Principio laico negli scritti di un Vescovo

Il principio della separazione Stato Chiesa ha fatto capolino in modo sorprendente nel testo inviato in settimana dal Vescovo  di Reggio Emilia monsignor Morandi a tutti i suoi parrocchiani. In vista del prossimo turno elettorale di giugno, ha scritto esplicitamente  che  l’impegno in Chiesa e quello in politica sono mutuamente esclusivi. Nonostante quanto sostengono gli anticlericali, talvolta la società reale è  più arretrata della Chiesa nella laicità quotidiana.

La disposizione del Vescovo  fissa tre punti per tutti i fedeli. Che quanti intendano candidarsi in qualsiasi lista, debbano dimettersi da ruoli di responsabilità ricoperti in diocesi o nelle parrocchie. Che non si dovrà ospitare nelle chiese e nelle strutture parrocchiali incontri e dibattiti elettorali. Che nessuno dovrà ricoprire ruoli di coinvolgimento diretto e in prima persona negli schieramenti politici.  Insomma, ognuno dovrà  “attestare il proprio  servizio verso la comunità ecclesiale attraverso il primato della Parola e della Mensa”. Ciò per evitare che gli ambienti cattolici divengano luoghi di campagna elettorale. Onde evitare equivoci interpretativi, il Vescovo ha pure richiamato le recenti parole del Papa,  secondo cui “la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità”.

Non so se a Reggio Emilia vi siano state specifiche circostanze che hanno indotto  il Vescovo ad una simile iniziativa. Certo è che il mondo laico apprezza questa iniziativa. E’ una conferma inequivoca di quanto i laici sostengono da tempo immemorabile, suscitando reazioni indispettite in una parte dell’area cattolica e di settori della burocrazia. Vale a dire che una società aperta pratica il separatismo e rifugge dal conformismo clericale. Siccome il clericalismo induce tra i cittadini lo sviluppo di rapporti amicali che finiscono con il creare privilegi immotivati e contrastano con lo spirito di confronto tra individui diversi che percorre la Costituzione a garanzia della libertà civile.

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Domande scomode e prima risposta giusta

E’ stata sollevata la questione delle domande scomode che gli italiani dovrebbero porsi sul tema dei due stati Israele e Palestina. Tanto più attuale a Livorno, una città con una radicatissima comunità israelita e con forte tradizione politica di sinistra.

Le domande scomode vertono sul  come dare una soluzione al problema dei due stati restando nell’ambito della concezione di apertura civile nel convivere (cosa possibile, specie trattandosi di due popolazioni assai diverse sotto ogni aspetto). Si è dimostrato sterile accapigliarsi su chi, tra israeliani e palestinesi, sia intenzionato  a trovare quella soluzione oppure abbia più responsabilità negli svariati incidenti di percorso che l’hanno impedita. Ormai è evidente che il lunghissimo conflitto israelian-palestinese si risolverà solo quando ciascuno dei due soggetti riconoscerà l’altro. Il nodo sta qui. I livornesi devono esserne consapevoli.

Dopodiché devono essere consapevoli che il punto di partenza per farlo non possono che essere i dati di fatto al giorno d’oggi, non la pretesa di aggiustamenti riferiti a vicende di molti decenni fa. Il passato, specie se remoto, appartiene alla memoria, non c’è più. Invece, la convivenza aperta è ora. Il confronto deve vertere sul come possono nascere i reciproci riconoscimenti tra i due Stati una volta formatisi e sul come garantirne praticabilità e rispetto.

Ovviamente vanno create le condizioni perché tutto ciò avvenga. Quindi sono essenziali  impegni a livello internazionale.Gli avvenimenti dell’ultimo periodo confermano che la prima garanzia da definire  è l’esistenza d’Israele, al momento apertamente rifiutata da quasi tutte le organizzazioni palestinesi (fin dalla nascita di Israele). E’ un primo passo ineludibile, altrimenti non è realistico neppure immaginare che gli Israeliani procedano al riconoscimento dei palestinesi (oltretutto considerato che negli ultimi anni l’estremismo arabo ha fatto crescere in Israele l’estremismo di frange civili e di gruppi religiosi ostili a convivere con i palestinesi).

Arrivati a questa fase, va poi risolto il problema del garantire che i due Stati rispettino il riconoscimento reciproco. Sul punto esiste una chiara asimmetria tra Israele e Palestina. La struttura democratica di Israele, essendo già consolidata, costituisce una garanzia sufficiente di principio che ciò avvenga. Mentre la struttura della Palestina è tutta da costruire, cominciando da una mentalità chiusa nei rapporti interpersonali e da condizioni economiche minime, che attualmente sono assai scarse.

Mi pare perciò chiaro che diviene indispensabile un impegno deciso da parte dei maggiori paesi del mondo. Il che si traduce nel fare trattati di due tipi. Uno che stabilisca l’automatico intervento armato degli Stati amici di Israele nel caso esso venga attaccato dai palestinesi o da parti del mondo arabo fondamentalista. L’altro che impegni tutti gli Stati disponibili (in occidente e certamente nel mondo non occidentale) a fornire un consistente aiuto economico alla Palestina e, quando richiesti, assistenza e consulenza operativa sui principali aspetti della vita quotidiana.

E’ importante che a Livorno emerga una simile consapevolezza, per dare un preciso segnale. Intanto domenica, ai campionati mondiali di nuoto a Doha, un primo segnale l’ha dato la livornese Sara Franceschi. Dopo che alla premiazione l’atleta israeliana arrivata seconda è stata sommersa dai fischi, la ha abbracciata dicendo “Non è giusto che una medaglia venga oscurata così” . Ecco, la Sara Franceschi ha dato risposta perfetta alla prima delle domande scomode che ci troviamo davanti per  risolvere la questione dei due Stati. Reciprocità e tolleranza.

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Riflessioni circa un articolo del Sole24ore

L’articolo sul Sole  di Sergio Fabbrini qualche giorno fa, merita un approfondimento nell’ottica del liberalismo.

I problemi non nascono dalla qualità dell’articolo, che è alta. Nascono dal quadro politico che vi è evocato. In apparenza l’articolo è una lode al liberalismo, di cui sottolinea con esattezza alcune caratteristiche importanti. Nella sostanza, però, tralascia altre caratteristiche essenziali del liberalismo e, nell’analizzare la situazione politica, dimentica che nella società, in specie in Italia, vi sono ulteriori protagonisti da cui non si può prescindere, che sono tutti non liberali e perfino illiberali. Questa sarebbe già una mancanza di rilievo, se non fosse che la natura del liberalismo, attinente ai fatti e non alla teoria, impedisce di trascurarla dal punto di vista operativo.

Per di più, la struttura dell’articolo circoscritta al contrapporre il liberalismo al conservatorismo di destra, ne rende fondata un’interpretazione  quale approfondimento della natura della destra, che l’autore auspica sia liberale (“un conservatorismo culturalmente radicato nella democrazia liberale aiuterebbe consolidamento di quest’ultima”). Ciò avvalora l’implicita conclusione che i liberali, essendo una cultura, non possono essere un partito autonomo e che, opponendosi ai conservatori destrorsi, dovrebbero dimenticarsi degli altri gruppi politici, illiberali o solamente non liberali, perfino riconoscendo una patente di liberalismo a chiunque si opponga al governo conservatore. Tutto ciò i liberali non possono condividerlo,  perché hanno un ruolo più ampio e d’altro genere. Particolarmente in Italia.

