Programma regionale 1982/1984

MORELLI. Desidererei esordire osservando come noi nei passati dibattiti sui problemi genera­li, abbiamo sempre dimostrato di non dedicarci a un’opposizione preconcetta e quindi faremo que­ste notazioni basandoci su un esame che non ha, non aveva all’inizio delle finalità prestabilite, nel senso che pur essendo noi forza di opposizione abbiamo sempre sottolineato che vogliamo inten­dere questa opposizione come un modo di non accettare certe impostazioni generali, ma non per preconcetto disaccordo sulle singole, anche se im­portantissime, opzioni regionali, tanto che in una particolare situazione, su un assestamento di bi­lancio di luglio, come ricorderete, noi votammo a favore.

Il punto è che, come cercherò di far emergere, da questo esame del programma e del bilancio emerge chiaramente che sono presenti dei chiari difetti di impostazione, almeno dal nostro punto di vista, e che siano difetti di impostazione più che di gestione. Tant’è che su un altro voto, sul consolidato dell’anno precedente nel novembre dell’81, ci fu una questione tecnica, se noi ritene­vamo nell’astensione in quel caso di votare tec­nicamente su una rispondenza tecnica oppure per dare un giudizio sull’andamento della gestione da parte della Giunta. Noi diciamo che anche delle critiche sulla gestione divengono più pallide e se­condarie di fronte a dei difetti di impostazione, che emergono con sufficiente chiarezza in alcuni sintomi. Che sono innanzitutto primo: l’indubbio sforzo nel rilievo dei dati fatto progressivamente dalla Regione nel suo complesso e dai Diparti­menti, cui segue chiarissima una genericità nelle scelte; secondo, un continuo richiamarsi alle col­pe romane che sono assunte quasi come motiva­zione se non esclusiva certamente prevalente, dei difetti e dei limiti della Regione e che è a nostro avviso un richiamo quasi freudiano perché, come vedremo, corrisponde a una logica che vede in una programmazione un qualcosa più che cade dall’alto che non partecipa articolatamente nel territorio. Per terza cosa una carenza nelle con­sultazioni, nel modo di consultarsi, perché nello stesso momento in cui si fa un notevole sforzo di organizzazione per portare a confronto con la so­cietà regionale gli elaborati in via di formazione e poi quelli che sono i testi definitivi dei progetti re­gionali, nello stesso momento in cui si fa tutto questo poi non si riesce a capire che la consulta­zione non è un fatto che il principe concede al suddito per fargli esprimere qualche desiderato o qualche obiezione, ma è, in una logica che poi sempre più nel corso di questo intervento puntua­lizzeremo, è cosa ben diversa. E’ possibilità di inci­dere sulle scelte, e sotto questo profilo, viceversa, l’atteggiamento della maggioranza non è realisti­co, e questa non è un’osservazione che facciamo noi ma che proviene su tutta la linea, su tutto l’arco delle forze politiche e sociali, dalle consul­tazioni, perché abbiamo visto in questa sede tutti, dico tutti, cioè Enti locali, sindacati, imprenditori, artigiani, lamentarsi proprio del fatto che allo sforzo organizzatorio e organizzativo del consul­tare non seguiva poi una capacità di recepire e dimodificare le proprie intenzioni sulla base delle consultazioni.

Quando, Maccheroni ricordava poco fa, nelle. altre Regioni d’Italia ci guardano stupiti e dico­no: Maccheroni, ma che siete matti, consultate tutti – io non so che cosa risponda, ma mi viene il dubbio che risponda: sì, si, consultiamo tutti ma non siamo matti perché poi quando li abbia­mo consultati richiudiamo il libro e continuiamo diritti per la nostra strada.

Ora, queste carenze di impostazione a nostro parere non derivano da cattiva volontà, o tanto meno da incapacità concettuale da parte degli amministratori, dei quali diversi invece hanno an­che un livello apprezzabile anche come forza di opposizione. Derivano a nostro parere dal fatto che si ritiene – e non abbiamo difficoltà a dire, al limite, con molte più incertezze di una volta ma si ritiene tutt’oggi – che l’Ente pubblico sia il centro e il motore di ogni sviluppo. È da questa idea di fondo che poi derivano delle difficoltà nell’impo­stazione pratica dei programmi e quindi anche della gestione da parte di questa maggioranza. Si ritiene, insomma, che la realtà che è fuori di que­st’aula e delle altre aule pubbliche, sia una sorta di realtà derivata che attende indirizzi non solo intesi come capacità di coordinamento ma indirizzi come capacità di impulsi dalla parte pubblica, tant’è che in alcune parti del piano re­gionale di sviluppo e in un passaggio anche del testo di riassunto di questo piano poi votato Commissione, c’è un residuato fossile di questa concezione laddove si richiama ripetutamente gli Enti locali, i sindacati e le forze sociali produrtive a rifarsi e a rispettare il programma regionale cf sviluppo e si individua poi nel riassunto quale fa­coltà centrale della Regione quella di ricondurre a unità le proposte molteplici che emergono dD realtà.

In questo concetto emerge chiarissima.me::::: .:.. senso dell’Ente locale come protagonista princi­pale del…..(Interruzione dall’aula)… No, è proprio questo il punto. La progranmazione per noi dovrebbe essere processuale che è un’altra cosa, è appunto la capacità di saper co­giiere dalla realtà degli impulsi e delle spinte, sa­oerle ordinare e dirigerle, riconfrontandosi e cor-reggendosi di volta in volta che gli stessi primi in­rerventi comportano delle modifiche sul territorio. E rutto questo non avviene. Ecco perché quando nella relazione per esempio della collega Meiattini di introduzione a questo dibattito viene detto che si è preso atto finalmente della processualità della _programmazione, a nostro parere si compie più un’espressione verbale che non un discorso con­cettuale.

A noi sembra che di fondo si può dire che questo è un programma bandiera perchè risponde alla logica dell’Ente pubblico come esclusivo centro motore di ogni sviluppo, che come ho detto prima non è. Questo farebbe of­fesa alle capacità, all’intelligenza e allo sforzo po­ltico della maggioranza che pure esiste, che non è più un fatto dogmatico e chiuso come poteva essere una volta, è un fatto che già si vede in aesti documenti chiaramente problematico e che comincia a mostrare, per così dire, delle smaglia­ture logiche, evidentissime, delle quali alcune ne parlererno e prenderemo anche atto, ma a noi sembra che complessivamente queste smagliature lcgiche non portino ancora a un mutamento di impostazione del programma, ma al contrario presentino e si aprano a delle incongruenze che con migliorano la situazione.

