Cultura moderna e religione: sei parole mancanti

Scritto per il periodico on line ITALIALAICA

 

L’articolo della politologa Nadia Urbinati  (Repubblica, 18 febbraio) va letto perché ragiona sul rapporto cultura moderna religione. In particolare,  dovrebbero leggerlo i laici per rilevare che non vi compaiano alcune parole e domandarsi il perché, cioè riflettere su quali siano i reali  ostacoli culturali per la ripresa di una politica di separazione stato religioni. Non compaiono le sei parole, cittadino, individuo, laico, separatismo, libertà, sperimentare. Siccome la professoressa è preparata, non è  cattolica, né marxista né di destra, la non comparsa delle sei parole ha un significato.

La tesi della Urbinati è quella della religione incompresa.  “La  nostra cultura illuministica si è radicata per domare il potere del fenomeno religioso. Ma la convinzione di averne ridotto la forza le si è ritorta contro….. gli intellettuali occidentali sembrano aver smarrito la capacità di comprendere il fenomeno religioso.. Per molti di loro la religione è un segno che sta per qualcos’altro: la narrativa che sostituisce le ideologie politiche decadute; il mezzo per mostrare contrarietà a leggi e sistemi politici; l’arma per denunciare la discriminazione, la marginalità, l’esclusione.” Effettivamente, scrive la Urbinati, la religione muove la paura e comanda l’obbedienza, dunque è servita negli Stati per indurre a fare cose  altrimenti impensabili.  La cultura moderna è riuscita a domare e de-potenziare il tremendo potere della religione,  permeando la vita civile della cultura dei diritti.

Tuttavia, la convinzione di aver domato la forza religiosa, le si è come ritorta contro, rendendola incapace di comprendere appieno la religione, che vien letta come  un arcaismo e un rifugio per chi non ha risorse culturali ed economiche sufficienti. La cultura dei diritti ha modificato il fenomeno religioso ma non ne ha cambiato la natura. E come scrisse Norberto Bobbio, i credenti accettano la tolleranza come una regola di prudenza ma non l’abbracciano come un imperativo o un principio in sé. E’ stata la cultura dei diritti, scrive la Urbinati, a farci capire che l’autore di una satira si può criticare ma non sopprimere: “qui sta tutta la differenza del mondo“.

In conclusione, la Urbinati osserva che  “la tolleranza  sa suggerire comportamenti strategici senza bisogno di cambiare l’attitudine spirituale del credente”, e che ciò  “nei Paesi occidentali funziona abbastanza bene perché opera all’interno di una cultura etica imbevuta di un seme religioso preponderante. La cultura europea ha una sua omogeneità, sia quando parla la lingua della religione che quando parla la lingua dei diritti“. Questa omogeneità, precisa la Urbinati, “fa dimenticare la radicalità del fenomeno religioso…. fa dimenticare che la religione non è una visione del mondo come le altre”. E alla fine definisce “sensato e saggio l’argomento che ci invita a considerare le condizioni del dialogo e dei suoi limiti, che ci ricorda la natura irriducibile e radicale della religione, che ci mette in guardia dal pensare che le condizioni materiali di vita siano, al fondo, la sola e vera posta in gioco di chi crede in un dio….Sarebbe riduttivo pensare che, se la religione è permeabile all’intolleranza. ciò è perché le persone non sono abbastanza benestanti, colte, integrate, riconosciute.”

Come si vede, il ragionamento della Urbinati appartiene al filone laico liberale. Non a caso conclude criticando con fermezza  il pauperismo fondamentalista secondo cui la violenza del mondo originerebbe dalla povertà e dall’incultura tollerate dall’occidente. Ma è una conclusione apodittica, che non coglie il punto. Allora perché nell’articolo della Urbinati non compaiono le sei parole?

