Un convegno all’Università gregoriana



Per la rivista LIBRO APERTO

Dal 3 al 7 marzo scorsi si è tenuto a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, un convegno internazionale promosso dal Vaticano tra scienziati e filosofi, tra i quali alcuni Premi Nobel, credenti e non credenti, per riflettere sulla teoria dell’evoluzione ( di cui si parla in queste pagine) in occasione dei 150 anni della maggiore opera di Charles Darwin . Il motore dell’iniziativa è stato monsignor Ravasi, ministro della cultura vaticano, che, all’inizio del convegno,  ha rilasciato un’intervista al Messaggero (Franca Giansoldati).

L’iniziativa del convegno è stata interessante di per sé, non soltanto a livello di concentrazione di cervelli su un tema essenziale ma anche per il suo significato diplomatico. Sembra il modo – un po’  felpato e connesso al discorrere sui grandi temi nell’ottica dei tempi lunghi –  con cui la gerarchia vaticana ( e non solo visto che tra gli organizzatori spicca la presenza dell’importante università americana di Notre Dame) prende di fatto le distanze da quel creazionismo che negli Stati Uniti è cresciuto al punto di divenire un effettivo problema di cittadinanza. Ma anche l’intervista fornisce spunti significativi.

La prima cosa è che monsignor Ravasi si colloca lontano dai fondamentalisti religiosi e cerca il dialogo con la conoscenza scientifica. Giunge a far balenare , lui che è “ministro” della Santa Sede, l’opportunità di avviarsi lungo la strada sempre indicata dalla scienza: le elaborazioni religiose non possono per loro formazione pretendere  di conoscere mettendosi sullo stesso piano della conoscenza scientifica né la scienza pretendere di applicarsi a ciò che non è possibile sperimentare.

L’altra cosa, tuttavia, è che resta immutato un approccio che , dal punto di vista della convivenza civile, ha aspetti  pericolosi. E’ l’approccio di ricercare una sorta di incontro ( in altri campi il famoso ecumenismo) tra religione e scienza, e dunque una specie di mitica terza via. Nell’intervista i cenni sono chiari. Ad esempio  Ravasi ammicca al darwinismo sociale vantando il riconoscimento fattone da Marx, il quale appunto non è davvero scientifico – e anche per questo non liberale – proprio perché ferma la conoscenza e la storia e propone l’utopia disumana della società perfetta ( con gli esiti noti).

E’ vero che nella scheda di presentazione distribuita dalla Gregoriana è scritto che lo scopo del convegno è stato contribuire all’idea che “la Scienza, da una parte, e la Teologia, dall’altra, rappresentano differenti campi di analisi e di interpretazione, sebbene essi vengano spesso ingiustamente sovrapposti, generando confusione e polemiche ideologiche”.

E questo è un discorso polivalente (poiché tale sovrapposizione è stata la tentazione ricorrente del mondo religioso, che aspira all’ecumenismo), però costituisce una accettabile base di partenza. Purché non se ne dia un’interpretazione che serva a suddividere la società in zone di rispettiva influenza.  Appunto perché la cosa più produttiva che potrebbero fare le gerarchie è allargare tra i credenti la convinzione che religione e scienza sono necessariamente diverse e che , seppur  contro la logica religiosa del proselitismo, possono convivere. Il che non significa affatto, come si scrive impropriamente nell’intervista, che Darwin e la Genesi non sono incompatibili. All’interno della teoria di Darwin può trovare spiegazione la fase storica della Genesi, mentre nella Genesi non trova spazio l’evoluzionismo. In altre parole, la questione è politicamente la medesima di quella della formula cavourriana ( sempre 150 anni fa, dato che il periodo è lo stesso) . La religione in sé è ineliminabile e può compiere ogni genere di ricerca ed elaborazione, privata o pubbllca, ma in nessun caso può farsi teocrazia. L’esperienza storica dimostra che sulla realtà della convivenza civile possono incidere solo la scienza e le istituzioni costruite attraverso il confronto politico per valorizzare la libertà del cittadino. Il conformismo comunitario comprime la libertà.

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