L’esempio è chiaro quando si butta là l’obiettivo contestuale di con­solidare i livelli occupazionali, criterio su cui tor­neremo anche dopo, e far nascere nuova impren­dtorialità, senza affrontare il problema delle compatibilità nel fare queste cose. Cioè senza af­frontare né il discorso sulla relazione industriale nè il discorso sulle condizioni per l’impresa e per lo sviluppo che è invece coerente a un discorso di programmazione processuale e che non casual­mente poi fa dire a una persona insospettabile che è in questo caso il Presidente Biondi nel suo intervento di prima che riprendeva una espressioone dei sindacati. Fa dire che di fatto si finisce per privilegiare l’esistente, perché al solito non si pun­ta tanto sulla possibilità di incentivare e privile­giare quello che emerge di nuovo. Il nuovo nel senso anche del diversificato rispetto alla struttura economica e sociale della nostra Regione e più in generale del Paese, ma spesso si tende a raccordarsi più con l’esistente per risolvere per esem­pio i problemi di occupazione a livello dell’esi­stente, e poi ci ritorneremo su questo punto bre­vemente penso, più che invece fare un discorso più complessivo che presupporrebbe il ribalta­mento della logica e quindi porterebbe a puntare più sulla realtà esterna all’istituto pubblico, dando all’istituto un ruolo di raccordo, di indirizzo e di capacità di collegamento, che non il vecchio e ti­pico ruolo del centro motore di tutte le situazioni.

Ecco perché non casualmente si possono co­minciare a vedere i difetti che, ho già fatto cenno, sono intanto riconducibili al fatto dell’essere que­sto un programma essenzialmente per settori e soprattutto, ho detto, un programma chiaramente globale, cioè che tende più che a fare, a far fare, tende a indirizzare complessivamente senza fare scelte abbastanza significative e scalettate sui tempi e sulle risorse necessarie . Tutto questo è secondo noi abbastanza non giusto sul piano dei principi generali, ma è ancora meno giusto nella situazione toscana, proprio perché nella situazione toscana non è legata a si­tuazioni di grandi aziende che potrebbero meglio giustificare forse interventi globali per settori e che invece vede una situazione, quella toscana, che particolarmente è impegnata nelle necessarie grandi modificazioni degli anni ’70 intervenute nello scenario economico mondiale che hanno imposto anche alla Toscana di affrontare il pro­blema serissimo del cambiamento e delle nuove metodologie di gestione che devono puntare al re­cupero di produttività, di efficienza e di flessibili­tà operativa nei confronti di tutte le risorse e di capacità disponibili proprio per recuperare la per­dita di competitività strutturale del sistema indu­striale e quindi puntare appunto a quel problema centrale dei livelli di miglioramento dei costi di produzione che ieri è già stato oggetto di esame, prima con Carpi ieri l’altro e poi con Berlinguer.

In questa situazione, ci sembra, proprio perché la Toscana deve sempre di più puntare a questo consolidamento di base e deve cercare di puntare a innovazioni che permettano di qualificare il prodotto, che ci sembra la cosa centrale, non tanto quello di avere produzioni mature da diversifi­care quanto di spingere su innovazioni che per­mettano di qualificare il prodotto. Se tutto questo come noi crediamo è vero, allora l’intervenire complessivamente con programmi globali nel sen­so che dicevo prima e settoriali, ci sembra un in­tervento sostanzialmente incoerente e non corri­sponde assolutamente alle necessità della nostra Regione. E questo perché questo tipo di struttura, di intervento, non è in generale adatto alle crisi del capitalismo sociale e noi temiamo, come non solo in Italia ma anche in Toscana si sta verifi­cando, che tutto questo approccio al problema possa portare a dare la copertura a ridistribuzioni di tipo assistenzialistico improduttivo (dai settori del vituperato sommerso alle aree politicamente protette) dando in sostanza una versione di con­solidamento a sinistra del capitalismo assistenzia­le di cui il nostro Paese è stato testimone negli ul­timi decenni. Quindi è sbagliato fare un approc­cio settorialistico, ma è ancor più sbagliato, come dicevo prima, fare un apporto globale, perché pretendere di orientare e dirigere l’intero sviluppo economico e civile è sbagliato anche perché oltre­tutto non si fa uno sforzo sufficiente – questo è evidente e incontestabile io credo – di fare un discorso commisurato a un preciso esame delle risorse disponibili e dei tempi necessari per realiz­zare le cose che sarebbe necessario smuovere. Questo è un pochino il punto della questione.

E da questa impostazione discende che anche i due obiettivi di fondo della strategia del piano regio­nale di sviluppo, cioè il miglioramento delle con­dizioni dello sviluppo e la sostituzione delle pro­duzioni esportate, vengono un po’ fuori misura, perché il primo obiettivo tende, proprio in conse­guenza dell’impostazione di fondo a cui facevo ri­ferimento all’inizio, a differenziare quasi fra lo sviluppo e le condizioni esterne allo sviluppo, cioè direi fra lavoro improduttivo, quello dei servizi, quasi finirei per dire, e lavoro produttivo, perché un punto di fondo è proprio quello che non si, già ne feci cennno dianzi, non si accenna abbastanza alla necessità di affrontare il problema che nei prossimi anni il riequilibrio dell’occupazione sarà ben difficilmente raggiungibile attraverso un pro­gressivo riassorbimento di mano d’opera dell’in­dustria in agricoltura ed è chiaro ed evidente, che bisognerà cominciare ad affrontare il discorso dell’equilibrio della mano d’opera in altri settori e del riequilibrio dell’occupazione, proprio perchè è senza dubbio un obiettivo di ogni società democratica avanzata quello sempre di arrivare ad unottimale assorbimento della forza del lavoro. Ma questo non significa affatto come invece vuol far credere in una visione centralizzante dell’Ente pubblico e sostanzialmente arretrata , che questo riassorbimento di mano d’opera nel medio lungo periodo possa e debba essere raggiunto esclusivamente puntando a delle fasi di riassorbimento esclusivo o quasi nel settore dell’industria o dall’agricoltura.

Il problema è più ampiamente quello di concepire il problema produttivo e dell’impresa come un qualcosa di più ampio rispetto ai confini tradizionali e quindi di non vedere il settore dei servizi come esclusivamente aggiuntivo esterno, cioè un settore che deriva dal tempo libero lasciato dalle attività reali, ma vedere invece per larga misura un settore dei servizi inteso come opere utili alla produzione e perciò integrato in un modo diverso – questo veramente sì – di produrre, nel quale il problema centrale dell’eficienza e dei costi di produrre, sia coerentemente e organicamente affrontato, perché tutto questo – e poi ci ritorrs quando parleremo in finale dei rapporti politici – tutto questo è la traduzione concreta e pratica del vedere come l’esasperazione dei conflitti di classe oggi nel nostro Paese, e di conseguenza anche nella nostra Regione, sia superata dal fatto che i problemi veri sul tappeto oggi sono delle grandi battaglie internazionali di tipo economico (almeno si spera solo di tipo economico naturalmente) e che non debbano travalicare oltre certi livelli, e che quindi il problema centrale diviene quello di democraticamente perseguire la compe­titività italiana sui mercati internazionali, salvaguardando, con una rigorosa gestione della cosa pubblica e un rigoroso esame di compatibilità, ­questa competitività economica con la salvaguardia delle conquiste di maggior livello civile delle prestazioni dello Stato e comunque collettive.