La radice di questa decisiva mancanza  si palesa quando l’articolo si limita a richiamare, nello sviluppo del conservatorismo, la contrapposizione storica al liberalismo. Pur sorvolando sulla circostanza  che dal punto di vista temporale la contrapposizione è stata alla rovescia, il fatto  rilevante è che, da allora, sono emersi ulteriori soggetti, assai consistenti e pervasivi, tutti con un’impostazione culturale decisamente contrapposta al liberalismo. Nei decenni questi soggetti   sono stati molti  – a cominciare dai non più esistenti movimenti irrazionalistici e dal PNF –  peraltro con il dominio, nell’ottantennio del secondo dopoguerra, della cultura marxista (per un lungo periodo egemone sull’area socialista in varie forme  cangianti) e della cultura cattolica (radicata capillarmente con un’organizzazione parecchio insistente nel propagandare la fede e nel dettare un parallelo comportarsi civile). Queste due culture, ciascuna a suo modo,  hanno combattuto l’essenza non solo del partito dei liberali e del suo modo di concepire le istituzioni ma la mentalità liberale in sé, etichettata quale emblema di ciò che ognuna delle due culture giudicava un disvalore. Per la messa all’angolo del liberalismo non sono mancate le responsabilità dello stesso mondo liberale, ma l’incessante offensiva antiliberale delle due culture qui richiamata, ne è la causa di gran lunga principale (assai più dalla ritrosia liberale del mondo conservatore).

Di questa offensiva l’articolo non parla. Non per caso, dato che definisce il liberalismo come quello che “celebra la razionalità quale base della vita sociale”. Così per essere liberali basterebbe avere certi obiettivi di ricetta – tipo abbassare le tasse, dare limiti all’immigrazione –  e non importerebbe avere sulla maggior parte dei temi comportamenti e proposte coerenti con i principi liberali. L’articolo attribuisce tale inclinazione  agli elettori conservatori, e  omette di dire che hanno analogo comportamento pure quelli che liberali non sono ma fingono di esserlo (ad esempio i seguaci di ciascuna delle due culture).

I liberali coerenti ben sanno che il liberalismo include la razionalità. Però sanno pure che nella razionalità il liberalismo non si esaurisce affatto. Perché il liberalismo politico ha un legame indissolubile con la realtà effettiva, e quindi si fonda sul proporsi di conoscerla sempre più. Allora, è impossibile riuscirci pretendendo che la realtà corrisponda ad un quadro immaginato dalla sola ragione. La realtà non è costruita  dalla razionalità in solitario. Il percorso del conoscere è un esperimento continuo assistito ad ogni passo dallo spirito critico individuale. Comincia dall’astrarne i dati dai fatti quotidiani, li interpreta in modo critico, formula ipotesi risolutive dei problemi incontrati e le verifica attraverso i giudizi dei molteplici spiriti critici sui risultati dell’applicarle. Di conseguenza, le ricette dei liberali non si possono raccogliere in un testo immutabile, tanto meno definito una volta per tutte.

Più in dettaglio, l’esperienza storica ha fatto vedere che un simile percorso praticato dai liberali è fruttuoso quanto più opera in un clima di piena libertà individuale tra i cittadini conviventi (che valorizza la loro diversità umana tramite l’uguaglianza dei rispettivi diritti). Perciò i liberali si caratterizzano principalmente come promotori della libertà. Tale libertà utilizza continuativamente le varie e molteplici diversità dei conviventi e vive del conflitto democratico tra le loro specifiche manifestazioni e proposte. Limitando il liberalismo alla razionalità, dunque, non se ne coglie lo spirito profondo. Il liberalismo è dedito a promuovere sempre il cambiamento civile connesso al passar del tempo ed è assai diffidente del presunto progressismo anteposto al percorso della libertà (anteporlo finisce per incrinare le condizioni di vita dei singoli cittadini).

I liberali sono stati messi all’angolo dalla perdurante offensiva delle due culture: gli effetti hanno pesato assai di più del mancato appoggio degli elettori conservatori di cui parla l’articolo. Questa è stata la causa reale della progressiva scomparsa del partito dei liberali. Un’offensiva felpata ma accanita, manifestatasi pure all’epoca dell’Ulivo e dopo, quando la presenza della cultura liberale  era a malapena sopportata nonostante avesse un chiaro rilievo politico nel contrasto al berlusconismo. Richiamo due episodi inequivoci. Allo storico Seminario di Gargonza, 1997,  l’on. Parisi, Presidente delle due fitte giornate di lavori, evitò di dar la parola ai rappresentanti liberali, temendo criticassero il disegno (di per sé illiberale) di trasformare la coalizione Ulivo in un partito unico. Alle elezioni del 2006, i liberali chiedevano con insistenza il loro simbolo autonomo in quello dell’Unione. E mentre i DS erano favorevoli, venne  l’assoluto veto della Margherita. Eppure i voti dei liberali dettero un contributo certo alla vittoria dell’Unione per neppure 25.000 unità.  Oltretutto, i liberali non hanno mai preteso di mettersi elettoralmente sullo stesso piano dei grandi partiti alla base di quelle due culture. Perché in Italia la  funzione liberale non si incentra sul gestire il potere, bensì sul tessere alleanze per formare governi abbastanza coerenti con le ricette del liberalismo. Il fine dei liberali è assicurare al paese una rotta che mantenga sempre aggiornati i provvedimenti di libertà civile.

Ovviamente, aver messo all’angolo il liberalismo per  evitare disturbi nel gestire il potere mediante il conformismo immobilista, ha reso possibile trascurare le ricette liberali con obiettivo  le libertà, la cura degli individui, l’accettare la diversità e il praticare la tolleranza. Ciò ha finito per provocare il dissesto nelle condizioni socio economiche del paese, emarginando i cittadini e privilegiando le elites burocratiche. Da qui la ribellione dei cittadini, che ha portato alla caduta elettorale delle due culture ed al verificarsi dei ribaltoni prima del 2018 e poi del 2022, arrivando alla consegna della maggioranza parlamentare e del governo nelle mani della destra conservatrice.

In una situazione del genere, le varie omissioni circa il liberalismo rilevate nell’articolo di Fabbrini, impediscono che esso possa costituire la risposta liberale: per l’attuale contingenza e ancor più per il futuro. In aggiunta il mondo non è più quello in cui si sono sviluppate le offensive delle due culture. E in un mondo sempre più pervaso dalle scoperte della scienza e dall’ingresso prorompente delle sue tecnologie innovative, è ancor più negativa la mancanza di una formazione liberale esplicita che in pratica assicuri al confronto politico il disporre di un pungolo costante  all’esercizio della libertà individuale nel convivere all’insegna di un cambiamento incessante.  Il liberalismo è la sola garanzia efficace per evitare che qualcuno si appropri dei nuovi strumenti di vita quotidiana, trasformando la capacità di conoscere in una privativa personale o di gruppo formando una presunta elite superiore ai cittadini. Od anche per evitare che vengano adottati meccanismi pubblici  non soggetti al giudizio dei cittadini di riferimento dell’istituzione che li ha inventati (cosa che invece  avviene, un esempio è il meccanismo del MES esistente nell’UE, che include soggetti estranei al giudizio del Parlamento UE).

Infine, trovo singolare che in sostanza l’articolo circoscriva i problemi politici italiani e internazionali al fatto che i conservatori (in Italia Fratelli d‘Italia e  Lega , in Europa l’EPR) abbiano “una mente illiberale poco conciliabile con la cultura occidentale”. Perché è innegabile che, negli ultimi anni, una parte consistente della cultura occidentale sia stata colta da una malattia che la ha fatta invadere da un morbo inconciliabile con il liberalismo: quello di interpretare la libertà come libertà imperiale, mentre la libertà dei liberali è esclusivamente la libertà di scambio delle idee, dei cittadini e dei materiali (una malattia che tra l’altro è sfociata nella dissennata azione decennale della NATO in Ucraina). Quindi non coglie il punto  ridurre la questione della mente illiberale ai conservatori della destra – come fa l’articolo –, cosa che invece avvantaggia  altri soggetti e culture.

