Non molti giorni dopo l’uscita su Libro Aperto, numero di ottobre dicembre, dell’interessante articolo di Riccardo Ferri a proposito di una vera difesa per l’UE (che ha il merito di aver riaperto tra i liberali un confronto fino allora assente), Romano Prodi, un protagonista da decenni della politica italiana e di quella europea, ha rilasciato dal Global Forum di Lugano un’intervista alla Stampa sul medesimo tema. Ed ha ripetuto un’idea che lui sostiene da diversi mesi. “Di fronte ai cambiamenti che si stanno verificando nel mondo è una necessità assoluta costruire una difesa comune. Non è necessario avere un esercito, ma almeno un luogo in cui si decida insieme. Difesa comune significa che qualcuno prende decisioni valide e accettate da tutti”.
Una simile idea parte dalla corretta intenzione di superare l’incertezza che attanaglia l’UE da oltre due decenni. Ma poi, asserendo che non è necessario avere un esercito, non da alla difesa comune uno strumento che la faccia funzionare senza incertezze e nell’ambito della coerenza con la natura stessa dell’UE. Anzi fa supporre di voler persistere in politiche strutturalmente incerte ed estranee al legame costitutivo tra l’UE ed i suoi cittadini.
Non per caso nella medesima intervista, poche righe dopo, Romano Prodi afferma “Devo dire con orgoglio che durante la mia Commissione abbiamo messo in atto l’euro, abbiamo fatto l’allargamento… e poi c’è stata la bocciatura del progetto di Costituzione da parte della Francia. Lì è cominciata la decadenza della capacità di decidere”. Per approfondire la questione difesa comune, occorre partire da queste ultime righe. Poiché sono un concentrato di asserzioni in contrasto con l’innovativa concezione dell’Europa indicata nei Trattati di Roma , maturata positivamente nel corso di 35 anni e regredita a poco a poco dopo Maastricht, inducendo da allora il progressivo aumento dell’incertezza nell’agire UE e quindi nella sua efficacia.
Primo contrasto. L’euro è nato violando il criterio della maturazione dei cittadini europei per far crescere l’Europa. Un criterio essenziale che indicava il non prescindere mai, prima di procedere, dall’effettivo maturare delle condizioni civili e che mai è stato seguito dai vecchi stati di mero potere. La moneta unica viola talmente questo criterio che ancora oggi l’Eurozona comprende solo i ¾ dei membri UE. In pratica l’euro è una moneta usata in larga parte dell’Europa ma non è la moneta UE. Una realtà che si cerca di mascherare invano.
Secondo contrasto. Allargare l’UE è stata l’ossessione da Maastricht in poi. Fino ad allora in 35 anni i membri erano passati da sei a dodici, dopo di allora sono divenuti 28 in poco più di un decennio. Non è una questione numerica. E’ che venne trascurato lin pieno il criterio del far maturare in ogni singolo paese candidato la convinta adesione dei cittadini al modo di essere europeo. Quindi fare un allargamento non meglio specificato, di per sé non è davvero un merito. Anzi può essere stato un contributo involontario alle disfunzioni crescenti. Perciò è del tutto assurda l’attuale insistenza del responsabile della politica estera, Kaja Kallas, nel sostenere ancora che l’interesse dell’UE sarebbe l’allargarsi (tipica aspirazione degli Stati di potere) e nel vantarsi di realizzare l’ingresso di altri cinque paesi candidati nel prossimo quinquennio.
Terzo contrasto. Il progetto di Costituzione UE firmato a Roma nell’ottobre 2004 e formulato sugli sviluppi del dopo Maastricht senza ricuperare l’essenza dello spirito originario del rapporto con i cittadini, non entrò in vigore perché venne bocciato nei referendum in Francia ed anche in Olanda. Perciò, affermare che ciò ha dato inizio alla decadenza della capacità di decidere, significa di fatto asserire che la capacità di decidere non doveva spettare ai cittadini europei ma solamente alle elites che gestivano il potere e che avevano concordato il regressivo progetto di Costituzione poi bocciato.
A questo punto, esaminiamo le altre parole di Prodi sopra richiamate. “Non è necessario avere un esercito, ma almeno un luogo in cui si decida insieme. Difesa comune significa che qualcuno prende decisioni valide e accettate da tutti”. Sostengono che ai fini della difesa comune è indispensabile non l’avere un esercito ma il decidere insieme. Ora le due asserzioni – da un lato l’escludere che la difesa comune richieda l’esistenza di un esercito europeo formato, finanziato, diretto dall’UE e dall’altro lato l’insistere sulla necessità di decidere insieme – non sono asserzioni distinte tra loro. Sono due asserzioni accomunate dalla medesima volontà strategica del mantenere la chiave di qualsiasi scelta dell’UE nelle mani dei gruppi al comando (e non dei cittadini).