Noi, proprio per questa impostazione di fondo, per questa genericità non casuale come dicevo all’ l’inizio, per questo non casuale richiamarsi alle colpe romane che dicevo freudiane proprio perché a noi sembra che spesso ci si richiami alle colpe romane perché in una visione più pianifica­trice della realtà si pensa che in verità se le Re­gioni in un altro tipo di Stato centralizzato, se anc­be una realtà regionale fosse carente, questo dipenderebbe dagli errori commessi centralmente. Ora nella realtà nostra, nella realtà italiana, di un paese di democrazia occidentale anche se larga­ente corrosa dall’assistenzialismo e dal clienteli­mo, però in un Paese come il nostro la situazione è diversa perché in realtà i difetti e le colpe che ci sono e chiare e gravi e che vanno denun­iate, della gestione nazionale, non possono colmare i difetti e gli errori delle autorità regionali che chiaramente non possono e non debbono es­ere un soggetto meramente passivo anche perché ha delle competenze istituzionali in materia di territorio, di ambiente, di formazione, tali da poter stabilire con l’apparato produttivo inteso come imprese in genere, cioè non solo nel settore indu­striale ma anche in quello agricolo, tali da riusci­re oggettivamente a dare il proprio contributo, che avrà minor capacità di incidenza proprio perché siamo in presenza di errori e limiti nazio­nali, ma che comunque ha e può avere una capa­cità di incidenza, che è certamente invece questa capacità di incidenza ad oggi in Toscana molto inferiore a quella che sarebbe possibile ottenere .

Un esempio tipico credo potrebbe essere pro­prio nel caso del progetto che forse è quello dove c’è maggior impegno della Regione, cioè il pro­getto Amiata, impegno nel senso anche fattivo ri­spetto ad altri progetti che non sono nemmeno molto decollati. Questo è senza dubbio decollato, però è indubbio che è un progetto che non si cala in una realtà specifica, cioè è un progetto fatto a tavolino per far fronte a dei reali problemi di oc­cupazione. Nel senso che relativamente alla massa dei capitali impe­gnati e impiegati, è chiaro che non si collega stret­tamente con la vocazione territoriale e non sviluppa quelle sostanziali vocazioni territoriali, ten­dendo viceversa a risolvere il problema con un progetto che è stato collocato là ma che forse pensandoci potrebbe essere stato collocato anche alrove, che non sviluppa un’agricoltura di tipo realmente autonomo rispetto a questa iniziativa, cioè noi crediamo ancora una volta sia un tipo di intervento che non risponde a queste logiche com­plessive di far smuovere e di incentivare al massi­mo le attitudini e le vocazioni territoriali.

A nostro avviso, ad esempio, un progetto di questo tipo invece per smuovere e incentivare in una logica diversa le vocazioni territoriali sarebbe da mettere urgentissimamente allo studio per quanto riguarda l’Isola d’Elba e le isole minori dove, anche lì, non si tratta tanto di affrontare il problema della singola fabbrica o della singola occupazione, si tratta di rimettere in circolo un progetto diverso che, puntando sul riassorbimen­to della mano d’opera anche attraverso settori non strettamente industriali o agricoli, possa rag­giungere questo scopo. Cambiando il tipo di pro­duzione da una parte, cioè facendo conto con la necessità di mantenere competitivi i costi unitari del prodotto, e dall’altra cambiando anche il tipo di rapporto economico e sociale.

Questo è un primo giudizio molto generale sul tipo di politica che noi crederemmo opportuna e che si riassume nel fatto che dovrebbe essere una politica di sviluppo e innovativa, e che non lo è, che tenda a tener conto della situazione economi­ca e a migliorare la struttura economica e le con­dizioni strutturali, che tenda a ridistribuire verso le aree più innovative e dinamiche della società e dell’economica e che concepisca quindi l’azione pubblica come un’azione efficiente, limitata, mol­to attenta al rapporto fra risorse impiegate, tempi di esecuzione, risultati e ritorno sulla modifica dei programmi, cioè in altre parole un’attività che sti­moli l’attività dei cittadini e che quindi si basi su scelte e priorità limitate che tengano conto degli obiettivi detti.

Ecco perché noi non condividiamo questo tipo di politica settoriale che emerge da tutto l’esame del piano leggendolo in diversi punti e diviene non casualmente generica perché non affronta poi il discorso diverso quando rimane molto timi­da sul problema della politica dei fattori produtti­vi generali, da una parte, e dall’altra rimane mol­to timida sul problema della politica per progetti integrati delle varie aree. E appunto, se come spero siamo stati chiari, tutto ciò non è un acca-

perché a noi sembra che spesso ci si richiami alle colpe romane perché in una visione più pianifica­trice della realtà si pensa che in verità se le Re­gioni in un altro tipo di Stato centralizzato, se an­che una realtà regionale fosse carente, questo di­penderebbe dagli errori commessi centralmente. Ora nella realtà nostra, nella realtà italiana, di un Paese di democrazia occidentale anche se larga­mente corrosa dall’esistenzialismo e dal clienteli­smo, però in un Paese come il nostro la situazio­ne è diversa perché in realtà i difetti e le colpe che ci sono e chiare e gravi e che vanno denun­ciate, della gestione nazionale, non possono col­mare i difetti e gli errori delle autorità regionali che chiaramente non possono e non debbono es­sere un soggetto meramente passivo anche perché ha delle competenze istituzionali in materia di ter­ritorio, di ambiente, di formazione, tali da poter stabilire con l’apparato produttivo inteso come imprese in genere, cioè non solo nel settore indu­striale ma anche in quello agricolo, tali da riusci­re oggettivamente a dare il proprio contributo, che avrà minor ‘capacità di incidenza proprio perché siamo in presenza di errori e limiti nazio­nali, ma che comunque ha e può avere una capa­cità di incidenza, che è certamente invece questa capacità di incidenza ad oggi in Toscana molto inferiore a quella che sarebbe possibile ottenere.

Un esempio tipico credo potrebbe essere pro­prio nel caso del progetto che forse è quello dove c’è maggior impegno della Regione, cioè il pro­getto Amiata, impegno nel senso anche fattivo ri­spetto ad altri progetti che non sono nemmeno molto decollati. Questo è senza dubbio decollato, però è indubbio che è un progetto che non si cala in una realtà spedita, cioè è un progetto fatto a tavolino per far fronte a dei reali problemi di oc­cupazione. Questo senza dubbio è un progetto che non si cala in quella realtà specifica nel senso che relativamente alla massa dei capitali impe­gnati e impiegati è chiaro che non si collega stret­tamente con la vocazione territoriale e non svi­luppa quelle sostanziali vocazioni territoriali, ten­dendo viceversa a risolvere il problema con un progetto che è stato collocato là ma che forse pensandoci potrebbe essere stato collocato anche altrove, che non sviluppa un’agricoltura di tipo realmente autonoma rispetto a questa iniziativa, cioè noi crediamo ancor a una volta sia un tipo di intervento che non risponde a queste logiche com­plessive di far smuovere e di incentivare al massi­mo le attitudini e le vocazioni territoriali.

