Cronologia del Liberalismo fino 4.15. d)

 4.15 Gli anni ottanta del ‘900 .   c) fino all’Accordo di Schengen – Ad inizio anno, nella Repubblica di Irlanda, cadde, per dissidi sul bilancio, il Governo della coalizione presieduta dal giugno precedente da Garret FitzGerald imperniata sul partito moderato Fine Gael e sui Laburisti. A metà febbraio ci furono le elezioni anticipate e il Governo venne sconfitto seppure di poco dal Fianna Fail, partito nazionalista guidato da Charles Haughey, che non ebbe la maggioranza dei seggi ma formò il Governo con il voto di vari deputati indipendenti e della sinistra radicale.  
In Norvegia, dopo vari decenni di egemonia Socialdemocratica, le elezioni del settembre ‘81 furono una svolta netta. Più precisamente, conclusero il grande cambiamento economico sociale seguito alla scoperta del 1969 nel Mare del Nord dell’enorme giacimento di Ekofisk, petrolio e gas naturale, che rese possibili processi di estrazione talmente grandi da trasformare le condizioni di vita dell’intero paese.
Queste condizioni in Norvegia e in Svezia derivavano, fin dagli anni ‘30,  dai compromessi di classe tra datori di lavoro (in Norvegia, soprattutto nel settore primario, erano prevalenti gli investitori stranieri) e sindacati, che avevano dato veste istituzionale da un lato alle prerogative padronali e dall’altro ai diritti sindacali e alla negoziazione collettiva.  Inoltre i socialdemocratici erano alleati degli agricoltori, dei pescatori, dei lavoratori forestale e del movimento sindacale unificato. Una simile rete di accordi consolidò il potere della socialdemocrazia per decenni.
La scoperta dei giacimenti di petrolio e gas naturale avviò in pochi anni la completa trasformazione delle condizioni della società norvegese. L’irrompere impetuoso di un’economia di scambi internazionali molto remunerativi, suscitò in poco più di un decennio un forte risveglio di chi sosteneva l’affidare il Governo soprattutto le attività private, limitando l’intervento dello Stato.
In un tale quadro, le elezioni del settembre 1981 non dettero più una maggioranza ai socialdemocratici neppure in coalizione. Di conseguenza, nell’ottobre si formò un governo di minoranza del Partito Conservatore, primo ministro Kåre Willoch, . con l’appoggio esterno del Partito Popolare Cristiano e del Partito di Centro, i quali non assunsero incarichi perché non condividevano la linea sul tema interruzione di gravidanza.  Durante il 1982, il Governo avviò la riduzione della spesa pubblica, liberalizzò il mercato, imbrigliò l’indicizzazione dei salari.
Il Governo Spadolini, in Italia, poco dopo il Congresso PLI, fece approvare lo scioglimento per legge della P2 (in quanto società segreta vietata dall’art. 18 della Costituzione) insieme ad una più penetrante definizione delle azioni che configurano un’associazione come segreta. All’inizio 1982, ci fu la svolta della nascita di diverse reti TV. Potevano avere solo un ambito di riferimento locale ma per il Paese costituivano una grossa innovazione e già esprimevano gli interessi di importanti imprenditori.
Intanto, i primi di dicembre ‘981, c ‘erano state le elezioni anticipate danesi volute dal Governo Jørgensen che non riusciva ad ottenere l’approvazione di un piano economico. Il Partito Socialdemocratico perse qualche seggio e restò minoritario, ma sul subito riuscì a mantenere un appoggio parlamentare.
Nel periodo proseguirono in Italia le uccisioni di esponenti politici e di poliziotti, specie al Sud da parte delle BR e della mafia. Tuttavia, il settore della lotta al terrorismo registrò il successo dell’azione del governo Spadolini. Introdusse una serie di norme che ne determinarono la sconfitta in breve tempo (essenziale fu quella sui pentiti, su cui peraltro il PLI con Biondi, penalista di grido, aveva qualche perplessità per la sua durata definitiva).
Sempre a gennaio 1982, in Finlandia, si verificò una svolta storica.  Le elezioni per eleggere il successore di Urho Kekkonen, dimessosi a metà autunno per motivi di salute dopo aver ricoperto il ruolo per venticinque anni. Aveva governato con uno stile personalistico autoritario, seguendo un preciso indirizzo.   Mantenere la Finlandia fuori dai conflitti della Guerra Fredda ed amica dell’URSS, impegnandosi a non ospitare mai offensive della NATO. Venne eletto Capo dello Stato, con ampia maggioranza, Mauno Koivisto, socialdemocratico, che si dedicò subito a restituire centralità al Parlamento e ad introdurre sistemi più rispettosi delle procedure dell’Occidente. Poco meno di un anno dopo, a fine del ‘982, uscì dal Governo la Lega Democratica comunista per insanabile disaccordo sull’aumento delle spese militari. Vennero mantenute le relazioni cooperative con l’URSS, però diminuì progressivamente l’influenza del Cremlino sulla vita dei partiti finlandesi.
Ad aprile, alla scadenza di Gaston Thorn, Liberal International nominò ancora una volta suo Presidente Giovanni Malagodi, una persona che da un trentennio operava per diffondere i principi del liberalismo. Sempre ad aprile, la Regina Elisabetta II, accogliendo la richiesta del Canadà ricevuta tempo prima e una volta avuta l’approvazione del Parlamento di Londra, firmò ad Ottawa la nuova Costituzione che sancì la sovranità canadese e formalizzò i diritti e le libertà nel paese.
Nella DC, a maggio ‘82,   la sinistra facente capo a Zaccagnini, al Congresso Nazionale, con il determinante aiuto  di Fanfani e di Piccoli, sconfisse di misura Forlani eleggendo segretario Ciriaco De Mita. In conseguenza, il neo segretario iniziò ad attaccare il governo sulla modalità di calcolo dei salari in un periodo di inflazione e in generale sulla sua capacità di tenuta politica.
Nel medesimo maggio, in Olanda, si conclusero i continui scontri tra il Presidente del Consiglio e il suo vice sulla materia economica. Il Presidente e il Ministro delle finanze proponevano tagli al welfare al fine di ridurre il disavanzo e agevolare l’iniziativa privata; il Partito del Lavoro, appoggiato dai sindacati, rifiutava di ridurre la spesa sociale. Il Partito del Lavoro uscì dal Governo Von Agt II che venne sostituito dal Von Agt III , un esecutivo di transizione formato dagli altri due partiti, APC e D66, che portò alle elezioni anticipate il settembre successivo.
Negli USA, la Presidenza Reagan aveva iniziato fino dal secondo semestre del ‘981 a battersi contro la contrattazione collettiva e a ridurre gli eccesivi regolamenti del mercato. Anche perché era arrivata la recessione.   Nell’anno successivo dovette fare una legge per ritoccare i tagli fiscali disposti i primi mesi. Nel medesimo periodo, in tema politica internazionale le tensioni della Guerra Fredda restavano alte.
Nella CEE, il 1982 fu pieno di importanti avvenimenti.  A febbraio, la Groenlandia, territorio oltremare della Danimarca, chiese con un referendum di uscire dalla CEE per insanabili dissidi sulle quote pesca (lo metterà in atto tre anni dopo). In quei mesi, nell’ambito interno, la CEE era impegnata da un lato nell’elaborare il Terzo Programma ambientale per i quattro anni successivi, pensato al fine di prevenire l’inquinamento (verrà adottato all’inizio dell’anno seguente) e dall’altro nel proseguire le trattative per l’ingresso della Spagna e del Portogallo (rese più significative dall’essere ormai democratiche le istituzioni dei due paesi). Inoltre, la CEE varò una direttiva chiave per l’armonizzazione fiscale tra gli Stati membri; un’altra per prevenire i rischi di gravi incidenti nelle attività industriali; e poi un regolamento per i prodotti tessili e per il finanziamento preparatorio della campagna elettorale.
Nell’ambito dei rapporti CEE con il resto del mondo, vi furono vivaci contrasti. Innanzitutto la reazione di Reagan riguardo le azioni dell’URSS in Polonia a danno del sindacato Solidarnosc. La CEE la considerò una reazione eccessiva, poiché rischiava di ostacolare i contratti commerciali e l’approvvigionamento energetico. Poi, i primi di aprile l’Argentina invase le isole britanniche delle Falkland, e la CEE in due settimane decise il completo embargo commerciale sulle merci argentine (la Giunta Militare argentina rispose con analoghe contromisure), che terminò due mesi dopo alla fine della guerra. In seguito, a giugno, Reagan stabilì duri limiti per le aziende CEE e alle filiali americane nella CEE quanto all’utilizzo di tecnologie e di brevetti USA nel costruire il gasdotto tra la Siberia e l’Europa occidentale. In più, l’Amministrazione Reagan rialzò i tassi di interesse. Tutto ciò venne ritenuto talmente lesivo per le valute europee e per il commercio internazionale, da incrinare la compattezza della NATO. Per superare l’ostacolo furono necessarie trattative serrate fino a novembre.    
A settembre, nelle elezioni anticipate in Olanda, il Partito del Lavoro arrivò primo, guadagnando tre eletti, persi  invece dall’ACD Cristiano Democratico. Peraltro la maggiore novità elettorale venne dal notevole scambio nell’area liberale. Il Partito della Libertà crebbe di dieci seggi e D66 ne perse 11. Per il resto ci fu una notevole frammentazione dei seggi. La nuova composizione parlamentare fece eleggere il Governo di coalizione tra Cristiano Democratici e Partito della Libertà, presieduto da Ruud Lubbers, esponente Cristiano Democratico. Il Partito della Libertà ebbe il Vice Presidente, anche Ministro dell’Economia, poi la Giustizia, gli Interni, l’Edilizia Popolare, i Trasporti, la Cooperazione allo Sviluppo. Questo Governo resterà in carica per l’intero mandato, fino al luglio 1986, compiendo rilevanti riforme economiche, riducendo la spesa pubblica e realizzando diverse privatizzazioni. 
Nei vertici CEE si andava discutendo dall’autunno precedente su un piano elaborato da due Ministri degli Esteri, il tedesco Hans-Dietrich Genscher liberale e l’italiano Emilio Colombo dc, piano che aveva quale obbiettivo ampliare il coordinamento politico tra gli Stati. Un progetto simile venne accolto con diverse perplessità, in quanto vari paesi membri ritenevano non ce ne fossero ancora le condizioni.
In Danimarca, ad inizio settembre, dopo la bocciatura del piano di nuove tasse e tagli per equilibrare il debito, il Governo si dimise. La Regina Margherita II incaricò il leader Popolar conservatore Poul Schlüter di formare un nuovo governo. Cosa che fece aggregando nel ministero, oltre il suo, tre partiti (i Liberali del Venstre, i Democratici Centristi e i Popolar Cristiani) e ottenendo l’appoggio esterno dei Radicale Venstre, liberale di sinistra, e del Partito del Progresso di protesta fiscale. Fu la svolta dopo parecchi decenni, che si rivelerà duratura. Il Governo Schlüter avviò un governo all’insegna del rigore economico per ridurre il debito ed abbassare l’inflazione.
Proprio in Germania, a settembre, vi fu un grosso cambiamento politico.  Da più di un decennio la maggioranza parlamentare era formata da una coalizione tra i socialdemocratici e i Liberali. Tuttavia, in quei mesi la situazione economica era assai difficile per una forte recessione accompagnata da lavoro scarso ed alta inflazione. Il Ministro dell’Economia, il liberale Lambsdorff, in accordo gli altri Ministri liberali con in testa il loro capo, Genscher, insisteva per misure di riduzione della spesa pubblica che il Cancelliere socialdemocratico Schmidt non accettava. Allora, il 17 settembre, l’intera delegazione liberale al Governo si dimise dal Governo Schmidt. Fu contrario il Segretario della FDP, il quale, in disaccordo sul cambio di alleanza, uscì dal partito per entrare nella SPD. Il 1 ottobre la Camera votò una mozione di sfiducia costruttiva presentata dall’opposizione insieme alla FDP, eleggendo Cancelliere Helmut Kohl della CDU CSU, restando Genscher Vice Cancelliere e Ministro degli Esteri nonché Lambsdorff all’Economia. Subito dopo vennero indette a primavera le elezioni anticipate. 
Due giorni dopo le dimissioni dei Ministri FDP in Germania Ovest, si svolsero in Svezia le elezioni con i votanti oltre il 90%. Vinse, superando di poco il 47% degli eletti, il Partito Socialdemocratico. Questo ritorno dopo sei anni fu completato nelle settimane successive dalla formazione, con l’appoggio esterno dei comunisti, del Governo Palme. Un governo di sinistra con un margine di 11 seggi sull’opposizione, moderati, centristi, liberali. Entrato in carica, Palme svalutò subito del 16% la corona svedese. In tal modo, mise in moto una linea intermedia tra l’austerity del capitalismo occidentale e i robusti investimenti nello stato sociale.
Nell’Irlanda del Nord proseguiva il violento conflitto etnico. Il Ministro inglese al ramo organizzò delle elezioni ad ottobre con lo scopo di creare un’assemblea consultiva disposta ad avviare l’autogoverno tra cattolici e protestanti. Al voto prese parte per la prima volta anche il braccio politico dell’IRA, il Sinn Fein, concepito come completamento della lotta armata. Peraltro il tentativo si arenò. Infatti, anche il Partito Socialdemocratico e Laburista, SDLP, era impegnato per l’unificazione irlandese solo per via democratica. Però non condivideva l’iniziativa inglese perché non prevedeva l’obbligo di condividere il potere con i protestanti e non riconosceva un ruolo alla Repubblica d’Irlanda. Così lo stesso SDLP e il Sinn Fein decisero di non prendere parte con i loro eletti ai lavori dell’Assemblea consultiva, che fallì l’obiettivo di far dialogare cattolici e protestanti. 
A fine ottobre, si tennero pure in Spagna le elezioni politiche in cui il Partito Socialista Operaio con a capo Felipe Gonzáles riuscì per la prima volta a vincere nettamente conquistando la maggioranza in Parlamento e il Governo. L’Unione di Centro pagò in modo pesante le sue divisioni interne perdendo quasi tutti gli eletti. Divenne il secondo partito, sfiorando il trenta per cento degli eletti, il Partito di destra Alianza Popular  guidato da Manuel Fraga, già franchista.
Nello stesso mese, il Canadà seppe ridurre la forte recessione che la aveva colpita dall’estate dell’anno prima. Si andavano invece intensificando le tensioni sulla politica internazionale con il nuovo Presidente USA. Ad inizio novembre, in Irlanda il Governo Haughey venne battuto in un voto di fiducia sollecitato dall’opposizione.
A metà novembre, in Italia, un duro scontro tra due Ministri, Andreatta della DC e Formica del PSI, portò alle dimissioni del Governo Spadolini II, cui successe il Governo Fanfani V il primo dicembre.  Maggioranza di pentapartito con appoggio esterno PRI, in cui furono confermati gli esponenti liberali già nel Governo precedente e aggiunto Biondi alle Politiche Comunitarie. In ogni caso, il clima tra la DC e gli alleati restava polemico. In quel clima, guardando alla prospettiva, fu davvero illuminante una lettera di De Mita al Giornale per chiarire la sua precedente dichiarazione “il polo laico non esiste né culturalmente, né socialmente, né politicamente”. Nella lettera c’era scritto “La DC ha realizzato e difesa la laicità della politica. Altra cosa è il cosiddetto polo laico …. La DC è alternativa al PCI …. Occorre la politica delle alleanze con il traguardo della democrazia compiuta …. Per tutti i partiti e non solo per i due maggiori, peraltro destinati ad escludersi reciprocamente dal potere ma non dal costruire nuove regole e nuovi equilibri di libertà”. Lo stile era velato, come sempre facevano i democristiani di livello. Ma i concetti erano chiarissimi.  
De Mita prima diceva sul rapporto DC laici una cosa in sé non vera (siccome la DC aveva difeso la libertà, non il concetto distinto che è la laicità) però utile a far intendere come ritenesse libertà e laicità ambedue prive di consistenza materiale. Poi dava il messaggio che l’essere la DC alternativa al PCI nel gestire il potere non esclude il costruire insieme regole ed equilibri.  Qui stava la trappola. Un messaggio simile intendeva al tempo stesso rassicurare sulla solidità della diga DC in termini di libertà (fatto gradito agli elettori) e contestualmente esprimere la disponibilità al costruire nuove regole e nuovi equilibri insieme al PCI (fatto graditissimo al PCI, ben consapevole che il costruire è un’attività tipica di un governo occidentale). Con questa trappola, la Segreteria De Mita della DC avviava la traiettoria – che nel decennio successivo avrà effetti esiziali per la convivenza italiana– di una linea ad esclusiva difesa della centralità DC nel gestire il potere. Tale linea ripeteva nella forma la tradizionale contrapposizione al comunismo nel segno dei valori occidentali. In realtà, tuttavia, li violava limitandosi ad una visione statica della democrazia fatta da giochi di ruolo tra i grossi partiti, che escludeva il meccanismo cruciale della convivenza aperta, cioè il confronto laico tra i cittadini individui attraverso il conflitto delle idee secondo le regole e in base ai risultati.  Un conflitto connaturato alla libertà.
Sempre a fine novembre, a seguito della sconfitta del Governo di tre settimane prima, ci furono le elezioni anticipate in Irlanda. Il Fianna Fail nazionalista del Primo Ministro in carica ottenne 75 seggi superando il Fine Gael con 70 ma i Laburisti arrivarono a 16. In tre giorni i Laburisti si coalizzarono con il Fine Gael reinsediando Garret FitzGerald  quale Primo Ministro, che governò l’intera legislatura.  Avevano prevalso l’economia di mercato e le politiche di rigore finanziario.
Intanto, in Portogallo, a dicembre ci furono le elezioni amministrative.   La coalizione del Governo Balsemão prevalse, senza però raggiungere i risultati previsti e Balsemão rassegnò le dimissioni provocando di lì a breve il dissolversi di Alleanza Democratica, la coalizione di maggioranza. Il Presidente della Repubblica sciolse il Parlamento e convocò ad aprile le elezioni anticipate.
In Italia, a gennaio ’983, la Fininvest di Silvio Berlusconi, che da poco più di un quinquennio operava a livello locale nel settore televisivo avendone già compreso le forti potenzialità, in specie nel campo pubblicitario, acquistò Italia1 da un altro editore, compiendo un passo essenziale per la sua espansione nel mondo televisivo (si trattava di allargarsi in tutta Italia in ambito locale, così da aggirare di fatto il tuttora esistente monopolio TV nazionale).
Il 6 marzo ci furono le elezioni anticipate in Germania volute dal Governo Kohl. La CD CSU presero insieme 18 seggi in più sfiorando la maggioranza assoluta, che raggiunsero con la FDP, pur arretrata di 19. Una seconda novità fu che i Verdi, per la prima volta, ebbero degli eletti, 28.
Il Governo Fanfani proseguì la sua attività fino a che, ad inizio primavera, il PSI chiese lo scioglimento delle Camere, auspicando una nuova fase politica con programmi adeguati alla situazione sociale complessa e insieme una maggioranza politica più equilibrata. Le Camere vennero sciolte e indette a fine giugno le elezioni anticipate. Emerse presto che i rapporti interni all’area laica restavano vaghi. Di fatti, i tre partiti laici più piccoli raggiunsero un accordo per fare liste comuni al Senato in sei regioni. Però le situazioni locali erano più arretrate del nazionale, tanto che  realizzarono l’accordo solo in Toscana (ottenendo un eletto) . In più, la richiesta avanzata dai tre laici minori al PSI di fare un vertice preelettorale dei laici, venne rifiutata dal PSI.
Il Governo spagnolo di Felipe Gonzales si dedicò subito ad innovativi atti di legge. Segnatamente due. La legge che depenalizzò l’interruzione di gravidanza per precise ragioni, violenza sessuale, rischio di salute per la donna, feto deforme. E la legge universitaria, che stabilì la gestione autonoma degli atenei ed ampliò le modalità delle borse di studio.
La situazione economica della Francia andava peggiorando in modo netto.  Nel primo anno della Presidenza Mitterrand si realizzò, come previsto, una serie di nazionalizzazioni industriali e bancarie, di crescita dei salari e di irrobustimento dei diritti sociali e civili. Ben presto, tuttavia, l’interventismo redistributivo socialista onde stimolare la domanda interna, causò uno squilibrio profondo nei conti pubblici (in specie quelli esteri) tanto da imporre un rapido ritorno a politiche restrittive. Il 23 marzo 1983, alla TV Mitterrand annunciò la “Svolta del rigore”, di deflazione salariale imperniata su una visione monetarista. In pratica, si tornò alle impostazioni del Primo Ministro Barre.   La sinistra socialista affermò che Mitterrand aveva rivendicato la sua impotenza di fronte a una realtà economica esterna. Dopo di allora, le istituzioni si sarebbero adattate a sostenere il capitale. Fu confermato il Primo Ministro Mauroy.
Specie dall’inizio dell’anno, in Portogallo la coalizione di Governo dell’Alleanza Democratica si andava fratturando per dissidi interni e per brutti esiti nelle elezioni locali. Il Primo Ministro Balsemão si dimise e il 25 aprile si tennero le elezioni anticipate. Arrivò primo il Partito Socialista di Soares, peraltro lontano dalla maggioranza assoluta, con poco più di un terzo dei voti. Pertanto cominciarono le trattative per formare una maggioranza.  
Intanto in Spagna, il nuovo Governo Gonzales aveva cominciato ad ammodernare il sistema produttivo, con lo scopo precipuo di mettersi in regola per entrare nella CEE. Il PSOE era molto popolare e all’inizio di maggio ebbe un grande successo nelle elezioni regionali (in quattro quinti delle comunità autonome) e nelle municipali (nell’intero paese).
Nel frattempo, in Norvegia, ci fu prima – a febbraio e per qualche mese – il Governo monocolore laburista di Gro Harlem Brundtland, prima donna in quel ruolo, e successivamente da ottobre  il governo conservatore  Willoch I, che rimase in carica fino all’inizio giugno 1983, quando si allargò ai Cristiano Popolari e al Partito di Centro, divenendo una coalizione di maggioranza (il Governo Willoch II). Il governo Willoch proseguì nel programma liberale di smantellare il controllo statale. Tra l’altro abolì il monopolio radiotelevisivo e consentì le prime emittenti private locali. Irrobustì i mercati del credito , incrementando l’accesso ai mutui abitativi.
In Gran Bretagna, la Thatcher decise di anticipare di qualche mese le elezioni per sfruttare il triplice vantaggio del successo nella guerra delle Falkland, dell’avviarsi della ripresa economica e della scissione tra i laburisti. Così, aggiornate le norme elettorali a febbraio,  fece votare l’otto giugno , con una campagna concentrata sulla difesa, sulla lotta alla disoccupazione e sulla presenza nella CEE. L’obiettivo venne raggiunto nella sostanza. Perché i Conservatori, pur avendo circa settecento mila voti in meno (passando dal 43,9% al 42,4%), guadagnarono ben 58 seggi arrivando intorno al 63% dei parlamentari. I Laburisti persero poco più di tre milioni di voti toccando solo il 27,6% (il loro programma fu definito la lettera di suicidio più lunga della storia). L’Alleanza tra i Liberali e i SocialDemocratici guadagnò molto nei voti, arrivando appena sotto i laburisti, però, dato il sistema maggioritario per collegi, ottenne poche unità nei seggi (ai Liberali di Steel ne toccarono in tutto 17, sei in aumento, e ai SocialDemocratici di Jensen in tutto 6).
In poche parole, questa Alleanza aveva colto un aspetto politico importante – l’esistenza di uno spazio che i cittadini inglesi desideravano fosse occupato, quello contro la destra intransigente della Thatcher e la sinistra radicale del Labour di Michael Foot – e aveva anche preparato un programma lungimirante, la promessa ragionata di precisi investimenti onde di ridurre di un milione i disoccupati e la proposta di introdurre un sistema elettorale proporzionale ribaltando il sistema elettorale bipartitico. Ed aveva anche agito in coerenza, spartendosi i collegi per non dividere i suffragi moderati, dunque un unico candidato comune in ogni collegio uninominale. Peraltro sottovalutarono una realtà costante in questi casi.  Le grosse novità politiche proposte dai dirigenti della politica – quelle dell’Alleanza Liberali Socialdemocratici lo erano di sicuro – richiedono tra i cittadini, prima dell’eventuale adesione con il voto, un congruo tempo di maturazione, in lunghezza commisurato al rilievo dei cambiamenti proposti sul come sciogliere i nodi del convivere.  Nella fattispecie, addirittura, il cambiamento proposto dall’Alleanza investiva, a livello nazionale, l’uso prolungato di avere solo un’alternativa per governare il paese. Stante questa abitudine tradizionale allo scegliere netto e semplice, prevalsero quindi i cittadini decisi a conservare quanto la nazione aveva comunque raggiunto.
Intanto in Portogallo, si erano concluse le trattative per formare una maggioranza e il 9 giugno aveva giurato il nuovo Governo, sostenuto da una maggioranza tra il Partito Socialista e il Partito Socialdemocratico di centro destra, Governo presieduto da Mario Soares. Il paese si trovava in forte recessione ed il Governo avanzò presto una richiesta di prestito al Fondo Monetario Internazionale. Su un altro piano intensificò i negoziati per portare il Portogallo nella CEE.
Nella CEE il progetto predisposto l’anno prima da Genscher e Colombo venne ridotto, dopo lunghe e difficili trattative, a semplice dichiarazione non obbligatoria avente l’obiettivo di legare le politiche comunitarie al coordinamento in politica estera. Così il Consiglio di Europa, riunito a Stoccarda dal 17 al 19 giugno 1983, esplicitò l’intento di stringere le relazioni fra gli Stati membri e per arrivarci si assunse il ruolo di motore dell’indirizzo politico, da svolgersi attraverso procedure rafforzate di concertazione con il Parlamento, attive anche in nuovi settori cooperativi, a partire dalle relazioni esterne.
Sempre il 17 giugno, in Italia, scoppiò il caso Tortora, consigliere Nazionale del PLI, arrestato nel sonno all’Hotel Plaza di Roma, con l’accusa di traffico di droga e associazione camorristica. L’interessato si dichiarò subito e sempre innocente, vittima di un errore giudiziario. Il dibattito politico al riguardo divenne immediatamente impetuoso e diffuso, come si vedrà.  Poco più di una settimana dopo, alle elezioni, la DC perse più del 5% , il PCI un po’ sotto l’1%, guadagnarono il PSI e i tre laici nel complesso quanto era calata la DC (il PLI prese sette deputati in più e quattro senatori), il MSI sfiorò il 7%, i Radicali scesero a 11 deputati. I risultati furono inequivoci. Conferma del pentapartito e necessità per la DC di De Mita di rassegnarsi ad accettare Craxi Presidente del Consiglio. Così, rieletta la Jotti Presidente della Camera e fatto Cossiga Presidente del Senato, Pertini incaricò Craxi di formare il Governo. Craxi varò rapidamente il suo governo, adottando la sola formula praticabile, il pentapartito, nel quale il PLI entrò con due Ministri (Altissimo all’Industria, Biondi all’Ecologia di nuova costituzione) e quattro sottosegretari (Fassino all’Istruzione, Melillo ai Trasporti, Francesco De Lorenzo alla Sanità, Raffaele Costa all’Interno).
Verso fine luglio 1983, il Consiglio Europeo varò il Programma Quadro pluriennale per la Ricerca e l’Innovazione, in vigore dal primo gennaio successivo. L’obbiettivo era consolidare la CEE nel settore scientifico, investendo in settori tecnologici chiave, sostenendo le piccole imprese, affrontando le problematiche essenziali del convivere (quali i sistemi di trasporto e l’approvvigionamento energetico), potenziando la collaborazione dei membri nel settore.
Negli Stati Uniti, andava confermandosi la circostanza che, con Ronald Reagan, il partito repubblicano aveva acquisito una nuova natura. Più popolare, più patriottica, più militante, più legata alle periferie, convintamente avversaria del nuovo corso statalista voluto da Roosevelt nonché del giornalismo elitario e lontano dai cittadini. Reagan era il leader naturale di un tale conservatorismo cauto. Aveva una capacità fisiologica di comunicazione, che la TV rendeva più incisiva, e la sua proposta politica era incardinata sulla semplicità della tradizione e sul trasmettere convinzione e fiducia. Dopo un quindicennio assai burrascoso, l’America profonda ne sentiva il bisogno. Reagan incarnava una convinzione fermissima contro l’aborto e sul fare tagli delle spese pubbliche, alla base dei robusti disavanzi di bilancio, ma attenta a dare risorse agli investimenti e ad evitare un eccessivo impatto delle industrie sull’ambiente.
In Italia non cessavano gli attentati mortali della mafia e della camorra a personaggi pubblici. A ottobre ’83, su spinta politica del Presidente Craxi, Camera e Senato istituirono per la prima volta una Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali. La Presidenza venne assegnata ad Aldo Bozzi, con un chiaro segnale di ottima considerazione, nella prospettiva della riforma, sia per le capacità in materia della persona sia per le posizioni del partito.
Negli ultimi mesi del 1983, in Svezia il Governo Palme e i Comunisti approvarono la legge sui fondi d’investimento dei lavoratori, in base. alla quale una parte dei profitti delle imprese private ere tassata e i proventi fatti confluire in fondi gestiti dai sindacati al fine di acquistare azioni delle imprese. Ciò provocò durissime reazioni e manifestazioni oceaniche con l’accusa di voler introdurre il socialismo reale.
In un clima surriscaldato dagli scioperi dei dipendenti pubblici, a metà dicembre, il Parlamento danese respinse il bilancio per il 1984 formulato nell’ottica del forte rigore finanziario. Vennero indette le elezioni anticipate il mese successivo. La coalizione del Primo Ministro Schlüter quasi raddoppiò i seggi (i PopolarConservatori guadagnarono 16 seggi, il Venstre 2, il Radikale Venstre 1, i Popolari Cristiani 1. mentre i Socialdemocratici arretrarono di 3 eletti)
Nella Regione spagnola dei Paesi Baschi, nel quadro delle drammatiche violenze separatiste dell’ETA che da tempo scuotevano l’ordine pubblico di frequente, alla fine del 1983 comparvero i Grupos Antiterroristas de Liberación. Di fatto, squadroni della morte (finanziati segretamente da settori del Governo Gonzales) che innescarono la guerra illegale al terrorismo, che durerà per anni.
Peraltro in quel periodo si impose, nel governo italiano, la decisione di Craxi di concludere finalmente la trattativa con il Vaticano (che durava da ben oltre un decennio per le resistenze dell’alta burocrazia italiana più o meno tollerate dai Governi) al fine di rivedere il Concordato. La necessaria autorizzazione del Parlamento avvenne al Senato e alla Camera il 25 e il 27 gennaio ’84. Da rilevare che votarono a favore dell’autorizzazione per il Nuovo Concordato DC, PSI, PSDI, PRI, PCI e che solo il PLI (con Malagodi e Valitutti al Senato e con Zanone e Patuelli alla Camera) sostenne il principio della separazione Stato religione (”spetta ai liberali testimoniare, nel presente e per l’avvenire, la superiorità della soluzione separatistica rispetto a quella concordataria”). Bozzi, esperto in materia, ritenne di non intervenire perché allora era Presidente della Bicamerale. I liberali hanno una coerenza naturale.
Il 18 febbraio 1984 il Nuovo Concordato venne sottoscritto dal Presidente del Consiglio e dal Segretario di Stato Vaticano con l’intento di adeguare alla nuova epoca i Patti Lateranensi. Con il Concordato 1984, venne formalmente abolito il principio della religione di Stato. L’insegnamento della religione cattolica non fu più obbligatorio in quanto fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica, ma divenne facoltativo, pur continuando lo Stato a fornire l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche escluso il livello universitario. Vennero soppressi il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio religioso e la riserva di giurisdizione ecclesiastica nelle cause di nullità, mentre si inserì l’obbligo di trascrizione nei Registri di Stato Civile dei matrimoni cattolici nonché la necessità di una delibera della Corte di Cassazione per dare effetti in Italia alle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale. Venne soppresso lo stipendio mensile statale al clero, sostituendolo con il contributo volontario dei cittadini (una legge non costituzionale di un anno dopo, introdurrà il meccanismo dell’otto per mille). Piena ridefinizione degli Enti ecclesiastici e del regime dei Beni culturali, legati all’avere come fine costitutivo essenziale il culto religioso.
Molto sinteticamente si può dire che nel Concordato 1984 la Chiesa non pone più lo strumento concordatario quale presidio della pratica religiosa ed applica la sua missione religiosa nel sociale. Dunque il Concordato 1984 è un passo avanti in direzione della separazione tra Stato e Chiesa. Resta invece immutata la pericolosa azione civile di quelli che chiamo i cattolici chiusi. Essi vivono sul e per il Concordato e ne difendono accanitamente la logica illiberale. In buona parte esterni alla gerarchia, continuano imperterriti a sostenere il sistema concordatario ed i suoi inevitabili privilegi. Vogliono salvaguardare più che la Chiesa, la loro funzione di intermediari nelle trattative concordatarie tra Stato e Chiesa. Perché aumentando il valore della trattativa, aumenta il valore della mediazione.
Negli ultimi mesi, le vicende canadesi erano caratterizzate da uno scontento crescente dei cittadini, per la recessione economica, pur superata, e per dissensi sul Piano Energetico Nazionale. Il Primo Ministro Trudeau aveva ritenuto di rispondere focalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica sulla problematica internazionale della pace. Pertanto si dette, fino all’inizio del 1984, a viaggiare in molte capitali del mondo ed incontrare i principali leader onde attuare una specifica iniziativa con lo scopo della pace. I viaggi furono accolti benissimo dai cittadini, però l’iniziativa non ebbe alcun risultato. Trudeau fiutò l’aria e a fine febbraio del ‘984 annunciò che avrebbe dato le dimissioni, non appena fosse sato nominato il nuovo leader liberale.
In Gran Bretagna, i lavoratori delle miniere si opposero con durezza all’intento del Governo Thatcher di chiudere due decine di pozzi di carbone giudicati improduttivi. Iniziò uno sciopero destinato a protrarsi per un periodo molto lungo. Divenne presto chiaro che la posta in gioco non era solo una vertenza sindacale, ma un modo di valutare l’azione politica: se le tradizioni di lavoro potevano o meno prevalere sugli effettivi andamenti economici.  Sullo sciopero dei minatori, l’Alleanza Liberali SDP non risultò compatta.  Il Liberal Party condannò le violenze fisiche dei minatori e al tempo stesso rimproverò alla Thatcher di non avere un progetto per affrontare il destino economico dei minatori. La SDP di David Owen (subentrato in autunno al dimissionario Jenkins) attaccò il sindacato per non aver indetto in referendum tra i lavoratori prima di proclamare lo sciopero e soprattutto per usare metodi pericolosi per la democrazia parlamentare e per l’ordine pubblico.
Oltre che nel grande tema Concordato 1984, il PLI si trovava coinvolto per forza anche negli sviluppi derivanti dall’arresto del suo consigliere Tortora. Alcuni esponenti dei giovani, guidati dal Vice Segretario Patuelli, lo avevano visitato in carcere all’inizio autunno, ma il Partito, a cominciare dal Segretario, manteneva un atteggiamento di prudente tranquillità in attesa che la magistratura svolgesse il suo compito. Un simile atteggiamento faceva prevalere il rispetto per la magistratura, senza prendere in considerazione l’ipotesi di sue forzature o di suoi errori. Ciò non andava bene; oltretutto, vista la personalità dell’indagato e il fatto del suo invariabile dichiararsi del tutto innocente, sempre e con incrollabile determinazione. Perché un’associazione politica liberale non poteva evitare almeno tre importanti problematiche. Intanto perché significava spostare il giudizio penale, dalla conclusione di un processo alle decisioni preliminari prese da un inquirente, sulla base di personali teoremi magari perfino non chiaramente formulati. Poi perché la tesi dell’inquirente era acriticamente enfatizzata dai mezzi di comunicazione, trascurando in pieno quanto asseriva la difesa. Infine perché dar per scontate l’accusa e la gran cassa dei media era molto pericoloso per la cultura liberale.  Nel complesso non era rispettato il disposto costituzionale sulla libertà del cittadino. Un non rispetto che, nel caso Tortora, era aggravato dal prolungarsi della carcerazione quale meccanismo estortivo di pressione. In sostanza, il PLI, legato ad una visione formale, abbandonò il suo Consigliere Tortora.
A cavallo di aprile, ci fu a Torino il XVIII Congresso del PLI, in cui il Segretario aveva l’intento implicito di richiamare il tema del Convegno del ’51, Per l’Unificazione Liberale. Ma non ce ne erano le condizioni. Sia per la linea delle due minoranze, Nuova Iniziative criticava la gestione e Autonomia chiedeva un PLI nettamente a destra e avversario dei socialisti. Sia perché all’interno di Democrazia Liberale le acque non erano in bonaccia su due punti. L’insufficiente collegialità per i privilegi al circolo degli zanoniani piemontesi e la diversità di opinioni sul caso Tortora. Al punto che venne presentata in Congresso da Savasta una mozione con poco meno di trecento firme di solidarietà a Tortora, in cui si sottolineava che lo accusavano solo mitomani, delinquenti abituali, presunti pentiti e in conseguenza si sollecitavano concrete azioni legislative di riforma incluso il risarcimento danni per eccesso di carcerazione preventiva.
In un simile quadro, l’aspirazione alla unificazione diveniva non proponibile. La Stampa commentò che “il quadrilatero di ferro dei ministri Altissimo e Biondi, del vice segretario Patuelli e della sinistra di Morelli, rafforza Zanone ma anche lo imbriglia”. E di fatti Zanone si irrigidì sulla forma e sui motivi politici. Sulla forma tirando fuori la grinta per dire che nel PLI non si ammettono scortesie e sulla politica risolvendo i problemi interni a Democrazia Liberale in tema di insufficiente collegialità (con un ufficio politico sovrastante la Direzione) , confermando che la strategia del PLI era senza alternative, nominando Vice Presidenti Valitutti e di Piero Chiara (che era dell’area moderata), ma rifiutando di contrattare sui vice Segretari, che restavano una sua esclusiva competenza.
Come conseguenza di tutto questo, l’intesa era impossibile in termini politici e non ci fu. I giornali commentarono “dopo le polemiche pubbliche degli ultimi giorni, una finta unanimità avrebbe portato la sinistra fuori dalla maggioranza”. Il voto congressuale vide prevalere Democrazia Liberale con il 69% (meno 4% sul Congresso di Firenze), che batté Autonomia al 17% (meno 2%) e Nuova Iniziative al 14% (più 6%). Pochi giorni dopo, al Vice di prima Patuelli si aggiunse il Vice Battistuzzi.
Il 24 aprile si tennero in Austria le politiche, che furono un tornado. In qualche modo era nell’aria, tanto che il Cancelliere uscente Kreisky, al governo da 13 anni, in campagna elettorale aveva detto che si sarebbe dimesso in caso di perdita della maggioranza assoluta. Così, quando Il Partito Socialista ebbe il 47,65% dei voti e 90 seggi su 183, dunque era primo ma senza la maggioranza assoluta, Kreisky si dimise in serata. Secondo fu il Partito Popolare, conservatore, in crescita al 43,22% (con 81 seggi) e poi il Partito della Libertà, membro di Liberal International, con 12 seggi. Di conseguenza a maggio nacque la coalizione Socialisti Liberali a sostegno del Governo del Cancelliere socialista Sinowatz con vice Cancelliere il capo del Partito della Libertà.
A maggio, in Gran Bretagna alle municipali, l’Alleanza SDP Liberal dimostrò un forte radicamento territoriale e l’efficacia del lavoro di base, guadagnando ben 160 consiglieri comunali.
Sempre nella vita interna PLI, Savasta mantenne rapporti con Tortora e Patuelli gli fece visita. Lui rivendicava l’iscrizione al PLI e chiedeva la candidatura alle elezioni europee. Ma Zanone non sentì ragioni. Privilegiava l’idea perbenista dell’inopportunità di candidare un soggetto in carcerazione preventiva. Sottovalutando che il tal modo violava il principio cardine per i liberali, della presunzione di innocenza fino alla condanna in un processo. Così nelle settimane successive Tortora venne avvicinato dai Radicali, che gli offrirono una candidatura alle elezioni CEE del giugno seguente. E lui, sentendosi solo, finì per accettare.   Fu il secondo grave errore politico commesso da Zanone, dopo quello della candidatura di Sterpa.  