Di fatti, la prima asserzione è ai limiti del surreale. Nel settore della difesa comune europea, escludere l‘importanza dell’esercito equivale al teorizzare una di queste tre alternative, magari intrecciate. Che l’UE non avrà mai bisogno di difendersi (il che è fuori della realtà, cosa oggi evidente). Oppure che qualcun altro difenderà l’UE (la NATO lo fa da sempre, però oggi vengono richiesti più soldi e sta divenendo una prospettiva traballante) o che i singoli membri UE attaccati si difenderanno ciascuno con le forze di cui dispone (con l’aggiunta dell’ombrello Trattato di Maastricht, art.42 comma 7, “qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata sul suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e soccorso”). Ambedue queste ultime alternative, la NATO e ognuno per conto suo, non richiedendo uno specifico impegno da parte dei cittadini europei o dei loro rappresentanti parlamentari, consentono ai gruppi al comando UE di non venir disturbati nelle loro trame. Lo stesso avviene con la seconda asserzione, quella dell’insistere sulla necessità di decidere insieme circa la difesa comune UE. Oltre a procrastinare la risoluzione effettiva della difesa comune, limitarsi a tale comportamento senza coinvolgere né cittadini né parlamentari, lascia campo libero ai gruppi al comando UE di trattare la difesa comune a loro piacimento senza concretizzarla.
Questo è il quadro delle intenzioni politiche emergenti dall’intervista di Prodi. Intenzioni non condivisibili, dato che le vicende di quest’ultimo quindicennio sono inequivoche. Quando hanno campo libero, i gruppi al comando UE non sono brillanti (come minimo) nel gestire gli interessi UE. Basti pensare alla attuata frammistione UE NATO. Da quando nel 2014 è divenuto Segretario della NATO Stoltenberg, l’ex Primo Ministro socialista della Norvegia (che non è membro UE), la NATO, invece di restare al proprio ordinario compito militare, ha voluto allargarsi brigando per fare dell’Ucraina una pedina contro l’autocrazia russa e così l’ha spinta al non rispettare gli accordi di Minsk (da essa firmati insieme a Russia, Germania e Francia) che prevedevano l’inserimento nella Costituzione Ucraina di un’autonomia speciale delle regioni Donbass e Lugansk. Questione decisiva per la Russia. La NATO ha stuzzicato per anni l’autarchica Russia inducendola a reagire invadendo l’Ucraina. Così oggi c’è una guerra non piccola nel cuore dell’Europa. L’UE si trova da quattro anni sempre più coinvolta nelle trame politiche della NATO e dei suoi ambienti più decisi a cercare lo scontro con la Russia senza curarsi degli interessi UE (l’episodio più recente mentre scrivo, è l’offerta del Fondo di Stato Norvegese di una garanzia di 100 miliardi di euro purché l’UE decida di confiscare i i fondi russi congelati al momento nella banche UE per assegnarli al l’Ucraina, cosa che, per validi motivi giuridici, diversi membri UE sono ritrosi a fare). L’UE continua peraltro a rimanere passiva e, per trarsi dagli attuali impacci, neppure si pone il problema di sfruttare la sua maggiore risorsa: l’originale rapporto istituzionale con i propri cittadini all’insegna della libertà individuale.
Insomma, è urgente rendersi conto che la difesa UE vera e propria non è un problema risolvibile mediante artifici verbali che eludono gli aspetti concreti. La difesa comune UE o viene concepita come un passo ulteriore dell’innovativo progetto politico europeo o resta – oltre al fuoriuscire dalla fisiologia UE – un chiacchiericcio funzionale agli interessati tatticismi delle elites UE al comando. La difesa comune è un obiettivo importantissimo, ma si soddisfa davvero solo impegnandosi a porre apertamente la questione al centro del dibattito politico tra i cittadini europei, riuscendo a mutare i Trattati e a dotare l’UE di Forze Armate proprie espresse dai cittadini europei. Ci sono altri importantissimi settori, quali la politica estera e quella fiscale, da inserire nel perimetro europeo. Ma l’urgenza della difesa comune UE è prioritaria, se si vuole davvero mantenere l’UE e la sua libertà al riparo dalla guerra.

