaurire lo slancio. E mediante progressi salariali, ottenne il ritorno della legalità.  Poi,  siccome a Fiume D’Annunzio era costretto, da forti dissidi interni nella città e dal definitivo abbandono dell’Ungheria dei diritti si quell’area, a giocare la carta del proclamare la Reggenza Italiana del Carnaro ispirandola ai valori del sindacalismo rivoluzionario, Giolitti rispose raggiungendo un accordo con il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni e stipulando il Trattato di Rapallo, con il quale Fiume divenne città stato indipendente, Zara passò all’Italia e in Dalmazia venne stabilito un status per gli italiani.

Nonostante ciò le polemiche politiche interne crescevano su diversi fronti. A sinistra, i socialisti erano dilaniati da dissensi tra riformisti  e massimalisti, anche pressati dalle manovre dei delegati dell’Internazionale Comunista. Nelle campagne era vivo il contrasto tra i socialisti e le leghe bianche. E per contraccolpo non pochi agricoltori  si avvicinarono ai Fasci, imitati nelle città dagli artigiani e dai commercianti preoccupati per i disordini. Così  in quei mesi i Fasci crebbero esponenzialmente e iniziarono a contrastare i rossi e i bianchi  durante gli scioperi o le occupazioni, anche con la forza. In più l’acuirsi dello scontro su Fiume – ove, dopo il rifiuto di D’Annunzio di accettare le conseguenze del Patto di Rapallo, Giolitti passò all’azione militare tesa a sgomberare i ribelli culminata nel Natale di sangue, per usare il motto di D’Annunzio – portò al subbuglio tra i nazionalisti, che erano caduti nella trappola di considerare l’Impresa di Fiume un fatto politico limitato in sé invece di cosa era veramente, vale a dire, come è stato scritto, il primo esempio di un’invenzione mediatica studiata a tavolino per trasformare la mentalità dei cittadini. E li spinse verso il fascismo.

Il clima di violenza era indubbio. Ma l’atteggiamento paziente del governo non consentiva di raggiungere un livello tale da giustificare atti rivoluzionari. Che invece erano ritenuti indispensabili da circa un terzo del PSI. Così il 21 gennaio del 1921, al Congresso di Livorno, la sinistra del PSI (Bordiga, Terracini) chiese l’espulsione della corrente riformista (Turati) , ed essendo stata respinta la richiesta dai voti, oltre che dei riformisti, della corrente massimalista (Serrati) pur vicina all’Internazionale e alle lotte operaie, si scisse per fondare contestualmente il Partito Comunista d’Italia. Questo clamoroso avvenimento, si inserì  nel contesto agitato di violenze materiali diffuse e frequenti, nonché delle ripetute diatribe parlamentari del Governo con l’opposizione PSI e anche con il settore PPI della maggioranza, visto che non erano buoni i rapporti tra il Presidente del Consiglio e Sturzo, il quale diffidava di Giolitti perché non seguace della morale cattolica, perché aveva in programma la nominatività dei Titoli che preoccupava il Vaticano e perché operava in nome del suo partito e non del governo.  

Allora Giolitti, al fine di raddrizzare la situazione, fece una valutazione, che però si dimostrò errata nelle conseguenze. Ritenne che i cittadini avrebbero scelto di rafforzare il criterio liberale del cambiamento sociale nel segno dell’ordine democratico contro i fautori delle violenze e delle suggestioni autoreferenziali dei partiti di massa. Per farlo, tuttavia, non ritenne di dover prima risolvere la questione della persistente mancanza di un vero e proprio partito all’insegna della libertà che garantisse un’adeguata offerta politico organizzativa. Scelse di indire le elezioni anticipate mischiando, all’abituale pluralità di liste liberali, dei blocchi nazionali in cui accogliere anche rappresentanti di quei Fasci di Combattimento da lui ritenuti meri “fuochi d’artificio”.  Nel maggio 1921  , quando il numero dei deputati da eleggere cresceva di 27, le previsioni di Giolitti vennero deluse. Non per la parte a sinistra (il PSI perse il 7,6% e 33 deputati  e i Comunisti presero il 4,6%  e 15 deputati). Abbastanza deluse quanto al PPI (restò stabile ma guadagnò 8 deputati). Ma deluse per il coacervo dei liberali che guadagnò sì, seppure poco più dell’1% e 9 deputati, però con una forte presenza di uomini dei Fasci. E soprattutto vennero deluse sulla destra,  ove i nazionalisti avevano dimezzato i seggi  ma raccolto con loro all’opposizione i 35 deputati dei Fasci eletti nei Blocchi Nazionali e  altri due eletti su liste omonime.

L’insuccesso si tradusse nel rifiuto da parte del PPI di confermare l’incarico a Giolitti – cosa che non lo turbò e che affrontò indicando il Socialista Riformista Bonomi, da lui ritenuto un fedele prosecutore della politica liberale –  e in quello di confermare Croce all’istruzione (attaccato dai Democratici per il suo presunto filocattolicesimo e senza la difesa del PPI pur essendo l’autore del progetto per introdurre l’esame di Stato) che venne  sostituito con un dichiarato interventista, il noto fisico Orso M. Corbino.

L’episodio fu un ulteriore consistente indizio di come i deputati dei partiti di massa non si preoccupassero innanzitutto di tessere rapporti mediati con i rappresentanti delle idee liberali e della diversità dei cittadini. I partiti di massa sostenevano ciascuno la propria concezione politica sul cosa fosse giusto fare e in questo modo rendevano problematiche o impossibili le politiche liberali favorendo di conseguenza le contrapposizioni estremistiche.  Un siffatto pregiudizio si è da allora consolidato in Italia al punto da quasi rimuovere la memoria dell’epoca giolittiana. Non è un caso che l’Italia ufficiale non ricordi mai Giolitti, Presidente del Consiglio più volte, che con il liberalismo,  ha promosso la modernizzazione delle istituzioni.

10 – Lo scivolo dell’Italia verso Mussolini. Trovo indispensabile soffermarsi abbastanza in dettagliosugli avvenimenti successivi all’uscita di Croce dal Ministero e che pure non lo toccano direttamente, per inquadrare come maturò la sua scelta di porre al centro del convivere la libertà, che non solo è la scelta di sua vita personale ma anche il suo apporto politico più significativo al liberalismo.

Il Governo Bonomi nacque con la maggioranza composta dall’Unione Liberale, dal PPI, dai Socialisti rifomisti e da Democrazia Sociale e si trovò a fronteggiare il biennio nero che fu violento e solido più di quello rosso. E all’inizio sviluppò gli indirizzi precedenti. Ad agosto varò un decreto per combattere l’analfabetismo basato sul principio che “lo Stato, riconosciuta la sua inettitudine a condurre la lotta all’analfabetismo con organi propri, affida questo compito all’iniziativa privata, contribuendo parzialmente alla spesa, invigilando e sancendo l’opera di questi privati”.Poi operò contro la disoccupazione, cercò di  realizzane opere pubbliche, di attivare i prefetti per sequestrare le armi in giro nel paese e per ridussero notevolmente la conflittualità violenta. A novembre i Fasci di Combattimento si trasformarono in Partito Nazionale Fascista ma la stretta prefettizia stava funzionando. Però a gennaio Bonomi decise di non intervenire per impedire la liquidazione della Banza di Sconto e gran parte della  maggioranza si ritrasse con una serie di contrasti interni tra liberali e popolari. Così Bonomi si dimise.

Il Re pensò a Giolitti ma Sturzo pose il veto per i soliti motivi e persino sospettando che la crisi Bonomi fosse stata sollecitata per giungere  al reincarico. Neanche Meda condivise la totale ostilità di don Sturzo e del PPI. Il Re tentò con De Nicola., indisponibile, e poi con Orlando (di nuovo bloccato dalle richieste del PPI). Allora reinviò Bonomi alle Camere che però lo bocciarono con il 75% dei voti. Il Re arrivò all’onorevole liberale Facta, già ministro con Giolitti, una figura politica abbastanza fragile adatta ad un governo di decantazione. Facta ottenne un’ampia maggioranza, quella di Bonomi allargata ai Radicali e al Partito Agrario, tutti salvo il PSI e il PCd’I. Tra i  ministri liberali (preponderanti per numero) ci fu Amendola, noto nemico dei Fascisti. Il Governo Facta, anche su pressione del PPI, sospese le disdette agrarie in alcune province toscane, provocando la reazione delle destre. In seguito, finanziò il concordato della Banca di sconto, azione che venne duramente criticata  da due senatori liberali, Einaudi e  Luzzatto, ambedue economisti di fama. Poi propose di abolire la nominatività dei titoli, suscitando altre forti polemiche. A metà luglio, tuttavia, l’ondata di disordini  fascisti in Emilia indusse Facta al confronto alla Camera, nel quale dichiarò –  suscitando fortissime critiche da destra –  che il peggioramento dell’ordine pubblico erra dovuto ai funzionari e ai magistrati non rispettosi delle  istruzioni ricevute. La Camera votò un ordine del giorno di sfiducia presentato dal PPI votato da socialisti, social-riformisti, demo-sociali, comunisti, repubblicani, fascisti e di alcuni liberali di Nitti. Facta costituì in breve un secondo governo votato da tutti  salvo PSI, PCI e PNF . Fronteggiò un immediato sciopero generale senza reprimerlo e fece in pratica lo stesso con le scorrerie delle squadre fasciste. Dopo ferragosto si ritirò nella natale Pinerolo da cui tornò i primi di ottobre.

In quei mesi nel frastagliato mondo dei liberali, soprattutto diviso tra giolittiani e salandrini, procedeva faticosamente il tentativo di darsi una forma organizzativa che permettesse una sorta di unificazione delle differenti anime se non una vera e propria loro fusione. Era un impegno che coinvolgeva quasi esclusivamente il centro nord ed era frutto più di uno spirito di emulazione dei quattro partiti diversamente fondati su idee di masse ideologiche o religiose, che non di una discussione approfondita del significato della cultura liberale. Sta di fatto che si era formato un consistente bacino di iscritti (circa 250.000) i cui rappresentanti  dal 8 al 10 ottobre si riunirono a Bologna  e discussero sul nome da assumere e sullo Statuto da darsi. Avevano la piena copertura del Corriere della Sera, ormai di proprietà dei Crespi per i due terzi ma ancora sotto la grande influenza del senatore Luigi Albertini, un liberale non giolittiano, storico direttore del giornale, di cui al momento era direttore il fratello. In sintesi, le tendenze del Congresso vedevano la sinistra per la ferma autonomia del partito, il centro possibilista e la destra filonazionalista. Il clima era collaborativo più in termini umani che non di effettiva sostanza politica.

La discussione sul nome era scegliere tra liberaldemocratici (tesi dei giolittiani) e liberali (tesi dei salandrini). La scelta del secondo fu più da tifosi che da analisti sui due rispettivi significati (il primo fa intendere che il liberalismo è connaturato  all’apertura, il secondo focalizza l’attenzione sul liberalismo rendendone possibile un’interpretazione solo spiritualista e poco relazionabile). I risultati del Congresso di Bologna, cui non presero parte i grandi nomi, furono perciò limitati al riaffermare la volontà di presenza culturale a simiglianza delle altre forze politiche.

Quanto allo statuto affermava la “imprescindibile necessità che i liberali ed i democratici si unissero in un partito unitario nazionale” (concetto assai innovativo per la tradizione dei liberali di allora) e “la fede nelle vigenti istituzioni che hanno possibilità di indefinito progresso” da “sostenere con l’organizzazione e la propaganda contro ogni forma di violenza e disgregazione” (dunque riaffermazione che i liberali non si riconoscevano nel fascismo o nel comunismo e diffidavano di socialisti e popolari). Per il resto lo statuto insisteva molto sul definire le regole interne al Partito, trascurando l’aspetto dei rapporti politici con le differenti impostazioni esistenti ed indispensabili per fare maggioranza di governo.

La situazione che si presentò a Facta, quando tornò a Roma, andava facendosi sempre più incandescente, dato che era palese come Mussolini fomentasse le azioni squadriste indipendentemente dalle rivolte popolari (cui peraltro mancava la spinta dei socialisti riformisti, contrari, e cui davano scarso apporto i socialisti massimalisti, arroccati in un verbalismo emotivo e teorico)  in modo da crearsi il motivo di chiedere il ripristino dell’ordine pubblico (al punto che il 24 dichiarò “O ci daranno il Governo o ce lo prenderemo calando su Roma”). Gobetti preoccupatissimo disse  “state in guardia, perché Mussolini se va al potere ci resta vent’ anni”.  

Verso fine ottobre il Re era nella tenuta di San Rossore alla periferia di Pisa e Facta, la mattina del 27 ottobre, gli chiese di rientrare a Roma per dare un segnale di tranquillità  di fronte alla ormai dichiarata sedizione fascista, che stava attuando  una marcia su Roma delle Camice Nere, dotata di grandi mezzi finanziari e organizzata con cura fin dalla tarda estate. Il Re tornò subito e Facta, essendosi la situazione ancora aggravata, decise con il Consiglio dei Ministri nella notte del 28 ottobre di dichiarare lo stato di assedio,  diramando le disposizioni conseguenti ai prefetti e ai  militari. Solo che, quando, nella stessa mattina, sottopose il decreto (scritto dal Ministro liberale Soleri) alla firma del Re, questi rifiutò di firmarlo motivando con il voler evitare la guerra civile. Facta rassegnò immediatamente le dimissioni bloccando l’attuazione del decreto. Le Camice Nere, tra feste e scontri anche sanguinosi, entrarono in Roma e il Re convocò Mussolini che si trovava a Milano per conferirgli il mandato di Presidente del Consiglio a condizione che costituisse un governo moderato di coalizione. Il 31 ottobre Mussolini  presentò il nuovo governo.

I fatti provano ancora una volta che la Corona aveva scelto contro i cittadini. I rappresentanti dell’Italia non erano gli uomini votati dal Parlamento ma le folle aizzate da mestatori  di interessi esclusivamente di parte non rispettosi della volontà dei cittadini. Alle folle esaltate la Corona dava copertura legale cercando di far rientrare il PNF nella logica costituzionale e di ottenere la pace sociale. Al fondo  riteneva di essere l’unica vera depositaria della volontà nazionale.

La Marcia su Roma  divenne il mito fondante  della nuova Italia fascista, e Mussolini, nel discorso per la fiducia, esplicitò subito la sua prospettiva: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Pur essendo a quell’epoca abituale il linguaggio immaginifico dell’amico D’Annunzio, si trattava di parole preoccupanti. Senza dubbio, a parte i fascisti, l’ordine pubblico era oggettivamente molto precario. E quindi quelle parole non vennero prese sul serio, visto anche che Mussolini aveva seguito le istruzioni del Re e fatto un Governo formato, oltre che da quattro fascisti e nazionalisti dichiarati ed il filosofo filo fascista Gentile, da due Militari d’alto grado, da due esponenti del PPI (con tre sottosegretari, Gronchi il più noto), da un ex radicale interventista, da un altro ex radicale rifomista, da un salandrino e da un giolittiano ministro con Facta. Vale a dire tutti i gruppi salvo il PSI, il PCd’I e i pochi repubblicani. Da oppositore Gobetti osservò “Mussolini è l’ uomo giusto per appagare l’ aspirazione al riposo d’ un popolo stanco…..Il mussolinismo è dunque un risultato assai più grave del fascismo stesso perché ha confermato nel popolo l’ abito cortigiano, lo scarso senso delle proprie responsabilità, il vezzo di attendere dal deus ex machina la propria salvezza”.

11- I primi ventisei mesi al Governo di Mussolini. Il personaggio ministeriale di maggior peso politico parve sul subito Gentile, che nella scuola chiese “obbedienza allo Stato e ai suoi legittimi organi“ trovando il consenso di Croce. Ben presto però, facendosi forte del diffuso desiderio d’ordine nel paese, Mussolini si confermò il capo politico e ottenne per un anno i pieni poteri, assumendo un orientamento contrastante con quello giolittiano, nel lasciare mano più libera alla finanza, all’industria e all’agricoltura, nell’annullare norme fiscali onerose. Dichiaratamente a favore del Governo fu la Chiesa perché Mussolini aveva evitato la minaccia dei rossi.  A gennaio ’23 venne istituito il Gran Consiglio del fascismo, come organo massimo del PNF e di raccordo  con il governo. E furono accorpate le Camice Nere del PNF  e le Camice Azzurre dei Nazionalisti nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, formando un’organizzazione di tipo militare che però giurava fedeltà solo al Capo del Governo. Contestualmente Mussolini, avendo intenzione di mutare la legge elettorale, premeva sui gruppi parlamentari di governo perché si avvicinassero al PNF.

Il PPI si riunì in Congresso e, seppur con distinzioni,  ribadì a larga maggioranza di voler restare al proporzionale. Mussolini incontrò  Ministri e sottosegretari del PPI e ne sollecitò le dimissioni, che vennero date con il conseguente passaggio all’opposizione della maggioranza dei parlamentari mentre l’ala destra si schierava a favore di Mussolini. Anche perché il Presidente del Consiglio stava finanziando il salvataggio del Banco di Roma cui era interessato moltissimo il Vaticano (Einaudi scrissel’intervento dello stato ha fatto sì che chi ha rotto non ha pagato. Paga un altro, che non c’entrava per niente e cioè il contribuente italiano”). Il Papa colse appieno che con Mussolini era mutato il clima  di contrapposizione  risorgimentale. Immediatamente fece sapere a Sturzo  di giudicare inopportuno –  dando un giudizio “ispirato solo dagli interessi superiori della Chiesa” – che un sacerdote fosse a capo di un partito e che stesse all’opposizione insieme ai massoni. Pochi giorni dopo, verso metà luglio, Sturzo rispose al Papa “obbedisco con la serenità di chi compie semplicemente il proprio dovere……. Purtroppo, il ritiro sarà fatto passare come una implicita sconfessione del partito popolare italiano. Tenderà a far credere che la Chiesa appoggi il governo fascista e il fascismo, i cui metodi non solo nel campo politico ma anche in quello etico sono per tante ragioni a riprovarsi”.  E si dimise  da Segretario PPI. Ciò fu un’indubbia conferma che Sturzo, a parte l’aspetto umano, non coglieva il modo di funzionare del liberalismo civile e di quanto scriveva Croce. Perché un cittadino italiano che avesse maturato la convinzione politica espressa nella lettera, non avrebbe  potuto ritenere necessario obbedire a scelte di tipo religioso che nulla avevano a che fare con gli atti richiesti dalla libertà.

Nel semestre da Ministro, Gentile aveva intanto avviato la riforma, cecando di proseguire una pedagogia liberale disconoscendo la crisi dell’anima giolittiana. Sosteneva di non avere inventato nulla bensì di aver applicato quanto pensato nell’ultimo quarantennio, potendo ora disporre dell’energia del fascismo. Gentile volle una libertà di insegnamento come strumento per realizzare la missione dello Stato plasmato dall’attualismo idealista, così da evitare ogni pluralismo e discontinuità nel rapporto tra docente e discente. Così invertì la propensione crociana al decentramento e  fondò la nuova scuola su un netto centralismo, sul fissare il numero possibile di istituti e sul conservare al Ministro il massimo del  potere sulle nomine scolastiche , dei rettori universitari  e di due quinti del Senato Accademico. Inoltre stabilì che nelle medie superiori si entrava in base a valutazioni fatte dal livello al quale si voleva accedere (quindi un criterio a piramide)  e gli esami finali di maturità e di abilitazione erano possibili solo in quaranta sedi nazionali. Le università, statali e non statali, rilasciavano lauree e in alcuni casi occorreva un nuovo esame di Stato,  che si svolgeva alla stregua di un concorso pubblico. Poi introdusse l’insegnamento obbligatorio del cattolicesimo nella scuola primaria.  Gentile dedicò molta attenzione alla questione dei libri di testo scolastici. Nel complesso fu una riforma esaltata da Mussolini quale tipica espressione del fascismo – il che non era esatto, tanto che  Marinetti la definì “passatista e antifascista” –  e, a parte questo, fu un documento di spessore, che dette alla scuola italiana per vari decenni un impianto ben definito e  non liberale.

Dopo le dimissioni  di don Sturzo da Segretario PPI, l’opposizione alla riforma elettorale rientrò nelle file della benevola attenzione al governo, tanto che un solo parlamentare PPI votò contro l’approvazione definitiva della legge fatta dal sottosegretario Acerbo. Con questa nuova legge, una lista di maggioranza relativa (anche di un solo voto) con un minimo del 25% dei votanti, avrebbe conseguito in ogni collegio elettorale il 66% dei seggi. Il tutto mentre nel paese la Milizia andava esercitando forme come minimo repressive nelle attività civili, politiche e nei rapporti sindacali (Amendola venne bastonato una prima volta), che talvolta finivano in episodi letali. La sinistra era sempre più all’opposizione, però non affrontava il problema del come formare alleanze parlamentari con gli altri. Nell’ottobre ’23  Croce –  che comunque  rifiutava offerte di  incarichi – aveva sintetizzato lo stato delle cose:  “ non esiste ora una questione di liberalismo e di fascismo, ma solo una questione di forze politiche. Dove sono le forze che possono, ora fronteggiare o prendere la successione del governo presente? Io non le vedo. Noto invece grande paura di un eventuale ritorno alla paralisi parlamentare del 1922“.  In sostanza, scrisse in seguito,  “non riuscivo, neppure per ipotesi e immaginazione, a raffigurarmi un’Italia che si rassegnasse a lasciarsi togliere la libertà per la quale aveva combattuto“.

Dopo avere ottenuto la legge Acerbo, Mussolini era impaziente di andare alle urne e ottenne le elezioni ai primi di aprile ’24.  E ripetendo, da posizioni di forza, la tecnica già sperimentata nel ’21, puntò a costruire aggregazioni ampie attorno al PNF e ovunque fece un Lista Nazionale ed una Lista bis, secondaria, per dissimulare i più estremisti e violenti e per ottenere più seggi. Al listone aderirono i fascisti, i nazionalisti, i cattolici conservatori e diversi liberali.   Buona parte dei liberali presentò liste autonome in diversi collegi con liste variamente denominate. Il PPI presentò liste proprie ovunque. Sulla sinistra ci furono tensioni fortissime. I tre partiti principali , vale a dire Socialisti Unitari (riformisti con segretario Matteotti), PSI (massimalista che l’anno prima aveva espulso il fusionista Serrati) e il PCd’I che applicava la politica della Terza Internazionale. Gli incontri erano frequenti, gli accordi assenti perché le tre linee inconciliabili. Basti pensare che la tesi di Matteotti era  “Il nemico è attualmente uno solo, il fascismo. Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall’uno, diviene il pretesto ela giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell’altro.”

In sostanza, il PCd’I  intendeva partecipare alle elezioni con un fronte unico permanente tra i tre partiti sul terreno della lotta di classe nella prospettiva di distruggere lo stato borghese Nel mondo socialista prevaleva nettamente, invece,  la volontà di astenersi alle politiche. Che allora venne descritta così sull’Avanti. “L’astensione era il divorzio ufficiale tra il paese e la sua rappresentanza, era la svalutazione preventiva del futuro Parlamento, era la creazione di uno stato di esasperazione delle masse, private di ogni mezzo legale eppure costrette a ricercare per altra via i mezzi per far valere i propri diritti” . Il deputato G.E.  Modigliani commentò “non cascherà il mondo se la rinascita proletaria italiana, oggi che cerca la sua via, si apparta dai violentati seggi elettorali e dalle urne “ guardate ” per una volta sola”. La tesi dell’astensione, di fatto maggioritaria, venne poi superata (innanzitutto nel PSU, per l’appassionato impegno di Matteotti) e vennero presentate e te liste alle elezioni. 

Non  deve però sfuggire che ambedue gli scritti dei socialisti si incentrano sull’idea di ricercare la via. Ora, a parte le differenze con la linea politico culturale seguita da Croce, tale concetto che serpeggiava con forza tra i socialisti, aveva in comune con Croce la necessità, per contrastare il fascismo, di partire dal formare il cittadino al compiere scelte di libertà.  Dunque gli attacchi posteriori fatti a Croce accusandolo di essere stato fiancheggiatore di Mussolini solo perché non lo attaccò pregiudizialmente, sono intellettualmente ridicoli. Ma ci tornerò dopo più in generale. All’epoca il futurista Marinetti scriveva  a  Croce opponiamo lo scugnizzo  italiano…. la nostra rivoluzione era ed è piuttosto contro Benedetto Croce che contro  Buozzi (un sindacalista) e contro Modigliani (un socialista)”. Croce commentò  “l’origine ideale del fascismo si ritrova nel futurismo: in quella risolutezza a scendere in piazza, a imporre il proprio sentire, a turare la bocca ai dissidenti, a non temere tumulti e parapiglia, in quella sete del nuovo, in quell’ardore a rompere ogni tradizione, in quella esaltazione della giovinezza, che fu propria del futurismo”.

La campagna elettorale fu contraddistinta da svariate irregolarità  e violenze non perché il suo esito fosse mai stato in dubbio (gli oppositori di ogni tipo furono incapaci di indicare un terreno comune per l’alternativa), ma per la mentalità stessa del fascismo che  mostrava la sua vera faccia di non voler rispettare le procedure democratiche (ad esempio il sequestro della rivista Rivoluzione Liberale di Gobetti) perché invasato di concezioni oniriche della verità fascista. Appunto la mentalità descritta da Croce.