Il 17 giugno si svolsero le elezioni per il Parlamento CEE. L’affluenza fu del 59% con 434 seggi da eleggere (quattordici in più, siccome votò insieme anche la Grecia). Primo partito risultò quello Socialista (con 130 eletti, 17 in più) , seguito dal Partito Popolare (110 eletti, 3 in più), dai gruppi Conservatori (79 eletti, 6 in meno), dai Comunisti ( 41 eletti, 3 in meno), dai Liberali (31 eletti, 9 in meno), dagli Ambientalisti (gruppo nuovo con 20 eletti), dalla destra (gruppo nuovo con 16 eletti) e da sette non  iscritti (tre erano i Radicali italiani, tra cui Tortora). Il gruppo Liberale confermò i cinque italiani (tre liberali e due repubblicani) ma non ebbe eletti in Gran Bretagna, in Germania e in Grecia (qui non ne aveva neppure prima).
Tale arretramento in Gran Bretagna dell’Alleanza Liberal SDP, che pure ottenne oltre due milioni e mezzo di voti, fu dovuto soprattutto al sistema maggioritario di collegio a turno unico, ma anche alle divisioni percepite dall’elettorato sul tema dello sciopero dei minatori in corso, che al momento era al centro del dibattito. I liberali di David Steel non riuscirono a far prevalere la loro linea di critica costruttiva per far tener conto di tutti gli aspetti della questione, essendo di continuo accusati da Owen di non avere il rigore necessario, slogan che non strappò voti ai laburisti e rafforzò i conservatori.
Nel frattempo, in Portogallo, la dura gestione economica ed i sacrifici imposti dalle condizioni generali del paese, stavano facendo traballare il Governo, non a livello parlamentare, bensì per le tensioni tra gli alleati e in particolare per la crescita della parte contraria all’accordo con Soares all’interno del Partito Socialdemocratico.  Invece, in Finlandia il Governo Sorsa riuscì a fatica a superare i dissensi programmatici interni alla coalizione dei partiti non socialisti, inoltre a contenere l’inflazione assai sotto il dieci per cento e a spostarsi con cautela verso il contesto dell’Europa occidentale.
In Canadà, nel quadrimestre in cui nel partito liberale si sceglieva il nuovo leader, il Primo Ministro Trudeau esercitò ampiamente i suoi poteri di nomina ed attribuì a decine di parlamentari liberali importanti incarichi in uffici pubblici di rilievo. A fine giugno divenne Primo Ministro il successore Turner, che indisse per settembre nuove elezioni. Solo che nel frattempo l’opposizione conservatrice aveva preso atto delle moltissime nomine fatte da Trudeau, creandone uno scandalo che ebbe conseguenze devastanti nelle urne. I Conservatori ebbero una larga maggioranza assoluta, con i Liberali in calo di oltre cento eletti. Divenne Primo Ministro Brian Mulroney.
A luglio, in Francia ci fu un notevole cambiamento. Dopo la svolta politica di due anni prima, l’opinione pubblica di sinistra era divenuta sempre più scontenta e i pessimi risultati del Partito Socialista alle Europee lo avevano confermato. Dall’inizio anno, era discusso un progetto di legge con l’obiettivo di imperniare l’educazione su un sistema statale laico, riducendo i finanziamenti alle scuole private, cattoliche in grandissima maggioranza.  Contro questo progetto, vi furono grandissime manifestazioni di piazza da parte dei moderati. Il Presidente Mitterrand impressionato spinse a ritirarlo. Il Primo Ministro Mauroy si dimise. E Mitterrand scelse come sostituto un giovane seguace, Laurent Fabius, neppure quarantenne, ministro dell’Industria e della Ricerca, sostenitore di un socialismo meno ideologico e più attento al mercato, che chiarì di perseguire il controllo dell’inflazione e il modernizzare l’industria francese.  Il Partito Comunista comprese che si accentuava la linea di rigore iniziata nel 1983 e decise di non entrare nel nuovo Governo. Il nuovo Primo Ministro ebbe le mani libere per realizzare la sua impostazione.
Il Governo Palme, in Svezia, approvò norme d’accoglienza dei rifugiati politici del Terzo Mondo assai più aperte, che nel tempo attirarono migliaia di profughi. Inoltre, più volte accusò l’URSS di violazione delle acque territoriali e dello spazio aereo.  Da parte loro, preparandosi alle elezioni del 1985, due partiti di opposizione, il Partito di Centro e i Democratico Cristiani (i Popolar Liberali restarono fuori) strinsero un accordo di coalizione per contrastare le sinistre.
E’ necessario rilevare un fattore significativo che stava emergendo in diversi paesi Occidentali.  La difficoltà di mantenere un atteggiamento politico complessivamente coerente con la metodologia della società aperta. Un simile fattore si manifestava su varie tematiche.  Ad esempio, il frastagliato giudizio sulla NATO. Vediamo. In Danimarca il Governo era a favore della NATO, ma fu costretto dalle opposizioni ad inserire nei documenti ufficiali delle note a piè di pagina per lasciare aperti i negoziati sul dislocare i missili NATO in Europa occidentale. In Gran Bretagna, l’Alleanza Liberali SDP era divisa al riguardo. A settembre l’Assemblea annuale del Liberal Party, non accettò la linea raziocinante del leader David Steel, e votò a favore del ritiro immediato dei missili Cruise dal Regno Unito; mentre la SDP continuò a difendere con fermezza il mantenimento della deterrenza nucleare. In Spagna, il PSOE alle elezioni aveva promesso l’uscita dalla NATO, però al Congresso di dicembre lo stesso Gonzales fece votare perché la Spagna restasse nella Nato, indicendo per il 1986 un referendum confermativo. Tutte queste oscillazioni erano l’effetto di un insufficiente approfondimento di quale natura avesse la Nato, cui non pochi continuavano ad attribuire un ruolo politico e non solo di alleanza militare. 
Un altro esempio era, in Italia, la crescente importanza attribuita allo scandalizzarsi piuttosto che al riflettere sui fatti e a scegliere cosa fare. I maggiori sostenitori di questa linea, seppure in modalità diverse, furono il giornalista Scalfari e il politico radicale Pannella. Scalfari esasperava di continuo ogni notizia quasi Repubblica fosse il partito del vero e Pannella era ossessionato dal far notizia ad ogni costo con l’intento proclamato di difendere la libertà e il diritto. In sostanza Scalfari e Pannella operavano da notabili impegnati a riparare il danno al bene del cittadino perpetrato dalla politica oscurantista e corrotta. Tuttavia, sempre in Italia, esisteva anche un altro approccio assai sensibile al notabilato. Quello del PLI di Zanone. Si manifestò in pieno nella vicenda Tortora, quando venne consapevolmente scelto di privilegiare la concezione perbenismo notabilare, secondo cui un cittadino può aspirare ad avere incarichi rappresentativi solo se non indagato, il che mette nelle mani dei Pubblici Ministeri il ruolo di selezionatori della rappresentanza (attribuendo tale compito a loro invece che al processo e aggirando i cittadini). Perbenismo notabilare che ebbe i suoi risvolti negativi specie dopo che Tortora, condannato in primo grado, a fine anno si dimise da parlamentare europeo per non avere più l’immunità e poter proseguire dagli arresti domiciliari la battaglia processuale e dimostrare la piena innocenza. Cosa che regolarmente avvenne nel processo di appello con formula piena.
Ebbene, tutti questi esempi, l’ambiguità sulla Nato e l’ottica notabilare disattenta al costruire i meccanismi della libertà, testimoniano che mantenere la linea per costruire la società aperta richiede un impegno costante e accorto.
Durante l’anno, negli Stati Uniti ferveva la nuova campagna elettorale per la Presidenza. Come notato prima, il Partito Repubblicano era riuscito a penetrare l’America profonda ed anche di più, in specie nella magistratura federale e nel solido rapporto con i cristiani evangelici.  Inoltre in quei mesi si manifestò una forte crescita delle condizioni economiche, l’abbassarsi delle imposte e un calo della disoccupazione.  Perciò la cittadinanza era soddisfatta. Certo, c’era pure un netto aumento del debito pubblico soprattutto a causa delle massicce spese militari. Però la favorevole congiuntura economica non lo rendeva preoccupante. Oltretutto i cittadini sembravano condividere anche la politica internazionale di finanziamento ai movimenti anticomunisti, che inoltre andava insieme al continuare il progetto di scudo spaziale antimissile. Alla luce di tali premesse, non fu certo una sorpresa che, a novembre, il candidato Reagan ottenne un plebiscito, vincendo addirittura in 49 stati su 50. Fu chiaramente votato anche dagli elettori democratici moderati, visto che, nel contemporaneo rinnovo della Camera, il Partito Democratico mantenne una larga maggioranza di seggi, pur perdendone poco meno di una ventina. 
In Austria, la principale vicenda politica dell’anno 1984 furono gli sviluppi della decisione del Governo socialdemocratico liberale, presa nel dicembre precedente, di costruire una diga e una centrale idroelettrica sul Danubio nei pressi di Hainburg (una cinquantina di km ad est di Vienna). Il piano prevedeva il disboscamento e la cementificazione di un’immensa e preziosa area boschiva e paludosa (le golene), fra le ultime foreste pluviali d’Europa. Il progetto suscitò subito l’opposizione del WWF con una campagna di sensibilizzazione a difesa delle golene.  Il Governo, ritenendo l’opera essenziale per la politica energetica austriaca, sottovalutò la campagna, anche perché fortemente pressato dai sindacati e dalle industrie che vedevano nel progetto un’imperdibile occasione di lavoro. La campagna WWF, peraltro, proseguì per mesi e sfociò nell’occupazione pacifica dell’area da parte di migliaia di attivisti. Scoppiarono disordini e vi fu una violenta repressione delle forze dell’ordine. Divenne evidente che l’opinione pubblica era favorevole alla campagna WWF. Il Governo prese atto e il 22 dicembre 1984 proclamò la “Pace di Natale” e sospese i lavori. Che poche settimane dopo furono bloccati per sempre dall’Alta Corte. Come vedremo, non finirono qui le conseguenze politiche dello scontro su Hainburg.
A fine gennaio ’85, in Italia, uscì la relazione conclusiva della Bicamerale Presieduta da Bozzi. Prevedeva la modifica di 44 articoli al fine di una funzionalità più aperta delle istituzioni. Quindi erano proposti alcuni principi di riforma. Ridurre il numero dei parlamentari (non definendone un numero fisso).  Allargare i senatori di diritto agli ex Presidenti delle Camere per almeno una legislatura e agli ex Presidenti della Corte costituzionale per un mandato. Limitare ad otto il numero massimo dei senatori a vita in carica. Porre un limite alle spese elettorali dei candidati e creare norme per prevenirne le violazioni. Dare un doppio percorso alla funzione legislativa: esercitata da entrambe le Camere per le leggi costituzionali ed elettorali, per il funzionamento delle istituzioni costituzionali, il bilancio i tributi, le sanzioni penali, i principi delle leggi cornice e degli statuti regionali, la conversione di decreti legge, la ratifica dei trattati internazionali; altrimenti esercitata dalla sola Camera, salvo richiesta del Senato entro 15 giorni dall’approvazione di un testo. In tal caso, nei 30 giorni successivi, il testo con le modifiche va rinviato alla Camera, la quale deve pronunziarsi entro 30 giorni. Introdurre la procedura delle Camere riunite per la fiducia e per la sfiducia al Governo, la possibilità di revoca dei Ministri.
Questa relazione venne approvata in Bicamerale con i voti di DC, PSI, PRI, PLI, l’astensione di PCI e PSDI e il No di MSI e di Democrazia Proletaria. Un cenno ai motivi delle due astensioni. Il PCI riteneva che le proposte della relazione portassero ad uno sbilanciamento eccessivo a favore del Presidente del Consiglio e del Governo; soprattutto temeva si arrivasse a sopprimere il voto segreto, considerato uno strumento fondamentale per garantire l’autonomia dei singoli parlamentari e decisivo per mettere in luce le contraddizioni nella maggioranza (in sostanza motivazioni a difesa delle convenienze proprie e non dell’istituzione, a costo di evitare la trasparenza politica). Il PSDI era preoccupato per il calo della centralità del Parlamento e della collegialità dell’esecutivo, temendo pure la tendenza a polarizzare il sistema (in sostanza atteggiamento difensivo della propria funzione).  In seguito tuttavia il percorso di approvazione della relazione si arenò in Parlamento. Risultò decisiva l‘interessata indifferenza di DC e di PCI, ambedue ostili a rendere l’istituzione più dinamica e comprensibile, come invece esigeva lo spirito del cambiamento impersonato dai liberali ed affermato dai socialisti. 
In Francia, il 1 febbraio, il Presidente lanciò un principio d’accoglienza che prenderà il suo nome, Dottrina Mitterrand. Stabiliva che la Francia avrebbe garantito la protezione e negato l’estradizione agli italiani che avevano praticato la lotta armata negli “anni di piombo”, purché avessero interrotto ogni legame con la violenza e non avessero compiuto reati di sangue. Lo stesso giorno entrò in vigore il recesso della Groenlandia dalla CEE deciso con un referendum tre anni prima, e dopo che un Trattato apposito l’aveva fatta divenire un Territorio Oltremare associato alla CEE.
Come già stabilito nei mesi precedenti, il vice Cancelliere e Ministro degli Esteri Genscher, ritenendo eccessivo l’impegno, decise di dimettersi da Presidente FDP indicò quale successore Martin Bangemann, che venne eletto dal Congresso FDP  di Saarbrucken il 25 febbraio.
I primi di marzo, negli Stati Uniti, il Presidente Reagan – il quale già nel discorso di insediamento aveva chiarito che la lotta anticomunista sarebbe stata il suo fattore politico distintivo – pose il veto sulla legge d’emergenza per il credito agricolo, un consistente pacchetto di salvataggio per i coltivatori in difficoltà finanziarie. Il motivo fu che era un’aggiunta di miliardi al deficit pubblico che non avrebbe risolto strutturalmente i problemi dell’agricoltura. Da qui ebbe origine la legge quinquennale Food Security Act che non era un mero intervento di spesa e venne varata a fine anno.
I primi di marzo finì, in Gran Bretagna, lo sciopero dei minatori iniziato proprio un anno prima contro la chiusura dei giacimenti carboniferi. Fu una resa senza condizioni del sindacato e una vittoria politica schiacciante per Margaret Thatcher. Indebolì alla radice il potere delle tradizionali unioni sindacali.  A fine marzo, in Danimarca, venne votata una risoluzione che stabiliva di redigere piani energetici pubblici senza utilizzare l’energia nucleare, neppure costruendo centrali commerciali.
A metà maggio alle Regionali in Italia, non ci furono grandi scosse, e furono significative le pur lievi variazioni. Dc e PCI calarono più dell’un per cento superando di un soffio rispettivamente il 35% e il 30%, il PSI crebbe al 13,33%, il PRI raggiunse il 4% tondo, il PSDI calò al 3,6% e il PLI arretrò vicino al mezzo punto (che però diveniva lo 0,7 rispetto le politiche ’83). L’insuccesso PLI  fu soprattutto in Lombardia dove perse il 27% sulle precedenti e in particolare a Milano dove arrivò a perdere un terzo dei voti. In casa PLI, la battuta di arresto giunse inattesa. Le due minoranze erano agitate. Però, mentre Costa chiedeva lo scioglimento delle correnti, Sterpa tuonava per rivedere la posizione politica in senso più conservatore. Zanone si disse incline alle dimissioni, ma Democrazia Liberale non era dell’avviso e invitava a non assumere decisioni precipitose. Peraltro era chiaro che esisteva il problema di dare al PLI un’immagine più incisiva, superando la cauta prudenza al limite dell’indecisione.
In Germania, durante la primavera, le elezioni regionali, prima nel Saarland e poi nella Renania Vestfalia, furono vinte dai socialdemocratici, ma non scossero la Coalizione di Kohl. Nelle medesime settimane, in Gran Bretagna, l’Alleanza tra i Liberali e i SocialDemocratici riportò importanti successi nelle elezioni locali indebolendo il bipartitismo. 
I primi di giugno ’85 si svolse in Italia il referendum sulla scala mobile, che i partiti di Governo (però il PRI manifestava di continuo dubbi espliciti) volevano bocciare con il voto No. Rispetto alle regionali i votanti furono quasi tre milioni in più, la tesi del pentapartito superò il numero di voti già presi alle regionali e vinse. Fu un successo molto rilevante, che svelava  un nuovo volto del paese. Mostrava che il paese era ormai in un’era assai differente da quella immaginata e sostenuta per anni dalle opposizioni di sistema le quali proponevano che l’Italia privilegiasse Il lavoro e non il produrre. Andando così contro lo spirito dell’economia liberale. Nell’economia liberale niente può essere fatto in modo automatico per legge e le retribuzioni si adeguano mediante il contrasto con cui si determina l’equilibrio provvisorio tra i diversi interessi basato sulla capacità e sull’efficacia nello svolgere il proprio lavoro. Peraltro, gli avvenimenti degli anni seguenti dimostrarono che i gruppi dirigenti dei due partiti più grossi non si riconoscevano – seppure con modalità diverse –  nell’economia liberale e nel clima civile che si creava adottandola.
A metà giugno, in ambito dei paesi CEE ci fu una scelta che segnò l’inizio del non rispettare il criterio dell’unanimità: l’uso o meno dell’unanimità sarà da allora al centro dei dissensi comunitari per decenni. Sul tema della libera circolazione interna, le posizioni erano due. Per una metà dei paesi membri, la libera circolazione si doveva applicare esclusivamente ai cittadini comunitari. Per l’altra metà si dovevano togliere i controlli interni per chiunque varcasse una frontiera.  Dopo mesi di trattative infruttuose tra gli allora dieci membri CEE, cinque di loro, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Olanda, a bordo di un battello sulla Mosella vicino a Schengen nel sud est del Lussemburgo, firmarono un accordo sulla seconda scelta. Ricapitolando, l’accordo di Schengen venne stipulato, su spinta di Kohl e di Mitterrand, al di fuori dell’impianto dei Trattati di Roma fatto nell’ambito della cultura liberale e costituì l’inizio del tentare una politica che pretende di costruire l’Europa senza rispettare le sue regole costitutive. La costruzione può avvenire solo facendo maturare la scelta di tutti i membri (a Schengen non c’erano Danimarca, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Repubblica d’Irlanda), non con le corse in avanti di aspira al proscenio.
4.15 Gli anni ottanta del ‘900 . d) fino al Congresso Liberal International di Pisa – Giorni dopo, il 24 giugno, il Parlamento italiano si riunì in seduta comune per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Fu un evento. Al primo scrutinio il pentapartito, il PCI e gli indipendenti di sinistra, elessero Francesco Cossiga, il DC fino ad allora Presidente del Senato. Il Gran Regista dell’operazione fu De Mita, il quale, polarizzato come sempre sullo sventolare il logo DC, avrebbe scoperto anni dopo che l’eletto aveva una politica assai diversa dalla sua. Negli stessi giorni, Mitterrand ottenne l’approvazione del sistema elettorale proporzionale francese, voluto per evitare ai socialisti le conseguenze della sconfitta elettorale in arrivo e che, favorendo la frammentazione dei moderati, in pratica  agevolò il progressivo affermarsi del Fronte Nazionale di Le Pen; mentre in Belgio, a seguito della tragedia allo stadio Heysel di Bruxelles a fine maggio, scoppiarono durissime polemiche circa la responsabilità di quanto avvenuto, che portarono alla caduta del Governo e alle elezioni anticipate.
Intorno a metà luglio ’85 si arrivò al Consiglio Nazionale PLI convocato per esaminare le dimissioni che Zanone, alla fine, aveva deciso di rassegnare. L’alto là elettorale non aveva misura tale da giustificare una determinazione del genere e nel partito nessuno le aveva chieste.
Sulla base della relazione tenuta in Consiglio Nazionale da Zanone, è plausibile ritenere che Zanone fu spiazzato dal gran successo del PRI (mai entusiasta della politica del cambiamento a causa dei robusti legami burocratici e finanziari), che però lui considerava della stessa area liberaldemocratica.  Per di più, il PSI relegava il liberalsocialismo in un tatticismo annessionistico. Pertanto, il quadro complessivo poneva vincoli molto difficili al PLI, necessariamente impegnato a diffondere la consapevolezza che solo il polo laico accresceva il ruolo del cittadino e riequilibrava l’egemonia della DC. Zanone si ritenne personalmente inadatto a far crescere nel tempo proposte liberali aggiornate ai nodi da sciogliere, ma tali da coinvolgere abbastanza l’opinione pubblica. Nella relazione Zanone disse che occorreva una linea liberale più nettamente marcata, più orgogliosa e combattiva. Senza dubbio, il liberalismo non è mai ideologico. Si misura sull’analizzare i dati di fatto e sui comportamenti tenuti di conseguenza. Perciò la linea più combattiva dei liberali è comportarsi da liberali. In base ai principi di libertà individuale, alle valutazioni dei fatti e senza impigliarsi nelle cautele notabilari (che sono una forma di conformismo nella stasi).
Zanone scartò l’ipotesi (pur avanzata) di far scegliere al Congresso il successore, perché preferiva farlo fare al Consiglio Nazionale. Riteneva così di favorire il gruppo torinese che aveva dominato la gestione della sua Segreteria. In sostanza equivaleva a privilegiare una sorta di oligarchia. I candidati alla Segreteria furono i due Ministri, Altissimo e Biondi. Democrazia Liberale si divise apertamente (Zanone, Battistuzzi, Bastianini, Malagodi e Bettiza a favore di Altissimo, invece Patuelli, Valitutti, Baslini, Morelli, l’on. Ferrari, il sen. Palumbo, l’on.Melillo, a favore di Biondi) e non si ricomporrà più (in Democrazia Liberale rimasero i torinesi, ma si staccarono il gruppo di Biondi Umanesimo Liberale e Nuova Democrazia Liberale, gli altri a favore di Biondi Segretario). Le due minoranze restarono separate (Costa per Biondi in modo dichiarato e Sterpa per Altissimo). Il voto finale elesse Biondi con 117 voti contro 91. Biondi nominò subito i nuovi vice segretari (Patuelli, vicario, Morelli, Palumbo, Costa), si dimise da Ministro e sollecitò l’indicazione del sostituto. Venne fatta dopo pochissimi giorni una riunione plenaria dei suoi sostenitori. Fu assunta unanimemente una decisione ritenuta adatta per non spaccare il PLI (Zanone nuovo Ministro, nonostante in questo modo ambedue i Ministri fossero torinesi ed esponenti dell’oligarchia sconfitta nel voto). Come proveranno i fatti, si trattò di un errore chiave della nuova Segreteria.  
Va ricordato che, all’inizio ottobre, al Congresso Laburista inglese, il leader Neil Kinnock, spinto soprattutto dall’esito negativo dello sciopero dei minatori, avviò il ripensamento del rapporto con le correnti di sinistra del partito attaccandole a fondo insieme alla complessiva linea politica del gruppo giovanile Militant modellata sul marxismo estremista contro ogni forma di capitalismo. 
Mentre il PLI aveva convocato per primavera il suo Congresso Nazionale, tra la serata del giorno 10 ottobre e fino al giorno 12, scoppiò un grave incidente diplomatico tra l’Italia e gli Stati Uniti all’aeroporto militare di Sigonella, ad ovest di Catania. Quattro giorni prima, al largo delle coste egiziane, terroristi del Fronte Liberazione Palestinese avevano sequestrato la nave Achille Lauro in crociera, avevano ucciso un crocerista (ebreo americano) e avevano dirottata la nave verso un porto siriano per attaccare gli israeliani, dovendo poi ripiegare in un porto egiziano perché respinti. Intervennero serratissime trattative diplomatiche, cui presero parte anche l’Egitto e l’OLP, e fu ottenuta dai terroristi la resa in cambio dell’immunità in uno Stato arabo. Tuttavia l’aereo egiziano che li trasportava secondo l’accordo, venne intercettato da caccia degli Stati Uniti e venne fatto atterrare all’aeroporto di Sigonella a mezzanotte. Gli aerei militari degli Stati Uniti, scesi anch’essi sulla pista, intendevano impadronirsi del velivolo, ma furono bloccati dal Presidente Craxi il quale schierò i carabinieri ed altri corpi di stanza a Sigonella perché, siccome il reato era avvenuto su una nave italiana, gli autori dovevano essere processati nel nostro paese. Dopo una serie di forti schermaglie proseguite per molte ore (l’Italia fece intervenire sulla pista anche i carri armati) e dopo un colloquio telefonico diretto tra Craxi e Reagan, gli Stati Uniti rinunciarono alla loro pretesa irrealistica. E pochissimo tempo dopo, pose fine al contrasto una lettera di Reagan a Craxi con un invito negli Stati Uniti. 
Nell’ambito interno, tuttavia, la vicenda Sigonella non si chiuse. Qualche giorno dopo il PRI, filo americano, ritirò la delegazione al Governo. La DC di De Mita voleva una crisi extraparlamentare ma Cossiga e Craxi ritennero indispensabile un dibattito in Parlamento perché si conoscessero i fatti e ognuno potesse giudicare. Craxi ribadì la propria linea e nella replica aggiunse che la lotta del popolo palestinese era legittima e Israele avrebbe dovuto ritirarsi dai territori occupati nel 1967. Il PLI con Bozzi sostenne che “la crisi avrebbe potuto essere evitata, anche se vi sono riserve e preoccupazioni sul piano istituzionale circa la collegialità, sul piano della lotta al terrorismo e soprattutto sulla politica mediorientale. Tali preoccupazioni avrebbero potuto dar luogo ad un incontro leale senza che si scardinasse la compagine governativa, creando un vuoto di potere in un momento estremamente difficile per il paese. La replica del Presidente del Consiglio, nel passaggio relativo alla legittimità della lotta armata da parte dell’OLP, ha destato in noi molte riserve e perplessità  ….. Però noi liberali restiamo fermi alla tavola fondamentale della chiarificazione, che è quella contenuta nel documento dei cinque” (effettivamente Craxi aveva sottovalutato cosa sarebbe stato il terrorismo in prospettiva, paragonandolo addirittura ai moti risorgimentali italiani). I ministri PRI restarono nell’esecutivo. Il Parlamento confermò (votarono Sì anche il PCI e buona parte del MSI) la fiducia al Governo, che proseguì ad operare con determinazione (che servì, visto anche che a fine anno ci furono cruenti attentati palestinesi agli aeroporti di Roma e Vienna, con strascichi e tensioni per gli aiuti forniti dalla Libia).
Alle elezioni anticipate belghe seguite alla crisi per la tragedia dell’Heysel, venne confermata – nonostante i forti scontri sociali e le attese dell’opposizione socialista – la maggioranza uscente, che ebbe anzi un lieve aumento. Si costituì di nuovo una coalizione moderata che varò il Governo Martens VI con quattro Vice di cui due liberali.
A metà novembre, la Premier inglese e il Primo Ministro irlandese firmarono un accordo storico , che per la prima volta, attribuiva alla Repubblica d’Irlanda un ruolo consultivo ufficiale nella gestione degli affari dell’Irlanda del Nord (perciò ci fu una dura protesta dei partiti unionisti).Per il resto, la Thatcher continuava nella sua politica di rigore, senza curarsi troppo dello scontento sociale e dell’elevata disoccupazione , anzi inducendo di fatto le amministrazioni locali controllate dai laburisti ad applicare i limiti alle spese pubbliche imposti dal Governo. Estese questa politica anche al settore calcistico, bandendo a tempo indeterminato dalle competizioni europee i club inglesi per ragioni di ordine pubblico (gli hooligans avevano causato violenti disordini negli stadi europei). 
Alla fine dell’anno, la Danimarca modificò la legge sugli stranieri di due anni prima, e varò una normativa per frenare il flusso di rifugiati e richieste di asilo provenienti dal Medio Oriente. Il Governo di minoranza a quattro presieduto da Schlüter continuava ad indirizzare la politica danese in termini di attiva moderazione.  
Dal 1gennaio 1986 scattarono le decisioni già assunte e, con l’ingresso del Portogallo e della Spagna, i membri della CEE aumentarono a 12. Nelle settimane successive, in Gran Bretagna scoppiò una forte crisi nel Governo a proposito dello Stato economico di una grande produttrice di elicotteri, che portò prima alle dimissioni del Segretario alla Difesa e subito dopo di quello del Commercio.
In Svezia, il 16 febbraio, avvenne il totalmente imprevisto omicidio del Primo Ministro Olaf Palme. Al di là della tragedia in sé – cui fu posto rimedio con il subentro del Vice Ingvar Carlsson – l’episodio rappresentò il crollo del sogno della cultura laburista svedese. Era certa di essere una società tranquilla senza conflitti, rispettosa delle norme, dotata di una struttura istituzionale efficiente. Il brusco richiamo alla realtà  trovò ulteriore inequivoca conferma nella maniera confusa con cui furono condotte le indagini, tanto che da allora non è stato mai individuato con certezza chi abbia sparato alle spalle di Palme che tornava a casa insieme alla moglie, e ancor meno se ci fossero stati mandanti e chi fossero.
Intanto stavano proseguendo gli incontri tra i paesi membri relativi agli sviluppi complessivi della CEE. Sotto la spinta di Kohl e di Mitterrand, con la Thatcher che frenava, si era giunti a convocare una Conferenza Intergovernativa in Lussemburgo con l’obiettivo di riformare i Trattati, sulla base di documenti predisposti dalla Commissione a seguito di riunioni durante il 1985.  La Conferenza Intergovernativa lavorò diverse settimane, nella sostanza secondo una linea che adottava, ammorbidendola, la logica del ritorno alle trattative tra Stati di potere, restando disinteressati al fare maturare i rapporti civili tra i membri CEE. Il compromesso venne raggiunto alla vigilia della Conferenza Intergovernativa del Lussemburgo e il conseguente Atto Unico venne sottoscritto il 17 febbraio 1986 da nove membri ma non da Danimarca, Grecia ed Italia. Nel frattempo in Danimarca, avendo il Parlamento bocciato il criterio del negoziato, venne convocato un referendum popolare che si tenne il 27 febbraio ed approvò il testo del Lussemburgo adottato dieci giorni prima. Il giorno successivo Danimarca, Grecia ed Italia firmarono a L’Aja lo stesso testo del Lussemburgo, trasformandolo nell’Atto Unico CEE che sarebbe entrato in vigore quattro mesi dopo, il 1luglio.
Le principali modifiche ai Trattati introdotte con l’Atto Unico furono le seguenti. Sostituire in diversi settori le decisioni all’unanimità con quelle a maggioranza qualificata. Riconoscere il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale quale strumento chiave di coesione.  Conferire al Parlamento il dare parere conforme nel prendere decisioni rilevanti, quali forme di ingresso nella CEE e di cooperazione con Paesi terzi. Dare un maggiore ruolo al Parlamento e al Consiglio nella procedura di approvazione delle proposte di legge fatte dalla Commissione, specificando che il Consiglio, per non accettare gli emendamenti del Parlamento ad una proposta, avrebbe dovuto approvare quella proposta all’unanimità. In sostanza, la CEE si sviluppava distaccandosi dall’impostazione dei Trattati basata sulla quotidianità civile, per tornare a quella tradizionale degli Stati centro del potere.
Nelle medesime settimane, Londra e Parigi si accordarono per costruire un tunnel sottomarino sotto la Manica per un collegamento diretto tra l’isola e il Continente. 
In Portogallo, si erano svolte in due turni tra gennaio e febbraio le elezioni per il Presidente della Repubblica. Al secondo turno, il socialista Soares riuscì a raddoppiare i suoi voti, arrivando a vincere con il 51% sul conservatore Freitas do Amaral, docente universitario sostenuto dal centro destra socialdemocratico.
In Italia, in vista del Congresso PLI, una Commissione di 12 persone coordinata da Morelli (comprendente tra l’altro Battistuzzi, Piero Chiara, Malagodi, Sforza Fogliani, Valitutti e Zanone) redasse un documento premessa alle Tesi Congressuali, denominato La Società Aperta. Questa premessa iniziava dichiarando che “ll Partito Liberale è l’associazione dei cittadini che si battono per una società aperta. Una società aperta è un meccanismo di organizzazione sociale, libero e democratico, che l’uomo va edificando. La sua caratteristica è una intensa capacità di continua trasformazione degli equilibri esistenti al fine di rispondere alle domande, che i cittadini sempre ripropongono, ciascuno in modo diverso, di poter esercitare i propri uguali diritti di libertà. La società aperta è il meccanismo di organizzazione sociale che, stando all’esperienza, consente a ciascun individuo, per ogni data condizione storica, il massimo dispiegarsi della propria individualità. Il Partito Liberale non ritiene sia possibile né progettare né realizzare una società perfetta o comunque immutabile. Il Partito Liberale persegue il grande ideale della progressiva emancipazione dell’uomo senza mai ispirarsi ad una dottrina rigida”. Inoltre, verso metà marzo, con chiaro riferimento al caso Tortora, esponenti liberali, socialisti, socialdemocratici e radicali (per il PLI ne furono promotori, Biondi, Morelli, Patuelli, Palumbo, Valitutti) presentarono la richiesta di raccolta delle firme per arrivare ad un referendum in tema di una Giustizia senza privilegi (che prevedeva la responsabilità civile per i magistrati).
A metà marzo si svolsero le elezioni legislative in Francia con il sistema proporzionale a turno unico reintrodotto l’anno precedente da Mitterrand. Peraltro, il mutamento di sistema elettorale non impedì, nonostante l’ingresso in Parlamento di 35 eletti del Front National, che la maggioranza fosse conquistata con ampio margine dall’opposizione di centro destra, i neo gollisti del Rassemblement pour la République e i liberali moderati dell’Union pour la Démocratie Française. Così venne varato il Governo presieduto da Chirac, che rimosse le politiche stataliste dei socialisti e praticò un’economia aperta, il rigore di bilancio, la deregolamentazione, l’europeismo coerente. Dopo quasi un trentennio, ci fu la prima coabitazione tra un Presidente di sinistra e un Primo Ministro moderato.
In contemporanea, in Spagna, il Governo Gonzales tenne il previsto referendum consultivo sulla permanenza nella NATO. Il Governo aveva fissato alcuni punti fermi per realizzarla. In sostanza, le truppe spagnole mantenevano una catena di comando nazionale, sul territorio della Spagna non ci sarebbero state né strutture di comando NATO né armi nucleari, un poco alla volta si sarebbero ridotte le truppe statunitensi in Spagna. Aver fissato questi punti fermi permetteva di conservare il legame occidentale e tranquillizzare i pacifisti spagnoli. L’operazione riuscì. Con votanti intorno i 3/5 degli aventi diritto, il voto per restare nella NATO conseguì un’ampia maggioranza.
All’inizio aprile, in una discoteca di Berlino, si verificò un sanguinoso attentato ai danni di militari USA attuato da gruppi libici. Gli Stati Uniti risposero dieci giorni dopo bombardando a Tripoli obiettivi militari libici e la residenza di Gheddafi, dimostrando di non essere disposti a subire passivamente delle violenze.
In Italia, si andava preparando il Congresso Nazionale del PLI a Genova. Nella fase precongressuale – in cui Biondi, garantista praticante, non volle fare commissariamenti in Province nelle quali sarebbe stato necessario – ebbero conferma sia le forti contrapposizioni emerse nell’estate precedente tra DL e NDL sia il rapporto che il gruppo torinese aveva da anni con Autonomia Liberale di Sterpa. Non con l’intento di tornare culturalmente ad una concezione del passato, ma con il duplice effetto di utilizzarne i delegati all’interno e gli effetti indotti sull’elettorato più moderato ai fini del voto esterno. Così, prima del Congresso, a casa Altissimo a Torino ci fu un incontro con Sterpa, accompagnato dal suo factotum Orsini, che pose le basi per un accordo tenuto inizialmente riservato ma destinato ad emergere sempre più.      
Il 26 aprile esplose uno dei reattori della centrale nucleare di Chernobyl, situata nell’URSS, regione dell’Ucraina settentrionale vicino al confine con la Bielorussia. La nube radioattiva si diffuse nel resto dell’Europa ed esercitò un forte impatto psicologico nelle opinioni pubbliche. Gli austriaci si convinsero a rinunciare definitivamente al loro impianto nucleare. Sul subito, in Italia, il governo proibì per qualche giorno la verdura fresca e l’uso del latte per donne incinte e per i bambini onde fronteggiare la contaminazione proveniente dl disastro della centrale nucleare.
Nelle due settimane seguenti, in Italia, venne presentata in Cassazione da gruppi ambientalisti e da Legambiente la richiesta per i referendum sul nucleare e per l’abrogare le norme sulla localizzazione delle centrali.
All’inizio maggio, in Norvegia, tornò al Governo la laburista Gro Harlem Brundtland, di nuovo con un monocolore.
Quando si arrivò a metà maggio, al Congresso PLI di Genova, esattamente a mezza giornata dall’inizio, si verificò un colpo di scena. Costa (che dall’autunno precedente faceva parte di Umanesimo Liberale con Biondi), si dimise improvvisamente da vice Segretario senza neppure averne informato lo stesso Biondi, affermando di non voler stare in un condominio con metà dei voti. Lui disse di voler promuovere solo l’allargarsi della maggioranza, ma l’effetto fu dare un grave colpo alla credibilità politica della Segreteria. Con questa premessa, Biondi tenne una relazione con l’ambizione di essere costituente per il rilancio liberale, sottolineando per i liberali la necessità di cercare il liberalismo in loro stessi prima che negli altri, dando anche indicazioni programmatiche (del tipo,  no al maggioritario, no all’amnistia) e di alleanze politiche (un rapporto più soddisfacente con il PRI) ma trascurò parecchio l’analisi interna e l’esigenza di tessere convergenze anche nel voto dei delegati. Invece Altissimo fece un discorso di percepibile avvicinamento a Sterpa, indicando tre punti (riforme istituzionali, più liberalismo in economia, riforma del partito) largamente condivisi da Autonomia, così come rilevò lo stesso Sterpa nel discorso. Patuelli indicò gli elementi politici distintivi (“il PLI di prima era rinunciatario, mediatore, rassegnato, quello di Altissimo è manageriale, noi vogliamo un PLI più movimentista”) ma Costa continuava a tuonare contro le correnti, che definiva il cancro. Clima confermato dall’estrema litigiosità a livello di Commissione Verifica poteri, chiamata ad accertare la validità di Assemblee locali molto conflittuali e disinvolte nelle procedure. In più, tra i vari segretari degli altri partiti che portarono i saluti, il più distante fu Spadolini, che ricordò esplicitamente come PLI e PRI fossero divisi dal referendum sulla giustizia che il PRI non voleva (ma allora come si metteva con il rapporto più soddisfacente enunciato da Biondi?). Zanone chiese apertamente a Patuelli di votare per Altissimo e Patuelli rispose “richiesta inaccettabile” , perché la questione stava sulla collegialità irraggiungibile con il gruppo torinese egemone.
Nella replica Biondi fece un’arringa processuale più che indicare una linea politica di ricucitura. I suoi slogans erano fondati (“c’è bisogno di equilibrio, ma non di equilibristi ”oppure”l’alleanza Altissimo Sterpa è una tecno destra”) ma senza respiro costruttivo. E poi fu molto caustico nel fare riferimenti alle abitudini sociali del mondo familiare degli zanoniani. Zanone fu pronto a cogliere il punto e replicò in apparente tranquillità con “Alfredo, troppo aceto nella tua insalata”. Morale. Si avvertì che il cuore di molti delegati era stato conquistato dal ricordo del lungo rapporto di amicizia ultradecennale con Valerio. Tanto che Biondi venne falcidiato nei delegati (ad esempio perse tutto l’Abruzzo) ed anche Costa ebbe defezioni non irrilevanti. Nel voto Altissimo prevalse per 398 a 355. Una vittoria molto divisiva che scatenò i sostenitori di Altissimo, soprattutto campani e romani: sfogarono la loro gioia con atti di vandalismo sul palco della presidenza. Sterpa divenne vice unico. Bozzi fu confermato Presidente, con vice Franco Martino.  
 
