Scritto per la rivista settimanale del PLI l’Opinione
Nella sua prima intervista televisiva, ad una domanda sulle riforme istituzionali e sul coinvolgimento del PCI al riguardo, De Mita ha risposto che ” le riforme istituzionali debbono coinvolgere le forze politiche che agisoono all’interno di una comunità. Coinvolgere non significa trovare un compromesso fra tutti. Coinvolgere significa far discutere tutti” . Risposta impeccabile. Salvo proseguire cosi: ” poi le soluzioni possono essere legate al prevalere delle indicazioni ma a quel punto le indicazioni sono individuazioni degli strumenti non degli obbiettivi. L’accordo è sugli obbiettivi. E più largo è l’accordo sugli obbiettivi, più forti sono le istituzioni“. Dunque per De Mita I’ìmportante sono gli obbiettivi. Ancor meglio. Per De Mita, ai fini della solidità istituzionale, gli obbiettivi sono più importanti degli strumenti per raggiungerli. E su questa frase un liberale non può che avere forti riserve.
Le possibili letture sono due ma entrambe portano a conseguenze insoddisfacenti. La prima è che la frase non esprima una vera e propria convinzione e costituisca piuttosto un modo paternalistico di indorare la pillola nei confronti di chi è comunque destinato a restare minoranza ( quindi a non poter mai scegliere gli strumenti). La seconda è che la frase esprima una vera e propria convinzione e punti a sminuire il ruolo dei processi riformatori composti da decisioni susseguentesi e da scelte articolate ( quindi a trascurare gli strumenti).
Nel primo caso, si prefigura una società di predestinati formata da cittadini di serie A ( che, oltre a discutere gli obbiettivi, hanno il potere di adottare gli strumenti operativi) e da cittadini di serie B (che discutono gli obbiettivi ma non possono prevalere nella scelta degli strumenti operativi ) ; con il che si finisce per escludere quel criterio dell’alternativa che caratteriua le liberaldemocrazie. Nel secondo caso, si riduce il problema politico a quello di discutere sui grandi· obbiettivi ( come libertà, democrazia, pace, benessere, giustizia) releaando nell’ ombra il problema degli strumenti operativi per realiuarli ; con il che si finisce per escludere l’essenza di una moderna società libera che è appunto quella di rendere compatibile la miriade delle scelte quotidiane di individui e di gruppi.
Ambedue le letture della frase demitiana portano ad individuare una stessa ispirazione di fondo. Considerare la dialettica politica circoscritta a grandi temi di massa e svolta da antagonisti con ruoli reciprocamente fissi. In sostanza un’ispirazione che porta molto lontano dal metodo e dai valori liberali. Perché ridurre la politica ai grandi obbiettivi e alle grandi parole d’ordine piuttosto che alla discussione, fatta di elaborazioni e di verifiche puntuali e diffuse, su cosa progettare per migliorare la convivenza dei cittadini e le loro opportunità di esprimersi, spalanca la strada all’ideologia della società perfetta. E questa ovunque la si collochi – nel futuro o nel passato – è la proposta intimamente conservatrice, spesso reazionaria, di una società massificata dove l’individuo “dipende” da qualcosa o qualcuno, dove i ruoli sono assegnati una volta per tutte e la mobilità politica.economica e sociale è pressoché sconosciuta . Non per caso in questa proposta lo Stato ha una funzione prevalente sulla società civile, quanto meno nel senso che la società civile esiste solo in quanto ne è il motore uno Stato protettivo e onnipresente.
Il discorso vale in linea di principio ma anche in chiave storica. Non perché nei tempi storici non sia esistito o non esista un luogo dove il maturare la consapevolezza dei grandi obbiettivi, magari sotto la guida di “illuminati” , abbia costituito e costituisca già in sé un importante passo avanti verso una società più aperta e più mobile. Semplicemente perchè questo non è il caso dei contesti come quello italiano. Dei contesti in cui l’avvenuta maturazione di quella consapevolezza ha già spostato la lotta politica sul come (gli strumenti appunto) quei grandi obbiettivi si perseguono e si conciliano; e in cui, privilegiare gli accordi sui grandi obbiettivi rispetto alle scelte degli strumenti, equivale a regredire ad una dimensione di maggior chiusura e quindi di minor libertà effettiva.
