Sul disconoscere i cittadini nella democrazia liberale

Caro Amico,

Ti segnalo l’articolo odierno di Cassese sul Corriere. Dietro un rilievo apparentemente scontato su Di Maio che confonde il Governo con lo Stato, Cassese sfoggia la sua erudizione a sostegno di una tesi incoerente dal punto di vista degli assetti di una democrazia liberale. Infatti la ricostruzione storica di Cassese non solo non coglie il vero senso dei rapporti tra Stato e i grandi organi pubblici propri di un’istituzione liberale ma, applicata al giorno d’oggi, non coglie la questione del rapporto tra Governo eletto e organi di alta amministrazione, facendosi sponda delle posizioni restauratrici delle elites dei vecchi gestori del potere.
Sul piano della storia, Cassese, richiamando la lettera di vari provvedimenti alla loro epoca (da 230 fino a 37 anni fa), omette del tutto il loro senso temporale di strumenti liberali, tesi ogni volta ad incentivare il ruolo del cittadino rispetto ad uno Stato che è indispensabile ma che non deve divenire né statalista né verticistico né dittatura della maggioranza. Ancor peggio il riferimento all’Europa, che Cassese apertamente concepisce non come una costruzione a passo a passo degli Stati democratici che la compongono, bensì come un potere sovrastante che detta regole.
Sul versante dell’attualità è ancor peggio. Cassese non si accorge, o finge, del clima non liberale che serpeggia e che si è aggravato negli ultimi mesi, quando quasi tutti i gruppi che ruotano attorno agli assetti di potere sconfitti due anni or sono al referendum e il 4 marzo alle elezioni, non tollerano di essere messi da parte dai cittadini ed usano la stampa per impressionare l’opinione pubblica ventilando ipotesi apocalittiche e auspicando la restaurazione. Solo che la democrazia liberale – diversamente dall’ammiccante Cassese – non vuole mai prescindere dal voto dei cittadini (anche quando scelgono di votare in quantità ridotta). I quali possono sbagliare ma che, come l’esperienza secolare dimostra, sbagliano meno dei gruppi di potere fini a sé stessi e possono essere corretti meglio e più rapidamente. Dunque la democrazia liberale può trovarsi con governi discutibili come oggi, ma è preferibile avere governi così – indicati dai cittadini e quindi dai cittadini giudicabili – che non capi di enti pubblici, nominati una volta dai restauratori di oggi, che snaturando il loro ruolo pubblico parlano direttamente alla stampa contro le scelte del governo e fomentano obiettivamente un’azione politica loro non spettante.
Mi permetto di segnalarti anche che ho svolto più estesamente analogo ragionamento in un articolo su Alesina e Giavazzi pubblicato ieri da Formiche.net ( https://formiche.net/blog/2018/10/cari-professori-la-lotta-al-populismo-sara-un-boomerang/).

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Manovra economica, fatti ed ipotesi

Alesina e Giavazzi sono due professori capaci e fautori un’economia tendenzialmente aperta di cui scrivono di frequente. Ma dopo vari articoli critici, ne hanno fatto uno (Corriere, 6 ottobre) nel quale riassumono le proprie posizioni contro il governo M5S Lega basandosi sulla tesi che lo sviluppo dell’Italia è messo a rischio dalle misure che sta prendendo. Ogni giudizio politico è legittimo, però questo articolo segue tesi economiche tradizionali senza interrogarsi né sugli esiti concreti delle politiche degli ultimi anni né sui cambiamenti d’impostazione che il governo vuole introdurre. Vediamo.

I due professori riducono la questione dei nuovi parametri combinati tra età e contributi pagati, al mettere a carico di chi produce il peso di mantenere chi va in pensione 20 anni dopo (il che è vero solo nella misura in cui lo Stato è stato inadempiente e non ha accantonato le pensioni come avrebbe dovuto fare da tempo); evocano il fatto che il ricambio generazionale al lavoro non aumenta di per sé la forza lavoro complessiva, che resta tra le più basse tra i Paesi industrializzati (situazione non attribuibile a chi governa da 4 mesi); aborrono il penalizzare gli investimenti all’estero (solo che l’utile all’estero non tocca direttamente la crescita in Italia) . E poi sono sferzanti contro i provvedimenti emblema del governo giallo verde. Concepiscono il reddito di cittadinanza come sussidio di disoccupazione permanente e ritengono la cosiddetta pace fiscale un perdono agli evasori.

Le prime tre osservazioni riguardano il paese ma non errori fatti dal governo attuale (quindi sarebbe occorsa un’attribuzione meno pregiudiziale) e le ultime due frustano provvedimenti su cui sarebbe stato meglio interrogarsi davvero prima di lanciare anatemi. Infatti gli intenti del governo (a parte lo sperimentare gli strumenti proposti) sono effettuare mutamenti non piccoli nella concezione reddituale e nel sistema impositivo. Partendo dall’idea (percepibile nella sostanza) che sia opportuno dare più respiro alle disponibilità economiche nelle mani del cittadino. Sia nella fascia più povera mediante, a certe condizioni, la garanzia di un reddito minimo, sia nel grosso della popolazione mediante la tassa piatta (o meglio appiattita rispetto ad ora, vale a dire con due sole aliquote non alte, così da farla progressiva in altro modo).

