Su Nordio e il migliorare le condizioni di convivenza

Il clamoroso flop  dei cinque quesiti referendari è stato un successo della democrazia rappresentativa introdotta dai Costituenti. In particolare il meccanismo dell’art.75 ha svolto il suo compito   e, avendo votato solo il 40% degli aventi diritto, ognuno dei cinque questi è stato bocciato. Purtroppo la cultura profonda del paese non è di tipo sperimentale, per cui in questi giorni successivi i fautori dei quesiti non riflettono sul risultato di quanto avvenuto e si lanciano imperterriti in ragionamenti estranei alla logica rappresentativa sperimentata.

Il più noto di questi fautori – il Presidente dl Comitato del SI , l’ex magistrato Carlo Nordio, personaggio non banale con lunga pratica nel settore – è stato quello che ha focalizzato le loro posizioni con estrema chiarezza in un’intervista al Giornale di martedì 14 giugno. “Se in grandi città come Palermo e Genova vota meno della metà dei cittadini per la scelta del sindaco, questo vuol dire che si affidano, per disinteresse o pigrizia, al voto altrui. E come è legittima la loro nomina, altrettanto è significativa, benché senza quorum, la conta dei voti del referendum”.

Ora, pur mantenendo la pacatezza richiesta dall’argomento, non si può tuttavia nascondere che in tale dichiarazione ci sono almeno due aspetti insostenibili nel fare una oggettiva valutazione della materia. Uno è il paragone tra la partecipazione nelle elezioni ordinarie e quella nel voto nei referendum abrogativi. L’altro è l’equiparare nei referendum abrogativi, la questione del rispetto del quorum al dare valore al conteggio dei Si e dei No tra i voti espressi. Ambedue tali aspetti non sono problemi dottrinali ma toccano questioni cardine per comprendere i modi del libero convivere quotidiano.

Quanto alla partecipazione, essa riveste un ruolo differente, nel caso dei referendum abrogativi  e in quello dell’elezione dei Sindaci. Nel primo caso, il quorum è una scelta decisiva di politica civile che sottolinea il ruolo parlamentare: la norma esistente votata dal parlamento può essere cancellata solo se ha partecipato al voto il 50%+1 degli aventi diritto, vale a dire di tutti i cittadini a prescindere di come la pensino o di come si comportino.  Nel secondo caso,  si distingue tra i Comuni con popolazione fino a  15.000 abitanti e sopra. Fino a 15.000, viene eletto il candidato che ha preso più voti e sopra quello che supera i 50% al primo turno oppure , se non ce ne sono, quello che prevale al ballottaggio.  In ciascuno di questi due casi, alla fine non è determinante per l’elezione che un candidato riporti un numero di  voti prefissato, dal momento che gli elettori possono votare nell’urna oppure decidere a piacimento di non farlo (non si dimentichi che la Costituzione auspica il voto, ma non stabilisce alcun sanzione per chi non rispetta l’auspicio). Insomma, fare della partecipazione al voto il fulcro della democrazia è un errore concettuale gravissimo (specie per chi si dice liberale). Della partecipazione va tenuto conto in quanto significativa manifestazione nella democrazia, ma il votare nell’urna non la misura perché della democrazia fanno parte tutti i cittadini, che votino nell’urna oppure no e  per qualunque motivo facciano la scelta.  Dirimente è la libertà di poter votare.

Poi c’è l’aspetto del dare valore al conteggio dei Si e dei No tra i voti espressi. Tale conteggio ha senso solo se riferito alla pura statistica.  Attribuirgli un peso politico (la vera volontà popolare al di là dei formalismi giuridici) equivale ad imboccare la strada  del volere la democrazia diretta. Vengono considerati non tutti i cittadini ma fatti prevalere solo quelli più attivi e più compatti ( ad esempio, con tale criterio il 12 giugno sarebbero stati approvati tutti e cinque i quesiti). Ciò vuol dire rifiutare i meccanismi con cui si formano le decisioni della democrazia rappresentativa, e invece privilegiare in ogni caso le aggregazioni rispetto al confronto sulle proposte riferito all’insieme dei cittadini. Cosa che confligge con l’esperienza secolare, che ha mostrato il carattere  della democrazia diretta: illudere con le promesse ma non costruire.

Le tesi di Nordio , al di là della maggior cautela, equivalgono a quelle dei fautori del SI , che danno la colpa del flop dei referendum alla mancanza del traino di altre elezioni contemporanee. Anche qui un ragionamento non corrispondente alla realtà. Perché nei comuni ove ci sono state le amministrative, l’affluenza ai referendum è stata sì superiore al 20% ma comunque assai inferiore al quorum del 50%+1 poiché dal 5% all’8% degli elettori ha comunque rifiutato le schede referendarie.