Nel complesso, un simile modo di intendere il liberalismo fa gravi danni alla prospettiva politica di lavorare per la nascita di una formazione delle libertà. Nelle condizioni attuali, questo non solo indebolisce tale prospettiva (nella sua accezione classica di spinta al cambiamento  in funzione della realtà) ma nell’immediato apre enormi spazi di consenso elettorale a forze distanti dal liberalismo. Di fatti i cittadini, in precedenza influenzati nel profondo dalle offensive antiliberali delle due culture, nel momento in cui giudicano negativamente le due culture al governo insieme alle  elites alla base del governo, votano i populisti, che non hanno contatti con quelle due culture, avversano le elites e nel governare assicurano il rispetto delle indicazioni ricevute dagli stessi cittadini. Un simile percorso, ha dato vita all’epoca Conte, è stato per poco più di un anno interrotto dalla speranza elitaria su Draghi (di per sé aliena dall’imperniarsi sui cittadini), è giunto alla maggioranza Meloni che presenta diversi elementi per risultare duratura.  

Ora la maggioranza Meloni rientra in parte nella famiglia populista e in parte nel filone della destra sociale. La famiglia populista è contro le classi dirigenti, però si riferisce al cittadino inglobandolo con gli altri suoi conviventi, senza reciproche differenze, così che instaura un sistema disattento alla dinamica di un’economia aperta che coinvolge la massa dei cittadini ed è incline piuttosto a limitarsi  ad assistere i più deboli. Il filone della destra sociale non è equivalente alla destra tradizionale (specie quella immaginata dalla sinistra)  a partire dalla  maggior quantità di intervento pubblico ritenuta opportuna e dall’attenzione a tematiche del lavoro quali la partecipazione dei lavoratori alle imprese.  Inquadrando l’insieme , peraltro, in una visione di assoggettamento al capo. Sia la famiglia populista che la destra sociale, sono l’una e l’altra differentemente assai distanti dal criterio liberale della società aperta basato sulla libertà, sugli individui, sulla concorrenza, sulla diversità, sul non ricorrere ai plebisciti.

In tale quadro, il liberalismo resta confinato fuori della dialettica politica e il paese ne soffre e ne soffrirà. Attivarsi per ricostituire una formazione delle libertà, sarebbe molto saggio, ma è impossibile farlo partendo dall’attribuire ai liberali, come fa l’articolo di Fabbrini, una funzione che non può essere la loro. Specie oggi c’è l’urgente necessità di un gruppo politico davvero imperniato sull’anteporre la libertà, visto che le opposizioni (prigioniere del sinistrismo di un tempo) neppure riescono a concepire un progetto alternativo al governo, e che il ricorso a ricette liberali sarebbe la cura richiesta. Oltre i motivi abituali per esigere tali ricette, nel presente sta aggiungendosi la martellante campagna che reclama in continuazione l’instaurarsi della pace.

Una campagna, una volta esclusiva del mondo cattolico, ora estesasi e pericolosa dato che si svolge suscitando emozioni senza partire dalla libertà ed evitando di impegnarsi  nel costruirne le condizioni perché  la libertà prevalga. Che è poi il fattore essenziale per arrivare alla convivenza pacifica. Mentre più si parla di pace senza premettere la libertà,  più in concreto aumenta la produzione delle armi (nel 2022 l’aumento è stato, nel mondo, di quasi il 10%).

Per i liberali, gli atti compiuti pesano e la pace va costruita partendo dalla libertà, senza temere di giudicare e condannare chi non rispetta questo principio essenziale. Mettere l’accento sulla pace è un’aspirazione religiosa, estranea alla concretezza dell’agire politico. Non è casuale, considerato che la religione si occupa della fede personale e si fonda sul Dio, mentre la politica si  fonda sull’agire umano e si occupa dei rapporti  tra gli umani che sono la realtà. Tra l’altro, parlare di pace prescindendo dalla libertà finisce per essere incompatibile con scelte decisive, quali, nella nostra epoca,  la strenua difesa del diritto ad esistere di Israele. Questo siccome il pacifismo e basta  non tiene conto delle azioni compiute e dell’impegno a costruire la. libertà effettiva (tipo quella dei musulmani palestinesi in Israele, non a Gaza). E di conseguenza,  non volendolo, è la culla dell’estremismo terrorista.

Ho svolto questa riflessione estesa circa lo scenario sullo sfondo dell’articolo di Fabbrini, perché convinto che in Italia sono venuti a galla i bubboni della mancanza di liberalismo. Una vera e propria emergenza civile, Ed impostare le questioni come sostiene Fabbrini, dilaziona la consapevolezza del dovere affrontare questo nodo.

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Sulla libertà di informazione

Domenica 28 gennaio, il Direttore di Repubblica Molinari ha pubblicato con gran rilievo l’editoriale “Il rispetto della libertà di informazione”. Il tema  à senza dubbio centrale nel convivere, per tutti i cittadini ma in specie per i liberali che storicamente lo hanno sostenuto e  introdotto. Peccato, tuttavia, che Molinari abbia distorto  il tema a suo uso e consumo, omettendone il valore cardine. Cioè l’assoluta impossibilità di stabilire in partenza con certezza quale sia la notizia da dare e l’interpretazione di ciò che è avvenuto.  In sostanza l’impossibilità  di equiparare la libertà di informazione ad una verità.

L’editoriale di Molinari è concepito con un solo scopo. Attaccare ll Presidente del Consiglio attuale. A tal fine, gli imputa con scandalo   di aver “delegittimato Repubblica a causa della sua proprietà e le prese di posizione avvenute da parte delle organizzazioni che rappresentano i giornalisti” nonché  “di attacchi diretti a trasmissioni tv, siti Internet e quotidiani — Report, Otto e Mezzo, Piazza Pulita, Dagospia, Repubblica ed altri — di orientamento e posizioni assai diverse ma accomunati dal fatto di essere accusati di complottare contro l’esecutivo. Tutto questo all’unico fine di non rispondere alle domande difficili che questi organi di informazione hanno sollevato e sollevano nei confronti della premier, delle sue scelte politiche e dell’attività di governo”. Un deciso attacco riassunto in una conclusione: i comportamenti descritti “ pongono la premier nella necessità di riaffermare la volontà di ottemperare al dettato dell’articolo 21 della Costituzione italiana che garantisce e protegge la libertà di informazione nel nostro Paese”. Una simile conclusione evidenzia un concetto di libertà di informazione  che contraddice le impossibilità richiamate nel primo paragrafo.

Di fatti, l’art. 21 stabilisce che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazione o censure”. Non prescrive che qualcuno può stabilire cosa si deve manifestare o che non si può confutare quanto altri affermano o che è obbligatorio rispondere alle domande poste dai giornalisti. Ciò perché l’art.21, utilizzando l’informazione  libera, intende innescare un confronto aperto tra i diversi cittadini da sottoporre alla sperimentazione nei fatti. Non rispondere a domande dei giornalisti  e non fornire risposte ritenute esaurienti, non è uno scandalo, né è un’offesa  dire che alcuni organi avversano il governo. Sono tutte differenze di opinioni, anche drastiche, che rientrano nel confronto pubblico e danno elementi al giudizio dei cittadini. Che sarà negativo oppure no, ma che di sicuro non viola l’art.21 della Costituzione.