I risultati delle politiche confermarono le attese di Mussolini. L’utilità della legge Acerbo fu del tutto marginale negli effetti: con il premio di maggioranza i Listoni Nazionali presero il 69,9%  dei seggi contro il 65% tondo di voti ( il 60,1%  il Listone principale e 4,9 % del secondario). Però fu decisiva nel creare la giusta atmosfera per un successo annunciato. Le opposizioni erano frastagliate e distanti. Il PPI al 9%, il PSU al 6%, il PSI al 5%, il PCd’I al 3,8%, l’arcipelago liberale al  2,8%  (di cui Democrazia Sociale i due terzi). Eppure la mentalità fascista profonda non era soddisfatta. Pretendeva un successo incontestato e osannato. Così dopo poche settimane, il 30 maggio, nel corso del dibattito per la convalida degli eletti, avvenne che il deputato Matteotti denunciòin un discorso accalorato brogli e violenze  ai seggi elettorali (chiuso rivolgendosi ai suoi compagni “io, il mio discorso l’ho fatto, ora voi preparate il discorso funebre per me”). La cosa indispettì molto il Presidente del Consiglio e sconvolse i suoi sostenitori più stretti. Cinque dei quali, il 10 giugno, pensarono bene di rapire Matteotti incontrato sul Lungo Tevere, trascinandolo in un’auto alla presenza di testimoni. La notizia del rapimento si diffuse alla svelta e divenne presto pubblico che era irrintracciabile.

Il 12 Mussolini (che era anche Ministro dell’Interno) dette alla Camera  la notizia “sulla sorte dell’on. Matteotti, scomparso improvvisamente in circostanze non ancora ben precisate, ma tali da legittimare l’ipotesi di un delitto….. La polizia nelle sue rapide indagini si è già messa sulle traccie di elementi sospetti e nulla trascurerà per fare la luce sull’avvenimento, arrestare i colpevoli ed assicurarli alla Giustizia”. L’on. Gonzales, famoso avvocato del PSU, osservò subito che le parole di Mussolini avevano “il  sapore di ordinaria amministrazione” di fronte a un “fatto atroce e senza precedenti” (per questo ci fu un’accusa al governo di complicità). Da allora, gli avvenimenti  assunsero un ritmo accelerato che finirono per trasformare una spedizione punitiva tipica  dalla ristretta mentalità fascista  in una storica svolta di regime.

Il giorno successivo, con la non partecipazione delle opposizioni per sfiducia contro il governo, la Camera trattò l’argomento scomparsa di Matteotti  con l’intervento di due deputati fascisti, di un liberale e in chiusura di Mussolini. Tutti ribadirono che era indispensabile punire con durezza i colpevoli materiali e individuare tutti i coinvolti.  Tuttavia, mentre il liberale (Soleri) chiedeva “al Governo la più energica azione contro i delitti politici che da tempo si susseguono impuniti, e contro tutte le responsabilità che ad essi si collegano” , Grandi e Mussolini iniziarono a ruotare il timone del giudizio politico, sottilmente rovesciando l’obiettivo da perseguire. 

Cominciò Grandi affermando che i colpevoli  “non hanno compiuto un delitto contro il socialismo; essi lo hanno  compiuto – e gravissimo – contro il fascismo……  Perché il fascismo, non entra in tutto ciò”. Proclamando che “con la stessa inflessibile energia con la quale domandiamo siano puniti i responsabili, con la medesima inflessibile energia  agiremo contro tutti coloro che da questo fatto tristissimo intendessero per avventura inscenare una meschina speculazione di parte”. Ribadì il concetto Mussolini  (“se c’è qualcuno in quest’Aula che abbia diritto più di tutti di essere addolorato ed esasperato, sono io….. Giustizia sarà fatta, deve esser fatta”), estendendolo  (“il delitto è un delitto di antifascismo e di antinazione. Prima di essere orribile, è di una umiliante bestialità”). Poi lo esplicitò “se si cercasse di inscenare una speculazione di ordine politico che dovrebbe investire il Governo, si sappia chiaramente che il Governo si difenderebbe a qualsiasi costo, che il Governo, avendo la coscienza enormemente tranquilla, ed essendo sicuro di aver già fatto il suo dovere e di farlo in seguito, adotterebbe i mezzi necessari per sventare questo giuoco, che, invece di condurre alla concordia gli animi degli italiani, li agiterebbe con divisioni ancor più profonde. Questo andava detto, poiché i sintomi non mancano”. Inoltre, a fine seduta la maggioranza fascista approvò che la Camera aggiornasse i suoi lavori a data da stabilirsi dal Presidente (si riunirà dopo cinque mesi).

Insomma, la seduta del 13 giugno 1924 fu la data effettiva in cui iniziò a prender forma il regime fascista. Il rapimento Matteotti fu il detonatore. Attivò in Mussolini la presa di coscienza che il fascismo non poteva coabitare con la struttura democratica. Le indagini portarono nel giro di tre giorni ad individuare ed arrestare quasi subito i cinque responsabili materiali (uno con in valigia un indumento di Matteotti e un pezzo della tappezzeria dell’auto insanguinata) tutti appartenenti all’alto sottobosco del PNF. Ed innescarono una catena di dimissioni eccellenti del sottosegretario agli interni, di Emilio De Bono (quadrumviro della Marcia su Toma, fino ad allora direttore generale della polizia e anche Capo della Milizia), del capo stampa della Presidenza del Consiglio, il passaggio a Federzoni del ministero dell’interno. Innescarono anche, nei medesimi giorni, in campo politico le dimissioni del Ministro Gentile, la rimozione del questore di Roma e l’arresto del segretario amministrativo PNF.  

Quel tragico episodio  non era derivato  da una decisione del Presidente del Consiglio o del Re – anche se in seguito girarono voci mai provate che Matteotti avrebbe avuto prove di finanziamenti della Sinclair Oil  al  Re e al fratello di Mussolini per campi petroliferi in Sicilia –  ma fece cogliere a Mussolini che gli sforzi di mantenere il fascismo entro gli argini dello Statuto Albertino, nella sostanza rispettosi  delle libertà, erano destinati a fallire perché l’anima profonda del PNF si esaltava con le parole d’ordine della rivoluzione fascista e i gesti estremi, pertanto rifiutandosi di farsi ingabbiare  nei meccanismi democratici.

In aggiunta ,verso la fine di giugno, oltre 120 deputati di gran parte dei gruppi dell’opposizione  scelsero la secessione dell’Aventino coordinati dal liberaldemocratico Amendola che scriveva “le opposizioni in siffatte condizioni non hanno nulla da fare in un Parlamento che manca della sua fondamentale ragione di vita……Quando il Parlamento ha fuori di sé la milizia e l’illegalismo, esso è soltanto una burla”. Questa linea convinse Mussolini che era vana la sua speranza di avere rapporti addomesticati con i non fascisti. Ciò confliggeva con la concezione del fascismo quale levigata unità nazionale espressa dal governo. Quindi Mussolini finì per fare la scelta di non rappresentare gli altri che non erano fascisti  e nei mesi successivi imboccò la via  del regime, sbrigativa ma rassicurante. Cominciò subito nella pima metà di luglio con un decreto immediatamente esecutivo di restrizione della libertà di stampa. Proseguendo nei mesi successivi con il consentire sempre più mano libera ad una repressione della squadre fasciste via via più capillare contro gli avversari del regime (non toccata dal ritrovamento ad agosto del cadavere di Matteotti seppellito ad una ventina di chilometri fuori Roma).

Dopo il rapimento Matteotti, il mondo liberale passò rapidamente all’opposizione dichiarata, peraltro con il limite di  non disporre di una linea condivisa. L’Aventino non fu condiviso da Giolitti e dai giolittiani che ritenevano facilitasse le manovre del governo. Si realizzava la preoccupazione espressa da Croce  l’anno prima ad ottobre “dove sono le forze che possono, ora fronteggiare o prendere la successione del governo presente?”.  Croce in quel periodo – come era stato da sempre suo costume professionale e ancor più dopo la nomina a Senatore, salvo la parentesi ministeriale – non partecipava in prima persona alle vicende politiche ma seguiva attentamente gli avvenimenti. E sempre più avvertiva  che il percorso conoscitivo da lui centrato sul rifarsi al reale degli individui, richiedeva anche necessariamente un passo ulteriore (specie dopo l’apparire dei cosiddetti partiti di massa  caratterizzati tutti dal voler, seppure in modi differenti, raggruppare i cittadini su un messaggio e non promuoverne l’autonomia individuale).  Doveva svilupparsi la consapevolezza politica  volta a collegare – dandole così una forza che da separati i singoli non avevano – l’azione  dei sostenitori del metodo della libertà (da qui l’opposizione a Mussolini), il solo dotato della capacità e della coerenza per sviluppare  e diffondere il sistema individuale teso a conoscere e a governare la società.

Va sottolineato che proprio su questo punto era inadeguata la scelta Aventiniana. Non aveva altro sbocco che l’intervento dell’autorità della Corona per ristabilire la legalità e il Parlamento. Cioè un fattore – oltre che fuori  dal meccanismo della centralità individuale dei cittadini – irrealistico nella fattispecie per le dimostrazioni date nel ’15 e nel ’22 dell’estraneità di Vittorio Emanuele III al considerare il cittadino il fulcro dell’Italia. L’Aventinismo non applicava l’indicazione di Croce già data, del riconoscere che al momento mancava un’alternativa e che era necessario  prepararla sviluppando nei cittadini la libertà. L’Aventinismo si basava sul far intendere che al momento l’alternativa fosse l’indignazione morale. E ciò non soltanto era irrealistico, ma spalancava la strada  alla ricetta proposta dal  PCd’I, secondo cui era essenziale passare alla concretezza dell’antifascismo frontale – in quanto il fascismo era il male assoluto – senza bisogno di motivazioni ragionate e di valutazioni democratiche costruttive sul dopo  (in pratica la concretezza della via rivoluzionaria  egemonizzata dal marxismo).  Una proposta che, valorizzata a quell’epoca dagli ambienti non liberali, ha finito per lasciare il proprio  marchio in Italia nei decenni successivi – in piccola parte fino ad oggi – portando i cittadini, dal punto di vista della libertà, a  trascurare la politica del ragionare e del valutare le conseguenze degli atti compiuti, per farsi ipnotizzare da una presunta certezza del bene comune.

Sulla spinta di Croce con gli articoli su La Critica,  anche il PLI affrontò la preparazione del suo secondo Congresso a Livorno (ottobre ’24), in un’ottica crescentemente propensa alla scelta di opporsi (togliendo la maggioranza interna ai salandrini, i quali da Bologna in poi avevano provato senza riuscirci la grande riunificazione liberale pensata solo per competere con i partiti di sinistra e quindi conservatrice piuttosto che liberale). Croce e anche Facta inviarono messaggi  di adesione e di augurio al Congresso. In conclusione vennero votate due mozioni. Una del centro (presentata dal bolognese Predazzi e dal fiorentino Fossombroni, che usava il motto “né filofascisti, né antifascisti ma liberali”) condivisa dalla sinistra (tra cui Villabruna) prevalse ampiamente  con oltre i due terzi dei voti, tra i quali quelli del Ministro della Marina in carica l’ammiraglio Thaon de  Revel e di Soleri, tracciando la strada del passaggio all’opposizione. 

Pochi giorni dopo Livorno, la minoranza si riunì alla Camera sotto la presidenza dello stesso Salandra, per  confermare la sua permanenza nella maggioranza governativa.  Però le motivazioni effettive non erano lontane dalla mozione vincitrice. “Intangibilità delle istituzioni fondamentali del Regno sancite dallo Statuto” …. “il ritorno al primato della legge e dell’autorità dello stato nei confronti dei partiti”  stridevano con la concezione di Mussolini allora sempre di più impegnato a far prevalere il PNF.

Alla ripresa dei lavori della Camera (sempre assenti gli Aventiniani ma presente il PCd’I), l’ottantaduenne Giolitti, molto lucido, dichiarò formalmente di non condividere la politica del Governo per una ragione decisiva dal punto di vista liberale.  “Dopo le elezioni generali e dopo la chiusura della Camera, le condizioni della politica interna  sono profondamente mutate. Con semplice Decreto Reale fu soppressa di fatto, di diritto, la libertà della stampa violando la legge e lo Statuto, che garantisce solennemente questa libertà. Si dirà, e l’ha detto or ora anche il presidente del Consiglio, che quel decreto è applicato con discrezione e lo riconosco; ma le pubbliche libertà non possono dipendere dalla maggiore o dalla minore tolleranza dei prefetti.

L’Italia ebbe momenti più diffìcili dell’attuale; basti ricordare Novara, Villafranca, Aspromonte, Mentana, Custoza, Lissa e il regicidio: nessuno dei Governi che hanno retto allora l’Italia pensò di sopprimere la libertà di stampa e fu una vera gloria per il nostro Paese, gloria che ha contribuito ad aumentare anche all’estero la sua fama di paese civile e libero. Il popolo italiano che sopportò eroicamente la più terribile delle guerre, dopo la vittoria non può essere diventato meno degno di quelle libertà che godeva da 70 anni.

Profondo turbamento ha prodotto nei partiti liberali il proposito manifestato dal presidente del Consiglio di modificare lo Statuto. Così si pone in discussione la base fondamentale dello Stato, e se si desse seguito al proposito vagamente accennato di diminuire i poteri del Parlamento, l’effetto sarebbe di addossare alla Corona le responsabilità tolte al Parlamento. Dopo le elezioni generali, il Paese sperava un periodo di pace interna assoluta e di vita normale. Purtroppo ciò non è avvenuto. Le violenze continuarono e giunsero fino a colpire la parte più nobile del popolo italiano. Ed è continuata la illegalità di mantenere una grande quantità di comuni privi della loro legittima amministrazione e questo avvenne anche per comuni che erano magnificamente amministrati e che sono fra i più importanti: così la città di Torino.

Onorevole presidente del Consiglio, ella ha un po’ la consuetudine di attaccare i suoi predecessori ed il suo esempio è largamente imitato da molti dei suoi amici. Dichiaro che di questo non mi dolgo, perché il giudizio definitivo lo darà la storia. Ma, onorevole presidente, per carità di patria, per il prestigio dell’Italia, non tratti il popolo italiano, come se fosse un popolo non degno di quelle libertà che ha goduto sempre in passato.

12- Il Manifesto degli intellettuali antifascisti. Mussolini nell’ultimo mese del ’24  divenne sempre più determinato nella scelta, già fatta un semestre prima, di rappresentare solo il PNF. Anche perché nell’ultimo trimestre si erano moltiplicate le voci   incontrollate a proposito delle connivenze fasciste nelle violenze e gli episodi di manifestazioni di protesta in strada con la bandiera rossa.  E il 3 gennaio ’25 decise all’improvviso di fare delle dichiarazioni alla Camera.  In questo discorso – breve con il suo metro – si assunse ogni responsabilità per ogni cosa ( “Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”), con parole in cui predomina il delirio di onnipotenza, ma che non celavano come il fascismo corrispondesse  ad una mentalità e ad un’ideologia. Al contrario. Mussolini presentò il fascismo come vittima, non inerme, della vecchia politica, e affermò con veemenza “il popolo,  ha detto: basta ! la misura è colma !…….. Quando due elementi sono in lotta e sono irreducibili, la soluzione è la forza. Non c’è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai. Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo – Governo e partito – sono in piena efficienza. Signori, vi siete fatte delle illusioni !”. Con quel discorso inequivoco (una sorta di colpo di stato, frutto della delusione di chi non vedeva realizzarsi quanto sperato) dette inizio alla dittatura che da allora si esplicherà in vari modi distruggendo le istituzioni liberali (non a caso anche Salandra si convinse a passare all’opposizione).

Per rafforzare l’adesione al regime, due mesi dopo Mussolini organizzò a Bologna il  Congresso degli Intellettuali  favorevoli al fascismo in base al quale Gentile redasse e pubblicò il 21 aprile (primo anniversario del Natale di Roma istituito dal Governo) appunto il Manifesto degli Intellettuali  fascisti agli Intellettuai stanieri. In esso si ribadisce a più riprese che il fascismo ha il plauso universale. In breve: “La sua politica è palestra di sacrificio dell’individuo ad una idea in cui l’individuo possa trovare la sua ragione di vita, quale carattere religioso e perciò intransigente. Non lo Stato estraneo alla coscienza del libero cittadino, quasi meccanico sistema di fronte all’attività dei singoli. Non lo Stato  risorgimentale, sorto dall’opera di ristrette minoranze. Contro tale Stato il Fascismo ha attratto intorno a sé un numero rapidamente crescente di giovani. Sorse così lo squadrismo. Giovani risoluti, armati, indossanti la camicia nera, ordinati militarmente, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge, forza armata contro lo Stato per fondare il nuovo Stato”. Da qui, si ribadisce, il plauso universale. Il Manifesto dei Fascisti venne  firmato da 250 intellettuali, tra i quali spiccano D’Annunzio, Marinetti, Pirandello, Curzio Malaparte, Ungaretti, Ardengo Soffici, Guido da Verona.

Immediatamente Amendola sollecitò Croce a redigere una replica ai fascisti. E Croce accettò di fare in giornata la risposta che “dovrebbe essere breve, per non far dell’accademia e non annoiare la gente”.  Il testo del Manifesto degli Intellettuali Antifascisti parte dall’osservare che “contaminare politica, letteratura e scienza, è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi neppure un errore generoso”. E svolge critiche serate:  “Nella sostanza, quella scrittura, è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini….. Il maltrattamento della dottrina e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell’abuso che vi si fa della parola “religione”; perché, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte,  e ne recano a prova l’ odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani. Chiamare contrasto di religione l’ odio e il rancore che si accendono da un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere d’ italiani, e in quest’atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come oppressore, …; nobilitare col nome di religione il sospetto e l’ animosità sparsi dappertutto …. è cosa che suona come un’ assai lugubre facezia.

E precisa che “il verboso manifesto ..mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all’ autorità e di demagogismo, di professata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamento alla Chiesa cattolica, di aborrimento dalla cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse. E, se taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantare un’ originale impronta, tale da dare indizio di un nuovo sistema politico, che si denomini dal fascismo”.

“Per questa inafferrabile “religione” noi non ci sentiamo di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l’ anima dell’Italia che risorgeva, dell’Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l’ educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento. Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, e ci sembra di vederli offesi e turbati alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri italiani avversari e ammonitori a noi perché teniamo salda in pugno la loro bandiera. La nostra fede non è un’ escogitazione artificiosa o un invasamento di cervello; ma è il possesso di una tradizione, diventata conformazione mentale e morale .

E critica il ricorso gentiliano ai luoghi comuni. “Ripetono gl’ intellettuali fascisti, la trista frase che il Risorgimento d’ Italia fu opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d’ Italia di fronte ai contrasti tra il fascismo e i suoi oppositori. I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero d’ italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale. Perfino il favore, col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascistico, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercé di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici. Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell’inerzia e nell’indifferenza il grosso della nazione, appagandone taluni bisogni materiali, perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici e quietistici. Anche oggi, né quell’asserita indifferenza e inerzia, né gli impedimenti che si frappongono alla libertà, c’ inducono a disperare o a rassegnarci”.

Conclude. “La presente lotta politica in Italia varrà, per ragione di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto. E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l’ Italia doveva percorrere per rinvigorire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile”. Il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti venne pubblicato il 1° maggio su Il Mondo e Il Popolo.  I più noti   firmatari erano Croce, Amendola, Einaudi. Inoltre decine di  intellettuali (apparsi in tre successive pubblicazioni di quei giorni) tra i quali  Luigi Albertini, Sibilla Aleramo, Giovanni Ansaldo, Arangio-Ruiz,  Sem Benelli, Bresciani Turroni, Piero Calamandrei, Guido De Ruggiero, Giustino Fortunato, Panfilo Gentile, Jemolo, Levi della Vida, Giuseppe E. Modigliani, Momigliano, Rodolfo Mondolfo, Eugenio Montale, Marino Moretti, Gaetano Mosca, Gaetano Pieraccini, Francesco Ruffini, Luigi Salvatorelli,  Gaetano Salvemini, Matilde Serao, Leonida Tonelli, Vito Volterra, Zanotti Bianco.

Croce, nel Manifesto degli Intellettuali Antifascisti, additò in termini piani la questione essenziale del metodo della libertà.  Affidarsi alla maturazione dei cittadini secondo quello che vedono, sentono e meditano , sempre rifuggendo il precetto di attuare un disegno prestabilito da qualcuno e soprattutto imposto come evento ineluttabile e salvifico (con le parole del Manifesto “senza disperare o rassegnarci”).  Oltretutto il fascismo continuava con la sua azione invasata e violenta contro gli avversari ad iniziare dai più noti. A fine luglio a Pieve a Nievole, Amendola viene ancora una volta assalito da una dozzina di squadristi guidati da un alto esponente PNF e bastonato selvaggiamente, trauma dal quale non si riprenderà del tutto fino a  morirne nell’aprile dell’anno dopo. I primi di settembre ’25, l’editore Gobetti viene ancora picchiato dalle squadre fasciste (aggravandone le condizioni di cardiopatico). Ma nelle stesse ore il periodico Rivoluzione Liberale pubblica un suo articolo, importante e ampio, su Croce oppositore. Il liberale Gobetti non era un crociano acritico. Aveva avuto dei dissensi sul tema della lotta di classe. Lui sperava fosse uno strumento di maturazione di  un nuovo gruppo dirigente   e di  espressione del proletariato, mentre Croce – che già un ventennio prima aveva scritto degli esiti obbligati del marxismo – la riteneva frutto di una teoria sull’uguaglianza negatrice del fatto che la vita è disuguaglianza e asimmetria.  Eppure, nel ragionare su Croce, Gobetti esprime alta considerazione e notazioni rivelatrici sul liberalismo vivente che pratica.

Esse muovono da un riconoscimento decisivo: “la preoccupazione costante di Croce è di offrire un esempio concreto di condotta personale: questi atti sono le risposte date alla voce del dovere dal cittadino, non dall’uomo politico né dal filosofo…. Tutti i pregi della teoria della politica derivano proprio dalla serenità quasi indifferente dell’osservatore…. Bisogna rivendicare contro tutti gli accusatori della politica, come cosa immorale, il carattere decisamente pregevole dell’azione politica: il Croce non si lascia sfuggire una bella occasione per confutare gli ipocriti del moralismo. Senso politico e senso giuridico però devono accompagnarsi, sicché bisogna richiedere a chiunque agisca un chiaro senso della tradizione, della continuità, della legalità. A questa doppia ispirazione occorre riportare una chiara idea dello Stato, che è forza soltanto in quanto è consenso… Così in ogni Stato autorità e libertà sono inscindibili, e a ragione si celebra perciò la libertà. Concepito così lo Stato come azione, diventa vana la ricerca sul fondamento della sovranità. “In uno Stato ciascuno è a volta a volta sovrano e suddito. La sovranità in una relazione non è di nessuno dei suoi componenti singolarmente preso, ma della relazione stessa”. Dove Croce fa forse una delle più vigorose e radicali professioni di democrazia moderna…. “lo Stato è forma elementare della vita pratica dalla quale la vita morale si sparge in rivoli così fecondi da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli Stati, ossia costringerli a rinnovarsi conforme alle esigenze che ella pone“….. Parteggiare e governare non sono cose antitetiche….Tutta la politica di Croce è un’esaltazione del momento dell’attività, contro i falsi programmi, dietro cui si nascondono le cattive intenzioni. Bisogna arrivare al diretto contatto della realtà di fronte alla quale consigli, analisi, distinzioni servono soltanto come premesse e avviamenti a risolvere, ad agire.

Dopo il delitto Matteotti uno dei fatti più importanti della politica italiana è il passaggio di Croce all’antifascismo. Fino all’autunno scorso la posizione di Croce era ispirata a ottimismo e indulgenza: il suo riserbo verso il fascismo rispecchiava da un lato il suo innato antidannunzianismo e antifuturismo, dall’altro la sua acuta diffidenza verso tutti gli uomini del nazionalismo italiano in cui egli aveva veduto già prima della guerra dei pericolosi politicanti. Questo antifascismo tollerante non poteva soddisfare in tutto noi giovani che invocavamo distinzioni di razza e di stile, ma a Croce non si doveva chiedere di abbandonare le sue abitudini conservatrici di buon gusto e di moderazione culturale. Anche nei motivi più radicali che lo indussero all’opposizione aperta entrarono poi in buona parte, prima che le meditazioni teoriche, le preferenze e la sensibilità dell’uomo. Nell’adesione al Partito liberale, nella disciplina con cui si è messo a servire il partito, Croce pratica un suo ideale giolittismo inteso come abito mentale di moderazione, di fedeltà, di discrezione….Il suo atteggiamento è sabaudo, con elementare franchezza, indulgente alle teorie ma intransigente sulla serietà degli uomini. Così la sabauda devozione allo Stato di questi uomini è devozione allo Stato laico nutrita di ossequio alla religione e di diffidenza verso i preti, una laicità perfettamente antitetica all’anticlericalismo rumoroso dei romagnoli atei, pronti ad innamorarsi della Chiesa per estetismo di sovversivi.

Ma l’antifascismo di Croce non è soltanto questo. Accanto c’è la ribellione dell’europeo e dell’uomo di cultura. Bisogna proporre alla considerazione degli italiani quest’antifascismo europeo di Croce. …. Da venti anni la sua opera è stata il futuro. Da venti anni la sua opera è stata solo esempio italiano di una modernità direttamente partecipe di tutta la vita spirituale del mondo. Difficilmente questo gli sarà perdonato dal provincialismo italiano. Dopo gli infelici tentativi del Risorgimento, Croce è stato il più perfetto tipo europeo espresso dalla nostra cultura. Nel momento in cui si assiste a uno dei più radicali tentativi di rompere la solidarietà italiana con l’intelligenza europea, la posizione di cultura di Croce doveva diventare una posizione intransigente di politica. …… E’ una guerra per la pace che deve impegnare di vita o di morte anche gli inermi. In questa battaglia che è l’aspetto più vitale della lotta tra antifascismo e fascismo, la vittoria non è questione di milizie o di squadrismi, ma di sicurezza nella propria intransigenza e nella capacità di non cedere. Croce può essere maestro agli italiani anche nella serenità del combattere. …. si è votato alla polemica antifascista quotidiana come per una necessità di liberazione, perché nessuno può mancare ai suoi doveri… Noi sentiamo in Croce un maestro proprio per questa impassibilità di non conformista”. Un commento molto penetrante del senso politico evolutivo del pensiero di Croce (di cui implicitamente coglie l’abissale distanza della prassi allora e poi seguita dall’antifascismo comunista) e dell’atmosfera della società italiana.

