Sui difetti della democrazia diretta (a Piùdemocraziaitalia)

Caro Leonello Zaquini, cari amici di Piùdemocraziaitalia,

ho piacere di aver suscitato la Vostra attenzione circa il mio ampio articolo su  “Democrazia Rappresentativa non rigida”  di alcuni mesi fa (NdR, vedi 18 agosto 2020 su queta biblioteca), trasmesso a Nicola Ragno dopo un colloquio telefonico. E non ho difficoltà  a confermare le ragioni di cultura politica, di fatto e di logica per cui ho scritto “Nessuno di questi articoli, e modifiche in corso appartiene alla logica della democrazia diretta”.

Parto dal dire che non ha fondamento definire  quelle ragioni una divergenza linguistica con Voi. Una differenza rilevante esiste. E sta nel fatto che io mi riferisco ai dati sperimentali secolari circa i rapporti reali tra i conviventi mentre la mail di Zaquini si riferisce ad alcuni autori (ed anche alle Vostre convinzioni) che, per il governo della convivenza, adottano il sistema antico secondo cui il futuro sta nello sbandierare un modello teorico sognato.

La mia sintetica frase non viene infatti scalfita né dal richiamo al Vostro primo obiettivo né dal citare il prof. Auer. Infatti il Vostro primo obiettivo esprime l’esigenza  di perseguire la democrazia diretta (citata senza definire cosa sia davvero) e la partecipazione (obiettivo condivisibile,  che di per sè non è distintivo della democrazia diretta, dato che concerne anche quella rappresentativa). E i due brani citatl del prof. Auer  non provano che la democrazia diretta è contrapposta alla democrazia rappresentativa, anzi. Di fatti il primo brano descrive la democrazia diretta come la situazione in cui “il popolo …esercita, oltre alle competenze elettorali classiche, delle attribuzioni specifiche in materia costituzionale, convenzionale, legislativa o amministrativa” .
E tutte quelle attribuzioni specifiche rientrano in pieno nelle regole della democrazia rappresentativa. 
Poche righe sotto, il secondo brano precisa che la Democrazia diretta è indipendente “quando il momento ed il tema sul quale il popolo interviene non dipende che dalla volontà di quest’ultimo, o da un criterio oggettivo sul quale gli altri organi dello Stato non hanno influenza”.

Anche qui, non si dice nulla in contrasto  con la democrazia  rappresentativa, dal momento che il “criterio oggettivo” sono semplicemente il complesso delle regole rappresentative per convivere.

In seguito,  Leonello Zaquini cita gli incontri “con le migliaia di attivisti, provenienti dal mondo intero” e afferma che  “ quando il sistema rappresentativo non e’ l’unico detentore del potere legislativo ma anche il popolo può legiferare…., quella è democrazia diretta” . Però anche questa affermazione fonda il suo distinguo sul concetto che ci sia o meno il potere legislativo del popolo, ma sorvola sul dato decisivo che questo potere vien dato al popolo proprio dalla democrazia rappresentativa e dalle sue regole.  E infine Zaquini mi invita a fare il possibile per adeguami al linguaggio usato in tutto il mondo. Ma non posso adeguarmi ad un linguaggio che, intanto è sbagliato ed incoerente (per i motivi sopraesposti) ma che per di più (ed è la cosa più negativa) perpetua l’idea che sia possibile governare non sull’osservare i fatti  ma con i sogni suscitati dai grandi manifesti utopici costruiti sulle speranze a tavolino al posto della realtà degli umani.

Perché il nodo sta in quello che ho scritto nel secondo capoverso sopra a proposito della divergenza.  Oltretutto, prescindere dalla democrazia rappresentativa (e contrappore ad essa la democrazia diretta) equivale a chiudere gli occhi sull’elemento determinante della vita umana, cioè del passar del tempo. Le particolarissime condizioni esistenti (appena)  nelle piazze dell’antica Atene, da allora sono un ricordo impalpabile; anzi sussistono sempre meno per il moltiplicarsi enorme del numero dei cittadini conviventi nei diversi ambiti civili. Per questo la cura della democrazia rappresentativa è sempre più importante. Deve di continuo funzionare al meglio. Voi stessi, osserva Zaquini, usate dire “democrazia diretta moderna” per distinguerla da quando e da dove esistono gli organi legislativi. Appunto. La democrazia è in marcia e non deve cristallizzarsi (ecco perché la chiamo “democrazia rappresentativa non rigida”) , però resta sempre  una democrazia rappresentativa, che è il sistema formato nei secoli dagli umani per far funzionare al meglio le relazioni tra cittadini diversi.  E’ un aspetto centrale. La democrazia rappresentativa si evolve nel tempo secondo le scelte fatte dai cittadini elettori di nuove norme (che è poi il senso aggiornato dello spirito del SPQR) . Pensare di cristallizzarla è una pretesta elitaria lontana dai cittadini.

Osservo inoltre  che nelle citazioni di Zaquini  domina l’uso del termine “popolo”.  Mentre la questione dirimente nel maturare della democrazia rappresentativa, è il rapporto con i cittadini individui, che sono la vera realtà del termine popolo. Non va scordato che, in inglese, popolo è una parola plurale, cioè palesemente include gli individui, mentre in italiano è singolare, cioè implicitamente esclude gli individui. Perché in Italia si considerano gli individui un pericoloso attentato alla regola fondante dell’unità collettiva (ideologica e religiosa) che non va scalfita.

Dunque, il concetto di democrazia diretta è – a parte le intenzioni emotive dei suoi adoratori – un concetto pericoloso (e perfino un aiuto ai fautori della democrazia rappresentativa rigida)   sia perché va contro l’esperienza civile secolare sul come poter convivere al meglio , sia perché fa balenare l’illusione che la convivenza possa migliorare  senza istituzioni o comunque con meno istituzioni. Ed invece lo sperimentare dei fatti dimostra che la convivenza migliora  creando istituzioni che la regolino con norme decise dai cittadini. Ed adeguandole di continuo. Quindi il nodo è la scelta e poi seguire l’evolversi.

Sperando di aver chiarito  i motivi della mia frase, resto a Vostra disposizione qualora desideriate ulteriori mie precisazioni.

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