L’etica e la democrazia

Scritto per la rivista NON CREDO, rubrica Disputationes Laiche

Due episodi recenti hanno ricordato ai laici un problema, che spesso eludono per pigrizia e non dovrebbero. Quello dell’etica e della democrazia. Lo hanno affrontato due persone assai differenti, un laico della sinistra come il Presidente emerito della Corte Costituzionale Zagrebelsky e una cattolica dell’Opus Dei come l’on. Binetti.

Zagrebelsky, in una lezione a Bari, ha fatto la storia della contrapposizione politica religione all’origine dei concordati, che definisce un armistizio pratico non in grado di risolvere il contenzioso appieno e in modo equanime. E siccome oggi la Chiesa, attraverso l’impegno nel sociale, insiste nel proporre una salvezza nella fede per rispondere alle domande ultime, il principio di laicità è sotto tensione e deve reagire anche per contrastare l’acquiescenza dei politici, sensibili a presunte convenienze elettorali. Perciò Zagrebelsky sostiene la necessità di  elaborare un’etica laica dei diritti, poiché è inaccettabile che “le democrazie liberali – evidentemente in crisi di identità e di moralità – non riescano più ad alimentare i principi etici sui quali si fondono. Se le nostre società laicizzate fossero portatrici delle risorse morali sufficienti per fondare un’unità durevole non subirebbero il ricatto clericale. Per evitare, pertanto, di permanere nella condizione di inquinamento clericale della politica, bisognerebbe ripartire da un patto serio, leale e corresponsabile come il Concordato”.

Cito queste parole non per soffermarmi sulla polemica tra Concordato (che ritengo una antica distorsione delle regole della convivenza tra cittadini liberi, molto inquinante in democrazia) e laicità istituzionale fondata sulla separazione Stato religioni (che è il solo modo coerente al dare sovranità al cittadino). Qui mi preme rilevare  che questo tipo di laici continua a contrapporsi alla Chiesa piuttosto che  a chi vive sul e per il Concordato, quelli che chiamo i cattolici chiusi. In questo modo, invece di combattere le storture indotte sul piano civile dai cattolici chiusi, questi laici vorrebbero opporsi sul piano religioso alla Chiesa elaborando un’etica dei diritti capace di dar loro “risorse morali sufficienti per fondare un’unità durevole”. Ma un laico può pensare solo ad un’etica condivisa delle regole civili e quindi ad un’etica molto attenta a non proporsi obiettivi rigidi che fanno a pugni con diversità individuale e senso critico. Insomma ad un’etica strutturalmente provvisoria rispetto al mutare delle circostanze e al passar del tempo.

Il problema dei laici, quindi, non dovrebbe essere quello di cercare un’etica laica nell’illusione di poter rovesciare l’etica religiosa. Perché, come si può ben vedere dal libro dell’on. Binetti, “Etica & Democrazia. Il contributo dei cattolici alla politica”, l’etica della religione cattolica è proprio di un genere senza connessione con la laicità. Con forme in parte nuove e con circospezione (derivante dalla professione medica dell’autrice), l’etica cattolica descritta limita la libertà individuale in quanto metodo di vita personale e di decisione politica nella convivenza. L’on. Binetti lo afferma senza giri di parole, utilizzando quale punto d’appoggio Benedetto XVI. “L’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire, sono state sviluppate  sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore». E poi  «il rischio maggiore di una laicità male intesa è oggi quello di rendere rigorosi in quanto al metodo, ma poi del tutto relativisti in quanto ai contenuti….Occorre restituire alla ragione l’ orizzonte di confronto dei valori della filosofia perenne, prima ancora di quelli della fede”. E l’on. Binetti sottolinea che quelle idee “rappresentano non solo la memoria culturale dell’uomo contemporaneo ma anche la sua speranza per il futuro”.

L’etica cattolica descritta dal Papa e ripresa dall’on.Bonetti è legata indissolubilmente alla fede. Il suo immutabile filo logico è verità/creazione/libertà come riconoscimento della verità. Questo la rende un’etica perenne per struttura. Che non ha  spazio né per la libera diversità individuale nel rapportarsi ai fatti del mondo né per comprendere il tempo che pervade le cose e veicola il cambiamento. Non per caso questa etica religiosa si traduce nel predicare la necessità di sottoporsi alla legge naturale supposta valida per tutti e per sempre. La legge naturale costituisce un concetto profondamente ambiguo dal punto di vista laico. Perché sembra riferirsi solo all’esistenza di una realtà esterna all’essere umano. Ma dietro questa ovvia considerazione, serve ad imporre la conoscenza di quella realtà nei termini della rivelazione divina e della conseguente legge stabilita da chi ne è il rappresentante in terra. Adottare la legge naturale supposta valida per tutti porta prima ad accettare l’omogeneità di ogni civiltà in ogni tempo e a vincolare la differenza individuale nel decidere la propria vita e poi a confliggere con il principio di sperimentazione che risulta improponibile rispetto alla filosofia perenne della verità.

