Cronologia del liberalismo (da 4.4 a) fino a 4.4 e) )

4.4 a –  Anni  quaranta, la seconda Guerra Mondiale . a) la fase iniziale e l’ingresso di nuovi belligeranti- . Questo capitoletto e i successivi trattano di un periodo bellico, che appartiene ad un’epoca in cui la presenza politica del liberalismo organizzato è ridotta ai minimi termini ovunque. Inoltre, in un periodo bellico le esigenze militari assorbono tutto ed escludono la politica come dibattito sulla convivenza. Quindi, se il liberalismo organizzato è ridotto ai minimi termini e in più si è in guerra, avrebbe davvero poco senso parlarne in un libro dedicato alla Cronologia del liberalismo.  Invece, tratto di questo periodo, seppure in modo molto sintetico, sia  per completezza che per sottolineare indirettamente che il liberalismo è sì (e di gran lunga) il metodo più efficace di convivere rifacendosi ai criteri della realtà in cambiamento, ma non rappresenta la vita nella sua totalità.
Ciò precisato e tornando al libro in sé, nell’invadere la Polonia, le forze tedesche usarono per la prima volta la strategia, in seguito usata di continuo, consistente in rapidissime azioni coordinate effettuate da formazioni di carri armati (le famosissime panzerdivisionen) con l’appoggio aereo. Tale strategia aveva le radici negli anni ’20, quando la demilitarizzazione imposta dai termini durissimi della pace di Versailles, aveva obbligato la Germania a dotarsi di macchine e strumenti bellici del tutto nuovi. Divenne un vantaggio.  Principalmente per merito di Heinz Guderian, il nuovo esercito tedesco si imperniò sul potenziare la motorizzazione  dei vari mezzi (così che le forze potessero muoversi all’unisono su ogni terreno) e sull’indipendenza operativa e decisionale dei comandanti.  Con l’arrivo di Hitler alla cancelleria, l’attenzione sul settore militare era stata parecchio potenziata, tanto che nel 1939 l’esercito era numericamente molto forte, fornito di mezzi modernissimi  e dotato di tattiche sofisticate
Fatto sta che in neppure un mese , la Polonia venne conquistata (almeno, quella parte che non era stata occupata  contemporaneamente dall’esercito russo). Non erano invece del tutto tranquille le vicende interne, tanto che i primi di novembre in una birreria di Monaco un falegname antinazista mise una bomba contro Hitler, che si salvò solo perché uscito dalla sala pochissimo prima dello scoppio (un fallimento che venne celebrato con giubilo anche dalla Chiesa Cattolica). Passò non molto tempo che la Russia entrò in guerra con la Finlandia, tornando alla pace dopo quattro mesi, avendo ottenuta una fetta di territorio.  Tra metà inverno e l’inizio primavera, in Italia, il Capo di Stato maggiore e il Responsabile approvvigionamenti militari informarono per scritto il Governo, separatamente, circa “l’assoluta insufficienza delle nostre scorte per una guerra grossa contro grandi potenze”.
Nel frattempo l’esercito tedesco aveva cominciato ad applicare la guerra lampo in Norvegia, Danimarca, Belgio ed Olanda conquistandole. E superata la metà maggio, le truppe tedesche, passando dalle Ardenne (da qui emerge la prima prova che le truppe tedesche, specie agli alti gradi, facevano ampio uso di metanfetamine euforizzanti; e continuereanno a farlo durante l’intero conflitto), riuscirono ad mettere  i soldati francesi e il corpo di spedizione britannico (intorno a cinquecento mila uomini)  spalle al mare sulle spiagge di Dunkerque nel nord della Francia. Qui avvenne una sorta di miracolo. Hitler commise l’errore di affidare alla Luftwaffe l’attacco finale, però il maltempo e l’efficacia degli Spitfire inglesi permisero agli alleati di trasbordare via mare con ogni mezzo disponibile i propri soldati in Inghilterra, perdendo tutto l’equipaggiamento ma evitando la cattura o la morte. Naturalmente i tedeschi ebbero spalancata la strada per Parigi, ove entrarono a metà giugno.
Quattro  giorni prima,  il 10 giugno, Mussolini aveva ceduto alle pressioni hitleriane, respingendo quelle analoghe assai frequenti dei francesi, inglesi ed americani. Dal balcone di Piazza Venezia aveva dichiarato guerra alla Francia, precisando che “l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa”. Precisazione campata in aria. La realtà fu che , fedele alla sua natura di “commediante” , come lo aveva definito Croce, Mussolini già non sopportava da mesi i ripetuti  grandi successi dell’alleato Hitler, che inevitabilmente lo mettevano all’angolo; ora, le vicende francesi portavano il tutto ad un livello che non lasciava scampo.  Ritardare ulteriormente l’entrata in guerra rischiava di escludere che l’Italia potesse avere un ruolo nella vittoria dell’Asse.
Così Mussolini dimenticò i motivi da lui dichiarati  per la non belligeranza italiana, dimenticò la necessità da lui dichiarata di disporre di tre anni per preparare le truppe e  dette per scontato che  la vittoria sarebbe  arrivata in una manciata di settimane. La sua natura alla perenne ricerca di cavalcare l’onda del successo alla moda, lo fece decidere di rompere gli indugi e di entrare in guerra, nonostante gli insistenti avvertimenti in contrario giunti dai vertici militari. La dichiarazione di guerra alla Francia (cui seguirono a breve le ostilità italiane nell’Africa del Nord, in quella Orientale e il tentativo di invadere la Grecia) fu la tipica espressione dell’invasata eccitazione fascista inadatta a valutare gli avvenimenti nella loro concretezza.  
A luglio, l’armistizio con la Germania divise in  due la Francia. La metà settentrionale fu amministrata dall’occupazione tedesca, per quella meridionale (eccetto la zona di Mentone occupata dall’Italia) il Presidente Lebrun nominò Presidente del Consiglio il vecchio protagonista della prima Guerra, il maresciallo Petain, che governò dalla città di Vichy il cosiddetto Stato Francese, che si alleò con la Germania. Il generale Charles De Gaulle, superstite di Dunkerque, rispose fondando la Francia Libera e la famosa emittente radiofonica La Voce di Londra, forze che combatterono per tutti gli anni della guerra (cui si unì anche l’Africa Equatoriale Francese).
 A fine settembre venne completato il disegno da tempo avviato e fu sottoscritto a Berlino il Patto a Tre tra Germania, Italia e Giappone. Ad ottobre Chamberlain si dimise e fu sostituito da Churchill, che restò premier fino al 1945. In quelle stesse settimane, negli Stati Uniti, Roosevelt (contraddicendo le parole di Washington  nel 1796, “nessun uomo può sopportare con profitto per la Nazione e fisicamente più di due mandati presidenziali”) vinse le primarie del suo partito e  si ricandidò. La campagna si focalizzò sull’intento attribuitogli dai Repubblicani di esser  pronto a portare il Paese in guerra. Roosevelt assicurò che “i giovani non avrebbero partecipato ad alcuna guerra straniera” e così venne rieletto Presidente per la terza volta, seppure con un consenso inferiore a quattro anni prima. I primi mesi della terza Presidenza si contraddistinsero, in ogni caso, per un ammorbidimento delle posizioni isolazioniste.
A dicembre del 1940, Hitler avviò in segreto l’Operazione Barbarossa, un ordine preparatorio dell’invadere l’Unione Sovietica. Non era un colpo di testa. L’obiettivo, a parte lo sconfiggere l’URSS sul piano militare, perseguiva un duplice fine: cancellare il pericolo comunista in Germania e conquistare entro i confini russi gli spazi vitali per l’insediamento a lungo termine della stessa Germania. L’invasione venne preparata meticolosamente quale conflitto di annientamento della classe dirigente giudeo-bolscevica dell’URSS e degli ebrei russi. Tanto che vennero previsti criteri di occupazione in grado di provocare decine di milioni di morti per fame e che inoltre all’esercito vennero affiancati, subito nelle retrovie,  le Unità Mobili di Esecuzione, reparti incaricati di eseguire fucilazioni di massa degli ebrei, dei comunisti e di altri soggetti pericolosi per la presenza tedesca in Russia.
Il 22 giugno 1941, mentre era ottimale la situazione su tutti i fronti esistenti, le armate tedesche iniziarono l’attacco a sorpresa lungo un fronte intorno a più di 2.000 chilometri, dispiegando poco meno di quattro milioni di soldati (inclusi gli alleati finlandesi e rumeni) , rafforzati  poche settimane dopo da italiani, croati, slovacchi e ungheresi, nel complesso intorno alle 350.00 unità. Il Patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica non era stato ancora disdetto. L’attacco di sorpresa fece milioni di prigionieri e distrusse quasi completamente l’aviazione. Nelle settimane seguenti, iniziarono i massacri mediante fucilazioni da parte delle Unità Mobili di Esecuzione.
A metà agosto , a bordo della Principe di Galles nella baia di Terranova, Roosevelt fece un passo ulteriore di abbandono della politica isolazionista e firmò con Churchill la Carta Atlantica, che, nel richiamo dei Quattordici punti del  suo predecessore Wilson , enunciava alcuni criteri per  rapporti mondiali, a partire dall’autodeterminazione, fondati sulla parità degli stati ed affermava la libertà di commercio e di navigazione.
Dalla seconda metà di agosto – e nonostante le gravissime perdite subite – la resistenza russa cominciò a farsi sentire proseguendo nelle settimane successive. Fece sì che i notevoli progressi sul campo dell’esercito tedesco non riuscissero conclusivi (anzi, all’inizio dicembre ci fu un riuscito contrattacco russo) per la strenua resistenza dei militari e dell’intera popolazione. Peraltro gli strateghi della Germania avevano previsto di concludere l’invasione entro l’autunno. Tale consistente ritardo nella tempistica bellica  fece emergere  che le truppe tedesche avevano insufficienza di cibo, di medicinali e non erano  equipaggiate per affrontare l’inverno russo.
