Cronologia del Liberalismo – Cap.3 da 3.5 a 3.7

Quinta parte del testo CRONOLOGIA ESSENZIALE DEL LIBERALISMO

3.5 – Distinzioni interne al liberalismo dell’epoca. La segnalazione di Tocqueville che il liberalismo, siccome riguarda tutti i cittadini, è inseparabile dalla democrazia, è assai importante poiché non solo fornì una conoscenza ulteriore sul liberalismo, ma anche in quanto indicò la necessità di riflettere a fondo sul rapporto tra liberalismo e democrazia, che non sono sinonimi. Il liberalismo è nato con l’empirismo inglese nel ‘600 sulla base dell’osservazione dei fatti e del potenziamento del ruolo del cittadino individuo per conoscere e per decidere, dai quali non prescinde mai; la democrazia è un intento al fondo parecchio antecedente ma limitato al ridurre tutto alla consultazione generica dei cittadini elettori, senza preoccuparsi di altri aspetti di rilievo, che sono il fine della consultazione (cioè i risultati e non le speranze), il porre limiti al potere governativo e il dar spazio al cittadino quale individuo.

Come appena detto al termine del precedente paragrafo, il  maturare del liberalismo nel tempo fa sorgere sempre nuove problematiche a loro volta bisognose di ulteriore tempo per essere affrontate. Tale caratteristica mette in luce la differenza strutturale del liberalismo con la democrazia. Per il liberalismo, ciò che conta nel convivere è il come si arriva a decidere cosa fare quale pubblica istituzione, un sistema che va salvaguardato senza irrigidirsi nelle decisioni prese seppure con il voto democratico (dato che fanno fede i risultati e non le intenzioni). Mentre la democrazia con il voto non si pone il problema del verificare le azioni compiute dall’istituzione, perché opera accettando la possibilità che non occorra l’istituzione per governare ma basti il voto elettorale collettivo. In pratica la democrazia da sola opera illudendo di essere una democrazia diretta anche quando non ne ha la struttura e non esistono le condizioni. Questa non è la via per migliorare la responsabilità dei cittadini individuo nel convivere. Dunque, mentre è democratico per forza il liberalismo che concerne tutti i cittadini, la democrazia di per sé non garantisce  una politica liberale e il supporto alla libertà.

Una simile distinzione era ben presente nel  ‘700 inglese caratterizzato dalla forte connessione tra i liberali e i gruppi di imprenditori soprattutto protestanti calvinisti. In buona parte conseguente al fatto che gli scontri religiosi avevano prodotto principî di reciproca tolleranza, agevolando così le idee dell’empirismo liberale, da cui era nata in politica la logica whig del governo soggetto a norme di legge valide per tutti. Questa dottrina dello stato di diritto, sviluppata da Hume e da Adam Smith e praticata nella quotidianità istituzionale ed economica inglese, si era diffusa anche sul continente europeo in specie con l’opera di Montesquieu. Poi l’andamento della rivoluzione francese , dopo un triennio, portò al giacobinismo , con la predicazione della democrazia egualitaria nel segno della dottrina Rousseau, che è illiberale in quanto, rispetto all’estendersi della libertà individuale, frappone l’ostacolo della volontà generale, della comunità e della democrazia diretta.

Una simile deriva illiberale, tuttavia, non venne immediatamente percepita e da allora (per molti decenni) è rimasta persistente nel narrare la rivoluzione quale puro sviluppo della libertà civile realizzato nella democrazia della ragione teorica (perenne sostenitrice del potere, esistente o rivoluzionario) la quale inneggiava al liberarsi di ogni autorità (anche nelle forme fisiologiche) ma in pratica ne riproduceva effettivamente le condizioni. Era un mito che influenzò anche la cultura liberale continentale, troppo incline a mantenere il raccordo con la vecchia impostazione del rivolgersi ad un assetto istituzionale definito in partenza, quasi a tavolino, un assetto detto costruttivistico. Peraltro una dizione assai equivoca, perché ogni progetto nasce per costruire qualcosa, ma poi i progetti liberali si rimettono alla prova dei fatti (e si modificano di conseguenza quando serve) mentre quelli non liberali o illiberali si incaponiscono nella costruzione (e perciò inclinano a divenire impositivi del disegno prestabilito loro caro).

