Perché i liberali devono stare insieme e poi far parte dell’Unione

Caro Caputi,

sulla Vostra newsletter del 20 dicembre, tornando al tema della  Costituente dei Liberali cui stiamo lavorando, scrivete che “i punti programmatici  potrebbero anche servire come base per un programma comune. Ma è la conclusione a renderci perplessi, dubbiosi ed anche incavolati”.  Quello che suscita la vostra reazione è il nostro obbiettivo : “non solo di battere il centro destra ma di promuovere una governabilità attenta al metodo liberale. Per raggiungere questi obiettivi, ci si impegnerà per allargare la coalizione dell’Unione alla autonoma componente liberale.” Siccome ci chiedete di spiegarVi come sia possibile raggiungerlo assieme a Rifondazione Comunista e ai Comunisti Italiani, eccoci qua. Lo farò approfondendo prima le ragioni del perché i liberali devono  insieme costituire un soggetto politico e poi il perché questo soggetto politico, per coerenza con sé stesso, nel 2006 deve stare nell’Unione. Naturalmente, dovrete concedere un pò di spazio. Del che Vi ringrazio fin d’ora.

Il soggetto liberale. Parto dal rilevare che, rispetto al mese scorso, la questione del soggetto liberale ha avuto nel dibattito sui media qualche prima ( seppure cautissima e confusa ) attenzione, talvolta connessa  alla questione Ulivo-Partito Democratico.  Le ragioni di fondo della necessità di questo soggetto sono contenute nell’appello per la Costituente e possono riassumersi nell’esigenza di colmare il buco di liberalismo che c’è nel paese. In Italia occorre rilanciare il metodo della libertà, che è senso critico, cultura dell’individualismo che democraticamente confligge secondo le regole, cultura del rischio, cultura dell’impresa. E il liberalismo è l’unico filone politico che ne è fisiologicamente portatore.

Dopo i primi anni ’90, molti liberali, soprattutto quelli di più alto livello sociale, hanno ritenuto che per questo rilancio sarebbe stato efficace adottare la strategia morbida (di fatto biecamente opportunistica) di sparpagliarsi come liberali e di  penetrare quali consulenti in  organizzazioni politiche che si fondano su principi ben lontani e contrapposti alla cultura da rilanciare, per  meglio poterle influenzare in una direzione liberale. Questa strategia si è dimostrata priva di qualsiasi consistenza. Non a caso, nel giro di pochi giorni, sono piovute prima le durissime critiche di Ferruccio De Bortoli nel fondo del Sole24ore ( Antonio Martino, Franco De Benedetti, Michele Salvati e Nicola Rossi sono stati descritti come prigionieri culturali, “liberi sì, di non contare nulla”) e poi la tagliente domanda rivolta da Bertinotti al DS liberal Franco De Benedetti (“Ma perché i liberali non si fanno un loro partito?”) , tesa a sostenere che la tradizione della sinistra italiana, seppur nei due filoni antagonista e riformista, è legata al socialismo, che è ben distinto dal liberalismo.  Insomma, a destra e a sinistra, cresce l’insofferenza per coloro che pretendono di dirsi liberali e si acquattano nei grandi partiti  ammiccando, con  furbizia bipartisan, perché così si conta e si ottiene di più.

Il dilemma non è eludibile. Se si ritiene che il liberalismo sia importante per costruire le regole di convivenza in una società aperta e per governarla, allora occorre seguirne i principi e il metodo. Questi impongono di non nascondersi ai cittadini. Per cui, a meno di non ipotizzare l’impossibile (cioè la politica senza i gruppi politici), al cittadino elettore devono essere proposte anche le idee del filone politico liberale in quanto tale. Occorre farlo senza confusioni e a costo di sacrifici, direttamente e nel quadro delle alleanze rese opportune dal sistema elettorale e dal tipo di elezione. Se invece si pensa che il liberalismo non sia davvero importante, allora la decenza civile impone di non far finta di essere liberali, nascondendosi in gruppi politici lontani dalla cultura e dalle tradizioni liberali. Il raggiro contraddice il liberalismo.