Sempre nell’estate del 1941, si ingigantì l’eventualità che le preesistenti guerre circoscritte nell’Estremo Oriente – in cui da alcuni anni le truppe giapponesi erano impegnate in Cina contro l’alleanza di scopo tra due reciproci contendenti per il resto, i nazionalisti del Kuomintang di Chiang Kai Shek e i comunisti di Mao Tse Tung – si trasformassero in un nuovo teatro bellico della Seconda Guerra Mondiale.
Il fulcro di tutto fu il gruppo di potere con aspirazioni imperiali costituito intorno al ministro della guerra giapponese Tojo. A seguito di accordi  con il governo francese di Vichy,  Tojo occupò l’Indocina francese sia per assicurarsi risorse strategiche, sia per rafforzare il proprio peso nel Sud Est asiatico.   Gli Stati Uniti ritennero la cosa una minaccia agli equilibri regionali e risposero bloccando del tutto le forniture di petrolio al Giappone, che dipendeva da esse    in termini economici e per la strategia militare. Allora, Tojo, consapevole che il Giappone aveva riserve solo per circa venti mesi, prima si sbarazzò del primo Ministro non imperialista e poi affrontò la discussione ad ogni livello, a cominciare da quello dell’Imperatore molto cauto. Insieme rimarcò la contingenza favorevole del fatto che i molti paesi del Pacifico alleati di Francia e Gran Bretagna avevano le truppe impegnate in Europa. Pertanto Tojo fece decidere alla Conferenza imperiale del 5 novembre il termine del 5 dicembre per trovare un’intesa con gli Stati Uniti. Quando poi a fine novembre , durante le trattative, il Segretario di Stato USA chiese al Giappone di cessare la sua politica espansionistica in Cina e in Indocina, il Governo Imperiale colse la palla al balzo per stabilire che le ostilità sarebbero iniziate  domenica 7 dicembre con un attacco aereo di sorpresa alla base americana  di Pearl Harbour  nelle Hawaii.
L’attacco all’alba, senza preventiva  dichiarazione di guerra e senza preavvertire gli alleati tedeschi, causò ingenti danni a numerose navi (affondamenti inclusi)  e ad installazioni militari, oltre a ben oltre due mila vittime.  Nel complesso un disastro militare per gli Stati Uniti. Di fronte al Congresso , il Presidente Roosevelt lo definì “il giorno dell’ignominia” e ne fece il motivo per compiere la scelta interventista del far  entrare in guerra USA a fianco della Gran Bretagna e dei suoi numerosissimi alleati. Lo stesso fecero la Cina, Cuba,  le Filippine , sei paesi dei Caraibi, il governo in esilio Cecoslovacco, nonché Bolivia, Brasile, Messico e Iraq. Da parte loro, Germania ed Italia dichiararono guerra agli USA.
L’attacco a Pearl Harbour costituisce una pietra miliare della Seconda Guerra Mondiale. Dal punto di vista giapponese, al di là delle modalità con cui venne eseguito, costituì un errore gravissimo, che fornì ai nemici dell’Asse Berlino- Roma- Tokio una grande mole di risorse in ogni campo, una determinazione ferrea e un’ulteriore spinta di modernità democratica. Dal punto di vista americano, è stato non poco discusso retrospettivamente se Roosevelt fosse a conoscenza in anticipo dell’attacco e lo avesse lasciato fare per poter sciogliersi dal vincolo non interventista che aveva assunto alle elezioni.  Tuttavia è una discussione priva di un reale significato sotto il profilo politico. Dal momento che , considerata la richiesta  del Segretario di Stato a fine novembre,  per evitare Pearl Harbour avrebbe dovuto entrare in guerra con il Giappone qualche giorno prima.           
 
4.4 a –  Anni  quaranta, la seconda Guerra Mondiale . b)  fase centrale della belligeranza. Il governo hitleriano, non percependo l’oggettivo mutamento dei rapporti di forza tra gli eserciti  contendenti, sia locale che complessivo, a gennaio del 1942 tenne una grande conferenza per definire le direttive concernenti la soluzione finale  del problema ebraico già da tempo avviata.  Vale a dire l’eliminazione fisica  degli ebrei in  Germania e nei territori  controllati. Tale invasata convinzione dei destini del terzo Reich e in genere dell’Asse Berlino-Roma-Tokio, parve resistere  nel primo semestre. Poi iniziarono a succedere episodi dapprima di rilevanti difficoltà militari, che divennero progressivamente  sconfitte più o meno gravi su tutti i fronti di battaglia in giro per il mondo.
In ogni luogo le truppe dell’Asse continuarono a lottare con grande impegno, ma ottenevano risultati sempre più negativi.   Le battaglie più emblematiche che capovolsero il conflitto furono tre. Ad El Alamein in Egitto (due, nella prima, a luglio,  gli inglesi bloccarono  l’avanzata nemica salvando il controllo del Mediterraneo, nella seconda, a novembre, gli inglesi sconfissero italiani e tedeschi), a Stalingrado sul Volga ove riuscì l’accerchiamento dell’esercito tedesco (segretamente progettato da Stalin con due suoi generali ed attuato da metà luglio sino al 2 febbraio 1943, che si concluderà con un successo devastante dell’Armata Rossa), a Guadalcanal nell’oceano Pacifico (cominciata ad agosto con lo sbarco   americano nell’isola omonima e proseguita per mesi con diversi scontri fino all’inizio 1943, in cui i giapponesi subirono una sconfitta per loro gravissima),
Inoltre, a fine 1942, nella popolazione francese, specie in Bretagna,  sorse il fenomeno resistenziale. Divennero abbastanza numerosi  i maquis, uomini e donne – per lo più scappati dallo Stato di Vichy per vari motivi ma anche volontari  –  che si impegnavano nella lotta armata contro gli occupanti o i francesi collaboratori e la esercitavano con azioni di guerriglia e di sabotaggio. Le organizzazioni dei maquis  comprendevano un ampio spettro  politico, dai comunisti alle destre, ed erano assai frastagliate, anche se nel tempo si raggrupparono nelle file di Francia Libera. Vennero assistite soprattutto dagli americani ed ebbero rapporti burrascosi con gli inglesi, i quali temevano contatti non limpidi con il governo di Vichy. Nonostante che il Governo di Vichy, proprio a fine novembre del ’42, si sforzasse di mantenere un qualche equilibrio nel suo collaborazionismo, tanto che permise che nel porto di Tolone le unità di guerra francesi si autoaffondassero pur di non cadere nelle mani tedesche. Fenomeni di resistenza più o meno robusti si manifestarono in tutti i vari paesi europei allora occupati dall’esercito tedesco e furono fenomeni che rimasero sempre legati solo alle necessità della guerra.
Intanto, a Londra, veniva divulgato il rapporto Beveridge, che aveva avuto l’incarico di stenderlo un anno prima dal Governo Churchill. Beveridge, liberale, era il rettore del University College di Oxford (prima lo era stato della London School of Economics per diciotto anni), ed il rapporto al Parlamento concerneva la riforma delle assicurazioni. Per redigerlo, Beveridge si centrò sulle necessità vitali del cittadino individuo. Che dovevano innanzitutto misurarsi contro cinque grandi mali, miseria, malattia, ignoranza, impoverimento (specie abitativo) e inoperosità. Compito delle istituzioni era aiutare il cittadino contro questi mali costantemente (il famoso “dalla culla alla bara”). Perché fossero in grado di farlo assicurandosi contro i relativi rischi, Beveridge proponeva  che ogni cittadino versase un contributo settimanale a un apposito ente nazionale unico da creare. Il rapporto ebbe un grande successo anche editoriale ed innescò in tutto mondo azioni politiche durature (anche se distorte, come vedremo in seguito).
Va ricordato che nelle medesime settimane dell’inizio dicembre 1942, si stava verificando in campo scientifico negli Stati Uniti, a Chicago, un qualcosa di veramente epocale. Quattro mesi prima, il Governo USA – sollecitato nel 1939 da due grandi fisici, Einstein e l’ungherese Szilard, che avevano messo in guardia circa il possibile uso da parte nazista della recente scoperta della fissione nucleare – aveva avviato il progetto Manhattan, che in gran segreto  si proponeva di anticipare i tedeschi, dotando gli USA  di un qualche ordigno fondato sull’applicazione del principio relativistico dell’equivalenza tra massa ed energia. Lavorando nel progetto Manhattan, Enrico Fermi riuscì a creare uno strumento che realizzava i suoi studi teorici  nel campo: la pila atomica, che apriva la strada alla possibilità di costruire un ordigno del genere.  
Complessivamente nel 1942 si profilò la sconfitta dell’Asse Berlino-Roma-Tokio, e nel 1943 si avviò l’ancor lungo percorso del suo realizzarsi. Su tutti i fronti. Nella seconda metà di gennaio, riuniti a Casablanca per una decina di giorni, Roosevelt e Churchill  presero la decisione di cominciare l’offensiva strategica nell’Europa Occidentale dal Mediterraneo con lo sbarco in Sicilia e di  affidare il comando delle forze alleate al generale americano Eisenhower. Nell’estremo oriente furiosi combattimenti si erano moltiplicati isola per isola con una progressiva prevalenza degli americani.  In particolare, gli italiani vennero sconfitti in Africa (insieme ai tedeschi) e a Pantelleria, dopo Stalingrado videro  annientato il proprio corpo di spedizione in Russia nella conseguente disastrosa ritirata. Venivano al pettine le condizioni di forte inferiorità (equipaggiamento inadeguato, impreparazione militare e politica) in cui si era entrati in un conflitto tanto ampio. In più, da lungo tempo le città italiane venivano quotidianamente bombardate, le derrate alimentari scarseggiavano in modo crescente.