I due professori, oltre a non tener conto dell’inequivoca volontà di cambiamento dei cittadini, ridicolizzano l’intento riformatore del governo facendone una questione di titoli accademici senza neppure accennare ad una riflessione sul suo corrispondere alle necessità di una democrazia di tipo liberale. Ma qui casca l’asino. Non solo perché l’intento di dare più disponibilità al cittadino è una tipica finalità del liberalismo tutt’altro che ridicola (come mostra l’esperienza, quella disponibilità è ineludibile per la crescita), ma perché le critiche alla manovra si basano esclusivamente sul riferirsi ai principi economici adottati finora, i quali, come è noto – e come hanno giudicato gli italiani – non hanno dato risultati positivi di crescita. E la patente di liberale non è per strumenti funzionanti in teoria ma fallimentari nella pratica.

Non basta. Insieme a queste valutazioni pregiudiziali, non si tiene neppure conto di aspetti cornice che riguardano la situazione italiana. Nessuno si pone il problema della forte differenza dello spread italiano rispetto a quello del Portogallo (più di 150 punti) e a quello della Spagna (più di 200 punti) del tutto non giustificati in tale misura, seppur diversamente, dai rispettivi dati economici. Oppure, quando si dice che non si investe abbastanza in opere pubbliche per il rilancio, senza ricordare che da tre quattro anni sono stanziati e disponibili 118 miliardi di euro per opere strutturali, lasciati fermi. Nessuno si pone il problema dell’esistenza di un recente documento su una nuova prospettiva europea preparato dal ministro Savona, critico sull’austerità ma insieme costruttivo. Nessuno si altera perché diversi mezzi di comunicazione annunciano che la prevista pace fiscale farà mancare più di 3,5 miliardi al gettito fiscale nei prossimi mesi, come se una questione di cassa fosse una questione di conto economico. Insomma, l’obiettivo non è far capire veramente le cose ai cittadini, ma impressionarli.

Alesina e Giavazzi sono professori capaci e di solito fautori un’economia tendenzialmente aperta. Però, magari per caso, nell’articolo qui trattato ingrossano le file di chi porta acqua al mulino degli speculatori di ogni genere, che enfatizzano ogni notizia negativa (talvolta inventandosela) al fine di creare l’attesa per una situazione favorevole alle loro scommesse più azzardate. Ciò non ha a che vedere con lo spirito di fondo del mercato, che è valutazione accorta di medio lungo periodo dell’economia reale e rifugge fulminee puntate allo scoperto. La differenza dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi è un fatto (seppure discutibile visto che il bilancio germanico ha molte ombre, dall’enorme stock di titoli tossici posseduti al non comprendere i bilanci delle Casse di Risparmio in pessime condizioni) comunque da non gestire in termini terroristici per applicarlo in via automatica al tasso degli interessi dei titoli in emissione e per provare a creare preoccupazione in giro. Questa gestione terroristica non è un parametro economico. E’ la strada dei restauratori (e delle testate fiancheggiatrici) per tentare di riacchiappare il potere che i cittadini hanno loro tolto.

Oltretutto i due professori confermano di avere questa inclinazione accennando al rapporto tra Europa e Russia, in termini di rigida alternativa che non corrisponde all’agire europeo fondato (all’origine) sulla libera circolazione interna, sul superamento delle burocrazie pubbliche e sull’assenza di aspirazioni di potere all’esterno, e non sulla paura dei cosacchi.

Nel complesso, dall’analisi dei due professori, non emerge alcuna proposta ragionata per analizzare davvero come l’intento del governo, di per sé positivo, si proponga di realizzarsi. Il ragionamento non si stacca dalle politiche economiche degli ultimi anni (prive di successi), per di più trascurando la grande risorsa italiana (che sono il turismo e i beni culturali) mai oggetto di investimenti adeguati. L’atteggiamento dei professori è ancor più pericoloso proprio nella prospettiva adottata da loro e in genere dagli alti burocrati. Perché se il problema italiano si riduce a combattere il montare dei populismi, questo accusarli di ogni colpa dimenticandosi del passato (e della circostanza che, essendo diversi tra loro, pescano in acque elettorali separate), finirà per rovesciarsi contro, siccome i cittadini stanno dimostrando che al passato non intendono tornare (inoltre né M5S né Lega paiono avere i timori che Berlusconi ebbe nel 2011 per gli effetti dello spread sulle sue aziende). Il metodo liberale ha un approccio politico del tutto differente, partendo dai fatti e non dalle ipotesi.

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Riflettere senza innescare peggioramenti (a Ferruccio De Bortoli)

Caro Direttore,

desidero scriverLe dopo molto tempo, perché trovo il Suo articolo di stamani come d’abitudine argomentato nella forma ma insostenibile nella sostanza liberale che Lei sempre difende. Oggi sono in ballo questioni assai rilevanti per l’Italia, molto più di quanto Lei paventa.