Il flop referendario del 12 giugno dovrebbe far riflettere sul come sia sterile continuare a pensare di migliorare le condizioni della nostra società sognando scorciatoie rapide e risolutive all’insegna demagogica. Quanto prima ci si renderà conto – a cominciare da chi opera nei mezzi di comunicazione – che la vita democratica richiede tempo e fatica, si fonda sullo sperimentare e di conseguenza su continui cambiamenti, meglio sarà. I protagonisti sono i cittadini diversi che usano lo strumento del dibattito politico rappresentativo per soppesare le rispettive proposte al fine di continuare a migliorare la convivenza con l’attenzione alle condizioni di vita individuuli, come hanno fatto fino ad oggi seppur con tanti limiti.

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Non cercare scuse

Preoccupa che, nonostante il passato liberale, perfino un giurista come il sen.Palumbo non riesca a stare al tema di quanto avvenuto ieri ai referendum, non in uno bensì in cinque quesiti. Dissertare sul fatto che il traguardo del 50%+1 sia irraggiungibile, serve a nascondersi , a non spiegare perché allora le regioni hanno presentato ugualmente i quesiti. E affermare che il segnale che conta non è il mancato raggiungimento del quorum, bensì se i SI superano i NO tra i votanti, dimostra solo ignorare (cosa stupefacente se lo fa un giurista ) il perché i Costituenti abbiano posto la condizione di un minimo di votanti perché fosse valido un referendum abrogativo. Lo hanno fatto perché una legge è competenza del Parlamento – tipica concezione della democrazia rappresentativa – e abolirla non può essere affidato a un insieme minoritario di cittadini in preda a pulsioni demagogiche verso la democrazia diretta. Il quorum ex art.75 è un argine democratico rappresentativo alla democrazia diretta, che nella storia non ha mai dato prova di essere efficace per costruire una libera convivenza. Pertanto, non ha rilievo il fatto che a differenza degli anni ’40, oggi siano diminuiti i votanti. Il motivo è che nelle elezioni politiche, chi non va alle urne decide di affidarsi alle scelte degli altri, mentre per i referendum abrogativi la Costituzione non prevede che esista l’astensione. Pesano tutti gli aventi diritto al fine di verificare se è valido il risultato di un referendum. Questa è la regola,coerente e significativa, dal 1 gennaio 1948. La preoccupazione è che un giurista non riconosca il fatto politico avvenuto e si metta a dissertare sui cambiamenti che lui vorrebbe apportare. Per di più, ammettendo anche, implicitamente, che i quesiti del 12 giugno erano manipolativi. E forse lo erano perché il clima politico culturale diffuso è divenuto, nell’ammissibilità referendaria, mene attento all’integrale rispetto del significato abrogativo voluto dai Costituenti.

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Lettera agli iscritti e ai vertici del Circolo GE Modigliani

Cari amici,

svoltosi il referendum del 12 giugno, non posso non commentare il testo inviatoci venerdì pomeriggio dal Segretario. Esso accompagna, per la prima volta, l’inoltro ai soci del Modigliani della comunicazione ricevuta da un terzo, nel caso liberali.it . E lo fa con un evidente intento ostile (tanto più dopo le mie due mail del 21 maggio e del 26 maggio) e inoltre con argomentazioni preconcette e inesatte nel merito costituzionale e politico.

Nella mail del 21 maggio, eccepivo circa un precedente scritto del Segretario che intendeva ridurre la questione del dibattito sui referendum del 6 giugno a “ trovare due figure di politici che espongano ciascuna le ragioni del SI e le ragioni del NO” . Affermavo che equivaleva ad un’involontaria disinformazione, siccome alla bocciatura si arriva anche con il NON VOTO (dall’esito di gran lunga più sicuro).  Nella mail del 28 maggio, chiarivo che il senso dei referendum non poteva ridursi ad illustrare il SI e il NO. “Infatti, l’art. 75 della Costituzione prescrive che il referendum abrogativo è valido solo se ha votato la maggioranza degli aventi diritto… L’esistenza del quorum del 50%+1  implica dunque che le modalità a disposizione del cittadino per esprimersi sono TRE, il SI, il NO e il non votare nell’URNA….. Mi permetto di ricordare che mentre il quorum del 50%+1 è fissato per il referendum abrogativo , non esiste quorum nel caso di un referendum concernente una modifica costituzionale”. Perciò osservavo che per i referendum abrogativi “citare solo il SI e il NO equivarrebbe a valorizzare un concetto di democrazia diretta non previsto dalla Costituzione”.

Queste lettere non sono state tenute in conto, e il dibattito è stato espressamente previsto solo sul SI e sul NO e fatto introdurre e moderare da un avvocato ex Consigliere Comunale esplicito assertore delle posizioni a favore del SI su alcuni quesiti assunte da una ampia minoranza del PD (con il conseguente appoggio complessivo al valorizzare la democrazia diretta).