Non a caso, i liberali condividono il merito implicito in alcune domande citate da Molinari  nell’editoriale (tipo quella sul salario minimo, non contrapposto al modo di produrre, oppure sul non indebolire il ruolo del Capo dello Stato non contrapposto al voto dei cittadini) e sono contrari ad altre (tipo quella sul bocciare la riforma del Mes, scelta condivisa dai liberali perché essa mantiene nel MES un nodo estraneo ai cittadini europei). Del resto, le opinioni differenti sono il sale della libertà. Semmai il continuo richiamare presunte violazioni della Costituzione delegittima la libera informazione e il rispetto delle regole democratiche. Perché esprime l’idea che solo alcuni, in genere facenti parte di elites burocratiche pubbliche o di ristretti gruppi super ideologizzati, siano in grado di fissare il dettato della Costituzione. Un’idea anche troppo diffusa, ma essa sì estranea all’impianto della  nostra Carta. Basato sull’equilibrio fra i due poteri esecutivo e legislativo (verificato con il sistema dell’ordine giudiziario), e al contempo sul continuo conflitto civile secondo le regole (non per questo meno aspro) attivato dalla libertà di informazione, mai elitaria.

Nell’editoriale di Molinari fa purtroppo capolino la concezione irreale di limitare l’indipendenza della stampa all’esistenza dei giornalisti (quasi sacrale e scevra dal conformismo) piuttosto che al  continuo corretto funzionare dell’insieme della società aperta. Ed almeno  in Italia,  populismo e sovranismo non sono frutto di volgari aggressioni ai mezzi di informazione equiparati ad avversari, bensì dello spazio politico dischiuso da pratiche di governo a lungo disattente ai cittadini (celate dalla stampa).

Al di là di ogni intento, l’editoriale di Molinari, con il delineare un’informazione incline a funzioni che non le appartengono (e invece distratta nello stare ai fatti), aggrava gli effetti distorsivi applicandosi  al Presidente del Consiglio. Circostanza che di fatto viene percepita da larghissima parte dell’opinione pubblica come un pregiudizio ostile al cambiamento e alla fine si risolve nel favorire la presa elettorale dello stesso Presidente. Certo non il fine della mentalità liberale.

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Un equivoco di fondo

Commento su NON CREDOblog all’articolo “Un equivoco di fondo” critico verso Israele

Forse l’equivoco di fondo sta nel richiamare l’umanesimo laico senza praticarne il carattere specifico: il basarsi sui fatti.

Affermare che non riconoscere Israele è cosa diversa dal voler ammazzarne tutta la popolazione o cacciarla dalla Palestina, è un puro sofisma ideologico. Lo Stato di Israele è il solo nell’Asia Minore ad affidarsi ai cittadini e abolirlo equivale  alla morte civile dei suoi abitanti (pericolo sperimentato). Altrettanto è un puro sofisma ideologico affermare che non ci può essere giustizia se non si elimina il colonialismo, poiché Israele non è colonialista nel difendersi reagendo agli attacchi armati di  Hamas e degli Hezbollah. Altrettanto è un puro sofisma ideologico (meglio nient’altro che un’invenzione) affermare il pregiudizio per cui Israele vorrebbe imporre il razzismo e pretenderebbe d’insegnare ai palestinesi come vivere.

Il basarsi sui fatti dell’umanesimo laico, è poi rinnegato nel richiamare un  desiderio rifiutato da decenni da Hamas ed Hezbollah: “ La Palestina dovrebbe essere un unico Stato laico e democratico, pluralista, aperto a tutte le religioni, rispettoso dell’autonomia locale, etnico-tribale”. Il basarsi sui fatti dell’umanesimo laico, è ancora rinnegato facendo intendere che sia Israele a violare il principio di “non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te”, quando sono Hamas e Hezbollah ad attaccare la libera convivenza nello Stato di Israele (vedi festa al kibbutz il 7 ottobre 2023).

In tutto il pezzo,  il basarsi sui fatti dell’umanesimo laico, è contraddetto dal ragionare come se sostenere lo Stato di Israele equivalesse ad approvare la politica dell’attuale Presidente del Consiglio – eletto , non un autocrate – nella scelta di rispondere ad Hamas ed accoliti privilegiando i coloni fondamentalisti  nei Territori Occupati. Così non è. Per fisiologia, la libertà è un conflitto sottoposto in modo costante al giudizio dei cittadini, non l’ossequio ad una elite non eletta presunta titolare del bene  e del giusto, che porta a subire violenza al pari dei palestinesi
Diceva la sopravvissuta ad Auschwitz in seguito divenuta Presidente del Parlamento Europeo, Simone Veil:  il pericolo è che si parli in modo sbagliato della Shoah.  Come appunto  il non stare ai fatti parlandone.  

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Avversari della Laicità

Da secoli, tra le Istituzioni civili e  la Chiesa Cattolica c’è un clima conflittuale. Peraltro quello odierno è un periodo davvero singolare. Mentre nell’esperienza continua a lievitare la crescita del dato che, nel governare l’umana convivenza, la gestione civile funziona incomparabilmente meglio, i mass media e i giornalisti  accantonano tale notizia e danno uno spazio spropositato agli interventi  del Papa, non tanto  sul suo magistero,  quanto sul cosa fare nella società. Oltretutto, nel seguire  tale linea, trascurano i contenuti del magistero e attribuiscono alle vicende vaticane il medesimo clima vigente nelle istituzioni. Così pervadono i loro articoli di serrate e giornaliere  descrizioni di quanto si dice (e anche si mormora) all’interno della Chiesa in contrasto con le parole di Papa Francesco.

Libertà ed autorità per governare. Un’impostazione del genere è del tutto sbagliata. Quindi professionalmente inaccettabile e  pure assai dannosa per i laici e per i liberali. Perché per i laici e per i liberali l’essenziale è che i cittadini abbiano notizie esatte sugli avvenimenti, non sulle voci di corridoio dei palazzi, anche se vaticani. Il punto è che da molti decenni hanno superato le posizioni anticlericali ottocentesche, per cui non sono interessati a sparlare della Chiesa bensì a far capire con chiarezza l’impostazione errata che essa ha nel gestire la convivenza civile. Per questo è controproducente che mass media e giornalisti nascondano il nocciolo dei contenuti praticati in Vaticano. Che non sono le baruffe di potere, bensì  il messaggio religioso  imperniato sull’autorità infallibile del Rappresentante di Dio in Terra, cioè del Pontefice, quell’autorità che tutti i cristiani sono obbligati a rispettare ed ubbidire (non per caso, a Capodanno ’24 il Vescovo di Livorno ha scomunicato un parroco, perché il giorno prima  in una messa, durante l’omelia, aveva contestato  Papa Francesco negandone la legittimità rispetto a Benedetto XVI).  

Qui sta il pernio del contrasto dei laici e dei liberali verso la concezione religiosa. Laici e liberali rifiutano l’idea di governare attraverso qualsiasi credo religioso e il basare il confronto democratico sull’autorità.  Invece, sui giornali è premiato costantemente il chiacchiericcio dei contrasti interni alla Chiesa, e dimenticato (forse neppure a bella posta)  che la Chiesa è fondata sul principio di autorità e che non si affida al confronto democratico tra i suoi fedeli. Perciò è perfino controproducente, dal punto di vista civile, la pratica del denunciare le risse interne al mondo ecclesiale, diffondendo la falsa idea che sono queste risse – e non la struttura stessa autoritaria del sistema Chiesa – a renderla inadatta a governare la società .

