Il privato e leggi liberali (a Carlo Lottieri)

Scambio di mail con il prof. Carlo Lottieri, docente universitario

Caro Lottieri,

ti ringrazio per la tua sollecita risposta. E siccome non ho mai inteso scrivere allo specialista di diritto ma ad una persona interessata al funzionamento effettivo dei rapporti civili, non conta né mi interessa che tu non sia uno specialista in senso stretto.

Andando al punto sul quale obietti, a me pare che le tue stesse obiezioni testimonino semmai la necessità di un’azione liberale per aggiornare le normative strutturalmente in direzione di sostegno al privato. Vediamo.

Primo. Ad essersi interrotto è appunto il circuito delle  sottrazioni terriere prevedibili ma non in profondo contrasto con la logica della valutazione di mercato. In realtà,  l’afflusso di risorse private nelle mani dei manager tende a distorcere (è un dato di fatto) quel meccanismo delle sottrazioni, nel senso che le ha fatte diventare un costo superfluo aggiuntivo stabile sul prodotto (poi si può ragionare in quale misura l’aumento vada a carico rispettivamente dei proprietari e dei consumatori). Così ne viene stravolta la logica del controllo tramite confronti che è l’essenza del mercato (anche perché il potere delle burocrazie si estende sovrapponendosi a quello della proprietà e influenza i modi con cui l’azienda viene fatta percepire alla gente). E non solo. Un meccanismo del genere moltiplica le distanze di reddito senza che ciò sia dovuto ad una reale scelta del mercato (non per caso tutti i grandi liberali, a cominciare da Einaudi, sono favorevoli al tassare le eredità). E non è finita. Il medesimo strapotere dei manager è un ostacolo all’aggirare la sanzione dei fallimenti del mercato sotto più aspetti.

Secondo. La perdita di credibilità delle agenzie di rating è la sanzione salottiera di mercati impotenti (nella loro funzione) che poi continuano imperterriti a seguirne le indicazioni, talvolta perfino obbligati a farlo per legge. Dunque, anche su questo punto, è non l’eccesso di norme ma la mancanza di norme imperniate sulla sovranità del cittadino che determina situazioni abnormi in cui sguazzano alcuni interessi privati di tipo esclusivamente egoistico e del tutto estraneo all’egoismo che muove i mercati. Del resto occorre intendersi: Il mercato non è un sogno di benpensanti, è  quello disegnato dalle leggi.  E se il cittadino politico consente ai giudici e alla burocrazie di pestecciarlo riguardo al ruolo del cittadino, poi aggrava la situazione qualora se ne lamenti anche. Dovrebbe agire per mutare la situazione.

Per quanto poi concerne le Tue conclusioni, quasi tutti riconoscono ormai  che la società libera  è  in grado costantemente di produrre diritto. Resta  il punto politico reale: fare sì che lo Stato e le agenzie internazionali (la tua aggiunta sul generate dagli Stati stessi non è pertinente nel caso delle agenzie di rating che sono private) non continuino a distruggere il diritto (aggiungo io, quello fondato sul libero cittadino, perché un diritto qualsivoglia esiste).

Ora, per riflesso istintivo puoi chiamare questa azione come credi, ma in sostanza questa è un’azione liberale di costruzione di nuovo diritto (può realizzarsi con una semplificazione, ma  resta sempre un diritto nuovo e sostitutivo). Dunque vedi che anche per la tua strada si arriva sempre a bomba. Se i liberali continuano a lamentarsi che non c’è più l’età dell’oro (anche se non c’è mai stata) non si fanno i passi avanti che occorrerebbe fare oggi.

Insomma, la questione vera è fare politica per spingere a nuove regole incentrate sulla sovranità del cittadino. Ed è quindi controproducente limitarsi a difendere dei meccanismi che, magari concepiti decenni fa  con questo stesso fine, oggi non lo soddisfano più ed anzi agevolano i nemici del privato cittadino. Se non si prova ad organizzare questo tipo di formazione politica liberale, i risultati non possono essere che quelli cui stiamo assistendo in questi anni.

CL –  lunedì 30 aprile 2012

Caro Morelli,

innanzi tutto grazie per l’attenzione a quanto ho scritto e per le cortesi parole. Lo spazio di un articolo di giornale non permette analisi approfondite (ormai i quotidiani commissionano pezzi indicando misure assai rigide) e quindi sul lato che Tu sottolinei mi sono limitato a rilevare che ci sono alcuni aspetti del diritto societario contemporaneo che probabilmente andrebbero
rivisti. Non sono certo uno specialista al riguardo, ma ricordo di aver letto alcune cose assai interessanti di Macey e anche di Enriquez che andavano in questa direzione.

Su un punto non riesco a seguirti, ed è dove affermi: “Si è inserita la falange dei manager, poco trasparente ma abbastanza
compatta da rompere il circuito della attribuzione delle responsabilità e del formarsi del giudizio ragionato degli esterni. A questo si aggiunga poi l’irruzione sui mercati dei sistemi borsistici informatici e delle agenzie di rating in clamoroso conflitto di interessi e tecnicamente irresponsabili”.

In realtà, a me pare che l’afflusso di risorse private nelle mani del circuito dei manager risponda a valutazioni che già hanno soppesato costi e benefici: un po’ come quando – nel mondo contadino – il proprietario terriero assumeva un amministratore dei propri beni pur sapendo che questi gli avrebbe potuto celare e sottrarre una parte dei redditi. Insomma, continuo a ritenere che la
migliore risposta ai presunti fallimenti di mercato sia ancora il mercato. Certo che se avessimo un sistema giudiziario meno burocratico e più “di mercato”, le cose andrebbero meglio.