Questo accantonamento delle mie due mail spiega il perché della novità della nota di accompagnamento al testo trasmesso da liberali.it . Il Segretario ha inteso evitare che le tesi ivi contenute a favore del NON votare nell’urna dei referendum, potessero lambire l’immagine del Modigliani. E per farlo si è lanciato in dissertazioni politico costituzionali che non sono nelle sue corde ma che soprattutto distorcono la nostra realtà istituzionale.

La Costituzione Italiana delinea una democrazia rappresentativa che usa anche , ponendo alcune condizioni, meccanismi di democrazia diretta. Il referendum abrogativo di una norma spettante al Parlamento, richiede appunto la partecipazione della maggioranza dei cittadini aventi diritto per prevalere sul parlamento riguardo a quella specifica norma. Dunque nella Costituzione non c’è nessuna pulsione di democrazia diretta, ma c’è l’opportuna attenzione ai cittadini nell’istituto rappresentativo. Perciò affermare che il referendum abrogativo è una fonte autonoma del diritto , si può solo dimenticando le condizioni poste dal quorum di cui all’art.75 e che la proposta referendaria deve assicurare una diversa soluzione alla problematica di funzionamento esistente nella norma votata in parlamento. Il Segretario cita a sostegno della sua tesi la sentenza 29/87 della Corte Costituzionale, la quale concerne invece gli effetti indotti dall’approvazione di un referendum abrogativo. Ovviamente, avendo partecipato la maggioranza degli aventi diritto e dunque rispettato il quorum, il referendum ha abrogato la norma soggetto a giudizio. Dunque non c’entra con la pretesa innovativa autonoma attribuita dal Segretario (tanto che la 29/87 respinse nella fattispecie la richiesta di referendum abrogativo sulla modalità di elezione de CSM).

Addirittura, il Segretario è talmente eccitato da concludere di aver fatto l’invio di accompagnamento in coerenza con lo slogan “Conoscere per decidere” del Modigliani. Mentre lo slogan di tipo einaudiano si fonda sul concetto di conoscere rispetto ai fatti concreti e non ai propri sogni, che di per sé non possono far crescere il conoscere.

Nel complesso è stato del tutto improprio e immotivato l’accanimento della dirigenza del Circolo Modigliani nel non voler consentire che il dibattito illustrativo del voto del 12 giugno prendesse in considerazione anche il NON votare nell’urna dei referendum (al punto da temere il contagio delle tesi eretiche di liberali.it). A meno che la dirigenza non pensi che il livello del 40% del quorum previsto sia frutto di inconfessabili costrizioni del potere contro la libertà dei cittadini.

Raffaello Morelli
membro Direttivo Circolo GE Modigliani

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Flop clamoroso dei referendum sulla giustizia

I dati sull’affluenza per il voto sui referendum sulla giustizia delineano un flop clamoroso di chi ha proposto i quesiti. Come Comitato Il NO mediante il NON votare nell’urna dei referendum, siamo ben lieti di aver contribuito a far bocciare dei quesiti complessi e pasticciati, pensati per travolgere la democrazia parlamentare imponendo le idee di minoranze autoreferenziali. I pur grandi mali della giustizia non possono risolversi con l’uso dell’accetta demagogica per risolvere questioni intricate su cui i cittadini hanno opinioni assai diversificate. In materia di giustizia, è una procedura ineludibile l’alta mediazione parlamentare, oltretutto perché è la sola che fa intendere quali siano gli intenti dei vari gruppi politici e che permetta agli elettori di giudicare.

Comitato Il NO mediante il NON votare

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Replica a chi prende sottogamba il NON voto il 12 giugno

Il commento di Paolo Grifagni fatto ieri su Critica Liberale prende molto sottogamba la questione del non andare a votare domani. Inizia minimizzando l’argomentare dell’articolista (peraltro non riducibile ad una difesa d’ufficio) e prosegue subito paragonandolo all’invito di Craxi nel ’91 ad andare al mare (dimenticando che allora il referendum puntava ad introdurre la preferenza unica, obiettivo chiaro e circoscritto, osteggiato da Craxi e dal PSI). Passando contestualmente a sentenziare prima che “incitare a non votare al referendum non mi sembra il modo adeguato per difendere a Costituzione” (ma come fa a parlare di difesa quando è la stessa Costituzione che fissa per gli abrogativi il quorum del 50%+1?) e poi a sancire che “ incitare ad astenersi dal voto non mi sembra una posizione espressione di un pensiero laico e liberale” . E questo è davvero troppo. Perché è vero il contrario.

Sono i laici ed i liberali pressoché gli unici a sostenere che è necessario comportarsi applicando le proprie idee. In questo caso, siccome i cinque referendum compiono un errore nel merito di ogni quesito e danno un messaggio istituzionale pericoloso con il negare che la giustizia sia frutto della democrazia rappresentativa e del Parlamento, è fisiologico che laici e liberali intendano far bocciare i cinque quesiti.