 Dalla primavera presero a diffondersi nel continente europeo i gruppi di resistenza in vari paesi, in Francia si formò un Consiglio Nazionale apposito,  poi in Jugoslavia ed anche a Varsavia (dove però quella rivolta fallì). Sempre a primavera, in Italia, iniziarono ondate di scioperi. Il regime, segnatamente il Duce, era come paralizzato   e non sapeva come reagire. Mussolini proseguiva nei discorsi roboanti staccati dai fatti reali (tipo “torneremo in Africa”) , restava un alleato stretto di Hitler confidando che la Germania avrebbe presto disposto di tecnologie militari molto avanzate, specie nel settore  missili, che avrebbero rovesciato l’esito del conflitto.
I primi di luglio venne effettuato lo sbarco in Sicilia, a Gela e ad Augusta, che venne concretamente supportato dai capi della mafia. In poche settimane l’isola venne conquistata. Negli stessi giorni, Roma subì per la prima volta  un pesantissimi bombardamento. Il regime fascista era sempre più in evidente gravissima difficoltà. Tanto che, in vista di una riunione del Gran Consiglio, fissata dopo diversi anni (avendo la natura di organo consultivo) su richiesta di quasi tutti, Grandi preannunziò a Mussolini (informandone di persona il Re) che, a quella riunione del 24 luglio, avrebbe presentato un ordine del giorno per limitare nettamente i suoi poteri riconducendoli alle regole statutarie. Ora, data l’assoluta importanza della vicenda in Italia  dopo oltre venti anni di Governo Mussolini, è opportuno soffermarsi un attimo
4.4 a –  Anni  quaranta, la seconda Guerra Mondiale . c)  cade il Governo Mussolini e l’Italia muta alleanza.  Il Gran Consiglio, iniziato a metà pomeriggio alla presenza di tutti i membri, approvò il testo di Grandi alle tre della notte di domenica 25 luglio con 19 voti a favore, 8 contrari ed un astenuto. Questo documento (illustrato da Grandi rivolto a Mussolini  “Strappati, o Duce, la greca di maresciallo e ritorna quello che eri: il capo di un partito politico e il primo ministro del re”)  partito da ampie valutazioni patriottiche sulla situazione del paese  e sul valore mostrato dai soldati,  proseguiva così: “afferma la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in questa ora grave e decisiva per i destini della Nazione; dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia”.   
Il documento del Gran Consiglio toglieva al Capo del Governo i poteri assunti impropriamente negli anni mosso dalla sua concezione totalitaria e li affidava al Re in una prospettiva di ritorno alla tradizionale gestione delle istituzioni. Esprimeva in termini formali le parole  di Grandi  “ritorna quello che eri:  il capo di un partito politico e il primo ministro del re”. Intorno alle 12, Mussolini chiese inaspettatamente udienza al Re e l’incontro venne fissato per le 17 nella residenza privata del Sovrano. Peraltro il Re aveva già decisa la linea da tenere. Visto l’anticipo, contattò subito il Comandante dell’Arma dei Carabinieri  e gli comunicò la necessità di procedere all’arresto del Duce al termine dell’udienza al momento dell’uscita dalla villa. Raccomandò la massima segretezza per non compromettere l’operazione e per evitare conseguenze di ordine pubblico. 
Il Comandante si attivò all’istante , incaricando due Capitani di preparare un piano attuativo e di eseguirlo. I due Capitani decisero che, per dissimulare l’azione e per proteggerlo,  il Duce fosse caricato su un’ambulanza militare. A loro vennero assegnati tre Vicebrigadieri e tre agenti di P. S. mentre il gruppo veniva assistito da 50 ignari paracadutisti. Alle 15,30 il dispositivo era pronto nelle posizioni prestabilite. Nessuno lo sapeva, salvo il Re.
Mettendo insieme le testimonianze dello stesso Mussolini e del Generale Puntoni, aiutante di campo del Re (che fu presente all’incontro dietro una tenda), si ricavano in sintesi le parole del Re  : ”Il voto del Gran Consiglio è tremendo. Diciannove voti per l’ordine del giorno Grandi. Fra di essi quattro collari dell’Annunziata . In questo momento voi siete l’uomo più odiato d’Italia)” . Poi il Re  comunicò che doveva intervenire (“devo pregarvi di lasciare il vostro posto e di lasciarmi libero di affidare ad altri il governo. Mi dispiace, ma la soluzione non può essere diversa”), precisando che il Maresciallo Badoglio avrebbe assunto la carica di capo del Governo. Mussolini, sorpreso e disorientato, non fu in grado di  fare una replica adeguata e fu accompagnato all’uscita dopo una ventina di minuti.  
All’uscita, venne affrontato da uno dei Capitani che  gli intimò “Duce, in nome di Sua Maestà il Re, vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze da parte della folla”. Mussolini, esclamò “che esagerazioni”, il Capitano replicò “ho un ordine da eseguire”. E, prendendone il braccio, condusse il Duce  all’autoambulanza, con cui venne portato in una Caserma dei Carabinieri. Il martedì venne trasferito in carcere all’isola di Ponza, poi alla Maddalena e il 28 agosto in un albergo al Gran Sasso, giudicato meno esposto e rintracciabile.
La radio dette la notizia poco prima delle 23. Insieme venne letto il proclama del nuovo Presidente del Consiglio che iniziava con queste parole: “Italiani! Per ordine di S. M. il Re e Imperatore assumo il governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni “ . Il giorno successivo solo due quotidiani parlarono del cambio di Governo, tutti da martedì.
In giro per l’Italia vi furono molte spontanee manifestazioni di giubilo per la caduta del fascismo. In sé era una notizia assai positiva da un punto di vista liberale. Tuttavia le modalità della caduta non lo erano state. Il Re aveva deciso oltre il voto del Gran Consiglio: oltre al testo e, ordinando l’arresto, oltre alla sostanza. Ancora una volta, il Re aveva interpretato il proprio ruolo in chiave assolutistica senza coinvolgere gli organismi rappresentativi istituzionali. Il fascismo era imploso e il Re era tornato a mettere l’Italia nelle mani di una elite composta di militari e di cortigiani della Corona. La quale concepiva il governo nei termini sorpassati degli stati di potere esistenti una volta. Da qui il proclama di Badoglio che confermava la guerra e la parola data, facendo già capire che non l’avrebbe mantenuta: bastarono  45 giorni. Parliamone un po’ in dettaglio.
Nell’immediato il Governo Badoglio  cristallizzò le strutture esistenti e, per mantenere l’ordine nel paese, usò anche mezzi cruenti.  In segreto lavorò,  incerto, alla prospettiva di un armistizio con gli Alleati, senza dare ordini di alcun tipo alle forze armate. Nello stesso tempo, tenne  contatti con i tedeschi prospettando, in cambio della neutralità , di dare alle forze del Reich il controllo del fronte balcanico greco e di concedere l’uscita dell’Italia dalla guerra. Da parte loro i tedeschi, in quei 45 giorni, annusata l’aria, quasi triplicarono le divisioni presenti in Italia.  Quanto agli Alleati, proseguirono i loro massicci bombardamenti su molte città strategiche.
In tema armistizio il primo contatto effettivo con gli Alleati  avvenne a Madrid il 19 agosto con il generale Castellano, il quale rientrò a Roma per riferire il 27 agosto. Badoglio concordò con gli Alleati che l’incontro conclusivo si sarebbe tenuto a Cassibile, nei pressi di Siracusa, e inviò lo stesso Castellano munito dei necessari poteri.  Volle mantenere del tutto segrete le trattative anche con i più stretti collaboratori, oltre che con i vertici politici, militari e diplomatici. Il 3 settembre, alla presenza di Eisenhower, l’armistizio venne firmato decidendo di renderlo pubblico nei giorni successivi. Badoglio, che confermò la firma di Castellano con un telegramma immediato, continuò a mantenere segreto il fatto, tanto che lo stesso 3 settembre   riunì i ministri militari per comunicare l’esistenza di trattative ma non la loro avvenuta conclusione. La speranza di Badoglio era che nel frattempo gli americani liberassero Roma e rendessero agevole la svolta italiana. Peraltro la conquista degli angloamericani di Roma tardava e Badoglio chiese di giungere al 12 settembre per la comunicazione della firma dell’armistizio. Gli Alleati erano peraltro dubbiosi sulle vere intenzioni italiane, percependone gli atteggiamenti sfuggenti. Perciò Eisenhower personalmente rifiutò di rinviare il momento concordato per la diffusione della notizia dell’armistizio e l’otto settembre alle 17,30 telegrafò che, se entro le 20,00 la notizia non fosse divenuta pubblica, non sarebbe stato più valido l’armistizio. Badoglio confermò e Eisenhower lesse da radio Algeri il testo dell’armistizio (che chiamò con il vero nome “resa incondizionata”). Di conseguenza lo fece pure Badoglio qualche ora dopo, dando  alle truppe italiane l’ordine (“ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare”) completato, su insistenza di Eisenhower, dalla riga “le forze italiane però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza“.
