Legge diritto allo studio universitario, prosecuzione dibattito

PRESIDENTE. Riprendiamoil dibattito sul diritto allo studio universitario. (omissis)…Ha chiesto la parola il Consiglire Morelli. Ne ha facoltà.

MORELLI. Io, contrariamente al collega Berlinguer, non ritengo che questa discussione sull’art.5 sia di poca importanza, anche se posso capire con lui che ci possa essere razionalmente il sospetto che da parte di qualcuno, forse, si attribuiscano a questo articolo significati diversi da quelli che gli diamo noi. Cioè dei significati – diceva Berlinguer – di quello che potrebbe essere l’organizzazione del potere del Comitato. Comunque sia, le nostre preoccupazioni hanno senso e cittadinanza, e lo dimostra la foga, l’impegno, la passione con i quali ha trattato l’argomento il consigliere Berlinguer. Ha diritto di cittadinan­za il parere che questo dell’art. 5 è uno dei punti nodali dal punto di vista di principi e di organiz­zazione dell’intera legge.

Cioè qui non si sta solo discutendo se il Presi­dente del Comitato dovrà essere o meno nomina­to dal Comitato stesso, e se il Comitato stesso dovrà avere o non una prevalenza delle compo­nenti nominate dalle Associazioni intercomunali rispetto a quello nominate delle università, ma si sta discutendo, in filigrana, di qual’è il tipo di organizzazione e di partecipazione che si vuol attuare in questo caso perché si sta parlando di diritto allo studio universitario, ma anche in altri casi. Per esempio ieri, nel dibattito sul piano re­gionale, si citava il caso del Comitato di gestione delle U. S. L., quindi con riferimento anche ad al­tri casi a venire. Cioè si sta discutendo sul tipo di rapporto fra l’ente pubblico e la società civile, e sul principio se l’ente pubblico sia giustamente le­gittimato a sovrapporsi totalmente alla società ci­vile fino a pretendere di assumere in modo inte­grale e totale la rappresentanza.

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Ecco, questi sono i principi in gioco, che ave­vamo già sottolineato in fase di relazione generale e, non casualmente, il consigliere Berlinguer ha a queste cose fatto riferimento con passione. Perché in sostanza tutto l’intervento del collega Berlinguer si può riassumere intorno a due con­cetti cardine che mi sforzerò di confutare. Cioè: una forma integrata di intervento è possibile – questa è la frase quasi testualmente – solo se è interamente nelle mani della società politica. E la partecipazione più larga e più ampia possibile di tutti. E’ nei voti del complesso delle forze demo­cratiche almeno di questa Regione, ma credo an­che del nostro Paese. Questo spirito e obiettivo di fondo della partecipazione deve saltare quasi la fase della rappresentanza, quasi essendo vista la partecipazione come un momento in contraddi­zione insanabile con la fase di rappresentanza. Questi sono i due punti cardine già rilevati in fase di relazione di minoranza e non casualmente riemersi perché sono qui i veri scogli, i veri punti di contendere nel dibattito.

Innanzitutto devo far una considerazione. Che sempre di più emer­ge da parte nostra la soddisfazione per aver ribal­tato, insieme alle altre forze di minoranza, a parte la maggioranza e a una reminescenza anche da parte del gruppo comunista, queJla che era l’impostazione di fondo totalmente diversa – e non a caso rispondente alle logiche introdotte qui dal consigliere Berlinguer – che era l’impostazione del disegno originale della Giunta. Nel quale non ca­sualmente, non trovavano spazio le possibilità di apporti da parte delle università neHe loro varie componenti, perché appunto si partiva dall’idea che la mano pubblica potesse in sè riassumere tutta la rappresentanza della collettività. E noi su questo punto non siamo d’accordo, lo abbiamo detto in modo nettissimo, perché la ma­no pubblica deve coinvolgere e indirizzare la col­lettività, ma non può pretendere di esaurirne la rappresentanza.

Seconda questione. Il problema del diritto allo studio come servizio tout court o servizio specifi­co. Noi siamo convinti, lo abbiamo detto e lo confermiamo, che il diritto allo studio universita­rio non può essere assimilato e identificato con altri servizi sociali di un ambito territoriale. pro­prio perché l’università non è una scuola come un’altra, e proprio perché l’accesso all’università non è una specie di diritto civile in quanto tale naturalmente gestito, come tutti i diritti civili, dal­l’ente pubblico locale. Perché l’università non ha come fine esclusivo la formazione del discente in quanto la didattica universitaria non può esser mai separata dalla ricerca e dall’innovazione cul­turale.