Chi, come noi, è per la prima ipotesi non può limitarsi a dichiararlo. Deve costruire un gruppo politico che si comporta da liberale. Da qui la Costituente dei Liberali. Non un’adunata di reduci nostalgici e neppure di contemplativi snob intenti a criticare il mondo. Un gruppo di persone consapevoli che le energie dedicate alla collaborazione tra liberali , nel tempo migliorano anche le condizioni ambientali dell’orticello di ciascuno. La collaborazione tra liberali non deve eliminare né l’individualismo né l’attitudine ai distinguo ( sono qualità , non difetti) né le personali propensioni ad esser più moderato o più radicale. Implica solo lo sforzo e la capacità di operare insieme per proposte politiche improntate a far crescere le condizioni di libertà nella convivenza, in quella specifica situazione.

Il sostantivo liberale e le specifiche di destra e di sinistra. Liberiamoci dal falso slogan che la grande famiglia liberale sia irrimediabilmente divisa in due rami, liberali di destra e di sinistra. Questo non è vero, perché il fatto che anche tra i liberali esistano diverse sensibilità, non scalfisce il dato caratteristico: il filone politico liberale è il solo a porre la promozione della libertà individuale come base di ogni possibile sviluppo (commisurato al tempo e al luogo). Tale metodo rende le diverse sensibilità un fattore trascurabile rispetto alle enormi differenze d’impostazione e di comportamenti tra tutti i liberali e gli altri gruppi politici, generalmente abbarbicati a concezioni ideologiche fondate sull’utopia o sulla fede. Quello che conta è il sostantivo “liberale”, non le specifiche di destra e di sinistra.

Nel botta e risposta con Sergio Romano  riportato sulla Vostra newsletter, Romano mi dà  ragione sul deficit di liberalismo in Italia e osserva con sprezzo che i sedicenti liberali sono fedeli alla propria corporazione invece che a meritocrazia e concorrenza. Ma allora il pretendere, come lui sembra suggerire, di fare delle diverse sensibilità liberali una contrapposizione politica, equivale ad escludere che i liberali stiano insieme. E dunque elimina proprio chi vuol far prevalere in politica il criterio della libertà, che implica anche meritocrazia e concorrenza, e vuol sconfiggere le concezioni chiuse, che producono corporazioni e ne vivono.

Romano stesso riconosce anche che tutti i liberali si battono contro le prevaricazioni dello Stato, delle Chiese, dei monopoli economico-finanziari e contro le servitù purtroppo ancora diffuse. Che mi paiono questioni determinanti. La  preoccupazione dell’Ambasciatore è che i liberali di sinistra possano prendere in considerazione mezzi e strumenti che non possono considerarsi liberali. Ma gli esempi che lui fa non dimostrano per niente il punto.

A parte che, dato il buco liberale in Italia, mi pare curioso addebitare ai liberali norme varate in questi anni, Romano lamenta che le quote rosa o la par condicio limitano la libertà di scelta dell’elettore o del giornalista. Ma ciò sarebbe vero solo interpretando la libertà individuale come separatezza ed incomunicabilità, ognuno custode solo della propria libertà.  Invece il liberale pensa al cittadino che convive in mezzo agli altri. Di destra o di sinistra, nessuno dei liberali nega le problematiche di libertà sottostanti provvedimenti come le quote rosa o la par condicio ( se le negassero, semplicemente non sarebbero liberali). E allora, quando la realtà della convivenza mostra che esistono problemi di libertà (l’Italia è largamente in fondo alle classifiche europee delle donne nelle istituzioni e un qualunque liberale del mondo inorridisce per una campagna elettorale dominata dallo squilibrio  di potere economico e mediatico), il liberale, a differenza dei conservatori  di destra e di sinistra, si sforza di escogitare il modo per riaprire il circuito sociale e portare ad un livello accettabile la libertà di scelta individuale (cioè del massimo numero possibile di persone, anche chiedendo piccoli sacrifici a qualcuno da ripagare con la convivenza migliore).  Dopodiché, il liberale non si addormenta sugli allori, verifica di continuo cosa succede e, se la nuova norma non funziona, la cambia ancora. Per far vivere la libertà, non vi è nulla di intoccabile. Tutto questo vale anche per l’esempio che Romano fà nel campo sociale, dove il lungimirante progetto di welfare state del liberale Lord Beveridge (assicurare a ciascuno le condizioni materiali per poter esprimere appieno le proprie capacità individuali), è stato non per caso snaturato dall’applicazione ideologica fattane da laburisti e conservatori, che hanno finito per trasformarlo da incentivo ad applicarsi meglio in farraginoso assistenzialismo.