I primi di giugno si svolse il secondo turno delle elezioni per la Presidenza della Repubblica austriaca. Prevalse Kurt Waldheim – che negli anni ‘70 era stato Segretario dell’ONU per un decennio – il quale non aveva vinto al primo turno , siccome l’ex Cancelliere Kreisky  aveva insistito sulle omissioni dello stesso Waldheim riguardo al suo passato di  ufficiale della Wehrmacht con sospetti crimini di guerra e sul conseguente isolamento diplomatico dell’Austria.
Le elezioni spagnole del 22 giugno furono vinte dal Partito Socialista (seppur con una ventina di eletti in meno) ma sempre con la maggioranza assoluta, e Gonzales rimase a capo del Governo. Restò seconda la conservatrice Alianza Popular capeggiata da Fraga con qualche eletto di meno, mentre crebbero in modo significativo il liberaleggiante Centro Democratico Sociale (ottenne 18 eletti) del già primo Ministro Adolfo Suarez e il partito nazionalista moderato catalano Convergenza e Unione. 
Il pentapartito italiano era diviso da mesi, per la disputa tra Craxi e De Mita sul patto della staffetta (ognuno dei due Presidenza del Consiglio per metà legislatura) che il secondo sosteneva fosse stato raggiunto nel 1983 e il primo negava. La questione era che l’intera strategia di Craxi si basava sul venire riconosciuto da tutta la sinistra come riferimento unico, e, come tale, sull’essere appoggiato anche dalla DC come punto di equilibrio dellintero sistema. Viceversa, la staffetta avrebbe fatto emergere che la maggioranza stava nell’equilibrio dell’accordo a due PSI DC. Dunque Craxi intendeva restare in carica senza scadenza, altrimenti elezioni. Di rimando De Mita “Mai stati così vicini alla crisi” . Così il 26 giugno sulla finanza locale, il governo pose la fiducia ottenendola con 338 voti contro 230 ma pochi minuti dopo, essendo il voto segreto sulla conversione finale del decreto legge, i voti contrari furono 293 e solo 266 quelli favorevoli. Come al solito erano entrati in azione i franchi tiratori DC. Il governo si dimise (peraltro era stato il più lungo dell’epoca con il voto proporzionale). Dopo le consultazioni, il Presidente Cossiga incaricò per il Governo prima il Presidente del Senato e la settimana successiva Andreotti. Il giorno dopo Craxi dichiarò pubblicamente che il PSI era contrario ad un governo presieduto da un democristiano, provocando grandi malumori nella DC. Alla fine però la DC prese atto e accettò il Craxi II che si insediò il 1° agosto. Il PLI aumentò a due ministri (Zanone Industria, Franco De Lorenzo Ambiente) e quattro sottosegretari (Costa esteri, Fassino Istruzione, Melillo Industria, D’Aquino Sanità).
E’ necessario ricordare che in Francia, a metà luglio, il Governo Chirac abrogò la legge elettorale proporzionale voluta l’anno prima da Mitterrand e tornò al collegio uninominale maggioritario a due turni.
Al Consiglio Nazionale di fine luglio per decidere la partecipazione del PLI al governo Craxi II, venne approvato l’inserimento nello Statuto del documento La Società Aperta e iniziarono a manifestarsi dissensi tra le minoranze di NDL e Umanesimo Liberale. A metà settembre, la Corte di appello di Napoli assolse Tortora con formula piena. Ciò confermò l’impressione negativa che aveva dato il PLI trenta mesi prima non sapendo difendere un suo consigliere. Il caso Tortora fu ancor più negativo perché fu l’inizio della pluridecennale stagione degli interventi mediatici dei Pubblici Ministeri, che spesso vantavano prove inequivocabili, dopo anni dimostrate inesistenti da verdetti di assoluzione completa (con danni irrimediabili ai cittadini coinvolti). Il tema della critica ai pubblici ministeri era uno dei punti di convergenza tra i liberali e il PSI. Ma avrebbe dovuto esser chiaro che non bastava a definire linee comuni di proposte e di comportamenti politici.
Sempre a metà settembre, in Austria, al Congresso della liberale FPO prevalse, contro il Presidente uscente che era il Vice Cancelliere Steger, la destra nazionalista di Jörg Haider. Haider voleva un marcato conservatorismo, talmente marcato che cadde subito il Governo tra socialdemocratici e liberali, visto che i socialdemocratici imposero le elezioni anticipate a novembre.
Verso metà ottobre si verificò in Islanda un incontro insolito tra il Presidente Ronald Reagan e il Segretario del PCUS Michail Gorbacev. Sul piano formale non avvenne nulla, siccome fu insuperabile il disaccordo circa la difesa missilistica USA. Tuttavia il clima della riunione fu ritenuto positivo da ambo le parti. Pochi giorni dopo, il 22 ottobre, Reagan riuscì a far approvare dai due partiti, Democratico e Repubblicano, il Tax Reform Act, che semplificò il sistema tributario, ridusse le aliquote massime fiscali, come proponeva la sua politica economica.
In Gran Bretagna, il 27 ottobre, entrò in vigore la deregolamentazione della Borsa di Londra, che ne fece la capitale mondiale della finanza. La deregolamentazione eliminò le commissioni fisse, abolì le tariffe fisse per la compravendita di titoli, permise alle società finanziarie estere di diventare membri della Borsa, segnò la trasformazione dal sistema delle grida al sistema delle schermate elettroniche. Insomma modernizzò i mercati finanziari e favorì la libera concorrenza.
Negli Stati Uniti, due settimane dopo, alle elezioni di Metà Mandato, i Democratici confermarono il controllo della Camera e conquistarono il Senato. Il mandato presidenziale ne fu indebolito, ma solo sulla carta. 
A novembre si svolsero in Austria, come previsto, le elezioni anticipate. I socialisti si confermarono primi con 80 seggi (11 in meno), i Popolari secondi con 77 (meno 4 seggi),  la FPO di Haider  ne guadagnò sei arrivando a 18 e il resto andò ai Verdi entrati per la prima volta in Parlamento sfiorando il 5% dei voti. Ovviamente seguì il mese successivo il Governo di Grande Coalizione tra Socialisti e Popolari.
In Canadà , sempre a  novembre, il Partito Liberale all’opposizione tenne un congresso decidendo di opporsi al fatto che gli Stati Uniti svolgessero in territorio canadese i test sui missili da crociera.
Intanto in Italia, nello stesso autunno, si costituì la Federazione delle liste Verdi che, raggruppando i vari movimenti esistenti, irrobustiva l’idea già serpeggiante secondo cui l’essenza della politica sarebbe solo l’ambiente, più che gli umani. Senza dubbio tale atteggiamento concentrava l’attenzione su un tema trascurato dalla tradizione politica concentrata sui rapporti di potere tra conviventi, che non considerava i problemi legati alle condizioni degli ambienti di vita. Solo che trascurava altre tematiche rilevanti e così, usando solo il tema ambiente, commetteva un errore analogo alla politica criticata. La Federazione dei Verdi non prendeva neppure in esame la maggior parte dei problemi del convivere e toglieva spazio al costruire una ragionata alternativa politica ai due partiti più grossi, impositivi e deterministi. In sostanza, l’atteggiamento dei Verdi riprendeva la via già percorsa altrove di un’offerta partitica che toglie parecchia attenzione al coagularsi dei comportamenti liberali (legati al costruire materialmente le istituzioni) concentrandosi sulla politica dell’enunciare protestando e dell’inibire qualsiasi iniziativa per nuove soluzioni ai problemi del convivere in termini di più libertà. 87.408    85.895. 
Da segnalare che il 19 dicembre Michail Gorbačëv permise di tornare a Mosca al dissidente sovietico, il fisico Andrej Sakharov, ponendo fine al settennale esilio a Gor’kij. Fu un chiaro segnale di apertura attuativo della glasnost. Di fatto la conseguenza dell’incontro con Reagan in Islanda.
Il 25 gennaio 1987 vi furono le elezioni per il rinnovo del Bundestag tedesco. Il Governo Kohl Genscher si confermò nettamente, con il lieve arretramento dei due partiti  CDU e CSU quasi interamente compensato dalla netta crescita della FDP di Bangemann.
A metà febbraio, a seguito del disaccordo sui tagli al bilancio nella coalizione di Governo della Repubblica d’Irlanda composta da Fine Gael e Laburisti, si svolsero le elezioni.  Il Fianna Fail, partito nazionalista ancora diretto da Haughey, mancò per due seggi la maggioranza assoluta e governò con l’appoggio esterno degli indipendenti, che avevano tre seggi. Il Governo continuò a ridurre la spesa pubblica al fine di risanare il debito pubblico.
In quei mesi, proseguiva senza pause la diatriba tra DC e PSI sul patto della staffetta. Alla fine Craxi si rese conto di non poter continuare sul rifiuto di farsi sostituire. Così, realizzate  la riforma del codice penale e la riduzione dei tempi di separazione per ottenere il divorzio, rassegnò le dimissioni il 3 di marzo, quasi un mese prima del Congresso Rimini del PSI. Il Presidente Cossiga dette incarichi ad Andreotti e alla Jotti senza esito e così si arrivò al Congresso PSI con il ritorno di Craxi al Partito. Il Congresso si imperniò – a parte la rievocazione del passato socialista, glorificato – sulla proposta di elezione diretta del Presidente della Repubblica. Era però evidente che il nodo del contrasto politico era quando far svolgere i referendum regolarmente richiesti con la raccolta del mezzo milione di firme, a cominciare da quelli sulla responsabilità civile dei Giudici e sulla materia nucleare.  Subito dopo Rimini, il Presidente Cossiga reinviò il governo Craxi II alle Camere perché fosse fatto il dibattito non fatto il mese prima.
Nello stesso periodo, in Finlandia si tennero le elezioni. Arrivò primo, pur perdendo un seggio, il Partito Socialista superando di poco la Coalizione Nazionale, la formazione moderata che però aveva guadagnato più del 20%. Venne varato un Governo a quattro con amplissima maggioranza (Coalizione Nazionale, Socialisti, Moderati di lingua svedese, Partito Rurale) con Primo Ministro Harri Holkeri, leader della Coalizione Nazionale.
Sempre nel medesimo periodo si verificò un’altra crisi rilevante nel mar Egeo, presso l’isola di Taso,  in materia di trivellazioni petrolifere. La crisi tra Grecia e Turchia, con pesantissimi risvolti diplomatici al limite dello scontro militare, proseguì per molti mesi.
Quando al Senato italiano, si avviò il dibattito sulle dimissioni di Craxi, fu sempre più chiaro che la DC, appoggiata dal PRI, voleva ad ogni costo le elezioni anticipate in modo da riuscire a rinviare i referendum, in specie quello sui magistrati.   Nel dibattito fu significativa la presenza del PLI. Il sen. Bastianini disse che si poteva “consentire la formazione di un Governo con forte ed incisiva caratterizzazione di programma” e che “vi è una valutazione largamente convergente che la legislatura non è opportuno si interrompa e che il mancato accordo sui problemi referendari non è motivo sufficiente né per la cancellazione dei referendum stessi, né per lo scioglimento delle Camere”: Craxi,  al termine dell’intervento di Bastianini, intervenne irritualmente per proporre “ Il PLI presenti un ordine del giorno perché il Senato dichiari che i referendum debbano comunque tenersi alla data fissata”. Una simile richiesta era formulata in termini non approvabili secondo il Regolamento parlamentare vigente. Peraltro, il senso costruttivo della posizione socialista fu nel prosieguo del dibattito ripreso anche da Malagodi. La posizione liberale venne inoltre avvalorata anche a seguito degli interventi di Gualtieri per il PRI e di Mancino per la DC, che espressero argomenti molto rigidi sul referendum della giustizia e sulla questione nucleare.
Nei giorni seguenti, dopo che quel dibattito si era concluso con la conferma delle dimissioni di Craxi, Fanfani ebbe l’incarico e rapidamente formò un Governo monocolore. Siccome Fanfani era Presidente del Senato, si pose perciò la questione di sostituirlo. Venne tentata la carta Valiani (PRI), che in due votazioni ottenne intorno ai 30 voti con circa 200 bianche. Il giorno successivo alla terza votazione venne eletto con 208 voti Giovanni Malagodi Presidente del Senato. Ancora qualche giorno e divenne evidente che l’obiettivo della DC, condiviso dal PRI e spalleggiato dai comportamenti del PCI, era di evitare ad ogni costo la celebrazione dei referendum (perché al fondo ambedue avevano una concezione della società fondata su consistenti lobbies da proteggere nei diversi settori). Secondo voci sempre più robuste, la DC voleva che Fanfani non ottenesse la fiducia. Proprio per questo Craxi annunciò in Aula che il PSI avrebbe votato sì alla fiducia, appunto per far emergere oscuri disegni. Altissimo illustrò con efficacia il disappunto del PLI. Le elezioni anticipate, precisò, vorrebbero dire “non portare a compimento quei disegni di ammodernamento del sistema politico e amministrativo che riguardano le riforme dell’attuale sistema sanitario e le politiche fiscali, privare i cittadini del loro diritto di esprimersi sulle importanti questioni poste dai referendum …. Signor Presidente del Consiglio, la sua esplicita richiesta di non avere la fiducia onde evitare di continuare a governare per fare le cose che interessano ai cittadini, la sua esplicita richiesta di porre il sigillo sul decreto discioglimento non delle Camere ma del pentapartito, ci lasciano angosciati sul futuro di questa prima Repubblica …….. vogliamo chiamarci fuori da una logica che ci appare più appropriata a fini di avventura”. Così il PLI, coerentemente con l’impostazione liberale, non seguì la DC nella tattica di astenersi per far cadere Fanfani e andare alle elezioni anticipate. Tuttavia prevalse il disegno DC. Un monocolore DC su cui la DC si astenne per impedire la fiducia e per obbligare il Presidente della Repubblica a sciogliere le Camere.
A giugno si svolsero le politiche. La DC era riuscita a rinviare i referendum da fare a giugno. Ma non ebbe nei voti un risultato soddisfacente. La DC aumentò su quelli del ’83 (+1,4%) e arretrò poco sulle regionali 85(-0,72%), però il PCI perse nettamente sul ’83 (- 3,35%) e ancor più rispetto alle regionali, e il PSI guadagnò intorno al 3% raggiungendo il 14,27% suo massimo storico. I laici persero l’1,4% il PRI, l’1,2 % il PSDI, mentre il PLI perse lo 0,1% sulle regionali. Quindi la sola maggioranza possibile era il pentapartito. Di fatti si riprese subito quella linea, anche attuando la tesi della DC dell’alternanza alla Presidenza del Consiglio tra DC e PSI (la famosa “staffetta”). Delle difficoltà del PRI e del PLI nelle urne, scrisse in modo acuto Galli della Loggia. Al PRI rimproverava di ritenere il duopolio DC-PCI destinato a durare per sempre e dunque di proporsi, al di là delle apparenze, solo un ruolo subordinato. E al PLI, in particolare a Zanone, proprio perché lo riteneva politico di vaglio, di dare poca concretezza ai valori, di recriminare troppo sugli scontri di potere (che sono parte ineliminabile della politica) e di pensare possibile che nel dibattito non debba prevalere la conflittualità (che della politica è l’anima, esprimendo le differenze).
Sempre a giugno, il giorno 11, in Gran Bretagna Margaret Thatcher vinse per la terza volta le elezioni con lo slogan “i prossimi passi avanti” , che indicava la volontà di proseguire le politiche conservatrici del Governo.    Ciò significò l’ulteriore vendita di aziende e di servizi statali, il favorire l’iniziativa privata abbassando le imposte, il controllare la spesa pubblica, l’irrobustire i diritti dei lavoratori al di fuori dei sindacati, l’incentivare l’acquisto delle case popolari da parte degli affittuari, il puntare a più efficienza del servizio nazionale gratuito, il rendere più autonome le scuole dai Consigli locali, il togliere competenze alle autorità locali per attribuirle al Governo o direttamente ai cittadini. In ogni caso i Conservatori, pur aumentando i voti e mantenendo un’ampia maggioranza assoluta, persero una ventina di seggi. I Laburisti ricuperarono largamente le perdite della scissione avvenuta anni prima e nel complesso l’Alleanza tra Liberal ed SDP vide un forte aumento nei voti diffusi nel territorio, arrivando ad oltre 7,3 milioni (22,7%), che però, per il sistema maggioritario di collegio, si tradusse in soli 22 eletti. Un simile tipo di risultato deludente fu la spinta ad una fusione vera tra i due partiti.
Ancora nel mese di giugno, in Canadà venne firmato l’Accordo del Lago Meech tra il Primo Ministro federale Brian Mulroney conservatore e i rappresentanti della provincia liberale del Quebec, un Accordo che in pratica accoglieva le richieste autonomiste quale sanatoria della precedente frattura istituzionale. Di conseguenza venne riconosciuto che il Québec era una società distinta   con accresciuti poteri sull’immigrazione, che il potere di spesa federale nelle competenze provinciali aveva limiti, che il Quebec aveva diritto di veto nelle future modifiche costituzionali e partecipava alla nomina dei giudici della Corte Suprema.
In Portogallo erano maturate le tensioni parlamentari emerse già durante la seconda metà dell’anno prima e, nell’aprile del 1987, sfociarono nella mozione di sfiducia contro il governo minoritario di Cavaco Silva. Alle successive elezioni anticipate di luglio vinse con margine molto ampio il PSD, conquistando la maggioranza assoluta degli eletti e confermando Cavaco Silva a capo del Governo. Il PSD mantenne il nome originario ma completò il partito completò una netta virata riformista e liberale in economia. Del resto in quel periodo il PSD era membro sia di Liberal International sia dei Liberali europei dell’ELDR.
In Italia, De Mita, per poter rifare almeno il governo di pentapartito, fu costretto, venendo meno alla sua posizione preelettorale, ad accettare la prima condizione posta dal PSI e sostenuta dal PLI: un’apposita legge immediata per stabilire che i referendum si sarebbero tenuti in quello stesso autunno a novembre. E nacque subito il Governo Goria, in cui il PLI ebbe Zanone alla Difesa e 4 Sottosegretari (D’Aquino all’Interno, De Luca alle Finanze, Melillo all’Istruzione, Costa ai Lavori Pubblici).
All’ONU venne presentato in agosto il Rapporto sull’Ambiente della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (presieduta dalla Brundtland, Primo Ministro Norvegese laburista, che introdusse il concetto di sviluppo sostenibile, definito in modo tipicamente volenteroso ma traballante in questi termini, «lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri» ) .
Nel settembre il Capo della Germania Est, la DDR, Honecker fece per la prima volta una visita di Stato a Bonn.  In pratica fu un segnale importante per la politica di distensione sviluppata dal Ministro degli Esteri Genscher. Teneva conto anche del subbuglio della società civile nella Germania Est che si mostrava interessata alla trasparenza voluta da Gorbacev in Russia ma che Honecker rifiutava.
In Danimarca, fin dalla parte finale dell’anno precedente l’inflazione e la disoccupazione erano scese, ma restava una domanda interna negativa. Allora il Governo Schlüter di centro moderato, che non aveva la maggioranza parlamentare, convocò per il 10 settembre le elezioni anticipate   La coalizione di Governo perse qualcosa e nacque così il governo Schlüter II, che, aggiungendo i liberali di sinistra ai quattro partiti della coalizione precedente, aveva la maggioranza.
Alla scadenza pattuita di novembre, si svolsero in Italia i referendum abrogativi. Quello sulla Giustizia, promosso una ventina di mesi prima, assieme a PSI, PSDI e radicali, da cinque esponenti liberali tutti della minoranza PLI e ancora sostenuto da Altissimo, fu approvato nettamente, con l’aperta ostilità dei democristiani e dei repubblicani. Un’ostilità che, unita a quella della magistratura, ebbe subito riflessi nel chiedere al Presidente Cossiga il rinvio di quattro mesi dell’applicabilità dell’esito del referendum. Sui tre quesiti referendari in materia nucleare, la linea liberale fu inefficace. Si schierò per il No e così apparve voler difendere le vecchie burocrazie che erano a favore del programma nucleare esistente – datato e perciò poco efficace e in potenza pericoloso – invece di affrontare il problema energetico di per sè, liberando l’Italia dalla dipendenza dall’estero per l’80 %. Mantenendo quindi il nucleare tra le fonti da utilizzare restando ben attenti alle connesse problematiche. Era pertanto necessario che l’immagine del PLI esprimesse questo intento. L’inefficacia del PLI giovò molto alla linea di Martelli e del PSI, impegnati in modo spasmodico – anche per compiacere i verdi e i libertari –  a far credere che si votasse sull’adottare  o meno in Italia la politica del nucleare (in un clima politico su cui incombeva il ricordo del disastro della centrale di Chernobyl) mentre invece i tre quesiti non domandavano questo.
Uno chiedeva se lasciare al Comitato per la Programmazione la localizzazione delle centrali quando non decidevano gli Enti Locali, il secondo se togliere il compenso ai comuni che ospitassero centrali, il terzo se vietare all’ENEL di partecipare all’estero a programmi nucleari. Questo terzo, pur privo di effetti reali, riassumeva la logica della paura per il nucleare. Ma non sfiorava il problema in Italia. E gli altri due quesiti non erano un “no” netto al nucleare in Italia bensì a specifiche procedure circoscritte. Era questa la situazione reale. Tanto che a dicembre  alla Camera, il Governo ebbe una larghissima fiducia su una risoluzione di politica energetica. Nella quale si stabiliva la sospensione della costruzione di una centrale, la chiusura di un’altra, la verifica della convenienza economica di riconvertire quella di Montalto con l’adozione delle misure di massima sicurezza, l’incremento della ricerca nel campo della fusione nucleare. Ma tale ragionevole approccio presto non resse, appunto perché anche la posizione del PLI, al contrario dello scopo voluto, aveva contribuito a rafforzare l’idea fasulla che votare SI al referendum servisse ad impedire in Italia ogni azione a favore del nucleare. Così i tre quesiti del referendum su obiettivi limitati, si trasformarono in scelte rigide (che hanno bloccato l’Italia da decenni).
Ronald Reagan e il leader sovietico Michail Gorbačëv firmarono a Washington il giorno 8 dicembre 1987 il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, che eliminò i missili balistici in Europa. Questo Trattato   costituì l’avvio della fine della Guerra Fredda.
Esattamente il giorno dopo, tuttavia, si aprì vicino ad Israele un altro fronte di violenza – la prima intifada, in arabo la rivolta –, che in qualche modo resta aperto ancor oggi. Nel campo profughi di Jabaliya, nella Striscia di Gaza, scoppiò una vasta protesta dei palestinesi contro le forze di sicurezza israeliane che avevano il controllo di quel territorio dalla guerra del 1967. La protesta si estese presto in diverse forme di violenza. Il Governo israeliano di Shamir rispose con durezza.
A metà dicembre, si tennero le elezioni anticipate Belgio provocate dalla caduta, nel precedente ottobre, del Governo Martens VI. La crisi si era aperta a seguito del nuovo sindaco di Voeren , un comune francofono in territorio fiammingo, il quale si era rifiutato di parlare olandese come prescritto dalla legge nazionale, facendo così scattare vivacissime polemiche anche tra i Ministri. Venne subito costituito il Governo Martens VII di transizione che a dicembre portò alle urne. Qui i partiti della coalizione al Governo persero qualche seggio e i partiti socialisti crebbero.  Il Governo restò in carica ma divenne impraticabile ricostituire la coalizione con i liberali.
A metà gennaio ‘988, nei Paesi Baschi venne sottoscritto l’importante Patto di Ajuria Enea tra le forze democratiche nazionali e locali per isolare i fiancheggiatori dei terroristi dell’ETA.
La crisi tra Grecia e Turchia per le trivellazioni petrolifere presso l’isola di Taso si sgonfiarono all’improvviso a gennaio ‘988, quando al World Economic Forum di Davos si incontrarono il primo ministro greco, il socialista Papandreou, e quello turco Özal iniziando un dialogo costruttivo. Questa svolta positiva non ebbe tuttavia modo di riflettersi sulla politica interna di Papandreou. Di fatti, le usuali polemiche con l’opposizione di Nuova Democrazia furono prima incentivate dall’aumentare della spesa pubblica, poi da un grande scandalo di corruzione di un banchiere di primo piano che coinvolse diversi alti funzionari del PASOK, infine da un grave problema cardiaco dello stesso Papandreau cui a fine settembre vennero applicati a Londra tre bypass.
Nella Repubblica d’irlanda, si scatenarono non poche tensioni a seguito della riuscita riduzione della spesa pubblica da parte del Governo. Peraltro, funzionò l’accordo tra Governo, imprenditori e sindacati, e soprattutto fu determinante l’effettivo appoggio esterno di Fine Gael al Governo.  Oltre l’aspetto economico, il Governo Haughey si occupò in modo significativo dei rapporti con l’UK in merito si rapporti tra i due Stati e alla questione Nord Irlandese.  
In Finlandia, tra febbraio e marzo si svolsero le Presidenziali. Venne rieletto il presidente uscente Mauno Koivisto, il quale proseguì a restringere i poteri accentrati voluti dal predecessore Kekkonen e al contempo mantenne la netta neutralità internazionale, coniugata ad un graduale avvicinarsi all’Europa occidentale.
In Gran Bretagna, il 3 marzo 1988 si concluse il processo di fusione tra i Liberal e i socialisti scissionisti del SDP. Non fu un esito pacifico. Mentre David Steel aveva il controllo politico sostanziale dei liberali, David Owen leader dell’SDP era contrarissimo alla fusione voluta dalla gran maggioranza dei suoi. Insieme ad una fazione minoritaria, mantenne un troncone autonomo del partito, che però si scioglierà qualche anno dopo.
Nelle settimane seguenti all’intifada del campo di Jabaliya iniziata a dicembre, si andava irrobustendo abbastanza alla svelta una nuova organizzazione, Hamas, che da allora costituirà il braccio armato dell’OLP nei decenni.
In Italia ai verificarono ulteriori danni derivanti dalla sbandata del PSI nell’ossessione di mostrarsi disponibile ad innovazioni che soddisfacessero i vari gruppi di pressione nelle materie dei quesiti referendari. Sulla giustizia, la lobby giudiziaria, essendo corsa subito ai ripari, ottenne durante il medesimo governo Goria che il ministro della Giustizia, il socialista Vassalli, approntasse una legge pensata per comprimere gli effetti del referendum (senza che il PSI si opponesse). E qualche settimana dopo sul nucleare. Quando scoppiò uno scontro insanabile tra Goria e il suo vice presidente, il socialista Amato, sulla decisione di Goria e dei ministri DC, PRI, PLI di dare il via libera al completamento della centrale di Montalto di Castro, sulla scorta della mozione parlamentare di dicembre e vista la forte onerosità di una sua riconversione. Da qui le dimissioni del Governo Goria, che in breve (13 aprile) venne sostituito da De Mita, sempre con un pentapartito, in cui il PLI entrò con la medesima rappresentanza di Ministro e di sottosegretari. Subito la Gazzetta Ufficiale pubblicò la nuova legge che applicava il referendum sulla giustizia, però privandolo degli effetti operativi e lasciando la non responsabilità dei giudici, come venne comprovato negli anni dalla lunghissima lista dei gravi errori giudiziari compiuti da allora. Le due vicende chiariscono che il PSI scelse di cavalcare l’irrazionale onda antinuclearista, restando morbido verso la lobby magistrati.
Ancora ad aprile, il Governo danese fu battuto su una mozione di forti restrizioni al transito di navi militari con armi nucleari nei porti danesi. Il Primo Ministro Schlüter decise di fare di nuovo le elezioni a maggio, in cui i Popolar Conservatori persero tre seggi e i due liberali ne guadagnarono due. Allora  Schlüter varò un nuovo Governo tra i Popolar Conservatori, i Liberali e i Liberali di Sinistra, che era più stabile in politica estera ed era stabile con gli appoggi esterni.
Le Presidenziali francesi si tennero tra fine aprile e il giorno 8 maggio. Al primo turno ci fu una robusta frammentazione in ogni settore. Mitterrand, che si era ricandidato, ottenne un buon risultato rispetto a sette anni prima, il 34,1%, svuotando il comunisti, ma restò sotto la somma dei due candidati dei due partiti al Governo, Chirac e Barre, che arrivò al 36,5% . E il Fronte Nazionale di Jean Marie Le Pen toccò il 14,4%. Quindi, stando ad una tradizionale valutazione di schieramento, il candidato del Governo, Chirac, pareva favorito sul Presidente uscente. Al secondo turno, con i votanti passati da 31 a 32 milioni, Mitterrand rastrellò tutti i voti della sinistra e ne aggiunse intorno a più di un milione e mezzo. Perciò fu chiaro che di questa aggiunta, il grosso proveniva dall’area centrista e liberale, che preferiva Mitterrand  – in specie per aver consentito le aperture del Governo Fabius  al gollista Chirac conservatore che si era opposto a Giscard.
Si risolse i primi di maggio la crisi successiva alle elezioni belghe del dicembre. Lo stesso Wilfried Martens riuscì a formare un suo nuovo governo, il Martens VIII, una coalizione di centro-sinistra tra i Popolar Cristiani i due Partiti Socialisti e l’Unione Popolare dei laici fiamminghi, con l’obiettivo di varare la grande riforma costituzionale e federale. In particolare su tre punti. Istituire Bruxelles-Capitale, attribuendole un Governo separato e uno specifico Consiglio Regionale, ampliare le competenze degli esecutivi regionali in settori chiave quali i lavori pubblici e i trasporti, trasferendo loro una quota significativa del bilancio statale, dare alle Comunità linguistiche (fiamminga, francese e tedesca) la competenza sull’istruzione scolastica nonché la gestione del personale.
Uno dei primi atti di Mitterrand nel suo secondo mandato, dopo aver designato quale primo Ministro Michel Rocard,  fu sciogliere l’Assemblea Nazionale, dal momento che, essendo tornati al sistema elettorale maggioritario e dunque praticamente eliminata la destra del Fronte Nazionale, puntava a superare la necessità della coabitazione. I due turni si svolsero nella prima metà di giugno. L’auspicio di Mitterrand si realizzò ma non del tutto. Infatti la sua lista,  Maggioranza Presidenziale (Socialisti e Radicali di Sinistra), arrivò prima ma non con la maggioranza assoluta (ebbe 275 seggi, mentre insieme i tre gruppi del centro destra – Rassemblement, UDF e Unione di Centro – ne ebbero 261 e i non iscritti furono 37, tra i quali spiccavano i comunisti con 25). Di conseguenza, Michel Rocard non era autosufficiente e dovette sempre trovare appoggi esterni. FFFF
Ai primi di giugno, le Camere elessero il PLI sen.Palumbo componente laico del CSM. Sullo sfondo divampavano contrasti sulla RAI mentre la struttura dell’ente difendeva gli ampli privilegi contro ogni proposito di rivederne il funzionamento. Cosa permessa dal fermo appoggio della DC.
Nella vicenda israeliano palestinese, il 31 luglio si verificò un atto con enormi conseguenze permanenti  livello internazionale. Re Hussein di Giordania rinunciò ad ogni pretesa sul territorio della Cisgiordania, lasciando di fatto campo libero all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.


