A propostio di omelie ed evasione fiscale (a Luigi Caranti)

La ringraziamo per il Suo commento, ma non possiamo sottacere che il Suo modo di argomentare  fa un po’  di confusione sul concetto di liberalismo.

Infatti,  la laicità delle istituzioni – che del liberalismo è un cardine – comporta che un Presidente del Consiglio non arruoli mai la Chiesa ai fini di far funzionare lo Stato, neppure quando il fine è ritenuto commendevole. Lei, invece, assume come politicamente accettabile ( se non per Lei ovvio ) che la Chiesa si occupi di questioni pubbliche non nell’ambito del magistero suo proprio ( e dunque parlando alle coscienze e mantenendosi fuori del contesto politico) ma assumendo in prima persona un ruolo politico. Per questo, Lei entra direttamente in discettazioni sul senso della morale cattolica come se spettasse a Lei quale cittadino quello che forse (perché sul punto la Chiesa non è d’accordo ) potrebbe spettare ad un credente: di indicare alla gerarchia i modi per influenzare la vita pubblica. Questo Suo punto di vista è estraneo al liberalismo.

L’abc del liberalismo pone la libertà religiosa, come scelta e come pratica, tra le libertà essenziali di ogni cittadino per rendere possibile la convivenza civile. Ma respinge ogni idea di fare della religione e delle gerarchie – magari quando fa comodo – strumento di sostegno delle istituzioni o di loro fonte. Oltretutto, pagare le imposte non può e non deve essere un atto di fede nello Stato o nel potere, ma una consapevole accettazione dello stretto legame di rappresentanza tra Stato e cittadino, regolato da leggi liberamente decise secondo procedure democratiche aconfessionali.

Non a caso, in questi giorni perfino la stessa Chiesa ha richiamato con garbo la sua funzione di evangelizzatrice di anime e una giornalista di tradizione cattolica ha sottolineato che “non abbiamo bisogno di teocrazie” e che “sarebbe un peccato mortale abbassare il messaggio cristiano al livello dello scontro politico”.

La linea liberale di tener fuori la Chiesa dal terreno politico non è un vezzo culturale, è uno strumento operativo indispensabile. Specie oggi, di fronte all’accresciuta pressione dei fondamentalismi che costituisce un pericolo reale per tutte le democrazie, non solo per quella italiana.

 

Luigi Caranti  –  sabato 4 agosto 2007

ma quale tradimento della laicità delle istituzioni? è tradire lo spirito laico invitare una chiesa sempre più attenta alle questioni pubbliche (italiane) a non preoccuparsi solo bioetica, aborto ed eutanasia, ma, visto che c’è, spendere una parola anche a favore di una più civile convivenza? se la morale cattolica deve influenzare la vita pubblica, che almeno lo faccia a tutto tondo, ossia ricordando che dovere di un buon cristiano è di non rubare -segretamente- al prossimo facendo sì che sia il prossimo da solo a farsi carico delle spese dello stato. questo è un tradimento? un liberale per rimanere liberale non può muovere una critica alla chiesa? temo che facciate un po’ di confusione su quel che entra e quel che non entra nel concetto di liberalismo.

 

Una mail della Federazione  dei Liberali scrive il 1 agosto 2007:

” Un terzo degli italiani evade. E’ inammissibile. Per cambiare mentalità occorre che tutti, a partire dagli educatori, facciano la loro parte, scuola e Chiesa comprese. Perché, quando vado a Messa, questo tema non è quasi mai toccato nelle omelie ? Eppure ha una forte carica etica“.
Romano Prodi, Presidente del Consiglio, a Famiglia Cristiana

Parole che sono una radiografia nitida della differenza fra la concezione pubblica di una mentalità da potere principesco e quella propria di una convivenza civile liberale.
La prima, pur mossa dalle migliori intenzioni, finisce per considerare le tasse un obbligo etico. E si preoccupa di farlo rispettare con la pressione psicologica, anche ossessiva, per imporre un comportamento conformistico. La storia dice che la fiscalità del principe ha la magrezza della precarietà e che, più si affida alla forza, più è esposta ai sotterfugi e poi al rischio delle rivolte fiscali, in cui si contesta, insieme all’obbligo etico, la stessa fonte del potere.
La seconda ritiene le imposte un tassello dello stretto legame di rappresentanza tra stato e cittadino, su cui converge l’interesse di rendere possibili, finanziandoli, gli strumenti regolatori della libera convivenza. La storia dice che lo stato liberale adotta meccanismi normativi pubblici capaci, per la loro semplice evidenza e per la loro equità percepita, di spingere ai comportamenti finanziari desiderati.
Nella fattispecie, la mentalità da potere principesco, pur di irrobustire la propria    propaganda,    giunge a violare uno dei capisaldi dello stato liberale, quello della laicità delle istituzioni. E pretende di dettare alla Chiesa quali omelie la Chiesa dovrebbe fare. Ma per i liberali, il modo d’essere religioso della Chiesa è una libera determinazione sua. E, in ogni caso, la missione della Chiesa attiene alla cura delle anime, non ai modi dell’organizzazione dello stato (fisco incluso).
Se il Presidente del Consiglio quantifica l’evasione in un terzo dei contribuenti, il livello è tale da non rendere credibile una sorta di immoralità diffusa. Se il dato è reale, si tratta piuttosto del sintomo di una rivolta fiscale seppur contenuta. E la causa andrebbe cercata nelle norme contorte e vessatorie, nelle strutture pubbliche inadeguate per indagini non persecutorie e davvero efficaci, nella insufficiente percezione da parte del cittadino di una equità nell’esercizio della funzione pubblica. Sollecitare alla Chiesa omelie funzionali alla fiscalità, non cura i difetti strutturali e ad essi aggiunge quello di una minor libertà religiosa. Per un cattolico adulto, un ambo non da poco.

 

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