Articolo scritto per la rubrica Disputationes della rivista NON CREDO n.36
A metà aprile, Francesco ha indetto un Anno Santo per il periodo 8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016, che avrà per motto “Misericordiosi come il Padre”. I laici seguiranno l’evento con animo diverso se personalmente credenti o no. Però avendo tutti due atteggiamenti: da un lato considerare l’Anno Santo una manifestazione di libertà religiosa da garantire e dall’altro impegnarsi per evitare che il servilismo dei mezzi di comunicazione e il conformismo verso quanto appare di più, sovrappongano le impostazioni religiose dell’Anno Santo ai criteri del convivere civile.
Dei due gli atteggiamenti, il secondo richiede qui più attenzione. Non soltanto per l’enfasi posta su un avvenimento religioso quale aggregatore politico-civile, ma soprattutto per l’impetuoso diffondersi di concetti arretrati in tema di convivenza imperniata sulla libertà del cittadino, appunto in quanto alternativi a quelli laici. Simile possibilità va contrastata con determinazione durante l’Anno Santo. E siccome la laicità è connaturata con la libertà di religione, tale contrasto non riguarda quella libertà, privata, pubblica e della Chiesa. Il contrasto laico verte sul merito di quel tipo di concetti e richiama quanto dimostrato dall’esperienza storica, vale a dire che solo le regole laiche della convivenza tra diversi – e non le fedi religiose – portano nel tempo ad una condizione di vita di ognuno progressivamente migliore.
Restando sul piano civile e lontano dall’anticlericalismo, il contrasto laico inizia sottolineando che l’architrave di una società tra diversi sono le sue leggi ed i suoi costumi, non la misericordia. La società dei diversi si basa sul confronto tra i suoi componenti e sulle scelte da loro compiute. Sarebbe un passo indietro pericoloso, non affidare più la convivenza a questo meccanismo e farla regredire a quando decideva il più forte, qualsiasi fosse la sua forza, fisica o di suggestione spirituale e divina, e il cittadino testimoniava solo una fede incarnata dal capo o dai rappresentanti del suo Dio. Per i laici, preghiere e cure sono libere attitudini dell’individuo, per cui, se vuole, ha ogni diritto di rivolgersi al proprio Dio; peraltro in concreto si è mostrato molto più efficace l’impegnarsi per costruire condizioni e strutture fisiche di convivenza che consentano rapporti equanimi tra diversi, che amministrino la legge, che assicurino un minimo di vita dignitosa e che assistano con cure adeguate chi ne abbia bisogno anche se privo di risorse economiche. In altre parole, la società laica si affida alle azioni di un essere umano consapevole dei propri limiti ma anche capace di evolvere nell’ambito della propria convivenza.
Un diffuso contrasto laico sui principi è ancor più necessario per l’originalità di questo Anno Santo. Che non si svolgerà solo in Piazza San Pietro con l’apertura della Porta Santa per l’occasione denominata “porta della misericordia”, ma sarà nelle Basiliche vaticane e nella cattedrale (o anche nei santuari) di ogni diocesi. In tanti luoghi si aprirà così una “porta della misericordia” per i pellegrini. Ciò richiamando l’esigenza “di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile”, come avvertlto 50 anni fa dal Concilio Vaticano II.
Perciò, durante l’Anno Santo, è prioritario l’impegno dei laici a diffondere la laicità nel quotidiano. Diffonderla significa prendere le distanze dall’idea secondo cui praticare la giustizia limitata all’osservanza della legge sarebbe solo il primo passo e l‘esperienza del perdono sarebbe molto da irrobustire. I laici diranno invece che la giustizia è la garanzia dell’uguaglianza dei diritti di cittadini diversi per consentire loro di esprimere la loro diversità senza imposizioni e che il perdono può essere solo un atto delle singole persone, ben distinto dal tornare a quando il perdono e l’indulgenza del capo o della casta costituivano il metro del loro potere sui cittadini.
Diffondere la cultura laica nell’Anno Santo significa inoltre indicare che il motore della conoscenza umana, la diversità individuale, funziona in tutt’altro modo delle forme ideologiche o religiose di illusoria salvezza utopica. Essa funziona tramite uno stretto legame con i fatti e con la ricerca di soluzioni specifiche per ogni carenza di libertà (soluzioni provvisorie e rivedibili stando ai risultati), che producono, dice l’esperienza, la massima concretezza nel congiungere l’accrescersi della disponibilità di risorse fisiche per il massimo numero di cittadini, con l’attenzione alle periferie esistenziali che riporta i singoli ivi finiti verso condizioni di vita dignitose.
In generale, la cultura laica significa anche non confondere i giudizi di valore su una questione con la materiale possibilità di risolverla ora o in tempi brevissimi. Insomma, le miserie del mondo non si affrontano con l’indignazione senza progetto e senza risorse. Questo non è indifferenza ma responsabile realismo che, per costruire, non punta sull’illusione. I laici non chiamano indifferente chi non accoglie senza limiti e condizioni i migranti, o non vuole investire risorse che neppure ha. I laici non cercano mai di raggirare i cittadini. Neppure nell’Anno Santo.

