Il cittadino e le leggi (a Enrico Lecis Cocco Ortu)

Caro Enrico,

come ti ho detto provo a illustrarti quello che sostengo sulla questione leggi e giudici e che ritengo appartenere alle questioni essenziali della politica liberale. Lo farò in estrema sintesi (data la complessità del problema) per mettere in evidenza il nocciolo logico.

Parto dal richiamare che i liberali fondano i propri atti politici sulla necessità di rendere possibile una convivenza tra cittadini individuo tra loro tutti diversi. La convivenza deve essere  aperta e quindi necessariamente in pace e rispettosa delle norme che la rendono praticabile regolando i fisiologici conflitti tra i diversi punti di vista ed interessi.

Ciò premesso, ne deriva che, siccome nella vita reale, prima del succedersi delle singole persone, trascorre il tempo fisico, dal punto di vista liberale le leggi sono indispensabili e vanno rispettate quando vigenti, però devono di continuo adeguarsi al mondo in cui operano. Di conseguenza per i liberali le leggi sono strutturalmente provvisorie, non esistono per natura (almeno nel senso che la natura, includendo il tempo fisico, in varia misura cambia anch’essa).

In tale quadro, le istituzioni sono opportunamente articolate per dar modo ai cittadini che le costruiscono di svolgere la propria vita. L’articolazione comprende parlamento, governo e magistratura.  Sono articolazioni con funzioni diverse con un unico scopo, appunto quello di  favorire la libera vita di ogni individuo.  Dunque nessuna di tali articolazioni può mai divenire autoreferenziale dimenticando la funzione originaria.
Come è noto, le leggi sono compito del Parlamento, il che significa che la scelta delle regole è affidata alla sovranità dei cittadini, aspetto essenziale degli stati liberali (mentre non lo è delle democrazie, dato che sono esistite ed esistono democrazie che non praticano questo aspetto, in parte o in tutto e talvolta riducendo la partecipazione a meccanismi non parlamentari, che hanno esiti nefasti).

Arrivo alla questione della magistratura. L’impianto al riguardo della Costituzone è corretto e coerente. Il singolo giudice è soggetto solo alla legge e la magistratura complessivamente è un ordine indipendente dagli altri poteri. La funzione di ogni giudice e dei collegi dei giudici nella Repubblica è dunque quella di emettere sentenze relative a specifiche  questioni e per farlo deve necessariamente interpretare le leggi. Tale interpretazione appartiene alla fisiologia della funzione ed è ovvio che  implica un adeguamento al passare del tempo. Ma attenzione. Non può divenire una interpretazione sganciata dal sistema, vale a dire che forzi la lettera della legge o anche solo la sua complessiva logica costituzionale. In altre parole, non deve essere una interpretazione creativa. Se si ammettesse questa possibilità, si trasformerebbe la funzione del giudice, da professionista pubblico del valutare  le cause secondo le leggi vigenti (che sono state decise dal cittadino) a sostanziale autore della legge in base a cui valuta (senza averne avuto il mandato dai cittadini).

Su questo passaggio scatta il problema politico liberale. Non per la cosa in sé che  avviene nel caso (i cattivi funzionamenti istituzionali sono un inevitabile rumore quotidiano del mondo), ma perché, quando la creatività della magistratura si reitera al punto da divenire un’abitudine, si viola pesantemente il principio che decidere la legge appartiene alla sovranità del cittadino. Questa circostanza fa emergere che nel sistema si sta aprendo una disfunzione incoerente con la sua logica e quindi, siccome nel sistema liberale le leggi sono provvisorie per struttura, diviene indispensabile (e più o meno urgente) apportare qualche correttivo alle leggi.

Parentesi. Non tocca il filo del ragionamento l’obiezione circa la possibilità di  contestare il giudizio con il ricorrere ad un altro livello di giudizio. Non soltanto perché si può già essere all’ultimo livello, ma soprattutto perché anche la necessità di correggere l’errore giuridico della interpretazione creativa, se reiterata troppo frequentemente, è un costo per la convivenza che può divenire non sopportabile. Chiusa parentesi.

La fattispecie descritta prima della parentesi è quanto sta innegabilmente succedendo in Italia ormai da molto tempo. Basta rifarsi agli episodi delle ultime settimane e degli ultimi giorni. Tali avvenimenti sono confutabili solo discettando sulla base di una accanita diesamina del sistema di leggi vigente ,supponendolo però statico e quasi sempre a prescindere da espresse norme costituzionali o quanto meno dall’evidente impianto costituzionale (cioè cercando di negare quella creatività che in molti casi è una indiscutibile evidenza politica). Ovviamente si trae una simile conclusione partendo dall’idea che  richiamavo sopra, e che per i liberali dovrebbe essere indiscussa,  cioè che le norme correnti sono sempre provvisorie, che l’impianto costituzionale lo è molto meno ma anch’esso non è un monumento immodificabile (in 235 anni la Costituzione dei tanto snobbati USA ha avuto nei primi anni 10 emendamenti e negli altri 220 solo altri 7, ma li ha avuti). Il punto fisso è la sovranità dei cittadini nella convivenza.