Alla luce di questa importante notizia, sia il Re che Badoglio, prevedendo che le truppe tedesche avrebbero reagito con forza, decisero seduta stante, durante la notte tra l’otto e il nove, che fosse meglio lasciare Roma e rifugiarsi in una zona già in mano agli angloamericani. Nella Corte vi fu un solo contrario, il principe ereditario Umberto, il quale intendeva non partire,  ritenendo indispensabile la sua presenza nella capitale per costituire un punto di riferimento per l’esercito, per i cittadini e contribuire a svolgere il ruolo dinastico. Il Re non sentì ragioni e gli dette l’ordine di seguirlo. Pertanto all’alba del 9 mattina, un corteo di auto con tutti i vertici italiani percorse la Tiburtina  con destinazione  Pescara per poi farsi trasbordare a Brindisi già occupata dagli angloamericani. Da Brindisi, il Re e il Governo Badoglio  continuarono nel periodo successivo ad esercitare, a nome del cosiddetto Regno del Sud, le rispettive funzioni su una nazione in crisi gravissima e piena di truppe straniere  in guerra tra loro spesso impegnate in scontri a fuoco.
La decisione del Re di fuggire senza lasciare ordini rispondeva alla necessità di evitare scontri con i tedeschi.
Per questo non tentò di difendere Roma ove erano presenti  6 divisioni, il triplo di quelle tedesche. Un simile comportamento provocò lo sbandamento dell’esercito in Italia, 24 divisioni.  Da parte loro le truppe tedesche ebbero una dura reazione ed iniziarono subito ad occupare i territori del centro nord su cui si trovavano. Intanto tre giorni dopo , mediante un’azione  con l’appoggio aereo, liberarono Mussolini al Gran Sasso trasferendolo a Pratica di Mare e poi in Germania al quartiere generale di Hitler (che commentò alla radio la notizia dell’armistizio con queste parole : ” Chi spera di trovare dei traditori da noi ignora completamente il carattere dello Stato nazionalsocialista”).  
Tra gli svariati aspetti positivi della caduta del fascismo, va annoverato  il seppur lento riprendere della politica democratica. Fin dai primi giorni dopo fine luglio, lo fece Benedetto Croce, che redasse un appello per la ricostituzione di un partito liberale. Poi lo stesso giorno della fuga del Re, il 9 settembre, si costituì a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale, presieduto da Ivanoe Bonomi  con la partecipazione della DC, della Democrazia del Lavoro, del Partito d’Azione, del PCI , del PLI e del PSIUP.  Si dette l’obiettivo di chiamare gli italiani alla resistenza contro il nazifascismo e riconquistare all’Italia il posto  spettantele  nel consesso delle libere nazioni.  Allargò progressivamente la sua presenza in tutto il paese.
Tali iniziative si avviavano in un paese tuttora in guerra e diviso. Che si divise più ancor nettamente  quando Mussolini annunciò la costituzione, il 23 settembre, di uno stato nazionale e sociale, denominato  Repubblica Sociale Italiana, con sede a Salò in Lombardia. Avrebbe avuto un governo a regime fascista,  presieduto da lui stesso e con il compito nella forma di amministrare i territori italiani occupati dalle truppe del Reich , anche se nella sostanza erano proprio quelle truppe a controllare tutto, RSI inclusa.  Mussolini rifondò subito il Partito Fascista Repubblicano, PFR, creò  la Guardia nazionale repubblicana, GNR, ed istituì tribunali provinciali sotto il controllo del partito nonché un tribunale speciale che giudicasse i membri del Gran Consiglio che il 25 luglio avevano tradito.
Negli ultimi quattro giorni di settembre, i cittadini di Napoli insorsero e riuscirono a liberare la città dall’esercito germanico. Passarono due settimane e il Re insieme al Governo Badoglio prese atto che la pressione delle truppe tedesche non era più sopportabile. Di conseguenza decise di abbandonare le ambiguità e di dichiarare guerra alla Germania. Per farlo, venne inviato un telegramma  all’Ambasciatore italiano a Madrid con l’ordine di informare il collega tedesco che “di fronte ai continui ed intensificati atti di guerra compiuti contro gli Italiani dalle forze armate tedesche, l’Italia si considera dalle ore 15 del giorno 13 ottobre in stato di guerra con la Germania”.  L’Italia concluse così il cambio di alleanza bellica  conseguente al crollo del regime fascista. Lo fece con la procedura improvvisata e caotica adottata dalla Corona in base alla propria esclusiva autorità nel prendere atto del disastro derivante dall’alleanza dell’Asse Berlino- Roma – Tokio.  
4.4 a –  Anni  quaranta, la seconda Guerra Mondiale . d)  la fase finale del conflitto e il ritorno della politica in Italia. Dopo le numerose novità, soprattutto degli ultimi mesi, nella composizione dei due contrapposti gruppi in guerra, è opportuno fare un aggiornamento per mantenere chiaro il quadro generale.   Dalla parte dell’Asse si erano aggiunte rispetto agli anni precedenti, la Repubblica Sociale Italiana, l’India Libera (proclamato a Singapore col sostegno del Giappone, organizzando un esercito di disertori e prigionieri di guerra dalle truppe britanniche di etnia indiana ),  la Seconda Repubblica delle Filippine (conseguente l’occupazione giapponese), lo Stato di Birmania (creato dal Giappone dopo l’invasione), mentre era uscita l’Italia. Dalla parte degli Alleati si erano aggiunte , l’Italia, la Colombia, l’Iran, la Liberia.
Le battaglie stavano proseguendo accanite su tutti i fronti, però la tendenza di fondo era il prevalere progressivo degli Alleati, i quali tra l’altro disponevano di più consistenti risorse. Non per caso verso fine novembre 1943 tennero due vertici molto importanti per iniziare a delineare cosa fare nei vari ambiti territoriali dopo la vittoria. Prima si incontrarono al  Cairo Roosevelt, Churchill e Chiang Kai Shek , la settimana dopo a Teheran i medesimi primi due e Stalin. All’inizio dicembre si costituì il governo provvisorio jugoslavo dopo la sconfitta delle truppe tedesche.
In Italia, a metà novembre il Fascismo Repubblicano della RSI tenne il suo Congresso e varò il suo Manifesto di Verona. Il Manifesto di Verona riprese l’impostazione rivoluzionaria del primo fascismo, abbandonò la scelta delle corporazioni, prevedeva di  creare la Confederazione Nazionale del Lavoro e leggi assai innovative la partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese. Non a caso il Manifesto di Verona non venne realizzato, per l’ostilità tedesca e degli ambienti industriali.
 Nello stesso periodo, andavano crescendo – in particolare tra i liberali – i giudizi negativi sull’operato di Vittorio Emanuele. A fine novembre Croce a Napoli chiese l’immediata abdicazione e a fine dicembre, si riunì  con Enrico De Nicola  e con l’amendoliano Carlo Sforza per individuare un modo per  far lasciare il trono al Re, così da addossargli l’aver favorito il fascismo e salvare l’istituto monarchico.   Decisero – essendo convinti della contrarietà del Re all’abdicazione  –  per la proposta di luogotenenza “fino a quando il popolo consultato desse il suo responso sulla forma istituzionale da adottare” . 
Passarono neppure due settimane e nella Repubblica di Salò, a Verona, si svolse in due giorni il Processo ai traditori del Gran Consiglio per il voto del 25 luglio. Un Processo imposto da Hitler in persona a Mussolini fin dal loro primo incontro dopo la liberazione sul Gran Sasso. Hitler aveva detto con chiarezza che la punizione doveva essere esemplarmente implacabile. Il Processo condannò gli imputati a morte tramite fucilazione e la sentenza venne eseguita l’undici gennaio 1944 (il più di rilievo dei fucilati fu Galeazzo Ciano, genero del Duce). La vicenda del Processo di Verona è un riassunto icastico delle due personalità di Hitler e di Mussolini. Hitler realizzava la sua concezione onirica del Reich del tutto chiusa a qualsiasi diversità di cultura e da proteggere eliminando chi non la condivideva. Mussolini manifestava ancora una volta il suo invasato egocentrismo perfino inconsapevole, che lo induceva ad ossequiare sempre le tendenze prevalenti al momento senza mai perseguire  un progetto di prospettiva civile.          
Nel resto del paese, così come nel resto del mondo, proseguivano accese battaglie . Da Montecassino, all’offensiva di Leningrado, alle prime azioni dei partigiani a Viareggio, ai bombardamenti su Berlino. Poi a fine gennaio, a Bari, si tenne il Congresso del CLN, ottenuto a fatica contro il Governo Badoglio preoccupato di non turbare la gestione moderata (contrarietà vinta con una lettera di protesta ai tre grandi scritta da Croce che convinse pure altri alti dirigenti cattolici).  Il Congresso iniziò con discorso di Croce chiese agli anglo americani di abbandonare la politica “unilaterale e “angusta” che procrastina l’estirpazione del fascismo per evitare una eventuale anarchia che ritarderebbe le operazioni militari contro i tedeschi. Infatti, la fedeltà all’Italia è passata attraverso la dolorosa convinzione che del proprio paese, dominato dal fascismo, era necessario augurarsi la sconfitta. “La presente guerra non era una guerra tra popoli ma una guerra civile…. la brama di una vittoria italiana sarebbe stata non solo la rovina del restante mondo ma quella dell’Italia resa schiava della Germania”. Per tali motivi, Croce chiese agli Alleati il riconoscimento del diritto della nuova Italia che stava nascendo di contribuire con un contingente di militari italiani alla guerra contro l’esercito tedesco e soprattutto di dar vita a un governo non corresponsabile della continuità di azione del re Vittorio Emanuele III, che avrebbe dovuto essere rimosso dalla sua funzione di guida del paese.
