Esattamente 45 giorni fa denunciavo sulla Nazione l’inconsistenza del governo di minoranza e delle dimissioni anticipate di Napolitano. Ma il PD vi ha insistito per settimane. Il suo mantra è stato il cambiamento affidato alle formule (e al voto grillino) non alle scelte per governare. Poi vista l’inutilità, il PD prima ha tentato di applicare il centralismo democratico per far prendere atto delle larghe intese (e naufragando Marini si è preclusa la linea), subito dopo ha acclamato – rifiutando il voto, pur richiesto – il teorizzatore dell’ulivismo indistinto (e 101 franchi tiratori su Prodi hanno frantumato un mito). Così, contorcendosi, il PD ha preso atto di non avere una politica definita e si è rassegnato alla realtà: nel parlamento di fine febbraio non esiste una maggioranza tradizionale con le formule di potere sognate.
E’ stato di nuovo eletto Napolitano, che da tempo dice come le gravi difficoltà socio economiche impongano di fare presto le scelte sulle questioni più rilevanti e più urgenti. Governare non su una bandiera ma sui punti condivisi (che del resto è il normale sistema liberale per convivere tra diversi). Tra l’altro, nel frattempo, i tanto (scioccamente) vituperati saggi hanno già dato un’indicazione. Ancor più ora, è naturale partire da tre temi: Europa (più democratica), riforma elettorale (doppio turno, semipresidenzialismo, minori costi della struttura politica), tagliare il debito per ridurre le imposte e rilanciare il sistema produttivo. Tre temi aperti a tutti ma non per tutti. Non è tempo di proteste senza proposte, di utopie e di protagonismo da social network. Semplificare la realtà è un’illusione che lascia impreparati a scioglierne i nodi.

