Giornalisti e liberali (a Mario M. ed Antonio P.)

Carissimi,

Ieri pomeriggio sul tardi ho parlato al telefono con Antonio circa il precedente articolo del Fatto, sottolineando che secondo me era necessaria una risposta. Antonio mi ha riferito cosa aveva già avviato (che è l’oggetto della replica odierna del Fatto) ed io (che conoscevo la questione Cassa ma non la norma Boldrini retroattiva sui vitalizi) ho aggiunto che la risposta dovrebbe andare al di là dell’aspetto personale, in quanto la rubrica del Fatto aveva sostenuto soprattutto un tema, e cioè la storiella che il termine liberale è abominevole, poiché il concetto sottostante sarebbe il coronavirus della politica che ammorba le società democratiche da lunghissimo tempo. Ora, la replica odierna soddisfa senza dubbio l’intento di Antonio (e fa capire che l’autore da una parte si è sbagliato e dall’altra continua intenzionalmente a confondere le acque). La mia osservazione resta invece aperta, anzi è perfino aggravata dal clima usato nella replica, che tenta di ribadire che il liberalismo è il coronavirus.

Allora, nel quadro del difendere il metodo liberale, non regge il fastidio per il presunto dialogo con il grilliamo. Primo perché il Fatto si vanta di sostenere il M5S ma non è in parlamento. Secondo perché il M5S è il principale strumento votato da cittadini esasperati di essere governati e diretti da gruppi dirigenti fautori del dover essere (i loro) e non del migliorare condizioni e relazioni tra i cittadini. E’ uno strumento incolto e privo di esperienza, ma è quello che c’è e che finora ha arginato in Parlamento il ritorno dei restauratori che danzano vaneggiando su voti non nazionali e sui sondaggi. I restauratori di sinistra affondano sempre più nell’emotività utopica delle loro ricette senza proporre alcunché di nuovo sui problemi concreti; i restauratori di destra esibiscono la solita prospettiva dell’uomo forte e del semplicismo operativo che tutto risolve ed alla svelta, nonostante vengano smentiti dai precedenti di immobilismo operativo dei loro governi. Ambedue sono contro il liberalismo (salvo parole pronunciate ora e smentite subito dopo)

Insomma, è inutile che i liberali continuino a dare colpe agli altri sulle cose che non vanno. Perché anche loro sono colpevoli dell’aver lasciato e del lasciare più spazio agli altri (che liberali non sono) avvinghiandosi al metodo di distinguere le valutazioni critiche nel privato dall’appoggiare di fatto in pubblico i fautori della restaurazione. Il M5S non sono la soluzione, ma neppure sono il problema. Sono il problema solo per chi richiede loro una capacità ed un’esperienza a loro estranee, e invece non accetta di tener conto dei tentativi di bloccare i soliti andazzi (vedi questione concessioni autostradali) e delle vere origini di provvedimenti avventurosi quali eliminare la prescrizione a prescindere (che sono la prassi dei consulenti togati al Ministero della Giustizia, ancor più responsabili visto la scarsezza del Ministro, e che di fatti scalpitano contro la prospettiva perfino del Ministro di ridurre la durata dei processi). Se i liberali non riprenderanno a far politica nei comportamenti effettivi, il paese necessariamente continuerà a decadere. Proprio perché non viene attuato il metodo sperimentale dei liberali. E siccome siamo in tempi di globalizzazione rapida, altri ne approfitteranno, Su questo punto sono storicamente falliti il marxismo e l’assistenzialismo cattolico.

Ad esempio. Sulla questione dei vitalizi (montata da un quindicennio dagli articoli di Stella e Rizzo) , a parte motivate resistenze per varie ragioni di diritto, sono quasi il solo ad aver scritto e parlato in TV per motivare le ragioni politico culturali del perché i vitalizi non siano uno scandalo. Perché quello dei rappresentanti eletti non è un lavoro equiparabile ad un lavoro ordinario, siccome è molto maggiore la responsabilità “professionale” che la democrazia rappresentativa affida agli eletti. E il mestiere politico dei liberali è far maturare la consapevolezza del cittadino nei comportamenti pubblici.Occorre far intendere che la prima cosa non è il lavoro, bensì la capacità di intraprendere, la quale poi crea il lavoro. Che è poi in sostanza la tesi dell’intervista al Messaggero da cui tutto è partito (e secondo me non a caso, perché ha toccato un nervo degli esponenti di una certa borghesia che si sta accorgendo di avere sbagliato cavallo nei sviluppi storici).

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