A nostro avviso, ad esempio, un progetto di questo tipo invece per smuovere e incentivare in una logica diversa le vocazioni territoriali sarebbe da mettere urgentissimamente allo studio per quanto riguarda l’Isola d’Elba e le isole minori dove, anche lì, non si tratta tanto di affrontare il problema della singola fabbrica o della s’ingoia occupazione, si tratta di rimettere in circolo un progetto diverso che, puntando sul riassorbimen­to della mano d’opera anche attraverso settori non strettamente industriali o agricoli, possa rag­giungere questo scopo, cambiando il tipo di pro­duzione da una parte, cioè facendo conto con la necessità di mantenere competitivi i costi unitari del prodotto, e dall’altra cambiando anche il tipo di rapporto economico e sociale.

Questo è un primo giudizio molto generale sul tipo di politica che noi crederemmo opportuna e che si riassume nel fatto che dovrebbe essere una politica di sviluppo e innovativa, e che non lo è, che tenda a tener conto della situazione economi­ca e a migliorare la struttura economica e le con­dizioni strutturali, che tenda a ridistribuire verso le aree più innovative e dinamiche della società e dell’economica e che concepisca quindi l’azione pubblica come un’azione efficiente, limitata, mol­to attenta al rapporto fra risorse impiegate, tempi di esecuzione, risultati e ritorno sulla modifica dei programmi, cioè in altre parole un’attività che sti­moli l’attività dei cittadini e che quindi si basi su scelte e priorità limitate che tengano conto degli obiettivi detti.

Ecco perché noi non condividiamo questo tipo di politica settoriale che emerge da tutto l’esame del piano leggendolo in diversi punti e diviene non casualmente generica perché non affronta poi il discorso diverso quando rimane molto timi­da sul problema della politica dei fattori produtti­vi generali, da una parte, e dall’altra rimane mol­to timida sul problema della politica per progetti integrati delle varie aree. E appunto, se come spero siamo stati chiari, tutto ciò rton è un accadimento casualecge discende dalle stelle, ma discende da un’impostazione complessiva che dà un ruolo ben diverso e, a nostro parere, molto più rattrappito sull’iniziativa dell0Ente pubblico, chiuso molto in sé e non teso a far sviluppare la società, non teso a raccogliere, sd incanalare gli impulsi che vengono dalla società.

Gli esempi potrebbero essere svariatissimi in questo settore, potrei elencarne solo alcuni. Si propongono i consorzi di secondo grado, la FIDI – che pure è uno degli organismi che funziona me­no peggio della Regione – si propone consorzi di se­condo grado e poi si propone che questi vengano sostanzialmente gestiti e diretti dalla FIDI stessa. E questo che cosa significa? Significa una volta ancora che in sostanza si vuole dare esclusiva­mente alla parte pubblica la direzione totale di tutta una serie di scelte nel settore economico e in­dustriale della nostra Regione. Cioè sostanzial­mente questa tendenza a vedere la Regione l’uni­co centro motore di quest’attività e non a ve­dere invece il momento di coordinamento dell’at­tività della realtà esterna è un problema che rie­merge in continuo. E quanto proprio si diceva stamani. Quando si legge sui giornali la que­stione che un impegno rilevantissimo nel set­tore culturale anche qua viene non solo puntato più sull’attività istituzionale della Regione che non sul far smuovere le attività esterne all’isti­tuto ufficiale pubblico, ma addirittura – come ave­vamo già detto un anno fa in questo Consiglio e si è venuto sviluppando – si punta a fare attività di questo tipo, cioè istituzionale, in un settore di altissima specializzazione. Mi riferisco alla linea dell’Orchestra Regionale che informa anche i set­tori di tipo specialistico, in modo da non tendere a giustificare l’intervento pubblico come diffusio­ne della cultura sempre più largamente ma invece di fare interventi di alto livello, anche qua di nuo­vo si fa un discorso di tipo pubblico chiuso e ri­servato in sè. E quando sulla casa, anche qua, si fanno degli sforzi e senza dubbio si cerca di por­tare avanti il discorso – anche seppure io credo che certi limiti sono oggettivi e che interventi del­la minoranza non è che mi siano sembrati infon­dati – ma noi vorremmo dire di più, anche laddove questi sforzi di impegni finanziari di attuazione da parte della Giunta fossero compiutamente portati avanti, rimane il problema che noi abbia­mo più volte segnalato anche con la proposta di legge, rimane il problema secondo il quale non basta intervenire in questo settore solo da parte dell’ente pubblico per costruire la casa e non preoccuparsi viceversa di incentivare da parte della società civile la capacità di intervenire co­struendo, e quindi a nostro avviso sarebbe molto più corretto se si volesse rispondere a una seria capacità di programmazione da parte della nostra Regione, riuscire a innescare un meccanismo, sul quale in questa sede non entro, ma che abbiamo puntualmente e specificatamente indicato nel pro­getto di legge, innescare un meccanismo in grado, con non molti aggravi, di funzionare come anche meccanismo moltiplicatore sulla capacità di co­struire case e soprattutto sulla capacità di dedicare risorse private in larga misura e diffusa a que­sto settore, problema, disegno di legge, principio sul quale ancora una volta noi richiamiamo l’at­tenzione perché crediamo che come tutte le cose possono essere articolate e modificate, ma risponde a un’esigenza obiettiva che del resto stamani l’assessore richiamava. Ci sarà da fare una scelta appunto fra le 500 case di un certo tipo e le 1.000 all’anno in affitto e poi andare avanti. Una strada di questo tipo deve essere percorsa e una strada di questo tipo risponde già di più a una logica della Regione che cerca di far muovere le cose più che puntare a risolverle, sempre ed esclusivamente da sola, pensando che gli altri non siano in grado comunque di fare e di portare avanti iniziative serie.

E poi il bilancio consolidato nella solita logica. Non è casuale che, nonostante dei cenni che pure intervengono, però non si vada oltre ai cenni e che lo sforzo per portare avanti questo esame se­rio dell’intervento secondo le varie aree territoria­li, interventi che vengono fatti in queste aree da tutti i vari enti pubblici esistenti, è uno sforzo se­condo noi indispensabile per portare a un livello di programmazione che sia effettivamente e coe­rentemente corrispondente alla necessità di una programmazione processuale. Vorrei soffermarmi non a lungo allora in positivo su che cosa deve essere questa programmazione processuale, le connessioni che pone da un lato con gli Enti lo­cali e dall’altro con lo Stato.