Infatti, Lei, di fatto sulla linea da molte settimane dilagante sulla stampa, non si sofferma su quanto, giusto o sbagliato, intende fare il Governo nella linea del contratto d’origine, bensì sulle preoccupazioni diffuse in Europa da chi esercita attualmente il potere istituzionale e in Italia dall’intero arco dei restauratori di un potere che non hanno più.

E’ invece indispensabile riflettere se gli intenti del Governo rispondano alle necessità di una democrazia di tipo liberale. Il Governo intende effettuare mutamenti non indifferenti nella concezione reddituale e nel sistema impositivo. Partendo dall’idea che sia opportuno dare più respiro alle disponibilità economiche nelle mani del cittadino. Sia nella fascia più povera con il reddito minimo, sia nel grosso della popolazione mediante l’introdurre la tassa appiattita rispetto ad ora.

Questa proposta di per sé non è illiberale in partenza. Dunque si deve ragionare in modo aperto, svincolandosi dalle abitudini. Oltretutto perché non è che quelle abitudini, frutto dei governare degli attuali aspiranti restauratori, abbiano risolto problemi che si stanno ingarbugliando da anni. In larga parte li hanno creati.

Ciò premesso , mi permetta di farLe osservare che nascerebbe un problema ulteriore se un Primo Ministro, privo di una precedente esplicita militanza politica e nominato sulla base di un Contratto che prevedeva nient’altro che quello che il Governo sta facendo, si mettesse a svolgere il ruolo che Lei vorrebbe svolgesse. Lei lo definisce un ruolo autonomo, ma sarebbe solo un ruolo leaderistico perché assumerebbe poteri di mutamento del Contratto votato in Parlamento che non gli spettano in una democrazia come quella italiana.

Nelle democrazie liberali, imboccare le scorciatoie fatte della supponenza elitaria di sapere cosa succederà prima che succeda, è ancora più pericoloso del pericolo di fatto che si paventa.

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Sull’appello contro populisti e sovranisti (al capogruppo Alde)

Egregio Signor Presidente,

avendo letto su La Stampa il testo dell’Appello di cui Lei figura tra i firmatari quale capogruppo ALDE che chiede agli Europei di risvegliarsi al fine di “rifondare l’Europa per rispondere finalmente alle aspettative dei cittadini e per rinnovare le promesse europee dei padri fondatori”, mi permetto di condividere l’intenzione politica espressa ma di ritenere, almeno dl punto di vista italiano, contraddittoria la via seguita per attuarla.

Infatti l’Appello adotta il metodo di riformare i trattati e quindi di superare le strutture esistenti ove necessario (procedendo anche solo con chi ci sta) per arrivare ad avere un’Europa dei cittadini che la vogliono. Ora, è evidente che un Appello del genere presuppone la piena credibilità dei suoi firmatari, perché ormai in politica non basta più enunciare le idee senza la credibilità di chi le enuncia.

Ora Lei deve considerare che almeno in Italia non è credibile un Appello che abbia come primo firmatario un personaggio come il sen. Matteo Renzi, per di più senza alcun motivo dichiarato. Il sen. Renzi è la persona che si è dimostrata fautrice insistente di una democrazia elitaria illiberale . Al punto che ha impegnato il Governo e grandi risorse di ogni tipo per tentare di far passare una proposta di riforma della Costituzione oligarchica concepita contro il cittadino (accentramento decisionale e controllo dello Stato) proposta bocciata al referendum ex art.138 del 4 dicembre 2016 con il 60% di NO prodotti della cultura liberale. Dopo di allora l’azione di Renzi è continuata senza tentennamenti e ha portato al netto rifiuto dei cittadini che il 4 marzo 2018 ha dato la maggioranza parlamentare a due gruppi populisti. Dopodiché insiste nell’esprimere una linea esclusivamente restauratrice che di fatti continua a non far breccia negli elettori ed anzi a rafforzare i due populismi al governo fino ad oltre il 62% al giorno d’oggi. Dunque quest’Appello con primo firmatario il sen. Renzi equivale di fatto ad aiutare quei populismi che vorrebbe battere.

Considerato oltretutto che, stante il sistema elettorale proporzionale, le aggregazioni possono verificarsi solo su progetti politici percepiti come credibili e coerenti, la via adottata con questo Appello non mi pare corrispondere al Suo impegno tradizionale a favore dei cittadini ed auspico che possa essere modificata.

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Tavolo delle Religioni e Tavolo della Laicità

LetteraNogarin180921

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Corona celebrativa della laicità civile

Quattro associazioni livornesi – Circolo Einaudi, Circolo Modigliani, Livorno delle Diversità e UAAR – hanno deposto – subito prima dello spettacolo degli Scenari di Quartiere – una corona ai piedi della targa celebrativa dell’evento storico del XX settembre per confermare che i valori della laicità civile sono il sistema più efficace perché evolvano le condizioni di vita dei diversi cittadini.