Cosa fanno mass media e giornalisti. Ciononostante, in questo inizio 2024,  mass media e giornalisti non fanno altro che attaccare il Papa, enfatizzando le accuse interne fatte dai tradizionalisti su un vasto orizzonte di temi. Con il risultato di sminuire, se non di nascondere, la notizia vera a proposito della Chiesa, vale a dire che il Papa agisce per dare nuova attualità alla dottrina ecclesiale. Nuova attualità che non induce i laici e i liberali a modificare il giudizio sulla dottrina (immutata nel suo spirito), ma che loro apprezzano poiché riduce la distanza della Chiesa dal mondo reale e in tal modo contribuisce a migliorare la convivenza tra culture diverse. 

In questo periodo gli attacchi dei tradizionalisti sono concentrati sull’azione del cardinale Fernandez, messo a dirigere il Dicastero per la Dottrina della Fede (dopo la morte di Benedetto XVI), accusato di aver pubblicato un documento, approvato dal Papa, in cui vien data la possibilità di benedire le coppie irregolari ed anche quelle dello stesso sesso; peraltro “non ammettendo nessun tipo di rito liturgico o benedizioni simili a un rito liturgico che possano creare confusione con il matrimonio tra uomo e donna e senza convalidare ufficialmente il loro status o modificare in alcun modo l’insegnamento perenne della Chiesa sul matrimonio”. Addirittura  il Cardinale è stato accusato di blasfemia ,  se non di eresia.   E i giornali hanno  rilanciato tali accuse puntualmente, aggiungendo che sono il prologo per quando ci sarà il conclave in cui i conservatori sperano di poter rinascere (nonostante , a parte le chiacchere, che le nomine fatte da Franceso lo escludano). Nell’insieme  i mass media continuano a dare un’immagine distorta del magistero papale, fondato di per sé sull’autorità, trattandolo come se fosse un abituale disegno politico soggetto alle critiche degli oppositori e sottoposto al loro suffragio. La Chiesa è però tutt’altro e il fermo realismo dei laici e dei liberali non deve mai dimenticarlo. 

Papa Francesco ribadisce la condanna di tesi tipiche della moda dei blog e dei social ma estranee ai dettami della fede (quali la maternità surrogata e la teoria gender negatrice dei due sessi) e al tempo stesso appoggia le caute riforme del Cardinale Fernandez che, all’interno dell’alveo della fede e nei suoi lmiiti, riconoscono anche che, fuori della Chiesa, esiste un’altra realtà vivente tra le persone in carne ed ossa (ad esempio, il valore del bacio quale richiamo al Dio che si incarna nell’umanità, oppure le differenze tra orgasmo maschile e  quello femminile , alla base della maggior apertura delle donne all’estasi mistica). 

E’ questo sforzo cocciuto di inquadrare la Chiesa nelle dispute abituali interne alla politica religiosa (la morale sessuale, le coppie omosessuali,  il matrimonio dei preti) che depista il cittadino dal prendere consapevolezza effettiva dei danni che l’adottare il metro religioso fa al governare la convivenza civile. Un esempio indiscutibile. Il tema della pace. Stampa e televisioni tutti i giorni trasmettono gli appelli del Papa per la pace, a cominciare dall’Ucraina e dalla Palestina.  Ebbene, la pace viene sempre auspicata senza mai proporre come costruirla, e questo è il più evidente esempio dei limiti strutturali della religione. Poiché evoca di continuo il Dio  e non si affida agli umani (devono partecipare come sudditi adoratori  della verità che a loro viene imposta dai rappresentanti di Dio in terra) , proclama il bene supremo in nome del Dio ma non riesce ad arrivare alla dimensione umana nello sforzo di materializzarne il realizzarlo. Di fatti, il Papa, quale capo della Chiesa, non riconosce che la pace può solo essere conseguenza della libertà dei cittadini (che è l’attrezzo indispensabile per arrivare alla pace effettiva). 

Insomma, il continuo ricorso dei mass media all’aneddotica contro il Papa negli intrighi di palazzo, non aiuta i lettori a comprendere le dinamiche della sua azione pastorale, non fa compiere passi avanti ai rapporti civili e danneggia pure il ruolo religioso della Chiesa. Un simile modo di intendere il giornalismo resta ancorato ad un’idea statica del tempo. Non comprende il detto vecchio di un secolo secondo cui la tradizione non è custodia delle ceneri, ma salvaguardia del fuoco. Nei fatti agisce con l’intento di spingere i conviventi a sognare la perfezione del bene comune: piuttosto che ad  impegnarsi nel duro lavoro laico del costruire l’istituzione a passo a passo e piuttosto che a tener conto con fermezza delle differenze tra Stato e Chiesa. E’ un intento equivalente al favorire la conservazione delle cose così come stanno. 

Come si muovono le elites. Certo,  non va nascosto che, quando l’informazione agisce in tal modo,  c’è la mano della Curia e delle burocrazie vaticane nonché italiane. Papa Francesco ha parecchio ridimensionato la Curia, con il fine di evitarne la tendenza all’intermediazione censoria  e di ampliare il ruolo delle Chiese locali.  Nella sostanza, e al di là di problematiche comunque da evitare (come il culto della personalità, gli abusi, gli illeciti, i privilegi cortigiani, i rendiconti mancanti), si tratta di una questione di spessore generale, vale a dire il rapporto tra elites e individui di base, che siano fedeli oppure semplici cittadini. In questi casi la reazione delle elites è la prassi abituale e scatta subito l’accusa più o meno velata di atteggiamenti populisti. Ora, nella Chiesa il principio di autorità  dovrebbe impedire simili reazioni. Ma non succede e i giornalisti  ne sono soddisfatti.  E allora  si grida alla volontà di comprimere i corpi intermedi, e si cita il loro essere indispensabili nei riti quotidiani. Sono grida scomposte. 

Nel caso di Francesco è plausibile che l’obiettivo sia quello di avvicinare il Papa ai fedeli, senza toccare le funzioni intermedie quanto il loro uso distorto. Dunque non è in ballo l’autoritarismo di Francesco, tacciato perfino di aspirare al potere temporale.  Sono in ballo gli effettivi modi di comportarsi della Curia, che spesso diviene autoreferenziale e, fa intendere Francesco, non rispetta il contenuto degli insegnamenti del Vangelo. Del resto la distorsione nel modo di comportarsi di un’elite religiosa è analoga a quanto  avvenuto in campo civile, prima nel 2018 con il conseguente  gran successo del M5S e poi nel 2022 con il conseguente  gran successo  di Fratelli d’Italia. In tutti e due i casi, il mondo dei giornalisti (salvo limitate eccezioni) ha difeso il PD e gli sconfitti  gridando alla democrazia in pericolo perché il populismo era in arrivo. Ma in tutti e due i casi, le elites della Curia e quelle del potere sono state bocciate per l’incapacità di fare attenzione ai loro compiti verso i fedeli e verso i cittadini. Dunque, evocare il pericolo di populismo ecclesiale appartiene di nuovo alle grida scomposte.

 

Gli errori dell’informazione. Evidentemente, nella prospettiva laica, un’impostazione del genere è del tutto sbagliata e si traduce in un aiuto perenne alle pratiche del clericalismo diffuso in Italia. Infatti tale impostazione agita le acque e crea sempre confusione circa i temi sui quali si innesta il potere clericale sottotraccia ma concreto (che prospera in barba alla spiritualità). Le iniziative di matrice laica non vengono mai assistite dalla diffusione. 

