Aspetti della presenza della Massoneria a Firenze

Convegno dell’Istituto Gramsci organizzato dal PCI il 17 e 18 gennaio

ATTI – Intervento di RAFFAELLO MORELLI, Consigliere Regionale PLI

Desidero fare alcune osservazioni sopratutto su quello che è stato il dibattito di questi mesi nella città e nella Regione, sulla lettura seppure rapida di alcune relazioni e sull’ascolto nell’ultima ora e mezzo di due degli interventi. Purtroppo impegni di varia natura – che affliggono tutti ma che noi liberali essendo più piccoli soffriamo di più – mi hanno impedito in questi due giorni di essere presente prima per seguire il dibattito, come sarebbe necessario partecipando a Convegni di studio di questo tipo.

Il senso di questo intervento è dar testimonianza della misura o dei punti sui quali noi condividiamo le ragioni per le quali ci stiamo domandando tutti perché un certo tipo di associazione segreta è cresciuta nel nostro Paese e in particolare in Toscana, in che modo lo ha fatto e fino a quale livello, e per dare anche testimonianza, viceversa, dei punti di non consenso o di dissenso circa alcuni metodi per ovviare, in termini politici e legislativi, al propagarsi di questo sistema associativo e all’inquinamento progressivo della vita pubblica.

Quanto al primo punto, al punto dei larghi consensi, senza dubbio si può dire – e credo che ce lo riconosciamo non come un merito ma come un dovere di qualsiasi cittadino – che della necessità di trasparenza nello Stato e dell’impegno politico per proteggere dall’inquinamento le istituzioni e l’azione di Governo nel suo complesso, noi liberali ne abbiamo fatto la nostra bandiera in tempi molto lontani, davvero insospettabili, fin dalla seconda metà degli anni sessanta. Allora presentammo, inascoltati anzi derisi innanzitutto dai gestori del potere, dei progetti piuttosto specifici, ad esempio sull’Anagrafe patrimoniale degli uomini pubblici, e poi in continuazione abbiamo sempre apertamente sostenuto che in uno Stato, quale il nostro, fondato sulla democrazia rappresentativa, tutti i cittadini hanno il diritto di sapere non solo quali decisioni vengono prese, ma anche i meccanismi con cui queste decisioni vengono prese, perché altrimenti il cittadino non è in grado di dare giudizi e non è in grado quindi di svolgere la propria funzione di elettore che sceglie.

Sotto questo aspetto, dunque, condividiamo a fondo questa preoccupazione che la vostra area politica particolarmente avverte e che l’ha portata a tenere due convegni, quello nazionale di Arezzo e quello di oggi, più di studio. L’attenzione a queste cose è tanto più importante in quanto alle radici della degenerazione dell’ associazionismo di tipo riservato – che, a quanto pare di capire, anche voi riconoscete come fatto tradizionale non della vostra area culturale, ma comunque democraticamente accettabile – alle radici di queste degenerazioni c’è senza dubbio la repulsa alla politica come disegno generale complessivo. Spesso negli ambienti che hanno la tendenza a chiudersi in sè stessi, si inizia con una propensione corporativa per finire alla propensione affaristica e un po’ alla volta, man mano che si procede nell’affarismo, qualsiasi gruppo, qualsiasi processo e qualsiasi atteggiamento che viceversa si sforzano di portare la trasparenza nelle istituzioni, sono av­vertiti con fastidio crescente. Si arriva a considerarli come un gruppo politico sociale, come un processo, come un meccanismo da combattere perché chiaramente destinato ad essere preclusivo del perseguimento degli affari che si vorrebbero concludere. Un meccanismo di questo genere può innescarsi senza iniziali velleità eversive e antidemocratiche, ma nella semplice convinzione di meglio soddisfare le proprie aspirazioni. In particolare, lo sbocciare della P2 in Toscana è stato anche una reazione al modo di far politica nella nostra regione che è un modo piuttosto penetrante, incessante, continuo e che, senza dubbio, alcuni non condividono. Eppure può trattarsi di persone democratiche perfettamente disponibili alla democrazia. La colpa vera di queste persone non è certo quella di associarsi riservatamente ma è appunto quella di non avere sufficiente consapevolezza dei nessi tra democrazia e impegno politico di trasparenza, e di trovarsi naturalmente predisposte, nel partecipare alle associazioni riservate, a divenire facile preda di altri che invece vogliono usarli e farli strumento per altri fini, gli affari concepiti in modo strutturalmente illecito.