Per tutto questo è ormai urgente la terapia per la malattia italiana, che è l’individualismo ridotto ad egoismo, la fragile laicità delle istituzioni, il corporativismo dilagante, il controllo inefficace sulla gestione del potere. E la terapia necessaria è aggregare quanti vogliono far divenire il termine  “liberale”  un sostantivo politico. Come in molti paesi europei e nel mondo. Si dirà che è una strada faticosa, ma è la sola che, mettendo al centro della propria azione la cultura del rischio e dell’impresa, può innescarne davvero il rilancio.  Attenzione però. La lucidità e la tenacia per costruire questo percorso, non devono mai confondersi con l’illusione che questo mutamento epocale sia possibile istantaneamente. Si deve fare un passo alla volta, senza deflettere da quello successivo e già impostando quello che seguirà.  Nella società italiana, il liberalismo non è così debole come appare ma neppure così diffuso come vorrebbe far credere chi liberale non è. Il vero  velleitario è perciò chi afferma che, per esistere, l’obiettivo della Costituente dei Liberali deve essere almeno il 30%. Questo modo di ragionare porta senza eccezioni o alla rinuncia a causa del traguardo oggi del tutto irrealistico per i liberali italiani oppure a potenziare la spinta verso il traguardo al prezzo dell’abbandono del metodo liberale.

Il punto essenziale è capire che il ruolo politico ora praticabile dai liberali è quello di preservare un partito di opinione che esprima con il suo comportamento il metodo e la pratica del realismo critico. Il metodo liberale ha il compito di riequilibrare le propensioni serpeggianti in ampie aree della società italiana ( di ascendenza cattolica e marxista) a soffocare il realismo critico sotto quelli che sono chiamati obiettivi più alti e più nobili ma che in realtà sono i sogni utopici della città del sole. Utopie pericolose perché, invece di dedicarsi alla concretezza del costruire le regole per una convivenza di cittadini diversi, liberi e democraticamente conflittuali, spingono alla politica fatta di promesse, di illusioni e di conformismi comunitari. Oggi, questo compito del metodo liberale è una necessità ancor più forte, dato che la libertà è cresciuta, le frontiere si sono indebolite, i fondamentalismi incombono. Per conservare la possibilità di esercitare il compito di collaborare nella irriducibile distinzione delle reciproche culture, la strada  obbligata e coerente è la presenza di un autonomo soggetto politico liberale.

Allearsi in una coalizione in un sistema maggioritario. Affermata la condizione dei liberali come gruppo politico (il sostantivo liberale), e solo dopo aver fatto questo passaggio, si pone la questione delle alleanze. Essere diversi non significa incapaci di allearsi. Allearsi è per i liberali una necessità quantitativa e anche il modo corretto di mettere in pratica sia il principio liberale della convivenza tra diversi che il principio di maggioranza. Certo, allearsi non deve essere un altro modo per dissolvere il liberalismo in un partito unico. Le alleanze non sono un destino immutabile, valgono sui temi e nei tempi per cui sono strette.

Ora, per le politiche 2006, bisogna per prima cosa considerare la nuova legge elettorale, che alla Camera ha introdotto un sistema maggioritario (sottolineo maggioritario) al 100% tra coalizioni con collegio unico nazionale. Per fare la scelta diviene dunque prioritario il criterio di valutare lo spirito e il programma della coalizione. Della coalizione, non della singola lista, che comunque non sarebbe affine alla ragion d’essere liberale. Nel caso delle elezioni 2006, le coalizioni saranno solo due e la sfida sarà all’ultimo voto. Questo fatto e la constatazione che una lista liberale isolata non può credibilmente aspirare al 4%, impone che, per far contare un pò le loro idee, i liberali entrino in una coalizione: sia perché in coalizione il quorum di rappresentanza è abbordabile (il 2% e anche meno) sia perché con la nuova legge elettorale i voti di ogni lista, pochi o tanti, pesano tutti. Per ritirarsi disgustati sull’Aventino a preparare il futuro, non vi sono le condizioni storiche, sarebbe solo una fuga di comodo.