Da allora, per almeno un biennio, fu un susseguirsi di provvedimenti liberticidi da parte del regime. Che iniziarono subito, il mese seguente, con l’emblematica chiusura di Rivoluzione Liberale. E proseguirono con le intimidazioni e le violenze diffuse , fino ad arrivare al dare al governo ampi poteri di decreti legge, al dichiarare la decadenza di 123 deputati aventiniani, allo scioglimento di tutti i partiti (PLI incluso ovviamente), al cancellare il diritto di sciopero,  al vietare i sindacati non fascisti, al  vietare le riunioni e la libertà di espressione verbale o scritta introducendo la censura, al creare un Tribunale speciale per i reati politici, al potenziare l’istituto del confino (con cui agli oppositori  veniva imposto un domicilio in località  lontane), all’abolire  le assemblee locali (sostituite da nomine del regime), al fare il Gran Consiglio del Fascismo per legge il vertice del Regno (“Il Gran Consiglio del Fascismo è l’organo supremo, che coordina e integra tutte le attività del Regime sorto dalla Rivoluzione dell’ottobre 1922”).

Nel medesimo periodo – eccettuata l’irruzione nella notte del 31 ottobre-1 novembre 1926 di una squadra fascista nell’abitazione di Croce per intimorirlo devastandola (dopo le due morti indotte di Gobetti ed Amendola pochi mesi prima), episodio che ottenne l’effetto opposto perché, avendo suscitato una vasta condanna internazionale, divenne per lui una sorta di vaccino rispetto al regime, che da allora in poi si limitò sempre a sorvegliarlo ma lasciandogli svolgere i suoi studi e manifestare le sue critiche –  Croce proseguiva come sua abitudine a riflettere e a scrivere a getto continuo. Non a caso, pochi mesi dopo pubblicò La concezione liberale come concezione della vita. Qui esplicitando la sua impostazione iniziale alla luce dell’acquisita consapevolezza sugli avvenimenti intercorsi, sottolineava che “la concezione liberale, come concezione storica della vita, pone al suo centro la coscienza morale; non è fatta pei timidi e pei pigri e pei quietisti, ma vuole interpretare le aspirazioni e le opere degli spiriti coraggiosi e pazienti, pugnaci e generosi, solleciti dell’avanzamento dell’umanità, consapevoli dei suoi travagli e della sua storia”. Il fulcro sta nel fatto che Croce evidenza travagli e storia, vale a dire lo stare legati alla realtà dell’autonomia individuale entro lo Stato che cura le regole del convivere. Non qualcosa di imposto.

Qui  Croce chiarì che la libertà di ogni forma di vita ha un nesso imprescindibile con il concetto di autorità “non potendosi dare autorità se non verso ciò che è vivo, e vivo è soltanto ciò che è libero”. Un tale nesso tra libertà ed autorità segna il limite di ciascun individuo, in quanto realtà delle cose. Dunque un’autorità commisurata alla libertà, la quale rifiuta le spiegazioni trascendenti o imposte dall’esterno e non accetta l’autoritarismo, perché vuole mantenere la capacità di esprimere sempre la lotta tra i diversi cittadini. Perciò chi aderisce all’idea di libertà deve avere coraggio e pure la spregiudicatezza per adottare provvedimenti politico economici di ogni tipo, purché al momento necessari a realizzare l’etica della libertà dei diversi.

1925 sul Popolo d’Italia, dove il filosofo di Castelvetrano, chiedeva agli uomini di cultura

13- I Patti Lateranensi e il listone alle elezioni del ’29. In quegli anni, Croce lavorava alla pubblicazione de La Critica e a due delle sue maggiori opere in cui esprimerà la concezione che aveva sviluppato della libertà effettiva. Nel mentre, il fascismo pensava solo a rendere sempre più fascistiche le istituzioni, recidendo il nesso con lo Stato liberale e cercando un consenso sempre più levigato e conformistico verso il regime. A parte le azioni di oppressione materiale nei confronti dei cittadini, l’obiettivo venne raggiunto modificando la legge elettorale in senso plebiscitario  e rinnegando il principio stesso di Libera Chiesa in Libero Stato.

La legge venne denominata  Riforma della rappresentanza Politica e stabiliva chela procedura di elezione dei quattrocento deputati consisteva  in una proposta da parte di un elenco di Enti previsti per legge di mille candidati secondo una tabella prestabilita (gli Enti pervisti erano sei Confederazioni di Agricoltori, Industriali, Commercianti, Banche, Imprese Trasporti mare ed aria, Imprese Trasporti terra e navigazione interna, ciascuna delle quali divisa in due, dei proprietari e dei dipendenti, più la rappresentanza di Professionisti e Artisti, oltre a cinque Associazioni Fasciste in diversi campi, alla Rappresentanza di Accademie, Università, Scuole e Cultura, alle Associazioni di Combattenti, Mutilati ed Invalidi, infine dieci Enti diversi indicati in modo specifico). Successivamente il Gran Consiglio formava a propria discrezione l’elenco dei quattrocento deputati designati scegliendo la metà dei candidati proposti (ma era libero di inserirne anche altri). Infine la votazione avveniva “mediante schede portanti il segno del Fascio Littorio e la formula:«approvate voi la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?»”.  Dunque solo un sì o un no. Mussolini, parlando al Senato, ne dette anche una motivazione “il riconoscimento del sindacato, organo di diritto pubblico. Qui è la grande novità legislativa della Rivoluzione fascista….il sindacato non è più fuori dello Stato né contro lo Stato, ma è nello Stato, e come tale ha il diritto di rappresentare tutte le categorie e di imporre a tutte le categorie un contributo sindacale obbligatorio…..Ma veramente, in regime di partiti, il popolo è sovrano? Anche in regime di partito le elezioni sono fatte da comitati incontrollabili. Il popolo elettorale è chiamato a ratificare le scelte fatte dai partiti quando non sia posto dinanzi all’enorme difficoltà di scegliere un partito od un indirizzo…… il suffragio universale è una pura finzione convenzionale. Non dice nulla e non significa nulla…… Il Gran Consiglio non ha che da selezionare le designazioni che saranno fatte liberamente dalle grandi associazioni sindacali giuridicamente riconosciute

Peraltro la riforma fascista non finiva qui. Subito veniva ridotto il numero degli elettori. Poteva votare chi pagasse i contributi sindacali, chi fosse amministratore di qualche ente società, chi fosse stipendiato dallo Stato, i titolari di pensione, i contribuenti per un  minimo di 100 lire , i detentori di un ammontare di titoli di Stato, i componenti del clero cattolico, i dipendenti dei vescovi. Non avevano diritto di voto i militari (questo disposto ridusse gli elettori intorno ai 2,5 milioni di cittadini, portandoli a circa 9,5 milioni). Una legge così ovviamente ebbe  il voto contrario dei senatori Croce,  Einaudi e Albertini.

 Quattro mesi dopo, venne varato il Testo Unico delle procedure  elettorali. All’art. 72 previde che il Presidente di Seggio consegni a chi si accinge al voto due schede, una tricolore ed una di colore bianco, e  lo avverta “che deve far uso della scheda tricolore se intende rispondere affermativamente alla domanda contenuta nella scheda stessa, o di quella bianca se intende rispondere negativamente“. Perciò il voto segreto dei cittadini veniva cancellato dal regime. Un ulteriore sfregio alle istituzioni liberali che permarrà fino al crollo del fascismo.

In tutti quei mesi, mentre si predisponevano le condizioni per  effettuare le elezioni nell’anno 1929,  si stavano tenendo in gran segreto  importantissime trattative tra incaricati di alto livello di Mussolini e della Segreteria di Stato Vaticana. Dietro le quinte, Mussolini stava attuando la politica del doppio binario. Personalmente vantava una tradizione anticlericale , come anticlericale era una parte consistente del PNF e il regime perseguitava i cattolici non fascisti. Tuttavia, Mussolini al tempo stesso era ossequiente verso il mondo vaticano, che aveva aiutato fin dalla vicenda del Banco di Roma e disponendo in seguito che il Crocifisso fosse esposto nei luoghi pubblici, aumentando il contributo statale ai parroci poveri, rendendo   obbligatorio l’insegnamento della religione cattolica nelle primarie.  Mussolini voleva mostrarsi  come difensore della  fede e baluardo contro il pericolo bolscevico. Oltretutto, a quell’epoca, dopo gli interventi liberticidi sui partiti e sui sindacati, era restata la sola altra forza delle associazioni cattoliche, tipo l’Azione Cattolica. Del resto era chiara la convergenza sulla visione della società, gerarchica in chiave autoritaria e corporativa, in più imperniata sulla famiglia E Mussolini aveva scelto la prudenza per incrementare il consenso su quel versante, cogliendo l’occasione anche per risolvere la questione romana, la cinquantennale disputa con il Papa, che anche i governi liberali nei decenni avevano provato a risolvere senza riuscirvi.

Le complicatissime trattative iniziarono nel 1927. Sottobanco e comunicando il minimo indispensabile al Re ritenuto troppo fermo a preclusioni anticlericali, Mussolini puntava a ridurre l’autonomia delle organizzazioni cattoliche scambiandola con il  riconoscere un territorio alla Città del Vaticano quale stato indipendente, cospicui compensi finanziari e la preminenza in Italia alla religione cattolica. Come sempre avvenuto, trattare con la Chiesa era cosa ostica. Tuttavia Papa Pio XI si considerava sempre prigioniero politico ed era ben disposto a mettere a freno certe organizzazioni cattoliche,  così da ottenere decisivi riconoscimenti territoriali e finanziari nonché privilegi nell’esercizio dell’apostolato in Italia., per di più prendendo una rivincita sul liberalismo e frenando le pressioni rosse. 

Le trattative furono così riservate che fino all’ultimo non v’era certezza che sarebbero andate a buon fine e dove si sarebbero concluse. Fu scelto (dal Vaticano) il Palazzo del Laterano. E forse Mussolini neppure percepì (tanto che durante la cerimonia chiese di chi era stata l’idea di andare lì) che era un luogo simbolico per la Chiesa, in cui si erano tenuti  vari Concili ecumenici, dove aveva avuto sede il papato, e sulle cui mura erano ancora visibili le cannonate in occasione della presa di Roma nel 1870. Anche la data fu scelta dal Vaticano, il giorno del settantaduesimo anniversario dell’apparizione a Lourdes. Così la firma avvenne la mattina dell’11 febbraio 1929 tra Benito Mussolini, capo del governo italiano, e Pietro Gasparri, il cardinale Segretario di Stato.

Come noto  i Patti constano di tre documenti. Il Trattato  che stabilì al primo articolo che “la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato” e che decretò la nascita dello Stato della Città del Vaticano (con annessi riconoscimenti di vaste proprietà immobiliari e dell’efficacia giuridica delle sentenze ecclesiastiche, inerenti i religiosi in materia di disciplina spirituale). La Convenzione finanziaria, che definì le questioni economiche pendenti tra Stato e Chiesa per le vicende dell’ottocento (l’Italia avrebbe versato la somma di 750 milioni di lire in contanti, e consegnato un miliardo di lire in buoni del tesoro al 5%). Il Concordato (espressamente voluto dalla Santa Sede) che regolava in dettaglio i rapporti tra Stato e Chiesa da allora in poi. Il che significava  il riconoscimento alla Chiesa del potere spirituale e di giurisdizione ecclesiastica, di una serie di privilegi ed esoneri , il potere di nomina di Vescovi e Arcivescovi (con obbligo per i Vescovi di prestare giuramento di fedeltà allo Stato italiano), di privilegi finanziari e fiscali per gli enti ecclesiastici nonché di versamenti a supplemento della congrua,

degli effetticivili al matrimonio religioso e la riserva ai Tribunali ecclesiastici delle cause di nullità del matrimonio, del riconoscimento della dottrina cristiana quale coronamento dell’istruzione pubblica e l’estensione dell’insegnamento obbligatorio alle scuole medie.

Già l’esame di massima dei Patti Lateranensi fa capire perché Mussolini riuscì a risolvere la questione romana che i liberali, pur volendolo, non erano riusciti a risolvere. Perché aveva ceduto su tutta la linea nei principi. Fatto riscontrabile negli avvenimenti da allora.  Pio XI dichiarò “forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazione della scuola liberale”. Immediatamente fu data una gran festa dal Principe Colonna (l’Assistente al Soglio Pontificio e riferimento dell’aristocrazia nera) che riaprì dopo un sessantennio il suo Palazzo, sul cui tetto installò il vessillo bianco giallo del Vaticano e cui intervennero uno stuolo di Cardinali, il Governatore di Roma e diversi gerarchi.  Da parte sua Mussolini, contento del risolutivo successo fascista,  controllò il testo del lancio della notizia sui Patti Lateranensi diffuso dall’Agenzia Stefani, e poi  curò di persona il montaggio del filmato dell’Istituto Luce realizzato la mattina al Palazzo del Laterano. Doveva essere tutto perfetto per celebrare il successo storico del regime fascista (con un occhio al plebiscito che si doveva tenere a fine marzo).

Questo primo esempio di plebiscitarismo che oggi diremmo mediatico, peraltro non impressionò fino in fondo il mondo cattolico del PPI, con una seppur limitata indipendenza dal Papa sui temi non religiosi. Ed inoltre solo nelle riflessioni private. E’ tipico l’atteggiamento che tenne De Gasperi, già allora un leader cattolico, che lavorava in Vaticano per sfuggire alle grinfie del fascismo. Pubblicamente dichiarò “la conclusione della questione romana è vista, oggi in Italia, un successo del regime, ma vista nella storia del mondo è una liberazione per la Chiesa e una fortuna per la Nazione Italiana”. Nel privato era invece molto  critico. Nelle lettere scriveva  “Contenti i clerico-papalini, contenti i fascisti, contenti i massoni. Mussolini è trionfante…….È troppo tempo che i precetti della dignità vengono trascurati. Insegnare a stare in ginocchio va bene, ma l’educazione clericale dovrebbe anche apprendere a stare in piedi”. Soprattutto De Gasperi era preoccupato, pensando alla festa di Palazzo Colonna, perché “qualcuno crederà di riaprire le porte di secoli in cui s’intrecciarono lo scettro e il pastorale”. Resta comunque il fatto che il mondo dei popolari, anche della parte più attenta ai valori dell’autonomia civile, non aveva la capacità di sciogliere il nodo tra  il far parte del Regno quale cittadino  e l’essere fedele religioso del Papa. Era  un mondo non disposto ad accettare che la religione  sia un fatto privato e non influisca nelle scelte pubbliche, vale a dire un mondo che non accetta il principio di separazione tra Stato e religioni.

Ben diversa fu la posizione di Croce quando al Senato, il successivo maggio – un mese dopo la celebrazione del plebiscito fascista –, si trattò di recepire i Patti Lateranensi. Fu l’unico a parlare in dissenso , “parlo a nome mio e di pochi colleghi (si opposero in sei) i quali, non potendo dare il loro assenso al presente disegno di legge, non hanno voluto, d’altro canto, astenersi dalle sedute del Senato o allontanarsi dall’aula”. Fu un intervento coerente, lineare e trasparente tra vivaci proteste e clamori dell’aula (“Ma io ho ripetuto le parole che coprivano con le loro voci e ho rinforzato la mia voce, sicché ho detto intero, e in modo comprensibile, il mio discorso” annotò nei suoi Taccuini). Per dirla in sintesi, Croce ricordò che “l’Italia liberale, nata dal Risorgimento, stabilì attraverso le Guarentigie i rapporti tra Stato e Chiesa ispirati al separatismo cavouriano del ibera Chiesa in libero Stato”. Tale logica era stata infranta.

Disse di non opporsi “all’idea di conciliazione ma al modo in cui era stata attuata, nelle particolari convenzioni che l’hanno accompagnata” e di rilevare che nella storia d’Italia anche “quando si formò un partito nazional liberale cattolico, che accolse uomini insigni, da tutti ancor oggi ricordati e venerati, e un poeta che si chiama Alessandro Manzoni, quel partito non venne respinto e condannato dai liberali, ma dalla Chiesa”. Croce affermò di guardare “con dolore la rottura dell’equilibrio che si era stabilito”, e ammonì che “di fronte agli uomini che stimano che Parigi val bene una messa, sono altri per i quali l’ascoltare o no un messa . cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché . affare di coscienza. Guai alla società,  alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono, le fossero mancati o le mancassero”. Perciò era stato sbagliato arrivare alla Conciliazione rinunciando ai principi della separazione,  Croce concluse: “un responsabile della cosa pubblica, all’altezza dei suoi compiti, avrebbe avuto il dovere di mantenere il separatismo liberale, giungendo a una conciliazione senza la pattuizione concordataria. Non a caso questo discorso suscitò gran dispetto di Mussolini che replicò usando le parole del cattolico modernista Murri, per attaccare gli  “imboscati della storia… che non la fanno prima di scriverla”. 

Mussolini aveva sostenuto giorni prima che l’intesa raggiunta con la Chiesa non metteva in questione il volto totalitario dello Stato fascista ed era davvero convinto di aver piegato la Chiesa. Una simile inconsapevolezza dimostra quanto il  fascismo fosse culturalmente rozzo.

14- La Storia d’Italia e la Storia d’Europa . Negli ultimi anni Croce continuava a mettere per scritto le sue riflessioni  in tema dei rapporti nel conoscere e  nel vivere, sempre più intrecciati con l’esperienza fatta nell’ultimo decennio. Sarà chiamato un esercizio del pensiero critico come milizia spirituale. Mantenendo una ferma coerenza con sé stesso, Croce proseguiva senza tregua a battersi  contro l’ irrazionalismo  – nelle sue varie successive forme, romantiche,  dannunziane e nazionalistiche – e contro chi cavalcava invasato l’idea balzana che il fascismo fosse l’erede del Risorgimento.

In tale quadro, Croce  aveva supposto di ricostruire in un’unica opera gli avvenimenti dell’Italia Unita con Roma Capitale  e dell’Europa fino alla prima guerra.  Ma poi, dopo una memoria  pubblicata a Napoli ed intitolata Contrasti d’ideali politici dopo il 1870, giunse alla conclusione che era inopportuno unificare gli avvenimenti italiani ed europei. Stavano emergendo politiche di potenza e sopraffazione, uno sviluppo antagonistico dei partiti operai, la sostituzione della dialettica speculativa con un empirismo vuoto e un positivismo cieco, il ridursi del pensare ad uno spiritualismo pervasivo, che erano sboccati nella catastrofe della guerra. Ma erano storie differenti non miscibili e Croce separò i due scritti. Per ribadire che “ quello che è stato descritto come il periodo dell’abbandono dei concetti liberali, non è dato intenderlo se non come la lotta di quei concetti coi sopraggiunti avvenimenti e coi poderosi svolgimenti, che erano chiamati a dominare”. E qui Croce accentuava il suo richiamo  all’incalzare incessante della storia: “il processo è sempre in corso, e più aspro di prima, nel suo travaglio, perché la guerra ha risolto assai meno problemi di quanto si sperava, e sembra, in cambio, averli esasperati tutti”.

Croce volle dichiaratamente limitarsi ad uno “schizzo di una storia dell’Italia dopo la conseguita unità di stato….  un tentativo di esporre gli avvenimenti nel loro nesso oggettivo e riportandoli alle loro fonti interiori”. Ciò implicava demolire tesi diffusesi senza fondamento e dilagate dai primi anni del secolo. A cominciare dalle valutazioni secondo cui l’Italia neo unitaria sarebbe venuta meno alla propria missione ideale (senza che questa missione venisse mai definita in modo univoco al di là delle credenze presenti episodicamente nei moti risorgimentali) e  dalle pulsioni dell’irrazionalismo (che assegna ai  popoli specifiche missioni speciali ) mentre  “bisogna criticare e rifiutare il concetto stesso delle missioni speciali, delle quali i popoli dovrebbero caricarsi”. Croce si applicò ad opporsi  a chi indicava come peccato originale il trasformismo. “Dopo il 1885, il trasformismo si era così bene effettuato che non se ne parlò più. Ma quel nome, quando fu ricordato, parve richiamare qualcosa di equivoco, un fatto poco bello; e l’eco di quel sentimento perdura nei libri degli storici…. Ma perché gli italiani avrebbero dovuto sbigottirsi delle frequenti mutazioni ministeriali, le quali ai sopradetti storici suggeriscono l’immagine dell’infermo che non trova posa sulle piume, ma che erano invece continui adattamenti e riadattamenti soliti in ogni opera, e segnatamente in una così complicata come è il governo di un gran paese, e non turbavano, o assai lievemente, il normale andamento della loro varia operosità?“ . Nel volume Croce richiamava “fuori di tutti cotesti idola,  la semplice storia di quel che l’Italia fu e fece, e sentì e immaginò, dal 1871 al1915”. Appunto perché aveva colto che il liberalismo è innanzitutto conoscenza e rispetto dei fatti e non l’emozione teorica di quelli che chiamava “cialtroni esaltati” i  quali, ingannando sul passato, travisano il presente.  Sempre di più Croce era il punto di riferimento  dell’opposizione ragionata al fascismo.

 In seguito Croce si applicò a completare il suo progetto originario e , dopo la Storia d’Italia, a fine ’32  pubblicò la Storia d’Europa nel secolo decimonono, dedicato al suo buon  conoscente, il romanziere tedesco Thomas Mann, di nuovo con un enorme successo. Croce partiva  da un lavoro intermedio, Etica e Politica, che appunto ribadiva come la base della sua ricerca storica consistesse nel rapporto fra etica e politica. Nella sostanza, la forza motrice delle vicende umane è per Croce lo spirito della libertà, ove la libertà è intesa come l’ “unione di una visione totale del mondo con la passione civile e morale”. La chiama “religione della libertà” con una terminologia volutamente ossimorica, perché essa non è statica nel tempo, essendo  in costante dialettica con le “fedi religiose opposte”, il cattolicesimo, le monarchie assolute, il democraticismo, il comunismo (l’irrazionalismo era un caso a parte d’altro tipo).

Il cattolicesimo della Chiesa di Roma è la più diretta e logica negazione dell’idea liberale” manifestata “con alte strida nei sillabi, nelle encicliche, nelle prediche, nelle istruzioni dei suoi pontefici e degli altri suoi preti” . La Chiesa è la “tutrice di forme invecchiate e morte, d’incultura, d’ignoranza, di superstizione, di oppressione spirituale”, in quanto fautrice della trascendenza e quindi portatrice di un “odio irremissibile per il liberalismo e il pensiero moderno”. La ragione è che il liberalismo pone “il fine della vita nella vita stessa, nel metodo della libera iniziativa e dell’inventività individuale”; e che invece il cattolicesimo pone “il fine di una vita oltremondana, della quale la mondana è semplice preparazione, con l’osservanza di ciò che un Dio che è nei cieli, per mezzo di un suo vicario in terra e della sua chiesa, comanda di credere e di fare”. Differente era la contrapposizione al materialismo comunista e all’intellettualismo democratico giacobino, che almeno erano immanenti seppure opposte alla religione della libertà. Da qui, Croce derivava che la libertà  era una religione che aveva assorbito il cristianesimo da cui proveniva, mentre il cattolicesimo politico era una resistenza clericale a tale assorbimento anche a costo di sostenere gli autoritarismi.

Perciò scrisse che “la concezione della storia come storia della libertà aveva suo necessario complemento pratico la libertà stessa come ideale morale”.  E di fatto , l’esperienza egli ultimi due decenni lo spingeva sempre più ad impegnarsi non solo per capire, come era il suo antico costume, il percorso del conoscere di ciascuno , ma anche il ruolo aggregante della libertà che era utile per tutti e soprattutto proteggeva i suoi fautori. E annotò in Storia di Europa: “La storia non appariva più deserta di spiritualità e abbandonata a forze cieche, o sorretta e via via indirizzata da forze estranee, ma si dimostrava opera e attualità dello spirito, e poiché spirito è libertà, opera della libertà…..L’uomo, ora non si vedeva più schiacciato dalla storia; ma, vero e infaticato autore, si contemplava nella storia del mondo come in quella della sua vita medesima….Ora chi raccolga e consideri tutti questi tratti dell’ideale liberale, non dubita di denominarlo, qual esso era, una religione; denominarlo così, ben inteso, quando si attenda all’essenziale ed intrinseco di ogni religione, che risiede sempre in una concezione della realtà e in un’etica conforme”. Una concezione di libertà legata alla autonomia del cittadino , intesa da Croce  come l’essenza della storia Europea su cui riflettere di continuo per coglierne gli aspetti  in trasformazione. In sostanza puntava a rifondare il corollario pratico e morale della concezione liberale. Appunto perché  la religione della libertà era  “l’unico ideale che abbia la saldezza che ebbe un tempo il cattolicismo e la flessibilità che questo non poté avere”.

Croce era ben consapevole  de “la freddezza e lo spregio e lo scherno che la libertà incontra”  ma era convinto che questo avrebbe indotto i fautori della libertà, peraltro sempre più numerosi, a “perseguirla  con più ardente amore”. Su questo si dimostrò capace di visione lunga ma assai precipitoso nei tempi e pure nel sottovalutare che, siccome la libertà avrebbe affrontato problemi sempre nuovi, i suoi detrattori ne avrebbero tratto continuo vantaggio (il che avrebbe di per sé allungato i tempi). Lo scontro non poteva dunque  chiudersi. Né allora, né mai. In ogni caso, nell’immediato, , le opere di Croce suscitarono scandalo nel mondo dei cattolici ad ogni livello. A quello degli esponenti politici, in cui si può leggere la vasta corrispondenza al riguardo tra due ex deputati PPI, De Gasperi  e Jacini, in cui il primo attaccava insistentemente e a fondo le tesi Croce  che in modo argomentato erano difese dal secondo, un cattolico lombardo il cui nonno era stato nel Risorgimento un deputato liberale (da rilevare che il punto del dissenso era quello, già segnalato sopra, della difficoltà perfino di De Gasperi di scindere il suo essere cittadino dal suo credo). E inoltre a livello della Chiesa ufficiale, di  cui il Sant’Uffizio fu dirimente mettendo il lavoro di Croce all’Indice dei libri proibiti, prima a metà luglio ‘32 e poi l’intera opera nel giugno 1934.

