Egregio Direttore,
il Corriere di stamani, a pag. 35, titola con corpo consistente e a colori i due riquadri illustrativi dell’articolo su Hannah Arendt: un titolo è “PROGRESSISTI–Quel che piace ai marxisti”, l’altro “CONSERVATORI–Quel che piace ai liberali”.
Sono titoli non degni del primo quotidiano del paese e della raffinata cultura del suo responsabile. Trasmettono l’idea che i progressisti si identifichino con i marxisti e i conservatori con i liberali.
Lascio a chi è impegnato a costruire la lista dell’Ulivo e del Partito Democratico il compito, se lo vorrà, di contestare questa identificazione assurda e snaturante per la parte che lo riguarda. Per la parte liberale, desidero confutare a fondo l’identificazione dei liberali con i conservatori, che è fuori della storia e della cultura. Basti ricordare figure come Einaudi, Croce, Gaetano Martino, Keynes, le dure e costanti critiche di Malagodi a Reagan e alla Thatcher, l’opera di Dahrendorf , presidente d’onore di Liberal International.
Il marchio politico liberale sono la libertà individuale attiva, la partecipazione responsabile, la cultura del rischio, la laicità delle istituzioni, che sono indispensabili per promuovere il cambiamento secondo le regole ineludibile in ogni organismo vitale. E’ appunto questa prospettiva di cambiamento fatto non di sogni ma di progetti, che si liquida identificando il liberalismo e la conservazione. Se i liberali sono sorpassati e i progressisti sono i marxisti, allora l’Italia corporativa, adagiata nel fruire diritti al di là dei meriti, può continuare a godere indisturbata dei suoi privilegi.