Quali sono le modifiche che i liberali devono riuscire a far apportare al sistema nei modi che dovranno essere individuati con il concorso di veri esperti di diritto (non con decisione loro affidata in esclusiva)? Una di sicuro. Impedire che sia messo in discussione il principio che le leggi vengano fatte a prescindere dalla sovranità dei cittadini, e quindi dal parlamento. Questo è irrinunciabile, perché rinunciarvi, come dimostra l’esperienza storica, significa imboccare la strada della riduzione della libertà del cittadino (cosa indiscutibile per i liberali).

Concludendo, in termini politici si devono apportare delle correzioni che impediscano i danni derivanti dal delirio di onnipotenza che sta avvinghiando una netta  minoranza (tuttavia non tanto piccola e assai diffusa) di magistrati, secondo cui a loro spetta la parola ultima su cosa si deve fare nella convivenza. I fatti – non i discorsi e i contorcimenti da azzeccagarbugli, non a caso parola inventata da Manzoni per denunciare un fenomeno analogo in altre epoche – fanno vedere che la procura di Milano (salvata in corner dal Procuratore Bruti Liberati) pretende di disporre la carcerazione di un direttore di Giornale per una diffamazione sancita dalla Cassazione per evidenti motivi corporativi relativi a vicende in cui il comportamento della parte offesa è stato tale che, qualora lo avessimo tenuto te ed io, avrebbe comportato una nostra messa in stato di accusa per estorsione ai danni dell’imputato; fanno vedere che a Taranto esistono un giudice ed una procura che vogliono imporre i loro convincimenti su come deve essere la convivenza trasformando la legge in una regola di sapore utopico rispetto alla realtà per cui, nel nome di diritti avulsi dalla realtà e non legati ad essa, è preferibile lasciare senza lavoro migliaia di persone ed il governo stesso deve inchinarsi alle loro decisioni negando ad esso il diritto di assumere scelte legislative diverse dalle loro; fanno vedere che la procura di Palermo reagisce in pubblico ad una sentenza della Corte Costituzionale assunta all’unanimità in materia di intercettazioni vietate dalla legge vigente, addirittura ventilando delle oscure pastette per salvare il Presidente della Repubblica ed anche per sostenere assurdamente che un reato ministeriale (qualora sussistente) avrebbe competenza territoriale a Palermo e non presso il Tribunale dei Ministri; fanno vedere che il Tribunale dell’Aquila decide che la Commissione Grandi Eventi deve essere condannata penalmente perché in sostanza rea di aver espresso l’opinione che il terremoto non ci sarebbe stato (supporre che le dichiarazioni in proposito potessero prevedere il terremoto è un’offesa alla conoscenza umana e fa regredire al livello della stregoneria). E sai benissimo che questi sono solo gli ultimi esempi più rilevanti, espressione della più vasta inclinazione italiana ad assegnare al giudizio penale della magistratura ogni e qualsiasi avvenimento capiti nella vita quotidiana. Non ai giudizi civili di responsabilità politica o civile. Proprio preferendo affidarsi ad una elite autoreferenziale non sottoposta (naturalmente nell’ottica liberale tradizionale) a valutazioni elettorali, una tecnica peraltro che, alla luce delle distorsioni poi provocate, dovrebbe  anch’essa esse oggetto di riflessione.

Permettimi di valutare questo stato di cose un pericoloso scivolamento del diritto nella convivenza verso una concezione “religiosa”, che è l’esatto contrario di una concezione liberale di una convivenza abbastanza aperta. Capirai quindi bene il perché io continui a ripetere che in tutta questa problematica Berlusconi non c’entri niente e che anzi tirare in ballo sull’argomento a mo’ di giustificazione tutta una serie di questioni di per sé serie – tipo il conflitto di interessi oppure gli interventi ad personam (che esistono davvero e coinvolgono Berlusconi ma non solo lui sia sul primo che sul secondo argomento) – però inconferenti in materia, non solo non consente di affrontare la sostanza del problema che indico ma addirittura fa un favore a Berlusconi, perché lo rende in apparenza paladino di questioni che non appartengono alla sua sensibilità civile e cui vuol dare soluzioni approssimative, perciò contestabili e che non arrivano mai in porto per risolvere davvero un problema che esiste.

Questa voce è stata pubblicata in LETTERE (tutte), su questioni politiche e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.