Tre esempi. Uno. I giornali non riprendono la campagna dell’Associazione Via le mani dall’inoptato  per togliere una riga della Legge n. 222/1985 (art. 47, c. 3 ultimo periodo) e risolvere l’aspetto scandaloso. Secondo cui il cittadino che non sceglie un beneficiario per il suo 8 per mille dell’Irpef, destina la propria imposta, senza rendersene conto, alla ripartizione proporzionale tra i vari beneficiari 8×1000. Non togliere questa riga è un modo ingannevole per agevolare il finanziamento della Chiesa Cattolica (ordine di grandezza un milione di euro annuo). 

Due. I giornali stanno zitti sulla richiesta avanzata al Governo dalla medesima Associazione e da altri perché, in vista del periodo della Dichiarazione dei Redditi, nel 2024 venga di nuovo varato un progetto pubblicitario per invitare a devolvere il proprio 8 x mille allo Stato (progetto che servirebbe a fronteggiare la propaganda dalla Chiesa e che non ci fu nel 2022 e nel 2023). Di nuovo, in danno alla laicità dello Stato, un aiuto alla Chiesa, silenzioso ma sostanziale.

Tre. I giornali trattano poco il tema della  recente intesa del ministro dell’Istruzione e del merito  con il presidente della Conferenza episcopale italiana, onde varare a febbraio prossimo una procedura concorsuale straordinaria pubblica per i docenti di Religione cattolica. A parte le fondate polemiche sulla tipologia di questi docenti clericali (che i laici propongono di trasformare in docenti di Storia delle Religioni), un simile concorso dopo venti anni tondi, assomiglia molto ad una sanatoria per immetterli tutti in ruolo in via definitiva.  Possono concorrere i titolari  della certificazione di idoneità rilasciata dall’ordinario diocesano, i quali abbiano prestato servizio per almeno 36 mesi presso le scuole statali e dispongano dei titoli adeguati per l’insegnamento della materia. Una volta compilata la domanda di partecipazione, ci sarà un’unica prova orale senza un punteggio minimo per superarla. Verrò formata una graduatoria usata fino ad esaurimento a tempo indeterminato.  Insomma, ogni partecipante ha la certezza  di passare di ruolo nella scuola pubblica. 

Si può concludere affermando sicuramente che al giorno d’oggi  la linea editoriale scelta da mass media e giornalisti relega la laicità nelle retrovie favorendo il clima del potere clericale, che contraddice perfino  l’ispirazione religiosa della maggioranza dei cittadini.  .

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SUL   RAPPORTO TRA INTELLIGENZA  ARTIFICIALE  E  CONVIVENZA  UMANA

In questo articolo svolgo una rapida riflessione su un dibattito  che circola parecchio ed in termini assai confusi: lo sviluppo prorompente dell’Intelligenza Artificiale costituisce una minaccia concreta per  il primato della vita umana?

Inizio da qualcosa di  ovvio per un liberale. I cambiamenti indotti dall’IA sono essi stessi un prodotto dell’attività umana  non in grado di riprodurre davvero la vita e quindi non possono essere una minaccia se non per i conservatori in quanto tali ostili  ai cambiamenti (ma anche i non liberali finiscono sulla medesima linea). Di fatti l’IA si configura finora solo come un meccanismo capace di elaborare dati in quantità enormi e a velocità inarrivabili dagli umani (con la tecnologia Llm, large language models), però senza mai esercitare sui dati  quello spirito critico che degli umani è la comprovata caratteristica evolutiva determinante. Appunto, l’IA non riproduce davvero la vita.

 Detto in pillola, la ragione consiste nel come  l’IA è strutturata. Dispone esclusivamente di meccanismi logici e soprattutto  di dati, inseriti gli uni e gli altri dagli umani. E della vita omette un aspetto decisivo, che il neuroscienziato portoghese Antonio Damasio ha esposto  in un libretto uscito tre anni fa negli USA e tradotto da circa un anno presso l’editrice Adelphi: “Sentire e conoscere”. Sostiene che l’intera storia umana dimostra come non sia possibile, per il nostro corpo, arrivare a conoscere (cosa che, come ho scritto ripetutamente, deriva dall’osservare con lo spirito critico individuale) se prima non  sente il proprio interno e il mondo esterno. Di fatti l’universo del sentire è stato una “precedente manifestazione storica di intelligenza….una sorta di passaggio intermedio per l’intelligenza superiore….. uno strumento nello sviluppo della graduale autonomia conquistata da noi esseri umani”. Invece, al momento attuale, nell’IA non vi è traccia di una simile capacità di sentire (per di più non è la sola, manca anche qualsiasi riferimento al desiderio, un’altra capacità cardine del vivere,  come ha ricordato da poco il saggista Paolo Giordano).

 Fin qui la tesi di Damasio è suffragata dall’andamento storico. Poi l’autore esprime una convinzione: che sia possibile trovare un rimedio costruendo robot in grado di sentire attraverso “il dargli un corpo che per conservarsi richieda regolamenti e aggiustamenti” ; insomma nella robotica “dobbiamo aggiungere alla robustezza un certo grado di vulnerabilità”. Ora, tale convinzione è del tutto legittima, oltre che affascinante, ma resta al semplice stadio di ipotesi tutta da verificare (lo stesso dicasi per il non occuparsi del desiderio). E siccome pare chiaro che i tempi di queste innovative ricerche saranno lunghissimi  – di certo al di là di un orizzonte umano prevedibile oggi – mi pare non valga la pena di arrovellarsi sugli scenari della concorrenza tra IA e vita reale,  che non si  sa se e come potrebbero aprirsi. Riassumendo, non esiste alcuna concreta minaccia da parte dell’IA sul primato della vita umana.

 Peraltro, visto che sto trattando l’argomento rapporti tra IA e vita umana, non voglio trascurare un altro aspetto già evidente. Cioè  che, anche senza esercitare un primato, l’IA induce nella nostra quotidianità dei profondi cambiamenti. Al momento sono operanti due tipi, ma altri potrebbero attivarsi nel prossimo futuro.  Intanto i due cambiamenti sono le enormi e velocissime capacità di calcolo dell’IA che hanno già introdotto grandi novità nel maneggiare la mole di dati di cui disponiamo. Novità sempre più visibili, le quali hanno avviato senza clamore modifiche nei rapporti del nostro convivere e addirittura vanno innescando  il secondo genere di effetti percepibili in un domani non lontano.

Da appena più di un anno, un’applicazione dell’IA fatta dalla società OpenAI ha prodotto un software  (chiamato ChatGPT) capace di simulare le conversazioni umane, a voce o scritte, dando a chi lo adopera la possibilità di interagire con i mezzi digitali come se fossero una persona reale. Tale software si è rivelato una vera bomba.  In pochi mesi  il nuovo algoritmo è stato addestrato partendo dagli archivi esistenti presso le reti di informazione giornalistica. Ora è sufficiente fare domande e ChatGPT risponde ricorrendo ai testi degli archivi. E’ chiamata IA generativa.  Proprio l’estrema velocità del software, ha fatto però capire in alcune settimane che si stava creando un nuovo grave problema nella convivenza: quello del diritto d’autore sui testi usati. Infatti è naturale che il proprietario dell’algoritmo guadagni per  il merito di averlo creato, ma non è accettabile che assorba anche il merito degli autori dei testi trattati dall’algoritmo. Detto altrimenti, le risposte fornite dal software ChatGPT non sono frutto esclusivo del suo funzionamento quale IA,  siccome inglobano pure la qualità di chi ha scritto i testi ed è titolare del relativo diritto di autore.  Da sottolineare inoltre che un simile ragionamento non si applica solo ai testi giornalistici ma vale per qualunque testo in qualsiasi settore e per  ogni collaborazione. 