Qui il punto di fondo che ha portato, a nostro parere, al fraintendimento di queste cose all’uni­versità indirizzata sulla strada di istituto di for­mazione di massa e che l’ha fatta diventare una sorta di «esamifìcio». Noi non crediamo all’uni­versità come scuola super-professionale e, di con­seguenza, pensiamo che non possa essere una scuola eccessivamente burocratizzata. E di conse­guenza ancora, riteniamo che le ricerche di inno­vazioni culturali non sono più possibili se i vincoli burocratici divengono dei carceri. Lo abbiamo detto nella relazione iniziale: dei carceri perma­nenti delle idee.

Allora, l’università deve essere autonoma perché non si può limitare a funzioni educative ma deve puntare a innovazione e a ricerche. Se è cosa diversa da un diritto civile, perché ricordia­molo, un diritto civile è una precondizione di ba­se perché ogni cittadino possa essere libero di esprimere se stesso, e il servizio sociale è un mez­zo per rendere possibile questo diritto. Invece il fare la ricerca, l’innovazione, non è una precondi­zione per l’uguaglianza delle opportunità di par­tenza; perché i possibili esiti del processo educati­vo senza dubbio possono portare alle ammissioni all’università, ma non sono solo questo. Non so­no solo questi gli unici e i più appetibili per chiunque esiti.

Da tutto ciò noi abbiamo a lungo insistito sul fatto che non si può disconoscere la specificità del diritto allo studio universitario, proprio perché l’accesso all’università è esso stesso un diritto specifico e non un diritto civile. E quindi, essen­do il servizio allo studio un diritto specifico e non civile e non sociale, è chiaro che sarebbe assurdo il pensare di poter gestire questo servizio specifico escludendo in modo aperto – surrettizio non im­porta, la sostanza è quella che conta – le compo­nenti dell’università dalla gestione di questo servi­zio di cui è evidentissima la specificità. Proprio perché è assurdo il sostenere e accusare gli altri, come ripetutamente ogni tanto si fa commettendo dei gravissimi errori anche culturali, di concepire l’autonomia come separatezza. A nostro parere l’autonomia non può essere separatezza, sia per i legami istituzionali che permangono con l’ente pubblico elettivo, sia e sopratutto per la sottesa scelta culturale di riconoscimento del principio di diversità che discende dal concepire l’università come scuola di ricerca e di innovazione, come momento e sforzo di continua e più esitante ana­lisi del .reale.

Se è vero tutto questo, il riconoscere alla parte universitaria una rappresentanza e fare del Comi­tato di gestione un organo particolare dell’Asso­ciazione intercomunale, non un organo strumentale quasi subordinato agli organi ordinari del­l’Associazione intercomunale; il fare del Comita­to di gestione un organo particolare a pieno titolo dell’Associazione intercomunale, significa ricono­scere apertamente e con piena consapevolezza che la partecipazione è un qualcosa di più che si chiede alla rappresentanza, ma che non è data nelle società nelle centinaia di anni di storia, una partecipazione di larghissime masse di persone senza il criterio rappresentativo.

L’illusione della democrazia diretta quale si arriverebbe pre­tendendo di avere una partecipazione che non sia un qualcosa di più, una condizione complessiva anche attraverso gli strumenti del controllo e del­la rappresentanza; ma al contrario, una parteci­pazione che prescinda dalla rappresentanza, è un’illusione che è stata sempre carissimamente pagata tutte le volte che si è cercato di percorrere la via in termini concreti. E nemmeno molti anni fa questo è successo, quando si è pensata una volta che il pioblema di rendere sempre più com­plessa e articolata e penetrante la partecipazione prescindendo dagli strumenti concreti che ne po­tessero concretizzare la pratica attuazione, ha portato di fatto a disperdere anche grossissimi contributi di sforzo e di interesse politico, demo­cratico, alla gestione della cosa pubblica. Proprio perché si è sfociati ancora una volta sulla spiag­gia della democrazia diretta che è una spiaggia che sempre finisce poi per portare a esiti di tipo autoritario e totalitario. Io sotto questo aspetto, devo dire con chiarezza che non credo e spero che questo non sia l’indirizzo e la linea lungo la quale evolvono anche importantissimi e, degni di massima attenzione, momenti di interessato e complesso dibattito interni al movimento comuni­sta.