In Italia, a Pisa, si tenne a settembre il Congresso dell’Internazionale Liberale sul tema “I futuri compiti del liberalismo”. Il tema esprimeva in pieno la sintesi di cosa sia l’impegno politico liberale. Agire oggi pensando al domani. La relazione di  Ralph Dahrendorf illustrò diffusamente il punto.Iniziò mettendo in evidenza che “il liberalismo è favorevole ai mutamenti, non alle rivoluzioni, perché i liberali credono nella gente piuttosto che nei sistemi”. Proseguì osservando che “ gli anni ottanta hanno fatto assistere alla fine del socialismo. …. Capi intelligenti del mondo comunista hanno scoperto che la loro formula comunista non ha funzionato. Quello di cui hanno bisogno  per soddisfare le richieste della gente è il mercato e la libertà di espressione”.

Dopo Dahrendorf richiamò che le convinzioni socialiste oramai prive di credibilità sono che la programmazione soddisfi le richieste della gente e che la giustizia economica e sociale si possa raggiungere con la redistribuzione. Tali convinzioni hanno come risultato principale la burocrazia, soffocante ed inefficiente. Peraltro Dahrendorf mise pure in rilievo che “la sorprendente ed inquietante scoperta degli anni ’80 è che la crescita economica non risolve da sola tutti i problemi. … La libertà è indivisibile. Quelli che accettano l’esclusione di una minoranza hanno tradito il principio della libertà e finiranno in un mondo di privilegi e di oligarchia.  .. Le opportunità per una politica di libertà non son mai state così grandi. Da un lato il fallimento del socialismo, dall’altro le evidenti deficienze del nuovo conservatorismo degli anni ottanta”.

Dahrendorf sottolineò che “il liberalismo altro non è che una teoria politica dell’innovazione e del cambiamento”, concetto che riassume con efficacia le prospettive liberali. In generale, Dahrendorf chiarì che al momento il conflitto non si basava più soltanto sulle classi economiche tradizionali, ma sul rapporto tra crescita economica e diritti di cittadinanza.  Perciò, l’impegno ad innovare e a creare ricchezza deve accompagnarsi al garantire i diritti civili, la giustizia sociale e la disponibilità ad accogliere per quanto al momento possibile. Siccome tali compiti sono sovente in reciproca tensione, per i liberali la moderna sfida è trovare un equilibrio. Che non è mai un obiettivo agevole, visto che l’irrinunciabile metodo liberale consiste nel far maturare la consapevolezza dei liberi cittadini. Al riguardo va segnalato l’intervento fatto da Malagodi (che a Pisa concluse il suo mandato di Presidente di Liberal International). Incluse pure un fermo attacco al George Bush, Vice Presidente di Reagan e candidato a succedergli alle elezioni del novembre successivo. Non era una novità, ma lasciò perplessi – ad esempio nel delegato della FDP  Otto Graf Lambsdorff –  quanto all’opportunità di schierarsi contro il possibile futuro Presidente degli Stati Uniti.

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Proposta di Appello ai Liberali

APPELLO AI CITTADINI CHE SI SENTONO E SI COMPORTANO DA LIBERALI

Pensando alle prossime elezioni politiche che ci saranno al massimo entro dodici mesi, rivolgiamo questo nostro appello a tutti i cittadini italiani che nel convivere si sentono liberali, si comportano in coerenza e sono preoccupati per il confronto politico improduttivo. In Italia manca una formazione liberale da parecchio tempo e questo è un grave limite per il paese, prima ancora che per i liberali.  Il nostro appello sollecita la collaborazione di ciascuno di voi per fare del Partito Liberaldemocratico, PLD, il soggetto davvero rappresentativo del liberalismo nel dibattito politico italiano, prima delle urne e nelle urne.

IL METODO LIBERALE – Oggi, le istituzioni della Repubblica sono molto carenti di liberalismo. Una carenza che il PLD si propone di colmare, riportando il dibattito al confrontarsi sui problemi veri della vita reale, smettendo di concentrarsi sulle parole d’ordine che varie potenti elites propagandano ossessivamente quale un dover essere alla moda, che rispecchia le loro preferenze.  

Nella Repubblica italiana i Liberali sono indispensabili. Soprattutto perché il metodo liberale si fonda su una serie di affidamenti originali. Si affida alle scelte di ciascun cittadino individuo compiute utilizzando il suo spirito critico, si affida al convivere nella diversità di ogni umano, si affida al confliggere democratico tra le loro iniziative, si affida ai risultati che ne derivano nella quotidianità, si affida allo osservare ciò che avviene e al prenderne atto. Adottando un simile metodo, accertato nell’esperienza, i liberali rifuggono concetti che ingannano i cittadini e che incancreniscono i problemi del convivere. Concetti come esaltare l’unità richiamandola di continuo (mentre il mondo vive di diversità) oppure come mettere in primo piano la lotta alla disuguaglianza (mentre la disuguaglianza, se non si riferisce ad inaccettabili diritti differenti tra i cittadini, è la fisiologica conseguenza delle diverse capacità di ognuno). Il liberalismo perciò non crea privilegi e privilegiati. Il solo che si modella convintamente su quanto ha insegnato la scienza, si modella sui ritmi della realtà, che rifuggono il determinismo e si manifestano in termini di probabilità.  

Ciò significa che il liberalismo non si prefigge di cercare la verità, neanche la propria. Che il liberalismo valorizza il ruolo dell’individuo nel produrre il cambiamento indispensabile per vivere, ma non glorifica mai l’egocentrismo o il leaderismo. Che punta non ad imporsi, bensì ad esercitare la propria influenza nel confrontarsi politico di ogni giorno, in modo da rimuovere l’erronea illusione secondo cui, togliendo diversità e conflitto, si tornerebbe all’originaria comunità umana felice.

L’esperienza dice che non è possibile prescindere dal metodo liberale se si vogliono compiere per tempo le scelte utili nel convivere democratico. 

L’INFLUENZA DEL METODO LIBERALE – Urge reintrodurre nella politica italiana l’influenza del metodo liberale. Non possono esercitarla i vari sedicenti liberali che scimmiottano il liberalismo (solo perché hanno visto che funziona) sbandierando la parola liberale senza adottarne davvero né le idee né i conseguenti comportamenti operativi.

Questa influenza va riattivata per il bene del paese. Ed è possibile farlo solo dichiarandosi liberali innanzitutto e comportandosi in coerenza. Va rimosso il gravissimo errore di pensare che equivalgano ad una scelta dei cittadini promossa in termini liberali, un dibattito ed un voto polarizzati su un bipolarismo fideistico muscolare, che si nutre dall’essere contro qualcuno o qualcosa, ma che è privo di progetti e non è disponibile a misurarsi sui risultati concreti ottenuti con le iniziative promosse. Voler reintrodurre l’influenza del metodo liberale, è cosa ben differente dal volere un Terzo Polo. Il Terzo Polo sarebbe solo un tentativo di aggregare persone attorno ad un polo distinto dai due già esistenti ma analogo nel trascurare idee e programmi e nel porsi l’obiettivo di riuscire a dirigere direttamente la gestione istituzionale. In sostanza il metro del Terzo Polo si lega alle quantità numeriche dei voti ricevuti ma non alle idee, ai programmi e ai loro risultati.

Nell’ambito della diversità, l’influenza del metodo liberale serve a creare le condizioni perché chi gestisce l’Istituzione venga indotto a farla vivere senza farsene dominare e senza asservirla. Il metodo liberale sostiene la necessità dello Stato istituzione, il quale regola la convivenza e resta equanime. Questo tipo di Stato deve contenersi al minimo indispensabile e tutelare il libero intraprendere dei cittadini.  Specie nelle attuali condizioni di risorse scarse, è indispensabile che lo Stato sia attento a ricalibrare le sue priorità ed i suoi ambiti di intervento, assicurando che funzionino al meglio. L’influenza del metodo liberale intende eliminare lo statalismo, storicamente di tipo ideologico marxista o di un certo cattolicesimo antiliberale e più di recente di tipo populista. Tale eliminazione rende più agevole al cittadino perseguire il libero sviluppo delle proprie iniziative di lavoro o professionali, in un contesto di pari opportunità, al fine di ricercare il suo modo di essere felice.

L’influenza del metodo liberale si impegna perché vi siano uguali punti di partenza per ognuno. Perciò, nei primi anni di vita e in seguito in ogni periodo in cui qualcuno, dopo aver avuto una gravissima crisi per qualunque causa, abbia l’assoluta necessità di ricominciare la propria vita attiva, l’istituzione pubblica deve assicurare assistenza. Non per indicare all’interessato come deve agire e in quale settore. Solo per metterlo in condizione di poter esprimere di nuovo le iniziative che sceglie. Lo assiste perché arrivi a vivere la sua individualità irripetibile. 

TEMI SU CUI INFLUIRE: L’UNIONE EUROPEA – Oltre a questi obiettivi generali, l’influenza del metodo liberale ha un primo tema decisivo: l’Unione Europea. L’originaria Comunità Europea, creata nel 1957 per impulso liberale, si sviluppava tramite la vita quotidiana, l’unione doganale e l’integrazione economica a passo a passo, il cui motore erano le singole realtà di cui erano sovrani i cittadini (un trucco capitalistico per ingannare il popolo, dissero i comunisti per decenni). L’iniziativa crebbe per trentacinque anni. Le modifiche fatte a Maastricht abbandonarono il criterio del motore dei cittadini. Da allora si è tornati a privilegiare i tradizionali stati di potere diminuendo la capacità d’agire dell’UE.

Oggi l’UE è statica nel suo burocraticismo. Tra i suoi membri sono moltissimi gli insoddisfatti ed i critici, inclusi diversi settori della politica italiana, in specie della maggioranza. L’influenza del metodo liberale è necessaria per spingere l’Italia a considerare strategico l’impegno per far superare all’UE l’arretratezza relativa agli istituti residuati dall’austerità e soprattutto alla mancanza di una difesa comune e di un coordinamento fiscale pur richiesto dall’euro, mancanze che testimoniano lo sbaglio di aver arrestato l’integrazione a passo a passo attivata in origine.

La difesa comune richiede l’esistenza di un esercito europeo formato, finanziato, diretto dall’UE (quindi una modifica dei Trattati da parte dei cittadini). Non è sostituibile dal far decidere insieme i membri UE, cosa che equivarrebbe a mantenere la chiave di qualsiasi scelta strategica dell’UE nelle mani dei gruppi al comando (e non dei cittadini). Del resto, la difesa è indispensabile per costruire la pace effettiva, obbiettivo ben diverso dal pacifismo ideologico e religioso. Occorre la volontà di lavorare per far  di nuovo sviluppare l’UE dei cittadini all’insegna di istituzioni libere e trasparenti, un’UE che migliora le condizioni dell’Italia e la sua sicurezza.

L’influenza del metodo liberale si impegna perché l’Italia adotti una logica analoga in materia di accordi internazionali. E’illiberale il diffuso andazzo attuale di dare per scontata l’esistenza di un presunto diritto internazionale mai votato dai cittadini. E’ un andazzo di tipo statalistico che sotto traccia vorrebbe cancellare secoli di storia per regredire al potere in mano ad elites non controllate dai cittadini. Tipico è il caso della cosiddetta Corte Penale Internazionale, divenuta un organo autoreferenziale che non aiuta lo sviluppo democratico. L’Italia è vincolata al pieno rispetto solo degli Accordi internazionali di volta in volta firmati con altri Paesi, in applicazione dei principi della nostra Costituzione votati dai cittadini, non di un nebuloso diritto internazionale.

Infine, in coerenza con i principi della nostra Costituzione, sempre in ambito internazionale, l’influenza del metodo liberale si impegna su due punti. Perché l’Italia continui a battersi senza incertezze contro l’antisemitismo strisciante che vorrebbe perfino discutere l’esistenza dello Stato di Israele. E perché l’Italia sostenga la indomabile volontà dei cittadini ucraini di mantenere l’indipendenza dall’autocrazia russa.

TEMI SU CUI INFLUIRE: LA CRESCITA ECONOMICA – L’influenza del metodo liberale si prefigge di far riprendere la crescita in Italia. A tal fine è urgente innanzitutto impegnarsi su certi argomenti. Una politica energetica che affronti esigenze del tutto trascurate finora; l’alleggerire la Pubblica Amministrazione inefficiente e cristallizzata, dei privilegi attribuiti da moltissimi anni alle medesime persone dell’Alta dirigenza, inamovibili e fonte di staticità operativa; il riattivare il mercato tenendo ben presenti i bisogni dei ceti medi; il riformare il fisco deregolamentandolo, così da incentivare la produttività del cittadino.

Quanto alla politica energetica realistica, il primo atto è tornare quanto prima al nucleare. Disporre di tale forma di energia è indispensabile sotto più aspetti, a partire dalla continuità della fornitura che costituisce l’opportuno riequilibrio rispetto all’intermittenza delle rinnovabili. L’Italia non può restare bloccata dai pregiudizi ideologici. Ora è indietro e deve ricuperare. Il secondo atto della politica energetica è mettere a gara tutte le concessioni in materia. La legge già imporrebbe di mettere a gara gli spazi demaniali marittimi superando i rinnovi automatici. Finora, purtroppo, persiste la radicata abitudine alle proroghe amicali immotivate, che causano monopoli e favoritismi. Il terzo atto è dare direttiva all’Autorità di accelerare il passaggio ad una regolamentazione che riconosca in modo più puntuale i costi dell’operatore, senza scaricare tutto in bolletta. Il quarto atto è destinare all’abbattimento delle bollette le risorse finanziarie generate dalla vendita all’asta delle quote di emissione di CO₂ assegnate alle industrie inquinanti. In Italia, neppure un decimo di quei proventi viene destinato a politiche per il clima e la transizione energetica, mentre la media europea è oltre i sette decimi.

Quanto all’alleggerire la Pubblica Amministrazione, occorre partire dal comprimere i ritardi burocratici nelle pratiche degli uffici e nei lavori pubblici. Del resto, svolgere un ruolo nel meccanismo istituzionale, impone la consapevolezza di doverlo esercitare con il massimo dell’efficienza e della rapidità di cui si è capaci, senza ricorrere ad artifici sindacalistici. Appunto perché lo Stato libero è tenuto a dare esempio di efficienza nel fornire i servizi ai cittadini che li utilizzano. Per la stessa ragione, dovranno essere messi a gara tutti i servizi pubblici locali.

Quanto al riattivare il mercato, richiede iniziare dalla consapevolezza che la crescita non si fa solo con la spesa pubblica. E che il mercato va di continuo costruito e mantenuto, perché esplichi la sua ineguagliata capacità di allargare le opportunità per le imprese e i consumatori. Che consiste nel promuovere gli scambi. Non va perciò bene l’uso italiano di confondere il rigore nella gestione (indispensabile) con il praticare l’austerità (che frena gli scambi). Una simile confusione separa l’azienda dalla situazione economica complessiva. Per correggere tale uso, vanno aumentati i salari nella prospettiva del sostegno al quadro generale dei consumi. Poi, occorre un’offerta politica basata su una rivoluzione di liberalizzazioni e di concorrenza, nonché sulla riduzione della spesa pubblica e delle tasse sull’intraprendere. L’obiettivo è restituire ai settori produttivi italiani un’identità capace di sostenere la concorrenza in ambito internazionale.  Inoltre è necessario potenziare  la capacità formativa della scuola pubblica (non solo sul trasmettere nozioni indispensabili nel mondo produttivo ma soprattutto sull’educare all’uso dello spirito critico per affrontare le nuove problematiche di continuo emergenti) e  valorizzare la libera funzione della scuola privata nell’individuare le materie da insegnare e la didattica  da usare (accrescendo così nel paese lo spessore culturale dei docenti e degli allievi), garantendo alle scuole parificate un’esistenza sicura ma senza privilegi di alcun genere.

Quanto alla fiscalità, va riformata semplificandola e riducendone il peso, nella convinzione che rappresenti un’esigenza chiave della democrazia da realizzare nel rispetto del lavoro e dell’imprenditoria e non pensata per dar potere alle strutture che la applicano e ancor meno per rendere possibili gli sprechi nella spesa pubblica.

Il sommario elenco fatto fin qui delle iniziative occorrenti per spingere alla crescita, mette in luce come sia indispensabile che, nella campagna elettorale, ogni gruppo che si presenta al giudizio dei cittadini indichi con precisione quali siano le risorse necessarie per sostenere le spese dei programmi proposti e come siano rese disponibili.

TEMI SU CUI INFLUIRE: immigrazione e sicurezza – L’influenza del metodo liberale è indispensabile perché si affronti in maniera realistica e razionale il problema immigrazione. L’Italia è aperta all’accoglienza, ma, a seguito dell’accoglienza facile, il fenomeno immigrazione ha messo in luce due dati sperimentali di cui tener conto. Che gli specifici caratteri degli italiani residenti, non possono mischiarsi indifferentemente ai soggetti migranti con caratteri specifici del tutto differenti. E che non è un fattore neutro la dimensione del territorio in cui sopravviene l’immigrazione di massa. Questi due dati hanno fatto nascere in larga parte della cittadinanza, un pressante problema di sicurezza quotidiana. I fautori dell’accoglienza a prescindere, per ideologia o religione, sostengono che l’uguaglianza umana travalica i confini e perciò negano il problema.  Senza successo. Sia perché è chiaro come in larga parte l’immigrazione sia sospinta da organizzazioni (internazionali e nazionali) che la sfruttano in termini economici. Sia perché i dati testimoniano impietosi che gli immigrati compiono atti criminosi molte volte più degli italiani.

In un quadro siffatto, i liberali intendono operare con senso realistico per evitare che il problema immigrazione e il connesso aspetto della sicurezza, siano adoperati per giustificare politiche reazionarie di rigetto a sfondo razziale o viceversa politiche di sinistra, anche quando non estremiste, a supporto della posizione antigovernativa e di fatto elusive della questione.