Al fine di raggiungere l’obiettivo, utilizzano lo strumento dell’art. 75 della Costituzione. I referendum abrogativi sono validi solo se partecipa al voto la maggioranza degli aventi diritto. Si tratta di un aspetto essenziale della politica civile: siccome fare le leggi spetta al Parlamento, cancellarne una in tutto o in parte esige che abbia votato almeno il 50%+1 . Ciò significa perciò che le modalità a disposizione del cittadino per esprimersi non sono solo DUE , bensì TRE, il SI, il NO e il non votare nell’URNA. In pratica, secondo il dettato costituzionale, nel caso dell’art.75, il non voto è un scelta che esprime in termini netti il rifiuto di usare il referendum per abrogare le norme indicate nei quesiti. E’ un errore grave dire, come fa Paolo Grifagni, che ciò “piega l’istituto ai propri interessi e cioè al desiderio di vedere fallita l’iniziativa referendaria”, dal momento che il referendum intende appunto avere la misura di quello che i cittadini preferiscono. Tutti i cittadini, qualsiasi cosa pensino e comunque scelgano. Questa non è “la facile via di uscita costituita dal mancato raggiungimento del quorum necessario”, proprio perché costituisce esattamente l’obiettivo della verifica attraverso il voto della volontà dell’intero corpo elettorale.

Da rilevare che il medesimo ragionamento di chi sostiene il non andare a votare nell’urna di questi referendum abrogativi, lo fa stamani Francesco Bei a nome di Repubblica . Tanto che riconosce dichiaratamente sia opportuno votare No oppure non recarsi al voto per non consentire il raggiungimento del quorum. Anche se poi all’ultima riga non si accorge di contraddirsi denominando astensione il non votare. Perché astenersi vuol dire rimettersi alla volontà altrui, mentre il non voto ex art.75 della Costituzione indica la precisa scelta di bocciare i quesiti abrogativi. Comunque è un passo avanti significativo che, dopo settimane di battaglia solitaria, il Comitato Il NO mediante il NON sia stato alla fine affiancato da un quotidiano così autorevole. Speriamo sia un indice foriero di successo.

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Gestione rifiuti ed economia circolare. Cosa fare?

Dibattito del 6 giugno 2022, a Livorno, Salone CNA

Intervento predisposto dai dirigenti di Oltre l‘Inceneritore, svolto da Raffaello Morelli

 A nome del Comitato “Oltre L’inceneritore” desidero ringraziare l’associazione “Per la Rinascita di Livorno” che ci ha invitato  a questo  dibattito sulla “Gestione Rifiuti ed economia circolare. Cosa fare?”, un dibattito che nella forma (centrarsi sulla situazione livornese dell’Inceneritore al Picchianti) e nel metodo (puntare non a teorie ma ad individuare azioni concrete) costituisce uno spunto di gran rilievo – e va annotato purtroppo – nel panorama operativo  assai asfittico al riguardo. Che naturalmente è uno spunto politico di qualità, anche se in proposito gli organizzatori si schermiscono sua stampa. 

Perché nel merito della questione – l‘impianto del Picchianti – il nostro Comitato ha fondate perplessità sulla gestione dei rifiuti dopo lo spegnimento, che l’Amministrazione Comunale ha deciso di effettuare nell’ottobre 2023. E questo per il fatto che l’Amministrazione Comunale ha deciso senza prevedere alcuna concreta alternativa al vetusto impianto di incenerimento dei rifiuti esistente.

 Ad oggi , ahimé, l’impianto del Picchianti risulta ancora strategico per la gestione dell’epoca transitoria che porterà ad un nuovo assetto regionale della gestione dei rifiuti urbani non riciclabili. E ciò, visto che l’attuale termovalorizzatore ha quasi 50 anni, la dice lunga sull’inadeguatezza delle politiche ambientali e della gestione dei rifiuti perseguite negli ultimi 20 anni nella nostra zona.

 Anche il nostro comitato, come l‘Associazione organizzatrice dell’evento odierno,  apprezza la sinergia ASA/AAMPS per il progetto recentemente presentato per la co-digestione della Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano (raccolto grazie alla raccolta differenziata) con i fanghi di depurazione e soprattutto per l’intento di attingere competenze e tecnologie dal socio privato di ASA, che è tra i leader nazionali nella gestione, trattamento e valorizzazioni dei rifiuti anche attraverso innovative tecnologie di trattamento a “freddo”. Peraltro, non sono sufficienti progetti del genere.

 Al momento attuale, per avvicinarsi ad una   economia circolare – ad oggi ancora utopica – la gestione dei rifiuti,  dovrebbe prevedere una serie di passaggi tuttora insussistenti:

1) Preparare il più possibile che i rifiuti vengano generati (ma c’è ancora molto da lavorare) agendo anche sui produttori in modo da limitare molto l’immissione sul mercato di materiali e imballaggi non riusabili o riciclabili.