Ciononostante, in quegli anni, in coerenza con la sua mentalità liberale aperta, Croce  scriverà che le alleanze tra cattolici e liberali possono anche essere utili, purché sui principi l’accento venga posto su quelli liberali. Su un giornale statunitense aggiunse: “Se manca l’animo libero, nessuna istituzione serve, e se quell’animo c’è, le più varie istituzioni possono secondo tempi e luoghi rendere buon servigio”.

15- Gli anni fino alla caduta del fascismo. Tra i numeri de La Critica e le continue varie pubblicazioni , Croce continuo a scrivere senza sosta. E, sempre più nella linea adottata dopo il ’26  ed espressa nella Storia di Europa, al fine di chiarire le condizioni etiche che rendono possibili l’attività cognitiva. Si distaccava sempre più dall’ottimismo idealistico e dal provvidenzialismo storicistico, per riflettere sul concetto di decadenza, che portava a rilevare che “la malattia è momento eterno della sanità”. Dunque illustrava le ragioni profonde del liberalismo nel normare la società e perciò  a formare i cittadini contro la cultura fascista e i suoi comportamenti illiberali nel profondo. Era talmente efficace che il suo ruolo venne esplicitamente riconosciuto e apprezzato dal un noto comunista come Gramsci, che  definì Croce “un leader mondiale della cultura, un grande intellettuale di stampo rinascimentale”.

15.a- Liberalismo e liberismo. Già dalla fine del decennio precedente , era sorto un confronto tra Croce ed Einaudi sul tema dei rapporti tra il liberalismo e il liberismo. Un confronto molto raziocinante, non solo per il legame tra i due, ma anche per i sottili distinguo che implicava la materia. Croce aveva sempre sostenuto  che l’economia è una parte di rilievo della vita ma non può mai divenire una parte totalizzante, perché non esprime principi etici bensì solo valori utilitaristici. Mentre è indispensabile definire valori regolatori complessivi del vivere civile, che evitino la pratica del mero utilitarismo della formula liberista. Perciò, per definire i valori adeguati, occorre dare “il primato non all’economico liberismo ma all’etico liberalismo, e col trattare i problemi economici della vita sociale sempre in rapporto a questo”. E specifica “il liberalismo aborre dalla regolamentazione autoritaria dell’opera economica in quanto la considera mortificazione delle facoltà inventive dell’uomo, e perciò ostacolo all’accrescimento dei beni…. Ma non può accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libito individuale, e ricchezza solo l’accumulazione dei mezzi a tal fine”. Insomma l’economico non è separabile  dai rapporti storici e sociali nel loro complesso. E in più “la libertà come moralità non può avere altra base che sé stessa, e morale non sarebbe se fosse legata ad un dato economico…. il liberalismo ha bisogno di mezzi economici e politici,  che non possono mai essere fissati in certi mezzi ad esclusione di certi altri

Einaudi concordava con Croce sull’idea che le varie forme di liberismo “si muovono nell’ambito dell’economia e non hanno un legame necessario con la visione liberale del mondo”. Ma sottolineava che “la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una ricca fioritura di vite umane, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà…..non derivanti dalla tolleranza dell’organo del tutto”.  Del resto “il liberismo non è né punto né poco “un principio economico”, non è qualcosa che si contrapponga al liberalismo etico; è una “soluzione concreta” che talvolta e, diciamo pure, abbastanza sovente, gli economisti danno al problema, ad essi affidato”.

Croce argomentava che “Il promovimento della libertà è il criterio con cui (l’idea liberale) misura istituti politici e ordinamenti economici, in rapporto a varie situazioni storiche, a volta a volta accettandoli e respingendoli, secondo che quegli istituti serbino o smarriscano efficacia per il suo fine”. Perciò “l’idea liberale può avere un legame contingente e transitorio, ma non ha nessun legame necessario e perpetuo, con la proprietà privata della terra e delle industrie”.  Ma Einaudi ribatteva che “pare difficile scindere compiutamente l’idea liberale dallo strumento con cui essa si converte in azione operante….. L’idea della libertà non informa di sé la vita dei molti e dei più se non quando gli uomini siano riusciti a creare tipi di organizzazione economica adatti a quella vita libera”.

In tale confronto tra i due grandi del liberalismo, va detto che effettivamente Croce tratta il problema nel senso di far riflettere sulla mancanza di libertà e pare essere disattento al come promuoverne la maturazione nella concretezza del convivere (e ciò gli causò in genere l’accusa di essere un teorico passatista). Ma  questo non toglie che la frase di Einaudi – “il liberalismo non può assistere concettualmente all’avvento di un assetto economico comunistico, come pare ammetta Croce” – non soltanto dimentica gli insistiti attacchi di Croce al comunismo (“irrealizzabile, perché un ordinamento totale della vita e della società umana”)  ma soprattutto sembra non cogliere di quanto siano essenziali le parole di Croce secondo cui la libertà “misura istituti politici e ordinamenti economici a volta a volta accettandoli e respingendoli, secondo che quegli istituti serbino o smarriscano efficacia per il suo fine”. E quindi impedisce il cristallizzarsi delle forme della libertà.

Analogamente, la critica di Einaudi a Croce nell’asserire che la sua tesi per cui “la libertà morale è compatibile con qualunque ordinamento economico, è vera per gli eroi, per i pensatori e per gli anacoreti” e non per le persone comuni, che hanno bisogno di “un ordinamento economico conforme alla loro esigenza di libertà”, è assai ambigua fondandosi su una distinzione dal vago profumo classista, e un tantino elitario. In effetti, la libertà non è solo per le persone comuni, è per ciascun individuo (anche quando lui non ne ha piena consapevolezza). Per questo, l’inefficacia quanto a libertà di un istituto politico o di un ordinamento economico, va misurata nel  funzionamento che ne deriva, non è inclusa nel concetto di libertà. Perché il concetto di libertà include solo il criterio di massimizzare le relazioni rese possibili tra i singoli cittadini di un territorio con il praticare la libertà.

Oltretutto, lo stesso Einaudi – che rifiutava di essere considerato liberista – scriveva che  “di fronte ai problemi concreti, l’economista non può essere mai né liberista, né interventista, né socialista ad ogni costo” .  Insomma,  tutti gli aspetti descrittivi della libertà sono inseparabili. Da quelli spirituali, al come trasmetterne l’idea, ai criteri per consentire di realizzarla, al realismo  nel valutarne i risultati in ogni luogo ed epoca. Perciò vanno declamati ma ancor più è indispensabile praticarli, tenendo conto che le relazioni reali tra i cittadini navigano nel mare della diversità. E che dunque è irrealistico pretendere una pratica assolutamente pura. In ogni attimo esistono di continuo valutazioni difformi tra i cittadini sul cosa richieda realizzare la libertà. Valutazioni che tendono a conciliarsi dopo aver sperimentato le scelte fatte, ma che assai spesso sul subito divergono, dato che nel mondo reale permane l’incertezza su come realizzare la libertà.

A ben vedere il confronto tra Croce ed Einaudi su liberalismo e liberismo fu molto utile per mettere a fuoco diversi aspetti di rilievo e del chiudere una volta per tutte la questione: il liberalismo non  è riducibile a liberismo (che è solo una tecnica economica  eventuale, non una teoria politica come vorrebbero i conservatori non liberali o addirittura illiberali). E’ significativo cosa Croce scrisse ad Einaudi a luglio 1941 su un tema attiguo. “Certo il liberalismo non può mai accettare il comunismo con la sua anima materialistica, negatrice di libertà. Ma può eventualmente accettare certe particolari proposte, che trova nei programmi comunistici, perché con la sua accettazione stessa le trasforma in proposte liberali: tali una più estesa statizzazione o accomunamento d’industrie, di terre, e simili. In idea non posso escludere che in dati tempi e luoghi ciò possa dare maggiore respiro e slancio di libertà all’opera umana. Credo anch’io molto difficile questo caso; ma io ragiono sull’idea e non risolvo casi pratici. Io miro a disintossicare le richieste economiche del comunismo, riducendole a problemi di maggiore o minore convenienza ai fini della civiltà umana; ma non mai a conciliare due inconciliabili, liberalismo e comunismo, idealismo e materialismo”.

15.b – I giuramenti di fedeltà.  Il 1° novembre del ‘31 fu introdotto l’obbligo del giuramento di fedeltà al fascismo per i docenti universitari d’ogni tipo e successivamente per i liberi docenti. Vista la vasta repressione nel paese, ciò provocò dubbi e crisi di coscienza in molti docenti sul dovere “prestare ubbidienza all’inevitabile” (disse Einaudi). Così tanti chiesero un consiglio a Croce, considerato oramai il più prestigioso oppositore del regime seppure non in carcere. E Croce suggerì di prestarlo il giuramento allo scopo di poter rimanere nelle università “a continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà”. Tale consiglio corrisponde alla convinzione operativamente decisiva che, quando non si è in guerra, i docenti fanno davvero l’opposizione diffondendone i principi ed evitando che il regime avveleni la formazione degli studenti.

Quando a settembre del ‘33 arrivò il decreto “Provvedimenti per le Accademie, gli Istituti e le Associazioni di scienze, di lettere ed arti” che imponeva un giuramento di fedeltà al fascismo, Croce, dell’Accademia dei Lincei e presidente dell’Accademia di scienze sociali a Napoli, nove mesi dopo dichiarò che “qualsiasi giuramento di carattere politico contrasta – nella realtà stessa delle cose – con la dignità e l’ufficio accademico, il cui unico segno è la libera e spregiudicata indagine del vero, che considera la politica stessa come una materia tra le altre tutte sottoposte al suo esame”.

Per un simile comportamento Croce venne criticato perché indirettamente nascondeva la dittatura facendola apparire tollerante. Tuttavia, questa critica corrispondeva anch’essa ad una logica di guerra. E quando la guerra non c’è, è  più importante far funzionare gli istituti secondo gli indirizzi loro propri.  Le scaramucce dimostrative rassicurano l’amor proprio ma peggiorano il disagio civile, talvolta anche parecchio. La logica dei liberali non è di questo genere.

15.c- Il rapporto con Dewey. Negli anni trenta, va rilevata anche la relazione di Croce con John Dewey, il celeberrimo pedagogo statunitense (di qualche anno più vecchio e in seguito scomparso sei mesi prima di Croce). I due appartenevano a due differenti filoni culturali – idealista Croce, pragmatico americano Dewey – e non seguivano analoghi ritmi operativi, però nella pratica non solo maturarono una reciproca stima ma avevano qualche consonanza su alcuni aspetti significtivi. Ambedue contro il fascismo (Dewey scrisse di ammirare Croce per l’eroica resistenza contro l’onda fascista; Croce rilevò di essere “in più intima e sostanziale e viva unione con alcuno che discorda da me in filosofia – il Dewey empirista e prammatista; io, speculativo e storicista – che non con altri che concordano”), e ambedue fautori del liberalismo (nel 1935, Dewey pubblicò Liberalism and Social Action). Il punto di dissenso si manifestava sull’estetica. Nel ’34, nel suo libro sull’Arte come Esperienza – in cui rivendica il carattere altamente educativo dell’arte –  Dewey loda la grande sensibilità estetica di Croce ma definisce la sua estetica “un eccellente esempio di quanto accade quando il teorico sovrappone preconcetti filosofici a un’esperienza estetica”. Supponendo che la “reale esistenza sia l’intelletto” e perciò l’irrealtà “idealistica” dell’oggetto, allora la “conoscenza degli oggetti artistici non è un fatto della percezione, ma di un’intuizione che conosce gli oggetti, come, essi stessi, momenti dell’intelletto”. Croce sosteneva invece che vi era una notevole convergenza tra le rispettive idee di arte, a cominciare dal modo di intendere il giudizio estetico distinto da quello tribunalistico, il considerare il sentimento di un’opera d’arte un carattere universale, la distinzione tra espressione estetica e espressione naturalistica.  Su queste cose discussero a distanza fino agli ultimi anni.

Da rilevare che i dissensi si manifestavano sull’estetica ma in sostanza vertevano sull’idealismo, che Dewey, quale empirista e sperimentale, non accettava. Riferirsi a questa filosofia in sé, non era un azzardo, e da qui muoveva il riflesso negativo sull’estetica di Croce.  Solo che, a parte le obiezioni dello stesso Croce sul tema estetica, Croce era un cultore dell’idealismo che era andato molto oltre i suoi confini abituali. Lui era molto legato agli avvenimenti nel mondo, che costituivano il nutrimento imprescindibile del suo spirito. Su questo si fondava il suo liberalismo, in pratica affine a quello di Dewey (anche perché un importante allievo di quest’ultimo sosteneva che il maestro era in parte organicista e non alieno dall’idealismo) .

E del resto, il punto che qui interessa è rilevare che la formazione idealistica di Croce, è stata un ostacolo non lieve per  far valutare il corretto inquadramento dei suoi comportamenti più propriamente  politici. Un riscontro di ciò sta ad esempio nei due diversi giudizi di Geymonat – il più importante cultore italiano del ‘900 in campo di divulgazione neopositivista coniugata al marxismo – , calorosamente positivo quello su Dewey (il difensore della libertà e della democrazia),  e negativo quello su Croce (“ben difficilmente si riesca a trovare in un’altra opera un repertorio così vasto e nutrito di inesattezze, superficialità, di vere e proprie insulsaggini per quanto riguarda la logica”). Questa difficoltà di Croce di ottenere per decenni un equanime giudizio politico presso larga parte della cultura – specie quella marxista e quella cattolica –, è per contro un indizio dei risultati innovativi del pensiero di Croce. Croce era un severo assertore della devozione al proprio compito, alla propria vocazione, l’amore al prendere le cose sul serio. Mai però per fare accademia, ma per meglio cogliere  le vie della libertà nelle vicende del mondo.

15.d – Le leggi razziali. Lo storicismo immanente di Croce,  la sua religione della libertà del cittadino, la sua convinzione (anche contro Darwin ) che era innegabile  “una favilla divina” negli individui, non potevano che indurlo a reagire apertamente al Manifesto sulla Razza pubblicato nel luglio ’38 da professori fascisti di primo piano e alle leggi in materia di due mesi dopo.

I primi di agosto rispose  al Rettore dell’Università Cattolica che chiedeva  di dare aiuto agli ebrei tedeschi,  esprimendo “ribrezzo” per le iniziative di Hitler e mostrando estrema preoccupazione  per l’intento di Mussolini di adeguarsi a Hitler. “Disgraziatamente, ora anche in Italia è stata, a un tratto, iniziata un’azione razzistica e antiebraica, che non si sa ancora quali forme assumerà, ma che voglio augurarmi che non sia per essere duratura. In Italia non vi è stato mai antisemitismo, e l’elemento ebraico cooperò per la sua parte al Risorgimento nazionale”. La lettera fu pubblicata sul “Palestine Post” e in Italia scatenò una forte reazione della stampa di regime, contro Croce definito “giudeo onorario”. Successivamente, quando, in base alle leggi antisemite, il governo inviò ai professori un questionario concepito per la classificazione “razziale”, Croce fu l’unico intellettuale non ebreo a non compilarlo.

Il Papa e la Chiesa si limitarono ad esprimere  dubbi sulle leggi persecutorie (salvo il cardinale di Milano che definì il razzismo un’eresia), ma poco più anche perché temevano conseguenze sui diritti ottenuti col Concordato. Si preoccupò solo di tutelare i matrimoni misti e di limitare misure troppo evidenti  che il Papa non avrebbe potuto ignorare. Naturalmente diverso il comportamento di Croce che su La Critica bollò l’antisemitismo quale “atroce delitto”, poiché gli ebrei erano “nostri concittadini, nostri compagni, nostri amici, che per l’Italia lavoravano e l’Italia  amavano né più né meno di ogni altro di noi”. In più pubblicava letterati  israeliti e nella terza edizione de La storia come pensiero e come azione, inserì un capitolo sull’inconsistenza teorica ed etica della razza. Si impegnò perché i testi ebraici non venissero esclusi dalle pubblicazioni e difese l’editrice Laterza che resisteva agli indirizzi di regime.

L’antisemitismo di Stato fu ritenuto meno grave di quanto era parso all’inizio, e vi furono anche settori non trascurabili  che lo condivisero per opportunismo e per convinzione. Croce fu uno dei non molti  intellettuali che manifestò il suo disaccordo mentre la maggior parte di scienziati, di scrittori, di gente del mondo cattolico, sostenevano il PNF, talvolta con entusiasmo. Ed anche questa coerenza di Croce spinse gran parte della cultura  ufficiale italiana del dopoguerra a dipingerlo falsamente come un conservatore così da poter evitare di fare i conti con la sua costante spinta alla conoscenza e al cambiamento che induceva.

15.e – Perché non possiamo non dirci cristiani. Soffermarsi su questo  breve scritto di Croce (la Critica, dicembre ’42), è indispensabile per cogliere l’aspetto del suo modo di essere –  tanto essenziale quanto trascurato, sia dagli amici che dagli avversari – cui mi riferisco in questo mio testo. Quello scritto è essenziale non soltanto perché ha suscitato svariate polemiche nel tempo, ma soprattutto perché emblematico del modo di pensare di Croce, riflessivo di continuo. Proprio per questo, è opportuno iniziarne l’esame, citando le parole dello stesso Croce poche settimane dopo averlo licenziato: “questo scritto non contiene in verità niente di nuovo, perché i concetti di cui è intessuto sono già in tutti i miei libri di filosofia e di storia. Nuovo è stato soltanto il proposito di raccogliere in breve quadro alcuni miei concetti”. E aveva perfettamente ragione. Perfino in Parlamento all’epoca del Ministero (1920) , aveva già detto “affermare che il cristianesimo ha creato la vita morale della quale ancora viviamo, e che in questo senso tutti siamo cristiani, è cosa indubitabile”.

Abbiamo già visto a proposito della Storia di Europa cosa Croce afferma riguardo al cattolicesimo della Chiesa. Un decennio dopo non lo smentisce. Infatti, l’ aspetto affrontato qui è ben diverso. “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, che non maraviglia che sia apparso o possa apparire un diretto intervento di Dio nelle cose umane . Tutte le altre rivoluzioni non sostengono il suo confronto……. Le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo. La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità”.  E chiarisce “anche la rivoluzione cristiana fu un processo storico, che sta nel generale processo storico come la più solenne delle sue crisi. Precorrimenti, preparazioni si sono notati del cristianesimo, come si notano per qualsiasi opera umana, ma la luce non l’avevano in se.… nessun’opera preesiste nei suoi antecedenti. La coscienza morale, all’apparire del cristianesimo, si avvisò, esultò e si travagliò in modi nuovi….la sua legge attinse unicamente dalla voce interiore, non da comandi e precetti esterni…. E il suo affetto fu di amore, amore verso tutti gli uomini, senza distinzione di genti e di classi, di liberi e schiavi, verso tutte le creature

La polemica contro la formazione e l’esistenza della chiesa o delle chiese è tanto poco ragionevole quanto sarebbe quella contro le università e le altre scuole in cui la scienza, che è continua critica e autocritica, cessa di esser tale e vien fissata in catechismi e manuali e la si apprende bella e fatta”. Croce prosegue  richiamando le vicende storiche della Chiesa  per mantenere viva la tradizione e l’incivilimento nonché  la circostanza che “a giusto titolo essa affermò il suo diritto di dominio sul mondo intero, quali che nel fatto fossero sovente le perversioni o le inversioni di questo diritto”. E rileva che “neppure sono valide le altre comuni accuse alla chiesa cristiana cattolica per la corruttela che dentro di sé lasciò penetrare e spesso in modo assai grave allargare; perché ogni istituto reca in sé il pericolo della corruttela…. Ciò accadde, se pure in modo meno scandaloso, nelle chiese che contro la loro primogenita cattolica, gridandone la corruttela, si levarono nelle varie confessioni evangeliche e protestanti. La chiesa cristiana cattolica, com’è noto, anche nel corso del medio evo… si riformò tacitamente più volte ; e quando, più tardi, tra per la corruttela dei suoi papi, del suo clero e dei suoi frati e per la cangiata condizione politica generale, che le aveva tolto il dominio da lei esercitato nel medio evo e spuntato le sue armi spirituali, e, infine, per il nuovo pensiero critico, filosofico e scientifico, che rendeva antiquata la sua scolastica, stette a rischio di perdersi, si riformò ancora una volta e continuando nell’opera sua.

Peraltro, osserva Croce, ”quali sieno le presenti condizioni della chiesa cattolica, è domanda estranea al discorso che qui conduciamo…. riconosciuta la necessità che il processo formativo e progressivo del pensiero cristiano dovesse provvisoriamente concludersi, resta che il processo doveva essere riaperto, riveduto e portato più oltre e più in alto. Ciò che noi abbiamo pensato, non per questo è mai terminato di pensare”. Allora  “continuatori effettivi dell’opera religiosa del cristianesimo sono da tenere quelli che, partendo dai suoi concetti e integrandoli con la critica e con l’ulteriore indagine, produssero sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita. Furono dunque, nonostante talune parvenze anticristiane, gli uomini dell’umanesimo e del Rinascimento, che intesero la virtù della poesia e dell’arte e della politica e della vita mondana, rivendicandone la piena umanità contro il sopranaturalismo e l’ascetismo medievali, e, per certi aspetti, in quanto ampliarono a significato universale le dottrine di Paolo, gli uomini della Riforma”. E ancora Croce annovera tra i continuatori “i severi fondatori della scienza fisico-matematica della natura; gli assertori della religione naturale e del diritto naturale e della tolleranza, prodromo delle ulteriori concezioni liberali; gl’illuministi della ragione trionfante, che riformarono la vita sociale e politica, sgombrando quanto restava del medievale feudalesimo e dei medievali privilegi del clero, accendendo un nuovo ardore e un nuovo entusiasmo pel bene e pel vero e un rinnovato spirito cristiano e umanitario; e, dietro ad essi, i pratici rivoluzionari che dalla Francia estesero la loro efficacia nell’Europa tutta; e poi i filosofi Vico e Kant e Fichte e Hegel, i quali inaugurarono la concezione della realtà come storia, concorrendo a superare il radicalismo degli enciclopedisti con l’idea dello svolgimento e l’astratto libertarismo dei giacobini con l’istituzionale liberalismo, e il loro astratto cosmopolitismo col rispettare e promuovere l’indipendenza e la libertà di tutte le varie e individuate civiltà dei popoli o, come furono chiamati, delle nazionalità”.

E stringe  “questi che la chiesa di Roma doveva di conseguenza sconoscere e perseguitare e, in ultimo, condannare con tutta quanta l’età moderna in un suo sillabo, senza per altro essere in grado di contrapporre alla scienza, alla cultura e alla civiltà moderna del laicato un’altra e sua propria e vigorosa scienza, cultura e civiltà. E doveva e deve respingere con orrore, come blasfema, il nome che a quelli bene spetta di cristiani, di operai nella vigna del Signore, che hanno fatto fruttificare con le loro fatiche, coi loro sacrifici e col loro sangue la verità da Gesù primamente annunciata e dai primi pensatori cristiani bensì elaborata, ma non diversamente da ogni altra opera di pensiero, che è sempre un abbozzo a cui in perpetuo sono da aggiungere nuovi tocchi e nuove linee. Né può a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi”. E alla Chiesa contrappone:  “Ma noi, – che scriviamo né per gradire né per sgradire agli uomini delle chiese e che comprendiamo, con l’ossequio dovuto alla verità, la logica della loro posizione intellettuale e morale e la legge del loro comportamento, – dobbiamo confermare l’uso di quel nome che la storia ci dimostra legittimo e necessario.

E conclude. “ma ben si vede che, nel nostro presente, punto non siamo fuori dai termini posti dal cristianesimo, e che noi, come i primi cristiani, ci travagliamo pur sempre nel comporre i sempre rinascenti ed aspri e feroci contrasti tra immanenza e trascendenza, tra la morale della coscienza e quella del comando e delle leggi, tra l’eticità e l’utilità, tra la libertà e l’autorità, tra il celeste e il terrestre che sono nell’uomo, e dal riuscire a comporli in questa o quella loro forma singola sorge in noi la gioia e la tranquillità interiore, ed alla consapevolezza di non poterli comporre mai apieno ed esaurire, il sentimento virile del perpetuo combattente o del perpetuo lavoratore, al quale, e ai figli dei suoi figli, non verrà mai meno la materia del lavoro, cioè della vita. E serbare e riaccendere e alimentare il sentimento cristiano è il nostro sempre ricorrente bisogno, oggi più che non mai pungente e tormentoso tra dolore e speranza. E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie che chiamano lo Spirito, che sempre ci supererà, sempre è noi stessi; e, se noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica intellettualistica, immeritatamente creduta e dignificata come «logica umana», ma che limpida verità esso è all’occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi «divina», intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva, e che, di continuo congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo”.

E’ dunque chiarissimo che, nel suo scritto, Croce  affronta un argomento ben distinto da quello del rapporto tra liberalismo e Chiesa trattato nella Storia di Europa. Affronta il tema del cristianesimo e della sua importanza storica nel progredire dell’umanità. Tale fatto non lo accettano  i non liberali e gli illiberali, i quali sognano  un’esistenza statica fuori del tempo, per cui ogni concetto non solamente sarebbe per forza immutabile ma starebbe nel mondo solo quale segno distintivo di chi lo gestisce abitualmente. Quindi, in Italia, un cristiano dovrebbe appartenere solo alla Chiesa cattolica, in quanto titolare del monopolo del cristianesimo. Non a caso i principali  e decisi critici del  “Perché non possiamo non dirci cristiani”  furono l’ambiente gesuita,  i marxisti confinati a Ventotene, coloro che continuavano a difendere i Patti Lateranensi e naturalmente il PNF.

