Renzi, nel suo discorso in aula mercoledì 9, ha parlato per lo più al di fuori del tema della dichiarazione di voto (la posizione italiana sulla riforma MES). Si è detto contro l‘idea di Conte di fare una Fondazione dei Servizi Segreti (effettivamente un progetto balzano), ha citato Macron e la Merkel, ha criticato le procedure circa l’approvazione del bilancio, ha richiamato i fasti del suo governo, ha spulciato nelle poste del Recovery Plan, e poi altri passaggi. Però dopo, è stato largamente citato per la minaccia alla stabilità di Governo qualora il Presidente del Consiglio insista nell’affrontare l’utilizzo dei fondi europei del Recovery Plan mediante una task force (sei manager e una schiera assai ampia di funzionari da loro diretti). Minaccia che ha ripetuto, aggravata, venerdì in un’intervista ad una testata spagnola.
Tralasciamo nel presente articolo i vari fuori tema (che esprimono la spavalderia del senatore). Ma facciamo una considerazione sul merito della minaccia (il modo di usare i fondi riguarda tutti, divenuto certo che la UE li invierà). Affidare la gestione alla task force è una scelta opinabile ma è un’invenzione dire “ritengo che un Governo non possa essere sostituito da una task force” (per il motivo che nel progetto presentato da Conte non c’è scritto). Ed è un’altra invenzione paragonare il taglio di 300 parlamentari (che è una riforma votata dal Parlamento ed approvata dal 70% degli italiani) al prevedere una task force di 300 consulenti (primo perché questo numero è una fantasia senza base, secondo perché la task force sarà decisa dal Parlamento). Una terza invenzione è affermare che la proposta di utilizzo dei fondi finora consegnata ai membri del Consiglio dei Ministri che la dovranno definire, preveda dei manager con poteri sostitutivi del Governo (la proposta non prevede questo, bensì un intervento a garanzia del realizzare quanto stabilito dal Governo). Messe insieme (aggiungendo anche l’auspico formulato da Renzi che Conte faccia un passo indietro sulla task force), queste tre invenzioni fanno intravedere scenari un pò inquietanti dal punto di vista dei principi politico istituzionali. In particolare due.
Uno concerne il rapporto del Governo con l’opposizione in Parlamento. Senza dubbio deve esserci, perché il confronto e la discussione sono l’anima della democrazia rappresentativa. Peraltro, tale rapporto non deve confondersi con il tornare al consociativismo, in cui ogni parte, inclusa l’opposizione, deve ottenere qualcosa (magari qualche manager ed una quota della schiera di funzionari). Perché ascoltare non implica l’obbligo di condividere. Il parlamentarismo non può e non deve essere una ripartizione di incarichi (che confonde il giudizio elettorale). In più, una riflessione analoga deve essere fatta pure in relazione ai rapporti tra il Governo e le Regioni nonché tra il Governo e le parti sociali. Anche qui le competenze sono fissate dalla Costituzione. Il resto è baccano.
La seconda concerne il rapporto tra la task force e la struttura burocratica. L’accusa che il Governo vorrebbe consegnare i suoi poteri alla task force – poco credibile perché presuppone l’autolesionismo di Conte – pare nascondere il nervosismo delle alte burocrazie ministeriali. Hanno il timore, o meglio il terrore, che la task force controlli la gestione dei fondi UE lasciando loro le briciole. Tanto più che Conte allude. “Far sì che, nel caso l’amministrazione centrale non voglia o possa intervenire, non si sprechino i fondi“. Pare il segno che è cresciuta la consapevolezza che, se i Governi fanno una scelta e tutto resta come prima, la prima responsabilità è nella ferma ritrosia dei funzionari ad applicare la scelta non condivisa (e del Governo che subisce intimorito).
Questa mia considerazione vuol mettere in luce che richiamare i principi del parlamentarismo e l’urgenza di un piano di progetti concreti per l’utilizzo dei fondi europei, va benissimo purché non serva a depistare. Non vanno mischiati i ruoli, né dei politici né dei funzionari. I parlamentari votano gli indirizzi, non governano. I funzionari eseguono i compiti avuti dal governo, non agiscono in proprio. Insomma, il cambio di mentalità oggi impone di smettere di volere a tutti i costi l’unità (la vita pullula di diversità); e di riportare le burocrazie pubbliche nei ranghi (abbandonino lo slogan che la politica passa e loro restano).
Vedremo se la task force nascerà e funzionerà. Ma senza una apposita struttura di dimensioni e qualità adeguate, l’Italia non sarà in grado spendere i 209 miliardi UE. Per farlo occorre una capacità che l’esperienza dimostra non essere abitudine delle strutture. Da anni non viene utilizzata una alta quota dei fondi avuti dall’UE; con grave leggerezza si assegnano imponenti concessioni e non si vigila abbastanza sulla sicurezza dei manufatti (che in giro crollano). Insomma, i 209 miliardi sono un ricostituente che richiede una partecipazione attiva.

