Un richiamo utile nel quadro politico

Da quando venerdì Enrico Letta ha sciolto la riserva dicendo  di non perseguire l’unanimismo, i mass media denunciano le colpe dell’unanimismo nel privilegiare gli accordi di potere. Però il concetto di Enrico Letta era un altro. Era  ricercare la verità nei rapporti tra i dirigenti del PD e non l’unanimità. A parte la discutibile scelta del termine “verità” (proprio della sua tradizione cattolica), il senso della frase non si centra sull’unanimismo. Si centra sull’intento di sviscerare i rapporti reali tra i dirigenti PD.

Enrico Letta vuole sollevare il sipario  sul cosa si pensi circa i nodi della vita reale e  far sì che la politica si focalizzi sulle proposte per scioglierli. Insomma un ritorno alla politica delle idee e dell’applicarsi ai fatti, abbandonando i meri esercizi della politica di potere. Non è un esercizio formale. E’ una  esigenza del convivere in una società che adotta istituzioni di tipo liberaldemocratico. Qui il confronto politico serve a presentare ai cittadini progetti alternativi su cui loro possano scegliere e non ad impacchettare soluzioni preconfezionate da imporre ai sudditi, spingendoli al conformismo.  Le istituzioni liberaldemocratiche non concepiscono che i cittadini abbiano il dovere  di vivere in un dato modo. Al contrario, esse operano  per valorizzare l’iniziativa del cittadino, nella convinzione comprovata dalla storia, che sia il modo più efficace e più rapido per sciogliere di volta in volta, attraverso il confronto, i nodi della vita reale.

Il ritorno alla politica delle idee e dei fatti, implica delle conseguenze. Innanzitutto quella di dare al PD  un’identità politico culturale inconfondibile, ma che tenga conto della realtà fatta da una miriade di cittadini diversi. E dunque essere un’identità in grado di avere punti di contatto per stringere alleanze con altre identità (in ogni caso, anche in quello di sistemi elettorali uninominali, quando si cerca il voto di cittadini con gusti non del tutto coincidenti). Il PD dovrà guarire dalla perniciosa utopia dell’origine di voler essere un partito a vocazione maggioritaria. Perché ciò contraddice l’anima aperta dell’identità (tende a formare i cittadini con lo stampino)  ed è perfino ridicolo quando il bacino elettorale supera appena il 20%.

Come seconda cosa, la politica delle idee e dei fatti implica,  oggi, rifuggire il distacco dal governo Draghi. Perché ha un Presidente che è in assoluto una delle personalità più attrezzate per cultura e per esperienze (non solo in Italia) nel gestire il nostro rapporto con l’UE e il Recovery Plan. Perché svolge con le nuove personalità coinvolte un’azione di continuità politico culturale  con il Conte2 , che significa proseguire nella prospettiva di superare  il modo di governare disattento per principio ai cittadini e ossequioso verso le burocrazie, pubbliche e private. Perché nei fatti ha già mostrato l’attitudine a prender cura dell’attuare le decisioni prese, a frenare con forza il cicaleccio delle notizie al posto del render noti i fatti e a bacchettare l’inutile uso di parole inglesi al posto di quelle italiane.

Come terza cosa, la politica delle idee e dei fatti implica che le ovvie distinzioni tra PD e M5S  non  divengano l’odio dei restauratori verso i grillini. Per il motivo che  il M5S, dal marzo ‘18 e ancor oggi , dispone dei gruppi parlamentari più numerosi ed imprescindibili per un assetto politico che non sia la restaurazione del passato. Perché, stante la legge elettorale vigente per le politiche, qualora il PD non abbia un rapporto costruttivo con il M5S, sarebbe assai arduo evitare il successo della coalizione Lega, FdI, FI . Oltretutto tenuto conto che l’ispirazione del M5S è a favore del cambiamento politico (seppur in modo confuso), infatti nella UE i grillini sono stati determinanti nell’eleggere la Von der Leyen (che ha abbandonato l’austerità).

Pertanto, il richiamo di Enrico Letta a idee e ai fatti è una questione seria e va auspicato che la Sua segreteria abbia successo. Per il quadro politico nel suo insieme.

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