Laicità civile è affidarsi alla libertà dei singoli cittadini che scelgono confliggendo democraticamente sui fatti, senza riconoscere un’autorità sovrastante le loro libertà civili. Per governare e convivere occorrono istituzioni e politiche tolleranti, rispettose, non rigide, dedite a ridurre le sacche di illibertà. Perciò, per evolvere con rapidità ed efficacia restando alla realtà dei fatti, va evitata ogni commistione tra lo Stato che garantisce la convivenza e le religioni. Le istituzioni ad ogni livello vanno improntate alla neutralità, anche rispetto alle ideologie, alle elites, ai tecnocrati, e conservate efficienti nel tempo.

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Lo scandalo in Pennsylvania sugli abusi e la lettera del Papa sulle loro atrocità

Articolo scritto per la rubrica Disputationes della rivista NON CREDO n. 57

Su NON CREDO scrivo da anni che i laici devono impegnarsi a diffondere tra i cittadini il principio di separazione Stato religioni, nella consapevolezza di avere come avversario non la struttura Chiesa cattolica bensì il radicato conformismo sociale delle usanze antindividualiste. E’ il mezzo per valorizzare di continuo la diversità dei cittadini e quindi rendere migliori i loro rapporti. Nel proprio ambito, la Chiesa , fautrice di una religione, è libera di esprimere il proprio credo nel rispetto delle norme; mentre, per convivere le regole pubbliche laiche adottano la neutralità in campo religioso e si battono contro i fautori del conformismo verso ogni autorità. Muovo da qui per chiarire in partenza che il presente articolo riferito all’ultimo scandalo emerso nel Rapporto della Corte della Pennsylvania durante il periodo di ferragosto a proposito di oltre mille casi di abusi minorili da parte di sacerdoti (oltre 300 accusati) in 70 anni , concerne solo gli aspetti generali della vicenda rientranti nella vita quotidiana e si pone al riguardo un interrogativo di rilievo circa la sostanza civile della libertà di religione.

La castità sessuale

Dal punto di vista laico, in situazioni di tale tipo, è impossibile non riflettere sull’influenza del voto di castità sessuale fatto dai religiosi cattolici (siccome la castità prolungata è innaturale per gli umani e, se obbligata, provoca negli adulti coinvolti grandissime difficoltà fisiche e mentali, fino all’età della vecchiaia piena). Di fatti in ogni parte del mondo vi sono sacerdoti che non rispettano il voto accompagnandosi a altre persone e talvolta anche lasciando la tonaca. Ovviamente il violare il voto liberamente espresso, appartiene alla religiosità di ognuno e non interessa i laici ed i rapporti del convivere civile. E’ altrettanto evidente che una violazione del voto che riguardi il codice penale, interessa la convivenza e dunque i laici. L’abuso sessuale di minori ne è un caso esemplare.

L’indignazione per gli abusi di minori

La questione non è teorica. Nelle varie parti del mondo si verifica un diluvio di abusi sacerdotali di minori, che vengono alla luce nel tempo e indignano un po’ tutti. Però l’indignazione ha caratteri diversi per i laici e per i religiosi. I laici si indignano per i comportamenti degli adulti responsabili del reato (ritenendo un aggravante etica il comportarsi all’opposto del credo professato ufficialmente) e possono prendersela formalmente anche con la Chiesa nei casi in cui la Chiesa non rispetti l’obbligo per il cittadino, qualora nel paese esista (in Italia non c’è), di denunciare i reati di cui viene a conoscenza. La gerarchia della Chiesa, invece, quando viene a conoscere (al di fuori della confessione, coperta dal segreto in termini religiosi) un fatto di abuso su minori commesso dal clero, si indigna e oggi (fino a qualche tempo fa prevaleva la tendenza ad insabbiare) punisce i responsabili con decisione a livello religioso e basta; peraltro all’interno della comunità cattolica permangono fortissime polemiche perché per tanti le linee guida interne ai vari episcopati dovrebbero prevedere per la gerarchia ecclesiastica l’obbligo di denuncia alle autorità civili anche quando in quel paese un obbligo non vige per il normale cittadino (oltretutto, senza denuncia, si aiutano i colpevoli a raggiungere la prescrizione).

I comportamenti della Chiesa rispetto agli abusi

Stando così le cose e dato che al giorno d’oggi, sulla scorta di esperienze millenarie, l’abuso sessuale di minori è un reato, dal punto di vista laico il particolare rilievo di questo tipo di abuso praticato da appartenenti ad ordini religiosi sorge se dalla Chiesa si pongono ostacoli ad averne notizia o se nella Chiesa si manifestano condizioni di vita che di fatto favoriscono l’abuso.