Il PCI, il PSI e il PdAZ, proposero  un ordine del giorno per l’abdicazione immediata del Re e la trasformazione del Congresso in “Assemblea rappresentativa dell’Italia liberata”, con il compito di formare  un nuovo governo. Un testo tipico di come ragionava allora (ed avrebbe ragionato poi) la sinistra, in specie quella non marxista: affidarsi al dover essere emotivo piuttosto che alla valutazione oggettiva dei fatti.  Anche dando per certa la maggioranza in sede congressuale, non solo il testo avrebbe diviso il Congresso ma presupponeva una mobilitazione della popolazione fondata su dati irrealistici, tipo  maturazione rapida in senso antifascista e rivoluzionario nonché  diffusione radicata dei partiti nelle zone già libere. Per di più non teneva conto del fatto che il nuovo Capo delle Truppe Alleate (essendo Eisenhower divenuto il Capo Supremo incaricato dello sbarco nel continente dalla Gran Bretagna) l’inglese Wilson – in base alle istruzioni di Churchill – sosteneva il Re e il suo Governo Badoglio , non vedendo di buon occhio il CLN.
Croce dette una valutazione assai negativa dell’ordine del giorno, perché, assumendo un obbiettivo teorico,  solo di parte e privo di largo consenso nelle zone liberate, non sarebbe stato in grado di incidere sulla realtà. Era divisivo e distraeva dall’obiettivo di sconfiggere i tedeschi.  Fu quindi deciso un  compromesso su un altro testo che denunciava il Re quale “responsabile delle sciagure del paese” e affidava ad una Giunta Esecutiva il compito di preparare le condizioni per comporre un nuovo governo comprendente tutti i partiti.
Nel frattempo e nelle settimane seguenti, proseguì su tutti i teatri la guerra mondiale con la medesima intensità. Gli americani riportavano frequenti successi in varie isole del Pacifico, iniziavano ribellioni contro i giapponesi, venivano bombardate le industrie in Germania, vi era un’accanita difesa delle truppe tedesche in varie zone dell’Italia, l’esercito russo giungeva sulle coste del Mar Nero.  
Verso fine marzo, vi furono in Italia alcuni episodi di gran rilievo. A Roma, il 23 (l’anniversario della fondazione nel 1919 dei Fasci di Combattimento di Mussolini) , due Gruppi di Azione Patriottica, GAP, legati al PCI e al PdAZ, su mandato di Giorgio Amendola (il figlio comunista di Giovanni) e guidati da Rosario Bentivegna, realizzarono l’attentato di Via Rasella. Fecero esplodere un carretto dell’immondizia al passaggio giornaliero di una colonna di soldati tedeschi. Ne uccisero 32. Il Comando tedesco applicò la sua nota norma di rappresaglia e  il giorno successivo fece giustiziare alle Fosse Ardeatine, alla periferia di Roma,  dieci civili  per ogni militare caduto, in totale 335 uomini . Gli stessi GAP emisero un comunicato di rivendicazione dell’attacco di guerriglia compiuto contro il nemico occupante per  risparmiare  altri bombardamenti aerei sulla capitale, e di piena condanna per il massacro  della reazione tedesca.  Un comunicato che  confermava la strategia  di “sviluppare le azioni dei GAP sino all’insurrezione armata nazionale per la cacciata dei tedeschi dall’Italia e la conquista dell’indipendenza e della libertà”.    
Una simile strategia venne in pratica sconfessata il 27 marzo  a Salerno dal leader indiscusso del PCI, Palmiro Togliatti rientrato due giorni prima da Mosca, dopo un lungo e tortuoso viaggio di un mese. Togliatti  , in sintesi, propose che il CLN appoggiasse un governo di unità nazionale per sconfiggere l’esercito tedesco. Tale proposta fu un terremoto politico. Da un lato gli Alleati la considerarono una manovra sovietica di allargare la sfera di influenza, dall’altro creò sconcerto nella sinistra del CLN e in specie nel PCI: che senso poteva avere trovare  convergenze con un governo compromesso con il fascismo e con intenti restauratori? La soluzione di Togliatti  era grande sforzo coeso per far finire l’occupazione nazionalsocialista al Nord. Per arrivarci la via era formare un governo comprensivo di tutti i partiti antifascisti, spogliati di pregiudiziali contro il Re e Badoglio. Perciò la questione istituzionale doveva slittare alla fine guerra e risolta da un’Assemblea nazionale costituente eletta a suffragio universale.  
La. svolta di Salerno venne ovviamente approvata nel PCI e riuscì a passare anche nel CLN, dato che rientrava nel documento finale approvato al Congresso di Bari e che in pratica riprendeva l’indirizzo verso la luogotenenza stabilito un mese prima da Croce, De Nicola e Sforza. Cosa decisiva, questo indirizzo venne accettato dagli angloamericani e così quasi un mese dopo , il 22 aprile, nacque il nuovo governo Badoglio II comprendente  DC, Partito d’Azione, PCI ,  PLI e PSIUP, cinque dei sei partiti del CLN, salvo la Democrazia del Lavoro.  Il Re Vittorio Emanuele III fu convinto ad impegnarsi di lasciare al figlio la luogotenenza non appena liberata Roma.
Mi soffermo ulteriormente sulla svolta di Salerno perché, al di là dei suoi effetti immediati, ha rappresentato la linea tattica adottata per decenni dal PCI, perciò assai influente nel paese e di riflesso anche nell’ambiente di attività dei liberali. In sintesi, la svolta di Salerno si può definire una linea studiata con un duplice intento. Avviare la trasformazione del PCI in una realtà non settaria di sole avanguardie ma impegnata ad attrarre più vasti ambienti di cittadini.  Al tempo stesso, applicare una ideologia illiberale sedicente rivoluzionaria da perseguire in modo fideistico però da vivere mascherandola con una continua dissimulazione praticata anche con singoli passi  liberali. Almeno finché l’esser riusciti ad accreditarsi ottenendo il consenso indispensabile per avvicinarsi  agli strumenti  operativi del potere pubblico, non permetta di sfoderare la zampata ideologica finale dormiente sotto la cenere.  Il meccanismo di un simile intento , quando funziona, non solo trascura del tutto il porsi l’obiettivo di una società aperta, ma indebolisce a fondo la possibilità di arrivarci.
Il seguente  mese di maggio vide in Asia il ricongiungersi degli angloamericani con i cinesi, in Europa i russi che completarono l’invasione della Crimea. In Italia ci fu l’abbandono di Montecassino da parte dell’esercito tedesco e proseguiva l’irrobustirsi della Resistenza, quale movimento di lotta eterogeneo come cultura, composizione sociale e modalità di azione ma fermamene deciso a perseguire la liberazione del paese anche al prezzo delle ingenti perdite subite per mano dei sempre più feroci  atti repressivi dei tedeschi e dei repubblichini. Ancora in Italia, il Comitato direttivo del PLI per l’Italia liberata presieduto da Croce, nominò Segretario il giovane giurista Cassandro, incaricò Einaudi di tracciare un programma economico ed indicò la linea politica, che lo poneva in contrasto con il Partito d’Azione. Per il PLI si dovevano epurare i dirigenti filofascisti e non i cittadini qualunque , per il Partito d’Azione era indispensabile la rigenerazione morale di intera popolazione. Nel medesimo periodo il Ministero della Propaganda in Germania detto grandissimo rilievo al primo collaudo poche settimane prima di armi di straordinaria potenza e velocità che avrebbero mutato il corso della guerra.  Poi all’inizio giugno ci furono grandi novità.
Il 4  gli Alleati presero Roma , proseguendo l’avanzata verso nord, perfino cauta ma implacabile. Come stabilito, Vittorio Emanuele III affidò la Luogotenenza al figlio Umberto, il quale, firmandosi Luogotenente del Regno e non del Re,  dette inizio ad nuovo quadro politico. In conseguenza si dimise subito il Governo Badoglio II e cominciarono i lavori per un governo meno legato agli influssi del vecchio Re e ancor più ampio. Il 6, nel nord ovest della Francia, le truppe Alleate sotto il comando di Eisenhower  effettuarono lo sbarco in diverse spiagge della Normandia. Un’operazione complessa, preparata nei dettagli da mesi, riuscita soprattutto anche nel grande impegno dei servizi segreti per mantenere fino all’ultimo segreto il luogo dello sbarco, operazione che ebbe, al momento e in tutto il periodo successivo, il robusto appoggio capillare sui territori di uomini e donne della resistenza francese. Lo sbarco in Normandia fu l’inizio della contrastata ma inarrestabile avanzata degli Alleati verso la Germania prima e poi verso Berlino.
Il Luogotenente emanò il giovedì 8 un proclama alle Forze Armate italiane, in cui, dopo aver ricordato la Resistenza in atto (“oltre le linee, a decine di migliaia, i vostri compagni hanno impugnato le armi e combattono l’oppressore”) e prima degli auspici finali per il futuro, esprimeva una considerazione che era una presa di distanza esplicita dall’operato del Re suo padre (“Il nostro popolo ha dato l’esempio più elevato di forza morale e di capacità di ripresa, dopo una guerra non sentita e non voluta, ma pur sempre eroicamente sopportata). Intanto proseguivano i contatti riservati per il governo dopo il Badoglio II.
Pochi giorni dopo, a metà giugno, i tedeschi furono protagonisti, sia in Francia, ove effettuarono un massacro di oltre 600 persone in un villaggio della Nuova Aquitania che nel Regno Unito, ove, in risposta ai bombardamenti sulle città della Germania, colpirono Londra per la prima volta mediante le V1, la sigla di Vergeltungswaffen 1 , armi (waffen) di rappresaglia (vergeltung). Le V1 , dette bombe volanti, erano lunghe poco più di otto metri, avevano una gittata sui 250 km. , venivano lanciate dalle coste francesi, non avevano bisogno di pilota e provocavano danni consistenti (oltre ventimila vittime). Furono la prima produzione delle cosiddette armi segrete da parte dei tedeschi.      