2) Predisporre i rifiuti generati per un loro riuso e riciclo (anche qui c’è ancora molto da fare) informando adeguatamente i cittadini e lavorando contestualmente sull’intero ciclo distributivo, che dovrebbe diventare parte attiva per un corretto recupero dei rifiuti.

3) Riciclare la percentuale più alta possibile dei rifiuti generati (anche qui c’è ancora molto da fare pure riguardo alla metodologia di raccolta differenziata) predisponendo un sistema di raccolta differenziata dei rifiuti che non metta in difficoltà i cittadini e che tenga davvero conto delle reali tecnologie esistenti per il loro successivo recupero e reimmissione sul mercato.

4) Ricorrere per la minimale parte residua al recupero di energia attraverso processi termodinamici (visto che finiscono inceneriti ancora troppi rifiuti pur recuperabili) che devono essere di nuova generazione, finalizzati in ogni caso alla produzione di energia e non al mero incenerimento.

5) Smaltire le ceneri attraverso processi di deferrizzazione, inertizzazione e parziale riutilizzo e conferimento del minimale residuo in discarica prima dello smaltimento.

Ed è stato proprio nella prospettiva di affrontare i  passaggi ora descritti,  che il Comitato Oltre l’inceneritore ha presentato ben tre anni fa un quesito referendario che si è poi arenato nelle paludi della burocrazia comunale, soprattutto dei suoi vertici, ostile a qualunque fattiva innovazione. Era un quesito per  sottoporre ai cittadini un progetto che indicava come ridurre moltissimo il ricorso all’incenerimento dei rifiuti, e pertanto denominato “fabbrica dei prodotti e dei materiali”.

Tale progetto si incentrava sulla costruzione di un sistema di Trattamento Meccanico Biologico Evoluto dei rifiuti, che ricorre alla densificazione meccanica e successiva estrusione della parte di rifiuto urbano non recuperabile con la finalità di ridurre ad un 10-15% la parte di rifiuti oggi destinata all’incenerimento, che oggi va un po’ oltre il 55% della raccolta urbana dei rifiuti. Adottando tale processo si è in grado di ricavare dagli scarti trattati ulteriore materia che in questo modo può essere riutilizzata sotto forma di granuli “similplastici” per molteplici applicazioni nei settori dello stampaggio e dell’edilizia.

Purtroppo, di una simile prospettiva non si parla. Si continua a parlare di raccolta differenziata (vedi la Regione Toscana che si è posta l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata). Il nostro Comitato condivide tale scelta. Ma questo può essere solo il primo tratto della strada. E’ certo che rimane il doversi confrontare con numeri impressionanti derivanti dal rimanente 35% di rifiuto non differenziato, a cui ai fini dello smaltimento, va aggiunto un 20/25% di scarto derivante dal  recupero delle materia plastiche e un 15-20% dagli impianti di recupero carta e di compostaggio. Risulta quindi che la metà dei rifiuti urbani prodotti deve essere smaltito, nell’attuale stato di cose, non solo nelle discariche ma anche negli inceneritori.

In un contesto simile, la decisione dell’Amministrazione Comunale di Livorno relativa alla prevista dismissione del Termovalorizzatore entro ottobre 2023, appare esclusivamente ideologica perché non supportata da nessuna strategia industriale realmente alternativa, ed espone la città ad ulteriori costi per smaltire i rifiuti altrove, costi cui si sommeranno i mancati guadagni di sicuro generati dal funzionamento dell’inceneritore.

Sul punto di tale improvvida decisione presa dall’amministrazione comunale nel segno di un ambientalismo declamato ma inefficace perché puramente verbale, noi di “Oltre l’Inceneritore” conveniamo con gli amici di “Per la rinascita di Livorno”.  Tuttavia, preferiamo che il Termovalorizzatore venga spento perché in ogni caso resta un impianto strutturalmente vetusto, si trova a pochi passi dal centro di Livorno e potrebbe addirittura essere affiancato successivamente da un impianto di Gassificazione dei rifiuti (che sa tanto di inceneritore mascherato) che Eni, in accordo con la Regione Toscana, pare avere intenzione di realizzare all’interno della raffineria di Stagno. Tra l’altro il progetto di Eni, chiamato impropriamente “Bioraffineria”, è anche all’interno del piano regionale dei rifiuti, che prevede sulla costa l’istallazione di ben 3 impianti (uno a Livorno, uno Rosignano e l’altro a Pontedera) di piro-gassificazione dei rifiuti (quello di Livorno viene definito nel piano una sorta di riciclo chimico dei rifiuti).

