Sul sistema dell’alternanza

 

Caro Direttore,

l’on. Giorgio La Malfa coglie l’occasione del libro del prof. Sabbatucci “Il trasformismo come sistema”, Editori Laterza, 2003, per confermare la propria avversione al sistema dell’alternanza. Vorrei con altrettanta pacatezza e sulle medesime rilevanti questioni, mettere a fuoco un punto di vista diverso ma non necessariamente contrapposto nelle prospettive.

Non credo che l’alternanza vada assunta come una scelta a suo modo morale. E’ semplicemente un fatto sperimentale, fisiologico nelle democrazie liberali, che esprime la spinta a dissolvere il cristallizarsi del potere, sempre in agguato come pericolo di fondo nelle democrazie bloccate. Nei primi anni ’90, l’Italia soffriva particolarmente l’assenza del sistema dell’alternanza, mai praticato prima, perché non sussistevano più le condizioni che ne erano state la base. L’ opinione pubblica ( che voleva spalancare i palazzi ) e la miopia di gran parte della vecchia classe dirigente ( che non percepì il momento di aprire porte e finestre ) portarono ad affrontare il problema con l’introduzione di una legge elettorale di tipo maggioritario. Ma questa legge (resa contraddittoria dai colpi di coda della vecchia politica ) è stata solo uno strumento nuovo in mano ad una società rimasta, politici inclusi, ancorata alle abitudini di prima. Soprattutto quella di concepire la partecipazione e la scelta politica essenzialmente come un derby tra due chiese, in cui le gerarchie e i fedeli più vicini vogliono vincere ad ogni costo la guerra santa mentre gli altri più defilati si schierano nella speranza di capire chi vincerà.

Le riserve che Giorgio La Malfa avanza sulla effettiva prova data dal sistema dell’alternanza in questo   decennio, hanno un fondamento nel senso che obiettivamente i passi in avanti – che ci sono stati – non hanno ancora consentito l’auspicata funzionalità dei governi, delle opposizioni e in genere dei rapporti politici pernio della cittadinanza. Però questo non dipende dal sistema in sé, ma dall’inquinamento indotto dalla persistente mentalità del derby tra due chiese. Il sistema dell’alternanza non si identifica con questa mentalità. Esso è invece strettamente legato alla possibilità che i cittadini scelgano tra più alternative di governo ben delineate quanto a proposte programmatiche, a mentalità operativa e a affidabilità realizzatrice.

Questo è un passaggio cardine. In una società libera non c’è incompatibilità tra l’esistenza di una pluralità culturale e le coalizioni programmatiche per l’alternanza. Solo per i fautori della logica illiberale del “o di qua o di là”, le appartenenze devono precedere il programma nel sistema dell’alternanza. Né può davvero preoccupare l’emergere di vari punti di frattura tra le differenti posizioni culturali, che è solo il normale prodotto del confronto politico. In realtà il processo degli accordi di coalizione dà risultati assai positivi se si cerca un accordo circoscritto all’oggetto dell’elezione, alle tematiche prescelte, al periodo di validità. E se c’è il catalizzatore della scelta maggioritaria per far sì che dopo il tempo di discutere venga quello di decidere.

Non siamo ancora a questa tipologia di coalizione. Né nella coalizione di centro destra ( incatenata ai pregiudizi dell’ “o di qua o di là” abilmente usati dal Presidente del Consiglio come paravento ai suoi strutturali conflitti di interesse) né in quella di centro sinistra ( incaponitasi nelle alleanze brancaleone culturalmente indistinte, senza copertura programmatica, fideistiche nella appartenenza). Ma certo non per colpa del sistema dell’alternanza. Oltretutto, il sistema dell’alternanza non è affatto un prodotto dei sistemi sostanzialmente bipartitici. Semmai è il sistema dell’alternanza che alla lunga indirizza verso sistemi sostanzialmente bipartitici ( però vaccinati dalla pretesa di cancellare le diverse offerte politiche per ridurle a due partiti chiesa). E’ il sistema dell’alternanza che attiva al meglio tra i cittadini il circuito delle scelte, dell’esame dei risultati, degli aggiustamenti, delle nuove scelte e che per questa via spinge, nel tempo ma con fermezza, a governare dal centro (inteso come area degli elettori che di volta in volta più soppesano le loro scelte).

Alcuni osservano che oggi in Italia vi è disagio per la carenza di dibattito politico e che questo colpisce in primo luogo l’area liberaldemocratica per natura più attenta al ragionare. E’ vero, ma dove è la colpa dell’alternanza? O, senza dirlo, si vuol abbandonare l’alternanza per ricorrere alla vecchia illusione del pasto gratis (sarebbe più semplice far accettare le proprie convinzioni influenzando chi è al potere, piuttosto che far la fatica di costruire le coalizioni per la maggioranza) oppure quel palpabile disagio civile deve essere lo spunto per raccordare tutti coloro che, nel segno di una comune cultura della ragione e del senso critico, vogliono rilanciare la politica delle idee e dei programmi per una convivenza più libera incentrata sul cittadino. Certo, non per tornare a delegare in bianco i propri rappresentanti eletti ma per aver più forza nella costruzione di un sistema dell’alternanza tra coalizioni di volta in volta formate su alternativi programmi di governo. La scelta di fondo, per ogni periodo, devono farla i cittadini alla luce del sole, non i rappresentanti nei corridoi delle aule. All’aria aperta si è più liberi.

Naturalmente queste considerazioni sono riferite ad elezioni in cui si sceglie il governo. Quando poi, come nelle elezioni europee, non si vota per scegliere un governo ( sarà così anche con la nuova Costituzione) e la legge elettorale è proporzionale, allora è essenziale un orientamento secondo i filoni culturali delle grandi famiglie europee, popolar conservatori (Ppe), socialisti (Pse), liberaldemocratici (Eldr), sinistra antagonista (Gue), ambientalisti (Verts). Per chiarezza, coerenza ed efficacia, anche in Italia le liste concorrenti dovrebbero rappresentare ciascuna un filone culturale. Ed è perciò auspicabile alle Europee 2004 un’unica lista italiana di tutti coloro che, liberali, radicali, repubblicani, pattisti, liberal, laici, riconoscendosi nel filone liberaldemocratico, intendono far parte del gruppo parlamentare Eldr.

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