In pratica, approfondire il tema IA smantella il mito illiberale della presunta gratuità di internet. E’ gratuito (visto che i costi delle trasmissioni hanno un’altra copertura) il reciproco semplice contattarsi, mentre non sono gratuiti moltissimi dei contenuti usati nei contatti, che hanno un loro valore autonomo incomprimibile in ogni rapporto di libertà. Concetti che i liberali non possono eludere. Per di più, il problema ora descritto con ChatGPT  tende ad ampliarsi parecchio, dato che le società che ne dispongono si stanno ingegnando per personalizzarlo con l’agganciarlo ai gusti e alle abitudini degli utenti. In tal modo i produttori legheranno l’IA direttamente al dispositivo in uso, facendone un assistente personalizzato per ciascuno. 

Basta soffermarsi su questo aspetto molto curato da diverse grosse imprese e da una serie di Stati (con investimenti economici impressionanti), per capire che presto si porranno tanti problemi di formazione e di sicurezza specie privata. Di formazione nel senso che è sempre più urgente mettere in grado ogni cittadino di capire come funzionano e cosa significano le tecnologie che lui utilizza. Il che accelera il tramonto della concezione dell’istruzione limitata al precedere la vita adulta. Perché per evitare che l’IA ci trasformi in suo strumento, è indispensabile che l’istruzione accompagni la vita senza interruzione. E problemi di sicurezza specie privata, nel senso che  è sempre più urgente rendere ogni cittadino consapevole della necessità di essere estremamente attento al dotare di continuo le proprie attività di una protezione dei dati privati il più possibile impenetrabile dagli estranei, inclusi i gestori dei sistemi di sicurezza. Il che attribuisce una dimensione nuova alla pratica del proprio ambito privato.  Confermandolo come il fattore decisivo di distinzione della convivenza occidentale in termini non religiosi e non ideologici.  

Appunto sui due problemi, la formazione e la sicurezza, verte il Regolamento varato  i primi di dicembre ‘23 in sede UE, d’intesa tra Commissione, Parlamento e Consiglio d’Europa, denominato IA Act, al termine di un dibattito quasi triennale. Questo è stato solo il punto di partenza (dovranno seguire approvazioni formali e  Gazzetta Ufficiale UE, si spera entro la conclusione della legislatura), poi verrà  l’entrata in vigore dal 2026 e nel 2029 i produttori dovranno adeguarsi. In ogni caso l’IA Act   affronta il problema per la prima volta al mondo. Le intenzioni sono ottime, il risultato più  incerto. 

Le ottime intenzioni stanno nel voler analizzare e classificare l’uso dell’IA in base al rischio per i suoi utenti, per poi valutare i  diversi livelli necessari di maggiore o minore regolamentazione. I rischi inaccettabili sono la manipolazione comportamentale e cognitiva delle persone, la classificazione sociale in base al livello socio-economico e alle caratteristiche personali, i sistemi di identificazione biometrica in tempo reale  a distanza. I rischi alti emergeranno dall’esame delle specifiche modalità di funzionamento  dell’IA  in determinati settori quali istruzione, gestione dei lavoratori, servizi privati essenziali, servizi pubblici, forze dell’ordine, asilo e controllo delle frontiere, applicazione  della legge.  In generale l’IA generativa dovrà funzionare in modo  trasparente (cominciando dal dichiararsi presente quando lo è e dal rendere noti i diritti di autore usati per addestrarsi) e non potrà creare mai  contenuti illegali. Infine  l’IA dovrà lasciar libero  l’utente di continuare o meno ad adoperarla

L’incertezza sul risultato dell’IA Act  non consiste tanto nelle preoccupazioni di chi diffida del cambiamento e teme le regole che lo favoriscono, siccome pensa che porre qualunque  limite al mercato sia un onere per quanti lavorano e producono, soprattutto quando i limiti vengono posti per la prima volta (persona assimilabile a chi vorrebbe affievolire  anche il diritto di autore, senza rendersi conto che farlo comprimerebbe i contributi individuali al convivere). L’incertezza vera circa il risultato dell’IA Act  nasce dall’aver scorto, dissimulata nel suo processo di genesi, l’idea che questo regolamento UE possa  essere una regola definitiva per risolvere i portati dell’usare l’IA. Ma ciò è estremamente improbabile. Come ogni prodotto umano, anche l’IA è soggetta a continui revisioni e adattamenti, che rendono assai problematico predeterminarne un sistema di controllo fisso (cosa che è bene ricordi  anche il G7 a presidenza italiana, che ha già sul tavolo il tema IA).  

Il fulcro del problema sta sul fatto che aver introdotto l’IA generativa avvia nella convivenza umana un ulteriore cambiamento epocale:   muta capacità e velocità di computare e quindi il modo  di produrre. Allora si dice che tale innovazione minaccerebbe i posti di lavoro umani.  Ma è una diceria sbagliata. Occorre almeno  delimitare,   solo quelli concepiti nella chiave rigida del ripetersi di un’organizzazione tradizionale del lavoro restia ad evolversi e a riflettere sul modo di procedere. Nella storia, l’umanità si è sempre sforzata  di migliorare le condizioni produttive innovandole e sostituendo via via la fatica fisica (ancor più netta è forse  l’innovazione dell’IA). Il fatto è che solo quando l’umano che si organizza prevale sull’organizzazione, la riflessione sulle procedure produttive è fisiologica per apprezzare i vantaggi, spesso assai consistenti, del nuovo modo di produrre. Il quale abbassa sì il numero di lavoratori necessari in quello   specifico compito,  però contestualmente da spazio a nuove opportunità di impiegare la forza lavoro in attività perfino impensabili fuori dell’IA. 

Dunque, chi si preoccupa dell’avvento dell’IA (specie le elites) non lo fa perché l’IA riduce i posti di lavoro, bensì perché l’IA smantella gli assetti tradizionali di una società incline alla staticità. E’ questa la prospettiva che non accetta chi sostiene dl volere il bene comune ma in realtà vuol conservare così come sono i ruoli e i privilegi esistenti negli assetti in corso.  In pratica si ingegna per rifiutare la realtà della vita che  procede. L’opposto del comportarsi da liberali. Per tutto ciò, è indispensabile non cercare di bloccare l’IA, bensì proseguire costantemente l’impegno a valutarne l’impatto, in particolare in tema di trasformazioni nel campo del lavoro. E ciò confligge con la pretesa di un sistema di controllo  fisso.

Concludendo, l’IA non avrà il primato sull’umanità quanto meno ancora assai a lungo. Eppure, anche così, riflettere sull’IA  porta  l’attenzione  sui carattere essenziale del convivere umano. Affrontare le sfide del tempo tramite l’evoluzione. Il che significa non cedere mai all’antica illusione di sognare l’eterno e di prevedere il futuro, pensando di avere sempre le risposte per tutte le domande. Saggiamente, lo scrittore israeliano  Etwar   Keret ammonisce che l’IA dovrebbe tener conto dell’esserci domande alle quali dare una risposta definitiva e unica sarebbe riduttivo e impoverente. Perché la strada nella vita può  derivare  solo dal confrontarsi, in base ai risultati nel tempo, della miriade di iniziative degli individui conviventi in istituzioni costruite  sulle libertà individuali, sulle diversità di ognuno e sulla tolleranza tra tutti. 