Proprio spengendo l’inceneritore nell’ottobre 2023, diviene essenziale – anzi urgente – che sia realizzata una tecnologia del genere di quella da noi proposta, perché altrimenti non sarebbe così peregrina l’affermazione che la zona livornese (e più in generale la costa) diventi la “pattumiera della Toscana”, con riferimento agli impianti di smaltimento ultimo dei rifiuti. E siccome pare nessuno si ponga tale problema, restiamo quindi seriamente preoccupati per le ricadute economiche che potrebbero abbattersi sui livornesi per la mancanza di una strategia industriale seria sulla gestione dei rifiuti, che potrebbe comportare la necessità di alimentare una sorta di “turismo dei rifiuti”, costringendo l’attuale gestore della raccolta urbana a caricare tonnellate e tonnellate di rifiuti di Livorno su dei camion per mandarli a trattare e/o smaltire altrove, nonostante si sia ben consapevoli che  questo tipo di attività ha dei costi esorbitanti.   

Inoltre, oltre agli aumenti della TARI, anche sul fronte occupazionale potrebbero esserci delle ricadute imponderabili che vedono gli attuali operatori del termovalorizzatore in una posizione assai nebbiosa rispetto alla prossima chiusura dell’inceneritore del Picchianti.

Del resto non siamo a conoscenza di valutazioni di Aamps sul post termovalorizzatore, che pur auspichiamo. Pertanto riteniamo che sia opportuno che l’Amministrazione Comunale decida presto una strategia non parolaia per risolvere davvero il problema della gestione dei rifiuti e dell’economia circolare. In ogni caso ci piacerebbe molto che la città venisse informata il prima possibile. Perché la politica festaiola tipo il recentissimo StraBorgo va bene purché non pretenda di esaurire i problemi complessi della vita reale – specie in un’epoca di tensioni belliche coinvolgenti il paese – a cominciare dal lavoro, dalle condizioni igieniche e dagli equilibri ambientali.

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Le ragioni del NO mediante il NON

Inganna l’esperienza storica dei cittadini affermare che i mali della giustizia si risolvono con i referendum del 12 giugno. Sanare i mali della giustizia non richiede l’accetta ma interventi complessi nell’equilibrio della diversità dei cittadini. I cinque referendum usano l’accetta. Compiono un errore nel merito di ogni quesito e danno un messaggio istituzionale pericoloso negando che la giustizia sia frutto della democrazia rappresentativa di cittadini diversi. Migliorare e velocizzare la giustizia passa dal Parlamento, e i referendum distorti in chiave antiparlamentare minano la libertà nelle istituzioni. Questo è l’atteggiamento generale sul 12 giugno del Comitato il NO mediante il NON che trova piena conferma riguardo ciascuno dei cinque quesiti proposti. In ognuno di essi, le domande referendarie si trasformano di fatto da abrogative a propositive e produrrebbero errori sistematici. Sul primo, in particolare, l’incandidabilità dei condannati in via definitiva, viene elusa la valutazione delle fattispecie indispensabile per cancellare i privilegi nel rispetto del diritto”.

“Il Comitato Il NO Mediante il NON si è costituito per applicare senza ipocrisia quanto prevede la Costituzione (art.75) sui referendum abrogativi. Sono validi solo se partecipa al voto la maggioranza degli aventi diritto. E’ una questione profonda di politica civile: siccome fare le leggi spetta al Parlamento, cancellarne una in tutto o in parte esige che abbia votato almeno la maggioranza dei cittadini. Tale quorum del 50%+1 implica perciò che le modalità a disposizione del cittadino per esprimersi non sono solo DUE , bensì TRE, il SI, il NO e il non votare nell’URNA. In pratica, secondo il dettato costituzionale, nel caso dell’art.75, il non voto è un scelta che esprime in termini netti il rifiuto di usare il referendum per abrogare le norme indicate nei quesiti. Ciò si applica al tema giustizia, un compito complesso che spetta al parlamento e non alla democrazia diretta. Attaccare la democrazia parlamentare riduce la libertà degli italiani, proprio perché non rispetta la Costituzione. In conclusione , il Comitato Il NO Mediante il NON , proponendo il non andare a votare (o andandoci il non ritirare le scene referendarie), sostiene un comportamento del tutto diverso dall’astenersi. Esprime la volontà di aver la certezza che i quesiti proposti vengano bocciati

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Di nuovo sulla malattia del’Occidente (a Franco Chiarenza)

Caro Franco,

avevo alcune obiezioni di fondo circa la tua risposta del 27 maggio, cui non ho replicato in considerazione del suo essere pacata e cortese. Tuttavia, proprio varie notizie di stamani, tutte rientranti nella linea cui mi sono sempre riferito, stanno incrementando evidentemente la tendenza bellicista (per di più incoerentemente negata) degli atlantisti di tipo imperialistico e della grande maggioranza della stampa italiana, ormai non in grado di esercitare la propria funzione professionale. E ciò mi induce a ritornare su quelle mie obiezioni.