Quanto alle agenzie di rating, la perdita di credibilità che hanno subito negli ultimi anni è esattamente una sanzione di mercato. Purtroppo: a) la Sec (che è un’agenzia pubblica) non autorizza che tre agenzie a formulare giudizi sulle società quotate a New York; b) molte legislazioni – compresa la nostra – hanno dato una sorta di ufficialità alle opinioni delle agenzie stesse.

In questo senso mi pare si debba iniziare a riconoscere come la società libera sia in grado costantemente di produrre diritto, ma come lo Stato e le agenzie internazionali generate dagli Stati stessi continuino a distruggere il diritto. Più che a formulare nuove leggi, allora, bisognerebbe procedere a eliminare tutte le leggi che impediscono (o limitano) le sanzioni a carico di manager scorretti, che ostacolano la competizione tra agenzie, che impediscono l’avvento di arbitri e agenzie di protezione privati, ecc.

RM – domenica 29 aprile 2012

Caro Lottieri,

l’articolo di stamani sui paladini stonati mi induce a scriverti questa nota nel tentativo di individuare un punto di azione politica liberale coerente  e convergente.

L’impulso che ti muove non solo è condivisibile ma costituisce una necessità italiana. Di sicuro nella situazione di oggi – in realtà i liberali lo sostengono da decenni – l’odio per il privato è un patetico autolesionismo che ormai, con la globalizzazione, non riesce più a reggere la prova dei fatti. Fin qui non abbiamo problemi. La questione mi pare nasca quando tu argomenti a proposito della differenza sulle alte retribuzioni ai manager che, nel caso di strutture pubbliche, hanno esiti non controllabili  rispetto a quelle private. Non sulla teoria in sé, sulla quale ovviamente concordiamo. Bensì sul fatto reale. Vale a dire che, in termini sperimentali, non risulta esistente quel controllo del mercato che motiverebbe quelle retribuzioni come scelta all’interno del campo privato. Basti pensare, a quelle dei grandi dirigenti ad ogni livello  (bancari  e non solo) oppure a quelle di un certo mondo di cosiddetti artisti televisivi.

Approfondiamo allora questo fatto reale, che secondo me non rientra più nella vecchia contrapposizione tra pubblico e privato, storicamente conclusasi con il secco successo del privato. La questione oggi sono le regole di cui ha bisogno il privato per non restare una pura enunciazione in mano ai burocrati comunitari. Nella tradizionale teoria del mercato esiste un nesso  tra la proprietà dell’azienda e la sua direzione da una parte, e dall’altra  parte con la valutazione del prodotto e del risultato economico perseguito, come immediatezza e come prospettiva. Questo nesso teorico è saltato nella pratica. Soprattutto per motivi di dimensione aziendale e di estensione dei mercati. Si è inserita la falange dei manager, poco trasparente ma abbastanza compatta da rompere il circuito della attribuzione delle responsabilità e del formarsi del giudizio ragionato degli esterni. A questo si aggiunga poi l’irruzione sui mercati dei sistemi borsistici informatici e delle agenzie di rating in clamoroso conflitto di interessi e tecnicamente  irresponsabili.

Questa situazione renderebbe indispensabile l’intervento politico di leggi che rimettessero in piedi la capacità occhiuta di mercati veri, dando regole operative imperniate sui comportamenti reali dei singoli investitori (così da dare consistenza ai mercati) e non delle corporazioni dei tipi più svariati. Per fare queste leggi non servono tecnici illuminati bensì politici che non odino il privato. Non lo odino, non per atteggiamento diplomatico quanto per convinzione. Perché i mercati non sono altro che cittadini che giudicano prodotti ed iniziative e cittadini che accettano di farsi giudicare come produttori ed imprenditori. Tale esigenza complessiva non consente di aggirare il tema della formazione politica di liberali convinti, coerenti e riconosciuti per tali senza ipocrisie o tatticismi. Altrimenti non si potrà arrivare a leggi coerenti sul basarsi sulla sovranità del cittadino.

Noi ci stiamo provando, con qualche strumento seppur ancora limitato. Ma la cosa grave è che invece di contestare le nostre idee e il nostro progetto liberali (gli avversari saranno sempre moltissimi), in giro si continua a discettare sulla politica di potere alla ricerca di presunti cavalieri bianchi. Cosa che nella situazione  di un debito pubblico di 1.930 miliardi, non è certo una medicina credibile e tanto meno efficace (senza contare l’odierno paragonare Luca a Silvio, che – e tu sai che i liberali hanno all’epoca immediatamente sottolineato come tra i pregi di Silvio non ci fosse davvero quello di essere liberale – è un’offesa contro di lui non immaginata neppure  da Carlo ed Eugenio).

Questa mia notazione intende perciò porTi il problema se ritieni possibile seguire la strada non della storia della teoria della contrapposizione tra pubblico e privato o dell’utopica preferenza per una convivenza funzionante senza un’organizzazione delle reciproche relazioni, piuttosto la strada di attivare il formarsi di una richiesta politica di leggi che diano spazio, oggi, in Italia, all’iniziativa e all’inventiva che solo la miriade di cittadini diversi possono creare. Senza le quali la crescita non avverrà mai.

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