Visto che la libertà di religione è un cardine della laicità, la questione degli ostacoli può essere risolta solo introducendo l’obbligo, per i membri di ogni organizzazione civile o religiosa nel paese, di denunciare i casi di abusi sui minori di cui vengono a conoscenza (salvo nel corso della confessione). Avvenuta la denuncia, opera la procedura prevista nell’ordinamento della Repubblica. I laici devono impegnarsi subito al riguardo (almeno per estendere alla categoria dei sacerdoti l’obbligo del certificato anti abusi introdotto nel 2014) , anche perché in Italia la CEI continua a tenere una posizione molto più arretrata, ad esempio, degli episcopati USA e Irlandesi. Infatti, là le linee guida degli episcopati prevedono da anni l’obbligo per i sacerdoti di denunciare gli abusi su minori, mentre la CEI teorizza la possibilità di collaborare con l’autorità italiana solo nei casi già noti su cui l’autorità civile sta indagando (altrimenti l’amore religioso per il fratello che sbaglia, escluderebbe la denuncia; un argomento che, fondato sul consegnarsi all’autorità divina, rifiuta il concetto stesso di convivenza gestita dai cittadini). La posizione CEI è così arretrata che sta suscitando frizioni con lo stesso Vaticano. Dunque è indispensabile che i laici chiedano un preciso intervento legislativo per rimuovere i ritardi originati dalla Chiesa nel venire a conoscere gli abusi sui minori da parte del clero.

Quale è la causa del diluvio di abusi sui minori fatti dal clero in misura così superiore alla media?

Il secondo caso è più complesso. Come ovvio , il manifestarsi di condizioni di vita che favoriscono l’abuso sui minori, si riferisce al paragone con la vita quotidiana fuori degli ordini religiosi e ad episodi non derivanti da una denuncia effettuata. L’interrogativo è quale possa essere il sintomo del manifestarsi di tali condizioni favorevoli. Un’indicazione inequivoca è fornita dal diluvio di abusi sessuali sui minori che è emerso in giro per il mondo. Qui non c’entra alcuna vecchia propensione anticlericale. La percentuale di abusi sui minori da parte di appartenenti a ordini religiosi cattolici è enormemente superiore a quella riscontrabile tra i normali cittadini per la stessa fattispecie. Talmente più grande – da 20 volte ad oltre cento, mettendo a confronto la percentuale del numero di abusi di religiosi deviati rispetto al corrispondente totale dei religiosi, con la percentuale del numero degli abusi di cittadini deviati rispetto al corrispondente totale dell’intera popolazione – da suggerire vi sia una causa incentivante.

L’incentivo non può essere il voto di castità in sé. Il richiamo sessuale può essere agevolmente soddisfatto tra adulti mentre il rivolgersi verso minori è un rimedio non spontaneo, che lo è tanto meno quanto più il minore è lontano dalla maggiore età. Non si può pensare neppure ad una sorta di rito di iniziazione, incoerente in un ambito religioso teso a preparare ad una vita senza sesso. Peraltro, un incentivo ci deve pur essere, stante la vastità del fenomeno di cui anche i vertici della gerarchia hanno ormai preso atto abbandonando l’atteggiamento di minimizzare se non di nascondere.

Non a caso il 20 agosto scorso papa Francesco ha rivolto una lettera al popolo di Dio sulle atrocità degli abusi dei sacerdoti venuti alla luce in Pennsylvania. Una lettera appello scaturita dalle prese di posizione di Benedetto XVI circa dieci anni fa – forti ma che non riuscirono a far breccia nell’ambiente – e poi dai vari interventi normativi dello stesso Francesco (a cominciare dalla legge del luglio 2013 che introdusse il reato di pedopornografia seguita nel marzo 2014 dalla Commissione per la tutela dei minori in cui stavano anche degli abusati). Peraltro una lettera che trova un mondo ecclesiale recalcitrante ad affrontare le ragioni dell’argomento abusi sui minori senza cercare colpevoli per omessa vigilanza. Tanto che mons. Viganò, ex nunzio a Washington da tempo in stretto collegamento con gli ambienti conservatori avversari di Francesco (nel settembre 2017 insieme gli avevano addebitato sette eresie), ha nelle stesse ore diffuso una lettera di 11 pagine in cui accusa i tre ultimi pontefici di non aver fatto abbastanza contro chi abusava i minori. E in particolare chiede che Francesco si dimetta per la debolezza verso gli abusi criminosi di un quasi novantenne cardinale americano, McCarrick, e ciò nonostante che a giugno 2018 lo stesso Francesco lo abbia privato della veste cardinalizia. Questo atteggiamento recalcitrante – a parte esprimere una lotta di potere ecclesiale fino alla strumentale richiesta di dimissioni – equivale a voler depistare l’attenzione dalla radice culturale del problema qui trattato, pretendendo di ridurla a responsabilità solo personali nell’agire e nel controllare.