Tu hai basato la Tua risposta sull’assimilare la stampa ai social , definiti “ oggi il principale veicolo di informazione e di scambio di opinioni” e sostieni che nei social dilaga un giustificazionismo inaccettabile in sostanziale appoggio a Putin, il che motiverebbe per te il comportamento acriticamente filo americano della stampa. Il mio dissenso è sull’assimilazione. I social rompono il circuito informativo sia nel rapporto temporale relativo alla notizia sia nel completo non utilizzo dello spirito critico del cittadino circa le notizie. Di conseguenza, stampa, TV, radio e social sono mezzi di informazione assai differenti e il funzionamento dei social non può giustificare la non professionalità degli altri mezzi. Semmai, e al contrario, usando la strada dell’assimilazione , ci si dovrebbe chiedere perché i social traboccano di giustificazionismo filo putiniano. Prova ad esaminare l’idea che, a differenza dell’epoca dei filo urss, oggi viene percepita assai più di prima quella che oggi io chiamo la malattia dell’occidente, e cioè la sua evidente propensione (nella sua parte più potente nel settore mediatico) di attribuire una valenza fisiologicamente incoerente alla libertà (nel frattempo comprovatasi il sistema più efficace per migliorare la convivenza) al punto dal non farla più funzionare o comunque farla funzionare assai di meno rispetto a quanti non la praticano per principio. Qui sta il vero nodo.

La malattia dell’Occidente non è Putin (e il suo sogno restauratore), è non sforzarsi abbastanza per applicare la libertà e le sue implicazioni. Che sono la diversità tra tutti i singoli individui conviventi e il praticare il continuo scambio di idee, merci, iniziative, sensazioni tra di essi. Tra l’altro un’applicazione che al passare de tempo è sempre cangiante, per gli umani e per le cose coinvolte. L’esperienza storica ci dice con chiarezza che questa è l’anima della libertà nella convivenza tra diversi. Viceversa, la pulsione dell’atlantismo distorto che vorrebbe imprimere alla libertà un marchio imperiale che non può avere, assume come impegno centrale il dover battere Putin e modificare gli assetti istituzionali russi (è stato detto più volte a fine marzo). Ciò fa arretrare di per sé la pratica della libertà a quella degli antichi stati di puro potere e non di libertà.

Tu sottovaluti questo aspetto sia nella risposta del 27 maggio sia anche nel tuo “guerra tiepida” sul Liberale Qualunque. In quest’ultimo pezzo fai pure considerazioni condivisibili, ma tutte riferite a cosa ha fatto (o avrebbe fatto) Putin e a quali risultati potrà ottenere. Eviti di riflettere su cosa dovrebbe fare l’Occidente, in considerazione ad esempio di quello che ha fatto in Ucraina tramite i consiglieri soprattutto Nato da una quindicina di anni (lasciando ad esempio che non rispettasse a firma del trattato Minsk2 concernente guarda caso proprio le regioni del Donbass, notoriamente molto care alla Russia) comportamento ucraino che poi ha indotto Putin a reagire con i suoi sistemi. Le nazioni che hanno a cuore la loro libertà non si comportano in modo da metterla in pericolo, salvo che, come nella fattispecie, siano state indotte a farlo con promesse di aiuti da parte di quegli stessi che volevano così soffiare sul fuoco.

E’ questo il nodo del mio dissenso. Non ti impegni sul curare la malattia dell’Occidente, consistente nel non tenere sempre comportamenti coerenti nel dare spazio alla libertà, alla diversità e agli scambi correlati. Che costituiscono la vera sua ricchezza politico culturale, che ne motiva la differenza dalle autocrazie. Ad esempio, in Italia una parte consistente della politica e dei suoi vertici istituzionali, continua anche oggi a far coesistere la denuncia delle sole colpe di Putin, ii non invitare Russia e Bielorussia alla celebrazione del 2 giugno e il profondersi a parole nella richiesta di pace (fingendo di non sapere che Putin chiede la fine delle sanzioni contestualmente all’inizio dei colloqui). Un comportamento insensato. Del resto, pretendere dei comportamenti davvero coerenti con la proclamata volontà di applicare la libertà, non è poi solo una mia pretesa di fermezza liberale. Rendiamoci conto che in questi giorni un certo mondo sedicente liberale viene superato sul punto dela ferma coerenza nel comportarsi (anche se in questione sono le armi) perfino dal Papa (e ben sai che non sono un suo fan) il quale in pratica ha rotto con diversi cardinali della CEI sulla propria presenza prevista ufficialmente e poi annullata ad un Convegno di tre mesi fa a Firenze sponsorizzato da mercanti di armi.

Insomma, la libertà del cittadino può vivere solo di comportamenti coerenti (a cominciare dall’accettare le diversità e promuovere gli scambi) non del gonfiare pericoli a fine di poter mostrare i muscoli della propria superiore efficacia civile. Dimenticandosi di questo dato sperimentale, la libertà regredirebbe alle epoche precedenti, ove erano ridotte la capacità di conoscere e quella di disporre di risorse, iniziando da quelle alimentari.

