4.6 – Il mondo dell’Occidente – d) dal 1953 fino ai Trattati di Roma del marzo ‘57. In quel periodo, il secondo governo Churchill, dopo aver fatto riforme nel campo della salute, dei minatori e dell’occupazione giovanile, in politica estera dispiegò decine di migliaia di truppe inglesi e del Commonwealth soprattutto per combattere la guerriglia marxista in Malesia , ma nel frattempo avviò lo studio di come introdurre l’indipendenza in quella regione asiatica. Poi, nel 1954, mise fine in Gran Bretagna al razionamento iniziato durante la Seconda guerra mondiale e proseguito fino ad allora.
L’insieme degli avvenimenti verificatisi nel 1953 tese a dissolvere le condizioni alla base dell’accordo sulla CED. La morte di Stalin a marzo 1953 determinò un affievolirsi delle tensioni tra Occidente ed Oriente e di conseguenza fece calare l’interesse USA al far nascere la CED. Il fatto che De Gasperi non fosse più al Governo, indebolì la spinta al fare della CED il traino per la prospettiva istituzionale europea della CPE. In Francia, queste novità portarono ad aumentare il peso degli ambienti militari. Questi avevano forti preoccupazioni per vari motivi. Per il riarmo tedesco, per la concorrenza all’interno della CED in campo armamenti, per il dissidio con gli altri paesi europei a causa del mancato sostegno nella guerra di Indocina, considerata dai francesi non una guerra coloniale, bensì un impegno dell’occidente contro i comunisti del Viet Minh (in cui, nonostante il notevole aiuto USA, nella primavera ’54 la Francia subì una dura sconfitta a Dien Bien Phu, che causò la resa un trimestre dopo ). Pertanto gli ambienti militari fecero pressioni su tutti i governi di quei mesi e alla fine arrivarono a convincere anche l’Assemblea Nazionale che la struttura CED avrebbe intaccato il controllo diretto francese sulle proprie strutture militari. Così , a fine agosto 1954, l’Assemblea Nazionale francese respinse il trattato. Di conseguenza, qualche tempo dopo, anche in Italia fu ritirato il disegno di legge di ratifica ed esecuzione degli Accordi per la Comunità Europea di Difesa.
Il fallimento della CED – e quello conseguente della CPE – sono una prova politica importante di come non sia possibile arrivare ad una ampia realtà istituzionale europea usando vie traverse interne alle vecchie strutture di Stati fondati sul potere e basta. Perché le vie traverse finiscono per incagliarsi in qualche ostacolo attivato appunto da qualche potere. Un’ampia realtà istituzionale europea potrà esserci solo spezzando le fitte strutture di potere e imperniando il nuovo tessuto istituzionale sui cittadini che vi convivono. Insomma, il progetto politico Europa richiede un’innovazione di fondo perseguita apertamente.
In Germania, nella primavera 1953, il Governo Adenauer I guidava un paese in forte crescita economica , assistito dagli aiuti USA. Viceversa la Repubblica Democratica Tedesca, era sempre impantanata nelle riparazioni di guerra pretese dall’URSS accoppiate alla rigida pianificazione socialista. Il Governo della DDR, a questo punto alzò gli obiettivi produttivi, il che, in quelle condizioni di fatto, equivaleva ad esercitare forti pressioni sulle condizioni di vita operaie. A metà giugno, il 17, scioperi e manifestazioni di protesta in 400 città contro le nuove norme di lavoro, divennero presto richieste politiche, più diritti democratici fino alla riunificazione tedesca. Il governo DDR chiese aiuto all’URSS, che represse la rivolta con i militari, ventimila soldati e diverse centinaia di carri amati. Le proteste tuttavia non si fermarono e crebbero fino a metà luglio. Fu la prima sollevazione di massa in un paese socialista, che, in piena guerra fredda, impresse una scossa notevole nel blocco sovietico. Due mesi dopo, all’inizio autunno, in Germania Occidentale, ove si votava, le elezioni confermarono ampiamente il Governo Adenauer , di centro destra, la coalizione tra i due partiti cattolici, CDU e CSU , i liberali della FDP , e i conservatori del Partito Tedesco.