Per restare ai consensi, è da sottolineare positivamente che nell’analisi _di  questo  convegno,  come  in  quella  dei  liberali,  non  si  fa  della  caccia  alle  streghe. Fino a qualche mese fa credevo che l’epoca della caccia alle streghe  fosse un ricordo del passato ma poi altre aree politiche l’hanno fatta rivivere. E allora, non praticarla diviene un dato positivo essenziale. Anche per poter stabilire momenti di convivenza civile. Voi comunisti, appunto, siete dei forti assertori della necessità di fare politica, di portare avanti dei disegni complessivi ed anche di essere trasparenti, ma chiarite – mi pare – che questa necessità non significa chiusura alla possibilità di esperienza nel privato, esperienza che voi giudicate tradizionale e forse ancora un po’ di tipo sorpassato, ma che comunque, oltre che rientrare apertamente nel dettaro stituzionale, è sostanzialmente da voi riconosciuta come una forma di partecipazione di tipo diverso da quello per voi più congeniale ma certamente non foriera di atti antidemocratici.

Questo è molto importante. Implicitamente significa convenire circa lettura dell’art. 18 della Costituzione sulle associazioni. I divieti costituzionali sulle associazioni sono tesi ad impedire che attraverso le associazioni armate oppure le associazioni segrete il cittadino elettore possa essere spogliato delle sue prerogative istituzionali, di cui la prima è contribuire a decidere. Per questo noi liberali riteniamo che le associazioni segrete abbiano la radice della loro incostituzionalità nell’impedire che divenga percepibile il meccanismo di formazione delle decisioni pubbliche. Da qui la differenza tra la segretezza (che attiene il pubblico) e la riservatezza (che attiene solo il privato) e da qui appunto la legittimità della legge nazionale n. 17 del gennaio 1982 che detta norme di attuazione di tali principi.

E in questo ambito, vi è un terzo punto di consenso. Dalla vostra area è emersa una proposta di regolamentazione, cioè di adempimento al disposto dell’art. 4 della legge 17 statale, che sotto alcuni aspetti a noi sembra molto chiara proprio perché non vuole aprire la caccia alle streghe, ma vuole applicare quelle che sono le norme costituzionali e quelle che sono le leggi dello Stato. Mi riferisco espressamente al fatto che la proposta presentata dal Partito Comunista, prevede la perseguibilità solo per i membri di associazioni riconosciute segrete dalla Magistratura. Qualcuno potrebbe dire che ciò è ovvio. Se si esula dall’ambito della Magistratura, si fuoriesce dal diritto e dalla democrazia per entrare nella logica dei giudizi di Dio. E i giudizi di Dio si fanno a Teheran, non si fanno in Italia. Purtroppo non è così ovvio tanto che in Regione c’è anche un’altra proposta di legge, della Democrazia Cristiana, che, almeno nella lettera, consente di aprire la stagione della caccia alle streghe, consentendo ad un organismo pubblico, la Giunta Regionale, di stabilire se un’associazione è un’ associazione segreta da sciogliersi e di cui perseguire gli aderenti ai sensi della legge 17 statale.

Che nella proposta di legge, del PCI, l’ultima in ordine di tempo presentata alla Regione, ci sia sufficiente chiarezza su questo punto che è fondamentale per condurre la battaglia contro l’inquinamento della vita pubblica in termini di razionalità e di costruttività, è cosa importante che conferma la linea della proposta liberale.

Nella stessa logica è importante anche il principio, dai liberali ribadito più volte, che il raggio di applicazione della legge devve essere esteso agli Enti di ambito regionale, quindi anche agli Enti locali per le funzioni delegate. Naturalmente tenendosi in stretto collegamento con i normali accertamenti della Magistratura ordinaria non ricorrendo mai, ed anzi rifiutando, il prin­cipio del giudizio sommario. Queste convergenze tra l’impostazione della proposta di legge liberale e quella della proposta del PCI sono assai signifi­cative. Ciò vuoI dire che, a parte le differenze che pure esistono, si possono fare insieme almeno i primi passi della strada necessaria per andare a combattere chi vuole insinuarsi nelle strutture statali per inquinare il funzionamento. E si può fare insieme certi discorsi facendo soprattutto chiarezza sulla necessità di combattere le associazioni segrete in quanto intrinsecamente volte a fini di distorsione della macchina democratica e sull’obbligo di condurre questa lotta, questo combattimento, senza contraddire i principi di fondo della nostra democrazia che devono essere il fine e al tempo stesso lo strumento della nostra azione politica.

