Il futuro sta cominciando

Il Governo Craxi è stato reinviato alle Camere così come era negli uomini e nelle programmi. La sola novità è una più puntuale definizione della collegialità di governo che poteva essere ottenuta anche senza fare la crisi. Dunque, l’operazione innescata con le dimissioni dei repubblicani risulta ormai costosa per tutti perché è stato interrotto il lavoro del governo, in particolare dal punto di vista della manovra economica, con scarsa possibilità di ricuperare il tempo perduto.

Se uomini, programmi e problemi sono quelli di prima, la situazione non è affatto rimasta quella di prima. Governo e maggioranza, purché si calmino i bollenti spiriti del partito della crisi, nell’immediato potrebbero perfino accrescere la loro capacità operativa. Solo che, mentre le dimissioni dei repubblicani sono rientrate, restano gli atti politici compiuti (da tutti) durante la crisi. E da questi atti la formula di pentapartito, così come è incarnata nel governo Craxi, esce ridimensionata o, almeno, esce ridimensionato il suo smalto di grande prospettiva riformatrice.

Gli accesi dibattiti su Sigonella e la sovranità nazionale, su una politica mediorientale capace di garantire la sovranità di Israele e di avviare a soluzione con la trattativa il problema di dare una terra ai Palestinesi, e poi i dibattiti sul come combattere il terrorismo interno e internazionale e su quali devono essere i rapporti tra maggioranza e opposizioni, hanno messo in luce modi assai diversi di intendere l’azione politica. E’ la vecchia storia del conrtssto tra chi concepisce la democrazia come assediata e si limita a chiudersi nella sua difesa e chi viceversa pensa la democrazia come meccanismo di cui favorire la diffusione per migliorare la qualità della vita all’interno e costruire la pace all’esterno.

De Mita è partito seguendo una inea di responsabile ragionevolezza. Progressivamente ha dimostrato di non voler allentare i rapporti con il rigorismo del PRI (che è in caccia di quei moderati che nonostante tutto potrebbero sfuggirre alla DC) . Nelle settimane scorse, molti hanno scritto che evitando il quadripartito senza il PRI e non toccando i delicati equilibri del governo, De Mita aveva prevalso. Ora è indubbio che dal suo punto di vista ha evitato uno sgradito spostamento del governo per così dire “a sinistra”, ma è altrettanto indubbio che così ha segnato il confine della collocazione e della disponibilità democristiana proprio quando i numeri del 12 maggio hanno confermato che la DC non è più padrona del gioco.

Tutto ciò ha messo in luce con chiarezza i due modi di intendere il pentapartito. Da una parte con il pentapartito come necessità ineluttabile e dunque in qualche misura immobile, dall’altra il pentapartito nel suo spirito originario di alleanza tra laici e DC per la trasformazione possibile delle strutture pubbliche e. per l’attuazione delle riforme. Ecco perché il governo Craxi per ora continua ma la situazione è diversa da prima. Perché il processo politico ed anche quello sociale (si pensi anche solo alle manifestazioni degli studenti) sta riprendendo ad accelerare. Al centro vi è il problema di una migliore definizione degli equilibri politici necessari per governare l’evolversi socio economico dell’Italia e per mantenerne il ruolo nei mercati internazionali. Il futuro insomma sta cominciando.

Come liberali durante la crisi abbiamo seguito una linea coerente con le scelte di fondo della nostra politica e quindi ci siamo giustamente rifiutati di cavalcare il reganismo di ritornno. Tale comportamento è corretto ma, nel momento n cui la competizione si fa più difficile, non basta più. Abbiamo cominciato a parlare del pentapartito una quindicina di anni or sono e lo abbiamo teorizzato solitari a metà degli anni settanta. Su questo abbiamo costruito il nostro rilancio durante gli anni della Segreteria Zanone . La successiva realizzazione del pentapartito a guida laica è stato il segno concreto di una ripresa del processo di modernizzazione del paese e della vita politica. Ora, quando il futuro sta cominciando, il PLI piò farsi intruppare, per quieto vivere o malintesa convenienza di parte, tra coloro che sono disattenti e pigri di fronte all’impegno di sviluppare le ulteriori potenzialità derivanti dal pentapartito.