Due possibili cause del diluvio di abusi del clero sui minori

Una prima ipotesi sulla radice culturale potrebbe discendere dagli stessi vecchi comportamenti negazionisti della Chiesa cattolica. Essendo un atteggiamento notorio, non si può escludere che esso abbia determinato una specie di selezione polarizzata delle nuove leve del clero. Sono spinti a intraprendere la carriera sacerdotale in particolare quei giovani che, avvertendo in sé l’attrazione verso i minori, preferiscono appartenere ad una organizzazione che, al di là dei fermissimi proclami, di fatto non è punto rigida nel perseguire tali forme di sessualità distorta, invisa ai cittadini. Il diluvio di abusi sui minori espresso dalla grande percentuale di casi rispetto al mondo esterno, troverebbe allora un primo fondamento in una selezione dei sacerdoti viziata in partenza dall’eccesso di aspiranti predisposti al rapporto sessuale con i minori. E’ verosimile supporre che la posizione determinata assunta oggi dalla lettera da Francesco al popolo di Dio, potrebbe riuscire a creare le condizioni per tagliare alla radice questa falla nel reclutamento.

Una seconda ipotesi da non trascurare sta nelle conseguenze più riposte del modo di essere spirituale della Chiesa cattolica. La piena libertà di religione praticata dai laici non li esime dal rilevare che tanto più la dottrina religiosa viene seguita adottandone alla lettera tutte le verità e i precetti enunciati, quanto più viene ridotto lo spazio e l’esercizio dello spirito critico di ogni appartenente al clero che la segue. Infatti, dal punto di vista della fede che si riconosce nella verità, lo spirito critico non è un’attitudine rilevante. E’ però rilevante, e molto, per valutare individualmente la coerenza tra i principi adottati e i comportamenti di vita tenuti. Così, tale caratteristica di ridotto spirito critico nell’armamentario culturale del sacerdote pare essere un aspetto non eludibile nel ricostruire ciò che matura nei comportamenti interni alla Chiesa cattolica.

In più sensi. Il ridotto spirito critico porta a non avvertire l’abissale incoerenza di praticare una vita individuale contraria sia ad un precetto di fede sia ad una norma dell’ordinamento dello Stato sancita penalmente. Porta a sottovalutare la necessità che il proprio desiderio sessuale si eserciti nel rispetto della volontà degli altri individui. Porta a praticare con chi ci circonda – in specie le persone più giovani – un rapporto distorto dal voler inculcare le proprie idee e principi al posto del far maturare una formazione attenta al mondo e all’importanza dello spirito critico nell’osservare e nel valutare persone e cose. In pratica, il ridotto spirito critico favorisce un’attitudine a praticare un rapporto con il nuovo clero improntato al voler assoggettare le coscienze al conformismo verso l’istituzione Chiesa quale fonte terrena del vero (secondo il principio che i fallimenti degli uomini non possono sminuire la luce del Vangelo). Una simile attitudine distorta del modo di essere spirituale (rispetto alla realtà) presenta le caratteristiche essenziali per essere la vera origine di quel clericalismo alla base dell’omertà che per decenni ha fatto da schermo agli abusi sui minori dei sacerdoti.

Un sostegno al principio di separazione

Facendo questa osservazione sui motivi del diluvio di reati per abusi sui minori, i laici non intendono interferire con la libertà religiosa. Trovano però inequivoca conferma a quanto vanno sostenendo da moltissimo tempo: il metodo di gestione della Chiesa cattolica non può avere alcuna pretesa di fare parte del governo dell’istituzione pubblica. Perché è fondato sull’idea della verità di fede e dell’autorità gerarchica; perché respinge come diabolico l’apporto dello spirito critico individuale e della sperimentazione, vale a dire appartiene inevitabilmente ad un mondo passato inadatto ai ritmi della diversità caratteristica della vita pulsante.

Di fronte al nuovo pericolo del dilagare nella convivenza delle conseguenze degli abusi sui minori , i laici devono lavorare, confermando l’impegno sulla libertà religiosa, perché il Vaticano, secondo la linea della lettera sulle atrocità degli abusi, non si limiti agli atti autoreferenziali di contrizione religiosa ma dimostri la propria vicinanza civile alle preoccupazioni dei cittadini italiani rinunciando ai privilegi di potere gestionale datigli dal Concordato e accettando la separazione Stato religioni.

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Dopo gli arresti, urge correggere le procedure di controllo municipali

Al di là degli sviluppi giudiziari della vicenda, il caso dei tre arresti dell’ex coordinatore della Protezione Civile del Comune e di due imprenditori del ramo, dovrebbe spingere lo stesso Comune che ha subito i danni ad acquisire la consapevolezza che vanno corrette alla svelta le procedure interne relative al controllo del funzionamento della macchina comunale.

Perché appaiono ai limiti dell’assurdo i fatti, comprovati dalle carte, che gli stessi sacchi di sale per scongelare le strade costavano cinque volte di più che a Pisa e che venivano pagati lavori di miglioramento mai effettuati dalla ditta che li chiedeva.

Una disfunzione tanto corposa rende evidente che la Giunta Municipale dovrà impegnarsi subito nel ridisegnare il funzionamento degli uffici, stabilendo continui controlli incrociati sulle attività svolte così da evitare che si creino delle isole autosufficienti in cui qualcuno fa a piacimento quello che crede. Del resto questo rientra nel problema più ampio del rapporto della Giunta con la struttura comunale. La Giunta Nogarin è stata incline ad affidarsi alle funzioni dei vari dipendenti piuttosto che ad impartire precise direttive amministrative e ha impartito direttive assai influenzate dai desiderata dei funzionari. E ciò è alla base della eccessiva continuità con la precedente Amministrazione, di cui ci sono frequenti manifestazioni. Sarebbe bene che negli ultimi mesi la Giunta Nogarin correggesse il tiro.