In una società aperta o comunque già abbastanza tale, quando i valori dei grandi obbiettivi sono patrimonio comune, tutti possono concorrere alla definizione della propria felicità e delle proprie libertà. La complessità diviene il necessario complemento della individualità diffusa ( e con la complessità, gli strumenti). Allora lo Stato non è più il centro motore della vita sociale, ma solò il garante delle regole di convivenza e delle condizioni di equilibrio complessivo perché la società si mantenga aperta e mobile. Centrale è solo la società civile. Ecco perché la società aperta è una società di conflitti regolati. E il dibattito verte necessariamente su come si conciliano i differenti interessi, sui programmi ( che non sono le tavole della legge bensì il metro degli esperimenti e del cambiamento), sui risultati delle soluzioni scelte e appunto sulle alternative di volta in volta proponibili.
Questo tipo di società aperta mal si concilia con il solidarilmo consociativo che fa capolino dietro le frasi deU·on. De Mita. Che non sono dal sen fuggite. Ne costituisce un probante riscontro la bozza del programma di governo inizialmente distribuita dal Presidente incaricato, priva ( fortuitamente ? ) delle schede programmatiche e quasi un inno al solidarismo, appena velato dai richiami all’appuntamento del 1992 con il grande mercato aperto europeo. E ne è un’ulteriore conferma l’esempio fatto da De Mita nel corso della medesima intervista. “In un condominio si va daccordo se le regole sono accettate dai condomini. Chi immaginasse di fare un regolamento condominiale perfetto con l’ostilità di chi deve rispettarlo, potrebbe scrivere un bel regolamento ma avrebbe un gran disordine“. Ora, esclusa l’ipotesi dell’imposizione (fare un regolamento vuoi dire innanzitutto seguire le norme dei codici civile e penale), non è sostenibile che le regole valgano per tutti solo se tutti le condividono. Il rispetto delle regole è dovuto, l’ostilità ai loro contenuti può tranquillamente sussistere. Anzi l’ostilità, di opinione e giuridica, di una (contingente) minoranza è la fisiologica difesa di contrastanti interessi legittimi in una società di diversi. Questo potrebbe essere considerato “gran disordine” solo nell’ottica di una società ingessata. Il pericolo per la salute del condominio sta al contrario nel criterio consociativo di non decidere mai nulla se non con le grandi maggioranze.
Una siffatta impostazione costituisce oggettivamente un potenziale punto di contatto tra quanti, nemici della società aperta seppur in modo differente, si ritrovano nello sminuire il valore dei meccanismi di convivenza. Ha però il difetto di non rispondere alle necessità di sviluppo del paese. Non solo. Anche dal punto di vista di chi vuoi sbloccare il sistema politico italiano, mettere l’accento sull’importanza dei grandi obbiettivi della libertà, della democrazia, della pace, del benessere, della giustizia, a prescindere dagli strumenti, può forse servire a facilitare le discussioni con il PCI ma non a sollecitarne l’evoluzione (e conseguentemente a sbloccare il sistema) . Il dramma del PCI non sta nella mancanza di sensibilità per questi obbiettivi. Sta nella catena, lunga di anelli e di anni. delle scelte capitali che la storia ha poi dimostrato sbagliate. Il punto è che il PCI è tuttora privo dell’attrezzatura concettuale adatta per attribuire la dovuta importanza teorico pratica alla scelta degli strumenti programmatici di volta in volta preferibili. E così neppure sotto questo profilo è produttiva la filosofia dei grandi obbiettivi abbozzata da De Mita .
Queste considerazioni intendono richiamare l’attenzione dei liberali sulla decisiva importanza di non identificare il PLI con il governo presieduto dall’on. De Mita . Funzioni e ruolo sono differenti, proprio perché il governo è di coalizione e il partito del Presidente del Consiglio sembra avere, come si è appena visto, prospettive alla lunga divergenti da quelle liberali. Il PLI è al governo perché nel programma prevalgono in abbondanza i punti positivi (appunto in quanto rientrano nella prospettiva di una società aperta ). Deve mantener fede ai patti e chiederne il rispetto. In nessun caso può tuttavia tralasciare una costante azione di presenza liberale per garantire, ai vecchi e ai nuovi problemi irrisolti, risposte sempre coerenti con i criteri della società aperta. L’impegno resta quello di far maturare anche nel nostro Paese, prima o poi, l’alternativa occidentale.
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