Tra i primi,  Civiltà Cattolica  riconosceva  l’apprezzamento verso la Chiesa delle origini, ma si accusava lo scritto di Croce di confermare il suo storicismo ed immanentismo, escludendo il soprannaturale e la trascendenza, e quindi il cristianesimo. Che per Croce era una fase del processo storico, che valorizzava esplicitamente perfino culture ripudiate dalla Chiesa come “arbitraria manomissione, mutilazione e falsamento delle fonti del cristianesimo”. I comunisti confinati a  Ventotene sostennero che   “Perché non possiamo non dirci cristiani“  è l’apologia della chiesa cattolica, di cui esalta la funzione storica come della sola grande istituzione che, in tempi di grande crisi, è sempre stata l’ancora di salvezza della civiltà. Alla dogmatica cattolica Croce non faceva  nessuna concessione filosofica, ma con una diversità di toni rivelatrice dell’intento. Gli ndei Patti Lateranensi respinsero il cristianesimo di Croce che accostava  religione della libertà  e religione della libertà, deformando l’una e l’altra; del resto non andava dimenticato che le opere di Croce stavano sull’Indice dei libri proibiti. Il PNF pubblicò all’inizio del ’43 un duro attacco al saggio di Crcce su Critica Fascista.

Sul “Perché non possiamo non dirci cristiani “ iniziarono invece a tessere una tela che si rivelerà robusta nel tempo, le personalità del cattolicesimo democratico, collocate nel filone sempre più fiducioso in una imminente denuncia di tutti i totalitarismi in quanto apostasia anticristiana. Forse il più noto fu Guido Gonella, ex popolare cattolico attento al liberalismo,  che sull’Osservatore Romano aprì al saggio quale prova “dei motivi che il  cristianesimo può far fermentare anche nell’ambito di filosofie non cristiane” , ovviamente mantenendo la critica di aver ridotto il cristianesimo ad una religione senza trascendenza. Croce rispose ringraziando “di aver fatto intendere che il mio pensiero va oltre quello delle Chiese. E nella lettera fece una notazione che vale la pena riportare perché è il fulcro di una rara arretratezza concettuale di Croce (su cui tornerò nella conclusione). Scrisse “Badi peraltro che nella mia filosofia non si ammette ma si nega la realtà della materia, di questa astrazione foggiata dalla fisica e alla quale gli stessi moderni fisici non tengono molto; e si afferma l’unica realtà dello spirito”.  Da qui si avviarono più frequenti  contatti  politici di Gonella, e non solo, finalizzati negli anni successivi a creare tra i cattolici un clima non ostile verso la cultura cattolica di tradizione liberal-democratica. Azione che finirà per indurre nel paese conseguenze di rilievo e non passeggere.

15.f – L’ircocervo. Negli stessi mesi  del ‘42  va segnalata un’altra presa di posizione di Croce su una diversa area della cultura politica., che nell’immediato ebbe minor rilievo ma che era altrettanto importante e con conseguenze prolungate.

Il  filosofo socialista molto vicino a Croce, Calogero, espresse la convinzione che la libertà politica e quella economica  devono trovare una composizione sul metro della giustizia, così individuando l’ideale  della giusta libertà  liberalsocialista. Oltretutto una impostazione condivisa anche da altri due allievi vicini a Croce, Omodeo e De Ruggiero , liberali. Tutti insieme, un’illuminata borghesia intellettuale – e  con la convergenza del  movimento “Giustizia e Libertà” di origine rosselliana dotata di un consistente seguito partigiano, e nomi già noti dell’area liberaldemocratica, repubblicana, socialista libertaria quali La Malfa,  Salvatorelli, Lussu, Dorso, Ernesto Rossi, Vittorio Foa, Calamandrei, Parri – dettero vita al Partito d’Azione. L’obiettivo era una terza forza risorgimentale, tra i conservatori (di fatto i corresponsabili del fascismo, monarchia, aristocrazia, alti gradi militari e la gerarchia ecclesiale) e i comunisti, che realizzasse una sintesi tra i valori del socialismo marxista e del liberalismo.

Croce non aveva difficoltà a riconoscere che la questione socialista era centrale, dato che  “intorno ai socialisti si aggrega tutta o quasi tutta la parte eletta della giovane generazione” . E neppure trascurava che Omodeo ponesse i “fondamenti ideali del Partito d’Azione” nella libertà crociana che “spogliatasi da ogni legame con il liberismo economico …. si espande da chi ha a chi non ha, e vuole la redenzione dei popoli e delle classi asservite”.

Eppure Benedetto Croce definiva la tesi di Calogero di sintesi alternativa tra il socialismo marxista e il liberalismo nel liberalsocialismo come irrealista (appunto come l’animale favoloso metà capro e metà cervo), siccome non si potevano unire due concetti inconciliabili. I concetti  di giustizia e di libertà operano su due piani diversi e non possono limitarsi reciprocamente. Per Croce la filosofia di Calogero era una filosofia della prassi inquadrata in un’etica volontaristico-altruistica tesa ad interpretare in chiave laica la morale cristiana.  Croce osservava che era impossibile mischiare il concetto puro della libertà con una valutazione pratica come la giustizia, che svaluta in partenza l’afflato morale della libertà. Inoltre il Pd’Az rifiutava del tutto il Risorgimento, la tradizione monarchica e la stagione di Giolitti. Nel complesso aveva la pretesa di realizzare la riforma radicale della società e dello Stato italiani, rompendo con il gradualismo non solo liberale, ma anche quello socialista riformista.

Le critiche di Croce furono purtroppo liquidate con il solito metodo di definirle espressione di uno spirito liberale conservatore. Quanto fossero fondate, lo hanno piuttosto mostrato  gli avvenimenti dei decenni successivi a quell’epoca. Il nodo vero della questione sollevata da Croce non stava nel negare che la vera libertà sussista solo in condizioni di uguali diritti sociali. Stava nell’affermare che non fosse possibile  raggiungere un simile obiettivo (e che soprattutto potesse funzionare) partendo dal fare una sintesi liberalsocialista. Nella sostanza avrebbe significato perseguire una riedizione del solito partito del bene cui tutti devono inchinarsi, mentre il liberalismo maturato da Croce era impegnato ad aprire una stagione differente.  

Il rapporto corretto e funzionante tra libertà e uguali diritti, discende solo  dall’esercitare in coerenza e  fino in fondo la partecipazione del cittadino. Deve scegliere interventi  dello Stato che creino le condizioni per favorire il realizzarsi della libertà dei suoi cittadini, assicurando che ognuno abbia uguali diritti. In altre parole Croce era l’antesignano della conoscenza culturale aperta nel tempo per meglio comprendere e non intenzionata a predicare gli annunzi di una sorta di libro sacro laico. Purtroppo i pregiudizi degli ambienti  socialisti non marxisti, erano invasati. Più che dall’ossequio al mito ideologico predominante all’epoca, lo erano dalla convinzione emotiva che fosse una certezza acritica il futuro successo incondizionato della classe operaia,. Da qui l’atteggiamento di considerazione superficiale del liberalismo, solo in termini di conservatorismo morbido, un atteggiamento  che non riusciva a capire (perché neppure si poneva il problema) la profondità delle valutazioni da parte dei liberali circa i limiti delle soluzioni concrete immaginate dal socialismo, le quali, seppur involontariamente, finivano sempre per trascurare le questioni di effettiva libertà del cittadino.

15.g – Nel primo semestre del ’43 .  In questo periodo, La Critica pubblicò tra gli altri due pezzi assai significativi. Nel primo saggio “Per la storia del comunismo in quanto realtà politica”, lo definì irriducibile alla dialettica liberale in quanto praticava “ il concepire l’ideale della vita come pace senza contrasti e senza gara”.  E osservava che con il comunismo facili intese e accordi sarebbero certamente desiderabili ma saranno assai travagliosi e lenti, perché richiedono che con le lezioni dell’esperienza, i precedenti concetti e disegni, divengono non più utopistici e illimitati ma limitati e storici. Del resto, i marxisti confinati a Ventotene ritennero che Croce avesse inteso  dare una direttiva politica, additando i maggiori pericoli i partiti operai.  Infatti nel suo primo scritto («Perché non possiamo non dirci cristiani») egli aveva fatto l’apologia della chiesa cattolica. In un altro scritto successivo («Per una storia del comunismo come realtà politica») ha mosso un aspro attacco contro i partiti comunista e socialista e denigrato l’URSS. Per i comunisti, la posizione antiproletaria di Croce non era nuova. Era nuovo invece il suo atteggiamento verso la chiesa cattolica. In occasione dei Patti Lateranensi aveva mosso aspra accusa al fascismo per le concessioni alla Chiesa. Oggi  lui  capitolava e agli italiani indicava la Chiesa cattolica quale punto di orientamento politico. E questa posizione del PCI continuava a combattere i liberali dando loro un’immagina distorta, nell’ottica di favorire i partiti di massa, ritenendo così di aprirsi la strada per accordi più favorevoli alla propria impostazione  

 Successivamente, nell’aprile ’43,  Croce scrisse “Sui Partiti e la Libertà”. In questo saggio confermò la sua linea duttile. Ripeteva le sue considerazioni dei mesi precedenti sul fatto che il cattolicesimo liberale fosse minoritario rispetto ai clericali, i quali erano irriducibili avversari della religione della libertà ed anche rispetto al partito dei cattolici che a fondo dipendeva dalla Chiesa.  Allo stesso tempo, Croce evitava ogni posizione anticlericale e così non riteneva che la precarietà della libertà cattolica fosse  un’ineludibile conseguenza  dell’essere credente cattolico. Distingueva i “cattolici liberali, quali ancora ne conosciamo nel presente in Italia, sinceri amatori della libertà nonostante il loro ossequio per la chiesa, e compagni ai liberali nell’opera loro”. Insomma Croce ragionava in base al liberalismo cristiano di cui era sostenitore, e continuava a difendere la necessità di adottare le ricette liberali nei comportamenti politici. E’ peraltro indubbio che il modo di ragionare crociano era in sé del tutto esatto, però, in un clima esacerbato da anni di guerra e di utopie civili di varia natura, che concentrava altrove l’attenzione, giustificando la forza , non era in grado di mobilitare gran parte dei cittadini. Croce peraltro non demordeva e nello stesso periodo scrisse un‘altra cosa molto giusta ma destinata purtroppo a restare sulla carta: “comunismo e liberismo e le altre tendenze hanno del pari diritto di lottare e riportare vittorie l’una sull’altra e di venire tra loro, come usano, a transazioni ed accordi; ma nessuna d’esse deve chiedere il soccorso della violenza”.

16-  Gli  ultimi trentacinque mesi del Regno. 16.1 – Il ’43 dopo il 25 luglio. Non appena caduto il fascismo, Benedetto Croce, senza farsi illusioni (sui suoi Taccuini annotò “io non assaporo il piacere della vendetta; ma l’Italia è un presente doloroso”), si impegnò intensamente a ricostituire il  Partito Liberale Italiano, come del resto centinaia di liberali di varia notorietà in moltissime città italiane. In particolare a Napoli, iniziarono riunioni a tal fine già negli ultimi giorni del luglio. E il 2 agosto nel suo Taccuino Croce annotò di avere redatto  “noterelle di un appello, da stampare in un opuscoletto, per la ricostituzione di un partito liberale italiano”. Nei primi mesi le discussioni si incentrarono principalmente  tra i favorevoli alla collaborazione con il governo Badoglio, insediato dal Re il giorno dopo il 25 luglio, e quelli contrari (al pari del Comitato di Liberazione Nazionale), tra i quali Croce e il forte nucleo romano, che si riuniva in Piazza del Popolo a casa Bergamini e comprendeva Cattani, Casati, Einaudi, Soleri, Carandini, Lupinacci, Zanotti Bianco.

Dopo l’armistizio dell’otto settembre (che una storica di rilievo ha definito un inganno reciproco tra le parti contraenti), il Re  abbandonò Roma per rifugiarsi a Brindisi (facendo nascere il cosiddetto Regno del Sud). Casa Croce a Napoli divenne il passaggio obbligato di chi aveva passato il fronte per stare con gli antifascisti e contro i tedeschi. E poi gran parte degli ufficiali alleati lettori dei suoi libri e i corrispondenti di guerra. I primissimi di ottobre Croce annotò nei Taccuini “Perché mai questo sventurato non ha, almeno, abdicato cedendo la corona al figlio, che non è così direttamente responsabile e compromesso come lui?” e poi pubblicò un articolo  in cui affermava  “forse anche nella nostra indignazione per l’accaduto c’era il senso doloroso dell’offesa che si era recata da un re di Savoia a questa veneranda casa sovrana, la più antica di Europa, che noverava nove secoli di vita, ricchi di nobili e severe memorie” . Questi testi esprimono bene il giudizio assai negativo che Croce, uomo di profonda fede nell’istituto monarchico, dava del monarca in carica. All’epoca, del resto, la questione istituzionale era molto dibattuta nel segreto dei frenetici rapporti tra gli Alleati, i Comandanti sul campo e i governi che li dirigevano. E tutti, pur nel quadro di disegni non coincidenti in pieno sul cosa fare in Italia, davano giudizi negativi sull’operato di Vittorio Emanuele.

Al riguardo Croce divenne sempre più incalzante. Il 28 novembre all’Università di Napoli chiese l’immediata abdicazione e il 6 dicembre prospettò l’esilio, argomentando che “non v’è dubbio che da un regolare processo non potrebbe uscire se non la condanna del re, violatore dello Statuto e alleato del fascismo nel danno e nell’onta apportata al popolo italiano.  Condannato, insisteremmo che fosse lasciato libero e allontanato dall’Italia”. Poche settimane dopo a fine dicembre, Croce insieme all’altro liberale  classico Enrico De Nicola  (che aveva presieduto la Camera dal ’20 al ‘24) e al liberale amendoliano Carlo Sforza (alto diplomatico di carriera, al governo con Nitti e ministro degli Esteri  nell’ultimo Giolitti), si riunirono per individuare un modo per  far lasciare il trono al Re, così da addossargli l’aver favorito il fascismo e salvare l’istituto monarchico. Croce ed anche Sforza propendevano per una reggenza che  escludesse oltre  il Re anche il principe Umberto e fosse affidata al figlio di Umberto, Vittorio Emanuele (che aveva sei anni) da  “essere educato dalla nuova Italia antifascista e democratica”. De Nicola fece prevalere la sua tesi di una luogotenenza “fino a quando il popolo consultato desse il suo responso sulla forma istituzionale da adottare”   (nonostante i dubbi di Croce, che annotò “una proposta più dannosa all’istituto monarchico, perché impedisce che da questa possa risorgere una rigenerata monarchia costituzionale con un principe educato dalla nuova Italia antifascista e liberale, e porta logicamente verso la Repubblica”) affermando che il Re si sarebbe opposto all’abdicazione, ma non alla luogotenenza. L’affermazione fu ritenuta realistica e da allora fi seguito tale indirizzo.

16.2 – L’anno 1944 . Croce continuava a far uscire La Critica per il quarantaduesimo anno, ma avvertiva, e lo scrisse,  una difficoltà e un impaccio: “che il fascismo è crollato e che la libertà è tornata almeno nella parte d’ Italia nella quale io scrivo, e la Critica non serve più al fine al quale ha servito per vent’anni e che le infondeva vita e calore. Non serve più, perché quel che si diceva in modo misurato e parco nella Critica può stamparsi ora dappertutto, con ben altra abbondanza e con ben altra determinatezza di riferimenti particolari”.  E in più perché la periodicità bimestrale della rivista  e “la frattura dell’ Italia in due pezzi a causa della guerra, e la conseguente mancanza di comunicazioni nella zona liberata, impediscono di diffonderla”. Pertanto nel numero del  gennaio ‘44 annunciò che avrebbe utilizzato nel corso dell’anno  gli articoli già disponibili o in fattura, “rimandando alla fine di esso la definitiva deliberazione se mi sia dato ancora utilmente continuarla o se mi convenga risolutamente accommiatarmi dai miei lettori”.

Il 22 gennaio ’44  gli Alleati aprirono un secondo fonte con un sbarco ad Anzio e il 28 e 29 si tenne a Bari il primo Congresso del CLN, avversato dal governo Badoglio. Erano rappresentate 21 province meridionali, da Salerno in giù, siccome al di sopra c’era l’esercito tedesco. Vennero letti messaggi di Roosewelt, Stalin, Chiang Kai-shek e  il dibattito venne avviato da Benedetto Croce con un discorso che venne subito dopo messo in onda da Radio Londra, la mitica trasmissione radiofonica che la BCE dedicava da sei anni all’Europa Continentale.

Al Congresso si era arrivati dopo che il Pd’Az aveva detto che l’obiettivo del Congresso doveva esser “l’abdicazione immediata del re e sua messa in stato d’accusa per le violazioni da lui commesse dello Statuto; la proclamazione del congresso in assemblea rappresentativa che segga in permanenza.…; la elezione d’una Giunta esecutiva che fino alla liberazione di Roma rappresenti il popolo italiano nei rapporti con le Nazioni Unite”. Croce era consapevole che questa era una posizione teorica di principio, priva di condizioni che ne consentissero l’accettazione da parte degli Alleati. Di conseguenza, il suo discorso fu un invito a considerare prioritaria la questione istituzionale in termini severi ma riflessivi: “L’Italia deve essere rispettata ed ascoltata. È vero, essa ha avuto venti anni di una triste, di una vergognosa storia… ma ha avuto altresì secoli e millenni in cui ha portato grandissimo contributo alla civiltà del mondo, e non sono lontani gli anni nei quali, con le altre nazioni sorelle, fiorì di vita operosa e indefessamente progressiva in un perfetto regime liberale, e, unita con quelle, sostenne una lunga e vittoriosa guerra. Che cosa è nella nostra storia una parentesi di venti anni? Ed è poi questa parentesi tutta storia italiana o anche europea e mondiale?”. Quanto all’attualità governativa, affermò: “Il re non è in grado di formare un ministero, perché gli uomini che hanno esperienza e reputazione si rifiutano di giurare a lui fedeltà e temono da lui, e dalla gente che lo circonda, insidie”.. Due conseguenze. Un’opposizione ferma al Governo Badoglio e , dopo aver sanata quella parentesi, la ripresa del posto dell’Italia tra le nazioni nel segno della libertà prefascista.  Un discorso come al solito molto acuto, che parve troppo moderato al Pd’AZ  , la cui impostazione venne comunque approvata nel documento finale: “ritenuto che le condizioni attuali del Paese non consentono la immediata soluzione della questione istituzionale; che, però, presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l’abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese”.

Sul discorso di Croce è indispensabile fare per inciso alcune considerazioni. Riguardanti la polemica – nata allora – relativa all’aver definito il fascismo una parentesi nella storia italiana (“il fascismo è il prodotto di una caduta e regressione dello spirito europeo, della cultura liberale europea dovuta alla esplosione di violenza della prima guerra mondiale”). La prima. Il discorso di Croce aveva una primaria funzione dissuasiva rispetto all’atteggiamento  verso l’Italia che avrebbero avuto gli Alleati (e che poi avranno), apertamente tendenti a ripercorrere le antiche strade dell’annientare gli sconfitti in guerra. E già questo basta a non consentire che l’accenno alla parentesi fascista venisse trasformato nel fulcro in un giudizio politico di supposta prova delle responsabilità del liberalismo nella nascita del fascismo medesimo.  La seconda. Il concetto di parentesi non contraddice lo storicismo crociano in quanto non nega il divenire storico (sarebbe possibile solo considerando quello storicismo come determinista, il che è impensabile dal punto di vista liberale). Quindi, distorcere il senso dell’immagine è un aspetto ulteriore della campagna propagandistica perpetrata contro il liberalismo complessivamente per decenni e basata non sui fatti bensì sui pregiudizi delle altre culture, marxista, cattolica e reazionaria. La terza.  L’uso distorto del concetto di parentesi ha pure il  grave difetto di rimuovere lo studio (implicito in quel concetto) del perché il fascismo è nato nel primo dopoguerra. Che resta un problema  di rilievo che è irresolubile  con il determinismo o con il sogno dell’assoluta palingenesi. Nel complesso, non aver riflettuto a fondo sul discorso di Croce di Bari, ha avuto conseguenze assai negative.

Chiuso l’inciso, Croce  era speranzoso dopo il Congresso del CLN e i primi di febbraio annotava “ Vedremo chi vincerà, se il re coi suoi generali e ammiragli e i suoi occasionali alleati esteri, o noi con la dirittura della nostra richiesta e la logica della nostra azione”.  Poi durante il mese di febbraio e sulla base di quanto deciso dal trio Croce Sforza De Nicola e in sostanza confermato a Bari, vi furono contatti e incontri sulla costa amalfitana di De Nicola con Vittorio Emanuele e il Ministro della Real Casa Acquarone, al temine dei quali il Re, pur seccato che nessuno riconoscesse più la dimensione trascendentale del Re, si impegnò formalmente ad avviare la luogotenenza.  Addirittura il governo americano raccomandò la linea di Bari ai capi di Stato maggiore combinati. Ma Churchill si mise di traverso. Voleva che l’Italia pagasse la sconfitta e aveva paura che l’abdicazione avrebbe indebolito la sua stabilità. Così addirittura con un discorso ai Comuni, sostenne, in termini immaginifici, l’opportunità di non eliminare il Re in carica.

Sorse dunque un contrasto con gli americani più inclini ad un cambiamento, che venne interrotto dal riconoscimento a marzo del Regno del Sud da parte dell’URSS. E ciò ruppe l’isolamento  in cui gli Alleati avevano stretto l’Italia. L’impegno di Vittorio Emanuele sulla luogotenenza,  restava ma sempre riservato. All’improvviso a fine marzo rientrò a Napoli, Togliatti e il 1 aprile rimescolò le carte del gioco politico  (la svolta di Salerno). Il giorno dopo , Croce annotava  nei Taccuini “ Togliatti ha convocato i comunisti, ha esortato essi e gli altri partiti a collaborare col governo Badoglio, saltando la questione dell’abdicazione del re, per intendere unicamente alla guerra contro i tedeschi e ha dichiarato che i comunisti avrebbero senz’altro collaborato. È certamente un abile colpo dalla Repubblica dei Soviet vibrato agli Anglo-americani”.

Così il 6 aprile ‘44, venne annunciato agli altri partiti del CLN  che Vittorio Emanuele III era disposto a ritirarsi a breve. E il  12 aprile, Re annunciava la decisione di nominare il Principe di Piemonte luogotenente generale del Regno. Nei giorni successivi, stante il nuovo clima di accantonamento della questione istituzionale, fu fatto il Governo Badoglio II volato dal CLN in cui Croce, Sforza e Togliatti furono Ministri senza portafoglio. I rapporti con casa Savoia restarono tesi. Verso fine aprile il Principe Umberto, a difesa della monarchia, in un’intervista al Times disse  che la guerra a Francia e Inghilterra nel giugno ‘40 era stata decisa da Mussolini però senza che nessuno si opponesse. E Croce obiettò subito che opporsi o chiedere la convocazione delle Camere “sarebbe stato un atto non da folli ma da imbecilli”. “Vecchio monarchico come sono, sento ciò con dolore, vedendo come i monarchici stessi lavorino  a distruggere l’idea monarchica”.

 All’indomani dell’entrata a Roma, il 5 giugno, Vittorio Emanuele III nominò Umberto luogotenente del regno. Dieci giorni dopo si formò il primo governo di origine CLN (DC, PSIUP, PLI, PCI, PDL,  Pd’Az) presieduto da Bonomi (il suo secondo), sempre con Croce, Sforza e Togliatti, ministri senza portafoglio cui si aggiunsero anche De Gasperi, Saragat e con portafoglio Soleri al Tesoro, Casati alla Guerra, Gronchi all’Industria. Gli obiettivi erano la liberazione, e la Costituente per decidere la nuova Costituzione.

I primi di giugno si tenne a Napoli mentre la guerra continuava al Nord,  un convegno liberale, molto voluto da Croce, che riteneva necessario un partito liberale che fosse prepartito e insieme partito. Nel Convegno fu approvata la costituzione del Pli, segretario il giovane giurista Cassandro e un primo statuto, con l’obiettivo di unificare tutte le formazioni politiche liberali, attorno al movimento essenzialmente crociano. In quegli stessi giorni, dai carteggi di Croce si evince un episodio di carattere in apparenza personale, che però è illuminante sulla capacità crociana di produrre critica politica di altissimo livello.  Il Premio Nobel Albert Einstein, tra i massimi intelletti del secolo, scrisse a Benedetto Croce: “Se Platone potesse in qualche guisa vedere quel che ora accade, si sentirebbe come in casa sua, perché, dopo lungo corso di secoli, vedrebbe ciò che di rado aveva visto, che si viene adempiendo in certo modo il suo sogno di un governo retto da filosofi; ma vedrebbe altresì, e ciò con maggiore orgoglio che soddisfazione, che la sua idea del circolo delle forme di governo è sempre in atto”. Croce non mancò di rispondere subito: “Quanto alla filosofia, essa non è severa filosofia se non conosce il suo limite, che è nell’apportare all’elevamento dell’umanità la chiarezza dei concetti. È un’azione mentale, che apre la via, ma non si arroga di sostituirsi all’azione pratica e morale, che essa può soltanto sollecitare. In questa seconda sfera a noi, modesti filosofi, spetta d’imitare un altro filosofo antico: Socrate che filosofò ma combatté da oplita a Potidea, e Dante, che poetò, ma combatté a Campaldino; e, poiché non tutti e non sempre possono compiere questa forma straordinaria di azione, partecipare alla quotidiana, e più aspra e più complessa guerra, che è la politica”.

Questo scambio epistolare  è molto più di un aneddoto. Mostra che, mentre un grandissimo intelletto scriveva apposta dagli Stati Uniti per richiamare l’insegnamento di Platone, Croce, da liberale, aveva già colto che Platone era superato, stante la profonda differenza tra filosofia e politica, poiché per fare politica è decisivo conoscere i modi dello svolgersi delle cose nel pensiero ma questo non coincide con  il conflitto inevitabile per realizzarli  nel concreto. Ne deriva che la libertà non può in nessun caso ridursi a declamazione teorica  per di più riferita ad una sola parte degli individui conviventi. E di conseguenza il liberalismo, che si prefigge di massimizzare di continuo la libertà del cittadino, può conservare solo i meccanismi strutturali capaci sperimentalmente di produrre la libertà per chi vive mediante il loro utilizzo.  Perciò la politica è un conflitto necessario nel tempo per mantenere la libertà.