Negli Stati Uniti, il nuovo Presidente Eisenhover costruì una squadra di ministri manager di vario tipo, nota sui giornali come “Otto miliardari e uno stagnino”, per indicare i molti alti dirigenti industriali e il capo del sindacato degli idraulici. In tal modo il Presidente avviò la sua Presidenza produttiva. Dopodiché , riducendo con avvedutezza il welfare roosveltiano e puntando alla crescita industriale, riuscì a far crescere i salari della classe media, ad espandere l’uso delle tecnologie e ad introdurre i consumi di massa. Inoltre, si impegnò per far rispettare la sentenza della Corte Suprema nel 1954 (caso Brown v. Ministero dell’Educazione) che, rovesciando la linea di 58 anni prima, dichiarò incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. A tal fine, visto che l’attuazione della Sentenza era lentissima per la mole delle resistenze locali, arrivò ad inviare truppe in Arkansas per rendere effettiva la sentenza. Allo stesso tempo, Eisenhower operò per eliminare la segregazione nelle forze armate. Dopo la morte di Stalin lavorò per ridurre le tensioni della Guerra Fredda e nel 1954 sottoscrisse la pace con la Corea del Nord. Nel complesso un indirizzo politico molto meno statalista dei due predecessori e piuttosto rivolto ad innescare le iniziative civili.
In Italia, dopo la mancata fiducia al monocolore dell’ottavo governo De Gasperi, il 2 agosto 1953 il Presidente Einaudi dette ad Attilio Piccioni , che di De Gasperi era l’indubbio delfino politico, il pre-incarico per valutare le possibilità di formare un nuovo Esecutivo sempre nell’area centrista, con lo stesso De Gasperi Ministro degli Esteri. Non riuscì perché il PSDI non voleva De Gasperi. Allora, il 13 agosto, il Presidente Einaudi affidò l’incarico a Giuseppe Pella –sempre DC ma non indicato dal Partito, e con impostazione economica einaudiana nonché meno remissivo in materia di socialità senza freni – che riuscì, per approvare il bilancio, a formare un governo di transizione, composto da DC e tecnici, con l’appoggio esterno di monarchici, liberali, repubblicani e l’astensione del PSDI e del MSI.
Dalla fine di agosto scoppiò improvvisa una crisi nei rapporti con la Jugoslavia di Tito sul Territorio Libero di Trieste. Una disputa dai toni elevati, in cui l’Italia ottenne l’appoggio occidentale e su cui si preparò in armi. Peraltro ci fu anche un voto unanime parlamentare per la tutela dei diritti italiani in tutto quel Territorio. Gli ultimi giorni di settembre, il Consiglio Nazionale DC elesse De Gasperi nuovo Segretario DC, con un terzo di schede bianche nella votazione. In breve il nuovo Segretario chiarì la posizione DC sul governo, definendolo “un governo amico”, prendendone così le distanze. A ottobre divenne sempre più pubblico il clamoroso scandalo – il primo della Repubblica – legato alla morte di Wilma Montesi, una giovane uccisa sei mesi prima a Torvajanica, scandalo in cui era pesantemente implicato un musicista, figlio di Attilio Piccioni. Lo scandalo proseguì con intensità crescente per un lunghissimo periodo (e ci fu anche chi scrisse che si trattava di un’azione costruita dai servizi segreti inglesi in non buoni rapporti, a causa di problematiche mediterranee, con il degasperismo di cui Piccioni era uno dei massimi esponenti). Nell’ultimo trimestre ’53, la situazione a Trieste fu assai agitata , con punte di sommossa, contro le pretese slave e le posizioni fiancheggiatrici della sinistra. Il Presidente Pella, essendo in discussione un’amnistia generale non specifica su Trieste, tenne una linea assai discussa anche all’interno della DC. Di fatti l’amnistia, una volta approvata, avrebbe comportato la scarcerazione dei partigiani rossi, considerata da Scelba una minacciosa avanzata dei comunisti. Tramite un colloquio di Pella con il Segretario DC poco prima di Natale, il dissidio sembrò chiuso nel segno della mutua fiducia e collaborazione. Eppure, nei giorni seguenti, volendo Pella procedere ad un rimpasto – che prevedeva una sostituzione al Ministero dell’Agricoltura , assegnandolo a un DC contrario alla riforma agraria che era stata ed era una bandiera della DC degasperiana – creò una spaccatura senza rimedio nella DC. E Pella si dimise.
Nei medesimi giorni, i primi di gennaio 1954, scoppiò un secondo scandalo. La pubblicazione sul settimanale Candido, diretto da Guareschi, delle lettere su carta intestata della Segreteria di Stato del Papa a firma De Gasperi con cui nel 1944 avrebbe sollecitato gli Alleati perché bombardassero Roma (anche su questo scandalo fu scritto che era un’azione dei servizi segreti inglesi). De Gasperi querelò immediatamente (stampa e opinione pubblica erano dalla sua parte). Guareschi venne condannato per diffamazione in un processo lampo, condanna contro cui non fece appello.
