Prefazione al volume “Pietre” , edizioni Rubbettino

Prefazione al volume Pietre di Antonio PILEGGI edito da Rubbettino

Gli scritti dell’ultimo decennio raccolti da Antonio Pileggi in questo volume, rappresentano l’impegno civile liberale in modo assai efficace. Scaturiscono da una passione maturata in una lunga e vasta esperienza ai piani alti della Pubblica Istruzione, trasformatasi in cittadinanza direttamente attiva non appena si è conclusa l‘attività al Ministero.

L’Autore iniziò il contatto con le idee e i comportamenti liberali all’epoca in cui al Ministero arrivò Salvatore Valitutti. Un intellettuale di grande rilievo che, dopo aver studiato l’idealismo gentiliano, era giunto alle robuste convinzioni liberali di Croce e alla militanza nel PLI malagodiano per guardare al mondo con spirito critico e per evolvere nei comportamenti concreti, senza mai confondersi con il nuovismo delle mode. Da quello che vide allora, l’Autore ha tratto la ferma convinzione che pervade il volume. Essere liberale in politica significa curare giorno per giorno le regole della convivenza al fine di renderla il più possibile aperta alle interrelazioni tra i cittadini e alle loro scelte. Questa convinzione ha fatto da stella polare al suo impegno politico, ha inquadrato lo specifico senso liberale della partecipazione più volte trattata negli articoli ed è alla base dell’ordine in cui gli scritti si succedono. Cominciano con la stagione referendaria, proseguono con la scuola e il diritto allo studio, poi la pubblica amministrazione e così via toccando tematiche della convivenza essenziali per i liberali.

In questo modo, gli articoli di Antonio Pileggi riportati nel volume sono un esempio di come un liberale, applicando il metodo della libertà, affronta in diretta i problemi politici che si presentano. Non per caso l’Autore innanzitutto si sofferma a lungo sulla questione delle regole e della comunicazione in politica. Due aspetti che sono il cuore del sistema istituzionale trovato sperimentalmente mediante l’esperienza storica per far interagire quantità sempre più elevate di individui diversi, riducendo l’uso della mera forza fisica e valorizzando l’apporto di ciascuno di cui beneficiano tutti gli altri. Richiamare tali questioni è decisivo.

Infatti, per i liberali, il meccanismo delle regole istituzionali e quello della comunicazione politica sono tra loro distinti ma assai intersecati. Sono ambedue essenziali per il cittadino. Le regole sono indispensabili sia per stabilire come i cittadini diversi possano esprimere i rispettivi progetti di vita (accettando di misurarli in un reciproco confronto basato sulle conseguenze prodotte, sempre rispettando le regole) sia per procedere a modificarle in base alle valutazioni circa il loro funzionamento decise dai cittadini. Ovviamente, l’intera concezione sulle regole liberali va intesa nella logica di stimolare il cittadino alla partecipazione, che in chiave liberale ha due caratteristiche. Una è che in qualche modo essa decide e non si limita ad informare, a consultare, a coinvolgere, senza però decidere, come ad esempio quella ecclesiale. La seconda caratteristica è che essa propugna la delega rappresentativa proprio in quanto soggetta ad una valutazione continua di quel che fa il delegato, affidata al cittadino anche integrando via via gli strumenti esistenti. Quanto alla comunicazione delle vicende politiche, essa è indispensabile per consentire ai cittadini, in quanto fulcro motore del sistema, di giudicare nel merito le proposte e gli atti di chi li rappresenta od aspira a farlo.

In piena coerenza con una simile impostazione, l’Autore, che ha svolto ruoli attivi prima nel “Coordinamento per la Democrazia Costituzionale” e poi anche nel “Comitato per le libertà dei cittadini, no al peggio” (di cui fu uno dei tre fondatori), rammenta in una nutrita serie di scritti le vicende del suo impegno per il No alla proposta di riforma della Costituzione del duo Renzi-Boschi, fin dalla fase iniziale della discussione in parlamento (anno 2015). A primavera 2016 , avvenuta la richiesta formale di referendum ex art.138 Costituzione, nacque lo specifico Comitato Per le Libertà NO al Peggio su una impostazione tipicamente liberale. Il nocciolo della posizione del Comitato NO al Peggio fu infatti che la terapia dichiarata dalla proposta avrebbe agito al contrario, complicando il funzionamento istituzionale e comprimendo la sovranità del cittadino, perfino trascurando, nonostante l’ampiezza delle parti riformate, la questione di una macchina istituzionale elefantiaca avviluppata da incrostazioni procedurali sganciate dalla realtà. Per i liberali, le riforme Costituzionali si devono fare non per dire di farle bensì per migliorare le condizioni istituzionali di libertà del cittadino. Ed invece la proposta di riforma costituzionale sottoposta nel dicembre 2016 al referendum, era concepita contro il cittadino (restringendone l’influenza, accentrando decisioni e controllo dello Stato) e scritta con questo obiettivo, tanto che i suoi sostenitori non hanno affrontato il merito del testo, ma preteso che l’intento politico fondante di quel testo contasse di più dei contenuti espressi applicandolo. In pratica, volevano affidare i cittadini alle promesse speranzose invece che alla realtà dei meccanismi costituzionali proposti. Al contrario del metodo liberale.