Tutte queste non sono cose da poco. C’è però un altro punto su cui invece siamo di differente opinione. Un’opinione differente che è auspicabile possa trovare una composizione alla luce di un confronto serio, approfondito, tra persone che hanno rinunciato alla atmosfera di inquisizione che pure, se ho ben capito, è aleggiata anche qui in interventi dell’area democristiana, ispirati all’idea che il male è annidato dovunque e che allora il gruppo del bene è opportuno si riunisca e, come Minosse, stabilisca insindacabilmente quali sono le condanne da appioppare a questo o a quello. Lasciando agli altri l’atmosfera da inquisizione ed esaminando costruttivamente le cose, il punto del dissenso non è comunque irrilevante anche se poi consiste in un articolo che neppure prevede una sanzione, e che quindi è un articolo puramente declaratorio e dimostrativo, presente nella proposta di legge presentata dal PCI. Questo articolo, nella logica di combattere le associazioni segrete, stabilisce l’obbligo per tutta una serie di personaggi pubblici di dichiarare – e, insisto, un obbligo senza sanzione, quindi non so nemmeno cosa succederebbe se poi si scoprisse che non hanno adempiuto correttamente – di dichiarare la loro appartenenza a qualsiasi associazione. Per completezza occorre dire che al riguardo c’è poi anche la proposta di un altro gruppo ma credo che finirà per cadere. Infatti, prevede l’obbligo di dichiarare di “non appartenere ad una associazione segreta”, ma siccome l’associazione segreta è notoriamente un reato per la legge italiana, sarebbe come chiedere a questi personaggi – è già stato detto, non dico nulla di nuovo – di affermare di non aver rubato o di non aver commesso un falso. Certo non possono autoaccusarsi.

Invece la proposta del PCI è diversa e dice: «Obbligo di dichiarazione di appartenenza  a  qualsiasi  società  o  associazione».  Cioè  una  persona  che  viene  eletta o Consigliere Regionale o designata dall’Ente pubblico o che è dipendente di un Ente pubblico, dovrebbe dichiarare le associazioni di qualsiasi tipo di cui fa parte, dal gruppo sportivo del Bar all’ angolo, fino all’ Accademia dei Lincei. Ora qui io, anche se la cosa ha un suo fondamento, non vorrei davvero fare la questione di tipo giuridico, se questo è costituzionale oppure incostituzionale, se le Regioni possono o non possono con una legge del genere intervenire in una materia che attiene lo status di consigliere regionale. Trattare la cosa sotto questo profilo – anche se non credo vi sia competenza della Regione su questo settore – finirebbe forse per far perdere di vista il motivo principale per cui questa proposta è un errore. È un errore perché, con l’obbiettivo di combattere il cattivo funzionamento delle istituzioni derivante dall’inquinamento da parte di gruppi che si associano segretamente per fini intrinsecamente incostituzionali, si sancirebbe un altro principio che è piuttosto pericoloso. E cioè quale principio si introdurrebbe? La possibilità di comprimere, forse sino al soffocamento, il diritto al privato.

Personalmente sono stato oggetto di una garbata ironia da parte de «I’Unità» un mese o due fa. Perché questi Liberali parlano della “privacy”? Ma quale cosa strana è? lo credo che il privato sia una cosa importante per tutti. Anche, in larga misura, per il Partito Comunista, quello Italiano almeno. Credo che sia sopratutto una conquista civile della democrazia. Anche se occorre precisare che, se questa proposta divenisse legge, sarebbe assai più limitativa del diritto al privato di quanto avvenisse sostanzialmente in epoca del ventennio. In  sostanza,  per obbligare a dichiarare tutte le associazioni di cui certe categorie di cittadini fanno parte, di fatto si innesca un meccanismo che tocca uno  degli aspetti più delicati di uno stato democratico, appunto il diritto al privato.

Ecco su  questo noi liberali abbiamo delle gravi perplessità. Ci sembra che voler conoscere atteggiamenti e scelte private per farne una ragione di valutazione politica, sostanzialmente ridefinisce le caratteristiche del sistema democratico, negando, sia pure indirettamente, che vi sia spazio per il privato. Ma questo è in contraddizione sia con la linea di fondo del pensiero occidentale sia con il dettato costituzionale. Non solo. Si porrebbero di fatto vincoli alla libertà di associazione che è tutelata e non soggetta ad  autorizzazione per scopi e oggetti privati. Il fatto è che la “privacy”, la riservatezza circa la propria vita privata – si può ironizzare quanto si vuole – è cosa ben diversa dalla segretezza per segreti che sono di per sé delittuosi e incostituzionaìi. Per noi, lo spazio del privato e la difesa dello spazio del privato sono un dovere fondamentale. Sono un vero e proprio interesse, non privato, bensì pubblico. Gli Stati democratici si sono costituiti anche per difendere la possiblità che esista il diritto al privato, perché che esista questa dimensione del cittadino è un interesse pubblico. Ed è evidente che questa riservatezza connessa al diritto al privato, chiaramente non è in alcun modo un ostacolo di fronte ad eventuali richieste della Magistratura perché nel momento che la Magistratura sospetta dei reati, vi sono gli ordinari strumenti giudiziari che vanno al di là della privata riservatezza.