In ogni caso, le dimissioni di Pella non scalfirono il modo di essere della DC. De Gasperi, pur segretario, non esercitava più la presa carismatica di un tempo e spuntavano le prime pulsioni correntizie. La corrente di maggior rilievo era quella fanfaniana di Iniziative Democratica (nata diciotto mesi prima da una costola dei dossettiani) e così la DC unanime optò per chiedere di dare l’incarico a Fanfani. La linea era nella sostanza una cautissima prospettiva di apertura a sinistra. L’incarico fu dato e Fanfani allestì un monocolore con l’appoggio del PRI, però non ottenne la fiducia in Parlamento, perché il PLI si astenne e tutti gli altri votarono contro. Nella sostanza fu evidente che la DC, nel suo insieme, pensava essenzialmente ad esercitare la propria egemonia. Come se ci fossero i numeri del 1948 però comportandosi al contrario in termini politici, perché nel 1948, pur avendo la maggioranza assoluta, aveva scelto la collaborazione con i laici centristi, non l’autoreferenzialità. Appunto perché il fare la diga contro il socialcomunisti e contro il revanscismo fascista , richiedeva non solo i voti dei laici centristi ma soprattutto la loro cultura più aperta di quella del cattolicesimo politico.
Il pericolo dell’egemonia si percepì nella stessa DC, ma con ritrosia su lato sinistro. Per questo De Gasperi non riuscì a indicare la candidatura di Piccioni. La candidatura dello stesso De Gasperi fu esclusa apertamente da Saragat. Alla fine prevalse quella di Mario Scelba, convinto fautore della coalizione democratica, il quale varò un tripartito DC-PSDI-PLI, con Vice Saragat . Piccioni agli Esteri, altri tre socialdemocratici e tre liberali, Raffaele De Caro ai Rapporti con il Parlamento, Gaetano Martino all’Istruzione e Bruno Villabruna all’Industria, creando una struttura in grado di difendere la laicità dell’istruzione contro il confessionalismo cattolico, e di assicurare una linea economia einaudiana.
Nel discorso per la fiducia, Scelba fu pacato ma inequivoco. Chiese il voto a tutti “i partiti con i quali la Democrazia Cristiana aveva in comune l’accettazione piena, leale e sicura della Costituzione e con i quali aveva altresì collaborato, negli anni passati, alla costruzione del Paese”. Parole che suscitarono dure critiche dalle opposizioni, da destra e da sinistra, in specie dei socialisti.
I primi di aprile, il Consiglio Nazionale PLI, visto che Villabruna era divenuto Ministro, si riunì per eleggere il nuovo Segretario. La maggioranza che aveva eletto Villabruna, l’ala sinistra, presentò Francesco Cocco Ortu ma a sorpresa venne scelto di misura (il 53,2%) Giovanni Malagodi, iscritto PLI da un biennio. Peraltro vennero confermati da tutti i motivi ideali del Convegno dell’unificazione di Torino.
Alla fine di aprile, venne un’ampia conferma della direzione di marcia della DC in vista del suo Congresso di due mesi dopo. Gronchi e Fanfani dichiararono l’intenzione di sostenere l’apertura a sinistra verso i socialisti nenniani, pur ribadendo il sostegno al Governo Scelba. In sostanza si trattava di un movimento felpato per ricuperare il primato DC proseguendo ad esercitare la funzione di diga imperniandosi sull’egemonia politica della cultura cattolica. Il movimento fu avallato a metà maggio dalla nomina di De Gasperi quale Presidente della Comunità del Carbone e dell’Acciaio. Il che equivaleva al lasciare vacante la Segreteria DC.
Malagodi percepì nettamente le manovre democristiane e argomentò con forza a favore della formula centrista. Tuttavia, centrava il suo argomentare sulla inadeguatezza dei socialisti, ma non affrontava il nodo della natura DC rispetto al rinnovamento delle strutture civili da fare. Una simile scelta – che da allora fu permanente – in primo luogo era carente nel merito e poi agevolava il clima politico generale, secondo cui il metro dell’essere agenti del cambiamento era solo il rapporto con il PSI, dimenticandosi di chiarire quali proposte concrete occorressero per avviare le riforme coerenti, necessariamente basate sulla libertà dei cittadini. Inoltre, la stessa scelta errata servì, al passare delle settimane, alla sinistra interna del Partito, la quale divenne più insofferente perché il Segretario insisteva nel ribadire le tesi liberali. Questo invece di per sé era corretto, l‘errore stava nel non affrontare il nodo DC. Ma su questo aspetto sorvolava pure la sinistra interna.
