Su una proposta di riforma elettorale (a Raffaele Umbriano)

Caro Raffaele,

come ti ho già detto ieri, non vorrei  che,  da un richiesto mio commento sul tema  della riforma elettorale,  tu potessi  in alcun modo equivocare circa il mio reciso giudizio al riguardo. L’iniziativa sbandierata un mese e mezzo fa dai 40 professori e inizialmente rilanciata dal Corriere della Sera, sarebbe del tutto legittima quale riflessione accademica, ma non aveva questo scopo. Intendeva essere, in un quadro di supposto crollo del governo a giorni, un’uscita  pensosa per porre una pezza alla crisi e gravida di conseguenze per l’opposizione e per il paese, finalizzata, guarda caso, ad attirare l’attenzione sui notabili proponenti, manovra in cui purtroppo è poi caduta l’opposizione , in testa il PD. Perché restando avulsi da un progetto complessivo di governo, parlare di riforma elettorale è un nulla politico, oltretutto frontalmente contraddittorio con le accuse che di continuo vengono fatte al Governo di non pensare ai problemi reali quotidiani del paese. E poi, ed è cosa decisiva, con quali voti si pensa di raggiungere alla Camera e al Senato la maggioranza necessaria per cambiare la legge elettorale ? Oltretutto con proposte che implicano anche la completa sua riscrittura perfino nelle circoscrizioni ? Perché Berlusconi dovrebbe accogliere una riforma che peggiora per lui la condizione attuale?

In realtà queste uscite di professori notabili corrispondono all’annoso rifiuto dell’opposizione di impegnarsi nella costruzione di un’alternativa programmatica capace di mobilitare il paese , preferendo scimmiottare la lotta per il potere nei termini pubblicitari in cui la conduce Berlusconi. Gli esiti disastrosi sono noti. E Panebianco, tipico esponente di professori che pensano di risolvere le questioni a tavolino a prescindere dalla realtà, sembra preoccuparsi, stando alle parole di Zanone, di togliere il potere alle segreterie di partito, senza capire che questo può essere solo la conseguenza di una mobilitazione politica condotta su basi politiche generali e non su astuzie tecniche fatte solo di parole a livello di elite.

Ciò premesso a scanso di equivoci e quindi a prescindere dall’inconsistente significato politico di quell’iniziativa ( che oltretutto non si pone neppure il problema di trovare un punto comune tra le del tutto differenti proposte di leggi elettorali che emergono nel settore dell’opposizione), il breve scritto di Zanone  illustra a livello tecnico un sistema che  si propone di accrescere il peso della personalità del candidato rispetto alle sue idee e programmi , con evidente tendenza a mettere da parte i filoni culturali organizzati e a trasformare il voto da scelta ad elenco di preferenze che si assembla in modo abbastanza imperscrutabile.

Insomma. Una delle soluzioni tecniche teoriche da prendere in esame. Ma dopo. Ti ripeto. Sono convinto che il sistema elettorale viene dopo la proposta politica, non prima. Soprattutto se è un sistema elettorale che in realtà non fa sentire il cittadino particolarmente protagonista delle scelte che fa perché non gli consente di inquadrarle in un progetto. Si ritorna di fatto all’antico parlamentarismo in cui l’eletto diviene molto più svincolato, non solo in coscienza, da ogni linea programmatica.

PS – Aggiungo queste poche parole a proposito del fondo di stamani di Panebianco sul Corriere. Lo ritengo un tentativo spudorato di far passare la sua solita iniziativa, visto che ne sono falliti i presupposti, per  una cosa che diverrebbe ancor più necessaria con il prolungarsi della legislatura. Poi conferma le critiche che ho fatto, quando ritiene che il cambio della legge elettorale sia un bene in sé a prescindere. Di politiche reali, non  parla ( ma negli ultimi anni in Italia sono stati appunto i programmi reali a mancare). E inoltre si fa chiaramente trasparire quello che ho scritto, “mettere da parte i filoni culturali organizzati”. E’ un inno al notabilato, che pensa di risolvere la violenza in politica eliminando la politica e potenziando il saggio notabilato.

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