A nostro parere questa programmazione pro­cessuale deve essere una programmazione nel filone dello Stato ordinamento, giustamente è sta­to detto, filone dello Stato ordinamento nel quale la Regione diviene un momento di snodo essen­ziale, non conflittuale, ma profondamente e rigo­rosamente autonomo. Non viene meno il processo e l’apporto regio­nale nella fase elaborativa e conoscitiva del pro­gramma complessivo nazionale. Si ritrova l’auto­nomia nelle scelte di assestamento e di articola­zione regionale, si ritrova l’autonomia nella capa­cità di indirizzare e dopo di controllare le scelte e le opere più strettamente pronvinciali e localisti­che all’interno delle varie Regioni.

Ora, in questo tipo di articolazione, noi com­prendiamo gli sforzi toscani sui quattro livelli, ma non possiamo non denunciarne dei rischi oggetti­vi da un punto di vista concettuale, che, ahimè, sembrano trovare una prima verifica sperimentale nella società. Perché è chiaro che in una conce­zione dello Stato di questo tipo, articolato e de­mocratico di ordinamento, la funzione della Re­gione si è detta. Si può capire che in una logica di analogia territoriale con quanto avviene fra Stato e Regione, anche a livello più piccolo regionale, debba esserci un organismo intermedio fra la Re­gione e il Comune, organismo intermedio che debba svolgere delle funzioni di sub-pro­grammazione; e da qua il recupero, a nostro pa­rere fondamentale, della funzione della Provincia che deve essere rivista tutta, come capacità, come funzioni, come attribuzioni, anche a livello nazio­nale, come confini, e anche in Toscana, però chiaramente ha una funzione ben evidente. Poi c’è il Comune che chiaramente è il principale ge­store dei servizi pubblici a livello di base nell’am­bito e nel quadro degli impulsi della società esi­stente e nel quadro della programmazione nazio­nale e regionale. Ora in Toscana abbiamo l’Asso­ciazione intercomunale.

L’Associazione intercomunale, sia ben chiaro, se è qualcosa che svolge dei servizi coordinandoli a livello sovra-comunale, perché esistono e sono diversi i servizi che hanno una dimensione sovra­comunale, questa funzione può anche esistere. Però vedrei un piccolo difetto che è subito eviden­te in sè nell’istituto dell’Associazione. E’ chiaro che già all’Associazione intercomunale in questa Regione vengono date delle diverse funzioni, sostanzialmente di sub-programmazione o in qualche modo di esercizio di deleghe di program­mazione. E allora non viene il dubbio che ci sia una sovrapposizione di compiti con la Provincia? E non viene il dubbio che questa sovrapposizione di compiti possa poi portare ..(Interruzione dall’aula),,Infatti, Bartolini, io son partito non dicendo che questa cosa è al 100% sicuramente sbagliata, è che il dubbio dell’errore sta trovando rispon­denza pratica nella realtà. E stavo parlando delle sovrapposizioni sul piano della programmazione, che già sono una cosa piuttosto evidente queste sovrapposizioni. Ma direi di più. La cosa che più preoccupa è che oltre i difetti di tipo concettuale, di sovrapposizione delle decisioni, si creino invece che uno snellimento che sarebbe il vero obiettivo della programmazione come processo e democra­tica, quindi uno snellimento di procedure proprio derivanti dalla certezza dei ruoli di ciascuno e dei compiti di ciascuno, si possano creare con l’ As­sociazione intercomunale non uno snellimento, cioè una maggiore velocizzazione delle procedu­re, com’è noto tutte le macchine più funzionali spesso hanno dei meccanismi complicatissimi quindi non ci spaventa che i livelli possano essere tre, quattro, cinque, sei, a patto che funzionino con un meccanismo appunto di queste macchine complicatissime che si vanno creando nel mondo della tecnica. Ora abbiamo il dubbio che questo succeda nelle strutture istituzionali così come so­no disegnate, perché abbiamo la sensazione che viceversa l’Associazione intercomunale tenda a costituire un quarto livello di tipo burocratico e questo sarebbe un gravissimo errore, una gravissima cappa di piombo che verrebbe pro­gressivamente a calarsi sulla nostra realtà tosca­na, rendendo il risultato del processo complessivo di programmazione il contrario di quello che stia­mo tutti, su questo penso tutti, perseguendo, cioè appunto di una programmazione articolata e più efficiente, anche proprio in quell’ottica di recupe­ro di politica, di fattori e di condizioni complessive per lo sviluppo , che a nostro parere è la condi­zione centrale per attivare meglio tutte le nostre attività economiche e mettere correttamente in corsa l’Italia nell’ambito degli scontri economici internazionali, che sono il vero problema oggi al centro della nostra attenzione.

Questo è un problema che a noi non sembra di poco conto, sul quale dovremo crescentemente confrontarci perché evidentemente senza battaglie di principi astratti, o altro, vediamo se queste As­sociazioni rispondono alla realtà. A noi sembra che lo stato delle cose ad oggi non ci conforti in senso positivo.

Sullo stesso problema ci sono altre due que­stioni. La questione di fondo della rivisitazione dello Stato su cui a più riprese e in più occasioni e anche in questa insistono i colleghi del gruppo socialista. E’ chiaro che tutte le cose possono essere riviste, noi chiaramente siamo disponibili su questa linea e su questo tipo di raccordo Regione- Enti locali, noi desideriamo ampliare il discorso sul problema anche dei lavori del Consi­glio puntando a esercitare sempre di più la possi­bilità di ogni singolo consigliere, non me in quan­to gruppo ma proprio in quanto singolo consiglie­re, di svolgere le funzioni istituzionalmente affida­tegli. Noi crediamo che senza alcun dubbio deb­ba essere recuperata da parte della Giunta una capacità sempre più netta di governo, ma inten­dendo per capacità di governo la parte attinente alle scelte e alla gestione delle scelte, non alla parte relativa all’elaborazione inziale e preventiva alle scelte che deve esser sempre più portata al­la disponibilità e alla possibilità di apporto di tut­ti, e poi nemmeno, rispetto alla fase di controllo, che viceversa deve essere sempre più potenziata da parte del Consiglio. Noi vediamo un recupero della capacità di governo della Giunta ma nel momento della scelta e della gestione, mentre in­vece vogliamo, desideriamo, riteniamo necessaria una profonda sottolineatura delle funzioni del Consiglio nella fase dell’elaborazione e del suc­cessivo controllo dell’esecuzione delle scelte.

In questo quadro è chiaro che una delle cose che non richiedono una rivisitazione dello Statuto bensì un’attuazione dello stesso e che rientrano non casualmente in quelle linee che viceversa il piano non affronta, è il problema delle procedure della programmazione. Perché è chiaro che noi non attribuiamo a queste leggi di procedura della programmazione un valore taumaturgico, però pensiamo che, fissando più in dettaglio queste modalità, potremmo incentivare quel processo che dicevo all’inizio non è patrimonio quotidiano da parte della Giunta, cioè il fatto che le consul­tazioni vengono tenute ma che poi non si riesce a farle incidere sulla maturazione progressiva dei piani in fase di elaborazione e tanto meno ·sul momento delle scelte definitive degli stessi.