Il liberalismo continentale dette spazio al cosiddetto costruttivismo e assunse forme piuttosto radicali vicine all’utilitarismo di Bentham. In Inghilterra, ove non per caso il liberalismo era già più sviluppato (tra la fine degli anni ’20 e i ’30 furono varate riforme importanti, come quelle religiose a favore dei cattolici, la riforma del sistema elettorale dopo un serratissimo ed annoso scontro con i conservatori,  ed un altrettanto durissimo scontro sull’abolizione delle leggi sui cereali, che per decenni avevano aumentato i prezzi alimentari e il costo della vita favorendo la proprietà dei latifondi agricoli), trovarono presto una composizione la tradizionale linea whig e quella del liberalismo continentale, dando vita nel ’42 a quel Partito Liberale che resterà per decenni il più rappresentativo in tutta Europa.

Nel resto dell’Europa , il liberalismo si centrò soprattutto sul porre limiti costituzionali al governo (massimo esponente il francese Guizot, conservatore più che liberale) e con questa sensibilità garantista finì  per esser naturalmente alleato con le impostazioni dei movimenti democratici, formalmente rivolte al contestare l’autorità, ma spesso incoerenti sul come farlo. In particolare, il liberalismo pesò parecchio in Belgio nella nascita del nuovo stato nel ‘831.  In Germania, ci furono diverse azioni ispirate al liberalismo dei seguaci della filosofia di Kant, dell’opera di Humboldt  sulla necessità di uno Stato dedito al mantenere la legge e l’ordine, delle liriche di Shiller  esaltanti la libertà personale. In Prussia, il liberalismo si legò specialmente ai nazionalisti che propugnavano l’unificazione tedesca all’insegna dell’insegnamento dei liberali inglesi e di quelli continentali. Le esigenze di una unità nazionale, che applicavano il principio liberale dell’autodeterminazione dei cittadini, finirono del resto per radicarsi in diversi paesi europei, tra cui l’Italia.

In generale, il liberalismo europeo godeva del considerevole contributo fornito dall’esempio delle istituzioni sorte negli Stati Uniti, che avevano fatto tesoro dell’insegnamento delle vicende inglesi. Erano istituzioni dotate di una Costituzione volta a limitare i poteri del governo e di una Carta dei diritti che descriveva le libertà fondamentali. La cosa curiosa è che queste istituzioni nella sostanza liberali,  in pratica dissuasero gli americani dal ricorrere a movimenti esplicitamente riferiti al solo liberalismo.  Le istituzioni erano sufficienti a creare un clima adatto al manifestarsi delle più svariate iniziative dei cittadini individui (si pensi al già allora fiorente sistema associativo su temi disparati) senza dover ricorrere ad una eccessiva presenza statalista oltre a quella garantista. Purtroppo non era questa la situazione dell’Europa, specie fuori dall’Inghilterra, un continente dove erano saldamente radicate da secoli le istituzioni preesistenti, davvero non caratterizzate dall’impronta liberale. Qui restava indispensabile un’agguerrita presenza dei movimenti liberali che facessero da stimolo all’interessarsi per far sì che la situazione reale non si discostasse troppo dalla pratica della libertà . Come invece vedremo, il liberalismo raggiunse nel continente una sua forma di apogeo ma in seguito, nell’ultimo quarto dell’800, soffrì parecchio del diffondersi del marxismo e dei suoi seguaci democratici non liberali e perse molto terreno sul piano politico.

3.6 Decenni di accelerazione scientifica e tecnica. Nella prima metà del secolo XIX la conoscenza scientifica del mondo reale iniziò ad acquisire sempre più peso. Non solo crebbe con ampiezza e in tempi molto rapidi (allo spirare del ‘700 Thompson dimostrò che il lavoro meccanico si converte in calore avviando lo sviluppo della termodinamica, nel 1800 la pila  elettrica di Volta, nel 1802 la prova del funzionamento dell’arco elettrico nell’atmosfera e via così) ma si tradusse (fatto inatteso) in originali tecnologie applicative nei campi più diversi , che inventarono una selva di strumenti innovativi nella vita quotidiana dei cittadini.  Una simile trasformazione fu profonda dal punto di vista dei concetti  e pure negli esiti nei rapporti di convivenza, però, al momento e per lunghissimo tempo, non venne percepita come un fattore capace di incidere sulla materia politica del governare. Era un errore non da poco e non contingente.

