Il referendum sull’art. 18

 

I Liberali sostengono il NO al referendum sull’ art. 18 dello Statuto dei Lavoratori non solo perché è giu­sto fare così nel merito del quesito (sull’inopportuni­tà di estendere alle aziende sotto i 16 dipendenti l’ ob­bligo di reintegro per licenziamenti immotivati è an­che convinta una patte sempre più ampia dell’opinio­ne pubblica) ma anche perché è necessario dare un segnale di serietà e di coerenza circa le scelte politi­che da fare.

Ci sono troppe persone – non solo i sindacalisti della CIS L e della UIL – che dichiarano apertamente di non condividere né l’iniziativa referendaria sull’art.18 né il tipo di ordinamento che comporte­rebbe la sua approvazione ma che poi predicano l’astensione dal voto. Dicono che in questo modo, non raggiungendo il quorum dei votanti ( perché i non votanti strumentali si sommerebbero a quelli fi­siologici), si faciliterebbe la non validità del risultato e dunque la bocciatura del referendum. In realtà, l’astensione, al di là delle intenzioni, è una scelta pe­ricolosa e ambigua.

Innanzitutto non è assolutamente certo che così non si raggiunga il 50% + l dei votanti e a quel punto la vittoria dei SI diverrebbe molto più probabile. Ma anche se non si raggiungesse il quorum e quella del SI fosse una vittoria inutile, l’astensione evita la stra­da maestra dell’ impegno per far passare la tesi di fon­do politicamente decisiva: che la garanzia a chi lavo­ra la deve dare il sistema nel suo complesso e non il rigido vincolo applicato alla singola azienda. Se non si fa passare questa consapevolezza (che era un aspetto fondamentale dell’opera di Marco Biagi), si resta invischiati nell’ambiguità profonda del voler essere dalla patte dei lavoratori ma in sostanza di continuare ad illudere i lavoratori che sia possibile conservare gli illusori privilegi di un sistema irrigidito e vetero classista.

E non è finita. Puntare al non raggiungimento del quorum contribuisce a indebolire l’istituto del referendum che è invece un istituto prezioso di controllo della volontà dei cittadini (è singolare che non tengano conto di questo proprio quegli apocalittici che sostengono quotidianame che regime è in atto).

Quello sull’art. 18 è un referendum di ampia portata non settoriale e va vinto confrontandosi non con piccoli artifici che hanno il costo di totale incertezza sul significato del risultato finale. Non per caso Cofferati, che è stato l’inventore dell’opposizione frontale ad ogni ripensamento su come ristrut­turare l’art. 18 per via legislativa, non andrà a votare. Perché questo è il modo più certo di lasciare margini ampissimi ai decrepiti sacerdoti di liturgie rigide che difendono solo l’esistente e non consentono di pensare ai posti di lavoro da creare.

Infine, deve essere denunciata l’ambiguità di Rifondazione che, a parole tanto interessata al referendum sull’art. 18, non è andata in Commissione di  Vigilanza quando si doveva approvare il regolamento per la propaganda TV, che fu tardivo e carente. Così ha agevolato l’ignoranza sul referendum, tradendo il proprio vero disegno: restare sotto il quorum in modo da poter vincere con il SI, portarsi a casa un risultato di prestigio e accusare l’altra sinistra di connivenza con il nemico di classe.

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