Noi pensiamo che l’attuazione dello Statuto, in questo caso non si tratta neppure di rivisitarlo, sarebbe un momento importante e significativo, come sarebbe importante e significativo non con­tinuare sul vivere il processo e l’attribuzione delle deleghe che noi riteniamo un fatto importante e positivo, ritenendo su questo che senza dubbio la Toscana a differenza di molte altre Regioni cor­rettamente interpreti questo ruolo, più corretta­mente di altre Regioni interpreti questo ruolo di programmazione e di indirizzo, rispetto ad altre Regioni che non danno assolutamente deleghe o in ridottissima misura, però, detto ciò, dobbiamo anche dire che questo processo di dar le deleghe · non deve essere vissuto in modo acritico e quasi mitico, per cui quando si è dato una delega sem­bra come quando ci fa male un dente e si va dal dentista, ce lo facciamo levare e poi il problema è chiuso. È esattamente il contrario. Il dare la dele­ga deve significare ancora una maggior responsa­bilità e consapevolezza da parte della Regione, proprio perché innestando un processo di mag­gior coinvolgimento di altri enti, tanto più diviene importante il momento di capacità di ricontrollare e di ridirigere da parte della Regione i processi che materialmente vengono gestiti da altri soggetti. Basti pensare a questo proposito a tutto il grave problema della spesa sanitaria che a parte la puntuale verifica di quelli che saranno gli scoperti, i deficit complessivi fra le cifre fornite dal gruppo democristiano e le cifre fornite dall’asses­sore Pollini e poi corrette da Bartolini, insomma,a parte questa verifica esatta che può dipendere da varie questioni, però resta il fatto che è un set­tore in cui non si può certo dire che il controllo sia veramente nelle nostre mani.

A questo punto vorrei dire che occorre una notazione, che le capacità di controllo della Re­gione si devono esercitare in quanto organo com­plessivo di governo. A noi non preoccupa tanto il fatto che i comitati di gestione delle U. S. L. sia­no comitati misti, come è contenuto pure nella rela zione di Pollini, perché questo è un confrontar­si con la realtà e non è di questo che la Regione, la parte pubblica si deve spaventare. Non è il fatto perché non è tutto complessivamente all’Ente pubblico che può portare e dei difetti. I difetti li può portare il fatto che questi Comitati di gestione divengano dei centri totalmente autonomi, responsabili solo di fronte a Dio, oserei dire, nep­pure agli uomini. Cioè nel senso che si creino delle repubblicbe autonome delle U. S. L. nei confronti quanto meno ad esempio dell’assemblea, che in­vece secondo noi, dovrebbero caso mai allora mantenere un ruolo comunque di controllo.

Queste sono le grandi linee su cui pensiamo dovrebbero essere rapportati e ricondootti i problemi del rapporto tra Regioni ed Enti Locali.

Il problema che poi merita attenzione è quello già presente in vario vario modo sia nella relazione di Galeotti che in altre e che poi è stato ancora più a fondo sviluppato con i rapporti anche del bilancio dei rapporti fra Regione e Stato.

Noi continuiamo ad essere dell’opinione che questi rapporti debbano essere portati avanti dalla logica, come si è detto prima, di collaborazioni all ‘interno di articolazioni complessi­ve. Ho detto all’inizio del perché ritengo che que­sta accusa a Roma sia sostanzialmente freudiana. E non perché i difetti, i limiti, le storture e le arretrarezze dello Stato non siano presenti – basta pensare, in questa sede è inutile soffermarci, al fatto che siamo in presenza di una carenza di leg­ge complessiva e generale del finanziamento sia locale sia regionale, e quindi evidentemente di carenze non si può non parlare – però io non credo che si debbe vedere in ogni atto dello Stato nei confronti delle Regioni una volontà di andare contro questo tipo di logica e di modello. Perché sono vere le colpe dello Stato, ma sono vere anche le colpe della Regioni talvolta. Ed allora, ad esempio. il voler atttribuire da parte dello Stato, non so, delle responsabilità alle Regioni in tema di controllo sulla spesa sanitaria, secondo noi è giusto proprio per richiamare ad una funzone di miglior funzionamento e miglior efficienza, il voler richiamare alla necessità gli Enti Locali si voler sottoporre i propri documenti ad un controllo che sostanzialmente poi è di tipo politico, nemmeno formale, da parte della Corte dei Conti. Comprendiamo benissimo che c’è tutta la problematica del controllo più incisivo e diretto a livello regionale, però cìè anche l’altra problematica reale dell’intendere la Regione come parte dello Stato, e che quindi deve rispondere, come tutta una sequela di organi dello Stato, dei suoi atti in termini complessivi, in modo tale da consentire allo Stato stesso a livello parlamentare di esprimere un giudizio poitico complessivo sull’andamento delle gestioni.

Quindi noi non crediamo che sia giusto conti­nuativamente tendere da una parte a negare il fatto che ci sia stata una conflittualità fra Stato e Regioni, ma dall’altra parte spesso a ricomportar­si come se questa conflittualità fosse sempre pre­sente.

Noi crediamo comunque, al di là di questi par­ticolari, che sia centrale la necessità di accordare Regioni e Stato meglio e perciò siamo convinti della necessità e dell’opportunità di studiare un qualche meccanismo che consenta meglio questo tipo di raccordo nella fase della elaborazione co­me dicevo innanzi. Non siamo viceversa d’accor­do sul come questo tipo di rapporto viene istitu­zionalizzato ad esempio nel progetto presentato dal ministro Aniasi, perché a nostro parere que­sto progetto è un progetto che tende a fare del rapporto fra Regioni e Stato un rapporto di tipo federalistico e ancor più accentratore nella que­stione finale perché di fatto, nonostante con paro­le sfumate non mi soffermo data l’ora tarda sulla cosa, si finisce per ripercorrere con lievissimi emendamenti la situazione iniziale, cioè quella della terza Camera, oltre Camera e Senato poi c’era questo organo strano di raccordo, conferen­za Presidenti Regioni. Noi crediamo viceversa che bisogna in questi organi di raccordo mante­nere non solo il principio che non sono raccorda­bili in una terza Camera questi tipi di rapporto, ma il principio che nel rapporto ogni Regione de­ve mantenere la sua individualità, la sua capacità di dare un apporto singolo, e quindi non può es­sere compressa in un unico organismo.

