Lettera alla Stampa
Egregio Direttore,
la risposta data dal Presidente del Comitato dei Promotori il Referendum Elettorale ad un esponente dello stesso comitato (il prof. Ainis sulla Stampa di lunedì) che ha argomentato il suo contrasto al referendum, è una risposta che non risponde poiché si limita a formulare una serie di altre domande. Ma la risposta diretta non è eludibile.
Il referendum elettorale è una proposta di legge che vuol cancellare alcuni aspetti (pochissimi) della legge in vigore. Ai cittadini si chiede essenzialmente una sola cosa: se vogliono o no approvare l’idea di non dare più il premio di maggioranza alla coalizione che prende più voti dandolo solo al primo partito. Il Presidente dei Promotori sorvola sul fatto (indiscutibile) che, se la proposta referendaria venisse approvata, resterebbe tranquillamente in vigore il quadro della legge attuale e in sovrappiù si imboccherebbe la strada mussoliniana di uno spropositato premio senza condizione al primo partito: il 55% dei seggi.
Le conseguenze sarebbero un danno gravissimo per la democrazia. Infatti per battere un partito, ora può bastare che gli altri si coalizzino senza fare una lista unica, mentre dopo l’approvazione del referendum sarebbe indispensabile fare una lista in comune anche tra idee opposte. Ad esempio, oggi sarebbe necessaria la lista PD e Lega come precondizione per battere il Popolo della Libertà.
Dunque, stando alle conseguenze effettive del referendum elettorale, è del tutto normale che lo avversi chi è attento a cosa provochi. Potremmo fermarci qui. Ma anche le domande del Presidente del Comitato richiedono risposta. A cominciare dal fatto che lui, usando questo referendum come strumento, vorrebbe raggiungere un fine preciso. il bipolarismo tra due partiti che nominano i loro uomini senza che vi sia possibilità di scelta.
E’ un fine incaccettabile. Innanzitutto l’obiettivo è del tutto difforme dal referendum del 1993 (padre del mattarellum) che legava il territorio ai vari parlamentari scelti per tre quarti in collegi uninominali e che favoriva le coalizioni politiche, certo non il bipolarismo. Le coalizioni politiche sono la fisiologia del pluralismo e si fondano non sui ricatti ma sui programmi concordati e presentati per legge. Per questo, le persone serie non accusano Bertinotti e la sinistra di aver ricattato Prodi pretendendo la realizzazione di quanto pattuito nel programma delle 280 pagine alle elezioni del 2006. E non possono neanche accusare la Lega di ricattare oggi il Popolo della Libertà pretendendo l’attuazione degli indirizzi del 2008. Se c’è un scopo da raggiungere, è impedire lo strapotere di alcuni che impapocchiano il voto elettorale per comandare in ogni stagione all’insegna del presunto bene comune (il loro); a questo dovrebbero servire le coalizioni e il maggioritario di collegio. Ridurre i partiti tendenzialmente a due soli, soffoca il pluralismo , impedisce il confronto sulle idee e blocca il ricambio con chi è estraneo ai gruppi di potere eterni.
Analogo peggioramento della attuale legge porcellum, il referendum lo porta sugli sbarramenti. Che esistono di già ma che il referendum moltiplica di fatto , anche qui compromettendo il pluralismo.
Francamente assurda è poi la domanda divagazione del Presidente dei Promotori con la citazione a proposito della democrazia dell’alternanza. Secondo lui ha consentito agli Obama, ai Blair e ai Sarkozy di vincere le elezioni e di governare stabilmente i propri Paesi. Sembra voler ignorare che tutto ciò non ha niente a che vedere con il bipartitismo, bensì con il fatto che le loro società civili sono del tutto diverse da quella italiana ma tutte assai più pluraliste, uninominali e lontanissime dal bipartitismo obbligato che si vorrebbe introdurre in Italia.
Infine la distorsione finale è quella compiuta ai danni di Norberto Bobbio. Le parole di Bobbio ( ” È inconcludente vagheggiare un modo diverso di fare politica con attori e mosse diverse, senza tener conto che per farlo bisogna mutare le regole che hanno creato quegli attori e predisposto quelle mosse”) non significano affatto che Bobbio è un tecnocrate alieno dalla politica. L’autore di Politica e cultura non ha mai sostenuto che le riforme istituzionali devono precedere il confronto politico (come vorrebbero i promotori), bensì che il confronto politico deve tener conto anche delle strutture politico elettorali in cui opera.
Insomma, alle domande del prof. Ainis la risposta è quella che ha dato lui e che diamo anche noi del Comitato. Intanto, battere il Referendum Elettorale.