Ecco perché qui non si tratta di negare validità al 616. Al contrario. Qui si tratta di capire più in fondo il significato profondo del 616 quando, dando alle Regioni la possibilità di intervenire in questo settore, ha sottolineato la funzione della Regione non come organo alternativo allo Stato, ma come organo parte di una articolazione com­plessiva dello Stato. E in questa logica ha sottoli­neato la necessità di questa articolazione a tutti i livelli che deve continuare non solo fermandosi dal livello nazionale a quello regionale, ma deve continuare dal livello regionale a quelli successivi. E non si può fermare nemmeno al livello delle Associazioni intercomunali ma deve continuare ancora oltre, e quindi deve prevedere un aperto, espresso coinvolgimento ufficiale delle componen­ti universitarie. Ecco perché noi riteniamo un grosso successo che la legge oggi all’esame, che non condividiamo in toto, però già abbia accolto questi principi che non sono viceversa precedenti nell’impostazione di fondo del disegno originario e dell’intervento fatto stamane in aula dal collega Berlinguer.

Ed ecco perché secondo noi, mentre su queste cose il dibattito sarebbe stato violentissimo, sulla Presidenza e sui rapporti numerici fra le due componenti, riteniamo che il dissenso sia ancora ampio, ma si cominci a trattare di un dissenso di tipo argomentativo. Noi riteniamo che il fatto che il Presidente sia eletto dal Comitato di gestione e il fatto che ci sia un equilibrio fra componente dell’Associazione intercomunale e componente universitaria, risponda pienamente alla logica di fare di questo Comitato di gestione un organo a pieno titolo della Associazione intercomunale e non un organo subordinato ad altri organi della stessa Associazione intercomunale. Per noi è un momento di coerenza con l’impostazione di fon­do, è l’esigenza di togliere le residue ambiguità a un testo di legge che è già stato largamente inno­vato ma che secondo noi conserva largamente delle ambiguità. Perché non è possibile dire, come è stato detto stamani, che la pariteticità ha un senso solo se c’è una sorta di spartizione fra cor­pi sociali differenti; quasi che solo se i corpi so­ciali sono differenti, fosse possibile concepire de­gli organi paritari derivando dalla pariteticità la conclusione che essendo, per esempio, 8-8 allora non si può votare. Questo non deve essere un or­gano consultivo, deve essere organo di gestione e quindi deve esercitare la gestione. Ma non una gestione separata come si cerca di far credere, perché è una gestione all’interno di indirizzi pro­grammatici emanati da questo Consiglio regiona­le secondo dei programmi pluriennali stabiliti già dall’Associazione, quindi è una gestione che non è abbandonata a sè stessa, non è una gestione selvaggia di un gruppo di persone separate da ogni altro contatto con la realtà che si trovano a decidere sulla testa di tutti. È una gestione chia­ramente secondo indirizzi democraticamente scel­ti, espressi dagli organi democraticamente costi­tuiti dalla nostra Repubblica. E quindi è una ge­stione che conserva, non la selvaggia libertà delle praterie, ma la responsabile capacità di compor­tarsi autonomamente all’interno degli indirizzi che ci sono stati dati. E questa autonomia, secon­do noi, è un bene oggettivo da salvaguardare se si vuole evitare – come dicevo all’inzio e come diceva il collega Berlinguer – se si vuole evitare che sia possibile una forma integrata d’intervento solo se questa forma è interamente nelle mani della società politica. Noi viceversa siamo dell’av­viso, proprio per arrivare alla partecipazione di cui si parlava prima, che non si deve saltare il momento della rappresentanza, e che è fonda­mentale viceversa dare agli organi rappresentativi sempre più largo respiro nella parte preliminare degli indirizzi e nella parte successiva dei control­li. Ma che per arrivare a questa partecipazione non si può saltare e dire che sono meno impor­tanti e significativi la natura e i rapporti con i quali sono formati questi organi, nella fattispecie il Comitato di gestione.