L’estendersi dell’attività scientifica era il diretto portato della libertà civile in corso di allargamento, vale a dire di una scelta concettuale che fuoriusciva dalla vecchia concezione del potere, immersa in un qualche libro sacro o nell’interesse esclusivo di stirpi di condottieri, di  ambienti religiosi o di categorie economiche privilegiate. La libertà doveva essere intesa come legata in modo indissolubile ai fatti del convivere e al confrontarsi tra i cittadini per arrivare alle decisioni pubbliche. Intesa così, la libertà originava il clima favorevole allo svilupparsi del conoscere di più attraverso il metodo scientifico. Peraltro intenderla così non era scontato. Questo specifico aspetto della libertà era trascurato perfino da una parte non trascurabile dei suoi sostenitori, tipo i rivoluzionari francesi accecati dall’intendere la triade libertà, uguaglianza e fraternità quale totem da tutelare, imponendolo e schiacciando i dissenzienti, piuttosto che come principio per attivare la libera metodologia individuale nella sperimentazione.

Fatto sta che, dopo le opere di Lavoisier, di Laplace e di Lamark, vennero a galla i lavori di molti studiosi di matematica, di fisica e di chimica (emancipata dall’essere una mera attività pratica di certi settori), che dettero un forte impulso ad allargare la disponibilità di strumenti naturali al servizio degli umani. L’apripista fu il danese Oersted, docente di fisica, il quale mutuò dalla filosofia di Kant l’idea dell’equivalenza tra  forze chimiche ed elettriche nonché del fondarsi della materia sullo scontro chimico tra acidi e basi. Da questa concezione, Oersted giunse nel 1820 a sperimentare la materiale correlazione tra corrente elettrica e magnetismo (la capacità di attrarre il ferro). Il risultato venne immediatamente pubblicato e suscitò grande scalpore. Pochi mesi dopo, nel settembre ottobre dello stesso anno, Ampère –un autodidatta francese dedicatosi giovanissimo allo studio della matematica e poi della chimica, pur senza titoli accademici – formulò un lavoro che arricchiva quello di Oersted ampliando le esperienze sul passaggio di corrente elettrica e giunse a darne un’interpretazione che individuava una legge fisico matematica (il teorema di Ampère), fondamento dell’elettromagnetismo.

Nello stesso periodo, cresceva a vista d’occhio il prestigio di un ancor giovane autodidatta interessato alla chimica e all’elettricità, l’inglese Michael Faraday. Si mise in luce a vent’anni utilizzando brillantemente la pila di Volta (introdotta da poco più di un decennio) per decomporre un composto del magnesio e successivamente scoprì le leggi dell’elettrolisi ed alcune sostanze chimiche. Di fatto è uno dei massimi sperimentatori di ogni epoca. I suoi maggiori contributi sono comunque nel campo elettrico. Nel ’21, sulla scia della dimostrazione di Oersted sul rapporto tra elettricità e magnetismo e arricchita dal lavoro di Ampère, Faraday scoprì l’induzione elettromagnetica. Scoperta all’inizio controversa, che peraltro alla fine gli fu riconosciuta e che, affinata, lo portò nel ’31 a definire in una legge scientifica il come una corrente elettrica in una bobina in movimento vicino ad un’altra bobina produca in quest’ultima un ulteriore flusso elettrico. Una legge che è tutt’oggi alla base di strumenti elettrici d’uso quotidiano. Inoltre, Faraday stabilì per primo che l’elettricità origina fenomeni differenti ma che mantiene sempre  la stessa natura. E teorizzò pure un effetto rivelatosi essenziale per i futuri progressi strumentali. Attorno ad un conduttore elettrico nel vuoto, si propagano flussi elettromagnetici in campi specifici perfino visualizzabili.

In quei decenni, andavano crescendo anche le invenzioni di dispositivi atti a migliorare la capacità di affrontare la quotidianità, di esprimersi in vario modo tra i conviventi, di intessere relazioni, di curare le malattie. Ho già fatto cenno all’avvio delle ferrovie a Manchester (applicando l’invenzione dell’ingegnere Stephenson), seguite nei medesimi anni da tronchi ferroviari a Lione e a Napoli. E poi furono introdotti i fiammiferi,  la macchina da scrivere, prototipi del frigorifero, la vulcanizzazione della gomma, le macchine fotografiche, la pistola, l’anestesia dentale. Di particolare rilievo fu l’invenzione strutturata dall’americano    Morse, che, diffusasi velocemente, avviò il sistema moderno delle comunicazioni: il telegrafo elettrico (cui contribuì non poco il suo collaboratore Vail) tramite un solo filo con l’uso di un codice apposito, che trasformava l’alfabeto in sequenze di impulsi di diversa durata. Parallelamente  vi furono viaggiatori dediti alla ricerca scientifica, tra i quali di gran lunga il più importante fu Charles Darwin, un naturalista inglese che, raccogliendo dati in territori lontani (lui le Galapagos), sarà in seguito in grado di elaborare una teoria di capitale importanza per far progredire la conoscenza del mondo.