La proposta del 2016 era una riforma autoritaria nel solco degli indirizzi di certe finanziarie internazionali senza volto e senza responsabilità civile, mentre la democrazia liberale si fonda sul principio intangibile della sovranità popolare, incoraggiandone le sue più fattive diversità legate al merito delle cose. Come dimostrato perfino dalla formulazione ingannevole e tecnicamente impropria degli stessi quesiti referendari, i promotori della proposta – che hanno trovato fautori ossequiosi come ad esempio la Confindustria – volevano far credere che l’unica terapia per i mali dell’Italia sarebbe stata restringere la partecipazione e la scelta del cittadino. Invece una lunga esperienza storica nonché gli ultimi 25 anni senza dibattito politico su idee e su progetti, provano che proprio quella terapia è il veleno della democrazia libera. Dunque è stato un grido liberatorio la dichiarazione, citata nel volume, all’indomani del 4 dicembre 2016: la vittoria del No, è una vittoria della cultura liberale.

Perché la cultura liberale è la sola che non accetta la tesi elitaria secondo cui chi, istruito, è ai vertici ha diritto di imporsi ai cittadini anche raggirandoli nella sostanza. Per i liberali il centro del mondo è il conoscere cui tutti possono contribuire e che tutti possono utilizzare. E quindi è normale che i cittadini sovrani valutino chi li governa in base alla credibilità dimostrata nel seguire le regole e nell’attivare le iniziative pubbliche. Un comportamento sconosciuto ai governanti degli anni 2000 e di cui la cultura liberale vuole l’urgente ripristino. Le idee politiche espresse da chi non è credibile, in breve perdono la possibilità di essere accettate dalla maggioranza dei cittadini.

Dopo le regole e la comunicazione, l’Autore passa ad affrontare il secondo tema della scuola e del diritto allo studio. Anch’esse due importanti questioni assai intersecate. La scuola è per i liberali l’architrave della formazione individuale che è il caposaldo della convivenza libera. Il suo compito è insegnare l’essenza di quanto già conosciuto, formare lo spirito critico di ognuno, rendere capaci di esprimere la propria personalità in ogni tipo di lavoro, proseguire con i propri progetti la via del conoscere ancora e far capire il funzionamento della libertà così da mettere ciascuno in grado di convivere secondo le regole. Ma i liberali sono strettamente realisti. E il profondo realismo fa intendere che ciascun individuo è fisiologicamente diverso sotto molti aspetti, a cominciare dalle condizioni in cui si trova alla nascita. Dunque la scuola liberale non può essere pensata separata dal diritto allo studio, strutturato in modo da consentire ad ognuno prima le medesime condizioni di partenza, e poi, ai più meritevoli, l’accesso agli alti gradi dell’istruzione.