Non è neppure possibile tentare dei paragoni con lo strumento di trasparenza che è l’anagrafe patrimoniale dei pubblici amministratori di cui noi liberali siamo stati proponenti abbastanza fortunati, tutto sommato, perché ci abbiamo messo tanto ma poi, con la collaborazione di tutti, siamo arrivati a farla approvare. In effetti solo erroneamente si può pensare alle problematiche economiche come a questioni di tipo riservato; lo Stato moderno è al contrario fondato sul criterio del pagare le imposte secondo il reddito, che dunque deve essere noto allo Stato e non attiene al solo privato. L’anagrafe patrimoniale dei pubblici amministratori consente che tutti conoscano quan­to lo Stato già conosce. Il diritto al privato attiene invece a cose del tutto private. Non è perciò fattibile una equiparazione tra la dichiarazione dei redditi e la trasparenza della dichiarazione dei redditi da un lato, con la di­chiarazione di appartenenza a qualsiasi associazione degli uomini pubblici, dall’altro  lato.   

Ciò detto, vorrei concludere dicendo questo. La battaglia per la traspa­renza, per spezzare le incrostazioni diffuse che nel nostro Stato, si voglia o non si voglia, esistono, deve passare anche attraverso uno studio di ideali tavole sinottiche ordinate secondo tempi, di varie associazioni, di varie situazioni di potere, regionali, non regionali, locali, nazionali. E questo studio farebbe vedere che interpretazioni, da noi magari non condivise integral­mente – perché da buoni laici ci atteniamo ad un punto di vista razionale e non facciamo d’ogni erba un fascio – non possono però essere liquidate, come chi mi ha preceduto ha tentato di fare, dicendo: «No, noi non ci era­vamo, noi non c’entriamo con questo sistema di influenze più o meno oc­culte». Un partito non può prima gestire il potere in un certo modo e dopo sostenere di esserne del tutto estraneo, facendo una sorta di gioco delle tre carte imperniato sull’appartenenza a diverse correnti interne. È un sistema, in Italia, largamente usato dai grossi partiti, ma noi siamo contrati.

E allora, questo confronto di tavole sinottiche delle varie situazioni politiche e di potere, di affari e di commistioni, è un qualcosa che fa capire come questo problema in Italia è un problema reale, oltretutto non un problema limitato. In Toscana si può chiamare P2, in Sicilia Mafia e in Campania Ca­morra, ma è un problema reale del nostro Stato. È un problema che richie­de un grosso sforzo di analisi e poi, una volta formulata anche parzialmen­te, di individuare terapie possibili, il tutto insieme ad una forte capacità di impegno esterno nella società. Né basta, secondo la vecchia terminologia dei partiti di massa, mobilitare. Occorre puntare sempre sulla crescita di consapevolezza in ciascun cittadino circa le condizioni di funzionamento di uno stato democratico e circa le tentazioni di distorcere questo funzionamento sempre presenti all’interno del corpo stesso della società democratica.

Se si vuole fare questa battaglia con il minimo di sprechi, con il minimo di difficoltà per il massimo di efficienza e di eseguibilità, bisogna fare attenzione ad adottare strumenti che in ogni snodo, in ogni passaggio, non siano in sé contradditori con i principi ai quali si ispira questo impegno di bonifi­ca, di lubrificazione, di trasparenza dello Stato. Voler introdurre l’obbligo di dichiarazione di appartenenza a qualsiasi associazione, vorrebbe dire adotta­re un sistema non coerente con lo sforzo di comprensione e di impegno po­litico che tutti noi sinceri democratici e onesti democratici dobbiamo avere.

Riassumendo. La nostra presenza ha voluto essere un riconoscimento al vostro Convegno e anche un modo di illustrare, in una sede meno istituzio­nale del Consiglio Regionale, la ratio di un punto di vista diverso per lo strumento che si pensa di usare, al fine di perseguire il medesimo obiettivo: quello di rendere finalmente il nostro Stato una casa di vetro, secondo le parole del nostro Presidente Einaudi.

 

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