3.7 – L’indipendenza nazionale: il caso Italia. Si è già fatto cenno che, in specie a partire dagli anni ’30, in Europa si stavano infittendo, nel solco del richiamarsi agli ideali delle settecentesche rivoluzioni americana e francese (in particolare quest’ultima),  i movimenti politici all’insegna della libertà e di rivendicazione dell’autonomia dei territori nazionali. Un rilievo significativo ebbero gli avvenimenti italiani: sia in un’ottica generale sia per valutare le differenze delle politiche dei vari soggetti nell’ approcciarsi  alla cultura liberale sia per cogliere l’essenziale caratteristica del confrontarsi tra Stato e religione (un aspetto rilevante della libertà civile).

In generale, l’ampliamento del Regno di Sardegna che un po’ alla volta portò all’Unità d’Italia, adoperò l’impostazione liberale del coinvolgere i cittadini mediante il ricorso ai plebisciti nello stato interessato. Iniziarono tra aprile e maggio ’48 con Piacenza e Parma che erano nel medesimo Ducato, seguiti dalle province lombarde, successivamente da alcune province venete, proseguendo dieci anni dopo , nel ’59 e poi nel ’60, con ulteriori 12 plebisciti in diverse zone (compresi territori delle Legazioni Pontifice) per terminare nel 1870 con quello di Roma. Questo per l’unificazione. Peraltro, la questione dell’unità si accompagnava appunto a quella del rapporto con la Chiesa. Già nel tardo inverno 1848,  era evidente la contrapposizione  tra il Vaticano e il Regno di Sardegna. Secondo lo Statuto dello Stato Pontificio voluto da Pio IX, professare la religione cattolica era “necessario pel godimento dei diritti politici dello Stato”, invece il  Regno aveva concesso i diritti civili ai valdesi e, in seguito, anche agli ebrei. Successivamente al 1850, la contrapposizione si intensificò sulle leggi del Ministro Siccardi che abolirono tre grandi privilegi temporali della Chiesa, il foro ecclesiastico (gli uomini di Chiesa erano giudicati dalla Chiesa sottraendosi ai Tribunali Civili), l’impunibilità giuridica per chi chiedeva asilo alla Chiesa, la manomorta ecclesiastica (i beni ecclesiastici non erano soggetti ad imposizioni fiscali da parte dello Stato). Inoltre, le leggi Siccardi consentirono l’uso delle terre lasciate incolte e ruppero gli stretti legami tra le strutture religiose e la parte più reazionaria della società; legami che erano fondati anche sulla radicata pratica degli ordini mendicanti che vivevano di carità e diffondevano  un messaggio opposto a quello della necessità di lavorare. La linea del Governo, iniziata con la Presidenza D’Azeglio, divenne sempre più decisa con la Presidenza Cavour, la quale nel ‘55  promulgò la legge Rattazzi  che abolì gli ordini religiosi che “non attendono alla predicazione, all’educazione, o all’assistenza degli infermi”, e ne espropriò i rispettivi conventi.  Nel medesimo anno, Cavour venne scomunicato da Pio IX. E non molto dopo, il giornale cattolico Armonia, attaccò Cavour perché aveva selezionato un segretario israelita, Artom.

Successivamente, quando dopo l’estate ‘59 l’Unità d’Italia divenne apertamente l’obiettivo centrale della politica di Cavour – con una scelta contrapposta a quella di sapienti uomini di Chiesa, da Gioberti, a Rosmini, che proponevano di dar vita ad una federazione capeggiata dal Pontefice – divenne sempre più importante superare le vestigia teocratiche e regolare i rapporti tra Stato e religione. Il principio di separazione del marzo 1861 rispondeva a questa esigenza. Tale linea culturale risaliva a John Locke (il quale distingueva tra lo Stato – “una società di uomini costituita per conservare e promuovere soltanto i beni civili” – e una Chiesa – “una libera società di uomini che si riuniscono spontaneamente per onorare pubblicamente Dio nel modo in cui credono sarà accetto alla divinità, per ottenere la salvezza dell’anima”– , rientrava nel 1° emendamento della Costituzione degli Stati Uniti (“Il Congresso non potrà fare alcuna legge che stabilisca una religione o che proibisca il libero esercizio della stessa”), era stata celebrata in Europa da Alexis de Tocqueville a più riprese  ed era stata accolta nel VII principio della Costituzione della Repubblica Romana del 1849,  “Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici”.