TEMI SU CUI INFLUIRE: manutenere i diritti civili – L’influenza del metodo liberale è indispensabile per avere il continuo impegno delle istituzioni pubbliche nel conservare per ogni cittadino la fruizione dei diritti civili. Tali diritti, connaturati alla civiltà occidentale, sono la precondizione della libera attività di ciscuno. Non devono essere strumentalizzati, magari tentando di inquadrarli in visioni radicali distaccate dai problemi quotidiani. Si applicano nel presente e non hanno rivendicazioni sul passato. Rivendicazioni del genere, come chiede la cultura woke, sono un tentativo di imporre le proprie idee negando oggi la diversità e il passar del tempo. Allo stesso modo, cercare di applicare i diritti civili devastando ed assaltando, non è antagonismo, è delinquenza politica da condannare.

Garantire i diritti civili ha peraltro un presupposto ineludibile, che il cittadino sia costantemente informato sugli avvenimenti. Purtroppo, di questo non esiste una sicurezza sufficiente. Per almeno tre fattori. Uno è l’attuale grave insufficienza professionale del giornalismo. Il suo ruolo sarebbe trasmettere le notizie come sono. Invece, troppi editori (allo scopo di aumentare la capacità di attrarre utenti ricavandone profitto) e troppi redattori (allo scopo di stare alla moda del momento a costo di confezionare narrazioni inesatte) non svolgono il loro compito trasformandosi in disinformatori e danneggiando il fondamentale diritto civile di disporre di una libera informazione. L’altro fattore è l’esistere della RAI come televisione pubblica, un ruolo che al giorno d’oggi serve solo a permettere uno statalismo strisciante sia nella programmazione sia nel difendere una struttura redazionale attenta soprattutto a conservare sé stessa. Il terzo fattore è l’utilizzo delle informazioni social da parte di cittadini giovani che non hanno l’età per una valutazione critica delle notizie che ricevono a ritmi frenetici. In tutti e tre i casi, la libertà di stampa non può trasformarsi in una propaganda di un dover essere, di qualunque origine e comunque formulata. In questi tre settori, l’influenza del metodo liberale deve chiedere: uno, di impegnarsi per riportare il giornalismo al suo ruolo effettivo di informazione; due di privatizzare la Rai, rafforzando l’Autorità Garante per le Comunicazioni e l’Antitrust; tre di vietare l’uso dei social sotto i sedici anni di età, attribuendo la verifica dell’età alla piattaforma coinvolta nel caso.

L’impegno per i diritti civili va poi esteso a due questioni rilevanti. La prima è dare effettiva concretezza al principio costituzionale del processo penale in aula, in modo da evitare che il processo venga anticipato nell’ambito delle tribune dei mezzi di informazione, irrispettosi del contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti al giudice terzo e imparziale.  Ciò avviene soprattutto perché, in base al sistema giudiziario fascista del ’41, la Magistratura non ha il sistema della separazione delle carriere.  

L’altra questione da affrontare è la modifica della clausola che attribuisce a più di 24 milioni di cittadini una scelta contro la loro volontà.  In pratica il cittadino che non sceglie espressamente un beneficiario per il suo 8 per mille dell’Irpef, destina, senza rendersene conto, la propria imposta, alla ripartizione proporzionale tra i vari beneficiari 8×1000. Una norma così è sbagliata due volte. Nel principio esprime una concezione clericale. A livello economico toglie all’Erario una somma significativa specie in un’epoca di ristrettezza. Va soppressa una riga della legge ordinaria 222/1985 (art. 47, c. 3 ultimo periodo).

TEMI SU CUI INFLUIRE: il sistema elettorale (ad oggi mancano i dati certi)

L’IMPEGNO CHIESTO AI CITTADINI LIBERALI. Sull’insieme dei valori e dei temi indicati fin qui,il presente appello auspica la collaborazione di ciascuno dei cittadini liberali. Prima delle urne, prendendo parte di persona all’attività del PLD – ancor meglio iscrivendosi – e contribuendo finanziariamente a questa attività, per quanto gli sia possibile. Nelle urne, consapevole dell’incoerenza di un liberale se evita di esprimere il voto, non facendo mancare la preferenza alla lista liberale, qualsiasi ne sarà la forma e il nome.

Per riprendersi l’Italia ha bisogno dell’influenza del metodo liberale.

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Astrazione e teoria (a Giovanni Orsina)

Caro Orsina,

ho letto la Tua intervista sul Corriere e in linea generale condivido quello che sostieni. Salvo una cosa. Tu usi di continuo , contrapponendolo all’esser concreti, il termine «astrazione». La contrapposizione è giusta, mentre il termine non è quello corretto, che invece è «teoria».

Di fatti , Bonaccini esprime una sua teoria . Avere la puzza sotto il naso è una teoria. L’essere certi di essere superiori è una teoria. Non a caso usano tali concetti esponenti della sinistra – giustamente citi Hilary Clinton – quale manifestazione della loro caratteristica politica permanente: il voler essere impositivi. Questa è la causa il loro perdere consenso tra larga parte dei cittadini democratici. Che si schiera contro di loro dopo aver sperimentato gli effetti del loro governare impositivo.

Il termine «astrazione» indica un’attitudine connessa all’osservare il mondo, cosa che, rifacendosi al metodo dello sperimentalismo scientifico, dovrebbe essere l’usuale comportamento dei cittadini . Però, adottando il metodo scientifico, dall’astrazione si ricavano dei dati, indispensabili per costruire una teoria interpretativa dei meccanismi del mondo. Teoria che diviene accettata se, applicandola, funziona nella realtà. E’ qui che casca l’asino per gli esponenti della sinistra. O non hanno neppure fatto l’astrazione oppure non hanno compreso i risultati ricavati; in ogni caso, la teoria che ne hanno dedotto è disconnessa dalla concretezza reale ed è solo impositiva.

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Sul Gran Pignolo

La nascita del Gran Pignolo, più che celebrata, va capita per ciò che ha dimostrato da allora. Mauro della Porta Raffo fu invitato a scrivere sul Foglio il 5 settembre 1996 perché segnalava con eleganza lo spessore e la quantità delle notizie date dai giornali che non corrispondevano alla realtà dei fatti. Da qui il nome di Gran Pignolo. Interpretabile in due sensi contrapposti. Come apprezzato richiamo alla necessità di diffondere solo notizie esatte, oppure come vezzeggiativo dell’accuratezza nel valutare il comportarsi improprio dei media, senza attenzione al suo perpetuarsi.

L’intento di Mauro della Porta Raffo era indiscutibilmente il richiamo al dare solo notizie esatte. Perché far conoscere gli avvenimenti come sono, è il presupposto irrinunciabile dei liberali per poter effettuare a ragion veduta le valutazioni e le scelte elettorali individuali, il cuore del convivere democratico.  Si tratta di un presupposto essenziale. E’ utile poiché ribalta la tradizione del seguire le disposizioni di un qualche testo sacro, ideologico o religioso. Il nuovo sta nel vedere la realtà come qualcosa che muta al passare del tempo e non è fissabile per sempre. A quell’epoca, Antonio Di Bella chiosò “la storia della stampa italiana si divide in due parti, prima e dopo Mauro della Porta Raffo”.

Gli avvenimenti di questo trentennio hanno provato che Di Bella ha segnalato uno spartiacque ma che, nella parte del dopo, i mezzi di comunicazione hanno praticato la seconda interpretazione dell’appellativo Gran Pignolo. Un vezzeggiativo accurato nel valutare il loro comportarsi, lasciando però che giornali e giornalisti perpetuino il comportarsi distorto. Nel trentennio, con progressione crescente, giornali e giornalisti si sono dedicati non al dar notizia di quanto avviene nel quotidiano, bensì al narrare la linea indicata dalle elites burocratiche prevalenti al momento. Linea che non tiene conto degli indirizzi voluti dai cittadini e di cui giornali e giornalisti appoggiano i governi amici quando ci sono. Agendo così, giornali e giornalisti, salvo rare eccezioni, non adempiono al compito professionale, e creano le premesse per il proprio opporsi disperato, quando avviene che a quei governi i cittadini reagiscono con il populismo e i media si trovano privi degli abituali poteri di riferimento.

Del Gran Pignolo c’è gran bisogno ancora oggi: la necessità di diffondere solo notizie esatte resta essenziale nel mondo che cambia. Mauro Della Porta Raffo insiste nella propria attività di Gran Pignolo, con gli scritti e con la radio. Anche nell’ultimo periodo applica la sua pignoleria (il richiamare le notizie esatte) al riflettere sul Presidente Trump così come è, un personaggio pluripartitico ed ostinato che non vuole farsi irreggimentare. Purtroppo anche giornali e giornalisti – almeno negli assetti filo sinistra antecedenti i numerosi cambi di proprietà delle testate in corso da dodici mesi – insistono imperterriti nel diffondere le ricette impositive del dover essere sognato. Trump sarebbe il male pervasivo e l’antifascismo una priorità.  Invece di informare, vogliono indottrinare e fanno danni.

Vivissimi auguri liberali al Gran Pignolo.

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Non contraddire la libertà occidentale

La nomina di Andrea Pirlo quale Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio è nella bufera. E’ stata già criticata per un analogo motivo da tre esponenti politici di rilievo. Pina Picierno, vice Presidente del Parlamento Europeo, del gruppo Spazio Pubblico aderente a Renew Europe, lo ha fatto perché “Pirlo ha prestato ripetutamente il proprio prestigio a normalizzare il regime di Putin partecipando alla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata”.  Carlo Calenda, segretario di Azione, perché “ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022, anno dell’invasione dell’Ucraina”. L’on. Mauro Berruto, della Segreteria PD responsabile dello Sport, perché “il fatto che lo sponsor di Pirlo sia russo è un’aggravante”. 

Inoltre, l’atleta olimpico ucraino Vladyslav Heraskevych – squalificato dal CIO per avere un casco commemorativo degli ucraini caduti in guerra – ha scritto sui social “oggi è stato uno degli attacchi russi più grandi. E oggi la leggenda del calcio italiano Andrea Pirlo è stato avvistato a Mosca accanto al calciatore russo Dzyuba, che sostiene apertamente la politica del Cremlino e l’uccisione di ucraini. È triste vedere le leggende dell’infanzia trasformarsi in falliti morali per i quali nulla è più prezioso dei rubli russi. Vergogna”.  Pirlo ha già respinto le accuse definendole strumentali oltre che ipocrite e aprendo alla possibilità di risolvere il contratto con il bookmaker russo. 

Qui non mi interessa sapere come si concluderà la vicenda dell’incarico Commissariale di Pirlo. Mi interessa ribadire che l’andazzo di mischiare alla politica il calcio o lo sport in generale, manifesta una concezione pubblica autoritaria. E quindi allarma parecchio i liberali. 

Lo sport non si confondeva con la politica già nell’antichità, quando le guerre venivano sospese in concomitanza ai Giochi Olimpici. E al giorno d’oggi, dopo una maturazione secolare, è sempre più evidente in base ai dati sperimentali che la politica democratica è scegliere le cose da fare tra le proposte discusse, usando il voto dei cittadini individuo, e poi verificare le scelte sulla scorta dei risultati ottenuti. Con una tale procedura in cui ciascuno è coinvolto, aumenta la capacità di conoscere il mondo, di ampliare il produrre le risorse materiali indispensabili per il nostro esistere, di migliorare via via le condizioni del convivere. Perché l’essenza della vita sono la diversità e il cambiamento, cosa che vale per ogni cittadino vivente. 

Pretendere che sport e politica siano uniformi, equivale a limitare la diversità riducendone le modalità espressive, a regredire quanto agli strumenti operativi e a voler tornare al seguire linee predeterminate per il futuro. Insomma significa nella sostanza negare la realtà e ricorrere al sogno di un dover essere prestabilito in mano a chi governa. Un modo innaturale di comportarsi, che al fondo resta statico, non evolve, aspira al passato, elude il fluire del tempo.

Mischiare sport e politica non è un vezzo trascurabile. Si può essere a favore o contro la scelta di Pirlo quale CT della nazionale per ragioni di tecnica calcistica. Esserlo perché Pirlo farebbe il gioco di Putin, contraddice i principi della libertà occidentale.

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Cronologia del Liberalismo da 4.13 fino a 4.15 b)

4.13  Il 1979, rilevanti cambiamenti fatti od avviati  – Fu un anno denso di avvenimenti internazionali, attesi e non, che lasciarono a lungo tracce profonde.  Dal Capodanno, gli Stati Uniti riconobbero la Repubblica Popolare Cinese come solo rappresentante della Cina. Presero anche atto  che la Cina riteneva l’isola di Taiwan parte del proprio territorio, però non lo  accettarono mai in modo esplicito. Anzi quattro mesi dopo vararono una legge di speciali rapporti con l’isola, che continueranno fino ad oggi.  
In Iran, due settimane dopo, a seguito delle proteste di piazza per la sua politica repressiva, lo Scià Reza Pahlavi andò in Egitto ufficialmente per curarsi, senza far mai ritornare. Le conseguenti manifestazioni di giubilo (insieme alla scarsa lungimiranza dei paesi occidentali), aprirono la strada ad inizio febbraio per il ritorno da Parigi, dell’ayatollah Khomeini. Si attivò un processo rivoluzionario che portò in breve alla nascita della Repubblica Islamica, la quale da allora divenne progressivamente il fulcro del fondamentalismo religioso musulmano nel mondo.  
In Portogallo , ove il governo Soares aveva avanzato nel marzo ’77 la richiesta di entrare nella CEE, erano iniziate serrate trattative sull’adesione, assistita anche da aiuti finanziari. Nel corso delle trattative, durante il ’79, vennero accordati periodi di transizione a favore dell’industria lusitana.
In vista delle prime elezioni europee fissate a giugno, in Italia, durante l’inverno la novità di maggior rilievo fu la decisione del PRI, voluta con forza da La Malfa, di far parte del gruppo liberale al Parlamento Europeo. Fu una decisione molto sofferta della direzione PRI divisa a metà, e non digerita fino in fondo nella base tradizionale  anche negli anni successivi .
In Gran Bretagna, proseguiva il Governo Callaghan, laburista di minoranza con l’appoggio esterno del Liberal Party. In quei mesi, il Governo era alle prese con forti malcontenti sindacali e fitti scioperi, che lo indussero a convocare ai primi di  maggio le elezioni anticipandole di qualche mese.
A fine gennaio, in Italia, il Congresso del PLI confermò Zanone a larga maggioranza (il 70%) e costituì la nuova minoranza, Autonomia Liberale, capeggiata da Costa e comprendente buon parte della vecchia Libertà Nuova.  Non Malagodi, che si sganciò e  si mantenne al di sopra delle parti (comprovando che, a parte alcuni errori di cui era stato personalmente responsabile,  era rimasto prigioniero dei molti colleghi di corrente più conservatori del consentito ai liberali). Venne anche modificato lo Statuto che passò al proporzionale con soglia. L’on. Bozzi divenne il nuovo Presidente, mentre fecero parte della Segreteria, Biondi , Altissimo e il Segretario della GLI Patuelli, forte di notevoli successi elettorali nelle scuole e nelle Università.  La linea di Zanone fu chiedere “una maggioranza di forze democratiche europee, socialisti, liberali, cristiani, per una formula nuova di correzione delle egemonie DC e PCI” .
Nella CEE  il sistema dei prezzi condivisi nella comune politica agricola, era stato sempre più compromesso dai disordine introdotti dalla crisi del petrolio. Al fine di riportare ad un equilibrio , a fine autunno ’78 si era adottato un rimedio, il Sistema Monetario Europeo (in Italia il Parlamento votò  a favore, con il Sì di  DC, PSDI, PRI, PLI ,  astenuto PSI, contro il PCI che vedeva allontanarsi la logica dell’eurocomunismo e con essa del considerare essenziale il ruolo dei comunisti).  Il rimedio SME divenne operativo dal  il 13 marzo del ’79. Lo SME. Si fondava  su  tassi di cambio che mantenevano entro un intervallo ristretto le oscillazioni delle valute. A tal fine adottava  l’ECU (una  unità di conto virtuale fatta dalle monete dei paesi membri) di bande di oscillazione del 2,25%,  in più o in meno (o del 6% nel caso della lira). Lo SME porterà a frequenti riallineamenti  valutari ma funzionò per anni.
Intanto, il 1° marzo del  ’79 si tennero le elezioni generali in Spagna – le prime con la nuova Costituzione – in cui venne confermata la maggioranza relativa del Governo Suarez con la sua Unione di Centro Democratico, UCD. Proseguì il Governo di minoranza, con i socialisti all’opposizione, e un periodo di stabilizzazione della democrazia spagnola.
Il 26 marzo 1979 si verificò l’evento della firma del Trattato di Pace tra Egitto ed Israele, sottoscritto  da Anwar Sadat  e  da Menachem Begin. A parte l’immediato scambio previsto nel Trattato –  riconoscimento reciproco e  restituzione del Sinai all’Egitto – , fu un passo storico  con l’ingresso  degli strumenti di ragionevole realismo della libertà nella contrapposizione tra mondo ebraico e quello musulmano segnata dal fanatismo dell’integralismo religioso del secondo. Purtroppo, anche se era ovvio prevederlo,  i problemi risolti furono molti ma non bastarono a battere il revanscismo integralista, che imperterrito proseguì con i suoi metodi violenti nelle idee e nella fisicità.
All’alba del 28 marzo, in Pennsylvania, la centrale nucleare di Three Mile Island ebbe un guasto banale e rilasciò gas radioattivi.  Al momento non vi furono conseguenze tragiche ma sorsero, a cominciare dagli Stati Uniti e via via nel mondo, numerosissimi movimenti di protesta contro l’uso della tecnologia nucleare in campo civile, che in pratica ne bloccarono lo sviluppo per decenni. In particolare, in Svezia, l’evento indurrà il Governo monocolore a convocare per l’anno successivo un referendum consultivo che desse indicazioni in merito a tre opzioni. Cessare l’espansione nucleare restando con massimo una dozzina di reattori fino al termine del loro ciclo economico; smantellare con gradualità gli impianti trasferendone la proprietà alla parte pubblica; abbandonare il nucleare entro dieci anni.
La crisi in Italia del Governo Andreotti IV si protrasse per circa due mesi e finì con il reincarico ad Andreotti, che formò il suo quinto governo  in coalizione solo con PRI e PSDI. Tuttavia,  a fine marzo in Senato, Andreotti non ottenne la fiducia per un voto. Il Presidente Pertini sciolse le Camere ed indisse le elezioni a giugno.
I primi di aprile, in Belgio, dopo le elezioni tenutesi nel dicembre precedente, si insediò il nuovo governo presieduto da Wilfried Martens, Popolare Cristiano fiammingo, sostenuto da un’ampia coalizione tra Cristiano-Sociali e Socialisti , che si impegnò a realizzare le riforme istituzionali rese indispensabili per fronteggiare le divisioni tra fiamminghi e valloni.
Poco più di un mese dopo, all’inizio di maggio, nelle urne inglesi ci fu un’alta affluenza, di cui beneficiarono quasi del tutto i  Conservatori, i quali guadagnarono intorno a tre milioni di voti e la maggioranza assoluta dei seggi. I Laburisti di Callaghan persero in percentuale e in seggi mentre il Liberal Party ebbe due eletti in meno. Divenne Premier  il Capo dei Conservatori, Margaret Thatcher. Fu la prima donna Premier. L’avvento della Thatcher avviò in campo economico una robusta svolta  verso il libero mercato, però non supportata da norme civili più aperte nella convivenza.
Negli stessi giorni, in Austria le elezioni furono vinte dal Cancelliere Socialista Bruno Kreisky in carica da nove anni che ottenne un po’ più della maggioranza assoluta in un quadro di alta affluenza alle urne. Detto in modo sintetico, la linea del Governo era quella della neutralità in politica estera e in quella interna dell’espansione dello stato sociale, resa possibile da una situazione economica assai solida e da una piena occupazione .
A fine maggio ’79 venne firmata l’adesione alla CEE della Grecia, che divenne il decimo paese membro. Un’adesione fortemente voluta dal Governo Karamanlis , con l’opposizione di quasi tutti i  Socialisti e i Comunisti, per giungere ad irrobustire la stabilità e la crescita. Venne previsto un quinquennio di transizione verso la totale integrazione.
Sempre a fine maggio, terminarono in Canadà i 18 anni di governo del liberale Pierre Trudeau. Di fatti il Partito Liberale arrivò largamente primo nel voto popolare, ma fu sconfitto negli eletti dai Conservatori, 136 contro 114. Il nuovo Governo dei Conservatori non aveva però la maggioranza in Parlamento (c’erano anche 26 del Nuovo Partito Democratico). E fin dai primi giorni se ne colse la fragilità-
In Italia, mentre  proseguivano i disordini e le violenze, si arrivò  alle elezioni anticipate i primi di giugno. Nel PLI si verificò una mossa improvvisa del Segretario, del tutto solitaria (tutti i maggiori esponenti del vertice PLI si dissero contrari) e foriera di significative conseguenze politiche nel quindicennio successivo. Decise di candidare a Milano Egidio Sterpa. Una candidatura su cui vale la pena di soffermarsi. Sterpa, un giornalista ultraconservatore, all’inizio dei ‘50 membro della Legione Nera, arrestato nel ’51 con Rauti, era stato a lungo esponente DC a Milano che non lo candidò per due volte nonostante lo avesse già deciso la Direzione provinciale. Appena entrato nella lista PLI, Sterpa dichiarò : “Mi ero inserito nelle liste DC allo scopo di condurre dall’interno da indipendente, una azione di opposizione ad ogni compromesso”. Per lui, dunque, il “compromesso” era la presenza del PCI nell’area di governo, mentre il problema politico DC era talmente irrilevante da tentare di intrupparsi sotto le sue bandiere. Giudizio opposto alla costante linea del PLI: il compromesso era un “passo a due” , le soluzioni liberali erano alternative a quelle comuniste, ma la DC era la prima responsabile della crisi italiana. Nel complesso, candidare Sterpa assai preoccupante sotto il profilo di una prospettiva del PLI di una politica aperta non basata sull’anticomunismo.
Alle urne  ci fu un lieve calo della DC, un notevole arretramento del PCI (meno 4% e meno 27 deputati alla Camera), lievi aumenti del PSI , del PSDI e del PRI e uno consistente del Partito Radicale. Il PLI riprese quota, riportando il 1,9% (nove deputati e due senatori) tendenza che sarà quasi raddoppiata la settimana seguente alle prime elezioni europee , il 3,6% e tre parlamentari. La settimana dopo, il 10 giugno, si svolsero le elezioni per il Parlamento della CEE con un’affluenza di quasi i due terzi. Primo partito risultò quello Socialista (il 27,5% con 113 eletti) , seguito dal Partito Popolare ( poco oltre il 26 % con 107 eletti), dai Conservatori (15% e 63 eletti), dai Comunisti (il 10,7 e 44 eletti), dai Liberali (9,7% e 40 eletti) ed altri piccoli gruppi.
A metà luglio, il Parlamento CEE elesse Presidente alla seconda votazione con tre voti oltre la metà dei votanti la liberale francese Simone Veil , sopravvissuta dei campi nazisti, sostenuta, oltre che dai liberali, dai popolari e dai conservatori. Nel discorso di investitura, la Veil ricordò che l’Europa aveva di fronte tre sfide fondamentali. La fragile pace che era la risorsa più importante. La libertà di cui gode l’Europa circondata da regimi in cui prevale la forza bruta e di cui l’Europa aiuterà il rafforzamento poiché “la libertà è un valore troppo spesso non colto finché non è perduta”. E infine, la grande sfida della prosperità, che vede i livelli di vita sconvolti da ampie crisi quali la crisi petrolifera.
Qualche tempo dopo, in Italia, venne varato un nuovo Governo (da cui venne escluso il PCI) presieduto da Cossiga, DC,  con i voti della DC, del PSDI e del PLI ma con l’astensione del PSI e del PRI, dunque con il sostegno del pentapartito. Il PLI ebbe due Ministri, Valitutti all’Istruzione ed Altissimo alla Sanità.
In Svezia, a metà settembre, vi furono le politiche. Di nuovo vinse il terzetto del Partito Moderato, del Partito di Centro e dei Liberali, che ottennero un’incollatura più della metà degli eletti (forte aumento dei Moderati, ancor più forte regresso del Centro e meno uno dei PopolarLiberali) rispetto ai Socialdemocratici e dell’altro Partito della Sinistra (che guadagnarono rispettivamente due e tre seggi). Tornò primo Ministro il centrista Thorbjorn Falldin, mentre i Liberali ebbero il Vice, che era anche agli Esteri, il Bilancio, l’Istruzione, il Lavoro, la Casa.        
Nell’ottobre 1979, va segnalato che in Germania alle elezioni regionali di Brema, una lista ambientalista Verde ottenne un seggio. Fu la premessa della nascita del Partito dei Verdi l’anno successivo.
Ad inizio novembre, si verificò a Teheran un evento che al passar dei mesi produsse conseguenze decisive innanzitutto nella politica USA. Di fatti, studenti  islamici assaltarono l’ambasciata americana e presero in ostaggio oltre cinquanta diplomatici e molti cittadini americani.  Emerse ben presto l’impaccio del Presidente Carter nel costruire una risposta credibile ed efficace da parte degli Stati Uniti. Del resto non fu un impaccio esclusivamente americano. In generale, su questo tema iniziò a manifestarsi il gravissimo errore compiuto dalla politica Occidentale, quando, fin da nove mesi prima, aveva equivocato nel profondo circa le conseguenze della caduta dello Scià. Aveva giudicato in termini positivi il ricupero di una maggiore autonomia della società civile iraniana , senza riflettere abbastanza che un simile recupero non avveniva all’insegna di una crescita in quel paese dei meccanismi della libertà, bensì di una crescita tumultuosa del peso della cultura fondamentalista religiosa in netto contrasto con l’essenza della libertà civile e con i suoi insegnamenti. Al passar del tempo tale errore si rivelò sempre più pericoloso. Aumentò nel mondo intero la minaccia del fondamentalismo religioso con le sue pretese fanatiche contro i diversi.
A dicembre 1979 , la Nato , spinta dal Cancelliere tedesco – in risposta al dispiegamento due anni prima dei missili balistici SS-20 da parte dell’URSS che potevano raggiungere tutte le più grandi città d’Europa –,  decise  di dispiegare  gli euromissili in alcuni stati dell’Europa occidentale e al tempo stesso di avviare negoziati sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti e URSS, Gli euromissili entrarono materialmente in funzione quattro anni dopo.
In Canadà, a soli sei mesi dall’entrata in carica, il Governo Conservatore venne sfiduciato a metà dicembre ’79 in un voto sul  bilancio che prevedeva un forte aumento delle tasse sulla benzina. Di conseguenza, vennero convocate nuove elezioni nel tardo inverno dell’anno dopo .
Negli ultimi giorni dell’anno, in Asia l’URSS invase l’Afghanistan per sostenere il Partito comunista locale  minacciato dalla guerriglia dei Mujaheddin sostenuta dagli americani e dalla  montante influenza in Iran dei cambiamenti favorevoli all’Islam. Tuttavia, in pochi mesi, l’invasione si rivelò una mossa azzardata. 
 
4.14   I  paesi Occidentali del Pacifico. Una Cronologia essenziale  del Liberalismo non può non comprendere anche le vicende dell’area del Pacifico, che include l’Australia, la Nuova Zelanda, Papua e le altre numerosissime isole (qualcosa come trentamila), nel complesso  denominata Oceania. Sono territori facenti parte, a pieno titolo. dell’atmosfera liberale dell’Occidente
4.14  a) Fino al XIX Secolo – La storia dell’Oceania iniziò nel ‘600 con gli sbarchi di navigatori olandesi prima in Australia e successivamente in Nuova Zelanda.  Solo nella seconda parte del secolo successivo,  le esplorazioni dell’inglese Cook fecero capire che l’Oceania non era , come  si pensava all’epoca, un grande continente unico e iniziarono a stabilire  un legame formale con il mondo europeo. Prima  nel 1769 e nel 1770 , Cook entrò in contatto con la Nuova Zelanda e con la costa orientale dell’Australia, mettendola subito sotto il possesso della Corona Britannica. Otto anni dopo, una flotta inglese sbarcò nella Baia di Sidney e fondò una prima colonia penale. Si comprese che si trattava di un. vero Continente (con una superfice pari ai tre quarti di quella dell’Europa) e venne avviata la sottomissione delle popolazioni aborigene.
Durante il secolo successivo, la Gran Bretagna – che insieme al controllo degli Stati Uniti aveva perso i territori dove far scontare le pene dei suoi rigidi tribunali – scelse l’Australia quale territorio di prigionia (perché la popolazione indigena era in stato  di plurisecolare arretratezza e dunque non in  grado di organizzare una resistenza) e ne completò l’occupazione dividendola in una decina di grandi colonie penali (attorno ad una centrale), nelle quali deportava gran parte di coloro che violavano la legge.  Sia le condizioni della lunghissima traversata dall’Inghilterra che quelle delle colonie penali , erano davvero ai limiti della sopravvivenza, tanto che tra i condannati erano altissime le percentuali delle vittime. Chi sopravviveva veniva per lo più fatto lavorare per i coloni liberi e, anche restando nella colonia penale, quasi sempre messo in libertà vigilata. Nel complesso in tempi abbastanza contenuti i condannati godevano di una certa libertà prima del fine pena e poi divenivano liberi, però, nella maggior parte dei casi, non potevano rientrare in  Inghilterra.
In Nuova Zelanda , composta da due isole ad est dell’Australia e da alcune altre minori – nell’insieme  aventi una superfice  simile a quella dell’Italia – non c’erano colonie penali. Però esisteva una popolazione di indigeni guerrieri, i Maori.  con i quali – nel periodo successivo al 1840 quando venne firmato un  un Trattato e la Corono  Inglese divenne  formalmente sovrana  – furono combattute varie guerre prima della pacificazione.  Dal 1865 si insediò il Parlamento della Nuova Zelanda, che espresse presto politiche aperte, arrivando poi nel 1893 ad essere il primo al mondo a riconoscere il voto alle donne  A nord dell’Australia, , l’isola di Papua Nuova Guinea, grande circa tre volte l’Italia, era stata inizialmente colonizzata dagli olandesi e in seguito suddivisa in due, con la parte occidentale restata agli olandesi e quella orientale spartita tra gli Inglesi e i tedeschi. Le rimanenti isole dell’Oceania, decine di migliaia, raggruppabili in tre grandi zone, Melanesia, Micronesia e Polinesia,  nell’insieme erano grandi poco meno dell’Italia.
Le tipologie istituzionali degli Stati inclusi nell’Oceania, erano diverse tra loro, ma rientravano tutte nell’area politica culturale dell’Occidente,  seppure appartenenti a diversi paesi, quelli citati fino a qui e quelli nell’area della Francia (in particolare la Polinesia francese comprendente Tahiti e Bora Bora, nonché la Nuova Caledonia) e degli Stati Uniti (tipo le Hawaii , che nel secondo novecento  finiranno per divenire uno Stato USA, Guam e una serie di altre isole più o meno note).
4.14  b) Prima metà del XX Secolo – Il 1901 portò importanti  novità nelle isole del Pacifico. A cominciare dalla legge votata  dal Parlamento britannico il luglio precedente, in base alla quale  le colonie  penali dell’Australia si federarono entrando a far parte del Commonwealth, conservando robusti legami con la Gran Bretagna (il vertice rimase la Corona di Londra, la quale nominava un. Governatore Generale come suo rappresentante nel sistema parlamentare australiano) , ed avviando un progressivo processo di autonomia, che sei anni dopo portò l’Australia ad ottenere il ruolo di Dominion.
Nella primavera seguente, le elezioni dettero la  maggioranza relativa ai Protezionisti che governarono con l’appoggio dei Laburisti Nel dicembre dello stesso 1901 era entrata in vigore l’Immigration Restriction Act che, estendendo le leggi preesistenti nelle colonie penali,  consentì ai britannici di migrare in Australia  ma limitò tutte le altre migrazioni a partire da quelle asiatiche (fu adoperato un difficilissimo test linguistico di ingresso). In pratica venne stabilito che dovevano esserci dieci immigrati britannici per ogni immigrato non britannico. Insomma  l’Australia promuoveva uguali diritti e opportunità per ogni cittadino, ma applicava il principio solo ai cittadini ritenuti  desiderabili . Questa linea rimase salda per lunghissimo tempo.  
 Nel decennio successivo, non essendoci una maggioranza parlamentare certa, vi furono vari governi dei Protezionisti (con l’appoggio dei laburisti), poi dei Laburisti , poi del Libero Commercio. In seguito , vi fu un accordo antilaburista dei Conservatori e del Libero Commercio (liberali). All’inizio degli anni ’10, i Laburisti ottennero la maggioranza  e formarono il primo governo da soli, ma si spaccarono all’inizio della Prima Guerra Mondiale (sulla coscrizione obbligatoria) e i loro espulsi governarono per cinque anni con una maggioranza nazionalista. I Nazionalisti poi   governarono insieme ai Rurali fino al termine  degli anni ’20 quando si affermarono i Laburisti. Il loro governo superò appena i 24 mesi perché sconfitto alle elezioni  a fine del ‘931 dal neo costituito  Partito dell’Australia Unita formato dai Nazionalisti e dai laburisti fuoriusciti  a causa soprattutto del massimalismo in economia . In quell’anno anche l’Australia, come tutti i Dominions inglesi, acquisì la piena libertà di legiferare a prescindere dalle leggi inglesi.  Il Partito Australia Unita governò durante tutto il decennio  (anche con l’appoggio del Country Party) riportando il paese alla stabilità mediante la riduzione della spesa pubblica. Una politica che  un poco alla volta funzionò e venne confermata anche dai governi seguenti a cavallo del 1940. Con la dichiarazione di guerra della Gran Bretagna alla Germania, all’inizio settembre del ’939,  l’Australia si affiancò agli inglesi.                                  

