Un intento di celebrare che mostra le magagne

Il punto sull’evolversi della situazione internazionale si trova in sintesi nell’editoriale di Repubblica del 27 marzo scritto dal Direttore. Molinari è al giorno d’oggi il giornalista italiano di punta. E’ persona colta e svelta, molto legato agli USA e assai introdotto negli ambienti ove matura la politica del Presidente Biden. L’editoriale ripercorre con precisione le parole d’ordine dell’Amministrazione USA; tra le sue pieghe, peraltro, si scorgono tracce degli aspetti che la fanno tentennare

L’editoriale comincia con l’ultima frase del discorso finale di Biden a Varsavia : “Vladimir Putin non può rimanere al potere”. E specifica che l’obiettivo dell’intera coalizione pro-Ucraina è mantenere le sanzioni fino quando il “criminale di guerra” resterà al potere (che poi è l’intenzione dell’ala più oltranzista USA e Nato, ma non di tutti, Amministrazione USA e coalizione). Tanto che l’editoriale non riporta quanto hanno scritto altri giornali, e cioè che, subito dopo il discorso, la Casa Bianca ha fornito un’interpretazione molto più cauta: che “il Presidente voleva dire che Putin non può esercitare il suo potere sui Paesi vicini o nella regione. Non stava evocando la possibilità di un cambiamento di regime a Mosca”.

L’editoriale di Molinari prosegue sottolineando il rafforzarsi Nato nei Paesi membri confinanti con la Russia (Paesi Baltici, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) . In pratica il deterrente maggiore contro nuovi interventi russi, insieme all’impegno UE per creare una forza di intervento rapido e alla conferma dell’annoso impegno del 2% di spesa per la difesa. Tutto esatto, però pertinente solo alle cose da realizzare. E comunque (proprio mentre Biden parlava) ritenuto deludente dal capo di gabinetto del presidente ucraino, “siamo delusi, ci aspettavamo decisioni più forti dai vertici della Nato e della Ue”. Aspettative che erano state coltivate da ambienti occidentali e poi frustrate dallo stesso Biden. Il quale ha rifiutato di andare oltre alle sanzioni economiche e continua ad essere pressato, tanto da pronunciare la frase finale a Varsavia. C’è stata una semi smentita ma la frase tien conto delle attese deluse, di chi, ucraini e occidentali, vuole la guerra fredda.

L’editoriale indica poi quale terzo pilastro della coalizione pro-Ucraina la convergenza per isolare Putin, siccome l’obiettivo delle sanzioni è spingere Putin a lasciare il potere. Al riguardo, nell’editoriale c’è una prima disinvoltura, quando fa intendere che il Segretario di Stato USA si è recato a Gerusalemme per provare a sostituire le forniture russe nell’UE. Ma non ricorda che Israele ha già dimostrato di non condividere in modo pedissequo le sanzioni economiche contro la Russia con la quale ha stretti rapporti di equilibrio per il Medio Oriente.

L’editoriale di Molinari si conclude rimarcando come l’alleanza occidentale debba affrontare tre interrogativi strategici. Primo, trovare interlocutori politici accettabili in Russia per sostituire Putin. Secondo, fronteggiare focolai di crisi creati da colpi di coda di Putin. E già queste due questioni strategiche, non sono l’Ucraina e ne suggeriscono la strumentalità. Poi c’è il terzo interrogativo strategico, che è quello chiave. I rapporti con la Cina, che sta sviluppando una rete di legami con i Paesi africani ed asiatici, a cominciare dall’India, tradottisi in ampie astensioni con l’intento di sfruttare la crisi ucraina e far emergere uno schieramento contrapposto all’Occidente.

Nel complesso, l’editoriale di Molinari magnifica l’idea rassicurante della tradizionale prevalenza USA nel segno delle libertà occidentali, però nella sostanza fa trasparire una realtà ben diversa. Prima di tutto che la vicenda Ucraina è stata, negli ultimi anni e finora, gonfiata strumentalmente con azioni coperte Nato e con la tipica propaganda da lancio di spettacoli. Secondo, che il demonizzare Putin e le sanzioni economiche alla Russia, hanno materializzato che l’Occidente non è più il centro del mondo e fatica a far accettare le sue scelte. Terzo, che l’Occidente sbaglia a rinunciare alla propria arma più efficace, che è praticare sempre e comunque il metodo della libertà nelle relazioni interpersonali tra cittadini diversi. Un metodo che promuove gli scambi economici e migliora le convivenze. Scegliendo le sanzioni, l’Occidente ha dimenticato che i pericoli non stanno nell’immaginarli, bensì nel bloccare lo sviluppo delle libertà e degli scambi.

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