Dopo la liberazione di Roma, la Segreteria del PLI passò a Brosio che rappresentava i liberali del nord. Nella seconda metà di giugno, in una seduta all’inizio del Governo Bonomi II, il governo del CLN, Croce sollevò una motivata doglianza nei confronti del suo collega Togliatti , il quale, nel primo numero della rivista “Rinascita”  di qualche giorno prima, lo aveva accusato di essere stato un campione della lotta al marxismo avendo avuto “una curiosa situazione di privilegio nel corso degli ultimi venti anni. Egli ha tenuto cattedra di questa materia, istituendosi così, tra lui e il fascismo, un’aperta collaborazione, prezzo della facoltà che gli fu concessa di arrischiare ogni tanto una timida frecciolina contro il regime. L’aver accettato questa funzione, mentre noi eravamo forzatamente assenti e muti, o perché al bando del Paese o perché perseguitati, fino alla morte dei nostri migliori, è una macchia di ordine morale che non gli possiamo perdonare e che egli non riuscirà a cancellare…. Il fascismo è crollato, e noi siamo qui, comunisti e socialisti, vivi e vitali. Noi, quindi, non lasceremo più andare in giro le merci avariate spacciate da Benedetto Croce, senza fare il necessario, per mettere a nudo l’inganno.

Anche questo è, sotto due aspetti, un episodio illuminante della storia italiana. Il primo aspetto è la concezione del governo parecchio riduttiva mostrata da Togliatti. Per lui, il governo non era un organo di collaborazione finalizzata alle necessità del paese, bensì un organismo che il PCI usava strumentalmente per  esercitare il potere e meglio poter attaccare gli altri. Pertanto non esistevano problemi di solidarietà collegiale. In quella occasione, Togliatti iniziò la pratica di attaccare sulla stampa i suoi colleghi membri del governo, una pratica che seguì sempre finché fu Ministro (nel luglio 1946 non entrò di persona nel primo Gabinetto della Repubblica, il Governo De Gasperi II, e in seguito il PCI restò fuori del governo).   L’altro aspetto è l’ invenzione diffusa con insistenza dal PCI della supposta benevolenza di Croce verso il PNF  (l’Unità scrisse che occorreva opporre alle “armi della critica” la “critica delle armi”). Fu un contributo non secondario ai velenosi  giudizi che da allora in poi, nella cultura dell’Italia democratica, corrosero l’immagine di Croce.

La ragione essenziale era  che , tramite Croce, si intendeva colpire il metodo liberale e la sua funzione. Il quale, usando l’osservare i fatti e il riflettere sui rapporti umani, era stato in grado di indicare come intendere  meglio il mondo e promuovere il libero sviluppo del paese , ma che, con ciò stesso, aveva da una parte rotto gli equilibri di potere politico sociale esistenti da secoli e dall’altra innescato un’attenzione molto più robusta sul ruolo dei cittadini,  minando alla base credenze profonde di tipo elitario su cui c’era l’abitudine di strutturare i rapporti del convivere. Nella sostanza, conservatori, religiosi e sinistra marxista diffidavano del metodo della libertà. In particolare ne diffidava Togliatti , che riuniva in sé l’impositiva dottrina marxista leninista e l’educazione dei borghesi non einaudiani interpretata in chiave egoistico conservatrice degli interessi autoreferenziali.

Fatto sta che Croce meditò su quanto avvenuto e ritenne di non essere la persona adatta per dar voce al PLI nella guerra politica in corso. A fine luglio, subito dopo il trasferimento del Governo da Salerno a Roma,  si ritirò lasciando il posto di Ministro  ad un altro liberale, Nicolò Carandini, romano e più giovane di trenta anni. Negli stessi giorni emanato il decreto “Sanzioni contro il fascismo” che stabiliva regole per l’epurazione nell’Amministrazione Pubblica.

Ad agosto il PLI si allargò al gruppo meridionale facente capo a De Caro, allargamento che i primi di settembre venne sancito nella riunione del Comitato Nazionale del Pli. Intanto, Croce più libero riprese con maggior impegno un progetto di gran rilievo su Napoli, con cui intendeva coronare i suoi lunghi e vari studi: la costituzione di un importante istituto creato con l’aiuto del grande banchiere e mecenate Raffaele Mattioli, il capo della Banca Commerciale. Con l’impegno di Mattioli venne avvia la realizzazione dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici in un appartamento di proprietà di Croce e con la  direzione scientifica dello storico Omodeo, suo allievo ed amico.

Nel periodo del passaggio dal Governo Bonomi II a quello Bonomi III (da quale rispetto al precedente erano usciti il PSIUP e il Pd’Az), Croce invitò Einaudi a formulare un indirizzo economico per il PLI, precisandogli “di avere pertinacemente, e tra molte opposizioni in Napoli ed anche in Roma, tenuto il Partito liberale affatto puro dai cosiddetti programmi economici totalitari”. Osservo che è una ulteriore  e significativa prova indiretta del clima  indotto in Italia dalle mode dell’aggregarsi secondo le idee in apparenza vincenti al momento  (che coinvolgono anche  quanti si dicono liberali ma non sanno esserlo).

A fine anno, Croce prese la decisione che si era riservata a gennaio precedente e comunicò che, dopo 42 anni, avrebbe chiuso la pubblicazione del bimestrale La Critica. Aggiunse poi che avrebbe avviata “una nuova serie da pubblicare a intervalli liberi, secondo che man mano mi troverò di aver messo insieme materiale sufficiente, e così mi parrà di continuare in qualche modo la mia abituale conversazione: una serie di Quaderni della Critica. Cori questa speranza, mi lusingo di dire oggi ai miei lettori, non un  addio , ma un  a rivederci” .

16.3-  L’anno 1945 . Nel mondo l’anno si aprì a febbraio con la Conferenza di Yalta tra Churchill, Roosevelt e Stalin che suddivise le zone di influenza dopo la prossima vittoria gli Alleati. In Italia, Croce, mentre continuava a pubblicare per i tipi del suo editore storico Laterza nuove edizioni dei  libri precedenti, a marzo ‘45 fece uscire il primo dei suoi Quaderni della Critica .  E proseguiva negli studi, annotando il mese successivo “A me importa dell’Italia e della libertà e non della monarchia”, in riferimento all’insistita attività del Luogotenente per diffondere l’idea che la monarchia non fosse più legata al passato e riconoscesse la centralità del Parlamento.

Negli stessi giorni  venne creata la Consulta Nazionale per fornire, in mancanza del Parlamento Regio, pareri sulle decisioni  del governo e in alcune materie pareri obbligatori. I consultori furono inizialmente 304 (di cui 156 dei sei partiti del CLN, 20 degli altri partiti, 46 ai sindacati, 12 alle associazioni di reduci, 10 al mondo della cultura e professionale, 60 agli ex parlamentari di opposizione al fascismo).  Naturalmente tra i Consultori furono nominati Croce e molti altri liberali. Poi il 25 aprile il CLN Alta Italia, mentre le truppe Alleate stavano dilagando nei territori del Nord,  proclamò l’insurrezione generale nei territori  occupati dai tedeschi e dai fascisti della Repubblica di Salò. Iniziando, su delega del governo Bonomi III ad emanare decreti, tra i quali la condanna a morte dei gerarchi del Partito Fascista (da qui la fucilazione di Mussolini). Contemporaneamente morì all’improvviso Roossvelt sostituito  dal vice Truman, meno accomodante. Nei giorni immediatamente successivi fu completata la piena liberazione dell’Italia e i primissimi giorni di maggio fu firmata la resa dall’esercito tedesco e dai repubblichini.

Cominciò la faticosa  gestione della pace, caratterizzata dal proseguire delle polemiche iniziate tre anni prima con gli azionisti (che al momento non facevano parte del Governo), sui principi  da applicare ai contingenti problemi politici. Forse il principale punto di dissenso era l’attuazione del decreto per  l’epurazione nell’Amministrazione Pubblica. L’iniziativa della DC di chiedere il cambio di Presidente del Consiglio, avviò un assetto diverso  per gestire il problema. A giugno fu varato il governo Parri, esponente del Pd’Az  con Ministro della Giustizia Togliatti e ritorno ai sei del CLN. In questo modo si iniziò una gestione di fatto più riflessiva , ma ancora senza un pieno accordo sui principi.

Serpeggiava robusto il confronto sul come procedere per decidere sulla forma istituzionale. L’intera ala sinistra del CLN, propendendo per la repubblica, propendeva per la procedura decisa dal Bonomi II, vale a dire demandare la decisione all’Assemblea Costituente, composta da uomini di partito e più indirizzabile. Liberali e demolaburisti  propendevano invece per far decidere i cittadini tramite un referendum  come nel Risorgimento. Anche i monarchici preferivano questa via mentre la DC era assai incerta preferendo sia la repubblica che il referendum. 

Il 5 agosto del 1945  scoppiò ad Hiroshima la prima bomba atomica della Storia per porre fine alla resistenza del  Giappone. Fu un evento epocale al  punto che anche Croce farà riflessioni al riguardo. A parte una forte polemica a metà agosto con il Vaticano sulla proposta del Ministro Gronchi (DC) di inserire una funzione religiosa  per celebrare la vittoria, idea respinta dai Vice Presidenti del Consiglio Nenni (PSIUP) e Brosio (PLI),  i primi di settembre  1945 prese corpo il dissenso dei liberali sulla funzione del CLN. Lo stesso Brosio disse che, dopo  i meriti nella liberazione, il CLN rischiava ora di ostacolare l’azione Governo insistendo sull’enfatizzare una unità molto fittizia. E concluse che erano urgenti delle elezioni politiche per sciogliere il nodo.  Due settimane dopo , al Consiglio Nazionale PLI il segretario Cattani ripropose le critiche liberali al sistema CLN, anche se nelle conclusioni lo stesso Brosio, non ritenne opportuna un’immediata apertura della crisi. Benedetto Croce, per parte sua, osservò che il rilancio della libertà prescinde dalla soluzione repubblicana o da quella monarchica e riaffermò che la questione istituzionale dovrà essere risolta dall’assemblea Costituente.

La Consulta Nazionale tenne la sua prima riunione, presidente Sforza, il 25 settembre. Negli stessi giorni,  avvenne uno screzio significativo in Senato tra il Presidente del Consiglio Parri e Croce, che interveniva  per la prima volta dopo il discorso sul Concordato del ’29. Parri dichiarò che la democrazia in Italia era appena agli inizi, specificando che non si potevano definire democratici i regimi antecedenti al fascismo.  Croce replicò con durezza che “l’Italia, dal 1860 al 1922, è stata uno dei Paesi più democratici del mondo e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa nella democrazia…….Democrazia, senza dubbio, liberale, come ogni verace democrazia, perché il liberalismo senza democrazia langue privo di materia e di stimolo, la democrazia a sua volta, senza l’osservanza del sistema e del metodo liberale, si perverte e si corrompe e apre la via alle dittature e ai dispotismi”. Sono parole che restano di stringente attualità anche oggi. Per almeno tre ragioni. Perché è impossibile valutare il tempo passato usando come filtro  principi attuali. Perché, rispetto al clima politico esistente nel passato, l’Italia era stata di certo democratica. Perché, quale criterio vivente,  il rapporto tra libertà e democrazia è precisamente quello definito da Croce in questa replica.

Del resto, ancora in quel periodo (e si protrarrà per altri nove mesi) divampava l’acceso dibattito tra il PdAz e gli altri sul senso del decreto sull’epurazione antifascista nella Pubblica Amministrazione. Il Pd’AZ   era incapsulato in una concezione ossessiva che puntava ad un rinnovamento estremo  e Croce andava predicando che  ciò equivale ad ignorare come, per funzionare efficacemente, uno Stato abbia bisogno dell’esperienza e delle professionalità dei cittadini al lavoro nel prefascismo e nel fascismo. Perciò, l’epurazione doveva applicarsi  ai dirigenti filofascisti e non ai cittadini qualunque (e questa era una tesi opposta a quella del Partito d’Azione che pretendeva un’utopica rigenerazione morale). Da notare che questo  punto chiarisce il senso della tesi del fascismo come parentesi dello Stato italiano. La storia non è riducibile a meccanismo determinista lineare, perché è fatta   da una miriade di individui differenti ed in ogni momento presenta un numero ampio di possibili opzioni.  Dunque non si può stabilire una meccanica consequenzialità tra il prima e il dopo. Che significherebbe confondere  reali percorsi storici facendoli restare solo un’applicazione meccanica di singoli atti nelle scelte politiche ritenute allora deterministiche.

Questo vivace screzio tra Croce e il mondo del Pd’AZ, ebbe un riflesso due settimane dopo sul progetto relativo all’ Istituto Italiano per gli Studi Storici.  Di fatti Omodeo, che Croce voleva Direttore e che aveva convintamente abbracciato l’azionismo (al punto dal tacciare il PLI di essere “il riparo di tutte le posizioni usurpate con la violenza e col delitto”), si rese conto della fermezza degli argomenti del maestro ed amico e gli scrisse rinunciando all’incarico. “Visto che noi – che nel campo intellettuale ci intendiamo a perfezione – nel pratico agire non possiamo mantenere l’unissono, mi consenta, caro Senatore, che io mi ritiri definitivamente dall’intrapresa dell’Istituto”. Croce rispose subito respingendo “quell’idea assurda e disastrosa”. E ricordò che le critiche all’azionismo “appartengono a un’altra sfera, dalla quale io tengo ben separata e immune la nostra unione in quella del pensiero e della scienza” come appunto l’Istituto.” Quindi Croce ritenne la lettera di Omodeo “per non scritta” (pur affidando al molto più giovane liberale Guido Cortese di rispondere ad Omodeo in termini pacati e secchi, con cui rilevava che “l’uomo di parte aveva fatto dimenticare allo stoico la stoia del liberalismo”) . Ancora una conferma del modo di essere di Croce, rigoroso nell’analisi dei fatti e assertore della diversità. Cosa che lo indusse, ancora due settimane dopo, a  precisare , che “se centro destro indica maggior conservazione e centro sinistro maggior innovazione e progresso, era pronto a definirsi di centro sinistro e a scongiurare e fugare con l’acqua benedetta qualsivoglia centro destro”.

Anche se  Croce, respingendo le dimissioni di  Omodeo, impedì la crisi nell’Istituto per gli Studi Storici, il clima nei rapporti tra i liberali e il Partito d’Azione era oramai compromesso  sul punto politico cardine dei ritmi dell’azione di governo. Che dovevano corrispondere ad iniziative di  cambiamento democratico riformatore, pacato negli indirizzi e non  costellato di richieste affastellate  di rinnovamento teorico e a senso unico specie sul tema epurazione e della incertezza sui problemi economici. A metà novembre ’45, il PLI fece una dichiarazione in tal senso, e siccome fu respinta  dal Pd’Az e dal PSIUP , il 21 novembre il PLI ritirò i ministri dal Governo Parri, cui addebitava un’azione incontrollata in particolare sull’epurazione non limitata ai casi più gravi.  Tre giorni dopo anche la DC uscì dal Governo.

Nella medesima giornata il Presidente del Consiglio si dimise e tenne una conferenza stampa in cui parve quasi la macchietta chiamata Fessuccio Parmi dal giornalista Giannini, capo dell’allora  nascente Uomo Qualunque. Di fatti Parri definì la caduta del Governo un colpo di stato, definizione che De Gasperi rintuzzò immediatamente ricordando che il patto a base del Governo ne prevedeva proprio la caduta in caso di ritiro anche di una sola delle sue componenti. Tale avventata frase esplicitò la mentalità azionista per cui la politica dovrebbe essere dominata dai disegni teorizzati e non dal realismo nel valutare le condizioni esistenti di fatto per costruire progetti da realizzare per sciogliere i nodi formatisi. Era una mentalità  molto radicata nel Pd’Az , che l’aveva portata all’estremo  elitario e che per questo all’epoca non trovò un appoggio effettivo nei partiti della sinistra,   lo PSIUP e il PCI (anzi, il PCI si preoccupava che l’attivismo di Parri  lo scoprisse sul fianco sinistro). La concezione della Resistenza  quale sogno purificatore, separata dalla realtà e teorizzata da Parri, fu sconfitta e venne in seguito rivalutata strumentalmente come rito (per di più falsificato attraverso il negare l’assai consistente presenza fisica delle forze liberali) soprattutto  all’epoca della conclamata guerra fredda.

La crisi di governo si protrasse per due settimane e si risolse, su proposta di Nenni, con il primo Governo De Gasperi , di nuovo con i sei partiti del CLN ma senza più il mito del CLN espressione del cosiddetto “vento del nord”. Anche nell’occasione, il grande tribuno che era Nenni non avvertì che l’indicare De Gasperi – di per sé un valido compromesso per riequilibrare la conduzione del Governo di coalizione  rispetto all’esaltazione di Parri ed anche per tener tranquilli sia gli ambienti monarchici sia l’opinione degli USA e dell’Inghilterra –  significava in prospettiva mettere il Regno nelle mani di un popolare di lungo corso con rapporti radicati in Vaticano e che ciò avrebbe potuto avviare la stagione politica dominata dalla mentalità confessionale, al fondo assai distante dalla libertà liberale.

17 – Il referendum istituzionale e la Costituente.  L’inizio dell’anno 1946 venne dominato dai dibattiti nei diversi partiti in vista dell’oramai non lontano ritorno alle urne a vari livelli, e dal dibattito tra i partiti  sui temi del come fare la scelta istituzionale e di quali compiti dare all’Assemblea Costituente. 

I dibattiti nei partiti vertevano ciascuno sull’argomento ritenuto lì importante. Nel PCI e nel PSIUP le discussioni sul  come procedere sull’unificazione in un unico partito della sinistra e quale strumento usare per sciogliere il nodo istituzionale (Nenni,  Ministro per la Costituente, aveva affermato che “il referendum è una cabala reazionaria”). Nell’Uomo Qualunque di Giannini  venne tessuto l’accordo con il Partito Democratico filo monarchico di Selvaggi ma non si riuscì a coinvolgere il liberali.  Il Partito d’Azione tenne il Congresso i primi di febbraio in cui si spaccò tra l’ala di sinistra socialista e quella più radical repubblicana, che nel prosieguo confluirà nel PRI. La DC e il PLI dibattevano in preparazione ai rispettivi congressi a fine aprile.

Il dibattito tra i partiti si svolse prima alla Consulta e poi nel consiglio dei Ministri , giungendo a cavallo tra febbraio e marzo  alla conclusione sia di introdurre il principio del voto obbligatorio (contraria tutta la sinistra)  con sanzioni per i trasgressori sia   di indire il referendum istituzionale ma tenerlo lo stesso giorno del voto per  l’Assemblea Costituente, il 2 giugno. In tal modo si dava davvero voce ai cittadini nelle scelte essenziali e non si separava la scelta istituzionale dalla scelta più strettamente politica (Nenni proprio nei mesi al Ministero della Costituente si era convinto che “il referendum istituzionale era per il Re un sostitutivo dei plebisciti, ma può diventare un’altra cosa se contestuale alle elezioni per la Costituente”; il Pd’Az  restò contrario al referendum).

Iniziarono a svolgersi le Elezioni amministrative in varie giornate, E cominciò ad emergere una verità inattesa.  Che i voti ottenuti  dalle liste liberali erano parecchio inferiori alle aspettative. E Pannunzio, direttore di Risorgimento Liberale, il giornale del Partito,   individuò il punto scrivendo che il partito liberale non era un partito di massa, cioè rappresentativo “di una qualità che deriva dall’essere parte indifferenziata di un tutto, dall’aver perduto l’individualità delle idee, delle credenze, perfino dei gusti per divenire un granello di sabbia in un mucchio”. Una caratteristica comune “alla maggior parte dei seguaci del comunismo e del socialismo….un po’ meno alle schiere democristiane…. non ai liberali e a tutti coloro che rifiutano di marciare in ordine chiuso dietro le bandiere rosse e alle bandiere bianche”.  Era il punto derivante dall’introduzione del suffragio universale maschile  voluta da Giolitti oltre trenta anni prima. Perfino previsto nella sostanza, ma di cui non erano state mai affrontate le conseguenze.  A causa della prima guerra e poi del ventennio fascista che della scelta elettorale aveva fatto a meno. Così non c’era stata tra i liberali la maturazione delle nuove modalità richieste per attirare il suffragio.

Il nodo di tali modalità stava nel mutamento del sistema di voto su due punti essenziali. Uno era che gli elettori ammessi al voto nel ’13  (e in seguito le donne nel febbraio del 1945) lo erano in base al tipico principio liberale di governare tramite le scelte individuali dei cittadini. L’altro punto era che, insieme al suffragio universale, era stato introdotto anche il voto proporzionale di lista. Il combinato disposto dei due punti induceva un quadro operativo nuovo. Perché senza dubbio l’allargamento del corpo elettorale irrobustiva il diffondersi della libertà, ma insieme era mutato l’oggetto della scelta (prima era il candidato, seppure portatore di un progetto politico, dopo era la lista che esprimeva un’idea progetto politico e in via subordinata si articolava nei propri candidati). Dunque era mutato assai il rapporto tra elettore  e oggetto del voto: non c’era più il nesso fisico perfino visivo tra elettore e candidati e subentrava il giudicare l’idea progetto politico di ogni lista (che prevaleva sul candidato). Da qui la decisiva necessità di dare ad ogni elettore una formazione adeguata ai nuovi compiti (problema concreto che si è presentato nel ’13 e nel  ’45).

Tale nuovo meccanismo fa entrare in gioco un altro principio, anch’esso liberale, quello della diversità: gli elettori non sono ovviamente tutti uguali, in particolare hanno una differente esperienza e una differente conoscenza dei vari aspetti della vita. Qui si deve tener conto che, mentre il diritto di voto è e deve essere il medesimo per ciascuno,  la capacità di valutazione dipende dalla condizione di vita di ciascuno.  E che è un dato di fatto che la scelta di una lista richiede un giudizio più  complessivo rispetto allo scegliere un candidato ma anche più influenzata da forme di propaganda  semplificatrici. Un simile percorso ha creato i partiti di massa. E i partiti di massa hanno avuto il vantaggio delle organizzazioni della Chiesa , delle promesse sparse a piene mani dal sol dell’avvenire, e, al passar del tempo, perfino della nostalgia rabbiosa della reazione tradizionalista. In più, il liberali divennero ancor più vittime della sindrome  partiti di massa perché i maggiori elaboratori di idee e diffusori di notizie, criticavano di continuo  il liberalismo.

L’ultimo giorno di marzo venne annunciato il cartello elettorale della Unione Democratica Nazionale, tra Pli, Democrazia del lavoro e Unione della Ricostruzione, sulla base di un Manifesto redatto soprattutto da Croce e di un accordo più generale  delle quattro personalità della democrazia precedente il fascismo, oltre Croce, Bonomi, Orlando e Nitti. Quasi un mese dopo si tenne il primo congresso DC, su posizioni esplicite. Quanto alla posizione politica “l’unione fra proletariato e ceti medi per un blocco progressivo che, in regime di libertà, si affermerà con il peso del numero e della qualità in un’aspirazione di giustizia, che è l’anima di una socialdemocrazia stabile e sicura” escludendo “i certi detentori di privilegi monopolistici e responsabili dello sfruttamento capitalistico, contro cui combattiamo la nostra battaglia”. Quanto alla questione istituzionale (con una maggioranza del 75%) “la Dc si pronuncia per la soluzione repubblicana”.

Neppure una settimana  dopo si riunì il Congresso del PLI, che partì muovendosi nella logica della continuità con l’epoca ante Mussolini. Quindi si disse che il Congresso era il numero III e si dette una medaglia   al tuttora trentunenne Marchese Edgardo Sogno mitica medaglia d’Oro al Valor Militare, comandante partigiano nella Resistenza. Una scelta   che, dal punto di vista pubblicitario, dava un’immagine passatista, considerato che in quel congresso Sogno era il capofila dei liberali monarchici. Va detto che sia Croce, che Bonomi, che Nitti trascurarono tale aspetto. Nonostante  nei rispettivi interventi  insistessero su svariati temi dell’attualità, a partire  dall’affrontare il tema della contrapposizione con l’URSS (due mesi prima Churchill, parlando in una università USA, aveva denunciato che in Europa, da Stettino a Trieste, è caduta una cortina di ferro destinata a dividerla  fra i due blocchi comunista e occidentale) che poneva la necessità  di  una coalizione dei liberaldemocratici e dei socialriformisti. Di fatti il Congresso si concluse con una linea politica crociana, rieleggendo Croce presidente, vice Carandini e De Caro e Cassandro segretario generale.

Nel merito del problema referendario, Croce sostenne con decisione la linea che l’Unità definiva agnostica. “ La libertà può essere rispetta e protetta alla pari da una repubblica o da una monarchia; e può essere insidiata e sopraffatta alla pari dall’una o dall’altra. E chiarì il perché la questione dell’istituto vada tenuta separata da quella della persona del monarca. Da tale separazione discende che la scelta tra monarchia e repubblica rientra nelle valutazioni personali, compreso “il sentimento e l’immaginazione”. “Per queste considerazioni, il nostro partito ha chiesto e al fine ottenuto, che la soluzione del dilemma sia assegnata non alla Costituente ma al voto popolare”. Un ragionamento ineccepibile quanto a principio, di cui molti erano convinti e da cui facevano seguire la necessità che il PLI promuovesse  un terzo blocco, tra chi intendeva valorizzare le scelte del cittadino in ogni caso.  Ma la procedura del come votare le mozioni (non contrapposte), la rigidità vagamente purista della consistente ala filorepubblicana, la furbizia dei filomonarchici (non solo i più numerosi ma anche i più scaltri, tanto da proporre che per gli iscritti al PLI non fosse obbligatorio seguire le scelte del Congresso), portarono al prevalere della mozione pro-monarchia di Sogno Jacini su quella di Croce, Cassandro, Medici Tornaquinci, Cattani (meno voti a quella pro repubblica di Brosio e Carandini). 