Ecco perché. noi continuiamo a sostenere cbe questo articolo è, da un punto di vista di impo­stazione, uno degli articoli-chiave. Questo naturalmente non vuol dire, sono d’accordo viceversa col consigliere Berlinguer, che il diritto allo studio non si fermi a questo punto. E’ evidente che il diritto allo studio, una volta che fosse anche adottata totalmente la nostra tesi del Presidente eletto dal comitato della pariteticità, non è che avrebbe tutti i problemi automaticamente risotti. Niente af­fatto! Allora comincerebbe il confronto con la realtà, con le sfide quotidiane ·del diritto allo studio, e allora ci sarebbero altrrei grossissimi problemi dei quali alcuni vengono affrontati negli articoli seguenti della legge. Però è chiaro che ri­spetto alla necessità di dare alia Regione uno strumento giuridico d’intervento nella realtà, ma a tutti noi, ai cittadini e sotto certi aspetti anche alle altre parti d’Italia, visto cbe ormai questa li­nea è stata responsabilmente ripescata e supera­ta, la linea della partecipazione senza rappresen-· tanza e della società politica che deve avere in mano tutto per realizzare forme integrate di intervento, di dare anche alle altre parti in Italia il messaggio che le forze politiche sono capaci di affrontare i problemi con estrema razionalità, cercando di risolvere al meglio la quetione. E se la questione è, come noi tutti siamo d’accordo, che si deve quanto più possibile evitare che il diritto allo studio sia gestito da enti separati e si deve aumentare la partecipazione, allora la strada giusta è intanto introdurre criteri di rappresentanza, poi aumentare i controlli e poi sviluppare questo processo di momenti autogestionali – che pure dalla legge sono previsti – e tutto questo potrà dare un senso alla manovra complessiva di ampliamento della democrazia.

Se tutto questo non avvenisse e , al di làdella lettera della legge che ci vede dissenzienti ma che è già stat nella sostanza corretta, si dovesee ricominciare a dare messaggi di democrazie diretta, io credo che cominceremmo ad imboccare di nuovo una strada sbagliatabche la sinistra sta pure percorrendo negli ultimi 4 o 5 anni.

(omissis fino a dopo l’approvazione dell’emendamento della Giunta, alla non approvazioe dell’emendamento PRI-PLI)

PRESIDENTE. All’ultimo cpmma dell’art.5 è stato presentato dal gruppo PdUP un emendamento aggiuntivo…. (omissis)

PRESIDENTE. Per dichiaazione di voto, ha la parola il Consiglire Morelli.

MORELLI. Votiamo anche noi a favore perché ci sembra che la specifica dei motivi della esigenza di funzionalità tende a chiarire che questo comma non è rinvio di assoluta libertà all’autonomia delle Associazioni Intercomunali.

(omissis fino a dopo l’apporvazine dell’emedamento PdUP)

PRESIDENTE. Dobbiamo ora provvedere alla votazione, sempre all’ultimo comma,dell’emednamento sostitutivo preentato dal gruppi PRI e PLI. (omissis fino a dopo la non approvazione dell’emendamento PRI PLI e l’approvazione dell’art.5 emendato).

PRESIDENTE. Dobbiamo ora discutere colleghi, l’art. 5 bis quale risulta da un emendamento aggiuntivo di un intero articolo propoto dai gruppi PRI e PLI. Lo illustra il Consigliere Morelli.

MORELLI. E’ una questione di incompatibilità. Occorre inserire in questo art. 5, con un art. 5/bis, una norma che preveda che non posoono far parte del Comitato di gestione dipendenti di Regioni, Comuni, Associazioni Intercomunali e coloro che forniscono beni o prestino servizi ai Comitati di gestione in proprio o quali responsabili di società fisiche o giuridiche. La norma credo che in sostanza si illustri da sé. Nel senso che noi voglimo confermare il principoo che bisogna in qualche modo porre un rimedioalla tendneza crescentemdi grosse reti di interconnessione tra organi che decidono certi settori, persone che prestano servizi a favore di questi settori, e organi che presiedono al controllo complessivo sui settori che esercitano i servizi. Questa cosa sta accadendo sempre più ampiamente. A nostro parere bisogna introdurre un qualche correttivo in modo da assegnare a ciascuno ruolie funzioni che siano concretamente giudiccabili e sottoposte a controlli da parte di persone che a questi controlli in nessun modo siano o possano essere interessate.Ecco perché noi pensiamo che lintrodurre questi due commi, o come art. 5/bis o come ulteriori commi aggiuntivi dell’art.5, possa segnare un preciso indirizzo secondo il quale veramente – e qui mi rifaccio ai principi espressi più volte dal gruppo comunista – la partecipazione deve essere un fatto sempre più ampio anche numericamente di persone, e non una riserva di caccia per alcuni più uguali di altri.

(omissis fino alla non approvazione dell’emendamento PRI PLI e dopo fino al dibattito sull’esame dell’art.6 e i relativi emendamenti)

PRESIDENTE. Ha chiestO la parola il collega Morelli. Ne ha facoltà.