Nella DC il Congresso di fine giugno andò nella direzione politica prevista . De Gasperi, quasi dettando le ultime volontà, dipinse i caratteri della DC auspicata, che dovevano essere democratici, pluralisti, solidaristi, con l’obiettivo di sostenere i più disagiati, i contadini, i proletari, la classe media. Non erano vuote parole. Delineavano una società interclassista, con un robusto afflato religioso, certo non del tutto chiusa ai problemi della libertà individuale, ma molto lontana da loro nell’ispirazione. Era la base del via libera a Fanfani. Di fatti, subito dopo, Fanfani fu eletto nuovo Segretario. A metà agosto, De Gasperi , da tempo malato, scomparve.
Nel frattempo lo scandalo Montesi si era sempre più irrobustito, e quando le indagini si strinsero attorno al figlio cui intanto venne ritirato il passaporto, Attilio Piccioni si dimise da Ministro degli Esteri. Era il 18 settembre 1954. Rapidamente, il Presidente Scelba spostò Gaetano Martino agli Esteri, avvicendandolo all’Istruzione con un DC, Ermini. La sinistra PLI tentò di incolpare Malagodi, sostenendo che il Ministero dell’Istruzione era per il liberalismo più importante di quello degli Esteri. Però Martino chiuse la questione dichiarando che la Segreteria Malagodi non c’entrava e che si era trattato di un’iniziativa del Presidente Scelba e sua (da non dimenticare che tale avvicendamento finirà per acquisire un’importanza storica non solo per il PLI).
In due settimane, il nuovo Ministro usufruì del precedente lavoro dello stesso Scelba e della rete diplomatica, per arrivare alla stipula del Memorandum di Londra. Stabilì la divisione amministrativa del Territorio Libero di Trieste, la Zona A (Trieste e dintorni) divenne Italia, la Zona B (parte dell’Istria) divenne Jugoslavia. Doveva essere un accordo provvisorio, restò definitivo. A parte il tema triestino, il Ministro degli esteri Martino era impegnato con forza su quello della prospettiva europea.
Intanto , la DC, con la segreteria Fanfani, stava assumendo una nuova mentalità politica. Fanfani intendeva far diventare la DC un partito di massa, con un ruolo egemone senza incertezze e azzardi controproducenti. Una linea assai decisa, quasi prorompente, che però si scontrava non solo con quella della destra interna sconfitta al Congresso, ma anche con alcuni settori favorevoli all’apertura a sinistra. I quali iniziarono a sostenere che lo strapotere fanfaniano era inadatto a preparare l’apertura, cioè all’attrarre nuove forze nell’orbita della politica democratica. Tra questi due gruppi, gli sconfitti e il gruppo Gronchi Gonella, si formò una convergenza operativa. Prima ad inizio ’55 (in occasione della scelta del nuovo capogruppo alla Camera) il Segretario e il Presidente del Consiglio prevalsero confermando Moro (ma il candidato in opposizione Andreotti ottenne più del 40% dei voti), poi ad aprile (quando si trattò di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica) le opposizioni guidate da Andreotti, Gonella , Pella, Togni, impedirono l’elezione di Merzagora candidato dal duo Fanfani Scelba e alla quarta votazione riuscirono ad eleggere uno di loro, Giovanni Gronchi, sul quale ottennero la convergenza del PCI, del PSI e dei monarchici di Lauro (fino ad arrivare al 79%).
Nel semestre dopo la nomina, il Ministro degli Esteri Martino si era concentrato sul come riuscire a riprendere, irrobustendolo, il cammino che portasse a costruire un’Europa fondata in prospettiva, a passo a passo, sui cittadini e non sugli Stati. Naturalmente lavorò attraverso i suoi rapporti con i Ministri omologhi ma l’obiettivo istituzionale era strettamente innovativo, non di manovra tattica a fini di potere, come in casa DC. I paesi coinvolti erano i sei della Comunità del Carbone e dell’Acciaio , Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda. I quali peraltro manifestavano approcci differenti. La Francia pensava di ripetere la procedura della CECA, integrando il settore atomico sul quale riponeva anche aspirazioni nazionali; il Belgio e l’Olanda propendevano per un mercato federalista da realizzarsi appunto mediante un accordo comunitario tra gli Stati. Martino organizzò per i primi di giugno 1955 a Messina e Taormina la Conferenza in cui i sei Ministri degli Esteri, influenzati dal padrone di casa, raggiunsero un accordo improntato all’equilibrio delle posizioni , che si rivelerà capace di sviluppare una forza innovativa di livello storico.