Stando così le cose, il laico contraddice sé stesso se cede alla tentazione di replicare a simili impostazioni sul piano religioso. Discutere sulla religione e con la religione era storicamente comprensibile secoli fa, quando ancora il potere religioso avvolgeva la convivenza pubblica in tutti i suoi aspetti. Oggi che la necessità di non sovrapporre Stato e religioni è divenuta una consapevolezza largamente acquisita, il laico deve garantire la piena libertà di religione ma sul piano civile non deve discutere d’altro in materia di religione. Non negare mai i fatti e confrontarsi sempre con il loro manifestarsi – che è il marchio distintivo della laicità – non è per nulla traducibile nell’accettare una presunta legge naturale che ci sovrasta. Al contrario. Rende centrale la sperimentazione e il concepire le regole come necessità per adeguare la convivenza ai tempi. E dunque, per forza di cose, adotta regole quali forme convenzionali e mutevoli con i luoghi e i tempi.

Sul punto i laici non devono essere rinunciatari e mantenere sempre viva la polemica contro i cattolici chiusi. I quali operano sul piano civile e propalano la falsa accusa della laicità che distrugge qualunque norma etica nel mondo. Non è che le regole laiche, siccome convenzionali, non hanno una loro valenza e non danno una sorta di indicazione morale per i comportamenti di ciascuno. Il contenuto lo hanno, ma d’altro genere, coerente con la laicità. La loro è, l’ho detto, un’etica  strutturalmente provvisoria rispetto al mutare delle circostanze e al passar del tempo (per i laici l’importante non è dichiarare certi valori indiscutibili, è sapere, in base a radicatissime esperienze di fatto, che, essendo tutto discutibile quanto a metodo, alcuni valori sono  irrinnunciabili per sviluppare la libera convivenza tra individui diversi fino a concreta prova contraria). Su queste dispute concettuali occorre che il mondo laico sia molto più determinato di quanto non sia stato finora. Non cedendo a suggestioni imitative dell’etica cattolica e non cercando etiche rigide, quasi quella laica fosse  un’altra chiesa.

Comportarsi in coerenza con i propri principi, per i laici ha l’importante obiettivo di equilibrare la pressione dei cattolici chiusi nella convivenza democratica e nell’azione legislativa. Come si è visto i cattolici chiusi si arrovellano per contribuire a diffondere il principio della legge di natura all’insegna della filosofia perenne. I laici sono invece impegnati a sostenere il primato della sovranità del cittadino nel quadro di un mondo che cambia e di una convivenza secondo le regole scelte e rivedibili. I cattolici chiusi propugnano quale criterio civile la dottrina sociale della Chiesa in cui si incarna la fede nella divinità, i laici  sostengono la logica della separazione Stato religione che si affida alla diversità delle intenzioni, al cambiamento nel tempo e alle variabili scelte negli ambiti di convivenza secondo regole che rendano possibile il massimizzare i diritti di ogni individuo. Lo scegliere periodicamente e affidare le scelte alle decisioni dei singoli cittadini è la direttrice essenziale del modo di essere laico. Nessuna ricerca di beni comuni e di interessi generali, che non rientrano nella logica della scelta. Esprimono piuttosto l’ossessione di corrispondere ad una autorità superiore oppure ad un  ampio conformismo maggioritario, insofferente per le valutazioni critiche e che emargina le minoranze di altri cittadini.

Ecco perché la partecipazione civile è intesa dai religiosi in altro modo che dai laici. Per i religiosi la partecipazione civile dovrebbe essere analoga a quella praticata nella Chiesa, e allora la partecipazione non implica decidere, dato che il Popolo di Dio non è un popolo che decide, a decidere pensa la gerarchia piramidale di chi ha preso i voti. Per i laici coerenti, partecipare o è pura cortesia rituale priva di incisività oppure è concepito per giungere ad una scelta tra le indicazioni di ciascuno. Di conseguenza per i laici il consenso non può mai essere per la persona in sé ma per le idee e il progetto di cui il cittadino è portatore.

Non a caso, nel finale del libro, l’on. Binetti rifiuta frontalmente il criterio di scelta politica bipolare. Perché coglie che, al momento delle elezioni, il criterio del far scegliere ai cittadini i grandi indirizzi avvicina di più alla logica laica, che è sì parlamentare ma non si affida solo al palazzo e al conformismo burocratico. Il fulcro della convivenza laica sta nel succedersi delle scelte su poche alternative ben definite al momento, sempre sottoponendo i risultati ottenuti con l’esercizio della rappresentanza al successivo giudizio di chi convive e sempre puntando a rimuovere il possibile cristallizzarsi del circuito sociale. Perciò il mondo laico e quello religioso potranno collaborare nel governare la convivenza su particolari punti ma non potranno ritrovarsi in una medesima formazione politica dal momento che hanno principi culturali e programmatici del tutto differenti nel complesso.

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