MORELLI. -Io ero d’accordo come ha richiamato nell’intervento il collega Matulli, con gli emendamenti presentati dalla DC, perché appun­to erano stati già oggetto di esame in Cornmissio­ne. Ma questo accordo preliminare sugli emendamenti si trasfonna in preoccupazione dopo quan­tto ha detto il collega Marchetti. Perché gli emen­damenti della DC tendevano a precisare una cosa che nel testo si poteva ritenere in qualche modo implicita, e cioè precisare qual’era l’organo depu­tato ad amministrare dei fondi di bilancio. E, conseguentemente, d­alla lettura del testo si poteva ritenere anche abbastanza implicito. Mi scusi l’assessore Pollini, che è strettamente interessato a questo problema, che è un problema di bilancio, e qui non vog!iamo far polemica, ma vogliamo solo arrivare ad una formulazione di legge corretta.Quindi dicevo, in questo testo si poteva ritenere una lettura implicita alla individuazione dell’organo ehe era titolare della gestione del bi­lancio capitolo relativo al diritto allo studio uni­versitario. Viene l’emendamento DC che, ho già detto a mio parere, giustamente, tende a rendere questa possibile interpretazione implicita, una normativa esplicita. Chiarisce qual’è l’organo che deve gestiree il bilancio. Ora, il collega Marchetti ci motiva la sua contrarietà a questi emendamenti, dicendo che c’è un dissenso circa l’organo titolare delbilancio, e che quindi è bene restare al  titolo…..(interruzione del del consigliere Marchetti)  …no, no, no, scusa. Il problema è sempre il solito. Si tratta di stabilire una norma oggettiva,- . al di là delle concezioni che precedono il confronto.Biscgna saper fare una legge che, rispetto a coloro che la dovranno attuare, risponda a un questi con esattezza: una volta che l’ Associazio­ne Intercomunale ha votato il suo bilancio e ha stabilito le varie poste contabili, anzi vari capitoli e varie articolazioni del bilancio, qual’è l’organo che decide, per esempio, che le cento lire del capitolo mensa o le duecento del capitolo alloggi, de­vono essere spese?  

Questo è un problema reale, non è un proble­ma formale che si possa superare con l’inghippo. Allora a me sembrava che l’emendamento DC, facendo seguito a tutto il dibattito in Commissio­ne, precisasse con chiarezza quello che era possi­bile implicitamente dire. Ma dopo questo dibatti­to io credo che sarebbe bene far definitiva chia­rezza sul testo per impedire che questi problemi o queste incertezze si possano riprodurre al mo­mento della gestione. E qualora il Consiglio ac­colga questa nostra interpretazione, cioè in so-stanza accolga la logica di un emendamento, io sono dell’opinione che venga accettata la tesi di chiarire che l’organo, deputato all’amministrazio­ne dei capitoli di bilancio stabiliti e fissato il loro complessivo ammontare dalla Associazione inter­comunale, sia appunto il Comitato di gestione.

(omissis fino alla discussione deell’emendamento alla lettera c) sostitutivo presentato dalla DC omissis)

PRESIDENTE. Ha la parola il Consiglire Morelli.

MORELLI. Scusate, gli emendamenti della DC erano connessi tra di loro. Se si accetta una parte dell’emendamento, cioè il cambiamento della parola: delibera gli atti di amministtrazione in delibera gli atti di gestione, è più limitativo, per precisare nei modi che ha detto Matulli. Poi i DC proponevano un altro cambiamento due righe sottto, pertanto io proponevo, siccome l’argomento è impotante ma è tecnico, non è una quetine di scelta di fondo, qui siamo abbastanza d’accordo, si tratta di metterlo bene. E siccone su questo punto con l’accettazione di un emendamento DC e non dell’altro si può creare un pò di questione nella lettera d) secondo comma, chiedo se à possibile ripensarci un attimo per non commettere errori.

PRESIDENTE. Colleghi, fatta una proposta di sospensiva. (omissis fino a • Il Consiglio non approva – e in seguito ancora omissis fino all’esame di un emendamento soppressivo del secondo comma dell’art. 10 presentato dal PdUP) Ha la parola il ConsiglireMorelli.

