Il diritto di resistenza liberale

SINTESI degli argomenti trattati nella RELAZIONE e nella REPLICA di RAFFAELLO MORELLI, Segretario Politico, all’Assemblea degli iscritti FDL ( Roma, Hotel Ariston)

1. L’analisi e la linea politica emerse lo scorso febbraio nel V Congresso, prima parte, avevano già portato ad individuare come nostro compito quello di prepararsi ad esercitare, all’indomani delle elezioni, il diritto di RESISTENZA LIBERALE. Sotto questo profilo, le elezioni non hanno causato sorprese, né per quanto concerne il loro esito complessivo né, sostanzialmente, per quanto riguarda il successo, nelle rispettive aree, di FI e della Margherita come partiti dei due leader contrapposti mediaticamente più riconoscibili.

2. La Resistenza Liberale deve essere fatta innanzitutto nei confronti di una destra che è legittimamente al potere ma che non conosce cosa siano il liberalismo e la laicità dello Stato. Questa ignoranza non consente di affrontare e neppure di afferrare il senso di questioni essenziali per la libera convivenza: l’abnorme concentrazione di poteri economico-mediatici, i vistosi conflitti di interessi nella persona del capo, l’irrefrenabile propensione a seppellire senso critico e dibattito sotto il populismo plebiscitario, una strisciante insofferenza verso il Parlamento, l’incombente antieuropeismo xenofobo di un alleato importante come la Lega. E’ proprio su tali questioni irrisolte che – al di là delle possibili spinte da parte delle sinistre – si fondano le ragioni dell’evidente difficoltà dell’on. Berlusconi nel farsi accettare all’estero e soprattutto in Europa. La bestia nera del nostro Presidente del Consiglio, il Ministro degli Esteri Belga Louis Michel, è da sempre un liberale moderato, certo non un giacobino.

3. Questa scelta di campo comporta l’obbligo di fare la Resistenza Liberale nel segno dei principi liberali. Sarebbe contraddittorio se la Resistenza Liberale si fondasse sulla criminalizzazione del governo e dei suoi esponenti o addirittura se cercasse di cavalcare principi confliggenti con quelli liberali. Per questo è indispensabile l’autonomia della FdL. Perché la Resistenza Liberale non può essere affidata a chi si richiama alla sinistra antagonista e protestataria, e nemmeno a chi, richiamandosi alla sinistra di governo ingessata nella gestione del potere oppure alla sinistra fautrice di un ulivismo indistinto, ha già dimostrato un’incapacità progettuale di fondo. Ma come la Resistenza Liberale non può essere affidata ad una sinistra, che rischia di essere solo sentimentalismo progressista, così non può essere affidata neppure alla Margherita, che teorizza la indistinzione culturale e che pratica l’adesione agli indirizzi di fondo della gerarchia cattolica.

4. Se fossero esistiti ancora dei dubbi al riguardo, sono stati spazzati via dagli avvenimenti di questa drammatica estate. Sia l’idea che possa corrispondere ad una sensibilità liberale la sinistra che vuol avvolgere tutto e tutto inseguire, sia l’idea che sia ormai superata la distinzione politica tra laicità e religiosità (perfino nello specifico italiano), sono state ancora una volta smentite dalle dure repliche della storia.

5. Prima il G8. Per le strade di Genova, è saltata agli occhi dell’opinione pubblica l’incapacità di vasti settori della sinistra, con il mondo cattolico a far da apripista guidato dal cardinale Tettamanzi, di svolgere una critica al globalismo in un’ottica democratico liberale e di distinguersi da chi della globalizzazione faceva solo un paravento per esercitare con premeditata violenza le proteste anticapitalistiche e antigovernative. Oltretutto proteste fatte solo dai ricchi e dai borghesi e magari fruendo di inconfessabili finanziamenti segreti. Poi – in singolare successione temporale con la Conferenza Mondiale di Durban, in sostanza fallita per l’agguato del fondamentalismo pauperista ed islamico, a parole contro Israele ma nel profondo contro l’Occidente – la tragedia delle Torri Gemelle l’11 settembre. A New York non è stata attaccata la potenza degli Stati Uniti. Si sono premeditatamente voluti colpire i fondamenti liberali senza cui non vi è democrazia. Quei fondamenti che non sono una teoria di laboratorio ma che sono stati sperimentati storicamente e che storicamente hanno dimostrato di saper conseguire – più di ogni altra concezione – la buona città, la buona vita, una convivenza più umana, più aperta e più libera.

