Società e religioni

Scritto per la rivista NON CREDO n. 18

 

Porsi il problema di una società senza religioni equivale a porsi il problema di una società senza esseri umani. E’ un lusso intellettuale del tutto legittimo ma adatto solo alle serate giocose. Di fatti, porlo significa evitare la realtà rifugiandosi nell’utopia, costa tempo ed energie, li distrae dall’obiettivo che in genere hanno quelli che lo pongono in nome della laicità: arginare la presa nella società civile delle concezioni religiose.

Se si ha questo obiettivo, si deve riconoscere il mondo reale per come è. Ogni persona ha la spinta a cercare un conforto di tipo religioso  rispetto alle difficoltà della vita e alla curiosità, se non all’assillo, di sapere cosa ci attende. Ha un sogno. Ogni persona reagisce poi a suo modo a quella spinta utilizzando in varia misura il conforto della ragione e dell’esperienza. Ma negare quella spinta non la spazza via, ne rende più robusto il radicarsi nella convivenza. Perché chiunque può constatare che quella spinta è nelle cose e allora di questa evidenza si fanno forti i fautori delle concezioni religiose per avvalorare la loro tesi. Sostengono la necessità di rispettare la legge di natura, che toccherebbe a loro interpretare proponendola nella sua immutabile eternità divina.

E’ proprio su cosa sia rispettare davvero la legge di natura – non sul negare la realtà – che è opportuno dedicare le energie per arginare la presa delle concezioni religiose. I fautori della religione paiono partire dalla realtà ma la abbandonano subito quando, imponendo la loro interpretazione eterna del reale, prescindono da una sua peculiarità decisiva, lo scorrere del tempo. Le energie laiche si devono quindi applicare per rivendicare l’ulteriore indiscutibile realtà della natura di essere impastata nel tempo fisico e di non essere immutabile. Possono farlo – e con successo – mettendo in chiaro che l’unico metro possibile nella convivenza tra diversi è la  sperimentale  prova dei fatti. In altre parole, la realtà  pesa di più della teoria o della convinzione religiosa. Non basta. I laici devono essere anche consapevoli che il mondo della religiosità non contesta più (almeno ufficialmente) il principio sperimentale riferito all’esperienza passata (confutarla è praticamente impossibile) ma insistono nel proclamare che il futuro è della verità divina e che la libertà è riconoscere questa verità. In pratica, non accettano che il principio sperimentale non faccia subito  conoscere tutto per sempre. La disputa tra spiriti laici e religiosi è sul tutto per sempre. Perché, rinunciando a pretenderlo, si è visto che, attraverso la verifica sperimentale delle diverse ipotesi individuali, si riesce man mano ad ampliare tantissimo ciò che si conosce, mentre pretendendolo si assumono come verità certe  degli assunti non sperimentabili e si rifiuta il tempo.

Dal punto di vista laico, la cosa importante è che la convivenza tra diversi, adotti il metodo sperimentale dei fatti nel  darsi  regole. Ciò è decisivo per quanto attiene il presente e il futuro. Non  lo è invece la disputa sull’opportunità che ciascuno adotti personalmente  il medesimo metodo oppure no. Vi sono e vi saranno sempre quelli inclini ad anteporre il sogno di vivere in un mondo differente, rispetto al precisare quale sia tale mondo e il concreto modo democratico per arrivarci. Ma siccome il metodo sperimentale si fonda sulla diversità, il laico non lancia anatemi contro chi non intende seguirlo. L’essenziale è che quel metodo venga seguito dall’insieme della convivenza quando si scelgono le norme da adottare e le iniziative comuni da prendere per consentire ad ognuno la sua libertà. Questo significa riflettere sulla circostanza che l’immaginare è per ciascuno un’esigenza ineludibile e positiva; solo che è molto differente immaginare sulla base dei fatti al fine di capirli meglio oppure sul  prescindere dai fatti per riuscire a fuggirli. L’immaginare di ciascuno è sì fisiologicamente multiforme ma la differenza rilevante sta nella sua finalità, se è il cercare di conoscere le cose oppure l’inventare un mondo fantasioso.

In questo quadro, la funzione laica è non solo quella di difendere le proprie idee senza mai rinunciare alla diffusa diversità (dunque trovando naturale una società con le religioni), ma anche di non prendersela mai con i rappresentanti di comunità in quanto tali. Perché in quanto tali sono degli uomini che testimoniano liberamente la rispettiva fede (anche se per definizione essa non è sperimentabile e dunque al fondo non foriera di libertà). Per lo stesso motivo i laici devono essere molto fermi e determinati nel difendere il ruolo civile della neutralità istituzionale, perché necessaria per garantire la libertà di credenti e non credenti. Congiunti, questi due aspetti significano che i cittadini laici (come gruppo civile) non devono interessarsi alle dispute  concettuali sul piano religioso mentre devono apertamente contrastare coloro che vorrebbero affidare a qualsiasi fede la delega per il governo della convivenza. Oltretutto perché indurre la cittadinanza a sognare la fuga dai fatti reali costituisce un pericoloso attentato – da contrastare con forza – alla capacità di conoscere e alla pacifica convivenza tra cittadini diversi.

Insomma, la laicità non può scimmiottare le religioni. Se la laicità volesse farsi religione in senso stretto, perderebbe la forza prorompente del compenetrare meglio l’evolversi delle cose, fondandosi sulla diversità di ciascuno. Perciò lo studio delle caste sacerdotali è utile come sguardo al passato storico e al presente sociologico. Non lo sarebbe per attribuire  responsabilità colpose ad una categoria che non è l’origine della chiusura sociale bensì la conseguenza dell’attitudine umana a cercare rifugio in una guida eterna, utopica ed esterna ai singoli cittadini. Invece occorre tener conto dell’esperienza storica, nel senso del passar del tempo. Perciò la laicità si fonda sulla storia.

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