In Italia, il 18 di giugno, nacque il Governo Bonomi II in cui erano riuniti tutti i partiti del CLN con i loro esponenti di massimo livello. Nei mesi successivi, questo governo rese più concreto il distacco dalle strutture di origine fascista e organizzò le cinque divisioni italiane a supporto degli Alleati impegnati nella liberazione del Nord Italia. Sempre a giugno le varie formazioni militari partigiane vennero coordinate nel “Corpo Volontari della Libertà” una struttura di coordinamento generale.
Il 25 giugno il Luogotenente, su proposta del Presidente del Consiglio, emanò un decreto chiave per la prospettiva politica italiana : “Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà, a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione della Stato”.
A livello globale si andava profilando il successo degli Alleati e perciò, durante le prime tre settimane di luglio si incontrarono a Bretton Woods  i rappresentanti di 44 paesi per avviare l’organizzazione delle strutture finanziarie atte a governare il mondo negli anni successivi evitando le crisi finanziarie degli anni ’20 e la conseguente grande depressione.  La strada scelta fu quella dei tassi di cambio fissi tra le valute dei paesi, a loro volta agganciate al dollaro USA, la sola valuta convertibile in oro, a un tasso prestabilito per un’oncia. Inoltre  vennero create due istituzioni internazionali impegnati a prevenire crisi future: una  il Fondo Monetario Internazionale (FMI) preposto al promuovere la cooperazione monetaria e la stabilità dei tassi di cambio, l’altra la Banca Mondiale   con il compito di sostenere la ricostruzione nel dopo guerra e lo sviluppo economico.  
In realtà le tre settimane di Bretton Woods misero in scena un acceso confronto degli Stati Uniti con della Gran Bretagna. Nel senso che il Presidente Roosevelt voleva ridimensionare il Regno Unito, visto come un rivale economico e politico.   I principali duellanti a Bretton Woods furono rispettivamente White per il  Ministero del Tesoro USA e Keynes per quello britannico. Ambedue andavano preparando da molti mesi dei modelli di sistemazione innovativa del sistema finanziario internazionale. Le principali differenze stavano in due fattori, che ognuno puntava a mantenere la supremazia del proprio paese e che avevano differenti formazioni culturali (White era un fautore dell’economia pianificata, Keynes era liberale e perciò fautore della libertà economica dei cittadini) .
I provvedimenti di Bretton Woods derivarono per lo più dalle proposte di White che dettero origine alla centralità del dollaro USA (anche se non passò la proposta di una moneta mondiale, l’unitas, emessa dalla Banca Mondiale). Le proposte di Keynes, al di là del ruolo più incisivo dato al Regno Unito, erano però maggiormente innovative e miranti ad un sistema economico monetario più aperto e dinamico nel dopoguerra. La loro principale caratteristica stava nel rendere  simmetrico il meccanismo di aggiustamento della bilancia dei pagamenti dei paesi partecipanti al sistema monetario. Vale a dire, nei rapporti tra i Paesi aderenti all’unione monetaria internazionale, doveva coinvolgere, oltre ai paesi deficitari, anche quelli in attivo e doveva realizzarsi mediante un’unità di conto denominata “bancor” da utilizzare per effettuare il saldo dei debiti esteri.
Durante Bretton Woods, a migliaia di chilometri di distanza, in Germania stava maturando una fronda decisa contro Hitler. In realtà esisteva da tempo sotto la superficie. Albergava tra i militari e si concentrava nel controspionaggio, nell’ufficio militare centrale a Berlino, nel comando in Francia e in una parte dello stato maggiore delle truppe in Russia, quella del generale von Tresckow (lo stesso che nel marzo 1943 aveva piazzato nell’aereo di Hitler una bomba che non esplose a causa della bassa temperatura in volo). I militari della resistenza clandestina decisero che solo la morte avrebbe sciolto la stragrande maggioranza dei militari dal giuramento per Hitler.
Il 20 luglio 1944, durante una riunione al massimo livello a Rastenburg, nella Prussia orientale, il colonnello von Stauffenberg , del gruppo dell’ufficio centrale di Berlino, esegue un attentato mediante una bomba contenuta in una borsa di cuoio , posta vicino a Hitler sotto il tavolo. Per una serie di vari fattori contemporanei e fortuiti, l’esplosione della bomba fa morti  e feriti ma lascia Hitler sostanzialmente illeso. L’essere sopravvissuto acuisce la voglia di rabbiosa vendetta e così dallo stesso giorno e nelle settimane immediatamente successive , molti dei congiurati e quasi cinquemila persone vengono arrestati e in un migliaio di casi subito giustiziati (tra questi il feldmaresciallo Rommel  costretto a suicidarsi con il cianuro). Oltretutto, ai nazisti non sfuggirono due fatti. Che molti dei congiurati erano cattolici e che, a differenza  del 1939, non vennero dalla Chiesa celebrazioni positive per il fallimento dell’attentato. 
In quelle settimane, l’Armata Rossa arrivava a Varsavia e otteneva significative vittorie in Bielorussia ed Ucraina. Le truppe anglo americane avanzavano in modo consistente sugli sviluppi dello sbarco in Normandia mentre in Oriente occupavano Guam nelle Isole Marianne. Nell’estate 1944, il progredire dell’avanzata anglo-americana fa sorgere  in ampie zone del settentrione d’Italia le cosiddette Zone Libere e repubbliche partigiane, vedi quelle di Montefiorino, della Val Trebbia, della Val Ceno , della Val Taro (nell’autunno sorgerà anche quella della Val d’Ossola). A seguito di tale evoluzione, si allargava al Nord  anche il PLI, in cui divenne Segretario Manlio Brosio, membro della giunta militare del CLN e nel partito appartenente alla corrente di sinistra.
Nel frattempo, i tedeschi reagivano con gli eccidi nei campi di concentramento in Germania e con rappresaglie contro  la Resistenza in Italia. Ad esempio, il 10 agosto fucilarono 15 cittadini a Milano, Piazzale Loreto, per punire un attentato di due giorni prima. Comunque le cose non andavano bene per loro pure in Francia, dove, per non rischiare che l’avanzata degli Alleati in vari punti finisse per occupare Vichy, liberare Petain e farlo un simbolo della Resistenza, il 20 agosto lo trasferirono d’autorità insieme al suo Governo a sud di Stoccarda. Sotto l’incalzare dell’offensiva russa, la Romania si schierò con gli Alleati. Anche la  Bulgaria si schierò con gli Alleati. I tedeschi abbandonarono la Grecia. La Germania tentò di reagire puntando su un’altra arma di rappresaglia, la V2, di nuovo chiamata segreta dalla propaganda nazista e che era un’evoluzione sofisticata della V1, opera dello scienziato Von Braun. La V2 volava ad altissima quota (oltre i 70000 metri, quindi non intercettabile), era velocissima (più di 5000 chilometri orari, che rendeva inefficace il fuoco delle antiaeree) e venne utilizzata dai primi ottobre.  Peraltro l’impatto della V2, come della V1,  sulle operazioni militari fu limitato. V1 e V2 servirono alla propaganda per illudere di una nuova capacità offensiva tedesca in terra nemica e di un ritrovato equilibrio che desse fiducia ai tedeschi. Per questo motivo Hitler impose di lanciarle sull’Inghilterra e di non impiegarle, come chiedevano i generali, contro le avanguardie Alleate in Francia.
Nei giorni a cavallo tra settembre ed ottobre, l’esercito tedesco in ritirata fece una strage a Marzabotto sull’Appennino bolognese,  per rappresaglia, uccidendo quasi mille novecento persone. Grosso modo contemporaneamente, i tedeschi attivarono furiose offensive verso le Zone Libere costringendo spesso i partigiani a rifugiarsi sui monti. Un decina di giorni dopo, Churchill, preoccupato per la rapidità dell’avanzata russa sui vari fronti, si recò a Mosca per definire con Stalin l’assetto europeo per il dopo guerra. Verso fine ottobre, le truppe Alleate occuparono la prima città in Germania. E nel Pacifico ancora gli Alleati inflissero una sconfitta decisiva alla Marina giapponese nella grande battaglia, articolata in varie fasi, del Golfo di Leyte nelle Filippine che tagliò la via dei rifornimenti a Tokyo (in questa battaglia apparvero i piloti suicidi, i kamikaze, senza effetti strategici).
Negli Stati Uniti , i primi di novembre si tennero le elezioni presidenziali, e il Presidente in carica Roosevelt – in apparente gran forma fisica – venne eletto per la quarta volta, seppure con un ulteriore lieve calo di consensi. La novità era nel vice presidente. Quello uscente, pur in buoni rapporti con Roosevelt, era ritenuto da molti dirigenti troppo  radicalprogressista e fu sostituito dal Senatore Harry Truman, di specchiata onestà ma in origine legato nel suo Stato ad organizzazioni assai discusse.
In Italia, a metà novembre, il generale inglese  Alexander invitò i partigiani a cessare l’attività militare anti-fascista, visto il rallentamento lungo la linea Gotica, la munita difesa approntata dai nazisti, dell’avanzata Alleata per le avverse condizioni meteo. Da ciò seguì una difficoltà dei partigiani, sottoposti  ad una più consistente  attività dei tedeschi e dei repubblichini.  Nello stesso periodo, aumentarono le difficoltà interne del governo sul  tema istituzionale (venne riconosciuto il ruolo della monarchia) che si risolsero il 12 dicembre con il cambio di maggioranza – uscirono il PSI e il Pd’Az – e con il nuovo Bonomi III sostenuto da DC, Demolaburisti, PCI e PLI (in cui il PLI ebbe quattro ministri, Brosio, Arangio Ruiz, Casati e Soleri). Quasi in risposta, il capo della Repubblica di Salò Mussolini tenne al Lirico di Milano un acceso discorso – che ebbe buon riscontro sulla stampa – in cui attaccò i plutocrati per aver voluto la guerra, il Re per il colpo di Stato, Badoglio per l’armistizio, i personaggi vili che ingannavano gli italiani promettendo la fine dei disagi.