Coerentemente l’Autore sottolinea come le funzioni non transeunti della scuola e del diritto allo studio siano inquadrate con nettezza dalla Costituzione, senza confondere il ruolo pubblico e la libertà di istituire scuole non sovvenzionate. Il che fa capire come scuola e diritto allo studio pubblici non siano tecniche procedurali per soddisfare diritti dei singoli, bensì costituiscano un aspetto strutturale della libera convivenza di tutti. Da qui, l’assurdità autolesionistica dei tagli alla scuola e all’università che negli anni più recenti sono stati fatti e che contribuiscono all’impoverimento culturale italiano. Un’altra causa ne è aver portato, poco alla volta, a concepire i discenti come controparte dei docenti e viceversa; ed anche aver portato, come già ammoniva Valitutti, a svuotare la scuola dei suoi contenuti culturali, con l’illusione di farla servire alla educazione sociale dei giovani.
Nell’ambito della scuola, il volume di Pileggi tocca anche la questione dell’apprendimento permanente. Una questione davvero importante per i liberali, così legati all’andamento delle cose reali. Perché al passar del tempo la conoscenza del mondo evolve fisiologicamente e quindi rende necessario aggiornare quello che già si sa. Peraltro, ciò è ovvio per un liberale ma non lo è per gli altri. Non poche persone illiberali concepiscono la cultura quale concezione immobile e rifiutano l’idea che ciascun cittadino possa non contentarsi della formazione posseduta e si consideri un precario della conoscenza (eppure, alla prova dei fatti, la formazione non basta mai e si resta sempre un po’ precari). Da una simile osservazione discende che in campo scolastico i liberali devono comportarsi in un certo modo. Da un lato, la scuola liberale non può pretendere di esaurire il percorso formativo e deve piuttosto prefiggersi di attivare lo spirito critico di ciascuno, che – vita natural durante – è la vera molla che spinge anche ad adeguare le proprie conoscenze. Dall’ altro lato, l’apprendimento permanente non va ridotto alla dimensione di una prolungata educazione scolastica, ma dovrà operare distinguendosi in una serie di tipi diversi (quali temi generali, sociali, occupazionali) per tener conto, oltre che di tempi mutati, anche dell’esperienza e degli interessi di ogni adulto che sono molto variabili.
Dopo aver inserito quelli su scuola e diritto allo studio, l’Autore prosegue inserendo gli scritti inerenti gli altri temi civili più rilevanti per una politica liberale partecipata rispetto alle istituzioni: la pubblica amministrazione, la giustizia, l’obbligo di non dimenticare mai ciò che è avvenuto. E giunge a concludere con la cultura, trattando essenzialmente il problema della progressiva mancanza di cultura nel formarsi dei partiti. Al riguardo fa alcune sottolineature di rilievo.

La stabile confusione tra partiti e istituzioni prodottasi in Italia, ha creato l’abitudine, inesistente in origine, di stare a capo contemporaneamente di un partito e del governo (il che indebolisce parecchio, se non del tutto, la distinzione funzionale tra i due ruoli). L’abbandono del criterio delle idee e dei progetti quale elemento costitutivo di ciascun partito, ha prodotto l’esplodere del leaderismo, la tendenza a sostituire alle correnti di pensiero le correnti di potere, lo scivolare del dibattito politico verso il plebiscitarismo. L’Autore osserva che in tal modo l’appartenenza non è più il connotato identificativo del modo d’essere per assumere responsabilità politiche; e che quando ciò avviene, la specifica credibilità del candidato non comprende più il possesso di qualità essenziali per governare, tipo la competenza tecnica. Tale condizione allontana dalla democrazia liberale. La democrazia liberale, siccome si fonda sul conoscere, non può prescindere dalla competenza e, siccome valorizza la diversità, non può prescindere dal merito.

Sempre nell’ambito della cultura, il volume riporta un pezzo scritto nel marzo 2012, profetico di quanto si è verificato sei anni dopo: “basta mettersi in ascolto della gente di qualsiasi ceto sociale per rendersi conto che quasi l’intera classe politica è distante mille miglia da ciò che pensano i cittadini”. Una distanza che allora esisteva e che infatti è sfociata nel risultato del 4 marzo 2018. Ma che sussiste tuttora, visto l’ossessivo rifiuto da allora di riconoscere che il voto del 4 marzo è stato un voto contro chi governava prima (un cambiamento richiesto dai liberali) e non l’abituale approvazione di un progetto (all’epoca ancora non emerso, visto che i due vincitori sono partiti illiberali che hanno stipulato un contratto di governo dopo il voto). Per cui solo chi, disperato, vuole la restaurazione del proprio potere di un tempo, può criticare il governo per quello che ad esso si attribuisce senza prima attendere i provvedimenti materialmente assunti. Così quella previsione di allora si mantiene attuale nello spingere a rivalutare – nel governare, nel fare opposizione e nel redigere i giornali – quello che pensano i cittadini, cioè il cuore del metodo politico liberale.