Nell’autunno del 1941, si ruppe la ridotta maggioranza in appoggio alla coalizione guidata  dall’Australia Unita e tornarono al governo i Laburisti con il loro leader Curtin. I primi di dicembre il Giappone attaccò Pearl Harbor allargando la guerra al Pacifico. L’Australia entrò in guerra contro il Giappone e divenne un alleato strategico degli Stati Uniti, affidando ad un loro generale il comando dell’esercito australiano nel Pacifico e richiamando in patria i soldati impegnati su fronti esteri (anche perché il Giappone effettuò attacchi diretti in Australia, sotto forma di bombardamenti). Durante gli anni del conflitto, Curtin risultò un efficace uomo di governo , fin quando nel luglio del 1945, alla vigilia della sua conclusione, rimase vittima dei suoi preesistenti disturbi cardiaci.
Il Governo dei Laburisti proseguì (avevano vinto le elezioni  due anni prima) ma nel frattempo, nel 1944,  Robert Menzies  che era stato Primo Ministro con Australia Unita tra la primavera del ’39 e l’estate del ’41 – aveva ricostituito il Partito Liberale che si era ridotto ai minimi termini. Peraltro la nuova  formazione politica venne sconfitta alle elezioni di fine ‘946 e i Laburisti mantennero il Governo. Tuttavia, ben presto emersero le loro effettive intenzioni politiche, a cominciare dalla nazionalizzazione delle banche private  Così il dibattito politico finì per  concentrarsi  sulla volontà del Governo di controllare l’economia (che si manifestava nel voler mantenere le restrizioni seguenti al periodo bellico) e sempre più – specie alla luce della situazione internazionale – sul come combattere il comunismo in forme più morbide.
Nel medesimo cinquantennio, in Nuova Zelanda i Governi, fino  a metà degli anni ’30 , furono dominati per lo più dal Reform Party e dal Liberal Party (nel 1925 allargatosi all’Union Party), moderati ben visti dagli agricoltori mentre successivamente , dopo il  propalarsi della Grande Depressione, videro l’avvento del Partito Laburista.  L’azione dei Governi moderati fu caratterizzata  dal privatizzare le terre, dallo sviluppare le infrastrutture specie quelle su ferro e quelle dell’energia idroelettrica . Per fronteggiare  la Depressione, i moderati scelsero la via dell’austerità  contenendo  il peso salariale  e questo alienò l’appoggio dei lavoratori portando alla sconfitta alle elezioni a fine anno 1935. La vittoria dei Laburisti fu netta, con oltre il 60% dei seggi.  Si formò il primo Governo Laburista di Savage che avviò una politica pubblica interventista per fronteggiare la Grande Depressione.  Venne  varato un robusto programma  di edilizia popolare , furono fissati prezzi minimi per  i prodotti agricoli,  sottoposto a controllo pubblico il settore caseario,  ridotta a 40 ore la settimana lavorativa, stabilita obbligatoria l’iscrizione dei lavoratori  ai sindacati, resa un ente statale la Reserve Bank dando allo Stato il controllo diretto della politica monetaria. Nello stesso  periodo, vi fu l’unificazione dei due partiti moderati Union e Reform nel New Zealand    National Party,  unificazione che trasformò il sistema politico in bipartitico. Negli anni successivi, mentre prendeva corpo il suo stato sociale, la Nuova Zelanda affiancò la Gran Bretagna nell’entrare nella Seconda Guerra Mondiale.
Nel luglio 1940, all’improvviso morì il Premier Savage e venne sostituito da Peter Fraser , che continuò nella politica interventista e nell’impegno bellico, Alla fine del 1943 i Laburisti arretrarono ma conservarono la maggioranza degli eletti rispetto al  National Party , pur in netta crescita. Negli anni seguenti, il Governo Fraser mantenne le alleanze con Gran Bretagna e Stati Uniti (giungendo peraltro ad una piena indipendenza nell’ambito del Commonwealth)  prendendo parte alla nascita delle Nazioni Unite. Sul piano interno,  allargò lo Stato Sociale mediante l’Universal Family Benefit  , varò l’Atto per il Progresso Maori , il salario minimo garantito . Peraltro, con il passar del tempo, il razionamento e i diffusi controlli statali spinsero sempre più  al declino del consenso.
Negli anni ’40, le vicende dell’Isola di Papua – sia nella parte orientale in mano australiana che in quella occidentale in mano olandese – furono caratterizzate dalla cruente e lunga occupazione da parte dei giapponesi . Soprattutto la parte australiana divenne teatro  di importanti e famosi scontri bellici nel quadro della Seconda Guerra mondiale nel Pacifico. Dopo i primi anni dalla conclusione del  conflitto, la Papua australiana – parzialmente tutelata dalle Nazioni Unite arrivò all’unificazione amministrativa definitiva nel 1949. La parte olandese finì, durante il medesimo periodo, per essere percorsa dalle dispute di possesso tra gli Olandesi e la neonata Repubblica di Indonesia.
Eccetto per quasi tutte le Isole maggiori,  gran parte dell’Oceania venne rapidamente occupata dalle truppe giapponesi (oltre  la Micronesia già amministrata dal 1919 su mandato della Società delle Nazioni). Altrettanto sollecita fu però la controffensiva  degli Stati Uniti (soprattutto) e dell’Australia. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale in specie gli USA conservarono una forte presenza militare. In ogni caso, i grandi mutamenti indotti dalle operazioni  di guerra, promossero  il crescere della coscienza politica tra le popolazioni locali, che avviò il processo di  decolonizzazione iniziato un ventennio dopo.  
4.14  c) Seconda metà XX Secolo, fino al termine anni ‘970 –  Nel 1949 le due elezioni in Australia e in Nuova Zelanda dettero entrambe risultati di fondamentale svolta politica   con la sconfitta dei Laburisti in ambedue i paesi.   
In Australia vinse il Liberal Party di Robert Menzies dando inizio al Governo di coalizione  con il Country Party presieduto dallo stesso Menzies.  Questo Governo invertì la  precedente linea socialista di centralismo statale (tipo la nazionalizzazione delle Banche nel 1947, pur dichiarata incostituzionale l’anno successivo dall’Alta Corte)   focalizzandosi  sulla libera impresa, sulla libertà individuale. Quindi promosse una politica di ampia immigrazione (che  negli anni andò oltre i due milioni di individui, principalmente dall’Europa), di aiuto all’accesso all’istruzione superiore, di ampliamento degli studi universitari (raddoppiando negli anni il numero degli Atenei) e di una decisa azione anticomunista coerente con la collocazione internazionale. Che sarà sempre quella dell’alleanza stabile, pure militare, con la Gran Bretagna  e con gli USA , tendente nel tempo ad orientarsi in specie su questi ultimi (l’Australia prese parte alle guerre di Cora e in Vietnam). Vennero al contempo introdotte agevolazioni mediche ed ospedaliere nonché sussidi familiari. Non furono mai  trascurati gli accordi commerciali con il Giappone. Nel 1962 fu deciso il diritto di voto federale alle etnie indigene. Robert Menzies vinse di fila ben sette elezioni. Nel gennaio del 1966 , non intendendo ripresentarsi alle elezioni di fine anno perché affaticato e settantaduenne, Menzies si dimise e il Partito Liberale scelse quale successore il collega e tesoriere federale Holt, che proseguì con la medesima coalizione Liberali – Country  e ancora una volta vinse a mani basse al voto del dicembre.      
Tornando al 1949 , anche in Nuova Zelanda alle elezioni vennero sconfitti i Laburisti  e per la prima volta prevalse  (di circa sei punti) il Partito Nazionale moderato  guidato da Sidney Holland. L’indirizzo politico fu opposto a quello laburista, pur senza smantellare la struttura istituzionale di  sostegno alle famiglie da loro introdotta. Di fatti, il Governo Holland  adottò il criterio dell’iniziativa privata, della libertà individuale ed in genere dell’affidare ai privati la produzione, la  distribuzione e gli scambi, ponendo fine alla crescita della burocrazia pubblica.
Insieme, il Governo abolì la Camera Alta e fece della Nuova Zelanda un sistema monocamerale. Nel 1951, sostenne una controversia molto forte sui porti costellata di scioperi , che fu l’origine di elezioni anticipate da cui il Governo  uscì con più eletti. La Nuova Zelanda fece parte fin dall’inizio delle forze ONU nella Guerra di Corea. Nel periodo le condizioni economiche del paese continuarono a migliorare e alle elezioni successive nel 1954 la coalizione maggioritaria venne confermata anche se ottenendo meno voti e seggi (un 10% fu preso dal Social Credit, un nuovo partito che non ebbe eletti). Il Governo Holland proseguì nella sua linea , dinamica all’interno  ed anche di consolidamento delle alleanze con i paesi dell’occidente. Soprattutto con la Gran Bretagna, al cui fianco restò durante la crisi di Suez. Proprio durante quei giorni, Holland ebbe in ufficio dei gravi problemi circolatori , che non affrontò subito scegliendo di restare al lavoro. Non si riprese mai del tutto  dai disturbi e nell’estate 1957, si dimise poco prima delle elezioni, sostituito da Keith Holyoake.
La sostituzione forzata e dalle incerte conseguenze, si congiunse alle mirabolanti promesse elettorali dei laburisti, imperniate su uno sconto fisso da praticare sulle imposte, determinando il loro prevalere di un soffio per soli 2 seggi, con il leader Nash. Peraltro il Governo Nash , che puntava a riprendere una politica di agevolazioni sociali, si trovò a dover fronteggiare il  crollo dei prezzi nelle esportazioni dei prodotti agricoli che provocò il fortissimo ridursi delle riserve. Di conseguenza il Governo introdusse elevate imposte su diversi beni di uso comune. Al tempo stesso, il Governo, pur volendo conservare l’alleanza, si oppose ai test nucleari francesi nel Pacifico. Tutti questi fattori minarono la popolarità dei Laburisti, che vennero sconfitti alle successive elezioni in modo netto.
I moderati del Partito Nazionale di Keith Holyoake ottennero quasi il 58% dei suffragi e ripresero  la loro politica riportando negli anni successivi un notevole successo economico, riuscendo a modernizzare le istituzioni, a contenere lo statalismo, ad avviare il sostegno pubblico ai cittadini Maori e ad introdurre (primo stato al di fuori della penisola scandinava) la figura del Difensore Civico. Il Governo dei moderati venne confermato  nelle  due successive elezioni e mantenne, nonostante la contrarietà dei Laburisti, le truppe neozelandesi in Vietnam a fianco degli Stati Uniti.
Nell’isola di Papua, nel medesimo periodo degli anni cinquanta fino al 1966, la situazione politica sviluppò i caratteri preesistenti. Nella Papua Occidentale gli olandesi mantennero il controllo fino al 1961 anche se arrivando allo scontro armato con la Repubblica dell’Indonesia. Nel 1962 , con la mediazione USA,  venne trovato l’accordo per il passaggio a una temporanea amministrazione dell’ONU prodromica all’ingresso amministrativo  dell’Indonesia nella primavera  del 1963.  Nella Papua Orientale , l’amministrazione fiduciaria dell’Australia unificò la gestione delle due zone territoriali, il Territorio di Papua e Nuova Guinea, e al tempo stesso avviò una cauta apertura politica , iniziando anche a porre le basi per arrivare in seguito agli organi rappresentativi locali.
Tra i primi anni ’50 e la metà degli anni ’60, le altre isole dell’Oceania, più piccole ma numerosissime, vissero una fase di transizione dal dominio coloniale a forme di autogoverno, fase che si svolse procedendo con modalità istituzionali sotto il sostanziale controllo di USA, Gran Bretagna e Francia, assistite dalle due grandi realtà dell’Oceania, l’Australia e la Nuova Zelanda.  In specie la Micronesia e le Isole Marshall vennero utilizzate quale luogo per sperimentare le armi nucleari. Il punto di svolta effettivo avvenne nel 1960 quando l’ONU votò la Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai Paesi e ai popoli coloniali, che in tempi abbastanza solleciti venne seguita nelle dipendenza nel Pacifico da tutti eccetto la Francia  che estese la cittadinanza ma non aprì alle istanze indipendentiste proprio perché necessitava di siti nucleari. In ogni caso, nel 1962 le Samoa Occidentali divennero il primo stato polinesiano a ottenere l’indipendenza. Fu l’inizio dell’applicare il diritto all’autodeterminazione.   
Riprendendo l’esame della  politica australiana, va ricordato che il premier liberale Holt , vinte le elezioni di fine ‘966 , iniziò a ridurre la pratica dell’Australia Bianca sia concedendo l’ingresso a lavoratori qualificati non europei , seppur in  numero limitato, sia  riducendo i tempi per avere la cittadinanza. australiana (solo cinque anni). In politica estera confermò l’impegno militare in Vietnam. Purtroppo a dicembre ‘967, Holt annegò in un Parco nazionale ad un centinaio di chilometri da Melbourne. Dopo di allora, ci furono alcuni governi sempre guidati da esponenti liberali , tuttavia sempre più divisi all’interno.  Così, alle elezioni del dicembre ‘972, prevalsero dopo un quarto di secolo i Laburisti di  Whitlam, senza però controllare il Senato. Il Governo Whitlam subito completò l’opera del predecessore Holt nel ridurre la linea dell’Australia Bianca (ponendovi definitivamente termine) mentre la ribaltò nel ritirare le truppe australiane dal Vietnam, nel riconoscere la Cina e nell’adottare una serie di misure proprie dell’indirizzo socialista, come istituire il servizio sanitario universale, abolire la leva obbligatoria e rendere gratuita l’istruzione universitaria.
Mentre stava aumentando la spesa pubblica, inaspettatamente il Governo Laburista si trovò a dover fronteggiare due grandi novità. Nel 1973 , la Gran Bretagna entrò nella CEE e ciò provocò la fine delle notevoli agevolazioni riservate all’export dell’Australia. Contemporaneamente, in conseguenza della crisi energetica del petrolio  verificatasi negli stessi mesi, l’inflazione , da circa il 2% nei primi due anni del decennio , crebbe in pochi mesi ad oltre il 15%  facendo aumentare i prezzi. Allora i fortissimi sindacati australiani pretesero ed ottennero degli aumenti salariali  intorno al 20% , avviando una rincorsa prezzi-salari che minò la competitività delle imprese (da qui un’ondata di chiusure di fabbriche) e un forte aumento della disoccupazione. La Banca Centrale alzò i tassi di interesse e progressivamente la reazione dell’opinione pubblica divenne molto forte.
Nella prima metà autunno 1975, la coalizione di minoranza guidata da Malcolm Fraser (Liberali e National Country) al Senato dove era maggioranza, si rifiutò di votare le leggi proposte a meno che il Governo  indicesse le elezioni per il rinnovo della Camera. Il Premier Whitlam negò che il Senato potesse  far cadere un governo in maggioranza alla Camera bassa e si recò dal Governatore Generale, rappresentante della Regina, chiedendogli di indire nuove elezioni per il solo Senato. Il Governatore Generale, bocciata la tesi costituzionale  del Premier Whitlam e la richiesta conseguente, lo destituì sostituendolo con il leader dell’opposizione. Il nuovo Governo Fraser in pochi giorni sbloccò l’iter legislativo e convocò le elezioni anticipate per l‘otto dicembre.
I Laburisti , increduli che i legami con la lontana Gran Bretagna non avessero riconosciuto la per loro evidente prospettiva socialista cui era destinata l’Australia, impostarono la campagna su slogans a piena conferma di tale idea. La coalizione dei Liberali e del Country si concentrò sulla critica dei pessimi risultati  economici, occupazionali, amministrativi del Governo  Whitlam e sostenne la necessità di promuovere la stabilità mediante la ripresa economica e il ritorno ad un modo di vivere centrato sulle esigenze quotidiane. L’episodio emblematico di quella campagna fu lo sciopero dei giornalisti del gruppo editoriale Murdoch. Visto il clima, pressoché tutti i gruppi editoriali avevano invitato i rispettivi redattori a mantenersi rigorosi nel dare le notizie. I giornalisti del gruppo Murdoch scioperarono perché The Australian, la testata principale del gruppo, pubblicava duri editoriali contro il Governo Whitlam. La linea della campagna e l’atmosfera creata dallo sciopero dei giornalisti, portarono ad una sonora sconfitta elettorale dei Laburisti. La Coalizione Liberali-Country superò i Laburisti ottenendo più di cinquanta seggi di vantaggio (il guadagno fu quasi tutto dei liberali).   
Il nuovo Governo Fraser dovette fronteggiare la crescente inflazione e la disoccupazione, cosa che lo obbligò a mantenere i livelli fiscali esistenti, però rimosse certe riforme laburiste costose e poco efficaci , iniziando dalla assicurazione sanitaria gratuita, rilanciò le attività imprenditoriali e in tempi contenuti riuscì a raggiungere risulti economici assai positivi.  Alle elezioni di tre anni dopo, il Governo Fraser venne confermato con quasi gli stessi eletti. Continuò ad appoggiare il Commonwealth nell’impegno a superare l’apartheid in Sud Africa e nel 1978 riconobbe l’annessione di Timor Est all’Indonesia (non riconosciuta dall’ONU) al tempo stesso dando asilo politico ai rifugiati timoresi.    
In Nuova Zelanda, il Premier Holyoake proseguì nella politica che ho descritto sopra. Finché, cogliendo un logoramento dell’esecutivo dopo un decennio a causa del continuo contrasto all’inflazione globale ed inoltre scadendo la legislatura nel successivo dicembre, ad inizio febbraio 1972 Holyoake decise di dimettersi lasciando l’incarico al vice John Marshall , liberale anche lui. Marshall, confermata la politica estera, si impegnò su due temi. Proseguire l’accesso delle esportazioni agricole nella Gran Bretagna che l’anno dopo sarebbe entrata nella CEE    e varare le leggi per  l’uguale retribuzione tra uomini e donne a parità di lavoro e per il risarcimento degli infortuni.   
La campagna elettorale, da ambo le parti contendenti, fu analoga a quella che si stava svolgendo in Australia negli stessi mesi. I Laburisti manifestavano – anche nello slogan essenziale, “è il momento” – l’esser predestinati a guidare il paese verso posizioni di rassicurante uguaglianza, la coalizione moderata batteva sulla propria capacità, comprovata da una dozzina di anni di Governo, di promuovere la libertà d’impresa in una convivenza tra diversi istituzionalmente regolata. Fu analogo anche il risultato uscito dalle urne. I Laburisti ottennero il 63% degli eletti. Appena insediatosi  il Governo di Norman Kirk ritirò le truppe dal Vietnam e riconobbe la Cina.  Poco dopo si oppose ai test nucleari della Francia nel Pacifico   con l’invio di una fregata militare e, per contrastare la politica segregazionista, impedì (violando la promessa elettorale) che i rugbisti All Blacks si esibissero  in SudAfrica. Insieme a questi atti, il Governo Kirk svolse politiche interventiste potenziando i servizi sanitari, sostenendo il pieno impiego e attuando una politica di attenzione alle necessità degli indigeni maori. Pur solo cinquantenne, Norman Kirk  era di salute cagionevole legata alla sua notevolissima stazza fisica e scomparve in modo repentino a fine agosto del ‘974. Premier divenne Bill Rowling , un altro laburista, che , nel quadro della crisi petrolifera dell’epoca, adottò ancora l’interventismo statale mediante una spesa pubblica sostenuta con un robusto indebitamento. Dedito a conservare la proprietà delle risorse allo Stato. a finanziare la sanità , l’agricoltura nonché la politica abitativa, proseguì nell’ impegno a favore di una zona libera dal nucleare nel Pacifico.
La campagna elettorale  1975 ebbe di nuovo uno svolgimento analogo a quello della campagna in corso in Australia nel medesimo periodo. I Laburisti vivevano convinti che le loro istanze sociali incarnavano il destino del mondo e che dunque erano destinati a vincere. La Coalizione tra Liberali e Country guidata da Robert Muldoon, attribuiva alla politica laburista dell’immigrazione, in specie quella polinesiana,  l’origine  della recessione e della crisi abitativa. E al piano pensionistico varato da poco dal Governo Laburista, l’intento di dare allo Stato il completo controllo sull’economia e le condizioni di vita neozelandesi. I cittadini furono dello stesso parere e la Coalizione Liberali Country stravinse ampiamente con il 63,2% dei suffragi.
Da allora, il Governo Muldoon accompagnò il mantenimento  di attenti controlli su prezzi e salari, ai consistenti investimenti nei grandi progetti energetici e per garantire il potere di acquisto. Al tempo stesso avviò la progressiva riduzione dei sussidi sui beni di consumo e di molte indennità, però reintrodusse le esenzioni dal reddito e in seguito la detrazione fiscale in campo familiare. Allee elezioni del dicembre 1978 , il Governo Muldoon venne confermato con il 55,5% degli eletti. Subito dopo, il Governo affrontò l’inflazione indotta dalla seconda crisi petrolifera mondiale, legiferando sui mercati del lavoro con il rafforzare i poteri dell’esecutivo nel controllo degli aumenti salariali. L’azione  essenziale fu tesa a ridurre la dipendenza dal petrolio importato. Insieme il governo promosse grandi investimenti in grossi progetti energetici (ma anche industriali) e velocizzò le normali procedure di approvazione. Il Governo Muldoon svolse una fermissima politica anticomunista in patria mentre a livello internazionale consolidò l’alleanza con gli USA. Di fatto consolidò la sua presa elettorale.
Nell’Isola di Papua, il periodo tra l’ultima parte degli anni ’60 e il 1980 consolidò i due diversi andamenti preesistenti. Nella parte Occidentale durante il 1969, l’Indonesia promosse un referendum di annessione di Papua all’Indonesia facendo votare tramite l’esercito un migliaio di capi tribù locali. Questo referendum unanimistico venne accettato a livello internazionale, ma non dal Movimento Papua Libera che si stava già battendo da alcuni anni per un’effettiva autonomia. Sul subito questo Movimento prese in ostaggio per un quadrimestre scienziati europei ed indonesiani, due anni dopo proclamò la Repubblica di Papua Occidentale ed iniziò una guerriglia strisciante, che negli anni successivi venne contrastata da parte indonesiana con operazioni militari terrestri ed aeree. Tali operazioni non furono in grado però di ottenere risultati concreti, tanto che la lotta del Movimento Papua Libera sta proseguendo da decenni.
Invece nella Papua Orientale, nacque nel 1967 il Pangu Pati, guidato da Michael Somare, che impresse un ritmo accelerato al processo di autogoverno (accelerazione non del tutto condivisa anche dai favorevoli), in sei anni realizzò l’autogoverno e nel 1975 giunse all’indipendenza dall’Australia. Negli anni seguenti, divennero concreti gli effetti dell’indipendenza fino alle normali elezioni politiche nel 1977. I cento seggi vennero ripartiti tra diversi gruppi. A parte il florilegio degli indipendenti che fra tutti ebbero 27 eletti, i gruppi maggiori furono il Pangu Pati (di orientamento nazionalista socialdemocratico, 30 seggi), l’United Party (all’opposizione con un’impostazione conservatrice, 23 seggi) e il People’s Progress Party (gruppo moderato di centro, favorevole ad un’economia aperta, a privatizzare i servizi statali, agli investimenti stranieri, 16 seggi). Dopo le elezioni, il primo Governo fu presieduto da Michael Somare  e imperniato sul Pangu Pati e sul People’s Progress Party.
A parte le grandi Isole, nel resto dell’Oceania si accentuò nella seconda metà degli anni sessanta fino agli ’80 il processo decolonizzazione innescato dall’ONU nel 1960 e favorito dalla scelta inglese di svincolarsi dai territori del Pacifico, gran parte delle isole formarono Stati indipendenti con istituzioni parlamentari. La prima fu Nauru nel ‘968, poi le Figi e  Tonga nel ‘970,  quindi nel ‘971 fu costituito il Forum delle Isole del Pacifico che divenne lo strumento per le successive indipendenze, in seguito nel ‘978 le Isole Salomone e Tuvalu e infine , tra il ‘979 e il ‘980, Kiribati e Vanuatu.  
4.15 Gli anni ottanta del ‘900 .   a) Il primo biennio – In Italia, il ritorno del PLI nel governo Cossiga fece emergere tre fattori. Agevolò il diffondersi dell’immagine del PLI aperto impressa da Zanone , l’impegno del Ministro  Valitutti per riequilibrare l’importanza del diritto allo studio dei docenti e degli studenti, la cui competenza era stata passata alle Regioni senza averle preparate,  l’introdurre in Segreteria a sinistra un altro esponente di Democrazia Liberale, il segretario GLI Patuelli. Tuttavia fece anche vedere che Zanone non era sensibile all’investire su una radio del partito e sulle TV locali che stavano spuntando impetuose, così da fornire un dinamico supporto innovativo alle posizioni liberali.
Al Congresso DC della metà febbraio ’80 , venne nettamente sconfitta  la linea di compromesso storico del Segretario uscente Zaccagnini e prevalse l’accordo di Forlani con una parte della sinistra DC (Donat Cattin) su un “preambolo” contrario a qualsiasi governo con il PCI. Questo nuovo clima DC (alla segreteria fu eletto Piccoli) indusse il PSI a dirsi disponibile ad entrare in un governo. Ciò portò Cossiga a rassegnare le dimissioni, per essere subito reincaricato di formare un nuovo governo in cui entrarono PSI e PRI. Cossiga voleva far entrare anche il PLI, al quale venne sbarrata la strada dal PSI su istigazione di Spadolini, Segretario PRI. Ma anche per un diverso disegno da parte dei socialisti di tipo annessionistico.
Di fatti, nelle stesse settimane, era uscito un libro nato da un colloquio del parlamentare PLI Bettiza con il socialista Intini (corrente Craxiana) intitolato Lib-Lab, che era una sorta di progetto culturale per spingere all’incontro tra i due gruppi politici  fondato sul constatare che liberalismo e socialismo sono ambedue inconciliabili con ogni tipo di integralismo. Il libro era stimolante ed ebbe successo, ma in realtà consentiva una doppia lettura . Per i liberali era un’analisi che valorizzava il modo condiviso di concepire la società per poterla governare tra diversi insieme ai socialisti ; per i socialisti serviva al tentativo, inespresso ma incombente, di inglobare i liberali nel PSI, così da riequilibrare il peso degli ambienti legati al comunismo leninista e rafforzare la prospettiva di una guida socialista del nuovo modo di governare. Non era di per sé un progetto motore di un autonomo sviluppo liberale. Non lo fu ma restò un’ ambigua indicazione dominante.
Intanto, a metà febbraio in Canadà, si tennero le elezioni anticipate, vinte dai liberali di Trudeau. I seggi conquistati furono la maggioranza assoluta , superando in modo netto i Conservatori, secondi, e il Nuovo Partito Democratico, terzo con distacco fautore un riformismo socialista a difesa dei più deboli e avversario delle Compagnie petrolifere.
In Francia, il Presidente Valery Giscard d’Estaing continuava nel suo  indirizzo caratterizzato dall’affidarsi in economia alla libertà di impresa, in campo civile ai rapporti aperti di convivenza, nel settore istituzionale al dare più attenzione a bisogni sociali. Nel complesso una politica tipo liberale e rigorista, che il Primo Ministro Barre, concentrava sul contenimento dell’inflazione e sul riequilibrio dei conti pubblici. Di fronte al secondo shock energetico, il Governo puntò sul rendere l’opinione pubblica consapevole della realtà difficile, pure sul lato dell’occupazione, che rendeva indispensabile contenere i consumi. Insieme fece consistenti investimenti nell’energia nucleare, che rendessero la Francia meno dipendente dal petrolio. Al momento l’inflazione crebbe non poco.
Il primo quadrimestre del ‘980, in Olanda, fu pieno di vicende politiche. A gennaio il Governo van Agt decise di bloccare gli stipendi, dando origine a  forti tensioni  sindacali e a grandi manifestazioni di piazza. D’altra parte l’inflazione era elevata e il deficit pubblico consistente, con una disoccupazione in aumento. In seguito, ad inizio primavera, scoppiò lo scandalo della municipalità di Lekkerkerk nell’Olanda meridionale, dove un quartiere residenziale era stato costruito su una discarica di oltre 1.500 fusti di rifiuti chimici tossici sotto quasi 300 abitazioni. Divenne necessario evacuare tutte famiglie residenti e avviare una vasta bonifica del terreno. Una vera e propria emergenza ambientale.
Nelle stesse settimane, il 30 aprile 1980, la Regina Juliana, sul trono da 32 anni –rispettando l’uso di famiglia ma pure per liberare la monarchia dalle conseguenze dell’episodio di quattro anni prima del marito che aveva preso tangenti dall’americana Lockheed – abdicò in favore della figlia Beatrix. L’incoronazione fu movimentata da imponenti scontri violenti di polizia ed esercito con il movimento di occupazione di case sfitte, che provocò molte centinaia di feriti.
A metà maggio, in Grecia, il Primo Ministro Karamanlis venne eletto Presidente della Repubblica . In conseguenza, il partito di Nuova Democrazia, conservatore moderato, che deteneva la maggioranza assoluta, nominò un nuovo governo, diretto da Georgios Rallis.
In Italia, i radicali e il Movimento per la Vita avviarono con intenti contrapposti la raccolta firme per modificare la legge sull’aborto. Alle elezioni regionali il PLI ottenne quattro consiglieri regionali in più. La DC salì rispetto alle regionali precedenti mantenendosi quasi al 37% , il PCI calò del 2% al 31,5%, il PSI toccò il 12,7% . Insomma, svaniva il sogno berlingueriano, l’ineluttabile successo  del comunismo. Il PCI reagì rilanciando il fare presto le giunte di sinistra e soffiando con più forza sul già agitato mondo dei lavoratori, soprattutto dei metalmeccanici. 

