Scritto per la rubrica Disputationes Laiche della rivista NON CREDO n.28
Un folto numero di riviste (tra cui Non Credo) e personalità del mondo laico stanno organizzando, a fine primavera a Milano, un convegno nazionale inedito sui comportamenti dei laici. Il titolo che ad oggi pare preferito è ”La laicità quotidiana”. Fa intendere che il Convegno non vuol essere celebrativo ma rilanciare l’attenzione alla vita nel tempo. Dovrebbe essere normale, dato che ciò esprime l’essenziale caratteristica laica nei secoli. Ma non lo è perché, per annosi motivi, in Italia troppi ritengono la laicità un’idea oggi ininfluente. Nonostante i fatti dicano il contrario. Alla prova la laicità è il sistema più efficace per far evolvere le condizioni di vita dei diversi cittadini nella convivenza. Perché si affida allo spirito critico e alla libertà dei cittadini per aumentare la possibilità di compiere di volta in volta le scelte più positive sulle strutture del convivere e per poter poi verificarne di continuo i risultati rivedendo le scelte compiute.
Questo affidarsi ai cittadini per confliggere democraticamente sui fatti e sui risultati, costituisce l’alternativa più profonda ai sistemi operativi che fanno dipendere iniziative e modifiche alle regole da un’autorità che a vario titolo sovrasta la libertà del cittadino. Della tipologia dell’autorità, la più diffusa è la fede religiosa. Sostituisce la libertà del cittadino nel determinare le regole della convivenza e le impone con l’autorità esercitata nel segno del credo. Nel passato l‘autorità della fede prevaleva sulla libertà del cittadino; poi, nei secoli più recenti, la libertà si è via via allargata come criterio di scelta. Vi è stato anche chi, equivocando il senso della libertà, ha pensato di risolvere la disputa eliminando la religione. Ma la fede è un’attitudine radicata nell’animo umano e quindi eliminarla contraddice la libertà. Peraltro resta innegabile che nei secoli la fede si è dimostrata (nell’ipotesi più benigna) molto meno efficace e molto più lenta nel governare il convivere. Da qui la necessità, per poter evolvere con rapidità ed efficacia restando ai fatti, che non esista alcuna commistione tra Stato (inteso come forma organizzativa della convivenza) e religioni e che pertanto le istituzioni siano improntate alla neutralità.
Tali condizioni vanno costruite perché non si autogenerano e vanno conservate efficienti nel tempo (aspetti che rientrano in una coerente logica laica). Perciò diventa decisivo aver cura delle regole laiche per consentire la massima apertura nelle relazioni del convivere tra diversi. Su questa strada, il primo passo per i laici diviene abbandonare l’ossessione di ridurre il male alle organizzazioni religiose (che contrasterebbe il principio di libertà dei diversi) ed ogni manifestazione tesa a sostenere una sola preferenza in tema religioso (che sarebbe autoreferenziale e sosterrebbe la diversità senza praticarne il metodo della interrelazione).
Un atteggiamento di questo tipo è auspicabile per il comportamento laico, siccome corrisponde al modo di essere. Ed è pressante nella situazione italiana di oggi, dove aleggia l’azione di Francesco. Un’azione che non è contingente e che a tappe forzate muta la struttura ecclesiale, restando con fermezza all’interno del principio di autorità. Questa evoluzione nel ruolo del Papa – che è amplificata a dismisura dai mezzi di comunicazione – accresce una speranza irragionevole ma antica e ricorrente, quella di trovare qualche autorità che consenta di eludere i vincoli dei fatti e dell’esperienza al passare del tempo (un’aspirazione all’assenza di vincoli che è la forza dell’attrarre religioso). Con Francesco quest’attesa si sta consolidando nella cittadinanza, anche nei laici di fragili convinzioni a disagio nei rapporti sociali con il conformismo comunitario. Sono più disponibili a sperare che gli appelli alla misericordia di un’autorità possano sostituire, per il governo, la libertà dei cittadini nell’interagire e nell’intraprendere. Si tratta di una speranza priva di fondamento dal punto di vista laico, poiché l’appello misericordioso non esprime lo spirito critico del cittadino che sceglie confrontandosi bensì concerne l’approccio dell’autorità nel riproporre il messaggio evangelico come modello da applicare sempre. La misericordia può innovare la forma del messaggio, non mutarne la sostanza di fede. Perciò essa non è la strada per transitare dall’autorità alla libertà civile.
Coltivare tale speranza significa rifiutare la storia della libera convivenza nel suo manifestarsi più significativo, cioè l’interagire della libertà critica di ciascuno che è la via per irrobustire conoscenza e cambiamento degli umani ed essere da essi irrobustita. Da qui l’importanza dell’impegno dei laici per rilanciare la propria cultura tra la cittadinanza. Il che vuol dire richiamare l’attenzione sui fatti sperimentali e diffondere la consapevolezza di come il continuo evolversi delle istituzioni e delle relazioni (e non un cercare un modello statico) sia la precondizione del mantenersi vitali e aperti al nuovo. E siccome ogni cittadino va sollecitato (perché esercitare lo spirito critico non è un partecipare passivo acritico), è decisivo che il richiamo arrivi ad ognuno. Così, un argomento di rilievo del Convegno, come propone il promotore di Non Credo, sarà dotarsi di uno strumento per agevolare l’ascolto della voce della laicità. Lo scopo non è il proselitismo (massificante in sé) bensì il potenziare la pratica della libertà dei rapporti interpersonali tra diversi accrescendo il peso della politica delle idee nel dibattito pubblico, oggi limitato agli scontri tra gruppi di potere.

