La Chiesa anglicana cambierà primate ma……

Scritto per la rivista NON CREDO  n.18

Il mondo della Chiesa di Roma commenta con cauta soddisfazione le dimissioni a fine 2012 del primate della Chiesa Anglicana, Williams. Le ritiene un preludio al riconoscere la fondatezza storica  della  logica papista secondo cui per cementare una Chiesa è necessaria una fede condivisa.

Simili argomenti non riguardano i criteri di convivenza laica. Hanno però un interesse sociologico per riflettere sui modi di vivere le istanze religiose.  La Chiesa Anglicana nacque nel ‘500 per evitare che un cattolico inglese dovesse obbedire al Papa di Roma piuttosto che al re inglese. Enrico VIII tagliò il nodo tagliando molte teste e tenendo a battesimo una Chiesa nazionale più vicina alla varietà dei cittadini inglesi. Invece di una comune verità obbligatoria, gli anglicani redassero allora 39 articoli di fede, restati in sostanza immutati, che disegnano un loro corpo assai pluralista e molto influenzato dalla riforma protestante. Per tutti vale il non essere papisti e l’obbedienza alla Corona che decide i vertici ecclesiastici. Gli Anglicani sono indifferenti all’ortodossia e la loro Chiesa propone una teologia non vincolante, anche perché deve passare dal Parlamento ed essere approvata dalla Corona. Quindi hanno di volta in volta sostenuto e avversato alcuni diritti civili. Ad esempio sono stati contro la libertà di praticare certe religioni oppure si sono divisi sulla storicità dei vangeli oppure hanno resistito al dare i diritti agli inglesi papisti oppure avversano l’aborto oppure accettano il sacerdozio femminile. Alla fine pare che, per ricompattare le numerosissime comunità anglicane, oggi si stia per rivedere la rinuncia ad una più marcata fede condivisa. Da qui la soddisfazione della Chiesa di Roma.

E’ chiaro che una struttura tipo quella anglicana appartiene strettamente alla tradizione inglese e altrove non può essere un modello istituzionale. La sua logica appartiene agli albori delle diatribe tra  papa e re,  non arriva ad esprimere l’estraneità del fattore religioso dalle scelte pubbliche e accetta di dipenderne. Il che fa intendere che nella situazione italiana – ove il problema è l’ampio clericalismo dei cattolici chiusi che vorrebbero la fede come fonte della legge – la sola garanzia per  l’esercizio della sovranità del cittadino sta in istituzioni laiche fondate sulla separazione Stato religioni.

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