Nella pratica, tuttavia, il ragionamento di Croce conteneva la contraddizione di includere anche il riferimento a sentimento e immaginazione. Se queste due passioni erano importanti, allora, ferme le uguali garanzie dei due sistemi  circa la libertà,  era un dato di fatto inequivoco – ce n’era la prova anche nella consultazione interna della DC nelle sezioni nettamente favorevole alla repubblica, pur con il Segretario De Gasperi incline alla monarchia, come risulta dal carteggio precongressuale Scelba-Sturzo – il pessimo comportamento di Vittorio Emanuele in quarantacinque anni di regno , che aveva scavato un solco con buona parte della popolazione, rendendola non disposta a riconoscere nei Savoia la capacità di interpretare i bisogni dei cittadini. Dunque, era assai probabile che al referendum, con Dc e sinistre sommate, vincesse la repubblica.

Ne consegue che un ragionamento logico dal punto di vista teorico ed individuale, prescindeva dalla realtà politica del momento. E questo è in sé un atteggiamento inaccettabile per un partito liberale (visto che non  si trattava di sostenere l’istituto monarchico quale una questione di principio per la libertà). Si aggiunga che la linea agnostica  non avrebbe agevolato la costruzione del terzo blocco non di massa in Italia e non neutralista in chiave internazionale (prospettiva esposta dal Segretario Cassandro). Per la ragione che il  prevalere del voto monarchico  sarebbe potuto derivare solo dal convergere dei molti che dal fascismo nulla avevano imparato, che ad esso non avevano rinunciato, e che intendevano dar corpo ai desideri di rivincita. Per tutto ciò, la mozione Croce  agnostica e non pro repubblica, finì –  anche per responsabilità dei liberali filo repubblicani insoddisfatti – per essere sconfitta all’interno del partito, e agevolò il passare dell’immagine di un PLI alleato con le destre conservatrici, perdente e  non in grado di assumere una linea politica valida (anzi, nei mesi successivi, provocò l’avvio della fuoriuscita dell’ala sinistra).

Insomma, la scelta della tattica agnostica indicata da Croce, quale alto dirigente del PLI, si rivelò un evidente errore di strategia politica. Inoltre, evidenziava nella sua concezione più sistematica un punto debole.  La contraddizione  tra lo spirito idealista del singolo dedito a sviscerare la questione e l’indicazione politica data dal PLI che ne avrebbe costituito l’identità tra i cittadini (tanto più in presenza della contestuale  libertà di voto lasciata agli iscritti). Lo spirito idealista si limitava a mostrare l’equivalenza di principio teorico tra le due forme istituzionali rispetto al parametro libertà e si affidava a sentimento e immaginazione; ma la connessione tra liberalismo e le vicende della vita al passar del tempo  (auspicata via via di più da Croce) richiedeva  che in quel momento lo spirito del cambiamento connaturato con il liberalismo facesse schierare il PLI a favore della repubblica (l’ovvia corrispondenza al giudizio di quarantacinque anni di disastri compiuti da Vittorio Emanuele III, giudizio pienamente condiviso da Croce ormai da anni e confermato nell’articolo del maggio ’44 , qui citato, sull’intervista del Principe Umberto).

Questo errore di Croce in termini politici – il solo di rilievo nella sua meritoria attività nel campo del ricostruire il PLI –   ha avuto conseguenze importanti sul modo di essere del Partito. Non solo favorì di fatto, un anno e mezzo dopo, la seppure breve parentesi di esplicita destra nel PLI impersonata dal filo monarchico Lucifero. Ma che avvierà negli anni successivi  la ricorrente propensione  a confondere con sentimento e immaginazione correnti – portatori di cautela immobilista – le analisi e le scelte innovative che il partito avrebbe dovuto anteporre per sostenere il cambiamento in termini di libertà.

Pochi giorni dopo (il 9 maggio ‘46), all’improvviso il Re abdicò a favore di Umberto II. Il gesto dell’abdicazione sollevò i monarchici rassicurati dall’ affabilità di Umberto, ma fu tardivo al fine istituzionale. Il successivo 2 giugno all’Assemblea Costituente, la DC ebbe il 35,21 %, il PSIUP    il 20,68 % , il PCI il 18,93 %, l’ Unione democratica nazionale il 6,78 %, l’Uomo qualunque il 5,27 %, il PRI il 4,36 %., il  Blocco nazionale il 2,77 %, il Partito d’azione, 1,45 %..  Dunque, nella prospettiva della politica internazionale, i filo occidentali erano in chiara maggioranza. Nel referendum, la Repubblica ottenne circa due milioni di più di voti (restando in minoranza in ampie zone del meridione) e si verificarono sanguinose proteste al Sud (favorite dalle lentezze della Cassazione nel ufficializzare i risultati definitivi). Gli ambienti monarchici tentarono di resistere rinviando ma in pochi giorni, la determinazione del Consiglio dei Ministri, soprattutto di De Gasperi, convinse il Re Umberto (nei giorni precedenti aveva dichiarato “la Repubblica si può reggere col 51%, la Monarchia no”) che con un comunicato di protesta abbandonò Roma il pomeriggio del 13 giugno diretto a Cascais in Portogallo, ove da una settimana lo attendevano moglie e figli.

Iniziò la fase della Repubblica Italiana. Tra i primi atti ci fu lo scioglimento del CLN e la decisione del Governo, presa all’unanimità, di varare l’amnistia e l’indulto nel testo preparato da Togliatti, Ministro di Giustizia, quasi da solo. Un testo morbido che, salvo le fattispecie gravissime, scarcerò o esonerò dai processi molte migliaia di cittadini, tra cui  circa diecimila fascisti. Il provvedimento suscitò un’ondata di proteste (che provocarono in alcuni casi anche l’intervento dell’esercito) e corrispondeva ad una strategia di riconciliazione nazionale che gli anticomunisti volevano per fare una epurazione limitata ai responsabili di reati gravi ed i comunisti per accreditarsi  quale forza dialogante e poter chiudere gli scontri bellici.

Pochi giorni e, in vista della convocazione dell’Assemblea Costituente, si pose il problema di chi dovesse essere nominato Capo Provvisorio della Repubblica. Nenni scrisse a Croce chiedendogli di far porre la sua candidatura a tale carica: “saremmo lieti di dare a Lei i nostri voti, nella convinzione, attinta alla coscienza che abbiamo dei più alti interessi del Paese, che nessuno meglio di Lei può oggi di fronte al mondo rappresentare l’Italia e garantire con sicura lealtà la vita della Repubblica Italiana. Ma Croce rispose subito ringraziando che “l’ufficio al quale mi si vorrebbe chiamare, mi fa gravemente sentire l’inadeguatezza ad esercitarlo. Perciò non mi è consentito di lasciar porre la mia candidatura a Presidente della Repubblica Italiana”. La Dc tirò un sospiro di sollievo, avendo già avuto pressioni dal Vaticano preoccupato dell’offerta di Nenni a Croce. Così i tre partiti maggiori scelsero De Nicola, anche lui liberale, monarchico e meridionale, perciò adatto a ricomporre l’unità nazionale che l’Assemblea Costituente elesse al primo scrutinio.

Non so se nell’indisponibilità di Croce influì la consapevolezza di quanto era avvenuto dopo l’otto settembre ’43, nella non breve vicenda della monarchia nonché delle indicazioni da lui date di volta in volta e dei risultati.  Non mi sentirei peraltro di escludere che, il complesso degli avvenimenti e in specie quelli successivi al Congresso PLI e culminati nei voti per il referendum  e per la Costituente, avesse aggiunto un ulteriore tassello alla sua ritrosia verso l’impegno politico di alto livello. Nel senso che Croce potrebbe aver percepito che l’eccezionale capacità di analisi critica e di proposta esplicativa nel districare i problemi espressa in modo torrenziale negli studi storici e letterari , non si replicava allo stesso modo nel valutare la realtà e nel delineare strategie di libertà rispetto ai nodi politici. Da qui il sentirsi inadeguato a fare il Capo Provvisorio della Repubblica, dichiarazione che al giorno   d’oggi fa perfino sorridere. In ogni caso ritornerò sul perché e in quale senso, l’indicazione agnostica finì per pesare perfino troppo nel futuro del PLI.

Dopo l’elezione di De Nicola, il nuovo Presidente dette l’incarico a De Gasperi di formare il nuovo Governo, il primo della Repubblica, che venne formato da  DC, PSIUP, PCI e PRI (non più esclusosi per  la pregiudiziale anti monarchica). In questo Governo non entrò Togliatti  che voleva impegnarsi a trasformare il PCI nel partito nuovo, nel senso di farlo divenire un partito di massa comprensivo di più filoni culturali (il che era  appunto una novità per il PCI)  in grado di mobilitare ampi strati di cittadini, presupponendo che le sfere di influenza del dopo Yalta non divenissero in  Italia un’incomunicabilità.

In quei mesi Croce continuava ad editare i Quaderni della Critica esprimendo la sua riflessione attonita su cosa significasse nel profondo essere entrati nell’era delle armi nucleari. In due numeri successivi , con  saggi diversi, rilevò due aspetti. Nel primo, La fine della civiltà, mise in evidenza “il duello simbolico tra l’ordigno accecante e annientatore e l’impero del Sol Levante…… il Satana prodotto dall’uomo e il divino della Tradizione… la contrapposizione tra il Bene e il Male” . Nel secondo già nel ‘47, L’Anticristo che è in noi , lo descrisse quale: “distruttore del mondo, godente della distruzione, incurante di non poterne costruire altro che non sia il processo sempre più vertiginoso di questa distruzione stessa, il negativo che vuol comportarsi come positivo ed essere come tale non più creazione ma, se così si potesse dire, discreazione”.  Sono considerazioni che sviluppano la linea crociana del cittadino che sceglie, col rimarcare che farlo non può non tener conto della scelta. Pare ovvio, ma non lo è per niente. Di fatti sottolinea che di per sé l’atto è la contrapposizione del Bene contro il Male  (la logica ancestrale  del divino)  e la distruzione del mondo (l’opposto del fine della variabilità delle azioni umane). Dunque l’era atomica è per le libere azioni di un’umanità responsabile, un vincolo ancor più stringente. Perché esse sono l’essenza umana in ogni senso. Non a caso, il ragionamento ha avuto il conforto sperimentale. La bomba atomica ha dato inizio all’era più duratura  di pace globale. Senza ricorrere al totalitarismo dell’unità.

A gennaio ’47 avvenne la scissione tra i socialisti, con la formazione del Partito Socialista dei Lavoratori di Saragat, decisamente schierato dalla parte del mondo occidentale. E ciò produsse un altro governo De Gasperi senza il nuovo partito. Il mese dopo venne inaugurato l’Istituto italiano per gli studi storici, alla cui direzione Croce chiamò Chabod, essendo Omodeo improvvisamente scomparso mesi prima (in quella occasione, Croce ribadì la sua critica alla “formola della divisione tra vita teoretica e vita pratica, della vita morale dalla vita della verità, che è uno dei falsi enunciati della filosofia”)  . Poi, nel corso dei lavori della Costituente sul tema del redigere la Costituzione, Croce tenne un importantissimo discorso a marzo ’47  sull’art.7 con cui, sotto la spinta di Dossetti, la DC introdusse i Patti Lateranensi in Costituzione.  Croce innanzitutto lamentò che i tre partiti maggiori  si erano preoccupati più di un reciproco concedere ed ottenere che non di “di dare al popolo italiano un complesso di norme giuridiche che garantissero a tutti i cittadini la sicurezza del diritto e l’esercizio della libertà, la quale portò con sé con la crescente civiltà la giustizia sociale che le si lega…”. Proseguì, riprendendo la sua dichiarazione di diciotto anni prima, bollando definitivamente  il nuovo provvedimento sui Patti Lateranensi. “L’inclusione è uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico… che cosa c’è di comune tra una Costituzione statale e un trattato tra Stato e Stato, e come mai a questo trattato in sede di Costituzione si può aggiungere l’irrevocabilità, cioè l’obbligo di non mai denunciarlo o, che vale lo stesso, di modificarlo solo con l’accordo dell’altra parte, mentre l’una delle due, cioè l’altro Stato, non interviene e non può intervenire come contraente in quest’atto interno e quell’obbligo resta unilaterale”. Tutte norme in contrasto frontale con il principio del far  decidere ai cittadini.

Passarono poche settimane e avvenne una svolta politica storica. De Gasperi si convinse che l’area PSI-PCI era divenuta inadeguata per governare l’Italia, cacciò dal governo questi due partiti e varò la coalizione con i gruppi che incarnavano meglio la necessità di aprirsi ai cittadini operosi, a partire dal movimento espressione dell’iniziativa economica libera. Così si pose alla testa di un gabinetto con vice Presidente Einaudi (pure Ministro del Bilancio), composto da DC, saragattiani (PSLI), PLI e PRI. La polemica politica divenne al calor bianco, specie nelle piazze, sulla formula che stracciava le attese della sinistra.

Due mesi dopo, Croce fece un altro importante discorso all’Assemblea. La discussione era sul Trattato di Pace e Croce si oppose con lucidità sollevando una questione circa il funzionamento delle regole. Disse che “la guerra è  una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico…Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che si dica, o lo sa tropo bene, e cela l’utile del proprio Stato sotto la maschera del giudice imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sino ai giorni nostri, i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto i nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente d’ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini, e se ne richiedeva la  consegna per metterli a morte…… Noi italiani, non possiamo dare la nostra approvazione allo spirito che soffia in questo dettato… non possiamo accettare questo documento perché contrario alla verità”. Oltretutto, osservò Croce, qualora l’Italia non approvi il Trattato “non accadrà niente, perché in questo documento c’è scritto che i suoi dettami saranno messi in esecuzione anche senza l’approvazione dell’Italia: dichiarazione in cui affiora la consapevolezza della verità, che l’Italia ha buona ragione di non approvarlo”.

Croce aveva sollevato una critica assai importante per i liberali (l’origine delle norme sta nelle decisioni dei cittadini) ed Einaudi colse il punto, non eccependo affatto su quanto aveva detto Croce ma, con la sua “umile appendice di considerazioni storiche”, guardando al Trattato in un’altra prospettiva. Quella dell’inserire l’Italia nel novero dei paesi vincitori al fine di proporsi di costruire strutture democratiche. Poiché “le due grandi guerre recenti furono guerre civili, anzi guerre di religione….. noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza l’unificazione dell’Europa”. L’essenziale sottolineò è la “predicazione della buona novella, l’idea di libertà contro l’intolleranza, della cooperazione contro la forza bruta… A conseguire il fine non giungerà tuttavia mai se non ci decidiamo subito,sinché siamo in tempo, ad entrare nei consessi internazionali oggi esistenti. Essi sono per fermo imperfetti come quelli della vecchia Società delle nazioni; ma giova farne parte per potere dentro essi bandire e spiegare la buona novella. Perciò io voterò, pur col cuore sanguinante….dobbiamo non aver timore di difendere le idee le quali soltanto potranno salvare l’Europa. La forza delle idee è ancora oggi la forza che alla lunga guida il mondo”. Nella sostanza Einaudi riconobbe che la critica di Croce era fondata (come a ben vedere i fatti indicheranno) ma colse quale fosse la partita immediata da vincere. Del resto anche De Nicola non condivideva il Trattato di Pace, e si limitò a trasmetterne il testo ratificato dal governo.  

Salvo il motivato dissenso sul Trattato di Pace, durante i mesi successivi dell’anno in corso e poi del primo trimestre  ‘48, Croce si mantenne  su una linea di consenso a De Gasperi    – più impegnato all’interno della DC che quasi verso l’opposizione – per irrobustire il collocarsi dell’Italia nei confronti  del mondo anglosassone e in particolare per usufruire in misura adeguata degli aiuti dell’ERP, il programma lanciato nell’estate dal Segretario di Stato USA Marshall. Per il resto, Croce continuò a dedicarsi fermamente ai suoi studi.

E al Consiglio Nazionale PLI di novembre  rassegnò dopo quattro anni le dimissioni da Presidente per ragioni logistiche e anagrafiche ma confermando ancora con la sua usuale chiarezza le ragioni della assoluta necessità dell’esistenza del PLI.  In primo luogo perché l’Italia, dopo il fascismo e le presenti tendenze assolutistiche e totalitarie , aveva bisogno urgente di un partito che abbia il compito  di riacquistare la libertà e poi, una volta riacquistata, di difenderla. E seguendo l’ordine usato da Croce, perché il partito liberale è l’unico nel quale  destra e sinistra stanno sempre insieme come fusione dei due momenti inscindibili della conservazione e del progresso (ecco perché disse, il PLI è i solo partito di centro concepibile, e chiamarlo immobilismo è stolto perché è centro di azione) . Poi perché è indispensabile vi sia un partito per il quale  perseguire la libertà costituisce l’irrinunciabile qualità politica non sostituibile dalla quantità, è il risveglio confortevole dell’aver dato vita all’Internazionale Liberale e di non farsi sedurre dalle fusioni che siano confusioni. Tutto per garantire la libertà ad ognuno.

18– Dalle elezioni del ’48 alla morte. Alle politiche dell’aprile 1948 ci fu un grande successo Dc (nei voti oltre il 48%, nei seggi la maggioranza assoluta), la sconfitta del Fronte Popolare (PCI e PSI insieme rimasero sotto il 31%), buon risultato dei socialdemocratici  (al 7 %) e forte regresso delle aree liberale e repubblicana. Croce rientrò al Senato in base al disposto della terza Disposizione Transitoria della Costituzione. De Gasperi, per eleggere il primo Presidente della Repubblica, propose Sforza, il più vicino a lui nella politica di avvicinamento agli USA. Peraltro Sforza era molto filooccidentale e quindi inviso alla sinistra DC che non lo votò in massa (anche perché anticlericale). Dopo due votazioni De Gasperi prese atto e passò a Einaudi , suo vice Presidente e Ministro del Bilancio, che venne eletto  con una maggioranza di tipo centrista, che sarà analoga a quella del successivo Governo De Gasperi V che ebbe la fiducia subito dopo.

Croce intendeva sempre più dedicarsi ad approfondire le sue riflessioni. Continuò  farlo con i suoi scritti e quindi per questo  declinò la proposta di Einaudi di nominarlo Senatore a vita. Tornò in Senato solo nel marzo ’49 per votare a favore della ratifica del  Patto Atlantico. Era stata una scelta voluta da De Gasperi e dal suo ministro degli Esteri Sforza ma per diversi aspetti tutt’altro che scontata e agevole.

Non fu scontata presso i paesi che dovevano farne parte per natura (quelli con le coste sull’Atlantico e nemici in guerra della Germania, eppure ormai divisi dall’URSS ), i quali non erano favorevoli all’ingresso dell’Italia perché priva di tale caratteristica geografica e a lungo avversaria in guerra (la questione venne superata con il decisivo aiuto dell’ambasciatore negli USA, Tarchiani). E non fu agevole per la situazione interna italiana. Innanzitutto c’era la contrarietà dell’opposizione ad ogni legame che fosse in contrasto con il paese faro della prospettiva proletaria,  la Russia di Stalin.  Poi  lo stesso De Gasperi era a favore di legami più stretti con gli USA per ragioni di praticabilità operativa, in particolare economica, piuttosto che per forte affinità ideologica. Infatti, teneva conto delle tre posizioni esistenti nella DC, quella neutralista della sinistra dossettiana, quella dei gronchiani che aspiravano a restare intermedi tra il Patto Atlantico e il corrispondente Patto dei satelliti URSS e quella maggioritaria cautamente favorevole ad entrare nella NATO. Per questo il dibattito parlamentare, a cavallo tra febbraio e marzo  ’49, fu assai vivace. Sarà l’ultima volta in cui Croce votò in aula. Lo considerò un dovere, anche per manifestare la sua convinta scelta a favore della libertà che solo il mondo occidentale propugnava.

Una scelta che Croce confermò sei mesi dopo, pubblicando sul settimanale liberale “Il Mondo”  una recensione al libro di Orwell  1984 in cui avvertiva che il problema dello Stato totalitario avrebbe dovuto essere “studiato in sé, fuori di ogni equivoco di fini umanitari sia di politica internazionale”. In generale, negli ultimi anni Croce dette un ulteriore sviluppo al suo sistema filosofico sul mondo aggiornandolo. Ribadendo che “l’unità non è se non unità di distinzione, altrimenti non sarebbe speculativa e concreta ma matematica e vuota…… l’universale è universale di individualità ossia delle individualità in relazione l’una dell’altra che tutte lo compongono e in esso si unificano….. il soggetto della storia sono le opere, e non già l’universale o gli individui”.  Denominò Vitalità il concetto  dell’Utile ripensato nella fitta trama delle vicende vissute nel corso del Secolo (dunque non in pieno coincidente con l’Utile). E alla Vitalità attribuì la dialettica “del piacere e del dolore, che l’individuo percorre nel suo corso vitale, di continuo superando il dolore nel piacere e di continuo affrontando il nuovo dolore, nato dal piacere”. Quella dialettica di cui fa parte  “il sogno della felicità e della beatitudine: ideale che non solo è il contrario della realtà, ma che anche mal si accorda con l’ideale morale e intellettuale e poetico, perché solo la sventura e i dolori nutrono il pensiero, ispirano la poesia, temprano l’azione, fanno che l’uomo sia uomo”.  La Vitalità è per Croce  la categoria bio-logica, “una terribile forza, per sé affatto amorale…… L’uomo non può negare il diritto della forza della vitalità, perché le appartiene”. Una categoria “cruda e verde, selvatica e intatta da ogni educazione ulteriore”. Una categoria indispensabile per costruire la civiltà. Ma che in seguito può distruggerla. Una forza di cui l’umanità può perdere il controllo.

Non fu in condizioni fisiche da poter recarsi al Convegno dell’Unificazione che si svolse all’Alfieri di Torino l’8 dicembre ’51. Però  inviò un messaggio scritto, in cui, a conferma dell’importanza attribuita allo strumento liberale, definiva il Convegno “una spontanea reazione in difesa della più alta idea che si sia mai concepita nella politica, l’idea liberale, così avversata e anche così spregiata nel tempo presente”. Nelle medesime settimane, nei Quaderni della Critica, ripetette una convinzione cardine per il liberalismo. “Naturalmente il partito liberale esaminerà e discuterà sempre provvedimenti di sinistra e di destra, di progresso e di conservazione, e ne adotterà degli uni e degli altri, e, se così piace, con maggiore frequenza quelli di progresso che quelli della conservazione. Ma non può celare a sé stesso  questa verità, che la libertà si garantisce e si salva talora anche con provvedimenti conservatori, come talatra con provvedimenti arditi e persino audaci di progresso.

Benedetto Croce scomparve il  20 novembre del 1952.

19– Riflessioni sul liberalismo di Croce . Ho ripercorso in dettaglio l’intero arco della vita di Benedetto Croce, incluso l’ultimo decennio della sua attività, per far toccare con mano  la totale infondatezza della tesi di chi lo diffama dicendo che fu prima conservatore, poi sorpassato e dedito solo a difendere le proprie tradizionali posizioni.  Perché il giudizio su Croce, trattandosi di uno studioso, non può essere una questione di gusto personale. Croce non era un  romanziere o un  pittore o un musicista o un cuoco o un sarto, personaggi che creano le loro opere senza o con ridottissime dinamiche interne,  eccetto quelle  che interessano chi ne usufruisce.  I libri di Croce sono volutamente connessi alla Storia, al tempo che scorre (ha scritto “l’uomo respira nella storia ed è tutt’uno con essa”), e dunque il giudizio deve fondarsi sul suo pensiero e sui suoi comportamenti pubblici tenuti ininterrottamente per oltre sessanta anni. Su tale base, è allora evidente come la tesi diffamatoria sia uno strumento, il percorso creduto più facile, per colpire il bersaglio effettivo. Che è attaccare il tipo di cultura che Croce ha professato per motivare la libertà individuale quale motore del mondo in trasformazione.

19.a – Dalle critiche e dall’oblio al ricupero. Croce fu un importante filosofo liberale ­– a livello non solo nazionale – per la sua persistente capacità di analisi innovativa. Però in Italia,  seppure molto noto e seguito nei primi decenni del secolo, è stato progressivamente accantonato se non messo all’indice per il suo essere liberale in modo dichiarato e incrollabile. Il che ha comportato l’essere con insistenza considerato un nemico dalle realtà oggetto della sua critica strutturale. La Chiesa di Roma (e quindi ostracizzato in tutti i modi dalla cultura cattolica militante), Il determinismo marxista, il comunismo e i loro satelliti (e quindi avversato in tutti i modi dalla cultura marxista ufficiale e fiancheggiatrice). Il futurismo e i nazionalisti (e quindi snobbato dai circuiti conformisti  sempre inclini ai miti del giovanilismo e di una tradizione stata). Il positivismo e un certo mondo scientifico (e quindi non considerato  incapace di contribuire  a spiegare le cose). Il sogno liberalsocialista (e quindi tacciato di richiedere il rigore conoscitivo per evitare di sognare)

In particolare, nell’immediato secondo dopoguerra, Croce fu combattuto sia da coloro che erano stati antifascisti e che gli addebitavano di non essersi opposto come  loro ritenevano fosse giusto, sia da coloro che prima erano fascisti, poi dopo si erano trasformati in antifascisti e che erano i più accaniti denigratori di Croce (tra questi tipica l’azione dello storico  comunista  Delio Cantimori, ex fascista nazional-bolscevico). E non è finita. Va anche tenuto presente che, dopo la morte di Croce, all’interno della DC prese sempre più piede il predominio di dirigenti che non appartenevano più alla generazione democristiana che durante il fascismo lo aveva avversato, ma erano stati protagonisti, e in alcuni casi persino vincitori, dei Littoriali del PNF, cioè della massima espressione della mentalità del fascismo trionfante. Tutti questi dati di fatto hanno contribuito a che nel paese – salvo circoscritte figure meritorie di studiosi – si cavalcasse la moda delle frasi fatte del liberale conservatore chiuso ai bisogni dei più diseredati e disattento ai problemi sociali (tipo la scelta agnostica). Una simile moda corrispondeva alle esigenze difensive dei gruppi di potere civile e religioso, investiti dalla critica della cultura liberale e perciò dediti  a volutamente trascurare e dimenticare l’opera crociana.