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Il punto del MES (a Maurizio Molinari)

Caro Direttore,

Il Suo articolo di stamani è come d’abitudine argomentato, ma, sulla questione bocciatura MES, ripete in modo pedissequo il mantra dell’opposizione e così finisce per andare fuori bersaglio. Tanto che la conclusione non sta proprio in piedi: si sarebbe persa l’occasione ”di partecipare alla sfida che conta di più: la costruzione di un’Europa più forte e integrata per affrontare le sfide di un mondo che cambia a ritmi accelerati”. Desidero segnalarLe un mio pezzo pubblicato ieri su Formiche (

)

, che , stando ai fatti, sul MES descrive una situazione assai differente che apre un’altra porta in Europa.

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La porta aperta dalla bocciatura MES

Dal punto di vista degli europeisti liberali, la sonora bocciatura alla Camera della ratifica del MES (per 112 voti e non per una dozzina come ha scritto il Punto del Corriere)  è un passo positivo per lasciare aperta la porta ad una revisione di questo Trattato così da farlo rientrare nel filone UE  imperniato sui cittadini.  Oggi, come è noto, il MES è invece imperniato, nei casi di crisi, sulla Triade costituita, oltre che dalla Commissione UE, dal FMI (del tutto estraneo all’Europa) e dalla BCE (che comprende solo la maggioranza dei membri UE). Il MES perciò , al momento, non rispetta il rapporto con i cittadini europei.

Per di più la bocciatura non provoca neppure sostanziali controindicazioni (nonostante gli alti lamenti del PD e delle burocrazie  fuori la cabina di regia).  Lo ha spiegato con netta e pacata chiarezza il Presidente dell’ABI Patuelli (forse deludendo l’intervistatore di Repubblica). “La questione non è entrare o meno nel Mes. Anche con il voto della Camera l’Italia continua a rimanere nel vecchio Mes con tutti gli altri Paesi”. Né l’attuale riforma del MES servirebbe alle banche italiane a fronte di future crisi, dato che “tutte le crisi bancarie dal 2015 a oggi sono state affrontate con risorse nazionali”.

Insomma, anche sul MES il punto vero è un altro. In Italia, larga parte  delle strutture pubbliche non stanno attente al rispetto delle idee liberali. Per cui, non importa curarsi dei cittadini ma adeguarsi a cosa scelgono le elites, nazionali ed europee. Quindi non colgono l’importanza di portare lo strumento MES nell’ambito dell’UE dei cittadini e vogliono solo  irrobustire gli strumenti che rafforzano la gestione degli Stati di potere in loro  mano (così come la logica della riforma  MES ora bocciata dalla Camera italiana). Ne è un esempio la proposta avanzata dopo la bocciatura dal prof. Monti, che pure è persona preparata.

Il Professore, prima sconsiglia che il Governo denunci formalmente il Trattato MES varato dai Governi precedenti, e poi suggerisce che il Presidente Meloni  proceda alla ratifica MES contestualmente ad una delibera Parlamentare in cui si decida che “Il Parlamento impegna il governo a non richiedere l’attivazione del Mes senza specifica autorizzazione del Parlamento”.  In apparenza una simile proposta soddisfa la necessità di coinvolgere la massima rappresentanza dei cittadini, il Parlamento, così rendendo la ratifica del MES una proposta sostanzialmente  differente da quella bocciata.  Al tempo stesso, tuttavia,  la proposta Monti dimostra l’incapacità di  capire che la questione MES non è un affare interno italiano, bensì una questione chiave del come intendere l’UE. Un grande disegno innovativo  – che, come negli originari Trattati di Roma, puntava a costruire nel tempo un’istituzione di nuovo tipo affidata alle scelte dei  cittadini europei  –,  oppure un sorta di super Stato tradizionale di potere – che, come da Maastricht in poi, salvo il periodo Covid, si affida alle solite elites politico  burocratiche – e non si preoccupa abbastanza dei cittadini restando chiuso nei corridoi di Bruxelles? 

Per tali motivi,  gli europeisti liberali – i quali sono decisi sostenitori della maggiore integrazione delle Istituzioni europee  –  ritengono che la bocciatura del MES  potrebbe divenire l’occasione per promuovere una più profonda revisione del MES  in ambito europeo, al fine di liberare questo meccanismo  da organismi estranei alle decisioni dei cittadini UE.   

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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Per una giustizia giusta a misura del cittadino, è bene separare le carriere tra chi giudica e chi indaga?

Considerazioni circa giudizi apparsi su l gruppo Whatsapp degli organizzatori del dibattito svolteosi nel salone del Tirreno sul tema “Per una giustizia giusta a misura del cittadino, è bene separare le carriere tra chi giudica e chi indaga?” , che sono stati la Camera Penale, il Circolo Einaudi, il Circolo Modigliani e Libertà Uguale

Dal punto di vista liberale, l’immagine del dibattito di ieri sulla separazione delle carriere data dal Tirreno di oggi, corrisponde alla risposta che il dibattito ha giustamente dato alla domanda su cui si è svolto: sì, è bene separare le carriere tra chi giudica e chi indaga. Dunque , siccome contano i fatti, ci si potrebbe fermare qui, a parte magari eventuali strascichi nei prossimi giorni. Tuttavia gli scambi di opinione su whatsapp, danno una chiara immagine del sottostante, che mostra come questa immagine non sia gradita in certi ambienti (e in questo caso i protagonisti non sono i magistrati). Non gradita al punto che perfino a corredo del medesimo articolo del Tirreno viene inserita la foto del prof. Vuoto, il quale, pur intelligente e preparato in materia, è stato l’unico a non rispondere positivamente alla domanda del dibattito, avventurandosi in ragionamenti politicamente assai ambigui ed allargando di continuo i temi così da eludere il nodo della discussione. E’ su questo non gradimento sottostante (rilevato con stupore pure dall’assessore Garufo, quando si chiede “come mai il mio partito, il PD, non si accolla i temi della separazione delle carriere? “), che occorre dire qualche parola.

Per dare sempre più vigore alla giustizia giusta a misura del cittadino, si deve escludere di potersi affidare in modo fideistico ad una elite di funzionari pubblici politicamente irresponsabili, presumendo che possa dirci ciò che è bene per la convivenza. E’ determinante mantenere fermo che l’indipendenza dei magistrati non può significare lo scavalco delle indicazioni dei cittadini, i quali sono gli unici titolari della valutazione dell’effettivo funzionamento dei vari meccanismi istituzionali. Questo principio, nel corso del dibattito, è stato espresso con chiarezza ed efficacia dall’on. Costa e dagli avv. Talini, Annetta e Aurora Matteucci. E un simile principio (maturato sulla spinta di episodi tipo quello che ha toccato Garufo) implica l’auspicio di arrivare quanto prima alla separazione delle carriere. Separazione che ovviamente non risolve da sola le questioni della Giustizia, ma che intanto rimuove una gravissima distorsione alla base della distanza tra magistrati e cittadini.

Viceversa, cercare di dilazionare la riforma della separazione in attesa di una riforma più completa, è un errore radicale. Di principio (le istituzioni del convivere vanno adeguate nel tempo sulla scorta della loro sperimentata capacità di rendere possibile l’esprimersi dei cittadini e non ridotte ad un libro sacro prestampato da applicare) e di comportamento materiale (invece di esercitare il proprio spirito critico, il cittadino adotta una sudditanza per il potere della magistratura che non va contrastato e per una idea di Costituzione ridotta ad un intoccabile libro sacro).

Sta su questo punto l’importanza del dibattito di ieri pomeriggio (esteso al segnalare il diffuso e perverso intreccio tra il protagonismo dei PM e l’assistenza datagli dai giornali). E dobbiamo essere soddisfatti del risultato e dell’immagine che finora ne è scaturita.

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