L’equilibrio della Conferenza di Messina fu il varare due proposte. Una, quella dell’Euratom, ricalcava nel settore dell’atomo la strada del Carbone e dell’Acciaio (dunque rientrava nelle abitudinarie strutture statali). La seconda, la Comunità Economica Europea, era del tutto innovativa perché delineava un disegno di mercato comune tra i paesi contraenti non a loro circoscritto in chiave federale, bensì tendenzialmente aperto ai cittadini ivi conviventi. Simili conclusioni politiche di principio avviarono un processo di approfondimento e di elaborazione che in nemmeno due anni porterà ai Trattati di Roma (con cui agli Stati si assegnava il compito di avviare il processo di integrazione europea un po’ alla volta, muovendo dai rapporti quotidiani tra i cittadini, quelli economici). L’importanza della Conferenza di Messina non venne sul subito avvertita. Eppure essa fu una eccezionale progressiva concretizzazione del principio liberale per cui lo sviluppo muove dai comportamenti dei cittadini individui. Da allora iniziò il cammino dell’Europa vera di specie liberale, non di quella sognata (e perciò avulsa dal liberalismo) a Ventotene, per di più neppure mai decollata.
A metà giugno, i furibondi contrasti politici interni alla DC – che chiedeva a Scelba di continuare le trattative per un rimpasto che ribadisse l’essenzialità delle proposte DC – e principalmente il nuovo rifiuto del PRI all’appoggio, indussero il governo alle dimissioni.
Ancora una volta, la parte più moderata della DC ritenne di dover riequilibrare la nomina a Presidente della Repubblica di un dichiarato esponente della sinistra DC. Come conseguenza fu deciso di sostituire il dimissionario Scelba con Antonio Segni, un esponente meno legato al degasperismo, più aperto ai cambiamenti sociali (aveva sostenuto la linea delle riforme agrarie), di sicuro contrario ai socialcomunisti e convinto assertore del ruolo preminente della DC. Così Segni varò i primi di luglio un nuovo tripartito DC, PSDI, PLI con l’appoggio esterno del PRI. Il PLI confermò, anche nei Ministeri, De Caro e Martino, all’Industria portò Cortese (che era sottosegretario alle Finanze) al posto di Villabruna, e di nuovo tre sottosegretari (Badini Confalonieri, esteri, Bozzi, demanio, Capua agricoltura).
Negli USA il Presidente Eisenhower proseguiva a governare adottando un sistema originale. Distinguere gli impegni urgenti (quelli che richiedono una reazione pronta) da quelli importanti (quelli che corrispondono agli obiettivi scelti). Applicando con fermezza tale sistema, riusciva a svolgere grandi moli di lavoro quotidiano senza trascurare le cose importanti. Inoltre a metà luglio del 1955, Eisenhower favorì il vertice di Ginevra, con l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna e la Francia, a livello di Primi Ministri, Nicolaj Bulganin, Anthony Eden e Edgard Faure. Era il primo incontro dei quattro vincitori della Seconda Guerra Mondiale, dopo un decennio di guerra fredda. I sei giorni di vertice costituirono un momento di rilievo per l’allentamento diplomatico delle tensioni politiche tra i blocchi. Ma i punti di vista dei partecipanti erano diametralmente opposti, e pertanto non ci furono dei risultati veramente concreti al di là di quello del parlarsi. Tuttavia, è certo che il parlarsi, anche se non basta, è il primo passo inevitabile per riuscire a comporre i dissidi.
Una metodica assai differente da quella di Ginevra – eppure analoga nell’obiettivo di risolvere i contasti di opinioni d’ogni genere – portò in Italia ad una realizzazione nel primo semestre del Governo Segni. Si giunse a nominare la prima Corte Costituzionale, che da sette anni era già prevista nella Costituzione. Di fatti, far nascere quest’organo di grande rilievo non aveva avuto vita facile, poiché nel concetto contrastava con varie mentalità. Le quali, nel configurarne struttura e modalità di nomina, avevano ritardato l’intera procedura istitutiva. Innanzitutto, la ritrosia della sinistra che non voleva accettare il sistema secondo cui le scelte del parlamento, rappresentante dei cittadini, venissero sottoposte ad un qualche giudizio che non provenisse dal suffragio elettorale. Inoltre, che i titolari del giudizio fossero , oltre ai parlamentari nominati con procedure di garanzia, esponenti di varie categorie, preparati ma privi di specifica legittimazione in termini di rapporto con i cittadini. E poi anche la contrarietà di ampie fette delle burocrazie, che non volevano l’equilibrio dei poteri e si opponevano a che la legislazione fosse sottoposta a valutazioni insindacabili di un organo ad esse estraneo. Insomma, giudicare sulle controversie di legittimità costituzionale delle leggi dello Stato e delle Regioni e degli atti aventi forza di legge, oppure sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni e tra le Regioni, tutto ciò finiva per dare alla Corte Costituzionale un potere sovrastante al Parlamento. O meglio, questa era la tesi delle mentalità frenanti.