MORELLI. La logica di questo comma che è stato introdotto dalla Commissione alla quale ab­biamo lavorato e noi poi abbiamo anche insistito, è una logica del fattibile e del realismo. Perché è chiaro che una normativa di questo genere, della quale poi sottolineerò l’importanza e la funzione, sarebbe resa più incisiva e penetrante qualora esi­stesse una legge quadro nazionale che desse man­dato alla Università, non solo ai Comitati di Gestione e quindi alle ex Opere, ai servizi di diritto allo studio di fare un intervento del genere. Questo è evidentissimo, però è altrettanto evidente che in mancanza di questa legge quadro e nella logoca di voler incidere là dove è possibile per integrare i servizi sul territorio, (logica alla quale più volte ci siamo insistentemente richiamati , e soprattitto si è richiamata la maggioranza sostenendo che addirittura per lei non c’è differenza tra il diritto allo studio unniversitario e gli altri servizi sociali e civili) allora in questa logica non capisce come non si voglia approvare, secondo la logica del PdUP , un emendamento che costituisce una possibilità di uno stimolo. Stimolo a fare che cosa? Possibilità ai Comitati di gestione di impe­gnare somme nella stipula di queste conven­zioni, e lo stimolo alle università affinché si ren­dano conto che servizi amministrativi possono es­sere opportunamente e facilmente decentrati con l’utilizzo delle tecniche moderne quali gli elabora­tori con i quali ci dovremmo abituare urgente­mente a fare i conti, perché ormai in altri Paesi lo stanno già facendo: esperimenti, trasmissioni di giornali etc…

Allora, io non riesco a capire il perché non dobbiamo dare questa possibilità pun­tando a far sì che da una parte le Associazioni intercomunali e i Comitati di gestione, pongano a disposizione i servizi, e le università potrebbero porre a disposizione certe trasferte di personale per il materiale di rilascio, cioè sottoscrizione, dei certificati richiesti. Io qui non vedo una difficoltà. Questo oggettivamente vuol dire ridurre i carichi ad esempio di traffico e tutti i carichi derivanti da spostamenti avanti e indietro, tutte cose che ap­parentemente possono servire ad aumentare la presenza turistica nelle sedi di città sedi universi­tarie, ma che a mio parere sono oggettivamente degli sprechi. Perciò, pur comprendendo che que­sto comma non è incisivo come sarebbe qualora ci fosse una disposizione nazionale, questo è ve­ro, ma d’altra parte noi operiamo a livello regio­nale e non abbiamo maggiori strumenti. A me sembra che la logica complessiva sia significativa della volontà precisa di integrare l’università con il territorio; e quindi tenete presente che ci sono anche gli studenti universitari che stanno a Pon­tremoli, che stanno a Panzano, che stanno in vari posti e che è inutile che vadano nelle sedi univer­sitarie, non per studiare perché allora sarebbe in­dispensabile, ma per prendere un certificato e fare magari 5 o 6 ore di treno. E d’altra parte in que­sto tipo complessivo, di dare un indirizzo per svecchiare certe abitudini burocratiche dei servizi universitari che spesso si nascondono dietro il di­to di inveterate abitudini.

Quanto invece attiene al discorso fatto dal consigliere Teroni circa la possibilità di modificare il testo in relazione all’u­bicazione dei servizi, la Commissione aveva indi­cato di preferenza presso i medesimi Comuni le Associazioni intercomunali, proprio con l’idea di dire che l’indirizzo deve essere quello, ma di la­sciare la possibilità eventualmente alì’asscciazio­ne, ai Comuni, agli stipulanti la convenzione, di trovare altre sedi in caso non ci fosse la disponi­bilità fisica. Questa è la volontà di dare un indi­rizzo di sottolineatura all’ubicazione presso i Co­muni, ma di non chiudere la possibilità di adotta­re soluzioni diverse in mancanza di disponibilità di locali. Quindi io in questo senso penso che il Consiglio farebbe bene a mantenere il secondo comma dell’art. 10, anche se con eventuali mo­difiche formali che però non ne ·stravolgono il senso di possibilità e stimolo.

(omissis fino al voto sulla soppressione del secondo comma dell’art,10 – Il Consiglio non approva – e dopo l’inizio delle dichiarazioni di voto sull’art. 10 emendato)

PRESIDENTE Ha la parola il Consiglire Morelli

MORELLI. Non è una cosa nuova. Anche in Commissione noi avevamo finito questo punto -concordando sul testo che è qui presentato e perché ,m pur comprendendo la passione con cui in Ccrnmissione oltre Matulli anche lnnaco sostenevano qmesta necessità di cambiare il testo nel modo più o meno come hanno proposto con l’emendamennto, però ritenevamo che i principi in­sriti nel testo del documento unificato fossero principi che on qualche modo rispondevano ai motivi di partecipazione, ma vedevano questo processo come non intaccante il dovere, la natura della parte pubblica di gestire le cose esistenti con uno sforzo di razionalizzazione e di integrazione dei servizi che era senza dubbio apprezzabile. Tanro che dicevamo che questo tipo di autogestione deve esserci, ma deve esserci come fatto che non limiti la gestione dell’esistente.