6. Attacchi così violenti ai principi di libertà non si fronteggiano con il pacifismo e il buonismo della sinistra e della religiosità, che vogliono sentirsi dalla parte del bene piuttosto che costruire le condizioni di una migliore convivenza. I liberali detestano la guerra ma non sono pacifisti nel senso che sono realisti e sanno che talvolta è necessario ricorrere alla forza per preservare la libertà. Perché è la libertà il fulcro della convivenza aperta e dell’equità. Una libertà incessantemente in moto, di continuo impegnata a rigenerarsi ed ampliarsi. Qui sta la radice della profonda ambiguità di marce nel nome della pace come quella di Assisi: mobilitare le buone intenzioni non sempre va di pari passo con il battersi per costruire una maggior libertà. E neppure la sicurezza costituisce il fulcro della convivenza aperta. Ricordiamo l’insegnamento di B. Franklin: “ chi pensa di barattare la sicurezza con la libertà, facilmente finisce per far perdere l’una e l’altra ”. Essenziali per edificare la libera convivenza sono le regole di libertà che sappiano far esprimere il ricco caledoscopio degli individui.

7. Non si tratta di fissare eterne superiorità. Si tratta di capire che la grandezza passata dell’Islam è sfiorita perché non ha saputo più rinnovarsi. La filosofia di Averroè fu salvata proprio perché la civiltà europea fu costantemente capace di evolversi assimilando e sviluppando anche quello che era stato prodotto da altri. La chiave sta nella tolleranza liberale, nella pratica del senso critico, di continuo da rinnovare, tutta merce spesso rara nei sedicenti profeti dell’islamismo politico. A febbraio, nella relazione, si erano sottolineate tali questioni, anche per far passare la felice illusione che il nostro paese sia immune da questi problemi. “ I fondamentalismi non sono una religione né un fatto religioso. Sono un fatto politico, che usa il veicolo religioso perché la religione in genere è assertrice di una verità rivelata e dunque adatta a divenire, sul piano politico, il substrato dell’asservimento dell’individuo e del suo spirito critico e creativo. Tutti i fondamentalismi rifiutano in varia misura valori decisivi per i liberali, considerano chi non fa parte della propria comunità chiusa un infedele e demonizzano chi dissente facendone un pericoloso eretico e un nemico. In particolare, il fondamentalismo islamico adotta strumentalmente le conquiste della modernità ma respinge del tutto l’idea – che è alla base della modernità – della conoscenza fondata sulla ragione. E in campo politico, afferma che la sovranità è del Dio, non del popolo. In sostanza è vero e proprio neo assolutismo. Il fondamentalismo va combattuto con le idee piuttosto che con le armi, innanzitutto con le idee liberali, tra cui quella che la religione non può che essere un’etica basata sull’amore divino e non su un ideologia politica. E rifuggendo la pericolosa indifferenza circa l’esito dello scontro tra l’Islam liberale e quello fondamentalista, che sarà decisivo nel determinare la posizione di quegli Stati verso il mondo occidentale e nel fare l’area Mediterranea o il luogo ponte tra Islam ed Europa o la barriera dell’Islam contro l’Occidente ”.

8. Quando il fondamentalismo si fa terrorismo, sono ancor più controproducenti il pacifismo e la cedevolezza. Occorrono fermezza e coerenza. Per ribadire il principio liberale della convivenza, che è riconoscimento della diversità delle fedi e dei modi di essere, che è pluralismo e non separatezza. Per non cedere sull’essenziale. Che è rispettare il valore di non imporre agli altri i propri valori, il proprio mondo, le proprie preferenze. Il religioso liquida tutto ciò come relativismo. Al contrario è libera adesione alle regole della convivenza aperta; è una regola morale e politica forte e feconda, che non si propone la società perfetta ma l’incessante costruzione della città dell’uomo terreno. La posta in gioco è la progressiva rinuncia al metodo della libertà. E infatti pacifismo e cedevolezza poggiano sulla tacita convinzione che il terrorismo sia figlio della povertà e della disperazione indotte dagli insuccessi della libertà. Ma è vero il contrario, sono la povertà e la disperazione ad essere figlie del terrorismo. Il terrorismo è innanzitutto lucido rifiuto della libertà in nome dell’utopia salvifica. I liberali non possono esitare di fronte al terrorismo.