In realtà il concetto Corte Costituzionale è un tipico concetto di matrice liberale. Per i liberali la libertà richiede non soltanto che le scelte di fondo nel convivere siano sempre affidate a meccanismi imperniati sui cittadini, ma anche che in nessun momento si crei un gruppo o una persona che domina gli altri. Da qui deriva che la potestà legislativa del parlamento o il comportarsi del governo deve in ogni caso rispettare il dettato della Costituzione e che tale rispetto debba essere valutato dall’organo Corte Costituzionale, composto adoperando la logica pluralistica nel coinvolgere culture e soggetti di provenienza. Per tutto ciò, la tesi delle mentalità frenanti non aveva alcuna ragion d’essere ed esprimeva solo la volontà di conservare l’esistente non facendo crescere i meccanismi di controllo imperniati sui giudizi pluralisti.
Il 25 ottobre 1955 si ritirarono dall’Austria le truppe americane, russe, inglesi e francesi che l’avevano occupata per un decennio divisa in quattro zone. In realtà il Trattato di Stato che ripristinava l’indipendenza austriaca era stato firmato dalle quattro potenze Alleate il 15 maggio precedente. In quei dieci anni, a partire dalle elezioni nel novembre del 1945, l’Austria era stata governata da una coalizione tra i Cristiano Democratici e i Social Democratici , guidata, con l’accordo tra gli Alleati, dal Cancelliere Leopold Figl, nonché aiutata fin a subito dalla neonata ONU, sempre mantenendosi suddivisa in due aree separate, quella occidentale e quella orientale. La grande scarsità di materie prime e l’intervenuto smantellamento degli impianti industriali da parte sovietica, favorì il crearsi di un mercato nero per alimentarsi. Dal 1948 l’Austria fu interessata dal Piano Marshall, che fu essenziale per la rinascita economica effettiva, seppure con misure assai rigide, nei due settori occidentale (soprattutto) ma anche quello orientale . Da quell’ottobre ’55, il Parlamento austriaco approvò la neutralità permanente tra i due blocchi, la Nato e il Patto di Varsavia. Restò in carica il Governo già esistente, con Cancelliere Julius Raab sostenuto sempre dalla solita coalizione Cristiano Democratici e Social Democratici.
A fine anno 1955, in Italia, la componente di sinistra abbandonò il PLI per dar vita al nuovo Partito Radicale. Fu un ulteriore episodio della politica di un vecchio liberalismo attento più che al confronto sulle idee, alle convenienze personali, e di conseguenza assai lento a cogliere il nuovo nella libertà in maturazione. Non a caso gli argomenti dei fuoriusciti si fondavano sulla considerazione che “dall’abbandono incondizionato del Ministero della Pubblica Istruzione, il PLI è stato definitivamente assoggettato alla volontà di potenti gruppi monopolistici e si è trasformato in strumento obbediente ad una ristretta oligarchia”. L’incapacità di cogliere in prospettiva l’importanza del passaggio di Martino al Ministero degli Esteri (unita al focalizzarsi sulla semplicistica valutazione negativa del rapporto con i produttori industriali ed agricoli) da una chiara misura di quanto episodi del genere – che poi ammorbarono per un decennio il clima politico intorno al PLI – trasformarono una comprensibile valutazione critica sulle procedure operative della Segreteria Malagodi in un’azione politica disgregatrice, e perciò dannosa per l’intera cultura liberale. Anche perché quest’azione fu sostenuta con felpata determinazione dalla continua campagna da parte dei partiti di sinistra e di non pochi ambienti giornalistici finanziati dall’area DC avversa al PLI, per cultura e su spinta del Presidente dell’ENI, interessato a dominare le scelte politiche onde avere mano libera, mentre Malagodi non formulò mai una risposta adeguata. Tanto che qualche mese dopo, al VII Congresso Nazionale, si mostrò titubante ancora verso la DC. Sia nell’escludere cartelli laici (“perché porterebbero alla rottura con la DC”) sia avvertendone i difetti (“indifferente verso le regole del diritto e le esigenze dell’economia”, e dedita ad “un’antipatia di fondo in certe sue correnti verso il liberalismo”) senza trarne le conseguenze politiche.
