Domande scomode e prima risposta giusta

E’ stata sollevata la questione delle domande scomode che gli italiani dovrebbero porsi sul tema dei due stati Israele e Palestina. Tanto più attuale a Livorno, una città con una radicatissima comunità israelita e con forte tradizione politica di sinistra.

Le domande scomode vertono sul  come dare una soluzione al problema dei due stati restando nell’ambito della concezione di apertura civile nel convivere (cosa possibile, specie trattandosi di due popolazioni assai diverse sotto ogni aspetto). Si è dimostrato sterile accapigliarsi su chi, tra israeliani e palestinesi, sia intenzionato  a trovare quella soluzione oppure abbia più responsabilità negli svariati incidenti di percorso che l’hanno impedita. Ormai è evidente che il lunghissimo conflitto israelian-palestinese si risolverà solo quando ciascuno dei due soggetti riconoscerà l’altro. Il nodo sta qui. I livornesi devono esserne consapevoli.

Dopodiché devono essere consapevoli che il punto di partenza per farlo non possono che essere i dati di fatto al giorno d’oggi, non la pretesa di aggiustamenti riferiti a vicende di molti decenni fa. Il passato, specie se remoto, appartiene alla memoria, non c’è più. Invece, la convivenza aperta è ora. Il confronto deve vertere sul come possono nascere i reciproci riconoscimenti tra i due Stati una volta formatisi e sul come garantirne praticabilità e rispetto.

Ovviamente vanno create le condizioni perché tutto ciò avvenga. Quindi sono essenziali  impegni a livello internazionale.Gli avvenimenti dell’ultimo periodo confermano che la prima garanzia da definire  è l’esistenza d’Israele, al momento apertamente rifiutata da quasi tutte le organizzazioni palestinesi (fin dalla nascita di Israele). E’ un primo passo ineludibile, altrimenti non è realistico neppure immaginare che gli Israeliani procedano al riconoscimento dei palestinesi (oltretutto considerato che negli ultimi anni l’estremismo arabo ha fatto crescere in Israele l’estremismo di frange civili e di gruppi religiosi ostili a convivere con i palestinesi).

Arrivati a questa fase, va poi risolto il problema del garantire che i due Stati rispettino il riconoscimento reciproco. Sul punto esiste una chiara asimmetria tra Israele e Palestina. La struttura democratica di Israele, essendo già consolidata, costituisce una garanzia sufficiente di principio che ciò avvenga. Mentre la struttura della Palestina è tutta da costruire, cominciando da una mentalità chiusa nei rapporti interpersonali e da condizioni economiche minime, che attualmente sono assai scarse.

Mi pare perciò chiaro che diviene indispensabile un impegno deciso da parte dei maggiori paesi del mondo. Il che si traduce nel fare trattati di due tipi. Uno che stabilisca l’automatico intervento armato degli Stati amici di Israele nel caso esso venga attaccato dai palestinesi o da parti del mondo arabo fondamentalista. L’altro che impegni tutti gli Stati disponibili (in occidente e certamente nel mondo non occidentale) a fornire un consistente aiuto economico alla Palestina e, quando richiesti, assistenza e consulenza operativa sui principali aspetti della vita quotidiana.

E’ importante che a Livorno emerga una simile consapevolezza, per dare un preciso segnale. Intanto domenica, ai campionati mondiali di nuoto a Doha, un primo segnale l’ha dato la livornese Sara Franceschi. Dopo che alla premiazione l’atleta israeliana arrivata seconda è stata sommersa dai fischi, la ha abbracciata dicendo “Non è giusto che una medaglia venga oscurata così” . Ecco, la Sara Franceschi ha dato risposta perfetta alla prima delle domande scomode che ci troviamo davanti per  risolvere la questione dei due Stati. Reciprocità e tolleranza.

Questa voce è stata pubblicata in ARTICOLI e INTERVISTE (tutti), sul tema Proposte, sul tema Quadro politico e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.