In Giappone, a fine novembre l’aviazione americana effettuò il primo bombardamento di Tokyo con una novantina di bombardieri. In Europa , intorno a metà dicembre l’esercito tedesco sferrò una offensiva massiccia. Iniziò nelle Ardenne , il giorno stesso una V2 fece quasi seicento vittime in un cinema di Anversa in Belgio, poche ore dopo le SS uccisero più di sessanta prigionieri di guerra americani nei boschi, qualche giorno dopo le Panzerdivisionen marciarono su Bastogne e successivamente riportarono due vittorie in altrettante cittadini belghe.  Alla fine, tuttavia, nei giorni di Natale giunte in vista della Mosa le divisioni tedesche dovettero ripiegare e i mezzi corazzati angloamericani ruppero l’assedio di Bastogne, avviando in seguito la controffensiva nelle Ardenne. Il primo giorno del 1945, i tedeschi tentarono ancora di fare controffensive, pure nel settore dei campi di volo alleati. Però queste manovre nella sostanza non riuscirono gli Alleati riguadagnarono terreno sul Reno e a metà gennaio nelle Ardenne. Quasi in contemporanea più a nord, i tedeschi stavano crollando nella Polonia occupata dall’Armata Rossa e abbandonarono il campo di concentramento di Auschwitz, il loro più grande campo di sterminio. Verso fine gennaio i russi erano giunti a meno di cento chilometri da Berlino.         
In generale, in tutto il mondo le truppe dell’Asse stavano per essere sconfitte, più o meno a fondo. Tra l’altro, diversi paesi si stavano schierando con gli  Alleati, a cominciare dalla Russia che dichiarò guerra al Giappone. In un simile scenario, nella settimana dal 1 all’11 febbraio del 1945 si incontrarono ad Yalta in Crimea, Roosevelt, Churchill e Stalin. Vennero prese decisioni su molte questioni significative del dopo guerra. In primo luogo la divisione della Germania in quattro zone di occupazione (la quarta sarebbe stata della Francia). Come seconda cosa venne stabilito che gli Stati confinanti avrebbero dovuto stabilire rapporti amichevoli con l’URSS. Poi venne varata una Dichiarazione sull’Europa Liberata secondo cui si sarebbero formati governi provvisori di unità nazionale, comunisti compresi, e che in seguito vi sarebbero state libere elezioni di governi democratici. Infine ci fu l’accordo sul creare l’ONU entro pochi mesi con sede negli Stati Uniti e sui suoi principi quale sistema di sicurezza globale, concordando nello specifico la procedura di voto del relativo Consiglio di sicurezza.  In pratica, fu stabilito che il mondo sarebbe stato diviso in zone di influenza.   
Nelle settimane successive, le operazioni militari proseguirono in ogni settore, terra, mare, aria,  in Europa e nel Pacifico. Spiccavano i ripetuti e massicci bombardamenti dell’aviazione americana sulle città nemiche di maggior rilievo. Hitler  prese atto del progressivo crollo in corso e il 19 marzo dette l’ordine di distruggere in tutto il paese le installazioni industriali, civili o militari che fossero. Peraltro continuava a far giustiziare alcuni suoi nemici interni di primo piano.
Il 12 aprile morì a sessanta tre anni in Georgia il Presidente Roosevelt. La causa immediata fu un’emorragia cerebrale, ma il suo fisico era debilitato dalla poliomelite contratta nel 1921, dai conseguenti danni al miocardio, dall’ipertensione dopo il 1937, dall’eccesso di fumo, dalla sedentarietà obbligata. Il giorno stesso il suo vice Truman giurò per la successione. Una diecina di giorni dopo il nuovo Presidente venne  informato di qualcosa che fino ad allora ignorava: i grandi progressi fatti dal progetto Manhattan negli ultimi due anni. La nuova arma rivoluzionaria, la bomba atomica, era ormai pronta e solo da sperimentare.
In Italia, dopo l’avanzata massiccia degli Alleati al di sopra del Po, il 25 aprile il CLN decise l’insurrezione generale del Nord , con cui i partigiani affluirono nelle città, congiungendosi ai combattenti urbani,  liberando il settentrione. Nella stessa data, l’Armata Rossa completò l’accerchiamento di Berlino, dove si trovava Hitler. Due giorni dopo, un posto di blocco partigiano ferma casualmente sul Lungolago di Como, a Dongo, il convoglio tedesco su cui erano Mussolini e la sua amante Claretta Petacci che intendevano raggiungere la Svizzera. Il 28 aprile, dietro precedente ordine del Comitato insurrezionale di Milano,  ambedue vennero fucilati poco distante,  a Giulino di Mezzegra, e i due corpi trasportati a Milano per essere esposti  a Piazzale Loreto. Non ci sono più istituzioni fasciste collaboranti con il nazismo.
Passano due giorni e a Berlino, all’interno della Cancelleria , Hitler la moglie sposata da ventiquattro ore, Eva Braun, si suicidano insieme. Presidente del Reich diviene l’ammiraglio  Doenitz e Cancelliere il Ministro Goebbels.  Quest’ultimo, tuttavia, il giorno dopo, insieme alla moglie, uccide i figli e si suicida. Da rilevare che i suicidi delle due famiglie testimoniano come Hitler e Goebbels fossero invasati, illiberali ed incapaci di accettare che il mondo non fosse quello che loro immaginavano.  Sette giorni e la Germania firma la resa incondizionata sia a Reims che a Berlino. E’ finita la Seconda Guerra Mondiale anche con la Germania, mentre il Giappone continua a combattere, nonostante si trovi in estrema difficoltà.  
Il ritorno anche dell’Italia Settentrionale sotto il controllo del CLN Alta Italia e così sotto quello della Luogotenenza, indusse la DC a ritenere giunto il momento di tornare ad un Governo di tutti i partiti del CLN. Perciò chiese il cambio di Presidente del Consiglio. Di conseguenza il 21 giugno 1945  nacque il governo Parri che era un partigiano e nel quale entrarono i sei partiti del CLN. I Ministri del PLI furono Brosio, Arangio Ruiz, Soleri. Il programma del Governo era avviare la ricostruzione del Paese, materiale e civile. Dopo quattro settimane, istituì due Ministeri, quello per l’Assemblea Costituente e quello per la Consulta Nazionale. Il primo, affidato al Vice Presidente Nenni, avrebbe preparato il voto dei cittadini nell’anno successivo per decidere sulla questione istituzionale e per eleggere la Costituente; il secondo, affidato all’altro Vice Presidente Brosio, avrebbe definito le norme per il funzionamento della Consulta, cosa che intanto portò in un mese a definirne la composizione , 430 componenti, e la suddivisione. Si stabilì che la metà sarebbe stata designata dai partiti del CLN, 20 da altri partiti, 47 dai sindacati, 28 dai reduci, 12 dalle libere professioni e associazioni culturali, 80 attribuiti ad ex parlamentari antifascisti, 28 a chi aveva avuto importanti ruoli amministrativi. Pertanto la prima seduta della Consulta si tenne il 25 settembre. Fu un importante evento simbolico sulla strada del  tornare alla democrazia rappresentativa e alle decisioni assembleari, che pesano sull’esecutivo.
 
4.4 a –  Anni  quaranta, la seconda Guerra Mondiale . e)  Hiroshima e Nagasaki. Mentre nel Pacifico si continuava a combattere, negli Stati Uniti proseguiva la preparazione dell’ arma atomica. Appena oltre la metà luglio nel deserto del Nuovo Messico venne sperimentata  la prima esplosione di una bomba atomica.
Era il frutto di un triennio di  sforzi giganteschi coordinati da Oppenheimer, disseminati in varie località, che avevano coinvolto più di centomila scienziati con le loro famiglie. Il ruolo di Fermi era stato decisivo nella teoria e nella realizzazione. Fu capace di soddisfare quattro condizioni imprescindibili. Disporre di una quantità sufficiente di materiale atomico avente nuclei in grado,  quando colpiti da neutroni, di attivare una reazione a catena;  impiegare neutroni dotati di velocità idonea ad attivarla; saper regolare il flusso di neutroni così da controllare la fissione; e, condizione essenziale, far sì che l’energia scaturita sia utilizzabile. La pila atomica di Fermi costruita a dicembre 1942 fu la prima macchina a produrre una fissione nucleare, mediante una reazione a catena controllata che si automantiene.  
Per passare alla bomba atomica partendo dalla pila atomica,  occorreva disporre del materiale fissile per attivare una reazione non frenata, l’esplosione atomica appunto. Negli anni da allora si lavorò parecchio, sempre tra addetti vincolati ancor di più al segreto, dopo che nel 1943 Churchill stipulò con Roosevelt l’Accordo del Quebec per il blocco completo delle relazioni con paesi terzi riguardo l’uranio e le informazioni atomiche.  Comunque furono fatti formidabili progressi. Nella primavera del 1945, sconfitta la Germania ed essendo quasi concluso il progetto atomico, a maggio venne istituito l’organo responsabile delle scelte atomiche, l’Interim Committee presieduto dal Segretario della guerra. In un  mese, finì col dire che era opportuno impiegare l’atomica per concludere la guerra (e per dare un avvertimento a Stalin, con cui i rapporti erano in peggioramento). Lo fece sulla scorta dell’indicazione del comitato scientifico, composto dai fisici premi Nobel  Compton, Fermi, Lawrence, e da Oppenheimer: un’esplosione dimostrativa incruenta non avrebbe convinto il Giappone ad arrendersi. Intanto la prima esplosione nucleare, il 16 luglio 1945 , nel deserto del New Mexico, confermò che gli effetti erano di gran lunga oltre le previsioni. Era immensa l’energia prodotta dalla reazione a catena non controllata. Passarono cinque giorni e il Presidente Truman approvò l’uso della bomba atomica in Giappone.  