Fatta questa premessa, occorre dire, in coerenza con i principi della Costituente dei Liberali, che il governo della Casa delle Libertà si è dimostrato incompatibile con il liberalismo su temi chiave (europa, laicità delle istituzioni, liberalizzazioni e privatizzazioni, conflitto interessi, concentrazione poteri, senso dello Stato). Ciò è del tutto evidente se si pensa che oltretutto il governo si è valso di una maggioranza parlamentare amplissima e dunque il non seguire una linea liberale è stata una scelta precisa, che trova riscontri da un lato nell’adesione pressoché compatta della coalizione alla linea del partito popolar conservatore europeo e dall’altro nella forte presa di distanza da Berlusconi  di tutto il liberalismo internazionale. L’incapacità del Governo di incarnare le regole liberali  si è manifestata in ultimo anche nell’incredibile sostegno per oltre un anno al Governatore della Banca d’Italia, addirittura con l’ipocrita formula del “non possiamo sostituirlo” nonostante i gravi e crescenti danni al prestigio dell’Italia. Un Governatore che ha preteso di ergersi quale potere privo di controlli e al centro di una vasta ragnatela di interessi e di affari amicali a danno dei risparmiatori, tessuta sfruttando le funzioni pubbliche in violazione totale del senso liberale dello stato  ( con buona pace del DC Rotondi, che vuole in lista Fazio , riuscite ad immaginarvi il Governatore Luigi Einaudi che fa entrare i “compari” dall’ingresso di servizio ? ). La presa d’atto dell’incompatibilità del Governo della Casa delle Libertà con il liberalismo è inevitabile anche per chi dovesse con ciò rinunciare alle speranze di un tempo, che ormai non sono più possibili senza rifiutare la realtà per ipocrisia o dissennatezza.

Quanto alla coalizione Unione, sono possibili tante critiche, però non ha senso, con un approccio liberale, dire pregiudizialmente “ma ci sono Rifondazione e Diliberto”. Il liberale è sempre e soltanto per qualcosa , e in più sta ai fatti. E il qualcosa e i fatti dipendono dalla piattaforma della coalizione, nel caso l’Unione, non dai singoli aderenti ( oltretutto, se si adottasse l’altro metro, nella Casa delle Libertà ci sono la Lega xenofoba e separatista nonché i fascisti di Rauti, ambedue non considerabili  prototipi di liberalismo). Nella società libera, la diversità è d’obbligo, non possono esistere i compartimenti stagni tra le diverse culture e le diverse convinzioni individuali. Si confligge e si converge  in concreto  di continuo, lungo percorsi fatti di temi da scegliere e di comportamenti da tenere in quella data occasione. A noi liberali, spetta la funzione di garantire non che tutti siano come noi, bensì che temi e comportamenti consentano, anche comparativamente, di muoversi in direzione di organizzare una convivenza libera. Anatemi e scomuniche non ci appartengono, perché il nostro percorso liberale è legato alla realtà sperimentale, non alla verità. Anche per questo le alleanze con gli altri gruppi politico culturali non possono essere un destino immutabile dei liberali.

La questione è dunque il  programma della coalizione Unione. Non è che qui ci sia da rimanere estasiati e adoranti. Tuttavia, da quando il 16 giugno scorso è stato scelto di abbandonare l’idea del centro sinistra come seme ulivista del partito unico e di fare le primarie non più plebiscitarie bensì programmatiche, da allora è stato adottato un sistema di confronto e di discussione sulle cose flessibile  e aperto alle diversità, metodologicamente meno lontano dalle esigenze liberali di quanto lo siano gli approcci aziendali della controparte che restano tali anche con la nuova tattica del tridente. In questo gioca a favore la stessa eterogeneità dell’Unione, che di necessità spinge alla ricerca di punti condivisi. Già la piattaforma della Primaria2005 sottoscritta dai votanti, seppur con una certa genericità ha fatto trasparire un disegno accettabile nei punti chiave. Di sicuro non pericolosamente eversivo, semmai un tantino prudente. Le elaborazioni successive cominciano a delineare un programma di governo in via di avvicinamento ad una impostazione più liberale. Le pressioni dovranno naturalmente proseguire ( secondo le indicazioni dell’Appello per la Costituente dei Liberali) e incentrarsi sulle richieste operative, del tipo i 5 punti suggeriti dal prof. Giavazzi (abolizione del valore legale della laurea, dell’albo dei giornalisti, della Cassa Depositi e Prestiti con collocamento in Borsa delle azioni da essa possedute, riscossione del valore corrispondente della privatizzazione dell’Acquedotto regalato alla Regione Puglia ma non privatizzato né dalla destra né dalla sinistra , abolizione degli ostacoli giuridici ai licenziamenti di pari passo ad una struttura di efficiente protezione sociale  per chi non trova un’altra occupazione) e la proposta del prof. Giorello  ( destinare l’otto per mille dell’irpef per cui non è stata compiuta una scelta, all’istituzione di un apposito fondo per la ricerca scientifica) che richiede solo volontà politico-amministrativa.