Avevamo aperto anche un altro discorso che qui non è il casio di fare anche se il Berlinguer ci tira – giustamente peraltro – sul concetto che la questione del servizio che per essere collettivo non deve essere pubblico. Per noi almeno perché può essere collettivo non è detto che debba essere pubblico, e quindi giustamente si devono incenti­vare le attività di tipo partecipativo. E, questo lo accennai anche nella relazione iniziale, di tipo partecipativo che intendano la partecipazio­ne non solo come un apporto di danaro, ma an­che proprio di lavoro, come un modo di recupe­rare delle forme di partecipazione a dei servizi talvolta più umili che vengono rifiutati e che invece sono importanti in una società complessa.

Quindi tutta questa tematica mi porta a dire che, pur apprezzando la natura del discorso e dell’im­pegno su questo emendamento da parte della DC, a me sembra che sia meglio rispondente il testo della legge. Però io non sarei forse interve­nuto perché queste cose le avevo dette già in Commissione, ma di nuovo a me sembra di dover sottolineare alcune considerazioni fatte dal colle­ga Berlinguer. Una per ristabilire una verità stori­ca. L’unica legge giacente a livello parlamentare che nell’anno ’58 proponeva di fare le cose che oggi erroneamente (per non dir peggio) attribui­sce alle sinistre, è una legge a firma Bozzi, Mala­godi, Bergamasco e un altro che non mi ricordo; preparata da Stanzani noto dirigente successivo della sinistra democratica e successivamente emi­grato in altri lidi, e che diceva queste cose. Quin­di non introduciamo degli argomenti di mitologia perché non credo che facciano parte di un sano e razionale discorso. E non introduciamoli perché soprattutto qui si tratta concretamente di realiz­zare questa aspirazione a integrare la rappresen­tanza con la partecipazione. Perché dire e parlare di partecipazione come auspicio e pensare che evocando questa parola, «partecipazione», si pos­sa risolverne i problemi, noi crediamo sia molto difficile, anzi fuorviante. E allora noi siamo con­cordi sostanzialmente con il testo originario, però non lo carichiamo affatto di una divisione mani­chea fra buoni e cattivi; cioè fra le forze del bene che hanno sempre dovunque e comunque assicu­rato la sopravvivenza e l’avanzamento dei princi­pi di democrazia e di partecipazione, e le altre forze arroccate nel negare alle masse studente­sche i loro diritti. Perché qui se si devono tirare fuori le medaglie ce le abbiamo tutti, a seconda  dell’età, perchè choaramente chi ha i 50, chi i 60 e chi i 30, perché ognuno cerca di dare il proprio contributo secondo quella che è la propria visione concreta di risolverte i problemi. Tentare di risolverequesti prpblemi di democraziacon i miti è contraffittorio e,alla lunga, impedisce di risolvere e di migliorare i problemi della democrazia.

(omissis fino dibattito su emendamenti all’art.11)

PRESIDENTE. Ha la parola il consigliere Morelli.

MORELLI. A parte le questioni d’obiezione se l’organo più adatto a dare l’intesa o comunque un parere sia o no l’organo dei Rettori – questo è un problema aggiuntivo – a me sembra che l’idea di fondo relativa ai criteri di capacità e di merito non sia infondata; cioè sottolineare in questo ca­so dei criteri di capacità e di merito, la necessità di addivenire ad una individuazione di questi cri­teri; sulla base anche di particolari intese con il mondo più strettamente, da un punto di vista pe­dagogico e di ricerca, addetto a questo settore. Quindi a me sembra che al di là dell’organo, que­sta esigenza andrebbe in qualche maniera recepi­ta· e tradotta, concretamente e esplicitamente.

Perché qui c’è continuamente un ricorso al di­scorso · secondo il quale poi provvederanno le as-sociazioni. Ma compito del nostro organismo, cioè della Regione, è quello di dare degli indirizzi che possono essere di due tipi: indirizzi contin­genti e occasionali secondo l’andamento delle questioni, e questi sono indirizzi che saranno re­cepiti in quelle che sono le norme di programma e le norme-quadro previste anche dalla legge che di volta in volta il Consiglio regionale darà per l’esercizio della delega al diritto allo studio. Poi c’è un altro tipo di indirizzo che attiene alle norme generali alle quali il Consiglio regionale ritiene che le Associazioni intercomunali e i Co­mitati di gestione debbano attenersi. E a noi sem­bra che il concerto con un qualche organo uni­versitario nella determinazione dei criteri di capa­cità e di merito, sia oggettivamente un indirizzo-quadro necessario, e che quindi va espressamente introdotto nella legge. Quindi io direi che, al di là delle dichiarazioni del consigliere Bolzoni, pren­diamone atto ma cerchiamo di mutare questo or­gano e di accogliere la logica dell’emendamento.

