Scritto per la rubrica Disputationes della rivista NON CREDO n.43
A primavera, incontrando le Superiore delle religiose mondiali, Francesco ha ripetuto le critiche al clericalismo, facendo l’esempio di quanto avviene in più del 60% delle parrocchie. Lo spirito del prete che, non applicando il diritto canonico, non istituisce il consiglio per gli affari economici e il consiglio pastorale della parrocchia, sarebbe uno spirito clericale, perché non consente alla parrocchia di disporre della sinodalità necessaria per e con i fedeli appartenenti al mondo laico. “Il sacerdote è un servitore della comunità, non il capo di una ditta – ha detto il Papa – Il clericalismo è molto marcato, quando il sacerdote vuole clericalizzare il fedele laico e quando i fedeli laici non sanno che cosa fare, se non domandano al prete e trovano più comodo farsi clericalizzare…..Non si può pensare di promuovere i fedeli laici capaci nominandoli diaconi, cioè clericalizzandoli.”
Il cittadino di cultura laica rispetta tali dichiarazioni, che, nell’esercizio del magistero, sono estranee all’organizzare il convivere. Peraltro, è opportuna la chiarezza intellettuale. La cultura laica, fondandosi sulla libera diversità individuale, è coerente quando critica l’attitudine delle religioni strutturate ad imporre regole clericali sul come organizzare la vita civile. Invece, c’è una palese rottura logica quando la critica al clericalismo proviene da una religione come quella della Chiesa, che si impernia sul principio dell’autorità rappresentante la verità di Dio. Qui, i pilastri dottrinali sono il vertice che decide da solo, il partecipare dei fedeli disgiunto dal loro scegliere, l’essenzialità dell’impegno della Chiesa nel proselitismo evangelico. Con simili pilastri, è logico che il clero, richiamandosi anch’esso alla verità, non ponga in primo piano i problemi civili del convivere bensì quelli del credo. Da qui il comportamento clericale in campo civile anche se non in sintonia con la democrazia sinodale
Lo stesso su temi civili come l’immigrazione. La Fondazione Migrantes della CEI ha espresso la linea dottrinale criticando le Commissioni territoriali che non danno protezione umanitaria a gran parte dei richiedenti, così inducendo gli interessati a rendersi irreperibili e creando insicurezza per migranti e residenti. Perciò Migrantes auspica un decreto del Presidente del Consiglio che dia un permesso umanitario a chi fugge da disastri ambientali, da persecuzioni politiche e religiose, da sfruttamento. Una impostazione simile esprime la tipica visione religiosa, che affronta i problemi del mondo con l’utopia della misericordia divina e di fatto respinge la concretezza della libertà del cittadino che si impegna stando ai fatti delle risorse disponibili, delle condizioni nel territorio, delle preoccupazioni dei cittadini per arrivi minacciosi. Ciò agita il clima della convivenza, perché bolla come presunta indifferenza verso gli altri la necessaria cautela civile nell’affrontare davvero questioni di portata intercontinentale e non contingenti. Così facendo, l’approccio della gerarchia favorisce pericolosi fenomeni di chiusura a carattere xenofobo e razzista che intralciano l’accoglienza sostenibile. Purtroppo è quello che, all’insegna del clericalismo, stanno facendo non solo i religiosi dogmatici ma anche gli avversari della laicità.

