Un titolo distorcente (a Emiliano Liuzzi)

Egregio Direttore,

all’intervista a tutta pagina dell’economista Massimo Morelli , il vostro giornale ha dato il grande titolo ” L’etica nel mercato per vincere la crisi”. Questo titolo non corrisponde al senso delle dichiarazioni del professore riportate nell’intervista. Con questo titolo, il professore sembrerebbe  affermare che, per correggere le distorsioni del mercato che hanno portato alla crisi americana, occorre introdurre l’etica nel mercato, quasi che il mercato da solo non possa farcela e solo lo Stato possa garantire l’etica. Le argomentazioni del professore vanno in tutt’altra direzione.

Il professore Morelli critica la realtà del mercato americano. Nell’ordine critica il fatto che il passaggio dei lavoratori alla proprietà azionaria delle grandi aziende ha significato il distacco tra rischio e rendimento. Il fatto che i manager delle corporations hanno stipendi non soltanto molto alti, ma indipendenti dai risultati ottenuti nella loro gestione aziendale, e dunque indipendenti dal rischio e dai rendimenti effettivi. Il fatto che , invece di pensare all’economia reale,  il clima politico americano ha favorito il credito facile, i mutui spazzatura, la deregolamentazione ( che, nella situazione americana, equivale all’ideologismo liberista), i bassi interessi, piuttosto che pensare a dare fiducia al cittadino nelle cose da fare reali sottostanti. E non per caso richiama Keynes. Al cavallo si può dare acqua ma non obbligarlo a bere.

La questione del titolo distorcente non è banale perché, invece di restare abbarbicati al pregiudizio che l’unico problema economico della convivenza sia la lotta al mercato, si deve al contrario accettare  (finalmente)  l’idea che, per migliorare la convivenza, in Italia bisogna introdurre più mercato. Sapendo per lunga esperienza che il mercato non è assenza di regole bensì l’opposto, dare regole adeguate al tempo per consentire a ciascun cittadino di esprimere al meglio le proprie iniziative.  L’attività di costruire le regole del mercato è il fulcro di qualsiasi attività politica  degna di questo nome. E costruire regole pensate per rendere massima la partecipazione dell’individuo cittadino, sottoponendosi a giudizio, è fare politica liberale ( la politica che manca in Italia).

Il titolo attribuito all’intervista del professore, è poi ancor più errato in un’ottica livornese. A questo proposito, infatti, il professore dice che occorre far ripartire lo sviluppo, facendo interventi (dalla profondità dei fondali del porto alla collaborazione finanziaria pubblico-privato) che sfruttino  le grandi potenzialità livornesi. E  allora anche qui, mancano non lo statalismo e il conformismo , ma la volontà di regole e iniziative che rompano i privilegi esistenti, sterili continuismi,  anche politici  e inneschino un’attività economica più aperta ( che so, riparazioni navali piuttosto che rendite di posizione).

Perché, come sosteneva Keynes, è necessario che il cavallo abbia acqua e voglia bere. E  in Italia si dimentica sempre che Keynes, non era socialista e socialisteggiante, ma un lord liberale.

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