Peraltro, in termini politici operativi, è bene rilevare la distinzione netta, in tema di principio di separazione, tra l’impostazione della Repubblica Romana e quella di Cavour. La prima impostazione si limita ad esprimere una dichiarazione corretta del rapporto nel convivere tra il credere e l’esercitare i diritti,  ma solo enunciandolo, senza proporsi di individuare gli strumenti che lo rendono effettivo. L’impostazione liberale di Cavour, viceversa, si applica ad individuare gli strumenti adatti a concretizzare il rapporto di separazione stato chiesa. Questo impegno a concretizzare ciò che si enuncia, è una caratteristica essenziale del liberalismo (dovuta all’essere non una teoria bensì un metodo operativo connesso al mondo reale) ed è appunto quella che determina la sua efficacia sperimentata quale criterio per il cambiamento nelle problematiche del convivere. Un criterio del tutto superiore al sistema di dar valore alle emozioni dei desideri e allo sbandierare le richieste.

Dopo tale rilievo, riprendo il filo dicendo che fu proprio nella logica del principio di separazione che negli anni successivi, scomparso all’improvviso Cavour, si arrivò progressivamente a sopprimere le vestigia teocratiche in tutta la penisola, e quindi a dissolvere gli Stati Pontifici, ridotti infine nel 1870, dopo Porta Pia, al Vaticano entro le mura leonine.

Il percorso per costruire le istituzioni sul principio di separazione non fu concepito e non era contro la Chiesa. Né per cultura né per scelta politica liberali. Rientrava in un gran balzo politico per portare l’Italia nel mondo moderno delle istituzioni civili, avvicinandole ai cittadini. Non per caso tutta l’Italia, del Nord e del Sud, era allora assai arretrata anche dal punto di vista socio economico, seppure in grado differente (si pensi alla endemica mancanza nel sud dell’istruzione primaria, con l’analfabetismo oltre il 95%, oppure al brigantaggio che i neoborbonici attuali negano e attribuiscono agli odiati piemontesi, nonostante fosse radicato da due secoli). Solo dopo anni, a seguito delle politiche di modernizzazione e contro i privilegi medioevali, l’Italia iniziò ad avere una capacità produttiva comparabile con altri paesi. Eppure, fin dall’inizio, questo tipo di approccio fu contrastato dalla Chiesa cattolica pervicacemente, al fine di non perdere il potere temporale smantellato a forza di provvedimenti legislativi (allontanamento degli ecclesiastici che svolgevano attività ostile al Regno, divieto di predicazione antigovernativa, rimozione dei simboli religiosi dalle scuole e dagli edifici pubblici, istituzione del matrimonio civile, unico valido per lo Stato).

La logica liberale del separatismo fu del resto confermata nel maggio del ’71, quando il Parlamento del Regno d’Italia, ormai insediato a Roma, varò la legge delle Guarentigie  sulle prerogative della Santa Sede e sulle relazioni dello Stato con la Chiesa. Una legge che garantiva al Pontefice l’inviolabilità della persona, gli onori sovrani, il diritto di avere guardie armate a difesa dei palazzi vaticani (dichiarati non soggetti alle leggi italiane), la libertà di comunicazioni postali,  la rappresentanza diplomatica e un contributo annuo (dell’ordine di grandezza di 16 milioni di euro attuali) per le spese di mantenimento personali, della Curia e dei palazzi. Inoltre la legge garantiva a Stato e Chiesa cattolica la pacifica indipendenza, riconoscendo  ai sacerdoti la libertà di riunione ed esentando i vescovi dal giuramento al Re. La legge delle Guarentigie venne definita inaccettabile da Pio IX, il quale due giorni dopo, emanò un’enciclica in cui ribadiva che il potere spirituale non poteva essere considerato disgiuntamente da quello temporale. E tre anni dopo vietò ai cattolici la partecipazione alla vita politica (che proseguì per decenni).

Balza all’occhio il grande rilievo del separatismo propugnato da Cavour in termini di apertura alla libertà civica, che condusse l’Italia nel novero dei paesi moderni. Tanto più che, a seguito del Concordato fascista del 1929 seppure poi in parte corretto da quello di 55 anni dopo, sono purtroppo tuttora vive – e richiedono una vigilanza costante – le problematiche derivanti da un diffuso conformismo clericale invasivo della sfera pubblica.

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