Negli ultimi giorni di maggio, nel Parlamento spagnolo, venne discussa e a fatica respinta una mozione di sfiducia presentata dai socialisti del PSOE contro il Governo Suarez, peraltro indebolito da consistenti dissidi nella propria coalizione.
Negli Stati Uniti l’inflazione alta, la disoccupazione, la crisi degli ostaggi in Iran (aggravata nell’aprile ’80 dal fallito tentativo di salvataggio militare), screditavano l’amministrazione democratica di Carter. Per di più insidiata per la ricandidatura da Ted Kennedy in uno scontro logorante.  Mentre tra i repubblicani, l’ex governatore della California Ronald Reagan superò George H.W. Bush (poi fatto candidato Vicepresidente) e si candidò all’insegna del chiedere agli elettori “State meglio oggi rispetto a quattro anni fa?”.
A metà del 1980, in Francia era già in pieno svolgimento la campagna per il voto presidenziale nell’anno successivo. La maggioranza appariva spaccata  tra Giscard d’Estaing (in scadenza) e Chirac. Quest’ultimo aveva il principale obiettivo di mostrare il peso determinante dei conservatori nel ruolo del liberale Giscard d’Estaing. Pertanto si candidò dividendo l’area moderata. Così  fornì un chiaro segnale di incertezza per la conferma del Presidente. 
Già nel primo semestre del 1980, in Gran Bretagna si videro gli effetti della radicale svolta politica impressa dal Governo dei Conservatori di Margareth Thatcher. Principalmente per la messa da parte dell’indirizzo di intervento pubblico per contenere le tensioni da inflazione. Superare una simile politica si imperniò   sulle privatizzazioni di aziende pubbliche e venne seguito da grandi scioperi nell’industria pesante e da ripetuti scontri con i sindacati, i quali non intendevano rinunciare ai propri privilegi di potere. Dunque un clima di forte tensione,  una robusta recessione, una disoccupazione diffusa ed un’alta inflazione.
In Belgio, mentre governavano gli esecutivi Martens II e Martens III, con maggioranza analoga al Martens I, il dibattito politico continuava ad essere imperniato sulle tensioni tra fiamminghi e valloni. Nel mese di agosto del 1980 vennero approvate due leggi chiave. La legge speciale dell’8 agosto  creò la Comunità fiamminga e quella vallone (venne rinviata la questione di Bruxelles, situata nelle Fiandre ma di lingua francese) attribuendo loro diverse competenze di rilievo, ad iniziare dalla salute e dall’assistenza sociale. La legge ordinaria del 9 agosto definì come finanziare le Comunità create. Va sottolineato che per approvare la legge speciale la Costituzione, visto che, essendo i fiamminghi numericamente più dei francofoni, richiedeva per le modifiche istituzionali il consenso dei francofoni, e perciò imponeva due condizioni. Che ci fosse il voto favorevole della maggioranza in ciascuno dei due gruppi linguistici in entrambe le Camere. E che il totale dei voti positivi nei due gruppi raggiungesse almeno i due terzi dei voti espressi. Pertanto la legge speciale fu votata dalla maggioranza del Governo Martens IV, coalizione tra Cristiano Democratici e socialisti di ambedue le comunità linguistiche, e in più dal Partito della Libertà e del Progresso. Dall’agosto 1980 il Belgio è pertanto uno Stato federale che definirà ancora il proprio modo d’essere negli anni successivi.
Durante l’anno ‘980, in Olanda, crebbe ad ogni livello  la pressione dei pacifisti contro l’installazione da parte della NATO dei missili Cruise. Un dibattito che restò costante negli anni successivi.
In Italia, il governo Cossiga operò in un’estate percorsa da molte gravi tensioni: l’attentato alla stazione di Bologna, con decine di morti, seguito da diversi assassini in Sicilia. A settembre si aggiunsero le richieste del mondo industriale di provvedimenti impopolari che consentissero licenziamenti immediati per puntare domani ad avere più posti di lavoro. A Torino la Fiat chiedeva la cassa integrazione a zero ore per oltre un anno, da applicare a ben oltre ventimila lavoratori. La richiesta suscitò uno sciopero dei Consigli di Fabbrica con il blocco dell’accesso ai posti di lavoro. Di fronte ai disordini,  nella DC proseguivano le scosse di assestamento provocate dai nostalgici del compromesso storico. La DC vacillava e Piccoli chiedeva il dialogo con la sinistra, PCI incluso. Berlinguer chiuse la Festa dell’Unità esaltando le lotte per un nuovo rapporto di lavoro e chiedendo una diversa maggioranza di governo.
Ciriaco De Mita, esponente dell’area Zaccagnini, disse che occorreva un nuovo governo per bloccare l’egemonia del PSI e preparare le condizioni per un accordo con il PCI. Un progetto politico opposto a quello di Donat Cattin, che elogiava il segretario del PSI e lo consigliò apertamente di attendere le prossime elezioni politiche per puntare alla presidenza del Consiglio. La sinistra DC si impegnò senza quartiere per determinare la crisi. Alla Camera, quando si votò un importante decreto su misure dirette  a sostenere la competitività del sistema industriale e ad incentivare occupazione e sviluppo del Mezzogiorno, il Governo ottenne una larga fiducia , ma neppure un’ora dopo , a scrutinio segreto, la norma venne respinta, dato che c’erano stati almeno trenta franchi tiratori della sinistra DC. Cossiga si dimise. Ma il clima politico non era quello sperato dalla sinistra DC. Si vide in pochissimo tempo.
Il 5 ottobre si votò in Germania Ovest con la conferma della coalizione dei socialisti e liberali del Cancelliere Helmut Schmidt, invano avversata  dall’aggressivo conservatore Franz Josef Strauss della CDU/CSU. Nonostante le tensioni derivanti dalla rivoluzione iraniana e dei russi in Afghanistan, il Cancelliere riuscì a mantenere la sua politica di distensione. I liberali della FDP furono il partito della stabilità. La CDU/CSU arrivò prima , seppure di poco (44,5% contro la SPD indietro di un punto e mezzo), ma con  la FDP al 10,6% la coalizione  SPD FDL vinse con ampio margine. I neonati verdi non ottennero eletti.
Nel frattempo, stava precipitando in Italia la situazione degli scioperi, specie a Torino. La direzione Fiat, vista la crisi, si limitò a confermare la cassa integrazione, i metalmeccanici torinesi respinsero ogni trattativa, emersero nei sindacati fortissime divisioni interne. Sul piano politico, l’incarico per il nuovo Governo fu dato a Forlani , esponente del “preambolo DC”, che coerentemente lavorava per escludere il governo con il PCI. A Torino la magistratura prescrisse alle forze dell’ordine di garantire l’ingresso in fabbrica. Berlinguer sosteneva gli occupanti davanti ai cancelli di Mirafiori. Improvvisamente, il 14 ottobre, il Coordinamento Quadri della Fiat, rivendicando il diritto al lavoro di chi voleva usufruirne, sfilò in corteo con 40.000 cittadini. Per i metalmeccanici e i sindacati in genere, fu una scossa fortissima. Vennero costretti a prendere atto che non erano più le avanguardie della storia. Entro due giorni, l’occupazione cessò e vennero trovati accordi.  A Roma, Forlani formò il suo governo DC, PSI, PSDI, PRI, con l’astensione del solo PLI. Nel dibattito sulla fiducia, aveva fatto capolino il vano tentativo DC di rinviare il referendum sulla legge 194/78 (interruzione di gravidanza), subito contrastato da PRI e PLI.
Durante le stesso mese di ottobre, negli Stati Uniti, si svolse la parte decisiva della campagna presidenziale, imperniata in generale sulla crisi degli ostaggi e sulla difficile situazione economica. L’episodio chiave, la settimana prima del voto del 4 novembre, fu il dibattito televisivo, con uno numero altissimo di spettatori, tra l’uscente Carter e il candidato Reagan. Si tenne in un clima politico già influenzato dal successo dei conservatori inglesi, un anno e mezzo prima ,  che aveva reso meno incisiva la capacità di attrarre dell’area progressista a prevalenza socialista che confidava nella conferma. In più Reagan seguì una linea più realista e più convincente. Fu espressa in due frasi . “Siamo alle solite”, per riferirsi all’incapacità di Carter di proposte innovative, e “State meglio oggi rispetto a quanto fa?”, per richiamare il giudizio a proposito del modo effettivo di governare di Carter. La prestazione di Reagan nettamente migliore nel dibattito TV  risultò decisiva. Reagan vinse di quasi dieci punti nei voti e a valanga tra i Grandi Elettori , ove sfiorò il 91%. Così, dopo la Gran Bretagna, anche negli Stati Uniti si erano insediati i conservatori, iniziando un’epoca di complessivo minor peso dello Stato in Occidente.  
Sempre nel novembre del 1980, in  Francia, nel confronto per il prossimo Presidente della Repubblica si aggiunse un terzo candidato, il socialista François Mitterrand, parlamentare dal  1946 , svariate volte Ministro nella Quarta Repubblica. La sua linea fu di distinguersi con nettezza dai Partito Comunista e di adottare un programma dettagliato in più di cento proposizioni. Nel complesso un programma tranquillo ispirato alla maniera di governare della sinistra democratica, perciò essenzialmente speranzoso nei benefici effetti di mettere in mani pubbliche la direzione del convivere. Un programma pensato apposta per insinuarsi, in un periodo di forti tensioni sociali, nella frattura tra i liberali di Giscard e i conservatori di Chirac, quest’ultimi decisi a mantenere il controllo dell’area non di sinistra. Il candidato Mitterrand sfruttò anche il fatto che il Presidente stava tessendo una robusta alleanza con gli USA di Reagan e, oltre a appoggiare l’ingresso della Grecia nella CEE (1gennaio 1981), aveva promosso gli incontri per rivedere il contributo britannico alla stessa CEE.
A metà ottobre, dopo lunghe trattative diplomatiche, il Governo greco raggiunge l’accordo per il rientro nella NATO (da cui era uscita sei anni prima), accordo approvato in Parlamento nelle due settimane seguenti. 
Verso fine 1980, in Italia proseguivano i delitti delle BR, che a metà dicembre sequestrarono il magistrato responsabile nazionale dello smistamento dei prigionieri tra le carceri di massima sicurezza. Ci fu un periodo di estrema tensione, sia per l’intersecarsi di inchieste su favoreggiamenti da parte di alcuni giornalisti, sia per la preoccupazione che stesse per ripetersi il copione della tragedia Moro. Emerse subito il fronte del “trattarli con durezza” (Valiani, PRI), di “nessun cedimento” (Pecchioli, PCI), irrobustito immediatamente dalle scelte editoriali del Corriere della Sera, di Repubblica, del Tempo, del GR2, dell’Unità, del Giornale, e più defilato il gruppo Monti. I soli ad opporsi furono l’Avanti, il Messaggero, il Lavoro e in un certo modo il Giorno. Prima che gli eventi precipitassero, i BR già detenuti in due carceri di massima sicurezza, invitarono i sequestratori a lasciar libero il magistrato, cosa che (nonostante fosse già stata emessa la condanna a morte) venne fatta a metà gennaio.

Il 6 gennaio 1981 venne nominato Presidente della Commissione CEE Gaston Thorn, lussemburghese liberale, che succedeva al quadriennio dell’inglese Roy Jenkins, laburista. La Presidenza Thorn avviò  una revisione della Politica Agricola Comune per arginarne i costi , nell’ottica di  riequilibrare il bilancio
Il 16 gennaio ci fu un singolare commento del Corriere: “Se questo obiettivo è stato conseguito non lo si deve certamente a questa maggioranza di governo ondivaga, incerta, ambigua e bifronte che ha dato all’opinione pubblica uno degli spettacoli più desolanti negli ultimi 35 anni“ (del Direttore Di Bella). Senza dubbio, parole assonanti con la proposta, fatta il giorno successivo a Repubblica, dal presidente PRI Visentini, di un governo dei tecnici, di competenti onesti a prescindere dal colore politico. Concetto ribadito poche ore dopo sull’Espresso da Carlo De Benedetti. Tali idee riprendevano l’intervista pubblicata sul Corriere tre mesi prima (ottobre ’80) a Licio Gelli Gran Maestro della Massoneria: gli uomini dei partiti “nella loro meschina mediocrità non riescono a comprendere le esigenze del popolo”. Era il tentativo della cultura alto borghese dotata di notevole potere economico (e anche di sistematiche relazioni non trasparenti), per aprire la strada al PCI in maggioranza e forse nel governo. Anche il governo dei tecnici e degli onesti era una formula, come rilevò Zanone, opposta al principio liberale del pluralismo alternativo. 
La proposta elitaria del governo dei tecnici non ebbe seguito. Peraltro in quel clima il Ministro del Tesoro Andreatta, DC, – che quindici anni prima scriveva i discorsi a Moro, ne era stato consulente economico in tutti i governi ed era zaccagniniano di ferro – , decise in solitario, il 12 febbraio, di avviare il divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro inviando una semplice lettera al Governatore Ciampi (vale a dire la Banca d’Italia non era più obbligata ad acquistare i Titoli di Stato invenduti alle aste), senza valutare il problema della divergenza di indirizzi e della mancanza di coordinamento. Poco dopo, nell’abitazione di Licio Gelli, all’interno di indagini in corso su un altro caso, venne scoperto un elenco di quasi mille presunti aderenti alla loggia Propaganda2, persone di primo piano in vari settori, pubblici e privati. Elenco che, consegnato al Governo, sarà reso pubblico qualche tempo dopo.

In Spagna, a fine gennaio, la crisi nella coalizione governativa – già manifestatasi con diversi episodi nell’ultimo semestre –  si concluse con le dimissioni di Adolfo Suarez. Il clima politico era bollente, in specie nei Paesi Baschi, anche nei confronti della Corona. Il Congresso dello stesso partito moderato fondato da Suarez, l’UCD, scelse quale successore il Governo Leopoldo Calvo-Sotelo. Il 23 febbraio, giorno del secondo tentativo di fiducia in Parlamento al nuovo Governo, fecero irruzione nell’emiciclo alcune decine di militari della Guardia Civil, armati di mitra, comandati dal Tenente Colonnello Tejero, che di persona impose l’ordine in attesa dell’arrivo dell’autorità competente (perché risultava in corso un colpo di Stato, ed effettivamente a Valencia scesero in strada i carri armati). Per puro caso, la TV riprese e trasmise in diretta per alcune decine di minuti l’episodio dell’irruzione. Nelle ore successive si mossero gli ufficiali partecipanti al golpe, anche di alto grado. Tuttavia nelle primissime ore della stessa notte, l’intervento televisivo del Re Juan Carlos fece fallire l’insurrezione e liberò i parlamentari nella mattina.
La politica conservatrice del Governo Thatcher portò ad un radicale spostamento a sinistra dei laburisti. Questo provocò a sua volta una forte reazione di quattro ex Ministri, che a marzo 1981 uscirono dal Partito Laburista  e fondarono  il Partito Socialdemocratico, SPD, collocato in una posizione centrista.  Roy Jenkins . il leader del SPD , ebbe subito contatti con il leader dei Liberali, David Steel, con l’obiettivo di dar vista ad  un terzo polo centrista capace di spezzare il  tradizionale bipartitismo. L’iniziativa riuscì e un trimestre dopo, a giugno, venne formalizzata l’Alleanza tra il SPD e i Liberal.
Sempre dal mese di marzo, si verificarono gravi disordini di vario tipo sparsi  in Irlanda e in Gran Bretagna. Nel carcere irlandese di Long Kesh vi furono scioperi della fame dei detenuti dell’IRA, con a capo Bobby Sands che perse la vita all’inizio maggio, seguito poi da altri nove. A fine marzo, il quotidiano The Times  pubblicò un appello di 364 economisti , che  accusavano il Governo Thatcher  di distruggere l’industria con manovre monetariste senza base teorica, le quali, aggravando la recessione, avrebbero  fatto saltare la stabilità sociale.
Il 30 marzo 1981 ci fu un improvviso e gravissimo attentato al neo (da due mesi) Presidente USA Ronald Reagan, compiuto da un giovane texano con 7 colpi, subito dopo una riunione elettorale in un grande albergo di Washington. Lui fu ferito superficialmente (ma il proiettile arrivò a sfiorargli il cuore) senza gravi conseguenze, ma il suo addetto stampa non camminò più per tutta la vita. L’attentatore, processato, venne dichiarato incapace di intendere e rinchiuso per decenni in un manicomio criminale.
Ad aprile, la crisi economica, la mancanza di lavoro (ben oltre i 2 milioni di disoccupati), le tensioni razziali portarono alla guerriglie urbana, a Londra prima e poi diffondendosi  in altre aree metropolitane del paese.  Intanto, in Belgio il Governo Martens IV cadde per dissensi con la parte socialista sul piano di restrizioni sull’adeguamento automatico dei salari in contrasto all’inflazione. Venne sostituito da Mark Eyskens . del Partito Popolare Cristiano sostenuto dalla coalizione tra cristiano-sociali e socialisti. Peraltro questo Governo resse solo cinque mesi.
Tra fine aprile ed inizio maggio (il 10) , in Francia ci furono le presidenziali, con l’abbassamento a 18 anni del diritto di voto. Al primo turno si recò alle urne intorno al 81% degli aventi diritto. I voti si suddivisero tra Giscard d’Estaing  il 28, 30%, Mitterrand  il 25,85%, Chirac il 18%, Marchais (comunisti)  il  15,35 % ed altri sei candidati con voti da quasi il 4% a poco più dell’1%. Nessun candidato raggiunse la maggioranza assoluta, pertanto  andarono al secondo turno i due più votati. Sulla carta , tenendo conto anche del posizionamento politico dei meno votati, pareva abbastanza sicuro che l’area dei liberali e dei moderati (esponente Giscard) dovesse prevalere su quella dei socialisti e delle sinistre (esponente Mitterrand). Tuttavia fu determinante l’intento divisivo dei conservatori di Chirac. In un duplice senso. Nel suggerire la possibilità che potesse vincere Mitterand, così incentivando gli elettori di sinistra ad andare a votarlo, e nell’attivare manovre di Chirac per sostenere effettivamente Mitterrand nelle urne. Al secondo turno l’affluenza crebbe del 4,7% , non per caso. Mitterrand ottenne il 51,76% e Giscard il 48,25%.  Per la prima volta, aveva prevalso il programma socialista tranquillo e dettagliato dell’approccio tradizionale attualizzato , che mirava ad aumentare la domanda interna mediante il redistribuire la ricchezza, il diminuire la disoccupazione e il far crescere i consumi.
 In Grecia, durante quei mesi del 1981, il dibattito si andava sempre più concentrando sulle politiche previste per fine anno. Era percepibile l’inclinazione ad un mutamento di maggioranza e al successo dell’area socialista.     
Fin dall’inizio primavera del 1981, gli avversari della Thatcher interni al Partito Conservatore cominciarono a manifestare la loro contrarietà verso il monetarismo del Governo. La Thatcher dette loro l’etichetta di “molli” , inclini alla politica di spesa pubblica.   
A maggio ci fu l’uscita dei Moderati dal Governo in Svezia. Il motivo fu l’impostazione economica ritenuta troppo lontana dalla promessa elettorale di taglio dell’imposizione fiscale. Così il 5 maggio si dimisero i tre ministri dei Moderati. Il Primo Ministro Fälldin rimpiazzò i ministri usciti con appartenenti al Partito di Centro e ai Liberali, formando un nuovo governo di minoranza con i Moderati all’opposizione.
In Olanda, alle elezioni di fine maggio ’81 della Camera Bassa, i fatti nuovi furono il forte arretramento dei socialisti di sei punti 11% (con aumento degli eletti da 8 a 17) mentre i Cristiano Democratici calarono di un punto e di un eletto e gli altri liberali del VVD restarono stabili nei voti ma persero due eletti. Il Presidente van Agt vide nei risultati la possibilità di allargare la propria maggioranza parlamentare in termini numerici. Così lavorò per un quadrimestre e varò un gabinetto tra i Cristiano Democratici, il Partito del Lavoro e D66. Il Governo van Agt II, peraltro, nacque programmaticamente fragile.  Di fatti, il paese si trovava in recessione e con crescenti inflazione e disoccupazione. E i due principali partiti di governo avevano cure opposte: i Cristiano Democratici volevano ridurre la spesa pubblica e lo stato sociale mentre il Partito del Lavoro era contrario. In un semestre lo scontro deflagrò (a maggio 1982 il Partito del Lavoro uscì dal Governo van Agt II).
In Italia, l’evento politico clou della primavera 1981 fu il referendum abrogativo della legge 194 , l’interruzione volontaria di gravidanza, che si tenne a metà maggio insieme ai quattro dei Radicali (sull’ordine pubblico, sulla pena dell’ergastolo, sul porto d’armi, sui procedimenti e sulle tutele previste dalla 194) e ad uno dal Movimento per la Vita sui motivi per l’interruzione di gravidanza. Andò a votare poco meno del 80% degli aventi diritto e furono bocciate tutte e cinque le proposte. Da rilevare in particolare che la proposta radicale contro la 194 ottenne il 11,6% dei voti nel suo referendum mentre il Movimento per la Vita riportò il 32,0% nel suo.
Preso atto dei risultati, il criterio sperimentale impone un commento essenziale circa il sistema con cui i mezzi di comunicazione, nei decenni da allora, hanno stravolto la narrazione sul divorzio e sull’aborto. Già negli anni ’70, un po’ alla volta, i mezzi di comunicazione instillarono la falsa convinzione che divorzio e aborto fossero stati fatti dai Radicali (che non erano in Parlamento durante la Legge sul Divorzio e quanto all’aborto non furono mai favorevoli alla legge 194/78, contro cui votarono no in parlamento e poi sì per eliminare le tutele nel referendum del 1981). Inoltre gli stessi media non sottolinearono che il referendum radicale aveva ottenuto tra i cittadini contrari all’aborto solo un quarto dei voti e rispetto ai cittadini dei favorevoli alla 194 solo un sesto dei voti.
E’ importante ricordare un simile falso storico. Perché, al di là del caso specifico, è stato l’inizio del diffondersi dell’abitudine a non considerare il parlamento (che rappresenta i cittadini) ma quello che i media, tramite i sondaggi (per lo più non professionali), presumono sia il volere delle piazze, tra l’altro esaltando parole d’ordine fatte divenire di moda. Tale abitudine, al passar del tempo e ancora oggi, è divenuta il presumere che la verità sia quella dei media (fatto che per lo più i fatti puntualmente smentiscono). E ciò costituisce un danno gravissimo al convivere.
Il primo semestre del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, aveva già messo in luce la sua scelta nella politica interna di alleggerire le bardature dello stato, mediante consistenti riduzione delle imposte, della selva legislativa, della spesa pubblica; mentre in politica esterna, stava adottando la Dottrina Reagan, una linea di deciso contenimento dell’Unione Sovietica anche sul piano militare.
In Italia, la DC venne travolta di fatto dalle conseguenze del rendere  pubblici gli elenchi della P2. Perché mostravano come il suo modo di governare risultava parecchio adatto al proliferare delle degenerazioni degli intrecci tra istituzioni, poteri economici e settori della politica. Per allontanare ogni sospetto, nel giro di pochi giorni la Direzione decise unanime che appartenere alla DC era incompatibile con l’affiliarsi alla massoneria di ogni genere. Tale incompatibilità accentuava l’impostazione religiosa del Partito DC; e al contempo  costituiva  un ponte verso l’analogo modo di porsi del PCI, soddisfacendo quindi l’area Zaccagnini. Il Governo Forlani rassegnò le dimissioni.
Nel nuovo clima di difficoltà per la pretesa DC di continuare ad essere il punto di riferimento centrale, il Consiglio Nazionale PLI dichiarò la disponibilità a far parte del pentapartito qualora ci si fosse arrivati. Zanone di fatti rilevò un dato. La DC durava come partito pernio del sistema dal tempo più lungo in tutta la storia italiana, ma faceva sempre più una politica totalmente introversa “che ragiona solo su sé stessa….i suoi Consigli Nazionali sono claustrali, tutti interni alle sue mura…La DC per secolarizzarsi ha scelto la strada più rischiosa: da partito religioso a partito di governo…. E mantiene nell’anima profonda del suo animo una invincibile repugnanza per la liberaldemocrazia”. Quindi era necessario scommettere sulla espansione dell’area liberale e di quella socialista. Il Presidente Pertini, dopo un incarico a Forlani dato quasi per stile (cioè per verificare l’impossibilità di insistere sulla guida DC), dette quello vero al segretario PRI, Spadolini.
Spadolini, fondandosi sull’appoggio dei socialisti e dei laici, indusse la DC, seppure recalcitrante, a convergere. Del resto aveva detto subito che avrebbe fatto interventi immediati sulla P2 ; ma aveva anche detto di considerare le deviazioni dallo Stato libero di diritto la più grave minaccia incombente. Così varò in breve tempo il suo primo governo di pentapartito, in cui il PLI entrò con Altissimo Ministro dell’Industria e con i sottosegretari Costa (Esteri) e Fassino (Istruzione). E che, al di là delle ritrosie DC e degli strali rabbiosi di un PCI sospinto ancor più lontano dal governo, costituì un cambiamento non lieve. In più Spadolini mostrò presto di voler governare non considerando il governo una semplice stanza di applicazione di quanto decidevano le segreterie di partito. Assicurare l’unitarietà dell’indirizzo politico spetta al Presidente del Consiglio.
A settembre del ’81, ci fu un importante rimpasto nel Governo Thatcher. Vennero cacciati o demansionati i membri del Governo definiti “molli” , e dato sempre più spazio ai rigoristi. Ci furono comunque degli strascichi tra i parlamentari, e due mesi dopo una ventina di deputati pubblicò una lettera contro la politica economica. Un tentativo peraltro ricondotto presto nei ranghi. 

Nella seconda metà di settembre, in Belgio, il Governo Eyskens per insanabili disaccordi sul finanziamento della siderurgia vallona. Le seguenti elezioni anticipate, i primi di novembre, portarono al Governo Martens V, un esecutivo di coalizione tra cristiano-democratici e liberali, che restò stabile per diversi anni.

Il 24 settembre e il giorno dopo, si tenne a Roma il Congresso di Liberal International, presenti delegati dei cinque continenti.  Il Congresso di Roma varò un Appello che confermava ampliandolo il Manifesto di Oxford del ‘967. Muovendo dal rilevare che da quell’epoca “sono nate nuove forme di libertà, ma anche nuove forme di aggressione … Dobbiamo lavorare per un nuovo equilibrio tra il necessario intervento dello Stato e l’iniziativa dell’individuo, senza la quale lo Stato si trasforma in una burocrazia oppressiva … I valori liberali sono unici nella loro capacità di aprire la via tanto alla libertà politica e personale, quanto allo sviluppo materiale. Dove un gran numero di uomini e di donne soffrono la fame, le malattie, …. la libertà è minata ..  la libertà dell’individuo non deve essere confusa con l’egoismo …implica responsabilità e solidarietà con il proprio prossimo … Il liberalismo vuole che le cause dei conflitti violenti siano ridotte attraverso l’azione politica e diplomatica e attraverso sviluppi sociali, economici e culturali. … nessun paradiso in terra è possibile.”  

L’Appello indica poi in dettaglio i principi base, tra cui svettava quello che “donne e uomini debbono avere le stesse possibilità di partecipare allo sviluppo dei loro paesi”  e sottolineava come “rimanere statici è una minaccia alla stabilità e all’avvenire  … Non cambiano i valori, ma le istituzioni in cui essi sono incorporati.”, osservando che “il controllo efficace dell’esecutivo da parte del potere legislativo è reso difficile dalla tecnocrazia” e che “la scelta tra un esecutivo parlamentare ed un esecutivo presidenziale deve essere basata sulle tradizioni e sulle necessità dei singoli paesi, ma il controllo da parte dell’elettorato attraverso il parlamento deve essere sempre assicurato”. Inoltre, l’Appello riafferma “la protezione legale dell’individuo contro atti dello Stato che minaccino i suoi diritti fondamentali, la protezione della privacy dell’individuo contro lo spionaggio tecnologico e l’abuso degli ordinatori elettronici da parte dello Stato o di agenzie private …la rigorosa disciplina ed il controllo dell’ingegneria biologica e delle manipolazioni psicologiche”.  E rileva che “l’istruzione è stata ed è lo strumento più importante di una politica liberale indirizzata a promuovere la pace, a combattere le barriere di classe e le ingiustizie sociali ed economiche …. La libertà e il pluralismo nei mezzi di comunicazione di massa sono essenziali nella società liberale. Non ci può essere libertà politica dove i mezzi di comunicazione sono nelle mani di un monopolio o di un quasi monopolio, privato o pubblico”.

L’Appello prosegue ricordando che “le sfide principali sono a) la crescente concentrazione nella proprietà dei giornali all’interno delle democrazie industrializzate; b) la nuova tecnologia, che rende più facili le comunicazioni transnazionali ma, al tempo stesso, fornisce strumenti pericolosi per la manipolazione dell’opinione pubblica e per l’indebolimento delle culture indigene. …. Il legame tra un’economia di mercato sociale e la democrazia libera implica una battaglia costante contro i monopoli, i cartelli, i “trust”, le pratiche restrittive e le cosiddette posizioni dominanti private o pubbliche, eccetto i casi autorizzati dalla legge … Internazionalmente, il corollario naturale di una economia di mercato sociale è il libero commercio basato sull’interesse reciproco … Il protezionismo è in contrasto con un’economia di mercato”.

Sul punto, l’Appello si sofferma. “Il concetto liberale di mercato è stato erroneamente identificato con un’economia controllata con mezzi puramente monetari o con un’economia di tipo laisser-faire avulsa dagli interessi della comunità nel suo insieme. I liberali non accettano tale giudizio semplicistico … La libertà economica, nei casi in cui sia in contrasto con il benessere della comunità, degenera nell’anarchia ed è una delle fonti di oppressione … La programmazione, nel senso liberale, significa programmazione della libertà e per la libertà. La programmazione in un’economia di mercato sociale si basa sull’azione reciproca fra l’iniziativa privata e l’intervento dello Stato …. In una società moderna i problemi economici sono troppo complessi per essere affrontati esclusivamente o dal settore privato o da quello pubblico. …. i liberali non considerano le relazioni esistenti tra il settore privato e quello pubblico in una data economia e in un momento dato come statiche o definitive …. E’ necessario comunque assicurare che un monopolio pubblico non finisca per essere trasformato in un monopolio privato … I liberali sono in favore di una democrazia industriale basata su una genuina partecipazione diretta dei lavoratori e su una partecipazione agli utili”. L’Appello aggiunge che le strutture economiche di mercato e la protezione dell’ambiente sono complementari tra loro … la Crescita Zero come rimedio ai mali economici e sociali è inaccettabile … quando, per ragioni che vanno oltre il suo controllo, l’individuo non è in grado di far fronte alle proprie responsabilità, la comunità, organizzata dallo Stato, è responsabile della sua sicurezza sociale e del suo benessere materiale … il ruolo correttivo dello Stato non deve però rendere tutti dipendenti dal suoi sussidi … La volontà di eliminare la povertà e l’ingiustizia sociale non significa accettare l’egualitarismo .. l’egualitarismo degrada l’individuo, mentre il riconoscimento del merito in condizioni di giustizia sociale lo stimola fortemente … I liberali considerano ogni essere umano come unico: non eguale agli altri, ma di eguale valore”.

Sul piano internazionale, l’Appello chiarisce che “un pluralismo di culture è una necessità. Altrimenti la burocrazia e l’orgoglio nazionale senza controllo, e la tecnologia e il consumismo senza freno soffocano la qualità umana .. lo spirito di universalismo liberale deve governare gli atteggiamenti dell’Occidente anche verso l’Unione Sovietica e i suoi alleati, con fiducia nella maggior forza inerente alle idee ed alle istituzioni della liberà …  la distensione è indivisibile … l’Occidente non deve permettere che l’Unione Sovietica possa illudersi circa la sua volontà di negoziare e di resistere ad un’aggressione”.  E sullo specifico argomento delle armi, l’specifica che “la produzione, il commercio, l’esportazione e l’importazione di tutte le armi dovrebbero essere strettamente controllati da accordi fra i governi … seguire attentamente le attività delle Nazioni Unite e di incoraggiare la loro riforma, allo scopo di difendere le equità delle loro deliberazioni e decisioni … I liberali comprendono e appoggiano l’esigenza di molti paesi in via di sviluppo di conservare le loro culture anche al prezzo di uno sviluppo economico più lento”.

Nella parte conclusiva, l’Appello evoca lo “ scandalo che due terzi dell’umanità vivano sulla linea della povertà o al di sotto di essa, mentre buona terra agricola e foreste sono distrutte anno per anno senza che la Comunità mondiale prenda misure concrete per arrestare tale distruzione … L’equilibrio del consumo delle risorse naturali deve essere modificato in favore degli esseri umani che vivono all’orlo della fame … il commercio con i paesi in via di sviluppo non solo non riduce l’occupazione nei paesi industrializzati, ma l’aumenta … Nessuno sforzo va risparmiato per frenare le spese di armamento e per ridurle al minimo … la fabbricazione, il commercio e l’importazione ed esportazione delle armi devono essere rigidamente controllati dai governi in collaborazione”. Come si può constatare in base a questi cenni, l’Appello di Roma sviluppò ulteriormente la linea dei Manifesti di Oxford nel definire i cardini dell’impegno politico liberale.
La Danimarca, dall’ottobre 1979, aveva il governo Jørgensen  IV, un  esecutivo di minoranza, monocolore socialdemocratico. Era in corso una grave crisi economica dovuta al debito estero e all’inflazione interna. Furono necessarie misure drastiche e nel maggio 1980 il Governo ottenne l’appoggio di tre partiti di centro (Radicali, Centristi e Democristiani) per adottarle, effettuando due svalutazioni della corona intorno al 18%.              A dicembre ’80 nacque il Governo Jørgensen  V che , con fatica e l’accentuata instabilità di una situazione parlamentare molto fragile,  fu comunque in carica  per quasi un anno (fino alle elezioni del dicembre ’81).