L’anno 1956 fu il palcoscenico di almeno due scossoni nei rapporti politici internazionali, con effetti permanenti, ambedue in direzione di un più ampio e libero livello partecipativo. A febbraio, il XX Congresso del Partito Comunista dell’URSS, denunciando i crimini di Stalin, aprì la strada alla destalinizzazione. Il Congresso era iniziato il 16 febbraio e alla sua fine, il 25, in una seduta riservata ai delegati, il segretario Nikita Kruscev dette lettura di un rapporto segreto che svelò una parte dei crimini staliniani e condannò il culto della personalità. Il documento integrale, reso pubblico poco alla volta, scosse il comunismo internazionale. In particolare aprì le crisi in Polonia e in Ungheria. L’URSS risolse la crisi polacca riaccogliendo il fino ad allora dissidente Gomułka, mentre in Ungheria , nonostante che nell’estate avesse rimosso uno stalinista da Segretario del Partito Comunista magiaro, non evitò che all’inizio autunno scoppiassero a Budapest manifestazioni di protesta studentesche. Reclamavano il ritiro delle truppe sovietiche e un rapporto equilibrato con l’URSS. La polizia segreta reagì sparando, di rimando i civili organizzarono la guerriglia, scontrandosi con le truppe sovietiche. A fine ottobre, il nuovo governo appena insediato riconobbe il carattere democratico dell’insurrezione, sciolse la polizia segreta , annunciò il ritiro delle truppe russe, abolì il partito unico, si ritirò dal Patto di Varsavia, dichiarò l’Ungheria neutrale. Nelle settimane seguenti, l’URSS ricuperò il controllo con i soldati. La destalinizzazione e le vicende ungheresi in specie, lasciarono il segno e furono dirompenti in occidente, provocando diffusi ed accesi dibattiti che misero alla frusta le radici stesse della cultura comunista.
L’altro scossone internazionale dell’autunno 1956 fu la crisi del Canale di Suez. Questo canale era da ottanta cinque anni il collegamento breve tra il Mediterraneo e il Mar Rosso , un percorso essenziale per il petrolio. La proprietà della Compagnia del Canale era di Francia e Gran Bretagna in collaborazione e costituiva un’attività molto lucrosa. Dal 1955, questa infrastruttura venne coinvolta in un’altra questione di grande rilievo nazionale.
Il Presidente della Repubblica Egiziana colonnello Nasser , al fine di affrontare in modo consistente il grave problema dell’approvvigionamento idrico del suo paese, era alla spasmodica ricerca di un grande finanziamento al fine di costruire sul Nilo la colossale Diga di Assuan (avrebbe aumentato di un terzo la superficie coltivabile dell’Egitto e di metà la produzione di energia elettrica). Appunto nel 1955 venne predisposto un finanziamento di circa 270 milioni di dollari (56 dagli Stati Uniti, 14 dalla Gran Bretagna e il resto dalle garanzie della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo). Però, tra la fine del ’55 e i primi mesi del ‘56, emerse l’incertezza di tale finanziamento, sia per motivi procedurali, sia perché lo stesso Nasser dichiarava ai giornali che anche l’URSS era pronta ad effettuarlo. A questo punto , visto che Nasser manovrava per usare sia gli occidentali che i sovietici, il 19 e il 20 luglio ’56 Stati Uniti e Gran Bretagna tolsero la disponibilità al finanziamento.
Trovandosi alle strette, Nasser – leader antiimperialista, assertore dell’Unione degli arabi, molto ostile a Israele – decise un’altra via che gli desse le risorse per la diga e insieme mettesse in risalto la sua politica innovativa. Il 26 luglio 1956 annunciò la nazionalizzazione della Compagnia del canale.
Colpiti nell’immagine e nel portafoglio, i governi di Londra e Parigi decisero di trovare il modo per un intervento militare. Verso fine ottobre, a Sèvres, vi fu un incontro segreto in cui si accordarono i rappresentanti di Francia, Regno Unito e Israele. Israele avrebbe invaso l’Egitto (con il quale aveva un conflitto permanente), motivando così un intervento di Francia e Regno Unito quale forza di interposizione. E questo avrebbe implicato la ripresa del loro controllo sul Canale. Così il 29 ottobre l’esercito israeliano invase la Striscia di Gaza e il Sinai, il 31 Francia e Regno Unito intervennero via aria decollando dalle portaerei nel Mediterraneo e bombardando le infrastrutture militari egiziane. Nasser bloccò il Canale ma non riuscì a respingere l’attacco. L’esercito israeliano conquistò quasi tutta la Penisola del Sinai. Dal 5 novembre, con una manovra a tanaglia, gli anglofrancesi furono paracadutati all’imboccatura del Canale sul Mediterraneo e dall’altro lato avanzarono via terra verso l’imboccatura del Canale sul Mar Rosso.
