Come uscire dall’emergenza carcere

I laici non dovrebbero mai trascurare la loro ragion d’essere: sostenere la sovranità del cittadino fondata sull’esercizio del proprio spirito critico. Facendolo, temi come quello delle condizioni carcerarie si rivelano temi spiccatamente laici. Succede oggi in Italia.

La Corte dei Diritti di Strasburgo ci ha contestato che il sovraffollamento carcerario viola l’art. 3 della Convenzione sui diritti umani che vieta il trattamento disumano o degradante.  E ha dato tempo fino a maggio 2014  per  rimediare. Altrimenti, si prevede una condanna commisurata ai detenuti che faranno ricorso, all’incirca 70 milioni all’anno.

Il  Governo si muove con cautela eccessiva. Ha varato una norma con cui circa 2000 detenuti saranno liberati dalla custodia cautelare in carcere attraverso sconti di pena e l’introduzione di una nuova fattispecie di piccolo spaccio. Poi ha proposto di affidare il giudizio per concederla ad un collegio di più giudici. Tuttavia il problema del sovraffollamento ha un altro ordine di grandezza e soprattutto non va confuso con l’esigenza di rivedere alcune leggi sulle droghe, di approcciare in modo nuovo il mondo dei migranti o di allargare l’esercizio della funzione di giudicare. I dati dimostrano in modo non equivoco che il sovraffollamento delle carceri non dipende da un’inclinazione a delinquere maggiore rispetto agli altri paesi, ma dall’abuso della carcerazione per chi non è condannato in via definitiva. I detenuti eccedenti la capienza degli istituti di pena sono meno di 19.000, solo quelli in attesa di processo 17.000 e quasi altri 12.000 non ancora condannati.

I laici devono affermare con forza che va limitato drasticamente il ricorso alla custodia cautelare. Lo Stato deve rifiutare impostazioni giustizialiste e schierarsi dalla parte dei cittadini e non delle burocrazie giudiziarie. Tra l’altro non solo è inammissibile per civiltà togliere la libertà ad un cittadino che ha una probabilità del 50% di venir poi dichiarato  innocente, ma  farlo danneggia la collettività obbligata a risarcire (i pubblici ministeri non rispondono degli errori commessi).

La linea maestra per risolvere la questione oggi ed evitare che si ripresenti a breve, è un rapido intervento legislativo ordinario che liberi subito i detenuti non condannati (salvo quelli perseguiti per reati in fragranza, delitti di sangue, associazione criminale e violenza sessuale) e  insieme riduca circostanze e termini della custodia cautelare.  Così si applicherebbe un principio di civiltà (no all’abuso della carcerazione preventiva), si risolverebbe un problema (il grave sovraffollamento) eliminandone la causa e si eviterebbe la pesante multa.

Per alleggerire il sovraffollamento delle carceri, gli ambienti tradizionalisti  ipotizzano invece indulto e amnistia. Indulti e amnistia non risolverebbero stabilmente la questione sovraffollamento e per di più darebbero un messaggio contradittorio.  Lo Stato, incapace di gestire la massa di pene derivanti dall’estendere di continuo la sfera penale,  provoca una impunità effettiva se usa la reiterata clemenza come risposta all’impossibilità di celebrare i corrispondenti processi (si pensi agli ingolfamenti per clandestinità o detenzione di stupefacenti). Inoltre non va trascurato che un conto è liberare i detenuti non condannati, un conto è introdurre benefici che riducano la pena per altri reati già sanzionati dal processo.

Di fatto il ricorrere ad un’amnistia, diminuisce il valore della pena irrogata, non evita il nuovo sovraffollamento in poco tempo e dimentica che l’amnistia ha una procedura in salita, dato che la Costituzione richiede i 2/3 dei parlamentari. Insomma, buttarla sul pietismo evocando atti di clemenza apre altre questioni e innesca una procedura più difficile lasciando marcire la condizione carceraria. Pertanto i laici dovrebbero sostenere la strada maestra della immediata liberazione dei detenuti non condannati.

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