I VOLENTEROSI: un successo e un dilemma

 

Il convegno dei Volenterosi del 29 gennaio ha avuto successo sia per l’attenzione dei media (ed era abbastanza scontato) sia per l’andamento della discussione e per l’atmosfera percepibile tra i partecipanti (che scontato non era). Affrontare questioni concrete e scambiare idee sul da farsi ragionando in modo concretamente argomentato, non è poco nel deserto della politica come partecipazione dopo un decennio di  adunate  attorno a slogans trionfalistici. Ora si tratta di non adagiarsi sugli allori e di sviluppare il successo  ribadendo la completa estraneità alla logica delle adunate.

Sotto questo aspetto, credo che i Volenterosi non potranno eludere una questione. Quella del meccanismo che pensano di adottare per passare dalla loro volontà di  riforme al metterle in tavola. Sul punto neppure da Milano è venuto un indizio. Anzi, è stato ribadito il concetto dell’ultimo paragrafo del Manifesto costitutivo, e cioè che, per dirla con Nicola Rossi, non vogliamo fare né un partito né un movimento.

La questione è essenziale. Infatti non è affatto evidente come sia possibile trasformare una volontà di riforme in una politica di riforme prescindendo dalle scelte di quali riforme propugnare come motore di comportamenti politici. Per la fase della maturazione della volontà, ci vogliono e ci sono centri culturali di vario tipo e livello ma ho l’impressione che, pur non disdegnando gli approfondimenti culturali, i Volenterosi ambiscano ad un ruolo diverso. Per la fase della politica delle riforme non vedo come sia possibile eludere il dilemma:  o si arriva alle scelte politiche anche in forme nuove ( e necessariamente rischiose) oppure non si mette in tavola alcunché di proprio. In questo senso, la parola d’ordine né partito né movimento è solo una provocazione depistante per non dire quello che invece si farà? Oppure cela l’intento di ritagliarsi il ruolo operativo  di consulenti? Oppure che altro?

I Volenterosi liberali pensano che senza una consapevole partecipazione dei cittadini diviene difficile, se non impossibile, mettere in tavola riforme di natura liberale. Comunque ben vengano proposte di altre vie. Solo che si arrivi a individuare quali. Bruno Tabacci ha detto che i partiti sono peggio dei patti di sindacato e Savino Pezzotta che manifestare è facile, il difficile è governare l’indomani. In ambedue i casi, emerge l’esigenza di porre le riforme condivise come elemento aggregante di una scelta politica. Altrimenti, da dove potrebbe derivare la forza per attuare le riforme ? Vi è , non esplicitata, l’alternativa di farsi consulenti, nella logica del non schierarsi ma di promuovere la discussione.  Storicamente, però, questa logica da benpensanti in pantofole può forse essere utile in situazioni di arretratezza ove la debolezza del tessuto civile non consente di puntare davvero ad un cambiamento forte del potere dominante. Certo non è utile in casi come l’Italia odierna, ove il problema è proprio quello di trovar la forza di promuovere il cambiamento per evitare l’arretramento civile e la chiusura dei circuiti sociali. Il discutere le riforme in concreto, oggi in Italia, o approda allo schierarsi, anche con schieramenti nuovi, o rimane una chiacchera. Eppure a Milano il grande cartello dei Volenterosi recitava “il riso non si cuoce con le chiacchere”. Appunto.

Oltretutto nella cucina italiana già c’è diverso riso al fuoco, ma purtroppo di  qualità non liberalizzante. La lenzuolata di liberalizzazioni di Rutelli e Bersani può esser utile per vincere il confronto con il precedente governo, ma non va oltre provvedimenti di portata simbolica limitati ai settori dei mestieri lontani dal bacino elettorale del centro sinistra. Se si tratta di avviare grandi meccanismi  di convivenza imperniati sull’apertura agli interessi del cittadino, si imbocca la strada opposta. Uno dei Volenterosi, Francesco Giavazzi,  ha denunciato con forza  il disegno implicito nella creazione, promossa da parte del Ministro dell’Economia e da importanti banche (che Giavazzi definisce amiche), del Fondo per gli Investimenti Infrastrutturali, F2i. Un disegno che vede il Governo far nascere attraverso la Cassa Depositi e Prestiti un potente centro finanziario ad azionariato ripartito fra una cerchia di potenti banchieri di fatto autoreferenziali, destinato ad acquisire il controllo proprietario delle reti di luce, gas e telefonia.

