Egregio Professore,
l’argomento del Suo fondo di stamani è politicamente centrale e mi induce a fare alcune osservazioni.
A parte il clima generale che Lei ha ricostruito con notazioni puntuali, mi pare nel complesso non condivisibile – e perfino contrario all’obiettivo che Lei si pone – l’assunto sulla contiguità e separatezza fra politica ed amministrazione. Le responsabilità dei partiti ci sono e come, ma consistono proprio nell’aver tollerato il proliferare distorto di una burocrazia autoreferenziale, fondato su un grossolano fraintendimento nel concetto di funzione autonoma della burocrazia.
Tale funzione non è quella di decidere gli indirizzi della macchina pubblica, bensì di tradurre in pratica le decisioni assunte in proposito dagli organismi scelti dai cittadini. Il che coincide con il vero principio di responsabilità del burocrate, che è portare la struttura a svolgere al meglio il compito affidatole dal responsabile politico. In breve, quella funzione autonoma burocratica non deve mai distorcersi in corporativismo.
In Italia, viceversa, domina il corporativismo. Che si pone sempre in lotta contro le decisioni dei politici transeunti. E per il quale il modo migliore per lottare è rifiutare l’idea che l’apparato possa essere diretto di tempo in tempo da figure apicali di fiducia del responsabile politico ed estranee alla gerarchia di carriera. Fare questo consente di autogovernarsi all’interno di una concezione sindacale di progressione di carriera e dunque (prendendo spunto da una nota questione) di propendere passo passo a non configurarsi come ordine di una struttura pubblica ben organizzata, ma piuttosto come un potere concorrente, più o meno felpatamente, nel dirigere quella struttura pubblica (oltretutto questa è la base che, esaltando scioccamente l’antipolitica, rende impossibile ai cittadini l’individuare le responsabilità effettive).
Sempre da qui deriva la distruzione dell’imparzialità di cui all’art.97. Appunto quando – fatto sempre più frequente e denunziato dagli alti consessi giudicanti – diviene più robusta e più ampia la pretesa del corpo pubblico (senza peraltro alcun intervento operativo dei politici) di privilegiare il cosiddetto interesse dello Stato nei confronti dei cittadini. E ciò non solo è incostituzionale in linea di principio ma addirittura è concepito spesso solo come schermo corporativo per consentire azioni più comode e minori responsabilità alle burocrazie del settore. Insomma, la vera imparzialità virtuosa dei pubblici uffici non è avvilupparsi in interpretazioni giuridiche farraginose se non cervellotiche in chiave corporativa, bensì realizzare prima possibile gli indirizzi ricevuti dai titolari politici anche attraverso i dirigenti apicali da loro indicati, con il fine di consentire ai cittadini la possibilità di giudicare nei fatti la capacità di governo delle istituzioni composte attraverso le loro scelte.
La funzione autonoma della burocrazia pubblica consiste nel realizzare tecnicamente nel quadro normativo gli indirizzi ricevuti dalla politica, senza cercare di modificarli o di porre ostacoli. Perché la politica, con tutti i suoi limiti, è l’anima della democrazia. Altrimenti si ritorna ad illudersi che la terapia sia il potere in mano a clan chiusi di esperti.