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Il 12 giugno non votare ai referendum

Il No dichiarato dalla Segreteria PD, sommato al Si già annunciato dalla minoranza PD, rende ufficiale che il 12 giugno tutto il PD depositerà la scheda nell’urna. Ciò significa che il PD non tiene conto di tutti gli italiani che non lo faranno e si affida allo sperare che tra i votanti i NO superino i SI. Eppure per i referendum abrogativi la Costituzione richiede la partecipazione al voto della maggioranza degli aventi diritto. Il che ha un profondo significato politico ipocritamente ignorato. Vale a dire che le leggi competono al Parlamento e non possono essere abrogate con la partecipazione di un gruppo ridotto di cittadini. Ove cittadini sta per tutti i cittadini aventi diritto , comunque la pensino e intendano comportarsi.

Di conseguenza, chi non condivide i quesiti abrogativi perché formulati in modo pasticciato che non risolve i mali della giustizia, il 12 giugno non deve votare nell’urna (facendolo aiuta a raggiungere il quorum, e accetta di circoscrivere la scelta solo ai cittadini votanti nell’urna). Il nostro auspicio è che quanti non condividono i quesiti abrogativi, si uniscano a tutti i cittadini che per qualsiasi motivo non votano nell’urna. Il 12 giugno non devono andare a votare oppure andandoci non ritirare le schede referendarie. Così si usa il meccanismo dell’art. 75 della Costituzione. Si agevola il formarsi di una maggioranza di non votanti. Si difende il Parlamento rappresentativo dai partiti fautori della democrazia diretta ad ogni costo.

Comitato Il NO mediante il NON

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Il 12 giugno non votare nell’urna

Il Comitato Il NO Mediante il NON si è costituito per applicare senza ipocrisia quanto prevede la Costituzione (art.75) sui referendum abrogativi. Sono validi solo se partecipa al voto la maggioranza degli aventi diritto. E’ una questione profonda di politica civile: siccome fare le leggi spetta al Parlamento, cancellarne una in tutto o in parte esige che abbia votato almeno la maggioranza dei cittadini. Tale quorum del 50%+1 implica perciò che le modalità a disposizione del cittadino per esprimersi non sono solo DUE , bensì TRE, il SI, il NO e il non votare nell’URNA. In pratica, secondo il dettato costituzionale, nel caso dell’art.75, il non voto è un scelta che esprime in termini netti il rifiuto di usare il referendum per abrogare le norme indicate nei quesiti. Ciò si applica al tema giustizia, un compito complesso che spetta al parlamento e non alla democrazia diretta. Attaccare la democrazia parlamentare riduce la libertà degli italiani, proprio perché non rispetta la Costituzione. In conclusione , il Comitato Il NO Mediante il NON , proponendo il non andare a votare (o andandoci il non ritirare le scene referendarie), sostiene un comportamento del tutto diverso dall’astenersi. Esprime la volontà di aver la certezza che i quesiti proposti vengano bocciati.

Questo è l’atteggiamento generale sul 12 giugno del Comitato il NO mediante il NON . Che trova piena conferma riguardo ciascuno dei cinque quesiti proposti. In ognuno di essi, le domande referendarie si trasformano di fatto da abrogative a propositive e produrrebbero errori sistematici.

Per fare esempi specifici. Sul primo, l’incandidabilità dei condannati in via definitiva, viene elusa la valutazione delle  fattispecie indispensabile per cancellare i privilegi nel rispetto del diritto. Sul secondo, le misure cautelari, volendo ridurre gli abusi veebbe cancellato uno strumento che è irragionevole solo se  distaccato dal processo. Sul terzo, la separazione delle funzioni, oltre il testo arzigogolato, viene introdotta una scelta chirurgica tra pubblico ministero e giudice  che prescinde da altre esigenze sistemiche. Sul quarto, i Consigli Giudiziari per valutare i magistrati, si prevede di inserire avvocati e docenti universitari nel giudicare la professionalità dei magistrati senza pensare alle ricadute sull’indipendenza di questi ultimi. Sul quinto, le correnti nel CSM,  viene proposta una modifica procedurale inadatta a eliminare l’influenza partitica.

Insomma, inganna l’esperienza storica dei cittadini affermare che i mali  della giustizia si risolvono con i referendum del 12 giugno. Sanare i mali  della giustizia non richiede l’accetta ma interventi complessi nell’equilibrio della  diversità dei cittadini  I cinque referendum usano l’accetta. Compiono un errore nel merito di ogni quesito e  danno un messaggio istituzionale pericoloso negando che la giustizia sia frutto della democrazia rappresentativa di cittadini diversi. Migliorare e velocizzare la giustizia passa dal parlamento, e i referendum distorti in chiave antiparlamentare minano la libertà nelle istituzioni. Per tutto questo, il ComitatoIl No mediante il NON afferma che occorre essere consapevoli che votare NO e basta, aiuta a vincere il SI’ .

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