LIBERALI LIVORNO

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A proposito di populismo e movimenti contro

Il dibattito su Il Sole in tema di populismo e movimenti contro, ha il merito di riscoprire il metodo del ragionare politico. Eppure non affronta il fulcro di una terapia: come restituire al cittadino la centralità quale soggetto e oggetto di governo.

Non lo affronta per un motivo. Riconosce che il populismo è indefinito, ma argomenta come se il successo elettorale derivasse dal progetto populista, trascurando l’assunto populismo  movimento contro. Il che consente di sorvolare su cosa ha spinto il movimento contro. E di non ammettere che le logiche profonde istituzionali della democrazia liberale non sono  il semplice rispetto delle norme ma la verifica continua del loro funzionamento da parte dei cittadini al fine di garantire la migliore libertà dei conviventi.  Devono esserci ma anche funzionare. 
 
Non sorvolando sul cattivo funzionamento che ha spinto il contro, il risultato elettorale esprime il rigetto del fallimento dei governi  recenti e del loro sistema di potere disattenti ai cittadini. Il 4 marzo ne hanno beneficiato partiti illiberali ma è stato un successo della democrazia liberale che vive del cambiamento. I cittadini possono sbagliarsi, ma l’esperienza dimostra che si correggono meglio e più alla svelta delle elites, per natura più distanti dall’effettiva libertà dei cittadini.

Il dibattito equivoca anche sul pluralismo istituzionale. E’ confronto non tra aree di spazi riservati bensì tra ruoli specifici. Perciò è fisiologico – e non populista – rilevare se il Presidente della Repubblica, di solito inappuntabile, compie un errore (non competeva a lui ma al Parlamento non accettare un Ministro perché potrebbe provocare  l’uscita dall’euro). Perciò è fisiologico – e non populista – richiamare al suo ruolo il Presidente INPS se snocciola dati sganciati dalla effettiva condizione reale e, sentendosi organo di governo, parla direttamente ai cittadini.

Un altro equivoco del dibattito è sulla contrarietà del governo Conte alla democrazia rappresentativa. Il solo atto del governo è l’aggiunta delle due parole “democrazia diretta” nel nome di un ministero. L’ambiguità c’è ma in sé il rivedere il sistema dei referendum può irrobustire la democrazia rappresentativa collegandola di più ai cittadini. Contrari alla democrazia rappresentativa sono i massimi livelli M5S, i quali ipotizzano di sostituire il voto con un’estrazione o con degli algoritmi (un’utopia da oligarchi). Attenzione però. Rende possibile attribuire la volontà utopica al governo solo il fatto che il dibattito argomenta come se il governo Conte fosse figlio delle proposte M5S. Ma non è così. Il governo Conte è  figlio del rigetto dei governi precedenti e del Contratto M5S Lega.

Insomma, oltre al merito il dibattito ha il difetto di non scegliere la centralità del cittadino per svuotare il populismo. Non percepisce che i passati governi hanno perso ogni credibilità nella gestione pubblica. E che attaccare il governo Conte pregiudizialmente, equivale ad una difesa di quei governi che rende incredibili i difensori (il duo restauratore, PD e FI). E’ assurdo farlo supponendo l’infrastruttura liberale una teoria disgiunta dai fatti che ne conseguono. E senza che l’obiettivo e il motore ne sia il cittadino. I liberali sono scettici sugli anatemi e sulle profezie separate dai comportamenti. Puntano su proposte tese a mettere i cittadini in condizioni migliori di agire, attenendosi ai risultati. Questo è il metro per  valutare il governo Conte.  

Nel frattempo urge non una generica politica riformista slavata, ma un progetto di riforme liberali imperniate sullo spirito critico del cittadino. E’ errato richiamare concetti importanti e poi coniugarli fuori del liberalismo. Se si fa, si snatura la competenza: da maturazione che arricchisce il singolo per consentirgli di rispettare fatti e progetti, diviene un viatico per un’oligarchia irrispettosa del cittadino. Oppure si trasforma l’istruzione da strumento per approfondire il rapporto con il mondo in modalità di dominio egoistico. Oppure si confonde la divisione dei poteri pubblici con l’affidare l’ultima parola politica non  ai cittadini ma alle procedure giudiziarie (gli orfani del vecchio potere farebbero decidere il dopo crollo di Genova ai processi e non al Governo e al Parlamento). Con riforme pensate per il cittadino si  riavrà la mentalità liberale, indispensabile per risollevare lo Stato.

E’ un fatto che i liberali non sono riusciti a bloccare il malgoverno degli anni 2000 che esibiva doti liberali inesistenti.  Ed è un  fatto che vi sono riusciti i populisti solo contestando. Ora la condizione in cui è stato lasciato il paese esige concretezza progettuale.  Vedremo. Intanto i liberali lavorino ad una  ripresa della mentalità liberale che sia credibile e coerente, dato che, parole del dibattito, si può essere conservatori o liberali, ma non entrambe le cose.