A questa iniziativa militare di successo, pose un formale alto là l’URSS, da tempo in crescente cooperazione con l’Egitto. Ma critiche fortissime vennero pure dagli Stati Uniti (all’epoca impegnati in elezioni Presidenziali, che confermarono a valanga Eisenhower), i quali realisticamente videro nell’iniziativa una forma di colonialismo vecchio stampo. E che inoltre , considerata la quasi contemporanea invasione russa dell’Ungheria, non intendevano consentire agli alleati di usare certi sistemi di forza. Di fatti, il Presidente USA minacciò l’Inghilterra, qualora a Suez non si fosse fermata, di alienare le riserve del Tesoro USA in sterline e di provocare il crollo della valuta inglese. Venne trovata una soluzione sostituendo le truppe anglofrancesi con una forza di interposizione delle Nazioni Unite (in seguito, nel marzo del 1957, Israele si ritirò dai territori occupati e nell’aprile venne riaperto il Canale di Suez sotto il controllo dell’Egitto).
La guerra per il Canale di Suez costituì una svolta sul teatro mondiale. Segnò la fine delle pratiche colonialiste della Francia e del Regno Unito in Africa e l’emergere del prestigio internazionale di Nasser quale leader panarabo. Segnò pure il rafforzarsi dello Stato di Israele quale soggetto militare efficace. Soprattutto segnò, nei rapporti tra gli Stati, l’avvio di una pratica che si andava profilando: cioè che, al di là delle condizioni materiali di ciascuno, diveniva determinante l’appartenenza culturale ad un tipo di sistema istituzionale oppure ad un altro. Insomma, la scelta della cultura pubblica da fare al momento pesava molto di più del perpetuare la tradizione. Ciò era un’ulteriore evolversi dei meccanismi della libertà individuale.
Infine, in Italia, nel 1956 ci fu il riflesso forte degli avvenimenti in campo mondiale. Nel PCI emerse il non voler riconoscere i comprovati guasti insiti nella dottrina marxista in sé (approvò l’URSS seppure prospettando una via italiana al socialismo) e al tempo stesso nell’area PSI spuntò l’iniziale sgretolarsi della fiducia nelle idee marxiste e della fede nei partiti operai come erano allora (seppur non ancora disgiunto dallo staccarsi dal patto di unità d’azione con il PCI). Da segnalare poi un altro episodio apparentemente minore ma non poco significativo. Nell’ottobre il Ministro degli Esteri Martino osservò che insistere nelle indagini sulle stragi nazifasciste in Italia avrebbe “incoraggiato le critiche nei confronti del comportamento dei militari tedeschi” e in Germania rafforzato “la resistenza interna contro l’ingresso nella NATO“. Una simile presa di posizione , lungi dal costituire un arretramento sui principi di libertà, ne era un’applicazione avveduta. Perché la libertà non può mai separarsi dal tempo in cui opera. E continuare a voler stabilire la verità giuridica sulla libertà dopo oltre un decennio dai fatti, finisce per attribuire alla libertà valori fuori del tempo al momento che non le appartengono.Da segnalare poi un altro episodio apparentemente minore ma non poco significativo. Nell’ottobre il Ministro degli Esteri Martino osservò che insistere nelle indagini sulle stragi nazifasciste in Italia avrebbe “incoraggiato le critiche nei confronti del comportamento dei militari tedeschi” e in Germania rafforzato “la resistenza interna contro l’ingresso nella NATO“. Una simile presa di posizione , lungi dal costituire un arretramento sui principi di libertà, ne era un’applicazione avveduta. Perché la libertà non può mai separarsi dal tempo in cui opera. E continuare a voler stabilire la verità giuridica sulla libertà dopo oltre un decennio dai fatti, finisce per attribuire alla libertà valori fuori del tempo al momento che non le appartengono. Da segnalare poi un altro episodio apparentemente minore ma non poco significativo. Nell’ottobre il Ministro degli Esteri Martino osservò che insistere nelle indagini sulle stragi nazifasciste in Italia avrebbe “incoraggiato le critiche nei confronti del comportamento dei militari tedeschi” e in Germania rafforzato “la resistenza interna contro l’ingresso nella NATO“. Una simile presa di posizione , lungi dal costituire un arretramento sui principi di libertà, ne era un’applicazione avveduta. Perché la libertà non può mai separarsi dal tempo in cui opera. E continuare a voler stabilire la verità giuridica sulla libertà dopo oltre un decennio dai fatti, finisce per attribuire alla libertà valori fuori del tempo al momento che non le appartengono.
Inoltre, l’Italia come gli altri cinque paesi partecipanti alla Conferenza di Messina, svolsero un serrato lavoro per preparare i testi di principio che avrebbero costituito i Trattati costitutivi. In concreto fu fatto da un Comitato, con sede a Bruxelles e presieduto dal Ministro degli Esteri belga, Spaak. Il tutto supervisionato dal Ministro italiano, in vista della stipula che avvenne il 25 marzo del 1957 con la firma dei Trattati di Roma, che dettero vita alla Comunità Europea per l’Atomo e soprattutto alla Comunità Economica Europea, la CEE.