Negli anni duemila, partendo dall’estero, si sta rivalutando Croce in ambito degli studiosi accademici. Peraltro è innanzitutto in Italia che il suo lascito conserva un valore permanente, nell’aver delineato un liberalismo non  solo indefesso propositore della libertà individuale quale motore della convivenza, ma anche  consapevole dell’impossibilità di concepire i progetti politici in termini atemporali inclini all’utopia della validità immutabile.

I richiami  puntuali fatti nel corso dell’articolo, per lo più sono espressivi di per sé.  Ma per toccare con mano ancor meglio il senso di alcuni aspetti, vale la pena sottolineare le caratteristiche di maggior rilievo del lascito crociano, in specie nelle parti che sono state oggetto di fraintendimenti spesso volti a proteggere l’esistente (istituzionale o culturale o modaiolo) dalla critica liberale.

19.b – La conoscenza aperta. Parto dalla critica che Croce fece sempre al marxismo, per il motivo che sintetizza con molta efficacia l’idea liberale. Nel marxismo “non è la coscienza dell’uomo che determina il suo essere, ma è all’incontro il suo essere sociale che determina la sua coscienza”. Perciò Croce giudica il marxismo una concezione irrealistica perché nega l’individuo  come essenza. Per il liberalismo, fisiologicamente realista, l’individuo  è in quanto esprime la propria coscienza e tiene liberi rapporti con gli altri individui; non è il prodotto della volontà altrui. Poi la conseguenza del marxismo, una volta adottato, è “il determinismo, il quale cancella la distinzione fra soggetto e oggetto, presupposto di qualunque teoria della conoscenza”. Di nuovo qui il marxismo è irrealista.  Perché questa distinzione permette di conoscere, che è l’essenza del riuscire a vivere. Che porta alla libertà del cittadino, concetto di cui Croce ha spesso aggiornato la formulazione speculativa, avendo consapevolezza della profonda crisi della società europea. In sostanza, la libertà di fonda su un rapporto circolare tra universalità e individualità, configurato da Croce sul “nesso dei distinti”, un rapporto circolare, di reciproca autonomia e complementarietà. Un’unità che è distinzione, l’una e l’altra  entrambe necessarie. Le distinzioni nel concetto sono il concetto inteso nella sua verità. L’unità e la distinzione sono inseparabili. Questo è il senso della libertà in Croce.

La libertà è indispensabile per conoscere il mondo. Perché è essenziale per osservare, per riflettere, per  fare ipotesi sul funzionamento osservato,  per verificarle e per ricominciare a farlo ancora. E concerne innanzitutto le cose concrete ma tocca pure i sentimenti le passioni ed altre pulsioni della vita,  anche se poi si svolgono su piani loro. La libertà non ha una direzione, non consente di essere precostituita. E’ connessa strettamente al realismo della Storia. Non accetta  ideologie, vive  del conflitto pluralista della diversità.  Per questo la storia è sempre storia della libertà. In ogni caso, il meccanismo conoscitivo resta di quel genere innescato dalla libertà. Dunque la molla della conoscenza è il dubbio. In tale ottica, tuttavia, dubitare non significa che nulla sia mai certo. La nostra vita è piena di un’enormità di cose oscure e incerte (Croce optava per la conoscibilità intera, ma tralascio qui la disputa sulla conoscibilità del mondo piena o no) ma anche di un certo numero di cose conosciute non falsificate (ancora). Quindi l’esercizio quotidiano che un liberale fa del dubbio può significare solo che dubita di ogni diversa cosa a seconda del grado di probabilità che quella singola cosa ha di essere falsificata. Dubitare al 100% indistintamente di tutto, non è liberale, è solo sterile scetticismo spesso chiuso in sé e restio al rapporto conoscitivo con il mondo.

19.c ­ – Le connessioni implicite con il tempo. Che io sappia, Croce non ha trattato esplicitamente in modo separato il problema di cosa sia il tempo fisico. Comunque, a ben vedere, la sua opera è non poco collegata al tempo che fluisce irreversibile. In modo particolare se si tien conto che, nel periodo della sua formazione, questo tema era pressoché assente nel dibattito culturale, da secoli incentrato sull’aspirare all’eternità immutabile. Di fatti, il sistema crociano, a partire dal suo infaticabile rivedere le proprie opere aggiornandole ma anche nella sua intrinseca modalità di funzionare, ingloba per così dire l’esigenza di rispettare il fisiologico cambiamento derivante dal tempo che passa e che muta con ciò lo stato stesso del vivere.

19.d – Anticonservatore. Di conseguenza, il liberalismo è anticonservatore. Torna bene citare un articolo di metà anni  ’40  scritto per conto di Croce dall’allora giovane (rispetto a lui) amico liberale napoletano, l’importante Guido Cortese (poi Ministro PLI). Spiegò con chiarezza la favola che il PLI fosse reazionario. Siccome “la libertà non può sussistere senza l’ordine, e le riforme non possono essere liberamente prescelte dalla maggioranza se non in un regime di legalità, ed il liberalismo va difendendo perciò con intransigenza l’ordine e la legalità………quei partiti, che nell’uno e nell’altra trovano impaccio, vanno predicando che la difesa e dell’ordine e della legalità esprime il proposito della reazione e che, pertanto, il liberalismo è sinonimo di dottrina politica conservatrice e reazionaria” . La realtà scrisse Cortese era l’opposto “i liberali sono i soli  non conservatori, perché accettano e promuovono tutti i mutamenti, quali che siano, che il progresso della civiltà richiede laddove gli altri partiti, afferrato che abbiano il potere, vietano tutte le libertà, di pensiero, parola e azione che possono mettere in questione la loro classe dirigente”.

Questo articolo illustra con efficacia il perché il liberalismo di Croce non è conservatore, bensì coerente nel  far funzionare la libera democrazia. Quella democrazia che può essere solo figlia della libertà e non sua madre (come pretenderebbero i mondi non liberali). Nella concezione crociana, il liberalismo è il filo portante dello sviluppo della società moderna, mentre la democrazia  discende dalla  idea dell’illuminismo giacobino  secondo cui è realtà quello che viene scelto dalla ragione (dunque dovrebbe vivere di quello che viene imposto dagli illuminati). La democrazia per i liberali deriva dal fatto che la libertà si applica indifferentemente ad ogni cittadino e quindi ogni cittadino gli stessi diritti, tra cui quelli di voto. Da qui la democrazia liberale, caratterizzata dall’affrontare  i vari problemi dei diversi cittadini facendoli  scegliere e non imponendo mai una soluzione. Perciò Croce scrisse “il contrasto tra il liberalismo e il democratismo non può altrimenti conciliarsi che con la risoluzione del secondo nel primo”. Questo argomento della distinzione tra libertà e democrazia risulta del tutto ostico a parte della sinistra cattolica, che continua addirittura “a giudicare che il liberalismo elide la democrazia” (ulteriore conferma degli accaniti  pregiudizi anti liberali di un alto funzionario del Senato della Repubblica).

19.e – La necessità del partito liberale. Passando alla parte relativa all’agire pratico, la prima questione ancora da rimarcare è l’assoluta necessità, espressa da Croce con lungimiranza, che ci sia un partito liberale (è intellettualmente ridicolo sostenere, come fanno tuttora certi populisti, che Croce avrebbe avuto “una diffidenza inestirpabile verso i partiti politici”)  . Comincio dal dire che in termini crociani attualizzati, si può più esattamente parlare di  una formazione delle libertà, preso atto essenzialmente  del fatto che nel frattempo il temine “partito”  è divenuto sinonimo di rigidità e di potere autoreferenziale, un’accezione intimamente estranea alla cultura di Croce e dei liberali. Ciò detto, l’esistenza del partito  o meglio formazione liberale, è indispensabile come conseguenza del dato che la libertà è per Croce  il motore della Storia e che il partito liberale continua ad essere ancor oggi il solo che propone come primo ingrediente la libertà del cittadino. Intendendo con ciò, porsi l’obiettivo di mantenere un’ispirazione morale a individuare sempre soluzioni creative ai problemi posti dalle diverse contingenze storiche.

Qui c’è un primo passaggio delicato. Questa funzione del partito liberale ha una natura singolare, il proporre prioritariamente qualcosa, la libertà, che non riguarda solo i liberali ma informa e guida anche tutti gli altri cittadini che liberali non sono. Da qui sorge l’idea crociana di definire il PLI un pre-partito, perché è un partito che non pensa solo a sé ma  a tutti i cittadini. Tale caratteristica è stata in seguito interpretata in modo del tutto distorto. Come se per essere liberali fosse sufficiente dichiararsi tali nominalmente e non preoccuparsi dei comportamenti effettivi, ovvero  delle politiche davvero attuate.

Questa interpretazione mina alle fondamenta l’azione politica dei liberali. Poiché rende evanescente l’aspetto dei comportamenti (che per il liberalismo è essenziale)  e poiché  fa molto comodo a tantissima gente che, con la parola magica del dirsi liberale, si autoassolve sempre, anche quando tiene comportamenti pratici non liberali. I liberali sono i soli a  riconoscere la  diversità dei cittadini ed il valore del loro conflitto democratico, per cui è legittimo essere liberale, conservatore, popolare, socialista o fondamentalista, ma non è affatto la stessa cosa. Non a caso, nell’ultimo trentennio quando sono dilagati l’antipolitica e il populismo, la moda è stata di dirsi tutti liberali e di non fare nulla (o quasi) di liberale. Il colmo è stato dirsi liberale e contemporaneamente appartenere  nel Parlamento UE  ad un gruppo opposto a quello dei liberali.

Croce affermava che il Partito Liberale è l’unico partito di centro. Ma si riferiva solo all’attitudine che dovrebbe essere la caratteristica esclusiva del partito liberale. Rifuggire il trasformismo.  Che vuol dire essenzialmente fare due cose. Dichiarare la propria impostazione politica prima del voto alle elezioni. E in Parlamento  non votare secondo le proposte altrui, bensì adoperando le proprie come stella polare. Nella realtà politica ora esistente, il medesimo concetto va aggiornato col dire che la formazione liberale deve assumere quella posizione politica che, con le sue scelte, ha l‘effetto di ampliare il grado di libertà nelle relazioni della convivenza tra cittadini diversi.

19.f –  Il problema del come costruire la libertà. A questo punto si è arrivati ad un passaggio fragile nel sistema di Croce. Perché il costruire la libertà (intesa sempre in senso dinamico) è la categoria cardine dello Spirito crociano ma non viene adeguatamente affrontata la questione operativa delle sue sinapsi con le cose del mondo. E, dunque, sotto questo aspetto, il principio di libertà  è strutturalmente debole in termini operativi (cosa ben differente dalla tesi che Croce non sarebbe un fautore della libertà perché separa l’idea di libertà dalla tecnica dell’attuarla, tesi che rientra nel chiedere concezioni integralmente definite e non metodologiche come quella liberale) . Questa, del resto, è in pillola la sostanza del lungo confronto che Croce ebbe negli anni ’30 con Einaudi.

Einaudi sottolineava l’importanza decisiva che, nella realtà quotidiana, ha la libertà di esser capace (a differenza di altri sistemi) di  costruire istituzioni in grado di rendere liberi i cittadini, di garantire questo effetto e perciò di raggiungere un maggior benessere materiale di ciascun individuo. E Croce da parte sua sosteneva che questo è lo scopo della libertà ma, siccome  “la possibilità è la ragione del divenire, ciò che sottende a ogni decisione, conflitto o cambiamento”, non è possibile sapere in anticipo con certezza quale sistema istituzionale raggiunga in questo momento il miglior risultato.  Gli indubbi fallimenti dei sistemi comunisti o di quelli liberisti o di quelli conservatori classici, non possono far concludere che il sistema libero da noi adottato, sia necessariamente il migliore possibile e perciò immodificabile. La libertà dello Spirito è decisiva ma poi, nello spazio e nel tempo,  la libertà è una categoria della realtà, empirica, storica, e si deve calare tra le cose da fare.

Peraltro Croce aggravò la fragilità  sul come costruire la libertà  scrivendo un’altra precisazione infelice. Secondo cui un principio base del PLI avrebbe dovuto essere “ che esso, perché gli vien meno l’avversario, non può sussistere in età di rispettata ed assodata libertà, ma che deve raccogliersi e operare come tale nei tempi di libertà oppressa o insidiata o pericolante, con la speranza di presto diventare o ridiventare superfluo “. Eppure la stessa concezione crociana di libertà nel tempo implica l’impossibilità del verificarsi nel concreto “dell’età di rispettata e assoluta libertà”. Il solo formulare tale ipotesi , presta il fianco  ad una concezione di libertà estranea alla storia, che la riduce a strumento di potere. E  consente anche di immaginare un PLI privato dei caratteri considerati da Croce irrinunciabili.

Era invece assai puntuale l’ammonimento di Croce secondo cui il liberalismo  non può fisiologicamente identificarsi con un determinato regime economico o con specifiche istituzioni giuridiche. In questo delude il semplicismo tradizionalista dei fautori del liberalismo classico, i sedicenti neo liberali che vorrebbero legare il liberalismo ad epoche di un lontano passato, dandogli un mano di vernice in superfice. Croce era convinto che le società liberali non possono sopravvivere con accorgimenti economici o giuridici, quando non sono più capaci di assicurare il funzionamento del meccanismo della libertà del cittadino. Ecco perché la missione del liberalismo è appunto cercare di capire – e di volta in volta di proporre – come fare per trasformare senza violenza le scelte individuali, in comportamenti seguiti da tutti i componenti (anche se non davvero condivisi da tutti).

19.g – Il nebbioso rapporto con la scienza. Un’altra forte censura fatta a Croce è stata che il suo sistema filosofico idealista è stato all’origine dei pregiudizi contro la scienza e contro la tecnica diffusi in Italia, che hanno causato l’arretratezza del paese nel settore. Tale tipo di censura – iniziato i primi del ‘900 – è proseguito decenni ma infine è stato travolto, avendo i fatti comprovato che  non ha fondamento, siccome la radice di quei pregiudizi sta altrove. Sta proprio in quella mentalità proiettata ad eternizzare la conoscenza tramutandola in un testo definitivo, da Croce sempre avversata. Quella mentalità sorta e nutrita dagli interessati pregiudizi politici, che ha poi lambito perfino gli scienziati, i quali, trattando la scienza separata dalle altre attività, non sono stati in grado di comunicarla, così da potere essere appoggiati dai cittadini per gli investimenti indispensabili alla ricerca e all’innovazione, dai partiti e dai sindacati messi dopo  al curare i settori tradizionali maturi e al momento più sicuri in apparenza.

Tuttavia, pur  liberata da quella censura, la complessiva opera crociana resta ancora oggi troppo fraintesa ed equivocata su una questione essenziale attorno al tema scienza. In pillola, Croce è un pensatore umanista della sua epoca e non uno specialista dell’attività scientifica; per cui pretendere che affronti in modo compiuto la scienza, è quanto meno incoerente. O più esattamente, è coerente  con l’antico modo di intendere la filosofia, quello del dover essere onnicomprensiva  spiegando ogni cosa. Invece Croce spiega moltissimo rispetto alla cultura politica della conoscenza, ma non si può pretendere sia all’avanguardia su ogni aspetto (anche se non è contro la scienza, tanto che è stato uno dei  pochissimi filosofi dell’epoca a non aver mai svalutato le scienze). E perfino poi, utilizzare la scusa che Croce non è all’avanguardia sulla scienza, per trascurare anche le sue indicazioni generali innovative di cultura politica.

A stretto rigore, il limite di Croce nei confronti della scienza, non era di sminuirla o di contraddirla, bensì di non portare in campo scientifico la compiuta attuazione di alcuni degli spunti complessivi dello stesso sistema da lui elaborato Questo perché glielo impediva il non avere approfondito una questione, esemplificabile richiamando  la frase crociana di provare vergogna di fronte a teorie (il darwinismo) che accettano le origini animalesche dell’umanità e negano la presenza di una favilla divina nelle persone. Qui Croce mischiava due concetti differenti e non correlati. Uno è il postulato che lui chiama la scintilla divina, l’altro è l’ipotesi sperimentalmente suffragata del darwinismo, che delinea il come si evolvano le specie.

La  convinzione di Croce che nelle persone ci sia una scintilla divina, è appunto un postulato teso a descrivere quanto sia complesso l’individuo. Dunque provare vergogna perché non viene riconosciuta questa caratteristica preliminare non sperimentabile (perché nella notte dei tempi), può essere condiviso o no, ma non ha alcun nesso con il meccanismo sperimentato (attuale) della linea evolutiva delle specie. Ciò comporta che una cosa è negare l’origine non divina della specie, una cosa totalmente differente è negare il meccanismo dell’evoluzione quale conoscenza effettiva della vita. Il problema di Croce è di non aver colto il senso di questa distinzione. O meglio, quello  di aver costruito la sua filosofia – si è visto nel finale del paragrafo 15.e –  pensando di ricondurre ogni cosa alla realtà dello spirito compresa la materia,  cui infatti non riconosce realtà. Ma senza riconoscere la realtà alla materia, gli venivano a mancare le radici sia del senso  profondo dello sperimentare sia di quello dell’evolvere. Che non sono riducibili al solo spirito umano. Di conseguenza, non avendo colto quella distinzione, non colse neppure la sua più immediata implicazione. Vale a dire che la scienza conosce in modo più penetrante e certo,  ma solo nelle condizioni dell’esperimento fattibile.

Croce quindi non ha avuto chiara consapevolezza  di quanto fosse potente la sperimentazione, sia in sé che nel procedimento classificatorio con cui elabora i dati raccolti. Che fosse così emerge con chiarezza in un suo famoso scritto , in cui afferma che la scienza “compie astrazioni, costruisce classi, stabilisce rapporti tra le classi che chiama leggi, formula matematica e simili. Tutti codesti sono lavori di approccio indirizzati a salvare le conoscenze acquistate e a procacciarne di nuove, ma non sono l’atto del conoscere”. Cosa del tutto vera. Peraltro incompleta. E’ una procedura assolutamente necessaria per arrivare a conoscere, però non sufficiente. Perché è possibile arrivare davvero a conoscere solo dopo che è stata verificata positivamente l’applicazione della formula ipotizzata sulla base dei dati sperimentali raccolti.

Si vede pertanto la non piena consapevolezza crociana. Lo stesso si può dire, tuttavia, di quegli scienziati  o matematici che riducono la scienza alla matematizzazione. Perché il limitarsi ad affermare che la matematica sopravanza l’informazione empirica del mondo e definisce i nuovi oggetti che saranno poi esplorati e controllati in laboratorio,  non valorizzando  quel che accade in laboratorio, non chiarisce che quegli oggetti sono mere ipotesi fino a quando la loro validità non è confermata dall’applicarle. Così non fanno scienza e innescano processi di autoreferenzialità matematica senza corrispondenza nel reale. Appunto, guarda caso, la critica fatta da Croce (nell’inconsapevolezza del ruolo di quanto accade dopo la matematica) alla procedura matematica che “mutila la vivente realtà del mondo”, e che contrassegna le cose “per ritrovarle e servirsene dopo, non già per intenderle”. In sintesi, l’atto del conoscere non sta nella matematica,  bensì nella complessiva procedura sperimentale che si impernia sullo strumento matematico.

19.h – Il lascito. Fatta un po’ di luce sul rapporto carente di Croce con l’impresa scientifica,  resta innegabile che la sua filosofia politica liberale non solo ha dato contributi di gran rilievo allo sviluppo della libertà nel nostro paese, ma continua ad essere utile nelle sue indicazioni. La società reale non ha mai un assetto definitivo e dunque i progetti politici – in primo luogo quello del partito liberale – devono prefiggersi di agevolare la trasformazione continua delle istituzioni, lungo la linea tracciata dalla conoscenza. L’ammonimento della conoscenza è occuparsi sempre della realtà immanente e non delle utopie, è considerare  solo le cose finite e rifiutare la metafisica in politica, è avere la consapevolezza del nesso ineludibile tra ogni individuo e tutti gli altri individui (che è un genere contrapposto al collettivismo). Il liberalismo di Croce è per  sua fisiologia un pensiero politico aperto. Perciò anticonservatore e convinto  che, non potendosi  predeterminare il percorso della storia, ci si trova di continuo alle prese con cose imprevedibili e quindi occorre ricorrere alle risorse suggerite dalla nostra libertà. Insomma, Croce lascia l’idea che cultura liberale è la politica realistica della libertà  che procede nel tempo.

Questo è un aspetto assai importante (si potrebbe persino pensare essenziale) perché contribuisce ad affrontare la problematica del come governare la convivenza, che è  uno dei settori più arretrati della conoscenza umana.  In tale quadro, la circostanza che il sistema crociano abbia un rapporto nebbioso con la scienza,  non costituisce un ostacolo preclusivo , dato che la natura aperta della libertà non esclude aggiornamenti. E poi, comunque, perché pure nel settore scientifico, il sistema crociano , con la sua idea politica della libertà che procede, da un’indicazione di rilievo che ormai  gli viene riconosciuta. Giorello – un matematico e filosofo della scienza nato poco prima della scomparsa di Croce e rimasto vittima del Covid19 – il quale, essendo il principale allievo di Geymonat, pur distinguendosene, manteneva riserve (motivate) circa il rapporto tra Croce e la scienza.  Però Giorello, che è stato un gigante  della filosofia delle libertà , ha finito per riconoscere in modo esplicito il peso di  Croce: “non poche intuizioni crociane sul carattere sempre approssimato dei modelli che lo scienziato costruisce, si trovano riecheggiate in non poca filosofia della scienza contemporanea”. Appunto. A seguito della libertà che procede, anche i modelli scientifici hanno un carattere sempre approssimato. E dunque il lascito di Croce non è solo settoriale.

19.i –  Paragone con gli stormi . Ai giorni nostri, l’italiano da poco Premio Nobel per la Fisica ha richiamato gli studi sul caso degli stormi. Numeri elevati di singoli uccelli  che volano in gruppi coordinandosi nella stessa direzione e con gli stessi ritmi rispettando anche la termodinamica. Il coordinamento consiste nel fatto che ciascun volatile  condivide con scelta autonoma il piano di volo dei suoi compagni, assumendo la posizione più consona.  Ebbene, il liberalismo aspira a svolgere la funzione di coordinatore tra gli umani. E’ evidente il diverso quadro di condizioni dei singoli volatili rispetto  all’individualità umana. In volo gli stormi non si applicano letteralmente ad altro. Gli umani hanno capacità celebrali assai maggiori ma stimoli ancora superiori quantitativamente. Comunque stiano le cose, coordinare gli umani inducendo molti individui ad operare in modo cosciente all’unisono e non usando mezzi di imposizione, è estremamente difficile. Il liberalismo ci si sta applicando da qualche secolo, ha fatto diversi passi avanti anche con il contributo del lascito crociano, ma ancora lontano dall’obiettivo utile da raggiungere: le modalità complesse ed efficaci del volo degli stormi.

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Il suo retroscena (a Mario Neri)

Da Raffaello Morelli a Mario Neri,mail lunedì 28 marzo ore 20,22

Signor Neri, Lei si vanta di non avere appartenenze, ma ciò non significa affatto che Lei non abbia propensioni naturali. Ne è una riprova l’uso distorcente dell’aggettivo “pacifista” , che Lei qualifica come intento ironico ma che resta la Sua valutazione di giornalista trasmessa al lettore. Valutazione, ripeto, che prescinde dalla realtà.

Da Mario Neri a Raffaello Morelli, mail lunedì 28 marzo ore 19,02

Signor Morelli, io non appartengo e non sono mai appartenuto a nessuna area, a nessun partito, a nessuna associazione culturale, filosofica, religiosa. Neppure a un circolo di bridge o di subbuteo. Insomma, non sono mai appartenuto ad altri che a me stesso. Sono un giornalista. Nulla di più. L’aggettivo “pacifista” attribuito a Conte era ironico.

Da Raffaello Morelli a Mario Neri, mail lunedì 28 marzo ore 17,25

Caro Neri,

nonostante Lei appartenga visibilmente all’area PD, produce articoli che espongono i fatti senza travisarli. Per questo sono oggi rimasto assai stupito leggendo il suo retroscena. Di fatti definisce Conte “il pacifista”. Non dice espressamente perché, ma fa intendere che lo sarebbe poiché non accetta la linea di Draghi sull’aumento della spesa militare.

In pratica si allinea alla tesi del deputato livornese grillino Berti, il cui curriculum non fa emergere la figura leader sulla linea politica. Così facendo, Lei prescinde dalla realtà. Intanto, non soltanto i pacifisti sono contrari all’aumento delle spese militari proprio ora (ad esempio il sottoscritto non ha mai pensato che la pace si faccia con i discorsi ideologico religiosi, al riguardo ho scritto sabato alla sen. Segre con osservazioni non poco critiche). E poi dimentica che la decisione dell’aumento della spesa militare Nato risale al 2006 , che significherà qualcosa se finora non è mai stato realizzata e che il momento per attuarla è del tutto inopportuno.

Inoltre faccio osservare che non è neppure giusto richiamare una sorta di amor di patria occidentale, dopo che le ultime settimane hanno comprovato – l’ultima l’avventata dichiarazione di Biden a Varsavia – che l’occidente è incapace di applicare con coerenza i suoi principi chiave di libertà e di scambio. Nel caso fosse interessato Le allego un mio commento all’editoriale di ieri di Molinari su Repubblica.

Confidando che Lei ritorni al Suo stile abituale, porgo i migliori saluti

Raffaello Morelli

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