Raffaello Morelli
Pietro Paganini

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Democrazia distorta e centralità del cittadino

L’articolo del prof. Iacono riguardo i problemi della democrazia, fa riflettere in altra direzione: tali problemi sono affrontabili in modo costruttivo solo con un approccio assai diverso.

Iacono scrive “Il fatto è che il neoliberismo, che nessuna forza politica influente ha il coraggio o la volontà di mettere in discussione, ha promesso il paradiso dell’individualismo. La crisi ha mostrato che tale paradiso è per pochi a detrimento dei molti. Ma il principio di realtà è duro da accettare….Questo nuovo razzismo e fascismo per volontà della maggioranza è espressione di questa democrazia elitaria e referendaria”. Parole siffatte fanno capire che, prima di ragionare su ciò che affligge oggi la democrazia, è indispensabile cambiare criterio nel maneggiarne il concetto. In base all’esperienza storica , non si può più intendere la democrazia quale potere affidato al popolo e va adottato un altro criterio. Oggi la democrazia va intesa quale meccanismo di convivenza governato dagli indirizzi scelti ripetutamente dai diversi cittadini individui che la compongono e finalizzato al rendere sempre migliori, in base ai fatti, le interrelazioni effettive tra quei diversi cittadini.

Un simile mutamento di approccio, implica cambiare molti parametri decisivi, accettando, anche nel dibattito politico, gli insegnamenti sperimentali della scienza. Innanzitutto, il motore del convivere non può essere un modello statico da chiunque imposto; il motore del convivere è l’esercitare appieno il senso critico individuale attenendosi di continuo ai fatti e ai loro meccanismi. Il che significa che la maggioranza sceglie ma riconosce al cittadino grandi diritti non comprimibili, cosicché lo stare ai fatti evita la dittatura sia della maggioranza che delle minoranze. Avendo colto il reale motore del convivere, ogni ipotesi di modello può essere solo provvisoria e giudicata per i risultati di funzionamento. E in più, i sistemi ideologici e le strutture religiose, restano sì parte della storia umana e dell’aspirare alla salvezza fuori del passar del tempo, ma non sono una via per conoscere ancora e per realizzare una migliore società tra i diversi. Ne consegue che acquisire competenza ad ogni livello è essenziale per meglio esercitare la conoscenza nell’ambito toccato, ma non può divenire un criterio selettivo per formare elites o classi che aspirino a sostituire, nelle scelte della convivenza, il ruolo del cittadino e il suo senso critico.

Il concetto di democrazia parametrato alla realtà vivente, dissolve il nucleo della citazione di sopra. Il principio della realtà non può essere più il modello del dover essere teorico dettato dai gruppi dirigenti custodi del potere. Ed invece la pratica della democrazia si andava riducendo al conformismo di quei modelli teorici calati sui cittadini. Chiusi nella loro concezione autoreferenziale, i gruppi dirigenti non si accorgevano che le nuove comunicazioni sempre più pervasive rendevano i cittadini sempre meno soddisfatti della situazione in cui li mettevano quei modelli, una situazione tanto lontana da quella che gli stessi cittadini avrebbero desiderato, tenuto conto delle istituzioni esistenti e dei mezzi disponibili.

Così la volontà dei cittadini ha voltato pagina. Ciò ha indispettito molti, che l’hanno anche equiparata a razzismo e fascismo di una maggioranza che sarebbe espressione di una democrazia elitaria (la piattaforma Rousseau) e referendaria (in cui i cittadini decidono). Una critica che tenta di ribaltare la realtà, negando il ruolo individuale del cittadino. E ricorrendo anche a vecchi concetti classisti secondo cui l’individuo premia pochi e danneggia molti. Addirittura ignorando che nel liberalismo rientra l’individualismo in quanto metodo imperniato sul cittadino, mentre il neoliberismo è solo un sistema economico non sempre parte di un progetto politico liberale. Tanto che l’idea di paradiso neo liberista non è affatto riferibile al liberalismo, che prospera solo nel conflitto democratico.

Eppure il prof. Iacono conclude con le parole “dovremmo batterci per un’altra democrazia, in cui l’eguaglianza non solo sa rispettare ma anche sviluppare la diversità, traendone forza e ricchezza”. Ma nel nuovo modo di intendere la democrazia, l’eguaglianza è già limitata ai diritti legali dei cittadini e la libertà (che ne è il presupposto) si sviluppa sempre nel riconoscere la diversità di ogni cittadino senza modelli. Per cui il reale cambio di passo avviene accettando che il fulcro della democrazia è il cittadino, con le sue scelte giuste o sbagliate, che mantengono vive le relazioni civiche sperimentando le scelte e sgonfiando i miti. Distorce la democrazia voler ingabbiarne il funzionamento escludendone i cittadini per darlo in mano ai saggi presunti tali.

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