Queste sono le questioni vere da affrontare nella coalizione Unione allargandola ad una autonoma componente liberale, non la preoccupazione per Bertinotti e Diliberto. Bertinotti e Diliberto  difendono un punto di vista che non appartiene ai liberali ma non dispongono di una forza soverchiante. E  soprattutto non è una malattia infettiva il discutere con loro, anzi è il modo migliore di svuotarli. Semmai il problema più serio è l’opposto di quello contestato dai cosiddetti liberali di destra . Essi suppongono che il mondo della sinistra voglia utilizzare i liberali contro l’odiato Berlusconi. E’ al contrario. Sono i liberali che vogliono rendere più liberale l’Unione per sostituire il Governo della Casa delle Libertà. Tanto che l’allargamento alla lista liberale è osteggiato, più che da Bertinotti, da una parte degli ulivisti, cioè da coloro che  nella coalizione costituiscono la lista unitaria dell’Ulivo intendendola come primo tassello del Partito Democratico. Costoro avanzano questa loro proposta con un atteggiamento profetico, senza mai definirne motivi, obiettivi, strumenti, programmi e tempi. In ciò sono gli attuali prosecutori della politica utopica fatta di promesse, di illusioni e di conformismi comunitari. E così sono loro ad aver riserve sul soggetto liberale proprio per il suo caratteristico aver i piedi per terra,  battersi per le cose da fare oggi e domani, dedicare forte attenzione a quel parametro tempo che gli utopici escludono dal loro alfabeto. Le loro riserve sono legittime come ogni opinione politica ma, oltre a non essere liberali, sono controproducenti dal punto di vista operativo ed elettorale. Creano le condizioni migliori perché continui ad affermarsi quel modo di governare che, nonostante l’esperienza negativa, è nettamente il più attrezzato sul terreno (non liberale) del promettere latte e miele ed illudere che sia possibile l’impossibile.

La lista liberale nella coalizione Unione non è dunque una rinuncia dei liberali. E’ il modo oggi necessario per contribuire a far passare le idee liberali nel governo del paese. Serve a risvegliare quei cittadini, a cominciare dai giovani, che non vogliono rassegnarsi (non scegliere in fondo è questo) e che intendono contribuire con realismo alla loro libertà. E’ un impegno esplicito di lotta nel segno della ragione. Battagliare, certo, sarebbe assai meno difficile se i liberali stessero tutti insieme affrontando la realtà ed evitando atteggiamenti da verginelle/i  pigre/i e riottose/i di fronte alla durezza della battaglia politica. La battaglia politica è nella natura delle cose della vita ed è davvero singolare riscontrare una ritrosia a misurarsi davvero nel conflitto politico ( rifugiandosi in una nicchia isolata) proprio da parte dei liberali che sostengono la diversità come fonte di libertà nella convivenza.

A differenza dei conservatori, i liberali non confondono il proprio realismo con la rinuncia a perseguire il cambiamento, che per noi non è un sogno ma un progetto di costruzione. Anzi il marchio politico del liberalismo è la libertà attiva per il cambiamento fisiologicamente ineludibile negli organismi vitali (fattore decisivo in epoca di fondamentalismi). E non vi è libertà attiva senza la cultura del rischio misurato. Che è una cultura autoimmune perché il metodo della libertà si è storicamente distinto per la capacità (esclusiva) di autocorreggersi, se necessario. I liberali non possono, senza tradire loro stessi, fossilizzarsi su un passato che non esiste più e su valutazioni che sono ormai pregiudizi. Lo sviluppo è libertà, la libertà di sgretolare di continuo i privilegi. E senza restituire la rappresentanza alla grande famiglia liberale quale soggetto politico conseguente, è arduo perseguire lo sviluppo del paese.

Caro Caputi, queste sono le nostre spiegazioni un poco più in dettaglio. E come convinti assertori della ragione, fino all’ultimo confideremo che l’essenza della linea della Costituente dei Liberali possa divenire la linea di quasi tutti. Non solo dei perplessi e dei dubbiosi, ma anche degli incavolati. I liberali, si sa, sono realisti.

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