Scritto per la rivista NON CREDO n. 18
Il processo per attuare il principio di separazione Stato religioni ed abbandonare il conformismo religioso, scandalizza i cattolici chiusi, che vogliono imporre a tutti il loro credo. Essi accusano la laicità di tagliare fuori la religione dal pubblico. Stando alla lettera, è un’accusa ridicola. Però, loro danno anche un altro senso non detto. Per comprenderlo, va approfondito cosa sia la religione per i normali credenti e non credenti e cosa sia per i cattolici chiusi. Per i primi la religione è una esigenza spirituale radicata nell’animo umano, soprattutto nella sfera privata di ognuno. Le costituzioni laiche garantiscono il manifestare e vivere in pubblico il proprio credo, ma spirituale resta. Per i cattolici chiusi, mossi da esigenze molto terrene di gestione del potere, la religione è inscindibile dal riconoscere un’organizzazione che la rappresenta, la Chiesa. Di conseguenza per loro i credenti sono tenuti alla testimonianza religiosa non solo in termini spirituali ma seguendo le indicazioni operative della Chiesa stessa (e a cascata pure di chi partecipi alla sua struttura o vi ci si riconosca).
Allora si completa il senso di quella affermazione dei cattolici chiusi. A differenza degli altri credenti e dei non credenti, intendono che la religione insegnata dalla Chiesa va riconosciuta quando si fanno le regole della convivenza. Insomma deve concorrere a normare le cose civili. Che poi è la cosa che i laici non vogliono, perché reintrodurrebbe quel temporalismo sradicato da Cavour a metà ‘800. Qui sta la ragione per cui i cattolici chiusi vogliono il Concordato. Perché il Concordato realizza la loro idea: la sovranità non compete al cittadino ma a due autorità sul cittadino, quella dello Stato e quella della Chiesa. E dunque l’influenza della Chiesa è assicurata. Il che consente a loro di garantirsi una mediazione più alta.
I cattolici chiusi sono contro la separazione Stato religioni perché è un concetto istituzionale opposto al loro. La sovranità civile appartiene al cittadino e solo lui ha il potere di legiferare. La legge esprime che la libertà è individuale e insieme consente di far convivere le libertà di tutti i singoli. Non viene data la prevalenza ad un’autorità di qualunque tipo: i supposti predestinati, un gruppo comunitario, una classe sociale, le credenze religiose, un cartello economico. Neppure l’autorità della maggioranza, che ha i suoi diritti temperati dal dover rispettare i diritti fondamentali delle minoranze e degli individui. Inoltre, un simile concetto istituzionale di separazione è connesso ad un altro concetto essenziale, la diversità degli individui che convivono. Infatti, il fine della separazione istituzionale non è creare il cittadino modello. E’ creare le regole con le quali si possa sviluppare una convivenza più civile di ciascuno in modo che ciascuno possa esprimere la propria diversità. La separazione nelle istituzioni serve a consentire le distinzioni tra le persone e quindi l’interagire con la massima fecondità sperimentata. Non serve a far credere oppure no.
Non sono differenze lievi. I cattolici chiusi vorrebbero realizzare per legge il conformismo immutabile, in cui i cambiamenti sono cosa demoniaca. Da trattare con gli esorcismi e con la prudenza diplomatica così da non intaccare i privilegi dei piani alti. Invece i separatisti, credenti e non credenti, pensano alle norme legislative – per usare una metafora – come agli argini dei grandi corsi d’acqua, che regolano lo scorrere dell’acqua restando di fatto mobili per modellarsi secondo le esigenze vive del fiume. Che sotto l’apparente uniformità, è in perenne cambiamento.