Da oltre due anni non facciamo oiù, come liberali, un sufficiente sforzo di elaborazione politico culturale. E questo sforzo è indispensabile se si è convinti che ancora una volta, nell’Italia di oggi, le cose da cambiare prevalgono su quelle da conservare. Lo stato sociale innazitutto che è stato costruito in un ‘ottica statalista, che non eroga i servizi nella qualità dovuta e che oer ciontro sottrae rosrse allo sviluppo

Insieme, la situazione politica del paese e la prossima scadenza congressuale costituiscono un’occasione che il PLI non puà permettersi di mancare. Non solo perché innovare è un imperativo esistenziale per un gruppo politico che si pone come agente storico del cambiamento sociale e civile al fine di consentire una società composta di individui socialmente consapevoli. Ma anche perché questo forte impegno innovativo è la più robusta garanzia contro le ipotesi di semplificazione del sistema dei partiti che circolano sempre più frequentemente. La garanzia vera, infatti, non sono gli accorgimenti dell’ingegneria costituzionale e dei sistemi elettorali, bensì l’essere insostituibili nel proprio ruolo di analisi e di proposte, nella propria capacità di promuovere le alleanze di supporto alla nuova fase di modernizzazione.

Il PLI deve approfondire il discorso sulle liberalizzazioni (nei settori economico, civile, ambientale, della giustizia) necessarie all’Italia dei prossimi anni. Deve sottolineare con più forza che il pernio del governo dei liberali è la programmaticità, vista non come parola d’ordine improvvisata e posticcia di un’impostazione ideologica (come fa il PCI) , ma al contrario quale espressione di un modo pragmatico di intendere una funzione pubblica mai sostitutiva degli impulsi e della dinamica della società civile e della vita produttiva. Deve con più convinzione percorrere la strada dello stato delle autonomie , unitario ma non unico, che è una strada capace di fare avanzare il processo di sburocratizzzzione della società attraverso gestioni pubbliche più trasparenti, più diffuse e perciò più controllabili dai cittadini,

Altrettanto se non di più, il PLI deve riprendere e approfondire il discorso dei laici e della loro centralità alla luce dei comportamenti di ciascuno, via via determinatisi. Naturalmente questa area non può avere inclinazioni conservatrici pena il venire meno al proprio ruolo. La sola moderazione consentita ai laici è quella della ragione. Per il resto non si può pensare che l’area laica viva solo dei suoi antenati. Essa deve misurarsi senza velleità di narcisistici protagonismi, sui contenuti dei programmi per il domani ad accrescere una duplice consapevolezza: che attraverso questa area passano i nuovi equilibri per un paese più moderno e che l’epoca dell’egemonia dei grandi partiti chiesa è al (pur lento) tramonto, innanzitutto per motivi culturali e di segmentazione dei gruppi sociali. In questa area laica sarebbe un errore confondere il filone socialista con quello liberaldemocratico , che hanno una storia di contrapposizioni e un presente differenziato.

Sarebbe però egualmente un errore se i liberaldemocratici adottassero la linea della quarta forza moderata, ponendo le premesse per la contrapposizione ideologica con il filone socialista. Per guarire da queste tentazioni moderato-conservatrici, i liberaldemocratici potrebbero semmai riflettere sul perchè la componente radicale, che pure ha evidenti radici nell’individualismo libertario preferisca gravitare vicino al PSI piuttosto che ai liberali, per non dire ai repubblicani.

Il rilancio del PLI è i compito della uova Segreteria. Ed è un compito che può essere svolto solo con un sforzo di chiarezza nel pensa e nel fare politica su questi temi. La forza della politica librale non è mai stata e non può essere nell’unità interna come valore disgiunto dai contnuti. L’unità è la parola d’ordine dei comunisti nelle lotte di classe, dei gruppi chiusi ed eversivi , dei reazionari. Il liberale è diverso. Il suo modo di collegarsi è l’accordo sul metodo liberale e sui contenuti programmatici di una politica. In un società o in un gruppo liberali il leader è il leader di tutti perché ha il voto della maggioranza, non perché ha idee uguali a quelle di tutti.

Non vi potrebbe dunque essere un rilancio del PLI se si dessero per superate le rilevanti differenze politiche che al Congresso di Torino e dopo di allora (basti l’intervista dell’on. Sterpa alla rivista Ragionamenti di ottobre) si sono manifestate tra la maggioranza del partito (Democrazia Liberale) e la minoranza (Autonomia LIberale) . Il rilancio dell’elaborazione poltica e culturale può esservi appunto solo con la chiarezza e nella chiarezza. I liberali, per disposizione naturale, rifuggono dalle discriminazioni e dalle ingessature dell’abitudine; ma l’ammucchiats dell’unità a tutti i costi sarebbe una confusione di. lingue e quindi una palla di piombo per il rilancio del partito. L’unità è una strada senza sbocco che non è possibile percorrere. Parafrasando l’intervista dell’on. Sterpa, i liberali con i liberali, i conservatori con i conservatori.

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