Con quali inceneritori trattare i rifiuti

C’è un altro argomento assai di rilievo per l’Italia, che i giornalisti delle testate più grosse seguono poco e male. La vicenda del trattamento dei rifiuti  e dell’azione del Ministro Cingolani al riguardo. Il motivo essenziale sta nel fatto che da un dozzina d’anni il dibattito sull’ambiente nel nostro paese viene esposto secondo le tesi di Zero Waste Italia, un’associazione ambientalista sostenitrice che si deve arrivare ad avere zero rifiuti. Si tratta del tipico sogno ambientalista irrealizzabile oggi e per moltissimi anni, che con il proprio massimalismo è utile all’ENI (che è di gran lunga la maggior impresa nel settore della trasformazione) per fare scena e non pensare davvero a cambiamenti virtuosi in chiave ambientale.

Di fatti, a grandi linee la situazione è questa. I rifiuti urbani sono circa il 70%  del complesso dei rifiuti, quelli industriali un 25%, quelli ospedalieri un 5%. Ora come ora, viene riutilizzato circa il 40% dei rifiuti urbani (e il 50% degli industriali)  e il restante 60% (l’altro 50% degli industriali) viene immesso in impianti di incenerimento o avviato in discarica. Tutti i rifiuti ospedalieri vanno in  impianti di incenerimento. Ovviamente,  gli impianti di incenerimento e le discariche producono inquinamento in maniera rilevante, seppure in modo differente.    

Essendo questi i grandi numeri del settore rifiuti, il problema non può essere – come grida Zero Waste con toni apocalittici – quello di  avere zero rifiuti inquinanti, bensì quello realistico di introdurre nel trattamento dei rifiuti urbani (che sono quasi 3/4 del totale) una tecnologia di impianti che riduca al massimo  la quota di rifiuti da incenerire. Oltretutto la martellante propaganda per i rifiuti zero (al momento pura utopia), è utilizzata, come detto prima, dai grossi titolari del trattamento, che si servono dell’impossibilità di azzerare i rifiuti urbani da incenerire o avviare in discarica, per non studiare il modo  di ridurre fortemente la loro quantità  e quindi il corrispondente inquinamento. Tra l’altro cosa possibile, perché oggi esistono particolari impiantistiche tecnologiche in grado di far scendere la quota di rifiuti urbani da incenerire o inviare in discarica da quel 60% al 15%  (ad esempio, un trattamento meccanico biologico evoluto). A tale proposito va segnalato il  dato clamoroso dell’ENI che in altri paesi punta su tecnologie a minor impatto ambientale, ma che in Italia persiste nell’uso di inceneritori, limitandosi a dissimulare la propria scelta industriale denominandoli in vari modi che non mutano il loro essere inceneritori.  

Di fronte ai mezzi di comunicazione che danno grande spazio alle grida rifiuti zero, il Ministro Cingolani – il quale tra l’altro è un esperto del settore  e sa benissimo quale sia lo stato dell’arte sotto il profilo tecnico – pronuncia discorsi più inclini a lisciare il pelo a Zero Waste che a spiegare ai cittadini quale comportamento intenda tenere. Ma il PNRR e la Commissione UE stanno facendo venire il nodo al pettine. Non basta più che Cingolani dica che  l’inceneritore è intanto  meglio di camion pieni di nettezza che percorrono centinaia di chilometri. Perché il problema non è quello di eliminare gli inceneritori (come vorrebbe far credere Zero Waste Italia), è quale tipo di inceneritore sia oggi sostenibile. Vanno rispettati sei parametri UE che individuano il danno non significativo, tra cui ci sono  l’economia circolare e le emissioni di sostanze inquinanti. E i progetti dell’ENI non li rispettano (vedi il nuovo progetto per trasformare l’impianto di Stagno, Livorno, in cosiddetta bioraffineria, che lascia di fatto immutata la quota del 60% )  eppure vorrebbero essere finanziati dal PNRR. Mentre l’obiettivo dell’economia circolare è agevolmente raggiungibile, adottando il sistema di trattamento meccanico biologico , che innesca una vera e propria fabbrica dei materiali fornendo grandi possibilità di riutilizzo.

Il Ministro Cingolani, invece che semplificare le procedure di impianti che usano combustibile solido secondario e fanghi, dovrebbe attivarsi senza incertezze per indurre l’ENI – non solo con i fondi PNRR ma anche con quelli propri – a seguire una strada che produca quantità ridottissime di CO2 rientranti negli indirizzi UE. In questi giorni l’ENI ha invece detto che stoccherà la CO2 prodotta in miniere o in aree sottomarine, artifici che non possono rientrare nella politica di transizione ecologica e di economia circolare di cui parla il Ministro Cingolani. 

Raffaello Morelli Pietro Paganini

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