(omissis fino all’esame dell’art.13)

PRESIDENTE. Colleghi, all’art. 13 sono stati presentati i seguenti emendamenti: al secondo comma un emendamento sostitutivo da parte dei gruppi PRI, PLI, al terzo comma un emenda­mento aggiuntivo dell’intero comma sempre da parte dei gruppi del PRI, PLI, al terzo comma, un emendamento aggiuntivo da parte del PCI, PSI e indipendenti di sinistra. Ci sono consiglieri che intendono illustrare questi emendamenti? Ha la parola il consigliere Morelli.

MORELLI. Di questi emendamenti, il primo tende a chiarire il testo e il secondo invece a evi­tare un pericoloso blocco nel meccanismo di fun­zionamento del Comitato di gestione e quindi di tutti i servizi di diritto allo studio.

Il primo emendamento in sostanza tende a esplicitare che il piano dovrà contenere secondo le priorità e gli obiettivi e i criteri del programma regionale, l’indicazione analitica degli interventi e poi a noi sembra che non si può dire « … e le indi­cazioni delle entrate … », ma è meglio specificare: « … contenere le indicazioni analitiche di tutti gli interventi, l’ammontare delle relative uscite e l’in­dicazione delle entrate conseguentemente neces­sarie». Quindi questo primo emendamento mi sembra sia esplicativo di una norma che già con­tiene queste tesi implicitamente.

Il secondo emendamento, cioè la proposta di aggiungere un terzo comma all’articolo, risponde invece a una precisa esigenza operativa. Perché stando al testo unificato, cioè il secondo comma, le Associazioni intercomunali approvano il piano entro il 15 maggio. Noi ci domandiamo: che cosa succede se le Associazioni intercomunali non ap­provano il piano entro il 15 maggio? La conclu­sione, stando al testo che attualmente esaminia­mo, è univoca. Succede che rimane ferma la im­possibilità da parte del Comitato di gestione di operare, sia pure in ristretti limiti, delle indicazio­ni previste nel progetto di bilancio dallo stesso Comitato di gestione presentato all’Associazione intercomunale per farne oggetto di approvazione complessiva.

sibilità. Già prima il collega Matulli accennava al fatto che i termini di entrata a regime del bilancio annuale sono molto avanzati nei mesi rispetto ai tempi di spesa effettiva dei servizi del diritto allo studio universitario. Ma se addirittura si supera anche il termine del 15 / 5 non dando al Comitato di gestione la possibilità di spendere nei limiti de­gli stanziamenti previsti dal bilancio regionale, cioè degli stanziamenti previsti dal Consiglio re­gionale e secondo le poste costituenti la proposta di bilancio dallo stesso Comitato di gestione data all’Associazione intercomunale, se non si dà al­meno la facoltà di spendere entro questi limiti, una volta che l’Associazione intercomunale non ha rispettato i termini previsti dalla stessa legge che il nostro Consiglio sta esaminando oggi, se non facciamo almeno questo, a nostro parere mettiamo in moto una pericolosissima situazione operativa. E cioè, che i Comitati di gestione non dispongano di un bilancio approvato fino a estateinoltrata.

Allora noi abbiamo presentato un comma ag­giuntivo che prevede appunto che, qualora il ter­mine di cui al comma precedente, cioè il 15 / 5, non sia rispettato, a partire dal giorno successivo, il Comitato di gestione potrà deliberare gli atti di amministrazione secondo quanto previsto dall’art. 6, comma 2°, lett. d), facendo riferimento alle proposte per il piano annuale dallo stesso Comitato trasmesse all’Associazione intercomunale.

Questa è un’idea operativa, possiamo poi nuo­vamente trasformarla, abbiamo anche avuto con­tatti con l’assessore più specificatamente addetto al ramo finanziario. Si può trasformare, ma ci sembra che il nucleo dell’esigenza sia un proble­ma reale che a nostro parere dovremmo affronta­re e risolvere al meglio prima di licenziare la legge.

(omissis all’immediatamente successiva sospensione della seduta)

A noi sembra che si debba evitare questa pos-

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