Sulle dichiarazioni di Marchionne secondo cui gli utili della Fiat andrebbero meglio se non ci fossero gli stabilimenti italiani, i commenti di Riva e Grassini sono non poco differenti eppure somigliano ad assoluzioni del sistema senza pentimento.
Il commento di Riva è tutto rivolto al passato, sia nell’impostazione operaista sia nel giudicare truffaldina la linea Fiat. Solo che Marchionne non ha parlato degli stipendi dei lavoratori ma della situazione delle fabbriche italiane e del loro divario di produttività rispetto ad altri paesi. Ha parlato cioè di problemi reali che non si esorcizzano senza discuterli e autoassolvendo il sistema .
Il commento di Grassini è assai più realistico. Non contesta i dati forniti sulla produttività. Riconosce fondamento all’intenzione di non voler immettere nuovi modelli sul mercato quando la domanda è bassa. Ritiene debole il riferimento fatto da Fini agli obblighi della Fiat per gli aiuti passati. Afferma giustamente che “solo lasciando da parte vecchie ideologie e prendendo atto che il mondo cambia ogni ora si può sperare nel futuro”. Peraltro scrive anche che “un’impresa ha dei doveri sociali e non può mettere il profitto avanti a tutto il resto”. E questa impostazione conserva molta ambiguità ideologica se insieme non si sottolinea che i doveri sociali di una qualsiasi impresa sono una sua convenienza operativa forte, ma non sono la sua ragion d’essere, che è e non può essere altro che il profitto.
Il punto è qui. Invece degli armamentari vetero sindacali del tutto inefficaci di fronte alle problematiche innescate dalla globalizzazione, è indispensabile per migliorare il sistema ( e le condizioni dei lavoratori ) affrontare le questioni sollevate da Marchionne , innanzitutto cogliendo ciò che hanno di positivo e soprattutto riflettendo sulla loro sostanza. Di positivo ci sono i dichiarati intenti di investimenti cospicui, di salari in chiave europea, di una prospettiva di rilancio a livello mondiale. Ma poi interrogarsi a fondo sullo stato miserando delle relazioni industriali italiane ( checché ne dica il Ministro Sacconi) che rende complicato l’esprimere la potenzialità produttiva e sul perché leggi ed imposte siano così farraginose e scoraggino chi più innova e intraprende. Altrimenti si ripetono i vecchi copioni.
L’economista Mario Deaglio ha ricordato con incisività che bisogna ridiscutere tutto , anche il ruolo dell’azienda, ma che per farlo è indispensabile serenità nella discussione, per abbassarne il tono e alzarne la qualità. Rimanendo prigionieri dei luoghi comuni, non si riesce a capire perché le imprese fuggano dal nostro paese non verso paesi a manodopera senza garanzie ma verso paesi più aperti alle nuove iniziative.