9. La religiosità è inadatta a contrastare sul piano politico civile sia il fondamentalismo che il terrorismo. Nella sua essenza privata, la religiosità esprime un bisogno spasmodico di avere risposte sull’ignoto; in questo è una propensione, ancestrale e positiva, per colmare il senso della propria inadeguatezza. I problemi sorgono sul piano pubblico, quando la religiosità intende divenire una guida per la convivenza e cerca di imporre una propensione non razionale come verità. Essendo disattenta se non estranea alle questioni di libertà civile, la religiosità non coglie l’essenza dell’attacco fondamentalista e terrorista alle radici degli Stati liberi. Può dichiarare una guerra di religione ma non sostenere, senza distinguo e riottose prudenze, una guerra di liberazione e di libertà. Anche nell’impegno contro i mali del mondo, la religiosità privilegia gli atti di fede e quelli volontaristici rispetto agli sforzi di conoscere e di costruire strutture pubbliche che, sotto il controllo democratico, puntino a estendere il miglioramento delle condizioni di vita. L’umanitarismo che non si preoccupa della libertà è una fuga dalle proprie responsabilità civili. Mentre per i liberali la responsabilità civile di ciascuno è l’essenza dello Stato democratico, senza la cui garanzia non vi può essere libertà né elevazione dei livelli di vita dei cittadini. E ciò ancor più dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Da un lato è cresciuta la necessità di più Stato per il controllo sui territori, dall’altro l’urgenza di innestare nelle Istituzioni rappresentative nuove forme di partecipazione della società civile.

10. Il liberalismo non è dunque riducibile alle altre culture conservatrici, progressiste o religiose, che sono sempre distinte e non raramente avversarie. Dobbiamo ora domandarci: è possibile interessarsi alle sorti della libertà restando indifferenti o comunque distaccati rispetto alle sorti dei partiti liberali in giro per il mondo ? No, non è possibile. Soprattutto non lo è in Italia, un paese la cui profonda anomalia consiste nella diaspora della cultura critica e riformatrice: non a caso, nel nuovo Parlamento, di liberali e di laici come tali, non vi è traccia. Perché l’anomalia non divenga un destino ineluttabile, occorre che vi sia almeno un nucleo catalizzatore. Un nucleo che pratichi la Resistenza Liberale in nome del senso critico ed elabori atti politici concepiti espressamente in nome della cultura della libertà, della diversità, della laicità e messi in opera con comportamenti conseguenti. Essere questo nucleo è la ragione per l’autonomia della FdL e il suo compito.

11. In Italia il liberalismo non può essere vitale, e dunque crescere, senza una Resistenza Liberale fatta da liberali dai liberali. Solo i liberali e i laici hanno la mentalità adatta per affrontare le questioni essenziali per il futuro – dalla scuola, alla ricerca, alla cittadinanza senza discriminazioni, alle liberalizzazioni, al controllo civile diffuso, alla competizione sui mercati in scala globale – che della cultura critica hanno bisogno assoluto. Come ne hanno le problematiche dei tempi di guerra affinché non vengano smantellate le garanzie liberali. Oltretutto, se rinunciassimo all’impegno di liberali organizzati, daremmo un aiuto oggettivo al fare politica solo come lotta per un potere senza fini, che è una piaga pericolosissima dell’attuale vita pubblica. E insieme avalleremmo il sistema, altrettanto pericoloso, di fabbricare i falsi eroi mediatici che sono significativi solo perché sono noti e che sono noti solo perché si conformano allo spirito del tempo e così non rischiano la marginalizzazione. Una Resistenza Liberale fatta da liberali, anche se con pochi mezzi e tra mille difficoltà, sarà sempre più produttiva dell’accodarsi a gruppi che liberali non sono, che soprattutto non vogliono esserlo, e che tendono a configurarsi come chiese in cui il senso critico ha poca cittadinanza e deve restare subordinato all’ortodossia.