L’autrice potrebbe sostenere di ritenerle implicite nel concetto di cultura illuministica. Non sarebbe una concezione solo sua, però resta una concezione infondata. Basta pensarci con attenzione per concludere che le sei parole appartengono sì al filone della cultura illuminista, ma che il filone della cultura illuminista ha prodotto anche pratiche e concetti che sono l’opposto di quelle parole. Usare quelle sei parole è quindi indispensabile per individuare senza  equivoci il filone entro il quale si intende operare. Altrimenti richiamare l’illuminismo è un puro dato cronologico che non tiene conto degli oltre due secoli intercorsi, del tempo che scorre, dei mutamenti intervenuti. Ne è un riscontro il fatto che l’articolo della Urbinati sostiene giustamente che lo strumento della cultura moderna per depotenziare la religione è stata  la cultura dei diritti, però non precisa mai i diritti di chi e cosa. Eppure i diritti del cittadino individuo non equivalgono affatto ai diritti della persona, siccome i primi attengono al come organizzare il convivere tra cittadini diversi mentre i secondi all’appartenere al popolo del Dio, che fornisce i precetti di vita dell’autorità religiosa  estranea al passare  del tempo e alle scelte dei conviventi.

Trascurare le sei parole stravolge i rapporti con la religione.  La religione non è un punto di vista come un altro appunto perché non applica di propria iniziativa nessuno dei concetti espressi con ciascuna delle sei parole: trasforma il cittadino che sceglie in fedele seguace dell’autorità, trasforma lo spirito critico dell’individuo in rotella del popolo di Dio, trasforma il laico autonomo in fedele ubbidiente pur non sacerdote, trasforma la neutralità istituzionale separatista in istituzioni clericali, trasforma la libertà in sudditanza verso la Chiesa, trasforma lo sperimentare in repliche immutabili della verità religiosa e del richiamo spettacolare.

Pertanto la religione non è in alcun modo miscibile con dare regole alla convivenza restando legati ai fatti. Viceversa, la professoressa  non lo esclude, se scrive di cultura europea omogenea nel parlare sia di diritti che di religione, perché la cultura etica dell’illuminismo è imbevuta di un seme religioso preponderante. Ma non è affatto vero che la religione abbia contribuito alle idee e alle pratiche descritte dalle sei parole. Ha contribuito solo se si prescinde dalle sei parole. Sennò è successo esattamente il contrario. Sono quelle idee e quelle pratiche applicate con faticoso lavoro ai rapporti tra i cittadini nella realtà per decenni, che hanno obbligato anche la religione della Chiesa ad alcuni avanzamenti, in ogni caso sempre tardivi e parziali dal punto di vista civile.

Insomma, non ci può liberare della cappa religiosa nel governare il convivere, se non si coglie espressamente il punto che i diritti della cultura moderna si fondano sull’apporto critico di ogni cittadino attraverso il conflitto democratico, e non possono basarsi sui temi di fede presi come indirizzo legislativo. La finalità dei diritti del cittadino individuo non è mai negare la propensione umana, ineliminabile, a disporre del conforto religioso per sognare il non ancora noto (come facevano positivismo e marxismo). E’ rendere possibile i diversi apporti dei cittadini per trovare, sperimentandone i risultati, regole ed iniziative istituzionali che ora ed in prospettiva rendano migliore le condizioni del convivere. La libertà di religione consegue alla libertà di essere diversi. La religione è compresa solo quando si considera una diversità di ciascuno e non la fonte del rassicurante bene comune (non ipotizzabile senza legare la diversità individuale e bloccare il cambiamento).

Cogliere il significato dei diritti del cittadino individuo e il loro funzionare da motore del convivere adattandosi al tempo per aprirsi e migliorare, fa allora comprendere che il mondo laico italiano deve cessare di rincorrere la politica di potere tra schieramenti statici (legata ad una cultura del tutto contradditoria ai fini laici) ed impegnarsi per incentrare il dibattito sul tema della laicità nel convivere. Cominciando da tre argomenti di concreta attualità. L’immediata attuazione  della delibera della Corte dei Conti fortemente critica verso il meccanismo del 8 per mille (che scade a fine maggio), la revisione di norme scolastiche imbarazzanti che assoggettano la scuola pubblica alle scelte delle curie, e in prospettiva il superamento del sistema concordatario, una vergogna per i laici, oltretutto superflua stante la libertà religiosa in Italia.

 

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