Ora, che i gestori di servizi Enel, Eni e Telecom perdano il controllo sulla proprietà delle rispettive reti fisse, è giusto dal punto di vista di una cultura liberalizzatrice, ma non è per nulla giusto che il nuovo proprietario sia un centro a dominante influenza pubblica(come emerge dal fatto che il Ministro Padoa Schioppa propaganda la nuova creatura con un impegno ed un’enfasi incomprensibili se l’influenza corrispondesse al 14% in esso detenuto dalla Cassa Depositi e Prestiti). In pratica, il F2i, per attuare la separazione della proprietà  delle reti dalla loro gestione, conserverà la proprietà nell’ambito del dominio pubblico, addirittura estendendola nel caso della telefonia ( come prevedeva il famoso ed ipocritamente rinnegato piano Rovati, braccio destro finanziario di Prodi). E ciò contrasta con la logica liberalizzatrice, che punta ad un funzionamento più efficiente e al minor costo per il cittadino prodotti dalla possibilità di continue innovazioni. Il che porta ad inquadrare la separazione della proprietà e della gestione delle reti in un sistema di controlli e di contendibilità diffusi, garantiti non dalla proprietà pubblica bensì dalla supervisione di forti Autorità Indipendenti che diano norme generali e regolino i prezzi nei vari ambiti lasciando ampi spazi all’inventiva dell’operatore.

Il disegno politico finanziario  del Governo sta avanzando a grandi passi senza alcuna preventiva discussione pubblica. E non casualmente la posizione di Giavazzi e di altri Volenterosi si è subito rivelata priva di appoggi sia nel centro  sinistra che nel centro destra. Nel centro sinistra perché si sostiene che l’importante è arrivare alla separazione superando ostacoli ancora forti, e nel centro destra perché prevale l’anima cripto dirigista di Giulio Tremonti che, in analogia alla  famosa richiesta di dazi contro i cinesi, vorrebbe contrapporre al monopolio russo di Gazprom il piccolo monopolio ENI e neppure pensa, essendo un  europeista scettico, a patti d’acquisto a livello europeo tra gestori nazionali non monopolisti. Peraltro, se negli schieramenti esistenti questi appoggi  non ci sono, il ruolo di consulente diviene impraticabile. Allora, quale altra strada c’è per i Volenterosi  per dar forza ad una riforma coerente ai propri dibattiti?  Si crede che questa faccenda non faccia testo e che la situazione sia diversa per la proposta di riforma della Pubblica Amministrazione predisposta da un altro Volenteroso, Pietro Ichino, ed  incardinata su procedure di controllo diffuso ma personalizzate per attaccare il fenomeno dei fannulloni ?  Sarebbe illudersi. Per non parlare della questione pensioni.

Insomma, passare da una volontà di riforme ad una politica di riforme non è possibile prescindendo dal fare delle specifiche riforme il motore di comportamenti politici. Non mi pare fondata la posizione di chi mette insieme i Volenterosi e l’esigenza che gli attuali  Poli debbano restare distinti e governare alternativamente. Il governo alternativo è alternativa di proposte. Se le riforme concrete non arrivano a presentarsi per essere scelte dai cittadini, resta solo l’alternativa fondata sul potere, sui clan e sulle strutture organizzative capillari ed invasive. E una simile alternativa è l’opposto di una alternativa di tipo liberale, la quale non può eludere la dimensione di cittadini, che è una dimensione politica sul come organizzare la convivenza attraverso strutture che si adattino di continuo.

Questa è a mio parere la principale questione che i Volenterosi debbono affrontare oggi. Costituirsi in luogo per manifestare la volontà di cambiare è già molto , ma resta insufficiente se in linea di principio si esclude di compiere passi successivi. Sempre il 29 gennaio, sul Corriere della Sera, Nicola Rossi – seppure parlando di altro argomento – ha scritto che “l’unica cosa che si può sostituire ad una costruzione che non c’è, è qualcosa in grado di farla vivere prima ancora che ci sia. E’ l’emozione.” Bello. Però funziona solo se riferito a meccanismi che esistono al di là della volontà degli attori, come nel caso della procreazione sessuata. Invece, nel caso delle costruzioni sociali,  l’emozione da sola non porta molto lontano chi punta ad una ragionevole convivenza aperta. I meccanismi che la supportano sono conquiste frutto di faticosi atti di costruzione consapevole e coraggiosa.

 

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