Nel frattempo a conclusione della Conferenza di Potsdam, il 26 luglio   fu  emanata una Dichiarazione firmata da Truman, Churchill (che da qualche giorno aveva inaspettatamente perso le elezioni) e Chiang Kai Shek, che, riguardo al Giappone, stabiliva lo smantellamento dell’esercito, la limitazione della sovranità con la perdita dell’impero anteguerra, il perseguire con durezza i responsabili di crimini di guerra, l’avvertimento che il rifiuto della Dichiarazione da parte del Giappone avrebbe comportato una rapida e totale distruzione. Due giorni dopo  il Governo militare del Giappone la rifiutò.  
Il 6 agosto l’aereo USA Enola Gay sganciò una bomba atomica su Hiroshima provocando subito intorno a 75 mila vittime (destinate ad aumentare a dismisura per la radioattività diffusasi) e radendo al suolo pressoché tutti gli edifici  (nonostante la loro particolare robustezza per resistere ai terremoti). Il Presidente Truman  disse alla radio “se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una  distruzione dall’alto, come mai su questa Terra”.[ Tuttavia il Governo Giapponese, con il pieno accordo dell’esercito, non batté ciglio proseguendo nelle operazioni belliche come prima (nonostante che l’otto agosto avesse ricevuto la dichiarazione di guerra anche dall’URSS). Il 9 agosto un altro bombardiere USA sganciò una seconda atomica su Nagasaki, ripetendo i medesimi effetti distruttivi di Hiroshima.
Fin dal giorno dopo emerse una fortissima disparità di vedute tra l’Imperatore Hirohito e buona parte dei militari ed anche della sua corte. Questi ultimi , educati ad un orgoglio rigido e fanatico, non avvertirono quanto fosse drammatica la situazione e sostenevano che le nuove bombe a disposizione  non potevano essere tante e che la guerra doveva continuare per non perdere l’onore.  L’Imperatore riteneva invece, per usare sue parole, che “la sicurezza e il benessere dei sudditi  è l’obbligo solenne che è stato trasmesso dai nostri imperiali antenati e che noi abbiamo fortemente a cuore”.
Nella notte del 14 agosto  (anche se la messa in onda avvenne il giorno dopo)  fu la prima volta che l’Imperatore, una figura semidivina, si rivolse direttamente ai cittadini. Nel discorso registrato di cinque minuti scarsi, annunciò “abbiamo ordinato al nostro Governo di comunicare ai governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Cina, dell’Unione Sovietica, che il nostro impero accetta le disposizioni della loro dichiarazione comune”. Non utilizzò termini tipo “resa” o “sconfitta”. Hirohito disse che “la guerra non si è evoluta necessariamente a favore del Giappone”, parlò di una “misura straordinaria” e della necessità di “sopportare l’insopportabile e tollerare l’intollerabile”.
 
Dichiarazioni simili erano talmente sconvolgenti, che per  impedire che fosse trasmesso il messaggio di Hirohito e che quindi ci fosse la resa, alcuni ufficiali  tentarono un colpo di stato , occupando il palazzo e le principali stazioni radio. La rivolta fallì in qualche ora perché i rivoltosi erano pochi e senza concreti appoggi in alto.  Ma le idee del loro capo Hatanaka, erano diffuse negli ambienti militari, nel segno dell’ideologia del codice dei samurai. Il discorso venne trasmesso il  15 agosto. Il 2 settembre i documenti della resa ufficiale furono firmati su una portaerei USA nella baia di Tokyo. La Seconda Guerra Mondiale era davvero finita.       
 
Come se si fosse in una staffetta, era invece cominciato il dibattito pubblico sulle armi atomiche. Serratissimo e perfino invadente. In uno scritto sulla Cronologia del Liberalismo, si impone una riflessione su un simile dibattito di assoluto rilievo.
 
Parto dal ricordare che fu il grandissimo Nils Bohr il primo, fin dal 1943, a porsi il problema di quali conseguenze sulla convivenza  avrebbe avuto l’enorme potenza delle armi atomiche. Ritenne che , invece di enfatizzare in negativo i pericoli distruttivi della bomba, fosse opportuno approfondire i contributi  che essa poteva dare a sviluppi positivi nella politica internazionale, facendo da catalizzatore alle relazioni di reciproca fiducia. Pertanto puntava sul basare le relazioni internazionali sul superamento dei conflitti armati, grazie ad una revisione profonda delle idee di sovranità nazionale. Richiamandosi ai rapporti collaborativi tra gli scienziati, Bohr auspicava che,  assunte le forme di controllo a garanzia della sicurezza comune,  si creasse un mondo aperto senza barriere. Consapevole che il punto di partenza potesse essere solo l’Occidente e certo  non le autocrazie, pose a Roosevelt poco prima della sua morte la questione dei controlli internazionali sugli impianti nucleari, ipotizzando la nascita di un’agenzia internazionale di salvaguardia. 
 
E’ indubbio che la teorizzazione  di Bohr fu prematura (anche se influenzò a fondo i circoli degli addetti al ramo) nonostante avesse colto come, in campo nucleare, il monopolio fosse impossibile. Il semplice motivo era che con la bomba atomica, per la prima volta nella storia, la scienza non può difendersi da un’arma  che ha sviluppato.  Eppure l’approccio di Bohr conteneva di già un errore che permane tuttora. Nel pensare ad una soluzione , Bohr  muoveva da un’impostazione non corretta sotto il profilo del convivere. Infatti,  per risolvere la questione di creare un mondo aperto, proponeva di ricorrere a nuove organizzazioni mondiali ma ometteva  il contributo dei cittadini, pur trattandosi di una materia che da secoli cresce imperniandosi proprio sui contributi dei singoli scienziati da verificare nei risultati.
 
La teorizzazione di Bohr , pur prematura, un effetto positivo lo ebbe. Provocò l’instaurarsi di forti dibattiti fra gli scienziati (capofila Oppenheimer) che negli USA riuscirono a fronteggiare chi proponeva di non dare il controllo del settore atomico ai civili. E spinse anche all’inizio del 1946, l’Assemblea dell’ONU – allora nata da quattro mesi – ad instaurare la Commissione per l’Energia Atomica “per lo scambio delle informazioni scientifiche a scopi pacifici, per controllare che l’energia atomica rimanga confinata a scopi pacifici, per eliminare dagli armamenti nazionali le armi atomiche, e per individuare salvaguardie efficaci contro i rischi di violazioni”. Peccato che tale Commissione, non riuscendo a raggiungere l’unanimità, non produsse  niente. Anche in quel caso c’era  all’origine l’errore  di ricorrere ad organizzazioni mondiali lontane dai cittadini in una materia scientifica fondata sui contributi dei cittadini e sui risultati sperimentati.
 
Da allora sono passati tanti decenni, il dibattito sull’atomica si è ingigantito (e ha visto di volta in volta protagonisti personaggi molto noti in vari settori di moltissime nazioni) ma le questioni aperte rimangono le stesse. La questione non sta nell’essere favorevoli o contrari ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, quanto nell’accettare o no che la ricerca, attualmente quella sull’atomo, sia parte imprescindibile della conoscenza umana.  Non accettarlo rende , dal punto di vista liberale, il dibattito avulso dalla realtà e lo fa prescindere dall’esperienza storica.  E’ noto che da un grammo di uranio possono derivare 20 milioni di chilocalorie (equivalenti alla combustione di circa tre tonnellate di carbone); quindi, fare ricerca per dotarsi di centrali nucleari aggiornate dovrebbe essere la risposta alla crescente richiesta di energia dei cittadini. E poi proseguire nell’impegno costante a far maturare nei cittadini la convinzione che i conflitti quotidiani sulle variegate iniziative del vivere si risolvono con il confronto sui risultati di esse in quanto apporto alla convivenza e certo non ricorrendo, con l’uso della bomba,  all’atavico strumento della forza bruta.
 
Non è così, soprattutto in Italia, quale conseguenza del dissennato referendum del 1987 contro l’uso del nucleare perfino pacifico. I mezzi di comunicazione sono i veri protagonisti di una scena  dominata  dalle martellanti notizie  a favore della natura verde incontaminata (quasi l’energia nucleare fosse estranea al mondo vivente) oppure dai continui appelli a favore della pace (senza mai parlare del come costruire la libertà che della pace  è il presupposto ineludibile). Stampa e televisioni hanno da tempo abdicato alla loro funzione  (decisiva per il sistema democratico) del rendere noti gli avvenimenti effettivi per mettere in grado i cittadini di darne un giudizio consapevole. Diffondono l’immagine di realtà preferita da chi la nega per imporre i suoi desideri. E, terrorizzando i cittadini sul nucleare, non si fa ricerca al riguardo, ci si fissa sul mito delle rinnovabili irrealizzabile fino in fondo per i suoi limiti strutturali  e si rinuncia ad una fonte di energia a portata di mano.
 
In generale, va rilevato che il dibattito sul nucleare è diretto dall’emotività di chi – integralista verde o religioso –  anche quando in buonafede, ricorre al pacifismo nella speranza di migliorare la convivenza senza costruirne prima le condizioni, di trovare le soluzioni nel conformismo ideologico o fideistico cancellando gli apporti della diversità individuale  , di esorcizzare i pericoli insiti per fisiologia nel vivere. Insomma  la speranza che sia costruttivo un approccio contrario al metodo liberale, pur fruttuoso da quasi quattro secoli. La speranza che non sia un’assurdità civile prescindere dalla libertà e dall’individuo. Purtroppo è una speranza che porta al declino inarrestabile delle istituzioni.

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