Il finale del volume è costituito dall’Appendice. I cui testi ed argomenti, suddivisi in quattro parti, rafforzano il filo conduttore degli scritti raccolti nel corpo del libro. La prima parte richiama il tentativo dell’ALDE di presentarsi in Italia alle elezioni Europee del 2014. Tentativo riuscito solo nel presentare una lista ma fallito nella sostanza perché, al di là delle intenzioni, la lista non seppe mostrarsi davvero rappresentativa dei liberali e preferì ammiccare ad un coacervo di moderati dedito a tatticismi di schieramento nella politica italiana. Da rilevare il richiamo all’intervento fatto dal candidato liberale prof. Giuseppe Bozzi, che, inascoltato, sollevò la questione, fin da allora quasi nascosta dai media, del non rispetto della decisione della Corte Costituzionale che poche settimane prima aveva sancito l’illegittimità parziale della legge elettorale. Tale non rispetto è stato talmente concreto che le Camere hanno continuato imperterrite a confermare eletti gli ancora non confermati 4/5 dei parlamentari frutto della norma cassata e successivamente hanno addirittura approvato una proposta di riforma costituzionale promossa dal Governo (logicamente poi bocciata nel referendum). Il voluto mancato rispetto di quella decisione della Corte Costituzionale costituisce un vero e proprio strappo, gravissimo, del tessuto istituzionale e in particolare della democrazia liberale.

La seconda è un dialogo dell’Autore con un personaggio di grande rilievo delle istituzioni, Luigi Mazzella, di formazione liberale, il quale, preoccupato in vista delle elezioni ’18, ipotizza l’introdurre una sorta di voto negativo per ampliare il modo di far esprimere i cittadini e che poco dopo segnala la lunga guerra appena iniziata tra le truppe dell’alleanza potere finanziario – sistema dei media tradizionali e le truppe dei nuovi sistemi di diffusione delle notizie via internet, avente per obiettivo mantenere bloccato o no l’accedere del cittadino all’informazione (che per i liberali è decisivo). La terza parte, cui l’Autore ha dato un titolo icastico (“dal partito scomodo al partito di comodo”), concerne le vicende delle liste elettorali nel 2018. I vertici del partito liberale, presidente e segretario, si sono candidati nelle liste della Lega (estranee alla cultura liberale) e non sono stati eletti, mentre sono stati eletti in quelle liste due neofiti del partito, un ex parlamentare di AN e una ex parlamentare di FI, i quali, oltretutto, dopo eletti sono restati incardinati nei gruppi parlamentari della Lega. Vicende che hanno naturalmente comportato le dimissioni dal partito dell’Autore, dato che il liberalismo senza comportamenti conseguenti, non è liberalismo. La quarta parte riporta quattro documenti assai significativi, di cui, per brevità, vanno segnalati il primo (un testo dai Quaderni della Critica di Benedetto Croce assai noto tra i liberali) e l’ultimo (il secondo Manifesto dell’Internazionale Liberale ad Oxford nel 1997, nel cinquantennale del primo Manifesto).

Insomma, anche l’appendice è tutt’altro che banale, dato che irrobustisce il senso della concretezza dei principi e dei comportamenti liberali, insieme confermando il tratto signorile dell’esposizione. Una modalità in apparenza meno clamorosa delle grida scomposte abituali nei dibattiti odierni, ma alla lunga ben più eloquente e persistente.

Gli scritti raccolti dall’Autore in questo volume sono un appassionato appello a favore della democrazia aperta e quindi realmente partecipata. Coinvolgente di per sé e ancor più nel momento in cui la cultura di sinistra ideologica e religiosa, di fronte al fallimento della sua struttura passatista a fronte dei giudizi dei cittadini, è incapace di rinnovarsi, proclama che la democrazia politica è spacciata e dichiara che la sola alternativa alle elites finanziarie restano i populismi, una variante di fascismo. A parte il parallelo senza senso che pare un modo per tentare di conservare le atmosfere del passato, la sinistra ideologica e religiosa non capisce che il concetto di democrazia in maturazione non necessita più dei tradizionali intermediari tra i cittadini e le istituzioni rappresentative. Tanto che pure certi populismi dicono di pensare alla democrazia diretta.