In Portogallo ad inizio ottobre ‘981 vi furono le politiche. Vinse in nodo netto l’Alleanza Democratica (comprendente per sopra i tre quinti il Partito Socialdemocratico, per il 34% il Partito di Centro, per il resto i Monarchici) e guidato dal Primo Ministro uscente Francisco Sá Carneiro che batté il Fronte Socialista e distanziò ancor di più l’Alleanza del Popolo Unito di fede comunista.
La campagna elettorale greca ebbe toni non poco retorici da pare del Movimento Socialista Panellenico, il Pasok, guidato da Andreas Papandreu. Il suo slogan era “Cambiamento”, e il suo programma era centrato su riforme strutturali, sulla chiusura delle basi militari USA, sul ritiro dalla NATO e su un referendum per uscire dalla CEE in cui il paese era entrato a gennaio. Il 18 ottobre 1981 si tennero le elezioni parlamentari e le prime elezioni greche per la CEE.  Le previsioni trovarono conferma in ambedue i risultati, seppur non identici. Nelle parlamentari, il PASOK conquistò la maggioranza assoluta degli eletti (172 su 300) crescendo dal 25,3% al 48,1% e fagocitando l’Unione del Centro Democratico (che arretrò di quasi il 12%). Il partito Nuova Democrazia perse il 6% scendendo al 35,8% (115 seggi), mentre il Partito Comunista di Grecia perse un punto restando al 10,9% (con 3 eletti meno).
Nelle elezioni europee, il PASOK arrivò primo calando però di otto punti (con 10 eletti sui 24 seggi della Grecia), Nuova Democrazia diminuì di 4 punti ottenendo otto seggi, i Comunisti ebbero il 13% dei voti con tre eletti, i Comunisti dell’interno andarono oltre il 5% con un eletto, il Partito del Socialismo Democratico superò il 4% dei voti con un eletto (che a Bruxelles aderì ai Non Iscritti) e il Partito dei Progressisti. di stampo conservatore sfiorò il 2% con un eletto (anche a Bruxelles tra i Non Iscritti).
Successivamente al voto, il governo Papandreu riservò una notevole sorpresa quanto alla politica estera. Mantenne la Grecia sia nella NATO che nella CEE, provando così i considerare il programma elettorale uno strumento per imbonire i cittadini e indurli a votare, non per farli scegliere consapevolmente.
Il Governo Spadolini in Italia – seppur pressato dal mondo DC, in specie dalla cultura morotea e zaccagniniana, che in forma felpata aborriva il pentapartito in quanto superava la centralità DC,  e perciò era ostile ad affidarsi troppo alle scelte dei cittadini individui – proseguiva con decisioni rapide. Tipo la scelta di Comiso per l’installazione dei missili Cruise, che sollevò i pacifisti, il varo di una Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia massonica P2, le integrazioni alla legge sul finanziamento pubblico ai partiti.
L’avvenimento di maggior rilievo, nella seconda metà novembre ’81, fu il XVII Congresso PLI a Firenze. Ebbe un consistente successo di partecipazione esterna ed interna, fu di buon livello culturale e caratterizzò un PLI capace di coniugare la coerenza delle idee professate con l’interessare i mass media. Iniziò con una lunga relazione del Segretario Zanone che ripercorse le ragioni dell’importanza del PLI nella collocazione più dinamica e celebrò l’avvenuto divorzio tra il liberalismo e il conservatorismo. E concluse con una sorta di preghiera laica finale in dieci punti, che sintetizza i capisaldi dell’essere liberali. Un pezzo molto efficace, che è tra le cose più espressive in assoluto che Zanone abbia prodotto.
La relazione venne ampiamente apprezzata sia dal parco dei partiti che intervennero con il saluto  tra i quali Willy De Clerq dell’ELDR, sia nel dibattito da larga parte dei delegati al Congresso. Venne anche criticata con forza da due minoranze , quella moderata di Costa che criticava gli errori organizzativi  e l’altra di destra, Bignardi e Sterpa, che evocava il sogno conservatore. Nella replica Zanone rispose brillantemente alle critiche, e rilevò con realismo che “la terza forza è ancora troppo debole e non sovraffollata come in altre democrazie”. Il Segretario e la corrente Democrazia Liberale ottennero una maggioranza forte, il 73% , 125 consiglieri nazionali su 165, e 15 componenti la Direzione su 21.  
Bozzi commentò “questo Congresso è la prima pagina di un nuovo libro sulla vita del PLI”. Esprimeva una percezione esatta del clima psicologico in cui si svolse il XVII Congresso PLI, ma un qualche ottimismo sull’effettiva coerenza, rispetto all’anima stessa del liberalismo aperto che ci si proponeva di raggiungere, delle impostazioni nei rapporti con le altre forze politiche nonché con l’approccio partecipativo verso i cittadini. La coerenza traballava intanto su due questioni. Ritenere possibile mischiare un liberalismo coerente alle pulsioni di destra non liberale nelle proposte politiche. E non mettere in evidenza, quanto ai temi della terza forza e della DC, il come il PLI intendeva agire per migliorare le cose.
Del resto, proprio il Decalogo liberale – che ripeto è un documento di grande spessore – fa trasparire l’inclinazione a sottovalutare il cambiare civile persistente che è parte integrante del mondo reale e da cui il liberalismo attivo non può prescindere.  Ragion per cui andava risolto presto il traballare della coerenza operativa liberale su quei due temi. Anche perché all’epoca andava irrobustendosi il ruolo dei mezzi di comunicazione nell’influenzare l’opinione pubblica  in modo sempre più serrato, senza tuttavia applicare al meglio la propria funzione del far conoscere i fatti. Dunque un’influenza distorcente  che aggravava la sfida ai liberali attivi. 

Questa inclinazione a sottovalutare il cambiamento, è il lato debole del decalogo, in quanto non affronta l’aspetto chiave. Al passar del tempo, le modalità del vivere cambiano di continuo, non solo perché i soggetti sono altri, ma anche perché le condizioni fisiche del prima influiscono per forza su quelle successive. Allora, il liberale senza dubbio non ritiene possibile una società perfetta e cerca ogni giorno di correggere qualche imperfezione. E per riuscirvi, persegue la sintesi difficile non impossibile, fra l’efficienza del mercato, le riforme della socialità, le regole della democrazia. In aggiunta, però, deve essere ben consapevole di avere un obbligo.  Una simile sintesi va rinnovata in continuazione. Non ci si può abbandonare né all’illusione né al sogno che gli aggiornamenti possano essere fatti di tanto in tanto. I liberali debbono essere reattivi in ogni momento e   aggiornare di continuo l’efficienza del mercato, le riforme della socialità, le regole della democrazia. Perciò, i liberali sono sempre contro le previsioni apocalittiche depistanti dalla   flessibilità e contribuiscono incessantemente ai cambiamenti richiesti. Si affidano al mercato, perché per natura si adatta.

Il 7 dicembre 1981, in Portogallo  erano convocate le elezioni Presidenziali per la conferma (che poi avvenne) del Presidente in carica Eanes.  Tre giorni prima, il Primo Ministro Sá Carneiro insieme al Ministro della Difesa perirono nella caduta, poco dopo il decollo da Lisbona, del Cesna privato che li trasportava. Le indagini approfondite delle commissioni parlamentari portarono ad ipotizzare un ordigno sotto la cabina di pilotaggio, senza però una conclusione certa in sede giudiziaria sui mandanti e sul movente. I primi di gennaio ’81 divenne Primo Ministro Francisco Balsemão, da tempo della stessa linea politica di Sá Carneiro.          
 
4.15 Gli anni ottanta del ‘900 .   b) sul dibattito in materia di rapporti Stato Chiesa – Per quanto concerne l’Italia, in riferimento a quell’epoca, è opportuna una riflessione sul dibattito politico in materia. Dai primi anni ’70 il dibattito politico si concentrava sullo stringere o meno i rapporti con il PCI. Un problema reale. Però si era trasformato nel paravento di un altro problema coevo in prospettiva ancor più reale, quello del rapporto con la cultura cattolica. Una cultura sempre legittima, ma con due accezioni diverse: quella solo religiosa e quella politica.
La seconda accezione mutuava dalla prima un aspetto contrastante (inconsapevolmente o no) con le esigenze della convivenza democratica. Lo stare insieme non tanto per decidere come gestire le istituzioni, quanto per rendere possibile mantenere il controllo, tramite la fede comune, delle strutture cattoliche su chi la fede non ce l’ha. Viene fatto nella convinzione che la verità della fede può essere solo applicata e rispettata. Una convinzione opposta alla logica sperimentale, che nei secoli ha provato come l’universo non sia deterministico e che il futuro non è prestabilito né dipende da un libro sacro di fede.
Di conseguenza, emarginare il più possibile la cultura politica laica era in contraddizione con lo stesso intento fermamente dichiarato dalla DC. Infatti, visto che i laici erano sempre stati, nell’ottica di voler battere il PCI, numericamente determinanti (qualsiasi fosse la formula politica adottata al momento), emarginare la cultura politica laica rendeva di per sé impossibile fare maturare nel tempo la mentalità degli italiani in senso più aperto al probabilismo ed ampliare così la base democratica.
Nella speranza di superare questo ostacolo, la DC si era impegnata sul compromesso storico. Non era una sua invenzione ma aveva accettato di esplorarlo alla ricerca del trovare una consonanza con l’analogo rifiuto fatto dai marxisti dello sperimentalismo e della variabilità individuale (una consonanza che in parte bilanciava la contrapposizione in campo religioso).
Fallito il compromesso storico, la DC pareva più diposta, in superficie, al rapporto con la cultura laica (seppur permanendo l’asimmetria tra il mistico rifiutare il fascismo e il tollerante esser contrari al comunismo).  Nella sostanza però – al di là dell’utilizzo tattico delle reciproche invidie tra i vari partiti laici – la DC restava espressione della cultura politica cattolica e basta. Salvo l’epoca De Gasperi, la DC non riconobbe mai che i laici fossero più adatti ad affrontare i nodi del convivere all’insegna della realtà sperimentale. Perciò la DC non contribuì al costruire davvero una piattaforma di governo dotata di una prospettiva dinamica alimentata dalle iniziative dei cittadini individui. Ne è una riprova certa la lunga vicenda della revisione del Concordato 1929.   
Fin dall’inizio  (Paolo VI in un incontro con il Ministro degli Esteri Nenni), furono i vertici del Vaticano a mettere sul tavolo l’opportunità di rivedere il Concordato. Nei numerosi dibattiti che da allora seguirono per anni, anche a livello Parlamentare, fu evidente il sostanziale imbarazzo che pervadeva la DC. Mentre il Vaticano intendeva ripulire il testo del ‘929 delle oggettive arretratezze mantenendo il privilegio alla struttura religiosa ed il mondo laico (a parte l’auspicio del PLI di superare il Concordato) dibatteva sul come restituire il più possibile il ruolo primario allo Stato, la DC, salvo sprazzi come quello di Forlani che parlò di rinnovare il Concordato, praticava una linea incline a mantenere i privilegi consolidatisi nel tempo a favore della ampia burocrazia operante nelle pieghe del Concordato del 1929. Così, per anni, la trattativa proseguiva ma non si concludeva.   

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La politica delle proposte e dei comportamenti

La vicenda del gioielliere Roggero e della sua condanna penale, è da molti giorni al centro del dibattito politico. Purtroppo un dibattito tra atteggiamenti pregiudiziali, ormai dominante in Italia. Si scontrano non il valutare ii fatti, bensì i pregiudizi ideologici.

Da una parte, i sostenitori di Roggero, i quali sollecitano una grazia, anzi la pretendono (sorvolando sul fatto che concedere la grazia è una prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica) e annunciano pure la volontà di candidare Roggero alle politiche (cosa impossibile finché non ci sarà una grazia, per di più estesa alle pene accessorie). Dall’altra parte, i fautori dei giudici che hanno condannato Roggero per omicidio (perché, come si vede dalle immagini della vicenda, i ladri stavano fuggendo e non era necessario attaccarli dopo che era cessato il pericolo di reato), i quali  decidono disattenti alle ricadute del giudicato sulla convivenza. 

Però. al di là dei pregiudizi, i fatti restano ed esigono una valutazione accurata, non riducibile a considerazioni formalistiche. L’ex Ministro PD Minniti fa almeno due affermazioni indubbie. Che bisogna fermare la super giuria dei social fautrice della grazia e che la grazia non può essere un quarto grado di giudizio. Anche una sua terza affermazione – sicurezza e libertà, con l’accento sulla “e” precisa – è indubbia. Solo che questa affermazione, nel caso Roggero, non è rispettata in pieno. Nella sua sostanza, non solo nella percezione. 

I giudici, troppo spesso intenti a ragionare considerando i codici un mondo separato dalla realtà, hanno previsto un risarcimento ai familiari dei rapinatori morti. Questo risarcimento è dirimente. Costituisce un qualcosa di inaccettabile nel quadro della concreta convivenza democratica.  Infatti – anche volendo ammettere che sia giuridicamente fondato risarcire il danno causato dall’indebita reazione omicida del Roggero, separandola dal complessivo contesto degli avvenimenti – il risarcimento va oltre ogni dissertazione sugli ambiti della sicurezza privata e sulle sue tempistiche.  Come in questi giorni ha più volte detto il Presidente del Consiglio, “chi commette un reato non può pretendere un risarcimento per i danni subiti mentre delinque… Lo Stato sta dalla parte delle persone perbene”. Così, nel fine settimana è iniziata nel ddl Sicurezza la procedura per introdurre la norma che nega un risarcimento civile a chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato.

In tale situazione, è urgente che l’opposizione smetta di avere come solo programma comune il contrasto al Governo Meloni ed inizi ad affrontare i problemi reali, tipo quelli sollevati dalla condanna del gioielliere Roggero. Perdere il contatto con la realtà, fa correre il rischio di quanto avvenuto in settimana al Comune di Castellammare di Stabia.

A due anni dalle elezioni del giugno ‘24, con le liste vagliate e guidate dall’attuale eurodeputato Ruotolo della Segreteria Nazionale, il Comune è stato sciolto per infiltrazioni camorristiche. Travolto il Sindaco, il noto giornalista Luigi Vicinanza, prestigioso titolare di grandi testate nazionali, già Direttore del Tirreno (impensabili sue contiguità camorristiche), che ha accusato la Segreteria PD di non averlo tutelato nel varare le liste. 

La politica non si fa con le parole d’ordine bensì con i programmi e con i comportamenti davvero conseguenti, per risolvere i problemi della convivenza.

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Su un dibattito circa la Magnifica Humanitas (ad Andrea Rittatore Vonwiller)

Da Andrea Rittatore Vonwiller a Raffaello Morelli, martedì 7 luglio 2026

Gentile Dott. Morelli,

La prego di scusarmi per il ritardo con cui rispondo alla Sua cortese nota del 30 giugno scorso.

Desidero anzitutto ringraziarLa per averci fatto pervenire la rivista Non Mollare, che ho letto con vivo interesse e che ho particolarmente apprezzato per la qualità e lo spessore dei contenuti.

Venendo alle Sue osservazioni, comprendo la considerazione secondo cui la relazione di Monsignor Paglia, chiamata a esprimere il punto di vista della Chiesa sull’intelligenza artificiale, possa apparire inevitabilmente parziale.

 Tuttavia, la finalità della nostra Associazione è quella di promuovere conoscenza e consapevolezza, nella convinzione che tali obiettivi si perseguano anche attraverso il confronto con prospettive differenti, talvolta persino divergenti. 

Riteniamo, inoltre, che il livello culturale e lo spirito critico dei partecipanti ai nostri incontri costituiscano la migliore garanzia di una valutazione autonoma e consapevole degli argomenti proposti dai relatori.

Il tema dell’intelligenza artificiale, per sua natura in continua evoluzione, è da tempo oggetto della nostra attenzione. Negli anni abbiamo avuto l’onore di ospitare studiosi e protagonisti di assoluto rilievo, tra i quali il fisico Mario Rasetti e Marco Landi, già Presidente di Apple nel periodo precedente al ritorno di Steve Jobs, entrambi portatori di una visione profondamente laica dell’innovazione scientifica e tecnologica.

Anche in futuro la nostra Associazione continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, promuovendo occasioni di approfondimento che consentano ai nostri associati di comprenderne le implicazioni e di affrontarne le trasformazioni con consapevolezza, da protagonisti e non da semplici spettatori; e’ l’ambizione di questa  Associazione e non solo riguardo al tema dell’AI. 

Mi auguro di poterLa incontrare nuovamente nei nostri appuntamenti su Zoom. Il Suo contributo e il Suo punto di vista rappresentano per noi un valore autentico e saranno sempre accolti con grande attenzione ed interesse.

Con i più cordiali saluti,

Da Raffaello Morrelli a Andrea Rittatore Von Willer , martedì 30 giugno 2026

Egregio Avvocato Rittatore,

ieri  pomeriggio ho preso parte integralmente al webinar «Magnifica Humanitas» con Monsignor Paglia.  Sono state poco meno di due ore di alto livello intellettuale  e assai coinvolgenti, come sempre nei dibattiti da Voi organizzati. Perciò desidero ringraziarVi per la Vostra attività, che con il suo spessore concretizza l’intento di contribuire fattivamente   al nostro convivere. 

Peraltro , proprio tenendo conto di tale  intento, non posso non rilevare che la tesi di fondo del webinar, a cominciare da quella di Monsignor Paglia, è stata in prevalenza non poco disattenta alle valutazioni critiche della «Magnifica Humanitas» espresse dalla cultura liberale e laica. Al fine di contribuire ad ovviare a tale disattenzione, Le allego quale esempio un mio saggio pubblicato in questi giorni da Critica Liberale, «Magnifica Humanitas e la laicità».

Ritengo infatti che un’attività così impegnata come la Vostra, non possa confondersi con letture esclusive come quelle proposte da Monsignor Paglia, emerse in particolare   in due episodi del webinar. La replica stizzita (e contraddittoria) a chi nel dibattito aveva ricordato come la Chiesa abbia impiegato quattro secoli a riconoscere la ragione di Galileo;  l’insistito asserire che la linea della mela,  I Mac, I Phone, I Pad  etc valorizza l’Io e sé stesso discriminando il Noi , un’asserzione che contraddice l’esperienza scientifica almeno dal ‘600 in poi con tutti i suoi crescenti successi sperimentali.

La ringrazio per l’attenzione e Le invio i migliori saluti

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Un’informazione tendenziosa

Nel recente fine settimana, l’anniversario della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti e il collegamento da remoto di Leone XIV con il National Constitution Center di Filadelfia per il prestigioso premio assegnatogli, hanno fornito l’occasione ad importanti quotidiani italiani per dare molto rilievo alle parole del Papa. Hanno sottolineato che sono state una chiara contrapposizione a Trump (pur non nominato) in tema di libertà e di immigrazione. Non vi è dubbio che l’intento di Leone XIV fosse questo. Tuttavia è un modo di informare tendenzioso. 

Trattandosi di argomento decisivo nel rapporto Stato religioni, un giornale non dovrebbe sorvolare sulla sostanza complessiva del dibattito. Facendolo privilegia sotto il profilo civile  – anche senza averne il fine – la posizione clericale . In sintesi, questi importanti quotidiani hanno condiviso la lettura della Dichiarazione di Indipendenza del 1776 fatta dal Papa. Che è stata una lettura corrispondente alle esigenze della Chiesa ma non al testo e neppure agli avvenimenti da allora.

Leone XIV ha concentrato il valore della Dichiarazione di Indipendenza in tre parole-chiave. Il diritto alla vita («la vitalità di un Paese è profondamente legata al valore che esso attribuisce alla vita umana in ogni sua forma e condizione»), la libertà  (intesa come «la capacità della persona umana di conoscere la verità e di aderire al bene»), l’unità («I principi che hanno ispirato i fondatori dell’America, li hanno uniti in un sogno comune. L’unità ha dato forza a quel sogno, dando origine, sotto lo sguardo di Dio, agli Stati Uniti d’America»). Questa sintesi di tre parole è una lettura della Dichiarazione del 1776 volutamente parziale e quindi inesatta.

Prima di tutto Leone XIV non dice che il cardine essenziale dello spirito del 1776 fu gestire la convivenza terrena separando il Divino dall’umano: un Dio esiste ma fuori dalle decisioni in campo istituzionale. E’ il cardine da cui deriva la libertà religiosa espressa anni dopo nel Primo Emendamento alla Costituzione, “Il Congresso non potrà emanare alcuna legge che stabilisca una religione o ne proibisca il libero esercizio; o che limiti la libertà di parola o di stampa”. Poi Leone XIV non dice che altri cardini furono il non prendere le decisioni se non dopo aver osservato gli eventi e abbandonato l’idea del progetto eterno; che il governo spetta agli umani con voto periodico, a tutti non a pochi; che si decide col metodo della libertà avendo l’obiettivo di far felice il popolo; che nel gestire lo Stato non tutto è nelle mani di chi governa. Leone XIV non dice neppure che il secondo emendamento tutela il diritto dei cittadini di possedere e portare armi. Insomma, la sua è una lettura inesatta in aspetti chiave.   il motore della Dichiarazione di Indipendenza è la libertà del cittadino individuo non eterodiretta, irripetibile nella diversità umana di ciascuno ed uguale solo nei diritti dei singoli.

Non basta. Altre ambiguità consistenti stanno nell’affermazione di Leone XIV che gli Stati Uniti hanno aperto le porte ad ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di contribuire a plasmare il futuro della nazione, senza ricordare contestualmente che le migrazioni non erano un diritto umanitario mondialista, bensì venivano ammesse dai singoli stati in base alle effettive condizioni territoriali di ogni stato. Un’ulteriore ambiguità sta nel riferimento di Leone XIV alla tradizione americana di «favorire il dialogo interconfessionale e la cooperazione interreligiosa nella promozione del bene comune e nell’arricchimento dei dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche». In realtà il favorire dialogo e cooperazione è sempre stato non un intento primario  (non si trova nella Dichiarazione) ma esclusivamente la conseguenza del principio di libertà religiosa fondato sul non far intervenire Dio nelle decisioni istituzionali degli Stati Uniti.

Il modo di informare di questi importanti quotidiani è perciò tendenzioso perché elusivo. In pratica nasconde ai lettori il dato di fatto che la Chiesa Cattolica adotta  un esprimersi più flessibile per continuare a comportarsi in modo sostanzialmente impositivo (Giovanni Paolo II attribuiva alla società americana una visione puramente materialista e senz’anima, mentre Francesco lanciava anatemi contro la cecità materialista del modello occidentale).  Un comportamento del tutto legittimo in ambito religioso, che però sotto il profilo civile deve essere fronteggiato in un’ottica di separazione Stato Chiesa tipo quella adottata negli Stati Uniti da 250 anni. Un’ottica che in Italia incontra difficoltà quotidiane insidiata dai clericali, infiltrati nei gangli della mentalità civile quale retaggio di circa due millenni di predominio della Chiesa.  Forse questi importanti quotidiani si illudono di divenire – con il modo di informare tendenzioso – più graditi presso chi accusa gli Stati Uniti di essere un inferno di diseguaglianza e di razzismo e Trump di essere solo un pericoloso tribuno. Ma la loro è un’operazione commerciale incapace di cogliere i ritmi del conoscere l’effettiva realtà civile nel mondo e dell’irrobustire la coscienza separatista frutto sperimentato dell’esperienza. Quindi un’operazione asfittica quanto a laicità liberale e servizievole ausilio dei clericali.

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Dichiarazione Indipendenza USA: 250° in salute

La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti (4 luglio 1776) formulò in base all’esperienza i cardini della libertà imperniata sul cittadino e non   eterodiretta.

I suoi cardini sono cinque. Il primo fu gestire la convivenza terrena separando il Divino dall’umano. Un Dio esiste ma fuori dalle decisioni in campo istituzionale. Il secondo fu legare le scelte allo sperimentare. Si decide dopo aver osservato gli eventi e abbandonato l’idea del progetto eterno. Il terzo fu stabilire che il governo spetta agli umani, a tutti non a pochi, con voto periodico. Il quarto fu valutare senza preconcetti, così che l’attività sperimentale porti a decidere col metodo della libertà per far felice il popolo. Il quinto introdusse il principio della divisione dei poteri nel gestire lo Stato. Non tutto è nelle mani di chi governa.

Stessi cardini nella Costituzione federale, 1788. Da allora, si sono aggiunti 27 emendamenti sui diritti non violabili dal Governo. Sempre nel solco dell’illuminismo all’inglese attento ai dati sperimentali. Invece, l’illuminismo dell’Europa continentale usava la ragione trascurando i risultati dell’applicarla.  Da qui il differente influire sulle cose delle rivoluzioni americana e francese. 

Nella Rivoluzione francese, l’Assemblea Nazionale approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sancendo concetti di pura ragione. Gli uomini rimangono liberi ed uguali, la Nazione è sovrana e sopra i cittadini, la legge non ha il diritto di nuocere alla società ed esprime la volontà generale, estranea allo sperimentare e sovrastante chi convive. Sono tesi di Rousseau, antiscientifiche ed anti individualiste. La ragione deterministica danneggia l’autonomia umana.

In seguito, nel 1792, i sanculotti radicali vararono una Costituzione che antepose l’eguaglianza a libertà, sicurezza e proprietà, adottando norme prescrittive del dover essere. Quando finì il dominio giacobino, ci fu una nuova Costituzione, che stabilì “la legge è uguale per tutti”, dispose la durata triennale del corpo legislativo e il rispettare doveri e autorità.  Negli anni dopo, gli esiti furono vari. Prima il Consolato di Napoleone, poi un’ulteriore Costituzione, dopo la formazione dell’Impero e poi le guerre in Europa, fino alla restaurazione.

Non fu colta la forte attitudine evolutiva dell’illuminismo. Anzi, il mito libertario della Rivoluzione francese sempre innovativa, dilagò con effetti negativi permanenti. La sola ragione non evita che il governo trascuri i cittadini e segua il dover essere elitario. 

Così, mentre l’amalgama dei cinque cardini 1776, superando prove dure tipo lo schiavismo, ancora governa i conflitti di libertà, la linea della Rivoluzione francese è stata instabile e spesso illusione pura. Lo confermano, oltre decenni di fatti, la storia recente dell’UE e oggi il reagire dissennato in Occidente.

Nel 1948, Einaudi ammonì che l’Europa doveva “imitare l’esempio della costituzione americana del 1788”. Qualche anno dopo, l’altro liberale Gaetano Martino convinse i colleghi della CECA ad indicare un’Europa dei cittadini fondata sulla vita economica quotidiana. Fu la linea dei Trattati di Roma della Comunità Economica Europea (1957).

Innescò meccanismi di libera circolazione potenziando le relazioni tra cittadini e dando loro tempo per assuefarsi ai cambiamenti. Per un ventennio, il PCI attaccò furioso in Parlamento i Trattati di Roma. La CEE si sviluppò per 35 anni fino al Trattato di Maastricht (1992) dando centralità ai cittadini in spirito 1776.

A Maastricht, i paesi membri – inebriati dal crollo della Russia – modificarono i Trattati istituendo la cittadinanza europea e varando l’unione economico monetaria. Lo fecero potenziando la struttura burocratico istituzionale invece che dando spazio, nello spirito 1776, al ruolo e al peso dei cittadini. 

Tutti gli organismi dipendono dalle nomine dei tavoli interstatali, dalle scelte politico diplomatiche della Commissione e gestionali dei funzionari a Bruxelles. Il solo organo votato dai cittadini è il Parlamento, che non governa. L’Euro, il traguardo da raggiungere creato a Maastricht, non ha una struttura fiscale comune e neppure un mercato dei capitali. La struttura fiscale europea non c’è tuttora e solo i ¾ dei membri UE aderiscono all’Euro.

Il Trattato successivo (Lisbona 2009) valorizzò il Consiglio Europeo con due indirizzi che non coinvolgono i cittadini. Poi l’UE ricorse all’austerità per i bilanci in disordine. Eppure restringere la libertà economica non risolve il problema, lo peggiora. Finché il sistema BCE tornò a contrastare l’austerità con realismo più aperto limitando le gravi gelate civili. All’epoca COVID, la Commissione accantonò l’austerità e adottò i fondi europei comuni d’aiuto a tutti i membri UE.

Oggi dell’austerità resta l’ente  Meccanismo Europeo di Stabilità. Nel negoziare prestiti, talvolta si affida ad un organo a tre (Commissione UE, BCE e Fondo Monetario) ove la BCE non è una struttura UE e il FMI è fuori dall’UE. Perciò il MES è lontano dai cittadini e dallo spirito del 1776. Per questo è inadeguata la riforma in corso del MES che a ragione l’Italia non vuole approvare senza che il MES sia modificato.  

E’ difforme dallo spirito 1776 anche la recente politica NATO. Richiamando il passato, ha indotto gli ucraini avversari della Russia a non rispettare il Trattato di Minsk2 (da loro firmato con Russia, Francia e Germania, 2015), che impegnava l’Ucraina ad una riforma costituzionale per rendere autonome le regioni orientali.  Putin rispose autorizzando una missione per garantirle e furono occupati Donbass e Lugansk. Da qui, quattro anni di scontri armati. Determinante il sostegno economico militare alla volontà di indipendenza dell’Ucraina da parte NATO, UE, Inghilterra, Canadà e Stati Uniti. Le sanzioni alla Russia non hanno funzionato, perché non condivise da oltre i 3/5 dei paesi del mondo.

L’incoerenza dell’Occidente (rispetto lo spirito 1776) è averle agevolate. Per gli autocrati, che a casa usano l’illibertà, è fisiologico contrastare gli Stati liberi. Invece l’Occidente deve essere consapevole che cercare di eliminare le autocrazie non pericolose a breve, trasforma la libertà degli scambi in una libertà imperiale, che della libertà nega l’essenza. 

Il tentativo, sostenuto dai media, di imporre la libertà imperiale guidata da élites ha causato in Occidente una reazione in chiave populista, cioè opposta alla Dichiarazione di Indipendenza. Opposta come la moda razionalista di attribuire all’Occidente ogni colpa del passato.

Diverso è l’esito della reazione che ha eletto Trump nel 2024. Il Presidente ha il carattere mutevole dell’immobiliarista da affari plurimiliardari, mutevole nello scegliere il partito, con il vizio esasperato di scenate per sgretolare le ritrosie dell’interlocutore, talvolta oltre il buon gusto. Inoltre terremota il quieto vivere abituale. E sostiene la pena di morte.

Tutto ciò spinge i dem Usa al socialismo (critico della celebrazione ufficiale del 250°) e indispettisce i dirigenti UE illusi di dettare le regole. Attaccano Trump su tutto (lui in cambio piccona l’UE). Sperano di celare che i loro legami amicali ossequienti al potere – oltre a non introdurre la Difesa nei Trattati UE e lasciar guadagnare terreno ad autocrazie e al terrorismo – vengono battuti, pur appoggiati dai media, dalle reazioni populiste.

Eppure, in campo internazionale Trump segue (a modo suo, trattando) lo spirito  1776.  E’ molto attento a scuotere gli ostacoli, anche occidentali, alla fluidità e al dinamismo commerciali. Ancor più a colpire chi minaccia gli scambi (vedi Hormuz), si mostra debole col terrorismo, consente che l’Iran detenga l’uranio e insidi Israele.

Trump è riuscito a portare, prima i paesi musulmani del medio oriente al condannare nel voto all’ONU gli attacchi militari dell’Iran, e poi alla rottura del monopolio OPEC dei produttori petroliferi del Golfo. Finora attua lo spirito del 1776, sia nel verificare i risultati dei rapporti internazionali sia nel non usare la libertà imperiale nei paesi alleggeriti dalle dittature. Una volta alleggerito, ognuno è autonomo nel governarsi.  

Anche con l’intemperante Trump, la Dichiarazione di Indipendenza festeggia in salute il 250° compleanno. Non è affatto in crisi, come dicono sondaggi strumentali. Conserva solidi i pilastri del libero convivere pure nell’epoca populista. Che sono il pluralismo nella diversità dei cittadini, la libertà di esprimersi, la legittimità di opporsi e l’aggiustare continuo. Non lo sterile conformismo

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