12. La Margherita è palesemente inadeguata a farsi l’anima della Resistenza Liberale. Lo dicono la cultura professata e i comportamenti tenuti. In questa tragica estate la Margherita ha sempre usato la parola “pace”, mai quella “libertà”. La sua linea è quella della fumosa terza via che non è con la destra, non è con la sinistra, e punta a quell’indistinto ulivismo che ha spianato la strada al berlusconismo. Di fatto, la stella polare della Margherita è stata quella della Gerarchia, dal G8, alle ondivaghe posizioni sul pacifismo e sulla guerra in Afghanistan, sui temi etici, su temi cardine come la scuola, fino all’irrefrenabile tendenza, perfino in Rutelli, a fare del Cardinale Martini il riferimento per le iniziative politiche. Più che contrapporre alla destra un progetto politico, la Margherita contesta la destra come usurpatrice di una maggioranza e di un potere che molti della Margherita non si capacitano di aver perso, avendo l’abitudine di esserne i rappresentanti fin dall’appartenenza democristiana.

13. La distanza della Margherita dalla Resistenza Liberale si coglie proprio nei criteri dell’opporsi al governo. Non solo ha tentato scorciatoie assurde puntando sulla delegittimazione (come ad agosto l’assalto parlamentare sulla responsabilità delle violenze di strada al G8 ), ma è stata in prima linea nell’attaccare i principì di qualsiasi proposta di legge governativa invece che le sue modalità legislative. I principi dei provvedimenti su falso in bilancio, cooperative, rogatorie e avvicendamenti di magistrati al Ministero della Giustizia, sono principi del tutto giusti; ne debbono invece essere criticati aspetti importanti di procedura parlamentare, di tecnica legislativa, di opportunità nei tempi politici. Non si fa Resistenza Liberale se si contesta la riduzione dell’intervento discrezionale della magistratura nell’amministrazione societaria, l’abolizione dei privilegi fiscali per le cooperative non rientranti nel disposto costituzionale, la miglior definizione delle garanzie nei procedimenti di rogatoria, il superamento della inamovibilità castale per i magistrati. Non si fa Resistenza Liberale e inoltre si favorisce il governo perché l’opinione pubblica laica e liberale condivide questi temi. Viceversa se, riconoscendo la giustezza dei principi, si attaccasse sulla propensione a legiferare tramite delega al governo ma lasciando troppo vaghe le deleghe e dunque espropriando il Parlamento; oppure si additassero carenze e contraddizioni di tecnica legislativa che minano l’efficacia delle norme; oppure si sottolineasse che la accettabilità sociale di tali provvedimenti è messa in forse proprio dai conflitti di interesse del Presidente del Consiglio, si farebbe Resistenza Liberale, cogliendo in fallo la destra e mostrando che la battaglia per la legalità è cosa ben diversa dal giacobinismo giustizialista.

14. Nell’attuale situazione politica , la collaborazione con la Margherita ( come con la sinistra che pare voler dare coerenza alla scelta socialista democratica) resta peraltro doverosa per la FdL. Ma collaborare è ben diverso dal dissolversi nella Margherita. Alcuni autorevoli amici stanno organizzando un incontro pubblico con esponenti della Margherita non legati alla storia democristiana, per vedere se e come potrebbero configurarsi dei rapporti non precari. I termini della questione sembrano però molto netti. Se gli esponenti della Margherita ( e in specie quelli dell’incontro) teorizzassero la formazione di un partito unico, in cui sciogliere le formazioni aderenti , il contrasto con la linea della Resistenza Liberale sarebbe evidente e non aggirabile. Se invece si marciasse verso la formazione di un partito federativo di altri movimenti, allora , purché vi fosse una piattaforma costitutiva accettabile, la FdL potrebbe essere della partita, da sola o raggruppata ad altri laici. In ogni caso esplicitamente riconosciuta come gruppo liberale: richiedere ai liberali di partecipare alla Margherita a titolo individuale svelerebbe l’intento di fare dei liberali un mero orpello per disegnare altre architetture. E questa di nuovo non è Resistenza Liberale e lascia il campo più libero alla destra.

15. L’autonomia della FdL dovrà manifestarsi concentrando i pochi mezzi disponibili su puntuali iniziative qualificanti a carattere nazionale, veicolate innanzitutto mediante rinnovati sforzi di potenziamento e di sviluppo della tradizionale presenza FdL sulla rete informatica.

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