Tutto ciò detto, un’ultima parola prima delle que­stioni di considerazioni più generali politiche, sul­la questione dei finanziamenti. Credo che una pa­rola vada detta perché il problema è centrale, e forse sarebbe opportuno anche che a livello regio­nale se ne parlasse più a fondo. Cioè il problema del come e quali linee dovrebbe seguire la legge finan­ziaria per le Regioni. Noi crediamo che alcuni punti vadano mantenuti nell’ispirarsi, nel portare avanti questa legge, e sono delle questioni che in­nanzitutto attengono al fatto che l’autonomia, nella quale crediamo, anche a livello finanziario e quindi anche a livello impositivo, non debba mai sfociare nel federalismo, deve essere ampia l’auto­nomia ma non trasformarsi nel federalismo che è estraneo alla nostra storia e maturazione del no­stro Stato, siccome lo Stato è unitario devono re­stare unitari il sistema tributario e la programma­zione, ma riteniamo che una loro maggiore arti­colazione attraverso l’autonomia regionale possa aumentare l’efficacia del sistema tributario e della programmazione e consentire la pratica attuazio­ne.

Quindi noi siamo per un’autonomia impositiva, siamo per distinguere soprattutto a livello comu­nale nettamente l’autonomia impositiva dai pro­cessi di accertamente e riscossione, e crediamo che tra le possibili linee da seguire per realizzare, per attuare questo principio di autonomia finan­ziaria, quelle più da tenere di conto sono nell’im­mediato la restituzione ai Comuni, Regioni e Pro­vince del gettito ILOR con tutta una serie di di­versificazioni tecniche che sono state oggetto an­che di nostra specifica proposta di legge parla­mentare, cosa questa che consentirebbe non solo un immediato maggior gettito ma anche la possi­bilità, giocando sulle aliquote, di dare anche il senso alle popolazioni di quello che viene a loro richiesto come contributo per la crescita dell’am­bito regionale (questo è un ambito più immedia­to, più facilmente raggiungibile, perché questo sa­rebbe, volendolo, avendone la volontà politica, questo tipo di trasferimento sarebbe raggiungibile con estrema facilità, perché non si tratterebbe di modificare sostanzialmente un tributo ma si trat­terebbe di mutarne la destinazione e la fissazione di certe aliquote) e più in largo e ampio discor­so possiamo, con le dovute cautele, e dirò quali sono, anche il pen­sare alla possibilità di rivedere un tributo in mate­ria di cespiti immobiliari, purché, è evidente, sia contributo non aggiuntivo, ma sostitutivo, riequi­librativo e che riconsideri l’intera e complessiva materia che è veramente ad oggi – se n’è parlato anche prima e in varie occasioni – è ad oggi sog­getto invece di oggettiva compressione, cosa che noi riteniamo poi per tutti un fatto negativo assolutamente.

Tutto questo complesso di giudizi che fa rile­vare al di là di alcune talvolta anche importanti consonanze, ma delle differenze complessive nel­l’impianto e nell’impostazione, altrettanto rilevan­ti e importanti soprattutto sul senso del ruolo del­la Regione una volta che sia stabilito che la pro­grammazione deve esser processuale, perché non si può dire che è processuale e poi comportarsi in una logica del tutto diversa da quella che richiede la programmazione processuale.

Alcune brevi notazioni conclusive sulla situa­zione politica.

Noi crediamo che questo programma e queste difficoltà del programma di impostazione, unite ad alcune piccole crepe che nella logica inziale cominciano a ravvisarsi in modo chiaro in questi documenti, testimoniano di un dibattito che noi crediamo sia appena agli inizi e che dovrà a no­stro parere essere crescentemente caratterizzato dalla volontà di non rinnegare per alcuni partiti se stessi e le proprie tradizioni, ma a ritenere che spesso i giovani per fare la loro strada nella vita non usufruiscono di una formula che oltretutto nei fatti dimostra chiaramente gli anni, i tempi, le battaglie, alcune vittoriose, alcune a nostro parere profondamente errate, che ha negli anni portato avanti.

Prima di tutto non condividiamo assolutamen­te quanto diceva Berlinguer e cioè che da questo dibattito venga in luce che la sinistra vede allargarsi il proprio consenso intorno alle proprie idee, perché – questo non vuol essere una battuta po­lemica ma un’oggettiva constatazione dei fatti – caso mai, se si dovesse parlare col metro dei grandi anni ed è un metodo che noi non amiamo perché non vogliamo far le medaglie, ma caso mai se l’evoluzione sta avvenendo l’evoluzione è verso un concetto molto più aperto, dinamico e articolato di quello che sia la sponda di partenza dei· piani chiusi e rigidi della Regione che dà i propri indirizzi. Noi crediamo che viceversa que­sto piano proprio nei suoi limiti e nelle sue incer­tezze possa aprirsi a delle future correzioni e che andranno e dovranno andare fatalmente nella lo­gica del misurarsi di più con la realtà esterna, in­tendendo in ciò da parte nostra, non un’abdica­zione o una diminuzione del ruolo dell’ente pub­blico, ma al contrario una diversa funzione, cioè dell’ente pubblico che esso stesso tende in conti­nuo a creare politiche e momenti di contrattazio­ne, di confronto e di correzione in una dinamica sociale, economica e civile sempre più complessa, sempre più non affidabile esclusivamente alla di­namica del mercato lasciato libero a se stesso e che però non può prescindere da questo fatto. Su questa linea, nonostante le grosse difficoltà e so­prattutto gli inizi, noi vediamo con favore e ci siamo, sempre nella logica che non vogliamo medaglie, la cosa per noi non è importantissima, se siamo a ruota, dietro o davanti, il problema è se­guire una certa direzione, noi non abbiamo i pro­blemi di dare medagliette alle masse come talvol­ta anche la Democrazia Cristiana, dice: ma co­me, siamo tanti e non contiamo abbastanza -, perché purtroppo mentre per vari anni anche questo partito ha avuto un chiaro progetto che unito alla forza l’ha portato ad essere al centro della situazione politica del Paese, dopo di che la forza è rimasta grosso modo uguale e i progetti politici un pochino meno e allora giustamente si comincia ad avere un certo tipo di decadenza, della quale nessuno va a caccia aprioristicamente, salvo Andreatta che ritiene, come ha detto l’altro giorno, che la vera colpa dei socialisti è quella di attentare agli elettori e alle fasce sociali democri­stiane, quasi che in democrazia invece tutto si ba­sasse sui continui attentati, in termini corretti po­liticamente e culturali, alle fasce e agli elettori al­trui proprio per convincere che le proprie impo-

stazioni e le proprie analisi sono più capaci di in­terpretare la realtà di fondo del Paese per portar­la a una migliore evoluzione.