Ambedue non colgono il punto. Non si sta ritornando alla mancanza di intermediari tipica della democrazia diretta (della quale tra l’altro non sussistono più le condizioni storiche). Quello che si profila è un uso maggiore da parte dei cittadini di strumenti meno materiali e più tecnologici, che forniscono a ciascun individuo prestazioni di calcolo, di ricerca negli archivi, di accesso alle notizie quotidiane, di manifestazione delle proprie scelte, di gran lunga più penetranti e con velocità incomparabilmente maggiore. Va rilevato che tali prestazioni tendono a sostituire gli intermediari del vecchio tipo (con altre organizzazioni di professionisti) ma non tutti gli intermediari. Sotto due profili. Da una parte spuntano i gestori delle tecnologie utilizzate, i quali esercitano un’interposizione forte, seppure differente, che crea problematiche democratiche di un genere diverso; dall’altra parte si irrobustisce la funzione del tramettere ad ogni individuo i concetti tratti con l’astrazione dai fatti dell’esperienza, utilizzandoli nell’aggregare per poi applicarli alle questioni politiche del momento. La democrazia liberale coglie per natura questi nuovi profili mentre gli stessi sono fuori portata per i vecchi sistemi ideologico religiosi che si nutrono di teorie fuori del tempo rincorrendo auspicate unità di gruppi sociali.

Questo volume di Antonio Pileggi , così come il liberalismo di cui tratta, è una cosa viva che si proietta in avanti tenendo i piedi per terra. E’ una lettura utile, soprattutto per i comportamenti indotti, in un’epoca in cui stanno venendo al pettine i disastri compiuti, in Italia e in diverse parti del mondo evoluto, da governi che senza dirlo hanno agito nella convinzione di sapere gli indirizzi da prendere meglio dei cittadini governati (caso mai tenendoli buoni con qualche regalia). Quei governi non avevano capito che un simile sistema di procedere ha un senso (comunque non completo) nelle materie in cui l’aspetto dell’essere esperti nel conoscere una materia (come il corpo umano, una norma legale, la scienza del costruire, la storia della letteratura) prevale sul criterio di far assumere agli individui conviventi le decisioni sul cosa fare. Nel governare una democrazia liberale, invece, quel tipo di sistema non può predominare. L’esperienza storica ha mostrato che le decisioni degli esperti elitari a prescindere dalla volontà espressa dai loro cittadini, hanno molta più probabilità di essere sbagliate di quelle prese dai cittadini.

Tale considerazione fa intendere il perché il metodo liberale risulti efficace nella realtà e non possa mai trasformarsi in dottrina. Perché la natura del liberalismo è inscindibile dal cambiare implicito nel passar del tempo e perciò le analisi e le terapie individuate applicando il liberalismo sono per loro formazione meno distanti dall’andamento dei processi effettivi della vita. Questo metodo liberale non può divenire una dottrina, perché non può essere immutabile nel tempo. E’ invece una struttura probabilistica connessa all’affidarsi al cittadino per conoscere e per decidere, ben sapendo che i cittadini sono tanti e tutti diversi tra loro e che dunque conoscere e decidere derivano dai cittadini individui con il filtro decisivo del riscontro nei fatti sperimentali delle ipotesi e delle iniziative assunte.

Questa è nel profondo l’intuizione di Croce descritta a grandi linee nel brano dei Quaderni riportato nell’Appendice (apprezzato molto dall’Autore). Un partito liberale discuterà sempre provvedimenti di progresso e di conservazione, dato che la libertà si garantisce talora con provvedimenti conservatori e talora con provvedimenti audaci di progresso. Ora, tenendo presente che anche la libertà si colloca nel tempo, se il concetto espresso nel brano si legge aggiungendo il probabilismo – principio non incluso nel crocianesimo per ragioni di formazione culturale dell’epoca storica – diviene chiaro che il liberalismo conserva gli aspetti la cui sperimentazione non presenta necessità di cambiamento (che potrà presentare domani) e muta quelli che sperimentalmente mostrano già la necessità di cambiamento. Dunque i provvedimenti di conservazione e di progresso non sono dati definiti immutabili in partenza, e l’alternativa tra di loro non è primaria ma dipende dalla funzionalità sperimentata. Peraltro, in ambedue i casi, il fine del liberalismo è il medesimo: individuare il modo di favorire la migliore possibilità di cambiare con efficacia quando appare sperimentalmente necessario. Questo ruolo decisivo Croce lo definiva scrivendo che il liberalismo adotta con maggiore frequenza i provvedimenti di progresso. Perché si propone sempre di cercare gli interventi adatti per mantenere l’obiettivo di rendere migliore in quel preciso momento la convivenza libera tra i cittadini. Il libro di Antonio Pileggi ce lo ricorda bene.

Questa voce è stata pubblicata in argomento Fatti passati, argomento Politico, LIBRI, OPUSCOLI e TESTI NON BREVI e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.