In una intervista a tutto campo su La Stampa, Romano Prodi ha espresso questa considerazione “viviamo una fase nuova nella quale domina l’idea che la forza è tutto e tutto decide. Un’idea che si accompagna al disprezzo per il diritto”. Parole di rimpianto per un passato che va scomparendo, contraddistinto dalla tradizione di comando abituale. Però è un rimpianto immotivato sotto il profilo realistico della cultura liberale.
Nella cultura liberale, l’esperienza ha messo in rilievo che la convivenza migliora quando opera attraverso la libertà di osservare e di valutare, da parte dei diversi cittadini individui, i fatti originati dai loro comportamenti nel vivere insieme. A ciò segue la libertà di proporre nuovi interventi operativi, sul cui impatto sul convivere vanno ripetute osservazioni e valutazioni. Reiterando poi di continuo il medesimo criterio operativo. Essendo questo il meccanismo della realtà, è improduttivo rimpiangere gli assetti tradizionali di ogni prodotto umano. Se qualcosa non viene più adoperato o adoperato meno, significa che il nuovo assetto funziona abbastanza meglio, in termini di libertà. Perciò è ingiustificato il rimpianto retrogrado.
Prendere atto che il libero convivere funziona così e soprattutto che è assai più produttivo rispetto ad altri sistemi, è fondamentale per far proseguire la conoscenza e migliorare senza pause le condizioni del convivere. Vale a dire per ampliare man mano gli apporti della libertà civile. Una simile presa d’atto rende chiaro perché sia immotivato il rimpianto della considerazione di Prodi.
E’ immotivato dire che siamo in una fase nuova in quanto oggi la forza decide tutto. Nel mondo concreto la forza è sempre stata il fattore determinante. Tuttavia ad una data epoca è avvenuto un cambiamento radicale nel suo riferimento di base. Per lunghi secoli la forza stava nella prestanza fisica degli umani. Un po’ alla volta hanno acquistato peso i marchingegni inventati nel tempo per sostenere i lavori più faticosi o per affrontare attività finora non praticabili. In parallelo è cresciuta la conoscenza intellettuale della struttura del mondo e del suo funzionamento. In ogni caso privilegiando la regola di rispettare la tradizione. Poi intorno a metà del 1600 in Scozia, si iniziò a valorizzare l’importante ruolo della libertà individuale sia al fine di accrescere la conoscenza con lo sperimentare sia al fine di costituire la base delle scelte nel vivere terreno. Da allora il diritto venne elaborato e rielaborato allo scopo di regolare la convivenza civile all’insegna della libertà individuale e di ridurre l’uso della forza nel dirimere le dispute interpersonali. Perciò il diritto, da funzionale a sé stesso ed impositivo dell’indirizzo voluto dai potenti, finì per divenire funzionale al rendere possibile il cambiamento nel tempo restringendo il ricorso alla forza fisica.
E’ anche immotivato parlare di disprezzo del diritto. Da metà ‘600 sono trascorsi quasi quattro secoli. E seppur tra vari ostacoli, ha compiuto grandi passi il sistema dell’imperniare le scelte delle istituzioni pubbliche (e perciò del diritto) sui cittadini invece che su ideologie di ogni tipo. Finché, negli ultimi decenni, in Occidente, il ruolo del diritto si è trasformato. E’ tornato ad essere uno strumento adoperato sovente per diffondere l’ossequio conformista agli indirizzi dei potenti che contrastano in ogni modo il cambiare secondo il volere dei cittadini.
Parecchi professionisti dell’applicare la legge e i progressisti non liberali, interpretano il diritto come una separata realtà autonoma. Che avrebbe la facoltà di arrogarsi funzioni parlamentari creatrici di diritto mediante l’interpretarlo, che protegge il potere esistente e che non si preoccupa di restare neutrale per agevolare i cambiamenti. Un simile arretrare nella concezione del diritto, complica molto il conflitto tra differenti idee innovative ed ostacola iniziative di varia origine. Dimentica che il fine dell’attività politica è sciogliere i nodi delle pubbliche relazioni formatisi nel frattempo e pertanto promuovere gli aggiustamenti necessari. Dunque è immotivato definire disprezzo del diritto quello che è rispetto dei cittadini che hanno scelto il diritto emerso dal conflitto tra forze rappresentanti di idee alternative, senza l’innesto di interpretazioni creative.
Asserire che oggi si sta tornando ad usare la forza (come se si potesse mai prescindere da quella delle idee) e che si disprezza il diritto, equivale insomma a negare la realtà. Purtroppo è la mentalità corrente dei progressisti non liberali, dedita ad esporre l’irrealtà. Che immagina di poter escludere qualunque uso d’ogni tipo di forza e che, utilizzando il diritto interpretato a piacere da elites prive di alcuna rappresentanza, tenta di far nascere un contropotere del diritto ponendolo al di sopra delle decisioni dei cittadini. Decisioni che non sono necessariamente giuste (se prese una per una) ma che nel complesso formano il sistema sperimentato come di gran lunga il più efficace per rendere giusta la convivenza. Fa prevalere nel tempo il risultato degli scontri di forza tra le idee e rende impossibile la staticità del diritto, che va aggiornato dai cittadini e non da altri. Per diffondere idee di cambiamento.