In questo processo, a ruota o non a ruota che noi siamo, vediamo con favore il crescere di que­sta ipotesi laica, proprio perché questa ipotesi lai­ca secondo noi è l’ipotesi più attrezzata cultural­mente e anche storicamente proprio per i diversi filoni da cui proviene anche in modo più conver­gente, per affrontare non in esclusiva o in modo egemonico o in modo comunque prevalente ,i pro­blemi della realtà, cioè per affrontarli secondo quello che è la logica delle società moderne che vanno sempre più evolvendosi e comprendendo il vero senso dell’insistenza, per esempio, con cui si parla di recupero dei costi unitari di produzione, della produttività, proprio perché queste cose non vogliono dire un bieco mercantilismo o un ragio­nerismo di bassa lega, ma vogliono dire un rigore di comportamento, una capacità e una· consape­volezza dei mezzi rispetto agli obiettivi, una non evasione nell’utopia, che sono le pietre che hanno segnato oggettivamente la crescita negli ultimi se­coli della democrazia nell’Occidente, ed ecco perché noi pensiamo che questo disegno laico sia abbastanza significativo anche se non esclusivo ~ pensiamo quindi anche che da parte delle altre forze meno comprensibili nell’arco laico siano in atto processi importanti quando si continua a percorrere questa strada di confrontarci sulle questioni concrete del capire che, perché siamo maggioranza e opposizione non significa e non comporta che dobbiamo essere sempre in disac­cordo e soprattutto capire che le differenze devo­no essere chiare non solo a noi, cioè non solo alle forze politiche, ma oserei dire ancor di più chiare devono essere alla gente, ai cittadini, agli elettori e che è nostro compito far chiarezza sulle nostre differenze proprio perché questa chiarezza è l’uni­ca garanzia che abbiamo che il voto, il momento elettorale, non sia una fiera di buone intenzioni e di discorsi, ma sia un momento di scelta da parte dell’unico titolare della potestà democratica che è il cittadino.

Ecco perché noi riteniamo in tutta questa logi­ca complessiva, positivo quando tutti i partiti co­minciano a confrontarsi su queste cose e non riteniamo invece positivo, e speriamo che la cosa però si possa domani risolvere positivamente, questo continuo richiamarsi da parte di alcuni al concetto che questo confronto sulle cose sia da parte di alcuni partiti della sinistra un rinunciare a una propria parte di patrimonio storico per fare delle mediazioni al ribasso. Non si tratta di me­diazioni al ribasso, si tratta di capire quelli che so­no i passi possibili, oggi, nei prossimi anni, non in un futuro che non si sa mai se sarà anche rag­giungibile, quando e come e da quale generazione. Questa concretezza, questo senso del proprio maga­ri limite, dà maggior forza e capacità di penetrazione alle riforme necessarie anche nel nostro Paese.

Crediamo anche in questo sforzo, e a questa la chiamiamo sempre più insistentemente, sia in­dispensabile l’apporto di una forza di opposizione grande non solo per numero, ma anche come im­portanza culturale, che è la Democrazia Cristia­na, e che non può ridurre il giudizio dei rapporti fra maggioranza e minoranze a un riflusso nell’il­luminismo borghese e elitario, come è stato detto al congresso regionale, né può dirci che i partiti laici non si capisce perché continuo perché sono pochi, perché il problema di fondo della democra­zia non è considerare che le masse sian delle cose li ferme dove poi ogni tanto ci va qualcuno a se­minare qualche idea, ma noi crediamo che sia esattamente il contrario, è partire da delle idee, da dei progetti e su queste idee e progetti convo­gliare l’assenso e il consenso che è la vera ragio­ne della forza, e non fare questo processo inverso che poi appunto porta alla logica di Andreatta di dire che ognuno ha le sue masse e guai a chi le tocca.             •

Quindi noi aspettiamo con sempre maggior convinzione anche la Democrazia Cristiana a da­re dei crescenti contributi non solo su specifici punti, perché in questi giorni gli interventi, da Carpi via via a Innaco, hanno fatto sforzi, alcuni sul piano generale, altri su piani specifici, anche significativi e rilevanti, ma più in generale dare un contributo oggettivo alla prospettiva politica di diversificazione, a quelli che potranno essere i progetti necessari per la nostra Regione negli an­ni a venire e su quali potranno essere le maggio­ranze possibili e diverse nel futuro, dato che nella nostra logica è ovvio non riteniamo e speriamo che tutti non ritengano immutabili nell’eterno queste maggioranze anche dovunque, ma non perché odiamo questa maggioranza, ma perché riteniamo, come lo riteniamo a livello nazionale e a tutti i livelli, in coerenza, che l’alternanza nelle maggioranze sia un fatto fisiologico importante, ma lo riteniamo utile se viene creato sulla base di scelte concrete e di progetti concreti, non sulla base di bandiere e di cambiamenti di colore e de­gli addobbi per cui a quelle tende là sul rosso- a­rancione sostituiamo delle tende bianco-giallo e un po’ verde. Questo non ci sembra significativo e importante.

Crediamo viceversa che su questa linea sempre debba venire la Democrazia Cristiana facendo degli sforzi che non la vedano concorrenziale con dei gruppi numericamente più piccoli, ma debba­no aumentare la possibilità di espletare da parte di tutti i gruppi oltreché di tutti i consiglieri le proprie attività. Ed ecco perché noi non com­prendiamo sotto questo aspetto anche delle diffi­coltà a sviluppare certi tipi di accordo che pure erano stati presi unitariamente nel settembre del 1980, all’inizio di questa legislatura, e che erano basati non casualmente sull’allargamento della . partecipazione alle Commissioni, sulla possibilità oggettiva di tutti i gruppi di portare il nostro con­tributo.

Se ho ben capito, è stato detto dal consigliere Teroni che, lamentava un abbassamento del di­battito politico, ma ammesso che l’abbia detto e comunque anche se non l’avesse detto, se qualcu­no potesse pensare che in questo dibattito c’è un abbassamento del tono politico, noi pensiamo vi­ceversa che questo maturarsi sui fatti, questo es­sere più incerti, sia un segno di avanzamento, perché essere più incerti nel momento delle scelte non significa essere più indecisi e poi nella gestio­ne delle scelte una volta fatte, significa aver pre­sente viceversa ed essere più consapevoli sulla complessità del reale, che è difficile, che non è semplice, proprio perché è proprio della società democratica non far prevalere le esigenze di un gruppo, di una classe, di una persona, di un ceto, di un’area territoriale sulle altre, ma di cercare di permetterne lo sviluppo e la composizione autonoma e rivitalizzazione, per cui sono problemi complessi, e questo dibattito con le incertezza, le parti sotttaciute, le genericità, a mio parere, nonostante il parere contrario di Pollini, che sono state denunciate dal Consigliere Carpi e che pure esistinim sono un fatto negativo, ma a nostro parere rappresentano, almeno speriamo vivamente che rappresentino, anche l’insinuarsi del seme di un modo diverso di fare le cosecge a nostro parere è l’unico seme capace di riuscire a pulire gli ingranaggi della macchina regionale e quindi di consentire alla Regione nei prossimi anni di svolgere quel proprio ruolonon esclusivodi assunzione non egoistica in sé ma di indirizzo e di controllo che è l’unico capace di sviluppare le possibilità insite nel nostro Paese e di avviarea sempre continuo più ordinato sviluppo l’attività civile, economica e sociale della Toscana.

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